mercoledì, luglio 01, 2009

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano
di
M. K. Bhadrakumar

Interrompendo i suoi servizi iraniani per dedicarsi ai lavori di manutenzione, Twitter chiude con la soddisfazione di avere probabilmente messo in difficoltà una potenza regionale risorgente. Il governo degli Stati Uniti deve fare a Twitter un bell'inchino per essere riuscito là dove tutti gli altri stratagemmi della guerra e della pace hanno fallito negli ultimi trent'anni.

Ma le storie persiane hanno conclusioni lunghe. Il regime iraniano indica chiaramente una tendenza a serrare i ranghi e riorganizzarsi in presenza a ciò che considera una grave minaccia al Vilayat-e faqih (il governo clericale). Anche se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vorrebbero prendere le distanze dalla rottura con Teheran (decisione del tutto sensata e logica), quest'ultima potrebbe non consentirlo.

Quando il Capo Supremo Ayatollah Ali Khamenei ha usato una colorita espressione persiana per caratterizzare i leader europei e americani e ha sottolineato che il popolo iraniano considera “macchiato” il suolo ove quei leader hanno messo piede, ha fatto capire che Teheran non dimenticherà facilmente il sardonico fuoco di fila cui l'hanno sottoposta negli ultimi giorni soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per danneggiare il suo profilo di potenza in ascesa nella regione. Con un velato monito, Khamenei ha detto: “Alcuni leader europei e americani con le loro idiote osservazioni sull'Iran parlano come se i loro problemi [v. Iraq, Afghanistan] fossero stati tutti risolti e l'Iran fosse il loro unico cruccio”.

L'Iran ha alle spalle una storia tortuosa, caratterizzata in abbondanza da ciò che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo discorso del Cairo ha chiamato “tensione... alimentata dal colonialismo che negò diritti e opportunità a molti musulmani, e una Guerra Fredda in cui paesi a maggioranza musulmana erano troppo spesso trattati in maniera strumentale per ciò che concerneva le loro aspirazioni”. Negli ultimi trent'anni per Teheran la “linea rossa” è sempre stata rappresentata dai tentativi stranieri di imporre un cambiamento di regime. In quella linea è stato aperto un varco.


I servizi di sicurezza iraniani hanno cominciato a scavare sempre più in profondità in ciò che è realmente accaduto. Gholam Hossein Nohseni Ejei, il potente Ministro dell'Intelligence, basandosi sulle informazioni disponibili ha ipotizzato un tentativo concertato di fomentare le rivolte da parte di potenze mondiali “preoccupate per un Iran stabile e sicuro”, nonché complotti per assassinare capi iraniani.

Le accuse infondate non reggono. Ma nei giorni e nelle settimane a venire sorgeranno domande scomode. I primi dubbi riguardano la morte misteriosa di Neda Aqa-Soltan. Sono inoltre stati uccisi otto miliziani Basiji. Chi li ha uccisi? Anzi, chi ha guidato la carica della brigata?

È un frammento di storia poco noto, ma prima del golpe anglo-americano a Teheran contro Mohammed Mosaddeq in 1953 la CIA si scoraggiò proprio quando le manifestazioni di massa a Teheran – stranamente simili ai recenti tumulti – stavano per avere inizio, ma la base dei servizi britannici a Cipro, che coordinava l'intera operazione, tenne duro, forzò il passo e infine creò un fait accompli per Washington.

In ogni caso, Teheran ora se la prende con la Gran Bretagna, “la più infida delle potenze straniere”, per citare le parole di Khamenei. Due diplomatici britannici assegnati a Teheran hanno ricevuto l'ordine di andarsene e quattro iraniani impiegati nell'Ambasciata britannica sono stati fermati e sottoposti a interrogatorio. E questo nonostante Londra continui a ribadire energicamente di non avere nulla a che fare con ciò che succede nelle vie di Teheran. Una dichiarazione del Foreign Office di Londra afferma che il Primo Ministro Gordon Brown è spinto ad agire non dall'indignazione per il trattamento riservato ai diritti civili o per la morte di innocenti, ma dal programma nucleare iraniano.

Londra è visibilmente ansiosa di andarsene quanto prima, e spera di poter normalizzare al più presto i rapporti con l'Iran. Ma Obama si trova a dover affrontare una sfida molto più complessa. Non può emulare Brown. Deve trattare con l'Iran. Il problema che Obama deve affrontare è che il regime iraniano non solo non si è incrinato, ma ha mostrato un'incredibile capacità di recupero.

Il regime serra i ranghi
Circolava voce che il silenzio dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani significasse che stava preparando un complotto nella città santa di Qom per sfidare le disposizioni di Khamenei. Ma non era così. Domenica Rafsanjani è uscito allo scoperto appoggiando Khamenei. Distinguiamo qui gli infallibili contorni di un'intesa.

“Gli sviluppi successivi al voto presidenziale sono stati una complessa cospirazione concepita da elementi sospetti allo scopo di produrre una spaccatura tra il popolo e la dirigenza islamica facendo sì che venisse a mancare la fiducia nel sistema [Vilayat-e faqih]. Simili complotti sono stempre stati neutralizzati quando il popolo ha mantenuto un atteggiamento vigile”, ha detto Rafsanjani.

Rafsanjani ha lodato Khamenei per aver concesso altri cinque giorni per i ricorsi sulle elezioni, permettendo così di fare chiarezza: “Questa preziosa mossa del Capo Supremo per ristabilire la fiducia del popolo nel processo elettorale è stata molto efficace”, ha osservato Rafsanjani. Giovedì, durante un incontro con una delegazione di membri del majlis (il parlamento), Rafsanjani ha detto che il suo attaccamento a Khamenei è “illimitato”, che i suoi rapporti con il Leader Supremo sono stretti e che si attiene assolutamente al Velayat-e faqih.

Sabato il Consiglio per il Discernimento del Sistema, guidato da Rafsanjani, ha sollecitato i candidati sconfitti a “osservare la legge e risolvere i conflitti e le dispute [sulle elezioni] per vie legali”. Nel frattempo Mohsen Rezai, il candidato dell'opposizione ed ex capo delle Guardie delle Rivoluzione iraniana, e l'ex presidente del parlamento Nateq-Nouri, pilastro della politica iraniana, si sono a loro volta riconciliati.

Dunque Mir Hossein Mousavi è isolato. Ignorando le obiezioni di Mousavi, il Consiglio dei Guardiani ha ordinato un parziale riconteggio del 10% dei voti, in urne elettorali scelte a caso nel paese, di fronte alle telecamere della televisione di Stato. Il riconteggio ha confermato nella tarda serata di lunedì il risultato delle elezioni del 12 giugno e ha fatto dichiarare al Ministero degli Interni che “il Consiglio dei Guardiani dopo aver esaminato le questioni ha rigettato tutti i ricorsi presentati e approva l'accuratezza delle decime elezioni presidenziali”.

Il riconteggio di lunedì ha mostrato un leggero aumento dei voti favorevoli al Presidente Mahmud Ahmadinejad nella provincia di Kerman. A Mousavi ora resta solo la rischiosa opzione della “disobbedienza civile”, ma non la eserciterà, con buona pace dei commentatori occidentali che apparentemente lo considerano il “Ghandi iraniano”.

Se ci si aspettava che il presidente del majlis, Ali Larijani, fosse un potenziale leader dissidente, anche queste attese sono state deluse. Lunedì, rivolgendosi al riunione del comitato esecutivo dell'Organizzazione della Conferenza Islamica ad Algeri, Larijani ha attaccato la politica statunitense di “ingerenza” negli affari interni dei paesi mediorientali. Ha consigliato a Obama di abbandonare questa politica: “Il cambiamento sarà benefico sia per la regione che per gli stessi Stati Uniti”.

L'amministrazione Obama dovrà prendere delle decisioni difficili. Sono state le costanti critiche e pressioni delle reti anti-iraniane e delle potenti lobby annidate nel Congresso degli Stati Uniti e nella classe politica – oltre che in settori dei servizi di sicurezza tradizionalmente esperti nel ricomporre gli screzi con Teheran ma anche abominevolmente noti per gli errori commessi nella valutazione delle vicende politiche iraniane – a costringere Obama a irrigidirsi.

Ammorbidire la propria posizione sarà un processo difficile e politicamente imbarazzante. Servono anche buone qualità di statista. La cosa migliore è che Washington si conceda una pausa e, dopo un intervallo di tempo accettabile, riprenda a impegnarsi nel dialogo con l'Iran.

Contatti significativi nelle prossime settimane sembrano improbabili. Nel frattempo, pignolerie come il rifiuto del visto al Vice Presidente iraniano Parviz Davoudi perché possa recarsi a New York alla conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi economica mondiale non sono certo d'aiuto. (Davoudi è un sostenitore delle prospettive economiche liberiste). Né lo sarà la probabile decisione degli Stati Uniti di perseguire la via delle sanzioni contro l'Iran al prossimo summit del G8 che si terrà a Trieste l'8-10 luglio. (A maggio l'Iran ha superato l'Arabia Saudita come principale esportatore di petrolio dal Golfo Persico verso la Cina.)

Riassumendo, nel fronteggiare la situazione iraniana l'amministrazione Obama ha malamente annaspato dopo un magnifico esordio. Come afferma l'eminente editorialista ed esperto di politica estera Leslie H. Gelb nel suo ultimo libro Power Rules: How Common Sense Can Rescue American Foreign Policy (Regole del potere: come il buon senso può salvare la politica estera americana), Obama aveva la possibilità di “usare il modello libico, nel quale Washington e Tripoli hanno giocato a carte scoperte e negoziato in modo estremamente soddisfacente”.

La risposta dell'Iram
Inoltre il contesto regionale può solo andare a vantaggio dell'Iran. L'Iraq continua a trovarsi pericolosamente in bilico. Le fortune degli Stati Uniti in Afghanistan oscillano tra la possibile sconfitta e la scampata sconfitta. La Turchia ha preso le distanze dalla posizione europea sui recenti sviluppi in Iran. L'Azerbaigian, il Turkmenistan, l'Afghanistan e il Pakistan si sono rallegrati per la vittoria di Ahmadinejad. Mosca ha poi concluso che il regime non era minacciato.

La Cina emerge come “vincitore” assoluto per aver valutato correttamente fin dal primo giorno le correnti profonde dell'oscura politica rivoluzionaria iraniana. Mai prima d'ora Pechino aveva espresso così apertamente tanta robusta solidarietà al regime iraniano nel suo respingere le pressioni occidentali. Né la Siria né Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza hanno mostrato in alcun modo di voler prendere le distanze dall'Iran.

Certo, negli ultimi sei mesi i legami della Siria con l'Arabia Saudita sono migliorati e Damasco ha accolto favorevolmente le recenti aperture diplomatiche dell'amministrazione Obama. Ma ben lungi dall'adottare la linea saudita o statunitense nei confronti dell'Iran, il Ministro degli Esteri siriano Walid al-Moallem ha messo in discussione la legittimità delle proteste di piazza a Teheran.

Questo il suo monito di domenica scorsa, quando cresceva la protesta nelle strade di Teheran: “Chiunque scommetta sulla caduta del regime iraniano perderà. In Iran la rivoluzione islamica [del 1979] è una realtà profondamente radicata, e la comunità internazionale [leggasi gli Stati Uniti] devono conviverci”.

Moallem ha sollecitato “l'instaurazione di un dialogo tra l'Iran e gli Stati Uniti basato sul reciproco rispetto e sulla non-ingerenza negli affari iraniani”. Analogamente, il successo di Saad Hariri come neo-eletto primo ministro del Libano – nonché la stabilità complessiva del paese – si impernierà sulla sua capacità di riconciliarsi con i rivali, alleati di Siria e Iran.

In considerazione di tutto questo, Washington ha sperimentato una crisi della propria condotta politica. Il paradosso è che l'amministrazione Obama ora avrà a che fare con un Khamenei al culmine del suo potere politico di leader supremo, carica che ricopre ormai da vent'anni. Per quanto riguarda Ahmadinejad, d'ora in poi negozierà da una posizione di forza senza precedenti. Si suppone che aiuti il fatto che il proprio avversario sia forte, perché significa che può prendere decisioni difficili, ma in questo caso l'analogia non tiene.

Ahmadinejad ha lasciato poco spazio all'interpretazione quando sabato a Teheran ha dichiarato: “Non c'è dubbio che il nuovo governo iraniano adotterà una posizione più salda e decisiva nei confronti dell'Occidente. Questa volta la risposta della nazione iraniana sarà dura e più decisiva” e volta a far rimpiangere all'Occidente le sue “ingerenze”. Una cosa è certa: Teheran non risponderà via Twitter.

Originale: Obama faces a Persian rebuff

Articolo originale pubblicato il 30/6/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, giugno 29, 2009

Il primo colpo di Stato di Obama?

Il primo colpo di Stato di Obama

di Eva Golinger

[Note: Sono le 11:15, ora di Caracas, e il Presidente Zelaya è in diretta su Telesur da San Jose, Costa Rica. Ha confermato che i soldati sono entrati nella sua residenza nelle prime ore del mattino, sparando e minacciando di uccidere lui e la sua famiglia se si fosse opposto al golpe. È stato costretto a seguire i soldati, che lo hanno portato alla base aerea e imbarcato su un aereo per il Costa Rica. Ha chiesto al Governo degli Stati Uniti di condannare pubblicamente il colpo di Stato; non facendolo ammetterebbero di fatto la propria acquiescenza].

Caracas, Venezuela – L'sms che ho ricevuto questa mattina diceva “Attenzione, Zelaya è stato sequestrato, colpo di Stato in Honduras, far circolare”. Risveglio brusco per una domenica mattina, soprattutto per i milioni di honduregni che si stavano preparando a esercitare il loro sacro diritto di votare oggi per la prima volta in un referendum consultivo sulla convocazione di un'assemblea costituzionale per riformare la costituzione. Presumibilmente al centro della controversia c'è il referendum previsto per oggi, che non è vincolante ma semplicemente un sondaggio d'opinione per determinare se una maggioranza di honduregni desideri avviare un processo di modifica della costituzione.

Una simile iniziativa non ha mai avuto luogo nella nazione dell'America Centrale, la cui costituzione molto limitata prevede una partecipazione minima del popolo dell'Hunduras al processo politico. La costituzione attuale, scritta nel 1982 al culmine della sporca guerra dell'Amministrazione Reagan in America Centrale, doveva servire a far sì che l'élite che deteneva il potere, sia economico che politico, potesse conservarlo con minime interferenze da parte della popolazione. Zelaya, eletto nel novembre del 2005 per la piattaforma del Partito Liberale dell'Hunduras, aveva proposto il referendum consultivo per determinare se la maggioranza di cittadini concordasse sulla necessità di una riforma costituzionale. Godeva del sostegno della maggioranza dei sindacati e dei movimenti sociali del paese. Se il sondaggio dell'opinione avesse potuto svolgersi, a seconda dei risultati durante le elezioni del prossimo novembre si sarebbe tenuto un referendum per votare la convocazione di un'assemblea costituzionale. Ma il voto previsto per oggi non era legalmente vincolante.

Anzi, in precedenza la Corte Suprema dell'Honduras lo aveva dichiarato illegale, su richiesta del Congresso: entrambi sono guidati da maggioranze che si oppongono a Zelaya e da membri del partito ultra-conservatore, il Partito Nazionale dell'Honduras (PNH). Questa mossa ha causato proteste di massa a favore del Presidente Zelaya. Il 24 giugno il presidente ha rimosso il capo di stato maggiore delle forze armate, il Generale Romeo Vásquez, quando questi si è rifiutato di consentire ai militari di distribuire il materiale elettorale per le elezioni di domenica. Il Generale Romeo Vásquez ha tenuto il materiale sotto rigido controllo militare, rifiutandosi di distribuirlo perfino ai collaboratori del presidente, affermando che il referendum era stato dichiarato illegale dalla Corte Suprema e di non poter ubbidire all'ordine del presidente. Come negli Stati Uniti, anche in Honduras il presidente è Comandante in Capo e ha l'ultima parola sulle azioni dell'esercito. Zelaya ha dunque ordinato la rimozione del Generale. In risposa a questa situazione sempre più tesa si è dimesso anche il Ministro della Difesa, Angel Edmundo Orellana.

Ma il giorno successivo la Corte Suprema dell'Honduras ha restituito alle sue funzioni il Generale Romeo Vásquez, dichiarando che la sua deposizione era stata “incostituzionale”. Migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale dell'Honduras, Tegucigalpa, manifestando il proprio appoggio al Presidente Zelaya ed evidenziando la propria determinazione ad assicurare che il referendum legalmente non vincolante di domenica avesse luogo. Venerdì il presidente e un centinaio di sostenitori hanno marciato verso la vicina base aerea per raccogliere il materiale elettorale che si trovava nelle mani dell'esercito. Quella sera Zelaya ha convocato una conferenza stampa nazionale insieme a un gruppo di rappresentanti di diversi partiti politici e movimenti sociali, chiamando tutti all'unità e alla pace nel paese.

Sabato la situazione in Honduras veniva definita tranquilla. Ma all'alba di domenica un gruppo di circa 60 soldati armati è entrato nella residenza presidenziale e ha preso in ostaggio Zelaya. Dopo varie ore di confusione si è saputo che il presidente era stato portato in una vicina base aerea e condotto in aereo nel vicino Costa Rica. Finora non sono state diffuse immagini del presidente e non si sa se la sua vita sia ancora in pericolo.

La moglie del Presidente Zelaya, Xiomara Castro de Zelaya, in diretta su Telesur alle 10:00 circa, ora di Caracas, ha raccontato che nelle prime ore di domenica mattina i soldati hanno fatto irruzione sparando nella residenza e hanno portato via il presidente. “È stato un atto di vigliaccheria”, ha dichiarato la first lady riferendosi al sequestro, che ha avuto luogo a un'ora in cui gli occupanti della casa non erano in grado di reagire. Casto de Zelaya ha anche chiesto che fosse fatta salva la vita di suo marito, facendo capire che nemmeno lei sa dove si trovi. Ha affermato che le loro vite sono ancora in “grave pericolo” e ha chiesto alla comunità internazionale di denunciare questo colpo di Stato e di agire rapidamente per ristabilire l'ordine costituzionale nel paese, con la liberazione e il ritorno del presidente democraticamente eletto Zelaya.

Il Presidente della Bolivia Evo Morales e quello del Venezuela Hugo Chávez hanno entrambi fatto dichiarazioni pubbliche, domenica mattina, condannando il colpo di Stato in Honduras e chiedendo alla comunità internazionale di reagire per far sì che venga ristabilita la democrazia e il presidente costituzionale sia restituito alle sue funzioni. Mercoledì 24 giugno in Venezuela si è tenuto un incontro straordinario dei paesi membri dell'Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), di cui fa parte anche l'Honduras, per accogliere l'Ecuador, Antigua & Barbados e St. Vincent. Durante l'incontro, cui ha partecipato il Ministro degli Esteri dell'Honduras, Patricia Rodas, è stata letta una dichiarazione di supporto al Presidente Zelaya e di condanna di qualsiasi tentativo di minare il suo mandato e i processi democratici dell'Honduras.

Le notizie giunte dall'Honduras informano che il canale televisivo pubblico, Canal 8, è stato chiuso dai golpisti. Pochi minuti fa Telesur ha annunciato che in Honduras l'esercito sta interrompendo le forniture di elettricità in tutto il paese. Secondo il Ministro degli Esteri Patricia Rodas le stazioni televisive e radiofoniche che sono ancora in grado di andare in onda non stanno dando la notizia del colpo di Stato o del sequestro del Presidente Zelaya. “Sono state tagliate le linee telefoniche e la corrente elettrica”, ha confermato pochi minuti fa Rodas attraverso Telesur. “I media trasmettono telenovele e cartoni animati e non informano la popolazione dell'Honduras su ciò che sta accadendo”. La situazione ricorda in modo inquietante il colpo di Stato dell'aprile 2002 contro il Presidente Chávez in Venezuela, nel quale i media svolsero un ruolo cruciale prima manipolando l'informazione per spalleggiare il golpe e poi oscurando tutto quando la popolazione cominciò a protestare e infine riuscì a sopraffare e a sconfiggere i golpisti, liberando Chávez (anche lui era stato sequestrato dai militari) e ristabilendo l'ordine costituzionale.

Nel secolo scorso l'Honduras è stato vittima di dittature e di forti interferenze statunitensi, comprese diverse invasioni militari. L'ultimo intervento del governo degli Stati Uniti in Honduras ebbe luogo negli anni Ottanta, quando l'Amministrazione Reagan assoldò squadroni della morte e mercenari perché eliminassero ogni possibile “minaccia comunista” in America Centrale. All'epoca John Negroponte era l'ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras ed era responsabile del finanziamento e dell'addestramento degli squadroni della morte honduregni che furono colpevoli di migliaia di sparizioni e assassini in tutta la regione.

Venerdì l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) si è riunita per discutere la crisi in Honduras e ha poi diffuso una dichiarazione in cui condanna le minacce alla democrazia e autorizza il viaggio in Honduras di un gruppo di rappresentanti dell'OAS. Ciononostante venerdì il Segretario di Stato aggiunto degli Stati Uniti, Phillip J. Crowley, si è rifiutato di chiarire la posizione del governo degli Stati Uniti in merito al potenziale colpo di stato contro il Presidente Zelaya, rilasciando invece una dichiarazione più ambigua che sottintendeva il sostegno di Washington agli oppositori del presidente honduregno. Mentre la maggior parte dei governi latinoamericani ha chiaramente espresso una netta condanna dei piani golpisti in corso in Honduras e il proprio sostegno al presidente costituzionalmente eletto dell'Honduras, il portavoce degli Stati Uniti ha dichiarato: “Siamo preoccupati per la rottura del dialogo politico tra i politici honduregni in merito alla consultazione del 28 luglio sulla riforma costituzionale. Sollecitiamo tutte le parti in causa a ricercare una soluzione democratica consensuale nell'attuale stallo politico che rispetti la costituzione honduregna e le leggi dell'Honduras e sia coerente con i principi della Carta Democratica Interamericana”

Alle 10:30 di domenica mattina Washington non aveva diffuso altre dichiarazioni sul colpo di Stato militare in Honduras. La nazione centro-americana dipende fortemente dall'economia degli Stati Uniti, che le assicura una delle principali fonti di reddito: si tratta delle rimesse di denaro mandate dagli honduregni che lavorano negli Stati Uniti in base al programma dello “statuto protetto temporaneo” attuato durante la guerra sporca di Washington negli anni Ottanta in seguito alla massiccia immigrazione verso il territorio statunitense di honduregni in fuga dalla zona di guerra. Un'altra importante fonte di entrate in Hunduras è USAID [United States Agency for International Development, Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, N.d.T.], che ogni anno fornisce più di 50 milioni di dollari per programmi di “promozione della democrazia” e generalmente finanzia organizzazioni non governative e partiti politici favorevoli agli interessi americani, come è accaduto in Venezuela, Bolivia e altri paesi della regione. Inoltre il Pentagono mantiene la base militare di Soto Cano in Honduras, con circa 500 soldati e molti aerei ed elicotteri da combattimento.

Il Ministro degli Esteri Rodas ha detto di aver cercato più volte di entrare in contatto con l'Ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras, Hugo Llorens, il quale finora si è negato. Il modus operandi del golpe fa capire che Washington vi è coinvolta. Né l'esercito honduregno, che è in gran parte addestrato dalle forze statunitensi, né la dirigenza politica ed economica agirebbero per deporre un presidente democraticamente eletto se non godessero del sostegno e dell'appoggio del governo degli Stati Uniti. Il Presidente Zelaya è stato frequentemente oggetto di attacchi da parte dell forze conservatrici honduregne per i suoi rapporti sempre più stretti con il paesi dell'ALBA, soprattutto il Venezuela e il Presidente Chávez. Molti ritengono che il golpe sia un mezzo per far sì che l'Honduras non continui a perseguire il processo di integrazione con i paesi più progressisti e socialisti dell'America Latina.

Originale: l'Autrice

Articolo originale pubblicato il 28/6/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, giugno 28, 2009

Torno domani

Al massimo dopodomani.

lunedì, maggio 04, 2009

Il mito del Talibanistan

Il mito del Talibanistan

di Pepe Escobar

Apocalypse Now. Si salvi chi può. Arrivano i turbanti. È questo oggi lo stato del Pakistan, a dare ascolto all'isteria diffusa dall'amministrazione Barack Obama e dai media statunitensi, dal Segretario di Stato Hillary Clinton al New York Times. Perfino il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che il Talibanistan pakistano è una minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna.

Ma diversamente da San Pietroburgo nel 1917 o Teheran alla fine del 1978, Islamabad non cadrà domani stesso in mano a una rivoluzione in turbante.

Il Pakistan non è un'ingovernabile Somalia. I numeri dicono tutto. Almeno il 55% dei 170 milioni di abitanti del Pakistan è costituito da punjabi. Non ci sono indicazioni che stiano per abbracciare il
Talibanistan; sono essenzialmente sciiti, sufi o un misto di entrambi. Circa 50 milioni sono sindhi, fedeli seguaci della defunta Benazir Bhutto e di suo marito, l'attuale Presidente Asif Ali Zardari del centrista e laicissimo Partito del Popolo Pakistano. I fanatici del Talibanistan in queste due province – che raccolgono l'85% della popolazione pakistana, con una pesante concentrazione della classe media urbana – sono una minoranza infinitesimale.

I taliban che fanno base in Pakistan – suddivisi approssimativamente in tre grandi gruppi e costituiti da meno di 10.000 combattenti privi di un'aviazione, di drone Predator, di carri armati e di veicoli pesanti da combattimento – si concentrano nelle aree tribali pashtun, in alcuni distretti della Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP), e in alcune piccole zone del Punjab.

Credere che quest'armata Brancaleone possa sconfiggere i 550.000 soldati dell'esercito pakistano, ben equipaggiati e molto professionali, cioè il sesto esercito più grande del mondo già scontratosi in battaglia con il colosso indiano, è un'idea ridicola.

Inoltre non c'è alcuna indicazione che i taliban, in Afghanistan e in Pakistan, abbiano la capacità di colpire un bersaglio al di fuori di “Af-Pak”(Afghanistan e Pakistan). Quello è il mitico territorio privilegiato di al-Qaeda. Per quanto riguarda l'isteria nucleare secondo cui i taliban sarebbero capaci di violare i codici dell'arsenale nucleare pakistano (la maggioranza dei taliban, tra l'altro, è semianalfabeta), ricordiamo che perfino Obama, durante il discorso dei suoi primi cento giorni, ha sottolineato che l'arsenale nucleare è sicuro.

Naturalmente ci sono alcuni ufficiali pashtun, e anche sezioni significative dei potenti servizi segreti pakistani, che simpatizzano con i taliban. Ma l'istituzione militare è spalleggiata niente meno che dall'esercito americano – al quale è strettamente legata fin dagli anni Settanta. Zardari sarebbe uno sciocco a scatenare un'uccisione di massa di pashtun pakistani; anzi, i pashtun possono risultare molto utili ai piani di Islamabad.

Questa settimana il governo di Zardari ha dovuto inviare l'aviazione e le truppe di terra a occuparsi del problema di Buner, nel distretto di Malakand della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, che confina con la provincia di Kunar in Afghanistan ed è dunque relativamente vicina alle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Hanno a che fare con meno di 500 membri del Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP). Ma per l'esercito pakistano la possibilità che l'area si unisca al Talibanistan è un gran dono, perché questo fa salire alle stelle il controllo del Pakistan sull'Afghanistan meridionale pashtun, sempre secondo l'eterna dottrina della “profondità strategica” che prevale a Islamabad.

Portatemi la testa di Baitullah Mehsud
Dunque se Islamabad non è destinata a bruciare domani stesso, qual è il motivo di questa isteria? I motivi sono vari. Per cominciare, quello che Washington – con la nuova strategia “Af-Pak” di Obama – non riesce a digerire è una democrazia autentica e un vero governo civile a Islamabad; rappresenterebbero una minaccia per gli “interessi statunitensi” ben più dei taliban, con i quali l'amministrazione Bill Clinton andava d'amore e d'accordo alla fine degli anni Novanta.

Quello che potrebbe invece piacere a Washington è un altro colpo di stato militare – e delle fonti hanno raccontato ad Asia Times Online che dietro questa isteria c'è l'ex dittatore Generale Pervez Musharraf (Busharraf, come era derisoriamente chiamato).

È fondamentale ricordare che ogni colpo di stato militare in Pakistan è stato condotto dal capo di stato maggiore dell'esercito. Dunque l'uomo del momento – e dei prossimi momenti, giorni e mesi – è il discreto Generale Ashfaq Kiani, l'ex capo dell'esercito di Benazir. È in ottimi rapporti con il capo dell'esercito statunitense Ammiraglio Mike Mullen, e decisamente non va pazzo per i taliban.

Inoltre certi anfratti della burocrazia militare e della sicurezza pakistana sarebbero ben felici di ottenere altri dollari da Washington per combattere i neo-taliban pashtun che nel frattempo stanno armando perché combattano gli americani e la NATO. Sta funzionando. Washington è ora in preda a una smania contro-insurrezionale, con il Pentagono che non vede l'ora di insegnare queste tattiche a qualsiasi ufficiale pakistano in circolazione.

Quello a cui i media statunitensi non accennano mai sono i tremendi problemi sociali che il Pakistan deve gestire a causa del pasticcio nelle aree tribali. Islamabad ritiene che tra le Aree Tribali ad Amministrazione Federale (Federally Administered Tribal Areas, FATA) e la Provincia della Frontiera del Nord Ovest siano almeno un milione gli sfollati (oltretutto disperatamente bisognosi di cibo). La popolazione delle FATA è di circa 3,5 milioni di persone, soprattutto poveri contadini pashtun. E ovviamente la guerra nelle FATA si traduce in insicurezza e paranoia nella leggendaria capitale della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, Peshawar.

Il mito del Talibanistan, comunque, è solo un diversivo, una rotella nel grande lento ingranaggio regionale che a sua volta fa parte del nuovo grande gioco in Eurasia.

Durante una prima fase – chiamiamola branding del male – i think-tank e i media di Washington hanno martellato incessantemente sulla “minaccia di al-Qaeda” per il Pakistan e gli Stati Uniti. Le aree tribali sono state etichettate come la base dei terroristi, il luogo più pericoloso del mondo dove “i terroristi” e un esercito di attentatori suicidi venivano addestrati per poi essere riversati in Afghanistan a uccidere i “liberatori” di USA/NATO.

Nella seconda fase la nuova amministrazione Obama ha accelerato la guerra dei drone “inferno dall'alto” Predator sui contadini pashtun. Adesso arriva la fase in cui i soldati degli Stati Uniti e della NATO, che presto saranno più di 100.000, vengono dipinti come i veri liberatori della povera gente dell'Af-Pak (loro, e non i “cattivi” taliban) – un espediente essenziale nella nuova versione dei fatti che serve a legittimare il surge di Obama nell'Af-Pak.

Perché tutti i pezzi vadano al loro posto serve un super-spauracchio. Ed è il leader del Tehrik-e Taliban-e Pakistan Baitullah Mehsud, che curiosamente non è mai stato colpito neanche da un finto drone americano finché non ha ufficializzato, agli inizi di marzo, la propria lealtà al leader storico dei taliban Mullah Omar, “L'Ombra” in persona, che si dice viva indisturbato nei dintorni di Quetta, nel Belucistan pakistano.

Adesso c'è una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Baitullah. I Predator hanno diligentemente colpito le basi della famiglia Mehsud nel Waziristan meridionale. Ma – e la storia si fa sempre più strana – non una ma due volte i servizi segreti pakistani hanno inoltrato al loro cugino, la CIA, un particolareggiato dossier sul luogo in cui si trova Baitullah. Eppure i Predator non hanno colpito.

E forse non lo faranno mai, soprattutto adesso che un disorientato governo Zardari sta cominciando a pensare che il precedente super-spauracchio, un certo Osama bin Laden, non sia altro che un fantasma. I drone possono incenerire un matrimonio pashtun dopo l'altro. Ma gli spauracchi internazionali del mistero – Osama, Baitullah, il Mullah Omar – protagonisti d'eccezione delle nuove OCO (Overseas Contingency Operations, operazioni d'emergenza d'oltremare), già note come GWOT (“Global War on Terror”, guerra globale al terrore), naturalmente meritano un trattamento a cinque stelle.

Originale: The myth of Talibanistan

Articolo originale pubblicato il 30/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, aprile 29, 2009

L'influenza suina e il mostruoso potere dell'industria dell'allevamento

L'influenza suina mette a nudo il mostruoso potere
dell'industria dell'allevamento


di Mike Davis

L'influenza suina messicana, una chimera genetica probabilmente generatasi nella mota fecale di un allevamento industriale, improvvisamente minaccia di far venire la febbre a tutto il mondo. I primi focolai nel Nord America rivelano un'infezione che già viaggia a una velocità maggiore rispetto all'ultimo ceppo pandemico ufficiale, l'influenza di Hong Kong del 1968.

Rubando la scena al nostro ultimo assassino designato, l'H5N1, questo virus suino è una minaccia di proporzioni sconosciute. Sembra meno letale della Sars nel 2003, ma come influenza potrebbe durare più della Sars. Dato che le influenze stagionali di tipo A uccidono un milione di persone all'anno, anche un modesto aumento della virulenza, soprattutto se abbinato a un'alta incidenza, potrebbe produrre una carneficina equivalente a una guerra di grandi proporzioni.

Nel frattempo una delle sue prime vittime è stata la fede consolante, lungamente predicata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, che le pandemie possano essere contenute attraverso la risposta rapida delle burocrazie mediche, indipendentemente dalla qualità dei servizi sanitari locali. Fin dalle prime vittime dell'H5N1 a Hong Kong nel 1997, l'OMS, con l'appoggio della maggioranza dei servizi sanitari nazionali, ha promosso una strategia concentrata sull'identificazione e l'isolamento di un ceppo pandemico nel raggio d'azione del focolaio locale, seguiti dalla massiccia somministrazione alla popolazione di antivirali e (se disponibili) vaccini.

Un esercito di scettici ha contestato questo genere di controffensiva virale, osservando che adesso i microbi possono volare in tutto il mondo (letteralmente, nel caso dell'influenza aviaria) prima che l'OMS o il personale medico locale possa reagire al focolaio iniziale. Hanno anche messo in evidenza il monitoraggio primitivo e spesso inesistente dell'interfaccia tra malattie umane e animali. Ma la mitologia dell'intervento audace, preventivo (e poco dispendioso) contro l'influenza aviaria ha dato un contributo inestimabile alla causa dei paesi ricchi, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, che preferiscono investire nelle loro linee Maginot piuttosto che offrire un'assistenza ben maggiore ai fronti epidemici. E ha fatto anche il gioco delle grandi case farmaceutiche, che si sono sempre opposte al via libera alla produzione di farmaci generici destinati ai paesi in via di sviluppo e basati sui principi attivi di antivirali cruciali come il Tamiflu della Roche.

L'influenza suina potrebbe essere la prova che l'approccio pandemico dell'OMS e dei Centri per il Controllo delle Malattie – senza ingenti investimenti nel monitoraggio, nelle infrastrutture scientifiche e regolatrici, nella sanità pubblica e nell'accesso globale ai farmaci salvavita – appartiene alla stessa categoria di gestione “ponzificata” del rischio dei titoli Madoff. Non è tanto che il sistema d'allerta pandemia abbia fallito, quanto che semplicemente non esiste, neanche nell'America settentrionale e nell'Unione EUropea.

Forse non sorprende che il Messico non abbia né la capacità né la volontà politica di monitorare le malattie del bestiame, ma la situazione non è più rosea a nord del confine, dove il monitoraggio è un insieme fallimentare e frammentato di giurisdizioni statali, e le grandi industrie dell'allevamento trattano i regolamenti sanitari con lo stesso disprezzo che riservano ai lavoratori e agli animali. Inoltre un decennio di allarmi lanciati dagli scienziati non è riuscito a garantire il trasferimento di sofisticate tecniche di analisi nei paesi a rischio pandemia. Il Messico dispone di epidemiologi famosi in tutto il mondo, ma è costretto a mandare i campioni in un laboratorio di Winnipeg per identificare il genoma del ceppo. In questo modo si è persa quasi una settimana.

Ma nessuno era meno preparato del Centro di Controllo delle Malattie di Atlanta. Secondo il Washington Post, il Centro ha saputo dello scoppio dell'epidemia solo sei giorni dopo che il Messico aveva cominciato a imporre misure d'emergenza. Qui non ci sono scuse. Il paradosso di questa influenza suina è che è totalmente inaspettata anche se era stata accuratamente prevista. Sei anni fa Science aveva dedicato un lungo articolo al fatto che “dopo anni di stabilità, il virus nordamericano dell'influenza suina ha preso a evolversi rapidamente”.

Dai tempi in cui venne identificato, durante la Grande Depressione, il virus H1N1 si era discostato solo solo leggermente dal suo genoma originario. Nel 1998 un ceppo altamente patogeno prese a decimare le scrofe di un allevamento del North Carolina, e quasi ogni anno cominciarono a comparire nuove e più virulente versioni, compresa una variante dell'H1N1 che conteneva i geni interni dell'H3N2 (l'altra influenza di tipo A a trasmissione umana).

I ricercatori interpellati da Science erano preoccupati che uno di questi ibridi potesse trasformarsi in un'influenza umana (si ritiene che le epidemie del 1957 e del 1968 abbiano avuto origine dal mescolarsi nei suini di virus aviari e umani), e raccomandavano la creazione di un sistema ufficiale di vigilanza per l'influenza suina: ammonimento che naturalmente rimase inascoltato in una Washington pronta a sperperare miliardi in fantasie sul bioterrorismo.

Ma cosa ha causato questa accelerazione dell'evoluzione dell'influenza suina? I virologi hanno a lungo ritenuto che il sistema agricolo intensivo della Cina meridionale sia il principale motore delle mutazioni dell'influenza: sia l'“andamento” stagionale che le episodiche “deviazioni” dal genoma. Ma l'industrializzazione dell'allevamento messa in atto dalle grandi corporazioni ha spezzato il monopolio naturale della Cina sull'evoluzione dell'influenza. L'allevamento del bestiame negli ultimi decenni è stato trasformato in qualcosa che assomiglia più all'industria petrolchimica che alla felice fattoria familiare raffigurata sui libri di scuola.

Nel 1965, per esempio, negli Stati Uniti c'erano 53 milioni di maiali in più di un milione di allevamenti; oggi 65 milioni di maiali sono concentrati in 65.000 strutture. Si è passati dai recinti vecchio stile a enormi inferni escrementizi dove decine di migliaia di animali con sistemi immunitari indeboliti soffocano nel caldo e nel letame scambiandosi patogeni alla velocità della luce.

Lo scorso anno una commissione istituita dal Pew Research Center ha pubblicato un documento sulla“produzione animale in allevamenti industriali” che sottolineava il grave rischio che “i cicli continui di virus... in grandi mandrie o greggi [aumenterà] le probabilità che attraverso la mutazione o la ricombinazione si generi un nuovo virus che potrebbe portare a una trasmissione umana più efficiente”. La commissione metteva anche in guardia sull'uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti di maiali (meno costoso che in ambienti umani), che favoriva l'aumento di infezioni da stafilococco, mentre le fuoriuscite di liquami generavano focolai di E coli e pfiesteria (l'organismo che ha ucciso 1 miliardo di pesci negli estuari della Carolina e ha fatto ammalare decine di pescatori).

Qualsiasi miglioramento di questa nuova ecologia patogena dovrebbe far fronte al mostruoso potere degli allevamenti industriali come Smithfield Farms (carne di maiale e di manzo) e Tyson (pollame). La commissione ha riferito di un ostruzionismo sistematico messo in atto dalle corporazioni, comprese aperte minacce di bloccare i finanziamenti ai ricercatori che collaborassero con la commissione.

Si tratta di un'industria altamente globalizzata con un impatto politico globale. Così come il colosso della carne di pollo di Bangkok, Charoen Pokphand, fu capace di mettere a tacere le indagini sul suo ruolo nella diffusione dell'influenza aviaria nel Sud-Est asiatico, è probabile che l'epidemiologia forense del focolaio di influenza suina sbatta la testa contro il muro di gomma dell'industria della carne di maiale.

Questo non significa che l'arma del delitto non verrà mai trovata: sulla stampa messicana si mormora già di un epicentro dell'influenza nei pressi di un'enorme filiale della Smithfield nello stato di Veracruz. Ma ciò che importa (anche vista la perdurante minaccia dell'H5N1) è soprattutto un discorso più ampio: il fallimento della strategia pandemica dell'OMS, l'ulteriore declino della sanità pubblica mondiale, la morsa di Big Pharma sui medicinali salvavita e la catastrofe planetaria rappresentata dalla produzione di allevamenti industriali ecologicamente sgangherati.

Originale: The swine flu crisis lays bare the meat industry's monstrous power

Articolo originale pubblicato il 27/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 28, 2009

Gli Stati Uniti, l'Iran e il mercato dell'energia

Gli Stati Uniti promuovono l'Iran sul mercato dell'energia

di M. K. Bhadrakumar

La scorsa settimana l'amministrazione Barack Obama ha fatto la sua prima mossa nella geopolitica dell'Eurasia con la nomina di Richard Morningstar a inviato speciale per l'energia eurasiatica. Il brillante e straordinariamente efficace diplomatico dell'amministrazione Bill Clinton torna dunque alla sua specialità.

Curiosamente, malgrado i consistenti legami con Big Oil, le prestazioni dell'amministrazione George G. Bush nella sfera della politica energetica sono state mediocri, e il russo Vladimir Putin ha battuto gli Stati Uniti nel Caspio. Adesso entra in scena Morningstar. Durante l'amministrazione Bush è stato consigliere speciale sull'ex Unione Sovietica del presidente e del segretario di stato, consulente speciale sulla diplomazia energetica nel bacino del Caspio e ambasciatore all'Unione Europea. Ha avuto un ruolo cruciale nella promozione – in condizioni di assoluta inferiorità – dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che emerge come una conquista duratura della diplomazia energetica degli Stati Uniti nel periodo post-sovietico.

Mosca dovrebbe prendere nota del rientro in campo di un formidabile avversario. Con quell'esperienza nell'Unione Europea e nella diplomazia energetica nel Caspio, la nomina di Morningstar significa che Washington intende fare un altro tentativo con il progetto del gasdotto Nabucco. Per agire con decisione e per mettere in moto il progetto bisogna procurarsi i finanziamenti, assicurarsi le necessarie forniture di gas, neutralizzare le contromosse russe e garantirsi il sostegno europeo. Il progetto Nabucco potrebbe riscrivere le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea e consolidare la leadership transatlantica degli Stati Uniti. Il gasdotto lungo 3300 chilometri dal Caspio all'Austria attraverso la Turchia ridurrebbe la crescente dipendenza dell'Unione Europea dall'energia russa.

Nel 1998, in un importante discorso strategico, Morningstar disse: “L'obiettivo fondamentale della politica statunitense nel Caspio non è semplicemente quello di costruire gasdotti e oleodotti. Consiste piuttosto nell'usare quegli oleodotti e quei gasdotti, che devono essere validi sul piano commerciale, come strumenti per creare un quadro politico ed economico che rafforzi la cooperazione e la stabilità regionale e incoraggi le riforme per i prossimi decenni”.

Da allora la situazione è molto cambiata. Oggi la Russia sta risorgendo ed è molto diversa dal paese debole e traballante con cui aveva a che fare Morningstar negli anni Novanta. Neanche gli altri paesi produttori d'energia dello spazio post-sovietico – l'Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan e l'Uzbekistan – possono più essere presi sottogamba. Sanno come funziona il mercato, sono abili nella negoziazione e non si fanno intimidire dalla diplomazia internazionale. La Cina è apparsa all'orizzonte come attore geopolitico dagli istinti assassini e dagli impareggiabili muscoli finanziari. Anche l'Iran si appresta a scendere in campo, e la Turchia non segue più docilmente i desideri americani.

Grandi potenze europee come la Germania, l'Italia, i Paesi Bassi e l'Austria hanno estesi legami energetici con la Russia e sono poco inclini a veder tracciare linee di divisione tra Occidente e Oriente. Purtroppo c'è una totale disunione nei tentativi di formulare la politica estera europea. I paesi membri non confidano nella capacità dell'Unione Europea di proteggere i loro interessi e preferiscono invece iniziative nazionali bilaterali su questioni di sicurezza energetica. La crisi finanziaria ed economica scoraggia progetti dalla lunga gestazione e che necessitano di pesanti investimenti.

Inoltre Nabucco pone dei problemi. Come gasdotto che punta a trasportare il gas del Caspio verso l'Europa meridionale deve affrontare la forte rivalità del progetto South Stream voluto dalla Russia. Questa rivalità si è vista a Sofia, in Bulgaria, alla conferenza sul “Gas naturale per l'Europa” di venerdì, alla quale hanno presenziato 28 paesi europei, caspici e centro-asiatici, nonché Morningstar. La conferenza ha accuratamente evitato di appoggiare l'uno o l'altro progetto.

Inoltre c'è una triplice divisione tra i paesi europei riguardo a Nabucco. Né la Germania né l'Italia – che si sono assicurate rapporti energetici bilaterali con la Russia – sono inclini a fare ulteriori investimenti in progetti di diversificazione energetica, mentre i paesi della “Nuova Europa” vedono Nabucco come un modo per sottrarsi alla dipendenza dal gas russo. Nel frattempo gli Stati balcanici vogliono sia Nabucco che South Stream, dato che hanno l'occasione di intascare pesanti tariffe di transito. E la Turchia, che ambisce a diventare lo snodo energetico dell'Europa se Nabucco verrà realizzato, spera di usare questa carta per conquistarsi l'ingresso nell'Unione Europea, prospettiva invisa alla “Vecchia Europa”.

Un'altra spinosa questione è rappresentata dalla necessità di assicurarsi le riserve upstream per Nabucco. L'Azerbaigian, che è un potenziale fornitore per Nabucco, si è recentemente avvicinato a Mosca e ha firmato un contratto per fornire gas azero ai gasdotti russi. Morningstar dovrà persuadere Baku a tornare all'ovile. Ha contatti eccellenti a Baku, ma Baku ha una forte tendenza a compiacere Mosca.

I legami fraterni tra l'Azerbaigian e la Turchia recentemente si sono allentati a causa del riavvicinamento (incoraggiato da Washington) tra Turchia e Armenia. Baku ha avvertito che la prevista apertura della frontiera turco-armena “potrebbe provocare tensioni e sarebbe contraria agli interessi dell'Azerbaigian”. Conta sull'appoggio di Mosca per il ritiro delle truppe armene dalle regioni che circondano il Nagorno-Karabach, insistendo che la “normalizzazione delle relazioni turco-armene deve procedere parallelamente al ritiro delle truppe armene dalle terre occupate dell'Azerbaigian”.

Se Mosca riesce a ottenere un ritiro delle truppe armene il grande gioco caucasico muterà radicalmente. È significativo che durante la sua visita a Mosca del 17 aprile il Presidente azero Ilham Aliyev abbia detto di non vedere ostacoli a un contratto per la fornitura di gas alla maggiore compagnia energetica russa, Gazprom.

Senza il gas azero Nabucco potrebbe venir meno. Questo ha spinto gli Stati Uniti ad assicurarsi le riserve di gas del Turkmenistan. Non sorprende che Bruxelles e Washington si siano entusiasmate quando durante la conferenza sull'energia svoltasi giovedì ad Ašgabat il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov ha detto: “Oggi stiamo alla ricerca di condizioni che ci permettano di diversificare le rotte energetiche e di includere nuovi paesi e regioni nella geografia delle rotte... Una componente cruciale per assicurare l'affidabilità delle consegne energetiche internazionali è la diversificazione delle rotte, la creazione di un'infrastruttura ramificata per la consegna ai consumatori”.

Ma è troppo presto per festeggiare. Per citare Ana Jelenkovic, analista del think tank londinese con sede a Londra Eurasia Group, “Penso che molti europei e gli Stati Uniti stiano cercando di sfruttare quella che vedono come una flessione nelle relazioni tra la Russia e il Turkmenistan, ma io non mi affretterei a definirla una frattura geopolitica significativa”.

Gli Stati Uniti stanno in effetti studiando tutte le opzioni. Con una mossa sorprendente, durante l'incontro con i giornalisti dopo la conferenza di Sofia Morningstar ha parlato dell'Iran come di un potenziale fornitore di gas per Nabucco. “Ovviamente adesso ricevere gas dall'Iran crea delle difficoltà per gli Stati Uniti e per altri paesi coinvolti”, ha ammesso.

“Ci [gli Stati Uniti] siamo rivolti all'Iran, vogliamo dialogare con l'Iran, ma per ballare bisogna essere in due e speriamo che riceveremo dall'Iran riscontri positivi”, ha detto Morningstar. Avrebbe anche detto che Nabucco potrebbe benissimo esistere senza il gas iraniano, ma che gli Stati Uniti stanno realmente cercando di dialogare con Teheran. Era speranzoso sull'esito, dato che in caso di disgelo una possibile “carota” sarebbe lo sviluppo del settore energetico iraniano con tecnologia occidentale. Ha fatto capire che l'Iran è destinato a trarre enormi vantaggi dal profondo impegno dell'amministrazione Obama a favore della sicurezza energetica dell'Europa.

Fatto interessante, proprio mentre Morningstar parlava a Sofia, il delegato degli Stati Uniti alla conferenza di Ašgabat, il vice assistente del Segretario di Stato George Krol, nel suo discorso ha fatto un'altra proposta che coinvolge l'Iran. Ha detto che gli Stati Uniti restano aperti alla prospettiva di esportare gas dall'Asia Centrale verso l'Europa attraverso l'Iran, che confina a sud con il Turkmenistan. Il pubblico di Krol comprendeva delegati iraniani.

Evidentemente l'Iran aveva previsto l'inevitabilità di questo cambiamento di mentalità degli Stati Uniti. A febbraio aveva firmato una bozza d'accordo per lo sviluppo dei giganteschi giacimenti di gas di Yolotan-Osman, vicino al Turkmenistan orientale. L'Iran ha anche firmato un contratto per aumentare l'acquisto annuale di gas turkmeno a 10 miliardi di metri cubi, un quinto di quello che la Russia compra dal Turkmenistan. L'Iran ha anche discusso con la Turchia il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa attraverso il gasdotto Iran-Turchia già esistente. Gli Stati Uniti inizialmente si erano opposti alla cooperazione turca con l'Iran su questo fronte, ma ora c'è uno spostamento di paradigma, con Washington a promuovere proprio questa cooperazione e a premere perché il gas iraniano assicuri la sicurezza energetica degli alleati europei.

Sorge però un interrogativo a proposito del testa a testa tra gli Stati Uniti e la Cina, in gara per accedere al gas turkmeno (e iraniano). La Cina è prossima a completare un gasdotto attraverso il Kazakistan e l'Uzbekistan verso il Turkmenistan (che può anche essere esteso all'Iran) che permetterà di esportare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno entro i prossimi due anni. Pechino si dice fiduciosa sulla possibilità che i lavori sul gasdotto da 7000 chilometri terminino entro la fine di quest'anno. Il Turkmenistan ha promesso di fornire 40 miliardi di metri cubi di gas attraverso questo gasdotto.

Curiosamente, Morningstar ha adottato un atteggiamento differenziato con la Cina. Per quanto riguarda South Stream, ha espresso il proprio scontento senza mezze misure. Ha affermato con durezza: “Abbiamo dubbi su South Stream... Abbiamo dei gravi problemi”. Ma passando a parlare di Cina il suo atteggiamento è mutato completamente.

“Vogliamo sviluppare relazioni di collaborazione con tutti i paesi coinvolti”, ha detto Morningstar. “Viviamo un momento di crisi finanziaria che rappresenta davvero un problema per tutti noi. Non possiamo permetterci di litigare su questi argomenti e dobbiamo tentare di essere costruttivi e di di occuparci tutti insieme dei problemi comuni.

“La Cina è un paese con il quale ritengo che noi negli Stati Uniti vogliamo dialogare, a proposito di questioni energetiche. Non penso che sia una cattiva idea che la Cina sia coinvolta in Asia Centrale. Penso che questo sia d'aiuto ai paesi centroasiatici. Forse ci sono possibilità di cooperazione che riguardano le compagnie europee, le compagnie americane, i paesi europei, gli Stati Uniti – forse possiamo cooperare con la Cina in quella parte del mondo ed è un'occasione che dobbiamo almeno esplorare in quanto area di possibile cooperazione”.

A una sola settimana dall'inizio del suo nuovo incarico Morningstar ha già cominciato ad attaccare la volata. Ha delineato un ambizioso piano per la diplomazia energetica degli Stati Uniti nel Caspio che pone la sicurezza energetica europea sotto l'ala degli Stati Unitie punta a neutralizzare le conquiste russe nel Caspio risalenti all'era Bush. Ma vede positivamente le incursioni cinesi nell'Asia Centrale in quanto rispondono agli interessi geopolitici degli Stati Uniti di isolare la Russia e di stroncare le pretese di Mosca di considerare la regione come propria sfera di influenza.

Chiaramente Washington adotterà con l'Iran un approccio estremamente pragmatico. Sta segnalando la propria disponibilità a rinunciare alle sanzioni contro l'Iran e a promuovere invece l'Iran come rivale della Russia nel mercato europeo del gas sia come fornitore che come paese di transito per il gas centroasiatico. Pochi annali della storia diplomatica moderna eguaglierebbero il realismo degli Stati Uniti.

Washington spera dunque di ricostruire anche le relazioni USA-Iran. Teheran ha un disperato bisogno di modernizzare la sua industria energetica e di sviluppare il suo settore del gas naturale liquefatto, che fornisce lucrosissime opportunità di lavoro per le compagnie petrolifere hi-tech statunitensi. Non c'è dubbio che si tratti di una situazione favorevole sia a Washington che a Teheran.

Originale: US promotes Iran in energy market

Articolo originale pubblicato il 27/04/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Così parlò l'ingegnere

La trascrizione del discorso di Ahmadinejad e le traduzioni in inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco stanno qui.

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martedì, aprile 21, 2009

Sulla pianificazione delle violazioni israeliane a Gaza, ovvero la "dottrina Dahiyah"

Le violazioni commesse a Gaza dagli israeliani erano premeditate

di Daan Bauwens, IPS

TEL AVIV, 17 aprile (IPS) – Dopo la sbrigativa chiusura dell'indagine interna sulla cattiva condotta dei soldati israeliani durante l'assalto a Gaza, una breve rassegna delle dichiarazioni di ufficiali dell'esercito pubblicate mesi prima dell'inizio della guerra suggerisce che tale cattiva condotta non era casuale ma frutto di una precisa strategia.

L'indagine della Polizia Militare sulla cattiva condotta di soldati israeliani durante la guerra di Gaza è stata chiusa all'inizio di questo mese dopo soli 11 giorni. L'IDF, l'Esercito di difesa israeliano, è stato costretto ad aprire l'indagine dopo che il quotidiano israeliano Haaretz il 19 marzo ha pubblicato testimonianze di soldati israeliani in base alle quali le truppe avrebbero preso di mira volontariamente civili palestinesi inermi e compiuto intenzionalmente atti di vandalismo contro le loro proprietà.

Le singole testimonianze dei soldati sono state raccolte a un corso che si teneva all'accademia militare Rabin. I testimoni hanno rivelato che un'anziana è stata colpita intenzionalmente da una distanza di circa 90 metri, che un'altra donna e i suoi due bambini sono stati uccisi dopo che i soldati israeliani li avevano fatti uscire dalla loro casa attirandoli sulla linea di fuoco di un cecchino, e che i soldati avrebbero sgombrato le case sparando a vista su chiunque.

Uno dei soldati ha affermato che le disinvolte regole di ingaggio a volte equivalevano a un “assassinio a sangue freddo”.

In un comunicato stampa diffuso il 30 marzo, l'Avvocato Militare Generale di Brigata Avichai Mendelblit ha liquidato i racconti dei soldati sulla presunta cattiva condotta e sulle gravi violazioni delle regole di ingaggio dell'esercito definendoli “dicerie e non esperienze di prima mano”.

Le organizzazioni dei diritti umani B'Tselem, Yesh Din e Medici per i Diritti Umani hanno risposto con un comunicato congiunto affermando che “la chiusura sbrigativa dell'indagine fa sospettare che l'apertura stessa del caso costituisse semplicemente un tentativo dell'esercito di lavarsi le mani della responsabilità per ogni azione illegale commessa durante l'Operazione Piombo Fuso”.

Secondo il comunicato reso pubblico dalle organizzazioni israeliane dei diritti umani, l'indagine interna ha trascurato le “accuse in base alle quali diversi ordini impartiti durante le operazioni militari erano illegali”. E, inoltre, “il Dipartimento Indagini Criminali della Polizia Miliare ha deciso di concentrarsi sui singoli soldati, scelta né efficace né affidabile”.

In altre parole, concentrandosi sulla cattiva condotta di singoli soldati la Polizia Militare si è attenuta alla linea adottata dall'ex ministro della Difesa Ehud Barak secondo cui l'IDF avrebbe agito secondo “i più alti criteri morali ed etici”. Barak ha espresso questi commenti in un'intervista radiofonica dopo la pubblicazione delle testimonianze.

“La risposta ai razzi Qassam è stata sproporzionata e le testimonianze dei soldati non fanno che dimostrare quanto brutale fosse la situazione sul campo”, ha dichiarato all'IPS l'esperta legale Valentina Azarov. Azarov lavora per HaMoked, il Centro per la Difesa dell'Individuo, un'associazione dei diritti umani con sede a Gerusalemme Est.

“Le operazioni facevano parte della strategia militare chiamata 'dottrina Dahiyah', che consiste in uccisioni indiscriminate e nell'uso di una forza eccessiva e sproporzionata”, ha detto Azarov, specificando che questa era la sua opinione personale.

Azarov ha indicato però varie fonti e articoli che dimostrano come l'Esercito di difesa israeliano stesse mettendo a punto una nuova strategia militare, ispirata al bombardamento di Dahiyah, il quartiere residenziale sciita di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah durante la seconda guerra del Libano nel 2006.

Una descrizione della dottrina è apparsa per la prima volta in un'intervista con il capo del Comando Settentrionale Gadi Eizencout pubblicata sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth il 3 ottobre 2008.

Nell'intervista Eizencout conferma la volontà dell'esercito israeliano di applicare una strategia militare basata sull'esibizione di forza e l'attacco indiscriminato contro civili e siti non militari. “Quello che è accaduto al quartiere Dahiyah a Beirut nel 2006 accadrà a ogni villaggio che lancerà razzi contro Israele. Applicheremo una forza sproporzionata e infliggeremo enormi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista questi non sono villaggi civili ma basi militari... la prossima guerra dovrà essere decisa rapidamente, aggressivamente e senza cercare l'approvazione internazionale”.

E ancora: “questa non è una raccomandazione, è un piano ed è già stato approvato”.

Questa dottrina militare fu in seguito confermata da due altri strateghi. Il Colonnello Gabriel scrisse un rapporto pubblicato il 2 ottobre 2008 dal think tank militare indipendente, l'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, in cui diceva: “Con uno scoppio delle ostilità l'IDF dovrà agire prontamente, in maniera decisiva e con una forza sproporzionata alle azioni del nemico e alla minaccia che esso rappresenta. Una tale risposta mira a infliggere danni e a somministrare una punizione di proporzioni tali da rendere necessari lunghi e dispendiosi processi di ricostruzione”.

Un altro rapporto dell'INSS, scritto dal Generale Maggiore Giora Eiland, si spinge oltre. Eiland afferma che durante la seconda guerra del Libano Israele stava combattendo contro il nemico sbagliato (Hezbollah), e che nella prossima guerra avrebbe dovuto prendere di mira il governo e le infrastrutture civili.

In un articolo su Ynet, influente sito di informazione israeliano, il Generale Maggiore Eiland afferma: “L'unico aspetto positivo dell'ultimo conflitto è stato il relativo danno causato alla popolazione del Libano. La distruzione di migliaia di case di 'innocenti' ha permesso a Israele di conservare un po' del suo potere deterrente”.

“Emerge che non c'era la volontà di conformarsi ai principi basilari del diritto umanitario internazionale, come il principio della distinzione o l'obbligo di usare le giuste precauzioni prima di lanciare un attacco”, dice Azarov. “Le testimonianze dei soldati esemplificano inequivocabilmente il fatto che era questo l'obiettivo primario di tutta la guerra; era sistematico e basato su decisioni strategiche, e sarebbe dunque estremamente difficile giustificare l'affermazione secondo la quale certe azioni sono state frutto del caso”.

Alcuni articoli pubblicati da Haaretz pochi giorni dopo l'inizio della guerra avevano già rivelato come la Divisione per il Diritto Internazionale dell'IDF avesse imbrigliato la legislazione per colpire legittimamente i civili palestinesi. Il rapporto rivelava che il piano di bombardare la cerimonia di chiusura di un corso di polizia era stato oggetto di discussioni interne mesi prima dell'inizio della guerra.

I difensori dei diritti umani israeliani stanno rinnovando la richiesta di un'indagine indipendente ed esaustiva sul modo in cui l'Esercito israeliano ha gestito il conflitto. “Non crediamo che l'esercito sia in grado di indagare su se stesso”, ha detto all'IPS Melanie Takefman, portavoce dell'Associazione per i Diritti Civili in Israele. “È evidente che c'è stato un uso sproporzionato della forza e crediamo che su questo si debba indagare, visto che viviamo in una società trasparente e democratica”.

Originale: MIDEAST: 'Israelis Prepared for Violations'


Articolo originale pubblicato il 17/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, aprile 20, 2009

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

[Per i turisti virtuali del Pipelineistan].

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

di
M. K. Bhadrakumar

La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali – la Russia e l'Occidente – stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie.

Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao martedì scorso.

La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina.

Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde.

Nel suo ultimo rapporto regionale, il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato una dura previsione economica per l'Asia Centrale. L'FMI prevede che la crescita economica, che era al 12% nel 2007 e al 6% nel 2008, rallenterà per giungere sotto il 2% nel 2009 con l'instaurarsi di una “grande recessione”. Un alto rappresentante dell'FMI ha detto: “Fino a poco tempo fa la regione era inondata dai proventi dell'esportazione delle materie prime, dagli afflussi di capitale e dalle rimesse. Ciò ha portato a significativi guadagni economici negli ultimi anni con un PIL [prodotto interno lordo] pro capite in crescita impressionante”.

Tuttavia la situazione sta peggiorando. Il punto è che gli esportatori di gas e petrolio sono gravemente colpiti dal calo della domanda globale e dalla brusca caduta dei prezzi. Nello stesso tempo, i paesi dell'Asia Centrale patiscono duramente le conseguenze delle restrizioni finanziarie dei mercati finanziari internazionali, che si traducono nel difficile ottenimento di capitali stranieri.

Durante un vertice della Comunità Economica Eurasiatica tenutosi a Mosca a febbraio, la Russia ha avviato la creazione di un fondo di salvataggio di 10 miliardi di dollari finanziato dalla Russia e dal Kazakistan per aiutare le economie degli stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Ma la capacità della Russia e del Kazakistan di svolgere questo ruolo è messa gravemente in dubbio. Febbraio sembra già molto lontano ora che la crisi in Russia e in Kazakistan si è aggravata.

Le cifre riportate alla fine di marzo dall'ente statistico russo Rosstat suggeriscono chiaramente che l'economia è nei guai. A febbraio la produzione di servizi e prodotti essenziali è calata dell'11,6% mentre i proventi delle esportazioni – il cui grosso è costituito dalle esportazioni di gas e petrolio – hanno registrato un crollo del 40%. La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del 4,5% dell'economia nel 2009 e tempi di ripresa lenti. La Russia ha già impegnato 85 miliardi di dollari in tentativi di stabilizzazione.

La crisi della Russia è direttamente collegata con il netto calo dei proventi delle esportazioni di gas e petrolio. Il colosso energetico Gazprom ha rivisto recentemente la sue previsioni sui prezzi per l'esportazione del gas verso l'Europa a 257,9 dollari per mille metri cubi di gas. Nel 2008 il prezzo stava a 409 dollari per mille metri cubi. Il quotidiano russo Vedomosti stima che a un prezzo medio di 260 dollari per mille metri cubi i proventi della Russia per le esportazioni di gas quest'anno saranno di 44 miliardi contro i 73 dell'anno scorso.

Il quotidiano finanziario Kommersant ha riferito che con il calo della domanda di gas russo Gazprom si ritroverà con un problema di liquidità, il che a sua volta potrebbe colpire duramente il programma di investimenti di cui la Russia ha estremo bisogno per la prospezione di nuovi giacimenti di gas.

I maggiori giacimenti di gas dell'epoca sovietica hanno ormai fatto il loro tempo. Mosca si aspetta di riuscire a rimediare al crollo della produzione con lo sviluppo di nuovi giganteschi giacimenti. I giacimenti di Bovanenkovskoe sulla Penisola Jamal avrebbero dovuto cominciare a produrre gas entro il 2011, e Štokman entro il 2015. Ma la crisi finanziaria a Ovest influenza i nuovi investimenti.

Nel frattempo si prevede che la produzione di gas di Gazprom cali a 510 miliardi di metri cubi nel 2009 dai 550 del 2008. Dunque Gazprom potrebbe essere costretta a limitare le sue esportazioni a 170 miliardi di metri cubi nel 2009, rispetto ai 179 dello scorso anno. La caduta della produzione di gas della Russia sembra verificarsi prima del previsto.

Dunque per la Russia è aumentata l'importanza dell'Asia Centrale come fonte di energia a buon prezzo. Attualmente Gazprom sta comprando circa 50 miliardi di metri cubi di gas dal Turkmenistan, 15 dal Kazakistan e 7 dall'Uzbekistan. Lo scorso anno i produttori centroasiatici hanno inciso per circa il 14% sulla produzione totale di Gazprom. Tuttavia i produttori dell'Asia Centrale devono avere ormai capito che la Russia non ha le risorse finanziarie per onorare i propri impegni nel settore della cooperazione energetica.

Alla fine di marzo, quando il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha visitato Mosca, ci si aspettava che i colloqui avrebbero portato all'avvio dell'espansione del cosiddetto gasdotto Prikaspijskij, concordata più di due anni fa. Il progetto è fondamentale perché la Russia acquisti più gas dal Turkmenistan. Comporta l'espansione del gasdotto d'epoca sovietica lungo la costa orientale del Mar Caspio via Kazakistan verso la Russia. Ma Berdymukhamedov ha esitato.

Pechino deve aver tenuto conto delle nuove circostanze quando il 17 febbraio ha firmato un inaudito accordo “petrolio in cambio di prestiti” con la Russia. In base all'accordo la Banca cinese per lo Sviluppo presterà 25 miliardi di dollari a un tasso di interesse annuale del 6% alla compagnia statale russa Rosneft e al monopolio degli oleodotti Transneft. In cambio la Cina riceverà dalla Russia circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno a partire dal 2011 per la durata di 20 anni. Il volume totale delle forniture petrolifere russe previste da questo accordo costituisce circa il 4% dell'attuale consumo cinese di petrolio e circa l'8% delle attuali importazioni della Cina. Rosneft riceverà 15 miliardi di dollari.

Transneft riceverà i restanti 10 miliardi in cambio della costruzione del ramo cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO) da Skovorodino nella Siberia orientale allo snodo petrolchimico cinese di Daqing. La Cina aveva già finanziato lo studio di fattibilità del progetto, costato 37 milioni di dollari.

Si prevede che la prima fase dell'ESPO avrà una capacità di 30 milioni di tonnellate l'anno e la seconda fase una capacità di 80 milioni di tonnellate. Transneft dovrebbe completare la prima fase (Tajšet-Skovorodino) entro la fine di quest'anno e cominciare la costruzione della seconda fase (Skovorodino-Kazimo) a dicembre. L'intero progetto sarà completato entro la fine del 2010.

Chiaramente il prestito cinese è una boccata d'aria per le due compagnie energetiche russe, consentendo loro di realizzare i loro prestiti di rifinanziamento nel 2009 e di continuare con le loro spese in conto capitale. Il prestito va anche in una certa misura a compensare la fuga di capitali occidentali dalla Russia. Indubbiamente la Cina ha fatto una mossa intelligente.

Uno, è sempre cosa saggia assicurarsi forniture energetiche a lungo termine. Due, il prezzo del petrolio russo sarà decisamente più basso dei prezzi sul mercato a pronti, dove la Cina attualmente acquista il grosso delle sue importazioni. Tre, la Cina è riuscita a convincere la Russia a fornirle petrolio con un oleodotto a destinazione unica verso la Cina. Quattro, la Cina riduce la propria dipendenza dal petrolio mediorientale. Cinque, la Cina sta riducendo anche la propria dipendenza dalla rotta di trasporto che attraversa lo Stretto di Malacca.

Ma soprattutto la Cina ha persuaso Mosca a impegnare quantità significative del suo petrolio lontano dal suo tradizionale mercato europeo. Mosca ha spesso alluso alla prospettiva di una diversificazione del mercato asiatico, ma continuava a fissarsi sul mercato occidentale. Quell'atteggiamento sta cambiando. Inoltre la Cina potrebbe avere finalmente galvanizzato un programma completo di cooperazione energetica con la Russia. La cooperazione energetica sino-russa aveva mostrato di recente segni di stanchezza dopo gli inizi promettenti registrati durante la storica visita in Cina dell'allora presidente russo Vladimir Putin nel marzo del 2006.

Putin, ora primo ministro, aveva proposto di esportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto dell'Altai, lungo 6700 chilometri e costato 10 miliardi di dollari. Ma da allora su questo fronte non si è mosso praticamente nulla, con la scusa delle divergenze su un prezzo del gas reciprocamente vantaggioso, mentre Mosca è rimasta concentrata sul mercato europeo. Questo atteggiamento sta cambiando.

A febbraio il Cremlino ha deciso di risuscitare il progetto dell'Altai quando il Presidente Dmitrij Medvedev ha scritto al Presidente cinese Hu Jintao offrendogli la completa cooperazione in progetti energetici bilaterali. Gazprom ha da allora mostrato interesse per la creazione di una joint venture per il commercio del gas con la Corporazione Petrolifera Nazionale cinese: collaborazione che permetterebbe alla compagnia russa di partecipare alle vendite del gas al dettaglio sul mercato cinese in cambio di prezzi favorevoli.

Anche il Kazakistan, il principale produttore di energia dell'Asia Centrale, si trova a dover affrontare una crisi finanziaria simile a quella russa. Il Primo Ministro kazako Karim Masimov lo ha recentemente sottolineato paragonando la crisi a una situazione in tempo di guerra, che necessita di una risposta sul piede di guerra. Non stava esagerando.

Con il crollo del prezzo del petrolio a 50 dollari al barile rispetto ai 150 dello scorso luglio, c'è una grave stretta delle risorse. Inoltre il Kazakistan ha motivo di temere che la crisi possa andare per le lunghe. Certo, il paese sta spendendo quasi 15 miliardi o il 14% del suo PIL in pacchetti di stimolo. Ma il governo ha comunque cominciato a tagliare posti di lavoro nelle imprese statali. Si è posto il veto alle nuove assunzioni. Le speranze iniziali che i nuovi progetti per le infrastrutture potessero mantenere stabili i salari sono sfumate. La disoccupazione è in crescita, e questo è motivo di grande preoccupazione politica.

È in questo contesto che la Cina ha risposto alla richiesta d'aiuto del Kazakistan. Martedì, durante una visita di cinque giorni (15-19 aprile) di Nazarbayev, a Pechino sono stati firmati due accordi per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in cambio del diritto, tra le altre cose, a una grossa partecipazione nel settore energetico del paese centroasiatico. L'Eximbank cinese presterà alla Banca statale per lo Sviluppo del Kazakistan 5 miliardi di dollari. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese presterà a sua volta 5 miliardi di dollari a KazMunaiGas, la compagnia petrolifera nazionale.

Le due compagnie petrolifere hanno anche firmato un accordo separato che dà alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese una quota del 49% in MangistauMunaiGas (MMG), un produttore petrolifero locale. (Il Kazakistan e la Cina hanno anche firmato un accordo preliminare per costruire una “via di trasporto su strada” che colleghi la Cina occidentale all'Europa. Altri accordi prevedono schemi di cooperazione nei settori dell'agricoltura, dell'istruzione, delle finanze e delle telecomunicazioni).

La intenzioni di Pechino sono assolutamente trasparenti: la Cina attingerà ai 1950 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare diritti di prospezione in Asia Centrale, ovunque siano disponibili. Nazarbayev ha dichiarato all'agenzia d'informazione Xinhua alla vigilia della sua partenza per la Cina che il ruolo della Cina ha un'importanza globale. Il suo enorme mercato, le abbondanti riserve di valuta estera e l'“efficace risposta alla crisi” costituiscono un “sostegno enorme alla ripresa economica mondiale”, ha detto.

Il Kazakistan, inoltre, è una destinazione sicura per gli investimenti. Possiede più del 3% delle riserve di petrolio accertate del mondo. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, ha ricevuto 21 miliardi di dollari in investimenti per la prospezione e la produzione. L'aspetto interessante è che la Cina si avvia all'acquisto di MMG, sconfiggendo la Gazprom russa e l'ONGC (Oil and Natural Gas Commission, Commissione per il Petrolio e il Gas Naturale) indiana, entrambe compagnie statali. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese ha vinto offrendo il pacchetto di investimenti da 10 miliardi che né la Russia né l'India potevano eguagliare. La Cina ha evidentemente adottato una visione a lungo termine. MMG ha riserve di greggio stimate in 1,32 miliardi barili e ha anche una quota del 58% nella raffineria petrolifera di Pavlodar, oltre a gestire una catena di stazioni di servizio.

La Cina non è un nuovo investitore nel settore energetico kazako. Possiede già Aktobemunaigas, che produce 120.000 barili di petrolio al giorno, e il 67% di PetroKazakhstan, che ne produce 150.000. È anche socio alla pari, insieme alla compagnia petrolifera statale kazaka KazMunaiGas, dell'oleodotto da 200.000 barili al giorno dal Caspio al confine con lo Xinjiang.

Nel frattempo sono in programma i lavori sul progetto di un gasdotto dal Turkmenistan alla Cina via Uzbekistan. La Cina lo sta finanziando. La tratta turkmena del gasdotto è lunga 188 chilometri e sarà completata entro la fine del 2009. In Kazakistan e Uzbekistan sono già stati posati più di 1200 chilometri di gasdotto.

Non dovrebbe sorprendere che Pechino ora ricorra al proprio potere finanziario per far sì che il gasdotto consegni in maniera ottimale il gas al confine occidentale della Cina. Di fatto le forniture del gas alla Cina attraverso il nuovo gasdotto comporteranno un'importante diversificazione delle esportazioni di gas della regione centroasiatica, allontanandole dalla Russia e dall'Europa.

Originale: Cash-rich China courts the Caspian

Articolo originale pubblicato il 18/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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