venerdì, gennaio 08, 2010

Bolaño in Messico

Bolaño in Messico

di Carmen Boullosa

Quando misi piede sulla scena letteraria di Città del Messico, tenendo stretto il mio primo fascio di versi e sperando di scriverne molti altri, mi fu subito chiaro che i giovani poeti avevano già tracciato le linee di combattimento. Era il 1974; gli anni d'oro della città stavano per concludersi.

Ero arrivata troppo tardi. Tutto quello che contava sembrava essere finito nel 1968. Avevo vissuto il '68 solo per interposta persona, grazie ai racconti di mia madre che rincasava tutti i giorni dall'università con notizie e volantini. Adesso tutti i bar degli studenti erano stati chiusi in seguito al massacro di Tlatelolco. Alla tragedia pubblica se ne aggiunse poi una privata: nel 1969 mia madre morì, mio padre sposò una matrigna che sembrava uscita dalle favole dei fratelli Grimm, io fui gettata fuori di casa e costretta a cavarmela da sola. Mi ritrovai a cantare in un gruppo pop per guadagnare pochi pesos in un bar nella vicina città di Toluca, fui assunta dall'Ambasciata degli Stati Uniti come hostess in una fiera del bestiame, un'estate diedi lezioni private d'arte a bambini; insegnai in una scuola superiore per ragazzi privilegiati che avevano quasi la mia età. Per me erano tutte esperienze dolorose, fonti di ansia e disagio. Fu allora che morì in un incidente mia sorella, più giovane di me, portandosi via la poca serenità e la scarsa fiducia in me stessa che mi restavano. Per tutto quel tempo scrissi poesie, in maniera compulsiva; sentivo che erano l'unico spazio in cui sarei stata in grado di sopravvivere.

Benché stessi per compiere vent'anni, mi consideravo già molto vecchia. Non mi ero ancora creata una cerchia di amiche, quelle scrittrici e artiste che sarebbero state il mio rifugio, la mia gioia, il mio gruppo. Gli scrittori della mia generazione avevano per la maggior parte cominciato a pubblicare molto giovani; dal mio punto di vista erano tutti saggi e sicuri di sé, e sapevano da quale parte del campo di battaglia si trovavano. A me non avrebbe potuto importare di meno.

Mi iscrissi all'università pubblica. Nei corridoi della facoltà di lettere e filosofia si aggirava un'esule poetessa uruguaiana di nome Alcira, che era uscita di senno dopo aver passato più di dieci giorni nascosta nei bagni della facoltà quando il campus era stato occupato dall'esercito nel 1968. Alcira sarebbe diventata Auxilio Lacouture, uno dei personaggi dei Detective selvaggi di Roberto Bolaño – “un poliziesco, ma anche un roman-fleuve e un Bildungsroman” secondo la definizione dell'autore. Lacouture è anche la protagonista e la voce narrante di un altro romanzo di Bolaño, Amuleto.

Quei corridoi universitari erano frequentati anche dai poeti della mia generazione, schierati con preesistenti formazioni contrapposte. Gli uni ammiravano il poeta popolare Efraín Huerta, celebre per le sue “minipoesie” dense di sfrontato umorismo. Gli altri guardavano a una raffinata rivista, “Plural”, pubblicata dall'intellettuale cosmopolita e futuro premio Nobel Octavio Paz e curata da un notevole gruppo di scrittori che comprendeva Juan García Ponce, Salvador Elizondo, José de la Colina, Alejandro Rossi e il poeta Tomás Segovia.

Era una contrapposizione tra scafati ed esteti, benché nessuno dei due gruppi corrispondesse esattamente alla rispettiva etichetta. Paz e Huerta venivano dalla stessa tradizione letteraria messicana: entrambi nati nel 1914, erano della generazione di Juan Rulfo. Da giovani, alla fine degli anni Trenta, avevano curato insieme la rivista “Taller”. Ma negli anni si erano allontanati, tra loro erano sorte divergenze letterarie e politiche. Paz aveva denunciato il comunismo e aveva rotto con la Rivoluzione cubana. Efraín no. La gente di Paz diceva che gli Efrainiti erano stalinisti. Gli Efrainiti chiamavano gli Octaviani reazionari. Nessuna delle due definizioni era del tutto esatta. Le loro divergenze e affinità erano al contempo più e meno complesse di quanto gli insulti potessero far pensare.

I giovani Efrainiti giravano la città a piedi o in autobus; erano iconoclasti, frequentavano laboratori di scrittura; nelle librerie sfogliavano, leggevano e rubavano; portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e calzavano sandali huarache con le suole di copertone; pubblicavano qua e là e passavano ore nei bar del centro, soprattutto il Café La Habana, e in sordidi locali. I giovani Octaviani si criticavano furiosamente a vicenda negli stessi bar frequentati dagli Efrainiti; compravano o rubavano libri, portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e quasi sempre calzavano sandali; giravano a piedi, o in autobus, o in auto; e pubblicavano nei supplementi letterari e nelle riviste degli Octaviani.

Alcuni Efrainiti erano rissosi, ed erano soliti presentarsi agli eventi letterari per deridere i partecipanti, emettere giudizi e insomma creare il caos. I poeti di quest'ultimo gruppo (i protagonisti dei Detective selvaggi) si facevano chiamare Infrarealisti ed erano guidati da Bolaño, che nel 1976 scrisse e fu l'unico firmatario del Manifesto infrarealista, la cui irriverenza e spavalderia sono degne dei Surrealisti:

Un nuovo lirismo, che in America Latina sta cominciando a crescere, a sostentarsi in modi che non cessano di meravigliarci [...] La tenerezza come un esercizio di velocità. Respirazione e calore. Esperienza a briglia sciolta, strutture che vanno divorandosi da sole, contraddizioni pazze.

Per Bolaño, che era nato in Cile ma era in parte cresciuto in Messico, l'Infrarealismo era una variante locale di Dada. Paz era prodigo di elogi per le avanguardie che tanto amavano i Manifesti, ed era stato a sua volta vicino ai Surrealisti. Ma gli Octaviani e gli Efrainiti si consideravano nemici inconciliabili. Di fatto erano rami dello stesso albero. Il Manifesto infrarealista avrebbe potuto essere scritto da Vicente Huidobro (1893-1948), che Paz e Huerta avevano entrambi ammirato fin dalla giovinezza: un cileno, come Bolaño, e probabilmente il più grande creatore di “ismi” letterari avanguardisti.

Gli Efrainiti (Infrarealisti compresi) e gli Octaviani combattevano una guerra fatta di affronti e rancori. Non mancavano i dissidenti, da entrambe le parti. Bolaño, amico e ammiratore di Huerta, nel corso di varie interviste disse che tra loro c'erano “grandi divergenze politiche”, il che non dovrebbe sorprendere, visto che Bolaño era stato trotzkista.

Per quanto ne so io, c'erano solo due persone che intrattenevano rapporti amichevoli sia con gli Octaviani che con gli Efrainiti (e con Bolaño in particolare): tra i poeti, Verónica Volkow, la bisnipote di Trotzky; tra gli editori, Juan Pascoe, che dirigeva una piccola tipografia chiamata Taller Martín Pescador (il nome fu un'idea di Bolaño). Pascoe pubblicò il primo libro di Bolaño (Reinventar el amor, 1976) e il mio (La memoria vacía, 1978): raffinate edizioni a tiratura limitata, libretti stampati usando caratteri mobili e una pressa a mano, con la quale furono pubblicati anche i primi volumi di Volkow, José Luis Rivas, Francisco Segovia e altri poeti della nostra generazione.

Nel suo Manifesto infrarealista Bolaño scriveva:

I borghesi e i piccoli borghesi passano da una festa all'altra. Ce n'è una ogni fine settimana. Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine.

Bolaño aveva ragione, letteralmente, a proposito delle feste (ma fortunatamente la profezia giacobina non si realizzò). Il mondo letterario era piccolo e coeso, e noi passavamo davvero da una festa all'altra, se si contano tutti i reading, le conferenze, le inaugurazioni e gli incontri nei caffè. Ci vedevamo sempre. Ricorderò cinque di queste feste, svoltesi tra il 1973 e il 1976:

La prima fu la presentazione di un libro di Efraín Huerta, pubblicato da Juan Pascoe. La grande casa di Pascoe nel quartiere di Mixcoac era piena di gente. Gli Efrainiti cantavano, o meglio abbaiavano, rancheras e boleros. Gli Infrarealisti stavano in piedi accanto al “barile di pulque che avevamo comprato e ai venticinque chili di formaggio mennonita che avevamo trascinato fin lì dal mercato di La Merced”. Cito il nostro editore e ospite, perché io non c'ero.

La seconda fu la presentazione di un libro di Octavio Paz, pubblicato anch'esso da Pascoe. Era presente una folta schiera di Octaviani. La casa di Pascoe era piena del brusio delle conversazioni. Invece del pulque si bevevano toritos: alcol a 96° con latte di riso o (per i suicidi) latte di arachidi. Vidi con i miei occhi un gruppo di Infrarealisti (missione: sabotaggio) gettare il contenuto di un bicchiere addosso a Paz (che portava una giacca molto elegante), il quale si limitò a scrollare la cravatta e continuò a conversare sorridendo, come se nulla fosse stato.

La terza festa si svolse all'inaugurazione di una mostra di Basia Batorska, moglie del poeta e saggista Gabriel Zaíd (Zarco nei Detective Selvaggi), compagno di strada di Paz, considerato ora come allora uno dei nostri pensatori più taglienti. Negli anni Settanta Zaíd raccolse i versi di centinaia tra i giovani poeti messicani. Sono sicura che gli Infrarealisti non fossero presenti a quella festa, perché non ci furono incidenti. Come gli altri giovani poeti, per l'occasione mi misi le scarpe; ma non ci tagliammo i capelli e avevamo le nostre inseparabili borse a tracolla. Fu allora che incontrai Octavio Paz e chiacchierai con lui. Avevo appena pubblicato la mia prima poesia su un supplemento letterario “professionale”, e lui la commentò in termini molto favorevoli. Ovviamente io ero al settimo cielo. Mi invitò a casa sua. L'appartamento (al quale decisi di risparmiare i miei sandali huarache) era splendido, elegante, pieno di opere d'arte messicane e indiane, straordinari dipinti e di libri. Una casa raffinata, luminosissima: la casa di un poeta che era stato ambasciatore. Paz aveva dei modi estremamente affascinanti ed era un conversatore impareggiabile.

Dato che non sono mai stata a casa di Efraín Huerta (che aveva invece visto molti sandali con la suola di copertone), mi affiderò alla descrizione fatta da Juan Pascoe di un angolo di quella residenza: “C'erano ritagli stampa attaccati alle parete, presi da diversi articoli, decontestualizzati, con il titolo: 'Octavio Paz ha ucciso la sua mamma'; c'era una foto del romanziere cubano Alejo Carpentier, una del poeta sandinista Ernesto Cardenal, una piccola bandiera cubana, variazioni estetiche sulla falce e il martello”.

Non sono stata neanche alla quarta festa, e dunque cito nuovamente la descrizione fatta dal nostro editore dell'inaugurazione ufficiale del gruppo infrarealista guidato da Bolaño. Rivolgendosi a un pubblico di quaranta persone, Roberto espose le ragioni del suo odio per Paz: “i suoi crimini odiosi al servizio del fascismo internazionale, i mostruosi piccoli mucchi di parole che ridicolmente chiama 'poesie', i suoi insulti abietti all'intelligenza latinoamericana, la pessima imitazione di una 'rivista letteraria' che puzza di vomito e va nota con il nome di 'Plural'.

La quinta festa si svolse a San Ildefonso. Paz e Huerta lessero entrambi delle poesie. Fu un'occasione storica. Non appena Paz cominciò a leggere, i sabotatori efrainiti – o forse solo gli Infrarealisti – cominciarono a fischiarlo. Huerta, che era stato sottoposto a una laringectomia, si alzò in piedi e a gesti richiamò all'ordine le sue truppe, chiedendo silenzio e rispetto. Lasciarono che Paz continuasse a leggere indisturbato.

Non sono sicura che Bolaño fosse presente a quel reading, perché mi tenevo a distanza dai suoi. Mi spaventavano. Quando tenni il mio primo reading poetico – una condizione della ricca borsa di studio Salvador Novo per poeti sotto i 21 anni, la stessa vinta in Amuleto da Ernesto San Epifanio, che nella realtà era Darío Galicia – ci fu una grande festa, e io la sera prima non riuscii ad addormentarmi, preoccupata com'ero che gli “Infra” potessero sabotarla. Proprio come temevo, si presentarono e fischiarono a volontà. Ma mi risparmiarono, forse grazie a Galicia, che aveva vinto la borsa di studio l'anno precedente ed era mio amico.

Ero troppo impegnata a combattere contro i miei demoni per scontrarmi pubblicamente con gli Infrarealisti. Per me, tutto era una lotta. E poi avevo letto le poesie di Bolaño stampate da Pascoe, e le rispettavo.

Era un bel momento per vivere a Città del Messico, che all'epoca era un posto bellissimo. A seconda dei gusti si poteva entrare in contatto con Paz o Huerta, Luis Rius, Juan José Arreola, Luis Cardoza y Aragón, Tito Monterroso, Juan Rulfo o Salvador Elizondo – per non parlare di García Márquez e Álvaro Mutis, che avevano vissuto nella nostra città per qualche tempo. L'autore di Amuleto ne era ben consapevole. La galleria di autori latinoamericani era vasta e accessibile. Negli anni Settanta un'ondata di esuli provenienti dal Sud portò nuovi stimoli. Io tenevo gli occhi il più possibile aperti, e di tanto in tanto nei caffè, nelle librerie e nelle gallerie mi imbattevo nelle Leggende. Non avevo più una casa: queste persone sarebbero diventate la mia nuova famiglia.

Bolaño lasciò il Messico nel 1977. Con quello che aveva guadagnato pubblicando due articoli acquistò un biglietto per l'Europa, dove lavorò come “lavapiatti, cameriere, guardiano notturno, netturbino, scaricatore di porto e vendemmiatore”. Perché lasciò una città meravigliosa dove avrebbe potuto guadagnarsi da vivere scrivendo?

Forse, come disse in un'intervista, era quello che voleva:

Vivere al di fuori della letteratura. In Messico facevo una vita molto letteraria. Ero circondato da scrittori e mi muovevo in un mondo in cui tutti erano scrittori o artisti. E a Barcellona cominciai a muovermi in un mondo privo di scrittori. Avevo alcuni amici scrittori, ma a poco a poco me ne feci altri. Feci tutti i tipi di lavori, naturalmente... E lo trovavo meraviglioso.

Oppure seguiva i dettami del suo Manifesto infrarealista?

Il rischio è sempre altrove. Il vero poeta è quello che lascia sempre se stesso alle spalle. Mai troppo a lungo nello stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo, come gli occhi bianchi degli ergastolani. […] Lasciare tutto, ancora una volta. Rimettersi in cammino.

Se ne andò lasciando se stesso alle spalle, perché già allora era una figura di primo piano del nostro mondo letterario.

Se ne andò prima che potessi conoscerlo. In seguito, quando imparai a reggermi sulle mie gambe e mi liberai del terribile fardello della giovinezza, vissi con un eminente Efrainita: Alejandro Aura, padre dei miei due figli. Per Paz fu difficile perdonarmelo. Mario Santiago (Ulises Lima, il poeta infrarealista che appare in diverse opere di Bolaño) veniva spesso a trovarci, con libretti editi in proprio che contenevano le sue nuove poesie, e beveva quantità allarmanti di alcol, come un vero Efrainita.

Alcuni anni dopo, quando ebbi pubblicato i miei primi due volumi di poesie e i miei primi due romanzi, un giornalista che conduceva una specie di inchiesta mi chiese da che parte stessi: con Huerta o con Paz? Risposi che stavo con Ramón López Velarde, morto alla fine della Rivoluzione Messicana: uno dei preferiti di Bolaño, un poeta riverito sia da Paz – che ne scrisse diffusamente – sia da Huerta.

Paz o Huerta, era questo il problema. Non riflettevamo mai se fossimo pro o contro il “realismo magico”. C'erano molte stelle nel nostro firmamento letterario dei primi anni Settanta, e la maggior parte di esse – Julio Cortázar, José Donoso, Jorge Ibargüengoitia e lo stesso García Márquez – sperimentava una grande varietà di generi: il realismo e il giornalismo così come la letteratura fantastica. Eppure tra i prosatori c'era una divisione che ricordava la contrapposizione tra Octaviani ed Efrainiti. Da una parte c'erano quelli che ammiravano La Onda, un movimento letterario realista che rappresentava la variante messicana dei Beats, un gruppo di giovani romanzieri urbani la cui prosa era l'equivalente della poesia efrainita. Dall'altra parte c'erano quelli che si consideravano gli eredi di Juan José Arreola, Juan Rulfo e Adolfo Bioy Casares; abbracciavano non il realismo magico ma una condizione mentale che apriva ai fantasmi, alla follia e ai sogni (come nelle narrazioni di Borges, nel romanzo di Bioy Casares L'invenzione di Morel o nei preziosi racconti brevi di Silvina Ocampo). I membri di questo secondo gruppo erano, in un certo senso, le controparti narrative degli Octaviani. Né l'una né l'altra “scuola” chiedeva ai propri seguaci di adottare una tecnica narrativa lineare. Più si conosce la tradizione, meglio la si sovverte; lo sapevamo.

Fu proprio ciò che fece Bolaño, colmando il divario tra narrativa e poesia. Il suo primo romanzo lungo, I detective selvaggi, è più vicino a La Onda e agli Efrainiti, anche se non del tutto. Nel suo romanzo Amuleto, molto più breve, e nel prodigioso 2666 i sogni illuminano la realtà e la realtà illumina i sogni collettivi; ci sono il surrealismo, la fantasia e la follia, ma anche uno sguardo freddo gettato sulla realtà.

Anni dopo, come tutti noi, Bolaño si trovò a dover rispondere alla domanda: è favorevole o contrario al “realismo magico”? Ci veniva rimbalzata dalle generazioni più giovani che non avevano conosciuto il privilegiato, introspettivo mondo letterario dei primi anni Settanta. Con le tragedie economiche e politiche le cerchie letterarie si sciolsero e si frammentarono, le case editrici crollarono e Città del Messico cessò di essere la cassa di risonanza dell'America Latina. I più giovani cominciarono a guardare ai gringos: giudicavano il panorama della scrittura latinoamericana in base ai libri che avevano avuto successo in traduzione inglese.

Efraín Huerta è morto nel 1982. Octavio Paz nel 1998. Città del Messico è ora come una fotografia scattata negli anni Settanta e ritoccata da un pazzo. La città è stata sventrata da nuove vie di transito grazie al sindaco Carlos Hank González, più interessato alla corruzione che a bibliche visioni di separazioni urbanistiche: ampie arterie a senso unico tagliano i vecchi quartieri, creando le condizioni per ingorghi quotidiani. Nell'anno della mia nascita, il 1954, il numero ufficiale di abitanti era 3 milioni. Adesso le cifre ufficiose parlano di più di 23 milioni. Quando ho letto I detective selvaggi e Amuleto è stato come tornare nella nostra casa degli anni Settanta, l'incantata – per me infernale – casa della nostra giovinezza. Cercando di recuperare il passato attraverso la scrittura, alcuni romanzieri lo trasformano in un paradiso perduto per sempre (e per sempre avvelenato). Roberto Bolaño fece propria la nostra giovinezza e la ricostruì nei suoi romanzi. Leggendoli, mi sono sentita a casa mia, non solo grazie alla città e alle ambientazioni riconoscibili ma anche per l'affinità e i gusti condivisi. Mi era chiaro che, come altri scrittori della nostra generazione (Daniel Sada, Francisco Hinojosa, Juan Villoro), avevamo fatto il nostro apprendistato nel mondo degli anni Settanta, all'ombra del massacro del 1968, con i golpe militari e la guerriglia; noi eravamo i diseredati. Non è facile per romanzieri della stessa generazione ammirarsi reciprocamente; ma quando accade è una benedizione. Ammiravo Roberto. E sono stata doppiamente fortunata, perché lui ricambiava la mia ammirazione.

Fummo presentati ufficialmente, vent'anni dopo la sua partenza dal Messico, a Vienna (che, come una Città del Messico al contrario, aveva visto la propria popolazione diminuire di due terzi). Eravamo stati invitati a parlare su un tema importante nell'opera di Roberto, non nella mia: l'esilio. Dissi quello che mi sentivo di dire, e lui fece lo stesso, ignorando l'argomento prefissato. Tra noi fin dall'inizio si creò una complicità fraterna; lo portai alla cena organizzata per me all'Ambasciata, e per ricambiare lui mi portò alla periferia della città per mostrarmi quello che doveva essere il tratto più squallido del Danubio, solcato con curiosa goffaggine da anatre del tutto prive di fascino. Roberto mi fece vedere una Vienna sinistramente simile a Città del Messico. Si rifiutò di andare per musei o di visitare quei luoghi pittoreschi che a me piacciono tanto; era certo che saremmo stati aggrediti dai neonazisti.

Fu l'inizio di una corrispondenza ininterrotta. Ci scrivevamo quasi tutti i giorni. Non discutemmo mai, credo, dei nostri rapporti con il “realismo magico”, ma dicevamo schiettamente quello che pensavamo di molti scrittori. Ci incrociammo anche ad altri eventi letterari. Una volta tenni una conferenza a Nîmes e poi presi un treno per Blanes, dove mangiammo accanto al mare: io, Roberto, sua moglie Carolina e suo figlio Lautaro (la “piccola scintilla”, come chiamava Alexandra, non era ancora nata). Quando uscì il mio romanzo su Cleopatra Roberto, che aveva letto il manoscritto, fu così gentile da venire a Madrid per presentarlo. Era un romanzo tanto anomalo – né realistico né fantastico, eppure entrambe le cose – che Roberto ne fu subito affascinato.

Il 2 luglio 2003 gli scrissi rimproverandolo di non aver risposto alla mia mail di pochi giorni prima. Il 3 luglio Caterina mi rispose: “Cara Carmen, Roberto mi ha chiesto di rispondere al tuo messaggio e di dirti che è andato all'ospedale... farà presto ritorno al computer. Con affetto, Carolina”. Morì il 15.

Mi ci vollero mesi per abituarmi all'idea che Roberto era morto. Quando uscì il suo libro di racconti Il gaucho insostenibile non riuscii ad aprirlo. Poi giunse il monumentale 2666, che aveva nominato così spesso nelle nostre conversazioni e nelle mail. Impossibile resistere. È uno dei grandi romanzi della mia lingua, un libro mostruoso e sconvolgente; le altre opere di Bolaño impallidiscono al confronto. Dopo aver letto 2666 tornai al libro di racconti: esercizi ineguali di un maestro dell'acrobazia narrativa. Alcuni sono semplicemente indulgenti, scritti alla maniera del personaggio bolañano che porta il nome di Sensini, per vincere premi o ancor peggio per reclutare discepoli. Tutti recano traccia della sua mano, certo. Ma Roberto Bolaño non scriveva con la mano. Scriveva con i denti che aveva perduto per strada (come Auxilio Lacouture), i molari perduti perché non aveva i soldi per permettersi un vero dentista oppure semplicemente perché non se ne curava.

Paz, Huerta, Arreola, Cortázar: Bolaño prese il meglio da tutti loro. Quando lasciò il Messico non stava scappando dai maestri: stava correndo per afferrare la palla che quei maestri avevano lanciato alta in aria.

Originale: Bolaño in Mexico

Articolo originale pubblicato il 23/4/2007 su The Nation.

Carmen Boullosa (carmenboullosa.net), romanziera e poetessa messicana, è distinguished lecturer al City College di New York. La Otra Mano de Lepanto è stato definito dal giornale Reforma il miglior romanzo messicano del 2005.

Traduzione di Manuela Vittorelli, rilettura e revisione di A.S.

sabato, gennaio 02, 2010

Stella distante. L'ultima intervista di Roberto Bolaño

L'ultima intervista di Roberto Bolaño

Stella distante

di Mónica Maristain

Sabato 19 luglio 2003

Martedì scorso è morto a cinquant'anni lo scrittore e poeta cileno Roberto Bolaño. Per molti era il migliore scrittore latinoamericano dei nostri tempi. Autore di culto per buona parte della sua vita, a partire dal Premio Rómulo Gallegos al romanzo I detective selvaggi nel 1998 la sua opera si è trasformata in oggetto di devozione per più di una generazione. Negli ultimi tempi, oltre agli elogi entusiastici ricevuti da giornali come “Libération” e “Le Monde” e da personalità come Susan Sontag, alcuni hanno perfino fantasticato di vederlo premiato con il Nobel. Nella settimana della sua morte, la giornalista Mónica Maristain ha pubblicato per l'edizione messicana di Playboy questa lunga intervista nella quale Bolaño parla di tutto: della letteratura, degli anni passati in povertà, della sua fiducia nei lettori, della grammatica dei disperati, del paradiso immaginario e dell'inferno tanto temuto.

Nel confuso panorama della letteratura in lingua spagnola, dove ogni giorno che passa appaiono nuovi scrittori più preoccupati di vincere borse di studio e incarichi nei Consolati che di contribuire in qualche modo alla creazione artistica, spicca la figura di un uomo magro, zaino blu in spalla, occhiali dalla montatura enorme, eterna sigaretta tra le dita, sottile ironia a bruciapelo sempre pronta in caso di necessità.
Roberto Bolaño, nato in Cile nel 1953, è quanto di meglio sia accaduto al mestiere di scrivere da molto tempo. Da quando il suo monumentale I detective selvaggi, forse il grande romanzo messicano contemporaneo, è diventato famoso e ha ricevuto i premi Herralde (1998) e Rómulo Gallegos (1999), la sua influenza e la sua figura sono andati crescendo: tutto quello che dice con il suo umorismo tagliente e la sua raffinata intelligenza, tutto quello che scrive con la sua abile penna, di grande audacia poetica e profonda complessità creativa, è degno dell'attenzione di coloro che lo ammirano e, naturalmente, di quelli che lo detestano. L'autore appare come personaggio nel romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas e viene omaggiato nell'ultimo romanzo di Jorge Volpi, El fin de la locura. Come tutti gli uomini di genio fa discutere, genera acerrime antipatie malgrado il suo carattere affettuoso, la voce tra l'acuto e l'aspro con cui risponde – con cortesia da bravo cileno – che non scriverà un racconto per la rivista perché il suo prossimo romanzo, che tratterà degli omicidi di donne a Ciudad Juárez, pur essendo arrivato già a 900 pagine non è ancora finito. Roberto Bolaño vive a Blanes, in Spagna, ed è molto malato. Spera che un trapianto di fegato gli permetterà di vivere con l'intensità celebrata da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo in privato. I suoi amici dicono che a volte si dimentica di andare alle visite mediche per continuare a scrivere. A 50 anni, quest'uomo che ha girato l'America Latina in sacco a pelo ed è sfuggito alle fauci del regime di Pinochet perché uno dei suoi carcerieri era stato suo compagno di scuola, che ha vissuto in Messico (e forse un giorno un tratto della calle Bucareli prenderà il suo nome), che conobbe i militanti del Farabundo Martí che sarebbero poi diventati gli assassini del poeta Roque Dalton a El Salvador, che fece il guardiano in un campeggio catalano, il venditore di bigiotteria in Europa e fu ladro di buoni libri perché leggere non è solo un problema di atteggiamento, quest'uomo, possiamo dirlo, ha cambiato il corso della letteratura latinoamericana. E l'ha fatto senza avvertire né chiedere il permesso, come avrebbe fatto Juan García Madero, l'antieroe adolescente dei gloriosi Detective selvaggi: “sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensì lettere, però mio zio insisteva e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Fu questo che dissi a mio zio e a mia zia e poi mi chiusi in camera e piansi tutta la notte”. Il resto si trova nelle restanti 608 pagine di un romanzo la cui importanza è stata paragonata dai critici a Il gioco del mondo di Julio Cortázar e persino a Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Di fronte a una simile iperbole, lui direbbe: non esiste. Meglio allora passare a quello che conta in questo momento: l'intervista.


L'essere nato dislessico ha avuto una qualche importanza nella sua vita?
Nessuno. Problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante.

Enrique Vila-Matas è ancora suo amico dopo la lite con gli organizzatori del Premio Rómulo Gallegos?

La mia lite con la giuria e gli organizzatori era dovuta principalmente al fatto che pretendevano che avallassi, da Blanes e alla cieca, una selezione alla quale non avevo partecipato. I loro metodi, che una pseudo-poetessa chavista mi comunicò al telefono, sembravano troppo simili alle argomentazioni dissuasive della Casa de las Américas di Cuba. Per esempio, mi sembrava che fosse un errore enorme eliminare subito Daniel Sada o Jorge Volpi. Dissero che quello che volevo era viaggiare con mia moglie e i miei figli, cosa completamente falsa. Dalla mia indignazione per questa menzogna ebbe origine la lettera in cui li chiamavo neostalinisti e altre cose, temo. Di fatto, fui informato che fin dall'inizio volevano premiare un altro autore, che non era Vila- Matas, il cui romanzo mi pare buono e che era certamente uno dei miei candidati.

Perché nel suo studio non c'è l'aria condizionata?
Perché il mio motto non è “Et in Arcadia ego”, ma “Et in Esparta ego”.

Non pensa che se si fosse ubriacato con Isabel Allende e Ángeles Mastretta valuterebbe diversamente i loro libri?
Non lo penso. Primo, perché queste signore evitano di bere con uno come me. Secondo, perché io non bevo più. Terzo, perché neanche nelle peggiori sbronze ho mai perso una sia pur minima lucidità, un senso della prosodia e del ritmo, un certo rifiuto davanti al plagio, alla mediocrità o al silenzio.

Qual è la differenza tra una scribacchina e una scrittrice? Una scrittrice è Silvina Ocampo.
Una scribacchina è Marcela Serrano. Gli anni luce che le separano.

Cosa le ha fatto credere di essere migliore come poeta che come narratore?
Il mio grado di rossore quando, per puro caso, apro un mio libro di poesia o uno di prosa. Quello di poesia mi fa arrossire di meno.

Lei è cileno, spagnolo o messicano?
Sono latinoamericano.

Cos'è per lei la patria?
Mi spiace darti una risposta molto pacchiana. La mia unica patria sono i miei due figli, Lautaro e Alexandra. E forse, ma secondariamente, certi istanti, certe vie, certi visi o scene o libri che stanno dentro di me e che un giorno dimenticherò, che è la cosa migliore che si possa fare con la patria.

Cos'è la letteratura cilena?
Probabilmente gli incubi del più risentito e grigio e forse più codardo dei poeti cileni: Carlos Pezoa Véliz, morto all'inizio del XX secolo, autore di due sole poesie memorabili, ma – questo sì – veramente memorabili, e che continua a sognarci e a patire. È possibile che Pezoa Véliz non sia mai morto, magari sta agonizzando e il suo ultimo minuto è abbastanza lungo, no?, da contenerci tutti. O almeno da contenere tutti noi cileni.

Perché vuole sempre fare il bastian contrario?
Non faccio mai il bastian contrario.

Ha più amici che nemici?
Ho abbastanza amici e nemici, tutti gratuiti.

Chi sono i suoi amici più cari?
Il mio migliore amico era il poeta Mario Santiago, morto nel 1998. Attualmente tre dei miei migliori amici sono Ignacio Echevarría e Rodrigo Fresán e A. G. Porta.

Antonio Skármeta l'ha mai invitata al suo programma?
Una volta mi ha telefonato una sua segretaria, forse la sua amante. Le ho detto che ero troppo occupato.

Javier Cercas ha spartito con lei i premi vinti da Soldati di Salamina?
No, naturalmente.

Enrique Lihn, Jorge Teillier o Nicanor Parra?
Nicanor Parra su tutti, compresi Pablo Neruda e Vicente Huidobro e Gabriela Mistral.

Eugenio Montale, T. S. Eliot o Xavier Villaurrutia?
Montale. Se al posto di Eliot ci fosse stato James Joyce, allora Joyce. Se al posto di Eliot ci fosse stato Ezra Pound, senza dubbio Pound.

John Lennon, Lady Di o Elvis Presley?
The Pogues. O i Suicide. O Bob Dylan. Però, dai, non facciamo i pignoli: Elvis forever. Elvis con un cappello da sceriffo che guida una Mustang e si impasticca, e con la sua voce d'oro.

Chi legge di più, lei o Rodrigo Fresán?
Dipende. L'Ovest è per Rodrigo. L'Est è per me. Poi contiamo i libri delle nostre rispettive aree e sembrerebbe che li abbiamo letti tutti.

Qual è secondo lei la poesia migliore di Pablo Neruda?
Quasi tutte quelle di Residenza sulla terra.

Cosa avrebbe detto a Gabriela Mistral se l'avesse conosciuta?
Mamma, perdonami, sono stato cattivo, però l'amore di una donna mi ha fatto diventare buono.

E a Salvador Allende?
Poco o niente. Chi ha il potere (anche se per poco tempo) non sa niente di letteratura, si interessa solo al potere. E io posso essere il pagliaccio dei miei lettori, se ne ho veramente voglia, ma mai dei potenti. Suona un po' melodrammatico. Suona come la dichiarazione di una puttana onorata. Però in fin dei conti è così.

E a Vicente Huidobro?
Huidobro mi annoia un po'. Troppo trallallì trallallà, troppo paracadutista che scende cantando come un tirolese. Sono meglio i paracadutisti che scendono avvolti nelle fiamme, o ancor più quelli a cui non si apre il paracadute.

Octavio Paz continua a essere il nemico?
Per me certamente no. Non so cosa penseranno i poeti che all'epoca, quando vivevo in Messico, scrivevano come suoi cloni. È da molto che non so niente della poesia messicana. Rileggo José Juan Tablada e Ramón López Velarde, all'occasione posso perfino recitare Suor Juana, ma non so niente di ciò che scrivono quelli che, come me, si avvicinano a cinquant'anni.

Adesso non assegnerebbe questo ruolo a Carlos Fuentes?
È da molto che non leggo niente di Carlos Fuentes.

Come la fa sentire il fatto che Arturo Pérez Reverte sia attualmente lo scrittore più letto in spagnolo?
Pérez Reverte o Isabel Allende. È lo stesso. Feuillet era l'autore francese più letto della sua epoca.

E il fatto che Arturo Pérez Reverte sia stato ammesso alla Real Academia?
La Real Academia è un covo di privilegiati. Non c'è Juan Marsé, non c'è Juan Goytisolo, non c'è Eduardo Mendoza né Javier Marías, non c'è Olvido García Valdez, non ricordo se ci sia Alvaro Pombo (se sì, probabilmente è per un equivoco), ma c'è Pérez Reverte. Be', anche Coelho è entrato nell'Accademia brasiliana.

Si pente di aver criticato il menù servitole da Diamela Eltit?
Non ho mai criticato il suo menù. Semmai ho criticato il suo umorismo, un umorismo vegetariano, o meglio dietetico.

Le dispiace che Diamela la consideri una cattiva persona dopo quella sfortunata cena?
No, povera Diamela, non mi dispiace. Sono altre le cose che mi danno dispiacere.

Ha versato qualche lacrima per le molte critiche dei suoi nemici?
Moltissime, ogni volta che leggo qualcuno parlar male di me mi metto a piangere, mi rotolo sul pavimento, mi graffio, smetto di scrivere per un periodo di tempo indefinito, mi cala l'appetito, fumo di meno, faccio sport, esco a camminare in riva al mare, che tra parentesi sta a meno di trenta metri da casa mia, e chiedo ai gabbiani, i cui antenati si mangiarono i pesci che si mangiarono Ulisse, perché io, perché io, che non ho mai fatto del male a nessuno?

Qual è per lei il parere più importante sulle sue opere?
I miei libri li leggono Carolina (mia moglie) e poi (Jorge) Herralde (editore di Anagrama) e poi cerco di dimenticarli per sempre.

Cos'ha comprato con i soldi del Premio Rómulo Gallegos?
Non molto. Una valigia, da quel che ricordo.

Al tempo in cui viveva di concorsi letterari c'è stato qualche premio che non è riuscito a incassare?
Nessuno. Gli enti locali spagnoli, sotto questo aspetto, sono di una correttezza al di sopra di ogni sospetto.

Era un bravo cameriere o era meglio come venditore di bigiotteria?
Il lavoro che ho svolto meglio è stato quello di guardiano di notte in un campeggio vicino a Barcellona. Mentre stavo lì non c'è stato nessun furto. Ho evitato delle risse che avrebbero potuto finire molto male. Ho evitato un linciaggio (anche se dopo avrei volentieri linciato o strangolato io stesso il tipo in questione).

Ha mai provato la fame feroce, il freddo che penetra nelle ossa, il caldo che lascia senza fiato?
Come dice Vittorio Gassman in un film: modestamente, sì.

Ha mai rubato un libro che poi non le è piaciuto?
Mai. Il bello del rubare libri (e non casseforti) è che si può esaminarne il contenuto con calma prima di commettere il crimine.

Ha mai camminato in mezzo al deserto?
Sì, e per giunta in un'occasione particolare, a braccetto con mia nonna. La vecchia signora era instancabile e pensai che non se saremmo usciti vivi.

Le è mai capitato di vedere pesci colorati sott'acqua?
Certo. Ad Acapulco, senza andare più indietro nel tempo, nel 1974 o nel 1975.

Si è mai bruciato la pelle con una sigaretta?
Mai volontariamente.

Ha mai inciso il nome della persona amata sul tronco di un albero?
Ho commesso eccessi anche peggiori, ma stendiamo un velo di pietoso silenzio.

Ha mai visto la donna più bella del mondo?
Sì, quando lavoravo in un negozio, sarà stato nell''84. Il negozio era vuoto, quando entrò una donna indù. Sembrava una principessa, e forse lo era. Mi comprò alcuni pendenti di bigiotteria. Io, naturalmente, ero sul punto di svenire. Aveva la pelle ramata, i capelli lunghi, rossi, e per il resto era perfetta. La bellezza atemporale. Quando dovetti incassare provai molta vergogna. Mi sorrise come per farmi intendere che lo capiva, e che non mi preoccupassi. Poi scomparve, e non mi è più capitato di vedere una donna come lei. A volte ho l'impressione che fosse proprio la dea Kali, protettrice dei ladri e degli orefici, solo che Kali era anche la divinità degli assassini, e questa indù non solo era la donna più bella della Terra ma sembrava anche una brava persona, molto dolce e assennata.

Preferisce i cani o i gatti?
Le cagne, ma adesso non possiedo animali.

Cosa ricorda della sua infanzia?
Tutto. Non ho una cattiva memoria.

Collezionava figurine?
Sì. Di calcio e di attori e attrici di Hollywood.

Aveva un monopattino?
I miei genitori commisero l'errore di regalarmi un paio di pattini quando vivevamo a Valparaíso, che è una città costruita sulle colline. Il risultato fu disastroso. Ogni volta che mi mettevo i pattini era come se volessi suicidarmi.

Qual è la sua squadra di calcio preferita?
Adesso nessuna. Quelle che sono finite in serie B e poi in serie C e in D, fino a scomparire. Le squadre fantasma.

A quali personaggi della storia universale avrebbe voluto somigliare?
A Sherlock Holmes. Al capitano Nemo. A Julien Sorel, nostro padre, al principe Miškin, nostro zio, ad Alice, nostra professoressa, a Houdini che era un misto di Alice, di Sorel e di Miškin.

Si innamorava delle vicine più grandi di lei?
Naturalmente.

Le compagne di scuola le prestavano attenzione?
Non credo. O almeno io ero convinto di no.

Cosa deve alle donne della sua vita?
Moltissimo. Il senso della sfida e della scommessa. E altre cose che taccio per decoro.

Loro le devono qualcosa?
Niente.

Ha sofferto molto per amore?
La prima volta molto, poi ho imparato a prendere le cose con maggiore ironia.

E per odio?
Benché possa suonare pretenzioso, non ho mai odiato nessuno. O almeno sono certo di essere incapace di un odio costante nel tempo. E se l'odio non ha costanza non è odio, no?

Come ha conquistato sua moglie?
Cucinandole del riso. Allora ero molto povero e la mia dieta era principalmente a base di riso, e dunque avevo imparato a cucinarlo in molti modi.

Com'è stato diventare padre per la prima volta?
Era notte, poco prima delle 24, ero solo, e dato che nell'ospedale non si poteva fumare mi feci una sigaretta dopo essermi praticamente arrampicato sul soffitto a cassettoni del quarto piano. Fortuna che dalla strada non mi vide nessuno. Solo la luna, avrebbe detto Amado Nervo. Quando rientrai un'infermiera mi disse che mio figlio era nato. Era molto grande, quasi del tutto calvo e con gli occhi aperti, come a chiedersi chi fosse quel demonio che lo teneva in braccio.

Lautaro farà lo scrittore?
Io spero solo che sia felice. Dunque è meglio che faccia qualcos'altro. Pilota di aerei, per esempio, o chirurgo plastico, o editore.

Cosa vede in lui di suo?
Per fortuna somiglia molto di più a sua madre che a me.

La preoccupano le vendite dei suoi libri?
Il minimo indispensabile.

Le capita mai di pensare ai suoi lettori?
Quasi mai.

Tra tutte le cose che le hanno detto i suoi lettori a proposito dei suoi libri, quali l'hanno commossa?
Mi commuovono i lettori e basta, quelli che hanno ancora il coraggio di leggere il Dizionario filosofico di Voltaire, che è una delle opere più piacevoli e moderne che conosco. Mi commuovono i giovani di ferro che leggono Cortázar e Parra, così come li ho letti io e come intendo continuare a leggerli. Mi commuovono i giovani che dormono con un libro sotto la testa. Un libro è il miglior cuscino che esista.

Cosa l'ha fatta arrabbiare?
A questo punto arrabbiarsi è una perdita di tempo. E purtroppo alla mia età il tempo conta.

Ha mai avuto paura dei suoi fan?
Ho avuto paura dei fan di Leopoldo María Panero, che, d'altra parte, mi sembra uno dei tre migliori poeti spagnoli viventi. A Pamplona, durante un ciclo organizzato da Jesús Ferrero, Panero doveva chiudere la rassegna e, man mano che si avvicinava il giorno della sua lettura, la città o il quartiere in cui si trovava il nostro albergo si riempì di freak che sembravano scappati da un manicomio e che, d'altro canto, sono il miglior pubblico cui possa aspirare un poeta. Il problema era che alcuni sembravano non solo dei pazzi ma anche degli assassini, e Ferrero ed io avevamo paura che qualcuno da un momento all'altro si alzasse e dicesse: ho ammazzato Leopoldo María Panero, per poi scaricare quattro pallottole nella testa del poeta e, già che c'era, riservarne una a Ferrero e una a me.

Cosa prova quando critici come Darío Osses la considerano lo scrittore americano con più avvenire?
Deve essere uno scherzo. Io sono lo scrittore latinoamericano con meno avvenire. È invece vero che sono tra quelli che hanno più passato, che dopo tutto è quello che conta.

La incuriosisce il libro critico che sta preparando la sua connazionale Patricia Espinoza?
No. Espinoza mi sembra una critica molto brava, indipendentemente da come mi tratterà nel suo libro, suppongo non molto bene, però il lavoro di Espinoza è necessario in Cile. Di fatto, la necessità di una – chiamiamola così – nuova critica comincia a farsi urgente in tutta l'America Latina.

E il libro dell'argentina Celina Mazoni?
Conosco Celina personalmente e le voglio molto bene. Le ho dedicato uno dei racconti di Puttane assassine.

Che cosa la annoia?
Il discorso vuoto della sinistra. Il discorso vuoto della destra lo do per scontato.

Che cosa la diverte?
Veder giocare mia figlia Alexandra. Far colazione in un bar in riva al mare e mangiare un cornetto leggendo il giornale. La letteratura di Borges. La letteratura di Bioy. La letteratura di Bustos Domecq. Fare l'amore.

Scrive a mano?
La poesia sì. Il resto con un vecchio computer del 1993.

Se chiude gli occhi, tra tutti i paesaggi dell'America Latina che ha conosciuto qual è il primo che le torna in mente?
Le labbra di Lisa nel 1974. Il camion di mio padre guasto in una strada nel deserto. Il padiglione dei tubercolosi di un ospedale di Cauquenes e mia madre che dice a mia sorella e a me di trattenere il respiro. Un'escursione al Popocatépetl con Lisa, Mara e Vera e qualcun altro che non ricordo, ma ricordo le labbra di Lisa, il suo sorriso straordinario.

Com'è il paradiso?
Come Venezia, spero, un posto pieno di italiane e di italiani. Un luogo da usare e consumare e che sa che niente dura, neanche il paradiso, e che questo in fondo non conta.

E l'inferno?
Come Ciudad Juárez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustrazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri.

Quando ha saputo di essere gravemente malato?
Nel '92.

Cosa ha cambiato del suo carattere la malattia?
Niente. Ho saputo che non ero immortale, e a 38 anni era ora che lo sapessi.

Cosa vorrebbe fare prima di morire?
Niente di speciale. Be', preferirei non morire, chiaro. Però prima o poi la distinta signora arriva, il problema è che a volte non è una signora né tanto meno è distinta, ma piuttosto, come dice Nicanor Parra in una poesia, è una puttana insaziabile che fa tremare anche i più intrepidi.

Chi le piacerebbe incontrare nell'aldilà?
Non credo nell'aldilà. Se esistesse, che sorpresa. Mi iscriverei subito ai corsi di Pascal.

Ha mai pensato di suicidarsi?
Naturalmente. In qualche occasione sono sopravvissuto proprio perché sapevo come suicidarmi se le cose fossero peggiorate.

Le è capitato di pensare che stava impazzendo?
Naturalmente, ma mi ha sempre salvato il senso dell'umorismo. Mi raccontavo storie che mi facevano ridere come un pazzo. O mi ricordavo situazioni che mi facevano rotolare dalle risate.

La pazzia, la morte e l'amore: quale di queste tre cose ha avuto di più nella sua vita?
Spero con tutto il cuore di aver avuto più amore.

Cosa la fa ridere sonoramente?
Le mie e le altrui disgrazie.

Cosa la fa piangere?
Lo stesso: le mie e le altrui disgrazie.

Le piace la musica?
Molto.

Vede la sua opera come tendono a vederla i suoi lettori e critici, prima di tutto I detective selvaggi e poi tutto il resto?
L'unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa, forse perché continua a essere incomprensibile. Le critiche negative che ha ricevuto sono medaglie guadagnate in combattimento, non in scaramucce a salve. Il resto della mia “opera”, be', non è male, sono romanzi divertenti, il tempo ci dirà se sono qualcosa di più. Per ora mi fanno guadagnare, vengono tradotti, mi servono per farmi degli amici molto generosi e simpatici, mi permettono di vivere, e anche abbastanza bene, di letteratura, e dunque lamentarsi sarebbe gratuito e ingrato. Ma la verità è che non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.

Non taglierebbe alcune pagine dei Detective selvaggi?
No. Per tagliarle dovrei rileggerlo e la mia religione me lo proibisce.

Non la spaventa che qualcuno voglia fare la versione cinematografica del romanzo?
Ah, Mónica, mi spaventano altre cose. Diciamo: cose più terrificanti, infinitamente più terrificanti.

“Silva, detto l'Occhio” [1] è un omaggio a Julio Cortázar?
Assolutamente no.

Quando finì di scrivere “Silva, detto l'Occhio” non ha sentito di aver creato un racconto all'altezza, di “Casa occupata”, [2] per esempio?
Quando finii di scrivere “Silva, detto l'Occhio” smisi di piangere o qualcosa di simile. Quanto al paragone con un racconto di Cortázar, non avrei potuto chiedere di meglio, anche se “Casa occupata” non è uno dei miei preferiti.

Quali sono i cinque libri che hanno segnato la sua vita?
I miei cinque libri sono in realtà cinquemila. Nomino questi solo come punta di diamante o perversa ambasciata: Don Chisciotte di Cervantes. Moby Dick di Melville. Le Opere complete di Borges. Il gioco del mondo di Cortázar. Una banda di idioti di Kennedy Toole. Ma dovrei citare anche: Nadja di Breton. Le Lettere di Jacques Vaché. Tutto l'Ubu di Jarry. La vita istruzioni per l'uso di Perec. Il castello e Il processo di Kafka. Gli aforismi di Lichtenberg. Il Tractatus di Wittgenstein. L'invenzione di Morel di Bioy Casares. Il Satyricon di Petronio. La Storia di Roma di Tito Livio. I Pensieri di Pascal.

Va d'accordo con il suo editore?
Abbastanza. Herralde è una persona intelligente e spesso affascinante. Forse mi converrebbe di più che non fosse tanto affascinante. Il fatto è che lo conosco da otto anni, e almeno da parte mia l'amore cresce sempre di più, come dice un bolero. Anche se forse mi converrebbe non amarlo tanto.

Cosa dice di quelli che considerano I detective selvaggi il grande romanzo messicano contemporaneo?
Che lo dicono per pietà, che mi vedono decaduto o mentre svengo nei luoghi pubblici e non gli viene in mente niente di meglio di una pietosa menzogna, che del resto è la cosa più indicata in questi casi e non è nemmeno un peccato veniale.

È vero che fu Juan Villoro a convincerla a non intitolare Tormenta de mierda (“Tormenta di merda”) il suo romanzo Notturno cileno?
Villoro e Herralde.

Da chi altri accetta consigli sulla sua opera?
Non accetto i consigli di nessuno, nemmeno del mio medico. Do consigli a destra e a sinistra, ma non ne ascolto nessuno.

Com'è Blanes?
Un bel paese. O una piccola città di trentamila abitanti, abbastanza bella. Fu fondata duemila anni fa dai romani, e poi passò di qui gente di tutte le provenienze. Non è una spiaggia di ricchi, ma di proletari. Operai del Nord o dell'Est. Alcuni si fermano per sempre. La baia è bellissima.

Le manca qualcosa della sua vita in Messico?
La mia giovinezza e le camminate interminabili con Mario Santiago.

Quale scrittore messicano ammira profondamente?
Molti. Della mia generazione ammiro Sada, il cui progetto di scrittura mi pare il più audace, Villoro, Carmen Boullosa; tra i più giovani mi interessa molto quello che fanno Alvaro Enrigue e Mauricio Montiel, o Volpi e Ignacio Padilla. Continuo a leggere Sergio Pitol, che scrive sempre meglio. E Carlos Monsiváis, che, da quanto mi ha raccontato Villoro, ha soprannominato Taibo 2 o 3 (o 4) “Pol Pit”, il che mi sembra una bella trovata poetica. Pol Pit, è perfetto, no? Monsiváis continua a usare le sue unghie affilate. Mi piace molto quello che fa Sergio González Rodríguez.

Esiste un rimedio per il mondo?
Il mondo è vivo e niente di ciò che è vivo ha rimedio, e questa è la nostra sorte.

Ripone speranze? in che cosa, in chi?
Mia cara Maristain, lei mi trascina nuovamente nei pascoli della pacchianeria, che sono i miei pascoli natali. Io spero nei ragazzini. Nei ragazzini e nei guerrieri. Nei ragazzini che scopano come ragazzini e nei guerrieri che combattono come eroi. Perché? Mi rimetto alla lapide di Borges, come direbbe l'inclito Gervasio Montenegro, dell'Academia (come Pérez Reverte, pensi un po'), e non parliamone più.

Quali sentimenti le suscita la parola postumo?
Sembra il nome di un gladiatore romano. Un gladiatore invincibile. O almeno questo ama credere il povero Postumo per farsi coraggio.

Cosa pensa di quelli che pensano che vincerà il Premio Nobel?
Sono sicuro, cara Maristain, che non lo vincerò, come sono sicuro che lo vincerà invece qualche barbone della mia generazione e che non mi nominerà neanche di sfuggita nel suo discorso di Stoccolma.

Quando è stato più felice?
Sono stato felice quasi tutti i giorni della mia vita, almeno per un istante, anche nelle circostanze più avverse.

Cose le sarebbe piaciuto essere, se non fosse stato scrittore?
Mi sarebbe piaciuto essere un detective della omicidi, molto più che uno scrittore. Di questo sono assolutamente certo. Un piedipiatti della omicidi, qualcuno che può tornare solo, nottetempo, sulla scena del crimine, e non avere paura dei fantasmi. Allora sì che forse sarei impazzito, però questo, essendo un poliziotto, si risolve con un colpo in bocca.

Confessa di aver vissuto?
Be', continuo a vivere, continuo a leggere, continuo a scrivere e a guardare film, e come disse Arturo Prat ai suicidi della Esmeralda, finché vivrò questa bandiera non si ammainerà.

[1] Nella raccolta di racconti Puttane assassine, Sellerio editore, Palermo 2009.
[2] Nella raccolta di Julio Cortázar Bestiario, Einaudi, Torino 1965.

Originale: Estrella distante

Articolo originale pubblicato il 19 luglio 2003

Traduzione di Manuela Vittorelli, rilettura di A.S.

mercoledì, dicembre 16, 2009

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

di Marcela Valdes

La parte dell'autore
Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva 50 anni, ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latinoamericano dopo Gabriel García Márquez. Ma nell'intervista pubblicata dall'edizione messicana di “Playboy” Bolaño fu esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse alla rivista. “Di questo sono assolutamente sicuro. Una serie di omicidi. Qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto, e non avere paura dei fantasmi.”

I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño – una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese – ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini sui moventi e i meccanismi della violenza, e Bolaño – che era andato a vivere in Messico nel 1968, l'anno del massacro di Tlatelolco, ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile – era ossessionato anche da questo. Il grande tema della sua opera è il rapporto tra arte e infamia, mestiere e crimine, scrittore e Stato totalitario.

Di fatto, tutti i suoi romanzi della maturità esaminano la reazione degli scrittori ai regimi repressivi. Stella distante (1996) si misura con gli squadroni della morte e i desaparecidos in Cile creando la figura di un poeta trasformatosi in serial killer. I detective selvaggi (1998) esalta una banda di giovani poeti che tenzonano contro gli scrittori finanziati dallo Stato durante gli anni delle guerre sporche del Messico. Amuleto (1999) ruota attorno a una poetessa di mezza età che sopravvive all'irruzione delle forze governative nell'Università Autonoma del Messico nascondendosi nei bagni. Notturno cileno (2000) ritrae un salotto letterario in cui gli scrittori fanno festa mentre nella stessa casa vengono torturati i dissidenti. E 2666, l'ultimo romanzo postumo di Bolaño, si ispira anch'esso a un fatto di cronaca agghiacciante: l'uccisione, a partire dal 1993, di più di 430 donne e ragazze nello Stato messicano di Chihuahua, precisamente a Ciudad Juárez.

Spesso le vittime scompaiono mentre vanno a scuola o tornano a casa dal lavoro o quando escono per andare a ballare con le amiche. Giorni o mesi dopo rispuntano i loro corpi – gettati in una fossa, nel deserto o in una discarica cittadina. Le maggioranza delle vittime è morta per strangolamento; alcune sono state accoltellate o carbonizzate o uccise con armi da fuoco. Un terzo mostra segni di stupro. Alcune recano segni di tortura. Le più anziane sono trentenni; le più giovani sono bambine delle elementari. A gennaio di quest'anno sono state uccise almeno quattro donne e ragazze. A partire dal 2002 questi omicidi hanno ispirato un film hollywoodiano (Bordertown, con Jennifer Lopez), diversi libri di saggistica, una serie di documentari e moltissime manifestazioni in Messico e all'estero. Secondo Amnesty International, più della metà dei cosiddetti “femminicidi” non ha portato a una condanna.

Bolaño era stato affascinato da questi casi irrisolti molto prima che gli omicidi diventassero una cause célèbre. Nel 1995 scrisse dalla Spagna una lettera a una vecchia amica di Città del Messico, l'artista visiva Carla Rippey (la bella Catalina O'Hara dei Detective selvaggi), alludendo al fatto che da anni lavorava a un romanzo intitolato “I dolori di un vero poliziotto”. Benché avesse altri manoscritti da sottoporre agli editori, questo libro, scrisse Bolaño, “è IL MIO ROMANZO”. Ambientato nel Nord del Messico, in una città chiamata Santa Teresa, il romanzo ruotava attorno a un professore di letteratura con una figlia quattordicenne. Il manoscritto aveva già superato le “ottocentomila pagine”, si vantava; era “un groviglio delirante che sicuramente non verrà capito da nessuno”.

Certo così pareva allora. Quando spedì questa lettera Bolaño aveva 43 anni, ed era più che mai vicino al fallimento. Pur avendo pubblicato due libri di poesia, scritto un romanzo a quattro mani e passato cinque anni a partecipare con i suoi racconti ai concorsi letterari spagnoli, era così al verde da non potersi neanche permettere una linea telefonica e la sua opera era praticamente sconosciuta. Tre anni prima si era separato dalla moglie; più o meno in quel periodo gli era stata diagnosticata la malattia epatica che lo avrebbe ucciso otto anni dopo. Benché Bolaño vincesse molti dei concorsi ai quali partecipava, i suoi romanzi venivano regolarmente respinti dagli editori. Ma alla fine del 1995 ebbe inizio la sua straordinaria ascesa.

Il punto di svolta fu un incontro con Jorge Herralde, fondatore e direttore di Editorial Anagrama. Herralde non riuscì ad accaparrarsi la Letteratura nazista in America – i cui diritti erano già stati acquistati da Seix Barral – ma invitò Bolaño a fargli visita a Barcellona. Lì Bolaño gli parlò dei suoi problemi finanziari e della disperazione per le molte lettere di rifiuto ricevute. “Gli dissi che [...] mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi altri manoscritti, e subito dopo mi portò Stella distante (scoprii in seguito che era stato anch'esso respinto da altre case editrici, compresa Seix Barral)” ricorda l'editore in un saggio. Herralde trovò il libro straordinario. Da allora pubblicò tutte le opere narrative di Bolaño: nove libri in sette anni.

A quei tempi, mentre i suoi romanzi conquistavano un numero sempre maggiore di lettori, Bolaño faticava sul suo groviglio delirante. Era un lavoro di scrittura, certo, ma anche di indagine. Ambientando il suo romanzo a Santa Teresa, una città immaginaria nel Sonora, invece che nella vera Ciudad Juárez, Bolaño poté sfumare la linea di confine tra ciò che sapeva e ciò che inventava. Ma lo preoccupava profondamente riuscire a comprendere le circostanze in cui si trovavano Juárez e i suoi abitanti. Bolaño conosceva già l'arido e desolato paesaggio della regione – aveva viaggiato nel Nord del Messico durante gli anni Settanta – ma i femminicidi erano cominciati solo sedici anni dopo la sua partenza per l'Europa, e non aveva mai visitato Juárez. Poiché non conosceva nessuno in quella città, si limitava a ciò che riusciva a trovare sui giornali e in rete. Grazie a queste fonti dovette capire che Juárez era diventata il luogo perfetto in cui commettere un crimine.

Già abbeveratoio degli americani durante il Proibizionismo, Juárez prosperò rapidamente negli anni Novanta, dopo l'entrata in vigore del NAFTA. Spuntarono centinaia di impianti di assemblaggio, che attirarono centinaia di migliaia di poveri provenienti da tutto il Messico e disposti ad accettare lavori pagati talvolta solo 50 centesimi l'ora. Le stesse caratteristiche che avevano reso Juárez appetibile agli occhi degli industriali del NAFTA – buone vie di comunicazione, vicinanza di un esteso mercato dei beni, abbondanza di manodopera non organizzata – la resero un crocevia ideale del narcotraffico. Nel 1996 per la città passavano 42 milioni di persone e 17 milioni di veicoli all'anno, rendendola uno dei più trafficati punti di transito della frontiera tra Stati Uniti e Messico e luogo ideale per gli sconfinamenti illegali. La città si trasformò in un crocevia di commerci lucrosi e illeciti; in quel momento cominciarono a spuntare i cadaveri di ragazze appartenenti a famiglie povere e operaie.

Juárez e la sua controparte immaginaria non avevano molto in comune con i centri culturali in cui Bolaño aveva ambientato la maggior parte dei suoi romanzi: perfino Stella distante si svolge nella maggiore città universitaria del Cile meridionale. Tra le baraccopoli di Santa Teresa non ci sono laboratori di scrittura né bande di poeti ribelli. Come tutta la narrativa di Bolaño, anche 2666 è pieno di scrittori, artisti e intellettuali, ma questi personaggi vengono tutti da altri luoghi: dall'Europa, il Sud America, gli Stati Uniti e Città del Messico. Intrappolata nei calanchi del Messico settentrionale, la stessa regione in cui Cormac McCarthy fa scatenare la sua banda di allegri assassini in Meridiano di sangue, Santa Teresa è un luogo letteralmente e culturalmente arido.

Il legame tra questo deserto industriale e le ambientazioni dei precedenti romanzi di Bolaño spicca, come una lettera scarlatta, sulla copertina del libro. La diabolica data 2666 – che non appare mai nelle pagine di 2666 – ci porta a scavare in Amuleto, dove spunta negli incubi lucidi di una donna chiamata Auxilio Lacouture. Auxilio è assediata da visioni infernali fin dalle prime pagine del romanzo, quando getta uno sguardo in un vaso di fiori e vede “tutto quello che la gente ha perduto, tutto quello che genera dolore e che è meglio dimenticare”.

In seguito, mentre cammina per le strade di Città del Messico, ha un'altra brutta allucinazione. È notte fonda. Le strade sono vuote e ventose. A quell'ora, dice Auxilio, l'avenida Reforma “si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città” e l'avenida Guerrero “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero […] un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”.

2666, come tutta l'opera di Bolaño, è un cimitero. Nel 1998, nel suo discorso di accettazione del Premio Rómulo Gallego, Bolaño rivelò che tutto ciò che aveva scritto era in un certo senso “una lettera d'amore o d'addio” ai giovani che erano morti nelle guerre sporche dell'America Latina. I suoi romanzi precedenti commemoravano i morti degli anni Sessanta e Settanta. Le sue ambizioni per 2666 erano più grandi: scrivere un referto d'autopsia per i morti del passato, del presente e del futuro.

Detectives.jpg


La parte dei delitti
Bolaño rinviò la possibilità di un trapianto di fegato per poter terminare 2666, ma la malattia si aggravò e la morte lo colse prima che riuscisse ad arrivare alla fine del libro. Dopo il funerale, l'amico ed esecutore letterario, il critico spagnolo Ignacio Echevarría, passò al vaglio i manoscritti nello studio di Bolaño per mettere insieme l'opera che Anagrama pubblicò nel 2004 e che Natasha Wimmer, la valente traduttrice dei Detective selvaggi, ha ora trasposto in inglese.

Bolaño classificava attentamente i suoi manoscritti. Poteva essere temerario, ma non era stupido e sapeva che la morte era vicina. Anagrama non rispettò la sua volontà su un unico punto. Per anni Bolaño aveva parlato di 2666 come di un solo volume, vantandosi che sarebbe stato il “libro più grasso del mondo”, ma negli ultimi mesi di vita decise di separare le cinque sezioni del romanzo e di pubblicarle come libri a sé stanti. Questo impulso aveva motivazioni pratiche. Bolaño avrebbe lasciato due orfani in giovane età, ai quali 2666 è dedicato, e voleva provvedere al loro futuro. Cinque romanzi brevi, pensò, avrebbero guadagnato più di un unico mostruoso e massacrante volume. Per fortuna la sua famiglia e Anagrama gli fecero il favore di seguire le indicazioni originarie. Come osserva Echevarría nel suo epilogo, “benché le cinque parti che compongono 2666 possano essere lette separatamente, non solo condividono molti elementi (una sottile trama di motivi ricorrenti), ma si fondono inequivocabilmente in un unico disegno”. Nel frattempo l'editore statunitense del libro, Farrar, Straus and Giroux, si sta coprendo le spalle stampando sia un'edizione rilegata sia un cofanetto composto da tre volumi tascabili.

In ogni caso 2666 non è adatto ai deboli di cuore. Il libro è costituito da 900 pagine, e se riportassimo su una mappa i luoghi in cui è ambientato ne ricaveremmo qualcosa di simile alla carta delle destinazioni di una compagnia aerea con scali in Argentina, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Messico, Polonia, Prussia, Romania, Spagna e Stati Uniti. E se questo giro del mondo non bastasse, il romanzo contiene anche un gran numero di personaggi e copre quasi un intero secolo.

Bolaño una volta disse che nelle Americhe tutta la narrativa moderna deriva da due fonti: Le avventure di Huckleberry Finn e Moby Dick. I detective selvaggi, con i suoi personaggi e le loro baldorie, è il romanzo bolañano sull'amicizia e l'avventura. 2666 dà la caccia alla balena bianca. Per Bolaño, il romanzo di Melville è capace di addentrarsi nel “territorio del male”; e al pari della saga di Melville 2666 può essere straordinario o soporifero, a seconda del gusto del lettore per i libri a lenta combustione. Io l'ho letto tre volte e lo trovo denso, brillante e terrificante, con qua e là scene ingegnose e buffe.

Fin dalla prima pagina veniamo precipitati nelle vite di quattro accademici europei che adorano i libri di un solitario autore tedesco, Benno von Arcimboldi, almeno quanto adorano attirarsi a letto a vicenda. L'atteggiamento di Bolaño nei confronti degli omicidi nelle prime due parti di 2666 – “La parte dei critici” e “La parte di Amalfitano” – è schivo, ellittico. La violenza fulminea di Patricia Cornwell o di Stephen King non fa per lui. La prima fugace allusione ai delitti appare solo dopo quarantatré pagine, e solo due dei tre professori che si recano a Santa Teresa sentono parlare dei crimini. In Messico sono semplici visitatori, e sebbene si diano da fare a tempo perso con il turismo sessuale la loro ricchezza e indifferenza li isolano dalle realtà della città.

“La parte di Amalfitano”, che chiaramente deriva dal libro che Bolaño aveva descritto a Rippey nel 1995, si avvicina di più alla popolazione locale, anche se continua a tenere a distanza gli omicidi. Se la prima parte è un ingegnoso romanzo sentimentale, la seconda è un dramma esistenziale. Un professore di filosofia cileno che ha lasciato l'Europa per l'Università di Santa Teresa sprofonda in una quieta disperazione. Teme di precipitare nella pazzia: la notte sente una voce che gli parla. Ha paura che la violenza della città possa raggiungere e ghermire sua figlia – proprio davanti alla loro casa continua ad apparire un'auto nera.

In queste due sezioni i lettori più attenti coglieranno gli indizi di quello che accadrà, come altrettante impronte digitali insanguinate, ma è solo nella terza parte, “La parte di Fate”, che la violenza di Santa Teresa balza in primo piano. In un bar, un ignaro cronista americano vede un uomo schiaffeggiare una donna in un angolo della sala: “Il primo schiaffo le fece girare violentemente la testa e il secondo schiaffo la buttò a terra”. Il reporter si trova in Messico per assistere a un altro genere di incontro – quello tra un pugile americano e il suo avversario messicano –, ma capisce presto che le vere botte a Santa Teresa arrivano fuori del ring. Alcuni dei più squallidi elementi della città lo prendono sotto la loro ala e gli mostrano quello che sembra essere il video di uno stupro su una donna. Incontra il principale sospettato dei delitti commessi in città e finisce per fuggire intimorito dalla polizia.

Questa fuga noir fa da preludio a un canto funebre. “La parte dei delitti” si apre nel gennaio 1993 con la descrizione del cadavere di una tredicenne e si chiude 108 corpi dopo durante il Natale del 1997. Ciascuno di questi ritrovamenti è descritto nei dettagli – con le sue 284 pagine questa sezione è la più lunga del libro – e macabra cronaca che ne consegue si intreccia con le storie di quattro detective, un giornalista, il principale sospettato e vari personaggi accessori. Nelle mani di Bolaño questo collage produce una fuga di sequenze straordinarie e di ripetizioni schiaccianti (“Il caso fu presto chiuso” diventa un tormentone ossessivo). Bolaño illumina queste lugubri storie con lampi di umorismo patibolare e occasionalmente con una sottotrama sentimentale. Complessivamente, tuttavia, a leggere “La parte dei delitti” si ha l'impressione di fissare l'abisso. Strangolamenti, colpi d'arma da fuoco, percosse, mutilazioni, pugnalate, stupri, ricatti e tradimenti sono descritti nei dettagli con una prosa impassibile. “A metà novembre”, si legge in un tipico paragrafo:

Andrea Pacheco Martínez, tredici anni, fu rapita all'uscita dall'istituto tecnico 16 […] Quando venne ritrovata, due giorni dopo, il corpo recava segni inequivocabili di morte per strangolamento, con frattura dell'osso ioide. Era stata violentata per via anale e vaginale. I polsi presentavano le tipiche tumefazioni di chi è stato legato. Entrambe le caviglie erano escoriate, dal che si dedusse che era stata legata anche ai piedi. Un immigrato del Salvador scoprì il corpo dietro la scuola Francisco I, in Avenida Madero, vicino al quartiere Álamos. Era perfettamente vestita e gli abiti non mostravano strappi, tranne la camicia a cui mancavano vari bottoni.

Chi ha sperimentato gli altri scritti di Bolaño riconoscerà il freddo distacco di questo passo. Ma il livello dei dettagli raccapriccianti si distacca da tutti i precedenti romanzi di Bolaño e dai resoconti giornalistici che poteva aver letto. Le sue descrizioni delle indagini e degli incidenti che circondano il processo del principale sospettato sono altrettanto precise e inquietanti.

Come aveva fatto Bolaño a conoscere così bene i dettagli di questi crimini e le procedure della polizia locale, vivendo oltreoceano? I suoi altri romanzi investigativi erano stati scritti quando il sangue della storia si era raffreddato, ma Bolaño aveva pur sempre attinto alla conoscenza diretta degli eventi o a quella dei suoi amici. Quando scriveva “La parte dei delitti”, invece, le informazioni sugli omicidi di Juárez erano molto limitate. Per arrivare a questo tipo di iperrealismo doveva ricorrere all'aiuto di qualcuno che vivesse i casi dal di dentro, qualcuno il cui interesse per le autopsie fosse accanito quanto il suo.

amuleto.JPG

La parte del giornalista
Nell'estate del 1995, l'anno in cui Bolaño scrisse a Carla Rippey, i cadaveri di alcune giovani furono trovati seminudi e strangolati appena a sud di Juárez, nei pressi dell'aeroporto. A settembre la città offrì una ricompensa di 1000 dollari in cambio di informazioni sul maniaco assassino. Un mese dopo la polizia arrestò Abdel Latif Sharif Sharif, un chimico arabo-americano con precedenti per aggressione sessuale, e lo accusò dei cinque delitti, più di alcuni altri commessi a settembre. Ma due mesi dopo, mentre Sharif Sharif si trovava dietro le sbarre in attesa di giudizio, cominciarono a spuntare nuovi cadaveri. La polizia affermò che Sharif Sharif aveva diretto questi omicidi dalla sua cella, pagando 1200 dollari per ciascuna donna uccisa. I suoi complici, si disse, erano otto adolescenti arrestati in una retata nei locali notturni. Li chiamavano I Ribelli.

A circa 1500 chilometri da lì, a Città del Messico, la notizia appassionò un cronista chiamato Sergio González Rodríguez. Romanziere e giornalista d'arte, González Rodríguez aveva cominciato la sua carriera negli anni Ottanta scrivendo recensioni per Carlos Monsiváis, influente critico culturale e pioniere dello stile della nueva crónica (“nuovo giornalismo”). Quando nel 1993 iniziò a lavorare per il quotidiano “Reforma”, nel 1993, González Rodríguez era noto per essere un critico centrista che non aveva paura di attaccare il governo: era stato licenziato dalla rivista “Nexos” per un articolo pubblicato su “Reforma” che metteva in discussione la morale degli intellettuali che si erano alleati con l'allora presidente Carlos Salinas de Gortari, eletto nel 1988 tra diffuse accuse di brogli elettorali. Questo temperamento indipendente rendeva González Rodríguez perfetto per “Reforma”, noto per il rigore del suo giornalismo investigativo. Così fu assunto per curare uno dei supplementi culturali del fine settimana del quotidiano, “El Ángel”. (Rodríguez è ancora consulente editoriale di questa sezione. Ha anche una rubrica di tre colonne.)

Le notizie che venivano da Juárez ricordavano a González Rodríguez il film Il silenzio degli innocenti, che aveva visto pochi anni prima. Poteva essere, si chiedeva, che a Ciudad Juárez ci fosse un vero Hannibal Lecter? Rispondere a questa domanda non rientrava nelle sue mansioni abituali, ma, come mi ha spiegato la scorsa estate in una serie di interviste, si era sempre appassionato alla letteratura sulla violenza. I suoi libri preferiti sono A sangue freddo di Truman Capote, Il canto del boia di Norman Mailer e Politica e crimine di Hans Magnus Enzensberger. Aveva già in mente di recarsi nello Stato di Chihuahua per tenere un seminario. Non fu difficile convincere “Reforma” a pagargli il volo fino a Juárez per assistere a una conferenza stampa del sospettato numero uno, il 19 aprile 1996.

Quel giorno González Rodríguez vide un uomo alto, di mezza età e dagli occhi verdi davanti a una trentina di giornalisti. Sharif Sharif parlava uno spagnolo stentato – viveva in Messico da meno di un anno – e così tenne la sua conferenza stampa in inglese avvalendosi della traduzione di un giornalista bilingue. Quello che disse faceva pensare a una soap opera. Secondo Sharif Sharif gli omicidi venivano commessi da due ricchi cugini messicani, uno dei quali viveva a Juárez e l'altro appena oltre il confine, a El Paso. Raccontò una storia d'amore tra uno dei cugini e una ragazza povera e bellissima di Juárez. I giornalisti erano seccati – si scambiavano occhiate, facevano battute. Anche González Rodríguez era scettico, ma la sua natura di critico gli faceva apprezzare lo stile di Sharif Sharif. Invece di dichiarare a squarciagola la propria innocenza, il sospettato espose la sua storia con assoluta tranquillità per novanta minuti. Sembrava credere che se avesse fornito una spiegazione alternativa per gli omicidi, le accuse contro di lui sarebbero cadute.

Alla fine della conferenza stampa González Rodríguez si presentò a un cronista locale. In un parco nei pressi della prigione i due si misero a chiacchierare della strana conferenza stampa. Si avvicinarono a loro una madre e sua figlia.

Siete giornalisti? domandò la madre.

Sì, risposero.

Vogliamo dirvi qualcosa che secondo noi dovreste sapere.

La ragazzina di 14 anni che le stava accanto indossava una maglietta, jeans e scarpe da ginnastica. Disse ai giornalisti che il capo della polizia di Juárez l'aveva costretta ad accusare i Ribelli. Il capo, raccontò, l'aveva afferrata per i capelli e le aveva sbattuto la testa contro il muro finché non aveva accettato di dire esattamente quello che le aveva ordinato lui.

Per González Rodríguez la prospettiva cambiò improvvisamente. I vecchi fatti (la retata nel locale notturno, le accuse contro Sharif Sharif) brillavano di una luce nuova: la polizia picchiava i testimoni. “Questo” pensò, “è quello che succede dietro le quinte.” In seguito apprese che mentre Sharif Sharif concionava in carcere la Commissione statale sui diritti umani aveva annunciato che sei degli otto testimoni contro i Ribelli erano stati arrestati illegalmente dalla polizia di Juárez.

González Rodríguez fece ritorno a Città del Messico e pubblicò un articolo sulle sue scoperte e il trattamento sospetto dei testimoni. Subito dopo “Reforma” gli domandò di entrare a far parte di un reparto speciale dedicato alla situazione a Juárez. Il capo del reparto, Rossana Fuentes Berain, mandò un giornalista sotto copertura nelle fabbriche in cui avevano lavorato molte delle vittime degli omicidi; incaricò altri giornalisti di seguire le varie indagini della polizia. Il compito di González Rodríguez era quello di studiare la situazione nel suo complesso per trovarvi schemi ricorrenti e moventi. Malgrado Berain coordinasse González Rodríguez come tutti gli altri giornalisti – a volte chiedendogli di corroborare le fonti o di fornire ulteriori prove delle sue ipotesi più ardite – gli concesse anche una maggiore libertà interpretativa.

Per tre anni González Rodríguez si divise tra Juárez e Città del Messico, destreggiandosi tra recensioni cinematografiche o letterarie e indagini criminali, finché nell'estate del 1999 il suo lavoro investigativo non cominciò a suggerire connivenze tra poliziotti, funzionari del governo e narcotrafficanti di Juárez e il loro coinvolgimento negli omicidi. Un'aggressione compiuta sempre nel 1999 contro il figlio dell'avvocato di Sharif Sharif aveva aggravato i suoi sospetti. Perché qualcuno avrebbe dovuto aggredire il figlio di un avvocato in un sistema giudiziario che funzionava normalmente? Così, il 12 giugno, insieme a un giornalista di “El Paso Times”, González Rodríguez intervistò un prigioniero che aveva parlato di coinvolgimento della polizia locale e di un senatore nei crimini di Juárez.

Nel suo libro Ossa nel deserto [Adelphi, Milano 2006, N.d.T.] González Rodríguez racconta che tre giorni dopo fu rapito e aggredito da due uomini a Città del Messico. A notte fonda aveva fermato un taxi nel quartiere “bene” di Condesa per farsi portare a casa, una sera tardi. Il taxi a un certo punto si fermò. Salirono due uomini armati. Ordinarono a González Rodríguez di chiudere gli occhi e di sedersi in mezzo a loro sul sedile posteriore. Il taxi ripartì – l'autista era un complice dei due. González Rodríguez non oppose resistenza, ma gli uomini lo insultarono, lo presero a pugni, lo percossero con il calcio della pistola e gli ferirono le gambe con un rompighiaccio. Dissero che lo avrebbero ucciso in una zona abbandonata, nel Sud della capitale. Il taxi si fermò. Uno degli uomini scese; l'altro, che veniva chiamato il Boss, rimase seduto. Le percosse e le minacce di stupro e morte ripresero. Un'auto della polizia li superò con i lampeggianti accesi. Gli uomini scaraventarono González Rodríguez sull'asfalto. Lui sporse denuncia e andò da un dottore, che gli prescrisse antidolorifici e riposo. Il 18 giugno su “Reforma” apparve il suo articolo Polizia accusata di complicità [a Juárez].

Nei due mesi successivi González Rodríguez visse come uno zombi: scriveva recensioni, curava la sua rubrica e usciva con gli amici nonostante la vista annebbiata e i problemi di linguaggio e i vuoti di memoria. L'11 agosto, quando non era nemmeno più in grado di prepararsi un caffè, due amici di “Reforma” lo portarono d'urgenza all'ospedale dove fu subito sottoposto a un'operazione chirurgica per rimuovere un gravissimo ematoma che gli premeva contro il cervello.

Contro tutte le aspettative si riprese completamente, ma l'aggressione segnò un punto di svolta nella sua vita. Prima delle percosse, González Rodríguez aveva avuto problemi con il telefono di casa e il cellulare: rumori strani, interruzioni del servizio. In seguito si accorse spesso di essere seguito. La sua amica Paola Tinoco ricorda che quando mangiavano al ristorante, nei mesi che seguirono l'operazione, venivano osservati da uomini con l'auricolare. Terrorizzati e impotenti, i due si rifugiarono nel senso dell'umorismo e presero a raccontarsi storie assurde in presenza di questi estranei. Una sera, per esempio, recitarono il testo di una popolare canzone infantile chiamata “La paperella”:

La paperella cerca i soldini
Per nutrire i suoi paperini
Perché sa che quando tornerà
Ciascun paperino le chiederà
Che mi hai portato, mammina, qua qua?
Che mi hai portato, mammina, qua qua?

Quando nel 1995 aveva preso un aereo diretto a Juárez per dare la caccia a un serial killer di stampo hollywoodiano, ricorda González Rodríguez, “Non immaginavo in cosa mi stessi cacciando”. Invece di Hannibal Lecter aveva trovato un sistema basato sull'impunità che proteggeva i peggiori criminali di Juárez semplicemente perché erano ricchi e spietati, un sistema nel quale erano coinvolti la polizia e gli organi giudiziari della città, dello Stato e del Paese. Una volta tratte queste conclusioni era impossibile tornare indietro. “Ti ritrovi in un inferno” dice, “senza sapere perché è toccato proprio a te.” Quell'inferno ridusse in cenere molte delle sue illusioni su trasparenza, responsabilità e giustizia, rivelando il cuore nero del Messico.

Le autorità, pensava, stavano consapevolmente tentando di confondere le acque e di insabbiare la realtà a Juárez, suggerendo che le cifre erano esagerate o che gli omicidi erano crimini passionali o che le vittime erano delle prostitute. Voleva documentare per sempre quello che aveva scoperto e che contraddiceva queste versioni, scrivere una testimonianza che non diventasse carta straccia nel giro di una settimana.


2666.jpg

La parte della corrispondenza
L'anno in cui González Rodríguez subì la prima aggressione, Bolaño lavorava al suo groviglio delirante da più di mezzo decennio. Alla ricerca di informazioni su Juárez, Bolaño scrisse varie mail ai suoi amici in Messico facendo loro domande sempre più dettagliate sugli omicidi. Fu così che, stanchi di queste macabre richieste, gli amici lo misero in contatto con González Rodríguez, il quale, dissero, era informato sui crimini più di chiunque altro. Bolaño gli scrisse la prima mail più o meno quando González Rodríguez decise di scrivere un libro sulle proprie indagini.

Con il senno di poi è strano che i due non fossero entrati in contatto prima. Avevano quasi la stessa età: González Rodríguez era nato nel 1950, Bolaño nel 1953. Entrambi avevano fatto parte della controcultura di Città del Messico negli anni Settanta: Bolaño girando la città con i poeti infrarealisti, González Rodríguez suonando il basso in un gruppo heavy-metal chiamato Grupo Enigma. Entrambi si misero a scrivere romanzi piuttosto tardi e andavano fieri dell'integrità dei loro giudizi letterari. Avevano vari amici in comune, come Jorge Herralde e il critico e romanziere Juan Villoro. E arrivati alla mezza età si erano entrambi appassionati a Juárez.

González Rodríguez capì subito che l'interesse di Bolaño per i crimini non era un capriccio. “Non era un passatempo, come succede con molti romanzieri” dice González Rodríguez. “Era la passione di una vita. Mi diceva, Cosa pensi di questo o quel testo? Aveva letto tutto.”

Quello che serviva a Bolaño, spiega González Rodríguez, erano dettagli sugli omicidi e sulle indagini della polizia, perché in questo gli articoli sui giornali erano troppo vaghi. Voleva sapere come operavano i narcotrafficanti di Juárez, quali auto guidavano, che armi usavano. “Quello che gli piaceva era la precisione” dice González Rodríguez. Nel caso delle armi, per esempio, Bolaño voleva conoscere non solo la marca ma anche il modello e il calibro.

Era anche interessato a capire la mentalità dei poliziotti di Chihuahua per essere in grado di cogliere le peculiarità della loro buona o cattiva condotta. Voleva sapere esattamente come si scrive un rapporto su un omicidio. Voleva una copia di un referto legale; González Rodríguez ne trovò uno nei documenti che era riuscito a ottenere da un avvocato difensore. Su richiesta di Bolaño trascrisse una sezione in cui venivano descritte le ferite delle vittime. “Voleva conoscere il linguaggio delle indagini forensi” ricorda González Rodríguez. È il linguaggio cui fa ricorso “La parte dei delitti”.

“Immagino, basandomi su quello che mi domandava, che volesse confrontare i dati” racconta González Rodríguez. “Direi che il detective selvaggio voleva che l'altro detective selvaggio, che ero io, traesse conclusioni analoghe.” Ma tutti gli scrittori sanno che condividere le conclusioni significa spesso cambiare idea. Confrontando i dati con González Rodríguez, Bolaño potrebbe aver mutato varie convinzioni di vecchia data. Si prenda, per esempio, la discussione tra i due detective a proposito di Robert K. Ressler, l'ex criminologo dell'FBI che andò a Juárez nel 1998 per prestare la propria consulenza sugli omicidi grazie a un accordo tra il Congresso e la procura generale messicani. Bolaño aveva già letto famosi libri di Ressler, tra cui Sexual Homicide [trad. lett. “Omicidio sessuale”] e Crime Classification Manual [trad. lett. “Manuale di classificazione dei crimini”], ed era sorpreso che Ressler non avesse risolto il caso.

Perché Ressler non ha preso l'assassino? chiedeva.

Quella visita serviva solo a far scena, ricorda di avergli detto González Rodríguez. Gli spiegò che Ressler era giunto a Juárez impreparato. Non aveva portato il suo interprete personale. Era pagato dalle stesse autorità che forse erano coinvolte nei delitti. Doveva passare in rassegna casi giudiziari scritti in spagnolo, lingua che non conosceva. Gli assegnarono una guardia del corpo che osservava tutto quello che faceva. Queste informazioni, ricorda González Rodríguez, furono per Bolaño una doccia fredda.

“Voleva credere che esistesse una forza razionale in grado di sconfiggere il crimine” osserva. Una simile forza raziocinante e trionfante appare di fatto in tutti i romanzi di Bolaño, tranne 2666. In Stella Distante il serial killer viene catturato dal detective Abel Romero anche grazie all'acume di un poeta. In Notturno cileno i crimini dei letterati vengono smascherati da un giovane detective anonimo. Un altro anonimo inquisitore ricostruisce la storia di Arturo Belano e Ulises Lima nei Detective selvaggi, mentre i due giovani poeti riescono a trovare la misteriosa scrittrice Cesárea Tinajero in un un villaggio vicino a Santa Teresa.

Solo in 2666 i criminali la fanno franca, sequestrando, assassinando o picchiando tutti i ficcanasi che si mettono sulla loro strada. È significativo che nella versione finale di 2666 il personaggio basato su Ressler (Albert Kessler) prima appaia come un detective scaltro e privo di tatto per poi vedere definitivamente compromesse le sue indagini.

Ma soprattutto González Rodríguez disse a Bolaño che le sue scoperte suggerivano che gli omicidi di Juárez erano collegati con la polizia e i politici locali e con le bande mercenarie finanziate dai cartelli della droga. I poliziotti non indagano seriamente sugli omicidi, spiegò, perché sono addestrati male o sono misogini oppure hanno stretto accordi che permettono ai narcotrafficanti di agire impunemente.

Ma allora non c'è nessun assassino seriale? gli domandò Bolaño.

No, certo che c'è un assassino seriale, rispose González Rodríguez. Ma non è solo uno. Penso che ce ne siano almeno due.

Questa rivelazione, ricorda González Rodríguez, sconcertò Bolaño. All'epoca lo scrittore aveva già messo a punto una struttura ingegnosa e complessa per il suo romanzo, una struttura che almeno fino a un certo punto dipendeva dall'ipotesi di un unico assassino. Il problema non era l'innocenza o la colpevolezza del vero Sharif Sharif, dice González Rodríguez. Il problema era introdurre in 2666 le nuove rivelazioni sui delitti.

La soluzione di Bolaño, sospetto, fu quella di adottare in blocco molte delle conclusioni di González Rodríguez su Juárez, per poi drammatizzarle a modo suo. I parallelismi tra le storie de “La parte dei delitti” e le conclusioni di Ossa nel deserto di González Rodríguez sono sorprendenti. Eppure, come fa notare González Rodríguez, “niente è mai seguito alla lettera”. Cambiano nomi e nazionalità, molti personaggi sono inventati, intere trame sono frutto dell'immaginazione, dello stile e dell'atmosfera. Bolaño può anche aver usato tutto quello che González Rodríguez gli aveva insegnato – lesse il manoscritto di Ossa mesi prima che fosse pubblicato – ma rimodellandolo secondo i propri fini.

nocturno.jpg


La parte del cavallo
Dopo anni di corrispondenza, finalmente nel novembre del 2002 i due detective selvaggi si incontrarono, quando Gonzaléz Rodríguez andò a Barcellona per la presentazione ufficiale di Ossa. Anagrama aveva comprato il libro per la sua prestigiosa sigla editoriale “Crónicas”, affiancandolo alle opere di Günter Wallraff, Ryszard Kapuściński e Michael Herr. Alla presentazione assistettero più di 100 persone. Mesi dopo il consolato messicano si rifiutò di mandare un proprio rappresentante allo spettacolo teatrale ispirato a Ossa, affermando che i suoi funzionari “non appoggiano opere che denigrano il Messico”.

Ossa fu presentato in Spagna anche per proteggere il suo autore. Quando venne stampato molti rappresentanti del governo e della polizia citati da González Rodríguez erano ancora in carica, e il suo resoconto della sistematica corruzione a Juárez fece infuriare chi voleva presentare il Messico come una nazione civile. Ma la copertura mediatica offerta al libro in Europa fornì a González Rodríguez un certo grado di protezione contro le ritorsioni. In questo modo non fu più possibile far scomparire il libro o il suo autore nel silenzio quando Ossa fu pubblicato in Messico.

Bolaño non andò alla presentazione, ma il giorno dopo González Rodríguez e un amico partirono presto per raggiungere Bolaño e la sua famiglia a pranzo. Arrivarono con diverse ore di ritardo. Ancora sotto l'effetto della cena e dell'assenzio della sera prima, González Rodríguez e il suo amico avevano preso il treno sbagliato. Bolaño non se la prese per il ritardo, stappò una bottiglia di vino e offrì loro dei panini. Sapendo che a causa della malattia Bolaño non poteva bere alcolici, González Rodríguez gli aveva portato mezzo chilo di caffè di “La Habana”, il caffè di Città del Messico immortalato nel Detective selvaggi. Il fegato di Bolaño era in così gravi condizioni da non permettergli neanche di bere caffè, ma González Rodríguez ricorda che aprì il pacchetto e ci infilò il naso.

Nelle ore successive parlarono dei delitti di Juárez. Per una volta non avevano l'ansia di essere ascoltati o intercettati. Bolaño poté fare tutte le domande che voleva.

Senti, scherzò Bolaño, farò di te un personaggio del mio libro. Intendo plagiare Javier Marías, che ti ha messo nella Nera schiena del tempo.

González Rodríguez ebbe un tuffo al cuore. Sul serio, Roberto? disse. Con il mio vero nome?

Sì, non preoccuparti, disse Bolaño. Sua figlia, Alejandra, stava giocando con l'amico di González Rodríguez. Bolaño pareva felice. González Rodríguez non seppe cosa dire.

La sera dopo si rividero per una cena a base di sushi a Barcelona. Questa volta non parlarono di Juárez ma di letteratura. Bolaño chiese se in Messico gli scrittori portavano ancora la barba o se l'avevano tagliata. A un certo punto annunciò che lui e Mario Santiago avevano ufficialmente sciolto il movimento Infrarealista a Parigi nel 1992. È pazzo, pensò González Rodríguez. Pensa che gli unici Infrarealisti che contano siano lui e Santiago.

Subito dopo questa visita Bolaño pubblicò il saggio “Sergio González Rodríguez sotto l'uragano”, nel quale dichiarava il suo affetto e la sua ammirazione per il giornalista ed elogiava il suo libro. “L'assistenza tecnica [di González Rodríguez] nella stesura della mia opera” scrisse, “è stata sostanziale.” Ossa nel deserto è “non solo una fotografia imperfetta – e come potrebbe essere altrimenti – del male e della corruzione; si trasforma anche in una metafora del Messico e del suo passato e del futuro incerto di tutta l'America Latina”.

Sette mesi dopo, il 1° luglio 2003, Bolaño fu ricoverato in un ospedale di Barcellona. Morì due settimane dopo.

Nel 2004, quando 2666 fu pubblicato in Messico, González Rodríguez trovò a stento la forza di leggerlo. “Mi ci vollero mesi per leggere la sezione sulle donne uccise” dice. “Mi terrorizzava. Viverlo è una cosa, ma sentirlo raccontare da un grande maestro della letteratura come Bolaño non è un'impresa da niente. Roberto è più pazzo di un cavallo, capisce? Non puoi crederci perché in un certo senso sei lì.”

Come giornalista González Rodríguez aveva coltivato una distanza critica che lo aiutò a ignorare la più che probabile eventualità di nuove aggressioni. Trovare in 2666 un personaggio con il suo stesso nome legato a un mondo di assassini e di insabbiamenti segnò la fine di quell'illusione. A un certo punto Bolaño descrive perfino un sequestro simile in tutto e per tutto all'aggressione del 1999 contro González Rodríguez, ma che si chiude con la morte della vittima. Non è chiaro se il giornalista che muore sia il personaggio “Sergio González”. 1

Mettendo da parte questi indovinelli, nel 2004 qualsiasi giornalista messicano che si fosse occupato di cartelli o di corruzione si sarebbe sentito vulnerabile. Quell'anno in Messico furono uccisi o scomparvero cinque giornalisti. Uno di loro fu colpito a morte davanti ai suoi sue figli. Secondo un documento diffuso lo scorso anno da Reporter senza frontiere, il Messico è diventato il secondo posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Al primo posto c'era l'Iraq. Alejandro Junco de la Vega, presidente del Grupo Reforma, ha recentemente dichiarato in un discorso alla Columbia University che i suoi tre quotidiani non riportavano più i nomi degli autori degli articoli per proteggere i giornalisti. “Siamo assediati dai signori della droga, dai criminali” ha spiegato, “e più denunciamo le loro attività più aggressivamente reagiscono.” Lo stesso Junco ha trasferito tutta la sua famiglia “in un luogo sicuro negli Stati Uniti”.

Guarda caso, dall'anno della pubblicazione di 2666 González Rodríguez ha deciso di non andare più a Juárez. Ha saputo che nello Stato di Chihuahua c'era una taglia sulla sua testa. Inoltre era stato denunciato per diffamazione e rischiava di finire in carcere non appena avesse messo piede in quello Stato. Per questo motivo i suoi avvocati gli consigliarono di evitare a tutti i costi Chihuahua. (Solo nell'aprile del 2007 il Presidente Felipe Calderón ha firmato una legge federale che depenalizza la diffamazione e gli “insulti” obbligando i governi di tutti gli Statia fare altrettanto.) L'ultima volta che González Rodríguez è passato per Juárez nessuno voleva parlare di quanto stava accadendo. Era diventata una città le cui porte si erano definitivamente chiuse.

Ossa nel deserto 2666 sono libri facili. Mentre li leggevo sono stata tormentata dagli incubi. Le loro pagine sembrano tombe scavate di fresco, ma sono caratterizzate da diverse filosofie del male. In Ossa Juárez è vittima di una corruzione dilagante. Quando poliziotti e tribunali distolgono lo sguardo, secondo González Rodríguez, la brutalità diventa ordinaria. Lo stupro e l'assassinio di donne, l'uccisione di giornalisti, i sequestri di persona: in Messico questi crimini non sono più notizie da prima pagina. “Una persona malvagia come un assassino seriale può porre tutto fuori scala e avere un effetto devastante” spiega González Rodríguez, innescando un meccanismo di sterminio che fa a gara con quelli dei totalitarismi. Questa “normalizzazione della barbarie”, dice, è il problema più grave che devono oggi affrontare il Messico e l'America Latina.

Nella sezione finale di 2666, “La parte di Arcimboldi”, Bolaño offre una visione più sinistra del male. La sezione si apre alla fine della Prima guerra mondiale, con il ritorno a casa di un prussiano ferito. Sta cambiando tutto, gli dice uno sconosciuto: “La guerra era alla fine e sarebbe iniziata una nuova epoca. [Il prussiano] rispose, mentre mangiava, che non sarebbe mai cambiato nulla”. E in effetti tutta l'ultima sezione di 2666, che va dalla Prima guerra mondiale alla fine degli anni Novanta, sembra pensata per dimostrare la convinzione di Arcimboldi che la storia è solo una proliferazione di istanti, di attimi fugaci “che competono fra loro in mostruosità”. Quando Arcimboldi combatte per il Terzo Reich sul fronte orientale e intraprende la sua carriera di romanziere sulle rovine di Berlino, Bolaño ci intrattiene con una serie incessante di stupri e omicidi. Nella campagna tedesca un uomo uccide la moglie e la polizia fa finta di non vedere. Durante la guerra i cittadini in fuga verso la campagna vengono regolarmente derubati, stuprati e uccisi. La terra che circonda un castello romeno è piena di ossa umane sepolte. Le allusioni all'Olocausto abbondano.

In questo panorama di brutalità e impunità Santa Teresa sembra meno aberrante. Sembra solo uno dei tanti luoghi in cui un male pervasivo e sotterraneo è salito in superficie. Com'è ora a Santa Teresa, sembra dire il romanzo, com'è sempre stato, come sarà nei cimiteri del 2666. Il male è immenso ed eterno come il mare.

Questa visione della violenza ricorda l'apocalittico scrittore americano Cormac McCarthy, ma il romanzo di Bolaño è più ricco di sesso e di commedia, e il suo eroe è ben diverso da quelli de La strada o Meridiano di sangue. Arcimboldi marcia attraverso i campi di battaglia della Polonia e della Romania come un uomo che si trascini sul fondo del mare, immerso in un profondo oscuro orrore senza esserne toccato. Da ragazzo legge il Parzival di Wolfram von Eschenbach ed è affascinato dall'idea di un cavaliere medievale “laico e indipendente”. Il suo sacro graal sarà il diario di un morto scoperto in uno shtetl abbandonato.

Un cavaliere laico e indipendente: queste parole potrebbero descrivere sia i grandi detective sia i grandi scrittori che errano tra le pagine di 2666. Tutti esseri solitari impegnati a leggere e a nuotare nell'abisso. In questo mondo fare lo scrittore è pericoloso quanto fare il detective, camminare in un cimitero, guardare in faccia i fantasmi.

1 Pur mirabile, il testo di Marcela Valdes contiene qualche imprecisione. Questa ci sembra la più vistosa. L'autrice confonde (forse perché la serie di eventi cui allude sono concomitanti, nella cronologia apparentemente labirintica della “Parte dei delitti”) il personaggio di Sergio González Rodríguez e quello di Josué Hernández Mercado, collaboratore de “La Raza de Green Valley”, giornale sensazionalistico che vive di sovvenzioni provenienti dai chicanos, di varia periodicità (settimanale, bimensile o mensile), specializzato in cronaca nera. A un certo punto, dopo aver raccolto l'ennesima testimonianza più o meno farneticante di Sharif Sharif (Klaus Haas, nel libro), il personaggio di Hernández Mercado scompare (letteralmente: Bolaño non descrive alcun sequestro) e non se ne saprà più nulla, malgrado le saltuarie ricerche di una collega. Il lettore intuisce che è stato ucciso. Invece, nello stesso punto della terza parte, che più che in montaggio alternato sembra procedere per parallelismi giustapposti con la regolare interpunzione delle scoperte e/o autopsie dei cadaveri, González Rodríguez viene prelevato, a notte fonda, da una Mercedes. Non per essere picchiato, ma per entrare discretamente in contatto con un'eminenza del PRI (Partido Republicano Institucional), Azucena Esquivel Plata, interessata ai crimini di Juárez per motivi personali più che politici. N.d.T.

Originale: Alone Among the Ghosts: Roberto Bolano's '2666'

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008 su The Nation.

Traduzione di Manuela Vittorelli (http://mirumir.blogspot.com http://mirumir.altervista.org)

Il file può essere scaricato qui (in formato .pdf).

Etichette: , , ,

mercoledì, dicembre 09, 2009

Lo sporco segreto di “Hopenhagen”

Lo sporco segreto di “Hopenhagen”

di Pepe Escobar

PECHINO – Il 21 novembre sul China Daily è apparsa questa didascalia: “Tre donne fanno sembrare più piccolo il Nido d'Uccello [lo Stadio Nazionale] mentre si godono il cielo azzurro e il sole invernale, venerdì. Venerdì Pechino ha sperimentato il suo 260° giorno sereno del 2009, raggiungendo il proprio obiettivo 41 giorni prima della fine dell'anno”.

Si potrebbe pensare che il segreto del controllo climatico cinese e il raggiungimento degli “obiettivi” sia che Dio ha la tessera del Partito Comunista, e che i suoi obiettivi sono i piani quinquennali, come per chiunque altro (eccetto gli “scissionisti”). Dio, ovviamente, non si sognerebbe mai di diventare uno scissionista.

Solo nell'ultimo mese in Cina sono stati venduti 1,34 milioni di automobili. Sono una gran bella fonte di gas serra. Confrontateli con il nuovo obiettivo di Pechino, quello di ridurre l’intensità di carbonio – emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo – dal 40 al 45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Cosa se ne faranno di tutte queste auto, le esilieranno in Corea del Nord?

Gli imprenditori cinesi, però, continuano a concentrarsi sull'obiettivo. Molti sono giunti a Copenhagen per la conferenza sul clima delle Nazioni Unite, e oltre a concludere una caterva di nuovi grossi contratti hanno già reso pubblico il loro “impegno a esplorare modelli di crescita economica a bassa emissione di carbonio”.

Stretch limo da Kyoto
Congestionata da 1200 limousine (e solo cinque auto elettriche) e 140 jet privati riservati ai veri VIP tra i 15.000 delegati, 5000 giornalisti e 98 leader mondiali che si ingozzavano di foie gras sostenibile (e sesso libero, offerto dalle 1400 lavoratrici del sindacato delle prostitute di Copenhagen, questo sì che è carbon dating*...), Copenhagen è stata ribattezzata Hopenhagen. Ma non c'è da stare molto allegri.

Parlando per conto del Gruppo dei 77 e della Cina, l'ambasciatore sudanese Ibrahim Mirghani Ibrahim ha messo in chiaro che le manovre del Nord per aggirare il protocollo di Kyoto e per mettere con le spalle al muro il Sud non avranno vita facile. In base a Kyoto, adottato nel 1997, il Nord industrializzato si è impegnato a ridurre le emissioni del gas serra del 5% rispetto ai livelli del 1990 nel 2008-2012. Tutti i paesi hanno sfondato i limiti.

Poi, all'inizio di questa settimana, è trapelato il testo “segreto” di una bozza dell'accordo politico conclusivo che il 18 dicembre, cioè alla fine del summit, dovrebbe essere ratificato da tutti, compreso il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. E Lumumba Di-Aping, il presidente sudanese del Gruppo dei 77 più la Cina, è partito in quarta: “Il testo ruba ai paesi in via di sviluppo la loro quota giusta ed equa di spazio atmosferico. Cerca di trattare ricchi e poveri allo stesso modo”. La Cina e l'India ovviamente si oppongono fermamente al testo “segreto”.

Ecco dunque quello che il Nord ricco sta architettando, secondo il Sud: “Distruggere sia la convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che il protocollo di Kyoto”, come ha detto Di-Aping. Kyoto è finora il solo accordo globale che obblighi il Nord a ridurre le emissioni di gas. Adesso il Nord vuole un losco “fondo verde” condotto da un consiglio misterioso che alla fine si tradurrà nella Banca Mondiale e in un consorzio di organi non-ONU. In breve: il Nord l'ha fatta franca con l'inquinamento del pianeta, mentre quello che va regolamentato è il Sud.

I tagli della Cina da soli corrispondono a non meno del 25% della riduzione globale delle emissioni necessaria a evitare un aumento di più di due gradi Celsius della temperatura del pianeta. La Cina batte perfino la correttezza ambientale dell'Unione Europea, impegnatasi a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020. I principali responsabili dell'inquinamento mondiale, gli Stati Uniti, non vogliono prendere nessun impegno. Washington – che ha snobbato Kyoto – vuole un “accordo politico”, non un “trattato legale”, e si è vagamente offerta di tagliare le emissioni del solo 17% entro il 2020, e in riferimento ai livelli del 2005. Il Nord ha comunque già deciso che a Copenhagen non ci sarà alcun accordo globale, solo una vaga dichiarazione di intenti.

Porca vacca
Qualunque sia l'esito della festa di Copenhagen, non affronterà il problema del funzionamento del turbo-capitalismo, un sistema che è schiavo del petrolio. La maggior parte della realtà che conosciamo ruota essenzialmente attorno a Padre, Figlio e Spirito Santo, cioè Cina, Stati Uniti e Medio Oriente.

Funziona praticamente così. I produttori di petrolio del Medio Oriente vendono il petrolio che alimenta un esercito di industrie cinesi, soprattutto nella cosiddetta “fabbrica del mondo”, il Guangdong. Queste industrie usano il petrolio per produrre praticamente tutto quello che il mondo consuma, e che va a finire in gran parte negli Stati Uniti. I consumatori americani acquistano tutti questi prodotti nei grandi magazzini con carte di credito prosciugate. Poi i magnati del petrolio mediorientali investono il loro surplus negli Stati Uniti. È così che alcuni investitori arabi – per lo più fondi sovrani – sono ora tra i principali creditori degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti sono colpiti dalla più grave crisi dell'occupazione dai tempi della Grande Depressione, la Cina avrà ancora bisogno di tutto questo petrolio per far muovere la propria economia e gli arabi avranno ancora bisogno di consumare prodotti made in China nei Wal-Mart, dove andranno a bordo dei loro SUV.

I cinesi saranno gli ultimi a guastare questo equilibrio. Ridurranno zitti zitti le loro emissioni e in ogni caso continueranno a crescere del 9% annuo – secondo il famoso proverbio cinese "fare è meglio che parlare" (shao shuo duo zuo, parla poco e fai di più).

Dunque chi vincerà, alla fine? Chi se non Wall Street, se mai vedrà la luce un sistema basato sul mercato delle emissioni per “salvare il pianeta”. Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley farebbero così il colpaccio grazie a un mercato del carbonio incentrato sui derivati.

Preparatevi a una valanga di contratti derivati e di prodotti finanziari legati allo scambio di emissioni. Wall Street attirerà importanti investitori dai fondi speculativi e dai fondi pensione, dato che ha investito una fortuna in lobbisti e in contratti con compagnie in grado di offrire “carbon offset” [cedole di credito emesse da organizzazioni che operano nel campo della protezione dell’ambiente e che si impegnano a investire quel denaro per compensare le emissioni di anidride carbonica, N.d.T.] da vendere ai clienti. Sarà una pacchia per gli speculatori. Le banche di Wall Street sono destinate a trasformare i cambiamenti climatici in un nuovo mercato delle materie prime – e a venderli come un prodotto di investimento. Abbiamo già visto tutti questo film, ma che diavolo; benvenuti nella nuova bolla da migliaia di miliardi, l'ancora teorico mercato “cap and trade” [tetto per le emissioni e scambio di quote delle emissioni, N.d.T.].

Anche Big Oil – da Exxon Mobil a Shell e BP – insieme alle maggiori corporazioni globali, molte delle quali legate direttamente a Big Oil, metterà a segno un bel colpo. Queste compagnie vogliono una “carbon tax” globale diretta (esplicitamente chiesta da ExxonMobil). Il sistema di scambio delle quote di emissione legherà i mercati “cap and trade” nazionali; i “tetti” saranno in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Questo spiega perché paradossalmente Big Oil sia di fatto favorevole a combattere il surriscaldamento globale.

Difficile stupirsi alla vista di Wall Street e Big Oil che traggono allegramente vantaggio dai risultati di Copenhagen. La “carbon tax” globale che hanno proposto colpirà tutto il pianeta, e il bello è che Wall Street e Big Oil non dovranno farne le spese. Ma, si potrebbe contestare, perché no, visto che verrà tassato anche il miliardo e mezzo di vacche presenti in tutto il mondo. Secondo la FAO, l'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura delle Nazioni Unite, le “emissioni” delle vacche sono tra le principali cause del surriscaldamento globale. E così, malgrado tutte le buffonate del fardello dell'uomo bianco, sembra che i mammiferi daranno il colpo di grazia a quella Madre Terra che gli umani avranno ormai praticamente distrutto: questa ironia sarebbe piaciuta molto al teorico dell'evoluzione Charles Darwin.

*Gioco di parole intraducibile: dating è la datazione (al carbonio) ma si riferisce anche all'uscire con qualcuno.

Originale: Hopenhagen's dirty secret

Articolo originale pubblicato il 9/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , ,

lunedì, dicembre 07, 2009

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

[Al nostro diplomatico indiano preferito, invece, il discorso di West Point è piaciuto; qui spiega perché.]

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

di M. K. Bhadrakumar

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è meritato un convincente “10” nella tortuosa prova a cui ha dovuto sottoporsi nel strutturare una nuova strategia afghana.

Appare come il risultato di un duro processo d'apprendimento e rivela il carattere e l'intelligenza straordinaria di Obama il fatto che sia riuscito a cogliere l'essenza del problema, abbia onestamente stabilito cosa è andato storto, sia stato tanto lucido da non farsi distrarre da altre considerazioni e abbia mostrato sincerità d'intenti nell'adottare un approccio completamente nuovo.

Ha gettato via tutto il bagaglio di “iniziative regionali”, conferenze internazionali e “grandi patti” per concentrarsi sul cuore del problema, e cioè che il popolo afghano sta cominciando a vedere gli americani come occupanti ed è dunque tempo di prendere in considerazione una strategia d'uscita.

Ciò è reso quantomai evidente dalla sua prontezza ad attribuire un ruolo centrale al governo guidato dal Presidente Hamid Karzai. Gli Stati Uniti stanno mettendo da parte senza troppe cerimonie l'amaro esito delle elezioni presidenziali afghane e si decidono finalmente a mettersi al lavoro con Karzai, ora all'inizio di un secondo mandato quinquennale. È sia una scelta che una necessità.

Con tutti i difetti della situazione, Karzai è a capo di un “governo che è coerente con le leggi e la costituzione dell'Afghanistan”, come ha ammesso Obama, e questo è ciò che più conta.

La nuova strategia di Obama sottolinea che il rafforzamento del governo di Karzai deve avvenire il più presto possibile. Riconosce che solo gli afghani possono risolvere il loro problema. Si spera che la campagna per ridimensionare e screditare Karzai cesserà.

Obama farà bene a tenere a bada non solo alcuni suoi impetuosi connazionali ma anche gli alleati britannici, che talvolta sembrano ancora covare la tentazione di rovesciare Karzai.

Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha detto alla Camera dei Comuni di essere deciso a costringere Karzai a tener fede agli accordi. Ha promesso che nei prossimi nove mesi le nomine dei governatori nelle 400 province dell'Afghanistan saranno basate esclusivamente sul “merito”. È, questo, esattamente il tipo di buffonata che va evitato.

Sulla difficile strada che li attende, gli alleati di coalizione di Karzai collaboreranno utilmente con le truppe statunitensi (e britanniche). Tutto nell'Hindu Kush funziona da tempo immemore sulla base della fiducia, della lealtà e delle parentele. Tutte queste sciocchezze a proposito del merito e via dicendo lasciano il tempo che trovano. È così che l'Afghanistan vive e prevedibilmente continuerà a vivere.

In tutto il suo discorso Obama non ha censurato una sola volta la “signoria della guerra”. E infatti l'Afghanistan va considerato nel suo contesto storico e culturale.

La strategia statunitense assegna implicitamente un ruolo fondamentale ai cosiddetti “signori della guerra” nella stabilizzazione dell'Afghanistan. Semplicemente non c'è alternativa visto che le forze statunitensi non intendono mantenere la pace oltre a indebolire l'attuale insurrezione guidata dai taliban.

Non è un mistero che l'Afghan National Army (ANA), l'esercito nazionale afghano, soffra di molti mali, e che siano necessari i finanziamenti americani perché si espanda su ampia scala, cosa non facile. I costi aggiuntivi del posizionamento di ulteriori 30.000 soldati statunitensi sono alto: da 30 a 40 miliardi di dollari l'anno in spese extra. La previsione di spesa per il 2010 per l'Afghanistan stava già a 65 miliardi (superando i 61 per l'Iraq).

Comunque, la parte più profonda della nuova strategia di Obama è che segnala un addio definitivo ai piani neoconservatori per la politica estera americana. Come ha detto Obama, il progetto di nation-building in Afghanistan “pone obiettivi che vanno oltre ciò che può essere ottenuto a un costo ragionevole, e ciò che dobbiamo ottenere per garantire i nostri interessi”. La sua franchezza è stata brutale quando ha ammesso che l'America “semplicemente non può permettersi di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Ma soprattutto ha sottolineato che è ora che gli Stati Uniti si allontanino dalle guerre e cerchino invece di “ricostruire la nostra forza qui a casa... Ecco perché il nostro impegno militare in Afghanistan deve avere un limite di tempo – perché la nazione che sono più interessato a costruire è la nostra... Dovremo usare la diplomazia, dato che nessuna nazione può affrontare da sola le sfide di un mondo interconnesso”.

In mezzo alla cacofonia che avvolge la strategia afghana non dobbiamo lasciarci sfuggire il fatto che è davvero cominciata l'epoca di Obama. Martedì il presidente ha fatto formalmente calare il sipario sulla Pax Americana. Le implicazioni globali saranno d'ampia portata – che riguardino l'Iran, la Corea del Nord o il Venezuela – poiché Obama ha sottolineato con straordinaria franchezza che l'America aveva dimenticato di “riconoscere il legame tra la nostra sicurezza nazionale e la nostra economia... E dunque semplicemente non possiamo permetterci di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Il nuovo approccio di Obama sull'Afghanistan scarta la strategia della contro-insorgenza a favore di un'energica strategia antiterrorismo. Niente nation-building, niente appelli a favore di libertà, progresso, democrazia e via dicendo. L'obiettivo della restante parte della guerra sarà estremamente ristretto: indebolire i taliban e al-Qaeda nel minor tempo possibile, entro i prossimi 18 mesi o giù di lì, e restituire il vantaggio al governo afghano, che a sua volta possa consentire agli Stati Uniti un ritiro sulla falsariga di quello iracheno, entro precisi limiti di tempo.

Lo scenario afghano che si sta delineando ricorda da vicino la seconda metà degli anni Ottanta, quando fu chiaro che l'esercito sovietico si sarebbe ritirato. Il Presidente Mohammad Najibullah sorprese tutti – Mosca compresa – dimostrando di essere capace di avviare con le proprie forze un programma di riconciliazione nazionale, e soprattutto di mantenere la posizione anche senza l'esercito sovietico. Ebbe dei problemi solo quando i sovietici cominciarono a trattarlo con freddezza.

La famosa offensiva di Jalalabad pianificata dai servizi segreti pakistani (l'ISI) con l'aiuto di mujaheddin come il leader dell'Alleanza del Nord, Ahmad Shah Massoud, non riuscì comunque a sconfiggere Najibullah. Con un piccolo aiuto della comunità internazionale Najibullah avrebbe dimostrato di poter dare del filo da torcere ai mujaheddin, ai jihadisti e ai loro protettori stranieri messi insieme. Bisogna trarre dalla storia le lezioni giuste.

Gli Stati Uniti dovrebbero mirare a riportare quanto prima il conflitto alla forma che aveva prima del 2001: una guerra civile nata da una lotta fratricida. La comunità internazionale dovrebbe sempre più limitarsi a trattare con il governo di Kabul.

Obama non ha rivelato quello che pensa di una soluzione politica in Afghanistan. Forse la questione esulava dal suo discorso di martedì. A ogni modo, non ha evitato completamente l'argomento.

Con parole scelte molto attentamente, ha detto: “Non abbiamo alcun interesse a occupare il vostro paese. Sosterremo gli sforzi del governo afghano per aprire la porta ai taliban decisi rinunciare alla violenza e a rispettare i diritti umani dei loro concittadini”.

Non c'è alcun dubbio che una pace duratura sarà possibile solo se ci sarà un accordo globale in grado di coinvolgere i taliban. Ma, ancora una volta, l'attuale strategia di trattare con i taliban grazie ai buoni uffici dei servizi sauditi o pakistani è estremamente miope e pericolosa. Resta il fatto che i sauditi potranno anche essere alleati degli Stati Uniti, ma perseguono i propri obiettivi wahabiti in Afghanistan e in Asia Centrale.

Dunque Obama dovrebbe permettere che la riconciliazione afghana emerga da un'iniziativa inter-afghana. Gli Stati Uniti devono essere abbastanza magnanimi da farsi da parte. Gli afghani hanno i loro metodi tradizionali di dialogo e riconciliazione. Invece di sparare a zero sull'idea di una loya jirga (gran concilio tribale), bisognerebbe esplorarne le potenzialità.

In generale bisognerebbe tentare di “liberare” i taliban dalle grinfie pakistane. In ultima analisi, l'“afghanità” dei taliban è destinata a emergere se ne avrà la possibilità. È proprio questa “afghanità” che il Pakistan teme più di qualsiasi altra cosa. La strategia del Pakistan è consistita nel sviluppare una sorta di mistica dei taliban e nel mantenerli divisi e frammentati perché non sfuggissero al controllo dell'ISI.

Solo i gruppi afghani possono spezzare questa sindrome. Le linee di combattimento in Afghanistan non sono mai state chiarissime. Karzai ha alleati che possono trattare con i taliban. Sanno chi sono i taliban, dove sono, e con chi valga la pena di parlare. Devono avere carta bianca. Non hanno bisogno di essere guidati dai servizi britannici, sauditi o pakistani per capire l'identità dei loro connazionali.

Tutta via, detto questo, il successo di qualsiasi strategia afghana dipende in maniera cruciale dalla capacità degli Stati Uniti di dissuadere il Pakistan dal supportare gruppi militanti. Obama ha citato non meno di 22 volte il Pakistan nel suo discorso. Ma deve affrontare subito la necessità di costringere alcuni elementi pakistani a rinunciare al terrorismo.

Obama trasudava ottimismo con la sua fiducia in un cambiamento di mentalità da parte del Pakistan. Il tempo dimostrerà se il questo ottimismo sia giustificato, soprattutto quando si avvicinerà il momento del ritiro.

Inevitabilmente bisogna tener conto delle relazioni regionali. Bisogna assolutamente dissuadere l'India e il Pakistan dal trasformare l'Afghanistan in un arena di rivalità. Ma è più facile a dirsi che a farsi, dato che storicamente Kabul ha sempre considerato Delhi come un contrappeso a Islamabad, Delhi ha visto l'Afghanistan come secondo fronte contro il Pakistan, e il Pakistan ha tentato di acquisire un profondità strategica nei confronti dell'India.

Questo circolo vizioso va spezzato, e tutti gli sforzi in tal senso devono affrontare le cause prime dell'antipatia Afghanistan-Pakistan. Obama ha l'autorità morale per prendere una simile storica iniziativa.

La questione non è la personalità politica di Karzai, né i signori della guerra che sono suoi alleati. Va ricordato che perfino il regime dei taliban a Kabul non riconobbe la Linea Durand che divide l'Afghanistan e il Pakistan, malgrado esso dipendesse in maniera critica dal Pakistan.

In secondo luogo, di fatto gli Stati Uniti sono entrati a far parte delle relazioni tra India e Pakistan, soprattutto nello scorso decennio a partire dalla mediazione compiuta nella breve guerra di Kargil del 1999, mediazione cercata da Delhi nonostante la dichiarata avversione nei confronti degli interventi di terzi nelle dispute tra India e Pakistan.

Senza dubbio, la dinamica del partenariato strategico tra Stati Uniti e India verrà seguita attentamente da Islamabad. Bene ha fatto l'amministrazione Obama a “demilitarizzare” il partenariato strategico USA-India. Quel processo non solo deve continuare ma deve essere accelerato, e l'India ci farà l'abitudine.

C'è un ampio spazio di manovra per promuovere la cooperazione strategica tra Stati Uniti e India senza preoccupare il Pakistan o sconvolgere il delicato equilibrio strategico della regione. All'Asia Meridionale serve meno hubris e più sicurezza e stabilità.

L'attuale impasse nelle relazioni India-Pakistan è pericolosa. Offrendo una collaborazione sostanziale e a lungo termine al Pakistan e dei rapporti più equilibrati e costruttivi all'India e al Pakistan, Obama conta di alleviare la percezione pakistana di una minaccia incombente.

Sicuramente, se la percezione pakistana di un'India egemonica non verrà affrontata con decisione, Islamabad continuerà a ricorrere alla guerra asimmetrica.

In realtà Obama avrebbe potuto prendere un “10 e lode”. Ma la sua strategia afghana non sembra tener conto di una possibilità che sconfina nella probabilità. L'enfasi posta da Obama su una strategia d'uscita non avrà l'inaspettata conseguenza di convincere l'esercito pakistano che tutto ciò che serve è consigliare ai taliban di stare tranquilli durante l'imminente incremento delle truppe statunitensi e aspettare che si ritirino?

C'è sempre il rischio, cioè, che Obama possa finire per imbaldanzire proprio le forze che intende sconfiggere. Il nocciolo della questione, dunque, è il coinvolgimento di Washington al fine di assicurare la stabilità della regione per anni e anni.

Originale: Obama rings the curtain on Pax Americana


Articolo originale pubblicato il 3/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , ,

giovedì, dicembre 03, 2009

Un Vietnam in versione "lite"

Obama presenta il suo Vietnam in versione “lite”

di Pepe Escobar

Gli Stati Uniti si trovano nel mezzo della più grave crisi occupazionale dai tempi della Grande Depressione, e il Presidente Barack Obama sta seguendo le orme di George W. Bush dispensando trilioni di dollari a poche grandi banche. I contribuenti americani non hanno avuto nulla. E adesso si prendono la ciliegina sulla torta, con Obama che intensifica la sua guerra in Afghanistan. Un Vietnam in versione “lite” con una provvisoria data di scadenza, luglio 2011, per l'inizio di un ritiro.

Il tanto pubblicizzato discorso tenuto da Obama martedì sera a West Point – ritoccato fino all'ultimo dal presidente in persona – era una scaltra rimasticatura del fardello dell'uomo bianco, con la sicurezza nazionale americana avvolta nel glorioso manto della “nobile lotta per la libertà”.

A un livello più pedestre è vero che la storia si ripete, ma come farsa. Con il surge [incremento truppe, N.d.T.] in versione “lite” di Obama, le truppe di occupazione USA e NATO raggiungeranno nella prima metà del 2010 il livello dell'occupazione sovietica al suo punto più alto, nella prima metà degli anni Ottanta. E tutta questa formidabile potenza di fuoco per combattere non più di 25.000 taliban afgani, solo 3000 dei quali armati di tutto punto.

Ciascun soldato del nuovo surge di Obama (parola che non ha mai pronunciato nel suo discorso, tranne quando si è riferito a un “surge di civili”) costerà un milione di dollari – benché il Pentagono insista nel dire che è solo mezzo milione.

Gli uomini veri vanno a Riyadh
Obama continua a ripetere che l'Afghanistan è una “guerra di necessità”, per via dell'11 settembre. Sbagliato. L'amministrazione Bush aveva pianificato l'attacco all'Afghanistan già prima dell'11 settembre. (Si veda Get Osama! Now! Or else ..., Asia Times Online, 30 agosto 2001.)

“Guerra di necessità” è un educato remix della vecchia “guerra al terrore” dei neocon: date la colpa ai tizi con l'asciugamano in testa e sfruttate l'ignoranza e la paura dell'opinione pubblica. Fu così che al-Qaeda fu equiparata ai taliban e che il leader iracheno Saddam Hussein venne coinvolto nell'11 settembre dalla cricca dei neoconservatori.

Al di là della sua nobile retorica Obama continua a comportarsi come Bush, non facendo distinzione tra al-Qaeda – un'organizzazione araba che pratica il jihad e il cui obiettivo è un califfato globale – e i taliban, afghani autoctoni che vogliono un emirato islamico in Afghanistan ma non avrebbero scrupoli a far affari con gli Stati Uniti, come fecero all'epoca dell'amministrazione Clinton quando gli Stati Uniti volevano a tutti i costi costruire un gasdotto trans-afghano. E inoltre Obama non può ammettere che i neo-taliban “Pak” adesso esistono a causa dell'occupazione statunitense dell'“Af”.

Mettendocela tutta per distanziare la sua nuova strategia dal trauma del Vietnam, Obama ha sottolineato che “Diversamente dal Vietnam, il popolo americano è stato malignamente attaccato dall'Afghanistan”. Sbagliato. Se la ricostruzione ufficiale dell'11 settembre regge, i dirottatori furono addestrati in Europa Occidentale e perfezionarono le loro tecniche negli Stati Uniti.

E quando sottolinea gli sforzi per “disgregare, smantellare e sconfiggere” al-Qaeda e per negarle un “rifugio sicuro”, Obama contraddice in tutto e per tutto il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il General James Jones, il quale ha ammesso che in Afghanistan ci sono meno di 100 jihadisti di al-Qaeda.

Il mito di al-Qaeda va smascherato. Come ha potuto al-Qaeda mettere in atto l'11 settembre e tuttavia essere incapace di organizzare un solo significativo attentato in Arabia Saudita? Perché al-Qaeda è essenzialmente una brigata mal camuffata dei servizi segreti sauditi. Gli Stati Uniti vogliono vincere “la guerra al terrore”? Perché non mandare dei corpi speciali in Arabia Saudita anziché in Afghanistan e far fuori i wahhabiti, che stanno alla base di tutto?

Obama avrebbe perlomeno potuto far caso a quello che ha detto ad al-Jazeera Gulbuddin Hekmatyar, il famigerato guerrigliero afghano, ex protetto dell'Arabia Saudita, ex beniamino della CIA e attuale nemico degli Stati Uniti. “Il governo taliban in Afghanistan è caduto a causa della strategia sbagliata di al-Qaeda”, ha sottolineato Hekmatyar.

È una vivida descrizione dell'attuale completa frattura tra al-Qaeda e i taliban, entrambi “Af” e “Pak”. I taliban afghani, a cominciare dal loro leader storico, il Mullah Omar, hanno imparato dal loro grave errore, e non permettono agli arabi di al-Qaeda di avvelenare l'Afghanistan. Analogamente, l'ascesa del neo-talibanismo di qua e di là del confine non si traduce necessariamente in un “rifugio sicuro” per al-Qaeda. I jihadisti di al-Qaeda si nascondono presso pochi selezionati e prezzolati elementi tribali che i servizi segreti pakistani potrebbero localizzare all'istante, se solo lo volessero.

Obama ha anche accettato la premessa del Pentagono secondo cui l'America può ricolonizzare l'Afghanistan con la contro-insurrezione.

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev'essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.

Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito... dalla Cina.

E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l'Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.

E il nuovo grande gioco?
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.

Per l'America delle corporazioni l'Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l'Afghanistan ha un gran fascino.

Per il Big Oil, il sacro graal è l'accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l'Iran. Ma non c'è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell'occupazione USA/NATO.

C'è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l'anno, direttamente e indirettamente. Fin dall'inizio dell'occupazione USA/NATO l'Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell'eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.

E c'è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l'Afghanistan fa parte dell'impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.

Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l'economia statunitense.

Anche noi sappiamo fare i surge
Inevitabilmente i taliban metteranno in atto a loro volta un ben coordinato contro-surge. Già adesso, senza surge e nonostante tutti i piani di contro-insurrezione di Petraeus, hanno catturato la provincia del Nuristan. E ve lo ricordate il surge estivo di Obama nella provincia di Helmand? Be', Helmand è ancora la capitale mondiale dell'oppio.

Nel suo discorso Obama ha cercato con tutti i mezzi di dare l'impressione che la guerra afghana possa essere controllata da Washington. È impossibile.

Con tutte le sue promesse di “cooperazione con il Pakistan” (menzionato 21 volte nel discorso) Obama non ha potuto in alcun modo ammettere che il suo surge versione “lite” destabilizzerà il Pakistan ancor di più. Al contrario potrebbe affidare la guerra al Pakistan. Invece di fissare, come ha fatto Obama, il luglio 2011 come data per il possibile inizio di un ritiro, comunque subordinato alle “condizioni sul terreno”, questa vera strategia d'uscita dovrebbe fissare una tempistica per un ritiro completo. Islamabad sarebbe così libera di fare quello che non è stato possibile né ai sovietici né agli americani: sedersi con i capi tribù e negoziare attraverso una serie di jirga (concili tribali).

Obama scommette su quella che definisce “transizione delle responsabilità agli afghani”. È un miraggio. I servizi di sicurezza pakistani – che vedono ancora l'Afghanistan in termini di “profondità strategica” e di spazio di manovra nel contesto più ampio di un conflitto con l'India – non permetterà mai che ciò avvenga rigorosamente alle condizioni afghane. Non sarà corretto nei confronti degli afghani, ma così stanno le cose.

In Afghanistan praticamente tutti ritengono – giustamente – che Hamid Karzai sia il Presidente dell'occupazione. Karzai, che a malapena riesce a restare aggrappato al suo trono a Kabul, è stato imposto nel dicembre 2001 al re Zahir Shah dal proconsole di Bush Zalmay Khalilzad dopo una rovente discussione, ed è stato di recente confermato in un'elezione alla americana, palesemente truccata. Lo stile americano non è lo stile afghano. Il collaudato stile afghano si è basato per secoli sulla loya jirga – un grande concilio tribale in cui tutti partecipano, discutono e infine raggiungono un consenso.

Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all'interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall'Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l'hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell'Afghanistan – il Pakistan, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Nel frattempo, c'è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l'ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.

Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un'accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Originale: Vietnam-lite is unveiled

Articolo originale pubblicato il 2/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , , ,

martedì, dicembre 01, 2009

Mosca in prospettiva

Mosca in prospettiva

di Sean Guillory (http://seansrussiablog.org)

Mosca. Trovarsi nella capitale della Russia offre una prospettiva impossibile da ottenere attraverso i mezzi di informazione. Contrariamente a quanto si crede, internet non ci avvicina maggiormente. Anzi, su internet la Russia appare mistificata, filtrata attraverso le notizie spaventose che sembrano ossessionare i media russi e occidentali. È solo dopo essere stati qui qualche giorno che le immagini dell'industria culturale imposte con la forza alla coscienza dell'osservatore cominciano a disperdersi come nebbia. Certo, non basterà a mettere completamente a fuoco la Russia, impresa impossibile. Tuttavia le mediazioni prodotte dalla rete vengono sostituite dalle impressioni di prima mano. Sentire il suolo russo sotto i piedi e annusare quegli odori familiari eppure misteriosi – le secche, calde folate di aria metallica dall'entrata della metropolitana o l'odore di muffa degli ingressi delle case, l'accalcarsi nei vagoni scricchiolanti, offre un vantaggio che nessun giornalista, neanche il più dotato, può descrivere. Il baluginio bidimensionale del monitor di un computer ingombro delle notizie premonitrici di una tragedia dopo l'altra non potrà mai sostituire i sensi umani, pur con tutti i loro limiti.

La forza del luogo ricorda (se non addirittura insegna) in modo molto semplice anche che un avvocato morto [1], un prete assassinato (anche se al suo funerale hanno presenziato 2000 persone) [2], e di certo un attivista antifascista ucciso [3] sono ben lontani dalle preoccupazioni della maggioranza dei moscoviti. Parlare con i russi delle loro vite fa sì che le notizie del telegiornale sembrino dispacci da un altro pianeta.

Ho capito quanto siano lontane dalla vita quotidiana la stampa russa e quella occidentale quando sono passato accanto al famigerato ristorante Anti-Sovetskij [4], la scorsa settimana, in compagnia di A., la donna dell'università che ha iscritto Maya e me. Mentre chiacchieravamo mi è parso di scorgere l'Hotel Sovetskij dall'altra parte della strada. “Da queste parti non dovrebbe esserci quel ristorante, l'Anti-Sovetskij?” ho domandato. A. non capiva di cosa stessi parlando. “Ne ho letto circa un mese fa. Il ristorante era stato chiamato Anti-Sovetskij ma le autorità locali avevano costretto i proprietari a rimuovere l'insegna.” Poi ho notato le tende rosse all'ingresso di un ristorante, a pochi metri di distanza. “Penso sia quello,” ho detto, indicandolo. Difficile dirlo, lì per lì, perché gran parte del nome del ristorante mancava, tranne che per alcuni chiodi che non rendevano però distinguibile alcunché. Solo dopo aver esaminato il menù all'entrata ho potuto assicurarmi che si trattava proprio dell'Anti-Sovetskij. Quando ho spiegato lo scandalo ad A., lei mi ha confermato di non averne mai sentito parlare.

E perché avrebbe dovuto? Dopo tutto, quando va al lavoro non vede Stalin, ma grandi foto di Pëtr Stolypin e Sergej Witte da un lato e Gorbačëv, George Bush I e El'cin dall'altro. Il gran parlare che fanno i media della riabilitazione di Stalin non ha niente a che fare con la vita di tutti i giorni. La sua immagine sta soprattutto dove deve stare: nei musei.

Alcuni minuti dopo parliamo della posizione di A. all'università. Ha cominciato a lavorare lì solo pochi mesi fa. L'ultima compagnia nella quale era impiegata è fallita. Dice che il lavoro all'università le piace ma che il salario è basso. Ci dice che il salario medio a Mosca è di circa 1000 dollari al mese, e che lei prende molto meno. “È difficile trovare lavoro?” chiede Maya. Sì, dice, soprattutto un lavoro che permetta di mantenersi a Mosca.

C'è una parola che sento di continuo da quando sono qui: krizis. (La sola parola che sento più frequentemente è probka, ingorgo, perché le strade di Mosca sono un vero incubo.) Di solito la parola crisi è accompagnata da “dopo” o “da”. Il suo impatto sulle persone e sui i loro familiari sembra variare. “Né io né nessuno dei miei amici abbiamo risentito della crisi,” dice I., l'autista che ci ha raccolti all'aeroporto di Domodedovo. Il lavoro part-time di I. consiste nel prelevare professori stranieri all'aeroporto e poi riportarceli. Il lavoro gli viene dall'amico di un amico che procura ai docenti stranieri i visti e gli appartamenti a Mosca. “Guardi,” dice I. indicando uno dei molti cantieri edili fuori Mosca. “Dove sta la crisi?” Mi dice che il suo lavoro non ne ha sofferto, negli ultimi mesi. Sembra che portare avanti e indietro professori universitari sia un'occupazione che non conosce flessioni. “La maggior parte dei miei amici non ha un impiego ufficiale,” spiega. I. liquida tutte le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, dice che non hanno alcun valore. “Loro (intendendo le classi dominanti) non sanno come viviamo.” Questa ignoranza da parte dello Stato ha però dei vantaggi. “Né io né i miei amici paghiamo le tasse,” dice.

La conversazione si sposta poi sui problemi razziali in Russia e negli Stati Uniti. “Non sono quasi tutti musulmani afro-americani?” chiede I. Molto molto pochi, dico io. “E Michael Jackson, allora?” “Credo che si fosse convertito,” dico. “Ma con Jackson non si sa mai. Non so neanche se era umano,” “Mike Tyson?” butta lì. “Penso che si sia convertito in carcere, ma non ne sono certo,” gli dico. I. sembrava ritenere che fosse sufficiente nominare due potenziali musulmani neri per dimostrare la giustezza della sua tesi. I. era così interessato ai neri americani e all'Islam perché i telegiornali lo avevano convinto che i musulmani stavano accerchiando la Russia, dall'America e l'Europa a ovest, e dal Caucaso, gli “Stan” e il Medio Oriente a sud. Probabilmente pensava che gli uiguri fossero sul punto di prendere il controllo della Cina, ma non ho osato chiederglielo.

I. ci ha poi esposto le sue idee sulla politica interna russa. “I russi hanno bisogno di una dittatura,” ha spiegato. “Fa parte della nostra mentalità.” Poi ha paragonato la democrazia al caos e si è messo a elogiare Putin come se si fosse trattato di un saggio padrino di Cosa Nostra. Quando ho accennato a Medvedev e a come i mezzi di informazione amino vedere un conflitto tra lui e Putin, mi ha assicurato che fanno parte della stessa “squadra.”

“Prima era una squadra, adesso c'è solo Putin,” dice il nostro agente immobiliare, M. Chiaramente più progressista di I., cosa peraltro non difficile, M. si lamentava del potere di Putin. Eppure, nonostante le sue idee politiche meno ostili, anche M., come I., ci ha fatto strane domande sugli Stati Uniti. “Ma è vero che gli americani usano valute diverse al posto del dollaro?”, domanda. Neanche per sogno, dico io. La maggior parte degli americani non sa neanche che esistano altre valute. Il fatto che lo stessimo pagando in dollari per il suo lavoro non deve essergli parso ironico. Pare che la TV russa stia dando notizie ben strane. E se non la TV, qualcun altro.

Per M. il lavoro è sporadico dall'inizio della crisi. Le affittanze non sono più quelle di una volta, anche se pare che gli affitti non siano crollati. Per quanto a Mosca le cose vadano male, dice, la situazione non ha niente a che vedere con quello che succede in provincia. Ha l'impressione (condivisa dai nostri padroni di casa) che ci siano intere regioni in cui quasi tutti sono disoccupati.

Tra tutte le cose sentite finora, è quella che ha detto I. – “Non sanno come viviamo” – a perseguitarmi. Nemmeno io so come viva la maggioranza dei russi in questa città. I prezzi sono alti. Gli affitti sono alti. I salari sono per lo più bassi. Certo, la maggioranza dei moscoviti non paga l'affitto: sono abbastanza fortunati da vivere in appartamenti di proprietà. Ma la vita quotidiana non costa poco. La metropolitana costa 19 rubli (0,65 dollari). Ho notato che di conseguenza molti non pagano il biglietto. I prezzi dei giornali sono aumentati. Quattro anni fa il Kommersant costava 5 rubli, adesso ne costa 15, addirittura 20 se lo si compra in edicola e non nelle rivenditrici automatiche nella metropolitana. Due giorni fa ho pagato 19 rubli una fetta di pane nero. I ristoranti sono per lo più al di fuori della portata di molti russi come I., che dice di non andarci mai.

Rispetto a quattro anni fa la differenza è tangibile. Passeggiare il sabato sera nel centro cittadino è come attraversare una città fantasma. Quattro anni fa i club, i bar e i ristoranti brulicavano di gente. Adesso la vita notturna cittadina sembra essersi addormentata. La maggioranza dei ristoranti e dei club è vuota. Molti negozi chiudono prima o hanno chiuso i battenti. Molte boutique hanno più commessi che clienti. I posti in cui ho visto più gente, soprattutto giovani, sono la strada, i McDonald’s e Starbucks (ne ho contati finora almeno 5). Posti poco cari da cui nessuno ti caccia.

Però c'è chi se la cava bene. Molto bene. Solo che non so chi siano esattamente queste persone. Immagino sia gente come Telman Ismailov, il cui figlio la scorsa settimana a Ginevra ha tagliato a metà una Volkswagen, ferendone gravemente il guidatore settantenne. È possibile intravedere alcune di queste persone mentre fanno spese nel nuovo centro commerciale dell'Hotel Letto, nei pressi della Smolenskaja, dove si possono comprare scarpe da 500 dollari. Oppure al CUM, il centro commerciale vicino al Kuzneckij Most dove le scarpe costano 1000 dollari e i pantaloni per bambini 200 dollari. Anche il negozio di abbigliamento per bambini vicino al nostro appartamento ha prezzi indecenti. Mosca è ricoperta da una vernice di eccesso che ricorda solo Beverly Hills. La concessionaria della Rolls-Royce poco più in là della Biblioteca Lenin si fa beffe dei passanti, come le concessionarie della Bentley, della Ferrari e della Lamborghini non lontane dalla Lubjanka. Le vetrine scintillanti di Cartier, Louis Vuitton, Dior e Bosco Family fanno da lumino notturno di Lenin.

Forse è per questo che quando leggo editoriali sulla Novaja Gazeta come “Il business russo: o in una valigia o in prigione,” non posso fare a meno di scuotere il capo disgustato. Mi fa venir voglia di smettere di leggere quel giornale. Non c'è da meravigliarsi che la maggior parte dei russi non si curi della morte di Magnitskij o che pensi che un oligarca in carcere o in esilio abbia quel che si merita. Dopo tutto, l'opinione pubblica è consapevole che sono in pochi ad aver vissuto onestamente. E così non mi riesce proprio di immaginare che la maggior parte dei russi, alle prese con il tran tran quotidiano, con mezzi affollati o con gli ingorghi stradali, possa commuoversi tanto per un avvocato morto coinvolto in un presunto piano di evasione fiscale da 3,25 milioni di dollari e scontratosi con funzionari corrotti del Ministero degli Interni, che avrebbero sottratto 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Probabilmente pensano che si semina ciò che si raccoglie quando si mescola quel genere di soldi con quel genere di persone. Hanno ragione? No. È tragico? Sì. Ma questa è la percezione della realtà che si ha quando ci si trova in Russia.


[1] L'avvocato Sergej Magnitskij, 37 anni, socio dello studio legale Firestone Duncan, era stato accusato di coinvolgimento in un piano di evasione fiscale che avrebbe permesso a William Bowder, direttore del fondo di investimento Hermitage Capital, di evadere tasse per 3,25 milioni di dollari nel 2002. C'è il sospetto che l'accusa abbia però motivazioni politiche, dato che Magnitskij aveva denunciato alcuni funzionari corrotti del Ministero degli Interni, responsabili della sottrazione di 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Magnitskij era in carcere da più di un anno in attesa di giudizio, e si era lamentato ripetutamente delle condizioni inumane della detenzione. Gravemente malato, si era visto negare le cure mediche. È morto il 16 novembre.

[2] La sera del 19 novembre Daniil Sisoev, 37 anni, sacerdote, è stato ucciso a colpi di pistola da un uomo mascherato nella Chiesa di San Tommaso, a Mosca.

[3] L'attivista antifascista Ivan Chutorskoj, 26 anni, è stato assassinato fuori del suo appartamento il 16 novembre scorso, a Mosca.

[4] Locale finito recentemente al centro di uno scandalo che ha coinvolto il Comitato Veterani di Mosca, il dissidente Aleksander Podrabinek e i Nashi (l'organizzazione giovanile legata a Russia Unita, il partito di maggioranza). Dopo aver chiuso per restauro nei mesi estivi, il ristorante di kebab sul Leningradskij prospekt ha deciso di chiamarsi scherzosamente “Anti-Sovet”, alludendo al fatto che dall'altra parte della strada si trova l'Hotel Sovet. I veterani però non hanno colto l'ironia e hanno protestato con l'amministrazione locale chiedendo che il ristorante cambiasse nome. Pochi giorni dopo il prefetto del distretto settentrionale di Mosca Oleg Mitvol ha ordinato la rimozione di quell'“anti-”. A quel punto entra però in gioco Aleksandr Podrabinek, celebre dissidente sovietico e ora nemico di Putin. Podrabinek scrive una lettera ai veterani sovietici, chiamandoli “idioti, meschini e stupidi” e accusandoli di essersi stati i volonterosi esecutori delle pratiche di repressione in epoca sovietica. La lettera viene pubblicata sul blog di Podrabinek e sul sito del foglio liberale Ežednevnyi Žurnal.
La storia non finisce qui. Il movimento giovanile Nashi, che prende molto sul serio il compito di smascherare i nemici interni della Russia foraggiati dall'Occidente fascista, comincia a organizzare picchetti fuori dell'appartamento di Prodrabinek, ne diffonde il numero di telefono e minaccia di farlo cacciare dal paese. Temendo per la propria vita, Probrabinek si rende irreperibile. Non a causa dei Nashi, le cui azioni considera mera propaganda, ma perché secondo fonti affidabili ci sarebbe qualcuno che vorrebbe farlo fuori. Segue una petizione a supporto di Prodrabinek e una contropetizione dei Nashi contro di lui. Tutto questo per l'insegna di un ristorante di kebab.

Originale: Moscow in Perspective

Articolo originale pubblicato il 29/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , ,

martedì, novembre 17, 2009

Benvenuto, compagno Maobama

Benvenuto, compagno Maobama

di Pepe Escobar

PECHINO – Caro compagno Maobama,

È un grande onore riceverla qui nella capitale settentrionale del Regno di Mezzo e vederla rendere omaggio al cuore del mondo multipolare del XXI secolo.

Ci scusi se ci discosteremo per un po' dalle sottili regole della diplomazia, ma visto che ammiriamo la sua integrità, la sua onestà e le sue magnifiche doti intellettuali ci permetta di rivolgerci a lei con una certa franchezza.

Innanzitutto, le nostre congratulazioni per il successo sul mercato cinese de Il coraggio della speranza, che ha già venduto 140.000 copie. Ma ci scusi se non potremo crogiolarci nell'ardore delle folle stupefatte e infuse di “coraggio della speranza” come a Berlino, in Ghana, al Cairo, a Londra o a Parigi. Di certo Sasha e Malia sarebbero entusiaste se lei riuscisse a comprare a Houhai per pochi poveri yuan una maglietta commemorativa del compagno Maobama. La casacca e il berretto grigioverdi della Rivoluzione Culturale le donerebbero moltissimo.

Siamo d'altronde molto lieti che lei si sia appena definito “il primo presidente americano del Pacifico”, vantando perfino un fratellastro che risiede nella nostra prosperosissima zona economica speciale, lo Shenzhen.

Notiamo un'interessante convergenza tra “Pacifico” e la nostra dottrina dell'heping jueqi, “ascesa pacifica”. In fondo siamo tutti pacifisti; se conosce la nostra dottrina saprà che spiega chiaramente perché la Cina non rappresenti una “minaccia” per gli Stati Uniti. Dopo tutto, la nostra spesa militare è inferiore del 20% alla vostra, e molto più bassa di quelle di Giappone, India e Russia messi insieme.

Per quanto riguarda la nostra vena pacifista, il Presidente Hu Jintao – con il quale ha avuto una serie di approfondite discussioni – l'ha evidenziata molto chiaramente già durante l'amministrazione del suo predecessore George W. Bush, annunciano i suoi “quattro no” (no all'egemonia; no alla politica della forza; no alla politica dei bocchi; no a una corsa agli armamenti) e i suoi “quattro sì” (sì alla costruzione della fiducia; si all'attenuazione delle difficoltà; sì allo sviluppo della cooperazione; sì a evitare lo scontro).

Abbiamo notato che ha anche scelto di definirci un “partner essenziale” nonché un “competitore”. Sì, siamo molto competitivi. Sta praticamente nel DNA, quando si è stati una grande potenza mondiale per 18 degli ultimi 20 secoli. Se la dottrina della “rassicurazione strategica” elaborata dai vostri think tank significa rispettare anche il nostro spirito competitivo oltre ai nostri usi e principî, di certo per noi non ci sono problemi.

A proposito, siamo estremamente lieti che sabato scorso abbia scelto Tokyo, in Giappone, per rassicurarci sul fatto che “gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina”. Ma ci chiedevamo se i suoi generali – che praticano avidamente la dottrina del dominio ad ampio spettro – la stessero ascoltando.

Caro compagno, ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire subito. Non intendiamo piegarci alle pressioni degli Stati Uniti sulla nostra politica monetaria. Ascolti Liu Mingkang, presidente della Commissione cinese di controllo sulle banche. Nel corso di una conferenza svoltasi qui ha Pechino ha appena spiegato che un dollaro molto debole e tassi di interesse americani molto bassi stanno creando “rischi inevitabili per la ripresa dell'economia globale, soprattutto delle economie emergenti”, e questo “ha un grave impatto sui prezzi degli asset globali e incoraggia la speculazione sui mercati azionari e su quelli immobiliari”. Temiamo che, più che rappresentare soluzione, voi facciate parte del problema. Se le capitasse di incontrare delle persone normali, per le strade di Pechino – oh, le scoccianti regole dei servizi di sicurezza – le chiederebbero perché la Cina debba ascoltare i predicozzi americani quando gli Stati Uniti stampano dollari come pazzi e si aspettano che la Cina gli regga il gioco.

Per quando riguarda la nostra parte del mondo, speriamo che abbia l'occasione di apprezzare la ragionevolezza dei nostri principî economici, dimostrata dalla crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso e da una deflazione moderata, come esposto da Sheng Laiyun, portavoce dell'Ente Nazionale di Statistica. Nel 2009 la nostra economia crescerà dell'8%. Perché? Perché abbiamo trascorso gli ultimi 11 mesi a lavorare 24 ore al giorno, investendo produttivamente nella nostra economia, perfezionando la nostra politica monetaria e lanciando provvedimenti fiscali per sostenere alcuni settori industriali. Prevediamo un boom dei consumi fino al prossimo capodanno cinese, il 14 febbraio 2010. Dunque la nostra priorità è continuare a crescere; poi potremo pensare a svalutare lo yuan.

Caro compagno, siamo certi che si meraviglierebbe della potenza dei nostri tre maggiori settori industriali. È un peccato che non abbia avuto il tempo di visitare il Delta del Fiume delle Perle, la fabbrica del mondo, il nostro centro manifatturiero regno di infinite catene di montaggio. Avrebbe anche potuto dare un'occhiata al Delta dello Yang-Tze – cuore della nostra industria ad alto impiego di capitale e della produzione di automobili, di semiconduttori e di computer. E se solo avesse avuto il tempo di farsi un giro a Zhongguancun, fuori Pechino: la nostra Silicon Valley.

Una semplice occhiata a uno dei nostri quattro enormi complessi info-tecnologici, pieni di piccole imprese e di giovani industriosi, motivati e dall'eccellente formazione, le farebbe capire come la tecnologia sia diventata il nuovo oppio della Cina (senza guerra annessa, come quella impostaci dall'Impero Britannico nell'Ottocento). Ci fa sognare un tempo in cui le innovazioni tecnologiche nasceranno in Cina per poi diffondersi nel mondo. Sì, avremo anche una forza lavoro a buon mercato, ma gran parte di noi ha una forza lavoro straordinariamente motivata, regolamentata da buoni criteri sanitari e scolastici, dotata di un'immensa disciplina e pronta a lavorare senza sosta per il raggiungimento degli obiettivi produttivi.

Caro compagno, passiamo a questioni più controverse. A proposito di quella vostra piccola guerra in Afghanistan. Ormai vi sarete accorti che è stata la Cina a vincere la “guerra al terrore”. E ciò spiega ampiamente perché la Cina sia ora molto più influente degli Stati Uniti in Asia Orientale e in molte altre parti del mondo.

Capirà che finché il Pentagono è tutto impegnato in Asia Occidentale dobbiamo stare molto attenti. Seguiamo attentamente le strategie elaborare dai vostri think tank. Ci diverte soprattutto la strategia del nostro vecchio amico Henry Kissinger, che propone di integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense: in fin dei conti, questo equivale ancora all'egemonia americana. Ci sono altri e ben più preoccupanti aspetti insiti nell'accerchiamento della Cina da parte di un sistema di basi militari e da un'alleanza militare strategica controllata dagli Stati Uniti: di fatto, una nuova guerra fredda. Non possiamo rispettare questa strategia, giacché può solo portare alla frammentazione dell'Asia e del Sud del mondo.

Stia certo che siamo in grado di gestire da soli sia la Corea del Nord che l'Iran, armoniosamente e senza scontri. E per tornare all'Afghanistan, riteniamo che la migliore soluzione dovrebbe essere individuata nell'ambito dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), della quale siamo cofondatori insieme alla Russia. Questo è un problema asiatico – in termini sia di narcotraffico che di fondamentalismo religioso – che andrebbe dibattuto e risolto nella cerchia delle potenze asiatiche.

Caro compagno, si sarà forse accorto che il Consenso di Washington è in tutto e per tutto morto. Ciò che è emerso è quello che potremmo chiamare Consenso di Pechino. La Cina ha dimostrato al Sud del mondo che “esiste un'alternativa”, una “terza via” fatta di sviluppo economico indipendente e di integrazione nell'ordine mondiale. Abbiamo dimostrato che, diversamente dal pacchetto a “taglia unica” del Consenso di Washington, lo sviluppo economico deve essere “locale” in ogni caso. Il nostro amato Piccolo Timoniere Deng Xiaoping l'avrebbe chiamato “sviluppo con caratteristiche locali”.

Abbiamo dimostrato che gli Stati in via di sviluppo del Sud del mondo devono unirsi, e non per sostenere l'unilateralismo statunitense ma per organizzare un nuovo ordine mondiale basato sull'indipendenza economica e al contempo rispettoso delle differenze politiche e culturali. Abbiamo intrapreso la nostra yellow BRIC road e non ci siamo solo noi, Brasile, Russia, India e Cina; ci sono anche tutti gli altri Stati del Sud del mondo. Tuttavia siamo consapevoli che il ricco Nord tenterà sempre di cooptare certi paesi del Sud per ostacolare un cambiamento gerarchico in cui il mondo possa credere, e che è, come forse già sa, incarnato dalla Cina.

Avrà anche capito perché la Cina abbia costantemente battuto le istituzioni economiche e finanziarie controllate dal Nord. Dopo tutto, offriamo ai paesi del Sud del mondo contratti migliori per accedere alle loro risorse naturali. Ci siamo impegnati in vasti e complessi progetti di costruzione delle infrastrutture che finiscono sempre per costare meno della metà rispetto ai prezzi applicati dai paesi del Nord. I nostri prestiti sono finalizzati più attentamente; non sono soggetti a fraintendimenti politici; e non portano con sé tariffe esorbitanti per le consulenze.

Avrà capito che i principali paesi produttori di petrolio hanno dirottato le loro risorse in eccesso verso il Sud. Paesi ricchi di petrolio dell'Asia Occidentale hanno cominciato a investire pesantemente nell'Asia Orientale e Meridionale un po' del surplus che avrebbero normalmente destinato all'Europa e agli Stati Uniti.

Si sarà accorto, compagno, che la contro-rivoluzione monetarista è morta. Dunque la questione ora non è se l'Asia e il Sud del mondo continueranno a usare il dollaro statunitense come valuta di scambio – questo, ovviamente, continuerà per anni. La questione a lungo termine è se continueranno ad affidare i surplus delle loro partite correnti a istituzioni controllate dal Nord, o se lavoreranno piuttosto per l'emancipazione del Sud. I suoi istinti egalitari potranno simpatizzare con quest'ultima soluzione, ma siamo certi che la classe dirigente degli Stati Uniti la contrasterà con le unghie e con i denti.

Ci scusi per quella che può essere vista come impertinenza, compagno. Naturalmente – seguendo la lezione del grande maestro Lao Tzu – siamo anche consapevoli delle nostre mancanze. Sappiamo bene che per un quarto della nostra popolazione di 1,3 miliardi di persone sarebbe un suicidio adottare il sistema di produzione e consumo noto come stile di vita americano. Sappiamo che dobbiamo fare di più per proteggere l'ambiente. Il nostro Piano Quinquennale 2006-2010, per esempio, ha posto come obiettivo una riduzione del 20% del consumo di energia, e la nostra politica industriale ha chiuso quasi 400 sottosettori industriali e ne ha limitati altri 190. Sappiamo bene cosa si rischia se, entro il 2025, non meno di 300 milioni di contadini si trasferiranno nelle nostre città, dove le auto, comprese le vostre Buicks americane, già fanno apparire piccolo il numero di biciclette.

Capiamo anche quante distorsioni siano implicite nella nostra cieca riproduzione del modello di sviluppo occidentale. Per farle un esempio, quando i nostri visitatori vanno al mega-centro commerciale The Place, nel distretto finanziario centrale di Pechino, e guardano il più grande schermo sospeso del mondo – che trasmette immagini generate al computer – si lamentano dello spreco di energia che comporta. È una droga per la quale non abbiamo ancora trovato la cura. Non ne abbiamo mai abbastanza di centri commerciali, e di concessionarie di SUV, di Hummer e di Ferrari a Jinbao Dajie, la strada dello shopping.

Siamo ben consapevoli delle centinaia di scioperi e dei diffusi disordini sociali che si verificano ogni mese e che coinvolgono soprattutto la nuova classe lavoratrice cinese – i giovani migranti interni – che costituisce la spina dorsale della nostra invidiabile industria di esportazione. Negli Stati Uniti non ci crederete, ma naturalmente in Cina esiste un movimento dei lavoratori – non uno, ma molti, spontanei e relativamente poco articolati, estremamente attivi praticamente in tutte le città del paese.

Noi vi prestiamo attenzione, e facciamo il nostro meglio per occuparci delle loro vertenze. Il Presidente Mao metteva sempre in guardia contro il luan – il caos – e niente ci preoccupa più della rivolta sociale nelle aree urbane e rurali. Ecco perché abbiamo mutato la nostra politica, tentanto di correggere le ineguaglianze derivanti dallo sviluppo e varando nuove leggi che offrono maggiori diritti ai lavoratori.

Nello stesso tempo, ricordiamo sempre come le riforme del compagno Deng Xiaoping dovettero occuparsi innanzitutto e soprattutto del settore agricolo. Per questo oggi il Presidente Hu si concentra tanto sullo sviluppo dell'istruzione, della prevenzione sanitaria e dell'assistenza sociale nelle campagne. Ecco come vediamo lo sviluppo di una “società armoniosa”.

Riassumendo, compagno Maobama. Speriamo davvero che lei apprezzi la favolosa anatra alla pechinese in compagnia del compagno Hu Jintao, e che conduca con lui un franco scambio di vedute. E, a proposito, se ha bisogno di un corso accelerato sulla politica cinese, non perda tempo ad ascoltare i suoi think tank: spedisca un diplomatico in un negozio di DVD a comprare una copia (pirata) della Città proibita di Zhang Yimou, con Chow Yun-fat e la nostra splendida Gong Li. Sta tutto lì: il culto della segretezza e della dissimulazione; la logica e la crudeltà dei clan rivali; il senso di tragedia politica; e come, in Cina, la ragion di Stato abbia la meglio su tutto. Certo, in fin dei conti possiamo essere una società violenta, ma è una violenza interiorizzata. Il luan del Presidente Mao è la nostra più profonda paura; temiamo soprattutto il male che possiamo infliggere a noi stessi. Se riusciremo a controllare noi stessi potremo essere un vero Regno di Mezzo, tra cielo e Terra. “Potenza superglobale” è solo senno di poi.

Comunque, come disse il compagno Deng, diventare ricchi è meraviglioso – tanto più quando si diventa il banchiere dell'attuale superpotenza globale. Saremo sempre qui per lei quando ne avrà bisogno. La preghiamo solo di non chiederci di svalutare lo yuan. Possa essere benedetto e condurre una propizia e prospera amministrazione, e possiate lei e la sua famiglia vivere una lunga e fruttuosa vita.

Con deferenza,
La Repubblica Popolare Cinese


Originale: Welcome, comrade Maobama

Articolo originale pubblicato il 16/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9274&lg=it

Etichette: , , , , , , , ,

mercoledì, novembre 11, 2009

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

di Mark Ames


Non voglio addentrarmi troppo nella Tana del Bianconiglio delle stranezze di Fort Hood, dunque mi limiterò a togliermi dallo stomaco un po' di quel fango assurdo messo in giro nei media per confonderci o depistarci. Sembra proprio che sia in corso un insabbiamento, e neanche molto professionale. Ma la cosa triste è che tutta la confusione e le sciocchezze che ci propongono riusciranno probabilmente nell'intento di distogliere l'opinione pubblica da quello che l'esercito non vuole farci sapere sulla strage, di qualsiasi cosa si tratti.

Comunque eccovi la mia lista dei Dodici Esempi di Disinformazione che vanno tenuti d'occhio:

1. Una storia ridicola fabbricata dal londinese Daily Telegraph trasforma Hasan in un vecchio amico dei terroristi dell'11 settembre. Il Telegraph riferisce anche di un misterioso uomo dai lineamenti arabi che avrebbe fatto visita ad Hasan nel suo appartamento due giorni prima della sparatoria, come in un brutto telefilm:

“Era molto insolito perché non veniva mai a trovarlo nessuno. Portava lunghi capelli neri e i baffi, e aveva la carnagione scura.”

Ricordate, questo è lo stesso Daily Telegraph che lo scorso mese ha pubblicato una bufala sulle origini ebraiche del presidente iraniano Ahmadinejad – storia prontamente smascherata come caso di disinformazione. Il Telegraph non è nuovo a questo genere di storie – come l'articolo del 2003 in cui diceva di avere le “prove” che Saddam Hussein aveva addestrato i terroristi dell'11 settembre a Baghdad.

E però funziona: adesso tutti dalla CBS all'Associated Press riprendono la notizia del Telegraph, e secondo la CBS l'FBI sta indagando su questa storia.

2. NPR ha mandato in onda un servizio citando come fonte un anonimo psichiatra del Walter Reed Army Medical Center (un altro anonimo!) che dice di essere un collega di Hasan e lo dipinge praticamente come un terrorista musulmano: Hasan avrebbe dato di matto con i suoi colleghi durante una conferenza che avrebbe dovuto trattare di questioni mediche. Invece, secondo NPR:

Lo psichiatra dice che [Hasan] era molto fiero ed esplicito sul fatto di essere musulmano. E, si è affrettato ad aggiungere lo psichiatra, nessuno ci badava. Ma sembrava quasi aggressivo a proposito del suo essere musulmano, e un giorno ha tenuto una conferenza che ha spaventato molti dottori.
… nell'auditorium entrano decine di medici e c'è uno che sta sul podio e tiene una conferenza su temi accademici, tipo quali farmaci prescrivere per un certo disturbo. Invece lui, Hasan, avrebbe parlato a lungo del Corano, dicendo che se non credi sei condannato all'inferno. Ti tagliano la testa. Ti buttano nella gola olio bollente.

Poi il servizio di NPR diceva che ai colleghi di Hasan al Walter Reed è stato detto di non parlare più con nessuno, soprattutto l'FBI:

ZWERDLING: Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito di Hasan al Walter Reed. Lo psichiatra con cui ho parlato oggi ha detto che era il tipo di persona della quale i colleghi parlavano nei corridoi, dicendo: Pensate che sia un terrorista o solo un tipo strano? E adesso a quanto pare al Walter Reed c'è la regola del silenzio, e tutti hanno ricevuto questa istruzione: Non parlate con nessuno di questa indagine, tranne che con i militari. Non parlate con l'FBI. Perché hanno paura, cosa succede se cominciano a indagare sul fatto che questa gente si è lasciata sfuggire potenziali segnali di avvertimento su questo tizio? Sa, sono ancora speculazioni, ma...
INSKEEP: Come possono non parlare con l'FBI?
ZWERDLING: Be', la nostra collega Dina Temple-Raston l'ha sentito dire dall'FBI, e questo ufficiale dell'esercito mi sta dicendo la stessa cosa dal Walter Reed.
INSKEEP: Bene. Signori, molte grazie. Daniel Zwerdling e Tom Gjelten di NPR. Grazie a entrambi.

No no no, grazie a te, NPR, per non aver dato retta a quell'enorme insegna che urlava MA CHE CAZZO. Anche qui, non dimentichiamo come l'esercito nel 2000 fosse stato scoperto a infiltrare agenti di PSYOPS esperti in propaganda tra i dipendenti della redazione giornalistica di NPR:

Il primo stagista alla NPR lavorò in vari prorfammi di attualità da settembre a novembre 1998. Gli altri due lavorarono per Talk of the Nation, uno da gennaio a febbraio 1999, l'altro da marzo a maggio 1999. NPR e Withington si sono rifiutati di identificare gli stagisti o di permettere che venissero intervistati.
Tutti gli stagisti erano sottufficiali dell'esercito degli Stati Uniti appartenenti al 4° Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg, Carolina del Nord. Il Gruppo Operazioni Psicologiche dissemina apertamente in altri paesi informazioni a sostegno della politica e degli obiettivi statunitensi. Per esempio ha collocato negli aeroporti colombiani dei cartelloni che scoraggiano il narcotraffico. “In termini civili, è come lavorare in un'agenzia pubblicitaria o in una compagnia di pubbliche relazioni,” dice Withington.
L'esercito prese a organizzare gli stage attraverso l'ufficio risorse umane di NPR nel febbraio del 1998, secondo Withington.
Il portavoce di NPR Jess Sarmiento dice che il dipartimento risorse umane, compreso il vice presidente per le risorse umane Kathleen Jackson, sapeva che gli stagisti lavoravano per PSYOP quando li assunse, ma pensava che la redazione giornalistica avesse dato l'ok. Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP. È possibile che il loro immediato supervisore ne fosse a conoscenza, ma Sarmiento dice che il legame con PSYOP non era noto a un superiore, il cui nome non ha reso noto, che venne a saperlo solo alla fine del periodo di lavoro del terzo stagista. E Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP.

3. L'FBI dice che stava tenendo d'occhio Hasan da quando avrebbe elogiato i terroristi suicidi, sei mesi fa. Però non ha fatto niente. La Senatrice Kay Bailey Hutchinson ha spiegato perché, usando la stessa scusa che usò Condi Rice dopo l'11 settembre:

“Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato che uno psichiatra formatosi per assistere la salute mentale altrui sarebbe esploso, a meno che non ci sia qualcos'altro, ed è questo che stanno cercando.”

Proprio così.

Ma la storia cambia... perché oggi l'FBI dice che si erano sbagliati a proposito dei suoi post a favore dei terroristi suicidi, e che anzi non hanno alcuna prova che Hasan comunicasse con siti jihadisti, a parte il fatto che potrebbe averli visitati:

(CBS) Un esame preliminare del computer del Maggiore Nidal Malik Hasan, accusato della strage di giovedì a Fort Hood nella quale sono state uccise 13 persone, non ha rivelato alcuna prova di collegamenti con gruppi o cospiratori terroristici, secondo gli inquirenti.

4. Nonostante siano state sbandierate tutte queste prove del fatto che Hasan era il jihadista più pazzo su questa sponda del Giordano, e nonostante ci siano fantastilioni di ufficiali e colonnelli e colleghi pronti a dichiarare che l'estremismo islamico di Hasan li preoccupava, tuttavia, secondo il New York Times, “le autorità non sono state in grado di dire se l'attacco sia stato il gesto di un uomo solo e turbato o legato a gruppi terroristici, all'interno o all'esterno del paese.” Come aggiungeva lo stesso articolo del New York Times,

La signorina Hutchison, parlando alla base, ha detto che il Maggiore Hasan è stato l'unico a far fuoco ma che non è ancora chiaro se avesse pianificato l'attacco da solo. “È una domanda che bisogna ancora porsi,” ha detto la signorina Hutchison.

5. Se su questo tengono la bocca cucita, state certi che durante e dopo la sparatoria ciarlavano come cocainomani, parlando di tre uomini in uniforme armati di M16. Prima dissero che Hasan era stato ucciso, poi che era sopravvissuto e in condizioni stabili, infine che era in coma, e via dicendo. I racconti erano sempre specifici e però privi di fonti – suggerendo qualcosa di più della semplice confusione del momento. Prendente per esempio questa storia piena zeppa di particolari rifilata a un corrispondente della CNN:

Un alto ufficiale che giovedì giocava a golf vicino a Fort Hood, Texas, ha detto alla CNN di avere assistito all'arresto di uno dei due individui sopravvissuti sospettati della sparatoria nell'edificio dell'Esercito.

Subito dopo la sparatoria, ha raccontato l'ufficiale, la polizia militare gli ha chiesto di allontanarsi, e ha visto altri MP circondare l'edificio dove tengono i golf cart, ha detto.

L'ufficiale ha detto di aver cercato riparo in una casa vicina quando sono arrivati 30-40 veicoli della polizia militare.

Ha raccontato di aver visto un soldato in assetto da combattimento, le mani in alto. Gli MP gli hanno intimato di stendersi al suolo e di aprirsi l'uniforme, si suppone per assicurarsi che non portasse esplosivi, ha detto l'ufficiale.

Ha riferito che un MP gli ha detto che le autorità sospettavano l'uomo della sparatoria dopo averlo sentito dire che era con l'autore della strage.

6. I media si sono affrettati a comunicare che nessuno era rimasto vittima di fuoco amico. Fine della storia. E sappiamo che è vero perché gli stessi poliziotti che avrebbero potuto uccidere dei soldati hanno compiuto riscontri balistici sulla scena della strage, e, sorpresa, si sono autoscagionati. E poi che ne è stato delle prime notizie secondo cui almeno alcuni poliziotti a Fort Hood erano dipendenti civili di ditte private? Come in questo servizio di USA Today:

Aggiornamento delle 7:08 p.m. ET: La CNN riferisce che Hasan aveva 39 anni, si era diplomato in Virginia e aveva lavorato al Walter Reed Army Medical Center prima di entrare come tirocinante al Darnall Army Medical Center di Fort Hood.
Oltre ad Hasan, sono morti 10 soldati e un poliziotto civile che lavorava nella base come dipendente di una ditta privata.

7. La strana storia secondo cui Hasan aveva fatto parte di una task force di Washington che consigliava il futuro Presidente Obama: non mi importa quello che dicono gli altri, a me sembra molto strano. Quelli di destra hanno già distorto la notizia per dimostrare che Hasan era uno stretto collaboratore dell'islamofascista Barack Obama; ma i liberal hanno protestato striduli che il solo fatto che Hasan fosse nella task force non significa un accidente. Um, invece sì: se non lo trovate strano questo mestiere non fa per voi. Gesù Cristo, come si può pensare che non sia strano, soprattutto se si descrive Hasan al culmine del suo islamofascismo islamico, mentre si mette a urlare e a parlare di decapitazione degli infedeli durante una conferenza? La vera domanda è: cosa cavolo ci faceva, lì?

8. Probabilmente Hasan se ne andava in giro in abiti musulmani, come quando è andato al supermercato, la mattina della sparatoria, ed è stato convenientemente ripreso dalla telecamera a circuito chiuso... però vestiva l'uniforme in moschea. E notate come i media si sono subito abituati a usare una sua foto in bianco e nero, anche se ne esistono molte a colori, comprese versioni a colori di quella stessa foto in bianco e nero. L'immagine in bianco e nero richiama subito alla memoria le foto dei sospetti dell'11 settembre. Ecco, date un'occhiata:

Reperto A: Che razza di terrorista è questo, ditemelo voi! Sembra una brava persona. Avanti la prossima!



Reperto
B: Be', con questa possiamo decisamente fare qualcosa…


Reperto C: Allora, prendete la foto sopra, cliccate il pulsante “scala di grigi”, aggiungete una leggera sfocatura per dare un bell'effetto terrorista, poi mettetela vicino ad americani colorizzati, e voila! Gente, mi sa che qui abbiamo proprio un terrorista, tutti d'accordo?


Reperto D: Oh sì, gente, nessun dubbio: questo tizio mette l'“errore” nel “terrore”:


Reperto E: D'accordo, ora che abbiamo stabilito questo possiamo mandare le immagini sgranate della telecamere a circuito chiuso che mostrano Hasan con il suo travestimento da islamofascista da Halloween:



Voila! Non troppo difficile, vero?

9. Perché nessuno approfondisce l'informazione secondo cui Hasan era nell'esercito già nel 1989, quando frequentava il Barstow community college nel deserto californiano, il che significa che era nell'esercito da almeno 20 anni? Ecco la notizia riportata da un quotidiano locale, il Victorville Daily Press:

Gli archivi dell'istituto mostrano anche che Hasan, che all'epoca avrà avuto 19-20 anni, quando frequentava il Barstow College aveva il grado di caporale scelto o inferiore. Il codice di avviamento postale relativo all'indirizzo di residenza di Hasan indicava anche che viveva in caserma, secondo Stokes.
Il comando di Fort Irwin non è stato ancora in grado di confermare se all'epoca Hasan stazionasse al forte, secondo il portavoce Etric Smith. Smith ha detto che gli archivi dell'Esercito dimostrano che Hasan era passato al servizio attivo nel 1997 e che il comando non è in grado di spiegare la discrepanza.

Riferivano anche che era uno “studente modello”, il che stride con l'immagine del terrorista lavativo che era riuscito a ottenere una borsa di studio dal credulo governo americano.

10. Hasan era uno psichiatra. Potrebbe significare non solo che studiava trattamenti e terapie, come dicono, ma anche, come accade con gli psicologi militari, che avrebbe potuto far parte di un programma che comportava interrogatori e torture. Tanto per dire. Pensate che uso poterebbero fare i servizi e l'esercito di uno come Hasan: arabo e musulmano con formazione in psichiatria, e tutta una sfilza di credenziali da musulmano fanatico che per qualche strana ragione non l'hanno mai messo nei guai. Mi vengono in mente un sacco di modi in cui un tipo del genere potrebbe rendersi utile in un teatro di guerra o nella caccia ai terroristi.

11. Se Hasan stava in Al Qaeda e il suo obiettivo è sempre stato quello di attaccare gli americani, perché ha lottato tanto per evitare di partire per l'Iraq e ha messo su tutto quel casino sulle sue simpatie per i terroristi suicidi? Perché avrebbe dovuto assoldare un avvocato e perfino offrirsi di pagare per sottrarsi al servizio attivo? Come sappiamo dai terroristi dell'11 settembre, tutto quello che deve fare un terrorista dormiente è fingere di essere più americano degli americani purosangue: andare al casinò e nei club di spogliarelliste, bere alcol davanti a tutti, ecc. Ovviamente l'Esercito sapeva che era infelice, e sapeva anche che era un pazzo musulmano. Davvero è stato così stupido da non saper fare due più due, oppure ha usato Hasan o l'ha in qualche modo tenuto sulla corda?

12. Volendo condurre una finta indagine, chi meglio può dirigerla di quello strumento neocon che è Joe Lieberman? Lieberman ha già esibito la sua imparzialità e determinazione nella ricerca della verità dichiarando alla televisione che Hasan è un “home-grown terrorist”, un terrorista cresciuto in casa.

Ricordatevi che potrebbero esserci motivi di tutti i tipi per occultare la verità. Per esempio, se si trattasse di un raptus omicida sul posto di lavoro, ipotesi per la quale ancora propendo, le autorità avrebbero tutte le ragioni per mettere insieme un bell'insabbiamento… perché tutti si stanno coprendo il culo. Un perfetto esempio di insabbiamento da parte della polizia è quello che è successo dopo Columbine. Ed è stato così plateale che le famiglie delle vittime hanno infine fatto causa, come spiega questo articolo del 2002:

(AP) Le famiglie di cinque studenti uccisi a Columbine hanno chiesto che un gran giurì federale indaghi sulla possibilità che le autorità abbiano occultato le prove dell'uccisione di uno studente da parte della polizia.
“Sono state raccontate delle bugie, oltre ogni dubbio”, ha detto martedì l'avvocato Barry Arrington dopo aver presentato la richiesta all'Ufficio del Procuratore. “La sola questione è: perché mentono?”
Secondo le famiglie un ufficiale sparò accidentalmente al quindicenne Daniel Rohrbough mentre fuggiva dall'istituto durante il massacro del 20 aprile 1999.
Il padre di Rohrbough, Brian, afferma che il Sergente della polizia di Denver Dan O’Shea disse a un funzionario scolastico che temeva di aver sparato a uno studente, e che il vice sceriffo aveva assistito alla sparatoria.

Come ho detto, tante ragioni per insabbiare, e tante bugie e disinformazione.

Originale: Fort Hood Cover-Up: A Dozen Tales of Disinformation


Articolo originale pubblicato l'8/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , ,

martedì, novembre 10, 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak

Sotto il vulcano dell'AfPak

di Pepe Escobar

There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower

Benvenuti nel Pashtunistan
PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

(Non) è così difficile lasciarsi
“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni.

Originale: Under the AfPak Volcano: Welcome to Pashtunistan e Breaking up is (not) hard to do

Articolo originale pubblicato in due parti il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9229&lg=it

Etichette: , , , , , , , ,