giovedì, marzo 02, 2006

Il Forum di Caracas: l'altro sguardo

Di fronte ai criteri di Luis Hernández Navarro
Il Forum di Caracas: l’altro sguardo.
Atilio Boron

Ho letto con molto interesse l’articolo che Luis Hernández Navarro ha pubblicato giorni fa, ne La Jornada, riguardo al Forum Sociale Mondiale di Caracas. Il suo sguardo, sempre suggestivo, espone alcune interpretazioni oltremodo polemiche che, per la loro importanza, meritano di essere discusse. Hernández Navarro assicura che questo Forum si è caratterizzato per il suo «carattere più marcatamente politico-statale» rispetto ai precedenti. La conseguenza di questo spostamento è stata che i dibattiti che hanno avuto luogo si sono concentrati più «sulle strategie di potere, la natura dei governi di sinistra in America Latina, la resistenza all’ imperialismo e l’ integrazione regionale» si suppone a dispetto delle «riflessioni» sulla situazione dei movimenti sociali di diverso tipo: «femministi, indigeni, ambientalisti, per un software libero, un commercio equo, per una comunicazione alternativa, contro il debito esterno, per la diversità sessuale od a favore di una economia popolare». Il giornalista riconosce, comunque, che non sono mancate le deliberazioni riguardo a questi temi anche se «il marchio specifico del forum non è stato forgiato dalle sue rivendicazioni.»

Riguardo a ciò è giusto dire che questo spostamento dell’asse della discussione lungi dall’essere oggetto di lamentele deve, al contrario, essere salutato come un cambiamento enormemente positivo.
Se i movimenti riuniti a Caracas hanno cominciato a discutere temi come le strategie di potere; l’imperialismo e gli schemi d’integrazione regionale; la natura ed il comportamento dei governi di sinistra in America Latina (Cuba, Venezuela e Bolivia) o del decadente «centro-sinistra» (sempre più inclinato verso il primo termine dell’equazione), ciò costituisce una notizia molto buona. L’inserimento di questi temi nell’agenda dei movimenti rivela una promettente maturazione delle forze sociali parallela all’evoluzione sperimentata dalla congiuntura politica latinoamericana dalla prima edizione del FSM, a Porto Alegre, nel gennaio 2001. Se in quel momento il neoliberalismo trionfava quasi senza contrappesi -con l’ eccezione di Cuba e le incertezze che contraddistinguevano i primi momenti della rivoluzione bolivariana - la situazione attuale è radicalmente diversa.

La cosa grave sarebbe stata che ancora nel 2006 i movimenti sociali fossero arrivati a Caracas per godere nel proprio narcisismo esplorando le infinite gradazioni e tinte che gli conferiscono la sua unica identità, disconoscendo completamente le sfide lanciate dalla congiuntura nazionale, regionale ed internazionale.
Ciò avrebbe significato, nella pratica, il certificato di morte del Forum, convertito in questo modo in un ambito meramente scolastico. Precisamente, siccome buona parte dei movimenti – non tutti, certamente – hanno preso nota del significato storico dell’irremovibile resistenza di Cuba ad un embargo che dura quasi da mezzo secolo; delle reiterate dichiarazioni di Chavez nel senso che non ci sono soluzioni nel capitalismo e che il futuro delle lotte per l’emancipazione si trova nel socialismo; e dell’avvenimento epocale rappresentato dal trionfo dei popoli originari in Bolivia, con Evo Morales a capo, è così che hanno inserito nella loro agenda quei temi di carattere politico-statale che Hernández Navarro considera inadatti ad essere discussi nel Forum.

Succede che quei movimenti e quelle forze sociali prima non erano un’opzione di potere reale, adesso sì, ed un cambiamento di tale ampiezza non poteva non riflettersi nella tematica discussa nel Forum.

Ciò di cui sopra, naturalmente, riporta ad un dibattito circa il futuro del FSM: posto di incontro e scambio di esperienze, o spazio di articolazione e coordinamento democratico, plurale, rispettoso delle particolarità locali e regionali – di lotte e progetti. O, detto in termini più politici: come lottare contro le classi dominanti del capitalismo mondiale ed i loro alleati locali? Come farlo contro le loro strutture, istituzioni e rappresentanti che attuano obbedendo ad una strategia flessibile, dai carattere internazionale ma abilmente adattata alle circostanze ed agli agenti locali? Si può sconfiggere una coalizione tanto potente facendo appello solamente all’eroismo ed all’abnegazione delle resistenze locali, prescindendo dai vantaggi che potrebbero derivare da un coordinamento mondiale egualmente flessibile delle lotte e delle resistenze popolari al neoliberismo?
Affinché il dibattito sia fecondo sarà indispensabile rompere con un falso dilemma: quello che ci obbliga a scegliere tra un Woodstock altermondialista (??? Lascio così, anche dopo, perché sembra più latino che spagnolo) -un vistosissimo ed emozionante festival di tutti i colori e tutti i movimenti che si danno appuntamento per celebrare un rito catartico annuale – o una sorta di Terza Internazionale stalinista che, da un nuovo Vaticano anti-neoliberale, diriga ferrea ed senza possibilità di appello i movimenti dei «distaccamenti nazionali» in lotta contro la globalizzazione neoliberale e l’imperialismo. Questa opzione è completamente falsa, tra l’altro perché non esiste possibilità alcuna che una «nuova internazionale» come quella che Hernández Navarro vede crescere abbia in sé i requisiti minimi di viabilità pratica. Non si tratta, quindi, di scegliere tra l’una e l’altra, ma di trovare le strade intermedie che ci diano la possibilità di rompere questa falsa separazione.
Lenin amava citare Goethe quando diceva che «grigie sono le teorie, però verde è l’albero della vita.» Conviene ricordare quella frase in momenti come questo, quando si pretende di farci intraprendere un «cammino unico», inguaribilmente grigio: O Woodstock o il Comintern! L’immaginazione delle forze e dei movimenti sociali contiene moltissimi tonalità di verde che rompono la soggezione a quel falso dilemma.
Perché non dovrebbero coordinarsi internazionalmente le lotte per l’acqua dei mapuche nel sud argentino e cileno con quelle delle comunità contadine in Bolivia ed Ecuador, dei popoli del bacino amazzonico, quelle che liberano i contadini africani e quelle dei gruppi che in Europa, Stati Uniti e Canada si oppongono alla mercificazione di questo elemento vitale? Coordinamento non significa subordinazione ad un «centro» né imposizione burocratica di una «linea» tracciata da un luogo onnipotente ed inappellabile.

La borghesia, come classe dominante mondiale, non attua in una maniera tanto assurda. Perché dovrebbero farlo i movimenti sociali?

Quando si espone, dalla prima edizione del FSM, la necessità di «globalizzare le lotte e globalizzare la resistenza» il corollario logico è la costruzione di qualche istanza minima di legame e coordinamento tra i movimenti. Al contrario, senza questo sforzo organizzativo, tutto si esaurisce nel mondo intrascendente (=????) della retorica. Non c’è resistenza globale possibile senza strategia globale e senza un certo grado di coordinamento tra i diversi fronti di lotta.
Hernández Navarro manifesta la sua preoccupazione perchè, secondo quanto intende, nel Forum è prevalsa la propaganda anti-imperialista ortodossa sull’eterodossia propria delle edizioni precedenti del FSM. «Il pensiero di sinistra degli anni settanta,» assicura, «è rinato e si sta mangiando le altre espressioni del pensiero critico.» non hanno partecipato al Forum di Caracas neanche, ci dice, «l’ abbondante numero di intellettuali di sinistra attivi» che furono presenti nei Forum precedenti, affermazione questa fortemente discutibile che però non costituisce il nucleo della questione.

L’importante è chiedersi cos’ha di male il rinascimento del pensiero di sinistra degli anni settanta. Che si «mangi» le altre espressioni del pensiero critico? Se ha potuto mangiarsele dev’essere perché non erano tanto rigorose e critiche come si supponeva, o perché erano carenti di questa capacità di «aprire nuovi orizzonti» emancipatori come molti hanno pensato.
D’altra parte, se il reinserimento di temi come lo stato, il potere, l’imperialismo ed il socialismo è opera della sinistra degli anni settanta allora, era ora! Perché si tratta di argomenti che non avrebbero mai dovuto essere messi da parte e che, facendolo, hanno leso gravemente la capacità dei movimenti contestatori di lottare efficacemente contro i propri nemici.
È vero: non c’è stato Lula, e nemmeno Evo Morales. Le ragione sono molto diverse. Malgrado la sua assenza fisica, Evo ed i movimenti sociali boliviani sono stati presenti permanentemente a Caracas.

Era molto improbabile che tre giorni dopo aver preso in carica il governo Evo avrebbe potuto darsi il tempo di andare a Caracas per dialogare con i suoi compagni di tante lotte, soprattutto se ci si ricorda che in queste prime ore ha dovuto ristrutturare la cupola dell’esercito ed affrontare le minacce della Repsol che, casualmente, «ha scoperto» precisamente in questo momento che le riserve di gas della Bolivia sono inferiori del previsto.

Lula, da parte sua, difficilmente potrebbe apparire nel Forum dopo la delusione generata dalla sua infelice esperienza nel Palazzo del Planato (??? Nome usuale in Brasile, come dire Campidoglio, o semplicemente Palazzo dei Piani Alti). La salva di fischi che la sola menzione del suo nome ha provocato l’anno scorso nel Gigantinho di Porto Alegre avrebbe potuto essere ancora più rumorosa a Caracas.

Non più ragionevole era supporre che la stampa oppositrice di Chávez, compromessa fino al midollo con il golpismo e l’offensiva orchestrata dalla Casa Bianca, avrebbe raccontato con oggettività gli eventi del Forum. Ancora meno che l’avrebbe fatto El País, agente al soldo della campagna anti-cubana in Europa e perfido apologeta del neoliberalismo. Ciò che sì, sarebbe stato preoccupante, è che questa stampa si fosse dedicata ad informare seriamente ed esaustivamente su ciò che stava succedendo a Caracas. Questo avrebbe significato che il Forum non stesse inquietando per niente le classi dominanti dell’impero.
Il silenzio e l’«omertà» di questa stampa sono un grido che dimostra che i movimenti altermondialisti si sono convertiti in un rivale formidabile, la cui presenza conviene occultare davanti agli occhi dei popoli.
Altercom
Agenzia di Stampa dell’Ecuador. Comunicazione per la Libertà.

Atilio Boron è ordinario di Teoria Politica e Sociale, Facoltà di Scienze Sociali, Università di Buenos Aires dal 1986. Investigatore principale del CONICET. Segretario Esecutivo del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali / CLACSO.

Originale:
www.altercom.org/article136180.html

Tradotto dallo spagnolo all’italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, questa traduzione è in Copyleft.

4 Comments:

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