martedì, novembre 10, 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak

Sotto il vulcano dell'AfPak

di Pepe Escobar

There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower

Benvenuti nel Pashtunistan
PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

(Non) è così difficile lasciarsi
“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni.

Originale: Under the AfPak Volcano: Welcome to Pashtunistan e Breaking up is (not) hard to do

Articolo originale pubblicato in due parti il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9229&lg=it

Etichette: , , , , , , , ,

domenica, novembre 01, 2009

L'America, i preservativi e i taliban

[Articolo del 23 ottobre, ancora interessante dopo l'annuncio del ritiro di Abdullah dal ballottaggio in Afghanistan.]

L'America, i preservativi e i taliban
di M. K. Bhadrakumar

I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.

Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:

Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.

Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

Originale: America, condoms and the Taliban

Articolo originale pubblicato il 23/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9155&lg=it



Etichette: , , , , ,

giovedì, agosto 20, 2009

Allucinazioni da oppio in Afghanistan

Allucinazioni da oppio in Afghanistan

di Pepe Escobar

PARIGI – La contorta interpretazione americana alla Alice nel Paese delle Meraviglie dello show politico estivo dell'estate – la “libera espressione del popolo” nelle elezioni afghane – ha tutte le caratteristiche di un sogno fatto sotto l'effetto dell'oppio. Di fatto, è un sogno oppiaceo che non vale un tubo. E comunque qui nessuno parla del tubo, quello attraverso cui passa il gas del Pipelineistan.

Come in un sogno da oppio, regna l'allucinazione. Le probabilità che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama elabori la vera sostanza della sua strategia AfPak sono le stesse di vedere il suo super-inviato Richard Holbrooke passarsi la pipa con l'über-signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar.

Obama dice che il “successo in Afghanistan” comporta “diplomazia, sviluppo e buon governo”. Ma quello che la disorientata e confusa opinione pubblica mondiale sta vedendo è l'impiego di vagonate di marines per “combattere i taliban”.

L'ex capo del jihad waziro Baitullah Mehsud, un taliban “Pak” e non “Af”, sarà anche stato fatto fuori da un bel Predator americano. Ma c'è un certo Osama bin Laden che – come in un sogno da oppio – si aggira ancora spettrale nell' Hindu Kush, otto anni dopo l'11 settembre. Visione o sogno lucido, potrebbe interpretare Il ritorno dei morti viventi in “Pak”, non in “Af”: e allora perché tutti questi altri marines a setacciare le terre afghane?

O dovremmo credere al Ministro dell'Informazione pakistano Qamar Zaman Kaira quando dice che “nulla dimostra che Osama bin Laden si trovi in Pakistan” e che “chi afferma che si trova nel paese dovrebbe fornirne valide prove”?

Inoltre l'idea statunitense che un'armata Brancaleone composta da pastori pashtun, giovani religiosi arrabbiati, gangster, grassatori e agitatori anti-governativi sparsi sul territorio pashtun in Afghanistan all'improvviso possa accogliere a braccia aperte ambigui nuovi al-qaedisti decisi a distruggere la civiltà occidentale come noi la conosciamo, be', questo è proprio un sogno da oppio.

E per quanto riguarda le elezioni fasulle, a chi importa chi vince – se il Presidente pashtun Hamid Karzai detto “il kebabbaro”, Tajik Abdullah Abdullah o un altro ancora? L'Afghanistan sarà governato da Barack Hussein Obama in ogni caso. “I taliban” – questa entità spettrale e immateriale – magari cominceranno a ricevere meno soldi dai loro ex padroni dei servizi pakistani; ma i devoti potentati salafiti del Golfo Persico faranno sì che possano continuare ad arrotondare il bilancio – diversamente da certe potenze occidentali. Non potevano restare più indifferenti alla campagna recentemente annunciata dal super-inviato Holbrooke per congelare i trasferimenti di denaro ai “taliban”.

Incapace di licenziare Karzai, Washington lo osserva impotente mentre arruola per la sua campagna elettorale l'assassino psicopatico uzbeko Generale Rashid Dostum – come se esibire tra le proprie fila il comandante tagiko Muhammad Fahim non fosse già abbastanza. A Kabul è in corso il Ballo dei Signori della Guerra, e il premio in palio sono soldi del narcotraffico per tutti: questo significa che la libertà di finanziare milizie private continuerà serenamente, come la costante fornitura d'oppio all'economia mondiale.

E alla fine i signori della guerra troveranno una scorciatoia per disfarsi comunque di Karzai.

Chiedetelo all'eterno Hekmatyar – che combatte non solo Karzai ma anche gli Stati Uniti e le truppe della coalizione (come se avesse letto troppo la storia recente dell'Iraq, insiste sui tempi di ritiro delle truppe occidentali). A proposito, il caro vecchio amico dei sauditi Hekmatyar non è un “taliban” ma un nazionalista pashtun.

E veniamo all'uomo di George W. Bush, Karzai: sarà anche un aristocratico americanizzato della tribù minore dei Popolzai che conosce bene il Pashtunwali, l'inflessibile codice tribale pashtun, ma è anche un opportunista senza quartiere che ha studiato in India, e dunque scommette sulla possibilità che l'India contrasti l'influenza del Pakistan sull'Afghanistan. Non vuole che il “Pak” domini l'“Af”, mentre per Washington adesso è tutto “AfPak”. Sa che “i taliban” controllano il giorno e praticamente anche la notte in più di metà dell'Afghanistan. Sa di dover fare qualcosa per cercare di porre fine all'eccidio di pashtun da parte degli occidentali. Ecco un altro burattino americano che si rivolta contro i suoi padroni.

Ich bin ein Talibanistaner
E che dire dello spettacolo messo su da McChrystal, Gates e Mullen, uno spettacolo degno dei Fratelli Marx? Per divertire il loggione, il Segretario della Difesa Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen hanno messo a terra il comandante dell'International Security Assistance Force in Afghanistan, l'inimitabile Dottor Stranamore impersonato dal Generale Stanley McChyrstal, chiedendogli di prendersela comoda con il nuovo rapporto sull'Afghanistan e di consegnarlo a Obama solo dopo le elezioni afghane.

Iron Gates vuole un'orgia di nuove truppe; il super-inviato Holbrooke, da parte sua, vuole una potente squadra di nation building e sta mettendo su un bel governo ombra afghano condannato in partenza. Il nocciolo è che, perso in un sogno allucinato in cui tutti gli afghani adorano l'occupazione NATO del loro paese, il Pentagono vuole un nuovo spettacolo AfPak zeppo di gente famosa che resti in cartellone per decenni.

All'inizio McChrystal aveva detto che i taliban stavano vincendo. Adesso dice di no. Poi ha chiesto – guarda un po' – altre truppe e altri civili. Alla fine del 2009 in Aghanistan ci saranno 68.000 soldati statunitensi. Per ora ci sono già 96.500 soldati USA e NATO, compresi 4050 tedeschi, 485 norvegesi, 470 bulgari e 2378 soldati di “altri paesi”.

Qui si sconfina nel ridicolo. I 4050 membri della Bundeswehr che combattono i “taliban” nell'Afghanistan settentrionale nei pressi di Kunduz adesso devono urlare un avvertimento in tre lingue prima di andare al dunque. In inglese è “Nazioni Unite: fermi o sparo!” Poi c'è il pashto remix: “Melgaero Mellatuna-Dreesch, ka ne se dasee kawum!” e poi il dari remix. Scordatevi il simpatico e frizzante Achtung! Qui siamo più dalle parti dello sketch dei Monty Python sulla Commissione Europea a Bruxelles. Perfino il comandante tedesco, il Generale Wolfgang Schneiderhahn, ne è imbarazzato.

Mentre si svolge questa fantastica sciarada, praticamente nessuno – tranne l'economista canadese John Foster, in un editoriale pubblicato dal quotidiano di Toronto The Star – parla del (vero) sogno oppiaceo afghano. Ancora una volta, fin dalla fine degli anni Novanta, tutto ci riporta al TAPI – il gasdotto Turkmenistan/Afghanistan/Pakistan/India, la ragione fondamentale per cui l'Afghanistan (come corridoio di transito dell'energia) è strategicamente importante per gli Stati Uniti, oltre a essere usato come una portaerei stazionata ai confini di rivali geopolitici come la Cina e la Russia. I lavori di costruzione del TAPI, finanziato dalla Banca asiatica di Sviluppo, dovrebbero teoricamente partire nel 2010.

La Russia e l'Iran, ottimi maestri del gioco degli scacchi, stanno affinando le loro mosse per rendere impraticabile il TAPI. Nel frattempo il teatro AfPak in pratica si riduce a Stati Uniti e NATO che fanno la guerra ai nazionalisti pashtun. L'isteria di Washington continuerà a dominare – come con i “taliban” sul punto di prendere il controllo delle armi nucleari di Islamabad e di trasformare gli Stati Uniti in TalibanUStan. E infine, ma non meno importante, ricordatevi di mettete da parte l'ultima ciotola d'oppio per quell'accortissima sporca dozzina: i signori della guerra.

Originale: The Afghan pipe dream


Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

Etichette: , , , , , , ,

mercoledì, agosto 19, 2009

Spire di nebbia nell'Hindu Kush

Spire di nebbia nell'Hindu Kush
di M. K. Bhadrakumar

Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua celebre opera, Della guerra, “La grande incertezza di tutti i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché tutte le azioni devono – in una certa misura – essere pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente – come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”. Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush sia spesso avvolta in una fitta nebbia.

Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.

Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.

I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.

Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.

Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti lo permettono.

Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington, DC.

Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congress. E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan. Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello scorso anno.

Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che “vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno. E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.

Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato, "mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.

Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze. Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.

La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà dunque un eccezionale governo parallelo.

Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan. Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000 soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.

È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia AfPak.

L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi mentori a Washington.

L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate) sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le forze NATO in Afghanistan.

Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi acquisiti.

La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.

Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per il ritiro delle truppe NATO.

Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre morbido” di Russia e Cina.

È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”. La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti: chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione afghana.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.

In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali. Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché la nebbia l'abbia celata alla vista.

Originale: A fog swirls in the Hindu Kush

Articolo originale pubblicato il 18/8/2009

Etichette: , , , , , ,