Tuesday, June 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Labels: , , , , , , , , ,

Sunday, March 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

Labels: , , , , , , ,

Friday, January 04, 2008

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e in Europa nell'analisi della fase attuale degli sviluppi mondiali, anche se per ora solo al livello della comunità degli specialisti. È al contempo ovvio che i nostri partner pensano che il processo di elaborazione sia cominciato. Una delle conclusioni è il riconoscimento del carattere fondamentalmente non ostile della politica estera russa".

Con l'assassinio di Bhutto Washington deve ora affrettare il "processo di elaborazione". Va presa una decisione importante. Sia l'Iran, sia la Russia sarebbero partner ragionevoli nella "guerra al terrore" in Afghanistan. Ma nessuno dei due risponderebbe a un impegno selettivo di Washington. L'amministrazione Bush avrà bisogno dello shakespeariano Shylock per soppesare il vantaggio relativo di ingaggiare l'Iran o Mosca. È qui che il prossimo viaggio di Bush in Israele, nei territori palestinesi e tra gli alleati del Golfo Persico potrebbe tornare utile.

Una cosa è già chiara. La questione nucleare iraniana non se uscirà di scena. Ultimamente può avere avuto una svolta positiva, ma, come ha notato il cinese People's Daily, questo è lungi dall'essere un epilogo. Gli Stati Uniti "dovranno far fermentare nuovi piani ed elaborare nuove strategie in merito alla questione nucleare iraniana sia durante che dopo l'amministrazione Bush... L'Iran potrebbe trarre vantaggio dalla disparità tra le potenze mondiali: potrebbe cercare di ottenere un clima internazionale e una posizione strategica più favorevoli. In conclusione, le parti interessate nella questione iraniana stanno attualmente considerando i propri interessi in rapporto alle condizioni attuali in preparazione di una nuova tornata di confronti strategici".

Punto interrogativo sulla strategia globale degli Stati Uniti
Ma Mosca pone delle difficoltà ancor più fondamentali. Nella fase preparatoria dell'incontro di Bruxelles, in esaurienti commenti riportati dai media, un portavoce del ministero degli esteri russo a Mosca ha sottolineato a dicembre che i rapporti di Mosca con l'alleanza atlantica erano caratterizzati "sia da successi che da complicazioni". Ha detto che il lavoro che li attendeva non sarebbe stato facile.

Tra le aree problematiche, ha elencato le "implicazioni legali internazionali" della trasformazione della NATO come organizzazione politica globale fuori dal controllo delle Nazioni Unite; le strutture militari della NATO che "si avvicinano ai nostri confini"; gli ulteriori piani di allargamento della NATO; le divergenze sul Trattato CFE sulle Forze Armate Convenzionali in Europa; e "lo sviluppo di un terzo sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa e il suo coordinamento con la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa anti-missile nell'ambito della NATO".

In altre parole, nello scenario post-Bhutto, è necessario che Washington riveda i propri piani in vista del prossimo summit della NATO a Bucarest, in aprile. La terza fase dei piani di allargamento della NATO era tra i principali punti di discussione a Bucarest. Adesso il Pakistan e l'Afghanistan li faranno inevitabilmente passare in secondo piano.

Washington andrà avanti con i vecchi piani perché la NATO appoggi l'ingresso di Ucraina e Georgia? Nell'attuale situazione di crisi in Afghanistan e in Pakistan, può l'amministrazione Bush permettersi di contrariare il Cremlino? Come ha ammonito un portavoce russo: "Noi [Mosca] siamo convinti che il processo di allargamento della NATO non abbia alcuna attinenza con la modernizzazione dell'alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza dell'Europa. Anzi, è un grave fattore di provocazione, che porterà ad altre divisioni e abbasserà il livello di fiducia reciproca".

Il Cremlino si è espresso chiaramente, non sarà soddisfatto neanche se gli Stati Uniti e l'Europa non insisteranno sull'indipendenza del Kosovo, o procederanno al dispiegamento della NATO nella repubblica separatista ponendosi fuori dal contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lavrov ha sottolineato che "La cosa principale è tentare di lavorare insieme su una base di reciproco rispetto, e di rispetto per le altrui analisi delle minacce oggi a noi comuni". Ha enfatizzato il fatto che al summit di Bucarest, se la NATO dovesse andare avanti con la sua politica di allargamento parallelamente alla trasformazione dell'alleanza "[a Mosca] siamo convinti che ciò non contribuirebbe a rafforzare la nostra sicurezza comune o a combattere le comuni minacce". Il monito implicito è che la collaborazione nella "guerra al terrore" potrebbe avere come condizione la rinuncia da parte di Washington alla politica di contenimento nei confronti della Russia.

È ovvio che sia Mosca che Teheran ora giudicano che la crisi in Afghanistan e in Pakistan influisca direttamente sulle strategie globali statunitensi. Se la NATO fallisse in Afghanistan, sul futuro dell'alleanza sorgerebbe un grande punto interrogativo. Come osservava un rapporto compilato in ottobre dal Congressional Research Service degli Stati Uniti, la missione della NATO in Afghanistan è "un test della volontà politica e delle capacità militari dell'alleanza". Ma non è tutto. Quello che i think-tank americani oscurano è che a essere in dubbio è la capacità stessa degli Stati Uniti di mantenere il proprio ruolo di leader dell'alleanza atlantica nell'era post-Guerra Fredda.

Sia Mosca che Teheran hanno da guadagnare da un mondo multipolare in cui la loro influenza regionale possa avere un ruolo maggiore. Se Washington fallisce nella sua strategia post-Guerra Fredda, che consiste nel potenziare la NATO improvvisando ed esagerando l'importanza di un nemico (come al-Qaeda), la strada verso il multipolarismo si appianerà in misura consistente. È significativo che Teheran e Mosca si rifiutino di caratterizzare l'assassinio di Bhutto come opera di al-Qaeda.

La reazione di Pechino è stata ugualmente cauta. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha inizialmente condannato l'assassinio di Bhutto come "atto di terrorismo". Ma il vice ministro degli esteri He Yafei, che il giorno successivo ha fatto visita all'ambasciata del Pakistan per firmare il libro delle condoglianze, non ha neanche nominato il terrorismo, limitandosi a esprimere la speranza che il popolo pakistano "riuscisse a superare l'attuale difficoltà quanto prima, salvaguardando la stabilità sociale e lo sviluppo del paese".

I commentatori cinesi hanno osservato che "la situazione in Afghanistan si è dimostrata molto più complessa del previsto" e che per la NATO era diventato difficile "coprire la posizione imbarazzante delle truppe nel paese". Lo scorso anno un articolo del People's Daily osservava che la sconfitta in Afghanistan, unita al deterioramento dei rapporti della NATO con la Russia e al fallimento dei tentativi compiuti a Bruxelles per assicurarsi un punto d'appoggio nell'Asia Centrale, ha impedito all'alleanza di realizzare il proprio obiettivo in base al quale il 2007 sarebbe dovuto essere l'anno della "trasformazione".

Secondo l'articolo, "l'influsso degli Stati Uniti nella NATO è diminuito e il ruolo transatlantico degli Stati Uniti sta diventando incerto. Si era sperato che il cambiamento di vertici in Germania, Francia e Gran Bretagna potesse iniettare nuova vitalità nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Ma è ancora difficile capire se la nuova 'troika' possa portare alla situazione ottimisticamente prevista da Washington".

I tre paesi - Russia, Cina e Iran - condividono apertamente l'interesse a verificare che la Shanghai Cooperation Organization e la Collective Security Treaty Organization abbiano un ruolo significativo nella stabilizzazione della situazione afghana. Nessuno dei tre paesi ha gradito il monopolio degli Stati Uniti (o della NATO) sulla soluzione del conflitto in una regione così importante per la loro sicurezza, anche se appoggiano la "guerra al terrore" in Afghanistan in quanto tale.

Chiaramente con l'assassinio di Bhutto e con il Pakistan sull'orlo dell'abisso, l'amministrazione Bush si trova di fronte alla possibilità che la strategia globale attorno alla "guerra al terrore" e all'"islamofascismo" vada a monte. Una facile via d'uscita consisterebbe nel convincere il Generale Kiani a diventare il "nuovo uomo di Washington in Pakistan", così che la caccia ad al-Qaeda possa continuare.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://atimes.com/atimes/South_Asia/JA05Df02.html

Articolo originale pubblicato il 4 gennaio 2008

Labels: , , , , , , ,

Tuesday, December 04, 2007

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Labels: , , , , , ,

Thursday, November 22, 2007

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Da Lenin's Tomb

traduzione di Andrej Andreevič


Il think tank pro-occupazione, il Senlis Council, ha diffuso un altro rapporto (in pdf) sull'Afghanistan. Sostiene che la presenza dei Taliban copre ormai almeno il 54% del territorio dell'Afghanistan, e si stanno avvicinando a Kabul. Ignorato dagli opinionisti e dai media, il rapporto suggerisce che i Taliban starebbero rapidamente riscuotendo credibilità politica tra quanti sei anni fa li odiavano. I combattenti internazionali di 'al-Qaeda', si dice, starebbero appoggiando l'insorgenza, ma la gente comune li sostiene sempre di più. Una parte del problema, dice il rapporto, è la catastrofe umanitaria che si sta consumando nonostante le massicce iniezioni monetarie all'interno del paese, che si trova in condizioni peggiori di quelle delle zone più disastrate dell'Africa Subsahariana. Questa mappa descrive la presenza dei Taliban nelle varie parti dell'Afghanistan:




Comunque ciò che è più interessante è il sostegno del Senlis a una politica estremamente dura, come quella che viene imposta dagli imperialisti di entrambe le parti al Congresso statunitense. La proposta è semplice: visto che non c'è intenzione di ritirarsi, a tutti i membri della NATO verrà richiesto un enorme aumento nell'impegno dell'esercito, e la guerra verrà estesa al Pakistan. I Taliban sono conosciuti per la loro capacità di operare attraverso le frontiere, e l'esercito pakistano è riluttante a entrare in battaglia con loro per una serie di motivi. Ovviamente parte della pressione statunitense su Musharraf punta alla sua incapacità di essere una marionetta affidabile, mentre la retorica di Benazir Bhutto sugli 'estremisti' ha chiaramente lo scopo di catturare il vitale elettorato statunitense. Ci sono già stati attacchi attraverso le frontiere, ma un eventuale governo Bhutto o un qualsiasi altro governo pakistano permetterà agli Stati Uniti di operare estesamente in Pakistan? Queste azioni rafforzeranno il movimento popolare di resistenza alla dittatura di Musharraf? Il rapporto non analizza queste domande, né le loro ovvie risposte.

Forse più importante, il rapporto afferma che i 'combattenti stranieri' provenienti da quelli che Brzezinski chiama "i Balcani globali", compresi Pakistan, Uzbekistan e Xinjiang, stanno funzionando come moltiplicatori di forza per l'insorgenza dei Taliban. Quanto di questo è realtà e quanto è frutto di informazioni di 'intelligence' ottenute attraverso tortura o più semplicemente propaganda? A differenza di altre parti del rapporto, che comprende tra le fonti anche alcune ricerche indipendenti, sembra che molto sia stato distillato da think tank e giornali filo-imperialisti occidentali. Ad ogni modo, benché il rapporto prenda una coloritura tecnocratica, il contesto rende chiaro che la soluzione "Nato+" sarebbe un colpo mirato a portare l'Asia meridionale sotto l'egemonia statunitense. Quando sia Obama sia Clinton parlano con insistenza di una potenziale aggressione contro il Pakistan, dobbiamo prenderlo come un segnale di allarme. Questa guerra potrebbe mandare in fiamme l'intera regione.


Originale da:
http://leninology.blogspot.com/2007/11/afghanistan-54-taliban-coverage-and.html

Labels: ,

Monday, October 29, 2007

Un paese in guerra

Un paese in guerra

di Ziauddin Sardar

New Statesman, 25 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Il Pakistan, paese in prima fila nella guerra al terrore, sta precipitando sempre più nella violenza e nel caos, mentre prepara un'offensiva totale contro i militanti jihaddisti trincerati nel Waziristan, l'anarchica provincia settentrionale del paese. Nel tentativo di lanciare una guerra totale contro i taliban e al-Qaeda, il presidente Musharraf sta progettando di portare l'intera regione sotto controllo militare. Questa è una strategia ad alto rischio, dal momento che le conseguenze di un fallimento potrebbero essere devastanti per il Pakistan. Potrebbero addirittura portare alla distruzione del paese.

Dietro le quinte, le contraddizioni e le tensioni sono giunte all'estremo. L'arrivo di Benazir Bhutto, che avrebbe dovuto aiutare le forze moderate e riformiste, ha invece aumentato l'instabilità politica. I sostenitori dell'altro ex primo ministro, Nawaz Sharif (che sta progettando un secondo tentativo di ritornare in Pakistan dal suo esilio nella prima settimana di novembre), stanno preparando una campagna di massa contro Musharraf che potrebbe portare a un blocco politico. Inoltre lo stesso presidente ha dichiarato un'amnistia generale per i politici corrotti, atto che è stato interpretato come la concessione di una tabula rasa a ladri e assassini.

Bhutto è tornata in Pakistan sulla base di un "patto per la divisione dei poteri" mediato da Washington e salutato dai media internazionali come un passo concreto verso la democrazia. Ma in realtà è poco più che un intreccio di interessi personali. Musharraf descrive l'accordo come una "troika" che coinvolge il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito. I poteri del presidente, compreso quello di rimuovere a proprio piacimento il primo ministro, dovrebbero rimanere tali per il prossimo mandato di cinque anni. Qualsiasi primo ministro avrebbe dunque scarso potere effettivo e sarebbe costretto ad assecondare gli altri due membri della troika. Un primo ministro docile e partiti politici selezionati significano quindi che Musharraf rimarrà in carica. L'attuale status quo rimane intatto.

In cambio della disponibilità a prendere parte all'accordo, sono state esaudite le due principali richieste di Bhutto: i suoi conti bancari in Svizzera sono stati sbloccati, potrà tenersi il grattacielo a Dubai e le proprietà in Inghilterra e negli Stati Uniti, e la legge che impedisce un terzo mandato come primo ministro è stata abrogata.

I piani di Musharraf per il prossimo futuro hanno due componenti. Primo, ora che Bhutto è tornata, è deciso a far svolgere le elezioni nella prima metà di gennaio. Saranno "gestite", così come lo sono state le elezioni del 2002, tramite "assegnazione dei seggi", questa volta a vantaggio del partito di Bhutto. Musharraf si aspetta che Bhutto possa portare i voti dei suoi più convinti sostenitori delle province del Sind e del Punjab, in gran parte contadini poveri alle dipendenze dei padroni terrieri feudali. I servizi e l'esercito faranno il resto e assicureranno i risultati desiderati.

Comunque, dopo il bagno di sangue a Karachi per il ritorno di Bhutto il 19 ottobre, è difficile immaginare che, visto l'attuale clima, le elezioni si potranno tenere. "Le manifestazioni politiche saranno aperte sia agli attacchi dei militanti che ai sabotaggi degli elementi deviati dei servizi", dice Rashed Rahman, editore del Post, il quotidiano di Lahore. "E visto che i servizi sono il principale sospettato degli attacchi, tutte le ipotesi di un probabile ritorno al potere di Bhutto sono incerte".

La paura di attentati suicidi condizionerà pesantemente gli elettori che vorranno recarsi ai seggi. E dal momento che ampie parti della Provincia del Nord sono zone a rischio, sarà quasi impossibile che si possano tenere elezioni in quella regione. "Con una percentuale di votanti attorno al 20% delle elezioni non possono essere considerate credibili", dice Rahman, indipendentemente da come le elezioni saranno "gestite".

In secondo luogo, da giorni è previsto un attacco in grande stile contro il Waziristan. "Ora è diventato inevitabile", ha dichiarato un alto ufficiale militare al New Statesman. "Ogni giorno abbiamo delle vittime. Se non togliamo di mezzo con la forza i militanti, il morale dell'esercito diminuirà ulteriormente". A differenza delle operazioni precedenti, che avevano per obiettivo preciso basi dei militanti o cercavano di bloccare i movimenti della guerriglia tra Pakistan e Afghanistan, "ora l'obiettivo è di pacificare l'intera provincia".

Le forze armate saranno dispiegate in tutte le più grandi città, come Mir Ali, Angor Ada e Magaroti, con lo scopo di stabilire basi militari permanenti attrezzate per ospitare migliaia di militari e paramilitari. L'intera regione cadrà sotto il controllo militare pakistano e sarà amministrata sotto il comando diretto del nuovo vice-capo dell'esercito, il generale Ashfaq Pervez Kiani (quando e se Musharraf lascerà l'uniforme, Kiani ne prenderà il posto come capo dell'esercito). "Stimiamo che un assalto totale distruggerà la struttura centrale di comando di al-Qaeda e dei taliban, rendendo le loro operazioni sporadiche e largamente inefficaci", ha detto l'ufficiale militare.

Il linguaggio della liberazione

Comunque, dati i precedenti cattivi risultati dell'esercito pakistano in Waziristan, la previsione sembra eccessivamente ottimistica. I militanti quasi certamente resisteranno e combatteranno fino all'ultimo. Il Pakistan ha perso quasi più di mille soldati; più di trecento sono tenuti ostaggio. I combattenti Pashtun, inclusi i taliban afghani, conoscono molto bene la regione. Sono abituati alla guerriglia e considerano la morte in battaglia un grande onore e una strada diretta per il paradiso. La maggior parte della popolazione locale li supporta. Le possibilità che l'esercito pakistano "pacifichi" la regione sono bassissime.

Non si tratta solo di terrorismo. L'orgoglioso e indipendente popolo Pashtun vede le forze americane e britanniche nel confinante Afghanistan come invasori. Una guerra civile si trasformerà in una guerra di "liberazione nazionale". Molti leader tribali parlano spesso di liberarsi dall'"amministrazione pakistana". Il risultato finale potrebbe essere una nuova ondata di attacchi suicidi e atti di sabotaggio in tutto il Pakistan.

Musharraf ha cominciato ad attuare la propria strategia due settimane fa. Il 5 ottobre si è assicurato che passasse la cosiddetta Ordinanza di Riconciliazione Nazionale (ORN), che ha fatto cadere tutte le imputazioni di corruzione contro i politici di "tutti i partiti". "Abbiamo deciso di condonare tutti i casi pendenti degli ultimi quindici anni", ha detto Musharraf, sostenendo che avrebbe posto fine alle politiche di vendetta e vittimizzazione del paese. L'ORN ha sgomberato la strada per il ritorno di Bhutto e tolto ogni residua imputazione contro suo marito, Asif Ali Zardani, rilasciato su cauzione nel 2004 dopo otto anni trascorsi in prigione. Il giorno successivo Musharraf è stato rieletto presidente per un altro mandato dall'attuale parlamento-fantoccio.

Ma l'amnistia garantita dall'ORN non riguarda Nawaz Sharif, capo della Lega Musulmana, il secondo più grande partito politico pakistano. Politico conservatore e fortemente antiamericano, Sharif crede che democrazia e dittatori militari non vadano d'accordo. Gode di un enorme supporto sia tra la classe media sia tra i gruppi religiosi ed è il più probabile vincitore di eventuali elezioni libere. Sharif, deposto nel 1999 da un colpo di stato incruento, è determinato a far cadere Musharraf. Durante il suo primo tentativo di tornare in Pakistan, il 10 settembre, è stato arrestato all'aeroporto di Karachi e gli sono state date due opzioni: la prigione o ritornare in esilio in Arabia Saudita. Le accuse contro Sharif sono ancora in piedi davanti alla Corte Suprema. Però, nonostante gli sforzi di Musharraf, la Corte ha rifiutato di emettere nuovi mandati di arresto contro di lui. Se Sharif dovesse farcela e tornare, l'accordo Bhutto/Musharraf potrebbe avere grandi problemi.

"Le probabilità che un'alleanza del genere tenga sono scarse", dice Rahman. Per cominciare, i due si detestano. Il Partito Popolare Pakistano non è tanto un partito quanto un'istituzione feudale che Bhutto governa come fosse una sua proprietà, e il suo prossimo problema potrebbe essere soffocare il dissenso tra le fila più importanti del partito. Molti sostenitori del PPP credono che il patto di condivisione dei poteri con Musharraf stia rovinando la reputazione del partito e le sue possibilità elettorali. Un certo numero di membri della famiglia Bhutto ha espresso apertamente le proprie critiche. La poetessa e opinionista Fatima Bhutto, nipote di Benazir, ritene la zia responsabile delle morti a Karachi, dovute alla sua predilezione per il "teatro politico".

Le percentuali di gradimento di Bhutto nei sondaggi tenuti dopo l'emanazione della ORN sono crollate. Alcuni alti membri del PPP speravano che il suo ritorno avrebbe dato una nuova vita al partito, se si fosse comportata come una statista matura, capace di lasciare la guida nelle mani dei politici più giovani. C'è quindi una seria possibilità che il PPP possa dividersi, come è già successo alle scorse elezioni. E se Bhutto non dovesse vincere queste elezioni, anche dopo le "manipolazioni dei seggi", Musharraf la abbandonerà con la stessa facilità con la quale ha abbandonato gli altri partiti.

Finora Musharraf ha fatto a modo suo. L'unico ostacolo che gli resta è un processo attualmente in atto alla Corte Suprema riguardo alla possibilità di continuare a fare il presidente senza abbandonare l'uniforme. Questo però non è poi un ostacolo tanto grande, dal momento che l'attuale situazione gli permetterebbe di conservare il potere anche se dovesse abbandonare la propria posizione militare.

L'accordo per la divisione dei poteri è stato percepito come un tentativo di nascondere le divisioni nel paese. Dopo gli avvenimenti di Karachi, invece, sembra preludere a un'altra fase pericolosa e turbolenta per il Pakistan. I servizi segreti, alcuni elementi dei quali potrebbero essere responsabili dell'attacco contro il corteo di Bhutto, sono fuori controllo. I bombardamenti suicidi sono diventati parte della strategia militante in Waziristan, sia per minare le fondamenta del processo politico, sia per demoralizzare l'esercito. Se uno dei protagonisti (entrambi decisamente filoamericani) della spartizione dei poteri sia in grado di mantenere il controllo di questa situazione esplosiva, è un punto controverso.


Originale da: http://www.newstatesman.com/200710250025


Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Labels: ,

Sunday, August 05, 2007

La SCO è carica e pronta a fare fuoco

La SCO è carica e pronta a fare fuoco
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/IH04Ag01.html

Può sembrare strano che un'organizzazione di cooperazione regionale cominci il proprio summit annuale sullo sfondo di esercitazioni militari. L'Unione Europea, l'Associazione degli Stati dell'Asia del Sud Est, l'Unione Africana, l'Organizzazione degli Stati dell'America Latina – nessuna di queste l'ha mai fatto.

Di conseguenza, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) sta attirando enorme interesse, tenendo le sue esercitazioni militari su ampia scala tra il 9 e il 17 agosto. La SCO sta dicendo forte e chiaro alla comunità internazionale che non c'è nessun "vuoto" nello spazio strategico dell'Asia Centrale che debba essere riempito da organizzazioni di sicurezza provenienti dall'esterno della regione.

Le esercitazioni, col nome in codice "Missione di Pace 2007", saranno tenute a Čeljabinsk, nel distretto militare russo del Volga-Urali ed a Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang-Uyghur. L'incontro della SCO è previsto a Bishkek, capitale del Kirgyzstan, il 16 agosto. Dopo l'incontro, in un gesto altamente simbolico, i capi di stato e i ministri della difesa di tutti i paesi membri della SCO - Cina, Russia, Kazakhstan, Kirgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan - assisteranno alla conclusione dell'esercitazione militare congiunta a Urumqi.

La SCO non ha mai tenuto un'esercitazione militare completa che coinvolgesse tutti gli stati membri. Vi parteciperanno circa 6500 militari, compresi 2000 russi e 1600 cinesi. È la prima volta che la Cina invia le proprie truppe aviotrasportate in un'esercitazione militare all'estero. Russia e Cina schiereranno rispettivamente 36 e 46 velivoli ciascuna e forniranno sei aerei militari da trasporto Il-76 per realizzare simulazioni di assalti condotti da unità aviotrasportate.

Un esperto militare cinese, Peng Guangqian dell'Accademia Cinese delle Scienze Militari, citato dal People's Daily, ha dichiarato che "L'esercitazione ha principalmente la scopo di dimostrare che la cooperazione in materia di sicurezza tra gli stati membri della SCO è aumentata, le loro capacità anti-terroristiche si sono rafforzate, le relazioni sino-russe sono migliorate e le forze armate dei paesi membri si sono modernizzate".

Il China Daily, pubblicazione di proprietà dello stato, ha sottolineato che le esercitazioni mostrano che "la cooperazione della SCO sulla sicurezza è andata oltre le questioni del disarmo regionale e dei confini, estendendosi alla gestione di minacce non tradizionali come il terrorismo, le forze secessioniste ed i gruppi religiosi estremisti".

Il Ministero della Difesa cinese ha sottolineato che le esercitazioni "non sono dirette contro altri paesi e non coinvolgono gli interessi di paesi esterni alla SCO". Il vice comandante delle Forze di Terra russe, il Generale Vladimir Moltenskoj, ha inoltre informato i media che le esercitazioni "non sono mirate contro paesi terzi".

L'OTSC abbraccia la Cina
Malgrado queste precisazioni, è fin troppo evidente che la cooperazione strategica sino-russa sta raggiungendo un livello qualitativamente nuovo. L'indicatore più importante in questo senso è che l'incontro a Bishkek potrebbe vedere la firma di un protocollo formale di cooperazione fra la SCO e l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Il documento dovrebbe definire chiaramente le tendenze di cooperazione fra le due organizzazioni di sicurezza regionale nel futuro prossimo.

Si tratta indubbiamente di uno sviluppo importante nello spazio strategico eurasiatico. La collaborazione formale proposta fra la OTSC e la SCO coinvolge in sostanza la OTSC più la Cina, poiché gli Stati membri della SCO sono già membri dell'OTSC, tranne la Cina (gli Stati membri della OTSC sono quindi la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan ed il Tajikistan).

Non può essere sfuggito a nessuno che la collaborazione di OTSC e SCO è stata formalizzata il 14 luglio, appena un mese dopo la decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione al Trattato sulle Forze armate Convenzionali in Europa (FCE). L'FCE è il primo trattato per la riduzione delle armi convenzionali stipulato fra Est e Ovest dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L'influente analista strategico russo Gleb Pavlovskij ha avvertito il 14 luglio che "la decisione di oggi non è propaganda, è una transizione ad una nuova seria fase nella costruzione di nuova struttura di sicurezza della Russia contro lo scenario del riarmo dei paesi alle nostre frontiere".

Riferendosi all'implacabile accerchiamento della Russia da parte degli Stati Uniti ha aggiunto che "praticamente tutti i paesi lungo i confini meridionali e occidentali della Russia sono pieni di missili… Nel Caucaso, nelle regioni del Mar Nero e in quelle del Caspio è in corso una folle corsa agli armamenti, supportata da paesi europei e non europei, nessuno dei quali si sente limitato dal FCE".

In questo contesto, dice Pavlovskij, Mosca preferirà optare per "nuovi equilibri contrattuali" in Europa ed in Asia. "Se i paesi di Europa e Asia sono pronti a questo, la Russia sarà la prima ad acconsentire a questi negoziati".

Nella presa di contatti istituzionali tra OTSC e SCO possiamo vedere la prima prova dei "nuovi equilibri contrattuali" cui Pavlovskij ha accennato. L'idea russa di rafforzare la OTSC per controbilanciare la NATO è ormai evidente da mesi.

La scorso dicembre, parlando al Forum sui Media della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e degli stati baltici, il vice primo ministro (contemporaneamente ministro della Difesa della Russia) Sergej Ivanov ha detto, "la prossima cosa logica da fare seguendo la strada del rafforzamento della sicurezza internazionale può essere lo sviluppo di un meccanismo di cooperazione fra la NATO e la OTSC, seguito da una chiara divisione delle sfere di responsabilità. Questo metodo ci darebbe un potere contrattuale sufficientemente affidabile ed efficace per prendere provvedimenti collettivi nelle situazioni di crisi nelle varie regioni del mondo". [corsivo aggiunto dall'autore dell'articolo]

Ivanov era di certo consapevole che la NATO non è minimamente interessata a dialogare con la OTSC (i paesi della OTSC coprono approssimativamente il 70% del territorio della ex Unione Sovietica). Da tre anni a questa parte la Russia propone una cooperazione limitata fra OTSC e NATO nel controllo del traffico di droga provenente dall'Afghanistan. Ma la NATO, su ordine di Washington, sta temporeggiando. Una coerente politica della NATO (e di Washington) è sempre stata quella di non riconoscere lo status della OTSC come organizzazione di sicurezza regionale e di dialogare piuttosto con gli Stati membri di questa su base bilaterale.

Di conseguenza, ciò che Ivanov sottolineava è che Mosca sarà assolutamente determinata a resistere all'invasione della NATO nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Mosca valuta infatti che la NATO non esiterà a espandersi ulteriormente, proponendo ad alcuni stati della CSI di entrare a far parte dell'organizzazione. La Russia si oppone a tale espansione, ma i suoi sforzi diplomatici non funzionano. L'opzione militare è diventata necessaria. Nel suo discorso, Ivanov non solo ha messo in chiaro il ruolo della OTSC in Europa, ma ha anche suggerito che Mosca vede i paesi dell'Asia Centrale della SCO, in particolare la Cina, come suoi potenziali alleati nel blocco.

Alcuni mesi dopo, in maggio, parlando ad un congresso a Bishkek sulle minacce e sulle sfide per la sicurezza nel ventunesimo secolo, il segretario generale della OTSC Nikolaij Bordjuzha ha attaccato frontalmente la NATO dicendo che questa persegue "una politica di espansione e consolidamento della propria presenza militare-politica nel Caucaso ed in Asia Centrale". Ha aggiunto che queste attività comportano "sfide e rischi" ed insidiano la stabilità dello spazio post-sovietico.

Bordjuzha ha sviluppato il discorso dicendo che la strategia statunitense per l'Asia centrale punta a causare "fratture" fra i paesi della regione da un lato e la Russia e la OTSC dall'altro. Ha detto che Washington sta tentando di riorientare gli stati centro-asiatici verso gli Stati Uniti "in una nuova formazione che comprende, oltre agli stati dell'Asia Centrale, l'Afghanistan, il Pakistan e, in futuro, l'India".

Effettivamente di recente la Russia non è riuscita a disturbare più di tanto la strategia della NATO per l'Asia Centrale. D'altra parte la NATO ha sottostimato la propria capacità di intrufolarsi in una regione dove l'influenza tradizionale della Russia era predominante e dove Mosca è determinata a mantenere quella situazione a tutti i costi.

In questi ultimi due anni, Mosca ha dato rapido impulso alla OTSC considerandola il proprio bastione contro la NATO nell'Asia Centrale. Alcuni commentatori russi prevedono che la OTSC sia destinata a trasformarsi in un nuovo Patto di Varsavia. Sia come sia, in misura quasi direttamente proporzionale all'enfasi posta da Mosca sull'OTSC, i paesi dell'Asia centrale si sono affrettati a riunirsi sotto il suo ombrello; tra essi spicca il Kazakhstan , che era tra gli "obiettivi" principali identificati dalla NATO. L'entrata dell'Uzbekistan nell'OTSC ha consolidato significativamente la portata dell'organizzazione nella regione centro-asiatica.


Convergenza Sino-Russa
Chiaramente la Cina apprezza che le contraddizioni e la lotta fra la Russia e le potenze occidentali negli anni successivi alla guerra fredd