giovedì, febbraio 19, 2009

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

di Julio Godoy


da IPS traduzione di Andrej Andreevič


PARIGI (IPS) - La possibilità che il ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner potrebbe avere abusato della sua pubblica posizione in Francia per promuovere propri proficui affari privati con dittatori africani di rilievo viene alla luce in un momento in cui le autorità locali si trovano a che fare con numerose vicende di corruzione.

Le accuse contro Kouchner sono sintetizzate in un nuovo libro "Le Monde selon K." (Il mondo secondo K.) del giornalista investigativo Pierre Péan.

Nel libro Péan sostiene che Kouchner, co-proprietario di IMEDIA e African Steps, avrebbe ottenuto redditizi contratti dai governi del Gabon e della Repubblica del Congo (Brazzaville) quando era direttore di un'agenzia pubblica di cooperazione sanitaria a Parigi. IMEDIA e African Steps sono due società di consulenza politica.

I governi del Gabon e la Repubblica del Congo, entrambi i paesi ricchi di petrolio, sono particolarmente noti per essere due dittature corrotte. Omar Bongo governa il Gabon dal 1968, Denis Sassou Nguesso è al potere a Brazzaville dal 1997, quando le sue truppe, con il sostegno dell'Angola, hanno vinto una guerra civile contro l'allora presidente Pascal Lissouba.

Bongo e Sassou Nguesso hanno legami familiari: Bongo è sposato con Edith Lucie Sassou-Nguesso, figlia di Denis.

Secondo Péan, che si basa su documenti ufficiali dei due governi africani, sarebbero stato versati 4,5 milioni di euro alle due società da parte dei governi del Gabon e del Congo Brazzaville, per consigliare i rispettivi ministeri della salute.

Sebbene le attività di Kouchner come consulente non fossero illegali, le diverse circostanze riguardanti i rapporti con Bongo e Sassou Nguesso sono problematiche. Da un lato, Kouchner è stato presidente delle relazioni di Esther, organismo francese di cooperazione sanitaria che opera soprattutto con i paesi africani.

Dall'altro, gli ultimi pagamenti effettuati dal governo del Gabon a IMEDIA sono avvenuti quando Kouchner era già ministro degli Esteri. In una lettera datata 2 agosto 2007, Eric Danon, esecutivo di IMEDIA e vicino a Kouchner, ha esortato il governo di Bongo a pagare i conti in sospeso dal 2006.

Infine, nel gennaio e nel marzo 2008, il governo del Gabon ha saldato i conti.

IPS possiede una copia della lettera di Danon, nonché dei trasferimenti di tesoreria di IMEDIA verso il Gabon. Come ministro degli Esteri, Kouchner ha nominato Danon e un altro suo partner d'affari, Jacques Baudouin, a importanti incarichi presso il ministero degli esteri.

E, infine, le operazioni sono in contrasto con l'immagine che Kouchner ha sempre trasmesso di sè stesso. "Quello che trovo riprovevole è che Kouchner si sia costruito l'immagine di un cavaliere senza macchia, il cui comportamento è saldamente radicato su principi etici", ha detto Péan all'IPS. "Ma questa immagine non è rispecchiata dai suoi affari".

Kouchner, ex membro del Partito Socialista dal 1980 fino a quando non ha lasciato il partito per diventare ministro del presidente di destra Nicolas Sarkozy, ha negato qualsiasi irregolarità. "Le accuse di Péan contro di me sono abominevoli e grottesche", ha detto nel corso di un dibattito parlamentare il 4 febbraio.

Kouchner si è detto orgoglioso di aver aiutato i due governi africani a migliorare i loro sistemi sanitari pubblici e ha annunciato che sta perseguendo una denuncia per diffamazione contro Péan.

Le relazioni commerciali di Kouchner sono rese ancora più discutibili dal momento che coinvolgono dittatori che, nonostante siano a capo di paesi con alcune delle popolazioni più povere dell'Africa, possiedono enormi fortune, come dimostrano le loro grandi proprietà in Francia.

Secondo una relazione dell'ufficio centrale di polizia contro il crimine organizzato finanziario, con sede a Parigi (OCRGDF, dal suo nome francese "Office central de répression de la grande délinquance financière"), Bongo e Sassou Nguesso, assieme al presidente dell 'Angola, José Eduardo dos Santos, e a quello della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, sarebbero in possesso di una notevole fortuna nel settore immobiliare e auto di lusso in Francia.

La relazione dell'OCRGDF, che si compone di 34 fascicoli e migliaia di pagine, è stato aperto alla fine del 2007 dopo che tre associazioni umanitarie francesi hanno presentato una denuncia contro i quattro dittatori e il presidente del Burkina Faso, Blase Compaoré, con l'accusa di "appropriazione indebita di fondi pubblici" .

Nella relazione, la polizia francese conclude che i leader africani hanno accumulato una fortuna nel settore immobiliare in "zone (dentro e nei dintorni di Parigi) di altissimo valore commerciale" e presenta un elenco non esaustivo di queste proprietà. Tutti i leader africani indagati sono anche proprietari di svariate autovetture sportive di lusso e limousine, e controllerebbero numerosi conti bancari.

L'elenco comprende un lussuoso palazzo vicino agli Champs Elysées, zona più costosa di Parigi, acquistato il 15 giugno 2007 per quasi 19 milioni di euro, dai due figli di Omar Bongo, Omar e Denis Yacine Queenie, che all'epoca erano rispettivamente tredicenne e sedicenne.

Bongo è da solo proprietario di 33 immobili di lusso a Parigi e nel sud della Francia.

Similmente, Denis Sassou Nguesso e suoi parenti sono proprietari di almeno cinque sontuosi palazzi e nei pressi di Parigi, per un valore di mercato di almeno 10 milioni di euro.

I dittatori africani sarebbero anche proprietari di un garage di costose automobili sportive e limousine, comprese Ferrari, Bugatti, Aston Martin e Mercedez Benz. Secondo la relazione dell'OCRGDF, Teodoro Obiang Nguema della Guinea equatoriale possiede 15 automobili sportive di lusso e limousine, per un valore di 5,7 milioni di euro.

Nonostante le prove suggeriscano irregolarità, le autorità francesi hanno chiuso l'inchiesta senza ulteriori conseguenze. Ma la si è dovuta riaprire di nuovo lo scorso dicembre, quando il gruppo anti-corruzione Transparency International ha presentato un nuovo ricorso contro i cinque capi di governo africani.

E ancora, alcuni osservatori ritengono che i reclami non potranno mai portare a decisioni o sanzioni nei confronti del leader africani. Come il quotidiano Le Monde ha scritto di recente, "tre dei cinque governi interessati godono del sostegno incrollabile del presidente francese Nicolas Sarkozy".

Un'altra prova di questo sostegno: Jean-Marie Bockel, ex vice ministro francese per la cooperazione internazionale, che nel gennaio 2008 aveva avuto il coraggio di parlare pubblicamente di "sperpero di risorse africane" di capi di Stato africani, è stato subito dopo rimosso dalla carica.

Nel suo libro, Péan sostiene che Bongo e Sassou Nguesso avrebbero denunciato Kouchner a riguardo di queste "scortesi" osservazioni. Ora Bockel è vice ministro incaricato dei veterani di guerra presso il ministero della Difesa francese.


Articolo originale pubblicato il 17 febbraio 2009

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lunedì, dicembre 15, 2008

Da cooperazione a minaccia mondiale: voci su Iran e Eritrea

Da cooperazione a minaccia mondiale: voci su Iran e Eritrea
Di Moon of Alabama

traduzione di Andrej Andreevič

Due settimane fa un sito internet d'opposizione eritreo ha pubblicato un gossip riguardo la cooperazione tra Iran e Eritrea sulla riapertura di una vecchia raffineria di petrolio ad Assab, in Eritrea.

Questa voce si è trasformata in una vera e propria storia su blog statunitensi, siti di informazione e TV israeliana, riguardo un imminente spiegamento di missili balistici, truppe, sottomarini, elicotteri e UAV (Unmanned aerial vehicle, Veicolo aereo senza pilota) iraniani nella città di Assab per controllare il Mar Rosso.
Navi iraniane e sottomarini e un numero non precisato di armi e soldati iraniani sono stati dispiegati nel porto di Assab, sul Mar Arabico, nel Corno d'Africa, appena un po' più a sud delllo stretto di Hormuz. Il porto della città si trova in una posizione particolare; la sua collocazione permette di controllare e monitorare una delle rotte di transito più strategiche.
Ora siti di destra come Blackfive sono preoccupati:
Questa è una pessima notizia, come dimostra una rapida occhiata alla mappa.
Si potrebbe considerarla una notizia incredibilmente brutta se fosse vera. Ma il rapporto è totalmente falso.

Di seguito documenterò come questa storia si sia sviluppata, sia cresciuta e abbia proliferato via internet in un lasso di tempo abbastanza breve.

Anzitutto un paio di premesse:

L'Eritrea è in paese piccolo e povero di circa 5,5 milioni di abitanti sul Mar Rosso. È una dittatura e ha contese irrisolte sui confini con l'Etiopia e Gibuti. Ha una posizione a suo modo strategica sullo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden e il Mar Rosso.

La città portuale di Assab ha circa 100.000 abitanti. Nei primi anni '60 i sovietici costruirono una piccola raffineria con una capacità di 18.000 barili al giorno. La raffineria fu chiusa nel 1997 per mancanza di parti di ricambio e soldi.

L'Eritrea, ex colonia italiana, è stata in buoni rapporti con gli Stati Uniti finché l'amministrazione Bush, attraverso l'Assistente Segretario di Stato per gli Affari Africani Jendayi Frazer, ha preso le parti dell'Etiopia in una risoluzione dell'ONU sulla questioni dei confini e ha addirittura appoggiato l'acquisto di armi nordcoreane da parte dell'Etiopia. Israele usa un'ex base navale sovietica nell'arcipelago eritreo di Dahlak per rifornire i suoi sottomarini che pattugliano il Mar Arabico.

A maggio il presidente eritreo ha visitato Teheran e nei mesi seguenti i due paesi hanno firmato dei memorandum di intesa sulla cooperazione culturale ed economica. L'Iran sta inoltre mediando tra Gibuti e l'Eritrea.

Ora torniamo alla storia che ha fatto tanta paura.

La primissima fonte, nonché quella su cui si sono basate le notizie successive, è il sito eritreo d'opposizione selfi-democracy.com, del Partito Democratico Eritreo. Il 25 novembre ha pubblicato questa notizia (.pdf):

Accordo segretissimo?

L'IRAN STAREBBE PER CONTROLLARE IL PORTO ERITREO DI ASSAB: (fonte: dall'Eritrea) Secondo notizie ricevute dall'Eritrea, l'Iran avrebbe intenzione di riaprire la raffineria di costruzione russa di Assab. L'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiare l'attuale carenza in patria, e l'Eritrea ne beneficerà non dovendo importare costosi prodotti già raffinati.
Ma si ritiene che le motivazioni dietro questo patto siano più politiche e strategiche che economiche. L'Iran, a causa del suo conflitto con l'Occidente e in particolare con gli Stati Uniti, è sotto embargo, il quale potrebbe essere esteso e rafforzato se continuerà il suo programma nucleare. Per questo l'Iran potrebbe rivolgersi ad alcuni stati fuorilegge per rompere l'embargo, e in questo quale miglior partner del presidente eritreo Isayas?
L'odio personale e profondo del presidente Isayas nei confronti dell'amministrazione USA e per tutto ciò che questa rappresenta non ha limiti, e non risparmierà sforzi per disturbare gli americani. Strategicamente l'Iran e Isayas, con la cooperazione di alcuni gruppi di islamisti somali ribelli, stanno collaborando per controllare lo stetto di Bab el-Mandeb in caso di escalation del conflitto con Stati Uniti e Israele. Secondo la nostra fonte alcuni alti membri del regime eritreo pensano che il presidente stia giocando col fuoco e che le conseguenze per l'Eritrea saranno enormi.

L'articolo contiene parecchie insinuazioni, ma non una parola su soldati, navi o sottomarini iraniani. L'Iran raffina circa 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno nel suo paese e sta espandendo la sua capacità a più di 3 milioni di barili al giorno. Rivitalizzare una piccola e vecchia raffineria da 18.000 barili in Eritrea non aiuterebbe l'Iran a "fronteggiare la carenza in patria". Non esistono inoltre resoconti pubblici di cooperazione tra Iran e Eritrea riguardo alla defunta raffineria. L'Iran è solitamente molto disponibile a pubblicizzare simili cooperazioni. Quello che resta sono voci e speculazioni.

Un altro sito eritreo, asena-online, ha ripreso la notizia di selfi-democracy il 26 novembre. La sua notizia è scritta in tigrinya, lingua che non sono in grado di leggere, ma si tratta di meno di 80 parole e alla fine il link rimanda a selfi-democracy. Dubito quindi che aggiunga ulteriori informazioni.

Il 29 novembre il Sudan Tribune riprende la notizia originale e aggiunge ulteriori dettagli fantasiosi:
29 novembre 2008 (ADDIS ABEBA) - Un sito internet eritreo di opposizione, selfi-democracy.com, ha riportato che sottomarini iraniani e un imprecisato numero armamenti e di truppe iraniane armate sarebbero stati dispiegati nel porto eritreo di Assab.
Secondo la notizia non confermata recentemente l'Iran avrebbe inviato soldati e un gran numero di missili a lungo raggio dopo la firma di un accordo con l'Eritrea per riaprire la raffineria di costruzione russa di Assab.
...
Il sito dell'opposizione eritrea riporta che l'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiarne la carenza in patria, il che avvantaggerà l'Eritrea che così non sarà costretta a importare costosi prodotti già raffinati.
Ma l'articolo sostiene che "Le motivazioni dietro questo accordo pare siano più politiche e strategiche che economiche".

L'ultima citazione e altre parti dell'articolo sono riprese parola per parola dal pezzo di selfi-democracy citato sopra. È l'unica fonte citata dall'articolo. Ma l'articolo originale di selfi-democracy non parla di questioni militari o sottomarini. Il giornalista del Sudan Report ha semplicemente inventato i "sottomarini iraniani", ma li attribuisce a selfi-democracy.

L'ultima frase dell'articolo del Sudan Tribune aggiunge qualcosa di non correlato:
Nel frattempo, pare che questa settimana quattro velivoli di sorveglianza senza pilota della NATO abbiano sorvolato per circa mezz'ora la regione eritrea che si affaccia sul Mar Rosso.
Il pezzo del Sudan Tribune è stato composto da un certo Tesfa-alem Tekle. Tesfa-alem
è un giornalista etiope che scrive da Mekelle (Macallè), nell'Etiopia settentrionale. Ha una laurea in inglese all'università di Addis Abeba e un diploma di specializzazione in giornalismo. Ha lavorato come addetto alle pubbliche relazioni per varie organizzazioni internazionali in Etiopia. Ha scritto per media nazionali e internazionali fin dal 2001. Attualmente è corrispondente per l'Etiopia settentrionale.
Un etiope, arcinemico degli eritrei, riprende un articolo dell'opposizione eritrea sulla riparazione di una raffineria di Assab, ci aggiunge fantasie su armi iraniane e lo pubblica su Sudan Tribune.

Nello stesso giorno un altro sito d'opposizione eritrea, l'Eritrea Daily, mescola le tre versioni citate sopra e aggiunge qualche elemento di fantasia nel proprio articolo:
29 novembre 2008 - Un sito eritreo in tigrinya, asena-online.com, questo mercoledì ha riportato che l'Iran avrebbe stazionato le proprie truppe in Eritrea.
Citando fonti interne etiopi, lo stesso sito internet ha detto che unità dell'esercito iraniano sarebbero arrivate nel porto eritreo di Assab usando sottomarini pesantemente armati. Le truppe iraniane sarebbero stazionate nella città di Assab, ufficialmente con il pretesto di proteggere la raffineria di costruzione russa della città. Precedentemente, martedì, un altro sito eritreo, selfi-democracy.com, citando fonti interne eritree, ha riportato che il tiranno eritreo Afewerki ha garantito all'Iran il controllo completo ed esclusivo sulla raffineria di petrolio col mandato di riaprire, gestire e esercitare completa autorità sulla produzione e il mantenimento dello stabilimento.
...
Asena-online ha inoltre riportato che le truppe iraniane erano cariche di di missili balistici e a lunga gittata.

Inoltre, questo stesso sito ha anche dichiarato che, secondo resoconti provenienti dall'Eritrea, l'Iran avrebbe fatto partire missioni di sorveglianza sui cieli eritrei nella zona del mar Rosso usando 2 UAV (NATO) accompagnati da 4 elicotteri per 30 minuti verso le 4 del pomeriggio di martedì.
Questo è il primo articolo che fa parola dei missili. L'ultima frase sembra essere una versione ingarbugliata e ampliata dell'ultima frase del Sudan Tribune, con l'aggiunta degli UAV iraniani. Ci sono molti dubbi che i sottomarini iraniani siano anche in grado di operare a quella distanza da casa e che siano in grado di trasportare truppe di terra.

Il McClatchy Tribune Information Service ha ripreso l'articolo del Sudan Tribune via Comtex.

Il servizio propagandistico di "traduzione selettiva" MEMRI l'ha ripreso il 1 dicembre:
Opposizione eritrea: L'Eritrea garantirebbe all'Iran il controllo del porto strategico sul Mar Rosso.

Siti dell'opposizione eritrea riportano che l'Eritrea avrebbe garantito all'Iran il controllo totale del porto sul Mar Rosso di Assab, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb.
...
Secondo il resoconto, i sottomarini iraniani avrebbero dispiegato truppe, armi e missili a lunga gittata nel porto di Assab, col pretesto di difendere la locale raffineria di petrolio.

Il MEMRI cita selfi-democracy, il Sudan Tribune e Eritrea Daily come fonti.

Il 2 dicembre la National Review la riprende come "notizia principale" citando un sito di notizie persiano:
L'opposizione eritrea sostiene che il governo del paese avrebbe fornito la base di Assab sul Mar Rosso ai sottomarini iraniani.
L'8 dicembre un sito della destra sionista (dell'area di James Woosley, Abraham H. Foxman...), The Cutting Edge News, riporta un articolo più lungo, mescolando varie parti dei pezzi citati prima:
Navi e sottomarini iraniani hanno trasportato un imprecisato numero di truppe iraniane e armi nel porto eritreo della città di Assab, secondo gruppi d'opposizione, diplomatici stranieri e ONG dell'area.
...
Usando la protezione della raffineria eritrea come pretesto, l'Iran ha preparato le sue operazioni militari nella zona, e ha effettuato voli di ricognizione con velivoli di sorveglianza senza pilota.
...
Il presidente Isayas ha garantito all'Iran il controllo completo ed esclusivo sulla raffineria di petrolio eritrea col mandato di riaprire, gestire ed esercitare completa autorità sulla produzione e il mantenimento della struttura. L'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiarne la carenza in patria, e ne beneficerà anche l'Eritrea, non dovendo importare costosi prodotti già raffinati.
Il Partito Democratico Eritreo, un partito d'opposizione eritreo, ha parlato di trepidazione nel regime eritreo, indicando che secondo alcuni membri di alto rango il presidente starebbe giocando col fuoco con l'Iran e che le conseguenze per l'Eritrea potrebbero essere gravi.
Il pezzo è scritto da un certo Joseph Grieboski, che è il responsabile degli esteri di Cutting Edge, presidente dell'Institute on Religion and Public Policy, di cui è il fondatore, ed è stato "candidato due volte al premio Nobel per la Pace" (da chi?), oltre a essere segretario generale dell'Interparliamentary Conference on Human Rights and Religious Freedom. Nel 2007 la Conference ha ricevuto uno stanziamento di 250.000 dollari dal Dipartimento di Stato. Una recente conferenza è stata tenuta nella città natale di Grieboski, Scranton:

Scranton entrerà in gemellaggio con Makalle, in Etiopia, città di 169.000 abitanti. Doherty ha detto di aver incontrato per la prima volta gli ufficiali etiopi durante una cena diplomatica dell'Institute al Centro Culturale di Scranton in luglio.

Grieboski ha inoltre fatto lobbying al Congresso contro l'"Ethiopia Democracy and Accountability Act" proposto nel 2007. È chiaramente filo-etiope e anti-eritreo.

Negli ultimi giorni molti blog e siti di notizie hanno riprodotto e discusso la notizia diffusa da Cutting Edge.

La notizia riportata da una stazione televisiva israeliana il 9 dicembre sembra anch'essa basata sul pezzo di Cutting Edge:

Secondo resoconti locali le truppe iraniane hanno dispiegato un gran numero di missili balistici in una base militare nel porto e un imprecisato numero di velivoli iraniani senza pilota pattuglierebbero l'area.
A chiudere il cerchio, l'Eritrea Daily, uno degli originari diffusori della voce e responsabile dell'aggiunta della storia degli UAV iraniani, il giorno dopo ha ripetuto la notizia della TV israeliana.

A partire da una voce su una cooperazione iraniano-eritrea riguardo una vecchia raffineria, vari siti hanno aggiunto aspetti militari, sottomarini, missili e UAV per costruire uno scenario da minaccia mondiale. MEMRI, NRO, un lobbista etiope e la tv israeliana hanno diffuso la voce. I blogger l'hanno ripresa da lì.

Sembra la versione internet del gioco del telefono senza fili. Ma qui ognuno ha aggiunto un po' di disinformazione fino a che una ventilata cooperazione è diventata una minaccia per il mondo in soli 12 giorni.

Prossimamente: il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite pianifica sanzioni all'Eritrea per lo stanziamento dei missili strategici iraniani.

Fonte: Moon of Alabama

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domenica, novembre 30, 2008

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

di F. William Engdahl

A poche settimane dalla costituzione formale, con la firma del Presidente George W. Bush, di un nuovo comando militare dedicato all'Africa, AFRICOM, gli sviluppi recentemente emersi nel continente ricco di risorse suggeriscono che il Presidente di origini keniote Obama dovrà impegnare le risorse statunitensi, militari e non, occupandosi della Repubblica del Congo, del Golfo di Guinea ricco di petrolio, del Darfur (anch'esso ricco di petrolio) nel Sudan meridionale e del crescente “pericolo pirati” che minaccia le rotte marittime nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. È legittimo chiedersi se il fatto che l'Africa stia proprio ora diventando un nuovo “punto caldo” geopolitico sia una semplice coincidenza o se vi sia un collegamento diretto con l'ufficializzazione di AFRICOM.

Ciò che più colpisce è la tempistica. Mentre AFRICOM diventava operativo, nell'Oceano Indiano e nel Golfo di Aden si verificavano incidenti spettacolari provocati dalla cosiddetta pirateria somala, mentre nella provincia di Kivu, nella Repubblica del Congo, scoppiava un nuovo sanguinario conflitto. Ciò che accomuna questi fatti è la loro rilevanza, insieme al Darfur nel Sudan meridionale, per il futuro flusso di materie prime verso la Cina.

Il conflitto più recente nella parte orientale del Congo (DRC) è scoppiato alla fine di agosto quando i miliziani tutsi appartenenti al Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP, Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) del Generale Laurent Nkunda hanno costretto le truppe lealiste delle Forces armées de la République démocratique du Congo (FARDC, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) a ritirarsi dalle loro posizioni nei pressi del Lago Kivu mettendo in fuga centinaia di migliaia di civili, tanto che il Ministro degli Esterni francese, Bernard Kouchner, ha avvisato del rischio imminente di “enormi massacri”.

Nkunda, come il suo mentore, il dittatore ruandese appoggiato da Washington, Paul Kagame, è un tutsi che afferma di proteggere la minoranza tutsi da ciò che resta dell'esercito hutu del Ruanda, fuggito in Congo dopo il genocidio ruandese del 1994. I peacekeeper della missione MONUC delle Nazioni Unite non hanno riferito di simili atrocità commesse contro la minoranza tutsi nella regione nordorientale di Kivu. Secondo fonti congolesi gli attacchi contro tutti i gruppi etnici sono all'ordine del giorno nella regione. Le truppe di Laurent Nkunda sono responsabili della maggior parte di questi attacchi, sostengono.

Strane dimissioni
Un ulteriore passo verso il caos politico in Congo è stato fatto a settembre, quando l'83enne Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo, Antoine Gizenga, si è dimesso dopo due anni alla guida del governo. Alla fine di ottobre, con una scelta dei tempi sospetta, il comandante dell'operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Congo (MONUC, Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo), il Tenente Generale spagnolo Vicente Diaz de Villegas, si è dimesso dopo meno di due mesi citando una “mancanza di fiducia” nella leadership del Presidente Joseph Kabila. Kabila, il primo Presidente democraticamente eletto del Congo, è stato anche coinvolto nella negoziazione di un accordo commerciale da 9 miliardi di dollari tra la DRC e la Cina, cosa di cui Washington non può ovviamente rallegrarsi.

Nkunda è un vecchio seguace del Presidente ruandese, Kagame, spalleggiato dagli Stati Uniti. Tutti gli indizi fanno pensare a un pesante benché segreto ruolo della CIA nelle ultime uccisioni perpetrate in Congo dagli uomini di Nkunda. Lo stesso Nkunda è un ex ufficiale dell'esercito congolese, insegnante e pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ma sembra che uccidere sia la cosa che gli riesce meglio.

Buona parte dei soldati di Nkunda, bene equipaggiati e relativamente disciplinati, viene dal vicino Ruanda, e il resto è stato reclutato dalla minoranza tutsi della provincia congolese di Nord Kivu. Il sostegno materiale, politico e finanziario a questo esercito congolese ribelle viene dal Ruanda. Secondo l'American Spectator, “Il Presidente Paul Kagame del Ruanda è un vecchio sostenitore di Nkunda, che era un ufficiale dei servizi all'epoca del rovesciamento a opera del leader ruandese del dispotico governo hutu nel suo paese”.

Come ha riferito il 30 ottobre l'agenzia di informazione congolese, “Alcuni hanno accettato il pretesto di una minoranza tutsi in pericolo in Congo. Non si manca mai di affermare che Laurent Nkunda starebbe combattendo per proteggere 'il suo popolo'. Ma non ci si è chiesti quali siano i suoi veri fini, che consistono nell'occupare la provincia di Nord Kivu, ricchissima di minerali, saccheggiare le sue risorse, e combattere nel Congo orientale per conto del governo ruandese a guida tutsi di Kigali. Kagame vuole un punto d'appoggio nel Congo orientale così che il suo paese possa continuare a beneficiare dei saccheggi e dell'esportazione di minerali come la columbite-tantalite (coltan). Molti esperti oggi concordano sul fatto che le risorse sono il vero motivo per cui Laurent Nkunda continua a creare caos nella regione con l'aiuto di Paul Kagame”.

Il ruolo degli Stati Uniti e AFRICOM
Secondo prove presentate in un tribunale francese e rese pubbliche nel 2006, Kagame organizzò l'abbattimento dell'aereo su cui volava il Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, nell'aprile del 1994, fatto che scatenò l'uccisione indiscriminata di centinaia di migliaia di hutu e tutsi.

Il risultato finale dell'eccidio, nel quale morì forse un milione di africani, fu che Paul Kagame – spietato dittatore addestrato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas, e spalleggiato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – si ritrovò saldamente al potere come dittatore del Ruanda. Da allora ha sempre segretamente appoggiato le ripetute incursioni militari del generale Nkunda nella ricca regione di Kivu con il pretesto di difendere una piccola minoranza tutsi. Kagame aveva più volte respinto i tentativi di rimpatriare quei profughi tutsi in Ruanda, temendo evidentemente di poter perdere un prezioso pretesto per occupare il ricco Kivu.

Almeno fin dal 2001, secondo fonti congolesi, l'esercito statunitense ha una base a Cyangugu, in Ruanda, naturalmente costruita dalla vecchia compagnia di Dick Cheney, la Halliburton, e comodamente vicina al confine con la regione di Kivu.

Il massacro di civili hutu e tutsi del 1994 fu, come l'ha descritta il ricercatore canadese Michel Chossudovsky, “una guerra non dichiarata tra la Francia e l'America. Sostenendo il rafforzamento degli eserciti ugandese e ruandese e intervenendo direttamente nella guerra civile congolese, Washington ha anche la responsabilità diretta dei massacri etnici commessi nel Congo orientale, comprese le centinaia di migliaia di persone morte nei campi profughi”. Aggiunge Chossudovsky: “Il Generale Maggiore Paul Kagame era uno strumento di Washington. La morte di tanti africani non aveva importanza. La guerra civile in Ruanda e i massacri etnici erano parte integrante della politica estera statunitense, attentamente orchestrati in conformità con precisi obiettivi strategici ed economici”.

Adesso l'ex ufficiale dei servizi di Kagame, Nkunda, guida le sue ben equipaggiate truppe su Goma nel Congo orientale secondo un piano che sembra essere quello di staccare la regione ricca di risorse da Kinshasha. Con l'esercito degli Stati Uniti che a partire dal 2007 ha preso a rafforzare la propria presenza in Africa con AFRICOM, sembra essere tutto pronto per l'attuale sottrazione di risorse da parte di Kagame e del suo ex ufficiale, Nkunda.

Oggi il bersaglio è la Cina
Se il bersaglio segreto della “guerra surrogata” degli Stati Uniti nel 1994 era la Francia, oggi quel bersaglio è chiaramente la Cina, vera minaccia al controllo statunitense delle ricchezze minerarie dell'Africa Centrale.

La Repubblica Democratica del Congo è stata così rinominata nel 1997, dopo che l'esercito di Laurent Désiré Kabila ha messo fine al regno di Mobutu, durato 32 anni. Prima di allora si chiamava Repubblica dello Zaire. Gli abitanti chiamano il loro paese Congo-Kinshasa.

La regione congolese di Kivu è sede geologica di minerali tra i più strategici al mondo. Il confine orientale, tra il Ruanda e l'Uganda, corre lungo il bordo orientale della Rift Valley, che i geologi considerano una delle zone più ricche di minerali sulla faccia della terra.

La Repubblica Democratica del Congo contiene più della metà del cobalto mondiale. Ha un terzo dei suoi diamanti, e, cosa estremamente significativa, tre quarti delle risorse mondiali di columbite-tantalite o “coltan”, componente primario dei microchip e dei circuiti stampati, essenziale per i telefoni cellulari, i portatili e altri moderni dispositivi elettronici.

L'America Minerals Fields, compagnia pesantemente coinvolta nell'ascesa al potere di Laurent Kabila nel 1996, all'epoca della guerra civile in Congo aveva il proprio quartier generale a Hope, Arkansas. I principali azionisti comprendevano vecchie conoscenze dell'ex Presidente Clinton che risalivano ai tempi in cui era Governatore dell'Arkansas. Alcuni mesi prima della caduta del dittatore dello Zaire sostenuto dai francesi, Mobutu, Laurent Desire Kabila si stabilì a Goma, nello Zaire orientale, e rinegoziò i contratti minerari con diverse compagnie statunitensi e britanniche, compresa l'American Mineral Fields. Il governo corrotto di Mobutu fu rovesciato con la forza e con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale sotto la direzione degli Stati Uniti.

Washington non era del tutto soddisfatta di Laurent Kabila, che finì assassinato nel 2001. In uno studio pubblicato nell'aprile del 1997, appena un mese prima che il Presidente Mobutu Sese Seko fuggisse dal paese, il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato di “interrompere completamente e bruscamente l'emissione monetaria” nell'ambito di un programma di risanamento economico. Pochi mesi dopo aver assunto il potere a Kinshasa, il nuovo governo di Laurent Kabila Desire ricevette dall'FMI l'ordine di congelare gli stipendi dei funzionari statali per “ripristinare la stabilità macroeconomica”. Eroso dall'iperinflazione, il salario mensile medio nel settore pubblico era crollato a 30.000 nuovi Zaire (NZ), l'equivalente di un dollaro statunitense.

Secondo Chossudovsky le imposizioni dell'FMI equivalevano a mantenere l'intera popolazione in uno stato di disperata povertà. Preclusero fin dall'inizio una significativa ricostruzione economica postbellica, contribuendo dunque alla continuazione della guerra civile congolese che ha portato alla morte di quasi 2 milioni di persone.

A Laurent Kabila successe il figlio, Joseph Kabila, che divenne il primo Presidente democraticamente eletto del Congo e sembra avere avuto maggiormente a cuore il benessere dei suoi connazionali.

E adesso arriva l'AFRICOM. In un discorso all'International Peace Operations Association (Associazione per le Operazioni di Pace Internazionali) tenuto a Washington il 27 ottobre, il Comandante di AFRICOM Generale Kip Ward ha così definito la missione del comando: “di concerto con altri organi governativi degli Stati Uniti e con i partner internazionali, [condurre] prolungati impegni per la sicurezza attraverso programmi di cooperazione militare, attività sponsorizzate dall'esercito e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”.

Le “operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”, oggi, sono chiaramente pensate per bloccare la crescente presenza economica della Cina nella regione.

Di fatto, come dichiarano apertamente diverse fonti di Washington, l'AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, compresa la Repubblica Democratica del Congo, dove si assicura contratti economici a lungo termine per le materie prime africane in cambio degli aiuti cinesi e di accordi di production sharing [ripartizione della produzione, N.d.T.] e royalties. Secondo fonti bene informate, i cinesi sono stati molto più furbi. Invece di offrire l'austerità e il caos economico imposti dall'FMI, la Cina sta offrendo consistenti crediti e prestiti a tassi agevolati per la costruzione di strade e scuole così da instaurare buoni rapporti con i paesi interessati.

Il dottor J. Peter Pham, un importante insider di Washington che lavora come consulente per i Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, dice francamente che tra gli scopi del nuovo AFRICOM c'è quello di “proteggere l'accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l'Africa possiede in grande abbondanza... compito che prevede la salvaguardia dalla vulnerabilità di quelle ricchezze naturali e far sì che terze parti come la Cina, l'India, il Giappone o la Russia non ottengano monopoli o trattamenti preferenziali”.

Nella sua testimonianza al Congresso a favore della creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, che è strettamente legato alla neo-conservatrice Foundation for Defense of Democracies (Fondazione per la Difesa delle Democrazie), ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l'Africa un obiettivo invitante per la Repubblica Popolare Cinese, la cui economia dinamica, che ha registrato una crescita media annua del 9% negli ultimi vent'anni, ha una sete quasi insaziabile di petrolio e una necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina sta attualmente importando circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo; più di 765.000 di quei barili – all'incirca un terzo delle sue importazioni – vengono da fonti africane, soprattutto il Sudan, l'Angola e il Congo (Brazzaville). Non ci si meraviglia dunque che... forse nessun'altra regione possa competere con l'Africa agli occhi di Pechino e dei suoi interessi strategici a lungo termine. Lo scorso anno il regime cinese ha pubblicato il primo libro bianco ufficiale in cui si elaboravano le linee guida della sua politica africana.

Quest'anno prima del suo tour di dodici giorni in otto nazioni africane – il terzo viaggio di questo tipo da quando ha assunto l'incarico, nel 2003 – il Presidente cinese Hu Jintao ha annunciato un programma triennale da 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e vasti aiuti per l'Africa. Questi stanziamenti si aggiungono ai 3 miliardi in prestiti e i 2 miliardi in crediti all'esportazione annunciati da Hu nell'ottobre del 2006 all'apertura dello storico summit di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che ha portato nella capitale cinese quasi cinquanta capi di stato e ministri africani.

Intenzionalmente o no, molti analisti si aspettano che l'Africa – soprattutto gli stati della costa occidentale, ricca di petrolio – diventi sempre più un teatro di competizione strategica tra gli Stati Uniti e il loro unico vero concorrente quasi alla pari sulla scena mondiale, la Cina, dato che entrambi i paesi cercando di estendere la loro influenza e assicurarsi l'accesso alle risorse”.

Cosa degna di nota, alla fine di ottobre le ben armate truppe di Nkunda hanno circondato Goma nel Nord Kivu e chiesto che il Presidente del Congo Joseph Kabila negoziasse con lui. Tra le richieste di Nkunda c'era la cancellazione di una joint venture Congo-Cina da 9 miliardi di dollari in base alla quale la Cina ottiene i diritti sulle estese risorse di rame e cobalto della regione in cambio di 6 miliardi per la costruzione di strade, due dighe idroelettriche, ospedali, scuole e collegamenti ferroviari con l'Africa meridionale, con la provincia di Katanga e con il porto di Matadi sull'Atlantico. I restanti 3 miliardi saranno investiti dalla Cina nello sviluppo di nuove aree minerarie.

Curiosamente gli Stati Uniti e la maggioranza dei media europei tralasciano questo piccolo dettaglio. Sembra che il compito di AFRICOM sia quello di opporsi alla Cina in Africa. La cartina al tornasole sarà rappresentata dalla persona del Presidente Obama in Africa e il suo eventuale tentativo di indebolire il Presidente del Congo Joseph Kabila sostenendo le squadre della morte di Nkunda, naturalmente nel nome del “ristabilimento della democrazia”.

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lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, novembre 13, 2008

Un rapporto ruandese da prendere sul serio

Un rapporto ruandese da prendere sul serio
di Jean-François Dupaquier

I mezzi di informazione hanno accolto con scetticismo il rapporto ruandese sul coinvolgimento della Francia nel genocidio dei tutsi e il massacro degli hutu democratici nel 1994. Il gruppo di lavoro costituito nel 2004 dal governo ruandese non brilla per il suo nome: “Commissione nazionale indipendente incaricata di raccogliere le prove che dimostrano il coinvolgimento dello Stato francese nel genocidio perpetrato in Ruanda nel 1994”.
Su molti punti il rapporto della commissione Mucyo (dal nome del suo presidente, Jean-de-Dieu Mucyo, ex ministro della giustizia, scampato al genocidio) non fa che riprendere il lavoro della missione parlamentare d'inchiesta sul ruolo della Francia in Ruanda, presieduta nel 1998 da Paul Quilès. I parlamentari francesi, che avevano avuto accesso a buona parte dei documenti diplomatici e militari relativi all'intervento in Ruanda a partire dall'ottobre 1990, non hanno mancato di rilevare la mancanza di controllo politico da parte di Parigi e perfino la connivenza con un regime di stampo fascista fondato sulla discriminazione etnica, in un intervento militare che aveva tratto origine dai soli capricci di François Mitterrand e della sua cerchia.
La parte del rapporto Mucyo dedicata agli errori diplomatici e politici francesi conferma le valutazioni di Paul Quilès, aggiungendoci l'analisi degli archivi del regime del presidente Juvénal Habyarimana. Nuovo e molto più grave è il contenuto del tomo I del rapporto Mucyo, che raccoglie le testimonianze su quelli che sono documentati come crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi dalle truppe francesi a partire dal 1990. La commissione Quilès aveva già messo in dubbio la pertinenza del coinvolgimento dei militari francesi al fianco dei soldati e della polizia ruandesi in operazioni di polizia mentre si trovavano in Ruanda per “proteggere gli espatriati francesi”. Si trattava di controlli stradali mirati a individuare la presenza di “infiltrati”, quando la popolazione tutsi era tutta sospettata dal regime Habyarimana di costituire una “quinta colonna”.
La missione d'inchiesta francese aveva già raccolto testimonianze sulle esecuzioni sommarie di civili identificati ai blocchi stradali come tutsi per la loro carta d'identità etnica sotto gli occhi di soldati francesi indifferenti se non “collaborativi”, e sulla pratica degli stupri compiuti da soldati ruandesi su donne o ragazze tutsi, stupri ai quali avrebbero partecipato o che sarebbero stati istigati dei soldati francesi. Il rapporto Mucyo tende a documentare queste pratiche come frequenti e perfino banalizzate.
A partire dal 1959 la popolazione tutsi è stata vittima di maltrattamenti e di tutti i generi di discriminazioni basate su una carta d'identità in cui il riferimento etnico risvegliava brutti ricordi nei diplomatici francesi. Questi ultimi avevano solo timidamente suggerito al presidente Habyarimana l'abolizione del riferimento etnico, come aveva già documentato la missione Quilès secondo la testimonianza dell'ex ambasciatore a Kigali.
I parlamentari francesi avevano anche rilevato un'altra iniziativa inquietante dei poliziotti francesi in Ruanda: la creazione, al Centro di Ricerca Criminale e di Documentazione (CRCD), di un archivio informatico di persone politicamente sospette, che evocava la sinistra schedatura degli ebrei del regime di Vichy e che nel 1994 sembrava avere la stessa “finalità”. Il rapporto ruandese è molto più preciso: fa i nomi dei poliziotti francesi basandosi su facsimili di documenti amministrativi.
Nell'analisi del gioco degli attori politici del nostro paese, la commissione Mucyo ricorda che le autorità francesi non potevano ignorare che in Ruanda si stava preparando il genocidio dei tutsi, essendo state allertate a più riprese sia dai diplomatici sia da alcuni alti ufficiali. Il punto più polemico del rapporto resta la serie di accuse lanciate contro l'“Opération Turquoise”, l'operazione militare francese messa in atto tra il giugno e l'agosto del 1994. Se i parlamentari francesi avevano sottolineato gli errori di metodo del comando militare francese nella valutazione della crisi e nel soccorso tardivo prestato ai tutsi assediati a Bisesero, nel rapporto ruandese i soldati francesi vengono accusati di premeditazione.
Intatti, sempre in una sorta di osmosi sanguinaria con le forze armate del vecchio regime, i francesi avrebbero contribuito a perfezionare i piani di genocidio: l'armamento dei miliziani, l'assassinio di tutsi, gli stupri e le incitazioni allo stupro e l'occultamento dei massacri sarebbero state cose di tutti i giorni per un esercito francese accompagnato da giornalisti che tuttavia non hanno visto niente di simile... Questo basta a togliere ogni credibilità al rapporto Mucyo? Va respinto senza ulteriori analisi? Gli interrogatori dei detenuti, che costituiscono una buona parte del lavoro di inchiesta, sono per loro stessa natura viziati dal sospetto? La smentita subito data dal Quai d'Orsay sul lavoro della commissione ruandese non basta a chiudere un capitolo storico che i francesi intuiscono doloroso.
Tra i membri della commissione figurano due universitari, José Kagabo, storico, maître de conférences all'Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, che era stato ascoltato a lungo dalla missione Quilès, e Jean-Paul Kimonyo, autore di una tesi di dottorato all'università del Québec a Montréal, da cui è uscito un libro considerato uno dei più approfonditi e meglio documentati sul genocidio del 1994. Inoltre gli interrogatori dei detenuti, quando sono condotti da ricercatori o da giornalisti esperti, restano una fonte insostituibile di informazione.
Invece di vedere il dibattito sulle responsabilità della Francia in Ruanda impantanarsi in polemiche metodologiche, meglio sarebbe proseguire il lavoro intrapreso da Paul Quilès dieci anni fa. L'ex Ministro socialista della Difesa aveva suggerito la riapertura del dossier da parte di una vera commissione d'inchiesta parlamentare, se fossero emersi fatti nuovi. Dal 1998 le rivelazioni non sono mancate.
Il rapporto Mucyo, che merita di essere verificato, costituisce uno di quei “fatti nuovi”. Il decimo anniversario del rapporto parlamentare francese, nel dicembre 2008, potrebbe essere l'occasione per ultimare l'indispensabile lavoro di ricostruzione e chiarificazione storica. È a questo prezzo che la Francia potrà riconciliarsi con la propria memoria prima di avviare una riconciliazione con il Ruanda, ma anche con il resto del mondo, spesso meglio informato dei francesi su ciò che è stato fatto in loro nome in Ruanda.

Originale: Un rapport rwandais à prendre au sérieux, par Jean-François Dupaquier

Pubblicato l'11/08/2008

Jean-François Dupaquier, scrittore e giornalista, è coautore di Rwanda: Les médias du génocide, e Burundi 1972: Au bord des génocides.
Ha curato la pubblicazione de La Justice internationale face au drame rwandais con William Bourdon e l’associzione Mémorial international.

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