domenica, novembre 30, 2008

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

di F. William Engdahl

A poche settimane dalla costituzione formale, con la firma del Presidente George W. Bush, di un nuovo comando militare dedicato all'Africa, AFRICOM, gli sviluppi recentemente emersi nel continente ricco di risorse suggeriscono che il Presidente di origini keniote Obama dovrà impegnare le risorse statunitensi, militari e non, occupandosi della Repubblica del Congo, del Golfo di Guinea ricco di petrolio, del Darfur (anch'esso ricco di petrolio) nel Sudan meridionale e del crescente “pericolo pirati” che minaccia le rotte marittime nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. È legittimo chiedersi se il fatto che l'Africa stia proprio ora diventando un nuovo “punto caldo” geopolitico sia una semplice coincidenza o se vi sia un collegamento diretto con l'ufficializzazione di AFRICOM.

Ciò che più colpisce è la tempistica. Mentre AFRICOM diventava operativo, nell'Oceano Indiano e nel Golfo di Aden si verificavano incidenti spettacolari provocati dalla cosiddetta pirateria somala, mentre nella provincia di Kivu, nella Repubblica del Congo, scoppiava un nuovo sanguinario conflitto. Ciò che accomuna questi fatti è la loro rilevanza, insieme al Darfur nel Sudan meridionale, per il futuro flusso di materie prime verso la Cina.

Il conflitto più recente nella parte orientale del Congo (DRC) è scoppiato alla fine di agosto quando i miliziani tutsi appartenenti al Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP, Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) del Generale Laurent Nkunda hanno costretto le truppe lealiste delle Forces armées de la République démocratique du Congo (FARDC, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) a ritirarsi dalle loro posizioni nei pressi del Lago Kivu mettendo in fuga centinaia di migliaia di civili, tanto che il Ministro degli Esterni francese, Bernard Kouchner, ha avvisato del rischio imminente di “enormi massacri”.

Nkunda, come il suo mentore, il dittatore ruandese appoggiato da Washington, Paul Kagame, è un tutsi che afferma di proteggere la minoranza tutsi da ciò che resta dell'esercito hutu del Ruanda, fuggito in Congo dopo il genocidio ruandese del 1994. I peacekeeper della missione MONUC delle Nazioni Unite non hanno riferito di simili atrocità commesse contro la minoranza tutsi nella regione nordorientale di Kivu. Secondo fonti congolesi gli attacchi contro tutti i gruppi etnici sono all'ordine del giorno nella regione. Le truppe di Laurent Nkunda sono responsabili della maggior parte di questi attacchi, sostengono.

Strane dimissioni
Un ulteriore passo verso il caos politico in Congo è stato fatto a settembre, quando l'83enne Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo, Antoine Gizenga, si è dimesso dopo due anni alla guida del governo. Alla fine di ottobre, con una scelta dei tempi sospetta, il comandante dell'operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Congo (MONUC, Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo), il Tenente Generale spagnolo Vicente Diaz de Villegas, si è dimesso dopo meno di due mesi citando una “mancanza di fiducia” nella leadership del Presidente Joseph Kabila. Kabila, il primo Presidente democraticamente eletto del Congo, è stato anche coinvolto nella negoziazione di un accordo commerciale da 9 miliardi di dollari tra la DRC e la Cina, cosa di cui Washington non può ovviamente rallegrarsi.

Nkunda è un vecchio seguace del Presidente ruandese, Kagame, spalleggiato dagli Stati Uniti. Tutti gli indizi fanno pensare a un pesante benché segreto ruolo della CIA nelle ultime uccisioni perpetrate in Congo dagli uomini di Nkunda. Lo stesso Nkunda è un ex ufficiale dell'esercito congolese, insegnante e pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ma sembra che uccidere sia la cosa che gli riesce meglio.

Buona parte dei soldati di Nkunda, bene equipaggiati e relativamente disciplinati, viene dal vicino Ruanda, e il resto è stato reclutato dalla minoranza tutsi della provincia congolese di Nord Kivu. Il sostegno materiale, politico e finanziario a questo esercito congolese ribelle viene dal Ruanda. Secondo l'American Spectator, “Il Presidente Paul Kagame del Ruanda è un vecchio sostenitore di Nkunda, che era un ufficiale dei servizi all'epoca del rovesciamento a opera del leader ruandese del dispotico governo hutu nel suo paese”.

Come ha riferito il 30 ottobre l'agenzia di informazione congolese, “Alcuni hanno accettato il pretesto di una minoranza tutsi in pericolo in Congo. Non si manca mai di affermare che Laurent Nkunda starebbe combattendo per proteggere 'il suo popolo'. Ma non ci si è chiesti quali siano i suoi veri fini, che consistono nell'occupare la provincia di Nord Kivu, ricchissima di minerali, saccheggiare le sue risorse, e combattere nel Congo orientale per conto del governo ruandese a guida tutsi di Kigali. Kagame vuole un punto d'appoggio nel Congo orientale così che il suo paese possa continuare a beneficiare dei saccheggi e dell'esportazione di minerali come la columbite-tantalite (coltan). Molti esperti oggi concordano sul fatto che le risorse sono il vero motivo per cui Laurent Nkunda continua a creare caos nella regione con l'aiuto di Paul Kagame”.

Il ruolo degli Stati Uniti e AFRICOM
Secondo prove presentate in un tribunale francese e rese pubbliche nel 2006, Kagame organizzò l'abbattimento dell'aereo su cui volava il Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, nell'aprile del 1994, fatto che scatenò l'uccisione indiscriminata di centinaia di migliaia di hutu e tutsi.

Il risultato finale dell'eccidio, nel quale morì forse un milione di africani, fu che Paul Kagame – spietato dittatore addestrato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas, e spalleggiato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – si ritrovò saldamente al potere come dittatore del Ruanda. Da allora ha sempre segretamente appoggiato le ripetute incursioni militari del generale Nkunda nella ricca regione di Kivu con il pretesto di difendere una piccola minoranza tutsi. Kagame aveva più volte respinto i tentativi di rimpatriare quei profughi tutsi in Ruanda, temendo evidentemente di poter perdere un prezioso pretesto per occupare il ricco Kivu.

Almeno fin dal 2001, secondo fonti congolesi, l'esercito statunitense ha una base a Cyangugu, in Ruanda, naturalmente costruita dalla vecchia compagnia di Dick Cheney, la Halliburton, e comodamente vicina al confine con la regione di Kivu.

Il massacro di civili hutu e tutsi del 1994 fu, come l'ha descritta il ricercatore canadese Michel Chossudovsky, “una guerra non dichiarata tra la Francia e l'America. Sostenendo il rafforzamento degli eserciti ugandese e ruandese e intervenendo direttamente nella guerra civile congolese, Washington ha anche la responsabilità diretta dei massacri etnici commessi nel Congo orientale, comprese le centinaia di migliaia di persone morte nei campi profughi”. Aggiunge Chossudovsky: “Il Generale Maggiore Paul Kagame era uno strumento di Washington. La morte di tanti africani non aveva importanza. La guerra civile in Ruanda e i massacri etnici erano parte integrante della politica estera statunitense, attentamente orchestrati in conformità con precisi obiettivi strategici ed economici”.

Adesso l'ex ufficiale dei servizi di Kagame, Nkunda, guida le sue ben equipaggiate truppe su Goma nel Congo orientale secondo un piano che sembra essere quello di staccare la regione ricca di risorse da Kinshasha. Con l'esercito degli Stati Uniti che a partire dal 2007 ha preso a rafforzare la propria presenza in Africa con AFRICOM, sembra essere tutto pronto per l'attuale sottrazione di risorse da parte di Kagame e del suo ex ufficiale, Nkunda.

Oggi il bersaglio è la Cina
Se il bersaglio segreto della “guerra surrogata” degli Stati Uniti nel 1994 era la Francia, oggi quel bersaglio è chiaramente la Cina, vera minaccia al controllo statunitense delle ricchezze minerarie dell'Africa Centrale.

La Repubblica Democratica del Congo è stata così rinominata nel 1997, dopo che l'esercito di Laurent Désiré Kabila ha messo fine al regno di Mobutu, durato 32 anni. Prima di allora si chiamava Repubblica dello Zaire. Gli abitanti chiamano il loro paese Congo-Kinshasa.

La regione congolese di Kivu è sede geologica di minerali tra i più strategici al mondo. Il confine orientale, tra il Ruanda e l'Uganda, corre lungo il bordo orientale della Rift Valley, che i geologi considerano una delle zone più ricche di minerali sulla faccia della terra.

La Repubblica Democratica del Congo contiene più della metà del cobalto mondiale. Ha un terzo dei suoi diamanti, e, cosa estremamente significativa, tre quarti delle risorse mondiali di columbite-tantalite o “coltan”, componente primario dei microchip e dei circuiti stampati, essenziale per i telefoni cellulari, i portatili e altri moderni dispositivi elettronici.

L'America Minerals Fields, compagnia pesantemente coinvolta nell'ascesa al potere di Laurent Kabila nel 1996, all'epoca della guerra civile in Congo aveva il proprio quartier generale a Hope, Arkansas. I principali azionisti comprendevano vecchie conoscenze dell'ex Presidente Clinton che risalivano ai tempi in cui era Governatore dell'Arkansas. Alcuni mesi prima della caduta del dittatore dello Zaire sostenuto dai francesi, Mobutu, Laurent Desire Kabila si stabilì a Goma, nello Zaire orientale, e rinegoziò i contratti minerari con diverse compagnie statunitensi e britanniche, compresa l'American Mineral Fields. Il governo corrotto di Mobutu fu rovesciato con la forza e con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale sotto la direzione degli Stati Uniti.

Washington non era del tutto soddisfatta di Laurent Kabila, che finì assassinato nel 2001. In uno studio pubblicato nell'aprile del 1997, appena un mese prima che il Presidente Mobutu Sese Seko fuggisse dal paese, il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato di “interrompere completamente e bruscamente l'emissione monetaria” nell'ambito di un programma di risanamento economico. Pochi mesi dopo aver assunto il potere a Kinshasa, il nuovo governo di Laurent Kabila Desire ricevette dall'FMI l'ordine di congelare gli stipendi dei funzionari statali per “ripristinare la stabilità macroeconomica”. Eroso dall'iperinflazione, il salario mensile medio nel settore pubblico era crollato a 30.000 nuovi Zaire (NZ), l'equivalente di un dollaro statunitense.

Secondo Chossudovsky le imposizioni dell'FMI equivalevano a mantenere l'intera popolazione in uno stato di disperata povertà. Preclusero fin dall'inizio una significativa ricostruzione economica postbellica, contribuendo dunque alla continuazione della guerra civile congolese che ha portato alla morte di quasi 2 milioni di persone.

A Laurent Kabila successe il figlio, Joseph Kabila, che divenne il primo Presidente democraticamente eletto del Congo e sembra avere avuto maggiormente a cuore il benessere dei suoi connazionali.

E adesso arriva l'AFRICOM. In un discorso all'International Peace Operations Association (Associazione per le Operazioni di Pace Internazionali) tenuto a Washington il 27 ottobre, il Comandante di AFRICOM Generale Kip Ward ha così definito la missione del comando: “di concerto con altri organi governativi degli Stati Uniti e con i partner internazionali, [condurre] prolungati impegni per la sicurezza attraverso programmi di cooperazione militare, attività sponsorizzate dall'esercito e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”.

Le “operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”, oggi, sono chiaramente pensate per bloccare la crescente presenza economica della Cina nella regione.

Di fatto, come dichiarano apertamente diverse fonti di Washington, l'AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, compresa la Repubblica Democratica del Congo, dove si assicura contratti economici a lungo termine per le materie prime africane in cambio degli aiuti cinesi e di accordi di production sharing [ripartizione della produzione, N.d.T.] e royalties. Secondo fonti bene informate, i cinesi sono stati molto più furbi. Invece di offrire l'austerità e il caos economico imposti dall'FMI, la Cina sta offrendo consistenti crediti e prestiti a tassi agevolati per la costruzione di strade e scuole così da instaurare buoni rapporti con i paesi interessati.

Il dottor J. Peter Pham, un importante insider di Washington che lavora come consulente per i Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, dice francamente che tra gli scopi del nuovo AFRICOM c'è quello di “proteggere l'accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l'Africa possiede in grande abbondanza... compito che prevede la salvaguardia dalla vulnerabilità di quelle ricchezze naturali e far sì che terze parti come la Cina, l'India, il Giappone o la Russia non ottengano monopoli o trattamenti preferenziali”.

Nella sua testimonianza al Congresso a favore della creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, che è strettamente legato alla neo-conservatrice Foundation for Defense of Democracies (Fondazione per la Difesa delle Democrazie), ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l'Africa un obiettivo invitante per la Repubblica Popolare Cinese, la cui economia dinamica, che ha registrato una crescita media annua del 9% negli ultimi vent'anni, ha una sete quasi insaziabile di petrolio e una necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina sta attualmente importando circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo; più di 765.000 di quei barili – all'incirca un terzo delle sue importazioni – vengono da fonti africane, soprattutto il Sudan, l'Angola e il Congo (Brazzaville). Non ci si meraviglia dunque che... forse nessun'altra regione possa competere con l'Africa agli occhi di Pechino e dei suoi interessi strategici a lungo termine. Lo scorso anno il regime cinese ha pubblicato il primo libro bianco ufficiale in cui si elaboravano le linee guida della sua politica africana.

Quest'anno prima del suo tour di dodici giorni in otto nazioni africane – il terzo viaggio di questo tipo da quando ha assunto l'incarico, nel 2003 – il Presidente cinese Hu Jintao ha annunciato un programma triennale da 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e vasti aiuti per l'Africa. Questi stanziamenti si aggiungono ai 3 miliardi in prestiti e i 2 miliardi in crediti all'esportazione annunciati da Hu nell'ottobre del 2006 all'apertura dello storico summit di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che ha portato nella capitale cinese quasi cinquanta capi di stato e ministri africani.

Intenzionalmente o no, molti analisti si aspettano che l'Africa – soprattutto gli stati della costa occidentale, ricca di petrolio – diventi sempre più un teatro di competizione strategica tra gli Stati Uniti e il loro unico vero concorrente quasi alla pari sulla scena mondiale, la Cina, dato che entrambi i paesi cercando di estendere la loro influenza e assicurarsi l'accesso alle risorse”.

Cosa degna di nota, alla fine di ottobre le ben armate truppe di Nkunda hanno circondato Goma nel Nord Kivu e chiesto che il Presidente del Congo Joseph Kabila negoziasse con lui. Tra le richieste di Nkunda c'era la cancellazione di una joint venture Congo-Cina da 9 miliardi di dollari in base alla quale la Cina ottiene i diritti sulle estese risorse di rame e cobalto della regione in cambio di 6 miliardi per la costruzione di strade, due dighe idroelettriche, ospedali, scuole e collegamenti ferroviari con l'Africa meridionale, con la provincia di Katanga e con il porto di Matadi sull'Atlantico. I restanti 3 miliardi saranno investiti dalla Cina nello sviluppo di nuove aree minerarie.

Curiosamente gli Stati Uniti e la maggioranza dei media europei tralasciano questo piccolo dettaglio. Sembra che il compito di AFRICOM sia quello di opporsi alla Cina in Africa. La cartina al tornasole sarà rappresentata dalla persona del Presidente Obama in Africa e il suo eventuale tentativo di indebolire il Presidente del Congo Joseph Kabila sostenendo le squadre della morte di Nkunda, naturalmente nel nome del “ristabilimento della democrazia”.

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lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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