domenica, ottobre 18, 2009

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia

[Ilyas Kashmiri, per alcuni analisti il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda e per altri capo dell'ala militare dell'organizzazione, a settembre è stato dichiarato morto dal Pakistan e dalla CIA, che ha parlato di "grande successo della guerra al terrore". A quanto pare è invece ancora vivo, e ha rilasciato un'intervista esclusiva ad Asia Times Online esponendo la strategia e le tattiche di al-Qaeda e la sua personale visione degli sviluppi futuri.]

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia


di Syed Saleem Shahzad

ANGORADA, Sud Waziristan, ai confini con l'Afghanistan – Un incontro ad alto livello tra i capi militari e civili pakistani svoltosi il 9 ottobre al palazzo presidenziale ha approvato un'operazione contro i taliban pakistani e al-Qaeda nell'area tribale del Sud Waziristan, che gli analisti considerano la madre di tutti i conflitti regionali.

Contemporaneamente, al-Qaeda sta mettendo in atto la sua strategia nel teatro di guerra dell'Asia meridionale, nell'ambito di una campagna più vasta contro l'egemonia globale americana inaugurata con gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

L'obiettivo di al-Qaeda restano gli Stati Uniti e i loro alleati, come l'Europa, Israele e l'India, e l'organizzazione non prevede di diluire la propria strategia accogliendo nel proprio seno movimenti di resistenza musulmani con parametri ristetti. In questo contesto, l'attività militante in Pakistan è vista più come un fattore di complessità che come parte della strategia di al-Qaeda.

Negli ultimi giorni i militanti sono stati particolarmente attivi. Giovedì scorso un'auto imbottita di esplosivo è stata lanciata contro il muro di cinta dell'Ambasciata indiana a Kabul, la capitale dell'Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone. Sabato, poi, dei militanti hanno messo in atto un audace attacco contro il quartier generale dell'esercito pakistano a Rawalpindi, città gemella della capitale Islamabad. Lunedì un attentatore si è fatto esplodere in un mercato, nella regione della Valle di Swat, uccidendo 41 persone e ferendone 45.

Il Pakistan si trova ora a un punto critico, con le forze armate raccolte in grandissimo numero (quasi un corpo, ben 60.000 soldati) attorno al Sud Waziristan per cacciare il Pakistan Tehrik-e-Taliban (PTT), al-Qaeda e i loro alleati dalle aree tribali del Pakistan.

In questi momenti difficili, Mohammad Ilyas Kashmiri, colui che secondo i servizi segreti americani è il capo delle operazioni militari di al-Qaeda e la cui morte è stata erroneamente confermata in occasione di un attacco di un drone nel Nord Waziristan, ha accettato di parlare con Asia Times Online.

Sono stato invitato in un rifugio segreto nell'area di confine tra il Sud Waziristan e l'Afghanistan, zona regolarmente sorvolata dai droni.

Questa è la prima interazione con i media di Ilyas da quando si è unito ad al-Qaeda, nel 2005. È un esperto comandante formatosi ai tempi della lotta con l'India per il Kashmir diviso.

Negli ultimi mesi i militanti sembravano essere sulla difensiva. Vari capi sono rimasti uccisi negli attacchi di droni in Pakistan. Tra questi, il keniota Osama al-Kini, capo delle operazioni esterne di al-Qaeda; Khalid Habib, comandante del Lashkar al-Zil o Esercito Fantasma, il braccio militare di al-Qaeda; Tahir Yuldashev, leader del Movimento Islamico dell'Uzbekistan, legato ad al-Qaeda; il capo del PTT Baitullah Mehsud, e molti altri.

Anche i taliban pakistani sono stati duramente colpiti dall'esercito nelle aree urbane e tribali. Erano in corso negoziati per raggiungere accordi di pace con alcuni comandanti taliban in varie province afghane.

Poi la scorsa settimana almeno nove soldati statunitensi, oltre a diverse decine di uomini dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA), sono rimasti uccisi in un'incursione in un avamposto della provincia del Nuristan. Inoltre sono stati rapiti dai taliban più di trenta ufficiali e soldati dell'ANA.

A questo attacco se ne sono aggiunti altri contro basi NATO nelle province sudorientali di Khost, Paktia e Paktika, costringendo il Generale statunitense Stanley McChrystal a ritirare tutte le truppe dalle postazioni isolate nelle aree più remote di queste province per riposizionarle in centri abitati.

Ciò ha dato ai taliban uno spazio immenso per muoversi liberamente, vale a dire che se il Pakistan conducesse operazioni in Sud Waziristan i militanti potrebbero facilmente trovare rifugio oltreconfine.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno anche dimostrato che i militanti sono ancora capaci di colpire praticamente a volontà obiettivi importanti. Comportano anche una riconfigurazione del teatro di guerra: il Pakistan dovrà riposizionare le truppe dal fronte orientale (l'India) a quello occidentale (l'Afghanistan), dato che i taliban sono ora il nemico numero uno.

Washington intende mandare almeno altri 40.000 soldati in Afghanistan, mentre l'India collaborerà a questi sforzi con la competenza del suo esercito e dei suoi servizi segreti contro il nemico comune rappresentato dai gruppi militanti musulmani.

La prossima battaglia
Ilyas Kashmiri ha espresso il suo punto di vista sulla prossima battaglia, sui suoi obiettivi e sul suo impatto sull'Occidente in relazione alla destabilizzazione di uno Stato musulmano come il Pakistan.

Il contatto con Asia Times Online è cominciato il 6 ottobre con una telefonata dei militanti, che mi hanno invitato nella città di Mir Ali nel Nord Waziristan. Non è stata fornita nessuna motivazione. Il giorno successivo sono andato a Mir Ali, una città che nell'anno passato è stata pesantemente attaccata dai droni. Dopo più di sette ore di continui spostamenti sono stato ricevuto da un gruppo di uomini armati che mi hanno condotto nella casa di un membro di una tribù locale.

“Il comandante [Ilyas Kashmiri] è vivo. Come sa, il comandante prima d'ora non ha mai parlato con i media, ma dato che tutti sono certi della sua morte nell'attacco compiuto da un drone [a settembre], la shura [concilio] di al-Qaeda ha deciso di smentire questa notizia con un'intervista a un giornale indipendente, e la shura ha scelto lei”: così mi ha detto, non appena ho raggiunto il luogo sicuro, una persona che sapevo avere un ruolo cruciale nella famosa Brigata 313 di Ilyas. La Brigata, un insieme di gruppi jihadisti, aveva combattuto per molti anni contro l'India nel Kashmir amministrato da quest'ultima.

“Dovrà rimanere in questa stanza finché non la informeremo dei prossimi movimenti. Può udire il rumore dei droni che sorvolano questa zona, dunque non lascerà questa stanza. L'area è piena di taliban, ma anche di informatori che potrebbero denunciare la presenza di stranieri e dunque provocare un attacco,” ha detto l'uomo.

Il giorno dopo mi hanno trasferito in un'altra casa in una località sconosciuta, a circa tre ore di viaggio. Per tutto questo tempo sono stato scortato da uomini armati. Non avevo il permesso di parlare con loro, e loro non potevano comunicare con me. Questo è il mondo di al-Qaeda. Il 9 ottobre, di primo mattino, sono arrivati alcuni uomini armati a bordo di un'auto bianca.

“Lasci qui tutti i suoi dispositivi elettronici, prego. Niente cellulare, niente macchina fotografica, niente. Le forniremo carta e penna per scrivere l'intervista,” sono state le istruzioni. Dopo un viaggio molto scomodo durato varie ore, per strade fangose e attraverso passi di montagna, siamo entrati in una stanza dove avrebbe dovuto attenderci Ilyas.

Dopo un paio d'ore il silenzio è stato rotto dal rumore di un veicolo potente. La scorta e gli uomini che si trovavano già lì hanno rapidamente preso posizione. Indossavano tutti dei porta-cartucce ed erano armati di AK-47.

Ilyas ha fatto il suo ingresso. Figura imponente, più di un metro e ottanta di statura, indossava un turbante color crema e un qameez shalwar (completo tradizionale composto da camicia e calzoni) bianco, portava un AK-47 a tracolla, teneva in mano un bastone di legno ed era affiancato da uomini della sua celebre Brigata 313.

Ilyas adesso porta una lunga barba bianca tinta di henné rossastro. A 45 anni ha ancora una corporatura robusta, anche se reca le cicatrici della guerra: ha perso un occhio e un dito in battaglia. Quando mi ha stretto la mano, ho sentito la forza della sua presa.

Il padrone di casa ci ha subito servito il pranzo, e ci siamo seduti a mangiare sul pavimento.
“Dunque è sopravvissuto a un terzo attacco con i droni... perché la CIA le dà così tanto la caccia?” ho chiesto.

Era una domanda retorica. È uno dei comandanti di al-Qaeda di altissimo profilo; in Pakistan ha una taglia di 50 milioni di rupie (600.000 dollari) sulla testa. La sua posizione viene descritta in modo diverso a seconda dei vari organi di stampa e intelligence. Secondo alcuni è il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda, mentre per altri sarebbe il capo dell'ala militare dell'organizzazione.

Se oggi al-Qaeda si divide in tre sfere, Osama bin Laden è indubbiamente il simbolo del movimento e il suo vice Ayman al-Zawahiri definisce l'ideologia e la più ampia visione strategica di al-Qaeda. Ilyas, con la sua ineguagliata esperienza di guerrigliero, traduce la visione strategica in realtà, fornisce le risorse e fa sì che gli obiettivi siano conseguiti, ma sceglie di restare sullo sfondo e mantiene un profilo molto basso.

Le sue basi e attività sono sempre state segrete. Tuttavia, l'arresto di cinque dei suoi uomini in Pakistan all'inizio dell'anno e gli interrogatori cui sono stati sottoposti hanno contribuito a sollevare il velo di segretezza. Le informazioni da loro fornite hanno portato agli attacchi dei droni della CIA contro di lui, il primo a maggio, il secondo il 7 settembre, quando è stato dichiarato morto dai servizi pakistani, e il terzo il 14 settembre, dopo il quale anche la CIA l'ha dichiarato morto parlando di un grande successo della “guerra al terrore”.

“Fanno bene a darmi la caccia. Conoscono bene il loro nemico. Sanno di cosa sono capace,” ha replicato fiero Ilyas.

Nato il 10 febbraio 1964 a Bimbur (già Mirpur) nella Valle di Samhani nel Kashmir amministrato dal Pakistan, Ilyas frequentò il primo anno di un corso di laurea in comunicazioni di massa alla Allama Iqbal Open University di Islamabad. Non proseguì gli studi a causa del pesante coinvolgimento nelle attività del jihad.

Il Movimento per la liberazione del Kashmir fu la sua prima esperienza nella militanza; fu poi la volta del Jihad-i-Islami (HUJI) e infine della leggendaria Brigata 313. Quest'ultima è diventata il gruppo più potente dell'Asia meridionale e dispone di una rete compatta in Afghanistan, Pakistan, Kashmir, India, Nepal e Bangladesh. Secondo alcuni dispacci della CIA, elementi della Brigata 313 si trovano ora in Europa e sono capaci del genere di attacco che ha visto una manciata di militanti terrorizzare Mumbai lo scorso novembre.

Poco si sa della vita di Ilyas, e quello che si racconta è spesso contraddittorio. Tuttavia viene invariabilmente descritto, di certo dagli organi di intelligence mondiali, come il capo guerriglia più efficace e pericoloso del mondo.

Ha lasciato la regione del Kashmir nel 2005 dopo essere stato scarcerato per la seconda volta dai servizi segreti pakistani, l'ISI, e si è diretto nel Nord Waziristan. In precedenza era stato arrestato dagli indiani, ma era riuscito a evadere. Poi era finito nelle mani dell'ISI, che lo sospettava di essere la mente di un attentato contro l'allora presidente Pervez Musharraf, nel 2003, ed era poi stato scagionato e scarcerato. L'ISI ha arrestato nuovamente Ilyas nel 2005 quando si è rifiutato di porre fine alle operazioni in Kashmir.

Il suo riposizionamento nelle turbolente aree di confine ha fatto rabbrividire Washington, dove ci si è resi conto che con la sua enorme esperienza era in grado di trasformare rozzi schemi di battaglia in Afghanistan in audaci tattiche di guerriglia moderna.

I trascorsi di Ilyas erano eloquenti. Nel 1994 lanciò l'operazione al-Hadid nella capitale indiana, Nuova Delhi, per ottenere il rilascio di alcuni compagni jihadisti. Il suo gruppo di 25 persone comprendeva lo sceicco Omar Saeed (il sequestratore del giornalista statunitense Daniel Pearl a Karachi nel 2002), suo vice. Il gruppo rapì diversi stranieri, compresi turisti americani, israeliani e britannici, e li portò a Ghaziabad, nelle vicinanze di Delhi. I sequestratori chiesero la scarcerazione dei loro colleghi, ma le forze indiane attaccarono il loro nascondiglio. Il sceicco Omar rimase ferito e fu arrestato. (Fu in seguito scarcerato grazie allo scambio con i passeggeri di un areo indiano dirottato.) Ilyas sfuggì all'attacco incolume.

Il 25 febbraio del 2000 un commando dell'esercito indiano attraversò la linea di controllo (LoC) che separa i due Kashmir e uccise 14 civili nel villaggio di Lonjot, nel Kashmir ad amministrazione pakistana. Il commando fece ritorno nel Kashmir ad amministrazione indiana dopo aver rapito delle ragazze pakistane, e gettò ai soldati pakistani le teste mozzate di tre di esse.

Il giorno dopo Ilyas condusse un'operazione di guerriglia contro l'esercito indiano a Nakyal, nel settore controllato dal Pakistan, dopo aver attraversato la LoC con 25 guerriglieri della Brigata 313. Rapirono un ufficiale dell'esercito indiano che fu poi decapitato: la sua testa fu esibita nei bazar di Kotli, in territorio pakistano.

Ma l'operazione più significativa di Ilyas fu condotta contro una base militare nel Kashmir controllato dall'India, in seguito al massacro di musulmani nella città indiana di Gujarat nel 2002. Con un'accurata pianificazione, gli uomini della Brigata 313 si divisero in due gruppi e misero in atto un primo attentato per attirare in una trappola generali e altri alti ufficiali indiani. Due generali rimasero feriti (l'esercito pakistano non è riuscito a ferire un solo generale indiano in tre guerre) e morirono diversi generali di brigata e colonnelli. Fu uno dei colpi più duri inflitti all'India nella lunga storia dell'insurrezione del Kashmir.

Nonostante quello che affermano alcune fonti, Ilyas non ha mai fatto parte delle forze speciali del Pakistan, neanche dell'esercito. Quasi 30 anni fa, quando si unì al jihad afghano contro i sovietici dalla piattaforma dell'HUJI, fece esperienza nella guerriglia e nell'uso di esplosivi.

Soli pochi mesi dopo essere giunto nel teatro di guerra afghano, nel 2005, Kashmiri riconfigurò le forze insorgenti guidate dai taliban basandosi sulla strategia di strangolamento messa in atto dal leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap. I taliban dovevano concentrarsi sulla necessità di tagliare tutte le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan e di condurre operazioni speciali simili all'attentato di Mumbai in India.

Negli anni Ilyas ha voluto mantenere un profilo basso nella gerarchia dei militanti. Le sue operazioni sono invece di alto profilo, benché non diffonda mai dichiarazioni o rivendichi gli attentati.

Si ritiene che la sua Brigata 313 sia il principale catalizzatore di operazioni d'alto profilo come quella di Mumbai e altre azioni in Afghanistan, nonché delle operazioni di al-Qaeda in Somalia e in una certa misura in Iraq.

“Crede che l'imminente operazione in Sud Waziristan sarà la 'madre di tutte le operazioni' nella regione, come sostengono alcuni analisti?” ho chiesto quando abbiamo finito di pranzare e mi sono ritrovato da solo con Ilyas e il suo uomo più fidato.

“Non sono capace di giocare con le parole in un'intervista,” ha risposto Ilyas. “Sono sempre stato un comandante e conosco il linguaggio dei campi di battaglia. Cercherò di rispondere alle sue domande nel linguaggio che mi è familiare. (Ilyas parla prevalentemente in urdu, mescolato con parole punjabi.)

"Saleem! Richiamerò la sua attenzione sugli aspetti fondamentali dell'attuale teatro di guerra e me ne servirò per spiegare la strategia delle prossime battaglie. Coloro che hanno pianificato questa battaglia miravano in realtà ad attirare il più grande Satana del mondo [gli Stati Uniti] e i suoi alleati in questa trappola e pantano [l'Afghanistan]. L'Afghanistan è un luogo unico al mondo, nel quale il cacciatore può scegliere tra tutti i tipi di trappole.

“Possono essere i deserti, i fiumi, le montagne e anche i centri urbani. Così ha pensato chi ha pianificato questa guerra, era stufo degli intrighi globali del grande Satana e mirava a sconfiggerlo per trasformare questo mondo in un luogo di pace e giustizia. Tuttavia il grande Satana era pieno d'arroganza e senso di superiorità e pensava che gli afghani fossero delle statue indifese che si sarebbero lasciate colpire dalle sue macchine da guerra da tutte le direzioni, e che non avrebbero avuto la forza o la capacità di reagire.

“Questa era l'illusione con la quale una grande alleanza di potenze mondiali venne in Afghanistan, ma a causa delle loro aspettative mal riposte queste potenze rimasero gradualmente intrappolate in Afghanistan. Oggi la NATO non ha alcun significato o rilevanza. Hanno perso la guerra in Afghanistan. Ora, una volta compresa la loro sconfitta, hanno posato l'accento sul fatto che tutta questa battaglia si combatte dall'esterno, cioè dai due Waziristan. Per me, questa tesi militare è un miraggio che ha creato una situazione complessa nella regione e ha prodotto reazioni e controreazioni. Non vorrei entrare nei dettagli, ritengo che sia stato solo un diversivo. Da comandante militare penso che in realtà la trappola dell'Afghanistan abbia successo e che i principali obiettivi militari sul terreno siano stati raggiunti,” ha detto Ilyas.

Ho replicato che il riposizionamento della Brigata 313 dal Kashmir era di per sé una dimostrazione del fatto che in Afghanistan erano coinvolte forze straniere.

“Tutta la base del suo ragionamento è sbagliata, a proposito del fatto che questa guerra viene combattuta dall'esterno. È una valutazione sganciata dal contesto dell'intera situazione. Se parliamo di me e della Brigata 313, io ho deciso di unirmi alla resistenza afghana come individuo e avevo le mie buone ragioni. Tutti sanno che solo dieci anni fa combattevo una guerra di liberazione per la mia terra natale, il Kashmir.

“Tuttavia ho capito che decenni di lotte politiche e armate non avevano contribuito a risolvere la questione. Però il problema di Timor Est è stato risolto senza perderci troppo tempo. Perché? Perché tutto il gioco stava nelle mani del grande Satana, gli Stati Uniti. Organismi come le Nazioni Unite e paesi come l'India e Israele erano una semplice estensione delle sue risorse; ecco perché non si è riusciti a risolvere la questione palestinese, quella del Kashmir e il problema dell'Afghanistan.

“Così io e molte persone sparse in tutto il mondo abbiamo capito che analizzare la situazione in una prospettiva politica regionale ristretta costituiva un approccio scorretto. Questo è un gioco completamente diverso e impone una strategia unica. La sconfitta dell'egemonia americana globale è indispensabile se voglio la liberazione del mio Kashmir, ed è questo che ha motivato la mia presenza in questo teatro di guerra.

Ha continuato Ilyas: “Quando sono giunto qui ho capito che la mia decisione era giustificata; ho compreso come le potenze mondiali operino sotto l'ombrello del grande Satana e appoggino i suoi ambiziosi piani. Qui in Afghanistan lo si può vedere.” Ha aggiunto che la strategia di guerra regionale di al-Qaeda, in base alla quale sono stati colpiti obiettivi indiani, è di fatto abbattere la potenza americana.

“Il RAW [Research and Analysis Wing, il dipartimento indiano di ricerca e analisi] ha centri di comando distaccati nelle province afghane di Kunar, Jalalabad, Khost, Argun, Helmand e Kandahar. Le attività di copertura sono costituite da compagnie che si occupano della costruzione di strade. Per esempio, il contratto per la costruzione della strada da Khost all'area tribale Tanai è in mano a un appaltatore che è attualmente un colonnello dell'esercito indiano. A Gardez la copertura è fornita dalle compagnie di telecomunicazioni. I loro uomini operano per lo più con nomi musulmani, ma di fatto i dipendenti sono hindu”.

“Dunque il mondo dovrebbe aspettarsi altri attentati come quello di Mumbai?” ho domandato.

“Non è niente se paragonato a quello che è già stato pianificato per il futuro,” ha risposto Ilyas.

“Anche contro Israele e gli Stati Uniti?” ho chiesto.

“Saleem, non sono un esponente religioso tradizionale del jihad che si occupa di slogan. Da comandante militare direi che ogni obiettivo ha un suo momento e una sua ragione specifici, e le risposte arriveranno di conseguenza,” ha detto Ilyas.

Mentre trascrivevo le risposte di Kashmiri, pensavo come anni prima fosse stato il beniamino delle forze armate pakistane, il loro orgoglio. Le più alte cariche militari erano fiere di incontrarlo nella sua base nel Kashmir, trascorrevano del tempo con lui e ascoltavano i racconti leggendari dei suoi giochi di guerra. Oggi avevo davanti una persona diversa: un uomo condannato come terrorista dal sistema militare pakistano, che lo vuole morto a tutti i costi.

“Cosa l'ha spinta a unirsi ad al-Qaeda?” ho domandato.

“Eravamo vittime dello stesso tiranno. Oggi tutto il mondo musulmano è stufo degli americani, ed è per questo che è d'accordo con lo sceicco Osama. Se a tutti i musulmani venisse chiesto di eleggere il loro capo, la loro scelta cadrebbe sul [leader taliban] Mullah Omar o sullo sceicco Osama,” ha risposto Ilyas.

“Se è così, perché una sezione di militanti vuole la guerra con Stati musulmani come il Pakistan? Ritiene che sia corretto?”

“La nostra battaglia non può essere contro i musulmani e i credenti. Come ho già detto in precedenza, attualmente il mondo musulmano è caratterizzato da una complessità causata dai giochi di potere americani che hanno prodotto reazioni e controreazioni. Ma questo è un problema completamente diverso e potrebbe distogliermi dal vero argomento della nostra discussione. Il vero gioco è la lotta contro il grande Satana e i suoi seguaci,” ha detto Ilyas.

“Cosa l'ha trasformata da amico amatissimo al nemico più inviso agli occhi dell'establishment militare pakistano?” ho chiesto.

“Il Pakistan è il mio amato paese e le persone che ci vivono sono i nostri fratelli, le nostre sorelle e i nostri congiunti. Non posso neanche pensare di andare contro i loro interessi. L'esercito pakistano non è mai stato contro di me: si tratta di elementi che mi hanno etichettato come nemico per mascherare le loro debolezze e per compiacere e acquietare i loro padroni,” ha detto Ilyas.

“Cos'è la Brigata 313?” ho chiesto.

“Non posso dirle nulla, se non che la guerra è tutta tattica e questo è la Brigata 313: leggere la mente del nemico e reagire di conseguenza. Il mondo pensava che il Profeta Maometto avesse lasciato solo donne dietro di sé. Si sono dimenticati che c'erano anche degli uomini veri che non avevano mai assaggiato la sconfitta. Il mondo conosce solo i cosiddetti musulmani che seguono la direzione del vento e sono privi di volontà, che non pensano con le loro teste né possiedono una loro dimensione. Il mondo deve ancora vederli, i veri musulmani. Finora ha visto solo Osama e il Mullah Omar, mentre ce ne sono altre migliaia. I lupi rispettano solo la zampata del leone; i leoni non colpiscono con la logica delle pecore,” ha detto Ilyas.

Il calare delle ombre della sera ha posto fine alla conversazione. Il giorno dopo sarebbe stato imposto un coprifuoco nel Nord Waziristan in vista della grande operazione militare nella regione, e dovevo lasciare l'area. Anche Ilyas doveva spostarsi verso un'altra destinazione, come fa regolarmente per sfuggire agli occhi dei droni Predator.



Originale: Al-Qaeda's guerrilla chief lays out strategy

Articolo originale pubblicato il 15/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

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