giovedì, settembre 03, 2009

Pepe Escobar sul Nuovo Grande Gioco in America Latina e l'esportabilità del "Piano Colombia"

L'“arco di instabilità” degli Stati Uniti non fa che ampliarsi

di Pepe Escobar

Il Nuovo Grande Gioco non si concentra solo sullo scontro tra gli Stati Uniti e gli antagonisti strategici Russia e Cina, con il Pipelineistan a fare da elemento determinante.

La dottrina del dominio ad ampio spettro impone il controllo di quello che il Pentagono ha battezzato “arco di instabilità” dal Corno d'Africa alla Cina occidentale. In prima pagina qui c'è l'ex “guerra globale al terrore”, ora “operazioni d'emergenza oltremare” sotto la gestione dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto la logica basilare resta quella del divide et impera. Per quanto riguarda il dividere, Pechino lo definirebbe, senza traccia di ironia, “scissionismo”. Scissionismo in Iraq – bloccando l'accesso della Cina al petrolio iracheno. Scissionismo in Pakistan – con un Belucistan indipendente che impedisca alla Cina di accedere al porto strategico di Gwadar. Scissionismo in Afghanistan – con un Pashtunistan indipendente che permetta la costruzione del Trans-Afghanistan Pipeline, oleodotto che aggirerebbe il territorio russo. Scissionismo in Iran – finanziando la sovversione nel Khuzestan e nel Sistan-Belucistan. E, perché no, scissionismo in Bolivia (il tentativo risale all'anno scorso) a vantaggio dei colossi energetici statunitensi. Chiamatelo modello (scissionista) Kosovo.

Il Kosovo, a proposito, è noto come la Colombia dei Balcani. Quello che Washington chiama “emisfero occidentale” è una sottosezione del Nuovo Grande Gioco. Il legame tra il recente colpo di Stato militare in Honduras, il ritorno dei morti viventi – cioè la resurrezione della Quarta Flotta statunitense nel luglio del 2008 – e ora la sovralimentazione di sette basi militari americane in Colombia non può essere attribuito solo alla continuità tra George W. Bush e Obama. Niente affatto. Tutto questo ha a che fare con la logica interna del Dominio ad Ampio Spettro.

La conquista delle basi
Dodici nazioni sudamericane, sotto l'ombrello dell'Unione delle Nazioni Sudamericane, la scorsa settimana si sono date appuntamento a Bariloche, in Argentina, e dopo un'animata discussione di sette ore sono riuscite solo a sottolineare, alquanto umilmente, che “le truppe straniere non possono costituire una minaccia per la regione”, facendo riferimento alla presenza militare statunitense in Colombia. Almeno il Presidente brasiliano Lula da Silva chiederà a Obama di incontrare i presidenti sudamericani e di rivelare la vera sostanza di questo nuovo patto militare con la Colombia.

La propaganda, naturalmente, ha prevalso. L'influente quotidiano conservatore brasiliano O Globo, che da tutti i punti di vista sembra redatto a Washington, praticamente ha incolpato di tutto il Presidente venezuelano Hugo Chavez.

È istruttivo esaminare il modo in cui vedono la questione alcune delle migliori menti sudamericane. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (il cui libro Le vene aperte dell'America Latina è stato donato a Obama da Chavez al recente summit dell'Organizzazione degli Stati Americani) in un'intervista a un giornale ecuadoregno ha sottolineato come gli Stati Uniti, che hanno trascorso un secolo a fabbricare dittature militari in America Latina, restino a corto di parole quando si verifica un colpo di Stato come quello dell'Honduras.

Per quanto riguarda le basi militari in Colombia, Galeano ha detto che “offendono non solo la dignità collettiva dell'America Latina ma anche la nostra intelligenza”.

Gli Stati Uniti hanno già costruito tre basi militari in Colombia, più una dozzina di stazioni radar. Il governo colombiano porterà il numero delle basi a sette, una delle quali – Palanquero – con accesso aereo a tutto l'emisfero. Sette basi in Colombia è la naturale risposta del Pentagono alla perdita della base di Manta in Ecuador e alla perdita del controllo sul Paraguay, dove governa ora la sinistra. Washington già addestra le forze armate, le forze speciali e la polizia nazionale della Colombia.

La famigerata Scuola delle Americhe con sede a Fort Benning, il campo d'addestramento americano per eccellenza per le dittature militari ultra-repressive, cioè la “Scuola degli Assassini” ribattezzata nel 2001 Western Hemisphere Institute of Security Cooperation, Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza, ha addestrato non solo più di 10.000 colombiani ma anche gli autori del colpo di Stato in Honduras.

L'esperto di scienze politiche argentino Atilio Boron attacca senza pietà; per lui “Pensare che quelle truppe e quei sistemi d'arma si trovino in America Latina per ragioni diverse da quella di assicurare il controllo politico di una regione che gli esperti considerano la più ricca del pianeta in termini di risorse naturali – acqua, energia, biodiversità, minerali, agricoltura, ecc. – sarebbe di una stupidità imperdonabile”.

L'autore e attivista politico americano Noam Chomsky, in un'intervista concessa all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger durante la sua recente visita in Venezuela, ha spiegato come l'“ondata rosa” della sinistra sudamericana stia spaventando così tanto Washington da costringerla a collaborare con governi che solo pochi decenni fa avrebbe deposto sommariamente. Chomsky si riferisce al governo di Joao Goulart in Brasile, che fu rovesciato nel 1964 aprendo la strada, sotto la supervisione degli Stati Uniti, al “primo stato di sicurezza nazionale di stampo neonazista”. La politica di Lula, oggi, non è diversa da quella di Goulart.

Entra in gioco la NATO
La Colombia ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari dal Pentagono da quando il presidente Bill Clinton lanciò il Piano Colombia nel lontano... 2000. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe governa su una terra ammaliante infestata di paramilitari e di omicidi extragiudiziali – decine di contadini e di sindacalisti uccisi a sangue freddo. Ma a Washington lo elogiano come un eroe dei diritti umani.

Non è magnifico? In un documento dei servizi segreti del Pentagono che risale al 1991 ed è ora di pubblico dominio, l'allora senatore Alvaro Uribe Velez viene descritto come “dedito alla collaborazione con il cartello di Medellin ad alti livelli governativi”. Il documento evidenzia che Uribe “ha lavorato con il cartello di Medellin ed è amico intimo di Pablo Escobar Gaviria”, l'archetipico e ora defunto signore della droga colombiano. Non c'è da meravigliarsi che Uribe abbia sempre combattuto ferocemente ogni possibile forma di trattato di estradizione.

Boron definisce Uribe “il Cavallo di Troia dell'impero”. È questo Cavallo di Troia che permette di presentare come “guerra alla droga” quella che di fatto è un'operazione di controinsurrezione. Inutile dire che la Colombia resta il fornitore numero uno di cocaina degli Stati Uniti, Piano Colombia o no.

La controinsurrezione è anche in gran parte diretta contro il venezuelano Chavez (chi se non lui), che nei suoi tanti momenti di disinvolta sincerità non fa mistero di “conoscere molto bene Uribe e anche la sua psicologia”. Eva Golinger, autrice di un essenziale libro sulla strategia complessiva di Washington, Bush vs Chavez: Washington's war on Venezuela (Bush contro Chavez: la guerra di Washington al Venezuela), ha detto a Russia Today che “Il vero obiettivo del Piano Colombia non è affrontare direttamente la guerra alle droghe”; è piuttosto il “controllo delle risorse naturali e delle risorse strategiche”.

Ben al di là del Venezuela, qui si tratta della militarizzazione delle Ande e oltre. La Colombia è effettivamente il Cavallo di Troia con il compito di presidiare praticamente tutto il Sudamerica, per non parlare dell'America Centrale, adesso che l'egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti si va riducendo a vista d'occhio.

La bellezza del Piano Colombia è la sua versatilità: può essere applicato dall'AfPak al Messico. Pochi sanno che nell'aprile del 2007 l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, William Wood, fu mandato in Afghanistan a mettere in atto... un Piano Colombia, cioè controinsurrezione mascherata da lotta alle droghe. La Colombia è uno specchio dell'Afghanistan, e viceversa. Inutile dire che l'Afghanistan della controinsurrezione – ora sotto il tacco supremo dell'ex organizzatore degli squadroni della morte in Iraq per conto del Generale Petraeus, il Generale Stanley McChrystal – produce ancora più del 90% dell'oppio mondiale.

Ed è qui che inevitabilmente entra in gioco la NATO. L'unica parte del mondo in cui la NATO non è attiva è il... Sudamerica. Pochi inoltre sanno che alcuni mesi fa il capo del Comando Sud del Pentagono, l'Ammiraglio James Stavridis, è diventato il comandante supremo della NATO. Tre degli ultimi cinque comandanti supremi della NATO – Stavridis, Bantz Craddock e Wesley Clark – venivano proprio dal Comando Sud, aggiungendo un ulteriore significato alla tetra espressione “Scuola delle Americhe”.

Non meraviglia che a metà luglio a Cuba il Presidente boliviano Evo Morales abbia detto di ritenere “sulla base di informazioni affidabili che l'impero, attraverso il Comando Sud degli Stati Uniti, abbia fatto il golpe in Honduras”. E tutto questo mentre non solo il Messico e l'Argentina – ma anche il Brasile e l'Ecuador – si accingono a legalizzare gli stupefacenti.

Guerra alla droga? Va bene per i titoli di prima pagina. Pare piuttosto che il Pentagono si sia messo all'opera, come dice Galeano, per insultare l'intelligenza dell'America Latina per molto tempo a venire.

Originale: US 'arc of instability' just gets bigger

Articolo originale pubblicato il 2/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 23, 2008

La Bolivia degna avanza verso la propria rifondazione

Ancora una volta i movimenti sociali scrivono la storia:
La Bolivia degna avanza verso la propria rifondazione


di Alex Contreras Baspineiro

Cochabamba - Il vecchio orologio del Palazzo Legislativo di La Paz segna le 12.55. Il Presidente della Repubblica, Evo Morales Ayma, non riesce a contenere l'emozione e scoppia a piangere, i dirigenti dei movimenti sociali si stringono in un abbraccio, i migliaia di manifestanti gridano la loro contentezza e agitano le bandiere e le wiphala [le bandiere che rappresentano i popoli indigeni delle Ande centrali e della regione amazzonica boliviana, N.d.T.], i minatori fanno detonare candelotti di dinamite e i contadini suonano i loro pututu. È una giornata storica per la Bolivia perché il Congresso Nazionale ha approvato con due terzi dei voti la convocazione del referendum sulla Nuova Costituzione Politica dello Stato che si svolgerà il 25 gennaio del 2009.
“Da questo momento cominciamo la campagna per approvare al cento per cento la nuova Costituzione Politica dello Stato”, ha detto il Presidente davanti a migliaia e migliaia di persone che dopo avere marciato per giorni hanno vegliato tutta la notte in piazza Murillo.

Il Capo dello Stato ha sottolineato che la nuova Costituzione istituzionalizzerà vari benefici, come la Renta Dignidad [pensione di 2400 bolivianos (266 euro) all'anno destinata a tutti coloro che abbiano superato i 60 anni e non abbiano altre rendite, di 1800 per chi abbia una rendita, N.d.T.], il Bono Juancito Pinto [sussidio annuale di 200 bolivianos (26 euro) assegnato ai bambini iscritti dal primo al sesto grado scolastico, N.d.T.] e la Nazionalizzazione degli Idrocarburi.

Le autonomie dipartimentali – come quelle indigene e municipali – saranno garantite e rese costituzionali, e con un atto di giustizia si riconosce la Bolivia come uno Stato Unitario Sociale di Diritto, Plurinazionale, Comunitario, Sovrano, Interculturale e con Autonomie.

Elogiando la lotta e il compromesso dei movimenti sociali, Morales Ayma ha dichiarato: “La rifondazione della Bolivia ci ha uniti… Plaudo alla decisione della COB di unirsi alla CONACALM”.
La marcia da Caracollo (Oruro) fino alla La Paz è stata guidata dai principali dirigenti della Central Obrera Boliviana (COB) e la Coordinadora Nacional para el Cambio (CONALCAM); attorno a esse si sono aggregate più di 95 organizzazioni sociali di tutto il territorio nazionale.

La via si fa con l'andare

Dopo 190 chilometri a piedi in otto giorni, dopo aver patito la fame e la sete in villaggi situati a quattromila metri sopra il livello del mare, aver dormito sotto le intemperie nel freddo dell'altipiano e avere sopportato una campagna mediatica che li ha demonizzati come “cercatori” di democrazia, migliaia e migliaia di boliviani e boliviane sono arrivate il 20 ottobre a La Paz.
Come un gigante addormentato che si stesse risvegliando, i rappresentanti dei movimenti sociali, orgogliosi della loro cultura, vestiti dei loro abiti e accompagnati dalla loro musica e dalle loro tradizioni, durante il cammino hanno ricevuto non solo cibo e bevande, ma soprattutto solidarietà.

La marcia, la più grande della storia democratica del paese – nel centro nevralgico della politica boliviana – si è trasformata in una festa multiculturale e multietnica che ha sorpreso i connazionali e gli stranieri.

Una settimana fa nessun politico mostrava alcun interesse a individuare soluzioni concertate: si cercava ancora una volta la polarizzazione del paese per favorirne la frammentazione e la divisione. Ma i passi della gente in marcia hanno tracciato l'unica via possibile: quella del dialogo urgente.

“È un grande trionfo della Bolivia, perché lì si sta costruendo un progetto che include tutti... Questo non è un progetto del governo o dell'opposizione, è un progetto dei boliviani”, ha dichiarato il rappresentante dell'Organización de Estados Americanos (OEA), Raúl Lagos.
Attraverso una legge speciale interpretativa dell'articolo 233, il Congresso Nazionale ha convenuto di convocare un referendum costituzionale il 25 gennaio 2009 ed elezioni generali nel dicembre del prossimo anno.

“Le comunità indigene, contadine e native, così come tutti i movimenti sociali, non intendono aggredire alcun parlamentare né alcun cittadino come hanno fatto gli autonomisti con le loro azioni razziste. Noi difendiamo la cultura della vita”, ha sottolineato il dirigente della CONALCAM Fidel Surco.

I marciatori sono giunti a La Paz dai dipartimenti di Santa Cruz e Oruro, Tarija e Potosí, Beni e Chuquisaca, Pando e Cochabamba, in rappresentanza delle organizzazioni rurali e urbane che vogliono e sostengono il processo di cambiamento.

Più di cento articoli
Il passo faticoso ma fermo dei boliviani in marcia ha fatto sì che l'opposizione e il governo imparassero a dialogare e accantonassero interessi politici e personali per giungere ad accordi concreti.

La seduta del congresso si è protratta per più di 16 ore.

Le posizioni intransigenti di alcuni giorni fa, come “nel nuovo progetto non cambierà una sola virgola, tranne la questione delle autonomie” o “non approveremo una costituzione macchiata di sangue”, sono state messe da parte.

Secondo il vice Presidente della Repubblica, Álvaro García Linera, sono più di cento gli articoli modificati, alcuni nella forma e altri nella sostanza.

“Le forze politiche hanno concordato più di 100 correzioni al nuovo testo costituzionale in tema di elezioni, autonomie, diritto comunitario e ordinario, tra le altre”, ha dichiarato.

Tra gli accordi raggiunti c'è la questione della terra, motivo di grande preoccupazione per i settori produttivi; si è stabilito che i risultati del referendum dirimente, per quanto riguarda il possesso di 5 o 10 mila ettari, non influirà su chi era titolare di queste terre prima della consultazione e svolge funzioni economiche e sociali.

Per quanto riguarda le autonomie, si è riusciti ad arrivare a un capitolo molto più completo, solido e maggiormente legato alle aspettative dei dipartimenti di Tarija, Beni, Santa Cruz e Pando.
In queste quattro regioni si sono tenuti referendum autonomisti giudicati illegali.

“Ha vinto la Bolivia. È il coronamento di uno sforzo che si è protratto per due anni della nostra vita politica... Siamo soddisfatti per vari motivi, perché è il culmine di una fase in un paese che ha lottato per anni per l'inclusione sociale”, ha detto García Linera.

Anche se permangono alcune divergenze di carattere regionale, soprattutto tra i parlamentari di Santa Cruz e Chuquisaca, la maggioranza dei quattro raggruppamenti politici (MAS, MNR, UN e PODEMOS) ha stabilito un accordo che essenzialmente rafforza il sistema democratico boliviano.

Scavarsi la fossa
Grazie alla forza dei movimenti sociali l'opposizione non solo è stata messa sotto pressione, ma indebolita e infine sconfitta.

Fino a ieri, impiegando una strategia comunicativa unica su tutti i mezzi di informazione commerciali, gli oppositori avevano affermato che “la costituzione masista sarebbe stata approvata solo passando sui loro cadaveri”.

Oggi alcuni piangono sulla sconfitta, altri non possono accettare il duro colpo e altri ancora cercano di giustificare l'ingiustificabile.

Il prefetto di Chuquisaca, Savina Cuéllar, ex masista, ha detto: “Quelli che hanno appoggiato il Congresso Nazionale sono traditori. Non possiamo approvare questa costituzione venezuelana, faremo una campagna per il no”. “Non siamo stati presi in considerazione... la questione delle competenze delle autonomie non è stata definita appieno”, ha dichiarato il deputato dell'opposizione Pablo Klinsky; il Comitato Civico di Santa Cruz ha respinto gli accordi congressuali e ha dichiarato lo stato d'emergenza, mentre il capo di PODEMOS, Jorge Quiroga, ha ammesso che nel suo partito esistono delle divergenze”.

“I neoliberisti devono scavarsi la fossa. Il popolo boliviano ha trionfato e dobbiamo organizzarci e prepararci per governare e prendere il potere nei prossimi 20 anni”, ha detto il leader della COB Pedro Montes.

Il parlamentari dell'opposizione che in passato hanno manovrato questo paese a loro capriccio sono stati sconfitti, i movimenti sociali che appoggiano il processo di cambiamento si sono rafforzati: la Bolivia sta avanzando verso la propria rifondazione…

Alex Contreras Baspineiro è un giornalista e scrittore boliviano, ex portavoce del governo. alexadcb@hotmail.com

Fonte: http://alainet.org/active/26998

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Intervista con il presidente della Bolivia Evo Morales

Intervista con il presidente della Bolivia, Evo Morales

Continuo a essere un dirigente sindacale”

di Rosa Rojas

Mentre al Congresso si discute la convocazione di un referendum per ratificare la Costituzione approvata con maggioranza semplice dall'Assemblea Costituente dell'anno scorso, Morales dice che il plebiscito si farà, con le buone o con le cattive.

L'opposizione in Bolivia cerca di tornare a livello politico ai tempi della colonia e a livello economico al modello neoliberista, dice il presidente. “Né il governo né il popolo lo permetteranno”, ha affermato il presidente Evo Morales a Palazzo Quemado, sede del Governo.

L'opposizione, in particolare l'alleanza di destra Poder Democrático y Social (Podemos), blocca al Congresso l'approvazione della legge di convocazione del referendum sul progetto della nuova Costituzione Politica. Di fronte a questo, Morales ha avvertito che “nel migliore dei casi” questo progetto si realizzerà in maniera concertata con l'opposizione, che è “un piccolo gruppo”, e che “nel peggiore dei casi” si farà “usando la nostra maggioranza”.

È stato molto criticato dall'opposizione e da buona parte dei mezzi di informazione boliviani per essersi messo alla testa della marcia dei movimenti sociali aggregatisi nella Coordinadora Nacional por el Cambio (Conalcam, Coordinamento Nazionale per il Cambiamento), che lunedì 13 è partita da Caracollo diretta a La Paz per chiedere la Congresso l'approvazione della legge di convocazione. Ma Morales non si pente. “Avrei voluto marciare tutta la settimana”, dice in tono di sfida.

– Lei ha detto che “con le buone o con le cattive” verrà approvato il progetto della Nuova Costituzione Politica dello Stato già accettato dall'Assemblea Costituente. L'opposizione la accusa di voler instaurare un regime “tirannico” e di non rispettare la democrazia. Cosa può dirci al riguardo?

- Cosa significa “con le buone o con le cattive”? Siamo una maggioranza e non possiamo sottometterci a una minoranza, si immagini il sostegno del 67% [il risultato di Morales nel referendum revocatorio. N.d.T.]... in democrazia governa la maggioranza e, quando dico “con le buone”, intendo dire che vogliamo fare la storia della Bolivia tutti insieme... E vogliamo un'opposizione costruttiva, non un'opposizione ostruzionista, e questa maniera di ostacolare il governo – un governo democratico, che governa con la maggioranza, non solo parlamentaria ma anche con la maggioranza del popolo boliviano – logora e distrugge l'opposizione. Io sento che non si tratta di opposizione: sono persone che non fanno che gridare, che turbano e pregiudicano questo processo di cambiamento. Lo ripeto: cosa significa “con le buone o con le cattive”? Con le buone significa concertato e convenuto con questo piccolo gruppo, e con le cattive che usiamo la nostra maggioranza: abbiamo la maggioranza al Parlamento e abbiamo la maggioranza del popolo boliviano.

- Il blocco sistematico attuato dall'opposizione non rispetta le regole della democrazia?

- Non è rispetto. Cos'è allora per loro una tirannia? Il nostro governo nazionale è il più democratico: tutto per il paese, per il cambiamento, per la democrazia, per l'unità... Io devo negoziare, dialogare con terroristi, con responsabili di genocidio e con sovversivi, e questo non lo dice il presidente, questo lo dice il popolo. Ascolto dei commenti, degli appelli alla radio. Com'è che il presidente si mette a dialogare con terroristi, con responsabili di genocidio, con sovversivi? E tutto quello che è successo a settembre (la distruzione di più di 75 uffici del governo nei dipartimenti autonomisti di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando, il massacro di sedici contadini nel Pando), questo sì che è tirannia, un comportamento selvaggio di un gruppo di oppositori che alla fine sono stati sconfitti dal popolo e dalla comunità internazionale.

– Nei negoziati al Congresso per realizzare la legge di convocazione, Podemos vorrebbe inserire nel piano di lavoro la riconsiderazione dello Stato plurinazionale e il riconoscimento delle lingue e dei diritti collettivi dei popoli indigeni. Si può accettare, questo, per giungere a una Costituzione di consenso?

– Innanzitutto, non sono costituenti; voglio plaudire al movimento indigeno e contadino e a tutti i movimenti sociali per aver permesso di migliorare il capitolo relativo alle autonomie, e forse qui, in maniera molto personale, ho detto che se ci sono contraddizioni nella nuova Costituzione si potranno superare, si potrà lavorare per renderle compatibili. Ma per rimettere in questione aspetti strutturali, temi di fondo, bisogna essere costituenti. Il Parlamento non è un'Assemblea Costituente, e neanche Podemos è costituente, e perciò non si discute. Quando propongono il loro nuovo Stato, vogliono sicuramente tornare ai tempi della Colonia; erano viceré, triumvirati, e in passato dominavano la Bolivia. Il viceré, un gruppo di oligarchi, un gruppo di gerarchi della Chiesa cattolica: erano loro che dominavano la Bolivia e l'America Latina. Questo fa parte del passato: viviamo altri tempi, tempi di cambiamento, tempi di partecipazione del popolo, e quando rimettono in questione aspetti economici vogliono tornare al modello neoliberista. Né il governo né il popolo lo permetteranno: la Bolivia comincia a emanciparsi economicamente, ed è per questo che se questa crisi finanziaria influisce indirettamente sui i prezzi non colpisce però l'economia nazionale.

- Che previsioni si sono fatte di fronte a questa crisi?

- Siamo in riunioni permanenti con i ministri e i movimenti sociali. Il governo innanzitutto garantirà l'alimentazione; siamo in emergenza per garantire le risorse energetiche nel caso che il problema sia più profondo, e la Bolivia fortunatamente è blindata. Si immagini che dal 2005 al 2006 le riserve internazionali sono aumentate; dal 2005 al 6 gennaio 2006, 1,7 miliardi di dollari; adesso siamo quasi a 8 miliardi di dollari, dunque l'economia nazionale è blindata. Inoltre, malgrado alcuni conflitti le esportazioni stanno crescendo e questo ci rafforza: abbiamo esportazioni per più di 4 miliardi di dollari l'anno nei diversi settori; le esportazioni dei prodotti appartenenti al sistema Atpdea [Andean Trade Promotion and Drug Eradication Act, Legge di Promozione Commerciale Andina e di Eradicamento della Droga, programma che permette a Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù di esportare negli Stati Uniti alcuni prodotti senza pagare i diritti doganali come compensazione per la distruzione della coca; George W. Bush ha chiesto recentemente al Congresso di escludere la Bolivia dal programma per mancata collaborazione nella lotta al narcotraffico, N.d.T.] sono di appena 60 milioni di dollari; è una questione che risolveremo, ma per ora non influisce sulla nostra situazione. Chiaramente gli Stati Uniti, il capitalismo, l'imperialismo, prendono decisioni di carattere politico cercando di utilizzare il tema della lotta contro la povertà, contro il narcotraffico, contro il terrorismo. Sono argomenti falsi, non ci fanno paura, e la Bolivia non si arrenderà di fronte a certe imposizioni del governo degli Stati Uniti. Speriamo che possano rivedere la decisione, speriamo che possano migliorare le relazioni con il governo degli Stati Uniti, però abbiamo delle relazioni eccellenti tra popoli: quando vado negli Stati Uniti, all'Assemblea delle Nazioni Unite, i movimenti sociali mi invitano sempre per ascoltarmi e per confrontare le nostre esperienze, ma anche per riprendere le loro proposte.

- Il prezzo del metallo, dello stagno e dello zinco è calato, come quello degli idrocarburi. Jaime Solares, della COD (Central Obrera Departamental) di Oruro, lamentava che il primo porterà alla crisi a Huanuni (la principale miniera di stagno del paese, nazionalizzata dal governo di Morales) e che probabilmente ci sarà una delocalizzazione. Quali misure verranno prese al proposito?

- Con cinque dollari la libbra Huanuni è al sicuro: adesso sta sopra i sei. Il calo influisce sulle entrate, ma non per questo si distrugge l'industria metallurgica. Abbiamo problemi, ma con i cooperativisti: stiamo studiando un decreto supremo per vedere di risolvere un problema sociale, e prendiamo sempre delle precauzioni. Lo Stato boliviano è al sicuro con il petrolio a 70 dollari al barile: ci darebbe problemi se andasse sotto i 70 dollari. Questa è la nostra realtà economica.

- Si è detto varie volte che il presidente Hugo Chávez ha comunicato che venderà gas al Brasile, all'Argentina e al Cile, e che questo influenzerà i mercati della Bolivia. Lei cosa ne pensa?

- Può trattarsi di interpretazioni tendenziose o errate. Il primo accordo che abbiamo nella regione, non solo con il compagno e presidente Chávez, è che vengano rispettati i mercati della Bolivia. Stiamo adempiendo agli obblighi con l'Argentina, soprattutto; resta solo da soddisfare anche quelli con il Brasile. Se il Venezuela dovesse vendere, ci sono tanti modi per vendere... andrebbe a coprire questi mercati, sono là. Queste ipotesi fanno parte di una sporca guerra, il fatto che il Venezuela sta per toglierci il mercato del Brasile... Il compagno (Luiz Inácio) Lula da Silva (presidente del Brasile), La compagna Cristina (Fernández, presidente dell'Argentina), e prima di loro il compagno Néstor (Kirchner, ex presidente argentino), sono solidali con la Bolivia, con il governo. Sento che alcuni presidenti sono solidari con Evo, che sanno da dove viene. Pensare che stiano per toglierci il mercato è totalmente falso; è impressionante la solidarietà di questi paesi, compreso il Cile, compresi i paesi dell'Europa e del mondo. Pensare che possano toglierci il mercato è falso. Ho chiesto: quand'è che il Brasile potrà disporre del nuovo petrolio, del gas che ha scoperto? E mi hanno detto “abbiamo bisogno di cinque anni, come minimo”, e sono, credo, qualcosa come 30 miliardi di dollari. In Brasile è tutto un processo. Lo ripeto: queste versioni fanno parte di una campagna contro Evo; si sa che la destra è tanto razzista, tanto fascista, da non accettare che il presidente possa essere un contadino, un indigeno chiamato con disprezzo “indio”.

- La hanno molto criticata per essersi messo alla testa della marcia del Conalcam, a Caracollo. Dicono che manipola i movimenti sociali per fare pressioni sul Congresso boliviano.

- Io sono identificato con i movimenti sociali, continuo a essere un dirigente sindacale; avrei voluto poter continuare a marciare tutta la settimana, ma non ho tempo. Chi ha criticato la marcia? La destra. Prima, quando marciavo come dirigente, mi criticavano; quando marciavo come deputato, mi criticavano. Adesso che sono presidente, marcio. Mi criticano, è normale, non è strano. Io faccio politica marciando, marce pacifiche rivendicando gli interessi del popolo. Ho cominciato con la coca, con la terra, con i diritti dei popoli indigeni, gli idrocarburi, adesso per la nuova Costituzione, la rifondazione della Bolivia, con il mio popolo, con la questa lotta. Se i miei compagni fossero disturbati da me, allora sarei pentito. Sono andato alla marcia proprio perché mi critichino; è la migliore campagna che possa farmi la destra, perché la destra nemica del popolo critica Evo Morales; dunque, molto contento, molto felice, e volevo vedere tutto questo.

- Parlando di campagne, come valuta il suo rapporto con i mezzi di comunicazione, soprattutto con la televisione, che la attacca e la critica costantemente?

- È un'altra campagna che fanno a mio favore. Se questa stampa della destra, questa stampa degli imprenditori, parlasse bene di me, allora sì che mi indebolirebbe; mi preoccuperebbe se parlassero bene di me. Bene che si parli male; sono contento e felice, il popolo identifica quali mezzi di informazione stanno con il popolo e quali con le logge o con l'impero. Il popolo boliviano lo sa, dunque questo non mi disturba. Nel 1994, quando la stampa parlava contro di me, passavano ogni 15, 20 minuti spot contro Evo Morales: accusandolo di essere un narcotrafficante, qualche volta un assassino, altre volte un terrorista. Nel ’94 mi dispiaceva, perché non ci ero abituato e davo la colpa ai miei genitori e dicevo loro “in quale mondo mi avete messo alla luce perché pubblicamente mi accusassero con le menzogne di essere un narcotrafficante, un terrorista, un assassino”, e adesso non so se mi sono indurito, ma preferisco questo; così mi fanno la campagna migliore, non ho motivo di temere. Ma nel referendum revocatorio la peggiore sconfitta l'ha subita la stampa, questa stessa stampa contro Evo, con questo sostegno del popolo: il 67%.

Fonte: http://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-113595-2008-10-19.html

Originale pubblicato il 19 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, luglio 04, 2008

I retroscena colombiani

I retroscena colombiani

di Danielle Bleitrach

Con la Colombia ci troviamo di fronte a una situazione straordinariamente complessa che non coinvolge solo gli attori locali rappresentati dal governo colombiano e dalle FARC, ma si pone all'interno di una geostrategia nella quale l'imperialismo statunitense intende utilizzare la Colombia come una sorta di Israele del Medio Oriente. Questo articolo tenta di analizzare queste sfide e come non si debba mai fare ciò che vuole l'avversario, e quali scelte debbano appoggiare i comunisti francesi e i progressisti. Come sempre si tratta di una soluzione che possa promuovere la pace nella regione e nel mondo.

Un'operazione degna della professionalità israeliana?
Ingrid Betancourt l'ha dichiarato al suo arrivo a Bogotà: l'operazione di infiltrazione delle FARC da parte dell'esercito colombiano, che ha reso possibile la sua liberazione e quella di quattordici altri ostaggi, aveva la destrezza, la minuziosità e la professionalità caratteristiche di un'operazione israeliana. Questa operazione, chiamata Operazione Jaque, dimostra quale sia il ruolo della Colombia nella strategia imperialista, non fosse che per la presenza degli israeliani. Un canale televisivo israeliano ha affermato giovedì che «la liberazione di Ingrid Betancourt è l'Entebbe dei colombiani», indicando la partecipazione del generale in congedo Israël Ziv, ex-membro dello Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Ziv è il consulente israeliano numero uno in Colombia, ma non è il solo, secondo un canale televisivo israeliano, e ha beneficiato dell'aiuto di altri agenti segreti del Mossad o dello Shin Beth piazzati in Colombia per offrire sostegno al governo di Uribe.
Alla preparazione e alla realizzazione dell'operazione hanno partecipato attivamente dozzine di ufficiali tra cui tre generali, ex-agenti del Mossad e dello Shin Beth, e i servizi segreti israeliani. Sarebbero stati reclutati con un contratto da dieci milioni di dollari.
La maggior parte di questi consulenti, specializzati nella raccolta di informazioni, fa parte di Lancero, un programma di formazione alla lotta anti-insurrezionale che si occupa in particolare di interrogare i prigionieri secondo metodi deprecati nello stesso Israele dalle organizzazioni dei diritti dell'uomo.
Su questo blog abbiamo pubblicato l'intervista di Davidi, il segretario del Maki, il partito comunista israeliano, che ci aveva spiegato come Israele sia il primo fornitore di armamenti della Colombia: equipaggiamenti militari che secondo alcune pubblicazioni specializzate comprendono armi leggere, aerei spia senza pilota, sistemi di sorveglianza e di comunicazione e anche bombe speciali che permettono di distruggere le piantagioni di coca. (1)
La cooperazione tra i due paesi si è ulteriormente rafforzata lo scorso febbraio, con la visita in Israele del ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos.
Questa presenza degli israeliani si è aggiunta ai servizi degli Stati Uniti, dei quali la Colombia già beneficiava. Questo paese in effetti rappresenta per l'imperialismo la piattaforma da cui lanciare tutte le azioni di destabilizzazione e di terrorismo contro i governi progressisti e in particolare contro il Venezuela.
In una recente comunicazione Fidel Castro ha messo ripetutamente in guardia contro le manovre della IV armata statunitense, che nel contesto dell'attuale crisi petrolifera potrebbe in qualsiasi momento approfittare di un pretesto fornito dalla Colombia per invadere il Venezuela. Va anche notato che questo paese subisce quotidianamente infiltrazioni, tentativi di destabilizzazione e perfino minacce d'assassinio che vengono dal suo vicino. Bisogna disinnescare la bomba.

La situazione interna colombiana
Il presidente Uribe non è solo l'uomo dei paramilitari e dei narcotrafficanti: è anche l'uomo degli Stati Uniti, che di lui possono dire quello che dicevano del crudele e corrotto dittatore del Nicaragua Somoza: “è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. È un fatto che all'interno del paese Uribe è sempre più contestato, lui e la sua politica dello scontro.
In un recente articolo di Prensa latina, Rafael Calcines Armas analizzava la situazione in Colombia dopo il successo dell'operazione compiuta dall'esercito colombiano, con o senza l'aiuto degli agenti del Mossad e dei consulenti statunitensi. Queste le sue considerazioni:
Sul piano interno il successo dell'azione militare sembra rafforzare la linea dello scontro con le FARC seguita dal governo, in accordo con la politica di sicurezza democratica sostenuta dal Presidente Uribe.

Gli stessi militari hanno ammesso che la liberazione si è svolta, grazie all'operazione, senza sparare una sola cartuccia.

La morte di uno qualunque degli ostaggi sarebbe stata un disastro per il governo, secondo gli analisti.
In questo caso le autorità hanno avuto fortuna, a differenza di altre volte in cui i tentativi di liberazione con la forza hanno provocato la morte degli ostaggi.
Per i fautori della rielezione del presidente Uribe, l'occasione offre un'opportunità eccezionale. La stampa a grande diffusione e le fazioni che lo sostengono non smettono di lodare l'uomo e la sua politica.
Questo successo storico sarà certamente usato per promuovere il mantenimento di Uribe a capo dell'esecutivo, in un momento in cui la sua legittimità è in discussione.

La corte suprema ha recentemente dichiarato illegittima la rielezione del governo perché si è scoperto che nella campagna del 2006 era stata commessa una frode elettorale che aveva portato Uribe alla presidenza per la seconda volta.

Uribe aveva risposto pronunciandosi a favore di un referendum popolare per legittimare la rielezione del 2006.
Se quel referendum si tenesse oggi, il successo dell'Operazione Jaque produrrebbe sicuramente ricchi dividendi.
Ma al là di questo si pone la questione della ricerca della pace nel paese.
Per una sezione della polarizzata società colombiana, l'azione militare rafforza l'idea che lo scontro armato con la guerriglia sia la soluzione. Gli altri sono favorevoli alla ricerca del dialogo per raggiungere un accordo umanitario che permetta la liberazione degli altri ostaggi in mano agli insorti.
Sembra che ci si dimentichi che, per le sue caratteristiche, è quasi impossibile che l'Operazione Jaque possa essere ripetuta e avere lo stesso successo con le FARC. Dunque si impone la necessità di sedersi al tavolo dei negoziati”
.

Questa analisi non solo sostiene la via pacifica, ma propone anche di cercare soluzioni che ostacolino l'azione degli Stati Uniti. Bisogna asportare le zanne velenose del presidente Uribe, attirandolo più o meno suo malgrado in seno all'America Latina come era stato fatto dopo l'assassinio di Reyes nel summit del gruppo di Rio.

È in questo contesto che bisogna analizzare l'intervento del presidente Chavez:

Il presidente Chavez si congratula con Uribe
Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato giovedì di aver telefonato al proprio omologo colombiano Alvaro Uribe per congratularsi per la liberazione dei quindici ostaggi da parte dell'esercito colombiano.
“Ci congratuliamo con la Colombia. Ho chiamato Uribe e gli ho espresso le mie felicitazioni”, ha dichiarato Chavez a Isla Margarita, nel nord del Venezuela, dove partecipava a una riunione dei paesi del Movimento dei non-allineati.
“Restiamo disponibili a offrire il nostro aiuto perché tutti gli ostaggi della guerriglia colombiana vengano liberati e si pervenga così alla pace, alla pace completa, in Colombia”, ha aggiunto Chavez, che all'inizio dell'anno aveva avuto un ruolo nella liberazione di sei ostaggi dei guerriglieri. Il capo di stato venezuelano ha fatto nuovamente appello alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) perché rinuncino alla violenza e rilascino tutti gli ostaggi ancora in loro mano.
Dopo la liberazione da parte dell'esercito colombiano, mercoledì scorso, di quindici ostaggi (la franco-colombiana Ingrid Betancourt, tre americani e undici colombiani) le Farc tengono prigioniere ancora diverse centinaia di persone.
“Dal mio punto di vista, è passato il tempo dei fucili. Speriamo che non si ripeta mai più, di non essere obbligati a tornarvi. Lancio ancora un appello alla guerriglia invitandola a riflettere”, ha dichiarato Chavez.
“Partecipiamo alla gioia” suscitata dalla liberazione degli ostaggi, “siamo felici di questa liberazione, e ancora più felici perché, da quello che ci dicono, si è svolta senza che fosse versata una sola goccia di sangue”, ha aggiunto il presidente venezuelano.
Chavez ha evocato la possibilità che dei paesi latino-americani, tra i quali il Venezuela, siano coinvolti nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto tra i guerriglieri e le autorità colombiane.
“Sono certo che quasi tutti i paesi del continente sarebbero disposti a formare un gruppo che faccia da garante per un accordo di pace in cui le parti e gli impegni siano rispettati”, ha dichiarato.

La strategia della distensione
Paradossalmente, malgrado le dichiarazioni più o meno controverse come quella sulla “professionalità” degna degli israeliani fatta da Ingrid Bétancourt al momento della sua liberazione, quello che Ingrid Bétancourt propone va nella direzione di quella distensione auspicata da Chavez e senza dubbio i cubani, anche se non sono abituati a rinunciare a una certa riserva nel trattare con un individuo molto discutibile come il presidente Uribe. L'articolo di Prensa latina offre in parte la loro opinione quando osserva che Ingrid Bétancourt, che gode ormai di grande prestigio in Colombia e sul piano internazionale, almeno in due occasioni ha affermato che i presidenti Hugo Chavez, del Venezuela, e Rafael Correa, dell'Ecuador, sono gli alleati più importanti nella ricerca di una pace negoziata. Ha poi fatto riferimento alla necessità di amplificare la mediazione internazionale, menzionando in particolare la presidente dell'Argentina e la continuità del sostegno del governo francese a questa causa. Tuttavia le dichiarazioni del ministro della difesa non lasciano dubbi sulla posizione governativa: 'cercheremo di ottenere la liberazione degli ostaggi con qualsiasi mezzo'”.

Come ha dichiarato il settimanale del Partito Comunista venezuelano Tribuna popular, “bisogna tenere i piedi per terra e ragionare a mente fredda. Il popolo colombiano non può continuare ad appoggiare un terrorismo di stato cui si aggiunge quello atroce dei narcotrafficanti, strumento dell'imperialismo degli Stati Uniti che a partire dal 1964 ha moltiplicato gli omicidi, le sparizioni, le esecuzioni senza processo e che rivela quale sia la strada intrapresa dall'oligarchia colombiana, quella della guerra e del sangue innocente versato. Bisogna cogliere un'occasione storica e capire che il futuro della Colombia non può essere il conflitto armato”. Tutti gli amici del popolo colombiano, a partire dal partito comunista venezuelano, che ha esso stesso praticato i metodi della guerriglia, invitano al buon senso e all'apertura di uno spazio di pace e di giustizia perché la guerra non può che fare il gioco dell'imperialismo. Solo in questo contesto potrà essere estirpata la politica criminale dei narcotrafficanti e dei paramilitari di Uribe.

Mi sembra che la Francia e i progressisti debbano continuare a muoversi verso la distensione, che è la sola maniera per ostacolare il bellicismo degli Stati Uniti contro i paesi progressisti, in particolare il Venezuela, le cui enormi risorse petrolifere rappresentano un'attrattiva irresistibile per gli Stati Uniti, oltre alla volontà di porre fine al ruolo di Chavez sia in America Latina che a livello di OPEC.

Se Ingrid Bétancourt è disposta a intraprendere questa via, e se lo è anche Nicolas Sarkozy, quale che sia l'opinione che abbiamo su di lui e sul suo ministro Kouchner, quanto mai vicino al Mossad, dobbiamo essere capaci di spingere in questa direzione, senza illusioni ma consapevoli dei nostri obiettivi.

1) analisi riportata da RFI

Originale da: http://socio13.wordpress.com/2008/07/04/le-dessous-des-cartes-colombiennes-par-danielle-bleitrach/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, giugno 12, 2008

Lettera aperta di Evo Morales all'Unione Europea sulla "direttiva ritorno"

Lettera aperta di Evo Morales sulla "direttiva ritorno" dell'Unione Europea

Fino alla fine della Seconda guerra mondiale l'Europa è stata un continente di emigranti. Decine di milioni di europei partirono per le Americhe per fondare colonie, sfuggire alle carestie, alle crisi finanziarie, alle guerre o ai totalitarismi europei e alla persecuzione delle minoranze etniche.

Oggi sto seguendo con preoccupazione l'evoluzione della cosiddetta "direttiva ritorno". Il testo, approvato il 5 giugno scorso dai ministri dell'interno dei 27 paesi dell'Unione Europea, è in attesa di essere votato il 18 giugno al Parlamento Europeo. Osservo con rammarico che renderà drasticamente più rigide le regole di detenzione ed espulsione dei migranti privi di documenti, a prescindere dal loro tempo di permanenza nei paesi europei, dalla loro situazione lavorativa, dai loro legami familiari, dal loro desiderio di integrazione e dalle loro conquiste.

Gli europei arrivarono nei paesi dell'America Latina e del Nord America in massa, senza visti né condizioni imposti dalle autorità. Furono sempre i benvenuti, e continuano a esserlo, nei nostri paesi del continente americano che assorbirono allora la povertà economica europea e le sue crisi politiche. Giunsero nel nostro continente a sfruttare ricchezze e a portarle in Europa, con costi altissimi per le popolazioni americane autoctone. Come nel caso del nostro Cerro Rico de Potosí e delle sue favolose miniere d'argento che rifornirono di denaro il continente europeo dal XVI al XIX secolo. Le persone, i beni e i diritti dei migranti europei sono stati sempre rispettati.

Oggi l'Unione Europea è la principale destinazione dei migranti del mondo: ciò è il risultato della sua immagine positiva in quanto zona di benessere e di libertà civili. L'immensa maggioranza dei migranti giunge nell'Unione Europea per contribuire a questo benessere, non per approfittarsene. Vengono impiegati nella realizzazione di opere pubbliche, nell'edilizia, nei servizi alla persona e negli ospedali, tutti posti che gli europei non possono o non vogliono occupare. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo, a mantenere il rapporto tra attivi e inattivi che rende possibile i suoi generosi sistemi di sicurezza sociale e dinamizzano il mercato interno e la coesione sociale. I migranti offrono una soluzione ai problemi demografici e finanziari dell'Unione Europea.

Per noi, i nostri migranti rappresentano quell'aiuto allo sviluppo che gli europei non ci danno – considerato che pochi paesi raggiungono realmente l'obiettivo minimo dello 0,7% del proprio PIL in aiuti allo sviluppo. Nel 2006 l'America Latina ha ricevuto 68.000 milioni di dollari in rimesse familiari, cioè più di tutti gli investimenti stranieri nei nostri paesi. A livello mondiale raggiungono i 300.000 milioni di dollari, che superano i 104.000 milioni concessi con gli aiuti allo sviluppo. Il mio paese, la Bolivia, ha ricevuto più del 10% del PIL in rimesse (1100 milioni di dollari), o un terzo delle nostre esportazioni annue di gas naturale.

Questo significa che i flussi di migrazione sono benefici sia per gli europei sia marginalmente per noi del Terzo Mondo che però perdiamo anche milioni di persone che costituiscono la nostra manodopera qualificata, nella quale in un modo o nell'altro i nostri Stati, benché poveri, hanno investito risorse umane e finanziarie.

Purtroppo il progetto della "direttiva ritorno" complica tremendamente questa realtà. Se riteniamo che ogni Stato o gruppo di Stati possa definire le sue politiche migratorie in assoluta sovranità, non possiamo accettare che i diritti fondamentali delle persone vengano negati ai nostri connazionali e fratelli latinoamericani. La "direttiva ritorno" prevede la possibilità di incarcerazione fino a 18 mesi dei migranti senza documenti prima della loro espulsione – o "allontanamento", secondo il termine usato dalla direttiva. 18 mesi! Senza processo né giustizia! Nella sua forma attuale il progetto della direttiva viola chiaramente gli articoli 2, 3, 5, 6, 7, 8 e 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. In particolare l'articolo 13 che recita:

"1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese".

E, ancor peggio, esiste la possibilità di rinchiudere madri di famiglia e minorenni, senza tener conto della loro situazione familiare o scolastica, in questi centri di detenzione dove sappiamo che si verificano depressioni, scioperi della fame, suicidi. Come possiamo accettare senza reagire che siano rinchiusi in questi campi i nostri connazionali e fratelli latinoamericani privi di documenti, la maggior parte dei quali ha trascorso anni lavorando e integrandosi? Dove sta oggi il dovere di intervento umanitario? Dove sta la "libertà di movimento", la protezione contro le detenzioni arbitrarie?

Parallelamente, l'Unione Europea sta cercando di convincere la Comunità Andina delle Nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) a firmare un "Accordo di Associazione" che comprende un Trattato di Libero Scambio caratterizzato dalla stessa natura e contenuti di quelli imposti dagli Stati Uniti. Siamo sottoposti a intense pressioni da parte della Commissione Europea, che vuole farci accettare condizioni di profonda liberalizzazione nel commercio, nei servizi finanziari, nella proprietà intellettuale e nei nostri servizi pubblici. Inoltre a titolo di protezione giuridica subiamo pressioni a causa del processo di nazionalizzazione dell'acqua, del gas e delle telecomunicazioni realizzato nella Giornata Mondiale dei Lavoratori. La mia domanda è: in questo caso, dove sta la "sicurezza giuridica" per le nostre donne, i nostri adolescenti, bambini e lavoratori che cercano prospettive di una vita migliore in Europa?

Promuovere la libertà di movimento delle merci e delle finanze, mentre assistiamo all'incarcerazione senza processo dei nostri fratelli che hanno cercato di muoversi liberamente. Questo significa negare le basi della libertà e dei diritti democratici.

In queste condizioni, se fosse approvata la "direttiva ritorno" ci troveremmo nell'impossibilità etica di approfondire i negoziati con l'Unione Europea, e ci riserviamo il diritto di applicare ai cittadini europei lo stesso regime dei visti che imposto ai boliviani dal 1° aprile 2007, secondo il principio diplomatico della reciprocità. Finora non abbiamo esercitato questo diritto sperando giustamente in un segnale positivo dall'Unione Europea.

Il mondo, i suoi continenti, i suoi oceani e i suoi poli conoscono gravi difficoltà: il surriscaldamento globale, l'inquinamento, la scomparsa lenta ma inesorabile delle risorse energetiche e delle biodiversità mentre la fame e la povertà aumentano in tutti i paesi, rendendo più fragili le nostre società. Trasformare i migranti, provvisti o no di documenti, in capri espiatori di questi problemi globali non è una soluzione. Non corrisponde ad alcuna realtà. I problemi di coesione sociale dei quali soffre l'Europa non sono colpa dei migranti, ma il risultato del modello di sviluppo imposto dal Nord, che distrugge il pianeta e disintegra le società degli uomini.

In nome del popolo della Bolivia, di tutti i miei fratelli del continente e delle regioni del mondo come il Maghreb, l'Asia e i paesi africani, mi richiamo alla coscienza dei governanti e dei deputati europei, dei loro popoli, cittadini e attivisti d'Europa, perché non sia approvato il testo della "direttiva ritorno".

Come la conosciamo oggi, questa è una direttiva della vergogna. Chiedo inoltre all'Unione Europea di elaborare, nei prossimi mesi, una politica migratoria rispettosa dei diritti umani che permetta di mantenere questo slancio positivo per entrambi i continenti e che ripaghi una volta per tutte il tremendo debito storico che i paesi dell'Europa hanno nei confronti di gran parte del Terzo Mondo, chiudendo subito le vene ancora aperte dell'America Latina. Oggi le loro "politiche di integrazione" non possono fallire come hanno fatto con la presunta "missione civilizzatrice" al tempo delle colonie.

A tutti voi, autorità, europarlamentari, compagne e compagni, invio saluti fraterni dalla Bolivia. E in particolare la nostra solidarietà a tutti i "clandestini".

Evo Morales Ayma

Presidente della Repubblica di Bolivia

Originale da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=68717

Pubblicato il 12 giugno 2008

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Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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