domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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giovedì, maggio 22, 2008

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

di M. K. Bhadrakumar

"[I leader arabi] hanno smesso di prendere istruzioni dall'Islam e hanno deciso che la loro opzione strategica è la pace con Israele, dunque sia dannata la loro decisione" - Osama bin Laden, messaggio audio, 18 maggio.

Lo scorso martedì, mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush partiva da Washington per un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente, l'agenzia d'informazione semi-ufficiale iraniana Fars riferiva che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva alluso al fatto che Teheran potrebbe prendere in considerazione un taglio delle esportazioni petrolifere. Naturalmente il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari ha chiarito subito che Teheran stava solo valutando le proprie esportazioni, e che anche in questo settore bisognava prendere delle decisioni in merito a un aumento o a una diminuzione.

Né Ahmadinejad né Nozari hanno detto che l'Iran stava rivedendo le esportazioni di petrolio in sé (che superano i 4,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979). Ma i prezzi petroliferi statunitensi sono impazziti comunque, e mentre Bush atterrava nella regione del Golfo Persico hanno registrato il prezzo-record di 126 dollari al barile.

Ci si aspettava che Bush facesse pressione sull'OPEC perché organizzasse presto un incontro per concordare un aumento della produzione petrolifera (la prossima riunione dell'OPEC si terrà in settembre per decidere in merito alla questione). Stephen Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, aveva dichiarato che Bush avrebbe detto al re saudita Abdullah che è nell'interesse dei paesi esportatori di petrolio “tener conto della salute economica dei clienti che pagano questi prezzi”. Quando si sono incontrati, venerdì, Bush ha scoperto che non c'era modo di persuadere il re saudita.

Nel frattempo Nozari era nuovamente sotto i riflettori. Ha dichiarato all'agenzia Fars: “Credo che non ci sia bisogno di una riunione [di emergenza] dell'OPEC. Perché dovrebbe esserci questa riunione quando i prezzi del petrolio salgono? I membri dell'OPEC stanno attualmente utilizzando tutta la loro capacità e stanno rifornendo il mercato... Con il petrolio a 126 dollari al barile non è saggio che coloro che hanno il petrolio non lo forniscano”. Nozari ha poi aggiunto di ritenere che “non è il petrolio che costa di più, è il dollaro che sta diventando meno caro”.

Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che un presidente statunitense in visita ricevesse un rifiuto così netto ed esplicito in Medio Oriente. I contatti della scorsa settimana hanno rivelato fino a che punto è giunto il declino del dominio statunitense in Medio Oriente durante l'attuale amministrazione Bush. Non c'è dubbio che il petrolio si trovi proprio al centro di questo declino. L'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio ha portato a un enorme trasferimento di risorse ai paesi esportatori di petrolio. L'Iran ne è tra i principali beneficiari.

Il grande accumulo di ricchezza permette all'Iran di esercitare la propria influenza sulla regione e di far sì che gli Stati Uniti non possano fare praticamente niente per contrastarne l'ascesa. In un rapporto diffuso venerdì Goldman Sachs prevedeva che il prezzo del petrolio balzerà a 140 dollari al barile entro luglio. "La previsione a breve termine per i prezzi del petrolio continua a essere all'insegna del rialzo", ha detto Goldman. Gli investitori si stanno precipitando sul mercato petrolifero come riparo dalla caduta del dollaro. Il Wall Street Journal ha riferito che al momento gli iraniani possiedono circa 25 milioni di barili – circa il doppio delle importazioni giornaliere degli Stati Uniti – di greggio pesante in petroliere al largo del Golfo Persico.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato le realtà del nuovo ordine regionale quando ha recentemente invitato le grandi potenze ad “avanzare proposte concrete che garantiscano la sicurezza dell'Iran e assicurino all'Iran un posto equo e onorevole in un dialogo teso a risolvere tutti i problemi del Vicino e Medio Oriente”.

Lavrov non è il solo a essere previdente. Anche gli esperti statunitensi si rendono conto della necessità di un nuovo atteggiamento verso il nucleare iraniano. Tutto questo, essenzialmente, riflette i limiti della potenza americana. Un importante esperto statunitense di questioni iraniane, Ray Takeyh, senior fellow all'influente Council on Foreign Relations, ha preso il toro per le corna quando ha recentemente suggerito che era ora che gli Stati Uniti “consentissero all'Iran di sviluppare una capacità di arricchimento di dimensioni considerevoli”, concentrandosi invece sui modi e i mezzi per far sì che entro i perimetri delle sue infrastrutture nucleari non si svolgessero “attività infauste”.

Come ha scritto Takeyh la scorsa settimana, proprio mentre Bush si trovava dalle parti dell'Iran, “L'Iran ha un apparato nucleare complesso e sta arricchendo uranio. Impossibile riportare indietro le lancette dell'orologio. Invece di resuscitare un pacchetto di incentivi respinto molto tempo fa dall'Iran o invocare punizioni militari che non preoccupano nessuno nella gerarchia del paese, gli Stati Uniti e i loro alleati europei farebbero meglio a negoziare un accordo che esaudisse almeno alcune delle loro richieste”.

È vero: la proliferazione nucleare e il petrolio sono una pericolosa accoppiata. Ma non sono che una faccia del fallimento della strategia dell'amministrazione Bush riguardo all'Iran. Il crollo è assoluto. Durante il suo viaggio, Bush ha cercato continuamente consensi per la sua strategia di contenimento nei confronti dell'Iran. I vicini arabi dell'Iraq si rifiutano di farsi coinvolgere nel caos di quel paese nonostante si lamentino che l'influenza iraniana in Iraq ha raggiunto un livello intollerabile. Non permetteranno che l'amministrazione Bush li recluti in vista di uno scontro con l'Iran. Mentre criticano in privato l'Iran con i loro interlocutori americani e sollecitano contromisure statunitensi, stanno in realtà valutando pro e contro, mettendo in conto il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe anche impegnarsi in un dialogo incondizionato con l'Iran.

I fatti del Libano hanno ulteriormente messo in luce il fatto che l'amministrazione Bush non ha un piano. Se si deve credere alla newsletter di Washington Counterpunch, un intervento israeliano già programmato (con il consenso degli Stati Uniti) in Libano durante i recenti scontri è stato rinviato all'ultimo minuto perché secondo informazioni di intelligence la rappresaglia di Hezbollah sarebbe stata molto pesante. Secondo i servizi statunitensi, Tel Aviv sarebbe stata bersagliata da “circa 600 razzi di Hezbollah nelle prime 24 ore della rappresaglia”.

Secondo Counterpunch l'amministrazione Bush si sarebbe tirata indietro dopo aver dato “inizialmente il via libera” ai piani d'attacco militare di Israele al fianco delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti. “La sconfitta delle milizie da parte di Hezbollah a Beirut Ovest e il timore di rappresaglie contro Tel Aviv hanno costretto a cancellare l'attacco israeliano”.

Non sorprende che tra i signori della guerra libanesi ci siano molta rabbia e amarezza per essere stati abbandonati dall'amministrazione Bush. Il primo ministro Fuad al-Siniora voleva dimettersi e i sauditi hanno dovuto convincerlo a non farlo. Il risultato è evidente a tutti. L'equilibrio politico si è spostato a favore di Hezbollah e le milizie filo-occidentali sono state umiliate. Ma soprattutto si è formata un'improbabile alleanza tra Hezbollah e l'esercito libanese (che l'amministrazione Bush ha finanziato con ben 400 milioni di dollari negli ultimi due anni).

Le conseguenze nella regione sono altrettanto importanti. L'Arabia Saudita e l'Egitto sostengono gli sforzi di mediazione della Lega Araba, prendendo le distanze dalla denuncia statunitense di Iran e Siria. I due pesi massimi arabi sarebbero a disagio per la lunga ombra dell'influenza iraniana sul Libano, ma sanno anche che l'Iran è una potenza regionale con cui venire a patti.

Per citare il noto autore britannico ed esperto di Medio Oriente Patrick Seale, “Gli stati arabi del Golfo hanno vivaci scambi commerciali con l'Iran e accolgono una vasta popolazione iraniana. Non vogliono isolare l'Iran o minare la sua economia come sarebbe nei desideri di Israele e Stati Uniti. Appare chiaro che una maggiore comprensione e fiducia tra Arabia Saudita ed Egitto da una parte e Iran e Siria dall'altra – senza il peso delle interferenze di Stati Uniti e Israele – farebbero molto per facilitare il percorso del Libano verso la pace e la sicurezza”.

Riassumendo, l'amministrazione Bush non ha un Piano B neanche per il Libano. La mediazione della Lega Araba ha ignorato freddamente il desiderio di Washington di portare la questione del Libano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di mettere alla gogna la Siria e l'Iran. Alle autorità statunitensi non è restato che continuare a manifestare scetticismo sulla prospettiva dei colloqui intralibanesi che si terranno a Doha sotto gli auspici della Lega Araba.

Comunque il fallimento degli Stati Uniti nel contrastare l'influenza siriana e iraniana in Libano impallidisce se confrontato con quello del “processo di pace” arabo-israeliano. Quest'ultimo incombeva come un uccello del malaugurio sul tour in Medio Oriente di Bush. La credibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sofferto gravi colpi; Fatah è stata eliminata da Gaza; Hamas sta guadagnando terreno in Cisgiordania dopo il consolidamento a Gaza. E così nessuno ha raccolto le parole di Bush quando venerdì ha detto davanti a un uditorio arabo a Sharm el-Sheikh, in Egitto: “Tutte le nazioni della regione devono unirsi compatte nell'affrontare Hamas, che tenta di minare gli sforzi per la pace con continui atti di terrorismo e di violenza”.

Gli arabi sapevano che comunque la retorica anti-Hamas di Bush ha qualcosa di falso. Solo due giorni prima Hamas aveva annunciato che lunedì avrebbe mandato in Egitto una delegazione per una nuova serie di colloqui con i mediatori. Domenica il quotidiano israeliano Ha'aretz ha riferito che vari ex ufficiali della sicurezza e dell'esercito israeliani – compreso l'ex-capo del Mossad Ephraim Halevi, l'ex-capo dell'esercito Amnon Lipkin-Shahak e l'ex-comandante delle truppe israeliane a Gaza, Shmuel Zakai – un mese fa hanno scritto il governo per sollecitare colloqui indiretti con Hamas e per esprimere opposizione a un attacco militare su vasta scala contro Gaza.

Hanno scritto: “Riconoscendo che la fine del regime di Hamas a Gaza non è un obiettivo realistico e che la restaurazione di Fatah nella Striscia di Gaza per mezzo delle baionette israeliane non è auspicabile... dovrebbero svolgersi negoziati non pubblici con Hamas attraverso l'Egitto o un altro mediatore accettabile per entrambe le parti”.

Durante il viaggio in Medio Oriente di Bush ciò che a tratti emerge è questo senso tangibile che gli Stati Uniti siano stati completamente emarginati dal nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. La retorica di Bush non è riuscita a nascondere il fatto che neanche aggiungendo 300 milioni di americani a 7 milioni di israeliani è riuscito a confutare l'erosione della supremazia di Israele nella regione.

In un recente brillante articolo, l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato che il centro di gravità del potere e della politica regionale in seguito alla guerra in Iraq si è spostato verso il Golfo Persico. Per citare Fischer, “Ora è davvero praticamente impossibile mettere in pratica una qualsiasi soluzione al conflitto tra Israele e Palestina senza l'Iran e i suoi alleati locali, Hezbollah nel Libano e Hamas in Palestina”.

Il fatto è che il fallimento storico della guerra in Iraq dev'essere ancora compreso appieno. Su un piano regionale, mentre la guerra in Iraq si trascina interminabile, la situazione è gravida delle immense conseguenze dello stravolgimento dell'intero sistema di stati creato dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918. La guerra in Iraq ha innescato il potenziamento degli sciiti e ha liberato forze storiche che erano incatenate da secoli. Il suo significato geopolitico va ancora assimilato, mentre tutta la regione è spazzata dai venti del cambiamento.

Fischer ha sottolineato che la guerra in Iraq ha messo fine per sempre al nazionalismo secolare arabo, che era – storicamente parlando – di ispirazione europea. Al suo posto è comparso l'Islam politico, che coltiva il nazionalismo “anti-occidentale” e fa leva su problemi sociali, economici e culturali per affrontare con impeto rivoluzionario regimi autoritari, corrotti, ingiusti e privi di legittimità popolare. Gli islamici stanno pilotando questa tendenza alla “modernizzazione”, mentre il futuro dell'Islam politico è lungi dall'essere chiaro.

Anche la Cina ha fatto la sua comparsa sullo scacchiere mediorientale, e questo renderà il declino del dominio statunitense nella regione sempre difficilmente arrestabile. Curiosamente, alla vigilia dell'arrivo di Bush in Medio Oriente, un importante studioso cinese, Weiming Zhao, professore all'Istituto di studi sul Medio Oriente dell'Università internazionale di Shanghai scriveva: “La Cina ha un significativo interesse per il Medio Oriente, e qualsiasi cambiamento della situazione in quella regione influirà sulla sicurezza energetica della Cina... Per molto tempo dunque l'atteggiamento fondamentale della diplomazia cinese sarà caratterizzato da una maggiore attenzione per lo sviluppo della situazione in Medio Oriente, da una maggiore preoccupazione per gli affari mediorientali e dalla volontà di instaurare relazioni più strette con i paesi mediorientali”.

Il viaggio di Bush ha rivelato che gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente con la quale affrontare queste molteplici forze. Sembra che l'amministrazione Bush si limitasse a fingere di averne una. Una sfida formidabile attende il prossimo presidente degli Stati Uniti.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JE21Ak02.html


Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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martedì, gennaio 29, 2008

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente
di Mahdi Darius Nazemroaya

Il viaggio presidenziale di George W. Bush in Medio Oriente: un nuova Guerra Fredda?
Nel 1946 Winston Churchill tenne nel Missouri il discorso sulla "Cortina di Ferro" che contribuì a creare il clima retorico della rivalità tra i due blocchi o poli rappresentati rispettivamente dall'Unione Sovietica dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A partire dal 2006 il Medio Oriente è stato descritto in modo simile dalla Casa Bianca e da Downing Street. Alla fine sarà la storia a decidere e a dare il suo verdetto sulla versione in miniatura della Guerra Fredda che si sta ora svolgendo in Medio Oriente.

Non è un mistero che l'obiettivo del viaggio presidenziale del 2008 di George W. Bush Jr. in Medio Oriente sia stato soprattutto quello di suscitare ostilità e antagonismo nei confronti dell'Iran e delle forze che resistono al piano politico e socio-economico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Il viaggio del presidente americano fa parte di uno strenuo tentativo di sostituire a Israele un Iran calunniato come minaccia incombente per il Mondo Arabo. Questa mossa, che fa parte del Progetto americano per un "Nuovo Medio Oriente" è stata avviata dopo la guerra di Israele contro il Libano nel luglio del 2006.

La balcanizzazione e la frattura musulmana: sciiti contro sunniti
In relazione ai preparativi per la creazione del "Nuovo Medio Oriente" ci sono stati tentativi, coronati da un successo parziale, di creare deliberatamente divisioni all'interno delle popolazioni del Medio Oriente e dell'Asia Centrale sfruttando le diversità etno-culturali, religiose, settarie, nazionali e politiche.

Oltre ad alimentare tensioni etniche, come quelle tra curdi e arabi in Iraq, una frattura settaria viene deliberatamente coltivata tra le genti del Medio Oriente che si considerano musulmane. Viene incoraggiato in particolare il conflitto tra sciiti e sunniti.

Queste divisioni sono state alimentate dagli apparati di intelligence di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Nella costruzione di queste divisioni sono state coinvolte anche le agenzie di intelligence dei regimi arabi all'interno dell'orbita anglo-americana. La frattura viene fomentata anche con l'aiuto di vari gruppi e leader nelle rispettive comunità.

Prima dell'invasione dell'Iraq, nel 2003, i governanti dei paesi della Lega Araba erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna intendevano ridisegnare i confini del Medio Oriente. Se ne parlò apertamente al vertice dei paesi arabi svoltosi in Egitto prima dell'invasione anglo-americana.

Gli interessi di molte élite corrotte e delle autocratiche autorità del Mondo Arabo storicamente tendono a coincidere con gli interessi socio-economici anglo-americani e franco-tedeschi.

La Casa di Saud, il clan libanese degli Hariri e i governanti assoluti instaurati in tutto il Mondo Arabo condividono tutti legami economici e finanziari con il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente. Hanno un interesse acquisito nella promozione del modello politico e culturale che gli Stati Uniti vogliono stabilire in Medio Oriente.

La "Mezzaluna sciita" e la conquista iraniana fantasma del Medio Oriente
Per creare sentimenti di ostilità tra le popolazioni musulmane del Medio Oriente, l'Iran viene dipinto come l'avanguardia dell'espansionismo sciita nella regione, con la cosiddetta "Mezzaluna sciita", mentre l'Arabia Saudita viene descritta come la paladina dei musulmani sunniti.

La verità è che l'Iran non rappresenta tutti i musulmani sciiti e l'Arabia Saudita non rappresenta tutti i musulmani sunniti; queste semplificazioni rientrano nella politicizzazione della fede religiosa ai fini della politica estera statunitense. Contribuiscono anche a fuorviare l'opinione pubblica in tutto il Medio Oriente.

Questa animosità tra i popoli di fede musulmana e tra i popoli del Medio Oriente è stata creata per giustificare l'ostilità nei confronti dell'Iran e coloro che vengono percepiti come alleati dell'Iran, cioè la Siria ed Hezbollah.

I leader arabi hanno gioco più facile nel controllare i loro popoli quando questi sono agitati da lotte interne e dunque indeboliti dal settarismo e dalle divisioni etniche. Queste ultime creano confusione tra i vari gruppi, li distolgono dai problemi interni e proiettano su altri la loro animosità nei confronti dei governanti. La paura o la rabbia verso l'"Altro" o l'"Estraneo" sono da sempre strumenti per manipolare grandi gruppi e interi segmenti delle società.

Con i popoli della regione ostili gli uni agli altri, le loro risorse possono essere controllate e loro stessi governati e ulteriormente manipolati con maggiore facilità. Questo finora è rientrato negli obiettivi della politica estera britannica e americana. Qui i governanti locali e le forze esterne si sono alleati.

"La Coalizione dei Moderati" in Medio Oriente e la manipolazione degli arabi
"Noi (Israele) dobbiamo collaborare clandestinamente con l'Arabia Saudita così che persuada gli Stati Uniti a colpire l'Iran"
Brigadier Generale Oded Tira, forze armate israeliane

"Non cercate di fare troppo con le vostre mani. Meglio se sono gli arabi a farlo in modo accettabile che voi in modo perfetto. È la loro guerra e voi dovete aiutarli, non vincerla per loro". Il contesto storico di queste parole è molto significativo. Questa ammissione fu fatta durante la Prima Guerra Mondiale in Medio Oriente, quando i britannici combattevano contro i turchi ottomani con l'aiuto dei sudditi arabi ribelli degli ottomani. L'aiuto degli arabi fu assicurato con le false promesse e l'inganno di Londra. Ciò che questo interlocutore rivelava era che le forze britanniche non dovevano combattere troppo attivamente in Medio Oriente, lasciando agli arabi il compito di combattere la guerra della Gran Bretagna contro i turchi.

Queste erano le parole rivelatrici di un uomo che è passato alla storia come una figura leggendaria e un eroe per il popolo arabo. In realtà era un agente dell'imperialismo britannico che ingannò gli arabi con l'aiuto di leader locali corrotti. Era il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence o, come è noto a molti, "Lawrence d'Arabia".

I 27 Articoli di T.E. Lawrence (20 agosto 1917) contengono le parole appena citate e sono a disposizione per chi voglia esaminarli. Cominciava così la strada verso l'asservimento moderno delle masse arabe ai padroni coloniali e a scelti vassalli occidentali.

Alcuni potranno dire che i britannici stavano aiutando gli arabi a conquistare l'autonomia, ma la storia ha dimostrato che questa è un'assoluta bugia. Londra stava perseguendo i propri interessi e la divisione dell'Impero Ottomano era stata un suo obiettivo geo-strategico a prescindere dal fatto che ci fosse una guerra con gli ottomani e gli Imperi Centrali.

Lo rivela l'Accordo Sykes-Picot, come pure la creazione di mandati francesi e britannici al posto di quelle che avrebbero dovuto essere nazioni arabe indipendenti. Vale anche la pena di notare che tutti i grandi problemi del Medio Oriente hanno radici in questo periodo, dal genocidio degli armeni alla questione curda, al conflitto arabo-israeliano, al problema di Cipro e alle dispute territoriali del Golfo Persico e del Levante.

Le élite arabe vengono manovrate ancora una volta perché facciano il lavoro sporco per conto delle potenze straniere. Ancora una volta i leader arabi servono obiettivi stranieri in Medio Oriente contro il loro stesso popolo.

Collegamenti tra i discorsi di Bush e Blair negli Emirati Arabi: dividere il Medio Oriente in campi opposti
Nell'atteggiamento dei mediorientali viene incoraggiata una mentalità che contrappone un "noi" e un "loro". L'antica regione viene divisa in due campi dalla Casa Bianca e dai suoi alleati.
Dopo il bombardamento israeliano del Libano nel luglio del 2006, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e altri, come Tony Blair, cominciarono a dividere il Medio Oriente in due raggruppamenti. Quelli che rientravano nell'area anglo-americana ed erano in collusione con Israele venivano descritti come "moderati" e "riformatori" e rientravano in quella che divenne la "Coalizione dei Moderati". Circa nello stesso periodo il Pentagono annunciò piani per armare Israele, Mahmoud Abbas e i regimi arabi alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Quelli che si opponevano all'intervento esterno e all'egemonia delle potenze straniere nella regione, o perché avevano interessi diversi o per il diritto all'auto-determinazione, furono etichettati come "estremisti" e "rigettatori". [1] Queste forze anti-egemoniche del Medio Oriente erano categorizzate come membri dell'"altro campo" anche se in alcuni casi non avevano niente che li accomunasse a parte la lotta contro le influenze esterne. Questo campo comprende tra gli altri la resistenza irachena, l'Hamas e l'Iran.

C'è un tema ovvio nella retorica che sottende i discorsi sulla politica nel Medio Oriente tenuti nel dicembre del 2006 e nel gennaio del 2008 da Tony Blair e George W. Bush. Entrambi sono stati fatti negli Emirati Arabi, quasi esattamente a un anno di distanza. Entrambi i discorsi descrivono un blocco di estremisti guidato dall'Iran ed entrambi tentano di dividere il Medio Oriente in due blocchi contrapposti.

Fu subito dopo la disastrosa guerra del 2006 di Israele contro il Libano che Tony Blair, in linea con Condoleezza Rice, astutamente fece appello a "un'alleanza di moderazione nella regione e all'esterno di essa per sconfiggere gli estremisti". [2] A Dubai l'ex primo ministro britannico definì l'Iran una "sfida strategica", che secondo Paul Reynolds, un corrispondente estero esperto in affari internazionali, sostituiva le parole "minaccia strategica" del discorso tenuto in California. Sostituì anche "cercando di acquisire un'arma nucleare" con "cercando di acquisire la capacità di costruire armi nucleari". [3] L'ovvio cambiamento nella scelta delle parole era dettato dal fatto che i paesi che vivono vicino all'Iran sanno come stanno le cose e non avrebbero preso sul serio il discorso di Blair.

Era solo l'inizio della pubblica rivelazione del sistema di alleanze che già esisteva ufficiosamente in Medio Oriente. Il discorso di Tony Blair negli Emirati Arabi costituiva un'ulteriore fase mediatica e propagandistica della corsa alla guerra, che consisteva nel preparare l'opinione pubblica allo scontro nel Medio Oriente. Rientrava anche in un tentativo di trasformare il conflitto in un conflitto di idee, ideologico, come al tempo della Guerra Fredda.

Gli Emirati Arabi e Israele come modelli per il "Nuovo Medio Oriente"
Oramai, agli inizi del 2008, la Casa Bianca e i suoi alleati hanno smesso chiacchierare falsamente di democratizzazione del Medio Oriente: solo a proposito dell'Iran la democrazia viene tirata in ballo fino alla nausea, ignorando il fatto che in Iran si svolgono elezioni democratiche e che si tratta di uno stato più legittimo dei regimi arabi spalleggiati dagli Stati Uniti. La democrazia non è mai stata tra gli obiettivi degli Stati Uniti nel Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda i loro alleati autocratici e dittatoriali.

La Casa Bianca sta promuovendo due modelli a due diversi livelli nell'ambito del progetto regionale per il Medio Oriente. Uno è il modello latente di Israele come nazione omogenea. Il secondo modello, promosso apertamente, è il modello Khaliji (Golfo) o quello degli sceiccati arabi che formano il Consiglio di Cooperazione del Golfo sul litorale del Golfo Persico. Il modello Khaliji si applica in particolare agli Emirati Arabi ed è incarnato da uno dei sette emirati, Dubai. Israele è il modello socio-politico per il Medio Oriente, mentre Dubai è il modello socio economico. Entrambi rivelano anche sconcertanti ramificazioni sociali.

Il modello israeliano che viene avanzato non si basa su valori democratici, anzi. Si fonda sull'etnocentrismo e sulla discriminazione. Il Medio Oriente viene riconfigurato a immagine di Israele come una regione con stati omogenei, e questo è evidente in Iraq e uno dei motivi delle tensioni alimentate da forze esterne nella multi-confessionale Repubblica Libanese. Così come Israele viene considerato lo "Stato Ebraico", il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" vuole instaurare tutta una serie di stati omogenei e a identità unica in questa antica regione.

Il modello socio-economico di Dubai e del Consiglio di Cooperazione del Golfo si basa sul mosaico verticale descritto nello studio di John A. Porter, The Vertical Mosaic: An Analysis of Social Class and Power in Canada, in cui etnia, ereditarietà e origini svolgono un ruolo nello status dei singoli e il sistema stesso è una ricostruzione del sistema indiano delle caste.
Dubai è un luogo caratterizzato da un folle sfruttamento dei lavoratori stranieri e autoctoni e tristemente noto per l'istituzionalizzazione di grossolane ineguaglianze e immoralità. Le leggi servono solo ad avvantaggiare i privilegiati e i potenti, mentre i poveri sono oppressi e messi a tacere. Il riciclaggio di denaro sporco e la prostituzione sono anch'essi molto diffusi a Dubai, e si potrebbe definire gli Emirati Arabi una moderna Sodoma e Gomorra.

Israele, la NATO e i regimi arabi: un asse contro la resistenza
La Casa di Saud e l'Arabia Saudita sono emersi come forza principale nella configurazione di una convergenza tra Israele e il Mondo Arabo sotto gli auspici dell'Iniziativa Araba del 2002. [4] Questa iniziativa proposta dai sauditi è profondamente legata al Progetto per un "Nuovo Medio Oriente" e permette a Israele di integrare la propria economia con quella del Mondo Arabo e consente la creazione di un'alleanza tra Israele e i regimi arabi contro qualsiasi forza che in Medio Oriente intenda resistere all'America, ai suoi alleati e soprattutto al loro modello politico e socio-economico.

Nonostante il discorso del Re Abdullah a Riyad durante il Summit della Lega Araba a marzo 2007, l'Arabia Saudita si è sempre opposta alla fine dell'occupazione anglo-americana dell'Iraq e al ritiro delle truppe straniere dall'Iraq con il pretesto che gli sciiti iracheni e gli iraniani uccideranno i sunniti iracheni.

Un rappresentante della monarchia saudita, citando il Principe Turki Al-Faisal, ha informato la stampa americana che "Poiché l'America è giunta in Iraq [cioè lo ha invaso] senza essere stata invitata, non dovrebbe andarsene [cioè porre fine all'occupazione anglo-americana] senza essere stata invitata", e ha aggiunto retoricamente che "Se [gli Stati Uniti] lo faranno [ritireranno cioè le truppe dall'Iraq], una delle prime conseguenze sarà un massiccio intervento saudita per impedire alle milizie sciite appoggiate dall'Iran di massacrare i sunniti iracheni". [5]

Israele ha sempre considerato i governanti giordani come importanti alleati per la pacificazione degli arabi. Il 18 aprile del 2007 Re Abdullah II di Giordania ha confermato questo segreto israeliano ormai noto a tutti. Re Abdullah II ha detto a una delegazione israeliana che la Giordania e Israele erano alleati, sottolineando che non parlava solo per conto del Regno Hashemita di Giordania ma anche per l'Arabia Saudita, l'Egitto e gli sceiccati arabi del Golfo Persico. [6]

Il re giordano ha detto a Dalia Itzik, presidente dello Stato di Israele ad interim, a Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione israeliana per gli Affari Esteri e la Difesa e ad altre autorità israeliane che "siamo [governanti arabi e Israele] sulla stessa barca; abbiamo lo stesso problema [le forze di resistenza nella regione]. Abbiamo gli stessi nemici [Siria, Iran, i palestinesi e il Libano]". [7]

Vale la pena di notare che il governo saudita e i governanti arabi di Egitto, Giordania e sceiccati arabi del Golfo Persico sono stati completamente coinvolti, ufficialmente o ufficiosamente, nella Guerra del Golfo del 1991 e nell'invasione anglo-americana dell'Iraq nel 2003. Questi governanti hanno anche svolto un ruolo importante nel conflitto tra Iran e Iraq e nella guerra economica contro l'Iraq che ha spinto quest'ultimo a invadere il Kuwait per trarne aiuto economico dopo l'aspra guerra con l'Iran.

L'Arabia Saudita, l'Egitto e la Giordania sono fermamente schierati con gli anglo-americani. Fanno parte dell'estesa rete militare internazionale controllata dagli Stati Uniti. Sono già membri della coalizione che è stata formata contro l'Iran, la Siria e le forze che si sono alleate con Teheran e Damasco. [8] In varia misura questi stati arabi sono anche alleati con Israele e la NATO. Tutti questi governi arabi etichettati come "filo-occidentali" hanno anche legami e accordi bilaterali nel settore militare e della sicurezza con gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la NATO. Comunque non è certo che questi stati resteranno al fianco di Washington e Londra.

Trasformare il Mediterraneo e il Golfo Persico in laghi della NATO
La NATO si sta espandendo, ma non solo in Europa e nell'ex Unione Sovietica. Esistono da molto tempo dei piani per trasformare il Mediterraneo in un "lago della NATO" permanente e in un'arena strettamente legata all'Unione Europea. Il rafforzamento navale della Russia nel Mediterraneo orientale e al largo della costa siriana è una mossa volta a sfidare questo processo.

Vari regimi arabi hanno stretto accordi e intese militari con la NATO per più di dieci anni attraverso il Dialogo Mediterraneo (avviato nel 1995). Tra questi regimi ci sono l'Egitto e la Giordania. Questi paesi arabi si trovano ai confini con il Mediterraneo o nelle sue prossimità. Dall'altro lato, gli sceiccati arabi del Golfo Persico hanno recentemente stretto accordi con la NATO. Per esempio, il Kuwait ha firmato accordi di sicurezza con la NATO e ha concretamente aperto la porta all'ingresso della NATO nel Golfo Persico.

Gli accordi del Consiglio di Cooperazione del Golfo in via di definizione con la NATO sono un'efficace estensione del Dialogo Mediterraneo e dell'espansione a est della NATO. La creazione di un mercato comune del Golfo simile all'Unione Europea e di un'Unione Mediterranea è anch'essa collegata con l'espansione della NATO e al progetto di imporre il Washington Consensus al Medio Oriente e al Mondo Arabo.

All'espansione di un mandato della NATO nel Golfo Persico si lavora da anni, e corrisponde agli obiettivi della NATO nel Mediterraneo. L'influenza della NATO nel Golfo Persico fa sì che l'area ricada sotto la gestione congiunta degli interessi franco-tedeschi e anglo-americani. Non è una coincidenza che Nicholas Sarkozy abbia cominciato il proprio viaggio in Medio Oriente nella stessa finestra temporale del Presidente degli Stati Uniti, né è un caso che la Francia e gli Emirati Arabi il 15 gennaio 2008 abbiano firmato un accordo che consente alla Francia di creare una base militare permanente sul territorio degli Emirati sulle sponde del Golfo Persico. [9]

Le vere divisioni in Medio Oriente: forze autoctone contro clienti stranieri
In Palestina, durante le manifestazioni di protesta del 2006, la stampa ha riportato che piccoli gruppi di sostenitori di Fatah cantavano "Shia, Shia, Shia" burlandosi dell'Hamas per i suoi legami politici con Teheran, dato che l'Iran è un paese a maggioranza musulmana sciita. [10] Era un brutto segno che testimoniava la crescente animosità che è stata instillata nel Medio Oriente, ma riflette anche che le divisioni come quella tra sciiti e sunniti sono manipolate e create artificialmente.

L'Hamas, come la Siria, ha un'identità musulmana sunnita ed è alleato con l'Iran, che ha una maggioranza musulmana sciita. Questa alleanza dimostra chiaramente che le vere divisioni in Medio Oriente non si basano sull'affinità o sulle differenze etniche o religiose. Similmente, in Libano le forze della resistenza sono musulmane, cristiane e druse e non semplicemente costituite da Hezbollah o sciiti libanesi come spesso dicono i media occidentali.

Nella realtà le differenze regionali in Medio Oriente sono, a prescindere dalla religione, dalla politica e/o dall'etnia, tra le forze indipendenti e autoctone e le forze e i governi clienti che servono gli interessi economici e politici anglo-americani e franco-tedeschi.

Il blocco di resistenza
"Come disse Lord Chatam, quando parlava della presenza britannica nel Nord America, 'se fossi un americano come sono inglese, non deporrei mai e poi mai le armi finché un solo inglese restasse sul suolo americano".
Sir Michael Rose, Generale dell'esercito britannico

Generalizzando, le forze indipendenti e autoctone del Medio Oriente sono:

1. la maggior parte delle varie frazioni palestinesi, compresa l'Autorità Palestinese sotto l'Hamas prima dell'Accordo della Mecca e la tregua raggiunta con Mahmoud Abbas e Fatah;
2. la Resistenza Libanese e l'Opposizione Nazionale in Libano, che è un misto di musulmani, drusi e cristiani;
3. la Resistenza Irachena, che è una serie di diversi movimenti popolari che riflettono la volontà del popolo/dei popoli dell'Iraq;
4. la Siria;
5. l'Iran, che è sia un avversario sia un centro di resistenza politica organizzata e a livello di stato.

Resistenza con base popolare e resistenza a livello statale
Le forze della resistenza in Medio Oriente e nel vicino Afghanistan possono essere classificate in movimenti di resistenza popolari o a livello di stato. C'è tuttavia una terza categoria ibrida.

L'Iraq e l'Afghanistan rappresentano entrambi movimenti di resistenza popolare. L'Iran e la Siria, indipendentemente dalla giustificazione (buona o cattiva che sia), rappresentano casi di centri di resistenza a livello di stato nei confronti di Stati Uniti, NATO e Israele. Anche il Sudan rientra in questa categoria.
Le forze di resistenza in Palestina e in Libano sono un misto di resistenza a livello di stato e con base popolare. Nel Corno d'Africa, molto vicino al Medio Oriente, la Somalia è un caso su cui discutere ma anche un vero centro di resistenza al controllo straniero e ai tentativi di riconfigurare il Medio Oriente.
Le forze di resistenza in Libano e in Palestina sono anche contraddistinte dal fatto di essere intrappolate in lotte interne tra forze clienti degli interessi anglo-americani, franco-tedeschi e israeliani in Medio Oriente.

Il coinvolgimento delle risorse dello stato è ovviamente una delle principali differenze tra i centri di resistenza a livello nazionale, come l'Iran, e i movimenti popolari svincolati dal governo, come accade in Iraq. Tuttavia, quanto più c'è un assoggettamento a una potenza militare straniera tanto più la resistenza è forte e nasce dall'appoggio della popolazione locale. Le pesanti perdite che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO devono affrontare in Iraq e in Afghanistan sono dovute alla volontà e alla resistenza popolare.

Lotte in Medio Oriente: La "Coalizione dei Moderati" contro il Blocco di Resistenza
Le divisioni che sussistono tra le forze autoctone e indipendenti del Medio Oriente e quelle schierate con gli anglo-americani sono le seguenti:

1. la lotta tra l'Hamas e i suoi alleati con Israele, Fatah e i loro alleati nei Territori Palestinesi;
2. la lotta tra la Resistenza Irachena, che è essenzialmente il popolo iracheno, con le forze degli Stati Uniti e della Coalizione per l'occupazione dell'Iraq;
3. lo scontro politico tra l'Opposizione Nazionale Libanese (la maggioranza) e i partiti di governo libanesi (la minoranza);
4. lo scontro per il Libano, la Palestina e l'Iraq tra la Siria da una parte e le potenze della NATO e i loro alleati arabi dall'altra;
5. infine, i molti aspri conflitti regionali e internazionali tra Iran e Stati Uniti, che comprendono il programma nucleare iraniano e l'Iraq.

Il viaggio di Bush: tamburi di guerra, resistenza e il "Nuovo Medio Oriente"
"Una ragione di instabilità sono gli estremisti appoggiati e rappresentati dal regime di Teheran. L'Iran è oggi il principale stato sostenitore del terrorismo. Manda centinaia di milioni di dollari a estremisti di tutto il mondo, mentre il suo popolo deve affrontare la repressione e le difficoltà economiche. Mina le speranze di pace libanesi armando e aiutando il gruppo terroristico Hezbollah. Sovverte le speranze di pace in altre parti della regione finanziando gruppi terroristici come Hamas e il Jihad Islamico Palestinese. Spedisce armi ai Taliban in Afghanistan e ai militanti sciiti in Iraq. Cerca di intimidire gli stati vicini con missili balistici e con una retorica bellicosa. E infine sfida le Nazioni Unite e destabilizza la regione rifiutando l'apertura e la trasparenza sui suoi programmi e ambizioni nucleari. Le azioni dell'Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Dunque gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni in materia di sicurezza con gli amici del Golfo, e incitando tutti paesi amici ad affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi".
George W. Bush, 43° Presidente degli Stati Uniti (discorso di Abu Dhabi, Emirati Arabi, 13 gennaio 2008)

Non è un mistero che lo scopo principale del viaggio del presidente degli Stati Uniti in Medio Oriente fosse quello di sollecitare opposizione nei confronti dell'Iran e di chiunque intenda resistere al "Nuovo Medio Oriente". Quasi immediatamente la Siria ha affermato che il viaggio di George W. Bush è stato fatto per cercare di isolare ulteriormente la Siria e orchestrare uno scenario di guerra contro l'Iran. [11]

Il viaggio presidenziale è stato fatto proprio mentre la marina statunitense mentiva su presunte minacce subite da alcune motovedette delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel GolfoPersico.
Quando la marina statunitense ha ritirato le accuse, il Presidente degli Stati Uniti ha detto che se dovesse capitare qualcosa di negativo alle navi di guerra americane nella regione Teheran ne sarebbe considerata responsabile.

Contemporaneamente a Beirut c'è stato un bombardamento contro l'ambasciata americana. Potrebbe essersi trattato di una messinscena, come le dichiarazioni della marina statunitense, per giustificare la posizione di Bush sull'Iran e il Blocco di Resistenza. Inoltre Israele ha diffuso la notizia di un razzo di costruzione iraniana lanciato dalla Striscia di Gaza dai palestinesi durante il viaggio di Bush in Medio Oriente.

Nel 2007 a Deir ez-Zor il presidente siriano, alla vigilia di un'importante conferenza sull'Iraq a Sharm el-Sheikh durante la quale Condoleeza Rice ha avviato pubblicamente dei contatti con i ministri degli esteri di Siria e Iran, ha ammonito i suoi connazionali che "la Siria, la regione araba e il Medio Oriente stanno attraversando una fase pericolosa. Distruttivi progetti coloniali stanno cercando di dividere e di riplasmare la nostra regione creando un nuovo [Accordo] Sykes-Picot". [12]

Abdel Al-Bari Atouani, una noto personaggio palestinese e redattore capo dell'Al-Qods Al-Arabi di Londra, in un'intervista televisiva trasmessa da ANB TV agli inizi di febbraio del 2007 ha affermato che gli Stati Uniti stanno sfruttando i paesi arabi attraverso i loro governi, usati per alimentare una guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Medio Oriente.

Il Jerusalem Post, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano in Arabia Saudita dagli Emirati Arabi, ha diffuso la dichiarazione di un anonimo alto ufficiale palestinesecisgiordano secondo il quale "la Siria e l'Iran hanno intensificato gli sforzi per rovesciare il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e il suo partito di governo Fatah". [13] L'articolo di Khaled Abu Toameh parla anche dell'incontro politico tra vari partiti palestinesi (Abu Toameh li chiama "gruppi estremisti") che sarà ospitato dai siriani a Damasco.

Non sorprende che l'articolo di Khaled Abu Toameh trascuri di informare che il governo palestinese che governa la Cisgiordania è illegittimo ed esegue gli ordini di Mahmoud Abbas e non quelli del primo ministro palestinese democraticamente eletto. I palestinesi che converranno a Damasco studieranno come rendere l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina più completa erappresentativa della volontà dei palestinesi e non degli editti di Mahmoud Abbas e di pochi altri individui che governano parti della Cisgiordania come se fossero feudi personali, mettendosi al servizio dei padroni israeliani e statunitensi.

In Libano un giornale affiliato al clan Hariri e ai suoi alleati politici ha cominciato anch'esso ad assecondare la campagna americana di demonizzazione dell'Iran. An-Nahar, pubblicazione un tempo diretta dal parlamentare libanese ucciso Gebran Tueni, in un editoriale di Ali Hamade afferma che la Lega Araba deve fare pressioni su Teheran per raggiungere una soluzione in Libano, e che la strada verso una soluzione o uno scontro passa per l'Iran, "se gli sviluppi [in Medio Oriente] vanno verso un conflitto con i piani imperiali iraniani per l'Oriente arabo".

L'Ufficio Ovale, l'establishment e la politica estera anglo-americana in Medio Oriente
Le politiche estere degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno più a che vedere con gli obiettivi dell'establishment anglo-americano che con la particolarità dei singoli che occupano le cariche di presidente degli Stati Uniti e di primo ministro britannico. Questa realtà è stata confermata nel corso della campagna elettorale dai potenziali successori di George W. Bush Jr., siano essi democratici o repubblicani.

Eccetto che per alcuni individui che rappresentano le aspirazioni autentiche del popolo americano, la maggioranza dei candidati presidenziali parlano di una continuazione delle politichemilitari dell'Amministrazione Bush.

John McCain ha parlato di un attacco contro Libano e Siria. [14]

Hilary Clinton vuole un'occupazione permanente dell'Iraq o una "fase post-occupazione", per usare una decadente espressione delle autorità americane, e ha rivolto delle minacce all'Iran.

Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York City, ha messo in chiaro che intende rispecchiare l'Amministrazione Bush Jr., che non intende riconoscere uno stato palestinese e che userebbe le armi nucleari contro un Iran non nucleare.

L'epoca della guerra non finirà quando George W. Bush Jr. e il vice presidente Cheney lasceranno la Casa Bianca.

Il problema è più profondo e complicato dei singoli e delle loro cariche. George W. Bush Jr. è solo un uomo di paglia in un meccanismo molto più grande; rappresenta l'establishment, ma né lui né la sua amministrazione possono da soli manovrare la politica estera statunitense.

Questioni importanti: la natura della cooperazione e della rivalità tra America, Iran e Siria
La nostra realtà è di gran lunga più complessa. Un tempo, prima di andare al potere, Hamas collaborava con Israele contro il movimento Fatah di Yasser Arafat.

Il Christian Science Monitor ha espresso un'interessante osservazione in un articolo di Marc Lynch: "'Ovunque si guardi, è la politica dell'Iran a fomentare l'instabilità e il caos', ha detto il segretario della difesa Gates ai dignitari delGolfo lo scorso mese [dicembre 2007]. Ma in realtà ovunque si guardi, dal Qatar all'Arabia Saudita all'Egitto, si vedono i leader iraniani fare a pezzi vecchi tabù incontrando le loro controparti arabe in un clima di cordialità". [15]

Di fatto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato invitato al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo nella capitale del Qatar, Doha, che ha discusso l'integrazione economica della Golfo Persico e la cooperazione tra il Consiglio e l'Iran. L'Iran, l'Oman, il Qatar e l'Arabia Saudita hanno dato pubblica dimostrazione di un avvicinamento già prima del vertice di Doha, che comprendeva accordi economici e militari tra l'Oman e l'Iran.

Anche Il Cairo e Teheran hanno ufficialmente aperto la porta alla completa normalizzazione delle relazioni diplomatiche. È ancora da vedere cosa produrranno le relazioni diplomatiche tra Egitto e Iran. L'Iran sta inoltre compiendo ulteriori incursioni economiche e commerciali in Iraq e Afghanistan. L'Iran e la Siria stanno legando la propria infrastruttura energetica all'Iraq e intraprendendo azioni che innegabilmente assistono gli Stati Uniti nell'Iraq occupato.

La futura nomina del Generale Michel Sulaiman alla presidenza del Libano è stata anche definita una concessione alla Siria per la collaborazione con gli Stati Uniti in Iraq e per la sua presenza al Summit di Annapolis.

Se è così, alcune questioni restano tuttavia irrisolte non solo in merito alla cooperazione tra Siria e Stati Uniti, ma anche riguardo all'incontro tra David Welch, il sottosegretario di stato degli Stati Uniti per gli Affari del Vicino Oriente, e il Generale Suleiman prima degli scontri scoppiati nel 2007 tra Fatah Al-Islam e l'esercito libanese.

È chiaro che ci sono dei piani per ridisegnare i confini del Medio Oriente e per istituire politiche economiche durature a beneficio degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi e del loro cane da guardia in Medio Oriente, Israele.

I siriani e gli iraniani sono consapevoli dei piani per dividere la loro regione e mettere l'uno contro l'altro i popoli mediorientali. Anche Teheran e Damasco sono stati colpevoli di fare lo stesso gioco nel proprio interesse, ma quello che l'America e i suoi alleati hanno in mente è una ripartizione e una riconfigurazione ben più ampia del Medio Oriente, che coinvolge anche Siria e Iran in questa lotta storica.

La questione è: questi sforzi per dividere il Medio Oriente (in "moderati" ed "estremisti") rientrano in una politica di contenimento, in una strategia di guerra, o in qualcosa di molto più sinistro?

Le intenzioni di movimenti di resistenza a base popolare come la Resistenza Irachena sono semplici e chiari, ma la resistenza di stato - se possiamo chiamarla così - ha spesso intenti ambivalenti.

L'Iran e la Siria si stanno davvero opponendo al "Nuovo Medio Oriente" che serve gli obiettivi del Washington Consensus? Le riforme economiche in atto in Iran e in Siria, compresi i programmi di privatizzazione, suggeriscono che i due paesi non si contrappongono completamente ai programmi neo-liberali dominanti che caratterizzano le politiche espansionistiche di Washington. [16]

Non è peccato mettere in discussione delle motivazioni, soprattutto quando le circostanze lo richiedono: è invece un crimine e un peccato ingannare le masse. La posizione politica di Iran e Siria è destinata a chiarirsi con l'evolversi della situazione in Medio Oriente.

NOTE

[1] Jonathan Beale, Rice seeks Mid-East support on Iraq, British Broadcasting Corporation (BBC), 13 gennaio 2007.

[2] Paul Reynolds, Blair and the ‘strategic challengeof Iran, British Broadcasting Corporation (BBC), 20 dicembre 2007.

[3] Ibid.

[4] Uzi Mahnaimi, Saudis lead Israel peace bid, The Times (U.K.), 3 dicembre 2006.

[5] Simon Tisdall, Iran v Saudis in battle of Beirut, The Guardian (U.K.), 5 dicembre 2006.

[6] Shahar Ilan, Jordan’s Abdullah tells Israel: We share same enemies, Haaretz, 19 aprile 2007.

Le affermazioni furono subito negate dal Re giordano quando trapelarono sulla stampa israeliana. La smentita è parallela a quella della Casa di Saud a proposito degli incontri diplomatici e dei negoziati tra Arabia Saudita e Israele che furono divolugati come veri dopo le iniziali smentite.

[7] Ibid.

[8] Anatole Kaletsky, An unholy alliance threatening catastrophe, The Times (U.K.), 4 gennaio 2007.

[9] Laurent Pirot, France Signs UAE Military Base Agreement, Associated Press, January 12, 2008; Emmanuel Jarry, France, UAE sign military, nuclear agreement, Reuters, 15 gennaio 2008; Paul Reynolds, French make serious move into Gulf, British Broadcasting Corporation (BBC), 15 gennaio 2008.

[10] Fatah, Hamas clash in Gaza after Abbas calls early elections, Associated Press, December 16, 2006.

[11] Damascus slams Arab leaders for allowing Bush’s ‘criticism of Syria,’ Deutsche Presse-Agentur (DPA)/ German Press Agency, January 14, 2008.

[12] Mazen and Thawra, President al-Assad says Arab Region passes through new juncture, Syrian Arab News Agency (SANA), 30 aprile 2007.

[13] Khaled Abu Toameh, Syria, Iran trying to overthrow Abbas, The Jerusalem Post, 15 gennaio 2008.

[14] Shani Rosenfelder, McCain: Disarm Hizbullah, tackle Assad, The Jerusalem Post, 9 agosto 2007.

[15] Marc Lynch, Why U.S. strategy on Iran is crumbling: Gulf states no longer want to isolate Iran, Christian Science Monitor, 4 gennaio 2008.

[16] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Alliance: Challenging America’s Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007; Julian Barnes-Dacey, Even with sanctions, Syrians embrace KFC and Gap, Christian Science Monitor, 11 gennaio 2008.


Mahdi Darius Nazemroaya è un autore indipendente specializzato in affari medio-orientali. Vive e lavora e Ottawa ed è ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

Originale da: Globalresearch

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008

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mercoledì, dicembre 13, 2006

Entrare in Iraq

Il punto di vista dell'autore è chiaramente di parte ed evidentemente non è un articolo equilibrato (vedi il punto in cui parla di decine di migliaia di uomini delle milizie sciite infiltrati nelle forze armate irachene: quanto è grande l'apparato statale iracheno, per avere addirittura decine di migliaia di infiltrati? Roba da fare impallidire le storie sul fatto che nell'ex Germania dell'Est un abitante su dieci fosse un informatore della Stasi), ma appunto per questo sembra una buona descrizione delle politiche che l'Arabia Saudita (anche se il disclaimer finale dice il contrario) o la sua lobby potrebbero prendere per tentare di riconquistare il posto di paese musulmano di spicco in Medio Oriente, o quantomeno di ridurre i danni fronteggiando loro personalmente o per interposto esercito l'Iran su campo iracheno (come secondo alcuni sarebbe già avvenuto durante la guerra statunitense contro l’Iraq del 1991, partita per procura della lobby saudita).
Inoltre, proprio ieri Turki al-Faisal, che ha dichiarato il progetto di sostituirsi agli statunitensi se dovessero ritirarsi,
si è dimesso , e secondo indiscrezioni potrebbe diventare capo della diplomazia saudita in patria, il che potrebbe rafforzerebbe questa teoria, sempre che sia esatta. AA

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Entrare in Iraq
L'Arabia Saudita proteggerà i sunniti iracheni se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi

Di Nawaf Obaid
Mercoledì 29 novembre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

Nel febbraio 2003, un mese prima dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, il ministro degli esteri saudita, il principe Saud al-Faisal, ha avvertito il presidente Bush che rimuovendo Saddam Hussein con la forza avrebbe "risolto un problema creandone altri cinque". Se Bush avesse dato ascolto a questo consiglio, l'Iraq ora non sarebbe sull'orlo di una guerra civile e della disintegrazione.
Si spera che non voglia fare lo stesso errore ignorando un'altra volta il consiglio dell'ambasciatore dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, il principe Turki al-Faisal, che in un discorso del mese scorso ha detto "dal momento che l'America è entrata in Iraq senza che le fosse stato richiesto, non dovrebbe lasciare l'Iraq senza che le sia stato richiesto." Se lo facesse, una delle prime conseguenze sarebbe un massiccio intervento saudita per fermare le milizie sostenute dagli sciiti per fermare il massacro di sunniti iracheni.Durante l'anno passato, un coro di voci ha chiesto all'Arabia Saudita di proteggere la comunità sunnita in Iraq e contrastare l'influenza iraniana. Anziani capi tribali iracheni e figure religiose, assieme ai leader di Egitto, Giordania e altri paesi arabi e musulmani, hanno lanciato e sottoscritto petizioni alla leadership saudita perché fornisse ai sunniti iracheni armi e supporto finanziario. Inoltre, la pressione interna a favore dell'intervento è intensa. Le principali confederazioni tribali saudite, che hanno legami storici e di comunità estremamente stretti con le loro controparti in Iraq, stanno premendo per un'azione. Sono supportate da una nuova generazione di reali sauditi che occupano posizioni di governo strategiche e sono desiderosi di vedere il regno giocare un ruolo più forte nella regione.Dal momento che il re Abdullah ha lavorato per minimizzare le tensioni settarie in Iraq e riconciliare le comunità sunnite e sciite, e dal momento che ha dato al presidente Bush la sua parola che non avrebbe interferito in Iraq (visto che sarebbe impossibile assicurare che le milizie finanziate dai sauditi non attacchino le truppe statunitensi), queste richieste sono tutte state declinate. Saranno, comunque, ascoltate se le truppe americane dovessero cominciare un ritiro graduale dall'Iraq. In quanto potenza economica del Medio Oriente, il luogo di nascita dell'islam e il leader de facto della comunità sunnita mondiale (che comprende l'85% di tutti i musulmani), l'Arabia Saudita ha sia i mezzi che la responsabilità religiosa per intervenire.
Pochi mesi fa era impensabile che il presidente Bush potesse ritirare anticipatamente un significativo numero di truppe americane dall'Iraq. Ma oggi sembra possibile, e per questo la leadership saudita si sta preparando a rivedere sostanzialmente la propria politica irachena. Le opzioni ora includono l'offerta ai leader militari sunniti (principalmente ex-baathisti, già ufficiali dell’esercito iracheno, che costituiscono la spina dorsale degli insorti) lo stesso genere di assistenza – finanziamenti, armi e supporto logistico – che l'Iran ha dato ai gruppi armati sciiti per anni.
Un'altra possibilità include la creazione di nuove brigate sunnite per combattere le milizie sostenute dall'Iran. Infine, Abdullah potrebbe decidere di strangolare il finanziamento iraniano delle milizie attraverso politiche di controllo petrolifero. Se l'Arabia Saudita aumentasse la produzione di greggio dimezzando il prezzo del petrolio, il regno potrebbe comunque ancora coprire la sua spesa pubblica. Ma l'effetto sarebbe devastante per l'Iran, che si trova davanti a difficoltà economiche anche coi i prezzi al livello attuale. Il risultato sarebbe di limitare la capacità di Teheran di continuare a fornire centinaia di milioni ogni anno alle milizie sciite in Iraq e altrove.
Sia gli insorti sunniti che gli squadroni della morte sciiti sono responsabili dell'attuale spargimento di sangue. Tuttavia, gli sciiti iracheni non corrono il rischio di essere sterminati in una guerra civile, mentre i sunniti sì. Dal momento che il 65% circa della popolazione irachena è sciita, gli arabi sunniti, che sono un mero 15-20%, avrebbero problemi a sopravvivere alla campagna di pulizia etnica in pieno svolgimento.
È chiaro che il governo iracheno non sarà in grado di proteggere i sunniti dalle milizie sostenute dall'Iran se le truppe americane dovessero andarsene. L'esercito e la polizia non sono affidabili per questo, visto che decine di migliaia di miliziani sciiti sono infiltrati nelle loro file. Peggio, il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, non può fare nulla per questo, dal momento che dipende dal sostegno dei leader delle forze sciite. Ci sono ragioni per credere che l'amministrazione Bush, nonostante le pressioni interne, terrà conto dei consigli dell'Arabia Saudita. La visita del vice presidente Cheney a Riyadh la scorsa settimana per discutere della situazione (non ci sono stati altri incontri durante il suo viaggio) sottolinea la preminenza dell'Arabia Saudita nella regione e la sua importanza nella strategia statunitense in Iraq. Ma se un ritiro graduale delle truppe dovesse iniziare, la violenza aumenterà drammaticamente.
In questo caso, restare a guardare sarebbe inaccettabile per l'Arabia Saudita. Ignorare il massacro dei sunniti iracheni sarebbe un abbandono dei principi sui quali il regno è fondato. Questo minerebbe la credibilità dell'Arabia Saudita nel mondo sunnita e sarebbe una capitolazione alle azioni militariste iraniane nella regione.
È certo, l'impegno saudita in Iraq comporta grossi rischi – potrebbe essere la scintilla di una guerra regionale. Ma è meglio che sia così: le conseguenze dell'inazione sarebbero ancora peggiori.

Lo scrittore, un consigliere del governo saudita, è direttore generale del Saudi National Security Assessment Project a Riyadh e un consigliere aggiunto del Centro per gli Studi Strategici Internazionali a Washington. Le opinioni espresse sono le sue e non riflettono politiche ufficiali saudite.

Fonte: Washington Post

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