martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , , , , ,

martedì, luglio 28, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte

L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta

di Pepe Escobar


HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

Originale: Iran, China and the New Silk Road

Articolo originale pubblicato il 24/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , , ,

martedì, aprile 28, 2009

Gli Stati Uniti, l'Iran e il mercato dell'energia

Gli Stati Uniti promuovono l'Iran sul mercato dell'energia

di M. K. Bhadrakumar

La scorsa settimana l'amministrazione Barack Obama ha fatto la sua prima mossa nella geopolitica dell'Eurasia con la nomina di Richard Morningstar a inviato speciale per l'energia eurasiatica. Il brillante e straordinariamente efficace diplomatico dell'amministrazione Bill Clinton torna dunque alla sua specialità.

Curiosamente, malgrado i consistenti legami con Big Oil, le prestazioni dell'amministrazione George G. Bush nella sfera della politica energetica sono state mediocri, e il russo Vladimir Putin ha battuto gli Stati Uniti nel Caspio. Adesso entra in scena Morningstar. Durante l'amministrazione Bush è stato consigliere speciale sull'ex Unione Sovietica del presidente e del segretario di stato, consulente speciale sulla diplomazia energetica nel bacino del Caspio e ambasciatore all'Unione Europea. Ha avuto un ruolo cruciale nella promozione – in condizioni di assoluta inferiorità – dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che emerge come una conquista duratura della diplomazia energetica degli Stati Uniti nel periodo post-sovietico.

Mosca dovrebbe prendere nota del rientro in campo di un formidabile avversario. Con quell'esperienza nell'Unione Europea e nella diplomazia energetica nel Caspio, la nomina di Morningstar significa che Washington intende fare un altro tentativo con il progetto del gasdotto Nabucco. Per agire con decisione e per mettere in moto il progetto bisogna procurarsi i finanziamenti, assicurarsi le necessarie forniture di gas, neutralizzare le contromosse russe e garantirsi il sostegno europeo. Il progetto Nabucco potrebbe riscrivere le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea e consolidare la leadership transatlantica degli Stati Uniti. Il gasdotto lungo 3300 chilometri dal Caspio all'Austria attraverso la Turchia ridurrebbe la crescente dipendenza dell'Unione Europea dall'energia russa.

Nel 1998, in un importante discorso strategico, Morningstar disse: “L'obiettivo fondamentale della politica statunitense nel Caspio non è semplicemente quello di costruire gasdotti e oleodotti. Consiste piuttosto nell'usare quegli oleodotti e quei gasdotti, che devono essere validi sul piano commerciale, come strumenti per creare un quadro politico ed economico che rafforzi la cooperazione e la stabilità regionale e incoraggi le riforme per i prossimi decenni”.

Da allora la situazione è molto cambiata. Oggi la Russia sta risorgendo ed è molto diversa dal paese debole e traballante con cui aveva a che fare Morningstar negli anni Novanta. Neanche gli altri paesi produttori d'energia dello spazio post-sovietico – l'Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan e l'Uzbekistan – possono più essere presi sottogamba. Sanno come funziona il mercato, sono abili nella negoziazione e non si fanno intimidire dalla diplomazia internazionale. La Cina è apparsa all'orizzonte come attore geopolitico dagli istinti assassini e dagli impareggiabili muscoli finanziari. Anche l'Iran si appresta a scendere in campo, e la Turchia non segue più docilmente i desideri americani.

Grandi potenze europee come la Germania, l'Italia, i Paesi Bassi e l'Austria hanno estesi legami energetici con la Russia e sono poco inclini a veder tracciare linee di divisione tra Occidente e Oriente. Purtroppo c'è una totale disunione nei tentativi di formulare la politica estera europea. I paesi membri non confidano nella capacità dell'Unione Europea di proteggere i loro interessi e preferiscono invece iniziative nazionali bilaterali su questioni di sicurezza energetica. La crisi finanziaria ed economica scoraggia progetti dalla lunga gestazione e che necessitano di pesanti investimenti.

Inoltre Nabucco pone dei problemi. Come gasdotto che punta a trasportare il gas del Caspio verso l'Europa meridionale deve affrontare la forte rivalità del progetto South Stream voluto dalla Russia. Questa rivalità si è vista a Sofia, in Bulgaria, alla conferenza sul “Gas naturale per l'Europa” di venerdì, alla quale hanno presenziato 28 paesi europei, caspici e centro-asiatici, nonché Morningstar. La conferenza ha accuratamente evitato di appoggiare l'uno o l'altro progetto.

Inoltre c'è una triplice divisione tra i paesi europei riguardo a Nabucco. Né la Germania né l'Italia – che si sono assicurate rapporti energetici bilaterali con la Russia – sono inclini a fare ulteriori investimenti in progetti di diversificazione energetica, mentre i paesi della “Nuova Europa” vedono Nabucco come un modo per sottrarsi alla dipendenza dal gas russo. Nel frattempo gli Stati balcanici vogliono sia Nabucco che South Stream, dato che hanno l'occasione di intascare pesanti tariffe di transito. E la Turchia, che ambisce a diventare lo snodo energetico dell'Europa se Nabucco verrà realizzato, spera di usare questa carta per conquistarsi l'ingresso nell'Unione Europea, prospettiva invisa alla “Vecchia Europa”.

Un'altra spinosa questione è rappresentata dalla necessità di assicurarsi le riserve upstream per Nabucco. L'Azerbaigian, che è un potenziale fornitore per Nabucco, si è recentemente avvicinato a Mosca e ha firmato un contratto per fornire gas azero ai gasdotti russi. Morningstar dovrà persuadere Baku a tornare all'ovile. Ha contatti eccellenti a Baku, ma Baku ha una forte tendenza a compiacere Mosca.

I legami fraterni tra l'Azerbaigian e la Turchia recentemente si sono allentati a causa del riavvicinamento (incoraggiato da Washington) tra Turchia e Armenia. Baku ha avvertito che la prevista apertura della frontiera turco-armena “potrebbe provocare tensioni e sarebbe contraria agli interessi dell'Azerbaigian”. Conta sull'appoggio di Mosca per il ritiro delle truppe armene dalle regioni che circondano il Nagorno-Karabach, insistendo che la “normalizzazione delle relazioni turco-armene deve procedere parallelamente al ritiro delle truppe armene dalle terre occupate dell'Azerbaigian”.

Se Mosca riesce a ottenere un ritiro delle truppe armene il grande gioco caucasico muterà radicalmente. È significativo che durante la sua visita a Mosca del 17 aprile il Presidente azero Ilham Aliyev abbia detto di non vedere ostacoli a un contratto per la fornitura di gas alla maggiore compagnia energetica russa, Gazprom.

Senza il gas azero Nabucco potrebbe venir meno. Questo ha spinto gli Stati Uniti ad assicurarsi le riserve di gas del Turkmenistan. Non sorprende che Bruxelles e Washington si siano entusiasmate quando durante la conferenza sull'energia svoltasi giovedì ad Ašgabat il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov ha detto: “Oggi stiamo alla ricerca di condizioni che ci permettano di diversificare le rotte energetiche e di includere nuovi paesi e regioni nella geografia delle rotte... Una componente cruciale per assicurare l'affidabilità delle consegne energetiche internazionali è la diversificazione delle rotte, la creazione di un'infrastruttura ramificata per la consegna ai consumatori”.

Ma è troppo presto per festeggiare. Per citare Ana Jelenkovic, analista del think tank londinese con sede a Londra Eurasia Group, “Penso che molti europei e gli Stati Uniti stiano cercando di sfruttare quella che vedono come una flessione nelle relazioni tra la Russia e il Turkmenistan, ma io non mi affretterei a definirla una frattura geopolitica significativa”.

Gli Stati Uniti stanno in effetti studiando tutte le opzioni. Con una mossa sorprendente, durante l'incontro con i giornalisti dopo la conferenza di Sofia Morningstar ha parlato dell'Iran come di un potenziale fornitore di gas per Nabucco. “Ovviamente adesso ricevere gas dall'Iran crea delle difficoltà per gli Stati Uniti e per altri paesi coinvolti”, ha ammesso.

“Ci [gli Stati Uniti] siamo rivolti all'Iran, vogliamo dialogare con l'Iran, ma per ballare bisogna essere in due e speriamo che riceveremo dall'Iran riscontri positivi”, ha detto Morningstar. Avrebbe anche detto che Nabucco potrebbe benissimo esistere senza il gas iraniano, ma che gli Stati Uniti stanno realmente cercando di dialogare con Teheran. Era speranzoso sull'esito, dato che in caso di disgelo una possibile “carota” sarebbe lo sviluppo del settore energetico iraniano con tecnologia occidentale. Ha fatto capire che l'Iran è destinato a trarre enormi vantaggi dal profondo impegno dell'amministrazione Obama a favore della sicurezza energetica dell'Europa.

Fatto interessante, proprio mentre Morningstar parlava a Sofia, il delegato degli Stati Uniti alla conferenza di Ašgabat, il vice assistente del Segretario di Stato George Krol, nel suo discorso ha fatto un'altra proposta che coinvolge l'Iran. Ha detto che gli Stati Uniti restano aperti alla prospettiva di esportare gas dall'Asia Centrale verso l'Europa attraverso l'Iran, che confina a sud con il Turkmenistan. Il pubblico di Krol comprendeva delegati iraniani.

Evidentemente l'Iran aveva previsto l'inevitabilità di questo cambiamento di mentalità degli Stati Uniti. A febbraio aveva firmato una bozza d'accordo per lo sviluppo dei giganteschi giacimenti di gas di Yolotan-Osman, vicino al Turkmenistan orientale. L'Iran ha anche firmato un contratto per aumentare l'acquisto annuale di gas turkmeno a 10 miliardi di metri cubi, un quinto di quello che la Russia compra dal Turkmenistan. L'Iran ha anche discusso con la Turchia il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa attraverso il gasdotto Iran-Turchia già esistente. Gli Stati Uniti inizialmente si erano opposti alla cooperazione turca con l'Iran su questo fronte, ma ora c'è uno spostamento di paradigma, con Washington a promuovere proprio questa cooperazione e a premere perché il gas iraniano assicuri la sicurezza energetica degli alleati europei.

Sorge però un interrogativo a proposito del testa a testa tra gli Stati Uniti e la Cina, in gara per accedere al gas turkmeno (e iraniano). La Cina è prossima a completare un gasdotto attraverso il Kazakistan e l'Uzbekistan verso il Turkmenistan (che può anche essere esteso all'Iran) che permetterà di esportare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno entro i prossimi due anni. Pechino si dice fiduciosa sulla possibilità che i lavori sul gasdotto da 7000 chilometri terminino entro la fine di quest'anno. Il Turkmenistan ha promesso di fornire 40 miliardi di metri cubi di gas attraverso questo gasdotto.

Curiosamente, Morningstar ha adottato un atteggiamento differenziato con la Cina. Per quanto riguarda South Stream, ha espresso il proprio scontento senza mezze misure. Ha affermato con durezza: “Abbiamo dubbi su South Stream... Abbiamo dei gravi problemi”. Ma passando a parlare di Cina il suo atteggiamento è mutato completamente.

“Vogliamo sviluppare relazioni di collaborazione con tutti i paesi coinvolti”, ha detto Morningstar. “Viviamo un momento di crisi finanziaria che rappresenta davvero un problema per tutti noi. Non possiamo permetterci di litigare su questi argomenti e dobbiamo tentare di essere costruttivi e di di occuparci tutti insieme dei problemi comuni.

“La Cina è un paese con il quale ritengo che noi negli Stati Uniti vogliamo dialogare, a proposito di questioni energetiche. Non penso che sia una cattiva idea che la Cina sia coinvolta in Asia Centrale. Penso che questo sia d'aiuto ai paesi centroasiatici. Forse ci sono possibilità di cooperazione che riguardano le compagnie europee, le compagnie americane, i paesi europei, gli Stati Uniti – forse possiamo cooperare con la Cina in quella parte del mondo ed è un'occasione che dobbiamo almeno esplorare in quanto area di possibile cooperazione”.

A una sola settimana dall'inizio del suo nuovo incarico Morningstar ha già cominciato ad attaccare la volata. Ha delineato un ambizioso piano per la diplomazia energetica degli Stati Uniti nel Caspio che pone la sicurezza energetica europea sotto l'ala degli Stati Unitie punta a neutralizzare le conquiste russe nel Caspio risalenti all'era Bush. Ma vede positivamente le incursioni cinesi nell'Asia Centrale in quanto rispondono agli interessi geopolitici degli Stati Uniti di isolare la Russia e di stroncare le pretese di Mosca di considerare la regione come propria sfera di influenza.

Chiaramente Washington adotterà con l'Iran un approccio estremamente pragmatico. Sta segnalando la propria disponibilità a rinunciare alle sanzioni contro l'Iran e a promuovere invece l'Iran come rivale della Russia nel mercato europeo del gas sia come fornitore che come paese di transito per il gas centroasiatico. Pochi annali della storia diplomatica moderna eguaglierebbero il realismo degli Stati Uniti.

Washington spera dunque di ricostruire anche le relazioni USA-Iran. Teheran ha un disperato bisogno di modernizzare la sua industria energetica e di sviluppare il suo settore del gas naturale liquefatto, che fornisce lucrosissime opportunità di lavoro per le compagnie petrolifere hi-tech statunitensi. Non c'è dubbio che si tratti di una situazione favorevole sia a Washington che a Teheran.

Originale: US promotes Iran in energy market

Articolo originale pubblicato il 27/04/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7523&lg=it

Etichette: , , , , , ,

venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7507&lg=it

Etichette: , , , , , , , , , , , , , , ,

lunedì, aprile 20, 2009

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

[Per i turisti virtuali del Pipelineistan].

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

di
M. K. Bhadrakumar

La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali – la Russia e l'Occidente – stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie.

Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao martedì scorso.

La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina.

Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde.

Nel suo ultimo rapporto regionale, il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato una dura previsione economica per l'Asia Centrale. L'FMI prevede che la crescita economica, che era al 12% nel 2007 e al 6% nel 2008, rallenterà per giungere sotto il 2% nel 2009 con l'instaurarsi di una “grande recessione”. Un alto rappresentante dell'FMI ha detto: “Fino a poco tempo fa la regione era inondata dai proventi dell'esportazione delle materie prime, dagli afflussi di capitale e dalle rimesse. Ciò ha portato a significativi guadagni economici negli ultimi anni con un PIL [prodotto interno lordo] pro capite in crescita impressionante”.

Tuttavia la situazione sta peggiorando. Il punto è che gli esportatori di gas e petrolio sono gravemente colpiti dal calo della domanda globale e dalla brusca caduta dei prezzi. Nello stesso tempo, i paesi dell'Asia Centrale patiscono duramente le conseguenze delle restrizioni finanziarie dei mercati finanziari internazionali, che si traducono nel difficile ottenimento di capitali stranieri.

Durante un vertice della Comunità Economica Eurasiatica tenutosi a Mosca a febbraio, la Russia ha avviato la creazione di un fondo di salvataggio di 10 miliardi di dollari finanziato dalla Russia e dal Kazakistan per aiutare le economie degli stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Ma la capacità della Russia e del Kazakistan di svolgere questo ruolo è messa gravemente in dubbio. Febbraio sembra già molto lontano ora che la crisi in Russia e in Kazakistan si è aggravata.

Le cifre riportate alla fine di marzo dall'ente statistico russo Rosstat suggeriscono chiaramente che l'economia è nei guai. A febbraio la produzione di servizi e prodotti essenziali è calata dell'11,6% mentre i proventi delle esportazioni – il cui grosso è costituito dalle esportazioni di gas e petrolio – hanno registrato un crollo del 40%. La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del 4,5% dell'economia nel 2009 e tempi di ripresa lenti. La Russia ha già impegnato 85 miliardi di dollari in tentativi di stabilizzazione.

La crisi della Russia è direttamente collegata con il netto calo dei proventi delle esportazioni di gas e petrolio. Il colosso energetico Gazprom ha rivisto recentemente la sue previsioni sui prezzi per l'esportazione del gas verso l'Europa a 257,9 dollari per mille metri cubi di gas. Nel 2008 il prezzo stava a 409 dollari per mille metri cubi. Il quotidiano russo Vedomosti stima che a un prezzo medio di 260 dollari per mille metri cubi i proventi della Russia per le esportazioni di gas quest'anno saranno di 44 miliardi contro i 73 dell'anno scorso.

Il quotidiano finanziario Kommersant ha riferito che con il calo della domanda di gas russo Gazprom si ritroverà con un problema di liquidità, il che a sua volta potrebbe colpire duramente il programma di investimenti di cui la Russia ha estremo bisogno per la prospezione di nuovi giacimenti di gas.

I maggiori giacimenti di gas dell'epoca sovietica hanno ormai fatto il loro tempo. Mosca si aspetta di riuscire a rimediare al crollo della produzione con lo sviluppo di nuovi giganteschi giacimenti. I giacimenti di Bovanenkovskoe sulla Penisola Jamal avrebbero dovuto cominciare a produrre gas entro il 2011, e Štokman entro il 2015. Ma la crisi finanziaria a Ovest influenza i nuovi investimenti.

Nel frattempo si prevede che la produzione di gas di Gazprom cali a 510 miliardi di metri cubi nel 2009 dai 550 del 2008. Dunque Gazprom potrebbe essere costretta a limitare le sue esportazioni a 170 miliardi di metri cubi nel 2009, rispetto ai 179 dello scorso anno. La caduta della produzione di gas della Russia sembra verificarsi prima del previsto.

Dunque per la Russia è aumentata l'importanza dell'Asia Centrale come fonte di energia a buon prezzo. Attualmente Gazprom sta comprando circa 50 miliardi di metri cubi di gas dal Turkmenistan, 15 dal Kazakistan e 7 dall'Uzbekistan. Lo scorso anno i produttori centroasiatici hanno inciso per circa il 14% sulla produzione totale di Gazprom. Tuttavia i produttori dell'Asia Centrale devono avere ormai capito che la Russia non ha le risorse finanziarie per onorare i propri impegni nel settore della cooperazione energetica.

Alla fine di marzo, quando il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha visitato Mosca, ci si aspettava che i colloqui avrebbero portato all'avvio dell'espansione del cosiddetto gasdotto Prikaspijskij, concordata più di due anni fa. Il progetto è fondamentale perché la Russia acquisti più gas dal Turkmenistan. Comporta l'espansione del gasdotto d'epoca sovietica lungo la costa orientale del Mar Caspio via Kazakistan verso la Russia. Ma Berdymukhamedov ha esitato.

Pechino deve aver tenuto conto delle nuove circostanze quando il 17 febbraio ha firmato un inaudito accordo “petrolio in cambio di prestiti” con la Russia. In base all'accordo la Banca cinese per lo Sviluppo presterà 25 miliardi di dollari a un tasso di interesse annuale del 6% alla compagnia statale russa Rosneft e al monopolio degli oleodotti Transneft. In cambio la Cina riceverà dalla Russia circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno a partire dal 2011 per la durata di 20 anni. Il volume totale delle forniture petrolifere russe previste da questo accordo costituisce circa il 4% dell'attuale consumo cinese di petrolio e circa l'8% delle attuali importazioni della Cina. Rosneft riceverà 15 miliardi di dollari.

Transneft riceverà i restanti 10 miliardi in cambio della costruzione del ramo cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO) da Skovorodino nella Siberia orientale allo snodo petrolchimico cinese di Daqing. La Cina aveva già finanziato lo studio di fattibilità del progetto, costato 37 milioni di dollari.

Si prevede che la prima fase dell'ESPO avrà una capacità di 30 milioni di tonnellate l'anno e la seconda fase una capacità di 80 milioni di tonnellate. Transneft dovrebbe completare la prima fase (Tajšet-Skovorodino) entro la fine di quest'anno e cominciare la costruzione della seconda fase (Skovorodino-Kazimo) a dicembre. L'intero progetto sarà completato entro la fine del 2010.

Chiaramente il prestito cinese è una boccata d'aria per le due compagnie energetiche russe, consentendo loro di realizzare i loro prestiti di rifinanziamento nel 2009 e di continuare con le loro spese in conto capitale. Il prestito va anche in una certa misura a compensare la fuga di capitali occidentali dalla Russia. Indubbiamente la Cina ha fatto una mossa intelligente.

Uno, è sempre cosa saggia assicurarsi forniture energetiche a lungo termine. Due, il prezzo del petrolio russo sarà decisamente più basso dei prezzi sul mercato a pronti, dove la Cina attualmente acquista il grosso delle sue importazioni. Tre, la Cina è riuscita a convincere la Russia a fornirle petrolio con un oleodotto a destinazione unica verso la Cina. Quattro, la Cina riduce la propria dipendenza dal petrolio mediorientale. Cinque, la Cina sta riducendo anche la propria dipendenza dalla rotta di trasporto che attraversa lo Stretto di Malacca.

Ma soprattutto la Cina ha persuaso Mosca a impegnare quantità significative del suo petrolio lontano dal suo tradizionale mercato europeo. Mosca ha spesso alluso alla prospettiva di una diversificazione del mercato asiatico, ma continuava a fissarsi sul mercato occidentale. Quell'atteggiamento sta cambiando. Inoltre la Cina potrebbe avere finalmente galvanizzato un programma completo di cooperazione energetica con la Russia. La cooperazione energetica sino-russa aveva mostrato di recente segni di stanchezza dopo gli inizi promettenti registrati durante la storica visita in Cina dell'allora presidente russo Vladimir Putin nel marzo del 2006.

Putin, ora primo ministro, aveva proposto di esportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto dell'Altai, lungo 6700 chilometri e costato 10 miliardi di dollari. Ma da allora su questo fronte non si è mosso praticamente nulla, con la scusa delle divergenze su un prezzo del gas reciprocamente vantaggioso, mentre Mosca è rimasta concentrata sul mercato europeo. Questo atteggiamento sta cambiando.

A febbraio il Cremlino ha deciso di risuscitare il progetto dell'Altai quando il Presidente Dmitrij Medvedev ha scritto al Presidente cinese Hu Jintao offrendogli la completa cooperazione in progetti energetici bilaterali. Gazprom ha da allora mostrato interesse per la creazione di una joint venture per il commercio del gas con la Corporazione Petrolifera Nazionale cinese: collaborazione che permetterebbe alla compagnia russa di partecipare alle vendite del gas al dettaglio sul mercato cinese in cambio di prezzi favorevoli.

Anche il Kazakistan, il principale produttore di energia dell'Asia Centrale, si trova a dover affrontare una crisi finanziaria simile a quella russa. Il Primo Ministro kazako Karim Masimov lo ha recentemente sottolineato paragonando la crisi a una situazione in tempo di guerra, che necessita di una risposta sul piede di guerra. Non stava esagerando.

Con il crollo del prezzo del petrolio a 50 dollari al barile rispetto ai 150 dello scorso luglio, c'è una grave stretta delle risorse. Inoltre il Kazakistan ha motivo di temere che la crisi possa andare per le lunghe. Certo, il paese sta spendendo quasi 15 miliardi o il 14% del suo PIL in pacchetti di stimolo. Ma il governo ha comunque cominciato a tagliare posti di lavoro nelle imprese statali. Si è posto il veto alle nuove assunzioni. Le speranze iniziali che i nuovi progetti per le infrastrutture potessero mantenere stabili i salari sono sfumate. La disoccupazione è in crescita, e questo è motivo di grande preoccupazione politica.

È in questo contesto che la Cina ha risposto alla richiesta d'aiuto del Kazakistan. Martedì, durante una visita di cinque giorni (15-19 aprile) di Nazarbayev, a Pechino sono stati firmati due accordi per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in cambio del diritto, tra le altre cose, a una grossa partecipazione nel settore energetico del paese centroasiatico. L'Eximbank cinese presterà alla Banca statale per lo Sviluppo del Kazakistan 5 miliardi di dollari. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese presterà a sua volta 5 miliardi di dollari a KazMunaiGas, la compagnia petrolifera nazionale.

Le due compagnie petrolifere hanno anche firmato un accordo separato che dà alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese una quota del 49% in MangistauMunaiGas (MMG), un produttore petrolifero locale. (Il Kazakistan e la Cina hanno anche firmato un accordo preliminare per costruire una “via di trasporto su strada” che colleghi la Cina occidentale all'Europa. Altri accordi prevedono schemi di cooperazione nei settori dell'agricoltura, dell'istruzione, delle finanze e delle telecomunicazioni).

La intenzioni di Pechino sono assolutamente trasparenti: la Cina attingerà ai 1950 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare diritti di prospezione in Asia Centrale, ovunque siano disponibili. Nazarbayev ha dichiarato all'agenzia d'informazione Xinhua alla vigilia della sua partenza per la Cina che il ruolo della Cina ha un'importanza globale. Il suo enorme mercato, le abbondanti riserve di valuta estera e l'“efficace risposta alla crisi” costituiscono un “sostegno enorme alla ripresa economica mondiale”, ha detto.

Il Kazakistan, inoltre, è una destinazione sicura per gli investimenti. Possiede più del 3% delle riserve di petrolio accertate del mondo. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, ha ricevuto 21 miliardi di dollari in investimenti per la prospezione e la produzione. L'aspetto interessante è che la Cina si avvia all'acquisto di MMG, sconfiggendo la Gazprom russa e l'ONGC (Oil and Natural Gas Commission, Commissione per il Petrolio e il Gas Naturale) indiana, entrambe compagnie statali. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese ha vinto offrendo il pacchetto di investimenti da 10 miliardi che né la Russia né l'India potevano eguagliare. La Cina ha evidentemente adottato una visione a lungo termine. MMG ha riserve di greggio stimate in 1,32 miliardi barili e ha anche una quota del 58% nella raffineria petrolifera di Pavlodar, oltre a gestire una catena di stazioni di servizio.

La Cina non è un nuovo investitore nel settore energetico kazako. Possiede già Aktobemunaigas, che produce 120.000 barili di petrolio al giorno, e il 67% di PetroKazakhstan, che ne produce 150.000. È anche socio alla pari, insieme alla compagnia petrolifera statale kazaka KazMunaiGas, dell'oleodotto da 200.000 barili al giorno dal Caspio al confine con lo Xinjiang.

Nel frattempo sono in programma i lavori sul progetto di un gasdotto dal Turkmenistan alla Cina via Uzbekistan. La Cina lo sta finanziando. La tratta turkmena del gasdotto è lunga 188 chilometri e sarà completata entro la fine del 2009. In Kazakistan e Uzbekistan sono già stati posati più di 1200 chilometri di gasdotto.

Non dovrebbe sorprendere che Pechino ora ricorra al proprio potere finanziario per far sì che il gasdotto consegni in maniera ottimale il gas al confine occidentale della Cina. Di fatto le forniture del gas alla Cina attraverso il nuovo gasdotto comporteranno un'importante diversificazione delle esportazioni di gas della regione centroasiatica, allontanandole dalla Russia e dall'Europa.

Originale: Cash-rich China courts the Caspian

Articolo originale pubblicato il 18/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7468&lg=it

Etichette: , , , , , , , , ,

mercoledì, febbraio 11, 2009

Il Kirghizistan, la base, gli USA, la Russia e i soldi

Torniamo per un momento al Kirghizistan che avrebbe messo alla porta gli Stati Uniti negando loro l'uso della base aerea di Manas. Ne ha scritto il sublime Bhadrakumar nel suo pezzo dominato dalla metafora scacchistica, e il tema è stato ripreso da vari commentatori. Dovendo scegliere, riporto due interventi interessanti che fanno luce sui diversi aspetti della decisione kirghiza.

L'articolo di di Peter Lavelle, opinionista di Russia Today, è utile perché riassume schematicamente alcuni punti probabilmente azzeccati.

Traduco e sintetizzo (traduzione libera del titolo):

Washington, l'uscita è da quella parte
di Peter Lavelle

Dunque il Kirghizistan ha deciso di mettere alla porta gli americani: Washington non è più ospite gradito alla base militare di Manas. Al contempo il Kirghizistan ha deciso di rafforzare i legami con la Russia. Non dovrebbe sorprenderci: per come vanno le cose, a Washington non potrebbe importare meno degli interessi del Kirghizistan in fatto di sicurezza o delle preoccupazioni di Russia e Asia Centrale sotto questo aspetto.

Cerchiamo di essere realistici. Perché Bishkek ha deciso di chiudere il contratto di affitto della base firmato subito dopo l'11 settembre? Secondo me ci sono vari motivi. E ricordiamoci che gli americani avevano detto di aver bisogno di Manas solo “temporaneamente”. Be', temporaneamente cominciava a diventare “per sempre”. E il Kirghizistan non aveva firmato per questo.

Ecco una serie di possibili motivi del cambiamento di rotta kirghizo:

1. Il Kirghizistan naviga in cattive acque: la sua economia è in gravi difficoltà e questo alimenta l'estremismo islamico. Il Kirghizistan ha semplicemente bisogno di aiuti finanziari, e Mosca ha fatto un'offerta a Bishkek, un affare che vale il doppio del suo attuale PIL annuo. Non è stato esattamente un quid pro quo, ma il fatto è che nella politica internazionale gli stati devono fare degli scambi. Comunque gli americani non erano mai stati ben accetti in Kirghizistan: due donne kirghize erano state investite da soldati americani e un uomo era stato ucciso senza alcun motivo a colpi d'arma da fuoco. Secondo l'accordo in vigore tra Stati Uniti e Kirghizistan per l'uso della base, il personale militare americano gode dell'immunità rispetto alla legge kirghiza.

2. Il Kirghizistan non vuole più stare in prima linea nella fallita “guerra al terrorismo” dell'America. Il disastro in Afghanistan non si sistemerà ancora per un bel po' e Bishkek non vuole più essere associata agli sforzi di guerra americani.

3. Il Kirghizistan capisce che gli Stati Uniti potrebbero cambiare atteggiamento con l'Iran, ma anche no. Ancora una volta, non vuole schierarsi pubblicamente solo per i pochi soldi che riceve per l'affitto di Manas. Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo.

4. Il Kirghizistan è semplicemente troppo piccolo, fragile e debole per ignorare le realtà geopolitiche. Vuole fare parte della regione e ha la necessità di armonizzarsi con i suoi vicini. E Manas era un punto dolente nei rapporti con i russi e i cinesi. Manas aveva concesso all'esercito statunitense la capacità di “osservare” i movimenti delle operazioni militari di Russia e Cina.

5. Il Kirghizistan è profondamente preoccupato per quello che sta succedendo in Afghanistan, e lo stesso vale per la Russia. Chiedere agli americani di lasciare Manas rafforza la posizione della Russia a scapito di Washington.

6. Non credo che la decisione di Bishkek sia un voluto affronto a Washington. Essenzialmente il messaggio è: “Possiamo esservi utili, ma come partner di Mosca. Che Mosca vada avanti, noi seguiremo”.

Si spera che Washington e Bruxelles capiranno i ragionamenti di Bishkek. La NATO è nei guai fino alla punta dei capelli in Afghanistan. Deve volgersi a Mosca per elaborare una nuova strategia per l'Afghanistan. Come ho scritto ripetutamente, dipende da Washington. Il Kirghizistan ha deciso di uscire dal “grande gioco”.

Link: Peter Lavelle's weblog

"Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo", scrive Peter Lavelle. Bene, a quanto pare quei soldi non erano così facili. O meglio, non erano finiti nelle casse dello Stato ma nelle tasche dei familiari dell'ex presidente. Insomma, alla base della decisione del Kirghizistan ci sarebbe una faccenda di soldi.
Ecco cosa scrive Laura Rozen su Foreign Policy:

Guai in Kirghizistan
di Laura Rozen

Mentre la Repubblica del Kirghizistan minaccia di cacciare gli Stati Uniti dalla base di Manas, da loro utilizzata come importante punto logistico e di rifornimento verso l'Afghanistan, fonti a conoscenza degli eventi dicono che sotto c'è una storia di pagamenti precedentemente fatti dagli Stati Uniti e che non sarebbero arrivati nelle casse del governo di Bishkek ma nelle tasche di imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente Askar Akayev.

Nel 2006 la NBC riferì che il governo degli Stati Uniti aveva pagato più di 100 milioni di dollari a imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente:
“L'esercito degli Stati Uniti ha indirizzato più di 100 milioni di dollari in contratti di subfornitura al monopolio del combustibile della famiglia Akaev, secondo compagnie statunitensi che hanno presieduto ai pagamenti e alle transazioni”.

Un rapporto dell'FBI ottenuto dal giornalista Aram Roston “suggerisce che la famiglia del presidente [kirghizo]... controllava una vasta rete criminale internazionale che comprendeva anche tutta una serie di compagnie di facciata negli Stati Uniti”.

“Fondamentalmente si è sempre trattato di soldi”, dice Alexander Cooley, professore di scienze politiche al Barnard College ed esperto di basi militari statunitensi. Quando la Rivoluzione dei Tulipani del marzo 2005 costrinse Akayev alla fuga per Mosca, il nuovo governo chiese agli Stati Uniti di pagare per l'utilizzo della base. “Arriva il tizio nuovo, Bakiyev, e prevedibilmente capisce subito che Akayev traeva profitto personalmente dalla base e che bisognava doveva rinegoziare le riscossioni in modo da beneficiare il Kirghizistan”.

Aggiornamento: Una fonte del Kirghizistan coinvolta nei negoziati ha raccontato a The Cable che l'amministrazione Obama sta ereditando la crisi della base kirghiza, una crisi che cova da molto tempo ed è stata trascurata per anni dall'amministrazione Bush.

“Il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarlo se fosse stato sensibile alle lamentele kirghize”, ha detto la fonte. “Quando [a Bishkek] il nuovo governo è salito in carica e ha scoperto l'imbroglio, ha chiesto agli americani un risarcimento per le perdite. Ma gli americani hanno esitato a riconoscere che ci fosse qualcosa di sbagliato”.

Secondo la fonte, il governo kirghizo aveva sollevato la questione con l'ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex Segretario di Stato Condi Rice e il Segretario della Difesa Robert Gates.
“Torna a merito di Gates l'aver detto di non conoscere la questione e che avrebbe fatto loro sapere. Ma non l'ha mai fatto”.

Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto: “I negoziati iniziali e le discussioni attuali [sulla base] sono stati tutti condotti dal Dipartimento di Stato... per quanto ne so, [il Pentagono] normalmente non parla agli organi di governo. Ci rivolgiamo al Dipartimento di Stato e all'ambasciata”.

Lo scorso mese il comandante di Centcom Generale David Petraeus è stato a Bishkek, ma gli è stato negato un faccia a faccia con il Presidente kirghizo, anche se ha incontrato funzionari del suo ufficio che hanno risollevato la questione dei pagamenti.

Secondo la fonte, la settimana scorsa l'ambasciatore del Kirghizistan a Washington ha parlato della faccenda con Hillary Clinton. Ha fatto capire che venivano prese in considerazione varie opzioni per “salvare la faccia” a tutte le parti coinvolte. Tra queste opzioni c'è forse la possibilità che gli Stati Uniti annuncino che lasceranno la base dopo un certo numero di anni. Probabilmente si sta discutendo anche di qualche forma di pagamento. (Le fonti dicono che il Kirghizistan inizialmente aveva chiesto 150 milioni di dollari all'anno per l'uso della base, ma i costi per la permanenza sono destinati a lievitare).

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che avrebbe fatto le necessarie verifiche. Nel frattempo, ha dichiarato, la posizione del governo degli Stati Uniti è che non ha ricevuto dai kirghizi alcuna notifica sulla chiusura della base.

Fonte: Trouble in Kyrgyzstan

Etichette: , , , , ,

martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

lunedì, novembre 10, 2008

Il nuovo avanza, ma il vecchio crea fondazioni

[Questa la mettiamo qui, nel caso ci servisse in seguito e ci stessimo chiedendo in cosa fosse affacendato il vecchio Rumsfeld].

Famigerato neocon dell'amministrazione Bush continua a occuparsi di Asia Centrale e Caucaso

di Joshua Kucera

Donald Rumsfeld, ex segretario della difesa degli Stati Uniti, ha creato una fondazione che ha tra le proprie principali aree di interesse l'Asia Centrale e il Caucaso.

Finora il lavoro della fondazione sull'Asia Centrale è stato limitato: ha avviato un programma di borse di studio per giovani studiosi della regione gestito dal Central Asia Caucasus Institute (CACI, Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso) alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies di Washington, DC. Il direttore del CACI, S. Frederick Starr, è amico personale di Rumsfeld.

Gran parte del denaro della fondazione viene dallo stesso Rumsfeld. (Prima di entrare nell'amministrazione Bush, nel 2000, Rumsfeld aveva ricoperto ottimi posti di dirigente nell'industria farmaceutica e delle comunicazioni). La fondazione ha ricevuto una piccola quantità di finanziamenti esterni, “da amici”, ha detto Keith Urbahn, un portavoce della fondazione. Gli obbligatori documenti fiscali che elencano le sue donazioni e il suo bilancio non sono ancora stati resi pubblici, e Urbahn si è rifiutato di nominare specifici finanziatori.

I primi cinque studiosi sono già a Washington e hanno tenuto delle relazioni al CACI il 5 novembre scorso, in una conferenza intitolata “L'Asia Centrale e il Caucaso dopo la guerra d'agosto”.

In un'intervista concessa lo scorso anno al Washington Post Rumsfeld ha spiegato che molte delle persone emerse dai governi comunisti possono contare su comunità etniche negli Stati Uniti che le appoggiano e le supportano. Ma chi viene dal Caucaso e dall'Asia Centrale non ha questo vantaggio, e uno degli obiettivi della fondazione è ovviare a questo problema.

“A Chicago o Detroit o Pittsburgh non abbiamo uzbeki, tagiki o kazaki”, ha spiegato. “Penso che ci sia bisogno di persone che capiscono quello che succede in Asia Centrale... e la difficoltà di quella transizione”.

“Ha sempre messo tra le sue priorità la visita a quella parte del mondo perché pensava fosse importante. Il suo interesse per quelle zone è precedente all'11 settembre, voleva creare legami con i paesi dell'Asia Centrale e del Caucaso che non avevano precedenti negli ultimi decenni”, ha dichiarato Urbahn.

Il direttore del CACI Starr ha detto che Rumsfeld era l'unico alto rappresentante dell'amministrazione Bush a prestare un'attenzione più che simbolica all'Asia Centrale e al Caucaso. Mentre complessivamente “a livelli più alti abbiamo semplicemente trascurato [la regione]”, Rumsfeld ha rappresentato un'eccezione, con i suoi molti viaggi nella regione per stabilire forti legami con i suoi leader, ha dichiarato Starr. “Rumsfeld è stato, a livello di amminiastrazione, il segretario di gran lunga più attivo degli ultimi 18 anni”, ha detto.

“Questo programma nasce dalla sua esperienza nella regione e dalla comprensione dell'importanza di quest'ultima in quanto area emergente del mondo, e anche dalla consapevolezza che molti giovani di grande talento avrebbero meritato di essere resi il più possibile visibili al mondo, e viceversa”, ha detto Starr.

L'altro principale centro di interesse della fondazione sarà la microfinanza, e sotto questo aspetto la fondazione segue la strategia di limitarsi a finanziare programmi consolidati di microfinanza. Ma Urbahn ha dichiarato che l'attività microfinanziaria ha incluso programmi in Eurasia, in particolare in Tagikistan, Georgia e Afghanistan.

Nonostante Rumsfeld sia stato uno dei neo-conservatori più tristemente noti dell'amministrazione Bush, Urbahn ha detto che l'attività della fondazione sarà “completamente apolitica e apartitica” e continuerà la stretta collaborazione con il CACI.

Se le relazioni presentate al CACI possono essere indicative, gli studiosi non si sono segnalati per le loro credenziali neocon. Un relatore del Kirghizistan ha criticato la Georgia, l'Ucraina e gli Stati baltici per avere ripudiato il comune passato sovietico. Un'altro, azero, ha suggerito che il suo paese, in bilico tra Stati Uniti e Russia, avrebbe scelto di allearsi con qualsiasi paese lo avesse aiutato a riprendersi il Nagorno-Karabakh.

Joshua Kucera is a Washington, DC,-based freelance writer who specializes in security issues in Central Asia, the Caucasus and the Middle East.

Joshua Kucera è uno scrittore e giornalista freelance di Washington D.C. esperto di sicurezza in Asia Centrale, Caucaso e Medio Oriente.

Originale: Notorious Bush administration neo-con remains egaged with Central Asia, Caucasus


Pubblicato il 6 novembre 2008

Etichette: , ,

lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

Etichette: , , , , , , , , ,

giovedì, ottobre 16, 2008

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

di M. K. Bhadrakumar

Domenica 5 ottobre, in viaggio verso Astana, in Kazakistan, dopo un “bel viaggio in India”, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha detto ai giornalisti che l'accompagnavano: “Avrei voluto potermi fermare più a lungo in India”. Nuova Delhi deve far parte di quella manciata di capitali in cui i rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush ricevono un'accoglienza speranzosa e i foschi moniti provenienti da New York e Washington non sembrano importare.

Ma la trepidazione espressa da Rice mentre il suo aereo iniziava la discesa su Astana aveva un'altra ragione: l'influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Asia Centrale e nella regione del Caspio sono di nuovo precipitati. Rice capisce che non c'è più tempo per riguadagnare il terreno perduto e che l'eredità lasciata dall'amministrazione Clinton nel Caspio e nell'Asia Centrale si è ampiamente dissipata. Il motivo principale è stato il fallimento dell'amministrazione Bush nel gestire le relazioni con la Russia. Si è già cominciato a contare i danni.

In un articolo uscito sul Washington Post mercoledì, gli ex Segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz hanno rimproverato l'amministrazione Bush per la sua “tendenza allo scontro con la Russia”, osservando che “isolare la Russia non è una politica sostenibile a lungo termine”. Hanno scritto che gran parte dell'Europa è “inquieta”. Il loro bersaglio era Condoleezza Rice, sedicente “sovietologa”, autrice dell'imperdonabile attacco al vetriolo contro il Cremlino in un discorso al German Marshall Fund di Washington il 18 settembre scorso.

La diplomazia dello scontro
Kissinger e Shultz, in particolare, mettevano in guardia l'amministrazione Bush dall'incoraggiare una diplomazia dello scontro nei confronti della Russia da parte dei suoi vicini, cosa che si rivelerebbe controproducente. Quel che è certo è che nella regione si assiste ai primi contraccolpi. L'Azerbaigian, che l'amministrazione Bush un tempo considerava uno stretto alleato regionale, ha snobbato il vice Presidente Dick Cheney durante il suo ultimo viaggio a Baku, lo scorso mese. Washington ha finto di non accorgersene, e la scorsa settimana ha mandato a Baku un altro pezzo grosso, il vice Segretario di Stato John Negroponte, che il sito del Dipartimento di Stato descrive come l'“alter ego” di Rice.

Al suo arrivo, il 2 ottobre, Negroponte ha detto di essere venuto a portare un “semplice messaggio”: che gli Stati Uniti hanno “interessi profondi e durevoli” in Azerbaigian e che si tratta di “interessi importanti”, densi di implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale. Voleva dire che Washington non intende farsi da parte e lasciare spazio a Mosca nel Caucaso meridionale.

Sullo sfondo del conflitto di agosto nel Caucaso, il Mar Caspio è diventato un punto focale. Era inevitabile. Al centro c'è la determinazione di Washington a impedire la partecipazione russa alla catena di fornitura energetica europea. Per citare Ariel Cohen, del think-tank conservatore statunitense Heritage Foundation, “Da agosto i diplomatici statunitensi sono concentrati a rafforzare la posizione geopolitica degli Stati Uniti tutt'attorno al Caspio, comprese Baku, [la capitale del Turkmenistan] Ashgabat e Astana”.

Russia sta avendo la meglio nella regione. Nonostante i notevoli sforzi diplomatici degli Stati Uniti ad Ashgabat – visitata l'anno passato da più di 15 delegazioni americane – il Turkmenistan, che già esporta circa 50 miliardi di metri cubi di gas attraverso la Russia, ha reagito positivamente alle aperture di Mosca. Ha deciso di aderire ai termini di un accordo dell'aprile 2003 in base al quale praticamente tutte le sue esportazioni verranno gestite dalla Russia “fino a tutto il 2025”, e si prevede che le esportazioni di gas turkmeno verso la Russia aumentino fino a 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2009, non lasciando praticamente alcuna eccedenza per le compagnie occidentali. Ashgabat si è anche impegnata per la costruzione di un gasdotto verso la Russia via Kazakistan lungo la costa orientale del mar Caspio.

Decisiva è stata l'offerta russa di comprare il gas turkmeno a “prezzi europei”, lo stesso approccio adottato da Mosca per assicurarsi il controllo delle esportazioni del gas kazako e uzbeko. La Russia ha poi fatto un'offerta simile all'Azerbaigian, che Baku sta prendendo in considerazione. L'Azerbaigian costituiva il vero successo della diplomazia petrolifera statunitense di era post-sovietica. Clinton l'ha letteralmente strappato dall'orbita della Russia negli anni Novanta riuscendo nell'impresa apparentemente impossibile di promuovere l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [BTC].

Adesso l'Azerbaigian sta rientrando nell'orbita di Mosca. Sta negoziando con la Russia un incremento della capacità annua dell'oleodotto Baku-Novorossiisk. La riduzione della partecipazione agli oleodotti Baku-Supsa e BTC, promossi dagli Stati Uniti, che hanno una capacità massima di 60 milioni di tonnellate annue e potrebbero facilmente gestire le esportazioni petrolifere azere, è un grande successo per la Russia.

La posizione decisa della Russia nel Caucaso ha attirato l'attenzione di Baku. Baku comprende la rinascita della Russia nel Caucaso meridionale, e il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev non ama il carattere volubile del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Ad agosto a causa del conflitto l'Azerbaigian avrebbe potuto perdere 500 milioni di dollari per la sospensione del trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti Baku-Supsa e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e il nuovo interesse di Baku per l'oleodotto russo deriva dal desiderio di proteggere le relazioni con Mosca.

Le conseguenze per Washington sono gravi. Qualsiasi riduzione delle esportazioni azere via BTC potrebbe influire sull'efficacia dell'oleodotto, che è stato un pilastro della diplomazia petrolifera statunitense nel Caspio pompando 1 milione di barili di petrolio al giorno dall'Azerbaigian alla costa mediterranea della Turchia, da dove gran parte delle forniture viene poi trasportata in Europa. L'oleodotto BTC sembra al sicuro, per ora, ma si trova sotto l'occhio sempre più vigile di Mosca.

Altri punti di domanda sono emersi in merito al futuro del gasdotto Nabucco, che, se realizzato, aggirerebbe il territorio russo e porterebbe il gas del Caspio dall'Azerbaigian al mercato europeo attraverso la Georgia e la Turchia. Cosa succede se l'Azerbaigian accetta l'offerta russa di comprare il suo gas a “prezzi europei”? Il conflitto nel Caucaso ha inferto un colpo fatale al futuro di Nabucco?

La Russia è in vantaggio
C'è invero una nuova ambivalenza nella geopolitica della regione. In tutta l'Europa Occidentale, l'Eurasia e la Cina i paesi stanno assimilando quello che è successo nel Caucaso in agosto e stanno valutando la propria posizione nei confronti di una Russia in ripresa
. Vogliono accordarsi con la Russia. La Russia ne è uscita vincitrice.

La guerra in Georgia ha in qualche modo turbato le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea. La dichiarazione finale del summit dell'Unione Europea tenutosi il 1° settembre sottolineava la necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma le possibilità di scelta dell'Unione Europea sono anch'esse limitate. L'Europa ha appuntato le proprie speranze su Nabucco, ma quest'ultimo può essere attuato solo con la partecipazione della Russia. Claude Mandil, ex capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ha detto recentemente in un'intervista con il quotidiano russo Kommersant': “C'è una grande quantità di petrolio e gas in Asia Centrale, ma comunque meno che in Russia o in Iran”.

Mandil, che consiglia il presidente francese Nicolas Sarkozy sulle questioni energetiche, ha criticato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'Europa per isolare la Russia, che ha definito “controproducenti”. Ha detto: “L'Unione Europea dovrebbe decidere da sola in merito alla sicurezza energetica. Gli Stati Uniti a loro volta dipendono ampiamente dalle esportazioni petrolifere dal Venezuela, ma nessun membro dell'Unione Europea dice a Washington che è tempo di occuparsi di quel problema”.
Anche la Cina riconosce il consolidamento della Russia nella regione del Caspio e dell'Asia Centrale. Un editoriale apparso sul People's Daily agli inizi di settembre osservava che la diplomazia centro-asiatica della Russia è stata “coronata da grande successo”. Notava che le visite dei leader russi alle capitali centro-asiatiche in agosto avevano contribuito a “consolidare e rafforzare” i legami di Mosca con la regione e avevano riportato “risultati sostanziali” nel settore della cooperazione energetica.

Così concludeva l'editoriale cinese: “Su uno sfondo globale contraddistinto da crescenti conflitti con l'Occidente, la spola diplomatica ad alto livello dei leader russi rafforzerà la posizione strategica della Russia nell'Asia Centrale, consoliderà il controllo delle risorse energetiche e contribuirà a coordinare le posizioni della Russia e dei paesi centro-asiatici sulla questione transcaucasica”. Pechino ha ovviamente compiuto una valutazione realistica delle proprie opzioni in Asia Centrale.

Di fatto, durante la visita del primo ministro russo Vladimir Putin a Tashkent l'1-2 settembre, la Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto con una capacità di 26-30 miliardi di metri cubi (bcm) annui per portare il gas turkmeno e uzbeko verso l'Europa. Un simile gasdotto minerà il piano statunitense di sviluppare una rotta energetica transcaspica che aggiri la Russia. Inoltre la russa LUKoil ha annunciato progetti per produrre 12 bcm di gas all'anno nei giacimenti uzbeki di Kandym e Gissar.

Tutto considerato, dunque, la visita di Rice in Kazakistan si è svolta in un pessimo clima. Né l'Azerbaigian né il Kazakistan sembrano sensibili alle proposte statunitensi di dirottare le esportazioni energetiche aggirando la Russia. Entrambi sperano di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma non al costo di attaccar briga con la Russia. In una conferenza stampa con Rice ad Astana, domenica 5 ottobre, il Ministro degli Esteri kazako Marat Tazhin ha sottolineato che le relazioni con la Russia resteranno una priorità. “Posso affermare che il nostro rapporto con la Russia è semplicemente eccellente. Abbiamo ottime relazioni politiche. La Russia è un nostro partner strategico. Al contempo vorrei sottolineare che il nostro rapporto con gli Stati Uniti ha uno stabile carattere strategico”.

Apparentemente né Tazhin né il presidente kazako hanno preso alcun impegno con Rice riguardo ai gasdotti e agli oleodotti che godono del sostegno degli Stati Uniti. Anzi, parlando alla stampa con il presidente russo Dmitrij Medvedev dopo il forum sulla regione di confine russo-kazaka svoltosi ad Aktyubinsk, Kazakistan, il 22 settembre, Nazarbayev ha detto che il Kazakistan nel 2009 aumenterà la propria produzione petrolifera di 12 milioni di tonnellate metriche e intende pompare il petrolio aggiuntivo attraverso la Russia. “È molto importante che il petrolio kazako passi attraverso la Russia”, ha detto.

Il rompicapo di Kashagan
Nazarbayev ha accennato al fatto che Astana vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per trasportare il greggio kazako dal giacimento di Kashagan, nel 2012-2013, al terminal russo sul Mar Nero. Nurlan Balagimbayev, consigliere di Nazarbayev, ha detto giovedì che il Kazakistan è interessato all'acquisto di un ulteriore 13,7% di quote azionarie del Consorzio che appartengono a BP e Oman, mentre la Russia dispone del 24% oltre a Chevron, Shell ed ExxonMobil.

Rice avrebbe voluto usare la sua visita ad Astana per verificare la questione di Kashagan. È previsto che il Kazakistan e un gruppo di compagnie petrolifere occidentali guidate dall'italiana Eni finalizzino i dettagli del futuro di Kashagan il 25 ottobre prossimo. Ci si aspetta la creazione di una nuova compagnia, e le singole compagnie - Eni, Shell, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings e la kazaka KazMunaiGas – probabilmente controlleranno diversi aspetti della gestione, come la produzione o il trasporto.
Si stima che Kashagan contenga 7-9 miliardi di barili ed è indubbiamente il gioiello della corona del Bacino del Mar Caspio. Probabilmente serviranno diverse rotte di trasporto per consegnare il petrolio di Kashagan ai clienti, e si renderà necessario anche costruire nuovi oleodotti. Rice potrebbe aver dato inizio alle accese rivalità che precederanno l'inizio della produzione: sta per cominciare la battaglia per Kashagan.

Le rotte di trasporto per Kashagan avranno un impatto vitale sull'efficienza economica a lungo termine dell'oleodotto BTC. Ma per ora Astana non ha mostrato alcuna fretta di affidare il petrolio di Kashagan al BTC. Kazakistan potrebbe voler prendere tempo e sincronizzarsi così con l'atteso completamento da parte della Russia dell'oleodotto dalla Siberia Orientale al Pacifico (ESPO), previsto per il 2020, che esporterà il greggio verso i mercati asiatici.

Il Ministro russo dell'Energia Sergei Šmatko ha detto mercoledì che la compagnia di stato kazaka KazTransOil è interessata a trasportare il petrolio kazako attraverso l'ESPO. “I nostri partner kazaki guardano al progetto con grande interesse ed entusiasmo. Ne siamo felici”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione della tratta dell'ESPO compresa tra Talakan e Taishet. La tratta Taishet-Talakan dell'ESPO è stata completata a settembre, mentre il completamento della restante tratta fino a Skovorodino, vicino al confine con la Cina, è previsto per la fine del 2009.

Astana deciderà di affidare la sua produzione petrolifera – stimata sui 150 milioni di tonnellate l'anno entro il 2015 – attraverso l'ESPO? Se accadrà ne trarrà un enorme beneficio la Cina, e la geopolitica della regione del Caspio subirà una trasformazione storica.

L'“alleanza del petrolio” russo-kazaka
Rice ha affermato con finta indifferenza che “Non si tratta di una specie di gara per l'amicizia del Kazakistan tra i paesi della regione”. Ma è del tutto ovvio che Washington è innervosita dagli allarmanti segnali di avvicinamento a Mosca lanciati dal Kazakistan. Astana ha dato il proprio appoggio alla campagna russa nel Caucaso e ridotto i propri investimenti in Georgia. Se Rice sperava di incoraggiare il Kzakistan a opporsi alla “prepotenza” russa, è rimasta delusa.

Alla vigilia dell'arrivo di Rice ad Astana Nazarbayev ha detto: “Sono stato personalmente testimone del fatto che la Georgia ha attaccato per prima. L'8 agosto mi trovavo a Pechino con il signor Putin quando è giunta la notizia. Credo che la copertura mediatica di quei fatti fosse distorta. Chiunque si possa incolpare del conflitto, i fatti sono già abbastanza gravi”.

Dall'inizio della sua presidenza, il 7 maggio 2008, Medvedev ha visitato il Kazakistan tre volte. Durante l'ultima visita ha fatto una promessa: “Noi [la Russia e il Kazakistan] continueremo ad accrescere la produzione ed esportazione degli idrocarburi, a costruirere nuovi gasdotti e oleodotti quando sarà vantaggioso e necessario e ad attirare investimenti su vasta scala nel settore dell'energia e del combustibile”.

Mercoledì, mentre si trovava in visita ad Almaty, la città più grande del Kazakistan, l'influente capo del comitato per la CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) del parlamento russo, Vadim Gustov, ha lanciato l'idea della creazione di un mercato energetico comune tra la Russia e il Kazakistan. Ha detto che un'“alleanza petrolifera” sarebbe reciprocamente vantaggiosa.

“Un mercato energetico comune russo-kazako contribuirebbe a sviluppare la cooperazione energetica, a fornire ai mercati domestici risorse energetiche a prezzi convenienti e a incrementare le forniture energetiche a paesi terzi”, ha detto Gustov.

Secondo Gustov la Russia e il Kazakistan dovrebbero sviluppare e adottare una concezione comune del mercato energetico, che potrebbe fare da base per lo spazio della Comunità Economica Eurasiatica.
È evidente che Washington fatica a tenere il passo con la diplomazia russa. A peggiorare le cose, la crisi finanziaria ha eroso la credibilità degli Stati Uniti. L'intera ideologia dello sviluppo economico propagandata nella regione dai diplomatici statunitensi appare ora screditata.

C'è un profondo simbolismo politico nel fatto che l'Islanda abbia espresso “disappunto” nei confronti del mondo occidentale e si sia rivolta a Mosca per un prestito di 4 miliardi di euro (5,5 miliardi di dollari) per salvare la sua economia dall'imminente bancarotta. Immagini del genere lasciano impressioni difficili da cancellare nelle steppe dell'Asia Centrale.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 10 ottobre 2008

Etichette: , , , , , , , ,

martedì, settembre 16, 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

Etichette: , , , , , , , , ,

venerdì, settembre 05, 2008

All'ombra del conflitto caucasico: alcuni dati interessanti

La preziosissima Winthrop 360 ha esattamente il post che fa per me: riassume cioè alcune cose interessanti che sono successe nell'ultimo mese e sono state messe in ombra dalla guerra (anche di informazione) in Ossezia del Sud. Molte di queste cose hanno a che fare con l'energia e l'economia, dunque le riprendo ampliandole e integrandole con alcuni dati raccolti da me. Anche queste, credo, ci torneranno utili.

Il Kazakistan ha proposto una tassa sull'estrazione del petrolio (dal 7% al 20% del valore di mercato). Non influisce sui PSA (Production Sharing Agreement, cioè i contratti firmati tra un governo e le compagnie che riguardano la quantità di materie prime, solitamente petrolio, assegnata a ciascuna di esse) e il giacimento di Tengiz ma è comunque un fattore negativo per le multinazionali occidentali.

***

In Australia diversi esponenti del governo si sono opposti alla vendita di uranio alla Russia. Le autorità russe hanno risposto che se le imprese russe vengono messe in difficoltà in Australia lo stesso accadrà a quelle australiane in Russia (per esempio la BHP Billiton, il colosso anglo-australiano delle materie prime interessato alle miniere russe). Pochi giorni dopo un gruppo industriale che rappresenta le maggiori compagnie minerarie australiane ha dichiarato che della Russia ci si può fidare.
Un commento di Tat'jana Sinicyna per RIA Novosti è un po' più chiaro sulla questione: l'accordo tra Russa e Australia era stato firmato il 7 settembre 2007 e molto semplicemente stabiliva che la Russia avrebbe comprato uranio per il valore di un miliardo di dollari all'anno dall'Australia che ne ha in surplus (il 40% delle riserve mondiali). La Russia garantiva che l'uranio sarebbe rimasto militarmente "sterile" e sarebbe stato usato per scopi pacifici (del resto la Russia per gli scopi militari usa il proprio uranio, le cui riserve sono le terze al mondo). Però, cosa interessante, l'accordo non è attivo, partirà solo dal 2015. Né del resto il documento è stato ratificato dai parlamenti, dunque è ancora un pezzo di carta con gli autografi dei due presidenti. Chi cerca di bloccare questo accordo lo fa sapendo di non rischiare nulla al momento: saranno probabilmente altri a risentirne, tra sette anni. E come fa notare giustamente Sinicyna l'uranio non è carbone, non basta spalarlo nelle fornaci qua e là, richiede lo sviluppo di tecnologie sofisticate: "Immaginate che le compagnie australiane abbiano già cominciato a investire in impianti e tecnologie in attesa di accordi con i futuri soci russi, mentre i loro politici se ne escono con dichiarazioni che contrastano con i loro interessi. È chiaro chi sarà a perderci".
Link: (RUS) (ENG)

***

La Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto che trasporterà fino a 30 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale turkmeno e uzbeko verso la Russia (già visto nei precedenti post).

***

Mentre Berlusconi era in Libia per firmare l'accordo di cooperazione con Gheddafi è stato raggiunto da Sergej Ivanov; la Russia mira a costruire un altro gasdotto verso l'Europa.

***

L'Armenia ha dichiarato che l'Iran entro il 2010 soddisferà il 100% dei suoi bisogni energetici, parzialmente in cambio di elettricità (importando 3,3 miliardi di kilowatt all'ora via Tabriz nel nord-ovest dell'Iran).

***

Gazprom ha firmato un importante memorandum di intesa con la Nigeria per la creazione di una joint venture che si occuperà di "prospezione, produzione e trasporto di idrocarburi", di "realizzare un sistema per convogliare e valorizzare il gas associato" e di "costruire centrali elettriche in Nigeria".

***

Come conseguenza della crisi nel Caucaso la Russia potrebbe riprendere in considerazione il progetto di costruire una ferrovia che colleghi direttamente Armenia e Iran: è questo l'esito di un recente incontro tra Medvedev e il presidente armeno Sargsyan.

***

Gazprom Neft, il braccio petrolifero di Gazprom, ha firmato un accordo per sviluppare il giacimento petrolifero iraniano di Azadegan Nord ed estrarre petrolio da altri tre giacimenti (Shurum, Kukh-i-Rig e Dudru). Mentre le compagnie occidentali stanno lasciando l'Iran (la francese Total se n'è andata all'inizio dell'estate, la spagnola Repsol YPF e la Royal Dutch Shell si sono ritirate dallo sviluppo della 13ma fase di South Pars), aumenta invece la presenza delle compagnie russe.

***

I britannici e i russi sono giunti a un accordo su TNK-BP dopo la lunga disputa per il controllo della joint venture: BP ha accettato di sostituire la dirigenza accogliendo le richieste dei partner russi.

***

La Russia e la Turchia sono state sull'orlo di una guerra doganale: la stampa turca ha riferito che la scorsa settimana migliaia di camion turchi sono rimasti bloccati alla frontiera russa perché la Russia ha irrigidito il regime doganale quando la Turchia ha consentito il passaggio attraverso il Bosforo delle navi da guerra americane dirette nel Mar Nero. In risposta la Turchia ha dichiarato che i cargo in arrivo dalla Russia dovevano essere ispezionati più scrupolosamente. Negli ultimi giorni i due paesi hanno però dichiarato di non essere interessati a un peggioramento delle relazioni. Secondo gli esperti sarebbe la Turchia a perderci di più. Le esportazioni russe verso la Turchia sono costituite prevalentemente da risorse energetiche (il 29% del petrolio e il 63% del gas naturale consumato dalla Turchia vengono dalla Russia). La Turchia esporta tessuti, veicoli, attrezzature, farmaci e prodotti alimentari. Inoltre in Russia lavorano attualmente più di 150 società edilizie turche.

***

Sempre a proposito di Turchia, la moglie di Matthew Bryza, vice assistente segretario di stato americano, che si chiama Zeyno Baran ed è senior fellow e direttrice del Centro per la Politica Eurasiatica allo Hudson Institute [fondazione che fa parte di un gruppo di istituti ferocemente neoconservatori] ha scritto il 29 agosto un articolo sul Wall Street Journal intitolato "Will Turkey abandon NATO?" (La Turchia intende abbandonare la NATO?), nel quale si chiedeva appunto da che parte stia andando la Turchia (cogliendo segnali di tentennamento e di apertura verso la Russia e soprattutto l'Iran).

Etichette: , , , , , , ,

martedì, settembre 02, 2008

La proposta che non potevano rifiutare

E dunque (per l'antefatto e i dettagli si veda il post precedente) la Russia e l'Uzbekistan oggi si sono effettivamente accordati sulla costruzione di un nuovo gasdotto per il gas naturale uzbeko e turkmeno e sull'allineamento del prezzo del gas uzbeko con i prezzi europei.
Secondo gli esperti il nuovo gasdotto permetterà a Mosca di conservare il monopolio sulle esportazioni di gas dall'Asia Centrale verso l'Europa, rafforzandone dunque l'influenza nella regione.
Fonte: Lenta.ru (RUS)
Vzgljad, citando le parole di Putin, riferisce anche che i due paesi estenderanno la cooperazione tecnico-militare (compresa la fornitura di nuovi sistemi d'arma).

Etichette: , , ,

lunedì, settembre 01, 2008

Tigri dell'Amur, aeroporti tagiki e gas uzbeko

Mentre il servizio fotografico "Putin e la tigre" faceva il suo lavoro circolando a Ovest con tutto quello schietto carico simbolico che sappiamo e accontentava nello stesso tempo gli animalisti e i nostalgici della memorabile partita di pesca a Tuva (quella in cui Putin mostrava il possente torace e dimostrava di saper camminare sull'acqua), il presidente e il primo ministro russi si dividevano i compiti in due visite interessanti, che riporto e riassumo qui perché magari tornano utili:

Dmitrij
Medvedev e il presidente tagiko Emomali Rakhmon si sono accordati per consentire al Ministero della Difesa russo di usare l'aeroporto di Gissar, nel Tagikistan. La nuova base aerea è destinata a cambiare l'equilibrio delle forze nell'Asia Centrale e la politica estera di Dushanbe.
Gli esperi hanno collegato questo accordo con un trasferimento di armi per il valore di 1 miliardo di dollari al Tagikistan.
La base di Gissar, risalente all'epoca sovietica, e la base russa di Kant nel vicino Kirgizistan possono ricevere elicotteri, aerei d'attacco al suolo e velivoli da trasporto militare.
L'aeronautica militare russa attualmente usa tre aeroporti tagiki a Kulyab, Dushanbe e Kurgan-Tyube.
Grazie alla base di Gissar, la Russia sarà in grado di condurre operazioni di ricognizione più efficaci e di posizionare le sue forze regionali più rapidamente. Secondo Andrej Grozin, capo del dipartimento per il Kazakistan e l'Asia Centrale all'Istituto di Studi della CSI, Gissar potrebbe anche accogliere i bombardieri strategici russi se venissero allungate le piste e aggiunti altri depositi di carburante. Lo scorso inverno il Tagikistan aveva preferito politiche di cooperazione militari multivettoriali. Un reparto francese di stanza a Dushanbe fornisce supporto logistico a elementi dell'aeronautica francese in Afghanistan. Inoltre il governo tagiko non ha ancora deciso se permettere all'aeronautica indiana di usare un aereoporto ad Aini.
Sulla nuova politica tagika ha pesato il trasferimento di vecchie armi russe a Dushanbe, che permetterebbe alle forze armate tagike di disporre di uno dei più grandi arsenali della regione.
"I presidenti Rakhmon e Medvedev hanno ripetutamente negoziato faccia a faccia all'ultimo summit della Shanghai Cooperation Organization, e il leader tagiko ha appoggiato le azioni russe nel Caucaso", ha dichiarato Grozin al giornale. Pare che i mutamenti delle relazioni con l'Occidente abbiano reso la Russia meno esitante nella sua politica in Asia Centrale.
Fonte: RBK daily (RUS)

***

Missione più difficile per Vladimir Putin, che oggi è arrivato in Uzbekistan per tentare di riportare il paese nella sfera di influenza russa e assicurarsi che gli Stati Uniti non tornino a usare le loro basi militari sul suolo uzbeko. L'incontro tra E. Dempsey, del comando centrale statunitense, e il Ministro della Difesa uzbeko Ruslan Mirzayev, svoltosi a Tashkent alla fine di agosto, ha aumentato i timori di Mosca, preoccupata per la convergenza tra l'Uzbekistan e l'Occidente che si è accelerata dopo il conflitto nel Caucaso. Lo scontento del Cremlino è accresciuto dal fatto che il presidente uzbeko Islam Karimov non ha approvato pubblicamente le recenti azioni russe nel Caucaso [si veda qui, per le reazioni delle repubbliche dell'Asia Centrale] né il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud.
Dunque, per impedire a Tashkent di cercare alleati a Ovest, Mosca intende fare all'Uzbekistan una proposta che non può rifiutare: un contratto a lungo termine (2009-2020) per l'acquisto di gas naturale uzbeko a prezzi europei.
Putin intende anche convincere Islam Karimov ad acconsentire alla costruzione di un gasdotto tra Uzbekistan e Russia, mirato ad accrescere la capacità del sistema attuale portandola dai 45 miliardi di metri cubi l'anno attuali a 80-90 miliardi di metri cubi. Per riuscirci Putin non proporrà solo un nuovo prezzo per il gas, ma rinnoverà le offerte di investimento di Gazprom nel programma di prospezione nel distretto di Ustyurtsky.
Se Tashkent rifiuta l'offerta Mosca ha un piano B, stando a una voce di Gazprom. A luglio, Aleksej Miller di Gazprom ha infatti discusso con il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov la costruzione del gasdotto caspico, con una capacità di 20 miliardi di metri cubi l'anno e un altro gasdotto principale in grado di trasportare fino a 3 miliardi di metri cubi.
Fonte: Kommersant' (RUS)

[Meno attraenti del fascino stregatigri dell'uomo che tutti amano odiare e odiano amare, ma, ripensandoci: un bel po' interessanti, queste notizie centroasiatiche].

Etichette: , , , , , ,

lunedì, agosto 25, 2008

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

[Dato che una parte importante della partita tra Russia e Stati Uniti (e non solo, date le bellezze energetiche della regione) si svolge in Asia Centrale, dove sono presenti basi militari americane (gli Stati Uniti sono stati sfrattati dalla base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan ma sono presenti a Gansi in Kirghizistan, dove prevedono un ampliamento della base, e stanno trattando per migliorare i rapporti militari bilaterali con il Turkmenistan; ma neanche in Uzbekistan tutto è perduto, dato che a Termez stazionano 300 soldati tedeschi), ho pensato fosse interessante vedere quale è stata la reazione delle ex-repubbliche sovietiche centroasiatiche al conflitto nel Caucaso e come si sono destreggiate tra SCO/CSTO e USA. Lo so, ho esaudito un sogno].

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

Aleksandr Šustov

La "guerra dei cinque giorni" in Ossezia Meridionale, conclusasi con la rapida sconfitta delle forze georgiane da parte della 58ª armata russa, è stata vissuta come uno shock dalle vicine repubbliche post-sovietiche. Nonostante i molti avvertimenti della leadership russa sulla probabilità di uno scenario di guerra nessuno si aspettava che la reazione di Mosca potesse essere così rapida e dura. Era la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia ricorreva all'uso della forza militare contro un'ex-repubblica sovietica e questo precedente ha messo in una situazione difficile i paesi della CSI, molti dei quali, come la Georgia, hanno questioni etnico-territoriali irrisolte con gli stati vicini.

In questo contesto assumono particolare interesse i paesi dell'Asia Centrale, spesso associati geopoliticamente al Caucaso Meridionale. Le analogie tra l'Asia Centrale e il Caucaso sono state bene descritte da Z. Brzezinski nel suo La grande scacchiera. Fondamentalmente ciò che accomuna le due regioni è la mescolanza etnica, l'assenza di confini nazionali che coincidano con quelli delle diverse zone etniche e il carattere incompiuto dell'entità statale. Tutto ciò ha permesso a Brzezinski di definire l'Asia Centrale “Balcani eurasiatici”, la regione che gli strateghi americani stanno adocchiando ora che il dominio degli Stati Uniti sui Balcani europei è un fatto compiuto. [1]

Sul piano delle valutazioni ufficiali del conflitto in Ossezia Meridionale i paesi dell'Asia Centrale si sono divisi in due gruppi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan hanno espresso con relativa chiarezza la propria posizione, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan non hanno reagito in alcun modo. Inoltre i mezzi di informazione uzbeki e turkmeni, rigidamente controllati dai rispettivi governi, per molto tempo non hanno neanche dato la notizia che in Ossezia del Sud c'era una guerra e che le truppe abkhaze stavano cacciando i soldati georgiani dalla gola di Kodori.

Il conflitto armato in Ossezia del Sud nella sua fase decisiva non è stato trattato da nessuno dei giornali ufficiali uzbeki. Le informazioni sulla guerra non sono trapelate nemmeno dai siti delle agenzie di informazione. Solo il giornale Večernij Taškent ha pubblicato due brevi articoli, uno dei quali diceva che un aereo del ministero russo per le Situazioni di Emergenza che trasportava aiuti umanitari era atterrato a Vladikavkaz e che il primo ministro russo Putin era giunto nella città, mentre l'altro dava notizia delle sedute di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio NATO, ma la ragione di questi sviluppi è rimasta ignota ai lettori del quotidiano. Inoltre sul canale televisivo informativo Achborot è stato trasmesso un breve reportage sui combattimenti a Tskhinvali, basato su materiali della tv russa. [2]

I mezzi di informazione turkmeni hanno ignorato la guerra nel Caucaso tacendola completamente. La televisione ha invece continuato a trasmettere ogni mezz'ora la lettura del Ruchnama [lett. “Libro dell'Anima”, guida spirituale per la nazione, opera - secondo la fonte ufficiale turkmena - deGl primo presidente Niyazov, N.d.T.] e ha informato gli spettatori che in uno zoo cinese era nato un panda. L'unica fonte di informazione sul Caucaso a disposizione dei cittadini turkmeni è stata la tv satellitare. [3]

La reazione di Kazakistan e Kirghizistan è stata molto più attiva. Il primo a rilasciare una dichiarazione sui fatti dell'Ossezia Meridionale è stato il presidente del Kazakistan N. Nazarbaev, che quando è scoppiata la guerra si trovava all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. È stato proprio durante l'incontro con Nazarbaev che V. Putin ha dichiarato che l'attacco della Georgia contro Tskhinvali non sarebbe rimasto senza risposta. Il tono della replica del presidente del Kazakistan è stato positivo e neutrale. “In Ossezia del Sud opera una missione di pace su mandato della CSI”, ha dichiarato Nazarbaev. “Il governo georgiano ha sbagliato. Non ci ha messo al corrente delle sue intenzioni, non ci ha avvertito di una tale intensificazione del conflitto. Ritengo che non esistano alternative a una risoluzione pacifica del problema”. [4]

Anche la posizione espressa dal leader kazako il 13 agosto durante un incontro con il presidente del Kirghizistan è apparsa complessivamente favorevole alla Russia. Commentando gli sviluppi nel Caucaso, Nazarbaev ha dichiarato che “il principio dell'integrità territoriale è riconosciuto dalla comunità internazionale. Nei documenti adottati dalla CSI tutti noi condanniamo il separatismo. Ma le questioni internazionali complesse devono essere risolte con metodi pacifici e con il dialogo. Non sussiste la possibilità di risolvere militarmente questi conflitti”. [5]

La posizione del Kirghizistan, che attualmente è alla presidenza della CSI, è apparsa piuttosto neutrale. Secondo Bakiev, “la vera strada verso la risoluzione degli attuali problemi tra Georgia e Ossezia del Sud, in conformità con le norme comunemente accettate del diritto internazionale, sta esclusivamente sul piano politico”. [6] Condannando in questo modo l'offensiva militare georgiana, i leader del Kazakistan e del Kirghizistan si sono astenuti da valutazioni decisamente positive o negative dell'intervento militare russo.

In una certa misura, l'assenza di reazioni ufficiali da parte della maggioranza dei paesi della CSI alla guerra in Ossezia Meridionale è stata compensata dalla dichiarazione dell'Assemblea Parlamentare della CSTO, della quale fanno parte – oltre alla Russia, alla Bielorussia e all'Armenia – quattro dei cinque paesi dell'Asia Centrale: il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan. La CSTO ha praticamente riecheggiato la posizione di Mosca: “Con il pretesto di ristabilire l'integrità territoriale la Georgia ha in effetti compiuto atti di genocidio nei confronti del popolo osseto. Tutto ciò ha causato una catastrofe umanitaria. La campagna militare di Tbilisi, che ha soffocato il nascente dialogo politico tra le parti, ha distrutto la prospettiva di una soluzione pacifica del conflitto”. [7]

Oltre che da una naturale riluttanza a rovinare i rapporti con i paesi occidentali, con i quali i governi dell'Asia Centrale hanno legami politici ed economici piuttosto stretti, l'atteggiamento di questi paesi nei confronti della “guerra dei cinque giorni” è determinato da un altro fattore cruciale. In tutte le dichiarazioni dei presidenti del Kirghizistan e del Kazakistan si invoca l'“integrità territoriale della Georgia”. Essendo consapevoli che ci sono buone probabilità che la Russia riconosca l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, e conseguentemente le incorpori nella Federazione Russa, i paesi dell'Asia Centrale sono preoccupati che simili scenari possano ripetersi nei loro territori, e dunque adottano un atteggiamento prudente.

È interessante passare in rassegna le valutazioni degli esperti centro-asiatici sulla “guerra dei cinque giorni”. Così, il politologo kirghizo М. Sariev interpreta i fatti del Caucaso come un conflitto non tra Georgia e Ossezia, ma tra Russia e Stati Uniti. Secondo Sariev al prossimo incontro della SCO il Kirghizistan dovrà rispondere a severe domande sul futuro della base militare americana di Gansi sul suo territorio. In questa situazione, “il Kirghizistan, come membro della CSTO, si allineerà con la posizione russa, perché quello che è accaduto in Georgia potrebbe accadere anche qui. La Russia non si fermerà perché questa è una sfera di interesse russa, è in gioco la grande politica”. Motivando la sua posizione, Sariev osserva: “Dobbiamo capire che ci troviamo nello stesso areale culturale eurasiatico della Russia”. [8]

Un altro politologo kirghizo, Sujunbaev, osserva ragionevolmente che la “guerra dei cinque giorni” è una conseguenza del “processo del Kosovo”, che l'Occidente ha messo in moto ignorando completamente la posizione della Russia. Se quel processo evolve, può colpire anche l'Asia Centrale. Per esempio il Tagikistan o il Karakalpakstan, “la cui storia è così simile a quella dell'Ossezia o dell'Abkhazia”. Analizzando le potenziali conseguenze dell'uscita della Georgia dalla CSI, Sujunbaev nota che per la Georgia “saranno molto negative” perché possono sorgere “complicazioni nella sfera dell'emigrazione della forza lavoro in Russia, e possono essere colpite anche le relazioni commerciali”. [9] Oltre all'intensificazione dei contrasti sulla futura base militare americana in Kirghizistan, Sujunbaev prevede anche maggiori sforzi per creare basi militari straniere nel sud della repubblica. [10]

Nel complesso gli esperti kirghisi concordano sul fatto che la rivalità tra Russia e Stati Uniti sull'Asia Centrale è destinata ad aumentare, e le azioni decisive della Federazione Russa a difesa dell'Ossezia Meridionale fanno supporre che un orientamento esclusivamente filo-occidentale può comportare conseguenze drammatiche per i paesi centro-asiatici.

Note:

1. Brzezinski Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, edito in Italia nel 1998 da Longanesi.

2. Šarifov O., I mezzi di informazione uzbeki sulla guerra in Georgia: tutti zitti // fergana.ru, 13 agosto 2008.

3. Berdyeva A., I mezzi di informazione turkmeni tacciono sull'Ossezia // GÜNDOGAR, 13 agosto 2008

4. Il capo di stato Nursultan Nazarbaev ha preso parte alle cerimonie ufficiali di apertura delle Olimpiadi di Pechino // akorda.kz, 8 agosto 2008

5. Questa sera a Cholpon-Ate si è svolto un incontro tra il capo di stato Nursultan Nazarbaev e il presidente del Kirgizistan Kurmanbek Bakiev // Sito ufficiale del presidente della Repubblica del Kazakistan, 13 agosto 2008, akorda.kz

6. Il Kirghizistan intende partecipare attivamente alla risoluzione del conflitto militare in Ossezia Meridionale // fergana.ru, 11 agosto 2008.

7. I paesi della CSTO hanno condannato la Georgia per il conflitto militare in Ossezia del Sud // RIA Novosti, 13 agosto 2008.

8. Il politologo M. Sariev: il Kirgizistan dovrà rispondere sulla base militare degli Stati Uniti di Gansi // fergana.ru, 12 agosto 2008

9. Esperto kirghizo: la CSTO potrebbe dichiarare il Caucaso zona di sua responsabilità // fergana.ru, 12 agosto 2008

10. Nezavisimaja Gazeta, 12 agosto 2008

Originale: http://fondsk.ru/article.php?id=1565

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , , , , ,

Full Spectrum Dominance

Full spectrum dominance

traduzione di Andrej Andreevič

Pepe Escobar: benvenuti nella nuova guerra fredda





Pepe Escobar, analista: Cos'è successo alla battaglia contro al-Qaeda e l'islam radicale? Quella è storia vecchia. Benvenuti nella nuova guerra fredda.

Mikhail Gorbačëv, ex presidente dell'Unione Sovietica (voce dell'interprete): Penso che i segni di una nuova guerra fredda siano presenti, ma abbiamo ancora tempo per evitarla.

Escobar: In questi ultimi giorni il Golfo Persico è diventato un'attrazione secondaria. Escono di scena il cattivo Iran e il fantasma al-Qaeda; entra la nuova versione dell'Impero del Male russo, una superpotenza reale con tanto di armi nucleari. Per anni l'establishment statunitense ha esultato per la fine della guerra fredda e trattato la Russia come la Germania di Weimar. Nel febbraio 1990 Bush senior e il suo segretario di stato, James Baker, promisero a Michail Gorbačëv che la NATO non si sarebbe espansa ad est. Così scrisse Gorbačëv quando Clinton cominciò a spingere a est la NATO: "La questione non è solo se i cechi, gli ungheresi e i polacchi si uniranno alla NATO. Il problema è più serio: il rifiuto di una strategia per un nuovo, comune sistema europeo deciso da me e tutti i leader europei quando abbiamo messo fine alla guerra fredda... Mi sento tradito dall'Occidente. L'opportunità da noi colta per il bene della pace è andata perduta. L'intera idea di un nuovo ordine mondiale è stata completamente abbandonata" (Michail Gorbačëv, citato in Hang Separately, di Leon V. Sigal, 2000).

Dunque ovviamente Gorbačëv nel suo articolo pubblicato sul Washington Post ha centrato perfettamente quello che è successo in Georgia: "Dichiarando il Caucaso, una regione lontana migliaia di chilometri dal continente americano, una sfera di 'interesse nazionale', gli Stati Uniti hanno fatto un grave passo falso". Sei nazioni del Patto di Varsavia e tre ex repubbliche sovietiche ora fanno parte della NATO. Bush, Cheney e McCain vogliono fortemente che Ucraina e Georgia entrino nella NATO. Ora, immaginate se Mosca avesse fatto entrare l'Europa occidentale nel patto di Varsavia, costruito basi militari in Messico e America Centrale, posizionato un sistema missilistico di difesa a Cuba e costruito un oleodotto assieme alla Cina per trasportare petrolio venezuelano e messicano in un porto sul Pacifico e da lì in Asia, e tutto questo tagliando fuori gli Stati Uniti. È esattamente così che gli Stati Uniti hanno trattato la Russia. Ed è proprio questo che l'establishment americano vuole. Il principale consigliere di politica estera di John McCain è il falco ultraconservatore Randy Scheunemann, fino a poco tempo fa lobbista per la Georgia e inoltre personaggio chiave nella fabbricazione di intelligence fasulla per la guerra in Iraq. Robert Scheer di truthdig.com ha avanzato la possibilità che quest'ultima guerra sia stata iniziata dalla Georgia per fare emergere McCain, cosa che effettivamente è successa. Mentre McCain stava praticamente dichiarando guerra alla Russia...

(Inizio del filmato)

Senatore John McCain, candidato presidenziale USA: Oggi siamo tutti georgiani.

(Fine del filmato)

Escobar: ... Obama stava facendo surf alle Hawaii. Scheunemann, il lobbista che ha consigliato il suo caro amico Saakashvili, ha poi consigliato McCain su come demonizzare la Russia. Zbigniew Brzezinski è un falco neoliberal, consigliere politico informale di Barack Obama. Henry Kissinger, altro realista, consiglia McCain. È stato Brzezinski, il grande guerriero della Guerra Fredda (è un polacco russofobo fanatico, già consigliere di politica estera di Jimmy Carter), ad attirare i russi in Afghanistan nel 1979. A Brzezinski sarebbe piaciuto che la Georgia fosse diventata un nuovo Afghanistan. La dottrina Brzezinski è tutta contenuta in questo libro, The Grand Chessboard, pubblicato nel 1997. Il punto centrale del suo ragionamento è che l'Eurasia è la preda finale. Per controllare l'Eurasia, bisogna controllare i cosiddetti "Balcani Eurasiatici", dove si trova proprio la Georgia. A pagina 125 dell'edizione americana del suo libro, Brzezinski scrive: "... i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale preda economica: nella regione c'è un'enorme concentrazione di riserve di gas naturale e petrolio, oltre a importanti minerali, tra cui l'oro". Ma l'argomento decisivo è nell'introduzione del libro, dove dice "È imperativo che non emerga nessun concorrente eurasiatico capace di dominare l'Eurasia e quindi di sfidare l'America". McCain, nei suoi discorsi, collega la Georgia all'Afghanistan: questo è puro stile Brzezinski. Ma è stato Brzezinski stesso, in un'intervista a un settimanale tedesco, a paragonare Putin a Hitler. Nel frattempo, dall'altra parte, l'ex segretario di stato Madeleine Albright, migrata dalla cerchia di Hillary Clinton a quella di Obama, ha ripetuto più volte lo stesso messaggio.

(Inizia il filmato)

Madeleine Albright: Penso sia importante spiegare direttamente ai russi che questo è un comportamento inaccettabile.
##
Madeleine Albright, NPR, 14 agosto 2008: Dobbiamo far sapere direttamente ai russi che consideriamo questo loro comportamento inaccettabile nel XXI secolo.

(Fine del filmato)

Escobar: Un momento: non era stato McCain a dirlo?

(Inizia il filmato)

McCain: Ma nel XXI secolo le nazioni non invadono altre nazioni.

(Fine del filmato)

Escobar: Sempre nel campo di Obama, l'ambasciatore Richard Holbrooke, che nella cerchia clintoniana ha avuto un ruolo cruciale nella frammentazione dei Balcani negli anni '90, distribuiva informazioni false.

(Inizia il filmato)

Richard Holbrooke, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite: I russi stavano fornendo finanziamenti e supporto ai separatisti osseti, che a loro volta provocavano i georgiani. I russi hanno deliberatamente causato tutto questo e hanno fatto in modo che accadesse durante le Olimpiadi.

(Fine del filmato)

Escobar: Il conservatore realista Pat Buchanan e il sito di analisi geopolitica stratfor.com hanno ammesso che, in realtà, sono stati i georgiani a far coincidere la cosa con le Olimpiadi.

"Perché i georgiani hanno scelto di invadere l'Ossezia del sud la notte di giovedì?... La mossa georgiana è stata premeditata... è molto difficile immaginare che i georgiani abbiano lanciato il loro attacco contro la volontà degli Stati Uniti".

Escobar: Pochi giorni dopo, mentre tutti guardavano le Olimpiadi, gli Stati Uniti e la Polonia firmavano un accordo per dispiegare dei missili intercettori statunitensi in Polonia, il peggiore allarme rosso nucleare dai tempi della crisi dei missili a Cuba del 1962. Se Obama diventasse presidente, fermerebbe simili provocazioni statunitensi e NATO? No, se continua a fare ciò che sta facendo, cioè ascoltare Brzezinski. Ed è una cosa di famiglia: suo figlio, Ian Brzezinski, è l'attuale vice assistente segretario della difesa per gli affari europei e della NATO. La sfera di cristallo di Brzezinski ha inoltre indovinato cosa sarebbe avvenuto in Georgia. Lo scorso giugno, durante un audizione al senato USA, Brzezinski ha detto che "La Russia sta cercando di destabilizzare la Georgia per prendere controllo dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il BTC". Ha dimenticato di dire di avere "venduto" personalmente il BTC a Baku nel 1995: è una sua creatura. Ma così ha espresso chiaramente la strategia statunitense: spingere per la costruzione di un oleodotto attraverso l'Asia Centrale, attraverso l'Afghanistan verso sud, cosa che espanderà al massimo l'accesso mondiale ai mercati dell'Asia Centrale. Quindi il motto neo-conservatore "La Russia deve essere punita" e quello neo-liberale realista condiviso dal Dipartimento di Stato "La Russia deve essere isolata, specialmente in Eurasia", in un certo senso si sovrappongono. Per Brzezinski, Holbrooke e Albright, i cosiddetti realisti, si tratta di dominazione totale sull'Eurasia così come è stata teorizzata da Brzezinski. Ed è qui che McCain e Obama sono in sintonia. Questo piano di accerchiamento strategico della Russia non può funzionare in alcun modo. San Pietroburgo è a soli 96 chilometri dalla NATO: l'Estonia è un membro dell'alleanza. La contromossa di Putin sta nel ristabilire la sfera russa di influenza nell'ex Unione Sovietica. Nessuno ha fatto attenzione al suo importante discorso a Monaco lo scorso anno? McCain era lì. Robert Gates, segretario della difesa statunitense, ex cremlinologo, era lì anche lui. Putin ha detto che la Russia non avrebbe più accettato il superpotere americano. Putin ha detto: "Che cos'è un mondo unipolare? Si riferisce ad un solo tipo di situazione, un centro d'autorità, un centro di forza, un centro dove si prendono decisioni. È un mondo dove c'è un solo capo, un sovrano. Questo è pernicioso... inaccettabile... impossibile". Quindi questa è una guerra tra imperi? Sì, lo è. La Russia è stata un impero sovra-etnico per secoli. Non si tratta qui di Georgia e Ossezia meridionale: si tratta di pressioni statunitensi per spingere la NATO e la difesa missilistica verso i confini russi, una minaccia suprema alla sicurezza nazionale russa.

(Inizia il filmato)

Gorbačëv: Gli Stati Uniti non dovrebbero pensare che il loro tentativo di risolvere militarmente ogni questione funzionerà.

(Fine del filmato)

Escobar: Ma gli Stati Uniti rinunceranno al controllo brzezinskiano sull'Eurasia, che è anche il progetto della guerra al terrore? È improbabile. McCain e Obama sono sulla stessa lunghezza d'onda. Quello che l'establishment vuole, indipendentemente da chi sarà eletto a novembre, è ancora il dominio assoluto.

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , , ,

sabato, maggio 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

Etichette: , , , , , , ,

martedì, dicembre 04, 2007

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Etichette: , , , , , ,

giovedì, ottobre 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

Etichette: , , , , , , , , ,

domenica, agosto 05, 2007

La SCO è carica e pronta a fare fuoco

La SCO è carica e pronta a fare fuoco
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/IH04Ag01.html

Può sembrare strano che un'organizzazione di cooperazione regionale cominci il proprio summit annuale sullo sfondo di esercitazioni militari. L'Unione Europea, l'Associazione degli Stati dell'Asia del Sud Est, l'Unione Africana, l'Organizzazione degli Stati dell'America Latina – nessuna di queste l'ha mai fatto.

Di conseguenza, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) sta attirando enorme interesse, tenendo le sue esercitazioni militari su ampia scala tra il 9 e il 17 agosto. La SCO sta dicendo forte e chiaro alla comunità internazionale che non c'è nessun "vuoto" nello spazio strategico dell'Asia Centrale che debba essere riempito da organizzazioni di sicurezza provenienti dall'esterno della regione.

Le esercitazioni, col nome in codice "Missione di Pace 2007", saranno tenute a Čeljabinsk, nel distretto militare russo del Volga-Urali ed a Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang-Uyghur. L'incontro della SCO è previsto a Bishkek, capitale del Kirgyzstan, il 16 agosto. Dopo l'incontro, in un gesto altamente simbolico, i capi di stato e i ministri della difesa di tutti i paesi membri della SCO - Cina, Russia, Kazakhstan, Kirgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan - assisteranno alla conclusione dell'esercitazione militare congiunta a Urumqi.

La SCO non ha mai tenuto un'esercitazione militare completa che coinvolgesse tutti gli stati membri. Vi parteciperanno circa 6500 militari, compresi 2000 russi e 1600 cinesi. È la prima volta che la Cina invia le proprie truppe aviotrasportate in un'esercitazione militare all'estero. Russia e Cina schiereranno rispettivamente 36 e 46 velivoli ciascuna e forniranno sei aerei militari da trasporto Il-76 per realizzare simulazioni di assalti condotti da unità aviotrasportate.

Un esperto militare cinese, Peng Guangqian dell'Accademia Cinese delle Scienze Militari, citato dal People's Daily, ha dichiarato che "L'esercitazione ha principalmente la scopo di dimostrare che la cooperazione in materia di sicurezza tra gli stati membri della SCO è aumentata, le loro capacità anti-terroristiche si sono rafforzate, le relazioni sino-russe sono migliorate e le forze armate dei paesi membri si sono modernizzate".

Il China Daily, pubblicazione di proprietà dello stato, ha sottolineato che le esercitazioni mostrano che "la cooperazione della SCO sulla sicurezza è andata oltre le questioni del disarmo regionale e dei confini, estendendosi alla gestione di minacce non tradizionali come il terrorismo, le forze secessioniste ed i gruppi religiosi estremisti".

Il Ministero della Difesa cinese ha sottolineato che le esercitazioni "non sono dirette contro altri paesi e non coinvolgono gli interessi di paesi esterni alla SCO". Il vice comandante delle Forze di Terra russe, il Generale Vladimir Moltenskoj, ha inoltre informato i media che le esercitazioni "non sono mirate contro paesi terzi".

L'OTSC abbraccia la Cina
Malgrado queste precisazioni, è fin troppo evidente che la cooperazione strategica sino-russa sta raggiungendo un livello qualitativamente nuovo. L'indicatore più importante in questo senso è che l'incontro a Bishkek potrebbe vedere la firma di un protocollo formale di cooperazione fra la SCO e l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Il documento dovrebbe definire chiaramente le tendenze di cooperazione fra le due organizzazioni di sicurezza regionale nel futuro prossimo.

Si tratta indubbiamente di uno sviluppo importante nello spazio strategico eurasiatico. La collaborazione formale proposta fra la OTSC e la SCO coinvolge in sostanza la OTSC più la Cina, poiché gli Stati membri della SCO sono già membri dell'OTSC, tranne la Cina (gli Stati membri della OTSC sono quindi la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan ed il Tajikistan).

Non può essere sfuggito a nessuno che la collaborazione di OTSC e SCO è stata formalizzata il 14 luglio, appena un mese dopo la decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione al Trattato sulle Forze armate Convenzionali in Europa (FCE). L'FCE è il primo trattato per la riduzione delle armi convenzionali stipulato fra Est e Ovest dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L'influente analista strategico russo Gleb Pavlovskij ha avvertito il 14 luglio che "la decisione di oggi non è propaganda, è una transizione ad una nuova seria fase nella costruzione di nuova struttura di sicurezza della Russia contro lo scenario del riarmo dei paesi alle nostre frontiere".

Riferendosi all'implacabile accerchiamento della Russia da parte degli Stati Uniti ha aggiunto che "praticamente tutti i paesi lungo i confini meridionali e occidentali della Russia sono pieni di missili… Nel Caucaso, nelle regioni del Mar Nero e in quelle del Caspio è in corso una folle corsa agli armamenti, supportata da paesi europei e non europei, nessuno dei quali si sente limitato dal FCE".

In questo contesto, dice Pavlovskij, Mosca preferirà optare per "nuovi equilibri contrattuali" in Europa ed in Asia. "Se i paesi di Europa e Asia sono pronti a questo, la Russia sarà la prima ad acconsentire a questi negoziati".

Nella presa di contatti istituzionali tra OTSC e SCO possiamo vedere la prima prova dei "nuovi equilibri contrattuali" cui Pavlovskij ha accennato. L'idea russa di rafforzare la OTSC per controbilanciare la NATO è ormai evidente da mesi.

La scorso dicembre, parlando al Forum sui Media della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e degli stati baltici, il vice primo ministro (contemporaneamente ministro della Difesa della Russia) Sergej Ivanov ha detto, "la prossima cosa logica da fare seguendo la strada del rafforzamento della sicurezza internazionale può essere lo sviluppo di un meccanismo di cooperazione fra la NATO e la OTSC, seguito da una chiara divisione delle sfere di responsabilità. Questo metodo ci darebbe un potere contrattuale sufficientemente affidabile ed efficace per prendere provvedimenti collettivi nelle situazioni di crisi nelle varie regioni del mondo". [corsivo aggiunto dall'autore dell'articolo]

Ivanov era di certo consapevole che la NATO non è minimamente interessata a dialogare con la OTSC (i paesi della OTSC coprono approssimativamente il 70% del territorio della ex Unione Sovietica). Da tre anni a questa parte la Russia propone una cooperazione limitata fra OTSC e NATO nel controllo del traffico di droga provenente dall'Afghanistan. Ma la NATO, su ordine di Washington, sta temporeggiando. Una coerente politica della NATO (e di Washington) è sempre stata quella di non riconoscere lo status della OTSC come organizzazione di sicurezza regionale e di dialogare piuttosto con gli Stati membri di questa su base bilaterale.

Di conseguenza, ciò che Ivanov sottolineava è che Mosca sarà assolutamente determinata a resistere all'invasione della NATO nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Mosca valuta infatti che la NATO non esiterà a espandersi ulteriormente, proponendo ad alcuni stati della CSI di entrare a far parte dell'organizzazione. La Russia si oppone a tale espansione, ma i suoi sforzi diplomatici non funzionano. L'opzione militare è diventata necessaria. Nel suo discorso, Ivanov non solo ha messo in chiaro il ruolo della OTSC in Europa, ma ha anche suggerito che Mosca vede i paesi dell'Asia Centrale della SCO, in particolare la Cina, come suoi potenziali alleati nel blocco.

Alcuni mesi dopo, in maggio, parlando ad un congresso a Bishkek sulle minacce e sulle sfide per la sicurezza nel ventunesimo secolo, il segretario generale della OTSC Nikolaij Bordjuzha ha attaccato frontalmente la NATO dicendo che questa persegue "una politica di espansione e consolidamento della propria presenza militare-politica nel Caucaso ed in Asia Centrale". Ha aggiunto che queste attività comportano "sfide e rischi" ed insidiano la stabilità dello spazio post-sovietico.

Bordjuzha ha sviluppato il discorso dicendo che la strategia statunitense per l'Asia centrale punta a causare "fratture" fra i paesi della regione da un lato e la Russia e la OTSC dall'altro. Ha detto che Washington sta tentando di riorientare gli stati centro-asiatici verso gli Stati Uniti "in una nuova formazione che comprende, oltre agli stati dell'Asia Centrale, l'Afghanistan, il Pakistan e, in futuro, l'India".

Effettivamente di recente la Russia non è riuscita a disturbare più di tanto la strategia della NATO per l'Asia Centrale. D'altra parte la NATO ha sottostimato la propria capacità di intrufolarsi in una regione dove l'influenza tradizionale della Russia era predominante e dove Mosca è determinata a mantenere quella situazione a tutti i costi.

In questi ultimi due anni, Mosca ha dato rapido impulso alla OTSC considerandola il proprio bastione contro la NATO nell'Asia Centrale. Alcuni commentatori russi prevedono che la OTSC sia destinata a trasformarsi in un nuovo Patto di Varsavia. Sia come sia, in misura quasi direttamente proporzionale all'enfasi posta da Mosca sull'OTSC, i paesi dell'Asia centrale si sono affrettati a riunirsi sotto il suo ombrello; tra essi spicca il Kazakhstan , che era tra gli "obiettivi" principali identificati dalla NATO. L'entrata dell'Uzbekistan nell'OTSC ha consolidato significativamente la portata dell'organizzazione nella regione centro-asiatica.


Convergenza Sino-Russa
Chiaramente la Cina apprezza che le contraddizioni e la lotta fra la Russia e le potenze occidentali negli anni successivi alla guerra fredda attraversino un momento di definizione. Scrivendo recentemente sul People's Daily, Wang Baofu, vice direttore dell'Istituto degli Studi Strategici affiliati all'Università Cinese della Difesa Nazionale, ha detto che "Questa mossa della Russia [la sospensione del FCE] indica in primo luogo la sua riluttanza a scendere a ulteriori compromessi unilaterali sull'importante questione della sicurezza nazionale… e, secondariamente, il suo rifiuto di rimanere indifferente mentre gli Stati Uniti tentano di schierare un sistema antimissile in Europa orientale allo scopo di spostare seriamente l'equilibrio strategico Russia-USA".

Wang ha notato che i problemi di sicurezza della Russia sono destinati a moltiplicarsi nel prevalente scenario "di squilibrio", dove gli Stati Uniti "sono impegnati a prendere o usare l'Europa per rafforzare la propria superiorità strategica nei confronti della Russia". Il 19 luglio un portavoce del ministro degli affari esteri cinese "ha preso nota della dichiarazione della Russia [sul FCE] e del suo problema di sicurezza". Il portavoce ha aggiunto che lo schieramento del sistema anti-missilistico degli Stati Uniti "insidierà la stabilità e l'equilibrio strategici internazionali. Questo non condurrà certo alla sicurezza regionale ed alla fiducia reciproca fra i paesi".

Nel frattempo, i commentatori cinesi hanno osservato che "la Russia ultimamente sembra inasprire la propria posizione diplomatica" e "il proprio atteggiamento" verso l'occidente. Quello che le valutazioni cinesi sottintendono è che la posizione "netta" di Mosca punta a mettere la Russia su una base di parità con le potenze occidentali.

A proposito dell'Asia Centrale (e dell'Afghanistan) la Cina condivide le stesse preoccupazioni della Russia, in particolare su due aspetti. In primo luogo, anche la Cina nutre gli stessi dubbi circa i disegni della NATO nell'Asia centrale. La Cina continua ad apprezzare gli sforzi russi per mantenere la NATO fuori dall'Asia centrale. Per citare un commento recente del People's Daily, "conoscendo bene l'importanza strategica dell'Asia Centrale, negli ultimi anni la NATO non ha risparmiato i propri sforzi per promuovere le relazioni con i paesi della regione. Ma per la NATO non è facile fare progressi, data la tradizionale influenza predominante della Russia in questa regione, un'influenza che Stati Uniti e l'Europa non potranno mai sperare di eguagliare.

"Concentrandosi sul potenziamento della OTSC la Russia ha mostrato una forte opposizione alla NATO. Ora ai rapporti poco amichevoli tra la Russia e la NATO si deve aggiungere la difficoltà di quest'ultima a mettere in atto la propria strategia in Asia Centrale".

Gli interessi della Cina coincidono con l'approccio russo, che mira ad aumentare l'influenza della OTSC in Asia Centrale. Il legame OTSC- SCO permette ai russi di "limitare" la NATO ai bordi sud-occidentali dell'Eurasia. E questo va nella stessa direzione degli interessi cinesi.

In secondo luogo, sta diventando sempre più evidente che sia la Russia che la Cina stanno pensando molto al concetto di Asia Centrale. Il fatto è che non sarebbe realistico per la Russia e la Cina (e per la SCO) occuparsi dei processi in atto nella regione senza prendere in considerazione gli sviluppi in Afghanistan, Iran e Pakistan. Un commentatore russo ha recentemente scritto sulla Nezavisimaja Gazeta che i vicini meridionali dell'Asia Centrale (Afghanistan, Iran e Pakistan) hanno "per il Tajikistan un'importanza molto maggiore dei battibecchi con l'élite kazaka".

Probabilmente la SCO è già portata a ritenere che l'Asia Centrale come comunità distinta ha più a che fare con la storia - la sua storia antica, medioevale e sovietica - che con le attuali realtà politiche. La SCO ha fatto i conti con il fatto che anche se l'Asia Centrale e del Sud hanno fatto parte per molto tempo di realtà geopolitiche diversissime, ora non è più così, specialmente dopo che l'11 settembre 2001 ha fornito agli Stati Uniti l'occasione per stabilire una presenza a lungo termine in Afghanistan e fare un significativo salto in avanti nei propri rapporti con gli stati centroasiatici.

Dopo aver consolidato la propria presenza in Afghanistan, la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Asia Centrale ha cambiato forma. Gli Stati Uniti sperano di modificare la regione impiegando metodi diversi, più flessibili, fondati sulla cooperazione nei campi della sicurezza, dei trasporti e dell'energia, così come attraverso continui sforzi volti a determinare "cambi di regime".

Nel frattempo, si è rivelata utile anche la continua espansione dell'influenza degli Stati Uniti nell'Asia Meridionale, poiché l'Afghanistan è un collegamento vitale che può legare l'Asia Centrale con quella del Sud. Di recente Washington ha cercato un coinvolgimento maggiore nella cooperazione regionale dell'Asia Meridionale, mirando a ottenere lo status di stato osservatore nella SAARC, l'Associazione dell'Asia del Sud per la Cooperazione Regionale che include l'India, il Pakistan, il Bangladesh, lo Sri Lanka, il Nepal, le Maldive, il Bhutan e l'Afghanistan. Sembra anche che Washington abbia incontrato un certo grado di successo nel persuadere l'India a raffreddare la propria passione iniziale verso la SCO.


L'Iran cerca la SCO
La SCO tende a sentire sempre di più l'esigenza di evolvere la propria strategia della "Grande Asia Centrale", che include anche l'Iran e l'Afghanistan e in certa misura anche il Pakistan.

Questo sta forse già accadendo, e potrebbe riflettersi in vari modi al vertice della SCO a Bishkek. In primo luogo, l'Iran sta facendo una decisa offerta per assicurarsi l'appartenenza a tutti gli effetti alla SCO. Teheran ha presentato la domanda formale al paese ospitante, il Kirgyzstan, in aprile. Solitamente, una simile azione sarebbe dovuta avvenire dopo consultazioni preliminari con gli stati membri di SCO. Probabilmente si sta lentamente sviluppando un consenso all'interno della SCO, se non esiste già, sull'ingresso dell'Iran.

Significativamente, il delegato del ministro degli Esteri iraniano Mahdi Safari la settimana scorsa ha rivelato che il presidente Mahmud Ahmadinejad avrebbe assistito all'incontro della SCO. Safari da allora ha visitato Pechino, dove si è incontrato, tra l'altro, con Li Hui, il delegato del ministro degli Affari esteri cinesi sulle questioni dell'Europa dell'Est, dell'Asia Centrale e della SCO.

Da Pechino, Safari si è poi diretto a Mosca. I rapporti russo-iraniani stanno dichiaratamente passando un momento difficile a causa del ritardo della Russia nel completare la centrale nucleare di Bushehr in Iran. Effettivamente, la Russia ha "politicizzato" la questione ed è improbabile che fornisca combustibile nucleare a Bushehr finché il dossier atomico dell'Iran rimarrà aperto. Nonostante il raffreddamento nei rapporti Russia-USA, Washington e Mosca si sono sempre trovate d'accordo sulle questioni che riguardano l'appartenenza al "club nucleare".

Inoltre, la Russia ha molto da guadagnare sfruttando l'accordo sulla cooperazione per il nucleare civile con gli Stati Uniti, firmato in margine all'incontro informale fra i presidenti George W. Bush e Vladimir Putin il 2 luglio; è una concessione importante da parte di Washington, perché permette alla Russia di installare le attrezzature per il ritrattamento del combustibile nucleare esausto di origine statunitense per scopi commerciali, e questo è un affare davvero vantaggioso. Nei termini immediati, la concessione di Washington ha spianato la strada affinché la Russia possa ritrattare il combustibile di origine statunitense usato della Corea del Sud e di Taiwan.

Ma allo stesso tempo, il clamore a proposito di Bushehr dà curiosamente alla Russia la chiave per bloccare ogni possibile nuovo tentativo degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per spingere verso una nuova risoluzione o a sanzioni contro l'Iran perché non ha sospeso il suo programma di arricchimento dell'uranio. Commentatori moscoviti hanno evidenziato che la recente visita degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica all'impianto ad acqua pesante di Arak è stata "un vero passo avanti" e la prova che "gli iraniani sono pronti a dare all'AIEA risposte esaurienti".

Evidentemente, Bushehr non è l'unico elemento dei rapporti Russia-Iran. Entrambi i paesi sono abbastanza pragmatici da realizzarlo. Effettivamente, entrambi i paesi devono essere certi che non ci sia il minimo ostacolo alla loro cooperazione bilaterale. La Russia condivide con l'Iran gli interessi nell'Asia Caspica e Centrale. L'Iran è l'unica potenza del Caspio, probabilmente, con cui la Russia ha identità totale di vedute per quanto riguarda l'inammissibilità della partecipazione di poteri extra-regionali (leggi gli Stati Uniti e la NATO) sulle questioni che riguardano la sicurezza della regione caspica. La Russia dovrà collaborare strettamente con l'Iran all'incontro dei paesi del litorale caspico che si terrà a Teheran quest'anno.

Bordyuzha dell'OTSC potrebbe aver sfoggiato una spavalderia eccessiva quando recentemente ha invitato l'Iran ad aderire all'associazione come stato membro. Ma la proposta non mancava di una sua serietà. Durante la visita del ministro degli affari esteri kirghiso Kadyrbek Sarbayev a Teheran il 15 luglio, l'influente presidente del Comitato per la Sicurezza e del Comitato per le Politiche Estere del Majlis (parlamento) Iraniano, Ala'eddin Broujerdi, ha criticato pesantemente le intrusive politiche regionali degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Ha apertamente accusato gli Stati Uniti di aver complottato per destabilizzare la regione dell'Asia Centrale. Cosa interessante, Broujerdi ha richiesto l'esclusione delle organizzazioni di sicurezza extra-regionali dall'Asia centrale. La posizione di Broujerdi sulla sicurezza dell'Asia Centrale è quasi la stessa di Russia e Cina.

Un punto chiave da tenere d'occhio all'incontro di Bishkek sarà il ruolo dell'Iran nella cooperazione energetica, oggetto di interesse comune da parte di Russia e Cina. Da parte sua, la Russia sarebbe avvantaggiata se l'Iran dirottasse i propri flussi di energia verso i mercati asiatici piuttosto che verso quello europeo (martedì Safari avrebbe detto a Pechino, "l'Iran è disposto ad elaborare un piano energetico per coprire l'intero fabbisogno dell'Asia").

La Russia guarda con disagio ai rinnovati sforzi di Turchia e Unione Europea (malgrado le apparenti riserve degli Stati Uniti) per schierare l'Iran sia come fornitore del gas, sia come paese nel quale far passare il gas turkmeno nell'ambito del proposto oleodotto "Nabucco", che rivaleggia con i progetti energetici russi nei Balcani e nell'Europa meridionale. Il mese scorso, Turchia e Iran hanno firmato un memorandum d'intesa a tale proposito. La settimana scorsa, la Turchia ha stretto un accordo con Italia e Grecia, che saranno i fruitori del gas iraniano.

La Russia sta guardando attentamente e spera che l'Iran non entri nel progetto Nabucco. La Russia ha un ulteriore interesse nell'incoraggiare l'Iran a diventare un fornitore di energia per la Cina, se questo può rendere meno probabile un qualsiasi conflitto di interessi tra Russia e Cina riguardo le riserve energetiche dell'Asia Centrale (particolarmente in Turkmenistan). Infatti, il proposto gasdotto cinese verso il Turkmenistan può essere facilmente esteso all'Iran. Per concludere, l'Iran ha un ruolo importante nella grande strategia russa che implica una variante dell'idea di un cartello mondiale del gas.

La sfida afghana della SCO
Da questo punto di vista, sembra giunto il tempo affinché la SCO rifletta seriamente sui propri futuri rapporti con l'Iran. Senza dubbio, due grandi domande attendono il vertice della SCO: l'ammissione dell'Iran come membro titolare e la direzione della collaborazione della SCO con il Turkmenistan.

Parallelamente alla strategia SCO della "Grande Asia Centrale" che coinvolge l'Iran, ci si può aspettare che il vertice proponga nuove iniziative nei confronti dell'Afghanistan. Di nuovo, sia la Cina che la Russia vedono con crescente preoccupazione la sempre più profonda crisi in quel paese.

Per citare un commento del People's Daily di giugno, "il 'fenomeno dei Taliban ' ha prodotto grave preoccupazione… il loro ritorno ha sfidato pesantemente l'autorità del governo afgano… i Taliban si sono sviluppati e sono più forti... traggono massimo vantaggio dal malcontento degli abitanti per le condizioni di vita e dai sentimenti anti-americani… i Taliban hanno stimolato i loro contatti con i superstiti di al-Qaeda… l'Afghanistan rischia di trasformarsi in un secondo Iraq".

Il pensiero russo a riguardo va nella stessa direzione
. Anzi, Mosca è andata oltre ed ha apertamente messo in discussione la logica del monopolio degli Stati Uniti sulla soluzione del conflitto in Afghanistan. Mosca, come Pechino, è incline all'adozione di un approccio "a doppio binario". In primo luogo, tenterà di collaborare strettamente e su basi bilaterali con il governo presieduto dal presidente Hamid Karzai. La visita dal ministro degli affari esteri Sergej Lavrov a Kabul ha indicato un intensificato lavoro della diplomazia russa sul problema afgano. Allo stesso tempo, Mosca sta anche cercando un metodo multilaterale che coinvolga la OTSC.

Significativamente, Bordyuzha ha suggerito questa settimana che "noi [OTSC e SCO] dovremmo collaborare per impedire ai Taliban di tornare al potere, altrimenti avremo per molti anni gravi problemi in Afghanistan".

Bordjuzha ha fatto cenno alla possibilità di un vasto conivolgimento della SCO in Afghanistan. Ha detto che "il lavoro dovrebbe essere condotto in tutte le sfere, in quella politica e in quella economica, e nel fornire assistenza al governo nella formazione di forze armate e di forze di polizia, così come nella lotta contro il traffico di droga".

L'incontro della SCO fornirà di certo proposte mirate ad intensificare le azioni dello SCO-Afghanistan Contact Group.


Emicranie americane
Il vertice della SCO quindi sfida gli Stati Uniti sotto vari aspetti. L'unione di OTSC e SCO è una doppia battuta d'arresto inflitta alle politiche regionali degli Stati Uniti. Entrambe le entità sono bestie nere per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Questi si sono impegnati a soffocare queste due organizzazioni nella culla, e invece ora le vedono riunirsi dotate di nuova forza.

Il piano tattico degli Stati Uniti che proietta la NATO nella regione asiatica centrale si trova di fronte un ostacolo arduo. Il dilemma degli Stati Uniti è intenso. A meno che la NATO non inglobi altri paesi dell'Asia Centrale, non ci può essere un "accerchiamento" completo della Russia o della Cina. Ed è privo di senso che la NATO rimanga bloccata nel Caucaso Meridionale.

Effettivamente è in gioco anche la credibilità della NATO. Mentre le cose seguono il proprio corso, la "trasformazione" dell'organizzazione non sta progredendo senza problemi. L'Afghanistan si è trasformato in un boccone amaro per la NATO, che non può sputarlo né inghiottirlo, e ne sta sfigurando il volto. Nessuna campagna propagandistica può nascondere il fatto che la popolazione afghana vede la NATO sempre più come una forza di occupazione. Oltre alle truppe insufficienti, i comandanti lamentano un disperato bisogno di intelligence.

Inoltre la "forza trascinante" degli Stati Uniti all'interno della NATO è in diminuzione. Questa settimana, il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha richiesto apertamente la cessazione di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Afghanistan, a meno che non siano strettamente sotto il comando della NATO. Il cambiamento di leadership in Francia, Germania e Gran Bretagna non sembra funzionare nel senso previsto da Washington.

Di conseguenza, Washington farà del suo meglio per evitare che la SCO "invada" il territorio afgano. Washington conterà su Karzai per soffocare le aperture della SCO. Il problema degli Stati Uniti sarà che l'iniziativa SCO sull'Afghanistan non potrà essere messa in questione. Karzai farebbe la figura del pazzo se dovesse respingere un'offerta di aiuto dalla SCO. Dopo tutto questa ha un legittimo interesse nella stabilizzazione della situazione afghana, poiché la stabilità della regione è collegata ad essa per molti aspetti.

D'altra parte, la morsa di Washington su Kabul si indebolirà sempre di più una volta che l'Afghanistan svilupperà la "SCO connection". Washington dovrà essere estremamente prudente, poiché gli afgani conoscono e svolgono bene il proprio ruolo nel "Grande Gioco". Più importante, gli Stati Uniti si troveranno sempre più costretti a fare lavoro di squadra, cosa che non sdi addice né alla loro strategia geopolitica né alla condizione di unica superpotenza.

In tutto questo, il Pakistan rimane un giocatore imprevedibile, data la fluidità della sua situazione interna, anche se Islamabad dovrebbe lavorare assieme a SCO e Cina. La maggior parte dei rifornimenti per le forze NATO in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Sarà ironico se gli Stati Uniti si ritroveranno a dover sostenere i combattimenti in Afghanistan, mentre la SCO guadagnerà l'adulazione pubblica fra la popolazione afgana e in tutta la regione come "costruttrice di nazioni".

Secondariamente, Washington sa che la partecipazione della SCO al problema afghano significa che la Russia farà il suo grande rientro nel Hindu Kush, oltre a sventare il grande disegno degli Stati Uniti per manovrare la NATO come un'organizzazione mondiale di sicurezza con membri in tutto il mondo. Stranamente, il 17 luglio, il Tajikistan ha annunciato di aver concluso un accordo per lo schieramento di velivoli da combattimento russi nella base aerea di Ayni, fuori da Dushanbe. Le indicazioni sono che anzitutto la Russia schiererà jet Su-25 ed elicotteri Mi-24 e Mi-8. Lo schieramento russo avverrà secondo le disposizioni della OTSC. Mosca ha appena deluso l'ultima speranza degli Stati Uniti di guadagnarsi l'appoggio del Tajikistan.

Ma tutto questo sembrerà insignificante a Washington se il vertice SCO dovesse decidere di ammettere l'Iran come membro titolare. C'è una sola possibilità che la SCO decida di guadare le feroci correnti contrarie nella regione del Golfo Persico. Ma Washington la osserverà con nervosismo.

Il punto è che Iran, Russia e Cina hanno tutte "perso", in maniere diverse, dopo il contratto statunitense da 63 milioni di dollari nella regione del Golfo. Washington ancora una volta ha mostrato che "il vincitore prende tutto".

Così "i perdenti" non possono essere incolpati se imparano velocemente e vedono che la logica di creare una rete interna per diminuire le proprie "perdite" potrebbe persino far riguadagnare un territorio oramai fuori dal loro controllo. Certamente, Ahmadinejad sarà una delle attrazioni principali del vertice della SCO e la sua presenza a Bishkek avrà altri significati che non semplici questioni di protocollo.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreing Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Etichette: , , , , , , ,