lunedì, aprile 06, 2009

Lessico della resistenza secondo Gilad Atzmon

Lessico della resistenza

di Gilad Atzmon

Quello che segue è un tentativo di presentare il mio personale dizionario di quelli che sembrano essere i termini e i concetti più pregnanti che ricorrono quando si parla di solidarietà con il popolo palestinese e di opposizione alla guerra.

Palestina – un pezzo di terra sulla costa orientale del Mediterraneo. Per molti anni la Palestina è stata la casa del popolo palestinese: musulmani, cristiani ed ebrei che hanno vissuto in pace e armonia per centinaia di anni. Alla fine del XIX secolo, con l'emergere del nazionalismo europeo, pochi ebrei decisero che gli ebrei non dovevano restarne esclusi. Si inventarono allora i concetti di “popolo ebraico”, “storia ebraica” e “nazionalismo ebraico”. Decisero di insediare la maggioranza degli ebrei del mondo in Palestina. Con il passare del tempo il progetto nazionale ebraico, cioè il sionismo, divenne sempre più feroce e sinistro. Nel 1949 il 70% della popolazione palestinese autoctona era già stata etnicamente epurata. Oggi la maggioranza dei palestinesi vive dietro il filo spinato in uno stato di terrore sotto la vigilanza dei soldati israeliani.

Ebrei – il popolo che si trova a identificarsi come ebrei. Gli ebrei non sono una razza, non seguono neanche un unico sistema di convinzioni. Mi sono dato una regola. Mi rifiuto categoricamente di trattare “gli ebrei” come una collettività o un gruppo etnico. Mi limito a criticare la politica, l'ideologia e l'identità ebraiche.

Ebraismo – una delle tante religioni praticate dagli ebrei (Ebrei per Gesù, Ebrei per Buddha, Ebrei per Allah e così via). Benché l'Ebraismo contenga alcuni aspetti e precetti non-etici, l'unico gruppo autenticamente alla ricerca della pace nel popolo ebraico è di fatto una setta religiosa ortodossa, cioè gli Ebrei della Torah. Questo fatto basta a rendermi molto prudente quando critico l'Ebraismo in quanto religione. Trattando dell'Ebraismo, mi limiterei alla critica di interpretazioni del razzismo talmudico e della spoliazione genocida orientata biblicamente della Palestina.

Ebraicità – Ideologia ebraica, le interpretazioni di ciò che significa essere ebreo da parte di coloro che si considerano ebrei. L'ebraicità è il fulcro dell'identità ebraica, è una nozione dinamica. È difficile metterla a fuoco. Pur astenendosi dal criticare gli ebrei (il popolo) e l'Ebraismo (la religione), elaborare sul concetto di ebraicità è doveroso, soprattutto tenendo conto dei crimini commessi dallo Stato ebraico nel nome del popolo ebraico. Finché lo Stato ebraico colpisce la popolazione civile con il fosforo bianco, è nostro dovere morale chiederci: Chi sono gli ebrei? Cosa rappresenta l'Ebraismo? Cos'è l'ebraicità?

Palestina contro Israele – la Palestina è un paese, Israele è uno stato.

Palestinesi – attualmente le vittime che hanno sofferto più a lungo dell'abuso coloniale razzista e del terrorismo di stato. I palestinesi sono i soli veri abitanti indigeni della Palestina. Nel Medio Oriente sono sparsi 4.300.000 palestinesi. Ci sono palestinesi che sono riusciti a conservare la loro terra ma si vedono negati i diritti civili, mentre altri vivono sotto occupazione militare. La causa palestinese è essenzialmente la richiesta etnicamente fondata del popolo palestinese di fare ritorno alla propria terra. Terra che appartiene a loro e a loro soltanto. La causa palestinese è la richiesta di smantellare lo Stato ebraico e di costituire al suo posto uno Stato dei suoi Cittadini.

Sionismo – l'interpretazione pratica, nazionale e coloniale dell'ideologia ebraica. Afferma che gli ebrei hanno diritto a una casa nazionale a Sion (Palestina) a scapito del popolo palestinese. Il sionismo è una filosofia razzista coloniale che pratica tattiche genocide. È un precetto orientato biblicamente. Benché il Sionismo si sia inizialmente presentato come un movimento laico, fin dalle origini ha trasformato la Bibbia da testo religioso a libro del catasto.

Israele – lo Stato ebraico è un concetto politico razzista. È un luogo in cui si celebra istituzionalmente la supremazia ebraica. Israele è un luogo dove il 94% della popolazione appoggia l'uso di fosforo bianco su civili innocenti. Israele è il luogo in cui gli ebrei possono riversare la loro vendetta sui gentili.

Resistenza palestinese – l'esercizio del diritto etico di resistere a un invasore che pratica la pulizia etnica e il razzismo.

Bomba demografica – Israele possiede molte bombe, bombe a grappolo, bombe molotov, bombe atomiche, armi di distruzione di massa, ecc. I palestinesi ne hanno una sola, quella demografica. I palestinesi costituiscono la maggioranza della popolazione tra il Mediterraneo e il Giordano. Questo fatto di per sé definisce la qualità temporale dell'Idea di Stato ebraico in Palestina.

Sionismo contro ebraicità – è difficile e forse impossibile determinare dove finisce il sionismo e inizia l'ebraicità. Il sionismo e l'ebraicità formano un continuum. A quanto pare, il sionismo è diventato l'identificatore simbolico dell'ebreo contemporaneo. Ciascun ebreo viene identificato da se stesso e dagli altri facendo riferimento alla bussola sionista (sionista, anti-sionista, indifferente al sionismo, ama il sionismo ma odia Israele, ama Israele ma odia i falafel e così via).

Ebraismo laico e fondamentalismo ebraico laico – negli ultimi due secoli il laicismo è stato un precetto molto popolare presso gli ebrei. La forma ebraica di laicismo è molto simile all'ebraismo rabbinico. È fondamentalmente monoteista, crede in una sola verità (Dio è morto fino a nuovo avviso). Pratica la supremazia razziale, è estremamente intollerante verso gli altri in generale e verso i musulmani in particolare, promuove guerre in nome dei lumi, del liberalismo, della democrazia e perfino in nome delle vittime future.

Sindrome da Stress Pre-Traumatico – lo stato mentale che porta il 94% della popolazione israeliana ad appoggiare i bombardamenti della popolazione civile. Nella condizione di Sindrome da Stress Pre-Traumatico (Pre-TSD), lo stress è l'esito di un evento immaginario, un episodio di fantasia inserito in un contesto futuro; un evento che non ha mai avuto luogo. Nella Pre-TSD, un'illusione anticipa la realtà e la condizione in cui la fantasia del terrore diventa essa stessa realtà. Se portata agli estremi, neanche la guerra totale contro il resto del mondo è una reazione impensabile. Diversamente dalla paranoia, nella quale il paziente è vittima dei propri sintomi, nel caso della Pre-TSD il paziente celebra i propri sintomi mentre gli altri vengono relegati al ruolo di pubblico o di vittima. I malati di Pre-TSD nel mondo della stampa e dei media premono per il conflitto globale. Quando vanno al potere si limitano a spargere morte tutt'attorno. Riescono a vedere minacce praticamente ovunque. Chi è affetto da Pre-TSD chiederà che si rada al suolo l'Iran e difenderà la campagna militare dell'esercito israeliano perché teme per la propria esistenza. Il paziente che soffre di Pre-TSD è alquanto prevedibile e per una ragione o per l'altra sposa sempre cause non-etiche.

Jihad – la lotta per migliorare se stessi e la società. Il Jihad è il tentativo di conquistare un'armonia tra sé e il mondo. Serve a colmare il divario tra l'amore di sé, il sé che ama e l'amore per gli altri. La Jihad è la risposta al concetto di popolo eletto.

Olocausto –
un capitolo assolutamente devastante del recente passato ebraico. Sarebbe difficile immaginare la creazione dello Stato ebraico senza gli effetti dell'Olocausto. È tuttavia impossibile negare il fatto che i palestinesi hanno finito per pagare il carissimo prezzo di crimini commessi contro gli ebrei da un altro popolo (gli europei). Dunque avrebbe senso affermare che se gli europei si sentono in colpa per l'Olocausto dovrebbero avere ancora più a cuore le sue vittime ultime, cioè i palestinesi.
Va detto che a causa di una legislazione che limita il libero studio accademico dell'Olocausto, quest'ultimo non viene più trattato come un capitolo storico. Viene invece considerato da molti studiosi come un racconto religioso (la religione dell'Olocausto). Chi non ubbidisce alla religione e non segue le sue restrizioni viene cacciato, escluso e rinchiuso. L'incapacità di far sì che l'Olocausto restasse un vivido capitolo storico ha trasformato la storia ebraica in un vaso di Pandora sigillato da proibizioni, restrizioni legali e varie forme di minaccia. In un ideale “mondo libero” ci sarebbe consentito di studiare l'Olocausto, di considerarlo un capitolo storico e di trarne alcune lezioni. Ciò significherebbe anche discutere del suo significato. In un mondo (libero) ideale, ci sarebbe anche consentito di chiederci come mai, volta per volta, gli ebrei hanno sempre finito per essere disprezzati e detestati dai loro vicini. In un mondo (libero) ideale gli ebrei avrebbero la possibilità di imparare dai loro errori del passato. Per ora, se vogliamo rimanere liberi, è meglio se evitiamo di mettere in discussione il passato.

Il significato dell'Olocausto – l'Olocausto fornisce agli ebrei e agli altri due ovvie lezioni. Una è universale e quasi semplicistica, e dice: “NO al razzismo”. Come predissero alcuni intellettuali ebrei dopo la guerra, ci si aspettava che gli ebrei guidassero la lotta contro il razzismo. A quanto pare non è successo. Non solo non è successo, ma lo Stato ebraico è diventato l'estrema forma di pratica razzista. Tre anni dopo la liberazione di Auschwitz il neonato Stato ebraico epurò etnicamente con ferocia la grande maggioranza dei palestinesi autoctoni. Ormai lo Stato ebraico non tenta neanche più di mascherare il suo programma razzista, cioè lo Stato per soli ebrei.
La seconda lezione che può essere tratta dall'Olocausto è molto meno astratta, è anzi molto pragmatica. Suggerisce agli ebrei di “essere consapevoli delle loro azioni”. Suggerisce agli ebrei di “agire moralmente o almeno fingere di farlo”. A quanto pare questa lezione viene totalmente ignorata. Nello Stato ebraico giovani soldati dell'esercito indossato magliette che raffigurano donne palestinesi incinte al centro di un mirino, con l'inquietante scritta “1 shot 2 kills” [un colpo, due morti: due piccioni con una fava, N.d.T.]. Nello Stato ebraico i civili sono stati colti a fare picnic mentre guardavano il loro esercito che sganciava armi non convenzionali sulla vicina popolazione palestinese. La realtà israeliana e l'energico lobbismo ebraico nel mondo descrivono il rigetto totale di qualsivoglia giudizio etico o condotta morale. Che si tratti della pratica genocida contro il popolo palestinese o delle pressioni a favore di un numero sempre maggiore di conflitti globali. Se il significato dell'Olocausto fosse stato interiorizzato, i diversi aspetti di questo comportamento inumano avrebbero dovuto essere affrontati e debellati.
Tuttavia, pur con il divieto di rivisitare la nostra storia, abbiamo ancora il diritto di riflettere sulla brutalità nazista nei confronti degli ebrei alla luce dei crimini dello Stato ebraico in Palestina. Pare che non esista ancora alcuna legislazione che ci proibisca di farlo.

Hamas – partito politico eletto nel 2006 dal popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Da allora Israele ha bloccato i pagamenti dovuti a Gaza, causando il crollo dell'economia palestinese. Ha messo sotto assedio Gaza per mesi, affamando la popolazione civile. E tuttavia Hamas ha dimostrato ancora una volta la capacità di resistenza del popolo palestinese. Malgrado le tattiche genocide di Israele, malgrado l'IDF abbia preso di mira bambini, donne e anziani, la popolarità di Hamas aumenta di giorno in giorno e tanto più dopo l'ultimo conflitto di Gaza. È ormai evidente che Israele non ha i mezzi per combattere la resistenza islamica. In altre parole, Israele ha i giorni contati.

I guardiani – per molti anni le istanze di solidarietà con la Palestina sono state fatte a pezzi da chi affermava di sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Queste persone dicevano anche di sapere cosa fosse degno oggetto di discussione e quali argomenti dovessero invece essere lasciati cadere. Inizialmente questi guardiani cercarono di reclutare il movimento palestinese per combattere l'antisemitismo. Un'altra idea bizzarra era usare il popolo palestinese come una cavia da laboratorio per un esperimento di socialismo dogmatico.
Grazie al crescente successo della resistenza palestinese e islamica, il potere dei Guardiani è ora ridotto a zero. Benché insistano nell'esercitare i loro poteri, la loro influenza è limitata a cellule essenzialmente ebraiche.

Antisemiti – in passato gli antisemiti erano quelli a cui non piacevano gli ebrei, oggi gli antisemiti sono quelli che non piacciono agli ebrei. Dato il crescente divario tra lo Stato ebraico e le sue lobby da una parte e il resto dell'umanità dall'altra, abbiamo buone ragioni per ritenere che presto l'umanità intera verrà denunciata come antisemita da una qualche lobby ebraica.

Antisemitismo – un significante fuorviante. Benché si riferisca a sentimenti anti-ebraici, dà l'impressione che questi sentimenti siano motivati od orientati etnicamente. Dev'essere chiaro che gli ebrei non sono una razza e non costituiscono un continuum razziale. Dunque nessuno odia gli ebrei per la loro razza o la loro identità razziale.
Ricordando i crimini israeliani e l'attività delle lobby ebraiche nel mondo, i sentimenti anti-ebraici dovrebbero essere visti come una reazione politica, ideologica ed etica. È la reazione a uno stato criminale e all'appoggio incondizionato che riceve dagli ebrei in tutto il mondo. Benché il risentimento nei confronti del sionismo, di Israele e delle lobby ebraiche sia alquanto razionale, l'incapacità di distinguere tra gli “ebrei” e il sionismo è invece molto problematica e pericolosa soprattutto in considerazione del fatto che molti ebrei non hanno niente a che fare con il crimine sionista. Tuttavia, a causa del vasto appoggio istituzionale fornito a Israele, è tutt'altro che facile determinare dove finiscono gli “ebrei” e dove inizia il sionismo. Di fatto non c'è una chiara linea di demarcazione o un punto di transizione. La conseguenza è evidente, gli ebrei sono collettivamente coinvolti nei crimini del loro progetto nazionale. Una soluzione ovvia per gli ebrei è quella di opporsi al sionismo come individui, un'altra opzione è quella di opporsi al sionismo nel nome della Torah, ed è anche possibile per gli ebrei rifuggire l'ideologo tribale che hanno in sé.

Amore di sé – la convinzione che di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente giusto, morale e unico. È l'interpretazione laica della condizione di eletto.

Odio di sé –
la convinzione di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente sbagliato, immorale e ordinario. Questa condizione può anche costituire il punto di partenza per una ricerca etica spirituale.

Brodo di pollo – è quello che resta quando si toglie all'identità ebraica il giudaismo, il razzismo, lo sciovinismo, il fosforo bianco, la supremazia, le bombe a grappolo, il laicismo, il sionismo, l'intolleranza, il reattore nucleare di Dimona, il cosmopolitismo, la tendenza genocida, ecc. L'ebreo può sempre tornare al brodo di pollo, l'identificatore simbolico iconico dell'affiliazione culturale ebraica. Ben venga l'ebreo che dice: “Non sono religioso né sionista, non sono un banchiere, non mi chiamo Madoff, non sono un 'amico laburista di Israele' né un Lord né assomiglio a un bancomat. Sono solo un piccolo ebreo innocente perché la mia mama’le mi dava il brodo di pollo quando non mi sentivo bene”. Ammettiamolo una volta per tutte, il brodo di pollo non è poi così pericoloso (se non si è polli). Mia nonna mi ha insegnato che fa molto bene. Infatti l'ho provato nell'inverno del 1978, ché allora avevo l'influenza. È servito, adesso mi sento meglio.


Originale: Lexicon of resistance

Articolo originale pubblicato il 30/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7354&lg=it

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mercoledì, marzo 25, 2009

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

di Gilad Atzmon

Il tema che discuterò oggi è probabilmente la cosa più importante che abbia mai detto sulla brutalità israeliana e l'identità ebraica contemporanea. Immagino che avrei potuto dar forma al mio pensiero in un libro ad ampio respiro o in un'analisi accademica. Invece farò proprio il contrario, cercherò di scriverne nel modo più semplice e breve possibile.

Nelle settimane appena trascorse abbiamo assistito a una campagna israeliana di genocidio contro la popolazione civile a Gaza. Abbiamo visto uno degli eserciti più forti del mondo schiacciare donne, anziani e bambini. Abbiamo visto tormente di armi non convenzionali esplodere su scuole, ospedali e campi profughi. Avevamo visto e sentito parlare di crimini di guerra commessi in precedenza, ma questa volta la trasgressione israeliana era categoricamente diversa. Era appoggiata dalla totale assoluta maggioranza della popolazione ebraica israeliana. La campagna militare dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) a Gaza ha goduto del sostegno del 94% della popolazione israeliana. Il 94% degli israeliani apparentemente ha approvato i bombardamenti aerei contro civili. Gli israeliani hanno assistito al massacro alla TV, hanno ascoltato le urla, hanno visto ospedali e campi profughi in fiamme. Eppure non si sono turbati. Non hanno fatto molto per fermare i loro spietati capi “democraticamente eletti”. Anzi, alcuni di loro si sono portati una seggiola e si sono sistemati sulle colline che si affacciano sulla Striscia di Gaza per ammirare il loro esercito che trasformava Gaza in un moderno colosseo ebraico traboccante di sangue. Anche adesso che la campagna sembra essersi conclusa e le proporzioni del massacro di Gaza sono note, gli israeliani non mostrano segni di rimorso. E come se non bastasse, durante tutta la guerra ci sono stati ebrei in giro per il mondo che hanno manifestato il loro sostegno allo “Stato per soli ebrei”. Un simile appoggio a espliciti crimini di guerra è inaudito. Gli stati terroristi uccidono, certo, ma mantengono un certo riserbo al riguardo. L'Unione Sovietica di Stalin l'ha fatto in remoti GULAG, la Germania nazista giustiziava le sue vittime in profonde foreste e dietro recinzioni di filo spinato. Nello Stato ebraico gli israeliani massacrano donne, bambini e vecchi indifesi alla luce del sole, impiegando armi non convenzionali per colpire scuole, ospedali e campi profughi.

Un tale livello di barbarie di gruppo esige a gran voce una spiegazione. Il ragionamento che segue può essere definito semplicemente come un tentativo di comprendere la brutalità collettiva israeliana. Com'è che una società è riuscita a perdere ogni senso di compassione e di misericordia?

Il terrore interiore
Più di qualsiasi altra cosa, gli israeliani e le loro solidali comunità ebraiche sono terrorizzati dalla brutalità che scoprono dentro di sé. Più sono spietati, più sono spaventati. La logica è semplice. Più sofferenza si infligge all'altro, maggiore è l'angoscia per la qualità potenzialmente mortale di tutto ciò che ci circonda. In senso ampio, gli israeliani proiettano sui palestinesi, gli arabi, i musulmani e gli iraniani l'aggressività che hanno dentro. Tenendo conto del fatto che la brutalità israeliana ha ora dimostrato di non avere limiti né paragoni, la loro angoscia è almeno altrettanto grande.

A quanto pare, gli israeliani temono di essere i tirapiedi di se stessi. Sono impegnati in una lotta mortale con il terrore che hanno dentro. Ma non sono soli. L'ebreo della Diaspora che manifesta il suo appoggio a uno stato che lancia fosforo bianco su una popolazione civile è finito nella stessa devastante trappola. Da entusiastico sostenitore di un crimine immenso, prova orrore al pensiero che la crudeltà che scopre in sé possa manifestarsi in altri. L'ebreo della Diaspora che appoggia Israele è devastato dalla possibilità immaginaria che una volontà brutale, simile alla sua, possa un giorno rivoltarglisi contro. La paura ebraica nei confronti dell'antisemitismo si riassume tutta in questa preoccupazione. È fondamentalmente la proiezione sugli altri della crudeltà tribale incentrata sul sionismo.

Non c'è alcun conflitto israelo-palestinese
Ciò che vediamo qui è la formazione evidente di un circolo vizioso in cui l'israeliano e i suoi sostenitori stanno diventando un'insulare e vendicativa palla infuocata alimentata da un'esplosiva aggressività interiore. Tutto ciò è estremamente rivelatore. Dato che i palestinesi non possono fronteggiare militarmente l'aggressività e la capacità distruttiva di Israele, siamo autorizzati a supporre che non esista alcun conflitto israelo-palestinese. C'è soltanto la psicosi israeliana, nella quale Israele è distrutto dall'angoscia causata dal riflesso della sua crudeltà. Essendo considerati i nazisti della nostra epoca, gli israeliani sono così condannati a vedere un nazista in chiunque. Analogamente, di fatto non c'è neanche un aumento dell'antisemitismo. L'ebreo sionista della Diaspora è semplicemente devastato dalla possibilità che qualcuno, là fuori, sia eticamente corrotto e spietato quanto ha dimostrato di essere lui. In breve, la politica israeliana e l'attività della lobby sionista dovrebbero essere considerate niente meno che come una letale paranoia collettiva incentrata sul sionismo che minaccia di trasformarsi in una psicosi totale.

C'è un modo per redimere il sionista dalla sua deriva sanguinaria? Esiste un modo per cambiare il corso della storia, salvare gli israeliani e i loro sostenitori dalla depravazione totale? Probabilmente il modo migliore di porre questa domanda è chiedersi se ci sia un modo per salvare gli israeliani e i sionisti da se stessi. Come potrete immaginare non sono particolarmente interessato a salvare gli israeliani o i sionisti, tuttavia capisco che redimere i sionisti dai loro crimini può portare una prospettiva di pace alla Palestina, all'Iraq e probabilmente a tutti noi. Per chi non l'avesse capito, Israele è solo la punta dell'iceberg. A conti fatti, l'America, la Gran Bretagna e l'Occidente sono ora soggetti a forme simili di “politica della paura” che sono il diretto risultato dell'ideologia e della mortale pratica interventista dei neo-conservatori.

Lo psicanalista di Nazareth
Molti anni fa, così narrano, c'era un israelita che viveva in mezzo ai suoi fratelli nella terra di Canaan. Come gli israeliani di oggi, era circondato dall'odio, dalla vendetta e dalla paura. A un certo punto aveva deciso di intervenire e di cambiare le cose, e si era accorto che non c'era altro modo per combattere la spietatezza che cercare la grazia: “Porgi l'altra guancia” era il suo semplice suggerimento. Identificando la psicosi dell'israelita come “una guerra contro il terrore interiore”, Gesù comprese che l'unico modo per contrastare la violenza è guardarsi allo specchio e cercare dentro di sé il Bene.

È piuttosto evidente che la lezione di Gesù aprì la strada alla formazione dell'etica universale occidentale. Le ideologie politiche moderne impararono dalla prospettiva cristiana. La ricerca normativa dell'uguaglianza da parte di Marx può essere vista come una riscrittura laica del concetto di fratellanza di Gesù. E tuttavia non una sola ideologia politica è riuscita a integrare il concetto più profondo che Gesù aveva della grazia. Cercare la pace è fondamentalmente cercare la pace dentro di sé. Mentre gli israeliani e i loro gemelli neocon vorrebbero raggiungere la pace attraverso la dissuasione, la vera pace si raggiunge solo cercando l'armonia interiore. Come potrebbe suggerire uno studioso lacaniano, amare il tuo prossimo è in realtà amare te stesso che ami il tuo prossimo. Il caso degli israeliani è l'esatto opposto. Come riescono a dimostrare costantemente, loro amano se stessi che odiano il loro prossimo, o semplicemente amano se stessi che odiano. Odiano quasi tutto: il prossimo, gli arabi, Chavez, i tedeschi, l'Islam, i gentili, la carne di maiale, i palestinesi, la Chiesa, Gesù, Hamas, i calamari e l'Iran. Voi fate un nome, loro lo odiano. Si deve ammettere che odiare così tanto deve essere un progetto molto spossante, a meno che non dia piacere. E infatti il “principio del piacere” degli israeliani potrebbe essere così articolato: spinge costantemente gli israeliani a cercare piacere nell'odio continuando a infliggere dolore agli altri.

Va detto a questo punto che la “Guerra al terrore interiore” non è esattamente un'invenzione ebraica. Tutti, che siano popoli, nazioni o individui, ne sono suscettibili. Le conseguenze del massacro nucleare americano a Hiroshima e Nagasaki trasformarono gli americani in una collettività terrorizzata. Questa angoscia collettiva è nota con il nome di “guerra fredda”. L'America deve ancora liberarsi dalla paura che là fuori possa esistere qualcuno che è altrettanto spietato. In un certo senso l'operazione Shock and Awe ha avuto un effetto molto simile sulla Gran Bretagna e l'America. Ha condotto alla creazione di masse terrorizzate e facilmente manipolabili da parte di un'élite altamente motivata. Questo tipo di politica è chiamato “politica della paura”.

E tuttavia nel pensiero occidentale è in atto un meccanismo di correzione. Diversamente dallo stato ebraico, che si sta radicalizzando attraverso la sua stessa paranoia autoalimentata, a Occidente il male è in qualche modo affrontato e arginato. L'assassino viene denunciato e la speranza di pace viene ristabilita fino a nuovo avviso. Non che mi aspetti che il Presidente Obama possa portare qualche cambiamento. Ma una cosa è chiara: è stato votato perché portasse un cambiamento. Obama è il simbolo di un autentico tentativo di limitare il male. Nello Stato ebraico non solo questo non succede, ma non potrà succedere mai. La differenza tra Israele e l'Occidente salta agli occhi. A Occidente la tradizione cristiana ci fornisce una possibilità di speranza che si basa sulla fede nella bontà universale. Anche se corriamo costantemente il pericolo di essere esposti al male, tendiamo a credere che il bene alla fine vincerà. Invece nel pensiero tribale ebraico il Bene è proprietà esclusiva degli eletti. Gli israeliani non vedono bontà o gentilezza nei loro vicini, li vedono come dei selvaggi e come un'entità che minaccia la loro esistenza. Per gli israeliani la gentilezza è loro proprietà esclusiva, e guarda caso sono anche innocenti e vittime. Nel pensiero universale occidentale la bontà non appartiene a un solo popolo o a un'unica nazione, appartiene a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Non appartiene a un partito politico né a un'ideologia. Il principio trascendente della grazia e di un Dio Buono è in ciascuno di noi, ci tocca da vicino.

Che razza di padre è questo?
“Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti – quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato”.
[Deuteronomio 6:10-11].

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni… tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia”. [Deuteronomio 7:1-2]

A questo punto possiamo tentare di comprendere le cause prime della grave assenza di compassione nel pensiero israeliano e all'interno dei suoi solidali gruppi di pressione. Credo che un'elaborazione sul travagliato rapporto tra gli ebrei e i loro diversi dei possa far luce su questo tema. È perfettamente evidente che la lista sempre più lunga di “Dei”, “Idoli” e “figure paterne” degli ebrei è un po' problematica, almeno per quanto riguarda l'etica e la bontà. Va esplorata la relazione stessa tra “il figlio” e il “padre amorale”. La filosofa Ariella Atzmon (che tra l'altro è mia madre) definisce la complessità della falsa partenza o cattivo inizio come “Sindrome di Fagin”. Il personaggio dickensiano di Fagin è un “kidsman”, un adulto che recluta bambini e li addestra al furto e al borseggio, dando loro vitto e alloggio in cambio della refurtiva. Benché i bambini non possano che essere riconoscenti al loro padrone, essi non possono neanche fare a meno di disprezzarlo per averli trasformati in ladri e borseggiatori. I bambini si rendono conto che tutte le cose che Fagin possiede sono rubate e che la sua gentilezza è lungi dall'essere sinceramente onesta o pura. Prima o poi i bambini si rivolteranno contro il loro padrone Fagin nel tentativo di liberarsi da quella morsa immorale.

Nella prospettiva padre-figlio, il Dio Yahweh biblico degli ebrei non è diverso da quello che possiamo osservare nella sindrome di Fagin. Il padre di Israele guida il suo popolo eletto attraverso il deserto verso la terra promessa perché possa derubare e saccheggiare i suoi abitanti indigeni. Non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un padre etico o da un “Dio buono”. Dunque, per quanto i figli di Israele amino Yahweh, devono anche leggermente diffidare di lui per averli trasformati in ladri e assassini. Forse anche la sua bontà li mette in apprensione. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in tutta la storia ebraica più di qualche ebreo si sia rivoltato contro il padre celeste.

Comunque, tenendo a mente la comune percezione laica secondo la quale gli dei sono un'invenzione degli uomini, ci si potrebbe chiedere cosa porti all'invenzione di un simile “Dio amorale”. Cosa fa sì che la gente segua i precetti di un Dio simile? Sarebbe anche interessante scoprire che genere di dei alternativi hanno scelto o inventato gli ebrei una volta abbandonato Yahweh.

Emancipandosi, più di qualche ebreo si è dissociato dal contesto tribale tradizionale e dall'ebraismo rabbinico. Molti si sono mescolati con le realtà circostanti, hanno lasciato cadere la loro condizione di eletti e si sono trasformati in persone normali. Molti altri ebrei hanno abbandonato Dio ma hanno continuato a conservare la loro affiliazione tribale etnicamente orientata. Hanno deciso di fondare la loro appartenenza tribale su basi etniche, razziali, politiche, culturali e ideologiche più che sul precetto ebraico. Anche se hanno evidentemente abbandonato Yahweh continuano ad adottare una visione laica che ha preso ben presto la forma di un precetto monolitico e simil-religioso. Nel XX secolo le due ideologie politiche simil-religiose che le masse ebree hanno trovato più attraenti sono state il marxismo e il sionismo.

È possibile descrivere il marxismo come un'ideologia etica laica universale. Tuttavia, all'interno del suo processo di trasformazione in un precetto tribale ebraico, il marxismo è riuscito a perdere ogni traccia di umanitarismo o di universalismo. Come sappiamo, inizialmente l'ideologia e la pratica sioniste furono ampiamente dominate da ebrei di sinistra che si consideravano veri seguaci di Marx. Credevano davvero che celebrare la loro rinascita nazionale ebraica a scapito dei palestinesi fosse un gesto legittimamente socialista.

È interessante constatare che i loro oppositori, l'anti-sionista Bund (la Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), non credevano nella spoliazione istituzionalizzata dei palestinesi. Credevano invece che espropriare i ricchi europei fosse un precetto, una grande universale mitzvah sul cammino verso la giustizia sociale.

Quelli che seguono sono pochi versi dell'inno del Bund:

Giuriamo di perseverare nel nostro odio
Verso chi deruba e uccide i poveri:
Lo Zar, i padroni, i capitalisti.
La nostra vendetta sarà rapida e sicura.
Dunque giuriamo tutti insieme: vivere o morire!

Senza addentrarci in questioni che riguardano l'etica o l'affiliazione politica, è perfettamente evidente che l'inno ebraico-marxista è completamente saturo d'“odio” e “vendetta”. Per quanto gli ebrei fossero entusiasti di Marx, del marxismo, del bolscevismo e dell'uguaglianza, si sa come è andata a finire. Gli ebrei hanno abbandonato in massa Marx molto tempo fa. Hanno, in un certo senso, lasciato la rivoluzione a qualche gentile illuminato come Hugo Chavez ed Evo Morales, leader che hanno interiorizzato il significato autentico di uguaglianza ed etica universali.

Benché alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo il marxismo contasse molti seguaci tra gli ebrei europei, in seguito all'Olocausto fu il sionismo a diventare gradualmente la voce dell'ebraismo mondiale. Come Fagin, gli dei e gli idoli sionisti – Herzl, Ben Gurion, Nordau, Weizmann – promisero ai loro seguaci un nuovo inizio privo di etica. Derubare i palestinesi era parte del loro percorso verso una giustizia storica attesa da troppo tempo. Il sionismo trasformò l'Antico Testamento da testo spirituale a libro del catasto. Ma ancora una volta, come nel caso di Yahweh, il Dio sionista trasformò l'ebreo in ladro, gli promise la proprietà di qualcun altro. Già questo può spiegare il risentimento degli israeliani verso il sionismo e l'ideologia sionista. Gli israeliani preferiscono considerarsi come i naturali abitanti della loro terra piuttosto che come pionieri in un amorale progetto coloniale della Diaspora ebraica. L'ebreo israeliano mantiene la propria posizione politica attraverso un pericoloso escapismo etico. Questo può spiegare il fatto che nonostante gli israeliani amino le loro guerre detestino però combatterle. Non sono disposti a morire per una grande ideologia astratta e remota come la “nazione ebraica” o il “sionismo”. Preferiscono di gran lunga sganciare da lontano bombe a grappolo e fosforo bianco.

Tuttavia, nella storia relativamente breve del moderno nazionalismo ebraico, il Dio sionista ha fatto amicizia con altri dei e idoli kosher. Nel 1917 Lord Balfour promise agli ebrei che avrebbero costruito la loro casa nazionale in Palestina. Inutile dire che, come nel caso di Yahweh, Lord Balfour trasformò gli ebrei in ladri e saccheggiatori, con la sua promessa del tutto amorale. Promise agli ebrei la terra di qualcun altro. Non poteva esserci inizio peggiore. Evidentemente non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero contro l'Impero britannico. Nel 1947 le Nazioni Unite fecero esattamente lo stesso stupido errore, diedero alla luce lo “Stato per soli ebrei” ancora una volta a scapito dei palestinesi. Legittimarono la spoliazione della Palestina nel nome delle nazioni. Come nel caso di Yahweh, che aveva finito per essere accantonato, non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero anche contro le Nazioni Unite. “Non importa quello che dicono i gentili, importa solo quello che fanno gli ebrei, disse il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion. Di recente gli israeliani sono riusciti perfino a mettere in disparte i loro migliori e più servizievoli amici della Casa Bianca. Alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali americane alcuni generali israeliani sono stati filmati mente denunciavano il Presidente Bush per “aver danneggiato gli interessi israeliani con il suo appoggio schiacciante” (Generale di Brigata in congedo Shlomo Brom). I generali israeliani fondamentalmente accusavano Bush di non aver bloccato Israele nella distruzione dei suoi vicini. La morale è piuttosto chiara: i sionisti e gli israeliani si rivolteranno inevitabilmente contro i loro dei, idoli, padri e altri che cercano di aiutarli. È questo il vero significato della sindrome di Fagin nel contesto politico israeliano. Dovranno sempre rivoltarsi contro i loro “padri”.

Ritengo che il più interessante tra tutti i sistemi ebraici di convinzioni sia la religione dell'Olocausto, che il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz ha giustamente definito la “nuova religione ebraica”. L'aspetto più interessante della religione dell'Olocausto è il suo Dio, che è l'“Ebreo”. Il seguace ebreo di questo nuovo precetto dogmatico crede nell'“Ebreo”, colui che ha redento se stesso. Colui che è “sopravvissuto” all'evento definitivo, il genocidio. I seguaci credono nell'“Ebreo”, vittima “innocente” e tormentata che ha fatto ritorno alla sua “terra promessa” e ora celebra il racconto della sua resurrezione riuscita. In una certa misura, nel pensiero religioso dell'Olocausto, l'ebreo crede nell'“Ebreo” in quanto espressione dei suoi poteri e delle sue qualità eterne. All'interno di questa nuova matrice religiosa, la Mecca è Tel Aviv e il Santo Sepolcro è il Museo dell'Olocausto di Yad Vashem. La nuova religione ha tanti santuari (musei) sparsi nel mondo e molti sacerdoti che diffondono il messaggio e puniscono chi vi si oppone. Dal punto di vista ebraico, la religione dell'Olocausto è un'espressione assolutamente trasparente dell'amore di sé. È il luogo in cui il passato e il futuro si uniscono in un presente ricco di significato, in cui la storia si traduce in prassi. Consapevolmente o inconsapevolmente, chiunque si identifichi politicamente e ideologicamente (più che religiosamente) come ebreo finisce per soccombere, in pratica, alla religione dell'Olocausto e si trasforma in seguace della figura paterna rappresentata dall'“Ebreo”. E tuttavia ci si potrebbe chiedere che ne è della bontà: esiste una qualche bontà in questa nuova “figura paterna”? Esiste una qualche grazia in questa versione della storia che parla di vittime innocenti e che viene celebrata ogni giorno a scapito del popolo palestinese?

Se la storia ha una fine, la religione dell'Olocausto incarna la fine della storia ebraica. Alla luce della religione dell'Olocausto il “Padre” e il “Figlio” finiscono per unirsi. Almeno nel caso di Israele e del sionismo si fondono in un amalgama di ideologia e realtà genocide. Alla luce della religione dell'Olocausto e della sua epica etica della sopravvivenza, lo Stato ebraico si considera autorizzato a lanciare fosforo bianco su donne e bambini che ha ingabbiato in una prigione a cielo aperto senza vie di fuga. Tristemente, i crimini commessi dallo Stato ebraico sono commessi per conto del popolo ebraico e nel nome della loro tormentata storia di persecuzioni. La religione dell'Olocausto porta alla vita quello che sembra essere l'ultima forma possibile di brutale incarnazione insulare.

Storicamente gli ebrei hanno accantonato molti dei: hanno abbandonato Yahweh, hanno mollato Marx, alcuni non hanno mai seguito il sionismo. Ma alla luce della religione dell'Olocausto, ricordando le scene di Gaza, di Jenin e del Libano, l'ebreo potrebbe essere costretto a tener fede alla tradizione e ad accantonare anche l'“Ebreo”. Dovrà accettare il fatto che la sua nuova figura paterna è stata creata a sua immagine e somiglianza. Ma più preoccupante è il fatto devastante che il nuovo padre, come è ormai dimostrato, è in sé un'incitazione all'omicidio. A quanto pare, il nuovo padre è il supremo Dio cattivo.

Mi chiedo quanti ebrei saranno tanto coraggiosi da abbandonare la loro nuova esoterica figura paterna. Saranno tanto coraggiosi da unirsi al resto dell'umanità nell'adozione di un pensiero etico universale? Solo il tempo saprà dirci se l'ebreo saprà disfarsi dell'“Ebreo”. Tanto per dissipare ogni dubbio, io l'ho fatto molto tempo fa e vivo benissimo.


Originale: War On Terror Within: The End of Jewish History

Articolo originale pubblicato il 18/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 05, 2009

Vivere con i giorni contati in una terra rubata

Vivere con i giorni contati in una terra rubata
di Gilad Atzmon

La comunicazione con gli israeliani può lasciare stupefatti. Anche ora che l'aviazione israeliana sta assassinando alla luce del sole centinaia di civili, persone anziane, donne e bambini, gli israeliani riescono a convincersi di essere le vere vittime di questa violenta saga.

Chi conosce bene gli israeliani si rende conto che sono completamente disinformati sulle radici del conflitto che domina le loro vite. Spesso sono capaci di mettere insieme ragionamenti rocamboleschi che possono avere senso nelle argomentazioni israeliane ma fuori della loro realtà non ne hanno alcuno. Sono ragionamenti di questo tenore: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andare in Egitto, in Siria, in Libano o in qualsiasi altro paese arabo?” Un'altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “di cosa si lamentano questi palestinesi? Gli abbiamo dato acqua, elettricità, istruzione e in cambio vogliono solo buttarci a mare”.

Per strano che possa sembrare, perfino gli israeliani della cosiddetta “sinistra” e della “sinistra” colta non riescono a capire chi sono i palestinesi, da dove vengono e cosa vogliono. Non riescono a capire che per i palestinesi la Palestina è loro casa. Incredibilmente gli israeliani non riescono a capire che Israele è stato costruito a scapito del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, le città, i campi, i frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono gente espropriata da Beer Sheva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri villaggi e città. Se vi chiedete perché mai gli israeliani non conoscano la loro storia, la risposta è semplice: non gli è mai stata raccontata. Le circostanze che hanno condotto al conflitto israelo-palestinese sono ben nascoste nella loro cultura. Le tracce della civiltà palestinese anteriori al 1948 sono state spazzate via. Non solo la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi autoctoni compiuta nel 1948, non fa parte della memoria collettiva israeliana, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun contesto accademico o ufficiale israeliano.

Al centro di quasi tutte le città israeliane c'è un monumento che commemora il 1948 ed è costituito da una strana composizione quasi astratta di tubi. La scultura si chiama Davidka ed è in realtà un mortaio israeliano usato nel 1948. Va notato che la Davidka era un'arma estremamente inefficace. Aveva una portata non superiore ai 300 metri e i suoi proiettili causavano danni molto limitati. Anche se la Davidka arrecava scarsi danni, faceva però molto rumore. Secondo la storia ufficiale israeliana, gli arabi, cioè i palestinesi, quando sentivano da lontano i colpi della Davidka scappavano terrorizzati. Secondo la versione israeliana, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, facevano un paio di botti e gli “arabi codardi” scappavano come degli idioti. La versione ufficiale israeliana non fa parola dei molti premeditati massacri condotti dal neonato Esercito di Difesa israeliano e dalle unità paramilitari che lo precedevano. Non fa parola neanche delle leggi razziste che impedirono il ritorno dei palestinesi nelle loro case e nelle loro terre [1].

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.

Questa settimana abbiamo saputo un po' di più della capacità balistica dell'Hamas. Evidentemente l'Hamas finora ha scelto di contenere le proprie azioni contro Israele, rinunciando per molto tempo ad allargare il conflitto a tutto il sud di Israele. Mi viene da pensare che gli sporadici lanci di Qassam su Sderot e Ashkelon non fossero che un messaggio dei palestinesi assediati. Erano in primo luogo un messaggio alla terra rubata, ai propri campi e frutteti: “Nostra terra amata, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te. Prima o poi, ma più prima che poi, torneremo e ricominceremo da dove ci eravamo fermati”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi, laggiù, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che lo capiate o no, vivete sulla nostra terra rubata. Fareste meglio a sloggiare perché avete i giorni contati, la nostra pazienza è agli sgoccioli. Noi, i palestinesi, non abbiamo più niente da perdere”.

Ammettiamolo: realisticamente la situazione di Israele è molto grave. Due anni fa furono i razzi dell'Hezbollah a colpire il nord del paese. Questa settimana l'Hamas ha dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al sud di Israele un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso dell'Hezbollah che in quello dell'Hamas, Israele è rimasto senza risposta militare. Potrà uccidere civili, certo, ma non riesce a fermare il lancio di razzi. L'Esercito di Difesa israeliano non ha gli strumenti per proteggere Israele, a meno che coprirlo con un tetto di cemento armato non sia una soluzione praticabile. In fin dei conti forse ci stanno pensando.

Ma questa non è la fine della storia. Anzi, ne è solo l'inizio. Ogni esperto di Medio Oriente sa che l'Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania nel giro di poche ore. Di fatto l'Autorità palestinese e Fatah la controllano solo grazie alle forze israeliane. Una volta presa la Cisgiordania, la numerosa popolazione israeliana del centro sarà in balia di Hamas. Per chi non lo capisca, sarebbe la fine dell'Israele ebraico. Potrà accadere oggi, potrà accadere tra tre mesi o tra cinque anni, non è una questione di “se” ma di “quando”. Allora tutto Israele sarà sotto il tiro dell'Hamas e dell'Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in pezzi. Una villetta a schiera nel nord di Tel Aviv costerà come una baracca a Kiryat Shmone o Sderot. Quando un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

Originale: Living on Borrowed Time in a Stolen Land

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 30, 2008

Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

Eine Kleine Nacht Murder: Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

di Gilad Atzmon

Per capire l'ultima devastante omicida operazione di Israele a Gaza bisogna comprendere profondamente l'identità israeliana e il suo intrinseco odio verso chiunque non sia ebreo e in particolare verso gli arabi. Questo odio permea il curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici ed è implicito nelle loro azioni, è espresso dalle figure culturali di riferimento, perfino nello schieramento della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni Settanta. Quelli della mia generazione adesso occupano posizioni di rilievo nell'esercito, nella politica, nell'economia, nel mondo accademico e nelle arti di Israele. Ci hanno addestrati a credere che “un buon arabo è un arabo morto”. Poche settimane prima che entrassi nell'Esercito di Difesa israeliano (IDF), all'inizio degli anni Ottanta, il Capo di Stato Maggiore Generale Rafael Eitan annunciò che “gli arabi erano scarafaggi drogati dentro una bottiglia”. La passò liscia, e la passò liscia anche dopo il massacro di molte migliaia di civili libanesi nella Prima Guerra del Libano. In breve, gli israeliani riescono sempre a farla franca.

Per fortuna, e per ragioni che ancora superano la mia comprensione, a un certo punto mi svegliai da quel letale sogno ebraico. A un certo punto lasciai lo Stato ebraico, mi sottrassi all'incitazione all'odio, divenni oppositore dello Stato ebraico e di qualsiasi altra forma di politica ebraica. Sono però profondamente convinto che sia mio dovere primario spiegare a chiunque sia disposto ad ascoltami con chi abbiamo a che fare.

Se il Sionismo doveva servire a trasformare gli ebrei e, “dando loro uno Stato”, renderli uguali a tutti gli altri popoli, ha fallito miseramente. La barbarie israeliana che abbiamo visto questa settimana e troppe volte in passato va ben oltre la bestialità. È uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

A Occidente non molte persone sono consapevoli del fatto devastante che uccidere arabi e in particolare palestinesi sia una ricetta politica israeliana molto efficace. Gli israeliani sono un popolo confuso. Mentre insistono a considerarsi una nazione alla ricerca di “Shalom” [1], adorano però essere guidati da politici con sorprendenti trascorsi criminali. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani apprezzano che i loro “capi democraticamente eletti” siano falchi bellicosi con le mani grondanti di sangue e con solide credenziali in fatto di crimini contro l'umanità.

Mancano poche settimane alle elezioni in Israele, e a quanto pare sia il candidato di Kadima, il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, che il candidato laburista, il Ministro della Difesa Ehud Barak, arrancano dietro il candidato del Likud, il famigerato falco Benjamin (Bibi) Netanyahu. Livni e Barak hanno dunque bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani di sapersela cavare con i massacri.

Livni e Barak devono dare agli elettori la dimostrazione concreta di essere in grado di compiere carneficine devastanti, così che gli israeliani possano fidarsi dei loro capi. È la loro unica possibilità di farcela contro Netanyahu. A quanto pare Livni e Barak stanno sganciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi e sulle loro scuole e ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente gli israeliani non sono noti per la loro clemenza e misericordia. Anzi, la vendetta e le ritorsioni li appagano, la loro ferocia illimitata li rallegra. Quando all'ex Comandante dell'aviazione israeliana Dan Halutz fu chiesto come fosse sganciare una bomba su un popoloso quartiere di Gaza, la sua risposta fu secca e precisa: “È come un leggero colpo sull'ala destra”. La mortale freddezza di Dan Halutz gli guadagnò di lì a poco la promozione a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Difesa israeliano. È stato il Generale Halutz a guidare l'esercito israeliano nella Seconda Guerra del Libano, è stato quest'uomo a mettere in atto la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto pare, nella politica israeliana il sangue arabo si traduce in voti. Sarebbe ovviamente ragionevolissimo accusare Livni, Barak e l'attuale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ashkenazi di omicidio di primo grado, crimini contro l'umanità e palese violazione della Convenzione di Ginevra. Ma sarebbe ancora più sensato ricordare che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo, e deve scorrere abbondante. Questa costante pratica omicida condotta dalle autorità israeliane riflette tutto il popolo israeliano ancor più che i singoli generali e capi politici. Abbiamo a che fare con una società barbara che agisce sotto la spinta della sete di sangue e di inclinazioni letali. Non dovrebbe esserci alcun dubbio, non c'è spazio per questa gente tra gli altri paesi.

La grande domanda è perché gli israeliani siano così alieni da qualsiasi principio di umanità. I più generosi e ingenui tra noi potranno ipotizzare che la Shoah abbia lasciato una profonda cicatrice nell'animo israeliano. Questo può spiegare perché gli israeliani stiano ossessivamente coltivando quel ricordo con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più”, intendendo che Auschwitz non dovrebbe accadere mai più, e questo in qualche modo li autorizza a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I realisti tra noi non credono più a questa spiegazione. Cominciano ora ad ammettere che sia più che possibile che gli israeliani siano così incredibilmente feroci solo perché sono fatti così. Va ben oltre la razionalità o le ipotesi pseudo-analitiche. Dicono: “così sono fatti gli israeliani, e non possiamo più farci molto”. I realisti tra noi giungono ad ammettere che uccidere è il modo in cui gli israeliani interpretano il loro essere ebrei. Purtroppo molti di noi hanno finito per riconoscere che non esiste un sistema laico e alternativo di valori umani che sostituisca quello criminale e omicida. Lo stato ebraico dimostra che l'autonomia nazionale ebraica è un concetto disumano.

Sono cresciuto nell'Israele post-1967. Sono stato allevato all'indomani della mitica vittoria israeliana, ci hanno insegnato il culto dell'israeliano che “spara senza prendere la mira” e reagisce d'istinto, del commando che scarica i suoi mitragliatori Uzi sugli arabi e riesce a vincere contro quattro eserciti in soli sei giorni.

Ci ho messo vent'anni a capire che l'israeliano che “spara senza prendere la mira” era in realtà un maestro degli omicidi indiscriminati. Barak era uno degli eroi del 1967, ed era un maestro delle uccisioni indiscriminate. A quanto pare il gabinetto israeliano ha appena approvato il suo piano per la più grande offensiva su Gaza dal 1967. Livni è più o meno mia coetanea, e a quanto pare ha assimilato il messaggio. Sta ora accumulando le necessarie credenziali di omicida indiscriminata. Barak e Livni stanno trascinando Israele e la Palestina in una campagna elettorale fatta di massacri. Il sangue arabo e palestinese è il carburante della politica israeliana.

Posso solo suggerire a Livni e Barak che tutto questo potrebbe non aiutarli nelle prossime elezioni. Netanyahu è un vero autentico falco. Non deve fingere di essere un assassino, e per quanto io possa disprezzarlo non ha ancora trascinato Israele in una guerra. Probabilmente capisce meglio di loro il potere della deterrenza.

[1] Quando si parla di pace, non confondete “shalom” con “pace” o “salam”. Se pace e salam si riferiscono alla riconciliazione e al compromesso, shalom significa sicurezza per il popolo ebraico a scapito dell'ambiente circostante.

Originale: Eine Kleine Nacht Murder: How Israeli Leaders Kill for their People's Votes

Pubblicato il 29 dicembre 2008

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sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 11, 2008

Il mito dell'ebreo errante, di Gilad Atzmon

[Doverosa pausa Atzmon: parte come una recensione del libro di Shlomo Sand per diventare un lungo saggio sulle origini e le basi storiche del moderno nazionalismo ebraico e sul concetto di identità ebraica].

Il mito dell'ebreo errante

di Gilad ATZMON

Il professor Shlomo Sand, storico dell'Università di Tel Aviv, apre la sua importante opera sul nazionalismo ebraico citando Karl W. Deutsch: Una nazione è un gruppo di persone unite da un errore comune sulla propria origine e da un'ostilità collettiva verso i propri vicini[1]

Per quanto possa suonare semplice o addirittura semplicistica, questa citazione riassume eloquentemente l'elemento di finzione che è intessuto nel moderno nazionalismo ebraico e soprattutto nel concetto di identità ebraica. Punta ovviamente il dito contro l'errore collettivo che gli ebrei tendono a commettere ogni volta che si riferiscono al loro “illusorio passato collettivo” e alla loro “origine collettiva”. Nello stesso tempo, tuttavia, l'interpretazione del nazionalismo offerta da Deutsch mette in luce l'ostilità che sfortunatamente quasi tutti i gruppi di ebrei rivelano nel rapporto con la realtà che li circonda, che sia essa umana o prenda la forma del territorio. Mentre la brutalità degli israeliani nei confronti dei palestinesi è ormai comunemente nota, il duro trattamento che riservano alla loro “terra promessa” e al paesaggio che li circonda sta solo ora cominciando a rivelarsi. Il disastro ecologico che gli israeliani si lasceranno dietro sarà causa di sofferenza per molte generazioni future. Oltre a costruire con ansia megalomane un muro che frantuma la Terra Santa in enclavi di miseria e di carestia, Israele è riuscito a inquinare i suoi molti corsi d'acqua con scorie chimiche e nucleari.

When And How the Jewish People Was Invented? (Quando e come fu inventato il popolo ebraico?) è uno studio molto serio scritto dal professore Shlomo Sand, storico israeliano. È lo studio più serio sul nazionalismo ebraico che sia mai stato scritto a oggi, la più coraggiosa elaborazione della versione che gli ebrei danno della propria storia.

Nel suo libro Sand riesce a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il popolo ebraico non è mai esistito come “razza-nazione”, non ha mai condiviso un'origine comune. È invece un colorito insieme di gruppi che in varie fasi storiche hanno adottato la religione ebraica.

Nel caso che seguiste il ragionamento di Sand e giungeste a chiedervi “quando è stato inventato il popolo ebraico?” la risposta di Sand è piuttosto semplice. “A un certo punto del XIX secolo degli intellettuali tedeschi di origine ebraica, influenzati dal carattere popolare del nazionalismo tedesco, intrapresero il compito di inventare un popolo 'a posteriori', ansiosi di creare un moderno popolo ebraico”. [2] Di conseguenza il “popolo ebraico” è un concetto “inventato” costituito da un passato immaginario e fittizio con ben poche basi forensi, storiche o testuali. Inoltre Sand – che per le sue elaborazioni si fonda sulle fonti dell'antichità – giunge alla conclusione che l'esilio ebraico sia anch'esso un mito, e che è ben più probabile che i discendenti dell'antico popolo semita di Giudea/Canaan siano gli attuali palestinesi, e non la folla di ashkenaziti di origine cazara alle quali egli stesso ammette di appartenere. È piuttosto sorprendente che nonostante Sand riesca a demolire il concetto di “passato collettivo ebraico” e a ridicolizzare l'impeto sciovinista nazionale ebraico, il suo libro in Israele sia un bestseller. Già questo fatto da solo può suggerire che coloro che si definiscono “popolo del libro” stanno ora cominciando a rendersi conto delle filosofie e ideologie devastanti e fuorvianti che li hanno trasformati in ciò che Khalid Amayreh e molti altri considerano i “nazisti del nostro tempo”.

Hitler alla fine ha vinto

Accade spesso che quando si chiede a un ebreo “laico” “cosmopolita” cos'è che lo rende ebreo si riceva una risposta vacua e rimasticata: “È Hitler che mi ha reso ebreo”. Benché l'ebreo “cosmopolita”, essendo un internazionalista, tenda a liquidare le inclinazioni nazionali degli altri popoli, insiste nel riservarsi il diritto all'“auto-determinazione”. Però non è veramente lui a stare al centro di questa esigenza di orientamento nazionale, ma è il diabolico e mostruoso antisemita per eccellenza, cioè Hitler. A quanto pare l'ebreo cosmopolita celebra il suo diritto al nazionalismo nella misura in cui c'è un Hilter da incolpare.

Per quanto riguarda l'ebreo laico cosmopolita, Hitler alla fine ha vinto. Sand riesce a mettere in luce questo paradosso. Suggerisce con grande acume che “mentre nel XIX secolo il riferirsi agli ebrei come a un''identità razziale distinta' era segno di antisemitismo, nello Stato ebraico questa stessa filosofia è mentalmente e intellettualmente radicata” [3]. In Israele gli ebrei celebrano la loro diversità e la loro unicità. Inoltre, dice Sand, “In Europa c'è stato un tempo in cui si veniva etichettati come antisemiti per aver detto che tutti gli ebrei appartengono a una nazione distinta. Oggi, ad affermare che gli ebrei non sono e non sono mai stati un popolo o una nazione si verrebbe etichettati come odiatori di ebrei”. [4] È infatti abbastanza sorprendente che l'unico popolo che sia riuscito a mantenere e sostenere un'identità nazionale orientata in senso razziale, espansionista e genocida che non si differenzia in niente dall'ideologia etnica nazista siano proprio gli ebrei, che furono insieme ad altri le principali vittime dell'ideologia e della pratica naziste.

Nazionalismo in generale e nazionalismo ebraico in particolare

Louis-Ferdinand Celine disse che nel Medioevo, tra le grandi guerre, i cavalieri si facevano pagare un prezzo altissimo per essere pronti a morire nel nome del loro regno, mentre nel XX secolo i giovani si sono precipitati a morire in massa senza chiedere nulla in cambio. Per capire questo cambiamento della coscienza delle masse abbiamo bisogno di un modello metodologico eloquente che ci permetta di comprendere in cosa consista il nazionalismo.

Come Karl Deutsch, Sand considera la nazionalità un discorso illusorio. È un dato di fatto che gli studi storici e antropologici sulle origini dei diversi cosiddetti “popoli” e “nazioni” conducono all'imbarazzante disintegrazione di qualsiasi etnicità e identità etnica. Dunque è piuttosto interessante scoprire che gli ebrei tendono a prendere molto seriamente il loro mito etnico. La spiegazione può essere semplice, come ha rivelato Benjamin Beit Halachmi anni fa. Il sionismo ha trasformato la Bibbia da un testo spirituale a un “libro del catasto”. Sotto questo aspetto, la verità della Bibbia o qualsiasi altro elemento del discorso storico ebraico ha ben poca importanza finché non interferisce con la causa o la pratica politica nazionale degli ebrei.

Si potrebbe anche supporre che l'assenza di una chiara origine etnica non impedisca alle persone di provare un senso di appartenenza etnica o nazionale. Il fatto che gli ebrei siano lungi dall'essere ciò che è possibile definire popolo e che la Bibbia contenga una ben scarsa verità storica non impedisce a generazioni di israeliani e di ebrei di identificarsi con Re Davide o il gigante Sansone. Evidentemente l'assenza di un'origine etnica inequivocabile non impedisce alle persone di sentirsi parte di un popolo. Analogamente, non impedisce all'ebreo nazionalista di provare un sentimento di appartenenza a una più grande collettività astratta.

Negli anni Settanta Shlomo Artzi, allora giovane cantante che era destinato a diventare la più grande rockstar israeliana di tutti i tempi, incise una canzone che divenne in poche ore un enorme successo. Eccone i primi versi:

E all'improvviso

un uomo si sveglia

una mattina

sente di essere il suo popolo

e comincia a camminare

e a tutti quelli che incontra

dice shalom

In un certo senso Artzi esprime innocentemente nei suoi versi la repentinità, la natura quasi contingente della trasformazione degli ebrei in popolo. Tuttavia, quasi simultaneamente, Artzi contribuisce all'illusorio mito nazionale della nazione alla ricerca della pace. Artzi avrebbe già dovuto sapere che il nazionalismo ebraico era un atto colonialista ai danni del popolo palestinese autoctono.

A quanto pare il nazionalismo, il senso di appartenenza nazionale e il nazionalismo ebraico in particolare sono oggetto di un importante lavoro intellettuale. Risulta interessante che i primi a trattare teoricamente e metodologicamente questioni che hanno a che fare con il nazionalismo siano stati degli ideologi marxisti. Benché lo stesso Marx non fosse riuscito a dare una risposta adeguata, il sorgere all'inizio del XX secolo di istanze nazionaliste nell'Europa centrale e orientale colse Lenin e Stalin impreparati.

“Il contributo dei marxisti allo studio del nazionalismo può essere visto come una messa a fuoco sulla profonda correlazione tra l'ascesa della libera economia e l'evoluzione dello stato nazionale”. [5] Di fatto Stalin riassunse il punto di vista marxista sulla questione. “La nazione”, dice Stalin, “è una solida collaborazione tra individui storicamente creata e formatasi seguendo quattro fenomeni significativi: la condivisione di lingua, territorio, economia e particolarità psicologica…” [6]

Come c'era da aspettarsi, il tentativo materialista marxista di comprendere il nazionalismo mancava di un'adeguata prospettiva storica e si basava invece sulla lotta di classe. Per ovvie ragioni una tale visione era condivisa da coloro che credevano nel “socialismo di una sola nazione”, tra i quali possiamo includere l'ala di sinistra del sionismo.

Per Sand, il nazionalismo si è sviluppato a causa di un'“esaltazione creata dalla modernità che ha separato le persone dal loro passato immediato” [7]. La mobilità prodotta dall'urbanizzazione e dall'industrializzazione ha distrutto il sistema sociale gerarchico come pure la continuità tra passato, presente e futuro. Sand osserva che prima dell'industrializzazione il contadino feudale non sentiva necessariamente il bisogno di una narrazione storica di imperi e regni. Il soggetto feudale non aveva bisogno di una narrazione storica astratta di grandi collettività, poco rilevante per le necessità esistenziali concrete. “Senza la percezione di una progressione sociale erano sufficienti le narrazioni religiose che contenevano un mosaico di memoria privo della dimensione reale del tempo che avanza. La 'fine' era l'inizio e l'eternità faceva da ponte tra la vita e la morte”. [8] Nel mondo moderno laico e urbano il “tempo” si era trasformato nel principale veicolo della vita che illustrava un significato simbolico immaginario. Il tempo storico collettivo era diventato l'ingrediente base della vita intima e personale. La narrazione storica collettiva plasma il significato personale e ciò che sembra essere la “realtà”. Per quanto alcune menti banali insistano nell'affermare che il “personale è politico”, sarebbe molto più intelligibile dire che in pratica è esattamente l'inverso. Nella condizione post-moderna, il politico è personale e il soggetto viene detto più che dire esso stesso. L'autenticità è un mito che si riproduce nella forma di identificatore simbolico.

La lettura sandiana del nazionalismo come prodotto dell'industrializzazione, dell'urbanizzazione e della laicità appare particolarmente valida se si tiene presente il suggerimento di Uri Slezkin secondo il quale gli ebrei sarebbero gli “apostoli della modernità”, della laicità e dell'urbanizzazione. Se gli ebrei si ritrovarono nel cuore dell'urbanizzazione e della laicizzazione, non dovrebbe sorprenderci che – come altri – anche i sionisti siano stati piuttosto creativi nell'inventarsi la propria fantasiosa narrazione collettiva. Tuttavia, pur insistendo sul diritto di essere “come gli altri popoli” i sionisti sono riusciti a trasformare il loro passato collettivo inventato in un programma globale, espansionistico e spietato e nella maggiore minaccia per la pace mondiale.

Non esiste una storia ebraica

È un fatto dimostrato che non un solo testo storico ebraico è stato scritto tra il I secolo e gli inizi del XIX secolo. Il fatto che l'ebraismo si basi su un mito storico religioso può avere qualcosa a che fare con questo. La tradizione rabbinica non si è mai preoccupata di esaminare adeguatamente il passato ebraico. Uno dei motivi di ciò è probabilmente l'assenza di necessità di un simile impegno metodologico. Per l'ebreo che viveva nell'antichità e nel Medioevo quello che c'era nella Bibbia era sufficiente a rispondere alle domande più importanti sulla vita quotidiana, il significato e il destino ebraici. Come scrive Shlomo Sand, “il tempo cronologico secolare era alieno al 'tempo della Diaspora' plasmato dall'attesa del Messia”.

Tuttavia, alla luce della laicizzazione, dell'urbanizzazione e dell'emancipazione tedesche e a causa del calo di autorità dei capi rabbinici, tra i nascenti intellettuali ebrei crebbe la necessità di una causa alternativa. L'ebreo emancipato si chiedeva chi fosse e da dove venisse. Cominciò anche a speculare su quale potesse essere il suo ruolo in una società europea in progressiva apertura.

Nel 1820 lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) pubblicò la prima seria opera storica sugli ebrei, La storia degli israeliti. Jost evitò i tempi biblici, preferì cominciare i suo viaggio con il Regno di Giudea e compilò anche una narrazione storica sulle diverse comunità ebraiche del mondo. Jost si rese conto che gli ebrei del suo tempo non formavano un continuum etnico. Intuì che gli israeliti che vivevano nei vari luoghi erano molto diversi tra loro. Dunque pensò che niente al mondo avrebbe impedito agli ebrei di assimilarsi completamente. Jost riteneva che in uno spirito illuminato sia i tedeschi che gli ebrei avrebbero voltato le spalle alle istituzioni religiose oppressive per formare una nazione sana basata su un crescente senso di appartenenza orientato geograficamente.

Benché Jost fosse consapevole dell'evolversi del nazionalismo europeo, i suoi seguaci ebrei erano alquanto scontenti della sua lettura ottimistica e liberale del futuro ebraico.

“Dallo storico Heinrich Graetz in poi, gli storici ebrei presero a tracciare la storia dell'ebraismo come la storia di una nazione che era stata un 'regno', era stata poi cacciata in 'esilio', era diventata un popolo errante e infine era tornata alla sua terra natale”. [9]

Per il defunto Moses Hess era una lotta razziale più che una lotta di classe a definire la forma dell'Europa. Dunque, suggeriva Hess, meglio sarebbe stato se gli ebrei fossero tornati a riflettere sul loro patrimonio culturale e sulla loro origine etnica. Per Hess il conflitto tra ebrei e gentili era il prodotto della differenziazione razziale, e dunque inevitabile.

Il percorso ideologico dall'orientamento razzista pseudo-scientifico di Hess allo storicismo sionista appare ovvio. Se gli ebrei sono in effetti un'entità razziale distinta (come ritenevano Hess, Jabotinsky e altri) è meglio che cerchino la loro patria naturale, e questa patria non è altro che Eretz Yizrael. Chiaramente l'ipotesi di Hess sulla continuità razziale non aveva basi scientifiche. Per tenere in piedi questa invenzione storica bisognava ricorrere a un meccanismo di negazione per assicurarsi che qualche fatto imbarazzante non interferisse con la nascente creazione nazionale.

Sand suggerisce che il meccanismo di negazione sia stato orchestrato e pianificato molto bene. La decisione presa nel 1930 dall'Università Ebraica di dividere la Storia Ebraica e la Storia Generale in due dipartimenti distinti era ben più di una questione di comodità. Il logos che stava alla base di questa separazione dà un idea dell'auto-realizzazione ebraica. Agli occhi dei professori universitari ebrei la condizione e la psiche ebraica erano uniche e dovevano essere studiate separatamente. A quanto pare anche nell'ambiente accademico ebraico la posizione suprema viene assegnata agli ebrei, alla loro storia e alla loro percezione di sé. Come svela con perspicacia Sand, all'interno dei dipartimenti di Studi Ebraici il ricercatore si divide tra mitologia e scienza, mentre il mito conserva il suo primato. Anche se spesso viene condotto in un paralizzante dilemma dai 'piccoli fatti tortuosi'.

Il nuovo israelita, la bibbia e l'archeologia

In Palestina i nuovi ebrei e poi gli israeliani erano decisi a reclutare l'Antico Testamento e a trasformarlo nel codice unico del futuro ebreo. La “nazionalizzazione” della Bibbia serviva a innestare nei giovani ebrei il concetto che erano i discendenti diretti dei loro grandi antenati dell'antichità. Visto che la nazionalizzazione era un movimento ampiamente laico, la Bibbia fu privata del suo significato religioso e spirituale e fu invece vista come un testo storico che descriveva una vera catena di eventi del passato. Gli ebrei che erano ora riusciti a uccidere il loro Dio impararono a credere in se stessi. Masada, Sansone e Bar Kochba divennero grandi storie suicide. Alla luce dei loro antenati eroici, gli ebrei hanno imparato ad amare se stessi quanto odiano gli altri, solo che questa volta avevano a disposizione la forza militare per infliggere vero dolore al loro prossimo. Più preoccupante era il fatto che invece di un'entità soprannaturale – cioè Dio – che ordinasse loro di invadere la terra e compiere un genocidio e rubare la “terra promessa” ai suoi abitanti autoctoni adesso in questo progetto di rinascita nazionale erano essi stessi, Herzl, Jabotinsky, Weitzman, Ben Gurion, Sharon, Peres, Barak a decidere di cacciare, distruggere e uccidere. Invece di Dio erano gli ebrei a uccidere nel nome del popolo ebraico. E l'hanno fatto con i simboli ebraici dipinti sugli aerei e i carri armati. Hanno seguito degli ordini impartiti nel linguaggio appena ripristinato dei loro antenati.

È abbastanza sorprendente che Sand, che è indubbiamente uno studioso straordinario, non accenni al fatto che il dirottamento sionista della Bibbia fu di fatto una disperata risposta ebraica al primo romanticismo tedesco. Tuttavia, per quanto i filosofi, i poeti, gli architetti e gli artisti tedeschi fossero ideologicamente ed esteticamente affascinati dalla Grecia pre-socratica, sapevano benissimo di non essere esattamente i figli e le figlie dell'ellenismo. L'ebreo nazionalista invece ha fatto un passo più in là e si è legato con una fantasiosa catena di sangue ai suoi antenati mitici poco dopo aver ripristinato la loro antica lingua. Più che una lingua sacra, l'ebraico era diventato una lingua parlata. I primi romantici tedeschi non erano mai arrivati a tanto.

Gli intellettuali tedeschi del XIX secolo erano anche perfettamente consapevoli della distinzione tra Atene e Gerusalemme. Per loro Atene era universale, il capitolo epico dell'umanità e dell'umanesimo. Gerusalemme era invece il grande capitolo della barbarie tribale. Gerusalemme era una rappresentazione del Dio banale, non-universale, monoteistico e spietato che uccide vecchi e bambini. Il primo romanticismo tedesco ci ha lasciato Hegel, Nietzsche, Fichte e Heidegger e solo una manciata di ebrei che odiavano se stessi, primo tra loro Otto Weininger. I gerosolimitani non ci hanno lasciato un solo grande pensatore. Alcuni studiosi ebrei tedeschi di serie B hanno cercato di predicare Gerusalemme nell'esedra tedesca; tra questi c'erano Herman Cohen, Franz Rosenzveig e Ernst Bloch. Hanno mancato di accorgersi che i primi romantici tedeschi disprezzavano le tracce di Gerusalemme nel cristianesimo.

Nello sforzo di resuscitare “Gerusalemme”, per fornire all'epos sionista la necessaria base “scientifica” si reclutò l'archeologia. L'archeologia serviva a unire l'epoca biblica con il tempo della restaurazione. Probabilmente il momento più sorprendente di questa tendenza bizzarra fu nel 1982 la “cerimonia di sepoltura militare” delle ossa di Shimon Bar Kochba, un ribelle ebreo morto 2000 anni prima. Sotto la direzione del rabbino militare in capo si diede sepoltura militare in diretta televisiva ad alcune ossa trovate in una caverna dalle parti del Mar Morto. In pratica i sospetti resti di un ribelle ebreo del I secolo furono trattati come un soldato morto dell'esercito di difesa israeliano. Chiaramente l'archeologia aveva un ruolo nazionale, era stata reclutata per cementare il passato e il presente lasciando fuori il Galut, cioè l'esilio.

In modo alquanto sorprendente, non ci volle molto perché le cose prendessero tutta un'altra piega. Mentre la ricerca archeologica si rendeva sempre più indipendente dal dogma sionista cominciò a filtrare l'imbarazzante realtà. Era impossibile basare l'autenticità del racconto biblico su prove forensi. Di fatto l'archeologia confutò la storicità della narrazione biblica. Gli scavi misero in luce questa realtà imbarazzante. La Bibbia è un compendio di innovativi racconti letterari.

Come osserva Sand, l'antica storia biblica è piena zeppa di filistei, aramei e cammelli. Altro fatto imbarazzante è che gli scavi archeologici hanno dimostrato che i filistei sono comparsi nella regione non prima del XII secolo a.C., gli aramei un secolo dopo e i gioviali musi dei cammelli non sono spuntati prima dell'VIII secolo. Questi fatti scientifici confondono gravemente i ricercatori sionisti. Tuttavia per gli studiosi non ebrei come Thomas Thompson era piuttosto ovvio che la Bibbia “è un tardo compendio di letteratura innovativa scritto da un teologo di talento”. [10] La Bibbia appare dunque come un testo ideologico che serviva a una causa sociale e politica. Ed è imbarazzante anche che nel Sinai non sia stato trovato molto che dimostrasse la storia del leggendario Esodo dall'Egitto: parrebbe che tre milioni di uomini, donne e bambini ebrei abbiano marciato nel deserto per quarant'anni senza lasciare una sola traccia. Neanche una misera pallina di pane azzimo: ben poco ebraico, si direbbe.

La storia del re-insediamento biblico e del genocidio dei canaaniti che l'israelita contemporaneo imita con tanto successo è un altro mito. Gerico, la città fortificata che fu rasa al suolo al suono delle trombe e con onnipotente intervento soprannaturale era solo un piccolo villaggio del XIII secolo a.C.

Benché Israele si consideri la resurrezione del monumentale Regno di Davide e Salomone, gli scavi compiuti nella città vecchia di Gerusalemme negli 1970 hanno rivelato che il regno di Davide non era altro che un piccolo insediamento tribale. Le prove presentate da Yigal Yadin su Re Salomone sono state in seguito confutate da esami forensi realizzati con il Carbonio 14. Questi fatti scomodi sono stati scientificamente dimostrati. La Bibbia è un racconto di invenzione, e non contiene molto su cui possa basarsi una qualche gloriosa esistenza del popolo ebraico in Palestina in una qualche epoca.

Chi ha inventato gli ebrei?

Già all'inizio del suo testo Sand pone le domande cruciali e probabilmente più importanti. Chi sono gli ebrei? Da dove sono venuti? Come mai in diversi periodi storici appaiono in luoghi molto diversi e distanti?

Benché la maggioranza degli ebrei sia profondamente convinta che i suoi antenati siano gli israeliti biblici che si ritrovarono brutalmente esiliati dai romani, la verità va detta. Gli ebrei contemporanei non hanno niente a che fare con gli antichi israeliti, che non sono mai stati mandati in esilio perché una tale espulsione non è mai avvenuta. L'esilio romano è solo un altro mito ebraico.

“Ho cominciato a cercare tra gli studi scientifici notizie sull'esilio”, ha detto Sand in un'intervista ad Haaretz, [11] “ma con mia grande sorpresa ho scoperto che non c'è letteratura in merito. La ragione è che nessuno esiliò il popolo dal paese. I romani non esiliavano i popoli e non avrebbero potuto farlo neanche se avessero voluto. Non avevano treni né camion per deportare intere popolazioni. Quel genere di logistica non è esistito fino al XX secolo. Ed è da questo che in effetti è nato tutto il libro: dal comprendere che la società ebraica non fu dispersa e non fu esiliata”.

Anzi, alla luce della semplice intuizione di Sand, l'idea stessa dell'esilio ebraico è ridicola. Il pensiero che la flotta imperiale romana lavorasse ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette per portare faticosamente Moishele e Yankele a Cordova e a Toledo può aiutare gli ebrei a sentirsi importanti e trasportabili, ma il buon senso suggerisce che l'armata romana avesse cose più importanti da fare.

Tuttavia il risultato logico è molto più interessante: se il popolo di Israele non fu cacciato i veri discendenti degli abitanti del Regno di Giuda devono essere i palestinesi.

“Nessuna popolazione si conserva pura dopo migliaia di anni”, dice Sand. [12] “Ma le probabilità che i palestinesi siano i discendenti dell'antico popolo ebraico sono molto più grandi delle probabilità che lo siamo voi e io. I primi sionisti, fino alla Grande Rivolta Araba [1936-9], sapevano che non c'era stato nessun esilio e che i palestinesi erano i discendenti degli abitanti di quella terra. Sapevano che i contadini non se ne vanno finché non vengono cacciati. Perfino Yitzhak Ben-Zvi, il secondo presidente dello Stato di Israele, scrisse nel 1929 che ‘la vasta maggioranza dei contadini non ha le proprie origini nei conquistatori arabi ma piuttosto, prima di loro, nei contadini ebrei che erano numerosi e in maggioranza nella costruzione del territorio’”.

Nel suo libro Sand va oltre e dice che fino alla Rivolta Araba del 1929 i cosiddetti capi sionisti di sinistra tendevano a credere che i contadini palestinesi di fatto “di origine ebraica” sarebbero stati assimilati dalla nascente cultura ebraica e sarebbero infine entrati nel movimento sionista. Ber Borochov credeva che “se un falach (contadino palestinese) si veste come un ebreo e si comporta come un ebreo della classe operaia non si distingue in alcun modo da un ebreo”. Questa stessa idea ricomparve nel testo del 1918 di Ben Gurion e Ben-Zvi. Entrambi i capi sionisti si rendevano conto che la cultura palestinese era impregnata di tracce bibliche, linguisticamente e geograficamente (nomi di villaggi, città, fiumi e montagne). Sia Ben Gurion che Ben-Zvi vedevano, almeno in quella fase iniziale, i palestinesi autoctoni come parenti etnici rimasti legati alla terra e come potenziali fratelli. Consideravano inoltre l'islam come un'“religione democratica” amica. Chiaramente dopo il 1936 entrambi moderarono il loro entusiasmo “multiculturale”. Per quanto riguarda Ben Gurion, la pulizia etnica dei palestinesi era un'alternativa molto più attraente.

Ci si può ora chiedere: se i palestinesi sono i veri ebrei, chi sono questi che insistono nel chiamarsi ebrei?

La risposta di Sand è semplice, ma sensata. “Il popolo non si disseminò, ma la religione ebraica sì. L'ebraismo era una religione di convertiti. Contrariamente all'opinione popolare, nell'ebraismo delle origini c'era un grande desiderio di convertire gli altri”. [13]

Chiaramente le religioni monoteiste, essendo meno tolleranti di quelle politeiste, hanno in sé un impulso a espandersi. L'espansionismo ebraico ai suoi inizi non era solo simile al cristianesimo ma fu l'espansionismo ebraico a piantare i semi della 'diffusione' nel pensiero e nella pratica dei primi cristiani.

“Gli asmonei,” dice Sand, [14] “furono i primi a cominciare a produrre ebrei in gran numero per mezzo delle conversioni di massa, sotto l'influsso dell'ellenismo. Fu questa tradizione di conversioni che preparò il terreno per la successiva e diffusa disseminazione del cristianesimo. Dopo la vittoria del cristianesimo nel IV secolo, lo slancio delle conversioni subì una battuta d'arresto nel mondo cristiano e ci fu crollo nel numero di ebrei. Presumibilmente molti degli ebrei che apparvero attorno al Mediterraneo divennero cristiani. Ma poi l'ebraismo cominciò a permeare altre regioni, per esempio quelle pagane come lo Yemen e l'Africa Settentrionale. Se in quella fase l'ebraismo non avesse continuato ad avanzare e a convertire pagani saremmo rimasti una religione del tutto marginale, sempre che fossimo sopravvissuti”.

Pare che gli ebrei di Spagna, che ritenevamo avere legami di sangue con i primi israeliti, siano berberi convertiti. “Mi sono chiesto”, dice Sand, “come hanno fatto a comparire in Spagna comunità ebraiche così grandi. E poi mi sono accorto che Tariq ibn Ziyad, il supremo comandante dei musulmani che conquistarono la Spagna, era berbero, e che lo era anche la maggior parte dei suoi soldati. Il regno berbero ebraico di Dahia al-Kahina era stato sconfitto solo 15 anni prima. E la verità è che un certo numero di fonti cristiane afferma che molti dei conquistatori della Spagna erano ebrei convertiti. La fonte profonda della grande comunità ebraica spagnola erano quei soldati berberi che si erano convertiti all'ebraismo”.

Come c'era da aspettarsi, Sand condivide l'ipotesi ampiamente accettata che i cazari ebraizzati costituissero la principale origine delle comunità ebraiche dell'Europa Orientale, che chiama Nazione Yiddish. Quando gli si chiede come mai parlino yiddish, che è considerato un dialetto medievale tedesco, risponde che “gli ebrei erano una classe di persone che dipendeva dalla borghesia tedesca nell'Est, e così adottarono parole tedesche”.

Nel suo libro Sand riesce a fare un resoconto dettagliato della saga cazara nella storia ebraica. Spiega cosa portò il regno cazaro alla conversione. Tenendo conto che il nazionalismo ebraico è, per la maggior parte, guidato da un'élite cazara, potremmo dover ampliare la nostra intima conoscenza di questo gruppo politico così unico e influente. La traduzione del libro di Sand in altre lingue è una necessità immediata. (È in arrivo la traduzione francese, come riferito in Are the Jews an invented people?, di Eric Rouleau).

E poi?

Il professor Sand ci lascia con la conclusione inevitabile. Gli ebrei contemporanei non hanno un'origine comune e la loro origine semita è un mito. Gli ebrei non hanno in alcun modo avuto origine in Palestina, e dunque il loro cosiddetto “ritorno” alla “terra promessa” va visto come un'invasione da parte di un clan ideologico-tribale.

Tuttavia, benché gli ebrei non costituiscano in alcun modo un continuum razziale, per qualche ragione risultano etnicamente orientati. Come possiamo notare, molti ebrei considerano ancora i matrimoni misti come la minaccia peggiore e definitiva. Inoltre, nonostante la modernizzazione e la laicizzazione, la grande maggioranza di coloro che si identificano come ebrei laici soccombe ancora al rituale sanguinario della circoncisione, una pratica religiosa che comporta nientemeno che un mohel succhi il sangue del circonciso.

Per quanto concerne Sand, Israele dovrebbe diventare “uno stato dei suoi cittadini”. Come Sand, anch'io credo nella stessa visione utopica e futurista. Tuttavia al contrario di lui capisco che lo stato ebraico e i gruppi di pressione che lo sostengono devono essere ideologicamente sconfitti. La fratellanza e la riconciliazione sono estranee alla visione del mondo tribale ebraica e non trovano spazio nella concezione della rinascita nazionale ebraica. Per drammatico che possa sembrare, prima che gli israeliani possano adottare una visione moderna universale della vita civile deve aver luogo un processo di de-ebraizzazione.

Sand è senza dubbio un intellettuale straordinario, forse il più avanzato pensatore israeliano di sinistra. Rappresenta la forma più alta di pensiero che un israeliano laico può conseguire prima di invertire la rotta o di passare dalla parte dei palestinesi (una cosa che è successa ad alcuni, me compreso). L'intervistatore di Haaretz Ofri Ilani ha detto di Sand che diversamente da altri “nuovi storici” che hanno cercato di minare le basi della storiografia sionista “non si accontenta di risalire al 1948 o agli inizi del sionismo, ma torna indietro di migliaia di anni”. È proprio così: diversamente dai “nuovi storici” che “svelano” una verità che è nota a tutti i bimbi palestinesi, e cioè la verità che sono sottoposti a pulizia etnica, Sand erige un corpus di studio e di pensiero che mira a capire il significato del nazionalismo ebraico e dell'identità ebraica. È questa la vera essenza del sapere. Invece di raccogliere sporadici frammenti storici Sand cerca il significato della storia. Anziché un “nuovo storico” che cerca un nuovo frammento, è un vero storico motivato da un compito umanista. Ma soprattutto, diversamente da alcuni storici ebrei che contribuiscono al cosiddetto pensiero di sinistra, la credibilità e il successo di Sand si fondano sui suoi argomenti più che sui suoi precedenti familiari, giacché evita di condire i suoi ragionamenti con i parenti sopravvissuti all'olocausto. Leggendo i feroci argomenti di Sand si è costretti ad ammettere che il sionismo con tutti suoi torti è riuscito a creare dentro di sé un discorso dissidente fiero e autonomo che riesce a essere ben più eloquente e brutale dell'intero movimento anti-sionista mondiale.

Se Sand ha ragione, e io stesso sono convinto dalla forza dei suoi argomenti, gli ebrei non sono una razza ma piuttosto una collettività costituita da moltissime persone prese in ostaggio da un tardo movimento nazionale immaginario. Se gli ebrei non sono una razza, non formano un continuum razziale e non hanno niente a che fare con il semitismo, anche l'antisemitismo è, categoricamente, un significante vuoto. Si riferisce ovviamente a un significato che non esiste. In altre parole, la nostra critica del nazionalismo ebraico, dei gruppi di pressione ebraici e del potere ebraico può realizzarsi solo come critica legittima di un'ideologia e di una pratica.

Posso dirlo ancora una volta, non siamo e non siamo mai stati contro gli ebrei (il popolo) né contro l'ebraismo (la religione). Siamo però contro una filosofia collettiva con chiari interessi globali. Alcuni vorranno chiamarla sionismo, ma io preferisco di no. Il sionismo è un significante vago che è di gran lunga troppo ristretto per cogliere la complessità del nazionalismo ebraico, la sua brutalità, la sua ideologia e la sua pratica. Il nazionalismo ebraico è uno spirito e lo spirito non ha chiari confini. Infatti nessuno di noi sa esattamente dove finisce l'ebraicità e dove comincia il sionismo, così come non sappiamo dove finiscono gli interessi israeliani e dove cominciano gli interessi dei neocon.

Per quanto concerne la causa palestinese, il messaggio è devastante. I nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono in prima linea nella lotta contro una filosofia distruttiva. Ma è chiaro che non sono sono quegli israeliani che essi combattono con la loro fiera filosofia pragmatica a scatenare conflitti globali di proporzioni gigantesche. È una pratica tribale che impone la propria influenza nei corridoi del potere e del superpotere. L'American Jewish Committee sta premendo per una guerra contro l'Iran. Tanto per stare tranquillo, David Abrahams, “amico laburista di Israele”, dona denaro al Partito Laburista per interposta persona. Più o meno contemporaneamente due milioni di iracheni muoiono in una guerra illegittima progettata da un tizio chiamato Wolfowitz. E mentre accade tutto questo, milioni di palestinesi vengono affamati nei campi di concentramento e Gaza è sull'orlo di una crisi umanitaria. Mentre accade tutto questo gli ebrei anti-sionisti e gli ebrei di sinistra (Chomsky compreso) insistono nel neutralizzare le eloquenti critiche di Mearsheimer e Walt contro l'AIPAC, il gruppo di pressione e di potere ebraico. [15]

È solo Israele? È davvero sionismo? O dobbiamo piuttosto ammettere che si tratta di qualcosa di molto più grande di ciò che possiamo immaginare entro i confini intellettuali che ci siamo imposti? Per come stanno le cose, manchiamo del coraggio intellettuale per affrontare il progetto nazionale ebraico e i suoi molti messaggeri nel mondo. Tuttavia, visto che qui si tratta di giungere a una nuova consapevolezza, le cose stanno per cambiare. Anzi, questo testo serve a dimostrare che lo stanno già facendo.

Stare dalla parte dei palestinesi significa salvare il mondo, ma per farlo dobbiamo avere abbastanza coraggio da ammettere che non si tratta semplicemente di una battaglia politica. Non si tratta solo di Israele, del suo esercito o della sua dirigenza, non si tratta neanche di Dershowitz, di Foxman e delle loro alleanze che tutto mettono a tacere. È una guerra contro uno spirito canceroso che ha preso in ostaggio l'Occidente, almeno per ora, e lo ha dirottato dalle sue inclinazioni umaniste e dalle sue aspirazioni ateniesi. Combattere uno spirito è ben più difficile che combattere delle persone, perché può capitare di dover combattere le tracce che ha lasciato in noi. Se vogliamo affrontare Gerusalemme potremmo dover affrontare la Gerusalemme che abbiamo dentro. Potremmo doverci mettere davanti allo specchio, guardarci attorno. Andare alla ricerca dell'empatia in noi stessi, se ancora esiste.

Note

[1] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 11

[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[3] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 31

[4] Ibid pg 31

[5] Ibid pg 42

[6] Ibid

[7] Ibid pg 62

[8] Ibid

[9] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[10] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 117

[11] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[12] Ibid

[13] Ibid

[14] Ibid

[15] http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html

Originale: http://palestinethinktank.com

Articolo originale pubblicato il 2 settembre 2008

Manuela Vittorelli è redattrice dei blog russologi http://mirumir.altervista.org/ e http://mirumir.blogspot.com/ e membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

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domenica, luglio 20, 2008

Tra singhiozzi e canti di guerra

Tra singhiozzi e canti di guerra

di Gilad Atzmon

Passando in rassegna i pornografici lamenti collettivi israeliani attualmente riportati dalla stampa ebraica, ho avuto la sorpresa di trovare un editoriale critico del dottor Mordechai Keidar, un accademico israeliano di destra.

“I nostri nemici”, scrive Keidar, “vedono una nazione frenetica, emotiva, lamentosa, corrotta, edonista, possessiva e liberale. Gente che agguanta e divora, gente priva di radici storiche, gente cui fa difetto l'ideologia, che è spogliata dei propri valori e manca del senso di solidarietà. Gente che si preoccupa solo del 'qui e ora', gente disposta a pagare qualsiasi prezzo senza tenere conto delle gravi conseguenze del proprio sfrenato e irresponsabile comportamento”. (Mordechai Keidar http://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-3568863,00.html).

È leggermente incoraggiante scoprire che qualcuno in Israele è in grado di capire la severità con cui è vista la realtà israeliana. Keidar riesce a comprendere quanto appaia penoso l'attuale pianto collettivo visto da fuori, e in particolare dai paesi vicini. Per quanto si possa simpatizzare con le famiglie dei soldati e il loro dolore, Regev e Goldwasser erano soldati in uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano al servizio di una forza armata molto ostile. Quando furono rapiti stavano pattugliando il conteso confine libanese. Per chi non l'avesse ancora capito, erano soldati e non “civili innocenti”. Erano teoricamente capaci di difendersi. Il caso di Gilad Shalit non è molto diverso. Shalit, che viene presentato dai media mondiali come una “vittima innocente”, faceva la guardia in un campo di concentramento israeliano, Gaza. Shalit, come Goldwasser e Regev, quando è stato catturato indossava un'uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano. Né Regev, né Goldwasser né Shalit erano vittime. Servivano tutti uno stato che impiega tattiche genocide: affama, compie operazioni di pulizia etnica e assassina chi considera proprio nemico.

Tuttavia è sempre sorprendente constatare quanto sia corta la memoria collettiva israeliana. La fallita liberazione da parte dell'Esercito di Difesa Israeliano di Regev e Goldwasser dopo l'imboscata riuscita di Hezbollah portò Israele a scatenare la Seconda Guerra del Libano. In un'azione di rappresaglia, punizione e vendetta Israele demolì le infrastrutture libanesi, distrusse le città e i villaggi del Libano meridionale e alcuni quartieri di Beirut. Uccise migliaia di civili libanesi. In qualche modo gli israeliani sono riusciti a dimenticarsene. Adesso vedono solo due bare nere. Sono riusciti perfino a ignorare il fatto di averle scambiate con 190 casse contenenti i resti di militanti di Hezbollah.

Gli israeliani hanno il dono di vedere solo se stessi. Ai loro occhi, il loro dolore è in qualche modo superiore al dolore degli altri. Ma c'è qualcosa che mi lascia perplesso. Davanti al necrofilo pianto collettivo israeliano sono confuso perfino io. Se Israele e gli israeliani riescono a riprendersi a fatica da due tragiche perdite militari israeliane, come faranno a gestire la guerra globale che insistono a voler scatenare contro l'Iran? Se non riescono a consolarsi per due bare, come si consoleranno quando Tel Aviv si trasformerà in una tomba collettiva? Perché i loro canti di guerra suggeriscono che è proprio lì che vogliono andare a parare a tutti i costi.

È abbastanza buffo che sia il dottor Keidar a suggerire una risposta: “Solo una nazione piena di convinzione ideologica, una nazione che creda profondamente nella giustezza della propria via, una nazione che senta di far parte di un processo storico, una nazione in grado di conquistare la propria sopravvivenza con il sangue, il sudore e le lacrime, solo una nazione simile può durare in Medio Oriente. Questa regione”, dice Keidar, “non ha spazio per post-ebrei che prima o poi si riveleranno i post-sionisti che sono”.

Devo ammettere che Keidar, lo zelota israeliano di destra, non ha tutti i torti. Gente che crolla davanti a due bare farebbe meglio a non scatenare un altro conflitto internazionale. Il fatto è che gli israeliani non hanno la stoffa giusta. Non sono esattamente una nazione di spartani. Amano infliggere dolore agli altri ma non sopportano l'idea di soffrire: chiaramente non sono pronti a sacrificarsi, sono un branco di codardi sconfitti. Farebbero meglio a scappare. Come scrive Keidar, la loro probabilità di sopravvivenza nella regione è pari a zero.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/18/caught-between-sobbing-and-war-chants-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, luglio 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, luglio 07, 2008

Uniti da un bulldozer, di Gilad Atzmon

Uniti da un bulldozer... e io penso tra me e me

di Gilad Atzmon

Secondo Haaretz, il servizio di sicurezza Shin Bet, il Procuratore Generale Militare dell'Esercito di Difesa Israeliano, il Ministro della Difesa Barak e lo stesso Primo Ministro Olmert appoggiano tutti la demolizione delle case dei terroristi.

Non c'è molto da dire; almeno gli ebrei cominciano a essere d'accordo tra loro su qualcosa, e non solo sono d'accordo, ma gareggiano in franchezza. Vogliono tutti vincere il campionato ebraico di belligeranza. Ciascuno di loro cerca di plasmare e riplasmare un'autentica immagine di vendetta. Ammettiamolo: la compassione non è una dote molto apprezzata nello Stato ebraico.

Di fatto, è quasi divertente leggere le dichiarazioni di Olmert:

“Questo è un attacco che è venuto dall'interno di Israele contro Israele”, afferma l'osservante Primo Ministro israeliano. “Crea una serie di scenari che in passato non avremmo mai pensato di dover affrontare”. E così va avanti, e non so se mettermi a ridere o a piangere. Israele investe tante energie nella discriminazione razziale dei suoi cittadini palestinesi (che si definiscono essi stessi 'arabi israeliani' più che semplici israeliani) eppure è incapace di prevedere che un giorno tutto questo può esplodere. Comunque a un certo punto Olmert mi ha quasi sorpreso. “Noi,” dice, “abbiamo investito moltissimo nella costruzione di…” Fermi un attimo. A questo punto ho bisogno di una pausa da queste fesserie. Ho bisogno di un sorso d'acqua. Ovviamente mi aspetto che Olmert rispetti il cieco mantra della destra israeliana e dica:

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di infrastrutture, nell'istruzione e negli alloggi per gli anziani in tutti quei villaggi palestinesi e loro invece di ringraziarci vengono ad ammazzarci, quegli ingrati”.

Indovinate un po': invece mi sbaglio. Olmert non lo dice: al contrario, dice la verità. Ecco le sue parole.

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di una recinzione di sicurezza. Anche se è stata molto efficace, risulta che una recinzione non può darci la risposta al problema del terrorismo che viene dall'interno”.

Eh sì, è un'amara scoperta per gli israeliani. Quel muro di cemento da megalomani, alto 12 metri, che per qualche motivo loro chiamano “recinzione”, non li ha salvati. Non ha dato loro la sicurezza. Trasformare Gaza in un campo di concentramento non ha neanche salvato Sderot e Ashkelon dai razzi Qassam. Non ci vuole un genio per intuire che quando la “recinzione” sarà completata Herzeliya, Ramat Asharon e Tel Aviv subiranno lo stesso destino. Israele farebbe meglio a prepararsi a costruire un bel tetto di cemento sulle sue aree abitate. Essendo sensibile al poetico uso delle parole degli israeliani, immagino già che il nome di quel muro sarà tipo “nuvola di difesa”, “soffitto di sicurezza” o addirittura “arcobaleno di cemento”.

Bisogna però riconoscere che alcuni non sono totalmente d'accordo con Olmert. Per esempio il Vice Premier con precedenti per stupro Haim Ramon (Kadima), il quale giovedì mattina ha detto alla Radio dell'Esercito che Israele dovrebbe trattare i quartieri di Gerusalemme Est di Jabel Mukaber e Zur Baher come villaggi palestinesi e privare dello status di residenti coloro che ci vivono.

Per chi non lo sapesse, lo Stupratore Vice Premier Ramon è il grande artefice della cosiddetta “recinzione di sicurezza”. Pare che ora voglia modificare la sua sinistra idea originale. Ora suggerisce di trasformare quel noioso muro di sicurezza di cemento in una struttura elastica dietro alla quale rinchiudere gli “arabi cattivi”. Se un “arabo” fa il cattivello o si limita a vivere accanto a un arabo cattivello, mettiamo un intero villaggio dietro al muro o priviamo tutti i suoi abitanti della residenza.

Lo Stato ebraico sta davvero diventando sempre più dinamico e innovativo con i suoi nuovi ghetti recintati da muri e le sue imbattibili misure di discriminazione razziale.

Ecco le parole di Ramon:

“Uno dei principali motivi per cui l'attacco di ieri è stato messo in atto con tanta facilità è che ci sono dei villaggi palestinesi che per qualche ragione sono chiamati Gerusalemme... Vanno trattati come trattiamo Ramallah, Betlemme, Jenin e Nablus… Questi sono villaggi palestinesi che non hanno mai fatto parte di Gerusalemnne, sono stati annessi alla città nel 1967. Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Questo dice tutto: “Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Nessuno sa definire il sentimento giudeocentrico meglio di Ramon. La cittadinanza di un palestinese che apparentemente possiede una carta di identità israeliana dovrebbe essere definita dalla sua importanza agli occhi di un ebreo israeliano. Secondo Ramon, se un “israeliano” non visita un villaggio arabo il villaggio va messo dietro un muro. Ci si potrebbe chiedere: e i villaggi palestinesi dentro Israele che non si trovano nelle vicinanze del muro ma non vengono comunque visitati da israeliani? Se aspettiamo un po', gli israeliani vorranno epurarli o circondarli di recinzioni.

Il messaggio è chiaro. Gli israeliani sono davvero uniti, ed è bene che lo siano così tanto perché questo ci permette di capire cos'è veramente lo Stato ebraico. Purtroppo nella società israeliana non c'è un vero interlocutore che sia favorevole alla pace. La soluzione dei due stati è un sogno bagnato, e l'unico stato non è una soluzione. È destinato a realizzarsi per motivi concreti, per quella che è nota come l'arma definitiva palestinese: la cosiddetta bomba demografica.

Lo Stato ebraico è nella sua estrema fase di declino. A quanto pare i suoi capi non tentano più di nascondere i loro peccati. Sarà il livello di malvagità che praticano quotidianamente a consumarli prima di qualsiasi altra cosa. Una cultura che si alimenta di odio e di vendetta è destinata a sbriciolarsi. Non resta che mantenere alta la pressione e smascherare loro e quelli tra di noi che li appoggiano.

Purtroppo, e questa sì che è una tragedia, i palestinesi sono in prima linea nella battaglia decisiva per un mondo migliore. I palestinesi sono rimasti intrappolati nello scontro con un'identità nazionale ebraica psicotica, allucinatoria, assetata di sangue ed egocentrica che non conosce la pietà.

Oggi che Israele e i suoi gruppi di pressione fanno chiaramente di tutto per trascinarci in una terza guerra mondiale, schierarci con la Palestina è il minimo che possiamo fare. Per come stanno le cose, una piccola e coraggiosa nazione sta affrontando completamente da sola quello che sembra essere il più grande nemico della pace: Israele. Dolorosa e struggente, la battaglia palestinese è la nostra battaglia. Liberare la Palestina significa salvare l'umanità.

Seconda parte: e io penso tra me e me...
Ecco un piccolo aneddoto a cui ho pensato in questi ultimi due giorni.

Tenendo conto del fatto che non una sola organizzazione militante palestinese ha rivendicato il fatto del bulldozer di due giorni fa [quando un palestinese si è lanciato con un bulldozer contro un autobus, N.d.T.], mi chiedo come gli israeliani possano essere così sicuri che si sia trattato di un attentato terroristico.

Potrebbe anche essere che il tizio fosse un po' matto, forse aveva appena litigato con la moglie o aveva avuto un diverbio con il suo datore di lavoro israeliano che l'aveva fatto schizzare.

Direi che per poter dichiarare che un incidente è un attentato terroristico si debba prima individuare un movente o uno scenario terroristico. Senza individuare questo movente siamo destinati ad ammettere che abbiamo a che fare con un crimine che va investigato. Dovremmo dunque impedirci di saltare alle conclusioni.

Gli israeliani invece sembrano parecchio convinti. Per loro non c'è un solo dubbio che l'uomo del bulldozer fosse nientemeno che un terrorista assassino.

Per gli israeliani un evento diventa un atto terroristico non appena un ebreo viene terrorizzato (idealmente da un gentile, ma non necessariamente).

Qui però c'è la parte più spaventosa.

Visto che ogni ebreo di questo pianeta può essere potenzialmente terrorizzato praticamente da tutto e da tutti, siamo condannati ad ammettere che per quanto riguarda gli ebrei l'universo e tutti i suoi abitanti possono essere considerati dei potenziali terroristi. Nella misura in cui il surriscaldamento globale e il cancro possono terrorizzare alcuni ebrei, tutti noi siamo potenziali terroristi solo per il fatto di esistere e di gridare la verità.

Tenendo conto delle parole di Olmert e delle sue squadre di demolizione, suggerisco di prepararci tutti alla demolizione delle nostre case. Se saremo fortunati, finiremo semplicemente per essere circondati da una “recinzione di sicurezza” modello Haim Ramon.

Bisogna dire la verità. Prima dell'emancipazione degli ebrei erano loro che si chiudevano volontariamente dietro dei muri; grazie all'ascesa dell'onnipotente superpotenza israeliana, adesso sono gli ebrei (israeliani) che rinchiudono i gentili (palestinesi) dietro dei muri contro la loro volontà. Dal punto di vista del nazionalismo ebraico, questo cambiamento è un importante successo.

Faremmo bene a ricordare che l'arsenale atomico israeliano, costituito da centinaia di bombe nucleari, non ha fini decorativi né umanitari. Se nel primo atto compare un'arma nucleare, prima dell'ultimo atto quell'arma è destinata ad esplodere. Se non l'avete ancora capito, ne hanno preparate abbastanza per tutti noi. E ovviamente una ragione c'è.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/07/04/united-by-a-bulldozer-and-i-think-to-myself-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, luglio 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 10 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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