giovedì, settembre 03, 2009

Pepe Escobar sul Nuovo Grande Gioco in America Latina e l'esportabilità del "Piano Colombia"

L'“arco di instabilità” degli Stati Uniti non fa che ampliarsi

di Pepe Escobar

Il Nuovo Grande Gioco non si concentra solo sullo scontro tra gli Stati Uniti e gli antagonisti strategici Russia e Cina, con il Pipelineistan a fare da elemento determinante.

La dottrina del dominio ad ampio spettro impone il controllo di quello che il Pentagono ha battezzato “arco di instabilità” dal Corno d'Africa alla Cina occidentale. In prima pagina qui c'è l'ex “guerra globale al terrore”, ora “operazioni d'emergenza oltremare” sotto la gestione dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto la logica basilare resta quella del divide et impera. Per quanto riguarda il dividere, Pechino lo definirebbe, senza traccia di ironia, “scissionismo”. Scissionismo in Iraq – bloccando l'accesso della Cina al petrolio iracheno. Scissionismo in Pakistan – con un Belucistan indipendente che impedisca alla Cina di accedere al porto strategico di Gwadar. Scissionismo in Afghanistan – con un Pashtunistan indipendente che permetta la costruzione del Trans-Afghanistan Pipeline, oleodotto che aggirerebbe il territorio russo. Scissionismo in Iran – finanziando la sovversione nel Khuzestan e nel Sistan-Belucistan. E, perché no, scissionismo in Bolivia (il tentativo risale all'anno scorso) a vantaggio dei colossi energetici statunitensi. Chiamatelo modello (scissionista) Kosovo.

Il Kosovo, a proposito, è noto come la Colombia dei Balcani. Quello che Washington chiama “emisfero occidentale” è una sottosezione del Nuovo Grande Gioco. Il legame tra il recente colpo di Stato militare in Honduras, il ritorno dei morti viventi – cioè la resurrezione della Quarta Flotta statunitense nel luglio del 2008 – e ora la sovralimentazione di sette basi militari americane in Colombia non può essere attribuito solo alla continuità tra George W. Bush e Obama. Niente affatto. Tutto questo ha a che fare con la logica interna del Dominio ad Ampio Spettro.

La conquista delle basi
Dodici nazioni sudamericane, sotto l'ombrello dell'Unione delle Nazioni Sudamericane, la scorsa settimana si sono date appuntamento a Bariloche, in Argentina, e dopo un'animata discussione di sette ore sono riuscite solo a sottolineare, alquanto umilmente, che “le truppe straniere non possono costituire una minaccia per la regione”, facendo riferimento alla presenza militare statunitense in Colombia. Almeno il Presidente brasiliano Lula da Silva chiederà a Obama di incontrare i presidenti sudamericani e di rivelare la vera sostanza di questo nuovo patto militare con la Colombia.

La propaganda, naturalmente, ha prevalso. L'influente quotidiano conservatore brasiliano O Globo, che da tutti i punti di vista sembra redatto a Washington, praticamente ha incolpato di tutto il Presidente venezuelano Hugo Chavez.

È istruttivo esaminare il modo in cui vedono la questione alcune delle migliori menti sudamericane. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (il cui libro Le vene aperte dell'America Latina è stato donato a Obama da Chavez al recente summit dell'Organizzazione degli Stati Americani) in un'intervista a un giornale ecuadoregno ha sottolineato come gli Stati Uniti, che hanno trascorso un secolo a fabbricare dittature militari in America Latina, restino a corto di parole quando si verifica un colpo di Stato come quello dell'Honduras.

Per quanto riguarda le basi militari in Colombia, Galeano ha detto che “offendono non solo la dignità collettiva dell'America Latina ma anche la nostra intelligenza”.

Gli Stati Uniti hanno già costruito tre basi militari in Colombia, più una dozzina di stazioni radar. Il governo colombiano porterà il numero delle basi a sette, una delle quali – Palanquero – con accesso aereo a tutto l'emisfero. Sette basi in Colombia è la naturale risposta del Pentagono alla perdita della base di Manta in Ecuador e alla perdita del controllo sul Paraguay, dove governa ora la sinistra. Washington già addestra le forze armate, le forze speciali e la polizia nazionale della Colombia.

La famigerata Scuola delle Americhe con sede a Fort Benning, il campo d'addestramento americano per eccellenza per le dittature militari ultra-repressive, cioè la “Scuola degli Assassini” ribattezzata nel 2001 Western Hemisphere Institute of Security Cooperation, Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza, ha addestrato non solo più di 10.000 colombiani ma anche gli autori del colpo di Stato in Honduras.

L'esperto di scienze politiche argentino Atilio Boron attacca senza pietà; per lui “Pensare che quelle truppe e quei sistemi d'arma si trovino in America Latina per ragioni diverse da quella di assicurare il controllo politico di una regione che gli esperti considerano la più ricca del pianeta in termini di risorse naturali – acqua, energia, biodiversità, minerali, agricoltura, ecc. – sarebbe di una stupidità imperdonabile”.

L'autore e attivista politico americano Noam Chomsky, in un'intervista concessa all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger durante la sua recente visita in Venezuela, ha spiegato come l'“ondata rosa” della sinistra sudamericana stia spaventando così tanto Washington da costringerla a collaborare con governi che solo pochi decenni fa avrebbe deposto sommariamente. Chomsky si riferisce al governo di Joao Goulart in Brasile, che fu rovesciato nel 1964 aprendo la strada, sotto la supervisione degli Stati Uniti, al “primo stato di sicurezza nazionale di stampo neonazista”. La politica di Lula, oggi, non è diversa da quella di Goulart.

Entra in gioco la NATO
La Colombia ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari dal Pentagono da quando il presidente Bill Clinton lanciò il Piano Colombia nel lontano... 2000. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe governa su una terra ammaliante infestata di paramilitari e di omicidi extragiudiziali – decine di contadini e di sindacalisti uccisi a sangue freddo. Ma a Washington lo elogiano come un eroe dei diritti umani.

Non è magnifico? In un documento dei servizi segreti del Pentagono che risale al 1991 ed è ora di pubblico dominio, l'allora senatore Alvaro Uribe Velez viene descritto come “dedito alla collaborazione con il cartello di Medellin ad alti livelli governativi”. Il documento evidenzia che Uribe “ha lavorato con il cartello di Medellin ed è amico intimo di Pablo Escobar Gaviria”, l'archetipico e ora defunto signore della droga colombiano. Non c'è da meravigliarsi che Uribe abbia sempre combattuto ferocemente ogni possibile forma di trattato di estradizione.

Boron definisce Uribe “il Cavallo di Troia dell'impero”. È questo Cavallo di Troia che permette di presentare come “guerra alla droga” quella che di fatto è un'operazione di controinsurrezione. Inutile dire che la Colombia resta il fornitore numero uno di cocaina degli Stati Uniti, Piano Colombia o no.

La controinsurrezione è anche in gran parte diretta contro il venezuelano Chavez (chi se non lui), che nei suoi tanti momenti di disinvolta sincerità non fa mistero di “conoscere molto bene Uribe e anche la sua psicologia”. Eva Golinger, autrice di un essenziale libro sulla strategia complessiva di Washington, Bush vs Chavez: Washington's war on Venezuela (Bush contro Chavez: la guerra di Washington al Venezuela), ha detto a Russia Today che “Il vero obiettivo del Piano Colombia non è affrontare direttamente la guerra alle droghe”; è piuttosto il “controllo delle risorse naturali e delle risorse strategiche”.

Ben al di là del Venezuela, qui si tratta della militarizzazione delle Ande e oltre. La Colombia è effettivamente il Cavallo di Troia con il compito di presidiare praticamente tutto il Sudamerica, per non parlare dell'America Centrale, adesso che l'egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti si va riducendo a vista d'occhio.

La bellezza del Piano Colombia è la sua versatilità: può essere applicato dall'AfPak al Messico. Pochi sanno che nell'aprile del 2007 l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, William Wood, fu mandato in Afghanistan a mettere in atto... un Piano Colombia, cioè controinsurrezione mascherata da lotta alle droghe. La Colombia è uno specchio dell'Afghanistan, e viceversa. Inutile dire che l'Afghanistan della controinsurrezione – ora sotto il tacco supremo dell'ex organizzatore degli squadroni della morte in Iraq per conto del Generale Petraeus, il Generale Stanley McChrystal – produce ancora più del 90% dell'oppio mondiale.

Ed è qui che inevitabilmente entra in gioco la NATO. L'unica parte del mondo in cui la NATO non è attiva è il... Sudamerica. Pochi inoltre sanno che alcuni mesi fa il capo del Comando Sud del Pentagono, l'Ammiraglio James Stavridis, è diventato il comandante supremo della NATO. Tre degli ultimi cinque comandanti supremi della NATO – Stavridis, Bantz Craddock e Wesley Clark – venivano proprio dal Comando Sud, aggiungendo un ulteriore significato alla tetra espressione “Scuola delle Americhe”.

Non meraviglia che a metà luglio a Cuba il Presidente boliviano Evo Morales abbia detto di ritenere “sulla base di informazioni affidabili che l'impero, attraverso il Comando Sud degli Stati Uniti, abbia fatto il golpe in Honduras”. E tutto questo mentre non solo il Messico e l'Argentina – ma anche il Brasile e l'Ecuador – si accingono a legalizzare gli stupefacenti.

Guerra alla droga? Va bene per i titoli di prima pagina. Pare piuttosto che il Pentagono si sia messo all'opera, come dice Galeano, per insultare l'intelligenza dell'America Latina per molto tempo a venire.

Originale: US 'arc of instability' just gets bigger

Articolo originale pubblicato il 2/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 23, 2008

La Bolivia degna avanza verso la propria rifondazione

Ancora una volta i movimenti sociali scrivono la storia:
La Bolivia degna avanza verso la propria rifondazione


di Alex Contreras Baspineiro

Cochabamba - Il vecchio orologio del Palazzo Legislativo di La Paz segna le 12.55. Il Presidente della Repubblica, Evo Morales Ayma, non riesce a contenere l'emozione e scoppia a piangere, i dirigenti dei movimenti sociali si stringono in un abbraccio, i migliaia di manifestanti gridano la loro contentezza e agitano le bandiere e le wiphala [le bandiere che rappresentano i popoli indigeni delle Ande centrali e della regione amazzonica boliviana, N.d.T.], i minatori fanno detonare candelotti di dinamite e i contadini suonano i loro pututu. È una giornata storica per la Bolivia perché il Congresso Nazionale ha approvato con due terzi dei voti la convocazione del referendum sulla Nuova Costituzione Politica dello Stato che si svolgerà il 25 gennaio del 2009.
“Da questo momento cominciamo la campagna per approvare al cento per cento la nuova Costituzione Politica dello Stato”, ha detto il Presidente davanti a migliaia e migliaia di persone che dopo avere marciato per giorni hanno vegliato tutta la notte in piazza Murillo.

Il Capo dello Stato ha sottolineato che la nuova Costituzione istituzionalizzerà vari benefici, come la Renta Dignidad [pensione di 2400 bolivianos (266 euro) all'anno destinata a tutti coloro che abbiano superato i 60 anni e non abbiano altre rendite, di 1800 per chi abbia una rendita, N.d.T.], il Bono Juancito Pinto [sussidio annuale di 200 bolivianos (26 euro) assegnato ai bambini iscritti dal primo al sesto grado scolastico, N.d.T.] e la Nazionalizzazione degli Idrocarburi.

Le autonomie dipartimentali – come quelle indigene e municipali – saranno garantite e rese costituzionali, e con un atto di giustizia si riconosce la Bolivia come uno Stato Unitario Sociale di Diritto, Plurinazionale, Comunitario, Sovrano, Interculturale e con Autonomie.

Elogiando la lotta e il compromesso dei movimenti sociali, Morales Ayma ha dichiarato: “La rifondazione della Bolivia ci ha uniti… Plaudo alla decisione della COB di unirsi alla CONACALM”.
La marcia da Caracollo (Oruro) fino alla La Paz è stata guidata dai principali dirigenti della Central Obrera Boliviana (COB) e la Coordinadora Nacional para el Cambio (CONALCAM); attorno a esse si sono aggregate più di 95 organizzazioni sociali di tutto il territorio nazionale.

La via si fa con l'andare

Dopo 190 chilometri a piedi in otto giorni, dopo aver patito la fame e la sete in villaggi situati a quattromila metri sopra il livello del mare, aver dormito sotto le intemperie nel freddo dell'altipiano e avere sopportato una campagna mediatica che li ha demonizzati come “cercatori” di democrazia, migliaia e migliaia di boliviani e boliviane sono arrivate il 20 ottobre a La Paz.
Come un gigante addormentato che si stesse risvegliando, i rappresentanti dei movimenti sociali, orgogliosi della loro cultura, vestiti dei loro abiti e accompagnati dalla loro musica e dalle loro tradizioni, durante il cammino hanno ricevuto non solo cibo e bevande, ma soprattutto solidarietà.

La marcia, la più grande della storia democratica del paese – nel centro nevralgico della politica boliviana – si è trasformata in una festa multiculturale e multietnica che ha sorpreso i connazionali e gli stranieri.

Una settimana fa nessun politico mostrava alcun interesse a individuare soluzioni concertate: si cercava ancora una volta la polarizzazione del paese per favorirne la frammentazione e la divisione. Ma i passi della gente in marcia hanno tracciato l'unica via possibile: quella del dialogo urgente.

“È un grande trionfo della Bolivia, perché lì si sta costruendo un progetto che include tutti... Questo non è un progetto del governo o dell'opposizione, è un progetto dei boliviani”, ha dichiarato il rappresentante dell'Organización de Estados Americanos (OEA), Raúl Lagos.
Attraverso una legge speciale interpretativa dell'articolo 233, il Congresso Nazionale ha convenuto di convocare un referendum costituzionale il 25 gennaio 2009 ed elezioni generali nel dicembre del prossimo anno.

“Le comunità indigene, contadine e native, così come tutti i movimenti sociali, non intendono aggredire alcun parlamentare né alcun cittadino come hanno fatto gli autonomisti con le loro azioni razziste. Noi difendiamo la cultura della vita”, ha sottolineato il dirigente della CONALCAM Fidel Surco.

I marciatori sono giunti a La Paz dai dipartimenti di Santa Cruz e Oruro, Tarija e Potosí, Beni e Chuquisaca, Pando e Cochabamba, in rappresentanza delle organizzazioni rurali e urbane che vogliono e sostengono il processo di cambiamento.

Più di cento articoli
Il passo faticoso ma fermo dei boliviani in marcia ha fatto sì che l'opposizione e il governo imparassero a dialogare e accantonassero interessi politici e personali per giungere ad accordi concreti.

La seduta del congresso si è protratta per più di 16 ore.

Le posizioni intransigenti di alcuni giorni fa, come “nel nuovo progetto non cambierà una sola virgola, tranne la questione delle autonomie” o “non approveremo una costituzione macchiata di sangue”, sono state messe da parte.

Secondo il vice Presidente della Repubblica, Álvaro García Linera, sono più di cento gli articoli modificati, alcuni nella forma e altri nella sostanza.

“Le forze politiche hanno concordato più di 100 correzioni al nuovo testo costituzionale in tema di elezioni, autonomie, diritto comunitario e ordinario, tra le altre”, ha dichiarato.

Tra gli accordi raggiunti c'è la questione della terra, motivo di grande preoccupazione per i settori produttivi; si è stabilito che i risultati del referendum dirimente, per quanto riguarda il possesso di 5 o 10 mila ettari, non influirà su chi era titolare di queste terre prima della consultazione e svolge funzioni economiche e sociali.

Per quanto riguarda le autonomie, si è riusciti ad arrivare a un capitolo molto più completo, solido e maggiormente legato alle aspettative dei dipartimenti di Tarija, Beni, Santa Cruz e Pando.
In queste quattro regioni si sono tenuti referendum autonomisti giudicati illegali.

“Ha vinto la Bolivia. È il coronamento di uno sforzo che si è protratto per due anni della nostra vita politica... Siamo soddisfatti per vari motivi, perché è il culmine di una fase in un paese che ha lottato per anni per l'inclusione sociale”, ha detto García Linera.

Anche se permangono alcune divergenze di carattere regionale, soprattutto tra i parlamentari di Santa Cruz e Chuquisaca, la maggioranza dei quattro raggruppamenti politici (MAS, MNR, UN e PODEMOS) ha stabilito un accordo che essenzialmente rafforza il sistema democratico boliviano.

Scavarsi la fossa
Grazie alla forza dei movimenti sociali l'opposizione non solo è stata messa sotto pressione, ma indebolita e infine sconfitta.

Fino a ieri, impiegando una strategia comunicativa unica su tutti i mezzi di informazione commerciali, gli oppositori avevano affermato che “la costituzione masista sarebbe stata approvata solo passando sui loro cadaveri”.

Oggi alcuni piangono sulla sconfitta, altri non possono accettare il duro colpo e altri ancora cercano di giustificare l'ingiustificabile.

Il prefetto di Chuquisaca, Savina Cuéllar, ex masista, ha detto: “Quelli che hanno appoggiato il Congresso Nazionale sono traditori. Non possiamo approvare questa costituzione venezuelana, faremo una campagna per il no”. “Non siamo stati presi in considerazione... la questione delle competenze delle autonomie non è stata definita appieno”, ha dichiarato il deputato dell'opposizione Pablo Klinsky; il Comitato Civico di Santa Cruz ha respinto gli accordi congressuali e ha dichiarato lo stato d'emergenza, mentre il capo di PODEMOS, Jorge Quiroga, ha ammesso che nel suo partito esistono delle divergenze”.

“I neoliberisti devono scavarsi la fossa. Il popolo boliviano ha trionfato e dobbiamo organizzarci e prepararci per governare e prendere il potere nei prossimi 20 anni”, ha detto il leader della COB Pedro Montes.

Il parlamentari dell'opposizione che in passato hanno manovrato questo paese a loro capriccio sono stati sconfitti, i movimenti sociali che appoggiano il processo di cambiamento si sono rafforzati: la Bolivia sta avanzando verso la propria rifondazione…

Alex Contreras Baspineiro è un giornalista e scrittore boliviano, ex portavoce del governo. alexadcb@hotmail.com

Fonte: http://alainet.org/active/26998

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Intervista con il presidente della Bolivia Evo Morales

Intervista con il presidente della Bolivia, Evo Morales

Continuo a essere un dirigente sindacale”

di Rosa Rojas

Mentre al Congresso si discute la convocazione di un referendum per ratificare la Costituzione approvata con maggioranza semplice dall'Assemblea Costituente dell'anno scorso, Morales dice che il plebiscito si farà, con le buone o con le cattive.

L'opposizione in Bolivia cerca di tornare a livello politico ai tempi della colonia e a livello economico al modello neoliberista, dice il presidente. “Né il governo né il popolo lo permetteranno”, ha affermato il presidente Evo Morales a Palazzo Quemado, sede del Governo.

L'opposizione, in particolare l'alleanza di destra Poder Democrático y Social (Podemos), blocca al Congresso l'approvazione della legge di convocazione del referendum sul progetto della nuova Costituzione Politica. Di fronte a questo, Morales ha avvertito che “nel migliore dei casi” questo progetto si realizzerà in maniera concertata con l'opposizione, che è “un piccolo gruppo”, e che “nel peggiore dei casi” si farà “usando la nostra maggioranza”.

È stato molto criticato dall'opposizione e da buona parte dei mezzi di informazione boliviani per essersi messo alla testa della marcia dei movimenti sociali aggregatisi nella Coordinadora Nacional por el Cambio (Conalcam, Coordinamento Nazionale per il Cambiamento), che lunedì 13 è partita da Caracollo diretta a La Paz per chiedere la Congresso l'approvazione della legge di convocazione. Ma Morales non si pente. “Avrei voluto marciare tutta la settimana”, dice in tono di sfida.

– Lei ha detto che “con le buone o con le cattive” verrà approvato il progetto della Nuova Costituzione Politica dello Stato già accettato dall'Assemblea Costituente. L'opposizione la accusa di voler instaurare un regime “tirannico” e di non rispettare la democrazia. Cosa può dirci al riguardo?

- Cosa significa “con le buone o con le cattive”? Siamo una maggioranza e non possiamo sottometterci a una minoranza, si immagini il sostegno del 67% [il risultato di Morales nel referendum revocatorio. N.d.T.]... in democrazia governa la maggioranza e, quando dico “con le buone”, intendo dire che vogliamo fare la storia della Bolivia tutti insieme... E vogliamo un'opposizione costruttiva, non un'opposizione ostruzionista, e questa maniera di ostacolare il governo – un governo democratico, che governa con la maggioranza, non solo parlamentaria ma anche con la maggioranza del popolo boliviano – logora e distrugge l'opposizione. Io sento che non si tratta di opposizione: sono persone che non fanno che gridare, che turbano e pregiudicano questo processo di cambiamento. Lo ripeto: cosa significa “con le buone o con le cattive”? Con le buone significa concertato e convenuto con questo piccolo gruppo, e con le cattive che usiamo la nostra maggioranza: abbiamo la maggioranza al Parlamento e abbiamo la maggioranza del popolo boliviano.

- Il blocco sistematico attuato dall'opposizione non rispetta le regole della democrazia?

- Non è rispetto. Cos'è allora per loro una tirannia? Il nostro governo nazionale è il più democratico: tutto per il paese, per il cambiamento, per la democrazia, per l'unità... Io devo negoziare, dialogare con terroristi, con responsabili di genocidio e con sovversivi, e questo non lo dice il presidente, questo lo dice il popolo. Ascolto dei commenti, degli appelli alla radio. Com'è che il presidente si mette a dialogare con terroristi, con responsabili di genocidio, con sovversivi? E tutto quello che è successo a settembre (la distruzione di più di 75 uffici del governo nei dipartimenti autonomisti di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando, il massacro di sedici contadini nel Pando), questo sì che è tirannia, un comportamento selvaggio di un gruppo di oppositori che alla fine sono stati sconfitti dal popolo e dalla comunità internazionale.

– Nei negoziati al Congresso per realizzare la legge di convocazione, Podemos vorrebbe inserire nel piano di lavoro la riconsiderazione dello Stato plurinazionale e il riconoscimento delle lingue e dei diritti collettivi dei popoli indigeni. Si può accettare, questo, per giungere a una Costituzione di consenso?

– Innanzitutto, non sono costituenti; voglio plaudire al movimento indigeno e contadino e a tutti i movimenti sociali per aver permesso di migliorare il capitolo relativo alle autonomie, e forse qui, in maniera molto personale, ho detto che se ci sono contraddizioni nella nuova Costituzione si potranno superare, si potrà lavorare per renderle compatibili. Ma per rimettere in questione aspetti strutturali, temi di fondo, bisogna essere costituenti. Il Parlamento non è un'Assemblea Costituente, e neanche Podemos è costituente, e perciò non si discute. Quando propongono il loro nuovo Stato, vogliono sicuramente tornare ai tempi della Colonia; erano viceré, triumvirati, e in passato dominavano la Bolivia. Il viceré, un gruppo di oligarchi, un gruppo di gerarchi della Chiesa cattolica: erano loro che dominavano la Bolivia e l'America Latina. Questo fa parte del passato: viviamo altri tempi, tempi di cambiamento, tempi di partecipazione del popolo, e quando rimettono in questione aspetti economici vogliono tornare al modello neoliberista. Né il governo né il popolo lo permetteranno: la Bolivia comincia a emanciparsi economicamente, ed è per questo che se questa crisi finanziaria influisce indirettamente sui i prezzi non colpisce però l'economia nazionale.

- Che previsioni si sono fatte di fronte a questa crisi?

- Siamo in riunioni permanenti con i ministri e i movimenti sociali. Il governo innanzitutto garantirà l'alimentazione; siamo in emergenza per garantire le risorse energetiche nel caso che il problema sia più profondo, e la Bolivia fortunatamente è blindata. Si immagini che dal 2005 al 2006 le riserve internazionali sono aumentate; dal 2005 al 6 gennaio 2006, 1,7 miliardi di dollari; adesso siamo quasi a 8 miliardi di dollari, dunque l'economia nazionale è blindata. Inoltre, malgrado alcuni conflitti le esportazioni stanno crescendo e questo ci rafforza: abbiamo esportazioni per più di 4 miliardi di dollari l'anno nei diversi settori; le esportazioni dei prodotti appartenenti al sistema Atpdea [Andean Trade Promotion and Drug Eradication Act, Legge di Promozione Commerciale Andina e di Eradicamento della Droga, programma che permette a Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù di esportare negli Stati Uniti alcuni prodotti senza pagare i diritti doganali come compensazione per la distruzione della coca; George W. Bush ha chiesto recentemente al Congresso di escludere la Bolivia dal programma per mancata collaborazione nella lotta al narcotraffico, N.d.T.] sono di appena 60 milioni di dollari; è una questione che risolveremo, ma per ora non influisce sulla nostra situazione. Chiaramente gli Stati Uniti, il capitalismo, l'imperialismo, prendono decisioni di carattere politico cercando di utilizzare il tema della lotta contro la povertà, contro il narcotraffico, contro il terrorismo. Sono argomenti falsi, non ci fanno paura, e la Bolivia non si arrenderà di fronte a certe imposizioni del governo degli Stati Uniti. Speriamo che possano rivedere la decisione, speriamo che possano migliorare le relazioni con il governo degli Stati Uniti, però abbiamo delle relazioni eccellenti tra popoli: quando vado negli Stati Uniti, all'Assemblea delle Nazioni Unite, i movimenti sociali mi invitano sempre per ascoltarmi e per confrontare le nostre esperienze, ma anche per riprendere le loro proposte.

- Il prezzo del metallo, dello stagno e dello zinco è calato, come quello degli idrocarburi. Jaime Solares, della COD (Central Obrera Departamental) di Oruro, lamentava che il primo porterà alla crisi a Huanuni (la principale miniera di stagno del paese, nazionalizzata dal governo di Morales) e che probabilmente ci sarà una delocalizzazione. Quali misure verranno prese al proposito?

- Con cinque dollari la libbra Huanuni è al sicuro: adesso sta sopra i sei. Il calo influisce sulle entrate, ma non per questo si distrugge l'industria metallurgica. Abbiamo problemi, ma con i cooperativisti: stiamo studiando un decreto supremo per vedere di risolvere un problema sociale, e prendiamo sempre delle precauzioni. Lo Stato boliviano è al sicuro con il petrolio a 70 dollari al barile: ci darebbe problemi se andasse sotto i 70 dollari. Questa è la nostra realtà economica.

- Si è detto varie volte che il presidente Hugo Chávez ha comunicato che venderà gas al Brasile, all'Argentina e al Cile, e che questo influenzerà i mercati della Bolivia. Lei cosa ne pensa?

- Può trattarsi di interpretazioni tendenziose o errate. Il primo accordo che abbiamo nella regione, non solo con il compagno e presidente Chávez, è che vengano rispettati i mercati della Bolivia. Stiamo adempiendo agli obblighi con l'Argentina, soprattutto; resta solo da soddisfare anche quelli con il Brasile. Se il Venezuela dovesse vendere, ci sono tanti modi per vendere... andrebbe a coprire questi mercati, sono là. Queste ipotesi fanno parte di una sporca guerra, il fatto che il Venezuela sta per toglierci il mercato del Brasile... Il compagno (Luiz Inácio) Lula da Silva (presidente del Brasile), La compagna Cristina (Fernández, presidente dell'Argentina), e prima di loro il compagno Néstor (Kirchner, ex presidente argentino), sono solidali con la Bolivia, con il governo. Sento che alcuni presidenti sono solidari con Evo, che sanno da dove viene. Pensare che stiano per toglierci il mercato è totalmente falso; è impressionante la solidarietà di questi paesi, compreso il Cile, compresi i paesi dell'Europa e del mondo. Pensare che possano toglierci il mercato è falso. Ho chiesto: quand'è che il Brasile potrà disporre del nuovo petrolio, del gas che ha scoperto? E mi hanno detto “abbiamo bisogno di cinque anni, come minimo”, e sono, credo, qualcosa come 30 miliardi di dollari. In Brasile è tutto un processo. Lo ripeto: queste versioni fanno parte di una campagna contro Evo; si sa che la destra è tanto razzista, tanto fascista, da non accettare che il presidente possa essere un contadino, un indigeno chiamato con disprezzo “indio”.

- La hanno molto criticata per essersi messo alla testa della marcia del Conalcam, a Caracollo. Dicono che manipola i movimenti sociali per fare pressioni sul Congresso boliviano.

- Io sono identificato con i movimenti sociali, continuo a essere un dirigente sindacale; avrei voluto poter continuare a marciare tutta la settimana, ma non ho tempo. Chi ha criticato la marcia? La destra. Prima, quando marciavo come dirigente, mi criticavano; quando marciavo come deputato, mi criticavano. Adesso che sono presidente, marcio. Mi criticano, è normale, non è strano. Io faccio politica marciando, marce pacifiche rivendicando gli interessi del popolo. Ho cominciato con la coca, con la terra, con i diritti dei popoli indigeni, gli idrocarburi, adesso per la nuova Costituzione, la rifondazione della Bolivia, con il mio popolo, con la questa lotta. Se i miei compagni fossero disturbati da me, allora sarei pentito. Sono andato alla marcia proprio perché mi critichino; è la migliore campagna che possa farmi la destra, perché la destra nemica del popolo critica Evo Morales; dunque, molto contento, molto felice, e volevo vedere tutto questo.

- Parlando di campagne, come valuta il suo rapporto con i mezzi di comunicazione, soprattutto con la televisione, che la attacca e la critica costantemente?

- È un'altra campagna che fanno a mio favore. Se questa stampa della destra, questa stampa degli imprenditori, parlasse bene di me, allora sì che mi indebolirebbe; mi preoccuperebbe se parlassero bene di me. Bene che si parli male; sono contento e felice, il popolo identifica quali mezzi di informazione stanno con il popolo e quali con le logge o con l'impero. Il popolo boliviano lo sa, dunque questo non mi disturba. Nel 1994, quando la stampa parlava contro di me, passavano ogni 15, 20 minuti spot contro Evo Morales: accusandolo di essere un narcotrafficante, qualche volta un assassino, altre volte un terrorista. Nel ’94 mi dispiaceva, perché non ci ero abituato e davo la colpa ai miei genitori e dicevo loro “in quale mondo mi avete messo alla luce perché pubblicamente mi accusassero con le menzogne di essere un narcotrafficante, un terrorista, un assassino”, e adesso non so se mi sono indurito, ma preferisco questo; così mi fanno la campagna migliore, non ho motivo di temere. Ma nel referendum revocatorio la peggiore sconfitta l'ha subita la stampa, questa stessa stampa contro Evo, con questo sostegno del popolo: il 67%.

Fonte: http://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-113595-2008-10-19.html

Originale pubblicato il 19 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, giugno 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, giugno 12, 2008

Lettera aperta di Evo Morales all'Unione Europea sulla "direttiva ritorno"

Lettera aperta di Evo Morales sulla "direttiva ritorno" dell'Unione Europea

Fino alla fine della Seconda guerra mondiale l'Europa è stata un continente di emigranti. Decine di milioni di europei partirono per le Americhe per fondare colonie, sfuggire alle carestie, alle crisi finanziarie, alle guerre o ai totalitarismi europei e alla persecuzione delle minoranze etniche.

Oggi sto seguendo con preoccupazione l'evoluzione della cosiddetta "direttiva ritorno". Il testo, approvato il 5 giugno scorso dai ministri dell'interno dei 27 paesi dell'Unione Europea, è in attesa di essere votato il 18 giugno al Parlamento Europeo. Osservo con rammarico che renderà drasticamente più rigide le regole di detenzione ed espulsione dei migranti privi di documenti, a prescindere dal loro tempo di permanenza nei paesi europei, dalla loro situazione lavorativa, dai loro legami familiari, dal loro desiderio di integrazione e dalle loro conquiste.

Gli europei arrivarono nei paesi dell'America Latina e del Nord America in massa, senza visti né condizioni imposti dalle autorità. Furono sempre i benvenuti, e continuano a esserlo, nei nostri paesi del continente americano che assorbirono allora la povertà economica europea e le sue crisi politiche. Giunsero nel nostro continente a sfruttare ricchezze e a portarle in Europa, con costi altissimi per le popolazioni americane autoctone. Come nel caso del nostro Cerro Rico de Potosí e delle sue favolose miniere d'argento che rifornirono di denaro il continente europeo dal XVI al XIX secolo. Le persone, i beni e i diritti dei migranti europei sono stati sempre rispettati.

Oggi l'Unione Europea è la principale destinazione dei migranti del mondo: ciò è il risultato della sua immagine positiva in quanto zona di benessere e di libertà civili. L'immensa maggioranza dei migranti giunge nell'Unione Europea per contribuire a questo benessere, non per approfittarsene. Vengono impiegati nella realizzazione di opere pubbliche, nell'edilizia, nei servizi alla persona e negli ospedali, tutti posti che gli europei non possono o non vogliono occupare. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo, a mantenere il rapporto tra attivi e inattivi che rende possibile i suoi generosi sistemi di sicurezza sociale e dinamizzano il mercato interno e la coesione sociale. I migranti offrono una soluzione ai problemi demografici e finanziari dell'Unione Europea.

Per noi, i nostri migranti rappresentano quell'aiuto allo sviluppo che gli europei non ci danno – considerato che pochi paesi raggiungono realmente l'obiettivo minimo dello 0,7% del proprio PIL in aiuti allo sviluppo. Nel 2006 l'America Latina ha ricevuto 68.000 milioni di dollari in rimesse familiari, cioè più di tutti gli investimenti stranieri nei nostri paesi. A livello mondiale raggiungono i 300.000 milioni di dollari, che superano i 104.000 milioni concessi con gli aiuti allo sviluppo. Il mio paese, la Bolivia, ha ricevuto più del 10% del PIL in rimesse (1100 milioni di dollari), o un terzo delle nostre esportazioni annue di gas naturale.

Questo significa che i flussi di migrazione sono benefici sia per gli europei sia marginalmente per noi del Terzo Mondo che però perdiamo anche milioni di persone che costituiscono la nostra manodopera qualificata, nella quale in un modo o nell'altro i nostri Stati, benché poveri, hanno investito risorse umane e finanziarie.

Purtroppo il progetto della "direttiva ritorno" complica tremendamente questa realtà. Se riteniamo che ogni Stato o gruppo di Stati possa definire le sue politiche migratorie in assoluta sovranità, non possiamo accettare che i diritti fondamentali delle persone vengano negati ai nostri connazionali e fratelli latinoamericani. La "direttiva ritorno" prevede la possibilità di incarcerazione fino a 18 mesi dei migranti senza documenti prima della loro espulsione – o "allontanamento", secondo il termine usato dalla direttiva. 18 mesi! Senza processo né giustizia! Nella sua forma attuale il progetto della direttiva viola chiaramente gli articoli 2, 3, 5, 6, 7, 8 e 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. In particolare l'articolo 13 che recita:

"1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese".

E, ancor peggio, esiste la possibilità di rinchiudere madri di famiglia e minorenni, senza tener conto della loro situazione familiare o scolastica, in questi centri di detenzione dove sappiamo che si verificano depressioni, scioperi della fame, suicidi. Come possiamo accettare senza reagire che siano rinchiusi in questi campi i nostri connazionali e fratelli latinoamericani privi di documenti, la maggior parte dei quali ha trascorso anni lavorando e integrandosi? Dove sta oggi il dovere di intervento umanitario? Dove sta la "libertà di movimento", la protezione contro le detenzioni arbitrarie?

Parallelamente, l'Unione Europea sta cercando di convincere la Comunità Andina delle Nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) a firmare un "Accordo di Associazione" che comprende un Trattato di Libero Scambio caratterizzato dalla stessa natura e contenuti di quelli imposti dagli Stati Uniti. Siamo sottoposti a intense pressioni da parte della Commissione Europea, che vuole farci accettare condizioni di profonda liberalizzazione nel commercio, nei servizi finanziari, nella proprietà intellettuale e nei nostri servizi pubblici. Inoltre a titolo di protezione giuridica subiamo pressioni a causa del processo di nazionalizzazione dell'acqua, del gas e delle telecomunicazioni realizzato nella Giornata Mondiale dei Lavoratori. La mia domanda è: in questo caso, dove sta la "sicurezza giuridica" per le nostre donne, i nostri adolescenti, bambini e lavoratori che cercano prospettive di una vita migliore in Europa?

Promuovere la libertà di movimento delle merci e delle finanze, mentre assistiamo all'incarcerazione senza processo dei nostri fratelli che hanno cercato di muoversi liberamente. Questo significa negare le basi della libertà e dei diritti democratici.

In queste condizioni, se fosse approvata la "direttiva ritorno" ci troveremmo nell'impossibilità etica di approfondire i negoziati con l'Unione Europea, e ci riserviamo il diritto di applicare ai cittadini europei lo stesso regime dei visti che imposto ai boliviani dal 1° aprile 2007, secondo il principio diplomatico della reciprocità. Finora non abbiamo esercitato questo diritto sperando giustamente in un segnale positivo dall'Unione Europea.

Il mondo, i suoi continenti, i suoi oceani e i suoi poli conoscono gravi difficoltà: il surriscaldamento globale, l'inquinamento, la scomparsa lenta ma inesorabile delle risorse energetiche e delle biodiversità mentre la fame e la povertà aumentano in tutti i paesi, rendendo più fragili le nostre società. Trasformare i migranti, provvisti o no di documenti, in capri espiatori di questi problemi globali non è una soluzione. Non corrisponde ad alcuna realtà. I problemi di coesione sociale dei quali soffre l'Europa non sono colpa dei migranti, ma il risultato del modello di sviluppo imposto dal Nord, che distrugge il pianeta e disintegra le società degli uomini.

In nome del popolo della Bolivia, di tutti i miei fratelli del continente e delle regioni del mondo come il Maghreb, l'Asia e i paesi africani, mi richiamo alla coscienza dei governanti e dei deputati europei, dei loro popoli, cittadini e attivisti d'Europa, perché non sia approvato il testo della "direttiva ritorno".

Come la conosciamo oggi, questa è una direttiva della vergogna. Chiedo inoltre all'Unione Europea di elaborare, nei prossimi mesi, una politica migratoria rispettosa dei diritti umani che permetta di mantenere questo slancio positivo per entrambi i continenti e che ripaghi una volta per tutte il tremendo debito storico che i paesi dell'Europa hanno nei confronti di gran parte del Terzo Mondo, chiudendo subito le vene ancora aperte dell'America Latina. Oggi le loro "politiche di integrazione" non possono fallire come hanno fatto con la presunta "missione civilizzatrice" al tempo delle colonie.

A tutti voi, autorità, europarlamentari, compagne e compagni, invio saluti fraterni dalla Bolivia. E in particolare la nostra solidarietà a tutti i "clandestini".

Evo Morales Ayma

Presidente della Repubblica di Bolivia

Originale da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=68717

Pubblicato il 12 giugno 2008

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Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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