martedì, gennaio 13, 2009

Cerimonia d'addio a Gaza?

Cerimonia d’addio a Gaza?

di Lev GRINBERG

Tradotto da Diego Traversa

L’attacco israeliano a Gaza è il regalo di addio da parte del governo d’Israele al Presidente americano uscente George W. Bush. “Il migliore amico d’Israele di sempre” ha sostenuto il suo protetto in ogni conflitto e guerra, ha giustificato le sue mosse aggressive e ha impedito ogni intervento internazionale contro di esso. Bush ha affidato ad Israele la posizione di centravanti di sfondamento nella sua guerra al terrore, rafforzando quindi i suoi settori di estrema destra. Con amici reali di questo genere, chi ha bisogno di nemici immaginari?

Ma Israele non è uno stato satellite degli USA. Sì, tenta di favorire le politiche americane ma prova anche ad indirizzarle secondo i propri programmi. Così, per esempio, gli otto anni di “processo di pace” durante l’amministrazione Clinton (1992-2000) sono stati un’iniziativa israeliana che ha aggirato e neutralizzato la mediazione di Clinton, proprio come gli otto anni di guerra e di politiche unilaterali dell’era Bush (2000-2008) erano iniziati prima che Bush entrasse in carica. Anche adesso, Israele ha cominciato l’escalation a Gaza, senza che nessuno ci abbia fatto caso, il 4 Novembre 2008, giorno delle elezioni presidenziali americane. L’attuale aggressione d’Israele non può essere compresa senza considerare la sua tempistica, cioè la “finestra di opportunità” che intercorre tra l’elezione di Obama e l’insediamento del 20 gennaio.

Ricordo una conversazione che ebbi con il defunto, famoso studioso americano Charles Tilly, durante la sua visita in Israele nel maggio del 2000. Mi chiese quale fosse la logica politica dell’allora Primo Ministro Barak. Io gli dissi quale era la sua “tabella” politica: ritiro dal Libano a luglio, negoziati con i palestinesi conclusi a settembre, elezioni americane a novembre. Tilly interruppe il mio discorso sostenendo che questo non fosse un comportamento politico ma piuttosto una logica militare: dare ultimatum, evitare negoziati e poi atti unilaterali. Aveva ragione, nel particolare regime democratico/militare esistente in Israele i politici/generali sin da allora hanno agito unilateralmente: ritiro (dal Libano nel 2000) e reimpiego (a Gaza nel 2005), violente reazioni spropositate (nei territori occupati, nel periodo 2000-2004 contro l’Intifada, in Libano e a Gaza dopo i rapimenti di soldati nel 2006, e ora a Gaza) e costruzione illegale del muro di separazione. Tutte queste sono mosse militari unilaterali, senza il riconoscimento dell’altra parte, senza negoziati. Il sostegno americano è fondamentale; pertanto in Israele le elezioni presidenziali americane sono parte della pianificazione militare.

L’attacco a Gaza è la continuazione della politica unilaterale e aggressiva degli ultimi otto anni, intesa a sfruttare il sostegno dell’amministrazione Bush costringendo il neo Presidente Obama a prendere una posizione durante la crisi, immediatamente non appena entra in carica.

La mossa è iniziata il 4 novembre 2008, quando le forze di difesa israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno fatto saltare in aria un tunnel e hanno ucciso sei uomini di Hamas, rompendo quindi una Tahadia (tregua) che durava da quattro mesi e mezzo. I palestinesi hanno risposto lanciando razzi Qassam verso Israele; a sua volta, le forze armate israeliane hanno chiuso i valichi di frontiera e hanno stretto l’assedio intorno a Gaza. Questo assedio è rimasto sin da allora, così il governo di Hamas ha annunciato che la condizione per rinnovare il cessate-il-fuoco era quella di togliere l’assedio e di riaprire i valichi. Israele ha scelto di considerare la condizione della riapertura dei valichi come un rifiuto da parte di Hamas a rinnovare la tregua.

Israele definisce tutto questo “auto-difesa”. Ma anche il Presidente Bush, il Presidente francese, il Cancelliere tedesco e il Presidente egiziano continuano a ripetere questo mantra dell’auto-difesa. Il ragionamento di Israele è che “nessuna nazione sovrana può tollerare di essere colpita da uno stato confinante”, ignorando il fatto che la Striscia di Gaza non è uno “stato confinante”. Questo è il nocciolo del conflitto: Gaza è un’enorme prigione controllata dall’esercito israeliano che impedisce a persone e beni di entrare e uscire , non solo dai valichi alla frontiera con Israele ma anche dal quelli al confine egiziano, oltre che via mare e via terra.

Non sarebbe stato possibile accettare questo inganno da parte del governo israeliano se non fosse stato per l’era della guerra al terrore del Presidente Bush, al centro della quale c’è l’inganno dell’invasione irachena e gli omicidi di massa di civili. Prima dell’occupazione dell’Iraq, quando nell’aprile 2002 l’esercito israeliano riconquistò le città cisgiordane uccidendo centinaia di palestinesi e distruggendo le istituzioni dell’Autorità Palestinese, c’erano forti critiche internazionali verso Israele, e fu solo per l’intervento dell’amministrazione Bush che ad una commissione ONU venne impedito di poter investigare sui massacri di Jenin. Chi mai avrà intenzione, oggi, di istituire una commissione investigativa? L’amministrazione Bush è riuscita ad imporre la guerra al terrore al mondo intero ignorando apertamente l’opinione pubblica mondiale, ma, mentre da allora Bush è rimasto in Iraq, nel frattempo l’Europa e gli stati arabi più conservatori si sono gradualmente allineati alla sua politica.

Se c’è qualcosa che assomiglia all’invasione israeliana di Gaza, questa è l’occupazione americana in Iraq, e se Israele riuscirà a distruggere il potere di Hamas, come Bush ha stroncato quello di Saddam Hussein, non sarà in grado di uscire da Gaza.

Molti nel mondo sono rimasti delusi dal silenzio di Obama sull’aggressione israeliana. Una simile delusione si può giustificare: non ci si può aspettare molto, considerate le politiche americane medio-orientali da Carter in poi. Se il neo-presidente dovesse continuare la politica di Bush, rispolverando soltanto una più presentabile immagine clintoniana, sarebbe un disastro. C’è uno stretto legame tra l’Iraq e Gaza, e se il ritiro americano dall’Iraq non è associato ad un giusto e fattibile accordo israelo-palestinese, allora la minaccia dell’Islam radicale potrebbe effettivamente raggiungere il Cairo, Tel Aviv, Parigi e Londra.

Ma c’è un’altra possibilità, più positiva. È possibile che Barack Obama abbia capito la trappola che Israele sta tendendo, e che perciò abbia deciso di non prendere posizione fino all’entrata in carica. Spero che le cose stiano così e che, una volta entrato in carica, Obama si comporti da sincero amico d’Israele e lo salvi da se stesso. Obama deve porre fine all’aggressione israeliana. Il problema di Israele è un eccesso di potere militare che scaturisce dal trauma dell’Olocausto. Israele si sta comportando come il bullo di periferia che aspetta che qualcuno lo fermi, perché possiede davvero la forza di distruggere qualunque cosa intorno a sé mentre nel frattempo distrugge sé stesso.

Chiunque desideri sinceramente aiutare Israele deve destituirlo dalla sua posizione di centravanti di sfondamento nella guerra all’Islam, posizione che l’era di Bush della guerra al terrore ha concepito per Israele. Speriamo che la guerra di Gaza sia una cerimonia d’addio che segni la chiusura dell’epoca distruttiva del Presidente Bush. È veramente l’ora del “cambiamento” che è stato promesso. Obama: sì, tu puoi.

Originale inviato dall'Autore

Articolo originale pubblicato l'11/1/2009

Diego Traversa è un collaboratore di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 02, 2008

Intervista a Brzezinski su Obama e l'eredità di Bush

[Tanto per ripassare quello che pensa il tizio vecchio del tizio nuovo].

Intervista a Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale, sull'eredità di Bush e sul perché appoggi Obama contro McCain.


di Michael Mechanic per Mother Jones

Mother Jones: Quali sono per lei i fallimenti più rilevanti dell'amministrazione Bush?

Zbigniew Brzezinski: Ne emergono due in particolare. Il primo è la guerra totalmente auto-distruttiva in Iraq, che ha enormemente minato la posizione americana nel mondo, e, ancor peggio, l'influenza globale dell'America. Servirà molto tempo per rimediare a queste conseguenze. Il secondo è l'economia, che ha non solo danneggiato la capacità di sussistenza di migliaia di americani ma sta anche danneggiando la fiducia in sé del paese. L'insieme di questi aspetti costituisce un trascorso penoso.

MJ: A quale parte della sua eredità sarà più facile porre rimedio?

ZB: Alla percezione simbolica dell'America, perché se un nuovo presidente personalizzerà un concetto molto diverso dell'America e un senso diverso della missione americana nel mondo rispetto al presidente George W. Bush, questo contribuirà quasi automaticamente a migliorare l'immagine globale dell'America. Ma agli aspetti concreti legati alla guerra e all'economia non sarà facile porre rimedio.

MJ: C'è qualcosa di irreparabile?

ZB: È davvero difficile dirlo. È certamente possibile per l'America ridefinire il suo ruolo nel mondo, soprattutto se nel breve periodo l'America sarà capace di gestire efficacemente il dilemma mediorientale.

MJ: E per quanto riguarda la guerra al terrore interna? Come ce ne tiriamo fuori?

ZB: Diventando più razionali. Stiamo conducendo una guerra contro il terrorismo, ma abbiamo avuto la fortuna che non sia stato commesso alcun atto di terrorismo contro gli Stati Uniti dall'11 settembre. È in parte fortuna, in parte conseguenza del semi-isolamento dell'America e in parte il risultato, forse, di un buon lavoro di spionaggio e controspionaggio. Ma ben poco è dovuto alle conseguenze dell'auto-generatosi clima di terrore in questo paese, che ha prodotto reazioni ridicole, molte delle quali non sono certo servite a scoraggiare o prevenire il terrorismo. A Washington, DC, non puoi nemmeno entrare in un edificio finanziario senza che delle persone supponenti in uniforme e con mansioni di sicurezza controllino occasionalmente la tua identità e ti chiedano lo scopo della visita in un modo – e spesso con toni – che indicano un atteggiamento piuttosto flemmatico verso le loro responsabilità. E se rispondi che sei nell'edificio con lo scopo di farlo esplodere c'è il caso che ti dicano: “La suite 908 è al nono piano, gli ascensori sono sulla destra”. Siamo in una situazione in cui un qualche oscuro studio legale è protetto, ma i grandi magazzini, le sale da concerto, il Kennedy Center, le mense e i ristoranti non lo sono. Qual’è la logica?

MJ: Cosa dovrebbe fare come prima cosa il prossimo presidente per rimediare al danno dell'amministrazione Bush?

ZB: Ovviamente bisogna lavorare energicamente per porre fine alla guerra in Iraq; avviare negoziati con l'Iran su un piano ragionevole, con un senso di fiducia e apprezzamento per il fatto che la deterrenza ha funzionato in passato e non c'è ragione di ritenere che non possa funzionare con l'Iran; e infine, ma non ultimo per importanza, impegnare l'America in maniera più attiva nello sforzo di pacificazione tra gli israeliani e i palestinesi.

MJ: Cosa pensa dell'idea secondo cui dialogare con l'Iran legittimerebbe Ahmadinejad?

ZB: È un'assurdità che viene ripetuta scioccamente. Eravamo legittimati a parlare con Stalin? Con Mao? La legittimità di una leadership dipende da quello che un Paese pensa dei suoi leader. Quando allentiamo la presa notiamo che un numero sempre maggiore di iraniani tende a essere critico nei confronti di Ahmadinejad. Più siamo invasivi e più li mettiamo sotto pressione, più il nazionalismo in Iran si unisce al fondamentalismo.

MJ: In quali altri modi la posizione di Bush è sbagliata?

ZB: Abbiamo adottato una politica di sanzioni, abusi e minacce chiedendo che, per negoziare con noi, l'Iran cedesse sulla principale questione in gioco, cioè il suo diritto ad arricchire l'uranio. Questa è una posizione seria o una proscrizione?

MJ: Pensa che l'Iran arriverà alle armi nucleari?

ZB: Quasi certamente, se continueremo con la condotta attuale. L'alternativa, dunque, è una guerra più estesa nel Golfo Persico con conseguenze calamitose per gli Stati Uniti, nella regione e nel mondo.

MJ: In quali circostanze l'Iran potrebbe voler rinunciare alle armi nucleari?

ZB: Solo se si sentisse sicuro e ne ricevesse in cambio vantaggi – importanti vantaggi – economici.

MJ: Se dialoghiamo con l'Iran e questo dialogo non funziona, qual è il prossimo passo?

ZB: Se non funziona, ma nel frattempo contribuisce a ridurre le tensioni, e tuttavia l'Iran continua a voler perseguire il nucleare a fini militari, possiamo ricorrere alla deterrenza nucleare come abbiamo fatto con la Cina e l'Unione Sovietica. E anche con la Corea del Nord, il Pakistan e l'India.

MJ: Lo scorso ottobre abbiamo parlato con lei dell'Iraq. La sua idea in merito è cambiata da allora?

ZB: Le persone che hanno perpetrato questa calamità dicono che non possiamo andarcene finché le cose vanno male. E se le cose vanno meglio, per esempio grazie al surge, dicono che non possiamo andarcene proprio adesso che vanno meglio.

MJ: All'epoca era gravemente preoccupato che questa amministrazione potesse tentare di trascinarci in un conflitto con l'Iran prima delle elezioni. La pensa ancora così?

ZB: Penso che esista il rischio che l'amministrazione possa tentare di surriscaldare il clima così si crei un senso di emergenza, di crisi e perfino di paura nel paese. Perché secondo alcuni questo darebbe un vantaggio a McCain.

MJ: Come pensa che potrebbero essere influenzate le percezioni globali dell'America dal fatto di avere un presidente nero?

ZB: Penso che dimostrerebbe che quando parliamo di un'America globale veramente pluralista, tollerante e multietnica non si tratta solo di retorica e propaganda.

MJ: Che accordo ha con Obama?

ZB: Nessun accordo. Sono un suo sostenitore. Lo scorso settembre, prima di presentare un suo importante discorso sull'Iraq davanti al pubblico dello Iowa, gli ho detto che non volevo essere citato come consigliere o come parte della sua squadra perché sono attivamente impegnato in discussioni pubbliche sulla politica estera americana e non voglio dover cominciare a pensare quello che devo o non devo dire perché potrebbe influenzare in un modo o nell'altro la sua campagna.

MJ: Questo la rende troppo controverso per un ruolo nella sua amministrazione?

ZB
: Il fatto che abbia avuto dei ruoli in amministrazioni precedenti probabilmente esclude quella possibilità. Un nuovo presidente vuole accanto a sé gente nuova.

MJ
: Ma lo prenderebbe in considerazione?

ZB
: Inutile prendere in considerazione ciò che è altamente irrealistico.

MJ
: Passiamo ad altro, allora. Il prossimo presidente cosa può imparare dagli anni di Bush su quello che deve o non deve fare un leader?

ZB: La lezione principale è che non si deve fare demagogia con gli americani, perché ti si ritorce contro. In secondo luogo, si deve informare ed educare il popolo americano se si vuole ottenere il suo stabile sostegno nella politica estera, e bisogna stare molto attenti a non ingannarlo perché significa poi perdere il suo appoggio. E in terzo luogo bisogna essere preparati a ridefinire il ruolo dell'America, perché l'idea che sia abbastanza potente da dettare legge al mondo è stata screditata negli ultimi otto anni.

MJ: Può farlo, Obama?

ZB: Ha migliori probabilità di qualunque altro candidato. Pensa che Nader ne abbia di migliori?

MJ
: Lei ha consigliato McCain in passato. Perché appoggia Obama?

ZB
: Perché sento in lui un'istintiva e cerebrale comprensione di cosa sia il mondo oggi, e di come l'America debba ridefinirsi in rapporto a questo mondo così da essere una forza autenticamente costruttiva e da riuscire ad ispirarlo. Può suonare molto ambizioso, ma penso che la scelta sia tra questo o un maggiore isolamento, una sorta di gated community, una comunità recintata globale, mentre il mondo scivola verso condizioni sempre più caotiche.

MJ: Suona in effetti molto ambizioso e anche molto difficile, perché il nuovo presidente dovrà vedersela con il Pentagono.

ZB: Sarà incredibilmente difficile. Richiederà grande sapienza politica e soprattutto la capacità di educare e mobilitare il popolo americano.

MJ
: A proposito di sapienza politica, come valuterebbe la diplomazia nell'era di Bush?

ZB
: Praticamente inesistente. Voglio dire, guardi il totale fallimento degli sforzi per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.

MJ
: E per quanto riguarda le condizioni del nostro esercito all'estero? Abbiamo una grande presenza all'estero: quasi 800 basi in giro per il mondo. Siamo l'unico Paese a farlo. Crede che sia necessario o saggio?

ZB
: Potrebbe essere utile per il prossimo presidente passare in rassegna le dimensioni e l'efficacia dei nostri sforzi difensivi. C'è un che di preoccupante in una situazione in cui un solo Paese, che ha circa il 5% della popolazione mondiale, è responsabile di più del 50% della spesa militare mondiale. C'è qualcosa di bizzarro, in questo. Forse ha a che fare con il ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo, il fatto che dobbiamo avere una spesa militare molto ma molto grande. Però bisogna semplicemente chiedersi se è davvero necessario che sia così. Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l'industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

MJ
: Per quanto riguarda l'Iraq, abbiamo costruito molte di quelle che possono solo essere definite basi permanenti…

ZB
: Basi permanenti possono diventare impermanenti.

MJ
: Pensa che il piano sia questo?

ZB
: Non è il piano, ma il fatto che costruiamo qualcosa non significa che debba esistere per sempre. Penso che se vinceranno i democratici non dovremo mantenere basi permanenti in Iraq nei modi e nelle dimensioni che Bush sta forse ora progettando. Se firma degli accordi con Maliki lei pensa che il Congresso democratico li avallerà?

MJ
: Vedremo.

ZB
: Io penso che lo sappiamo.

MJ: Un'ultima domanda sulle nostre basi. Cosa pensa che potrebbe succedere se dovessimo cominciare a eliminare la nostra presenza militare?

ZB
: Non eliminerei la nostra presenza militare. Ci sono molti luoghi nel mondo in cui è nel nostro interesse essere presenti e dove siamo i benvenuti. Il problema è: abbiamo bisogno di essere presenti ovunque nelle proporzioni attuali, abbiamo bisogno di spendere nella difesa quello che stiamo spendendo? Soprattutto se guardiamo ad altri aspetti della società americana: la decadenza delle infrastrutture, il sistema ferroviario sempre più obsoleto, i servizi aerei sovraccarichi, e così via. E se aggiungiamo a questo le potenziali conseguenze della malaccorta politica nei confronti dell'Iran, di qui a non molto penseremo ai 4 dollari per gallone di benzina come a un affare. Perché ne staremo pagando 10.

Michael Mechanic è redattore capo a Mother Jones.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 4 settembre 2008

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mercoledì, settembre 17, 2008

Il nuovo gruppo anti-iraniano (con pretese bipartisan) dei neocon

I neoconservatori formano un nuovo gruppo anti-iraniano con presunte pretese bipartisan
di Richard Silverstein

traduzione di Andrej Andreevič

Se avete letto l'articolo dedicato a United Against Nuclear Iran su The Forward sarete rimasti un po' perplessi, visto che le due realtà raccontate sono molto differenti.
Ecco come Marc Perelman comincia la storia (i corsivi non sono miei):
Un'ampia coalizione cerca di prevenire un Iran nucleare
In uno sforzo per aumentare la consapevolezza pubblica sulle ambizioni nucleari iraniane, è stata lanciata una nuova organizzazione... focalizzata su questa questione.
I promotori del gruppo, che si chiama United Against Nuclear Iran [Uniti Contro l'Iran Nucleare], spera di replicare la Save Darfur Coalition, che ha unito persone di sinistra e falchi così come gruppi ebraici e cristiani per intercedere a favore della regione sudanese distrutta dalla guerra.
Il gruppo è stato costituito come organizzazione caritatevole non profit (codice 501c3) che si presenta come "ampio blocco politico non di parte" che sarà composto da individui e organizzazioni "di diverse etnie, comunità religiose, affiliazioni politiche e sociali", secondo una dichiarazione di intenti postata sul sito internet, che è ancora in costruzione.
A quanto sembra Perelman ha creduto ai PR dell'organizzazione prendendo per buona la loro pretesa di essere un "ampio blocco politico". Ma è davvero così?
Il direttore esecutivo della nuova organizzazione è Mark Wallace... [che] ha cominciato la propria carriera politica [sic] lavorando come assistente con l'allora governatore della Florida Jeb Bush e nel gruppo legale repubblicano durante il riconteggio dei voti delle elezioni presidenziali in Florida nel 2000. Dopo aver lavorato nella Homeland Security sotto il presidente Bush, all'inizio del 2006 è si è occupato di management e riforme nel gruppo statunitense alle Nazioni Unite dell'allora ambasciatore americano all'ONU John Bolton. Durante la sua permanenza in carica Wallace, al quale era stato dato il ruolo di ambasciatore, ha fatto inquietare molti funzionari tentando aggressivamente di imporre inchieste sulla corruzione nei programmi ONU. Ha lasciato il posto in aprile, tra voci che lo volevano fuori dalle grazie di un ambasciatore più conciliante, Zalmay Khalilzad.
La moglie di Bolton [qui c'è un errore, dovrebbe essere 'la moglie di Wallace'], Nicolle, è stata direttrice delle comunicazioni alla Casa Bianca dal 2005 fino alla metà del 2006, e successivamente, il primo maggio, si è unita alla campagna presidenziale di McCain come senior adviser. I coniugi Wallace sono consulenti della candidata alla vicepresidenza Sarah Palin per le interviste e i dibattiti.
Esploriamo la leadership di questo "ampio blocco politico". A capo c'è un protetto di John Bolton, che si scagliava contro le Nazioni Unite proprio mentre vi lavorava come "ambasciatore". Sua moglie era direttrice delle comunicazioni per Bush. Entrambi consigliano Sarah Palin. Questo sistema tutto. Dietro non c'è alcuna agenda politica nascosta.
Una fonte confidenziale mi ha detto che se cercate su whois informazioni sul dominio del sito internet, lo troverete registrato a nome di:

Henley MacIntyre
45 Rockefeller Plaza
Suite 2162
New York, New York 10111

Cercate il nome con Google, e scoprirete che si tratta di un'ex assistente di Bush coinvolta nello scandalo delle email RNC/Casa Bianca. I membri dello staff della Casa Bianca utilizzavano computer forniti dall'RNC [Radio Network Controller]; la politica del gruppo è di eliminare tutte le vecchie email, e le comunicazioni critiche interne per seguire lo svolgimento del caso del licenziamento dei legali statunitensi potrebbero essere state distrutte. È una violazione della legge federale. Mmmm, la cosa si fa sempre più curiosa.
Quindi cosa abbiamo? Chiaramente un ulteriore tentativo della destra repubblicana (includendo l'AIPAC e altri gruppi e finanziatori ebraici di destra) di preparare a Washington un clima che giustifichi politiche più bellicose e belligeranti verso l'Iran. Dal momento che nell'apparato politico-militare ci sono potenti elementi che spingono per una guerra con l'Iran, è probabile che queste manovre cerchino di aggregare consenso per un probabile attacco israeliano.
Mahmoud Ahmadinejad parlerà alle Nazioni Unite il 22 settembre. Gruppi pro-israeliani come l'Israel Project acquisteranno spazi pubblicitari sulle tv via cavo di New York per denunciarne la visita. Non sarei sorpreso se gli spot elettorali di McCain tentassero di collegare Obama e i falchi iraniani. Sarebbe una partita molto combattuta. United Against Nuclear Iran sembra avere lo scopo di amplificare questo sforzo propagandistico.
Ci si chiede perché The Forward abbia deciso di dedicare un articolo a un gruppo che non ha collegamenti ebraici evidenti. Dal momento che Mark Wallace ha rifiutato di rivelare le fonti di finanziamento del gruppo, sospetto che ci siano di mezzo i soldi di gruppi ebraici conservatori. Una volta che un gruppo riceve lo status di organizzazione caritatevole non profit (codice 501 c3) dovrebbe rivelare i nomi dei suoi finanziatori. Purtroppo adesso possono tenere nascosti questi dati.
Conta poco che Wallace dica di essere sostenuto da Richard Holbrooke e Dennis Ross. Non so perché questi due stiano cercando di far credere cose non vere. Ho scritto loro un'email chiedendo in che maniera sono coinvolti, se lo sono, col gruppo. Se hanno sostenuto il gruppo sono stati raggirati. Trovo strano che due consiglieri ufficiali della campagna di Obama possano affiancarsi a un gruppo che ha un evidente orientamento neoconservatore e pro-McCain. Mi chiedo se entro breve riceveremo da Ross e Holbrooke qualche dichiarazione di smentita o chiarimento.
Il sito del gruppo omette convenientemente di elencare i membri del gruppo direttivo, rendendo impossibile verificare se le loro pretese biparitsan siano sincere. La frase finale dell'articolo di Forward è involontariamente umoristica:
Il portavoce [di Wallace] Kildea ha sottolineato che l'iniziativa è un impegno autenticamente bipatisan.
Come no. Continua a ripeterlo, magari qualcuno alla fine ci crederà.

Fonte: Richard Silverstein

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giovedì, agosto 28, 2008

Il ritorno russo

Il ritorno russo
di Serge Halimi

La questione della responsabilità del conflitto nel Caucaso non ci tormenta più. Meno di una settimana dopo l'attacco georgiano, due commentatori francesi, esperti di qualsiasi cosa, l'hanno giudicato "obsoleto". Un influente neoconservatore americano aveva dato loro il la. Sapere chi ha cominciato "importa poco", ha tagliato corto Robert Kagan, "se questa volta Mikhail Saakashvili non fosse caduto nella trappola di Vladimir Putin, dal conflitto sarebbe uscito qualcosa di differente. (1)". Un'ipotesi ne chiama subito un'altra: se, il giorno della cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici, l'iniziativa di un'operazione armata fosse stata compiuta da qualcun altro che non fosse il giovane poliglotta Saakashvili, diplomato alla Columbia Law School di New York, i governi occidentali e i loro media sarebbero riusciti a contenere la loro indignazione di fronte ad un atto tanto evidentemente simbolico?

Ma, dal momento che conosciamo già i buoni e i cattivi di questa storia, la si può seguirre meglio. I buoni, come la Georgia, hanno il diritto di preservare la loro integrità territoriale dalle trame separatiste ordite dai propri vicini; i cattivi, come la Serbia, devono acconsentire all'autodeterminazione della loro minoranza albanofona (Kosovo) e subire, in caso di rifiuto, i bombardamenti della NATO. La morale della storia diventa ancora più edificante quando, per difendere il suo territorio, il gentile presidente filoamericano richiama a casa una parte dei soldati inviati... a invadere l'Iraq.

Lo scorso 16 agosto il presidente George W. Bush, giustamente, ha invocato con serietà le "risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU", così come "l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale" della Georgia, le cui "frontiere devono beneficiare dello stesso rispetto di quelle di altre nazioni". Di conseguenza solo gli Stati Uniti avrebbero il diritto di agire unilateralmente quando pensano (o pretendono) che la loro sicurezza sia in causa. In realtà la serie di avvenimenti obbedisce ad una logica più semplice: Washington sta con la Georgia per contrastare la Russia; Mosca sta con l'Ossezia del sud, ma anche con l'Abkhazia, per "punire" la Georgia.

A partire dal 1992 due rapporti del Pentagono hanno cercato di prevenire l'eventuale risorgenza di una potenza russa allora ai minimi termini. Per rendere permanente l'egemonia americana nata dalla vittoria nella Guerra del Golfo e dallo scioglimento del blocco sovietico, bisognava, secondo i rapporti, "convincere eventuali rivali che non avevano bisogno di aspirare a un ruolo maggiore". E, se non si fosse potuto convincerli, Washington avrebbe saputo come "dissuaderli". Bersaglio principale di queste previsioni? La Russia, "unica potenza al mondo che possa distruggere gli Stati Uniti" (2).

Si può biasimare i dirigenti russi di aver vissuto l'assistenza occidentale alle "rivoluzioni colorate" in Ucraina e Georgia, l'adesione alla NATO dei vecchi alleati del Patto di Varsavia e l'installazione di missili americani sul suolo polacco come elementi di questa vecchia strategia il cui scopo era indebolire il loro paese, quale che ne fosse il regime? "La Russia è diventata una grande potenza, e questo è preoccupante", ha poi ammesso Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese (3).

Architetto, negli anni '80, della pericolosissima strategia afghana di Washington (sostenere militarmente gli islamisti per sconfiggere i comunisti...), Zbigniew Brzezinski ha descritto anche l'altro lato del disegno americano: "La Georgia ci apre l'accesso al petrolio, e presto anche al gas, dell'Azerbaijan, del Mar Caspio e dell'Asia centrale. Rappresenta quindi per noi un obiettivo strategico principale" (4). Brzezinski non potrebbe essere sospettato di incostanza: anche quando, sotto El'cin, la russia agonizzava, voleva cacciarla dal Caucaso e dall'Asia centrale per garantire l'approvigionamento energetico dell'Occidente (5). Ora la Russia sta meglio, gli Stati Uniti stanno meno bene, e il petrolio costa caro. Vittima delle provocazioni del proprio presidente, la Georgia deve subire la pressione di queste tre dinamiche.


Note:
(1) Rispettivamente Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann, in Libération del 14 agosto 2008, e Robert Kagan, nel Washington Post dell'11 agosto 2008.

(2) Vedi Paul-Marie de La Gorce, "Washington et la maîtrise du monde", Le Monde diplomatique, aprile 1992

(3) Intervista con Journal du dimanche, Parigi, 17 agosto 2008.

(4) Bloomberg News, 12 agosto 2008, www.bloomberg.com

(5) Zbigniew Brzezinski, The Great Chessboard.


Fonte: Le Monde Diplomatique

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venerdì, agosto 22, 2008

Un pretesto per attaccare l'Iran?

[Ecco la traduzione di tutto l'articolo di Kinzer, citato qualche giorno fa. In arrivo: un pezzo di Tremblay sulla NATO. Al lavoro su: due pezzi di Bhadrakumar, uno sul conflitto caucasico e l'altro su Musharraf e il Pakistan. Più i link del giorno, che pensavo di suddividere in tanti brevi post perché più comodi da leggere, ma aspetto di sentire le vostre preferenze].

Attaccare l'Iran via Ossezia Meridionale

Il conflitto tra Russia e Georgia potrebbe offrire il pretesto che l'amministrazione cercava per bombardare l'Iran?

di Stephen Kinzer

Un giorno un direttore per il quale lavoravo mi raccontò che quando i suoi genitori e i suoi nonni discutevano le notizie della giornata, a cena, finivano inevitabilmente con il chiedersi: “Va bene per gli ebrei?"

"Che fosse una guerra o un terremoto o il primo uomo sulla luna, si riduceva tutto a questa domanda", ricordava. "Vedevano tutto attraverso quella lente".

Quest'anno ho sviluppato una patologia simile. Sono terrorizzato dal fatto che l'amministrazione Bush decida di attaccare l'Iran prima di andarsene, il 20 gennaio. A ogni nuovo scossone, a Washington o nel mondo, mi chiedo: questo rende più o meno probabile un attacco americano contro l'Iran?

E così anche con la recente zuffa georgiana. Temo che abbia aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran.

Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono adattarsi agli interessi americani e che nessuno può permettersi di ergersi alle condizioni di “potenza quasi alla pari”, secondo la definizione della Quadrennial Defence Review del 2006. E questa è la chiave per un conflitto, giacché molti paesi tenderanno naturalmente ad accrescere la loro potenza, che gli Stati Uniti lo vogliano oppure no.

"Che Ercole stesso faccia quel che può," osservò quell'acuto geo-stratega che era William Shakespeare, "il gatto miagolerà, e il cane avrà il suo spasso".

La Russia sta per avere nuovamente il suo spasso. E non è necessariamente un male. Un mondo multipolare fondato su equilibri e contrappesi è, in fin dei conti, più sicuro e stabile per tutti.

Questo punto di vista, però, è alieno all'amministrazione Bush ancora intrappolata nella fantasia post-Guerra Fredda che il breve “momento unipolare” dell'America possa durare indefinitamente.

Negli ultimi anni l'amministrazione Bush ha cercato costantemente di sfidare gli interessi russi. Ha lavorato per tagliare fuori la Russia dalle rotte energetiche, per espandere la Nato fino alle porte della Russia, per costruire basi missilistiche difensive vicino ai suoi confini, per promuovere l'indipendenza del Kosovo e incoraggiare ex-stati sovietici come la Georgia a sputare nell'occhio strategico della Russia.

Questo atteggiamento funzionava quando la Russia era in ginocchio. Però era inevitabile cominciasse prima o poi a riemergere e a esercitare la sua influenza. Adesso lo ha fatto.

Quando la Russia ha schiacciato la Georgia Washington ha reagito con ruggiti di indignazione. Il presidente Bush ha dichiarato con una gran faccia tosta che “la prepotenza e l'intimidazione non sono modi accettabili di condurre la politica estera nel XXI secolo”.

Queste parole ipocrite sono tutto quello che rimane agli Stati Uniti di fronte alla recente vittoria russa. Gli Stati Uniti e la Russia devono cooperare su tutta una serie di questioni strategiche e la Georgia non è un interesse vitale per gli Stati Uniti. La cosa più logica per gli Stati Uniti in questo momento sarebbe incassare il colpo e andare avanti.

Il presidente Bush e il vice presidente Cheney, però, potrebbero pensarla diversamente. Leggo nelle loro menti, e temo che stiano pensando:

“Stiamo per andarcene. Per come stanno adesso le cose, l'ultimo scontro tra noi e i cattivi finirebbe con una loro vittoria. Non possiamo permettere che il nostro mandato si concluda così. Questa non può essere l'ultima parola. Dobbiamo andarcene con una bella vampata di gloria. Dove possiamo farla, quella vampata? Iran, ovvio. Nessun altro paese ci ha beffati così implacabilmente. Bombardando l'Iran manderemo al mondo uno spavaldo messaggio d'addio: Macché Russia – Comandiamo ancora noi!"

Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito a queste persone un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne un prezzo crudele.

Originale: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/20/usforeignpolicy.iran

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

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venerdì, agosto 15, 2008

Non solo Brzezinski: i consiglieri di Obama



Prima parte:
Sorpresa! ... Quelli di Obama sono quelli di Clinton


Il candidato democratico alle elezioni presidenziali, il senatore Barack Obama, ha recentemente presentato il suo Senior Working Group sulla Sicurezza Nazionale, che include gli ex consiglieri di Bill Clinton Anthony Lake, Warren Christopher e Madeleine Albright. L'analista di Real News Network Pepe Escobar esplora le vere visioni di Barack Obama in materia di politica estera, spiegando che questo gruppo di nomi legati a Clinton ci dice molto sulla vera visione del mondo di Obama.

Trascrizione


(Inizio del filmato)

Sen. Barack Obama: Con questa elezione si prenderà una decisione chiara. John McCain vuole continuare la politica estera di Bush e Cheney. Io voglio girare pagina. Invece di aderire ad una ideologia rigida, voglio tornare alla tradizione pragmatica della politica estera americana, che è stata portata avanti in maniera così abile dalle persone in questa sala, una politica focalizzata ad usare tutti gli elementi del potere americano per proteggere il nostro popolo e avanzare i nostri interessi.

(Fine del filmato)

La vera politica estera di Obama


Pepe Escobar: Questo è Barack Obama mentre presenta il suo Senior Working Group sulla sicurezza nazionale. E: sorpresa! I clintoniani sono tornati. Questo è il segreto di Pulcinella della campagna estremamente pragmatica di Obama: quelli di Obama sono gli stessi di Clinton. Bill Clinton e i suoi consiglieri non erano certo dei pacifisti. La decisione di Clinton di bombardare la Serbia ha causato la morte di centinaia di civili. Clinton inoltre decise di sganciare missili cruise contro obiettivi civili in Sudan e in Afghanistan, e ha rafforzato le sanzioni contro l'Iraq che hanno ucciso centinaia di migliaia di civili.
Chiunque si intenda un po' di Iraq sa che quando Hussein Kamel, sposato ad una delle figlie di Saddam Hussein, scappò in Giordania nel 1995, disse agli ispettori delle Nazioni Unite che Saddam aveva chiuso il programma iracheno di produzione di armi di distruzione di massa. Ma Clinton e i suoi consiglieri continuarono a dire al mondo che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Questo è Clinton, nel dicembre 1998, che seguendo le raccomandazioni unanimi del suo gruppo di sicurezza nazionale, ordinava che gli Stati Uniti...

(Inizio del filmato)

Bill Clinton allora presidente degli USA: ... attacchino i programmi iracheni di produzione di armi nucleari, chimiche e biologiche e la sua capacità militare di minacciare gli stati confinanti. E badate alle mie parole: lui svilupperà armi di distruzione di massa, le dispiegherà, e le userà. Oggi stiamo agendo perché in futuro sia meno probabile trovarsi di fronte a questi pericoli.

(Fine del filmato)

Quello che Clinton e i suoi volevano è quello che alla fine Bush ha ottenuto: il cambio di regime.

(Inizio del filmato)

Clinton: La maniera migliore per mettere fine a questa minaccia una volta per tutte è con un nuovo governo iracheno.

(Fine del filmato)

I consiglieri di Clinton erano convinti tanto quanto il loro presidente che:

(Inizio del filmato)


Clinton: Non ho dubbi sul fatto che, se lasciato senza controllo, Saddam Hussein userà queste terribili armi di nuovo.

(Fine del filmato)

Tranne per il fatto che non c'erano armi. Se Obama si fida di alcuni di questi personaggi che hanno consigliato Clinton negli anni Novanta, non farà ciò che sta promettendo nella sua campagna. Questo è Obama in Iowa nel novembre 2007.

(Inizio del filmato)

Obama: Non voglio passare il prossimo anno, o i prossimi quattro anni, a combattere nuovamente le stesse battaglie che abbiamo combattuto negli anni Novanta.

(Fine del filmato)

Negli anni Novanta era Bill Clinton a personificare una visione di cambiamento? Non esattamente. Quando Clinton decise di espandere la NATO nell'Europa dell'Est, ecco come Michail Gorbačëv reagì nel marzo 1999: "La questione non è solo se i cechi, gli ungheresi e i polacchi si uniranno alla NATO. Il problema è più serio: il rifiuto di una strategia per un nuovo sistema europeo deciso da me e i leader europei quando abbiamo terminato la guerra fredda. Mi sento tradito dall'Occidente. Avevamo un'opportunità per puntare verso la pace, e l'abbiamo persa. L'intera idea di un nuovo ordine mondiale è stata completamente abbandonata". Ora vediamo chi sono quelli di Obama, o per meglio dire quelli di Clinton.

Anthony Lake, ex consigliere per la sicurezza nazionale e invitato speciale della Casa Bianca, è attualmente professore alla Georgetown University. Non è un realista come Brzezinski. È stato un grande sostenitore della strategia di contenimento, ma è più vicino all'opzione di usare tutti i mezzi possibili per arrivare alla democrazia. Secondo lui, o democrazia o niente.

Warren Christopher è un ex segretario di stato di Clinton. Definiva la Bosnia, cito le sue parole, un "problema infernale". In un discorso tenuto alla UCLA nel 2005, ha delineato sommariamente quelli che ora sono i punti chiave della strategia politica estera di Obama. Sull'Iraq Christopher ha detto: "Non penso ci sia stata una spiegazione storica soddisfacente per quello che abbiamo fatto". Christopher è fermamente favorevole a negoziazioni con l'Iran, e innanzitutto crede in un potere americano morbido: "Dobbiamo usare il nostro 'potere morbido', il nostro potere di persuadere, il nostro potere di supportare, di cercare di imporre la nostra reputazione nel mondo".

"Morbido" non è esattamente la parola che viene in mente quandosi pensa a Madeleine Albright, ex segretaria di stato di Clinton e ambasciatrice alle Nazioni Unite. Fino a qualche giorno fa era consigliera di Hillary Clinton. In un articolo sul numero di settembre/ottobre 2003 di "Foreign Affairs" Albright scriveva: "La NATO dovrebbe essere usata in Afghanistan (dove ha finalmente ottenuto un ruolo, due anni dopo l'11 settembre) e in Iraq, dove il suo ombrello potrebbe aiutare ad alleviare la pressione sulle truppe statunitensi". Bene, questo è clintonismo di base, la stessa cosa che ha colpito Gorbačëv riguardo la NATO: un'alleanza tra Stati Uniti e Europa occidentale che si espande fino a inglobare mezzo mondo. Per fare cosa? Per proteggere la democrazia. Albright ha avuto la decenza di scusarsi con gli iraniani per le recenti decisioni non democratiche della politica estera statunitense.

(Inizio del filmato)

Madeleine Albright: Come il presidente Clinton ha detto, gli Stati Uniti devono portare la propria evidente parte di responsabilità per i problemi che sono nati nelle relazioni statunitensi-iraniane.

(Fine del filmato)

Ma non ha mai chiesto scusa agli iracheni per quello che ha detto alla CBS News nel maggio 1996. Alla domanda se la morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni imposte da Stati Uniti e Nazioni Unite (più che ad Hiroshima) fosse un prezzo giusto da pagare, Albright disse "Io penso che sia una scelta molto dura, ma credo che il prezzo pagato sia giusto". Altri nomi nel gruppo di consiglieri di Obama includono un elenco di personaggi con interessi particolari, e anche alcuni di quei consiglieri interni di Washington denunciati vigorosamente da Obama stesso nel corso della sua campagna. Per incontrarli, seguite la seconda parte di questa inchiesta.



Seconda parte:
Possiamo credere nel cambiamento?

Escobar: Continuiamo a conoscere i consiglieri recentemente nominati da Barack Obama. Questi consiglieri di Obama, ma a dire il vero di Clinton, consiglieranno Obama su come gli Stati Uniti dovrebbero rapportarsi col resto del mondo. James Steinberg era consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton. Secondo il "Wall Street Journal" è coautore del discorso tenuto da Obama al congresso dell'AIPAC a Washington, discorso che ha fatto infuriare il mondo arabo. In un articolo pubblicato dall'"American Interest", scritto assieme a Ivo Daalder, Steinberg sembrava John McCain. "L'unilateralismo non è l'unica alternativa al Consiglio di Sicurezza dell'ONU: le organizzazioni regionali e una nuova coalizione di stati democratici offrono modi per legittimare l'uso della forza quando il Consiglio non riesce a far fronte alle proprie responsabilità."

David Boren è stato definito "mio mentore da una vita" nel 2003 dall'ex capo della CIA George Tenet. Era molto vicino anche all'ex direttore della CIA Robert Gates, nei fatti ha aiutato la nomina di Gates. La CIA presieduta da Gates ha esagerato enormemente il potere militare sovietico, e Gates ha ammesso successivamente che la CIA ha dato miliardi di dollari ai Mujaheddin in Afghanistan. Un contraccolpo era inevitabile: come tutti quanti sappiamo i Mujaheddin successivamente si sono rivoltati contro gli Stati Uniti.

Richard Danzig era segretario della marina, e ha incoraggiato Clinton a investire ricerche sulla guerra biologica a scopo offensivo.

Gregory Craig è un avvocato da superprocessi. Era direttore del dipartimento di stato nell'ufficio di pianificazione di Clinton, e anche coordinatore della politica statunitense sul Tibet.

Lee Hamilton è ex capo del comitato degli affari esteri. Ma soprattutto ha codiretto il comitato di investigazione sul caso Iran-Contras, l'Iraq Study Group e la commissione sull'11 settembre, che per molti americani non ha risposto alle questioni chiave. Hamilton ha la fama di essere un insider molto importante, un Saggio di Washington, ma non aspettatevi che renda noto nulla di controverso per l'amministrazione.

Tim Romer era membro della commissione sull'11 settembre e ha votato a favore dell'invasione dell'Iraq di Bush.

Eric Holder è stato nominato da Ronald Reagan giudice associato dello stato di Washington, e nel 1997 Clinton lo nominò vice ministro della giustizia.

E poi c'è l'ex senatore Sam Nunn, ex capo del potente comitato senatoriale sulle armi. Si dice possa essere un possibile compagno di corsa di Obama. Nunn è direttore del Nuclear Threat Initiative, ed ha messo in guardia dallo scenario più drammatico: terroristi dotati di armi nucleari acquistate sul mercato nero. Ma riguardo all'Iran sembra piuttosto disinformato. Ecco quello che ha detto durante un'intervista con Charlie Rose nel giugno 2007:

(Inizia il filmato)

Nunn: Gli iraniani, da quello che leggo, e non dispongo di informazioni secretate al proposito, pensiamo siano a due o tre anni, a secondo di quale versione credete, dall'avere la capacità di produrre abbastanza materiale nucleare per costruire una bomba atomica.

(Fine del filmato)

D'altra parte Nunn ha delineato quella che ora sembra la politica di Obama sull'Iran: diplomazia, e non la possiblità di usare ogni opzione disponibile, come dice Bush.

(Inizia il filmato)

Nunn: Perché non l'abbiamo fatto, questo mi sconcerta. Perché non abbiamo voglia di parlare all'Iran sul problema nucleare? Non capisco nemmeno questo [...] Questo è quello che faremo con gli iraniani: gli parleremo direttamente. Risolverà il problema? Ne dubito. Se hanno un programma che va avanti dai tempi dello Scià e hanno parlato di questo con i russi, ed abvete chiesto ai russi perché non sono rigidi con l'Iran, vi diranno "Perché non siete stati rigidi con lo Scià quando c'era, e avete cooperato con gli iraniani in quel programma nucleare?"

(Fine del filmato)

William Perry era segretario della difesa di Clinton, e ha ristrutturato l'industria della difesa statunitense. Ha lavorato come consigliere della Martin Marietta prima di Clinton. La Lockheed Martin, la più grande industria di armi statunitense, è stata creata tramite una fusione pochi mesi dopo che Perry cominciasse a ricostruzione, e la Martin Marietta diventò parte della Lockheed Martin. Perry è andato in pensione nel 1998, ed è entrato nel consiglio d'amministrazione della Boeing, nonché nel Carlyle Group, con base in Arabia Saudita, i cui partner comprendono alcuni notissimi petrolieri, come George Bush senior e James Baker. L'interesse di Perry per la Corea del Nord offre uno squarcio interessante su come la "diplomazia coercitiva" di Obama funzionerebbe con l'Iran. Questo è quello che Perry ha detto nel corso di un'intervista con "Frontline", programma della PBS, nel febbraio 2003: "Abbiamo rischiato una guerra. Non volevamo iniziare una guerra per questo motivo, e non credevamo sarebbe stato necessario. Sentivamo che se fossimo riusciti a intensificare la pressione diplomatica, probabilmente avremmo evitato che questo accadesse. Così abbiamo iniziato un percorso che potremmo ragionevolmente chiamare 'diplomazia coercitiva'. Era diplomazia, ma era diplomazia sostenuta da una credibile minaccia dell'uso della forza militare. Abbiamo seriamente considerato di risolvere il problema semplicemente colpendo il reattore e il processore a Yongbyon."

Susan Rice era assistente del segretario di stato dell'amministrazione Clinton. Quelli che sospettano che la politica estera di Bush non sia fondamentalmente diversa da quella di Clinton dovrebbero sentire ciò che la Rice ha detto all'NPR [National Public Radio, la radio nazionale statunitense N.d.T.] l'11 novembre 2002:

(Inizia il filmato)

Rice: Io penso che il governo americano sia stato chiaro sin dal primo governo Bush riguardo la minaccia che l'Iraq e Saddam Hussein pongono. La politica statunitense è stata quella del cambio di regime per molti anni, a partire dall'amministrazione Clinton. Quindi è una questione di tempo e tattiche, quindi non abbiamo necessariamente bisogno una nuova risoluzione del consiglio prima di mettere in atto la risoluzione precedente.

(Fine del filmato)

E questo è quello che ha detto all'NPR il 6 febbraio 2003 riguardo Colin Powell:

(Inizia il filmato)

Rice: Io penso che abbia provato che l'Iraq ha armi nascoste, e non penso che molte persone informate ne dubitino.

(Fine del filmato)

Rice è incaricata del cosiddetto piano "pragmatico" di controterrorismo di Obama, che secondo lei dovrebbe, cito, "prosciugare il bacino del supporto agli estremisti", in parte sostenendo negli Stati Uniti i valori che gli Stati Uniti predicano nel mondo.

(Inizia il filmato)

Obama: Rifiuto di essere rimproverato riguardo la sicurezza nazionale da parte di persone che sono responsabili delle più disastrose decisioni di politica estera della storia recente degli Stati Uniti.

(Fine del filmato)

Quindi per contrastare questo disastro creato dalle decisioni di politica estera, Obama è ricorso ad una galassia di addetti ai lavori dello "smart power". Dunque i nomi dei consiglieri sull'elenco del gruppo di lavoro di Obama sulle questioni estere non sembrano avere una visione molto chiara del diritto internazionale, a voler essere generosi, e alcuni sembrano non essere avversi alla guerra, almeno in termini di imperialismo umanitario, come nel caso dell'ex Jugoslavia.
Un terzo governo Clinton versione remix non sembra esattamente un primo passo radicale per distanziarsi dalla politica estera imperiale di Bush e Cheney. Gli americani si porranno di sicuro una domanda: possiamo veramente credere nel cambiamento?


[21 agosto: leggermente modificato per correggere alcuni errori]

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