mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

di Yoichi Shimatsu

L'assalto notturno coordinato contro sette importanti bersagli a Mumbai ricorda le bombe del 1993 che devastarono la Borsa di Bombay. I recenti attacchi recano la firma della stessa mente criminale: preparazione meticolosa, spietata esecuzione e assenza di richieste e rivendicazioni.

Il pauroso silenzio che ha accompagnato le esplosioni è la firma di Dawood Ibrahim, ora proprietario multimilionario di una società di costruzioni a Karachi, Pakistan. Il suo nome non è un marchio di fabbrica conosciuto in tutto il mondo come Osama bin Laden. Nell'Asia Meridionale, tuttavia, Dawood è molto temuto e, con una morale un po' contorta, ammirato per la sua tardiva trasformazione da boss del crimine a sedicente vendicatore.

La sua ascesa ai ranghi più alti della criminalità indiana ha avuto un inizio improbabile: era il diligente figlio di un agente di polizia nella popolosa capitale commerciale allora nota come Bombay.

La sua familiarità infantile con la routine poliziesca e con gli ingranaggi della giustizia donarono all'ambizioso adolescente l'impareggiabile capacità di sconfiggere le autorità con piani criminali sempre più ingegnosi. Nel mondo poco istruito delle bande criminali di Bombay, Ibrahim emerse come leader credibile di una mafia multi-religiosa, non solo grazie alla sua abilità nell'organizzare campagne di estorsione e nel gestire il libro paga ma anche per lo spietato sterminio dei rivali.

Ibrahim DawoodIbrahim, noto come uno che risolveva problemi in modo professionale, si guadagnò l'amicizia di ambiziosi ufficiali dei servizi segreti indiani noti come Research and Analysis Wing (RAW, Ramo Analisi e Ricerca). Attirò presto l'attenzione di agenti segreti americani che allora appoggiavano i mujaheddin islamici contro gli occupanti sovietici in Afghanistan. Ibrahim contribuì personalmente a molte operazioni segrete degli Stati Uniti, convogliando soldi ai ribelli afghani attraverso casinò gestiti da americani a Kathmandu, nel Nepal.

Avido di piacere a tutti, Dawood ogni tanto fece un po' di confusione, per esempio fornendo documenti di viaggio e altri servizi a dirottatori islamici. Così i vertici dei servizi a Washington tentarono di “sequestrare” ufficiosamente i suo investimento nei casinò nepalesi. La furia di Ibrahim è leggendaria tra la gente del posto. Uomo d'affari d'onore, credeva fermamente che un contratto era un contratto e che per nessun motivo ci si poteva rimangiare la parola data.

Mentre Bombay si apprestava a diventare una delle maggiori metropoli asiatiche – le tariffe degli alberghi e gli affitti sono i più alti della regione –Ibrahim avrebbe potuto fare la vita comoda del boss. Invece ebbe un sussulto di coscienza, uno scatto di ritrovata indignazione morale, quando nel 1992 i nazionalisti di destra indù distrussero una moschea nel nord dell'India, massacrando 2000 fedeli musulmani, per la maggior parte donne e bambini.

Nel successivo mese di maggio i suoi uomini fecero scoppiare una serie di bombe a Bombay, uccidendo più di 300 persone. Le sue convinzioni personali avevano – stranamente – avuto la meglio sulla sua imparziale etica professionale. Sconvolto, il suo braccio destro indù tentò di ucciderlo. Seguì una cruenta guerra intestina, ma come sempre Ibrahim trionfò, anche se in esilio a Dubai e Karachi.

Nel decennio successivo, al culmine delle violenze nel Kashmir, Ibrahim mandò in barca da Karachi i suoi uomini ben addestrati e pesantemente armati per farli sbarcare in segreto sulle spiagge indiane. Lo stesso metodo usato nell'assalto di Mumbai con un maggior numero di barche: sette secondo le prime dichiarazioni della marina.

Perché questa azione è avvenuta proprio all'alba di quello che in America è il Giorno del Ringraziamento? Il capo dell'opposizione indiana ed ex vice Primo Ministro L. K. Advani aveva chiesto a lungo l'estradizione di Ibrahim dal Pakistan, una mossa avversata dall'allora governo militare di Islamabad. Con il ritorno di un governo a guida civile, il nuovo Primo Ministro pakistano (Gillani) aveva acconsentito alla richiesta di estradizione di New Delhi.

Washington e Londra si erano dette d'accordo con la richiesta legale dell'India e avevano tolto la “protezione ufficiale” accordata a Ibrahim per i passati servigi offerti ai servizi segreti occidentali. I diplomatici statunitensi, tuttavia, non avrebbero mai potuto permettere il ritorno di Dawood: sa troppe cose dei più oscuri segreti dell'America in Asia Meridionale e nel Golfo, segreti che se rivelati potrebbero affossare le relazioni tra Stati Uniti e India. Alla fine di giugno Dawood è stato portato in una casa sicura a Quetta, nei pressi dell'area tribale del Waziristan, ed è poi scomparso, probabilmente di nuovo in Medio Oriente.

Come nel caso del beniamino americano della guerra afghana, Osama bin Laden, il contraccolpo delle secrete manovre statunitensi è giunto all'improvviso, questa volta con effetti spettacolari a Mumbai. L'assalto al Taj Mahal Palace Hotel verrà probabilmente ricordato come il primo colpo letale inflitto all'entrante amministrazione Obama. Gli assalitori, che parlavano punjabi e non il dialetto del Deccan, hanno faticato parecchio per incendiare il prestigioso albergo, di proprietà del Gruppo Tata. Questo gigante industriale è tra i maggiori sostenitori dell'accordo di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e India, e sta ora progettando di diventare un importante fornitore di energia nucleare. I Clinton, in qualità di emissari di Enron, furono i primi a suggerire l'accordo nucleare con New Delhi, dunque Obama eredita la catastrofe di Mumbai ancor prima di insediarsi alla presidenza.

Dawood Ibrahim è quarto sulla lista di Forbes dei 10 uomini più ricercati del mondo. Dopo la nuova serie di attacchi che hanno ucciso più di 100 persone e devastato prestigiosi alberghi di lusso Ibrahim può ora ambire al primo posto. Contrariamente al fanatico e spesso inefficace bin Laden, Ibrahim è un professionista sotto tutti gli aspetti e dunque un avversario ancor più formidabile. Tuttavia nei servizi segreti militari pakistani gira voce che Dawood sia morto, assassinato a luglio. Questa versione degli eventi ricorda una variante della storia di bin Laden. Se è vera, i tirapiedi di Dawood stanno continuando la missione di un fuorilegge diventato leggenda.

Originale da: Dawood - Did Criminal Mastermind Stage Mumbai Nightmare?

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Mumbai sotto assedio, di Yoginder Sikand

Mumbai sotto assedio

di Yoginder Sikand

“O credenti. Siate osservanti verso Dio, siate testimoni di giustizia, e non v'induca l'odio verso taluni ad essere ingiusti. Siate giusti – che è cosa più vicina alla timoratezza – e temete Iddio, che è bene informato di ciò che voi fate”.
(Il Corano, Sura V. La Mensa: 8)

Stanno circolando molte teorie sui feroci attacchi terroristici di Mumbai. L'opinione dominante, basata su ciò che suggeriscono i mezzi di informazione, è che siano opera della temuta organizzazione terroristica con sede in Pakistan Lashkar-e Toiba, che, da quando anni fa è stata bandita dal Governo del Pakistan, ha adottato il nome di Jamaat ud-Dawah. L'ipotesi è verosimile, poiché il Lashkar negli ultimi anni ha messo in atto molti attentati terroristici, soprattutto nel Kashmir.

Il Lashkar è il braccio militare del Markaz Dawat wal Irshad, organizzazione staccatasi dal pakistano Ahl-e Hadith, gruppo con stretti legami con i wahabiti sauditi. Il suo quartier generale è situato nella città di Muridke nel distretto di Gujranwala nel Punjab pakistano. Il Markaz è stato creato nel 1986 da due professori universitari pakistani, Hafiz Muhammad Saeed e Zafar Iqbalm, coadiuvati da Abdullah Azam, stretto collaboratore di Osama bin Laden, che allora era legato all'Università Islamica Internazionale di Islamabad. Sembra che il denaro per finanziare la formazione dell'organizzazione venisse dai servizi segreti pachistani, l'Inter Services Intelligence (ISI). Risulta dunque chiaro che fin dall'inizio il Lashkar ha goduto del sostegno dell'establishment pakistano.

Il Lashkar fu creato come organizzazione paramilitare per l'addestramento di guerriglieri che combattevano contro i sovietici in Afghanistan. Presto disseminò sul territorio del Pakistan e dell'Afghanistan decine di campi d'addestramento. I militanti che uscirono da quei centri svolsero un ruolo fondamentale nelle lotte armate prima in Afghanistan e poi in Bosnia, Cecenia, Kosovo, il sud delle Filippine e il Kashmir.

Come altri gruppi estremisti islamici, il Lashkar vede l'Islam come un sistema onnicomprensivo che governa tutti gli aspetti della vita personale e collettiva, attraverso la sharia. Per l'instaurazione di un sistema islamico, insiste, è necessario uno 'stato islamico' che imponga la sharia come legge. Se, come dichiara il sito internet ufficiale del Lashkar, venisse fondato un tale stato e tutti i musulmani vivessero rispettando “le leggi stabilite da Allah”, allora “sarebbero in grado di controllare il mondo intero e di esercitare la loro supremazia”. E per questo, come pure per rispondere all'oppressione subita dai musulmani in ampie zone del mondo, insiste che tutti i musulmani ricorrano al jihad armato. Il jihad armato deve continuare, annuncia il sito internet, “finché l'Islam, come stile di vita, non dominerà tutto il mondo e finché la legge di Allah non verrà applicata ovunque”.

Il tema del jihad armato pervade gli scritti e le dichiarazioni del Lashkar ed è, di fatto, il tema principale delle sue argomentazioni. Anzi, la sua comprensione dell'Islam sembra essere determinata quasi del tutto da questa preoccupazione, tanto che la sua lettura dell'Islam sembra essere il prodotto di quel progetto politico, che finisce efficacemente per equiparare l'Islam con il terrore. Essendo nato come conseguenza della guerra in Afghanistan, la guerra è diventata la vera ragion d'essere del Lashkar, e il suo sviluppo successivo è stato quasi interamente determinato da questa preoccupazione. I contorni del suo quadro ideologico sono costruiti in modo che il tema del jihad armato appaia come l'elemento centrale del progetto. Negli scritti e nei discorsi dei portavoce del Lashkar il jihad appare come conflitto violento (qital) condotto contro “miscredenti” che sono considerati responsabili dell'oppressione dei musulmani. Anzi, il Lashkar lo rende uno degli assunti centrali dell'Islam, benché non sia stato tradizionalmente incluso tra i “cinque pilastri” della fede. Così il sito internet del Lashkar afferma che “L'enfasi posta su questo tema è così forte che alcuni commentatori e studiosi del Corano hanno osservato che l'argomento del Corano è il jihad”. Un'altra dichiarazione del Lashkar afferma: “C'è consenso tra gli studiosi del Corano sul fatto che nessun'altra azione è stata spiegata tanto dettagliatamente quanto il jihad”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il jihad contro i non-musulmani è proiettato come dovere religioso cui sono vincolati oggi tutti i musulmani. Sul sito internet del Lashkar si afferma che un musulmano che “non ha mai inteso lottare contro i miscredenti […] non è privo di tracce di ipocrisia”. Dei musulmani che hanno la capacità di partecipare o offrire il loro aiuto al jihad ma non lo fanno dice che “vivono una vita di peccato”. Non sorprende, dunque, che il Lashkar condanni tutti i musulmani che non sono d'accordo con la sua visione dannosa e gravemente distorta dell'Islam e il suo odioso travisamento del jihad – sufi, sciiti, barelvi e via dicendo – in quanto “devianti” o esterni all'Islam o perfino in combutta con “forze anti-islamiche”. Il Lashkar promette ai suoi attivisti che riceveranno grandi premi, sia in questo mondo che nell'Aldilà, se lotteranno attivamente sul cammino del jiahd. Non solo sarà loro garantito un posto in Paradiso, ma saranno anche “onorati in questo mondo”, perché il jihad, dice, è anche “il sistema per risolvere problemi politici e finanziari”.

Per estremamente bizzarro che possa sembrare, il Markaz si vede impegnato in un jihad globale finalizzato alla conquista del mondo intero. Come ha dichiarato una volta Nazir Ahmed, responsabile del dipartimento delle pubbliche relazioni del Lashkar, attraverso il cosiddetto jihad lanciato dal Lashkar “l'Islam sarà dominante in tutto il mondo”. Questa guerra globale è vista come un rimedio per tutti i mali e l'oppressione che affliggono i musulmani, e si afferma che “se vogliamo vivere con onore e dignità dobbiamo fare ritorno al jihad”. Attraverso il jihad, dice il sito web del Lashkar, “l'Islam dominerà in tutto il mondo”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il suo sedicente jihad contro l'India è considerato come nientemeno che una guerra tra due ideologie diverse e contrapposte: l'Islam e l'Induismo. Con gli induisti fa di tutta l'erba un fascio in quanto li considera tutti “nemici dell'Islam”. Dunque Hafiz Muhammad Saeed, il capo del Lashkar, può dichiarare: “Di fatto gli indù sono vili nemici e il modo giusto di trattare con loro è quello adottato dai nostri antenati, che li schiacciarono con la forza. Dobbiamo fare altrettanto”.

L'India è un importante bersaglio per i terroristi del Lashkar. Secondo Hafiz Muhammad Saeed, “Il jihad non riguarda solo il Kashmir. Abbraccia tutta l'India”. Dunque per il Lashkar il suo sedicente jihad va ben oltre i confini del Kashmir e si espande in tutta l'India. Il suo scopo finale, dice, è estendere il controllo musulmano in quella che un tempo era terra musulmana e dunque va riportata sotto il dominio musulmano, creando quello che il Lashkar definisce “Il Grande Pakistan per mezzo del jihad”. Così, a un imponente raduno di seguaci del Lashkar tenutosi nel novembre 1999, Hafiz Muhammad Saeed tuonò: “Oggi annuncio la dissoluzione dell'India, Inshallah. Non riposeremo finché tutta l'India non si dissolverà nel Pakistan”.

Il Lashkar, a quando riferiscono i media, ha cercato di far proseliti tra i musulmani indiani, e potrebbe aver reclutato qualcuno alla sua causa. Se è così, è stato sicuramente aiutato dai sanguinosi pogrom antimusulmani ispirati dall'Hindutva [lett. “Induità”, ideologia nazionalista che propugna la supremazia degli indù nella società e nelle istituzioni indiane, N.d.T.] e spesso appoggiati dallo Stato, che hanno causato diverse migliaia di vittime innocenti. Il fatto che in questi casi non si sia fatta neanche una parvenza di giustizia e che lo Stato non abbia preso alcun provvedimento per arginare il terrorismo Hindutva si aggiunge al già profondo e disperato malcontento diffuso tra molti musulmani indiani. I gruppi terroristici sedicenti islamici come il Lashkar potrebbero usare la situazione per promuovere i loro piani. È dunque ovvio che per contrastare la grave minaccia rappresentata da gruppi terroristici come il Lashkar lo Stato indiano debba necessariamente contenere anche la minaccia del terrorismo Hindutva, che ha ora assunto la forma di fascismo conclamato. I due tipi di terrorismo si alimentano a vicenda, e l'uno non può essere sconfitto se non si combatte anche l'altro.

Misericordiosamente, e nonostante a essi venga negata la giustizia, la grande maggioranza degli indiani musulmani si è rifiutata di cadere nella trappola del Lashkar. Le molte conferenze contro il terrorismo organizzate di recente da importanti gruppi islamici indiani sono la prova che considerano il travisamento dell'Islam compiuto dal Lashkar come assolutamente anti-islamico, come una perversione della loro fede. Queste voci devono essere urgentemente incoraggiate, perché potrebbero costituire l'antidoto più efficace alla propaganda del Lashkar. Molti studiosi islamici indiani che conosco e con i quali ho parlato ribadiscono che la condanna del Lashkar di tutti i non-musulmani come “nemici dell'Islam”, la sua incitazione all'odio verso gli indù e l'India e la sua interpretazione del jihad sono un completo travisamento degli insegnamenti islamici. Criticano amaramente il suo appello per un Califfato universale come sciocco pio desiderio. E sono unanimi sul fatto che, lungi dal servire la causa della fede che dicono di abbracciare, gruppi come il Lashkar hanno recato il danni più nefasto al nome dell'Islam, e vanno considerati ampiamente responsabili della crescente islamofobia globale.

Mentre i sospetti si concentrano sul Lashkar per i recenti attentati di Mumbai, in alcuni ambienti si sollevano altre dubbi. Non è passato inosservato il fatto significativo che Hemant Karkare, il coraggioso capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi di Mumbai, avesse indagato sul ruolo dei gruppi terroristici Hindutva negli attentati compiuti a Malegaon e in altre località e per questo avesse ricevuto minacce. Né è passato inosservato il fatto che gli attacchi di Mumbai siano stati messi in atto subito dopo che erano emerse inquietanti rivelazioni sul suolo degli attivisti Hindutva in attentati in diverse zone dell'India. È anche significativo che gli attentati di Mumbai abbiano completamente messo in ombra la questione del terrorismo di ispirazione Hindutva.


Cerimonia di preghiera per Hemant Karkare, capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi. Foto AP.

E poi alcuni stanno proponendo una possibile ipotesi israeliana. Il popolare tabloid di Mumbai Mid-Day, in un articolo su un edificio in cui si erano asserragliati molti militanti intitolato “Mumbai Attack: Was Nariman House the Terror Hub?” (“Attentati di Mumbai: era la Nariman House il centro del terrore?”), scrive:

“Il ruolo che la Nariman House ha preso a svolgere nel dramma degli attentati è sconcertante. L'altra sera i residenti hanno ordinato quasi 100 chili di carne e altro cibo, abbastanza per nutrire un esercito o un gruppo di persone per venti giorni. Poco dopo sono entrati i militanti, più di dieci, il che indica che il cibo e la carne erano stati ordinati in vista del loro arrivo, ha aggiunto un altro poliziotto. 'Oggi uno dei militanti ha chiamato un canale televisivo e ha espresso le sue richieste, ma quando gli è stato chiesto dove si nascondessero ha risposto alla Nariman House di Israele, e che erano in sei', ha detto uno degli inquirenti. Le sparatorie vanno avanti fin dalla mattina e i militanti sembrano ben equipaggiati per rispondere al fuoco dei poliziotti. E poi hanno cibo e riparo. Viene da chiedersi [se] abbiano l'appoggio dei residenti, ha commentato Ramrao Shanker, che abita nei paraggi”.

Ad alcuni l'ipotesi di un coinvolgimento di Israele o del Mossad nella vicenda potrà sembrare inverosimile. Ma non è così per altri, che mettono in rilievo il ruolo di agenti israeliani nella destabilizzazione di molti paesi, anche per mezzo di infiltrazioni in movimenti islamici estremisti come il gruppo yemenita che si definisce “Islamic Jihad” ed è considerato responsabile dell'attentato contro l'Ambasciata americana a Sanaa e si dice abbia stretti legami con i servizi israeliani. Alcuni si sono chiesti se il Mossad o perfino la CIA possano avere direttamente o indirettamente istigato giovani musulmani indiani, pakistani o di altre nazionalità a votarsi al terrorismo giocando sul malcontento dei musulmani e operando attraverso gruppi islamici esistenti o creandone appositamente di nuovi.

Se questa accusa è vera – anche se resta da stabilire in maniera conclusiva – lo scopo potrebbe essere quello di radicalizzare ulteriormente i musulmani per fornire ulteriori pretesti agli attacchi dell'America e di Israele contro l'Islam e i paesi musulmani. A tale proposito si ricorda anche che la CIA è stata per anni in strettissimo contatto con l'ISI pakistano e con gruppi islamici estremisti del Pakistan. In alcuni ambienti si specula anche sul possibile ruolo di queste entità straniere in attacchi terroristici che hanno colpito l'India negli ultimi anni con il fine di alimentare ulteriormente l'odio anti-musulmano e di indebolire l'India.

Va indagato adeguatamente se queste ipotesi siano vere. Resta però il fatto che pare essere nell'assoluto interesse dell'establishment israeliano e di gruppi di potere americani creare instabilità in India, alimentare il conflitto tra indù e musulmani, perfino al punto di condurre alla guerra l'India e il Pakistan e trascinare così l'india nell'abbraccio mortale dei sionisti e degli imperialisti americani.

In altre parole, indipendentemente da chi sta dietro i mortali attacchi di Mumbai, tutto ciò pare convenire agli interessi e ai programmi politici di forze multiple e ugualmente funeste: estremisti islamici e indù, infiammati da una visione manicheista del mondo ispirata dall'odio, ma anche potenze imperialiste globali che sembrano usare gli attacchi come uno strumento per trascinare ulteriormente l'India nel loro asse suicida.

Originale da: Mumbai under siege

Articolo originale pubblicato il 29/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, giugno 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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sabato, maggio 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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mercoledì, aprile 23, 2008

Il Tibet, il grande gioco e la CIA

Il Tibet, il “grande gioco” e la CIA

di Richard M. Bennett

Dato il contesto storico dei disordini in Tibet, c'è ragione di credere che Pechino sia stata presa in contropiede dalle recenti proteste per il semplice fatto che sono state organizzate fuori del Tibet e che i manifestanti sono guidati da agitatori anti-cinesi che si trovano al sicuro in Nepal e nel nord dell'India.

Il finanziamento e il controllo della sommossa sono stati inoltre attribuiti al leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, e di conseguenza, - data la stretta collaborazione con i servizi segreti americani per più di 50 anni – alla CIA.

Con il pesante coinvolgimento della CIA nel movimento Free Tibet e nel finanziamento della fin troppo informata Radio Free Asia, parrebbe improbabile che una qualsiasi rivolta possa svolgersi all'insaputa o senza il consenso del quartier generale del National Clandestine Service (precedentemente noto come Directorate of Operations) della CIA a Langley.

Il 21 marzo l'autorevole editorialista ed ex-ufficiale dei servizi segreti indiani B. Raman ha commentato che “in base alle informazioni disponibili, è stato possibile stabilire con un grado ragionevole di sicurezza” che la rivolta del 14 marzo a Lhasa “era stata pianificata e ben orchestrata”.

Può avere un fondo di verità l'ipotesi che i beneficiari della morte e della distruzione che stanno travolgendo il Tibet si trovino a Washington? La storia suggerisce che è concretamente possibile.

La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.

I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.

Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet.

Kenneth Conboy e James Morrison, nel loro libro The CIA's Secret War in Tibet (La guerra segreta della CIA nel Tibet), rivelano che la CIA e i servizi segreti indiani collaborarono nell'addestramento ed equipaggiamento di truppe speciali e agenti tibetani e nella costituzione di unità aeronautiche e di intelligence congiunte come l'Aviation Research Center e lo Special Center.

Questa collaborazione continuò negli anni Settanta e alcuni dei suoi programmi, soprattutto l'unità forze speciali dei profughi tibetani che ha poi avuto un ruolo importante nella Special Frontier Force indiana, sono ancora oggi attivi.

Solo il deterioramento delle relazioni con l'India, che coincise con un miglioramento dei rapporti con Pechino, segnò la fine della maggior parte delle operazioni congiunte di CIA e India.

Anche se Washington dal 1968 ha ridotto il supporto ai guerriglieri tibetani, si ritiene che la fine dell'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza sia giunta solo durante gli incontri tra il presidente Nixon e la dirigenza comunista cinese a Pechino nel febbraio del 1972.

Victor Marchetti, ex-ufficiale della CIA, ha descritto la rabbia di molti agenti sul campo quando Washington staccò la spina, e aggiunge che molti di loro “cercarono conforto nelle preghiere tibetane apprese durante gli anni trascorsi con il Dalai Lama”.

L'ex-capo della Task Force tibetana della CIA dal 1958 al 1965, John Kenneth Knaus, avrebbe detto: “Questa non era una operazione politica black-bag della CIA”, aggiungendo che “L'iniziativa veniva... dal governo degli Stati Uniti”.

Nel suo libro Orphans of the Cold War (Orfani della Guerra Fredda), Knaus parla dell'impegno degli americani per la causa dell'indipendenza tibetana dalla Cina. Cosa interessante, aggiunge che la sua realizzazione “convaliderebbe i più onorevoli motivi di chi ha cercato di aiutarli a raggiungere questo obiettivo più di 40 anni fa. Allevierebbe anche il senso di colpa di alcuni di noi per aver partecipato a questi tentativi che ad altri sono costati la vita, ma che sono stati la nostra più grande impresa”.

Nonostante l'assenza di un sostegno ufficiale circola ancora diffusamente la voce che la CIA fosse coinvolta, anche se non direttamente, in un'altra rivolta fallita nell'ottobre del 1987, i disordini che successivi e la conseguente repressione cinese che durò fino al maggio del 1993.

Ora la CIA può pensare che sia il momento giusto per tentare nuovamente di destabilizzare la presenza cinese nel Tibet, e Langley manterrà di certo aperte tutte le opzioni.

La Cina deve affrontare gravi problemi: i musulmani uiguri nello Xinjiang, le attività del Falun Gong, tra molti altri gruppi dissidenti, e naturalmente le crescenti preoccupazioni per la sicurezza dei Giochi Olimpici ad agosto.

La Cina è vista da Washington come una grande minaccia sia economica che militare non solo in Asia ma anche in Africa e nell'America Latina.

Dal punto di vista della CIA la Cina è stata scarsamente collaborativa nella “guerra al terrore”, offrendo poco o nessun aiuto e non facendo niente per fermare il flusso di armi e uomini giunti dalle aree musulmane della Cina in appoggio ai movimenti estremisti islamici in Afghanistan e negli stati dell'Asia Centrale.
Per molti a Washington questa sarebbe l'occasione ideale per destabilizzare il governo di Pechino, dato che il Tibet è ancora il potenziale punto debole della Cina.

La CIA starà ben attenta a non lasciare indizi che puntino alla sua responsabilità nella rivolta che sta montando. Verranno usati intermediari tra gli esuli tibetani in Nepal e nelle aree di confine dell'India settentrionale.

La CIA in effetti può aspettarsi un livello significativo di supporto da parte di molte organizzazioni per la sicurezza sia in India che in Nepal e non avrà problemi a offrire al movimento di resistenza consigli, denaro e soprattutto pubblicità.

Tuttavia, finché i disordini non mostreranno una tendenza inconfondibile a trasformarsi in una rivolta di massa dei tibetani contro i cinesi Han e Hui, non si permetterà che entrino in scena le armi.

Negli ultimi 30 anni nel Tibet sarebbero entrate illegalmente grandi quantità di esplosivi e di armi di piccolo calibro dell'ex-blocco sovietico, ma è probabile che resteranno nascoste in attesa dell'occasione giusta.

Le armi provengono dai mercati mondiali o da depositi sequestrati dalle forze statunitensi o israeliane e sono state alterate perché nessuno possa risalire alla CIA.

Armi di questo tipo hanno anche il vantaggio di essere intercambiabili con quelle usate dalle forze armate cinesi e naturalmente hanno le stesse munizioni, facilitando i problemi di rifornimento durante gli eventuali futuri conflitti.

Anche se l'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza tibetana è terminato 30 anni fa, la CIA ha tenuto aperte le linee di comunicazione e finanzia ancora buona parte del movimento Tibetan Freedom.

Dunque la CIA sta di nuovo giocando il “grande gioco” nel Tibet?

Di certo è in grado di farlo, conservando una significativa presenza paramilitare e di intelligence nella regione. L'Afghanistan, l'Iraq, il Pakistan e vari stati centro-asiatici ospitano grandi basi.

Non va poi dubitato che abbia interesse a indebolire la Cina almeno quanto l'obiettivo più ovvio costituito dall'Iran.

Dunque la probabile risposta è sì, e sarebbe in effetti sorprendente se la CIA non avesse un interesse meramente passeggero per il Tibet. Dopotutto è pagata per questo.

Dall'11 settembre del 2001 c'è stato cambiamento di atteggiamenti, requisiti e capacità nei servizi segreti statunitensi. I vecchi piani operativi sono stati rispolverati e aggiornati, vecchi agenti riattivati. Il Tibet e quella che viene percepita come la debolezza della posizione della Cina nel paese probabilmente saranno completamente rivalutati.

Per Washington e la CIA questa può essere un'ottima occasione per creare un significativo mezzo di pressione contro Pechino con pochi rischi per gli interessi americani: praticamente una situazione con risvolti esclusivamente positivi.

Il governo cinese sarebbe oggetto del biasimo mondiale per la repressione e la violazione dei diritti umani, e sarebbero i giovani tibetani e non i ragazzi americani a venire uccisi sulle strade di Lhasa.
La conseguenza di un'aperta rivolta contro Pechino, tuttavia, sarà che la paura di arresti, torture e perfino esecuzioni si riverserà in ogni angolo del Tibet e nelle province vicine popolate da un gran numero di tibetani come il Gansu, il Qinghai e il Sichuan.

E il movimento per la libertà in Tibet ha ancora scarse possibilità di ottenere miglioramenti significativi nella politica centrale cinese a lungo termine, e nessuna possibilità di eliminare il controllo cinese su Lhasa.

Sembra che ancora una volta il popolo tibetano resterà intrappolato tra l'oppressione di Pechino e la manipolazione di Washington.

Pechino manda i pezzi grossi
Il timore che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri stati occidentali possano cercare di dipingere il Tibet come un altro Kosovo può spiegare parzialmente perché le autorità cinesi abbiano reagito come se si fossero trovate di fronte a una vera insurrezione di massa invece che alla versione ufficiale di una breve ondata di disordini scatenata dai sostenitori del Dalai Lama.

Pechino ha preso la cosa così seriamente che a Lhasa è stata dislocata una speciale unità di coordinamento per la sicurezza, il Centro di Comando 110, con l'obiettivo primario di soffocare i disordini e ristabilire completamente il controllo del governo centrale.

Il Centro sembra essere sotto il diretto controllo di Zhang Qingli, primo segretario del Partito del Tibet leale al presidente Hu Jintao. Zhang è anche l'ex-vice segretario di partito dello Xinjiang e ha una notevole esperienza nelle operazioni anti-terrorismo in quella regione.

Altre cariche importanti a Lhasa sono state assunte da Zhang Xinfeng, vice ministro del Ministero Centrale della Pubblica Sicurezza, e Zhen Yi, vice comandante del quartier generale della Polizia del Popolo a Pechino.

La serietà con cui Pechino sta trattando gli attuali disordini è ulteriormente dimostrata dallo spiegamento di un gran numero di importanti divisioni della Regione Militare di Chengdu, comprese brigate della 149ª Divisione di Fanteria Meccanizzata, che agisce come forza di reazione rapida.

Secondo una notizia dell'agenzia di stampa United Press International, a Lhasa sono intervenuti corpi speciali dell'Esercito di Liberazione del Popolo e sono stati impiegati il carro da combattimento T-90 e i carri armati T-92. Secondo questa notizia, la Cina ha negato la partecipazione dell'esercito alla repressione, dicendo che è stata messa in atto da unità della polizia armata. “L'equipaggiamento citato, tuttavia, non è mai stato impiegato dalla polizia armata cinese”.

Il supporto aereo è fornito dal 2° Reggimento dell'Aviazione dell'Esercito con base a Fenghuangshan, Chengdu, nella provincia del Sichuan: i suoi elicotteri e STOL operano da una postazione nei pressi di Lhasa. Aerei da combattimento potrebbero essere messi rapidamente a disposizione da squadriglie dislocate nella regione di Chengdu.
Il Distretto Militare dello Xizang forma il distaccamento del Tibet, costituito da due unità di fanteria di montagna, la 52ª Brigata con base a Linzhi e la 53ª a Yaoxian Shannxi, supportate dall'8ª Divisione di Fanteria Motorizzata e da una brigata di artiglieria a Shawan, Xinjiang.

Il Tibet non è più così lontano da creare problemi di rifornimento e avvicendamento all'esercito cinese. La costruzione della prima ferrovia tra il 2001 e il 2007 ha facilitato in misura significativa i consistenti movimenti di truppe ed equipaggiamento dal Qinghai all'aspro altopiano tibetano.

Altre precauzioni contro una recrudescenza delle rivolte tibetane hanno portato a un considerevole grado di autosufficienza nella logistica e nella riparazione dei veicoli del distaccamento militare tibetano. È stato realizzato un numero sempre maggiore di piccoli campi di volo per consentire alle forze di reazione rapida di raggiungere in tempi brevi anche le aree più inaccessibili.

Il Ministero per la Sicurezza cinese e i servizi segreti hanno imparato a essere presenti in modo soffocante nella provincia, a rilevare ogni serio movimento di protesta e a reprimere la resistenza.
Richard M. Bennett è consulente nel settore dell'intelligence e della sicurezza,
AFI Research.

(Copyright 2008 Richard M. Bennett.)

Originale da: http://atimes.com/atimes/China/JC26Ad02.html

Articolo originale pubblicato il 26 marzo 2008

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