Saturday, May 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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Wednesday, April 23, 2008

L'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

Cina e America: l'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

di Michel Chossudovsky

La questione dei diritti umani è diventata il cavallo di battaglia della disinformazione mediatica.

La Cina non è un paese modello per quanto riguarda i diritti umani ma non lo sono neanche gli Stati Uniti e il loro indefettibile alleato britannico, responsabili di molti crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in Iraq e in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati, che promuovono la tortura, gli omicidi politici e la creazione di campi di detenzione segreti, continuano a essere presentati all'opinione pubblica come un modello di democrazia occidentale da emulare, contrariamente alla Russia, all'Iran, alla Corea del Nord e alla Repubblica Popolare Cinese.

Due pesi e due misure
Mentre si mettono in evidenza le presunte violazioni dei diritti umani della Cina in Tibet, non si fa parola della recente ondata di uccisioni in Iraq e in Palestina. I media occidentali hanno a malapena ricordato il quinto “anniversario” della “liberazione” dell'Iraq e il bilancio delle uccisioni e delle atrocità perpetrate dagli Stati Uniti contro un'intera popolazione nel nome di una “guerra globale al terrorismo”.

Ci sono stati più di 1,2 milioni di morti tra i civili iracheni, e 3 milioni di feriti. Secondo le cifre dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) 2,2 milioni di profughi iracheni sono fuggiti dal loro paese e 2,4 milioni sono sfollati al suo interno:

“La popolazione dell'Iraq al momento dell'invasione statunitense nel marzo del 2003 era all'incirca di 27 milioni, e oggi è circa di 23 milioni. Un semplice calcolo aritmetico indica che attualmente più di metà della popolazione irachena è sfollata, bisognosa di assistenza, ferita o morta”. (Dahr Jamail, Global Research, December 2007)

Lo scacchiere geopolitico
Dietro la campagna contro il governo cinese ci sono profondi e radicati obiettivi geopolitici.

I piani di guerra di Stati Uniti, NATO e Israele contro l'Iran sono a uno stadio avanzato. La Cina ha legami economici ed estesi accordi di cooperazione militare bilaterale con l'Iran. Inoltre la Cina è anche un alleato della Russia, del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell'Uzbekistan nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Dal 2005 l'Iran fa parte della SCO con il rango di “osservatore”.

A sua volta la SCO ha legami con la Collective Security Treaty Organization (CSTO), un'intesa di cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan.

Nell'ottobre dello scorso anno la CSTO e la SCO hanno firmato un Memorandum di Intesa che ha gettato le basi di una cooperazione militare tra le due organizzazioni. Questo accordo tra SCO e CSTO, a malapena citato dai mezzi di informazione occidentali, comporta la creazione di un'alleanza militare a tutti gli effetti tra la Cina, la Russia e gli altri stati membri di SCO/CSTO. Vale la pena di notare che la SCTO e la SCO nel 2006 hanno effettuato esercitazioni militari congiunte in coincidenza con quelle condotte dall'Iran. (Per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, Russia and Central Asian Allies Conduct War Games in Response to US Threats, Global Research, August 2006)
Nell'ambito dei piani di guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti mirano anche a indebolire gli alleati dell'Iran, in particolare la Russia e la China. Nel caso della Cina, Washington sta cercando di mettere in crisi i legami bilaterali con Teheran e l'avvicinamento di quest'ultima alla SCO, che ha il proprio quartier generale a Pechino.

La Cina è un alleato dell'Iran. L'intento di Washington è quello di usare le presunte violazioni dei diritti umani di Pechino come un pretesto per colpire la Cina, alleata con l'Iran.

Sotto questo aspetto, un'operazione militare diretta contro l'Iran può avere successo solo se viene colpita la struttura delle alleanze militari che legano l'Iran alla Cina e alla Russia. Il Cancelliere tedesco Otto von Bismarck lo capì benissimo con riferimento alla struttura delle alleanze militari rivali prima della prima guerra mondiale. La Triplice Alleanza era un accordo firmato nel 1882 tra la Germania, l'Impero Austro-Ungarico e l'Italia. Nel 1907 un accordo anglo-russo aprì la strada alla formazione della Triplice Intesa costituita da Francia, Regno Unito e Russia.

La Triplice Alleanza si concluse nel 1914 quando l'Italia si ritirò e si dichiarò neutrale, portando così allo scoppio della prima guerra mondiale.

La storia fa capire l'importanza delle alleanze militari contrapposte. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno cercando di minare la formazione di un'alleanza eurasiatica SCO-CSTO che sarebbe ben capace di sfidare e contenere l'espansionismo militare degli Stati Uniti e della NATO in Eurasia mettendo insieme il potenziale militare non solo di Russia e Cina, ma anche di varie ex-repubbliche sovietiche, tra cui la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakistan, il Tagikistan, l'Uzbekistan e il Kirghizistan.

Accerchiare la Cina
Con l'eccezione della sua frontiera settentrionale che confina con la Federazione Russia, la Mongolia e il Kazakistan, la Cina è circondata da basi militari statunitensi.

Il corridoio eurasiatico
Fin dall'invasione e occupazione dell'Afghanistan nel 2001, gli Stati Uniti mantengono una presenza militare sul confine occidentale della Cina, in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti mirano a costituire basi militari permanenti in Afghanistan, che occupa una posizione strategica confinando con le ex-repubbliche sovietiche, la Cina e l'Iran.

Inoltre a partire dal 1996 gli Stati Uniti e la NATO hanno anche stretto accordi militari con diverse ex-repubbliche sovietiche con il progetto GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan Azerbaigian e Moldavia). Dopo l'11 settembre Washington ha usato il pretesto della “guerra globale contro il terrorismo” per sviluppare ulteriormente la presenza militare degli Stati Uniti nei paesi del GUUAM. L'Uzbekistan si è ritirato dal GUUAM nel 2002. (Adesso l'organizzazione si chiama GUAM).

La Cina ha interessi petroliferi in Eurasia come pure nell'Africa sub-sahariana, e questi interessi sono in conflitto con gli interessi petroliferi anglo-americani.

La posta in gioco è il controllo geopolitico del corridoio eurasiatico.

Nel marzo del 1999 il Congresso degli Stati Uniti adottò il Silk Road Strategy Act (Documento Strategico per la Via della Seta) che definiva i vasti interessi economici e strategici dell'America in una regione che andava dal Mediterraneo Orientale all'Asia Centrale. La Silk Road Strategy (SRS) delinea un quadro di sviluppo dell'impero finanziario americano lungo un esteso corridoio geografico.

Il successo della SRS richiede la contestuale “militarizzazione” del corridoio eurasiatico come strumento per assicurarsi il controllo sulle grandi riserve di gas e greggio e per “proteggere” le rotte dell'energia e i corridoi commerciali. Questa militarizzazione è soprattutto condotta contro la Cina, la Russia e l'Iran.

La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia che, dopo l'11 settembre, consiste nella proiezione “su diversi fronti”.

Inoltre dopo la fine della Guerra Fredda la Cina resta il potenziale obiettivo di un attacco nucleare preventivo degli Stati Uniti.

Nella Nuclear Posture Review (NPR) del 2002, la Cina e la Russia sono identificate, insieme a una lista di “stati canaglia”, come i potenziali obiettivi di un attacco nucleare preventivo messo in atto dagli Stati Uniti. La Cina viene definita dalla NPR come “un paese che potrebbe essere coinvolto in una contingenza immediata o potenziale”. In particolare, la Nuclear Posture Review cita uno scontro militare sullo status di Taiwan come uno degli scenari che potrebbero indurre Washington a impiegare armi nucleari contro la Cina.

La Cina è stata accerchiata: l'esercito degli Stati Uniti è presente nel Mare Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan, nella Penisola Coreana e nel Mar del Giappone, come pure all'interno dell'Asia Centrale e sul confine occidentale della regione autonoma cinese dello Xinjiang-Uigur. Inoltre, sempre per quanto riguarda l'accerchiamento della Cina, “il Giappone ha gradualmente uniformato e armonizzato le sue politiche militari con quelle degli Stati Uniti e della NATO”. (Si veda Mahdi Darius Nazemroaya, Global Military Alliance: Encircling Russia and China, Global Research, 10 May 2007)

Indebolire la Cina dall'interno: supporto clandestino ai movimenti secessionisti
Coerentemente con la sua politica volta a indebolire e minare la Repubblica Popolare Cinese, Washington appoggia i movimenti secessionisti del Tibet e della regione autonoma dello Xinjiang-Uigur, che confina con il Pakistan nord-orientale e l'Afghanistan.

Nello Xinjiang-Uigur i servizi segreti pachistani (ISI), collegati con la CIA, appoggiano diverse organizzazioni islamiche. Queste ultime comprendono il Partito Riformista Islamico, l'Alleanza per l'Unità Nazionale del Turkestan orientale, l'Organizzaione uigura per la Liberazione e il Partito uiguro del Jihad Centro-Asiatico. Varie di queste organizzazioni islamiche hanno ricevuto supporto e addestramento da Al Qaeda, che è una struttura di intelligence sponsorizzata dagli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di queste organizzazioni islamiche con base in Cina è la “costituzione di un califfato islamico nella regione” (per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, America's War on Terrorism, Global Research, Montreal, 2005, Chapter 2).

“Il califfato integrerebbe l'Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan (Turkestan Occidentale) e la regione autonoma uigura (Turkestan Orientale) in un'unica entità politica.
Il 'progetto del califfato' va contro la sovranità territoriale cinese. Supportato da varie 'fondazioni' wahabite dei paesi del Golfo, il separatismo sul confine occidentale della Cina è ancora una volta coerente con gli interessi strategici degli Stati Uniti nell'Asia Centrale.
Intanto un potente gruppo di pressione negli Stati Uniti fa arrivare il proprio supporto alle forze separatiste del Tibet.
Promuovendo tacitamente la secessione della regione dello Xinjiang-Uigur (con i servizi segreti pakistani come intermediari), Washington sta tentando di innescare un processo più ampio di destabilizzazione politica della Repubblica Popolare Cinese. Oltre a queste operazioni clandestine, gli Stati Uniti hanno creato basi militari in Afghanistan e in alcune ex-repubbliche sovietiche, proprio sul confine occidentale della Cina.
La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia”. (Ibid)

I disordini di Lhasa
I violenti disordini di metà marzo nella capitale del Tibet sono stati accuratamente orchestrati. Sono stati seguiti immediatamente da una campagna di disinformazione mediatica supportata da dichiarazioni politiche dei leader occidentali contro la Cina.

Ci sono elementi che fanno pensare che i servizi segreti statunitensi abbiano agito dietro le quinte in quella che vari osservatori hanno descritto come un'operazione attentamente premeditata. (Si veda sotto la nostra analisi).

I fatti di metà marzo a Lhasa non sono stati un movimento di protesta spontaneo e “pacifico” come hanno scritto i media occidentali. Le rivolte che hanno coinvolto una banda di criminali erano premeditate. Erano state attentamente pianificate. Gli attivisti tibetani in India legati al governo del Dalai Lama in esilio “hanno accennato al fatto che si aspettavano i disordini. Ma si rifiutano di elaborare come facessero a saperlo o chi vi avesse collaborato”. (Guerilla News)

Le immagini non suggeriscono tanto una manifestazione di protesta di massa quanto una rivolta guidata da poche centinaia di individui. I monaci buddisti sono stati coinvolti nei disordini. Secondo il China Daily (31 marzo 2008), dietro alle violenze c'era anche il Congresso della Gioventù Tibetana, con base in India, considerato dalla Cina un'organizzazione affiliata al Dalai Lama che pratica la linea dura. I campi d'addestramento del Congresso della Gioventù Tibetana sono finanziati dal National Endowment for Democracy (NED). (si veda il testo delle audizioni al Congresso sull'appoggio fornito dal NED al Congresso della Gioventù Tibetana)


VIDEO: i disordini in Tibet, cosa è veramente successo
I filmati confermano che sono stati colpiti, percossi e in alcuni casi uccisi dei civili. La maggior parte delle vittime era costituita da cinesi Han. Almeno dieci persone sono morte carbonizzate in seguito a incendi dolosi, secondo le dichiarazioni del governo del Tibet. Queste dichiarazioni sono state confermate dai resoconti dei testimoni oculari. Secondo un servizio del People's Daily:

“cinque commessi di un negozio di abbigliamento sono morti carbonizzati prima di riuscire a fuggire. Un uomo alto 1 metro e 70 di nome Zuo Yuancun è stato ridotto a brandelli di pelle carbonizzata e ossa. Un lavoratore migrante è stato colpito al fegato dai criminali. Una donna è stata percossa violentemente dagli aggressori e le è stato tagliato via un orecchio”. (People's Daily, March 22, 2008)

Nel frattempo i media occidentali descrivevano con disinvoltura i saccheggi e i roghi come una “manifestazione pacifica” repressa con la forza dalle autorità cinesi. Non ci sono notizie precise (né nelle fonti cinesi, né in quelle occidentali) sul numero di vittime causate dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia cinesi. I servizi occidentali indicano uno spiegamento nella capitale del Tibet di più di 1000 soldati e poliziotti a bordo di carri armati.

Sono stati attaccati esercizi e scuole, e incendiate auto. Secondo fonti cinesi ci sono stati 22 morti e 623 feriti. “I rivoltosi hanno incendiato più di 300 edifici, soprattutto case private, negozi e scuole, e hanno fatto a pezzi automobili e danneggiato strutture pubbliche”.

La pianificazione delle rivolte è stata coordinata con la campagna di disinformazione mediatica che accusava le autorità cinesi di avere istigato i saccheggi e i roghi. Il Dalai Lama ha accusato Pechino di aver “travestito da monaci le sue truppe” per dare l'impressione che dietro le rivolte ci fossero i monaci buddhisti. Le accuse si basavano su una fotografia risalente a quattro anni fa che ritrae dei soldati che si accingono a vestirsi da monaci per uno spettacolo (si veda il South China Morning Post, 4 aprile 2008).

“Il quotidiano continentale [il People's Daily] ha scritto che le forze di sicurezza che hanno spento le rivolte di Lhasa non avrebbero potuto indossare le uniformi mostrate nella fotografia perché si trattava di uniformi estive, inadatte al clima rigido di marzo.
Ha anche spiegato che la Polizia Armata del Popolo nel 2005 era passata alle nuove uniformi, caratterizzate dalle mostrine sulle spalle. Gli ufficiali armati mostrati nella foto indossavano le vecchie uniformi, abbandonate nel 2005... L'agenzia di stampa Xinhua ha detto che la fotografia era stata scattata durante uno spettacolo anni fa, quando i soldati prima di esibirsi avevano preso in prestito gli abiti dei monaci”. (Ibid)

L'accusa del Dalai Lama secondo la quale le autorità cinesi avrebbero istigato le rivolte, che è stata ripresa dalla stampa occidentale, è supportata dalla dichiarazione di un ex funzionario del Partito Comunista, Ruan Ming, che “afferma che il Partito Comunista Cinese ha orchestrato sapientemente i disordini in Tibet per costringere il Dalai Lama a dimettersi e per giustificare la futura repressione dei tibetani. Ruan Ming in passato scriveva i discorsi dell'ex-segretario generale del Partito Comunista Hu Yaobang”. (citato in The Epoch Times).

Il ruolo dei servizi segreti statunitensi
L'organizzazione dei disordini di Lhasa fa parte di uno schema coerente. Costituisce un tentativo di innescare conflitti etnici in Cina e fa gli interessi della politica estera statunitense.

Che parte hanno avuto i servizi segreti statunitensi nell'attuale ondata di proteste per il Tibet?

Data la natura segreta delle operazioni di intelligence, non ci sono prove tangibili di un coinvolgimento diretto della CIA. Tuttavia alcune organizzazioni tibetane legate al “governo in esilio” del Tibet sono notoriamente supportate dalla CIA e/o dal National Endowment for Democracy (NED), braccio civile della CIA.

Il coinvolgimento della CIA nel supportare segretamente il movimento secessionista tibetano risale alla metà degli anni Cinquanta. Il Dalai Lama è stato sul libro paga della CIA dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1974:

“La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.
I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.
Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet”. (Richard Bennett, Tibet, the 'great game' and the CIA, Global Research, March 2008)


Il National Endowment for Democracy (NED)
Il National Endowment for Democracy (NED), che fa pervenire aiuti finanziari ai gruppi di opposizione stranieri filo-americani, ha avuto un ruolo significativo nell'innescare “rivoluzioni di velluto” utili agli interessi geopolitici ed economici di Washington.

Il NED, anche se formalmente non fa parte della CIA, svolge un'importante funzione di intelligence nella sfera dei partici politici e delle organizzazioni non governative. Venne creato nel 1983, quando la CIA era accusata di corrompere politici e di formare organizzazioni della società civile fasulle. Secondo Allen Weinstein, che fu il responsabile della costituzione del NED durante l'amministrazione Reagan: “Molto di quello che facciamo noi oggi 25 anni fa veniva fatto segretamente dalla CIA”. (Washington Post, Sept. 21, 1991).

Il NED opera attraverso quattro organi fondamentali: il National Democratic Institute for International Affairs (NDIIA), l'International Republican Institute (IRI), l'American Center for International Labor Solidarity (ACILS) e il Center for International Private Enterprise.

Il NED ha finanziato le organizzazioni della “società civile” venezuelane che hanno tentato un golpe contro il presidente Hugo Chavez. Ad Haiti il NED ha finanziato i gruppi d'opposizione che stavano dietro l'insurrezione armata che ha contribuito alla deposizione del presidente Bertrand Aristide nel febbraio del 2004. Il colpo di stato di Haiti è stato il risultato di un'operazione militare e di intelligence attentamente orchestrata. (Si veda Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti, Global Research, February 2004)

Il NED finanzia varie organizzazioni per il Tibet sia all'interno sia fuori della Cina. La principale organizzazione pro-Dalai Lama per l'indipendenza del Tibet finanziata dal NED è l'International Campaign for Tibet (ICT), fondata a Washington nel 1988. L'ICT ha sedi a Washington, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. Diversa dalle altre organizzazioni per il Tibet finanziate dalla NED, l'ICT ha strettissimi legami e aree comuni con il NED e il Dipartimento di Stato USA:

“Alcuni direttori dell'ICT sono anche membri dell'establishment impegnato nella 'promozione della democrazia', come Bette Bao Lord (che presiede Freedom House e dirige il Freedom Forum), Gare A. Smith (che è stato vice segretario aggiunto al Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato), Julia Taft (ex-direttore del NED, ex segretario di stato aggiunto e coordinatore speciale per le questioni tibetane, ha lavotato per l'USAID ed è stata anche presidente e amministratore delegato di InterAction), e infine Mark Handelman (che è anche direttore della National Coalition for Haitian Rights, un'organizzazione il cui lavoro è ideologicamente legato agli interventi del NED ad Haiti).
Anche del consiglio dell'ICT fanno parte due persone strettamente legate al NED, Harry Wu e Qiang Xiao (che è l'ex-direttore esecutivo dell'organizzazione Human Rights in China, finanziata dal NED).
Il consiglio internazionale dell'ICT comprende anch'esso famosi 'democratici' come Vaclav Havel, Fang Lizhi (che almeno nel 1995 era tra i dirigenti di Human Rights in China), Jose Ramos-Horta (che è nel consiglio internazionale del Democracy Coalition Project), Kerry Kennedy (che è direttore del China Information Center, finanziato dal NED), Vytautas Landsbergis (patrocinatore della neoconservatrice Henry Jackson Society, con sede in Gran Bretagna – v. Clark, 2005), e fino alla morte avvenuta di recente, la 'levatrice dei neocon' Jeane J. Kirkpatrick (che era anche legata a realtà 'democratiche' come Freedom House e la Foundation for the Defense of Democracies)”. (Michael Barker, "Democratic Imperialism": Tibet, China, and the National Endowment for Democracy Global Research, August 13, 2007)

Tra le altre organizzazioni per il Tibet finanziate dal NED ci sono la Students for a Free Tibet (SFT) di cui abbiamo già parlato. La SFT è stata costituita nel 1994 a New York City “come progetto dell'US Tibet Committee e dell'International Campaign for Tibet (ICT), finanziata dal NED. La SFT è nota per aver steso uno striscione di 140 metri sulla Grande Muraglia” (F. William Engdahl, Risky Geopolitical Game: Washington Plays ‘Tibet Roulette’ with China, Global Research, April 2008).

La SFT, insieme ad altre cinque organizzazioni per il Tibet, lo scorso gennaio ha proclamato “l'inizio di una 'sollevazione del popolo tibetano'... e ha contribuito a creare un ufficio temporaneo per il suo coordinamento e finanziamento”. (Ibid)
Il NED finanzia anche il Tibet Multimedia Center per 'la diffusione delle informazioni relative alla lotta per i diritti umani e la democrazia in Tibet', basato anch'esso a Dharamsala. E sempre il NED finanzia anche il Tibetan Center for Human Rights and Democracy”. (Ibid)

C'è una divisione di compiti tra la CIA e il NED. Mentre la CIA fornisce segretamente supporto a gruppi ribelli paramilitari armati e a organizzazioni terroristiche, il NED finanzia i partiti politici della “società civile” e le organizzazioni non governative per instaurare la “democrazia americana” nel resto del mondo.

Il NED è, per così dire, il “braccio civile” della CIA. Gli interventi di CIA e NED nelle varie parti del mondo sono caratterizzati da uno schema ricorrente.

Operazione psicologica: screditare la leadership cinese
L'obiettivo a breve termine è quello di screditare la leadership cinese nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino, usando la campagna in Tibet per distrarre l'opinione pubblica dalla guerra in Medio Oriente e dai crimini di guerra commessi da Stati Uniti, NATO e Israele.

Le presunte violazioni cinesi dei diritti umani vengono messe in evidenza per dare un volto umano alla guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente.

I piani di guerra promossi dagli Stati Uniti contro l'Iran vengono ora giustificati con il rifiuto di Teheran di conformarsi alle richieste della “comunità internazionale”.

Con il Tibet in prima pagina la vera crisi umanitaria in Medio Oriente non fa più notizia.

Più in generale, si distorce l'intera questione dei diritti umani: le realtà sono capovolte, i numerosi crimini commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati sono nascosti o giustificati come strumenti proteggere la società contro i terroristi.

Nel valutare le violazioni dei diritti umani sono stati introdotti due pesi e due misure. In Medio Oriente il massacro di civili viene classificato come danno collaterale. È giustificato come parte della “guerra globale al terrorismo”. Si dice che le vittime sono responsabili della loro stessa morte.

La torcia olimpica
La manifestazioni di protesta nelle capitali occidentali contro le violazioni cinesi dei diritti umani sono state organizzate con grande tempestività.

Sembra ora possibile che si verifichi un boicottaggio parziale dei Giochi Olimpici. Il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che sostiene gli interessi americani e fa parte del Gruppo Bilderberg), ha proposto il boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Secondo Kouchner l'idea andrebbe discussa durante un incontro dei ministri degli esteri dell'Unione Europea.

La torcia olimpica è stata accesa in Grecia durante una cerimonia turbata dagli “attivisti pro-tibetani”. L'azione è stata promossa da “Reporter Senza Frontiere”, organizzazione che ha noti legami con i servizi segreti statunitensi. (Si veda Diana Barahona, Reporters Without Borders Unmasked, May 2005). “Reporter Senza Frontiere” riceve finanziamenti anche dal National Endowment for Democracy (NED).

La torcia olimpica è simbolica. L'Operazione psicologica consiste nel prendere di mira la torcia nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino.

A ogni tappa di questo processo la leadership cinese viene denigrata dai media occidentali.

Implicazioni economiche globali
La campagna per il Tibet contro la leadership cinese potrebbe avere dei contraccolpi

Ci troviamo nel punto critico della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna. La crisi è strettamente connessa con l'avventura militare promossa dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell'Asia Centrale.

La Cina ha un ruolo strategico per quanto riguarda l'espansionismo militare statunitense. Per ora non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alle varie risoluzioni del Consiglio promosse dagli Stati Uniti e dirette contro l'Iran.

La Cina ha anche un ruolo centrale nel sistema economico e finanziario globale.

In seguito a un surplus commerciale da record, la Cina ora ha 1,5 milioni di miliardi di dollari in strumenti di debito statunitensi (compresi Buoni di Tesoro). Dunque è in grado di mandare in crisi i mercati valutari internazionali. Il dollaro statunitense crollerebbe ulteriormente se la Cina dovesse vendere i suoi titoli di debito denominati in dollari. (Per ulteriori dettagli si veda F. William Engdahl, op. cit.)

Inoltre la Cina è il maggior produttore di una vasta gamma di beni lavorati che costituiscono, per l'Occidente, una quota consistente del consumo domestico mensile. I giganti occidentali della vendita al dettaglio contano sul flusso continuo e ininterrotto di articoli di consumo a basso costo dalla Cina.

Per i paesi occidentali l'ingresso della Cina nelle strutture globali del commercio, dell'investimento, della finanza e dei diritti di proprietà intellettuale della World Trade Organization (WTO) è fondamentale. Se Pechino decidesse di ridurre le sue esportazioni negli Stati Uniti di prodotti “Made in China”, l'ormai fragile base produttiva americana non sarebbe in grado di colmare il divario, almeno non nell'immediato.

Inoltre gli Stati Uniti e i loro alleati come il Regno Unito, la Germania, la Francia e il Giappone hanno importanti interessi nel settore degli investimenti in Cina. Nel 2001 gli Stati Uniti e la Cina hanno firmato un accordo commerciale bilaterale in attesa dell'ingresso della Cina nella WTO. Questo accordo consente agli investitori statunitensi, comprese le principali istituzioni finanziarie di Wall Street, di posizionarsi nel sistema finanziario di Shanghai e nel mercato bancario cinese.

Ma se sotto certi aspetti la Cina è ancora la “colonia della produzione a basso costo” dell'Occidente, i rapporti della Cina con il sistema commerciale globale non sono assolutamente inalterabili.

I rapporti della Cina con il capitalismo globale hanno le proprie radici nella “Politica della Porta Aperta” formulata nel 1979. (Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986, chapters 7 and 8)

Fin dagli anni Ottanta la Cina è diventata per i mercati occidentali il principale fornitore di prodotti industriali. Qualsiasi minaccia rivolta contro la Cina e/o qualsiasi iniziativa militare diretta contro gli alleati eurasiatici della Cina, compreso l'Iran, potrebbe compromettere le esportazioni cinesi di articoli di consumo.

La base industriale della Cina, orientata all'esportazione, è fonte di formidabile ricchezza per le economie capitaliste avanzate. Da dove viene la ricchezza della famiglia Walton, proprietaria di WalMart? WalMart non produce niente. Importa articoli economici “Made in China” e li rivende sul mercato al dettaglio statunitense a un prezzo moltiplicato per dieci.

Questo processo di sviluppo basato sulle importazioni ha permesso ai paesi “industrializzati” occidentali di chiudere gran parte delle loro fabbriche. A loro volta, le industrie cinesi con manodopera a basso costo servono a generare i profitti multimiliardari delle corporazioni occidentali, compresi i giganti della vendita al dettaglio che comprano oppure delocalizzano la loro produzione in Cina.

Qualsiasi minaccia di natura militare diretta contro la Cina potrebbe avere conseguenze economiche devastanti, ben peggiori della nota spirale ascendente del prezzo del greggio.

Michel Chossudovsky dirige il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione. Ha scritto vari bestseller internazionali, tra cui The Globalization of Poverty and the New World Order, Global Research, 2003 e America's "War on Terrorism", Global Research, 2005. È collaboratore dell'Encyclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati tradotti in più di 20 lingue.

Michel Chossudovsky è anche autore del primo studio esaustivo sulla restaurazione del capitalismo in Cina, pubblicato più di vent'anni fa,
Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986. È appena tornato da un viaggio in Cina. È stato a Shanghai e Pechino nel marzo del 2008.

Originale da: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=8673

Articolo originale pubblicato il 13 aprile 2008

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