venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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martedì, settembre 16, 2008

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

di Sergej Markedonov, direttore del dipartimento relazioni internazionali dell'Istituto di analisi politica e militare, per RIA Novosti

La visita odierna del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev a Mosca assume particolare importanza nella storia delle relazioni bilaterali russo-azere. È la visita del leader di uno stato caucasico dopo la “guerra dei cinque giorni” e il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale. I governanti dei due paesi si accingono a rispondere a tutta una serie di questioni di fondamentale importanza per la sicurezza non solo della regione, ma di tutta l'Eurasia.

Un punto così sensibile per l'Azerbaigian come il riconoscimento dell'indipendenza delle due ex regioni georgiane (giacché lo stato caspico deve affrontare la sfida del Nagorno-Karabakh) rappresenterà un ostacolo allo sviluppo della cooperazione strategica, tema affrontato da Dmitrij Medvedev durante la sua visita estiva a Baku? Fino a che punto l'Azerbaigian e la Russia sono disposti a muoversi sulla strada della comprensione reciproca sulla questione del Karabakh? Naturalmente a Ilham Aliyev interesserà anche conoscere la posizione di Mosca in merito alle prossime elezioni in Azerbaigian? L'appoggio russo al tempo della campagna per le elezioni parlamentari del 2005 era stato molto importante per la squadra del presidente azero.

Saranno in grado Mosca e Baku di allontanarsi dagli agganci immediati della “questione georgiana” a favore del più ampio contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi? L'Azerbaigian e la Russia hanno dimostrato altre volte di essere capaci di trovare punti in comune dopo periodi “freddi”. È successo, per esempio, nel 2001 (con la prima visita di Putin a Baku), quando i due paesi riuscirono a superare le distanze e le tensioni dei primi anni Novanta.

I fatti dell'“agosto caldo” hanno mutato completamente il panorama del Grande Caucaso. Per la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica sul suo territorio sono apparse nuove entità in parte riconosciute. Da un lato ciò costituisce un precedente, e dall'altro dimostra che la risoluzione con la forza dei problemi relativi all'integrità territoriale di qualunque stato è suscettibile di costi altissimi, fino alla perdita delle “regioni rivoltose”. Di conseguenza molti vicini della Russia si pongono ora questa domanda: “Mosca comincerà a estendere il precedente dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale ad altre entità non riconosciute?”. Naturalmente l'Azerbaigian è molto preoccupato per la posizione di Mosca sulla questione del Nagorno-Karabakh.

Ricordiamo che la posizione ufficiale di Baku sugli eventi in Ossezia del Sud è stata caratterizzata da un'estrema prudenza. La dichiarazione fatta l'8 agosto dal Ministro degli Esteri azero a sostegno dell'integrità territoriale della Georgia (approvata dai diplomatici georgiani) conteneva frasi generali (sulla “conformità dell'operazione georgiana al diritto internazionale”) e non ha avuto ulteriori sviluppi. All'incontro svoltosi a Tbilisi il 12 agosto hanno manifestato la loro solidarietà con la Georgia i capi di cinque paesi: erano presenti i leader dei tre Stati baltici, della Polonia e dell'Ucraina, ma non c'era Ilham Aliyev, il capo di stato che meno di un mese prima Saakashvili aveva definito “garante dell'indipendenza”. Baku ha preferito la cautela, tenendo conto del proprio interesse a mantenere relazioni stabili con la Federazione Russa.

L'Аzerbaigian non è uscito dalla CSI e non ha espresso (come la squadra del presidente ucraino Yushenko) una retorica anti-russa. Neanche la visita in Azerbaigian del vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney ha cambiato la posizione ufficiale di Baku.

La politica estera dell'Azerbaigian, al contrario di quella georgiana, non si fonda sullo scontro. Da un lato l'Azerbaigian non è membro della CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Comunità Economica Eurasiatica, ma fa parte della GUAM (Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico) e critica abbastanza spesso la politica russa troppo sbilanciata a favore dell'Armenia. Dall'altro lato a Baku si guarda alla Russia come a un contrappeso all'Occidente (che con l'Azerbaigian, contrariamente alla Georgia, ha ancora rapporti ambivalenti). L'Azerbaigian teme inoltre di finire coinvolto nel “gioco iraniano”, nel quale verrebbe condannato o al ruolo di base militare o di bersaglio di una ritorsione di Teheran. Di qui il tentativo di mantenere a tutti i costi relazioni non semplici ma complessivamente amichevoli con la Federazione Russa.

L'opposizione cerca di sfruttare questa situazione. Il capo del partito “Musavat”, Isa Gambar (secondo alle passate elezioni presidenziali) considera inadeguata la reazione ufficiale di Baku ai fatti dell'Ossezia Meridionale. Ma quali sono oggi le risorse di cui dispongono Gambar e altri oppositori (Eldar Namazov o Ali Keremli) per correggere la posizione dell'amministazione presidenziale? È una domanda retorica. In ogni caso Mosca è interessata alla stabilità della linea adottata da Aliyev, il che significa che la Russia assicurerà il proprio sostegno al presidente attuale. E questo, indubbiamente, costituisce una base positiva per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Osserviamo anche che se si ripetesse uno scenario di guerra nel Nagorno Karabakh Baku dovrebbe fare i conti con una reazione molto più severa dell'Occidente. Qui le posizioni di Stati Uniti, Russia e principali paesi dell'Unione Europea si compatterebbero (soprattuto se si tiene conto del ruolo della lobby armena e delle sue potenti risorse mediatiche). Dopo il fallimento della “campagna di Tskhinvali” di Saakashvili le autorità dell'Azerbaigian hanno cominciato ad accennare molto più raramente alla possibilità di ristabilire con la forza il controllo sul Karabakh.
Allo stesso tempo i diplomatici e i politici russi mirano a dimostrare che il riconoscimento dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale è stato una reazione concreta a un preciso complesso di circostanze politico-militari. Laddove vi sia la possibilità di una risoluzione negoziale del conflitto (anche se solo ipotetica), la diplomazia russa è pronta al dialogo, alla mediazione, alla discussione dell'intero processo pace. In questo senso la mobilitazione della diplomazia russa nel Karabakh (e anche nella Transnistria) servirà a dimostrare che Mosca non mira alla “rinascita dell'Unione Sovietica” (come invece negli ultimi tempi assicurano alcuni politici ed esperti americani ed europei).

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080916/151303081.html

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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