martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, novembre 10, 2008

Il nuovo avanza, ma il vecchio crea fondazioni

[Questa la mettiamo qui, nel caso ci servisse in seguito e ci stessimo chiedendo in cosa fosse affacendato il vecchio Rumsfeld].

Famigerato neocon dell'amministrazione Bush continua a occuparsi di Asia Centrale e Caucaso

di Joshua Kucera

Donald Rumsfeld, ex segretario della difesa degli Stati Uniti, ha creato una fondazione che ha tra le proprie principali aree di interesse l'Asia Centrale e il Caucaso.

Finora il lavoro della fondazione sull'Asia Centrale è stato limitato: ha avviato un programma di borse di studio per giovani studiosi della regione gestito dal Central Asia Caucasus Institute (CACI, Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso) alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies di Washington, DC. Il direttore del CACI, S. Frederick Starr, è amico personale di Rumsfeld.

Gran parte del denaro della fondazione viene dallo stesso Rumsfeld. (Prima di entrare nell'amministrazione Bush, nel 2000, Rumsfeld aveva ricoperto ottimi posti di dirigente nell'industria farmaceutica e delle comunicazioni). La fondazione ha ricevuto una piccola quantità di finanziamenti esterni, “da amici”, ha detto Keith Urbahn, un portavoce della fondazione. Gli obbligatori documenti fiscali che elencano le sue donazioni e il suo bilancio non sono ancora stati resi pubblici, e Urbahn si è rifiutato di nominare specifici finanziatori.

I primi cinque studiosi sono già a Washington e hanno tenuto delle relazioni al CACI il 5 novembre scorso, in una conferenza intitolata “L'Asia Centrale e il Caucaso dopo la guerra d'agosto”.

In un'intervista concessa lo scorso anno al Washington Post Rumsfeld ha spiegato che molte delle persone emerse dai governi comunisti possono contare su comunità etniche negli Stati Uniti che le appoggiano e le supportano. Ma chi viene dal Caucaso e dall'Asia Centrale non ha questo vantaggio, e uno degli obiettivi della fondazione è ovviare a questo problema.

“A Chicago o Detroit o Pittsburgh non abbiamo uzbeki, tagiki o kazaki”, ha spiegato. “Penso che ci sia bisogno di persone che capiscono quello che succede in Asia Centrale... e la difficoltà di quella transizione”.

“Ha sempre messo tra le sue priorità la visita a quella parte del mondo perché pensava fosse importante. Il suo interesse per quelle zone è precedente all'11 settembre, voleva creare legami con i paesi dell'Asia Centrale e del Caucaso che non avevano precedenti negli ultimi decenni”, ha dichiarato Urbahn.

Il direttore del CACI Starr ha detto che Rumsfeld era l'unico alto rappresentante dell'amministrazione Bush a prestare un'attenzione più che simbolica all'Asia Centrale e al Caucaso. Mentre complessivamente “a livelli più alti abbiamo semplicemente trascurato [la regione]”, Rumsfeld ha rappresentato un'eccezione, con i suoi molti viaggi nella regione per stabilire forti legami con i suoi leader, ha dichiarato Starr. “Rumsfeld è stato, a livello di amminiastrazione, il segretario di gran lunga più attivo degli ultimi 18 anni”, ha detto.

“Questo programma nasce dalla sua esperienza nella regione e dalla comprensione dell'importanza di quest'ultima in quanto area emergente del mondo, e anche dalla consapevolezza che molti giovani di grande talento avrebbero meritato di essere resi il più possibile visibili al mondo, e viceversa”, ha detto Starr.

L'altro principale centro di interesse della fondazione sarà la microfinanza, e sotto questo aspetto la fondazione segue la strategia di limitarsi a finanziare programmi consolidati di microfinanza. Ma Urbahn ha dichiarato che l'attività microfinanziaria ha incluso programmi in Eurasia, in particolare in Tagikistan, Georgia e Afghanistan.

Nonostante Rumsfeld sia stato uno dei neo-conservatori più tristemente noti dell'amministrazione Bush, Urbahn ha detto che l'attività della fondazione sarà “completamente apolitica e apartitica” e continuerà la stretta collaborazione con il CACI.

Se le relazioni presentate al CACI possono essere indicative, gli studiosi non si sono segnalati per le loro credenziali neocon. Un relatore del Kirghizistan ha criticato la Georgia, l'Ucraina e gli Stati baltici per avere ripudiato il comune passato sovietico. Un'altro, azero, ha suggerito che il suo paese, in bilico tra Stati Uniti e Russia, avrebbe scelto di allearsi con qualsiasi paese lo avesse aiutato a riprendersi il Nagorno-Karabakh.

Joshua Kucera is a Washington, DC,-based freelance writer who specializes in security issues in Central Asia, the Caucasus and the Middle East.

Joshua Kucera è uno scrittore e giornalista freelance di Washington D.C. esperto di sicurezza in Asia Centrale, Caucaso e Medio Oriente.

Originale: Notorious Bush administration neo-con remains egaged with Central Asia, Caucasus


Pubblicato il 6 novembre 2008

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giovedì, ottobre 16, 2008

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

di M. K. Bhadrakumar

Domenica 5 ottobre, in viaggio verso Astana, in Kazakistan, dopo un “bel viaggio in India”, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha detto ai giornalisti che l'accompagnavano: “Avrei voluto potermi fermare più a lungo in India”. Nuova Delhi deve far parte di quella manciata di capitali in cui i rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush ricevono un'accoglienza speranzosa e i foschi moniti provenienti da New York e Washington non sembrano importare.

Ma la trepidazione espressa da Rice mentre il suo aereo iniziava la discesa su Astana aveva un'altra ragione: l'influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Asia Centrale e nella regione del Caspio sono di nuovo precipitati. Rice capisce che non c'è più tempo per riguadagnare il terreno perduto e che l'eredità lasciata dall'amministrazione Clinton nel Caspio e nell'Asia Centrale si è ampiamente dissipata. Il motivo principale è stato il fallimento dell'amministrazione Bush nel gestire le relazioni con la Russia. Si è già cominciato a contare i danni.

In un articolo uscito sul Washington Post mercoledì, gli ex Segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz hanno rimproverato l'amministrazione Bush per la sua “tendenza allo scontro con la Russia”, osservando che “isolare la Russia non è una politica sostenibile a lungo termine”. Hanno scritto che gran parte dell'Europa è “inquieta”. Il loro bersaglio era Condoleezza Rice, sedicente “sovietologa”, autrice dell'imperdonabile attacco al vetriolo contro il Cremlino in un discorso al German Marshall Fund di Washington il 18 settembre scorso.

La diplomazia dello scontro
Kissinger e Shultz, in particolare, mettevano in guardia l'amministrazione Bush dall'incoraggiare una diplomazia dello scontro nei confronti della Russia da parte dei suoi vicini, cosa che si rivelerebbe controproducente. Quel che è certo è che nella regione si assiste ai primi contraccolpi. L'Azerbaigian, che l'amministrazione Bush un tempo considerava uno stretto alleato regionale, ha snobbato il vice Presidente Dick Cheney durante il suo ultimo viaggio a Baku, lo scorso mese. Washington ha finto di non accorgersene, e la scorsa settimana ha mandato a Baku un altro pezzo grosso, il vice Segretario di Stato John Negroponte, che il sito del Dipartimento di Stato descrive come l'“alter ego” di Rice.

Al suo arrivo, il 2 ottobre, Negroponte ha detto di essere venuto a portare un “semplice messaggio”: che gli Stati Uniti hanno “interessi profondi e durevoli” in Azerbaigian e che si tratta di “interessi importanti”, densi di implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale. Voleva dire che Washington non intende farsi da parte e lasciare spazio a Mosca nel Caucaso meridionale.

Sullo sfondo del conflitto di agosto nel Caucaso, il Mar Caspio è diventato un punto focale. Era inevitabile. Al centro c'è la determinazione di Washington a impedire la partecipazione russa alla catena di fornitura energetica europea. Per citare Ariel Cohen, del think-tank conservatore statunitense Heritage Foundation, “Da agosto i diplomatici statunitensi sono concentrati a rafforzare la posizione geopolitica degli Stati Uniti tutt'attorno al Caspio, comprese Baku, [la capitale del Turkmenistan] Ashgabat e Astana”.

Russia sta avendo la meglio nella regione. Nonostante i notevoli sforzi diplomatici degli Stati Uniti ad Ashgabat – visitata l'anno passato da più di 15 delegazioni americane – il Turkmenistan, che già esporta circa 50 miliardi di metri cubi di gas attraverso la Russia, ha reagito positivamente alle aperture di Mosca. Ha deciso di aderire ai termini di un accordo dell'aprile 2003 in base al quale praticamente tutte le sue esportazioni verranno gestite dalla Russia “fino a tutto il 2025”, e si prevede che le esportazioni di gas turkmeno verso la Russia aumentino fino a 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2009, non lasciando praticamente alcuna eccedenza per le compagnie occidentali. Ashgabat si è anche impegnata per la costruzione di un gasdotto verso la Russia via Kazakistan lungo la costa orientale del mar Caspio.

Decisiva è stata l'offerta russa di comprare il gas turkmeno a “prezzi europei”, lo stesso approccio adottato da Mosca per assicurarsi il controllo delle esportazioni del gas kazako e uzbeko. La Russia ha poi fatto un'offerta simile all'Azerbaigian, che Baku sta prendendo in considerazione. L'Azerbaigian costituiva il vero successo della diplomazia petrolifera statunitense di era post-sovietica. Clinton l'ha letteralmente strappato dall'orbita della Russia negli anni Novanta riuscendo nell'impresa apparentemente impossibile di promuovere l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [BTC].

Adesso l'Azerbaigian sta rientrando nell'orbita di Mosca. Sta negoziando con la Russia un incremento della capacità annua dell'oleodotto Baku-Novorossiisk. La riduzione della partecipazione agli oleodotti Baku-Supsa e BTC, promossi dagli Stati Uniti, che hanno una capacità massima di 60 milioni di tonnellate annue e potrebbero facilmente gestire le esportazioni petrolifere azere, è un grande successo per la Russia.

La posizione decisa della Russia nel Caucaso ha attirato l'attenzione di Baku. Baku comprende la rinascita della Russia nel Caucaso meridionale, e il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev non ama il carattere volubile del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Ad agosto a causa del conflitto l'Azerbaigian avrebbe potuto perdere 500 milioni di dollari per la sospensione del trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti Baku-Supsa e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e il nuovo interesse di Baku per l'oleodotto russo deriva dal desiderio di proteggere le relazioni con Mosca.

Le conseguenze per Washington sono gravi. Qualsiasi riduzione delle esportazioni azere via BTC potrebbe influire sull'efficacia dell'oleodotto, che è stato un pilastro della diplomazia petrolifera statunitense nel Caspio pompando 1 milione di barili di petrolio al giorno dall'Azerbaigian alla costa mediterranea della Turchia, da dove gran parte delle forniture viene poi trasportata in Europa. L'oleodotto BTC sembra al sicuro, per ora, ma si trova sotto l'occhio sempre più vigile di Mosca.

Altri punti di domanda sono emersi in merito al futuro del gasdotto Nabucco, che, se realizzato, aggirerebbe il territorio russo e porterebbe il gas del Caspio dall'Azerbaigian al mercato europeo attraverso la Georgia e la Turchia. Cosa succede se l'Azerbaigian accetta l'offerta russa di comprare il suo gas a “prezzi europei”? Il conflitto nel Caucaso ha inferto un colpo fatale al futuro di Nabucco?

La Russia è in vantaggio
C'è invero una nuova ambivalenza nella geopolitica della regione. In tutta l'Europa Occidentale, l'Eurasia e la Cina i paesi stanno assimilando quello che è successo nel Caucaso in agosto e stanno valutando la propria posizione nei confronti di una Russia in ripresa
. Vogliono accordarsi con la Russia. La Russia ne è uscita vincitrice.

La guerra in Georgia ha in qualche modo turbato le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea. La dichiarazione finale del summit dell'Unione Europea tenutosi il 1° settembre sottolineava la necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma le possibilità di scelta dell'Unione Europea sono anch'esse limitate. L'Europa ha appuntato le proprie speranze su Nabucco, ma quest'ultimo può essere attuato solo con la partecipazione della Russia. Claude Mandil, ex capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ha detto recentemente in un'intervista con il quotidiano russo Kommersant': “C'è una grande quantità di petrolio e gas in Asia Centrale, ma comunque meno che in Russia o in Iran”.

Mandil, che consiglia il presidente francese Nicolas Sarkozy sulle questioni energetiche, ha criticato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'Europa per isolare la Russia, che ha definito “controproducenti”. Ha detto: “L'Unione Europea dovrebbe decidere da sola in merito alla sicurezza energetica. Gli Stati Uniti a loro volta dipendono ampiamente dalle esportazioni petrolifere dal Venezuela, ma nessun membro dell'Unione Europea dice a Washington che è tempo di occuparsi di quel problema”.
Anche la Cina riconosce il consolidamento della Russia nella regione del Caspio e dell'Asia Centrale. Un editoriale apparso sul People's Daily agli inizi di settembre osservava che la diplomazia centro-asiatica della Russia è stata “coronata da grande successo”. Notava che le visite dei leader russi alle capitali centro-asiatiche in agosto avevano contribuito a “consolidare e rafforzare” i legami di Mosca con la regione e avevano riportato “risultati sostanziali” nel settore della cooperazione energetica.

Così concludeva l'editoriale cinese: “Su uno sfondo globale contraddistinto da crescenti conflitti con l'Occidente, la spola diplomatica ad alto livello dei leader russi rafforzerà la posizione strategica della Russia nell'Asia Centrale, consoliderà il controllo delle risorse energetiche e contribuirà a coordinare le posizioni della Russia e dei paesi centro-asiatici sulla questione transcaucasica”. Pechino ha ovviamente compiuto una valutazione realistica delle proprie opzioni in Asia Centrale.

Di fatto, durante la visita del primo ministro russo Vladimir Putin a Tashkent l'1-2 settembre, la Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto con una capacità di 26-30 miliardi di metri cubi (bcm) annui per portare il gas turkmeno e uzbeko verso l'Europa. Un simile gasdotto minerà il piano statunitense di sviluppare una rotta energetica transcaspica che aggiri la Russia. Inoltre la russa LUKoil ha annunciato progetti per produrre 12 bcm di gas all'anno nei giacimenti uzbeki di Kandym e Gissar.

Tutto considerato, dunque, la visita di Rice in Kazakistan si è svolta in un pessimo clima. Né l'Azerbaigian né il Kazakistan sembrano sensibili alle proposte statunitensi di dirottare le esportazioni energetiche aggirando la Russia. Entrambi sperano di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma non al costo di attaccar briga con la Russia. In una conferenza stampa con Rice ad Astana, domenica 5 ottobre, il Ministro degli Esteri kazako Marat Tazhin ha sottolineato che le relazioni con la Russia resteranno una priorità. “Posso affermare che il nostro rapporto con la Russia è semplicemente eccellente. Abbiamo ottime relazioni politiche. La Russia è un nostro partner strategico. Al contempo vorrei sottolineare che il nostro rapporto con gli Stati Uniti ha uno stabile carattere strategico”.

Apparentemente né Tazhin né il presidente kazako hanno preso alcun impegno con Rice riguardo ai gasdotti e agli oleodotti che godono del sostegno degli Stati Uniti. Anzi, parlando alla stampa con il presidente russo Dmitrij Medvedev dopo il forum sulla regione di confine russo-kazaka svoltosi ad Aktyubinsk, Kazakistan, il 22 settembre, Nazarbayev ha detto che il Kazakistan nel 2009 aumenterà la propria produzione petrolifera di 12 milioni di tonnellate metriche e intende pompare il petrolio aggiuntivo attraverso la Russia. “È molto importante che il petrolio kazako passi attraverso la Russia”, ha detto.

Il rompicapo di Kashagan
Nazarbayev ha accennato al fatto che Astana vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per trasportare il greggio kazako dal giacimento di Kashagan, nel 2012-2013, al terminal russo sul Mar Nero. Nurlan Balagimbayev, consigliere di Nazarbayev, ha detto giovedì che il Kazakistan è interessato all'acquisto di un ulteriore 13,7% di quote azionarie del Consorzio che appartengono a BP e Oman, mentre la Russia dispone del 24% oltre a Chevron, Shell ed ExxonMobil.

Rice avrebbe voluto usare la sua visita ad Astana per verificare la questione di Kashagan. È previsto che il Kazakistan e un gruppo di compagnie petrolifere occidentali guidate dall'italiana Eni finalizzino i dettagli del futuro di Kashagan il 25 ottobre prossimo. Ci si aspetta la creazione di una nuova compagnia, e le singole compagnie - Eni, Shell, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings e la kazaka KazMunaiGas – probabilmente controlleranno diversi aspetti della gestione, come la produzione o il trasporto.
Si stima che Kashagan contenga 7-9 miliardi di barili ed è indubbiamente il gioiello della corona del Bacino del Mar Caspio. Probabilmente serviranno diverse rotte di trasporto per consegnare il petrolio di Kashagan ai clienti, e si renderà necessario anche costruire nuovi oleodotti. Rice potrebbe aver dato inizio alle accese rivalità che precederanno l'inizio della produzione: sta per cominciare la battaglia per Kashagan.

Le rotte di trasporto per Kashagan avranno un impatto vitale sull'efficienza economica a lungo termine dell'oleodotto BTC. Ma per ora Astana non ha mostrato alcuna fretta di affidare il petrolio di Kashagan al BTC. Kazakistan potrebbe voler prendere tempo e sincronizzarsi così con l'atteso completamento da parte della Russia dell'oleodotto dalla Siberia Orientale al Pacifico (ESPO), previsto per il 2020, che esporterà il greggio verso i mercati asiatici.

Il Ministro russo dell'Energia Sergei Šmatko ha detto mercoledì che la compagnia di stato kazaka KazTransOil è interessata a trasportare il petrolio kazako attraverso l'ESPO. “I nostri partner kazaki guardano al progetto con grande interesse ed entusiasmo. Ne siamo felici”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione della tratta dell'ESPO compresa tra Talakan e Taishet. La tratta Taishet-Talakan dell'ESPO è stata completata a settembre, mentre il completamento della restante tratta fino a Skovorodino, vicino al confine con la Cina, è previsto per la fine del 2009.

Astana deciderà di affidare la sua produzione petrolifera – stimata sui 150 milioni di tonnellate l'anno entro il 2015 – attraverso l'ESPO? Se accadrà ne trarrà un enorme beneficio la Cina, e la geopolitica della regione del Caspio subirà una trasformazione storica.

L'“alleanza del petrolio” russo-kazaka
Rice ha affermato con finta indifferenza che “Non si tratta di una specie di gara per l'amicizia del Kazakistan tra i paesi della regione”. Ma è del tutto ovvio che Washington è innervosita dagli allarmanti segnali di avvicinamento a Mosca lanciati dal Kazakistan. Astana ha dato il proprio appoggio alla campagna russa nel Caucaso e ridotto i propri investimenti in Georgia. Se Rice sperava di incoraggiare il Kzakistan a opporsi alla “prepotenza” russa, è rimasta delusa.

Alla vigilia dell'arrivo di Rice ad Astana Nazarbayev ha detto: “Sono stato personalmente testimone del fatto che la Georgia ha attaccato per prima. L'8 agosto mi trovavo a Pechino con il signor Putin quando è giunta la notizia. Credo che la copertura mediatica di quei fatti fosse distorta. Chiunque si possa incolpare del conflitto, i fatti sono già abbastanza gravi”.

Dall'inizio della sua presidenza, il 7 maggio 2008, Medvedev ha visitato il Kazakistan tre volte. Durante l'ultima visita ha fatto una promessa: “Noi [la Russia e il Kazakistan] continueremo ad accrescere la produzione ed esportazione degli idrocarburi, a costruirere nuovi gasdotti e oleodotti quando sarà vantaggioso e necessario e ad attirare investimenti su vasta scala nel settore dell'energia e del combustibile”.

Mercoledì, mentre si trovava in visita ad Almaty, la città più grande del Kazakistan, l'influente capo del comitato per la CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) del parlamento russo, Vadim Gustov, ha lanciato l'idea della creazione di un mercato energetico comune tra la Russia e il Kazakistan. Ha detto che un'“alleanza petrolifera” sarebbe reciprocamente vantaggiosa.

“Un mercato energetico comune russo-kazako contribuirebbe a sviluppare la cooperazione energetica, a fornire ai mercati domestici risorse energetiche a prezzi convenienti e a incrementare le forniture energetiche a paesi terzi”, ha detto Gustov.

Secondo Gustov la Russia e il Kazakistan dovrebbero sviluppare e adottare una concezione comune del mercato energetico, che potrebbe fare da base per lo spazio della Comunità Economica Eurasiatica.
È evidente che Washington fatica a tenere il passo con la diplomazia russa. A peggiorare le cose, la crisi finanziaria ha eroso la credibilità degli Stati Uniti. L'intera ideologia dello sviluppo economico propagandata nella regione dai diplomatici statunitensi appare ora screditata.

C'è un profondo simbolismo politico nel fatto che l'Islanda abbia espresso “disappunto” nei confronti del mondo occidentale e si sia rivolta a Mosca per un prestito di 4 miliardi di euro (5,5 miliardi di dollari) per salvare la sua economia dall'imminente bancarotta. Immagini del genere lasciano impressioni difficili da cancellare nelle steppe dell'Asia Centrale.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 10 ottobre 2008

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martedì, settembre 30, 2008

L'India e il mondo di domani

[Non solo sull'India e non solo per feticisti della diplomazia indiana].

L'India e il mondo di domani

di M. K. Bhadrakumar

Come lo spettro di Banquo alla tavola di Macbeth nel dramma di Shakespeare, ci sarà un ospite invisibile anche nello Studio Ovale della Casa Bianca, venerdì prossimo, quando il Presidente George W. Bush riceverà il Primo Ministro indiano Manmohan Singh. Sarà lo spettro del periodo post-Guerra Fredda, morto a diciassette anni per cause innaturali e inutilmente. Bush riesce a vederlo, quel fantasma, e sa che è una metafora dell'usurpazione, ma il dottor Singh, come i nobili ospiti di Macbeth, probabilmente no.

Il periodo seguito alla fine della Guerra Fredda è giunto a morte prematura la notte tra il 7 e l'8 agosto. Il conflitto transcaucasico ha avuto un impatto sulle relazioni della Russia con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO, per non parlare della leadership transatlantica degli Stati Uniti, del futuro della NATO e delle relazioni tra NATO e Unione Europea.

Ma soprattutto la Russia si è trasformata. Tutto ciò ci costringe a rivisitare le ipotesi e le previsioni dalle quali decollò la nuova politica estera indiana, all'inizio degli anni Novanta. Poteva Delhi prevedere – come Washington, le capitali europee o Pechino – che la rinascita russa era inevitabile, che era solo questione di tempo perché la Russia risorgesse dalle ceneri sovietiche? La nostra comunità strategica, che ha abbandonato l'osservazione della Russia nel 1991 a favore dei più verdi pascoli dell'euroatlantismo, sembra ancora attribuire la rinascita russa alle fortune dei petrodollari. Sembra inconsapevole del fatto che i primi segni di quella rinascita erano già visibili nella seconda metà degli anni Novanta, quando Boris El'cin introdusse nella gerarchia cremliniana Evgenij Primakov e Mosca si volse a Pechino. La Cina e l'Occidente almeno se ne accorsero. Tutto questo avveniva molto tempo fa, quando un barile di petrolio stava ancora sotto i 20 dollari.

Perché la nostra comunità di analisti strategici ha volontariamente sospeso l'incredulità a proposito della permanenza del caos della Russia post-sovietica? Dopo tutto pochissimi paesi hanno saputo come l'India riconoscere il genio russo e la sua infinita capacità di rigenerarsi. Ma i protagonisti della nostra politica si sono avidamente bevuti la versione trionfalistica degli Stati Uniti sulla morte del comunismo e la fine della storia. Sono giunti tristemente a usare il disordine della Russia come convincente giustificazione per le cosiddette “correzioni di rotta” della politica estera, che finirono per trasformarsi in quello straordinario “partenariato strategico” che abbiamo oggi con gli Stati Uniti.

Resta il fatto che siamo scivolati, come inebriati, verso la coabitazione nel modello egemonico degli Stati Uniti post-Guerra Fredda, il cui scopo principale era quello di mantenere una struttura di potere per il Nuovo Secolo Americano assorbendo alcune potenze emergenti.

È questo modello la Russia ha messo sottosopra il 7-8 agosto. Naturalmente il cambiamento era nell'aria da molto tempo, e quando è giunto – per prendere a prestito le parole di W.B. Yeats – una “terribile bellezza” è nata nell'ordine mondiale. Ma quali sono i fatti concreti? In primo luogo, è ovvio che la Russia ha tracciato una linea rossa davanti all'ulteriore espansione della NATO verso il Transcaucaso, punto vulnerabile della Russia e via d'accesso all'Asia Centrale e al Medio Oriente. In secondo luogo, la Russia non si è scomposta quando le navi da guerra della NATO e degli Stati Uniti sono entrate nel Mar Nero per una prova di forza davanti alla base navale di Sebastopoli. In terzo luogo, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia ignorando le proteste degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e della NATO. Sta inoltre per creare basi militari nei due paesi per contrastare le basi degli Stati Uniti nel Mar Nero sulle coste orientali della Romania.

Ma ci sono anche realtà più vaste. Primo, la Russia fatto capire di essere decisa ad affermare i propri legittimi interessi. Secondo, non accetterà più quella sorta di fatto compiuto che si è vista presentare dall'Occidente nei Balcani negli anni Novanta o in Kosovo lo scorso febbraio. Insiste invece nel voler essere attivamente protagonista nella sua regione e nel mondo. Terzo, gli Stati Uniti devono abituarsi a negoziare con la Russia da pari a pari e con reciproco vantaggio. Quarto, la Russia praticamente non ha vulnerabilità economiche che l'Occidente possa manipolare. Né è particolarmente in debito con l'Occidente. Sarebbe comico se l'Occidente si mettesse a sventolare la carta del G8 o dell'ingresso nella WTO per spaventare la Russia.

Quinto, la Russia post-sovietica non è intralciata da futili bagagli ideologici, né rischia l'isolamento per aver respinto il mondo “unipolare”. Promuovendo il multilateralismo e un ordine democratico mondiale riecheggia lo spirito dei nostri tempi e l'opinione mondiale prevalente. Sesto, la Russia è tuttora convinta della validità di una politica estera non orientata allo scontro e “multivettoriale” per il perseguimento ottimale dei propri interessi nazionali in quanto potenza eurasiatica.

Dunque, come ha scritto sul quotidiano China Daily uno studioso cinese di spicco, Fu Mengzi, Vice Presidente dell'Istituto Cinese per le Relazioni Internazionali Contemporanee, “il fatto che la Russia abbia tenuto testa all'Occidente su questa vicenda significa che si è finalmente conclusa l'epoca in cui la Russia doveva permettere alle potenze occidentali di fare tutto ciò che volevano. Come grande potenza risorgente, la Russia ha scoperto la propria profonda energia... e la volontà di essere la potenza in ascesa che è”. Fu osservava che sono finiti i tempi in cui la Russia voleva “entrare nell'ordine mondiale dominato dall'Occidente”, e che la causa di questo va cercata nel “timore profondamente radicato e [nella] diffidenza delle potenze occidentali nei confronti delle altre potenze in ascesa”.

Aspetto interessante, Fu concludeva che ciò che importa non è tanto che la Russia possa cercare di cambiare il sistema internazionale quanto il fatto che “sta mutando l'epoca segnata dal dominio di in un'unica superpotenza o dell'alleanza occidentale”. È vero, i paesi delle regioni più remote stanno osservando con attenzione il modo in cui si sta configurando il mondo di domani. Nel Caucaso le armi tacevano da poco che già Mosca cominciava a ricevere importati visite da regioni vicine: il Primo Ministro turco Recep Erdogan, il Presidente siriano Bashar al-Assad, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki e il Presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev.

Stanno per giungere a Mosca il Presidente venezuelano Hugo Chavez e quello nicaraguense Daniel Ortega. Il Ministro degli Esteri russo ha espresso indignazione per i tentativi statunitensi di deporre il boliviano Evo Morales, fedele alleato di Chavez.

I bombardieri strategici russi sono ricomparsi nei cieli dei Caraibi; la Russia e Cuba collaboreranno nel settore della comunicazione spaziale; una flotta russa che comprenderà la portaerei a propulsione nucleare Pietro il Grande sarà impegnata in esercitazioni con il Venezuela in novembre.

Per quanto riguarda l'India, però, è il Medio Oriente ad assumere particolare importanza. Non solo la regione è adiacente alla nostra, ma il teatro mediorientale è sempre stato fondamentale nel configurare il mondo del futuro. Mosca è decisa a far sì che la storia di isolamento della Guerra Fredda non si ripeta nel Medio Oriente. Sono in corso dialoghi per riaprire la base navale sovietica nel porto siriano di Tartus. Il Ministro degli Esteri russo ha reso pubblico che durante l'incontro a porte chiuse dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) svoltosi a New York venerdì 26 settembre "Noi [la Russia] ci siamo opposti a nuove sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [contro Teheran] allo stadio attuale. La Russia ha sottolineato la necessità di continuare i tentativi di coinvolgere Teheran in un dialogo costruttivo con l'obiettivo di avviare un processo negoziale”.

La autorità russe hanno anche reso noto che Mosca aiuterà l'Iran a potenziare i suoi sistemi di difesa aerea in aggiunta ai 29 sistemi missilistici Tor-M1 di fabbricazione russa già forniti in base a un contratto di 700 milioni di dollari. Ma soprattutto la Russia ha proposto un coordinamento formale e una vasta cooperazione con l'OPEC.

Tutto questo allarma l'Occidente. Nonostante nelle ultime settimane sia stato il più feroce critico del Cremlino nel mondo occidentale, il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha invitato il Presidente russo Dmitrij Medvedev a un summit sull'energia che si terrà a Londra in dicembre. Creando sconcerto a Washington, l'Unione Europea ha dato segnali di voler riprendere i negoziati per un nuovo accordo di cooperazione con Mosca. Di recente Henry Kissinger ha definito un "terremoto politico ed economico" il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana che la triplicazione del prezzo del petrolio in 7 anni rappresenta per il Medio Oriente. Se la Russia intensificherà l'intesa con i paesi dell'OPEC questo costituirà un terremoto devastante del 10° grado della scala Richter, dando loro quella che Kissinger ha chiamato “un'influenza politica sproporzionata sugli affari mondiali”.

“E tuttavia le vittime assistono impotenti... Questa situazione nel lungo periodo è intollerabile”, ha scritto, sottolineando quanto il mondo sia cambiato da quando Bush ha ricevuto Singh nello Studio Ovale, nel luglio del 2005. Il partenariato strategico USA-India, che sembrava imminente e che si sarebbe concentrato su quello che i nostri analisti strategici chiamano “ampio interesse convergente” dei due paesi a “promuovere congiuntamente” la sicurezza regionale nell'Hindu Kush, nello Stretto di Malacca e nel Golfo Persico, sembra essere diventato del tutto inutile.

Fonte: The Hindu

Originale pubblicato il 26 settembre 2008

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giovedì, settembre 18, 2008

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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martedì, settembre 16, 2008

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

di Sergej Markedonov, direttore del dipartimento relazioni internazionali dell'Istituto di analisi politica e militare, per RIA Novosti

La visita odierna del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev a Mosca assume particolare importanza nella storia delle relazioni bilaterali russo-azere. È la visita del leader di uno stato caucasico dopo la “guerra dei cinque giorni” e il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale. I governanti dei due paesi si accingono a rispondere a tutta una serie di questioni di fondamentale importanza per la sicurezza non solo della regione, ma di tutta l'Eurasia.

Un punto così sensibile per l'Azerbaigian come il riconoscimento dell'indipendenza delle due ex regioni georgiane (giacché lo stato caspico deve affrontare la sfida del Nagorno-Karabakh) rappresenterà un ostacolo allo sviluppo della cooperazione strategica, tema affrontato da Dmitrij Medvedev durante la sua visita estiva a Baku? Fino a che punto l'Azerbaigian e la Russia sono disposti a muoversi sulla strada della comprensione reciproca sulla questione del Karabakh? Naturalmente a Ilham Aliyev interesserà anche conoscere la posizione di Mosca in merito alle prossime elezioni in Azerbaigian? L'appoggio russo al tempo della campagna per le elezioni parlamentari del 2005 era stato molto importante per la squadra del presidente azero.

Saranno in grado Mosca e Baku di allontanarsi dagli agganci immediati della “questione georgiana” a favore del più ampio contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi? L'Azerbaigian e la Russia hanno dimostrato altre volte di essere capaci di trovare punti in comune dopo periodi “freddi”. È successo, per esempio, nel 2001 (con la prima visita di Putin a Baku), quando i due paesi riuscirono a superare le distanze e le tensioni dei primi anni Novanta.

I fatti dell'“agosto caldo” hanno mutato completamente il panorama del Grande Caucaso. Per la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica sul suo territorio sono apparse nuove entità in parte riconosciute. Da un lato ciò costituisce un precedente, e dall'altro dimostra che la risoluzione con la forza dei problemi relativi all'integrità territoriale di qualunque stato è suscettibile di costi altissimi, fino alla perdita delle “regioni rivoltose”. Di conseguenza molti vicini della Russia si pongono ora questa domanda: “Mosca comincerà a estendere il precedente dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale ad altre entità non riconosciute?”. Naturalmente l'Azerbaigian è molto preoccupato per la posizione di Mosca sulla questione del Nagorno-Karabakh.

Ricordiamo che la posizione ufficiale di Baku sugli eventi in Ossezia del Sud è stata caratterizzata da un'estrema prudenza. La dichiarazione fatta l'8 agosto dal Ministro degli Esteri azero a sostegno dell'integrità territoriale della Georgia (approvata dai diplomatici georgiani) conteneva frasi generali (sulla “conformità dell'operazione georgiana al diritto internazionale”) e non ha avuto ulteriori sviluppi. All'incontro svoltosi a Tbilisi il 12 agosto hanno manifestato la loro solidarietà con la Georgia i capi di cinque paesi: erano presenti i leader dei tre Stati baltici, della Polonia e dell'Ucraina, ma non c'era Ilham Aliyev, il capo di stato che meno di un mese prima Saakashvili aveva definito “garante dell'indipendenza”. Baku ha preferito la cautela, tenendo conto del proprio interesse a mantenere relazioni stabili con la Federazione Russa.

L'Аzerbaigian non è uscito dalla CSI e non ha espresso (come la squadra del presidente ucraino Yushenko) una retorica anti-russa. Neanche la visita in Azerbaigian del vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney ha cambiato la posizione ufficiale di Baku.

La politica estera dell'Azerbaigian, al contrario di quella georgiana, non si fonda sullo scontro. Da un lato l'Azerbaigian non è membro della CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Comunità Economica Eurasiatica, ma fa parte della GUAM (Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico) e critica abbastanza spesso la politica russa troppo sbilanciata a favore dell'Armenia. Dall'altro lato a Baku si guarda alla Russia come a un contrappeso all'Occidente (che con l'Azerbaigian, contrariamente alla Georgia, ha ancora rapporti ambivalenti). L'Azerbaigian teme inoltre di finire coinvolto nel “gioco iraniano”, nel quale verrebbe condannato o al ruolo di base militare o di bersaglio di una ritorsione di Teheran. Di qui il tentativo di mantenere a tutti i costi relazioni non semplici ma complessivamente amichevoli con la Federazione Russa.

L'opposizione cerca di sfruttare questa situazione. Il capo del partito “Musavat”, Isa Gambar (secondo alle passate elezioni presidenziali) considera inadeguata la reazione ufficiale di Baku ai fatti dell'Ossezia Meridionale. Ma quali sono oggi le risorse di cui dispongono Gambar e altri oppositori (Eldar Namazov o Ali Keremli) per correggere la posizione dell'amministazione presidenziale? È una domanda retorica. In ogni caso Mosca è interessata alla stabilità della linea adottata da Aliyev, il che significa che la Russia assicurerà il proprio sostegno al presidente attuale. E questo, indubbiamente, costituisce una base positiva per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Osserviamo anche che se si ripetesse uno scenario di guerra nel Nagorno Karabakh Baku dovrebbe fare i conti con una reazione molto più severa dell'Occidente. Qui le posizioni di Stati Uniti, Russia e principali paesi dell'Unione Europea si compatterebbero (soprattuto se si tiene conto del ruolo della lobby armena e delle sue potenti risorse mediatiche). Dopo il fallimento della “campagna di Tskhinvali” di Saakashvili le autorità dell'Azerbaigian hanno cominciato ad accennare molto più raramente alla possibilità di ristabilire con la forza il controllo sul Karabakh.
Allo stesso tempo i diplomatici e i politici russi mirano a dimostrare che il riconoscimento dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale è stato una reazione concreta a un preciso complesso di circostanze politico-militari. Laddove vi sia la possibilità di una risoluzione negoziale del conflitto (anche se solo ipotetica), la diplomazia russa è pronta al dialogo, alla mediazione, alla discussione dell'intero processo pace. In questo senso la mobilitazione della diplomazia russa nel Karabakh (e anche nella Transnistria) servirà a dimostrare che Mosca non mira alla “rinascita dell'Unione Sovietica” (come invece negli ultimi tempi assicurano alcuni politici ed esperti americani ed europei).

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080916/151303081.html

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

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martedì, settembre 09, 2008

Armenia, Turchia, Azerbaigian e la mediazione di Mosca

Intanto tra Turchia, Armenia, Russia e Azerbaigian stanno accadendo cose molto interessanti sul piano diplomatico. Ve le riassumo perché potrebbero essere utili per seguire gli sviluppi futuri. Va da sé che ultimamente questi miei post seguono gli orientamenti dell'informazione russa, dunque sono un tentativo di riempire alcuni possibili vuoti di informazione (ho l'impressione che in questo periodo non possiamo permetterci la stravaganza di essere occidentocentrici).

Nel finesettimana c'è stata una svolta epocale nei rapporti burrascosi tra Armenia e Turchia: per la prima volta un capo di stato turco è andato in visita a Erevan. Il 6 settembre il presidente turco ha trascorso circa sei ore sul suolo armeno, per lo più in compagnia della sua controparte armena Serzh Sargsyan. I due, riparati da un vetro antiproiettile, hanno guardato la partita per la qualificazione ai mondiali.
Ha vinto la Turchia, ma per l'Armenia è stato un successo diplomatico.
Anche Gul era molto soddisfatto: "credo che la mia visita abbia distrutto una barriera psicologica nel Caucaso", ha dichiarato all'agenzia di informazione di stato turca.
Il quotidiano turco Hurriyet ha riferito ieri che i ministri degli esteri dei due paesi hanno concordato le fasi iniziali di negoziati che prevedono la normalizzazione dei rapporti diplomatici e l'instaurazione di relazioni bilaterali. Le due parti hanno anche cercato un accordo su una risoluzione politica del conflitto del Nagorno-Karabakh (l'enclave armena nel territorio dell'Azerbaigian). L'ufficio del presidente turco ha rivelato che il 10 settembre Gul andrà in Azerbaigian a discutere la mutata situazione diplomatica. La buona volontà diplomatica delle autorità turche e armene non si è rispecchiata però nei sentimenti della popolazione armena (il punto delicatissimo è ancora la questione del riconoscimento della responsabilità della Turchia Ottomana per il genocidio del 1915), e non sono mancate le manifestazioni di protesta.
Come ha commentato Ruben Safrastian, direttore dell'Istituto di Studi Orientali all'Accademia delle Scienze armena, la volontà turca di mutare atteggiamento nei confronti dell'Armenia è condizionata dai cambiamenti geopolitici nella regione: con questo passo la Turchia sta cercando di rafforzare il proprio ruolo nel Caucaso Meridionale. Sulla decisione di Ankara pesa anche la necessità di risolvere le dispute con l'Armenia per poter entrare nell'Unione Europea.
Fonte: Eurasianet

Il Kommersant' aggiunge particolari sull'incontro:

La Turchia ha proposto al'Armenia un piano per la creazione di una "Piattaforma di sicurezza e stabilità nel Caucaso" per incoraggiare i legami politici ed economici con i paesi vicini. Durante la sua storica visita in Armenia il presidente turco Abdullah Gul ha cercato di convincere il presidente armeno Serzh Sargsyan della necessità di questa nuova alleanza, che è stata anche al centro della visita a Mosca del ministro degli Esteri azero Mamedyarov. L'alleanza permetterebbe ad Ankara e a Mosca di rafforzare la propria posizione nella regione del Caucaso, indebolendo quella degli Stati Uniti.
L'iniziativa di Ankara sulla creazione della nuova alleanza ha ricevuto il sostegno di Erevan. Il presidente armeno
Sargsyan ha dichiarato che l'"Armenia sarà sempre favorevole al dialogo e sostiene il rafforzamento della fiducia reciproca, della sicurezza e della cooperazione nella regione", e ha definito l'iniziativa "un passo verso la creazione di una buona atmosfera nella regione". I leader di Turchia e Armenia parleranno nuovamente della creazione della "Piattaforma" quando il presidente armeno ricambierà la visita (va segnalato, incidentalmente, che la televisione russa ha dato grande risalto ai colloqui). La partecipazione alla nuova alleanza significherà per Erevan la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, l'apertura dei confini e naturalmente l'ingresso delle merci armene nel mercato turco.
A Baku l'incontro turco-armeno veniva accolto senza particolare entusiasmo. Anche se il ministro degli Esteri azero Mamedyarov ha dichiarato che si trattava degli affari interni della Turchia, vari politici hanno accusato Alkara di aver tradito l'Azerbaigian.
Comunque, benché l'Azerbaigian negli ultimi anni si sia orientato maggiormente verso l'Occidente e la NATO, gli ultimi eventi nel Caucaso potrebbero apportare alla politica estera di Baku singnificative correzioni. Mosca, a sua volta, può proporre all'Azerbaigian due buoni argomenti a favore dell'alleanza con la Russia e dell'allontanamento dall'Occidente, entrambi legati alla prospettiva di una soluzione del conflitto del Nagorno-Karabach:
uno, il fallimento georgiano nel risolvere la questione in Ossezia del Sud e Abkhazia malgrado l'assistenza degli Stati Uniti;
due, lo scenario moldavo, che è considerato invece un successo.
È infatti noto che la Transnistria, la regione separatista della Moldavia, ha posto fine alla moratoria ai colloqui con Chisinau dopo i contatti tra il presidente della Transnistria Smirnov e Medvedev.
La
prossima fase dello sviluppo dell'alleanza caucasica sarà un incontro tra i presidenti della Russia e dell'Azerbaigian.
Secondo una fonte vicina al Cremlino, durante questo incontro si potrebbe parlare di un futuro summit Armenia-Azerbaigian, con la mediazione del presidente russo anziché del gruppo di Minsk dell'OSCE che ha gestito fino a poco tempo fa la questione del Nagorno-Karabach.
Fonte: Kommersant'

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lunedì, agosto 25, 2008

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

[Dato che una parte importante della partita tra Russia e Stati Uniti (e non solo, date le bellezze energetiche della regione) si svolge in Asia Centrale, dove sono presenti basi militari americane (gli Stati Uniti sono stati sfrattati dalla base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan ma sono presenti a Gansi in Kirghizistan, dove prevedono un ampliamento della base, e stanno trattando per migliorare i rapporti militari bilaterali con il Turkmenistan; ma neanche in Uzbekistan tutto è perduto, dato che a Termez stazionano 300 soldati tedeschi), ho pensato fosse interessante vedere quale è stata la reazione delle ex-repubbliche sovietiche centroasiatiche al conflitto nel Caucaso e come si sono destreggiate tra SCO/CSTO e USA. Lo so, ho esaudito un sogno].

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

Aleksandr Šustov

La "guerra dei cinque giorni" in Ossezia Meridionale, conclusasi con la rapida sconfitta delle forze georgiane da parte della 58ª armata russa, è stata vissuta come uno shock dalle vicine repubbliche post-sovietiche. Nonostante i molti avvertimenti della leadership russa sulla probabilità di uno scenario di guerra nessuno si aspettava che la reazione di Mosca potesse essere così rapida e dura. Era la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia ricorreva all'uso della forza militare contro un'ex-repubblica sovietica e questo precedente ha messo in una situazione difficile i paesi della CSI, molti dei quali, come la Georgia, hanno questioni etnico-territoriali irrisolte con gli stati vicini.

In questo contesto assumono particolare interesse i paesi dell'Asia Centrale, spesso associati geopoliticamente al Caucaso Meridionale. Le analogie tra l'Asia Centrale e il Caucaso sono state bene descritte da Z. Brzezinski nel suo La grande scacchiera. Fondamentalmente ciò che accomuna le due regioni è la mescolanza etnica, l'assenza di confini nazionali che coincidano con quelli delle diverse zone etniche e il carattere incompiuto dell'entità statale. Tutto ciò ha permesso a Brzezinski di definire l'Asia Centrale “Balcani eurasiatici”, la regione che gli strateghi americani stanno adocchiando ora che il dominio degli Stati Uniti sui Balcani europei è un fatto compiuto. [1]

Sul piano delle valutazioni ufficiali del conflitto in Ossezia Meridionale i paesi dell'Asia Centrale si sono divisi in due gruppi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan hanno espresso con relativa chiarezza la propria posizione, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan non hanno reagito in alcun modo. Inoltre i mezzi di informazione uzbeki e turkmeni, rigidamente controllati dai rispettivi governi, per molto tempo non hanno neanche dato la notizia che in Ossezia del Sud c'era una guerra e che le truppe abkhaze stavano cacciando i soldati georgiani dalla gola di Kodori.

Il conflitto armato in Ossezia del Sud nella sua fase decisiva non è stato trattato da nessuno dei giornali ufficiali uzbeki. Le informazioni sulla guerra non sono trapelate nemmeno dai siti delle agenzie di informazione. Solo il giornale Večernij Taškent ha pubblicato due brevi articoli, uno dei quali diceva che un aereo del ministero russo per le Situazioni di Emergenza che trasportava aiuti umanitari era atterrato a Vladikavkaz e che il primo ministro russo Putin era giunto nella città, mentre l'altro dava notizia delle sedute di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio NATO, ma la ragione di questi sviluppi è rimasta ignota ai lettori del quotidiano. Inoltre sul canale televisivo informativo Achborot è stato trasmesso un breve reportage sui combattimenti a Tskhinvali, basato su materiali della tv russa. [2]

I mezzi di informazione turkmeni hanno ignorato la guerra nel Caucaso tacendola completamente. La televisione ha invece continuato a trasmettere ogni mezz'ora la lettura del Ruchnama [lett. “Libro dell'Anima”, guida spirituale per la nazione, opera - secondo la fonte ufficiale turkmena - deGl primo presidente Niyazov, N.d.T.] e ha informato gli spettatori che in uno zoo cinese era nato un panda. L'unica fonte di informazione sul Caucaso a disposizione dei cittadini turkmeni è stata la tv satellitare. [3]

La reazione di Kazakistan e Kirghizistan è stata molto più attiva. Il primo a rilasciare una dichiarazione sui fatti dell'Ossezia Meridionale è stato il presidente del Kazakistan N. Nazarbaev, che quando è scoppiata la guerra si trovava all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. È stato proprio durante l'incontro con Nazarbaev che V. Putin ha dichiarato che l'attacco della Georgia contro Tskhinvali non sarebbe rimasto senza risposta. Il tono della replica del presidente del Kazakistan è stato positivo e neutrale. “In Ossezia del Sud opera una missione di pace su mandato della CSI”, ha dichiarato Nazarbaev. “Il governo georgiano ha sbagliato. Non ci ha messo al corrente delle sue intenzioni, non ci ha avvertito di una tale intensificazione del conflitto. Ritengo che non esistano alternative a una risoluzione pacifica del problema”. [4]

Anche la posizione espressa dal leader kazako il 13 agosto durante un incontro con il presidente del Kirghizistan è apparsa complessivamente favorevole alla Russia. Commentando gli sviluppi nel Caucaso, Nazarbaev ha dichiarato che “il principio dell'integrità territoriale è riconosciuto dalla comunità internazionale. Nei documenti adottati dalla CSI tutti noi condanniamo il separatismo. Ma le questioni internazionali complesse devono essere risolte con metodi pacifici e con il dialogo. Non sussiste la possibilità di risolvere militarmente questi conflitti”. [5]

La posizione del Kirghizistan, che attualmente è alla presidenza della CSI, è apparsa piuttosto neutrale. Secondo Bakiev, “la vera strada verso la risoluzione degli attuali problemi tra Georgia e Ossezia del Sud, in conformità con le norme comunemente accettate del diritto internazionale, sta esclusivamente sul piano politico”. [6] Condannando in questo modo l'offensiva militare georgiana, i leader del Kazakistan e del Kirghizistan si sono astenuti da valutazioni decisamente positive o negative dell'intervento militare russo.

In una certa misura, l'assenza di reazioni ufficiali da parte della maggioranza dei paesi della CSI alla guerra in Ossezia Meridionale è stata compensata dalla dichiarazione dell'Assemblea Parlamentare della CSTO, della quale fanno parte – oltre alla Russia, alla Bielorussia e all'Armenia – quattro dei cinque paesi dell'Asia Centrale: il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan. La CSTO ha praticamente riecheggiato la posizione di Mosca: “Con il pretesto di ristabilire l'integrità territoriale la Georgia ha in effetti compiuto atti di genocidio nei confronti del popolo osseto. Tutto ciò ha causato una catastrofe umanitaria. La campagna militare di Tbilisi, che ha soffocato il nascente dialogo politico tra le parti, ha distrutto la prospettiva di una soluzione pacifica del conflitto”. [7]

Oltre che da una naturale riluttanza a rovinare i rapporti con i paesi occidentali, con i quali i governi dell'Asia Centrale hanno legami politici ed economici piuttosto stretti, l'atteggiamento di questi paesi nei confronti della “guerra dei cinque giorni” è determinato da un altro fattore cruciale. In tutte le dichiarazioni dei presidenti del Kirghizistan e del Kazakistan si invoca l'“integrità territoriale della Georgia”. Essendo consapevoli che ci sono buone probabilità che la Russia riconosca l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, e conseguentemente le incorpori nella Federazione Russa, i paesi dell'Asia Centrale sono preoccupati che simili scenari possano ripetersi nei loro territori, e dunque adottano un atteggiamento prudente.

È interessante passare in rassegna le valutazioni degli esperti centro-asiatici sulla “guerra dei cinque giorni”. Così, il politologo kirghizo М. Sariev interpreta i fatti del Caucaso come un conflitto non tra Georgia e Ossezia, ma tra Russia e Stati Uniti. Secondo Sariev al prossimo incontro della SCO il Kirghizistan dovrà rispondere a severe domande sul futuro della base militare americana di Gansi sul suo territorio. In questa situazione, “il Kirghizistan, come membro della CSTO, si allineerà con la posizione russa, perché quello che è accaduto in Georgia potrebbe accadere anche qui. La Russia non si fermerà perché questa è una sfera di interesse russa, è in gioco la grande politica”. Motivando la sua posizione, Sariev osserva: “Dobbiamo capire che ci troviamo nello stesso areale culturale eurasiatico della Russia”. [8]

Un altro politologo kirghizo, Sujunbaev, osserva ragionevolmente che la “guerra dei cinque giorni” è una conseguenza del “processo del Kosovo”, che l'Occidente ha messo in moto ignorando completamente la posizione della Russia. Se quel processo evolve, può colpire anche l'Asia Centrale. Per esempio il Tagikistan o il Karakalpakstan, “la cui storia è così simile a quella dell'Ossezia o dell'Abkhazia”. Analizzando le potenziali conseguenze dell'uscita della Georgia dalla CSI, Sujunbaev nota che per la Georgia “saranno molto negative” perché possono sorgere “complicazioni nella sfera dell'emigrazione della forza lavoro in Russia, e possono essere colpite anche le relazioni commerciali”. [9] Oltre all'intensificazione dei contrasti sulla futura base militare americana in Kirghizistan, Sujunbaev prevede anche maggiori sforzi per creare basi militari straniere nel sud della repubblica. [10]

Nel complesso gli esperti kirghisi concordano sul fatto che la rivalità tra Russia e Stati Uniti sull'Asia Centrale è destinata ad aumentare, e le azioni decisive della Federazione Russa a difesa dell'Ossezia Meridionale fanno supporre che un orientamento esclusivamente filo-occidentale può comportare conseguenze drammatiche per i paesi centro-asiatici.

Note:

1. Brzezinski Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, edito in Italia nel 1998 da Longanesi.

2. Šarifov O., I mezzi di informazione uzbeki sulla guerra in Georgia: tutti zitti // fergana.ru, 13 agosto 2008.

3. Berdyeva A., I mezzi di informazione turkmeni tacciono sull'Ossezia // GÜNDOGAR, 13 agosto 2008

4. Il capo di stato Nursultan Nazarbaev ha preso parte alle cerimonie ufficiali di apertura delle Olimpiadi di Pechino // akorda.kz, 8 agosto 2008

5. Questa sera a Cholpon-Ate si è svolto un incontro tra il capo di stato Nursultan Nazarbaev e il presidente del Kirgizistan Kurmanbek Bakiev // Sito ufficiale del presidente della Repubblica del Kazakistan, 13 agosto 2008, akorda.kz

6. Il Kirghizistan intende partecipare attivamente alla risoluzione del conflitto militare in Ossezia Meridionale // fergana.ru, 11 agosto 2008.

7. I paesi della CSTO hanno condannato la Georgia per il conflitto militare in Ossezia del Sud // RIA Novosti, 13 agosto 2008.

8. Il politologo M. Sariev: il Kirgizistan dovrà rispondere sulla base militare degli Stati Uniti di Gansi // fergana.ru, 12 agosto 2008

9. Esperto kirghizo: la CSTO potrebbe dichiarare il Caucaso zona di sua responsabilità // fergana.ru, 12 agosto 2008

10. Nezavisimaja Gazeta, 12 agosto 2008

Originale: http://fondsk.ru/article.php?id=1565

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, agosto 22, 2008

Un pretesto per attaccare l'Iran?

[Ecco la traduzione di tutto l'articolo di Kinzer, citato qualche giorno fa. In arrivo: un pezzo di Tremblay sulla NATO. Al lavoro su: due pezzi di Bhadrakumar, uno sul conflitto caucasico e l'altro su Musharraf e il Pakistan. Più i link del giorno, che pensavo di suddividere in tanti brevi post perché più comodi da leggere, ma aspetto di sentire le vostre preferenze].

Attaccare l'Iran via Ossezia Meridionale

Il conflitto tra Russia e Georgia potrebbe offrire il pretesto che l'amministrazione cercava per bombardare l'Iran?

di Stephen Kinzer

Un giorno un direttore per il quale lavoravo mi raccontò che quando i suoi genitori e i suoi nonni discutevano le notizie della giornata, a cena, finivano inevitabilmente con il chiedersi: “Va bene per gli ebrei?"

"Che fosse una guerra o un terremoto o il primo uomo sulla luna, si riduceva tutto a questa domanda", ricordava. "Vedevano tutto attraverso quella lente".

Quest'anno ho sviluppato una patologia simile. Sono terrorizzato dal fatto che l'amministrazione Bush decida di attaccare l'Iran prima di andarsene, il 20 gennaio. A ogni nuovo scossone, a Washington o nel mondo, mi chiedo: questo rende più o meno probabile un attacco americano contro l'Iran?

E così anche con la recente zuffa georgiana. Temo che abbia aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran.

Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono adattarsi agli interessi americani e che nessuno può permettersi di ergersi alle condizioni di “potenza quasi alla pari”, secondo la definizione della Quadrennial Defence Review del 2006. E questa è la chiave per un conflitto, giacché molti paesi tenderanno naturalmente ad accrescere la loro potenza, che gli Stati Uniti lo vogliano oppure no.

"Che Ercole stesso faccia quel che può," osservò quell'acuto geo-stratega che era William Shakespeare, "il gatto miagolerà, e il cane avrà il suo spasso".

La Russia sta per avere nuovamente il suo spasso. E non è necessariamente un male. Un mondo multipolare fondato su equilibri e contrappesi è, in fin dei conti, più sicuro e stabile per tutti.

Questo punto di vista, però, è alieno all'amministrazione Bush ancora intrappolata nella fantasia post-Guerra Fredda che il breve “momento unipolare” dell'America possa durare indefinitamente.

Negli ultimi anni l'amministrazione Bush ha cercato costantemente di sfidare gli interessi russi. Ha lavorato per tagliare fuori la Russia dalle rotte energetiche, per espandere la Nato fino alle porte della Russia, per costruire basi missilistiche difensive vicino ai suoi confini, per promuovere l'indipendenza del Kosovo e incoraggiare ex-stati sovietici come la Georgia a sputare nell'occhio strategico della Russia.

Questo atteggiamento funzionava quando la Russia era in ginocchio. Però era inevitabile cominciasse prima o poi a riemergere e a esercitare la sua influenza. Adesso lo ha fatto.

Quando la Russia ha schiacciato la Georgia Washington ha reagito con ruggiti di indignazione. Il presidente Bush ha dichiarato con una gran faccia tosta che “la prepotenza e l'intimidazione non sono modi accettabili di condurre la politica estera nel XXI secolo”.

Queste parole ipocrite sono tutto quello che rimane agli Stati Uniti di fronte alla recente vittoria russa. Gli Stati Uniti e la Russia devono cooperare su tutta una serie di questioni strategiche e la Georgia non è un interesse vitale per gli Stati Uniti. La cosa più logica per gli Stati Uniti in questo momento sarebbe incassare il colpo e andare avanti.

Il presidente Bush e il vice presidente Cheney, però, potrebbero pensarla diversamente. Leggo nelle loro menti, e temo che stiano pensando:

“Stiamo per andarcene. Per come stanno adesso le cose, l'ultimo scontro tra noi e i cattivi finirebbe con una loro vittoria. Non possiamo permettere che il nostro mandato si concluda così. Questa non può essere l'ultima parola. Dobbiamo andarcene con una bella vampata di gloria. Dove possiamo farla, quella vampata? Iran, ovvio. Nessun altro paese ci ha beffati così implacabilmente. Bombardando l'Iran manderemo al mondo uno spavaldo messaggio d'addio: Macché Russia – Comandiamo ancora noi!"

Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito a queste persone un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne un prezzo crudele.

Originale: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/20/usforeignpolicy.iran

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

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giovedì, agosto 21, 2008

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Dall'intervista a Gerhard Schröder di Spiegel Online, nella quale si parla di Russia, America, NATO, ruolo dell'Europa, errori di percezione dell'Occidente e mondo multipolare:

"Non c'è un solo problema critico nella politica mondiale o nell'economia globale che possa essere risolto senza la Russia: né il conflitto nucleare con l'Iran, né la questione della Corea del Nord né di certo la pace in Medio Oriente. Anche i problemi legati ai cambiamenti climatici possono solo essere affrontati tutti insieme. A proposito, Mosca ha ratificato il Protocollo di Kyoto per combattere il surriscaldamento globale, mentre stiamo ancora aspettando che lo faccia anche Washington. E per quanto riguarda la politica energetica, solo i sognatori possono pensare che l'Europa Occidentale possa rendersi indipendente dal petrolio e dal gas naturale della Russia. E dall'altro lato i russi hanno bisogno di acquirenti affidabili per le loro risorse energetiche".

[...]

SPIEGEL: Il candidato presidenziale repubblicano, John McCain, ha detto: 'Oggi siamo tutti georgiani'.

Schröder: Io no.

Link (ING)

***

Andrej Cygankov, Professore di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche, approfondice su Russia Profile la questione delle responsabilità nel conflitto caucasico della lobby anti-russa americana: diversamente dall'amministrazione Bush, i gruppi anti-russi non fingono neanche di considerare la Russia un partner in materia di sicurezza, e presentano il comportamento della Russia come incompatibile con i valori e gli interessi americani. Questi gruppi sono fautori dell'allargamento della NATO come mezzo cruciale per controllare la regione eurasiatica con le sue enormi risorse e la sua potenziale minaccia al dominio americano. I lobbisti anti-russi e i politici simpatizzanti, come Dick Cheney e John McCain, hanno sempre visto la NATO come uno strumento per contenere la Russia.
La lobby anti-russa ha lavorato direttamente con potenziali nuovi membri NATO in Europa Orientale fornendo loro garanzie di sicurezza contro la Russia in cambio del loro sostegno politico totale alla politica estera americana.

Cygankov fa un esempio illuminante, l'invasione dell'Iraq:

"Membri della lobby come Bruce Jackson hanno fatto pressioni su paesi dell'Europa Orientale perché appoggiassero la politica statunitense in Iraq. Ex-ufficiale dei servizi segreti militari che aveva lavorato con Richard Pearle, Paul Wolfowitz e Dick Cheney nelle amministrazioni Reagan e George Bush padre, Jackson era anche vice presidente della maggiore industria militare del mondo, la Lockheed Martin. Sotto l'amministrazione di Bush figlio è emerso come presidente sia del Project on Transitional Democracies (Progetto per le Democrazie in Transizione) che per l'US Committee on NATO. Impegnato attivamente nella promozione dell'allargamento della NATO prima dell'invasione dell'Iraq, Jackson mobilitò i cosiddetti Dieci di Vilnius (Albania, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) per contrastare la posizione della Francia nel febbraio del 2003. Ha convinto i governi dei Dieci di Vilnius a firmare la dichiarazione di supporto della guerra in Iraq - spesso andando contro la loro opinione pubblica interna - in cambio del'approvazione da parte del Senato statunitense del loro ingresso nella NATO. Subito dopo la guerra Jackson riprese a decantare le virtù dell'ammissione di Georgia e Ucraina nell'alleanza, in questo appoggiato dai governi dell'Europa Orientale.

Ed era proprio un bel dare e avere: la piccola Georgia mandò il terzo contingente più grosso in Iraq e pagò lobbisti anti-russi a Washington. In cambio Jackson e altri fecero pressioni per fare entrare la Georgia nella NATO. Per esempio, negli ultimi anni il consigliere del senatore John McCain Randy Scheunemann e il suo socio Mike Mitchell sono stati pagati più di 2 milioni di dollari da Georgia, Lettonia, Romania e Macedonia perché perorassero il loro ingresso nella NATO.

Verso l'ottobre del 2004 Saakashvili respinse l'offerta della Russia di un trattato di buon vicinato e decise di risolvere le dispute territoriali contando sull'appoggio politico degli Stati Uniti. Nell'ultimo decennio Washington ha fornito a Tbilisi aiuti per 1,2 miliardi di dollari e ha mandato i suoi consiglieri militari in Georgia con il compito ufficiale di addestrare ed equipaggiare le truppe georgiane perché sradicassero il terrorismo nella Gola di Pankisi. All'inizio del 2005 il senatore John McCain e la senatrice Hillary Clinton 'premiarono' Saakashvili per la sua scelta strategica suggerendo la sua candidatura con Viktor Yushchenko al Premio Nobel per la Pace per 'aver guidato movimenti per la libertà nei rispettivi paesi' e 'aver guadagnato l'appoggio popolare ai valori universali di democrazia, libertà individuale e diritti civili'. Così incoraggiato, Saakashvili divenne ancor più anti-russo".

Il link è qui, ma l'articolo diventa accessibile solo agli utenti registrati dopo un paio di giorni.

***

"Germania: la scelta di Merkel e il futuro dell'Europa": l'articolo è di Stratfor, ma accessibile solo a utenti registrati; viene tuttavia riportato per intero qui.
Sintesi approfondita (perché è un articolo importante):

Mentre tutti i paesi stanno ripensando le proprie posizioni e i propri legami con la Russia in ripresa e gli Stati Uniti in difficoltà, la Germania (per storia, posizione geografica e rapporti con Mosca) si trova alle prese con il dilemma più grande: Berlino deve decidere se vuole continuare ad agire come uno stato occupato costretto a contare sulla NATO come garanzia di sicurezza, o agire da sola e stringere un patto di sicurezza con Mosca. In passato, quando non erano in guerra, Germania e Russia hanno cooperato: il che geopoliticamente ha senso ma terrorizza il resto d'Europa.
L'8 agosto il mondo è cambiato: la Russia ha dimostrato la propria forza e l'Occidente non è intervenuto al fianco di Tbilisi. I vari paesi hanno reagito o rafforzando i loro legami con Mosca (come Armenia e Bielorussia) o guardando a Washington come garanzia di sicurezza (come la Polonia).
La Germania però è un caso particolare. La Germania durante la Guerra Fredda era divisa tra la NATO e il Patto di Varsavia: sconfitta, divisa e occupata, non ebbe la possibilità di esprimere una politica militare o estera indipendente né significativa. Nel decennio successivo alla riunificazione la Germania è tornata a essere uno stato normale con il diritto ad avere voce in capitolo.
La Germania di oggi ricorda da vicino quella del periodo precedente la seconda guerra mondiale; è economicamente e politicamente forte, unita e libera, il che significa che può decidere dove schierarsi. Questa Germania che si sta svegliando è una delle tre grandi potenze oggi rimaste in Europa (le altre due sono la Francia e il Regno Unito) e desidera riguadagnare il suo ruolo di leader naturale dell'Europa, che ritiene competerle per demografia, posizione geografica ed economia.
Dunque tra le maggiori potenze europee la Germania è quella che ha di fronte la scelta più difficile. È membro della NATO, ma non ha mai davvero preso la decisione di entrarvi: solo una metà della Germania faceva parte dell'alleanza durante la Guerra Fredda (per decisione statunitense); dopo la riunificazione la Germania dell'Est è entrata nella NATO quando la Russia era debole e disastrata. Non aveva altra scelta. Ma adesso la Russia è nuovamente forte. Così la Germania deve ripensare le sue alleanze: la fedeltà a Washington e alla NATO la terrebbe legata a un passato di occupazione, un patto con la Russia provocherebbe una frattura nella NATO.
Berlino non deve decidere adesso, ma deve cominciare a valutare opzioni e conseguenze.
A Mosca gira voce che il Cremlino e Berlino ne stiano già parlando. Il 15 agosto Angela Merkel ha incontrato il presidente russo Dmitrij Medvedev a Soči, ma l'atmosfera era tesa.
La Germania comunque ha avuto un comportamento enigmatico durante tutto il conflitto russo-georgiano. All'inizio della guerra ha diffuso una generica dichiarazione sulla "necessità di trovare una soluzione" tra i due stati; con l'intensificazione del conflitto Merkel ha poi mantenuto il silenzio.
Merkel è il primo cancelliere tedesco nato in Germania Est. Questo la porta a essere più critica e ferma con i russi, e tuttavia capisce quanto sia ora vulnerabile il suo paese. La Germania può essere forte economicamente ma è militarmente debole, dunque la sua priorità è la sicurezza.
Fonti di Stratfor a Mosca dicono che Medvedev ha offerto a Merkel un patto per la sicurezza tra i loro due paesi. L'offerta non è confermata e i dettagli non sono noti. Tuttavia avrebbe senso che la Russia avesse proposto un patto simile: sa infatti che tra tutti i paesi europei è con la Germania che bisogna insistere, non solo perché è più vulnerabile ma per i trascorsi storici dei due paesi.
Se un'alleanza può sembrare impensabile in un mondo dominato dagli Stati Uniti, ci sono due aspetti da tenere in considerazione:
- primo, come la Russia la Germania è preoccupata dal rafforzamento della presenza degli Stati Uniti in Europa. Dunque è possibile che Berlino desideri controbilanciare quella presenza.
- due, quasi tutti ritenevano impossibile un'alleanza tra Germania e Russia negli anni 1930, eppure ci fu il Patto Molotov-Ribbentrop, che non era il primo trattato russo-tedesco ma ben il terzo e confermava la tradizione dei due paesi di far lega quando non sono in guerra tra loro.

La conclusione è che "la Germania non è più la roccia incrollabile della NATO e dell'Unione Europea che crede l'Occidente": "la scelta di Berlino deciderà il futuro dell'Europa e forse del mondo".

***

E questa è la lettera ricevuta oggi dal ministero della difesa della Norvegia in cui si comunica che la Russia ha deciso di sospendere la cooperazione militare con i paesi della NATO. Eh.


***

Seri problemi logistici in vista per le truppe in Afghanistan, osserva Moon of Alabama, che cita anche la decisione degli Stati Uniti di mandare altri 12.000-15.000 uomini. Secondo il comandante uscente dell'ISAF, McNeill, in Afghanistan di soldati ne servono 400.000. Attualmente ce ne sono 60.000-70.000, dunque il nuovo contingente non farà molta differenza.
Ma le truppe aggiuntive creeranno un ulteriore problema: un aumento dei consumi di carburante.
La maggior parte del carburante usato in Afghanistan oggi viene dal Pakistan. Se la Russia non collabora dovrà arrivare tutto dal Pakistan. Il Pakistan ha capacità di raffinazione che bastano solo per la metà del suo carburante, così i prodotti raffinati che servono alle truppe in Afghanistan devono essere importati attraverso il porto di Karachi. Da lì il carburante viene portato o via Quetta e la città di confine Chaman fino a Kandahar, o via Peshawar e Torkham fino al Passo di Khyber e poi a Kabul e alla base statunitense di Bagram a nord Kabul (mappa).
Con le nuove truppe i consumi aumenteranno di 240.000 galloni al giorno, dunque (risparmio i calcoli, che MoB però fa diligentemente) 50 autocisterne in più al giorno, diciamo 40 a Kabul e 10 a Kandahar.
Un viaggio andata e ritorno Karachi-Kabul però dura 10 giorni, Karachi-Kabul 5. Insomma, in totale serviranno circa 500 autocisterne in più, e tanti autisti pakistani che abbiano voglia di rischiare la vita su quelle strade. E un numero imprecisato di uomini di scorta.
Ecco dimostrato perché le forze occidentali in Afghanistan hanno un grave problema logistico.
E con la Russia che ha il controllo del corridoio di rifornimento che passa sul suo territorio, anche più di uno.

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mercoledì, agosto 20, 2008

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Gli Stati Uniti incespicano nel fallimento della NATO, di Kaveh L. Afrasiabi per Asia Times: al summit di emergenza della NATO i paesi europei hanno accettato di sospendere i contatti formali con la Russia fino al ritiro completo delle truppe, ma si sono rifiutati di piegarsi alle pressioni degli americani che chiedevano sanzioni più severe, dice Afasiabi, che prevede una consistente frattura tra gli Stati Uniti e alcuni membri europei della NATO.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, la sua incapacità di offrire alla Russia un contesto adeguato alla collaborazione strategica è anch'essa all'origine dell'attuale crisi.
Contrariamente a quello che esprimeva nella sua analisi M. K. Bhadrakumar, Afasiabi si aspetta una maggiore collaborazione tra Russia e Cina attraverso la Shanghai Cooperation Organization.

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Video di Real News Network sullo scudo antimissile in Polonia, dal quale si deduce che la gente del posto non è felicissima:
"Gli americani hanno i soldi; possono difendersi, ma perché qua in Polonia? Che parlino con Putin, lì ci sono territori disabitati per migliaia di chilometri. Possono costruirlo lì".

"Certo, cominceranno a costruire, per esempio supermercati. Ma penso che avremo più benefici dal parco acquatico che stanno costruendo qui vicino che dagli scudi antimissile"

Gli esperti americani dicono che è questo è il posto migliore per difendersi dai missili iraniani.
[Come vorrei che Peter Sellers fosse ancora vivo per fargli dire questa frase. Lui troverebbe l'intonazione].

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Sappiano gli accorti ed esigenti lettori che qui non si butta via niente, neppure Monbiot, se serve. Sul Guardian troviamo un pezzo sui missili intercettori in Polonia, sulla storia del sistema antimissile americano e sui soldi che finora gli Stati Uniti ci hanno ufficialmente investito:
"Gli Stati Uniti hanno speso 120-150 miliardi di dollari nel programma da quando Reagan l'ha rilanciato nel 1983. Sotto George Bush i costi hanno avuto un'impennata. Il Pentagono ha chiesto 62 miliardi per i prossimi cinque anni, il che significa che il costo totale tra il 2003 e il 2013 sarà di 110 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inventato un sistema di finanziamento che permette al programma di difesa anti-missile di sottrarsi agli standard di contabilità del governo: si chiama sviluppo a spirale, e significa che "i requisiti allo stadio finale non sono noti all'avvio del programma" e il sistema in pratica può evolvere come a lorsignori pare meglio.

[Mi ricorda un amico che volle comprarsi la playstation. Poi si convinse che lo schermo del televisore era troppo piccolo per valorizzare il seno prorompente di Lara Croft, allora comprò un televisore più grande, e poi un mobile che contenesse il televisore, e poi. Credo che adesso, a qualche anno di distanza, sia in trattative per comprare un intero paesino del bergamasco con mutuo ereditario bisecolare. Sviluppo a spirale, si chiama, e pensare che questo aveva scopi pacifici e non si proponeva di minacciare il mondo con "57 varietà di distruzione"]

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Information Clearing House oggi segnalava due articoli, uno di Haaretz (sulla possibilità che Israele in caso di guerra possa ritrovarsi da solo) e l'altro del Wall Street Journal (sull'asse russo-iraniano), interessanti perché mostrano come come alcuni think tank si stiano muovendo per cercare di sdoganare la guerra all'Iran come mezzo per "ridimensionare" la Russia e/o impedire che grazie all'Iran possa creare una specie di alleanza per spostare gli equilibri della regione.
[Giusto per farsi un'idea di quello che ci aspetta mediaticamente, dice Andrea, a ragione].

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[E infatti] ecco un articolo di Stephen Kinzer sul Guardian, Attaccare l'Iran via Ossezia del Sud: secondo Kinzer il conflitto nel Caucaso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran:
"Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono soggiacere agli interessi americani e che non si può permettere a nessuno di emergere con uno status di 'potenza quasi alla pari', per usare un'epressione della Quadrennial Defence Review per il 2006. E questo porta al conflitto, giacché molti paesi cercheranno naturalmente di accrescere il loro potere, che gli Stati Uniti lo vogliano o no".

"Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito loro un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne il prezzo con il sangue".

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Abchazia e Ossezia del Sud: cuore del conflitto, chiave per la sua soluzione, di George Hewitt (professore di lingue caucasiche alla London's School of Oriental & African Studies su OpenDemocracy):
Questi popoli, e non solo i georgiani, o i russi, o gli americani, o chiunque sia stato coinvolto nel recente conflitto nella regione, hanno una loro storia fatta di testimonianze che sono state deliberatamente polverizzate durante questa generazione (si veda Thomas de Waal, "Abkhazia's archive: fire of war, ashes of history" [20 October 2006]). La lezione della breve guerra d'agosto è che le voci dell'Abchazia e dell'Ossezia del Sud vanno escoltate, le loro scelte vanno incluse in qualsiasi decisione sul loro futuro se si vuole che il ciclo del conflitto si spezzi anziché ripetersi".

***

Questo articolo di Marc S. Ellenbogen, Lezioni perdute della Guerra Fredda ha il pregio di mettere assieme tutti i passi falsi dell'amministrazione Bush che abbiamo trovato elencati finora ed è un buon pezzo riassuntivo.
"Un rispettato dirigente di un equity fund con sedi in Austria e in Repubblica Ceca che viene da una famiglia di diplomatici mi ha detto: 'la Georgia non è altro che una portaerei degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti pensano ancora secondo i paradigmi della Guerra Freadd e, francamente, in vent'anni non hanno imparato niente'.
I miei viaggi recenti in Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud mi confermano la convinzione di molti che gli Stati Uniti abbiano sofferto un danno irreparabile con il conflitto georgiano. 'Gli Stati Uniti ne risentiranno a lungo. Adesso può non sembrare, ma mi creda: la gente ricorda che gli Stati Uniti non erano a Berlino nel '53, in Ungheria nel '56 e in Cecoslovacchia nel '68. Sono solo parole e niente azioni", mi ha detto un importante politico dell'Europa Centrale. "Molti ora vedono gli Stati Uniti come un amico incapace di stare ai patti'".
[...]
"Che agli Stati Uniti piaccia o no, ci sarà un grande riallineamento globale. L'Europa e la Russia formeranno un'alleanza strategica. Ci sono già nel mezzo. È meglio per entrambe".
[Dubbio personale: questa, Europa?]

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Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

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Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, agosto 15, 2008

Espansionismo statunitense, più che aggressione russa

[Articolo dai toni piuttosto decisi che riassume cose lette e rilette in questi giorni, almeno nelle analisi che tendono a mettere in luce la responsabilità degli Stati Uniti e pongono il conflitto georgiano in un contesto più ampio in cui hanno un certo peso l'allargamento della NATO e l'installazione di basi militari americane e dello scudo di difesa anti-missile in Europa Orientale. Ma visto che la fonte è britannico Guardian, che esattamente filo-russo non è, ho pensato di tradurlo nel'ambito dell'iniziativa 'adotta un giornalista britannico non russofobo'. Gli aggiornamenti continuano nel post sottostante, e richiamo ancora la vostra attenzione sulla traduzione di Andrea del videodocumentario di Escobar sui consiglieri di Obama].

Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa
La guerra nel Caucaso è il prodotto dell'imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri.

di Seumas Milne

L'esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti. Mentre i commentatori tuonavano contro l'imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l'aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. George Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”.

Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato – insieme alla Georgia, guarda caso – lo stato sovrano dell'Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell'estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Libano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l'uccisione di cinque soldati?

Dopo tutta questa indignazione per l'aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l'Ossezia del Sud per “ristabilire l'ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un'area che non ha mai controllato dal crollo dell'Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c'è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali. Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta. “Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov.

Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”. Be', sarà certo piccola e bella, ma sia l'attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall'Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose". Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l'International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l'opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi "democratico" sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull'Ossezia del Sud – e sull'Abchazia, l'altra regione contestata della Georgia – è una conseguenza inevitabile del crollo dell'Unione Sovietica. Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall'altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli Stati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche. Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell'indipendenza del Kosovo – il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia. Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo.

Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l'amministrazione Bush il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele. Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c'era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell'amministrazione Bush di imporre l'egemonia globale degli Stati Uniti e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta.

Nell'ultimo decennio l'inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l'alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell'ex-territorio sovietico. Nell'Europa Orientale e nell'Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l'altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate. Adesso l'amministrazione Bush si prepara a installare nell'Europa dell'Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia.

La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un'aggressione russa, ma dell'espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell'Ossezia per limitare quell'espansione. Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l'attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione. Finché viene rispettata l'indipendenza della Georgia – e qui l'opzione migliore è quella della neutralità – non dovrebbe essere un male. Il dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un'escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell'Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea. Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l'Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2008

Originale: http://www.guardian.co.uk/

Articolo originale pubblicato il 14 agosto 2008

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domenica, agosto 10, 2008

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

[Il punto di vista russo sul conflitto]

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

di Andrej Arešev

“La Georgia ha commesso un crimine contro il suo stesso popolo, ha inferto un colpo mortale alla propria integrità territoriale e causato un danno tremendo allo stato”: sono state queste le parole pronunciate dal primo ministro russo Vladimir Putin al suo arrivo a Vladikavkaz da Pechino, il 9 agosto. “Date le circostanze è difficile immaginare”, ha aggiunto, “come adesso l'Ossezia del Sud potrà essere convinta a diventare parte della Georgia, considerato che l'attacco georgiano, che è stato un crimine contro il popolo osseto, ha causato molte vittime tra la popolazione civile e una catastrofe umanitaria”. In seguito, durante la visita a un campo profughi nel distretto di Alagit, Putin ha definito “genocidio” il dramma dell'Ossezia Meridionale.

Dunque con queste parole Putin ha espresso la sua valutazione sui recenti sviluppi da un punto di vista politico-legale. Nella prima fase di gestione della crisi la Russia fornirà tutta l'assistenza necessaria all'Ossezia del Sud. Vladimir Putin ha promesso ai profughi che faranno ritorno alle loro case e ha dichiarato che come prima cosa la Russia stanzierà 10 miliardi di rubli per la ricostruzione di Tskhinvali.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha detto che darà istruzioni al procuratore militare affinché documenti i crimini contro i civili in Ossezia del Sud.

La fermezza delle dichiarazioni fatte dalle due autorità russe contrastano nettamente con quelle del presidente georgiano, che ovviamente si aspettava uno sviluppo della situazione molto diverso. Ha continuato a ordinare infuriato nuovi devastanti attacchi contro Tskhinvali e i villaggi dell'Ossezia Meridionale, applicando la tattica della terra bruciata, e ha chiesto aiuto ai suoi protettori occidentali. Il ministro georgiano per la Reintegrazione Temur Yakobashvili ha valutato che l'Occidente avrebbe certamente fatto pressioni su Mosca permettendo alla Georgia di uscire vittoriosa dal conflitto. Saakashvili e la sua squadra hanno incomprensibilmente concluso che l'aggressione e il genocidio di cui si sono resi responsabili sarebbe rimasto impunito.

La reazione della Russia alla tragedia dell'Ossezia del Sud ha dimostrato che il tandem Medvedev-Putin funziona in maniera chiara e affiatata. È evidente che i tentativi compiuti da forze esterne per destabilizzare la situazione politica interna in Russia insinuando fratture e divisioni nella leadership sono falliti.

Secondo i media occidentali il presidente georgiano (molti politici già lo definiscono un criminale di guerra) si è rivolto direttamente al presidente russo Dmitrij Medvedev per offrirgli un cessate il fuoco. Il Cremlino ha smentito questa notizia definendola disinformazione. È del tutto evidente che non potrà esserci una tregua con Saakashvili finché l'Ossezia del Sud non sarà liberata dalle forze georgiane e le infrastrutture del terrorismo di stato georgiano (comprese le basi e le installazioni militari e le basi aeree) non saranno eliminate.

È emerso che le notizie riguardanti il ritiro dell'esercito georgiano dall'Ossezia del Sud erano false. È probabile che la disinformazione venga diffusa dai rappresentanti georgiani per guadagnare tempo e riorganizzare le forze. La completa sconfitta dell'avversario è necessaria ad assicurare la pace e la stabilità nel Caucaso. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto: “Per secoli la Russia ha svolto nella regione un ruolo di stabilizzazione altamente positivo, facendosi garante della collaborazione e del progresso. Così è sempre stato e così sarà, nessuno ne dubiti”

Vladimir Putin ha assolutamente ragione quando dice che i russi continueranno a nutrire sentimenti d'amicizia verso il popolo georgiano. La gravità dei combattimenti in cui sono attualmente impegnati l'esercito russo, le forze di peacekeeping e quelle ossete dimostra che la Russia sta affrontando un nemico perfido e feroce che non riconosce alcun limite morale nel perseguire i propri obiettivi criminali. Ma di certo questo discorso non si applica alla nazione georgiana, che è stata trascinata in avventure sanguinose per le quali dovrà pagare un prezzo altissimo e che deve ancora trarre le sue conclusioni da questa esperienza. Nella cronologia dei fatti che precedono l'aggressione c'è un aspetto che merita particolare attenzione: il 31 luglio si è conclusa l'esercitazione militare congiunta di Georgia e Stati Uniti chiamata “Immediate Response 2008”, durante la quale gli istruttori statunitensi hanno addestrato le forze armate georgiane a compiere “operazioni di pulizia” contro i terroristi in zone residenziali. Le esercitazioni comprendevano attività come ripulire i villaggi dei terroristi (presumibilmente in vista dell'impiego dei soldati georgiani in Iraq) e mettere in sicurezza la popolazione civile. Le atrocità perpetrate dalle forze georgiane a Tskhinvali sono frutto dell'addestramento ricevuto dagli istruttori occidentali sotto la cinica copertura della “lotta contro il terrorismo”. I veri obiettivi sono naturalmente completamente diversi. L'ex-ministro degli Esteri georgiano Salome Zurabishvili, che è di certo persona bene informata, ha detto che la presenza degli Stati Uniti in Georgia comprende una vasta gamma di attività, tra cui l'addestramento delle forze armate georgiane e il controllo del corridoio di grande importanza strategica che passa attraverso il Caucaso: l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ne fa parte. Secondo Zurabishvili l'obiettivo principale dell'attuale conflitto con la Russia è rafforzare la lealtà della Georgia verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e garantire loro il controllo del paese e di conseguenza del Caucaso Meridionale.

Va notato che l'intensificazione del conflitto ai confini con la Russia ha coinciso con le tensioni nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, dove nei giorni delle Olimpiadi è stato compiuto un altro attacco terroristico. Pochi giorni prima a Bishkek, la capitale del Kirghizistan, è stato scoperto un deposito illegale di armi presso il quale si trovavano dieci militari statunitensi e diversi diplomatici dell'ambasciata americana nel paese. L'aggressione della Georgia contro l'Ossezia del Sud è una guerra nell'interesse di altri, una guerra in cui i georgiani sono destinati al ruolo di carne da cannone. Se all'aggressione contro la piccola regione del Caucaso non verrà posta immediatamente fine, saranno inevitabili altri conflitti regionali molto più estesi di questo.

Oggi, come al tempo della seconda guerra mondiale, l'esercito russo sta combattendo eroicamente per proteggere dalla nuova peste fascista non solo il Caucaso ma l'intero spazio post-sovietico.

Originale da: http://fondsk.ru/article.php?id=1535

Articolo originale pubblicato il 10 agosto 2008

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sabato, agosto 09, 2008

Allarme rosso nel Caucaso

[Analisi approfondita e ben contestualizzata del conflitto e delle sue possibili motivazioni: anche qui si sottolinea il probabile consenso degli Stati Uniti, la politica di accerchiamento e contenimento della Russia e la questione delle risorse energetiche. Si ricorda inoltre come l'Ossezia del Sud fosse ormai da molto tempo indipendente di fatto, e come in epoca sovietica godesse dello statuto di regione autonoma all'interno della Georgia. Infine Bleitrach ricorda il ruolo di Soros nelle cosiddette rivoluzioni colorate e l'innesto di una leadership di fabbricazione statunitense nel paese-chiave del Caucaso]

Allarme rosso nel Caucaso (cosa vogliono gli Stati Uniti?)

di Danielle Bleitrach

Ci sono stati scontri militari gravissimi tra le truppe del regime fantoccio di Washington che governa la Georgia (il Caucaso del Nord) e la repubblica autonoma dell'Ossezia del Sud appoggiata dalla Russia, compreso il bombardamento di ieri della capitale autonoma dell'Ossezia del Sud Tskhinvali. L'attacco della Georgia, che ha causato 15 morti tra le forze di interposizione russe, ha suscitato la reazione della Russia: si può dunque già parlare di guerra, con l'arrivo dall'Ossezia del Nord di carri armati, dell'aviazione e di numerosi volontari russi.

Nell'attacco georgiano contro l'Ossezia ci sarebbero stati 1400 morti, in maggioranza civili, secondo l'agenzia russa Interfax che cita il capo dei separatisti osseti, Eduard Kokoity.

Notizie contraddittorie sul numero delle vittime
La capitale dell'Ossezia del Sud, Tskhinvali, è stata attaccata dalla Georgia che ha dichiarato l'intenzione di reprimere le “tendenze separatiste”. Si contano molte vittime, ma i comunicati diffusi dalle due parti sono contraddittori. Un portavoce dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati che si trova in Ossezia del Sud ha riportato anche la distruzione di molti edifici.

La Russia non ha tardato a reagire, tanto più che sotto i colpi georgiani sono morti dieci soldati russi che si trovavano in una caserma della forza di peacekeeping, a Tskhinvali. Nell'Ossezia Meridionale sono entrati centocinquanta carri e veicoli blindati russi, mentre a Mosca si teneva un consiglio di sicurezza presieduto da Medvedev. La Georgia ha riportato il bombardamento della sua base aerea di Vaziani, a 25 km da Tbilisi, da parte dell'aviazione russa.

A Occidente si dice che l'Ossezia ha scelto la strada del separatismo, ma si dimentica che l'Ossezia del Sud in epoca sovietica godeva dello statuto di “regione autonoma” all'interno della Repubblica Socialista della Georgia, che è abitata da una popolazione che ha spesso il doppio passaporto e che è vicina all'Ossezia del Nord (rimasta in Russia).

Nel 1991 ha proclamato l'indipendenza da Tbilisi dopo l'abolizione della sua autonomia per iniziativa del primo presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. Tbilisi ha perduto il controllo del territorio dell'Ossezia Meridionale nel 1992 in seguito a un sanguinoso conflitto. La pace nella zona di conflitto osseto-georgiana è attualmente mantenuta da un contingente composto da tre battaglioni (russo, georgiano e osseto), ciascuno costituito da 500 soldati di pace. Nel suo attacco contro l'Ossezia la Georgia ha ucciso soldati russi che avevano il compito di mantenere la pace.

La Georgia è diventata il burattino degli Stati Uniti
In questo conflitto ci troviamo di fronte alle conseguenze dello smembramento dell'ex-URSS, smembramento orchestrato dagli Stati Uniti e in particolare dal miliardario Soros, uomo della CIA, che ha finanziato una gran massa di ONG per provocare guerre civili e movimenti sociali approfittando dello sbando delle istituzioni e dei poteri. Il tutto durante la decomposizione del vecchio apparato di Stato sovietico e la corsa degli apparatčik per impadronirsi delle risorse nazionali.

Il miliardario americano George Soros ha sostenuto finanziariamente i movimenti studenteschi georgiani e il partito di Saakashvili, finanziando la carriera politica di Saakashvili fin dall'inizio. La sua influenza sul nuovo governo georgiano è ancora molto forte. Alcuni ministri del governo attuale hanno collaborato con il finanziere americano nell'ambito della sua fondazione. Inoltre vari giovani consiglieri di Saakashvili hanno studiato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambi universitari creato e gestito dalla fondazione privata di Soros. Il governo americano, da parte sua, ha raddoppiato gli aiuti economici bilaterali alla Georgia dopo la rivoluzione. Questi finanziamenti annuali raggiungono oggi la cifra di 185 milioni di dollari. Inoltre la Casa Bianca è coinvolta in un programma di formazione delle forze speciali dell'esercito georgiano nel quadro della lotta contro il terrorismo islamico nella regione e con la collaborazione di Israele. Gli Stati Uniti hanno anche stanziato delle somme per pagare le fatture energetiche della Georgia all'indomani della rivoluzione del novembre 2003. È evidente il ruolo di Soros, che ha qui i propri interessi finanziari e che ha lavorato a stretto contatto della CIA per favorire l'acquisizione del controllo su questa regione da parte degli Stati Uniti, soprattutto nel settore dell'energia ma non solo. (1)

Abbiamo visto questo scenario all'opera in ben altri contesti. Questa “balcanizzazione”, o asservimento, presente ovunque (in America Latina, in Asia, in Europa) è il mezzo per affermare il predominio della potenza statunitense e far fronte ai paesi ribelli. Oggi è rappresentata dall'avanzata della NATO, dall'installazione dei missili puntati contro l'Iran ma di fatto contro la Russia. Ma perché invadere l'Ossezia, indipendente di fatto da molti anni? Si vuole creare una situazione irreversibile prima che termini il mandato dell'attuale presidente degli Stati Uniti? Se l'influenza di Soros resta determinante, si tratta al contrario di giocare la carta – proposta da Obama – del rafforzamento dell'intervento in l'Afghanistan e nella zona irano-orientale?

Recentemente Condolezza Rice è stata a Tbilisi, e si stenta a immaginare che l'operazione si sia svolta senza il suo avallo. Sotto l'influenza di Washington, che auspica l'integrazione della Georgia nella NATO.

Inoltre la Georgia è totalmente asservita agli Stati Uniti e dal punto di vista militare molto legata a Israele. È dunque poco probabile che abbia lanciato l'attacco contro l'Ossezia, uccidendo nella loro caserma dei soldati russi del contingente di pace, senza il consenso degli Stati Uniti.

In un primo tempo la Georgia, potentemente armata e addestrata da Israele, ha contestato l'organismo incaricato di risolvere il conflitto – la Commissione mista di controllo composta dalla Russia, dalla Georgia e dalle due Ossezie. Poi c'è stato il 7 agosto, l'attacco contro l'Ossezia, il bombardamento della capitale, la popolazione civile in fuga, il disastro umanitario e infine lo scontro diretto con le forze russe.

Un attacco contro l'Ossezia ma anche contro la Russia
Oggi i dirigenti politici georgiani fingono di condurre un'operazione di pacificazione. Tbilisi si dice pronta ad arrestare il bagno di sangue se Tskhinvali [la capitale dell'Ossezia Meridionale] accetterà il negoziato diretto [senza la mediazione russa], il che equivarrebbe a una capitolazione degli osseti. Tbilisi promette d'altronde di concedere alla repubblica “un'ampia autonomia all'interno della Georgia e un finanziamento umanitario di 35 milioni di dollari per la ricostruzione”. Il primo ministro georgiano Vladimir Gurgenidze ha offerto a sua volta “un'amnistia giuridico-politica per tutti gli alti funzionari dell'autoproclamata repubblica”, reiterando comunque la volontà di Tbilisi di “perseguire [l'azione militare] fino al ristabilimento dell'ordine.

Nel suo discorso alla nazione, citato dall'agenzia di informazione georgiana Akhali Ambebi Sakartvelo, il presidente georgiano Saakashvili ha annunciato che la mattina dell'8 agosto “la maggior parte dell'Ossezia del Sud è stata liberata e si trova sotto il controllo delle forze governative georgiane”. Ha poi accusato Mosca di avere inviato dei bombardieri SU-24 a colpire i dintorni della città georgiana di Gori [a una cinquantina di chilometri da Tskhinvali] e le regioni di Kareli e di Variani. Informazione categoricamente smentita dalla Russia: “È un delirio, un'ennesima provocazione nauseabonda di Tbilisi”, ha replicato un alto funzionario del ministero degli Esteri russo, citato da Izvestija.

In giornata questo “delirio” sul bombardamento di Gori è stato ripreso da tutte le agenzie di stampa occidentali, che unanimemente hanno trasformato la Russia nell'aggressore.

Il primo leader russo a reagire all'intensificazione delle violenze è stato il capo del governo Vladimir Putin. Da Pechino si è rammaricato per il mancato rispetto georgiano della tregua olimpica e ha promesso “una risposta all'aggressione georgiana, come riferisce il quotidiano russo online Vzgljad. Secondo l'agenzia di stampa russa RIA Novosti, davanti a Bush Vladimir Putin ha affermato che il popolo russo e in particolare quelli del Caucaso non accetteranno una simile aggressione contro i loro compatrioti. Pare che Bush abbia manifestato un po' di imbarazzo. Da parte sua, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha promesso di proteggere la popolazione civile osseta, la cui maggioranza possiede un passaporto russo, informa Vzgljad. “Non accetteremo la morte impunita di nostri connazionali, ovunque essi si trovino, ha ribadito. Secondo Vzgljad, quello stesso giorno truppe e veicoli blindati russi hanno attraversato la frontiera russo-georgiana e si sono diretti verso Tskhinvali.

Gli Stati Uniti per bocca di Condoleezza Rice hanno chiesto la fine delle ostilità, mentre la vera questione è il loro coinvolgimento nell'attacco. Per quanto riguarda la comunità internazionale, la NATO, l'ONU e il Consiglio Europeo hanno di fatto chiesto a entrambe le parti di cessare il fuoco e di sedersi al tavolo dei negoziati. Al momento la pacificazione sembra però essere un pio desiderio.

Il Caucaso in fiamme?
Sul versante russo la tensione stale, in particolare nel Caucaso. L'agenzia di stampa RIA Novosti ci informa che “i cosacchi hanno formato battaglioni di volontari per fare fronte a un eventuale aggravarsi della situazione in Ossezia del Sud, ha annunciato martedì ai giornalisti il capo (ataman) dell'armata dei cosacchi del Don, Viktor Vodolackij. 'I battaglioni sono pronti a interventire in Ossezia del Sud', ha dichiarato l’ataman. Secondo Vodolackij i battaglioni sono formati da cosacchi che hanno fatto parte dell'esercito. 'Vogliamo che ne facciano parte i migliori cosacchi che difenderanno l'Ossezia del Sud e la Russia', ha sottolineato l'ataman.
Secondo i responsabili dell'Ossezia del Sud, se la Georgia scatenerà una guerra contro l'autoprocalamata repubblica si ricorrerà a questi battaglioni. 'In tal caso i cosacchi avranno lo statuto di militari sud-osseti', ha precisato Anatolij Barankevič, segretario del Consiglio di sicurezza della repubblica. In questi ultimi giorni, ha proseguito, la Georgia ha moltiplicato le provocazioni, 'uccidendo negli attacchi sei persone e ferendone altre 13'.
'Dei sei uccisi, tre sono dei civili', ha ricordato, aggiungendo che l'evacuazione delle donne e dei bambini dalle zone sotto tiro era stata ordinata il 2 agosto
”.

Al di là del fatto
Come sempre non è possibile comprendere il vero significato di un fatto – e a maggior ragione chi ne uscirà vittorioso – se non rifacendosi alla totalità storica che gli dà senso.

La sostanza è quella che abbiamo descritto: l'indebolimento dell'ex-URSS e il tentativo di proseguire questo assalto in particolare per mezzo della NATO che tenta di integrare la Georgia e l'Ucraina. Un po' ovunque sono state organizzate pseudo-rivoluzioni popolari ed elezioni vendute e manipolate che hanno portato al potere degli uomini di paglia la cui politica consiste nell'appropriarsi delle risorse del paese per mezzo delle privatizzazioni, aggravando la situazione della popolazione. Bisogna anche ricordare che questo processo è cominciato con Gorbačëv, che con il pretesto di creare il multipartitismo ha incoraggiato la nascita di partiti “nazionalisti” o meglio regionalisti con una propaganda a favore dell'autonomismo e dell'indipendenza.

La Georgia era una delle repubbliche dove il livello di vita era più alto, insieme ai paesi baltici e ad alcune regioni della Russia occidentale. Pochi anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica la Georgia si trovava agli ultimi posti tra le repubbliche post-sovietiche. Se si considera il reddito pro capite, la Georgia è oggi tra gli ultimi tre o quattro paesi dell'ex-Unione Sovietica. Il PIL è sceso in maniera spettacolare: il PIL del 1993 costituiva il 17% di quello del 1989. All'indomani del crollo dell'URSS c'è stato dunque un disfacimento totale del tessuto economico. A partire dal 1995-1996 la crescita è ridiventata positiva. A partire dal 1998 la Georgia è stata segnata dalla crisi finanziaria russa. Alla fine degli anni Novanta sono entrate in gioco anche la corruzione e la criminalizzazione dell'economia, mettendo in grave pericolo lo sviluppo economico. Nel settore economico la Georgia è così diventata preda di gruppi politico-mafiosi che ostacolavano gli investimenti stranieri. Le sole imprese straniere che sono riuscite ad avviarsi nel paese, soprattutto nei settori della distribuzione dell'elettricità o della produzione di vini o di acque minerali, hanno dovuto andarsene nel giro di due o tre anni per la pressione dei gruppi criminali. Si sono anche verificati dei rapimenti di uomini d'affari.

La rivoluzione di velluto, gestita di fatto direttamente dagli Stati Uniti per mezzo di “esperti” e politici importati da lì, è stata condotta contro la corruzione e le bande mafiose. Ha richiamato una grande attenzione sull'arresto di qualche responsabile politico coinvolto nella corruzione dell'ex-regime. I ministri dell'Energia e dei Trasporti, il direttore delle ferrovie, il presidente della Federazione calcistica georgiana sono finiti tutti sulla lista nera della squadra di Saakashvili. Ma in realtà c'era stata un accordo tra i vecchi e nuovi, e chi aveva accolto con sollievo il cambiamento di squadra è rimasto presto deluso.

Come si spiega allora questa offensiva contro una regione autonoma ormai da molto tempo, e soprattutto contro l'esercito russo?
Bisogna tenere presente che il Caucaso meridionale è una regione strategica etnicamente molto eterogenea che fa da collegamento tra la Russia e l'Asia Minore, e che dopo il crollo dell'URSS si è trasformata in una zona di tensione e di conflitti armati. Il presidente georgiano Saakashvili è un agente nord-americano, un avvocato newyorkese di origine georgiana; questa situazione creata da zero è uno dei principali fattori di instabilità, a causa di una politica interna di privatizzazione e di ostilità verso i russofoni. Sul versante russo la difesa della dignità nazionale da parte di Putin è consistita essenzialmente nel contenere lo smembramento, e questa politica è stata condotta anche facendo leva sulla resistenza delle popolazioni russofone alla sottomissione agli Stati Uniti. In Ucraina possiamo osservare un caso simile. Si sa anche come la Russia sia stata portata a creare attorno a sé uno scudo di alleanze, la più celebre delle quali è la Shangai Cooperation Organization, (ma va anche ricordata l'organizzazione dei paesi caspici). Ovunque la Russia ha sollecitato alleanze difensive contro gli attacchi combinati di pseudo-terroristi e separatisti comandati da uomini di paglia che ambiscono a entrare nella NATO.

L'altro fattore di destabilizzazione è il ruolo che gli Stati Uniti e il loro alleato, Israele, attribuiscono alla Georgia. La Georgia, in effetti, è un pezzo dell'ingranaggio messo in campo contro l'Iran e anche uno dei fattori di smantellamento dell'ex-Unione Sovietica o della stessa Russia. È una catena di polveriere che comprende la Cecenia, il Daghestan con le sue riserve e l'enclave armena del Nagorno-Karabach in territorio azero. Per meglio comprendere l'insieme bisogna infine tenere presente che si stanno anche moltiplicando le aggressioni della Turchia contro i curdi, e il tutto nel contesto esplosivo dell'Iran.

Dietro questi conflitti etnici c'è in effetti il grande gioco per il controllo dei gasdotti e degli oleodotti. È il gas del Turkmenistan e sono le riserve petrolifere dell'Azerbaigian. Gli americani si danno da fare da molto tempo in questa regione per le risorse energetiche del Mar Caspio. Stanno anche per spostare le loro basi militari dall'Europa Occidentale a quella Orientale e all'Asia Centrale, ufficialmente nel contesto della lotta contro il terrorismo. In particolare, Washington prevede di installare delle nuove basi in Georgia o in Azerbaigian. La Georgia è il vero fulcro strategico del Caucaso, perché è il solo paese ad avere un accesso al mare aperto e che confina per un lungo tratto con il Caucaso russo. La Georgia è un paese chiave per la stabilità regionale nel Caucaso.

Sembra dunque che sia stato deciso un conflitto armato che sembrava improbabile, il che suscita inquietudine per il destino di tutta la regione. Si sta appiccando il fuoco a una polveriera (che sarebbe rappresentata dall'Iran)? Dagli Stati Uniti ci si può aspettare di tutto.


(1) Detto questo, Soros (il cui ruolo nella destabilizzazione non può essere negato) è attualmente in crisi aperta con il governo Bush e uno dei maggiori finanziatori di Obama. Il complesso militare-industriale statunitense non si fida di questo avventuriero, si limita a usarlo.

Originale da: Changement de société

Articolo originale pubblicato l'8 agosto 2008

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martedì, agosto 05, 2008

La grande politica e il conflitto caucasico

La grande politica e il conflitto caucasico

di Fëdor Lukjanov per RIA Novosti

L'Ossezia Meridionale è nuovamente sull'orlo di una guerra. Dall'Abchazia giungono già da mesi notizie allarmanti e le relazioni russo-georgiane continuano a far scintille.

Perché questi due conflitti irrisolti sul territorio georgiano sono peggiorati così tanto? Il loro status confuso è per definizione instabile, e talvolta dei fatti secondari possono trasformare un conflitto da “congelato” a “bollente”. In questo caso, però, osserviamo dei cambiamenti sostanziali che riflettono alcuni processi fondamentali.

La proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, lo scorso febbraio, ha svolto un ruolo cruciale nell'evoluzione di questi eventi. Si può discutere all'infinito se questo abbia creato un precedente giuridico o no, ma la realpolitik in ogni caso segue la propria strada.

Mosca e non poche altre capitali hanno visto in questa mossa un altro grave passo verso lo degradazione del diritto internazionale e il trionfo degli approcci arbitrari nella risoluzione dei problemi globali.

La Russia ha scelto una linea che al Cremlino viene considerata di compromesso. I leader russi non potevano non reagire a quello che è accaduto nei Balcani, ma hanno deciso di non rispondere con il riconoscimento dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale, pur ritenendo di averne il pieno diritto dopo la dichiarazione di dipendenza del Kosovo.

Riluttante a complicare una situazione già difficile, la Russia è pronta a continuare a riconoscere la formale integrità territoriale della Georgia. Ma ha anche scelto di avere rapporti con entrambi i territori separatisti. Questo approccio e testimoniato dalla decisione di Mosca di ritirarsi dalle sanzioni contro l'Abchazia e dal decreto di aprile del presidente russo sugli “aiuti concreti” agli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale.

Tbilisi capisce che dopo il Kosovo la prospettiva di ristabilire l'integrità territoriale della Georgia è diventata ancora più vaga. Se lo status che prenderà forma dopo la mossa russa verrà accettato e tutto rimarrà com'è, tra un anno o due non avrà senso parlare anche solo teoricamente di reintegrazione. L'Abchazia entrerà a far parte di un enorme progetto economico chiamato "Giochi Olimpici di Soči". L'Ossezia Meridionale è già una regione de facto della Federazione Russa, da questa sovvenzionata.

Tbilisi deve mostrare la propria risolutezza se vuole arrestare questa tendenza. Può prendere iniziative diplomatiche, esercitare pressioni militari e attirare l'attenzione degli alleati occidentali esasperando le tensioni. I leader georgiani ritengono che legami più stretti con la NATO e il futuro ingresso nel blocco contribuiranno ad assicurare la loro integrità territoriale. Washington è della stessa idea. Secondo questa logica, il fatto che la NATO non sia riuscita ad ammettere la Georgia e l'Ucraina al Membership Action Plan (la procedura di pre-adesione alla NATO) è stato un segno di debolezza che ha spinto la Russia a intensificare i piani di "annessione" dei territori. Se a Mosca venisse fatto capire chiaramente che quella decisione verrà presa, ne conseguirebbe un processo di stabilizzazione.

Ma la posizione della Russia è l'esatto opposto: più la Georgia è vicina alla NATO, più decisi saranno i passi di Mosca verso il riconoscimento dei territori che la Georgia non controlla, perché Tbilisi potrebbe vedere qualsiasi obbligo formale preso dall'alleanza nord-atlantica come una possibilità per risolvere i conflitti militarmente.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo fondamentale, soprattutto destabilizzante. Sei mesi prima del termine del suo mandato presidenziale, George W. Bush ha bisogno di successi internazionali, altrimenti verrà ricordato per una serie di fallimenti. L'approvazione del Membership Action Plan per l'Ucraina e la Georgia (o almeno una delle due) durante l'incontro a livello ministeriale della NATO che si terrà a dicembre sta diventando la sua ultima occasione per lasciare dietro di sé un successo tangibile. Ecco perché Washington sta esercitando pressioni sugli alleati europei che mettono in dubbio la saggezza di queste decisioni e l'appoggio offerto alla Georgia appare ancora più evidente di prima. Lo testimonia in particolare una recente visita a Tbilisi del Segretario di Stato Rice. Ovviamente la Georgia interpreta l'esplicita posizione di Washington come un via libera ad agire più attivamente.

È prevedibile che le tensioni raggiungano il culmine alla fine dell'autunno. In dicembre l'attuale amministrazione statunitense si impegnerà per far approvare il Membership Action Plan. Nel frattempo avrà intensificato la propria attività politica, aumentando – come spesso succede in questi casi – il rischio di conflitti armati nella regione.

Fëdor Lukjanov è direttore responsabile della rivista Rossija v Global'noj Politike-Russia in Global Affairs.

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080804/115673688.html

Articolo originale pubblicato il 4 agosto 2008

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mercoledì, aprile 30, 2008

Il Piano Caucaso

I servizi segreti occidentali complottavano per separare la Cecenia dalla Federazione Russa

RIA Novosti

Negli anni Novanta i servizi segreti occidentali studiarono un piano per separare la Cecenia dalla Russia. In particolare, la Francia si incaricò di stampare passaporti “ičkeri”. La Georgia fornì un passaggio sicuro per il traffico di armi dall'Occidente. Questi e altri fatti sono stati citati nel documentario Plan Kavkaz, Piano Caucaso, trasmesso dal Primo Canale russo il 22 aprile.

Uno dei protagonisti dell'inchiesta è un uomo di nazionalità turca e origini cecene, Abubakar, che ha vissuto per quarant'anni con il finto nome di Berkan Yashar. Il nome, ha detto, gli è stato dato dopo la firma di un contratto con il Dipartimento di Stato USA. Yashar ha descritto dettagliatamente come nei primi anni Novanta avesse costruito una piattaforma politica per la secessione della Cecenia. Ha spiegato che il progetto aveva vari finanziatori. I passaporti per la popolazione della repubblica non riconosciuta di Ičkeria furono stampati in Francia e la “valuta legale” dell'aspirante stato in Germania.

Yashar ha mostrato all'autore del documentario, Anton Vernitskij, una manciata di quelle banconote, al tempo stesso una rarità numismatica e la prova materiale dei tentativi di separare la Cecenia dalla Russia nei primi anni Novanta. Le banconote, chiamate "nokhar", raffiguravano un lupo, simbolo dell'Ičkeria, e si propose che il tasso di cambio della valuta fosse alla pari con il dollaro.

La Germania stampò 100.000 tonnellate di queste banconote, che secondo Yashar sono ancora conservate in una fabbrica di Monaco. Yashar ha anche mostrato i passaporti “ičkeri”, dicendo che erano stati stampati in Francia.

Jokhar Dudaev, il presidente della separatista Ičkeria, nominò Yashar vice ministro degli esteri del suo governo. Nello stesso tempo l'uomo ricopriva anche diverse cariche nel governo turco.

“Negli anni Novanta Abubakar, alias Berkan Yashar, divenne una specie di eminenza grigia che controllava tutte le transazioni finanziarie più o meno importanti dei guerriglieri del Caucaso Settentrionale”, dicono gli autori del documentario.

Berkan ha raccontato di aver anche partecipato a un piano per contrabbandare diamanti grezzi attraverso l'aeroporto di Groznij. Le pietre preziose furono portate fuori dal paese su voli charter. Il piano era stato concordato da rappresentanti della Turchia e dall'allora governo dell'Azerbaijan, ha detto Yashar.

I diamanti arrivavano in Cecenia dal Nord della Russia.

I ceceni dovevano assicurare che il passaggio delle pietre attraverso l'aeroporto Severnij (Nord) di Groznij filasse liscio e senza alcun controllo doganale. Per questo Jokhar Dudaev ricevette il 25% dei profitti ricavati dalla vendita dei diamanti tagliati sul mercato di Antwerp, dice Berkan.

"Il denaro così guadagnato servì a comprare armi, che furono poi portate in Cecenia attraverso la Georgia. Le somme non erano poi così grosse. Niente a che vedere con cifre come 200 o 100 milioni di dollari; piuttosto 10, 15 o 20 milioni”, ha spiegato Abubakar alla troupe russa. Quel denaro fu speso in mine che servivano a far saltare in aria attrezzature militari.

In teoria gli aerei da Groznij non erano autorizzati a effettuare voli all'estero, ma l'aeroporto in qualche modo si procurò un permesso. Gli aerei volavano via Baku in Azerbaijan, e a quel punto diventavano aerei di quel paese e come tali potevano tranquillamente proseguire verso la Turchia, spiegano gli autori dell'inchiesta.

Uno dei partecipanti all'operazione di contrabbando di diamanti e oro, Akhmed, che aveva lavorato per il servizio di sicurezza di Dudaev, ha detto che la quantità di diamanti trasportata sui singoli voli era modesta, “solo due o tre chili”, mentre la quantità di oro era molto “più grande”. Chiunque mostrasse curiosità sulla sorte dell'oro e dei diamanti veniva fatto sparire.

Il “corridoio aereo” fu bloccato solo anni dopo, dicono gli autori.

Berkan Yashar ha detto di aver dovuto organizzare una nuova rotta di trasporto in Georgia, attraverso la Gola di Pankisi.

Secondo Yashar, il contrabbando di diamanti passò completamente sotto il controllo di Boris Berezovskij”. All'epoca non sapevo quasi niente dell'uomo che si sarebbe presto appropriato di tutto l'affare, e sono sicuro al 100% che abbia ancora il completo controllo" dice Yashar.

Secondo lui Aslan Maskhadov, che è diventato "presidente dell'Ičkeria" dopo la morte di Dudaev, litigò con Berezovskij quando chiese che la sua percentuale salisse al 50%, in considerazione del fatto che la rotta georgiana era più pericolosa e comportava costi più alti.

Secondo l'uomo del servizio di sicurezza di Dudaev, Akhmed, alcuni dei dividendi andavano ad Akhmed Zakaev, attualmente residente a Londra, e a un potente signore della guerra, Uvais Akhmadov.

Il documentario ha mostrato foto che ritraggono Akhmadov in compagnia di Berezovskij, e ha mandato in onda la registrazione di una conversazione tra Uvais Akhmadov e una persona non identificata che suggerisce l'assassinio dell'imprenditore e uomo politico Badri Patarkatsishvili, dicono gli autori.

Al finanziamento dei guerriglieri ceceni contribuirono anche figure politiche note.

"[Il primo ministro turco] Tansu Ciller diede un milione di dollari. I soldi non erano del governo [turco]. Venivano dai suoi fondi", dice Yashar.

Shamseddin Yusef, ministro degli esteri del governo Dudaev, ha confermato di aver ricevuto un milione di dollari dalla Ciller "per il cibo".

I guerriglieri ceceni ricevevano denaro anche da importanti compagnie straniere.

Sultan Kekhursaev, che si definisce generale di brigata dell'esercito di Dudaev e attualmente risiede a Istanbul, dice che l'attacco contro Groznij dell'estate del 1996 fu finanziato da compagnie turche che operavano in Russia.

Kekhursaev nomina una delle maggiori società edilizie, tuttora attiva nella Federazione Russa.

"Hanno fatto molto. Hanno coniato per Jokhar le prime medaglie all'Onore della Nazione. Ci fornivano medicinali. Allora avevamo un gran bisogno di armi antiaeree. Ci hanno aiutato a ottenerle. Senza di loro per noi sarebbe stata molto dura, sinceramente", dice Kekhursaev.

Grazie alle iniezioni di finanze dalla Turchia, la banda di Raduev fu in grado di attaccare la città daghestana di Kizlyar. Raduev, che perse un occhio in un combattimento nel villaggio di Pervomajskoe, secondo Yashar non fu curato in Germania come si crede, ma in Turchia, in una clinica del ministero degli esteri.

La Turchia stampò anche i dollari falsi che inondarono la Cecenia, ha detto agli autori l'uomo del servizio di sicurezza di Dudaev, Akhmed. Le macchine per la stampa erano così professionali che perfino Dudaev chiese al proprietario dell'attrezzatura: “Da dove viene?"

“L'uomo gli disse che aveva una licenza privata degli Stati Uniti, che non era da tutti averne una, e che aveva installato personalmente le macchine nel Caucaso Settentrionale, in Azerbaigian e nel Kazakistan, e che aveva potuto farlo solo con il permesso della CIA”, ha detto Akhmed aggiungendo che i ceceni volevano comprare quel genere di attrezzatura per sé.

I capi religiosi ceceni erano stati assiduamente indottrinati fin dalla fine degli anni Ottanta. Emissari sauditi avevano tentato di reclutare i mullah locali, come spiegano gli autori dell'inchiesta.

Berkan Yashar ha raccontato loro dei piani per costituire una confederazione Caucaso-Turchia. Secondo lui, i partecipanti a una conferenza internazionale in Turchia, inizialmente organizzata come una riunione di studiosi islamici, ricevettero inaspettatamente le mappe di questa confederazione che avrebbe dovuto comprendere tutte le repubbliche caucasiche, inclusa la Georgia, “meno l'Armenia”.

Il progetto di questa confederazione fu caldamente appoggiato dal presidente turco Turgut Ozal e in seguito dal primo ministro e presidente Suleiman Demirel, dice Yashar.

Gli ex membri del governo Dudaev non fanno mistero dei loro legami con i servizi segreti occidentali.

"Siamo anche stati portati a Londra da uomini della CIA”, ha detto Shamseddin Yusef, ministro degli esteri del governo Dudaev.

Anche Richard Perle, il principale stratega della guerra in Iraq e all'epoca consigliere del ministro della difesa degli Stati Uniti, è oggi esplicito su questo punto: "Per quanto ne so, cercammo di offrire [ai separatisti ceceni] supporto morale, e suppongo anche materiale”.

“Non so perché i risultati non sono stati migliori. La mia impressione è che allora si sarebbe potuto capovolgere la situazione, ma purtroppo non si fece nulla”, dice Perle, che allora guidava il Comitato americano per la pace in Cecenia, oggi ribattezzato Comitato per la pace nel Caucaso.

Originale: http://www.rian.ru/society/20080423/105662058.html

Articolo originale pubblicato il 23 aprile 2008

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