Thursday, May 29, 2008

Medvedev si volge alla Cina

Medvedev si volge alla Cina
M. K. Bhadrakumar

La Cremlinologia è nuovamente di moda. Esperti e analisti sono tornati a osservare con la lente d'ingrandimento le mosse del Cremlino alla ricerca di indizi sulla direzione della politica russa sotto il nuovo presidente Dmitrij Medvedev.

Ai tempi dell'Unione Sovietica accadeva spesso che nelle analisi esasperate e febbrili degli esperti stranieri l'ovvio venisse accantonato a favore di allettanti interpretazioni su uomini e topi. La storia potrebbe ripetersi?

Si è detto molto sulla scelta di Kazakistan e Cina come prime destinazioni dopo l'insediamento avvenuto il 7 maggio scorso. Si è trattato di un segnale alle capitali occidentali? Mosca ha liquidato questa interpretazione. Un importante commentatore politico moscovita [Dmitrij Kosyrev, N.d.T.] ha osservato: “La cosa migliore sarebbe andare a Oriente e a Occidente contemporaneamente, ma questo è impossibile”.

Tuttavia questa spiegazione disarmante tralascia il fatto che Medvedev ha effettivamente fatto una scelta, andando a Pechino passando per Astana. Otto anni fa, nel 2000, quando Putin si recò all'estero per la prima volta come presidente della Russia, andò a Londra passando per la Bielorussia. All'epoca Mosca fece capire che c'era un potente simbolismo nella scelta di Putin, a comunicare che la Russia voleva legami più stretti con l'Occidente.

Così, nel maggio del 2003, il primo viaggio all'estero del presidente cinese Hu Jintao lo portò a Mosca. Il quotidiano governativo China Daily ha commentato, all'arrivo di Medvedev a Pechino: “Il primo viaggio all'estero di un capo di stato dovrebbe costituire sempre una mossa calcolata attentamente. Si suppone che il paese visitato sia importante per le relazioni esterne del suo paese. Non c'è da meravigliarsi che la visita di due giorni di Medvedev in Cina abbia suscitato tanto interesse... Chiaramente i nuovi governanti dei due paesi hanno messo le loro relazioni bilaterali in cima ai loro programmi politici in materia di affari esteri”.

Cooperazione pragmatica
Il commento cinese affermava l'ovvio enfatizzando il contenuto bilaterale della visita di Medvedev. Anzi, l'assistente del ministro degli esteri cinese Li Hui ha detto in una conferenza stampa che la visita di Medvedev avrebbe avuto quattro “obiettivi”: uno, instaurare un'“amicizia professionale e personale” a livello di leadership; due, sovrintendere alla cooperazione bilaterale in termini pratici; tre, aumentare la fiducia politica ed estendere il reciproco supporto su “questioni che riguardano la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale”; quattro, approfondire la “cooperazione pragmatica”.
Il quarto “obiettivo”, la cooperazione pragmatica, coglie l'essenza del cosiddetto partenariato strategico tra i due paesi. La Cina non avrebbe problemi nel sapere che la Russia è stata e resterà essenzialmente occidentocentrica (che è diverso dall'essere “filo-occidentale”). Più di due terzi della popolazione russa vivono nella parte europea e il centro del suo potere economico e politico si trova lì.

Ma questo non toglie al costante interesse della Russia per la Cina, che è naturale e storico per questioni di vicinanza e confini e oggi si fonde pragmaticamente con gli imperativi della fenomenale ascesa della Cina. Al contempo, la Russia si rende conto di essere solo una tra le grandi potenze seriamente impegnate in un dialogo con la Cina, e non può ambire a un ruolo privilegiato.

Appena si è concluso il viaggio di due giorni di Medvedev in Cina, il neo-eletto presidente sudcoreano, il “filoamericano” Lee Myung-bak è arrivato a Pechino per una visita di quattro giorni. Nel suo itinerario la Cina veniva dopo gli Stati Uniti e il Giappone. Il volume degli scambi tra la Corea del Sud e la Cina è quattro volte quello tra Cina e Russia.

I due paesi stanno negoziando un accordo sul libero scambio. La Cina spera di collaborare con la Corea del Sud nel mettere a punto un meccanismo di sicurezza regionale per la regione Asia-Pacifico. Da parte sua, il lunedì successivo Mosca aveva già cominciato a rivolgere la propria attenzione a Occidente, verso Bruxelles, dove i ministri degli esteri dell'Unione Europea hanno finalmente annunciato l'inizio dei negoziati con la Russia su un nuovo partenariato strategico e un accordo di cooperazione.

Si prevede che i colloqui possano cominciare al summit UE-Russia che si terrà in Siberia, a Chanty-Mansijsk, il 26-27 giugno. Mosca sta ascoltando con molta attenzione i nuovi segnali di realismo che vengono da Bruxelles, con l'Europa Vecchia e quella Nuova che auspicano entrambe nuovi rapporti di collaborazione con la Russia. Come ha scritto Jonathan Steele del Guardian di Londra, “Il fatto è che l'interazione tra la Russia e l'Unione Europea è destinata a proseguire in tutti questi settori, comunque vengano etichettati”.

Attriti nella cooperazione
Mosca dovrebbe anche preoccuparsi che si siano manifestati degli attriti in due settori dei suoi rapporti con la Cina che sono fondamentali per sostenere il partenariato strategico. Innanzitutto, i rapporti energetici. L'applicazione dei contratti multimiliardari di fornitura energetica firmati nel 2006 è entrata in una fase difficile. La compagnia russa Rosneft sta minacciando di recidere il contratto se la Cina non acconsentirà a un aumento dei prezzi.

Questo potrebbe complicare anche la firma di un nuovo accordo per la fornitura alla Cina di 50 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2010-2015. A sua volta, questo mette in forse l'efficacia della tratta cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO), che la Russia sta costruendo. In un'intervista rilasciata ai giornalisti cinesi a Pechino prima di ripartire per Mosca, Medvedev ha detto che la Russia e la Cina hanno raggiunto un “accordo basilare” sull'ESPO e che i negoziati sul prezzo del petrolio sono “quasi completati”. Esprimendo disponibilità ad avviare nuove raffinerie in Cina, ha detto che la cooperazione con la Cina per il gas naturale è anch'essa “in fase di discussione”. Ma la visita non ha dato risultati concreti.

La radice del problema nella cooperazione energetica sta nella determinazione della Russia a espandere il proprio mercato europeo, perché è lì che stanno i soldi. Diversamente dagli europei, la Cina mira continuamente a ottenere prezzi scontati. E poi i giacimenti della Russia si trovano per lo più nella Siberia Occidentale, che è più vicina all'Europa che alla Cina. L'attuale sistema di trasporto dell'energia è anch'esso orientato pesantemente verso il mercato europeo. La priorità della Russia è comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) in Europa. Tutto sommato la Cina è ancora lontana dal diventare un mercato alternativo per le esportazioni energetiche russe, e questo a sua volta scoraggia la Russia a investire in progetti incentrati sulla Cina. Medvedev in Cina ha detto che la Shanghai Cooperation Organization (SCO) dovrebbe elaborare “nuove direzioni di cooperazione” nel campo dell'energia. La Cina e la Russia sono le due nazioni guida della SCO, che comprende anche il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan.

Il secondo punto debole della cooperazione Russia-Cina riguarda la cooperazione militare. Il fatto è che negli ultimi due anni la commissione bilaterale Russia-Cina sulla cooperazione militare non si è riunita neanche una volta. La visita in Cina del ministro della difesa russo Anatolij Serdjukov è stata ripetutamente rinviata. Al momento, le compagnie russe non registrano ordini dalla Cina. Insomma, la Cina ha smesso di comprare armi dalla Russia.

La Russia post-sovietica riforniva più del 90% delle importazioni di armi della Cina, e la Cina costituiva il 39% delle esportazioni russe. Nel 2007 la Cina era il maggiore importatore di armi russe. Oggi, invece, non ci sono ordini significativi. A quanto pare la Cina sta segnalando il proprio scontento. Il fatto è che per una serie di ragioni la Russia è riluttante a fornire alla Cina sistemi d'arma modernissimi come lanciafiamme a razzo, bombardieri a lungo raggio, sottomarini a propulsione nucleare, ecc. La Cina avrà anche notato che la Russia non ha simili remore a fornire sistemi d'arma sofisticati all'India.

Un commentatore russo [Nikita Petrov, N.d.T] ha scritto: “Questa cautela [russa] non è piacevole per la Cina, che ha suggerito alla Russia di pensare al futuro della cooperazione tecnica militare bilaterale. Gli accordi militari bilaterali si sarebbero azzerati rapidamente se l'Europa non avesse bandito la fornitura di armi e tecnologie militari avanzate alla Cina”.

Curiosamente la Russia non sembra essere eccessivamente turbata da questo calo delle consegne e degli ordini. Si può supporre che abbia già cominciato ad assicurarsi le ordinazioni di altri paesi per compensare la “perdita” del mercato cinese. Il capo del servizio federale russo per la cooperazione tecnica e militare, Michail Dmitriev, ha dichiarato lo scorso dicembre che la Russia si era assicurata ordini per il valore di 32 miliardi di dollari da diversi paesi, compresi nuovi mercati come l'Algeria, l'Indonesia e il Venezuela. Non ci sono chiare indicazioni che i colloqui di Medvedev a Pechino abbiano risolto le divergenze che ostacolano la cooperazione Russia-Cina.

La Russia corteggia la Cina
Finora l'esito più notevole della visita di Medvedev in Cina riguarda un accordo nucleare. La Russia si è assicurata contratti per più di 1,5 miliardi di dollari che comprendono la costruzione di due reattori VVER (Vodo-Vodjanoj energitičeskij reaktor)-1000 e di una centrifuga a gas in Cina, oltre alla fornitura da parte della Russia di servizi di arricchimento dell'uranio e alla realizzazione di un reattore nucleare veloce auto-fertilizzante ad alta capacità.

È significativo che la Russia abbia acconsentito a condividere con la Cina per la prima volta l'alta tecnologia delle centrifughe a gas prodotte in segreto nell'impianto di Kovrov nella regione di Vladimir. Il contratto prevede che la Russia fornisca alla Cina sei milioni di ULS (unità di lavoro separativo) di uranio a basso arricchimento, una quantità importante. (la capacità di arricchimento globale dell'uranio corrisponde attualmente a 36 milioni di ULS)

La visita di Medvedev in Cina sottolinea che la Russia la sta corteggiando. Mosca ha dimostrato il proprio appoggio alla Cina contro le pressioni occidentali sul Tibet. Mosca ha generosamente inviato i propri soccorsi alle vittime del terremoto in Cina. Sullo sfondo del crescente raffreddamento dei rapporti con l'Occidente, Mosca sente la necessità di rafforzare l'intesa strategica con Pechino. La dichiarazione congiunta diffusa dopo la visita di Medvedev afferma fortemente una posizione comune tra i due paesi sul sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti, le tattiche di pressione degli Stati Uniti sui diritti umani, il programma nucleare iraniano, la militarizzazione dello spazio, ecc. Durante un discorso tenuto all'Università di Pechino, Medvedev ha detto: “La cooperazione Russia-Cina sta ora diventando un fattore cruciale per la sicurezza internazionale, un fattore senza il quale sarebbe impossibile prendere decisioni fondamentali attraverso la cooperazione internazionale”.

Resta però il fatto che la convergenza normativa nel partenariato strategico russo-cinese mira a conseguire obiettivi specifici e interessi condivisi e non riguarda i valori. Adesso l'attenzione è tutta per il vertice annuale della SCO che si terrà in agosto a Dušanbe, Tagikistan.

Per ora tutto bene. Ma l'enorme squilibrio negli scambi bilaterali (con la Russia che fornisce sempre più materie prime e la Cina che esporta prodotti industriali), il crollo delle vendite nel settore militare russo e l'impasse nella cooperazione energetica sono sviluppi negativi che hanno indubbiamente introdotto un elemento di freddezza nei legami bilaterali. Come ha commentato sardonico il commentatore politico di RIA Novosti, “È difficile capire cosa fare adesso: investire di più nelle reciproche economie, continuare la cooperazione nel settore spaziale (abbiamo programmi per la Luna, Marte e Phobos), fare film insieme, tradurre più libri? E faremo tutte queste cose insieme, contemporaneamente?"

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JE29Ag01.html

Originale pubblicato il 28 maggio 2008

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Thursday, May 22, 2008

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

di M. K. Bhadrakumar

"[I leader arabi] hanno smesso di prendere istruzioni dall'Islam e hanno deciso che la loro opzione strategica è la pace con Israele, dunque sia dannata la loro decisione" - Osama bin Laden, messaggio audio, 18 maggio.

Lo scorso martedì, mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush partiva da Washington per un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente, l'agenzia d'informazione semi-ufficiale iraniana Fars riferiva che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva alluso al fatto che Teheran potrebbe prendere in considerazione un taglio delle esportazioni petrolifere. Naturalmente il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari ha chiarito subito che Teheran stava solo valutando le proprie esportazioni, e che anche in questo settore bisognava prendere delle decisioni in merito a un aumento o a una diminuzione.

Né Ahmadinejad né Nozari hanno detto che l'Iran stava rivedendo le esportazioni di petrolio in sé (che superano i 4,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979). Ma i prezzi petroliferi statunitensi sono impazziti comunque, e mentre Bush atterrava nella regione del Golfo Persico hanno registrato il prezzo-record di 126 dollari al barile.

Ci si aspettava che Bush facesse pressione sull'OPEC perché organizzasse presto un incontro per concordare un aumento della produzione petrolifera (la prossima riunione dell'OPEC si terrà in settembre per decidere in merito alla questione). Stephen Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, aveva dichiarato che Bush avrebbe detto al re saudita Abdullah che è nell'interesse dei paesi esportatori di petrolio “tener conto della salute economica dei clienti che pagano questi prezzi”. Quando si sono incontrati, venerdì, Bush ha scoperto che non c'era modo di persuadere il re saudita.

Nel frattempo Nozari era nuovamente sotto i riflettori. Ha dichiarato all'agenzia Fars: “Credo che non ci sia bisogno di una riunione [di emergenza] dell'OPEC. Perché dovrebbe esserci questa riunione quando i prezzi del petrolio salgono? I membri dell'OPEC stanno attualmente utilizzando tutta la loro capacità e stanno rifornendo il mercato... Con il petrolio a 126 dollari al barile non è saggio che coloro che hanno il petrolio non lo forniscano”. Nozari ha poi aggiunto di ritenere che “non è il petrolio che costa di più, è il dollaro che sta diventando meno caro”.

Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che un presidente statunitense in visita ricevesse un rifiuto così netto ed esplicito in Medio Oriente. I contatti della scorsa settimana hanno rivelato fino a che punto è giunto il declino del dominio statunitense in Medio Oriente durante l'attuale amministrazione Bush. Non c'è dubbio che il petrolio si trovi proprio al centro di questo declino. L'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio ha portato a un enorme trasferimento di risorse ai paesi esportatori di petrolio. L'Iran ne è tra i principali beneficiari.

Il grande accumulo di ricchezza permette all'Iran di esercitare la propria influenza sulla regione e di far sì che gli Stati Uniti non possano fare praticamente niente per contrastarne l'ascesa. In un rapporto diffuso venerdì Goldman Sachs prevedeva che il prezzo del petrolio balzerà a 140 dollari al barile entro luglio. "La previsione a breve termine per i prezzi del petrolio continua a essere all'insegna del rialzo", ha detto Goldman. Gli investitori si stanno precipitando sul mercato petrolifero come riparo dalla caduta del dollaro. Il Wall Street Journal ha riferito che al momento gli iraniani possiedono circa 25 milioni di barili – circa il doppio delle importazioni giornaliere degli Stati Uniti – di greggio pesante in petroliere al largo del Golfo Persico.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato le realtà del nuovo ordine regionale quando ha recentemente invitato le grandi potenze ad “avanzare proposte concrete che garantiscano la sicurezza dell'Iran e assicurino all'Iran un posto equo e onorevole in un dialogo teso a risolvere tutti i problemi del Vicino e Medio Oriente”.

Lavrov non è il solo a essere previdente. Anche gli esperti statunitensi si rendono conto della necessità di un nuovo atteggiamento verso il nucleare iraniano. Tutto questo, essenzialmente, riflette i limiti della potenza americana. Un importante esperto statunitense di questioni iraniane, Ray Takeyh, senior fellow all'influente Council on Foreign Relations, ha preso il toro per le corna quando ha recentemente suggerito che era ora che gli Stati Uniti “consentissero all'Iran di sviluppare una capacità di arricchimento di dimensioni considerevoli”, concentrandosi invece sui modi e i mezzi per far sì che entro i perimetri delle sue infrastrutture nucleari non si svolgessero “attività infauste”.

Come ha scritto Takeyh la scorsa settimana, proprio mentre Bush si trovava dalle parti dell'Iran, “L'Iran ha un apparato nucleare complesso e sta arricchendo uranio. Impossibile riportare indietro le lancette dell'orologio. Invece di resuscitare un pacchetto di incentivi respinto molto tempo fa dall'Iran o invocare punizioni militari che non preoccupano nessuno nella gerarchia del paese, gli Stati Uniti e i loro alleati europei farebbero meglio a negoziare un accordo che esaudisse almeno alcune delle loro richieste”.

È vero: la proliferazione nucleare e il petrolio sono una pericolosa accoppiata. Ma non sono che una faccia del fallimento della strategia dell'amministrazione Bush riguardo all'Iran. Il crollo è assoluto. Durante il suo viaggio, Bush ha cercato continuamente consensi per la sua strategia di contenimento nei confronti dell'Iran. I vicini arabi dell'Iraq si rifiutano di farsi coinvolgere nel caos di quel paese nonostante si lamentino che l'influenza iraniana in Iraq ha raggiunto un livello intollerabile. Non permetteranno che l'amministrazione Bush li recluti in vista di uno scontro con l'Iran. Mentre criticano in privato l'Iran con i loro interlocutori americani e sollecitano contromisure statunitensi, stanno in realtà valutando pro e contro, mettendo in conto il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe anche impegnarsi in un dialogo incondizionato con l'Iran.

I fatti del Libano hanno ulteriormente messo in luce il fatto che l'amministrazione Bush non ha un piano. Se si deve credere alla newsletter di Washington Counterpunch, un intervento israeliano già programmato (con il consenso degli Stati Uniti) in Libano durante i recenti scontri è stato rinviato all'ultimo minuto perché secondo informazioni di intelligence la rappresaglia di Hezbollah sarebbe stata molto pesante. Secondo i servizi statunitensi, Tel Aviv sarebbe stata bersagliata da “circa 600 razzi di Hezbollah nelle prime 24 ore della rappresaglia”.

Secondo Counterpunch l'amministrazione Bush si sarebbe tirata indietro dopo aver dato “inizialmente il via libera” ai piani d'attacco militare di Israele al fianco delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti. “La sconfitta delle milizie da parte di Hezbollah a Beirut Ovest e il timore di rappresaglie contro Tel Aviv hanno costretto a cancellare l'attacco israeliano”.

Non sorprende che tra i signori della guerra libanesi ci siano molta rabbia e amarezza per essere stati abbandonati dall'amministrazione Bush. Il primo ministro Fuad al-Siniora voleva dimettersi e i sauditi hanno dovuto convincerlo a non farlo. Il risultato è evidente a tutti. L'equilibrio politico si è spostato a favore di Hezbollah e le milizie filo-occidentali sono state umiliate. Ma soprattutto si è formata un'improbabile alleanza tra Hezbollah e l'esercito libanese (che l'amministrazione Bush ha finanziato con ben 400 milioni di dollari negli ultimi due anni).

Le conseguenze nella regione sono altrettanto importanti. L'Arabia Saudita e l'Egitto sostengono gli sforzi di mediazione della Lega Araba, prendendo le distanze dalla denuncia statunitense di Iran e Siria. I due pesi massimi arabi sarebbero a disagio per la lunga ombra dell'influenza iraniana sul Libano, ma sanno anche che l'Iran è una potenza regionale con cui venire a patti.

Per citare il noto autore britannico ed esperto di Medio Oriente Patrick Seale, “Gli stati arabi del Golfo hanno vivaci scambi commerciali con l'Iran e accolgono una vasta popolazione iraniana. Non vogliono isolare l'Iran o minare la sua economia come sarebbe nei desideri di Israele e Stati Uniti. Appare chiaro che una maggiore comprensione e fiducia tra Arabia Saudita ed Egitto da una parte e Iran e Siria dall'altra – senza il peso delle interferenze di Stati Uniti e Israele – farebbero molto per facilitare il percorso del Libano verso la pace e la sicurezza”.

Riassumendo, l'amministrazione Bush non ha un Piano B neanche per il Libano. La mediazione della Lega Araba ha ignorato freddamente il desiderio di Washington di portare la questione del Libano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di mettere alla gogna la Siria e l'Iran. Alle autorità statunitensi non è restato che continuare a manifestare scetticismo sulla prospettiva dei colloqui intralibanesi che si terranno a Doha sotto gli auspici della Lega Araba.

Comunque il fallimento degli Stati Uniti nel contrastare l'influenza siriana e iraniana in Libano impallidisce se confrontato con quello del “processo di pace” arabo-israeliano. Quest'ultimo incombeva come un uccello del malaugurio sul tour in Medio Oriente di Bush. La credibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sofferto gravi colpi; Fatah è stata eliminata da Gaza; Hamas sta guadagnando terreno in Cisgiordania dopo il consolidamento a Gaza. E così nessuno ha raccolto le parole di Bush quando venerdì ha detto davanti a un uditorio arabo a Sharm el-Sheikh, in Egitto: “Tutte le nazioni della regione devono unirsi compatte nell'affrontare Hamas, che tenta di minare gli sforzi per la pace con continui atti di terrorismo e di violenza”.

Gli arabi sapevano che comunque la retorica anti-Hamas di Bush ha qualcosa di falso. Solo due giorni prima Hamas aveva annunciato che lunedì avrebbe mandato in Egitto una delegazione per una nuova serie di colloqui con i mediatori. Domenica il quotidiano israeliano Ha'aretz ha riferito che vari ex ufficiali della sicurezza e dell'esercito israeliani – compreso l'ex-capo del Mossad Ephraim Halevi, l'ex-capo dell'esercito Amnon Lipkin-Shahak e l'ex-comandante delle truppe israeliane a Gaza, Shmuel Zakai – un mese fa hanno scritto il governo per sollecitare colloqui indiretti con Hamas e per esprimere opposizione a un attacco militare su vasta scala contro Gaza.

Hanno scritto: “Riconoscendo che la fine del regime di Hamas a Gaza non è un obiettivo realistico e che la restaurazione di Fatah nella Striscia di Gaza per mezzo delle baionette israeliane non è auspicabile... dovrebbero svolgersi negoziati non pubblici con Hamas attraverso l'Egitto o un altro mediatore accettabile per entrambe le parti”.

Durante il viaggio in Medio Oriente di Bush ciò che a tratti emerge è questo senso tangibile che gli Stati Uniti siano stati completamente emarginati dal nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. La retorica di Bush non è riuscita a nascondere il fatto che neanche aggiungendo 300 milioni di americani a 7 milioni di israeliani è riuscito a confutare l'erosione della supremazia di Israele nella regione.

In un recente brillante articolo, l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato che il centro di gravità del potere e della politica regionale in seguito alla guerra in Iraq si è spostato verso il Golfo Persico. Per citare Fischer, “Ora è davvero praticamente impossibile mettere in pratica una qualsiasi soluzione al conflitto tra Israele e Palestina senza l'Iran e i suoi alleati locali, Hezbollah nel Libano e Hamas in Palestina”.

Il fatto è che il fallimento storico della guerra in Iraq dev'essere ancora compreso appieno. Su un piano regionale, mentre la guerra in Iraq si trascina interminabile, la situazione è gravida delle immense conseguenze dello stravolgimento dell'intero sistema di stati creato dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918. La guerra in Iraq ha innescato il potenziamento degli sciiti e ha liberato forze storiche che erano incatenate da secoli. Il suo significato geopolitico va ancora assimilato, mentre tutta la regione è spazzata dai venti del cambiamento.

Fischer ha sottolineato che la guerra in Iraq ha messo fine per sempre al nazionalismo secolare arabo, che era – storicamente parlando – di ispirazione europea. Al suo posto è comparso l'Islam politico, che coltiva il nazionalismo “anti-occidentale” e fa leva su problemi sociali, economici e culturali per affrontare con impeto rivoluzionario regimi autoritari, corrotti, ingiusti e privi di legittimità popolare. Gli islamici stanno pilotando questa tendenza alla “modernizzazione”, mentre il futuro dell'Islam politico è lungi dall'essere chiaro.

Anche la Cina ha fatto la sua comparsa sullo scacchiere mediorientale, e questo renderà il declino del dominio statunitense nella regione sempre difficilmente arrestabile. Curiosamente, alla vigilia dell'arrivo di Bush in Medio Oriente, un importante studioso cinese, Weiming Zhao, professore all'Istituto di studi sul Medio Oriente dell'Università internazionale di Shanghai scriveva: “La Cina ha un significativo interesse per il Medio Oriente, e qualsiasi cambiamento della situazione in quella regione influirà sulla sicurezza energetica della Cina... Per molto tempo dunque l'atteggiamento fondamentale della diplomazia cinese sarà caratterizzato da una maggiore attenzione per lo sviluppo della situazione in Medio Oriente, da una maggiore preoccupazione per gli affari mediorientali e dalla volontà di instaurare relazioni più strette con i paesi mediorientali”.

Il viaggio di Bush ha rivelato che gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente con la quale affrontare queste molteplici forze. Sembra che l'amministrazione Bush si limitasse a fingere di averne una. Una sfida formidabile attende il prossimo presidente degli Stati Uniti.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JE21Ak02.html


Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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Tuesday, May 20, 2008

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

G. Parthasarathy

L'India non ha motivo di esitare a perseguire il progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India solo perché preoccupata per le possibili sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, gli si può dire che per le nostre necessità energetiche non abbiamo altra scelta che cercare l'accesso al gas naturale, dice G. Parthasarathy.

La discussione sul gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI), più che far luce sulla questione, ha scaldato gli animi. Si è creato un grande divario tra retorica e realtà e il pubblico dibattito è stato scarso e poco informato. È indiscutibile che l'economia indiana, in fase di esplosione ma fortemente affamata di energia, ha bisogno di attingere a ogni possibile fonte di energia economicamente accessibile, la cui sicurezza e continuità sia garantita in modo appropriato. Si stima che nel 2020 la domanda di gas naturale dell'India sarà triplicata e raggiungerà i 270 milioni di metri cubi al giorno, con 200 milioni di metri cubi provenienti dalle fonti esistenti attualmente (domestiche e straniere). L'India adesso ha solo un contratto significativo con il Qatar per l'importazione di LNG, gas naturale liquefatto, che attualmente prevede cinque milioni di tonnellate all'anno, con altri due milioni all'anno disponibili dal 2009. La carenza di gas naturale ha fatto sì che negli ultimi anni centrali elettriche e impianti di fertilizzazione siano rimasti sottoutilizzati.

L'accordo con l'Iran
Nel giugno del 2005 l'India ha firmato un contratto da 22 miliardi di dollari con l'Iran per la fornitura di cinque milioni di tonnellate di LNG all'anno; l'Iran si impegnava a prendere in considerazione la fornitura di ulteriori 2,5 milioni di tonnellate annuali. L'Iran ha ripudiato uniltateralmente questo accordo e ha chiesto prezzi più alti, mettendo in discussione la propria credibilità di fornitore di energia affidabile.

Adesso si parla di rinegoziare questo accordo. Ma l'India non si lasci ingannare: nonostante la retorica sentimentale sui “legami di civiltà” con l'Iran, gli iraniani sono dei negoziatori duri, scarsamente portati per il sentimentalismo, malgrado le nostre autorità dicano che l'India ospita un'estesa popolazione sciita.

Nello scenario globale attuale, tre paesi – Russia, Iran e Qatar – concentrano il 58% delle riserve di gas mondiali. Il Giappone importa l'LNG principalmente dall'Australia e dai paesi vicini. Con il gas naturale che corrisponde al 20% dei loro bisogni energetici, la crescente domanda degli Stati Uniti viene soddisfatta principalmente dal Canada e in misura inferiore dai paesi del Medio Oriente. Nell'Unione Europea, solo la Norvegia ha un surplus di gas naturale esportabile, un surplus che è comunque relativamente limitato. Gli analisti strategici russi vorrebbero usare le loro risorse energetiche per rendere l'Europa ampiamente dipendente dalla Russia, per contrastare la penetrazione della NATO nello spazio strategico russo di ex-repubbliche sovietiche come l'Ucraina e la Georgia. La Russia, dunque, è favorevole al fatto che l'Iran cerchi i propri mercati a est, in paesi come Cina e India. La cinese Sinopec, compagnia di proprietà dello stato, nel 2004 ha firmato un accordo da 60 milioni di dollari per acquistare dall'Iran 250 milioni di tonnellate di LNG in 30 anni e per sviluppare il gigantesco giacimento di Yadavaran gas. L'Iran si è anche impegnato a esportare 150.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina per 25 anni. Dato l'interesse strategico russo per il dominio dei mercati energetici dell'Unione Europea, la Russia vede sostanzialmente di buon occhio il fatto che il gas iraniano venga venduto a economie asiatiche invece che ai mercati europei.

Le pressioni degli Stati Uniti
L'India ha ragione di preoccuparsi per le pressioni degli Stati Uniti in merito al gasdotto IPI? Nell'agosto del 1996 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato all'unanimità l'ILSA, l'”“Iran, Libya Sanctions Act” (ILSA), che sanciva l'imposizione di sanzioni su compagnie, indipendentemente dalla loro nazionalità, che investissero più di 20 milioni di dollari all'anno nel settore del gas e del petrolio iraniano. Nonostante questa legislazione, l'Iran ha attirato più di 30 miliardi di dollari in investimenti stranieri nel suo settore energetico da quando sono state imposte queste sanzioni. L'Unione Europea si è opposta alle sanzioni dell'ILSA e il 22 novembre 1996 ha passato una Risoluzione che istruisce le sue compagnie a non conformarsi alle sanzioni.

Varie compagnie europee, compresa la francese TOTAL e l'italiana ENI, hanno ignorato le sanzioni. Lo stesso hanno fatto la malese Petronas e il colosso russo GAZPROM.

In queste circostanze l'India non ha motivo di esitare a procedere con il gasdotto IPI sulla base della preoccupazione per eventuali sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, le si potrà spiegare educatamente che, dato il nostro bisogno di fonti di energia ecocompatibili, non possiamo far altro che cercare attingere al gas naturale per soddisfare le nostre necessità energetiche.

Convenienza economica
Secondo stime russe, il gasdotto IPI, lungo 2700 km, avrà una capacità di 54 miliardi di metri cubi di gas all'anno, con 32 miliardi di metri cubi forniti all'India e 22 miliardi di metri cubi forniti al Pakistan. Si valuta che costo del progetto sia di 7,6 miliardi di dollari. La Cina non ha ancora espresso interesse a espandere il gasdotto alla sua provincia dello Xingjian. Nonostante il parere pakistano, la convenienza economica di far passare il gasdotto per l'Himalaya è discutibile. Il presidente Ahmedinejad trasuda ottimismo sulla possibilità che la conclusione delle trattative per il gasdotto IPI siano questione di mesi. Il ministro degli esteri indiano, Shivshankar Menon, ha tuttavia osservato che bisogna ancora lavorare molto per far sì che il progetto sia commercialmente fattibile e finanziariamente accettabile e che le preoccupazioni energetiche indiane ricevano una valida risposta.

Nel 1996, l'allora presidente del Pakistan Farooq Leghari ha detto all'Alto Commissario indiano Satish Chandra che era del tutto concepibile che il Pakistan interrompesse le forniture in momenti di tensione, aggiungendo con disinvoltura che i conflitti tra India e Pakistan raramente duravano più di qualche settimana e che dunque l'India non doveva preoccuparsi per i blocchi temporanei delle forniture di gas!

C'è poi da dire che il gasdotto attraverserà il Belucistan iraniano e pakistano.

Negli ultimi tre anni i gasdotti pakistani sono stati sistematicamente oggetto di attentati da parte dei separatisti beluci. Nel Belucistan iraniano una misteriosa organizzazione sunnita (che si ritiene goda dell'appoggio degli Stati Uniti) chiamata Jundullah ha compiuto attacchi contro obiettivi del governo iraniano. Il nuovo governo pakistano sembra più realistico del generale Musharraf nel trattare con le aspirazioni dei beluci.

Ma è prudente per Nuova Dheli diventare ampiamente dipendente da un gasdotto che attraversi il Belucistan finché non avrà la certezza che i problemi in quella provincia siano risolti e le aspirazioni dei beluci soddisfatte? Finanziariamente, dati i costi in vertiginosa crescita del petrolio e visto che i prezzi del gas sono collegati a quelli del petrolio, quand'è che gli impianti energetici basati sul gas smetteranno di convenire all'India? E infine, un accordo dovrà prevedere delle penali per la mancata fornitura e delle riserve di gas che provvedano in caso di interruzione della fornitura.

La preoccupazione per la sicurezza
Nei colloqui con Iran e Pakistan questi sono tutti temi che vanno affrontati. Allo stesso tempo, gli interessi dell'India impongono che negli investimenti e nella costruzione del gasdotto sia coinvolta una grande potenza come la Russia, che garantisca la continuità delle forniture. GAZPROM sarebbe un partner ideale in questo senso. Probabilmente GAZPROM potrebbe essere convinta a entrare in un progetto di gasdotto sottomarino dall'Iran che aggirasse il Pakistan, rispondendo così alle preoccupazioni per la sicurezza energetica.

Inoltre Nuova Delhi dovrebbe essere cauta nel procedere con il progetto del gasdotto dal Turkmenistan, attraverso l'Afghanistan e il Pakistan, per la fornitura di gas all'India. La situazione nell'Afghanistan meridionale, dove i talebani controllano ampi tratti della campagna, è troppo turbolenta per garantire la sicurezza delle rotte energetiche.

Infine, data la grande influenza di Mosca in Asia Centrale, è come minimo prudente consultare i russi su questo progetto. Il governo di Manmohan Singh non è stato abbastanza trasparente nello spiegare tali questioni all'opinione pubblica indiana. In assenza di un dibattito informato, i demagoghi che danno voce alla vuota retorica della Guerra Fredda sono destinati inevitabilmente a dominare la discussione pubblica.

L'autore è stato Alto Commissario per il Pakistan.

Originale da: The Hindu Business Line

Articolo originale pubblicato il 15 maggio 2008

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Sunday, May 18, 2008

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

M.K. Bhadrakumar

Le Cassandre indiane avevano ammonito il paese che il mondo ci avrebbe considerati volubili e poco seri se avessimo dialogato con l'Iran. Dicevano che l'immagine dell'India era destinata a crollare se avessimo discusso con l'Iran in modo costruttivo e in uno spirito di cooperazione. Questo succedeva poco più di una settimana fa e sembra già distante anni luce. Sarà interessante osservare quello che accadrà nelle prossime settimane. È altamente probabile che la comunità internazionale capirà la correzione di rotta della nostra politica nei confronti dell'Iran.

La visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad a Delhi, per quanto breve, è stata determinante. Innanzitutto l'India e l'Iran si gettano alle spalle l'indifferenza che ha caratterizzato le loro relazioni bilaterali negli anni 2005-2007. La visita di Ahmadinejad segnala il desiderio dell'Iran di incentivare i propri legami con l'India e sottolinea la nostra decisione di porre fine a un infelice interregno caratterizzato da una visione neoconservatrice dell'Iran filtrata attraverso il prisma della nostra “alleanza di valori” con gli Stati Uniti.

Naturalmente sarebbe stato preferibile che il presidente si fermasse più a lungo in India e che le leadership dei due paesi tenessero una conferenza stampa congiunta. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per questo. Ciò che importa per ora è che Nuova Delhi si è riavvicinata in punta di piedi alla comunità internazionale, secondo la quale si dovrebbe permettere all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di terminare il suo lavoro sulla questione nucleare iraniana. Gli Stati Uniti sono così ostacolati nella loro volontà di imporre sanzioni punitive all'Iran.

Anzi, perfino negli Stati Uniti si sta facendo strada un ripensamento. A una tavola rotonda svoltasil il 27 marzo scorso, cinque ex-segretari di stato – Henry Kissinger, James Baker, Warren Christopher, Madeline Albright e Colin Powell – hanno raggiunto il consenso sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero aprire una linea di dialogo con l'Iran. Albright ha enfatizzato l'importanza di trovare un “terreno comune”; Christopher ha sollecitato i diplomatici americani a esplorare i possibili contatti; Baker ha suggerito che il dialogo potrebbe incentrarsi su un dilemma comune – “un Iraq disfunzionale non sarebbe nell'interesse dell'Iran, hanno tutti i motivi per aiutarci come hanno fatto in Afghanistan”; Kissinger ha invocato una linea di comunicazione aperta e “incondizionata”; Powell ha paragonato il potenziale dialogo con le difficili visite da lui compiute in Iran – “Non sono sempre visite piacevoli, ma va fatto”. Un altro ex-segretario di stato, Zbigniew Brzezinski, sostiene da molto tempo la necessità di dialogare in modo costruttivo con l'Iran.

Gli opinionisti indiani, dunque, non devono temere gli Stati Uniti se l'India decide di instaurare rapporti di amicizia con l'Iran. Di fatto, lo stratagemma statunitense volto a isolare l'Iran si è dimostrato inefficace. I regimi arabi “filoamericani” hanno cercato un accordo con l'Iran. La Turchia collabora con l'Iran sulle questioni della sicurezza regionale. L'Iran ha sventato i tentativi americani di provocare un cambio di regime a Teheran. Nel frattempo la posizione difficile degli Stati Uniti in Iraq ha aumentato l'influenza dell'Iran nella regione. Nuova Delhi ha dunque valutato bene la correlazione tra le forze nella regione.

Un secondo aspetto emerso durante la visita di Ahmadinejad è il riconoscimento da parte dell'India della “fattibilità” del progetto del gasdotto iraniano. Ed era ora. C'è poi ragione di credere che l'accordo LNG [per l'importazione di gas naturale liquefatto, N.d.T.] con l'Iran sia ancora realizzabile. L'accorgo LNG ha un ruolo cruciale nel dare slancio alla cooperazione indo-iraniana. Teheran dovrebbe rendersi conto che non si tratta solo di cooperazione energetica. Senza dubbio l'accordo incentiverà l'espansione della cooperazione economica bilaterale. Dunque è possibile dire, in una prospettiva storica, che tenendo conto di tutti i fattori – l'innalzamento del prezzo del greggio; il crescente surplus di capitali dell'Iran per gli investimenti; il suo programma di privatizzazioni; il consolidamento e la stabilità del regime iraniano; le preoccupazioni dell'India in materia di sicurezza energetica; e la comparsa di compagnie indiane come entità multinazionali – la cooperazione indo-iraniana si trova a un punto di svolta.

L'Iran è una figura fondamentale sullo scacchiere della sicurezza energetica. Il paradosso è che la diminuzione della dipendenza dell'Europa dall'energia russa è uno dei pilastri della politica transatlantica di Washington. Ma questo non è possibile a meno che l'Europa non acceda all'energia iraniana. Qui il tempo è un fattore essenziale, giacché l'Iran nei prossimi mesi si troverà a prendere decisioni molto importanti. Proprio il progetto Nabucco appoggiato dagli Stati Uniti – che prevede di trasportare il gas europeo attraverso la Turchia – potrebbe garantire all'Iran l'integrazione con l'Occidente. Al contempo, Ahmadinejad è interessato al progetto di una rete energetica che coinvolga Russia, Cina, India e Pakistan.

Nel frattempo, i paesi centro-asiatici produttori di gas – Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan – si sono accordati per passare ai prezzi europei nei loro contratti con la russa Gazprom. E ancora: di recente l'Iran ha chiesto formalmente di aderire alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO). Inoltre ha preso l'iniziativa di creare un cartello di paesi produttori di gas sul modello dell'OPEC. Questo cartello potrebbe essere costituito al settimo incontro ministeriale del Forum dei paesi produttori di gas che si terrà a Mosca questo mese. Lo scenario peggiore per gli Stati Uniti sarebbe che l'Iran e la Russia si accordassero per coordinare le proprie politiche energetiche e magari dividersi il mercato del gas. Qui è in ballo niente meno che il ruolo di leader transatlantico degli Stati Uniti. Di certo l'Iran gioca una posta molto alta nella strategia globale statunitense. Questo spiega perché Washington insista sul fatto che l'Iran può avere interessi in gioco nel sistema internazionale solo se ciò avviene nell'ambito della strategia statunitense.

Un terzo aspetto è che la visita di Ahmadinejad dovrebbe ispirarci un po' di lungimiranza. Abbiamo sempre riconosciuto che l'Iran è una potenza regionale. Il numero di abitanti dell'Iran e il suo tasso di crescita demografica, l'attuale stadio di sviluppo economico e le profonde capacità intellettuali sono tutti fattori che aumentano il suo prestigio in quanto potenza regionale. Inoltre la posizione geografica dell'Iran lo rende un protagonista di peso nelle regioni circostanti: il Golfo Persico e l'Asia Occidentale, il Caucaso, il Caspio, l'Asia Centrale e Meridionale. Ecco perché gli scambi indo-iraniani hanno sempre assunto un carattere molto ampio. Quella tradizione va ripristinata.

Valutando i colloqui con Ahmadinejad, il ministro degli esteri Shiv Shankar Menon ha detto con la tipica moderazione che il progetto del gasdotto tra Iran, Pakistan e India ha le potenzialità per essere uno strumento di costruzione della fiducia tra i tre paesi. È una valutazione puntuale, senza orgoglio né pregiudizio, della geopolitica della regione. Ma come dovrebbe fare in simili circostanze ogni seria potenza regionale, l'India deve anche saper guardare avanti e individuare il modo per imprimere un effetto moltiplicatore alla spinta fornita dal progetto IPI. La proposta di Pechino a Tokyo di creare un gasdotto sottomarino estendendo il cosiddetto “Corridoio energetico Est-Ovest” (tra lo Xinjiang e Shanghai), attualmente in fase di costruzione, dall'Asia Caspica e Centrale alla Cina, è un esempio affascinante di come sia possibile pianificare con lungimiranza il futuro. L'idea è che due paesi potenzialmente rivali cooperino nel settore della sicurezza energetica in un'iniziativa di stabilità regionale. Forse i nostri vicini – lo Sri Lanka, il Nepal, il Bhutan e la China – possono essere coinvolti nel gasdotto Iran-Pakistan-India. In ogni caso, l'India deve sfruttare il suo ruolo di paese di transito per l'energia. È un'opportunità troppo buona per lasciarsela scappare.

Insomma, è tempo che New Delhi comprenda che la SCO ha guadagnato una notevole forza di attrazione. L'Ucraina, la Bielorussia, il Nepal, lo Sri Lanka, l'Australia e la Nuova Zelanda, tra gli altri, fanno la fila per instaurare legami con la SCO. La Turchia mira a farne parte. L'Iran e il Pakistan, che hanno già lo status di “osservatori”, sono interessati a diventarne membri a tutti gli effetti. Anche noi dobbiamo considerare seriamente la questione dell'adesione. La nostra politica per l'Asia Centrale non dovrebbe continuare a essere un'appendice della strategia per la “Grande Asia Centrale” degli Stati Uniti, altro lascito neoconservatore.

L'IPI può creare un nuovo contesto di cooperazione regionale tra India e Pakistan. Dovremmo elaborare progetti all'interno della SCO per sviluppare rotte di trasporto tra l'Asia Centrale e l'Asia Meridionale. La SCO è desiderosa di infondere nuove energie al suo “Gruppo di Contatto” con l'Afghanistan. È probabile che la Cina e gli stati centro-asiatici siano molto interessati a questi progetti della SCO. L'Afghanistan potrebbe diventare il fulcro dei collegamenti della SCO. Una ricaduta politica potrebbe essere un'iniziativa regionale sotto gli aspici della SCO per stabilizzare la situazione afghana. È spaventoso che gli stati della regione abbiano lasciato che gli Stati Uniti trasformassero l'Afghanistan in un laboratorio per testare l'efficienza della NATO.

Queste modalità di cooperazione tra India e Iran rafforzerebbero la stabilità e la sicurezza regionale, oltre ad archiviare episodi negativi del nostro passato. Naturalmente questo comporta che si abbandonino le ossessioni “euro-atlantiste” e ci si concentri invece sulla regione nella quale viviamo. Le nostre Cassandre devono abituarsi all'idea che il dialogo India-Iran ha grandi potenzialità. Il problema è che, come rospi in un pozzo, vedono solo un piccolo lembo di cielo: lo vedono pieno di stelle e strisce, e pensano che tutto il cielo sia così.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: The Hindu

Articolo originale pubblicato il 10 maggio 2008.

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Wednesday, April 23, 2008

L'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

Cina e America: l'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

di Michel Chossudovsky

La questione dei diritti umani è diventata il cavallo di battaglia della disinformazione mediatica.

La Cina non è un paese modello per quanto riguarda i diritti umani ma non lo sono neanche gli Stati Uniti e il loro indefettibile alleato britannico, responsabili di molti crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in Iraq e in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati, che promuovono la tortura, gli omicidi politici e la creazione di campi di detenzione segreti, continuano a essere presentati all'opinione pubblica come un modello di democrazia occidentale da emulare, contrariamente alla Russia, all'Iran, alla Corea del Nord e alla Repubblica Popolare Cinese.

Due pesi e due misure
Mentre si mettono in evidenza le presunte violazioni dei diritti umani della Cina in Tibet, non si fa parola della recente ondata di uccisioni in Iraq e in Palestina. I media occidentali hanno a malapena ricordato il quinto “anniversario” della “liberazione” dell'Iraq e il bilancio delle uccisioni e delle atrocità perpetrate dagli Stati Uniti contro un'intera popolazione nel nome di una “guerra globale al terrorismo”.

Ci sono stati più di 1,2 milioni di morti tra i civili iracheni, e 3 milioni di feriti. Secondo le cifre dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) 2,2 milioni di profughi iracheni sono fuggiti dal loro paese e 2,4 milioni sono sfollati al suo interno:

“La popolazione dell'Iraq al momento dell'invasione statunitense nel marzo del 2003 era all'incirca di 27 milioni, e oggi è circa di 23 milioni. Un semplice calcolo aritmetico indica che attualmente più di metà della popolazione irachena è sfollata, bisognosa di assistenza, ferita o morta”. (Dahr Jamail, Global Research, December 2007)

Lo scacchiere geopolitico
Dietro la campagna contro il governo cinese ci sono profondi e radicati obiettivi geopolitici.

I piani di guerra di Stati Uniti, NATO e Israele contro l'Iran sono a uno stadio avanzato. La Cina ha legami economici ed estesi accordi di cooperazione militare bilaterale con l'Iran. Inoltre la Cina è anche un alleato della Russia, del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell'Uzbekistan nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Dal 2005 l'Iran fa parte della SCO con il rango di “osservatore”.

A sua volta la SCO ha legami con la Collective Security Treaty Organization (CSTO), un'intesa di cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan.

Nell'ottobre dello scorso anno la CSTO e la SCO hanno firmato un Memorandum di Intesa che ha gettato le basi di una cooperazione militare tra le due organizzazioni. Questo accordo tra SCO e CSTO, a malapena citato dai mezzi di informazione occidentali, comporta la creazione di un'alleanza militare a tutti gli effetti tra la Cina, la Russia e gli altri stati membri di SCO/CSTO. Vale la pena di notare che la SCTO e la SCO nel 2006 hanno effettuato esercitazioni militari congiunte in coincidenza con quelle condotte dall'Iran. (Per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, Russia and Central Asian Allies Conduct War Games in Response to US Threats, Global Research, August 2006)
Nell'ambito dei piani di guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti mirano anche a indebolire gli alleati dell'Iran, in particolare la Russia e la China. Nel caso della Cina, Washington sta cercando di mettere in crisi i legami bilaterali con Teheran e l'avvicinamento di quest'ultima alla SCO, che ha il proprio quartier generale a Pechino.

La Cina è un alleato dell'Iran. L'intento di Washington è quello di usare le presunte violazioni dei diritti umani di Pechino come un pretesto per colpire la Cina, alleata con l'Iran.

Sotto questo aspetto, un'operazione militare diretta contro l'Iran può avere successo solo se viene colpita la struttura delle alleanze militari che legano l'Iran alla Cina e alla Russia. Il Cancelliere tedesco Otto von Bismarck lo capì benissimo con riferimento alla struttura delle alleanze militari rivali prima della prima guerra mondiale. La Triplice Alleanza era un accordo firmato nel 1882 tra la Germania, l'Impero Austro-Ungarico e l'Italia. Nel 1907 un accordo anglo-russo aprì la strada alla formazione della Triplice Intesa costituita da Francia, Regno Unito e Russia.

La Triplice Alleanza si concluse nel 1914 quando l'Italia si ritirò e si dichiarò neutrale, portando così allo scoppio della prima guerra mondiale.

La storia fa capire l'importanza delle alleanze militari contrapposte. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno cercando di minare la formazione di un'alleanza eurasiatica SCO-CSTO che sarebbe ben capace di sfidare e contenere l'espansionismo militare degli Stati Uniti e della NATO in Eurasia mettendo insieme il potenziale militare non solo di Russia e Cina, ma anche di varie ex-repubbliche sovietiche, tra cui la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakistan, il Tagikistan, l'Uzbekistan e il Kirghizistan.

Accerchiare la Cina
Con l'eccezione della sua frontiera settentrionale che confina con la Federazione Russia, la Mongolia e il Kazakistan, la Cina è circondata da basi militari statunitensi.

Il corridoio eurasiatico
Fin dall'invasione e occupazione dell'Afghanistan nel 2001, gli Stati Uniti mantengono una presenza militare sul confine occidentale della Cina, in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti mirano a costituire basi militari permanenti in Afghanistan, che occupa una posizione strategica confinando con le ex-repubbliche sovietiche, la Cina e l'Iran.

Inoltre a partire dal 1996 gli Stati Uniti e la NATO hanno anche stretto accordi militari con diverse ex-repubbliche sovietiche con il progetto GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan Azerbaigian e Moldavia). Dopo l'11 settembre Washington ha usato il pretesto della “guerra globale contro il terrorismo” per sviluppare ulteriormente la presenza militare degli Stati Uniti nei paesi del GUUAM. L'Uzbekistan si è ritirato dal GUUAM nel 2002. (Adesso l'organizzazione si chiama GUAM).

La Cina ha interessi petroliferi in Eurasia come pure nell'Africa sub-sahariana, e questi interessi sono in conflitto con gli interessi petroliferi anglo-americani.

La posta in gioco è il controllo geopolitico del corridoio eurasiatico.

Nel marzo del 1999 il Congresso degli Stati Uniti adottò il Silk Road Strategy Act (Documento Strategico per la Via della Seta) che definiva i vasti interessi economici e strategici dell'America in una regione che andava dal Mediterraneo Orientale all'Asia Centrale. La Silk Road Strategy (SRS) delinea un quadro di sviluppo dell'impero finanziario americano lungo un esteso corridoio geografico.

Il successo della SRS richiede la contestuale “militarizzazione” del corridoio eurasiatico come strumento per assicurarsi il controllo sulle grandi riserve di gas e greggio e per “proteggere” le rotte dell'energia e i corridoi commerciali. Questa militarizzazione è soprattutto condotta contro la Cina, la Russia e l'Iran.

La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia che, dopo l'11 settembre, consiste nella proiezione “su diversi fronti”.

Inoltre dopo la fine della Guerra Fredda la Cina resta il potenziale obiettivo di un attacco nucleare preventivo degli Stati Uniti.

Nella Nuclear Posture Review (NPR) del 2002, la Cina e la Russia sono identificate, insieme a una lista di “stati canaglia”, come i potenziali obiettivi di un attacco nucleare preventivo messo in atto dagli Stati Uniti. La Cina viene definita dalla NPR come “un paese che potrebbe essere coinvolto in una contingenza immediata o potenziale”. In particolare, la Nuclear Posture Review cita uno scontro militare sullo status di Taiwan come uno degli scenari che potrebbero indurre Washington a impiegare armi nucleari contro la Cina.

La Cina è stata accerchiata: l'esercito degli Stati Uniti è presente nel Mare Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan, nella Penisola Coreana e nel Mar del Giappone, come pure all'interno dell'Asia Centrale e sul confine occidentale della regione autonoma cinese dello Xinjiang-Uigur. Inoltre, sempre per quanto riguarda l'accerchiamento della Cina, “il Giappone ha gradualmente uniformato e armonizzato le sue politiche militari con quelle degli Stati Uniti e della NATO”. (Si veda Mahdi Darius Nazemroaya, Global Military Alliance: Encircling Russia and China, Global Research, 10 May 2007)

Indebolire la Cina dall'interno: supporto clandestino ai movimenti secessionisti
Coerentemente con la sua politica volta a indebolire e minare la Repubblica Popolare Cinese, Washington appoggia i movimenti secessionisti del Tibet e della regione autonoma dello Xinjiang-Uigur, che confina con il Pakistan nord-orientale e l'Afghanistan.

Nello Xinjiang-Uigur i servizi segreti pachistani (ISI), collegati con la CIA, appoggiano diverse organizzazioni islamiche. Queste ultime comprendono il Partito Riformista Islamico, l'Alleanza per l'Unità Nazionale del Turkestan orientale, l'Organizzaione uigura per la Liberazione e il Partito uiguro del Jihad Centro-Asiatico. Varie di queste organizzazioni islamiche hanno ricevuto supporto e addestramento da Al Qaeda, che è una struttura di intelligence sponsorizzata dagli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di queste organizzazioni islamiche con base in Cina è la “costituzione di un califfato islamico nella regione” (per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, America's War on Terrorism, Global Research, Montreal, 2005, Chapter 2).

“Il califfato integrerebbe l'Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan (Turkestan Occidentale) e la regione autonoma uigura (Turkestan Orientale) in un'unica entità politica.
Il 'progetto del califfato' va contro la sovranità territoriale cinese. Supportato da varie 'fondazioni' wahabite dei paesi del Golfo, il separatismo sul confine occidentale della Cina è ancora una volta coerente con gli interessi strategici degli Stati Uniti nell'Asia Centrale.
Intanto un potente gruppo di pressione negli Stati Uniti fa arrivare il proprio supporto alle forze separatiste del Tibet.
Promuovendo tacitamente la secessione della regione dello Xinjiang-Uigur (con i servizi segreti pakistani come intermediari), Washington sta tentando di innescare un processo più ampio di destabilizzazione politica della Repubblica Popolare Cinese. Oltre a queste operazioni clandestine, gli Stati Uniti hanno creato basi militari in Afghanistan e in alcune ex-repubbliche sovietiche, proprio sul confine occidentale della Cina.
La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia”. (Ibid)

I disordini di Lhasa
I violenti disordini di metà marzo nella capitale del Tibet sono stati accuratamente orchestrati. Sono stati seguiti immediatamente da una campagna di disinformazione mediatica supportata da dichiarazioni politiche dei leader occidentali contro la Cina.

Ci sono elementi che fanno pensare che i servizi segreti statunitensi abbiano agito dietro le quinte in quella che vari osservatori hanno descritto come un'operazione attentamente premeditata. (Si veda sotto la nostra analisi).

I fatti di metà marzo a Lhasa non sono stati un movimento di protesta spontaneo e “pacifico” come hanno scritto i media occidentali. Le rivolte che hanno coinvolto una banda di criminali erano premeditate. Erano state attentamente pianificate. Gli attivisti tibetani in India legati al governo del Dalai Lama in esilio “hanno accennato al fatto che si aspettavano i disordini. Ma si rifiutano di elaborare come facessero a saperlo o chi vi avesse collaborato”. (Guerilla News)

Le immagini non suggeriscono tanto una manifestazione di protesta di massa quanto una rivolta guidata da poche centinaia di individui. I monaci buddisti sono stati coinvolti nei disordini. Secondo il China Daily (31 marzo 2008), dietro alle violenze c'era anche il Congresso della Gioventù Tibetana, con base in India, considerato dalla Cina un'organizzazione affiliata al Dalai Lama che pratica la linea dura. I campi d'addestramento del Congresso della Gioventù Tibetana sono finanziati dal National Endowment for Democracy (NED). (si veda il testo delle audizioni al Congresso sull'appoggio fornito dal NED al Congresso della Gioventù Tibetana)


VIDEO: i disordini in Tibet, cosa è veramente successo
I filmati confermano che sono stati colpiti, percossi e in alcuni casi uccisi dei civili. La maggior parte delle vittime era costituita da cinesi Han. Almeno dieci persone sono morte carbonizzate in seguito a incendi dolosi, secondo le dichiarazioni del governo del Tibet. Queste dichiarazioni sono state confermate dai resoconti dei testimoni oculari. Secondo un servizio del People's Daily:

“cinque commessi di un negozio di abbigliamento sono morti carbonizzati prima di riuscire a fuggire. Un uomo alto 1 metro e 70 di nome Zuo Yuancun è stato ridotto a brandelli di pelle carbonizzata e ossa. Un lavoratore migrante è stato colpito al fegato dai criminali. Una donna è stata percossa violentemente dagli aggressori e le è stato tagliato via un orecchio”. (People's Daily, March 22, 2008)

Nel frattempo i media occidentali descrivevano con disinvoltura i saccheggi e i roghi come una “manifestazione pacifica” repressa con la forza dalle autorità cinesi. Non ci sono notizie precise (né nelle fonti cinesi, né in quelle occidentali) sul numero di vittime causate dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia cinesi. I servizi occidentali indicano uno spiegamento nella capitale del Tibet di più di 1000 soldati e poliziotti a bordo di carri armati.

Sono stati attaccati esercizi e scuole, e incendiate auto. Secondo fonti cinesi ci sono stati 22 morti e 623 feriti. “I rivoltosi hanno incendiato più di 300 edifici, soprattutto case private, negozi e scuole, e hanno fatto a pezzi automobili e danneggiato strutture pubbliche”.

La pianificazione delle rivolte è stata coordinata con la campagna di disinformazione mediatica che accusava le autorità cinesi di avere istigato i saccheggi e i roghi. Il Dalai Lama ha accusato Pechino di aver “travestito da monaci le sue truppe” per dare l'impressione che dietro le rivolte ci fossero i monaci buddhisti. Le accuse si basavano su una fotografia risalente a quattro anni fa che ritrae dei soldati che si accingono a vestirsi da monaci per uno spettacolo (si veda il South China Morning Post, 4 aprile 2008).

“Il quotidiano continentale [il People's Daily] ha scritto che le forze di sicurezza che hanno spento le rivolte di Lhasa non avrebbero potuto indossare le uniformi mostrate nella fotografia perché si trattava di uniformi estive, inadatte al clima rigido di marzo.
Ha anche spiegato che la Polizia Armata del Popolo nel 2005 era passata alle nuove uniformi, caratterizzate dalle mostrine sulle spalle. Gli ufficiali armati mostrati nella foto indossavano le vecchie uniformi, abbandonate nel 2005... L'agenzia di stampa Xinhua ha detto che la fotografia era stata scattata durante uno spettacolo anni fa, quando i soldati prima di esibirsi avevano preso in prestito gli abiti dei monaci”. (Ibid)

L'accusa del Dalai Lama secondo la quale le autorità cinesi avrebbero istigato le rivolte, che è stata ripresa dalla stampa occidentale, è supportata dalla dichiarazione di un ex funzionario del Partito Comunista, Ruan Ming, che “afferma che il Partito Comunista Cinese ha orchestrato sapientemente i disordini in Tibet per costringere il Dalai Lama a dimettersi e per giustificare la futura repressione dei tibetani. Ruan Ming in passato scriveva i discorsi dell'ex-segretario generale del Partito Comunista Hu Yaobang”. (citato in The Epoch Times).

Il ruolo dei servizi segreti statunitensi
L'organizzazione dei disordini di Lhasa fa parte di uno schema coerente. Costituisce un tentativo di innescare conflitti etnici in Cina e fa gli interessi della politica estera statunitense.

Che parte hanno avuto i servizi segreti statunitensi nell'attuale ondata di proteste per il Tibet?

Data la natura segreta delle operazioni di intelligence, non ci sono prove tangibili di un coinvolgimento diretto della CIA. Tuttavia alcune organizzazioni tibetane legate al “governo in esilio” del Tibet sono notoriamente supportate dalla CIA e/o dal National Endowment for Democracy (NED), braccio civile della CIA.

Il coinvolgimento della CIA nel supportare segretamente il movimento secessionista tibetano risale alla metà degli anni Cinquanta. Il Dalai Lama è stato sul libro paga della CIA dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1974:

“La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.
I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.
Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet”. (Richard Bennett, Tibet, the 'great game' and the CIA, Global Research, March 2008)


Il National Endowment for Democracy (NED)
Il National Endowment for Democracy (NED), che fa pervenire aiuti finanziari ai gruppi di opposizione stranieri filo-americani, ha avuto un ruolo significativo nell'innescare “rivoluzioni di velluto” utili agli interessi geopolitici ed economici di Washington.

Il NED, anche se formalmente non fa parte della CIA, svolge un'importante funzione di intelligence nella sfera dei partici politici e delle organizzazioni non governative. Venne creato nel 1983, quando la CIA era accusata di corrompere politici e di formare organizzazioni della società civile fasulle. Secondo Allen Weinstein, che fu il responsabile della costituzione del NED durante l'amministrazione Reagan: “Molto di quello che facciamo noi oggi 25 anni fa veniva fatto segretamente dalla CIA”. (Washington Post, Sept. 21, 1991).

Il NED opera attraverso quattro organi fondamentali: il National Democratic Institute for International Affairs (NDIIA), l'International Republican Institute (IRI), l'American Center for International Labor Solidarity (ACILS) e il Center for International Private Enterprise.

Il NED ha finanziato le organizzazioni della “società civile” venezuelane che hanno tentato un golpe contro il presidente Hugo Chavez. Ad Haiti il NED ha finanziato i gruppi d'opposizione che stavano dietro l'insurrezione armata che ha contribuito alla deposizione del presidente Bertrand Aristide nel febbraio del 2004. Il colpo di stato di Haiti è stato il risultato di un'operazione militare e di intelligence attentamente orchestrata. (Si veda Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti, Global Research, February 2004)

Il NED finanzia varie organizzazioni per il Tibet sia all'interno sia fuori della Cina. La principale organizzazione pro-Dalai Lama per l'indipendenza del Tibet finanziata dal NED è l'International Campaign for Tibet (ICT), fondata a Washington nel 1988. L'ICT ha sedi a Washington, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. Diversa dalle altre organizzazioni per il Tibet finanziate dalla NED, l'ICT ha strettissimi legami e aree comuni con il NED e il Dipartimento di Stato USA:

“Alcuni direttori dell'ICT sono anche membri dell'establishment impegnato nella 'promozione della democrazia', come Bette Bao Lord (che presiede Freedom House e dirige il Freedom Forum), Gare A. Smith (che è stato vice segretario aggiunto al Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato), Julia Taft (ex-direttore del NED, ex segretario di stato aggiunto e coordinatore speciale per le questioni tibetane, ha lavotato per l'USAID ed è stata anche presidente e amministratore delegato di InterAction), e infine Mark Handelman (che è anche direttore della National Coalition for Haitian Rights, un'organizzazione il cui lavoro è ideologicamente legato agli interventi del NED ad Haiti).
Anche del consiglio dell'ICT fanno parte due persone strettamente legate al NED, Harry Wu e Qiang Xiao (che è l'ex-direttore esecutivo dell'organizzazione Human Rights in China, finanziata dal NED).
Il consiglio internazionale dell'ICT comprende anch'esso famosi 'democratici' come Vaclav Havel, Fang Lizhi (che almeno nel 1995 era tra i dirigenti di Human Rights in China), Jose Ramos-Horta (che è nel consiglio internazionale del Democracy Coalition Project), Kerry Kennedy (che è direttore del China Information Center, finanziato dal NED), Vytautas Landsbergis (patrocinatore della neoconservatrice Henry Jackson Society, con sede in Gran Bretagna – v. Clark, 2005), e fino alla morte avvenuta di recente, la 'levatrice dei neocon' Jeane J. Kirkpatrick (che era anche legata a realtà 'democratiche' come Freedom House e la Foundation for the Defense of Democracies)”. (Michael Barker, "Democratic Imperialism": Tibet, China, and the National Endowment for Democracy Global Research, August 13, 2007)

Tra le altre organizzazioni per il Tibet finanziate dal NED ci sono la Students for a Free Tibet (SFT) di cui abbiamo già parlato. La SFT è stata costituita nel 1994 a New York City “come progetto dell'US Tibet Committee e dell'International Campaign for Tibet (ICT), finanziata dal NED. La SFT è nota per aver steso uno striscione di 140 metri sulla Grande Muraglia” (F. William Engdahl, Risky Geopolitical Game: Washington Plays ‘Tibet Roulette’ with China, Global Research, April 2008).

La SFT, insieme ad altre cinque organizzazioni per il Tibet, lo scorso gennaio ha proclamato “l'inizio di una 'sollevazione del popolo tibetano'... e ha contribuito a creare un ufficio temporaneo per il suo coordinamento e finanziamento”. (Ibid)
Il NED finanzia anche il Tibet Multimedia Center per 'la diffusione delle informazioni relative alla lotta per i diritti umani e la democrazia in Tibet', basato anch'esso a Dharamsala. E sempre il NED finanzia anche il Tibetan Center for Human Rights and Democracy”. (Ibid)

C'è una divisione di compiti tra la CIA e il NED. Mentre la CIA fornisce segretamente supporto a gruppi ribelli paramilitari armati e a organizzazioni terroristiche, il NED finanzia i partiti politici della “società civile” e le organizzazioni non governative per instaurare la “democrazia americana” nel resto del mondo.

Il NED è, per così dire, il “braccio civile” della CIA. Gli interventi di CIA e NED nelle varie parti del mondo sono caratterizzati da uno schema ricorrente.

Operazione psicologica: screditare la leadership cinese
L'obiettivo a breve termine è quello di screditare la leadership cinese nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino, usando la campagna in Tibet per distrarre l'opinione pubblica dalla guerra in Medio Oriente e dai crimini di guerra commessi da Stati Uniti, NATO e Israele.

Le presunte violazioni cinesi dei diritti umani vengono messe in evidenza per dare un volto umano alla guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente.

I piani di guerra promossi dagli Stati Uniti contro l'Iran vengono ora giustificati con il rifiuto di Teheran di conformarsi alle richieste della “comunità internazionale”.

Con il Tibet in prima pagina la vera crisi umanitaria in Medio Oriente non fa più notizia.

Più in generale, si distorce l'intera questione dei diritti umani: le realtà sono capovolte, i numerosi crimini commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati sono nascosti o giustificati come strumenti proteggere la società contro i terroristi.

Nel valutare le violazioni dei diritti umani sono stati introdotti due pesi e due misure. In Medio Oriente il massacro di civili viene classificato come danno collaterale. È giustificato come parte della “guerra globale al terrorismo”. Si dice che le vittime sono responsabili della loro stessa morte.

La torcia olimpica
La manifestazioni di protesta nelle capitali occidentali contro le violazioni cinesi dei diritti umani sono state organizzate con grande tempestività.

Sembra ora possibile che si verifichi un boicottaggio parziale dei Giochi Olimpici. Il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che sostiene gli interessi americani e fa parte del Gruppo Bilderberg), ha proposto il boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Secondo Kouchner l'idea andrebbe discussa durante un incontro dei ministri degli esteri dell'Unione Europea.

La torcia olimpica è stata accesa in Grecia durante una cerimonia turbata dagli “attivisti pro-tibetani”. L'azione è stata promossa da “Reporter Senza Frontiere”, organizzazione che ha noti legami con i servizi segreti statunitensi. (Si veda Diana Barahona, Reporters Without Borders Unmasked, May 2005). “Reporter Senza Frontiere” riceve finanziamenti anche dal National Endowment for Democracy (NED).

La torcia olimpica è simbolica. L'Operazione psicologica consiste nel prendere di mira la torcia nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino.

A ogni tappa di questo processo la leadership cinese viene denigrata dai media occidentali.

Implicazioni economiche globali
La campagna per il Tibet contro la leadership cinese potrebbe avere dei contraccolpi

Ci troviamo nel punto critico della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna. La crisi è strettamente connessa con l'avventura militare promossa dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell'Asia Centrale.

La Cina ha un ruolo strategico per quanto riguarda l'espansionismo militare statunitense. Per ora non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alle varie risoluzioni del Consiglio promosse dagli Stati Uniti e dirette contro l'Iran.

La Cina ha anche un ruolo centrale nel sistema economico e finanziario globale.

In seguito a un surplus commerciale da record, la Cina ora ha 1,5 milioni di miliardi di dollari in strumenti di debito statunitensi (compresi Buoni di Tesoro). Dunque è in grado di mandare in crisi i mercati valutari internazionali. Il dollaro statunitense crollerebbe ulteriormente se la Cina dovesse vendere i suoi titoli di debito denominati in dollari. (Per ulteriori dettagli si veda F. William Engdahl, op. cit.)

Inoltre la Cina è il maggior produttore di una vasta gamma di beni lavorati che costituiscono, per l'Occidente, una quota consistente del consumo domestico mensile. I giganti occidentali della vendita al dettaglio contano sul flusso continuo e ininterrotto di articoli di consumo a basso costo dalla Cina.

Per i paesi occidentali l'ingresso della Cina nelle strutture globali del commercio, dell'investimento, della finanza e dei diritti di proprietà intellettuale della World Trade Organization (WTO) è fondamentale. Se Pechino decidesse di ridurre le sue esportazioni negli Stati Uniti di prodotti “Made in China”, l'ormai fragile base produttiva americana non sarebbe in grado di colmare il divario, almeno non nell'immediato.

Inoltre gli Stati Uniti e i loro alleati come il Regno Unito, la Germania, la Francia e il Giappone hanno importanti interessi nel settore degli investimenti in Cina. Nel 2001 gli Stati Uniti e la Cina hanno firmato un accordo commerciale bilaterale in attesa dell'ingresso della Cina nella WTO. Questo accordo consente agli investitori statunitensi, comprese le principali istituzioni finanziarie di Wall Street, di posizionarsi nel sistema finanziario di Shanghai e nel mercato bancario cinese.

Ma se sotto certi aspetti la Cina è ancora la “colonia della produzione a basso costo” dell'Occidente, i rapporti della Cina con il sistema commerciale globale non sono assolutamente inalterabili.

I rapporti della Cina con il capitalismo globale hanno le proprie radici nella “Politica della Porta Aperta” formulata nel 1979. (Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986, chapters 7 and 8)

Fin dagli anni Ottanta la Cina è diventata per i mercati occidentali il principale fornitore di prodotti industriali. Qualsiasi minaccia rivolta contro la Cina e/o qualsiasi iniziativa militare diretta contro gli alleati eurasiatici della Cina, compreso l'Iran, potrebbe compromettere le esportazioni cinesi di articoli di consumo.

La base industriale della Cina, orientata all'esportazione, è fonte di formidabile ricchezza per le economie capitaliste avanzate. Da dove viene la ricchezza della famiglia Walton, proprietaria di WalMart? WalMart non produce niente. Importa articoli economici “Made in China” e li rivende sul mercato al dettaglio statunitense a un prezzo moltiplicato per dieci.

Questo processo di sviluppo basato sulle importazioni ha permesso ai paesi “industrializzati” occidentali di chiudere gran parte delle loro fabbriche. A loro volta, le industrie cinesi con manodopera a basso costo servono a generare i profitti multimiliardari delle corporazioni occidentali, compresi i giganti della vendita al dettaglio che comprano oppure delocalizzano la loro produzione in Cina.

Qualsiasi minaccia di natura militare diretta contro la Cina potrebbe avere conseguenze economiche devastanti, ben peggiori della nota spirale ascendente del prezzo del greggio.

Michel Chossudovsky dirige il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione. Ha scritto vari bestseller internazionali, tra cui The Globalization of Poverty and the New World Order, Global Research, 2003 e America's "War on Terrorism", Global Research, 2005. È collaboratore dell'Encyclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati tradotti in più di 20 lingue.

Michel Chossudovsky è anche autore del primo studio esaustivo sulla restaurazione del capitalismo in Cina, pubblicato più di vent'anni fa,
Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986. È appena tornato da un viaggio in Cina. È stato a Shanghai e Pechino nel marzo del 2008.

Originale da: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=8673

Articolo originale pubblicato il 13 aprile 2008

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Il Tibet, il grande gioco e la CIA

Il Tibet, il “grande gioco” e la CIA

di Richard M. Bennett

Dato il contesto storico dei disordini in Tibet, c'è ragione di credere che Pechino sia stata presa in contropiede dalle recenti proteste per il semplice fatto che sono state organizzate fuori del Tibet e che i manifestanti sono guidati da agitatori anti-cinesi che si trovano al sicuro in Nepal e nel nord dell'India.

Il finanziamento e il controllo della sommossa sono stati inoltre attribuiti al leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, e di conseguenza, - data la stretta collaborazione con i servizi segreti americani per più di 50 anni – alla CIA.

Con il pesante coinvolgimento della CIA nel movimento Free Tibet e nel finanziamento della fin troppo informata Radio Free Asia, parrebbe improbabile che una qualsiasi rivolta possa svolgersi all'insaputa o senza il consenso del quartier generale del National Clandestine Service (precedentemente noto come Directorate of Operations) della CIA a Langley.

Il 21 marzo l'autorevole editorialista ed ex-ufficiale dei servizi segreti indiani B. Raman ha commentato che “in base alle informazioni disponibili, è stato possibile stabilire con un grado ragionevole di sicurezza” che la rivolta del 14 marzo a Lhasa “era stata pianificata e ben orchestrata”.

Può avere un fondo di verità l'ipotesi che i beneficiari della morte e della distruzione che stanno travolgendo il Tibet si trovino a Washington? La storia suggerisce che è concretamente possibile.

La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.

I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.

Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet.

Kenneth Conboy e James Morrison, nel loro libro The CIA's Secret War in Tibet (La guerra segreta della CIA nel Tibet), rivelano che la CIA e i servizi segreti indiani collaborarono nell'addestramento ed equipaggiamento di truppe speciali e agenti tibetani e nella costituzione di unità aeronautiche e di intelligence congiunte come l'Aviation Research Center e lo Special Center.

Questa collaborazione continuò negli anni Settanta e alcuni dei suoi programmi, soprattutto l'unità forze speciali dei profughi tibetani che ha poi avuto un ruolo importante nella Special Frontier Force indiana, sono ancora oggi attivi.

Solo il deterioramento delle relazioni con l'India, che coincise con un miglioramento dei rapporti con Pechino, segnò la fine della maggior parte delle operazioni congiunte di CIA e India.

Anche se Washington dal 1968 ha ridotto il supporto ai guerriglieri tibetani, si ritiene che la fine dell'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza sia giunta solo durante gli incontri tra il presidente Nixon e la dirigenza comunista cinese a Pechino nel febbraio del 1972.

Victor Marchetti, ex-ufficiale della CIA, ha descritto la rabbia di molti agenti sul campo quando Washington staccò la spina, e aggiunge che molti di loro “cercarono conforto nelle preghiere tibetane apprese durante gli anni trascorsi con il Dalai Lama”.

L'ex-capo della Task Force tibetana della CIA dal 1958 al 1965, John Kenneth Knaus, avrebbe detto: “Questa non era una operazione politica black-bag della CIA”, aggiungendo che “L'iniziativa veniva... dal governo degli Stati Uniti”.

Nel suo libro Orphans of the Cold War (Orfani della Guerra Fredda), Knaus parla dell'impegno degli americani per la causa dell'indipendenza tibetana dalla Cina. Cosa interessante, aggiunge che la sua realizzazione “convaliderebbe i più onorevoli motivi di chi ha cercato di aiutarli a raggiungere questo obiettivo più di 40 anni fa. Allevierebbe anche il senso di colpa di alcuni di noi per aver partecipato a questi tentativi che ad altri sono costati la vita, ma che sono stati la nostra più grande impresa”.

Nonostante l'assenza di un sostegno ufficiale circola ancora diffusamente la voce che la CIA fosse coinvolta, anche se non direttamente, in un'altra rivolta fallita nell'ottobre del 1987, i disordini che successivi e la conseguente repressione cinese che durò fino al maggio del 1993.

Ora la CIA può pensare che sia il momento giusto per tentare nuovamente di destabilizzare la presenza cinese nel Tibet, e Langley manterrà di certo aperte tutte le opzioni.

La Cina deve affrontare gravi problemi: i musulmani uiguri nello Xinjiang, le attività del Falun Gong, tra molti altri gruppi dissidenti, e naturalmente le crescenti preoccupazioni per la sicurezza dei Giochi Olimpici ad agosto.

La Cina è vista da Washington come una grande minaccia sia economica che militare non solo in Asia ma anche in Africa e nell'America Latina.

Dal punto di vista della CIA la Cina è stata scarsamente collaborativa nella “guerra al terrore”, offrendo poco o nessun aiuto e non facendo niente per fermare il flusso di armi e uomini giunti dalle aree musulmane della Cina in appoggio ai movimenti estremisti islamici in Afghanistan e negli stati dell'Asia Centrale.
Per molti a Washington questa sarebbe l'occasione ideale per destabilizzare il governo di Pechino, dato che il Tibet è ancora il potenziale punto debole della Cina.

La CIA starà ben attenta a non lasciare indizi che puntino alla sua responsabilità nella rivolta che sta montando. Verranno usati intermediari tra gli esuli tibetani in Nepal e nelle aree di confine dell'India settentrionale.

La CIA in effetti può aspettarsi un livello significativo di supporto da parte di molte organizzazioni per la sicurezza sia in India che in Nepal e non avrà problemi a offrire al movimento di resistenza consigli, denaro e soprattutto pubblicità.

Tuttavia, finché i disordini non mostreranno una tendenza inconfondibile a trasformarsi in una rivolta di massa dei tibetani contro i cinesi Han e Hui, non si permetterà che entrino in scena le armi.

Negli ultimi 30 anni nel Tibet sarebbero entrate illegalmente grandi quantità di esplosivi e di armi di piccolo calibro dell'ex-blocco sovietico, ma è probabile che resteranno nascoste in attesa dell'occasione giusta.

Le armi provengono dai mercati mondiali o da depositi sequestrati dalle forze statunitensi o israeliane e sono state alterate perché nessuno possa risalire alla CIA.

Armi di questo tipo hanno anche il vantaggio di essere intercambiabili con quelle usate dalle forze armate cinesi e naturalmente hanno le stesse munizioni, facilitando i problemi di rifornimento durante gli eventuali futuri conflitti.

Anche se l'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza tibetana è terminato 30 anni fa, la CIA ha tenuto aperte le linee di comunicazione e finanzia ancora buona parte del movimento Tibetan Freedom.

Dunque la CIA sta di nuovo giocando il “grande gioco” nel Tibet?

Di certo è in grado di farlo, conservando una significativa presenza paramilitare e di intelligence nella regione. L'Afghanistan, l'Iraq, il Pakistan e vari stati centro-asiatici ospitano grandi basi.

Non va poi dubitato che abbia interesse a indebolire la Cina almeno quanto l'obiettivo più ovvio costituito dall'Iran.

Dunque la probabile risposta è sì, e sarebbe in effetti sorprendente se la CIA non avesse un interesse meramente passeggero per il Tibet. Dopotutto è pagata per questo.

Dall'11 settembre del 2001 c'è stato cambiamento di atteggiamenti, requisiti e capacità nei servizi segreti statunitensi. I vecchi piani operativi sono stati rispolverati e aggiornati, vecchi agenti riattivati. Il Tibet e quella che viene percepita come la debolezza della posizione della Cina nel paese probabilmente saranno completamente rivalutati.

Per Washington e la CIA questa può essere un'ottima occasione per creare un significativo mezzo di pressione contro Pechino con pochi rischi per gli interessi americani: praticamente una situazione con risvolti esclusivamente positivi.

Il governo cinese sarebbe oggetto del biasimo mondiale per la repressione e la violazione dei diritti umani, e sarebbero i giovani tibetani e non i ragazzi americani a venire uccisi sulle strade di Lhasa.
La conseguenza di un'aperta rivolta contro Pechino, tuttavia, sarà che la paura di arresti, torture e perfino esecuzioni si riverserà in ogni angolo del Tibet e nelle province vicine popolate da un gran numero di tibetani come il Gansu, il Qinghai e il Sichuan.

E il movimento per la libertà in Tibet ha ancora scarse possibilità di ottenere miglioramenti significativi nella politica centrale cinese a lungo termine, e nessuna possibilità di eliminare il controllo cinese su Lhasa.

Sembra che ancora una volta il popolo tibetano resterà intrappolato tra l'oppressione di Pechino e la manipolazione di Washington.

Pechino manda i pezzi grossi
Il timore che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri stati occidentali possano cercare di dipingere il Tibet come un altro Kosovo può spiegare parzialmente perché le autorità cinesi abbiano reagito come se si fossero trovate di fronte a una vera insurrezione di massa invece che alla versione ufficiale di una breve ondata di disordini scatenata dai sostenitori del Dalai Lama.

Pechino ha preso la cosa così seriamente che a Lhasa è stata dislocata una speciale unità di coordinamento per la sicurezza, il Centro di Comando 110, con l'obiettivo primario di soffocare i disordini e ristabilire completamente il controllo del governo centrale.

Il Centro sembra essere sotto il diretto controllo di Zhang Qingli, primo segretario del Partito del Tibet leale al presidente Hu Jintao. Zhang è anche l'ex-vice segretario di partito dello Xinjiang e ha una notevole esperienza nelle operazioni anti-terrorismo in quella regione.

Altre cariche importanti a Lhasa sono state assunte da Zhang Xinfeng, vice ministro del Ministero Centrale della Pubblica Sicurezza, e Zhen Yi, vice comandante del quartier generale della Polizia del Popolo a Pechino.

La serietà con cui Pechino sta trattando gli attuali disordini è ulteriormente dimostrata dallo spiegamento di un gran numero di importanti divisioni della Regione Militare di Chengdu, comprese brigate della 149ª Divisione di Fanteria Meccanizzata, che agisce come forza di reazione rapida.

Secondo una notizia dell'agenzia di stampa United Press International, a Lhasa sono intervenuti corpi speciali dell'Esercito di Liberazione del Popolo e sono stati impiegati il carro da combattimento T-90 e i carri armati T-92. Secondo questa notizia, la Cina ha negato la partecipazione dell'esercito alla repressione, dicendo che è stata messa in atto da unità della polizia armata. “L'equipaggiamento citato, tuttavia, non è mai stato impiegato dalla polizia armata cinese”.

Il supporto aereo è fornito dal 2° Reggimento dell'Aviazione dell'Esercito con base a Fenghuangshan, Chengdu, nella provincia del Sichuan: i suoi elicotteri e STOL operano da una postazione nei pressi di Lhasa. Aerei da combattimento potrebbero essere messi rapidamente a disposizione da squadriglie dislocate nella regione di Chengdu.
Il Distretto Militare dello Xizang forma il distaccamento del Tibet, costituito da due unità di fanteria di montagna, la 52ª Brigata con base a Linzhi e la 53ª a Yaoxian Shannxi, supportate dall'8ª Divisione di Fanteria Motorizzata e da una brigata di artiglieria a Shawan, Xinjiang.

Il Tibet non è più così lontano da creare problemi di rifornimento e avvicendamento all'esercito cinese. La costruzione della prima ferrovia tra il 2001 e il 2007 ha facilitato in misura significativa i consistenti movimenti di truppe ed equipaggiamento dal Qinghai all'aspro altopiano tibetano.

Altre precauzioni contro una recrudescenza delle rivolte tibetane hanno portato a un considerevole grado di autosufficienza nella logistica e nella riparazione dei veicoli del distaccamento militare tibetano. È stato realizzato un numero sempre maggiore di piccoli campi di volo per consentire alle forze di reazione rapida di raggiungere in tempi brevi anche le aree più inaccessibili.

Il Ministero per la Sicurezza cinese e i servizi segreti hanno imparato a essere presenti in modo soffocante nella provincia, a rilevare ogni serio movimento di protesta e a reprimere la resistenza.
Richard M. Bennett è consulente nel settore dell'intelligence e della sicurezza,
AFI Research.

(Copyright 2008 Richard M. Bennett.)

Originale da: http://atimes.com/atimes/China/JC26Ad02.html

Articolo originale pubblicato il 26 marzo 2008

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Friday, January 04, 2008

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e i