Monday, May 05, 2008

La strategia per mantenere gli stati falliti

La strategia per mantenere gli stati falliti

da Moon of Alabama

traduzione di Andrej Andreevič

Come b real continua a documentare nei commenti di questo blog, il comportamento statunitense nei confronti della Somalia è in qualche modo misterioso.

Cosa stanno cercando di ottenere gli Stati Uniti laggiù?

Gli ufficiali statunitensi risponderebbero che stanno cercando di creare un nuovo governo leale e decente e una Somalia sana. Ma l'attuale "governo" supportato dagli USA, costituito da signori della guerra e sostenuto dalle profondamente impopolari forze armate etiopi, non è evidentemente un mezzo per arrivare a questo risultato.

Quindi la risposta ufficiale è sbagliata. Quello che invece gli Stati Uniti potrebbero volere in realtà è far rimanere la Somalia uno stato fallito.

Reinventare una Somalia stabile, filooccidentale e senza influenze islamiche costerebbe un'enorme quantità di denaro, persone e tempo. Per cercare di creare uno stato del genere ci vorrebbero 100 milioni di dollari, 300.000 uomini dell'esercito e 10-15 anni.

Un qualsiasi governo stabile in Somalia, creato senza aiuti esterni, sarebbe orientato in senso filoislamico, essendo questo il carattere unificante della popolazione somala. Ma gli Stati Uniti temono che un governo islamico in Somalia potrebbe fornire un rifugio sicuro per "al-Qaeda".

Dal momento che gli Stati Uniti non vogliono investire tante risorse per ottenere il risultato che sarebbe preferibile per loro, hanno preferito che non ci fossero proprio risultati. Basta mantenere lo stato come stato fallito e il problema non sarà più tale per parecchio tempo.

Via David Axe abbiamo trovato questa strategia generale descritta in un documento del Combating Terrorism Center di West Point:

Identificando, catalizzando e accerchiando spazi non governati, gli strateghi jihaddisti credono che saranno in grado di consolidare le proprie forze e di perseguire obiettivi politici e internazionali maggiori. Notate che per questi pensatori l'importante non è l'esistenza di un security vacuum, “vuoto di sicurezza”, cioè uno stato di mancanza di sicurezza, ma quello che ne segue, cioè lo stabilire istituzioni statali funzionanti sotto controllo jihaddista. In pratica gli esistenti “vuoti” si sono dimostrati non essere una scusa utile per l'esportazione di attacchi all'estero. Nessun grande attacco internazionale, per esempio, è stato supportato, ad eccezione dell'Afghanistan, dell'Iraq o della Somalia.

Quindi, mentre la preoccupazione è garantita dalla mancanza di sicurezza, l'implicazione che ne consegue non è che dobbiamo prevenire con forza il formarsi di altri vuoti di sicurezza. Questo richiederebbe immense risorse, come hanno mostrato gli sforzi senza successo per cercare di porre fine alla situazione in Iraq. Invece prevenire che simili mancanze si presentino sarebbe uno sforzo erculeo che coinvolgerebbe il potere americano in numerosi stati falliti nel mondo. Quindi negare ai terroristi i benefici dello stato di mancanza di sicurezza è invece una strategia più fattibile.

Il documento presuppone che la creazione di uno stato da una mancanza di sicurezza sarebbe un beneficio per i "jihaddisti", e che quindi questo deve essere impedito. Fare altro sarebbe troppo "costoso".

Il massiccio spiegamento di truppe in Iraq ha finora impedito ai terroristi di usare quel paese come base per attacchi contro l'occidente. Nel frattempo ai terroristi è stato negata una simile base di un potenziale mancanza di sicurezza grazie ai 18.000 uomini dispiegati in Afghanistan, mentre [la Task Force unificata del Centcom nel Corno d'Africa] impedisce ai jihaddisti di utilizzare la Somalia e il resto della regione grazie al dispiegamento di soli 1.600 uomini; in entrambi i casi, questi dispiegamenti sono molto meno impegnativi in fatto di risorse di quanto lo sarebbero per porre fine effettiva allo stato di mancanza di sicurezza. Una strategia più efficace dal punto di vista dei costi, crediamo, potrebbe mantenere la capacità di agire in maniera decisiva nei vuoti di sicurezza, senza imbarcarsi in una missione insostenibile con lo scopo di porre termine a questi “vuoti” nel mondo.

In Somalia c'era un governo stabile che non piaceva agli Stati Uniti. Attraverso i bombardamenti e l'uso degli eserciti per conto statunitense, quel governo e quello stato sono stati efficacemente distrutti. Ora il compito è di mantenerli a pezzi colpendo e bombardando qualsiasi persona o struttura sociale che potrebbe cambiare questa situazione.

Una simile strategia per impedire lo stabilimento di una vera stabilità sembra essere in atto anche nella striscia di Gaza. E' possibile che questa sia dietro anche al caos in Iraq e Afghanistan?


Originale:

http://www.moonofalabama.org/2008/05/the-strategy-of.html

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Tuesday, December 04, 2007

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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Thursday, November 22, 2007

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

Missing Links

traduzione di Andrej Andreevič

C'è un'altro dibattito sulle politiche militari in Iraq, e non riguarda il ritiro delle forze convenzionali ma l'installazione di forze non-convenzionali per affrontare l'Iran: un dibattito nel quale è molto importante il fattore tempo, visto che non c'è niente di meglio, per portare avanti questo tipo di preparazione, delle "distrazioni" e della copertura fornita dalle forze convenzionali, e di conseguenza l'idea è che questo piano sia a buon punto quando le truppe se ne andranno.

David L. Grange è un Generale dell'Esercito USA in pensione, presidente e direttore generale della McCormick Tribune Foundation, e fondatore e presidente di un ufficio per operazioni speciali con sede a Washington chiamato ViaGlobal Group. Quando parla di politica militare e del minimizzare la copertura mediatica di questioni importanti dovremmo ascoltarlo.

Assieme a un coautore, e su spunto di vari membri della "comunità delle forze speciali", Grange ha scritto un saggio intitolato "Affrontare l'Iran: Rendere sicure le frontiere irachene: un concetto di operazioni di guerra irregolari". Nella sezione intitolata "Andare avanti", Grange dice che gli Ordini Esecutivi [atti legislativi firmati direttamente dal Presidente degli Stati Uniti N.d.T.] firmati da Bush, come la designazione delle Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terrorista, "permettono un approccio più aggressivo nei confronti dell'Iran". E in particolare:

Attraverso questi Ordini, alcune opzioni efficaci per sconfiggere l'influenza iraniana includono: Operazioni Informative, Operazioni di Guerra Non Convenzionali, Zone di Separazione (ZdS) e Zone Demilitarizzate (ZDM), [e fattori rilevanti per compiere questo genere di cose comprendono] il ritiro delle forze Armate statunitensi, i media e la diplomazia.

Parlando di "ritiro delle Forze Armate statunitensi" non intende però dire che questi piani proposti per le forze speciali dipendono da una politica statunitense favorevole alla continuazione delle operazioni regolari in Iraq. Intende piuttosto dire che per poter cominciare queste operazioni di frontiera avrà un ruolo cruciale la copertura fornita dalle operazioni regolari dell'esercito in atto nello stesso momento. Dice infatti:

Il dibattito su un'applicazione efficace delle Operazioni delle Forze Speciali in Iraq dipende anche da quando gli Stati Uniti ritireranno le proprie forze convenzionali di terra. Mentre le forze convenzionali minacciano alcune iniziative non convenzionali e disturbano alcune operazioni di controinsorgenza, il personale e le attività delle OFS possono trarre benefici dal nascondersi e mescolarsi tra le attività delle forze armate per schermare movimenti sensibili delle OFS. La distrazione delle forze convenzionali nei confronti di media e insorti può fornire altro tempo per costruire campi e reti di comunicazione per le OFS, mentre un gran numero di elementi delle forze armate rimarrebbero sul campo. Le OFS possono gradualmente mettere in atto un piano per isolare le proprie attività. I piani delle OFS dovrebbero cominciare immediatamente, a patto che [vuole dire "mentre"] gli elementi militari convenzionali restino in Iraq, così che la copertura dei media posta continuare a concentrarsi sul "surge", i contractor del Dipartimento di Stato, le bombe artigianali ai lati delle strade, la violenza settaria e le autobombe.

In altre parole, è una proposta strettamente legata al fattore tempo. È ora di iniziare a installare i campi e le reti nelle regioni di confine, dice Grange, prima che le forze convenzionali si ritirino, così che le operazioni delle Forze Speciali possano avvantaggiarsi della copertura fornita dalle operazioni su larga scala delle forze armate convenzionali, e la "distrazione" dei media legata alla loro presenza e alle loro operazioni. Per Grange, in altre parole, il dibattito sul ritiro delle truppe statunitensi ha un significato molto diverso da quello che l'opinione pubblica conosce.

Per quanto riguarda il genere di attività che saranno permesse dagli Ordini Esecutivi di Bush, Grange cita innanzitutto le "Operazioni di Informazione". Potete leggere l'intero pezzo nell'articolo sotto il titolo omonimo, ma in breve Grange dice che, oltre agli Ordini Esecutivi statunitensi, la Carta delle Nazioni Unite permette di porre degli embargo in caso di aggressione militare, e dice che un "embargo elettronico", che bloccherebbe le comunicazioni elettroniche iraniane col resto del mondo, sarebbe molto più efficace di un embargo convenzionale, e aggiunge:

Se l'Iran dovesse scegliere di opporsi a un embargo emanato su mandato delle Nazioni Unite (che farebbe riferimento alle condizioni della Carta dell'ONU sugli embargo), con attacchi cibernetici contro gli Stati Uniti o l'Occidente, si esporrebbe a operazioni su larga scala da parte degli Stati Uniti, di una coalizione comandata dagli USA o (con l'approvazione delle Nazioni Unite) di una forza d'intervento delle Nazioni Unite secondo l'articolo 42.

In altre parole, guerra.

Ma anche in assenza di un embargo elettronico totale, secondo Grange dovrebbe aver luogo una campagna di operazioni di informazione attraverso mezzi convenzionali, incluse radio e così via, per diffondere la disinformazione e il sabotaggio:

I contenuti saranno finalizzati a sabotare, generare sfiducia, persuadere, falsificare, mostrare arrendevolezza [?] e accattivarsi le simpatie, e verranno moltiplicati dal passaparola, specialmente tramite diffusione televisiva [!] all'interno del territorio iraniano.

Dopo aver continuato per un po' a parlare delle operazioni di informazione, Grange passa a parlare dei Metodi di Guerra Non Convenzionali (MGNC). Parla della definizione di MGNC data dal Dipartimento della Difesa statunitense, e ricorda che gli Stati Uniti usarono i kurdi in questo genere di cose per aiutare lo Scià negli anni settanta (osservando inoltre che in questo caso il ruolo potrebbe essere svolto dai Mujaheddin-e Khalq), parla per un po' dell'esperienza del Laos e quindi dice:

Attraverso le MGNC gli Stati Uniti possono compiere un'ampia gamma di operazioni militari e paramilitari, condotte attraverso gli indigeni o loro surrogati locali, per perseguire atti di sovversione, sabotaggio, attività dei servizi, reclutamento di agenti e atti di guerra…

E con questo non intende un qualche tipo di operazione temporanea. Grange ha in mente un programma di operazioni speciali con basi nell'area di confine per i prossimi anni a venire. Ne parla così:

La durata dell'operazione delle Forze Speciali dovrebbe essere calcolata in anni… Le attività a lunga scadenza ottengono la fiducia della gente e generano una condivisione di informazioni affidabili… La fiducia verrà costruita in anni di presenza delle Forze Speciali attraverso un'intensa attività medica, di costruzione, di progettazione e assistenza educativa… Queste scuole dovrebbero concentrarsi sui bambini al fine di creare future relazioni e costruire nell'immediato ponti di comunicazione e sensori locali per raccogliere informazioni sui movimenti degli avversari.

Nella sezione "Media" Grange dice che dovrebbero essere fatti sforzi per cercare di minimizzare la copertura mediatica delle operazioni delle Forze Speciali, avendo cura di evitare notizie inventate e bugie, che ne hanno minato la credibilità durante la guerra del Vietnam. Ai giornalisti e alle organizzazioni informative bisognerebbe ricordare che i loro reportage possono colpire negativamente le truppe, e che i giornalisti feriti costituiscono un'ulteriore perdita di risorse.

Potete leggere questo e altro al sito SmallWarsJournal linkato sopra. E se siete un ufficiale del governo e la sua idea di "embargo elettronico" vi è piaciuta, sapete a chi rivolgervi: sembra che si tratti di una delle specialità del gruppo di Grange, la ViaGlobal, che sul proprio sito internet dice di sé:

Operazioni informative
Nel mondo di oggi non abbiamo più a che fare solo con minacce e sfide da parte di stati nazione che rispondono alle tradizionali sfere di influenza militare, diplomatica ed economica. Il nuovo paradigma richiede un'organizzazione in grado di:
- anticipare conflitti o fallimenti degli stati;
- dar forma agli eventi o mitigarne gli effetti;
- utilizzare un'influenza basata sull'influenza.

Le Operazioni informative sono diventate strumenti necessari ed essenziali della diplomazia statunitense, delle forze militari e degli affari internazionali. Affrontare le minacce odierne richiede:

- conoscenza del terreno umano;
- comprensione delle sfumature culturali;
- capacità di influenzare efficacemente il nemico e chi lo aiuta.


Originale:
http://arablinks.blogspot.com/2007/11/other-military-policy-debate-one-about.html

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