giovedì, aprile 02, 2009

Guerra Liquida: benvenuti nel Pipelineistan

Guerra liquida: benvenuti nel Pipelineistan

di Pepe Escobar

Quello che accade sull'immenso campo di battaglia per il controllo dell'Eurasia fornirà gli elementi decisivi nella corsa sfrenata verso un nuovo, policentrico ordine mondiale, il cosiddetto Nuovo Grande Gioco.

La cara vecchia insensata “ guerra globale al terrore” che il Pentagono ha astutamente ricommercializzato come “la guerra lunga”, ha una gemella ben più importante anche se semi-nascosta: una guerra globale per l'energia. Mi piace definirla la Guerra Liquida, perché il suoi vasi sanguigni sono gli oleodotti e i gasdotti che attraversano i potenziali campi di battaglia imperiali del pianeta. In altre parole, se la sua assediata e cruciale frontiera in questi giorni è il Bacino del Caspio, la sua scacchiera è la totalità dell'Eurasia. La definiremo, geograficamente, Pipelinestan.

Tutti i drogati di geopolitica hanno bisogno della loro dose. Io ho la fissa di gasdotti e oleodotti fin dalla seconda metà degli anni Novanta. Ho attraversato il Caspio su un cargo azero solo per seguire l'oleodotto da 4 miliardi di dollari Baku-Tblisi-Ceyhan, meglio noto in questo gioco degli scacchi con l'acronimo BTC, nel Caucaso. (Oh, a proposito, la mappa del Pipelineistan pullula di acronimi, fateci l'abitudine!)

Ho anche percorso alcune delle moderne e accavallate Strade della Seta, o forse Pipeline della Seta, i possibili flussi energetici futuri da Shanghai a Istanbul, prendendo nota delle mie rotte fai-da-te per il GNL (gas naturale liquefatto). Seguivo avidamente, manco fosse un eroe conradiano, le avventure del già Re Sole dell'Asia Centrale, l'ora defunto Turkmenbaši o “capo dei turkmeni”, Saparmurat Nijazov, il presidente della Repubblica del Turkmenistan immensamente ricca di gas.

Ad Almaty, allora capitale del Kazakistan (prima che la capitale fosse spostata ad Astana, nel mezzo del mezzo del nulla), la gente del posto era disorientata quando esprimevo l'impulso irrefrenabile di andare ad Aktau, la boomtown del petrolio. (“Perché? Lì non c'è niente”) Entrare nella stanza delle mappe in stile 2001 Odissea nello Spazio della sede del gigante energetico russo Gazprom a Mosca – con la dettagliata rappresentazione digitale di ogni singolo gasdotto e oleodotto in Eurasia – o nel quartier generale della Compagnia Petrolifera Nazionale iraniana a Teheran, con le sue file ordinate di esperte in chador, era per me come entrare nella grotta di Aladino. E non leggere mai le parola “Afghanistan” e “petrolio” nella stessa frase è ancora per me fonte di inesauribile divertimento.

Lo scorso anno il petrolio costava una follia. Quest'anno è relativamente a buon mercato. Ma non lasciatevi ingannare. Il punto qui non è il prezzo. Che piaccia o no, l'energia è ancora quello su cui vogliono mettere le mani tutti quelli che contano. Dunque considerate questo articolo semplicemente la prima puntata di un lungo, lungo resoconto delle mosse che sono state, o saranno, fatte nell'esasperante complessità del Nuovo Grande Gioco, che continua incessante a prescindere da quello che riesce a finire sulle prime pagine.

Dimenticatevi l'ossessione dei grandi media per al-Qaeda, Osama “vivo o morto” bin Laden, i taliban – neo, light, o classici – o la “guerra il terrore”, comunque la chiamino. Sono solo dei diversivi, se paragonati al gioco geopolitico dalla posta altissima che segue ciò che passa per i gasdotti e gli oleodotti del pianeta.

Chi lo dice che il Pipelineistan non può essere divertente?

Citofonare Dottor Zbig
Nel suo fondamentale libro del 1997, La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski – teorico straordinario della realpolitik ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, il presidente che avviò gli Stati Uniti alle loro moderne guerre per l'energia – espose piuttosto dettagliatamente come poteva essere conservato il “primato globale” americano. In seguito il suo piano sarebbe stato diligentemente copiato da quel mucchio letale di Dottor No riuniti nel Project for a New American Century (PNAC, nel caso aveste dimenticato l'acronimo quando i suoi creatori e il sito web sono tramontati) di Bill Kristol.

Per il Dottor Zbig, che come me si procura le dosi in Eurasia – e cioè pensando in grande – tutto si riduce a promuovere la giusta serie di “partner strategicamente compatibili” per Washington in luoghi dove i flussi energetici sono più forti. Questo, come disse allora molto garbatamente, servirebbe a plasmare “un sistema di sicurezza trans-eurasiatico più collaborativo”.

Ormai il Dottor Zbig – tra i cui ammiratori spicca il Presidente Barack Obama – deve essersi accorto che il treno eurasiatico che doveva consegnare le forniture energetiche è stato leggermente dirottato. Il settore asiatico dell'Eurasia, a quanto pare, si permette di dissentire.

Crisi finanziaria globale o no, il gas naturale e il petrolio sono le chiavi a lungo termine di un trasferimento inesorabile di potere economico dall'Occidente all'Asia. Chi controllerà il Pipelineistan – e, nonostante tutti i suoi sogni e i suoi piani, è improbabile che si tratti di Washington – avrà la meglio in tutto ciò che accadrà poi, e non un solo terrorista al mondo, né una “guerra lunga”, potranno cambiare questa realtà.

L'esperto di energia Michael Klare è stato fondamentale per identificare i vettori chiave nella lotta selvaggia e globale per il potere attualmente in corso sul Pipelineistan. Questi vettori vanno dalle sempre più scarse (e difficili da raggiungere) forniture di energia primaria allo “sviluppo dolorosamente lento di alternative energetiche”. Anche se non ve ne siete accorti, le prime schermaglie della Guerra Liquida del Pipelineistan sono già cominciate, e perfino nel momento peggiore per l'economia il rischio è sempre più alto, data la feroce competizione tra l'Occidente e l'Asia, che si svolga in Medio Oriente o nel teatro caspico o negli stati africani ricchissimi di petrolio come l'Angola, la Nigeria e il Sudan.

In queste prime schermaglie del XXI secolo, la Cina ha reagito prontamente. Già prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, i suoi leader formulavano una risposta a ciò che vedevano come una strisciante intrusione dell'Occidente nei territori del petrolio e del gas dell'Asia Centrale, soprattutto nella regione del Mar Caspio. In particolare, nel giugno del 2001 i suoi leader formarono insieme alla Russia la Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, nota come SCO: altro acronimo che vi conviene memorizzare, perché ne sentiremo parlare per un bel po'.

All'epoca i membri minori della SCO erano, significativamente, gli “Stan”, cioè le ex repubbliche dell'Unione Sovietica ricche di risorse – Kirghizistan, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan – su cui l'amministrazione Bill Clinton e poi la nuova amministrazione George W. Bush, guidate da uomini che avevano fatto i soldi con l'energia, avevano messo gli occhi. L'organizzazione doveva essere una società di cooperazione regionale economica e militare a vari livelli che, negli intenti dei russi e dei cinesi, avrebbe funzionato come una sorta di coperta di sicurezza attorno all'estremità superiore dell'Afghanistan.

L'Iran è, naturalmente, un nodo energetico cruciale dell'Asia Occidentale, e anche i suoi leader hanno dimostrato di saper darsi da fare nel Nuovo Grande Gioco. Servono almeno 200 miliardi di dollari in investimenti stranieri per modernizzare concretamente le favolose riserve iraniane di gas e petrolio, e dunque vendere molto di più all'Occidente di quanto ora lo consentano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Non sorprende che l'Iran sia stato presto preso di mira da Washington. Non sorprende che un attacco aereo contro quel paese sia ancora il sogno bagnato definitivo di vari likudnik assortiti come dell'ex vice presidente Dick (“Lenza”) Cheney e i suoi ciambellani e compagni di merende neo-conservatori. Dal punto di vista delle dirigenze da Teheran a Delhi a Pechino e a Mosca, un simile attacco, ora probabilmente escluso almeno fino al 2012, sarebbe una guerra non solo contro la Russia e la Cina, ma contro tutto il progetto di integrazione asiatica che la SCO si propone di rappresentare.

BRIC-a-brac globale
Nel frattempo, mentre l'amministrazione Obama tenta di mettere a punto le sue strategie iraniana, afghana e centro-asiatica, Pechino continua a sognare una versione energetica sicura e veloce della vecchia Strada della Seta che si estenda dal Bacino del Caspio (gli Stan ricchi di energia più l'Iran e la Russia) fino alla provincia dello Xinjiang, il suo Far West.

Dal 2001 la SCO ha ampliato i suoi obiettivi e il suo ambito. Oggi l'Iran, l'India e il Pakistan godono dello status di “osservatori” in un'organizzazione che mira sempre più a controllare e proteggere non solo le forniture energetiche regionali, ma il Pipelineistan in tutte le direzioni. Questo, naturalmente, è il ruolo che nelle intenzioni della dirigenza di Washington dovrebbe spettare all'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico in Eurasia. Visto che la Russia e la Cina si aspettano che la SCO svolga un ruolo simile in Asia, sono inevitabili scontri di vario tipo.

Consultate qualunque esperto dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali di Pechino, e vi dirà che la SCO dovrebbe essere intesa come un'alleanza storicamente unica tra cinque civiltà non occidentali – russa, cinese, musulmana, hindu e buddhista – e grazie a questo in grado di fare da base per la creazione di un sistema di sicurezza collettivo in Eurasia. È certamente un'idea destinata a contrariare gli strateghi globali dell'establishment americano come il Dottor Zbig e il consigliere per la sicurezza nazionale di George H. W. Bush Brent Scowcroft.

Dal punto di vista di Pechino, il nascente ordine mondiale del XXI secolo sarà determinato in misura significativa da un quadrilatero di paesi del BRIC – per quelli di voi che fanno collezione di acronimi da Nuovo Grande Gioco, BRIC sta per Brasile, Russia, India e Cina – più il futuro triangolo islamico di Iran, Arabia Saudita e Turchia. Aggiungeteci un Sudamerica unificato, non più schiavo di Washington, e avrete una SCO-plus globale. Almeno sulla carta, è un sogno ad alto numero di ottani.

La chiave di tutto è la continuazione dell'intesa cordiale sino-russa.

Già nel 1999, osservando l'aggressiva espansione nei Balcani della NATO e degli Stati Uniti, Pechino identificò questo nuovo gioco per quello che era: l'evoluzione di una guerra per l'energia. E la posta in gioco erano i giacimenti di petrolio e di gas naturale di quello che gli americani avrebbero presto cominciato a chiamare “arco di instabilità”, cioè un arco di territori che si estendeva dal Nordafrica alla frontiera cinese.

Non meno importanti sarebbero state le rotte seguite da oleodotti e gasdotti per portare all'Occidente l'energia sepolta in quelle terre. I luoghi in cui sarebbero state costruite e i paesi attraversati avrebbero determinato molte cose, in futuro. E qui l'impero delle basi militari degli Stati Uniti (pensate, per esempio, a Camp Bondsteel in Kosovo) incontrava il Pipelineistan (rappresentato, nel 1999, dall'oleodotto AMBO).

L'AMBO, cioè Albanian Macedonian Bulgarian Oil Corporation (Corporazione Petrolifera Albanese Macedone Bulgara), società registrata negli Stati Uniti, sta costruendo un oleodotto da 1,1 miliardi di dollari, il “Trans-Balkan”. La fine dei lavori è prevista per il 2011. Porterà il petrolio del Caspio all'Occidente senza farlo passare né per la Russia né per l'Iran. Come oleodotto, l'AMBO rientrerà alla perfezione nella strategia geopolitica di creare una griglia di sicurezza energetica controllata dagli Stati Uniti, idea che fu sviluppata per la prima volta dal segretario all'energia del presidente Bill Clinton, Bill Richardson, e in seguito da Cheney.

Dietro l'idea di quella “griglia” c'era la militarizzazione a tutti i costi di un corridoio energetico che si sarebbe esteso dal Mar Caspio in Asia Centrale, attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche ora indipendenti, fino alla Turchia, e da lì nei Balcani (e in Europa). Era pensato per sabotare i più ambiziosi piani energetici di Russia e Iran. L'AMBO avrebbe portato il petrolio dal bacino caspico a un terminal nell'ex repubblica sovietica della Georgia, nel Caucaso, da lì il greggio sarebbe stato trasportato in petroliera attraverso il Mar Nero fino al porto bulgaro di Burgas, dove un altro oleodotto lo avrebbe portato in Macedonia e poi al porto albanese di Vlora.

Per quanto riguarda Camp Bondsteel, era la base militare “duratura” che Washington aveva guadagnato dalle guerre per le spoglie della Jugoslavia. Sarebbe stata la più grande base su territorio straniero costruita dagli Stati Uniti dai tempi della Guerra del Vietnam. La controllata della Halliburton Kellogg Brown & Root l'avrebbe costruita, con il Corpo dei Genieri dell'esercito statunitense, su 400 ettari di terra agricola nei pressi del confine con la Macedonia nel Kosovo meridionale.

Immaginate una versione a cinque stelle di Guantanamo con incentivi per il personale che comprendevano massaggi thailandesi e cibo spazzatura a volontà. Bondsteel è l'equivalente balcanico di una gigantesca portaerei immobile, capace di sorvegliare non semplicemente i Balcani ma anche la Turchia e la regione del Mar Nero (considerata nella lingua neocon degli anni di Bush “la nuova interfaccia” tra la “comunità euro-atlantica” e il “Grande Medio Oriente”).

Come potevano la Russia, la Cina e l'Iran non interpretare la guerra in Kosovo e poi l'invasione dell'Afghanistan (dove in precedenza Washington aveva cercato di far coppia con i taliban e di incoraggiare la costruzione di un altro di quegli oleodotti che escludessero l'Iran e la Russia), l'invasione dell'Iraq (paese dalle vaste riserve petrolifere) e infine il recente scontro in Georgia (snodo cruciale per il trasporto energetico) come esplicite guerre per il Pipelineistan?

Anche se raramente i nostri media hanno valutato le cose da questo punto di vista, le dirigenze russa e cinese hanno visto una chiara “continuità” tra l'imperialismo umanitario di Bill Clinton e la “guerra globale al terrore” di George W. Bush. Il contraccolpo, come ricordò pubblicamente l'allora presidente russo Vladimir Putin, era inevitabile. Ma questa è un'altra storia, in questa grotta ci entreremo un'altra volta.

Notte di pioggia in Georgia
Se volete comprendere la versione americana del Pipelineistan dovete cominciare con la Georgia, un paese dominato dalla Mafia. Benché il suo esercito sia stato travolto nel recente conflitto con la Russia, la Georgia resta fondamentale per la politica energetica di Washington in quello che è ormai diventato un vero arco di instabilità, parzialmente per l'ossessione di escludere l'Iran dal flusso energetico.

La strategia americana si è coagulata attorno all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), come ho osservato nel mio libro del 2007, Globalistan. Lo stesso Zbig Brzezinski volò a Baku nel 1995 come “consulente per l'energia”, a meno di quattro anni dall'indipendenza dell'Azerbaigian, e illustrò l'idea alla dirigenza azera. Il BTC doveva andare dal terminale di Sangachal, a circa mezz'ora a sud di Baku, e passare attraverso la vicina Georgia per arrivare al terminal marino nel porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.

Ora operativo, quel serpente di acciaio lungo 1767 chilometri e largo 44 metri attraversa non meno di sei zone di guerra, in corso o potenziale: il Nagorno-Karabach (enclave armena in Azerbaigian), la Cecenia e il Daghestan (entrambe regioni di conflitto della Russia), l'Ossezia del Sud e l'Abchazia (su cui si è incentrata la guerra russo-georgiana del 2008) e il Kurdistan turco.

Da un punto di vista puramente economico, il BTC non aveva senso. Un oleodotto “BTK” da Baku all'isola iraniana di Kharg attraverso Teheran sarebbe costato, relativamente, quasi niente – e avrebbe avuto anche il vantaggio di escludere la Georgia corrosa dalla mafia e l'instabile Anatolia orientale popolata dai curdi. Quello sarebbe stato il modo più economico per portare in Europa il petrolio e il gas del Caspio.

Il Nuovo Grande Gioco fece sì che ciò non fosse, e quella decisione ebbe molte conseguenze. Anche se Mosca non aveva mai inteso occupare a lungo termine la Georgia nella guerra del 2008, né assumere il controllo dell'oleodotto BTC che la attraversa, l'analista energetico di Alfa Bank Konstantin Batunin ha osservato l'ovvio: interrompendo brevemente il flusso di petrolio che passa per il BTC, l'esercito russo ha fatto capire sin troppo chiaramente agli investitori globali che la Georgia non era un paese di transito energetico affidabile. In altre parole, i russi si sono presi gioco del mondo di Zbig.

Fino a poco tempo fa l'Azerbaigian aveva rappresentato un successo nella versione statunitense del Pipelineistan. Consigliato da Zbig, Bill Clinton letteralmente “sottrasse” Baku alla sfera russa promuovendo il BTC e le ricchezze che ne sarebbero derivate. Adesso, invece, interiorizzato il messaggio della guerra russo-georgiana, Baku si concede nuovamente di farsi sedurre dalla Russia. E poi il presidente azero Ilham Alijev non sopporta lo spavaldo presidente della Georgia Michail Saakašvili. E questo non sorprende. Dopo tutto, le avventate mosse militari di Saakašvili hanno fatto perdere all'Azerbaigian almeno 500 milioni di dollari quando il BTC è stato chiuso durante il conflitto.

Il blitzkrieg di seduzione energetica della Russia punta anche sull'Asia Centrale. (Ne parleremo nella prossima puntata sul Pipelineistan) Si incentra sull'offerta di acquistare gas kazako, uzbeko e turkmeno a prezzi europei anziché ai precedenti e molto più bassi prezzi russi. I russi, di fatto, hanno fatto la stessa proposta agli azeri: dunque ora Baku sta negoziando un accordo che comporta una maggiore capacità per l'oleodotto Baku-Novorossijsk, diretto verso le coste russe del Mar Nero, e sta prendendo in considerazione l'ipotesi di pompare meno petrolio per il BTC.

Obama deve capire le spaventose implicazioni di tutto questo. Meno petrolio azero nel BTC – la sua capacità massima è di 1 milione di barili al giorno, per la maggior parte diretti in Europa – significa che l'oleodotto rischia il fallimento, il che è esattamente ciò che vuole la Russia.

In Asia Centrale alcune delle poste più alte ruotano attorno al mostruoso giacimento petrolifero di Kashagan nel “leopardo delle nevi”, il Kazakistan: è l'indiscutibile gioiello della corona caspica con le sue riserve di 9 miliardi di barili. Come sovente accade nel Pipelineistan, tutto dipende da quali rotte consegneranno il petrolio di Kashagan al mondo dopo l'inizio della produzione nel 2013. Questo significa, naturalmente, Guerra Liquida. L'astuto presidente kazako Nursultan Nazarbajev vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per pompare il greggio di Kashagan verso il Mar Nero.

In questo caso i kazaki sono i padroni del gioco. La rotta che seguirà il petrolio di Kashagan deciderà se il BTC – un tempo spacciato da Washington come la via di fuga definitiva dalla dipendenza dal petrolio del Golfo Persico – dovrà vivere o morire.

Benvenuti, allora, nel Pipelineistan! Che ci piaccia o no, nella buona o nella cattiva sorte, possiamo ragionevolmente scommettere che diventeremo tutti turisti dell'oleodotto. Dunque seguite la corrente. Imparate gli acronimi cruciali, tenete d'occhio quello che succede a tutte quelle basi americane nelle heartland petrolifere del pianeta, fate caso a dove vengono costruiti oleodotti e gasdotti, e fate del vostro meglio per osservare attentamente il prossimo pacchetto di mostruosi contratti energetici cinesi e le favolose mosse della russa Gazprom.

E, già che ci siete, ricordate che questa è solo la prima cartolina dal Pipelineistan: torneremo (per adattare una battuta di Terminator). Immaginate una porta che si apre su un futuro in cui le direzioni dei flussi energetici e i loro beneficiari potrebbero rivelarsi la questione più importante del pianeta.

Originale: Liquid war: Welcome to Pipelineistan


Pubblicato il 26/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7346&lg=it

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lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

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giovedì, agosto 14, 2008

I link di oggi

Information dissemination: "con il via libera alla US Navy stiamo per assistere alla prima consistente operazione della marina americana dallo tsunami del 2005. Può non impressionare chi non è particolarmente addentro a queste cose, ma è così. Questi fatti cambieranno il nostro punto di vista strategico sulla potenza militare.
Per la seconda volta nel XXI secolo gli Stati Uniti stanno per esercitare consistentemente il proprio potere militare non in una guerra; ma invece di un disastro naturale questa volta affronteranno una potenza militare che esercita un controllo politico. È una missione militare, questa? Nel XXI secolo, ".

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Il conflitto russo-georgiano come test per l'Unione Europea, di Lili di Puppo, su Eurasianet:
Negli ultimi anni l'Unione Europea ha adottato un approccio morbido nel Caucaso, ma la mediazione della Francia tra Russia e Georgia suggerisce che quel ruolo è destinato a cambiare.
I segni di un cambiamento nella politica dell'UE nel Caucaso hanno già cominciato a delinearsi. Tra i segnali di un 'evoluzione, l'impegno del ministero degli Esteri tedesco per una proposta di pace per il conflitto abchazo-georigiano e la visita nel giugno 2008 dell'Alto Rappresentante dell'UE Javier Solana in Abchazia.
Secondo un analista le implicazioni più importanti della guerra si avranno nelle relazioni dell'Unione Europea con l'Ucraina e nell'intervento in altri conflitti regionali, compresi il Nagorno-Karabach e Transnistria.
Tuttavia ci sono divergenze tra gli stati membri: per esempio la Germania vede il ruolo dell'UE nella regione come un onesto mediatore tra Georgia e Russia o Russia e Stati Uniti, mentre i nuovi stati membri come la Polonia e gli stati baltici vorrebbero un ruolo più attivo e diretto dell'Unione Europea, e una linea più dura verso la Russia.
Quest'ultima ipotesi è però incerta, e la politica europea di difesa e sicurezza non è ritenuta sufficientemente sviluppata per consentire ampi impegni di peacekeeping.
Sabine Fischer dell'Istituto Europeo per gli Studi sulla Sicurezza di Parigi invita alla cautela: "Nella risoluzione del conflitto in Georgia non c'è un'Unione Europea, ci sono solo stati membri".

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Aleksandr Dugin, politologo e leader del Movimento Internazionale Eurasiatista:
"È stato tutto un bluff. [Gli americani] avrebbero potuto cercare di minacciarci ma non hanno fatto niente. Non l'hanno fatto perché dipendono da noi in Afghanistan; se dovessimo bloccare le forniture militari che passano attraverso il corridoio che solo noi controlliamo la situazione esploderebbe. Dunque, anche se gli americani fossero pazzi, e non lo sono, non scatenerebbero mai la terza guerra mondiale. Ecco perché sotto questo punto di vista siamo in guerra solo con Saakashvili e i mezzi tecnici presenti sul posto. E le altre questioni le considereremo man mano che si presentano".
"L'America è un paese razionale, e non può dare a vedere che sta abbandonando Saakashvili, anche se l'ha appoggiato ed è stata al suo fianco in questo crimine, contando che la Russia non reagisse. .. Ma la cosa che va ricordata è che una terza guerra mondiale e la partecipazione dell'America a questo conflitto era esclusa fin dall'inizio, e i nostri strateghi lo sapevano benissimo".
Link (Agenzia di informazione Regnum, in russo).

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Secondo Mike Whitney (che cita le recentissime esternazioni di Brzezinski) a Putin è stata tesa una trappola che servirebbe a trascinare la Russia in un conflitto infinito per prosciugare le sue risorse, diminuire il suo prestigio sulla scena globale, indebolire la sua influenza nella regione, rafforzare le alleanze tra Europa e America e distogliere l'attenzione dalla campagna nel Golfo. Gli artefici di questa trappola sarebbero lo stesso Brzezinski, Holbrooke e la Albright, gente che sa manipolare i mezzi di informazione e i canali diplomatici ai propri fini.
Perché questa squadra di "imperialisti machiavellici" (che, incidentalmente, si è schierata con Obama) è così interessata a demonizzare Putin e a minacciare la Russia di "ostracismo, isolamento e sanzioni economiche?" Qual è il crimine di Putin.
Il crimine di Putin, secondo Whitney, è tutto espresso nel discorso di Monaco, una sfida al "sistema internazionale" di Brzezinski e al mondo delle corporazioni e delle banche dell'oligarchia occidentale.
Dunque, conclude Whitney: "L'Ossezia del Sud era una trappola e Putin ha abboccato. Sfortunatamente per Bush lo scaltro primo ministro russo è molto più intelligente di chiunque faccia parte dell'attuale amministrazione".
[L'ora del disclaimer: a chi si occupa di Russia abbastanza da vicino non sfuggirà la tendenza alla drammatizzazione e alla personalizzazione di valutazioni come questa; Putin-lo-scaltro è la controparte (altrettanto semplificata) di Putin-demonio-che-tutti-amano-odiare. La realtà del potere russo è più complessa, intricata e, perché no, ambigua. Comunque tutto questo serve da buon ripasso sulla cricca Brzezinski].

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Galleria fotografica di RIA Novosti: Tskhinvali dopo la guerra.
[Lapsus: avevo scritto RAI Novosti, quella esiste solo nei miei sogni. Fortuna che mi tenete d'occhio, grazie B.!]

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Carlo Benedetti su Altrenotizie.org:
"Casa Bianca Pentagono e Cia utilizzano in queste ore i loro canali per attaccare la Russia e stravolgere la realtà dei fatti. L’obiettivo è di mettere sotto accusa il Cremlino di Putin e Medvedev sostenendo che è stata Mosca ad attaccare in Ossezia e che, quindi, resta “la Russia di sempre”, erede dei metodi sovietici. La posizione americana trova subito utili laudatores anche nella stampa di casa nostra che si affrettano a scrivere che 'Mosca ha una voglia matta di “rivedere la pesante eredità della sconfitta patita nella Guerra fredda'. Non c’è nessun tentativo reale di comprendere il conflitto nelle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche. Siamo di nuovo al clima maccartista, ai diktat di Foster Dulles. Si spinge volutamente indietro la ruota della storia presentando il leader georgiano come un politico sì dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo di Scevardnadze. La Georgia viene quindi presentata da vari media occidentali come una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, ma pur sempre accettabile.

Comunque sia la propaganda non può nascondere la verità. Nell’Ossezia del Sud ci sono oltre 2000 ossetini e russi uccisi e trucidati da un esercito comandato da Michail Saakasvili, il presidente-Quisling filoamericano e filo-Nato. Ci sono migliaia di abitazioni distrutte, ospedali rasi al suolo, scuole sventrate dai missili georgiani tutti regolarmente 'made in Usa' o in Israele. Bush, quindi, può essere contento per gli investimenti fatti nel Caucaso e il miliardario Soros (che a partire dal 1979 ha distribuito 3 milioni di dollari l'anno a movimenti di dissidenti dell’Est utilizzando come copertura il suo Open Society Institute) può promuovere a pieni voti il suo allievo Saakasvili e il nuovo arrivato Giga Bokeria, il 36enne leader del movimento studentesco della Georgia denominato 'Kmara!' (Basta!) che è, praticamente, una filiale della Cia americana nell’intero Caucaso".

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Chris Floyd critica la decisione americana di mandare le forze armate in "missione umanitaria" in una delle zone più instabili del mondo e si rifà all'articolo di Robert Scheer su Stratfor (che abbiamo citato ieri) per sottolineare il possibile ruolo del lobbista Randy Scheunemann, consigliere di McCain e fautore dell'invasione dell'Iraq.
Insomma, secondo Floyd qui ci sarebbe di mezzo una profezia autoavverantesi dei neoconservatori, per cui la Russia si trasforma in un nemico in espansione e Putin è il nuovo Stalin.
E Obama?
Il candidato democratico si è allineato con McCain, Butt-Thumper, Dick Cheney, Bill Kristol e tutta la cricca di guerrafondai dichiarando il proprio appoggio all'ingresso della Georgia nella NATO (ma immaginiamo solo cosa sarebbe successo se la Georgia ne avesse già fatto parte).
Con "progressisti" come questi, conclude Floyd, chi ha bisogno del Project for a New American Century?

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Questo non è il 1968? Condoleezza Rice, la commediante
"Questa è probabilmente la cosa più divertente che ho sentito negli ultimi tempi. Condoleezza Rice alla BBC a proposito dell'invasione russa della Georgia:

Non è il 1968, quando la Russia poteva invadere un paese, occupare una capitale, rovesciare un governo e farla franca.

Cavoli, Rice, non è ESATTAMENTE quello che hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq? E a Panama?

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Da questo articolo di Brendan Cooney per Counterpunch sulla delusione e le speranze infrante dei georgiani:

"Pyotr Bezhov, in fuga dalle violenze, ha detto a un giornalista del New York Times: 'Il problemi più grosso qui siete voi, il vostro paese. Avete detto che i sovietici erano un impero malvagio, ma siete voi l'impero'.
Le truppe in ritirata non parlavano tanto della brutalità dei russi come ci si poteva aspettare ma del tradimento degli americani.
'Negli ultimi anni ho vissuto in una società democratica", ha detto al New York Times il maggiore Georgi, un soldato georgiano in ritirata. 'Ero felice. E adesso l'America e l'Europa ci sputano addosso'. 'Dove sono i nostri amici?' ha chiesto un altro soldato esausto.
La Georgia amava gli Stati Uniti. La strada dall'aeroporto si chiama George W. Bush Street.
[...]
Alla ricerca disperata di alleati per la loro tremenda guerra, gli Stati Uniti hanno addestrato le forze georgiane e sono diventati i loro migliori amici. Dopo la Gran Bretagna, la Georgia è il paese che ha mandato il contingente più numeroso in Iraq. Forse i georgiani sono stati pazzi a pensare che gli Stati Uniti avrebbero messo i muscoli dove c'erano solo parole, ma ci hanno creduto.
[...]
Questa settimana Bush ha detto che l'offensiva russa era 'inaccettabile nel XXI secolo'. Bush ha un calendario diverso dal nostro? In quale secolo è avvenuta, la sua invasione? In che senso inaccettabile? Perché non è stata abbastanza cruenta, o l'occupazione non è stata completata? Perché Putin non ha ancora impiccato il presidente georgiano per i suoi presunti crimini?"

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Saakashvili sta perdendo la guerra dei media? È quello che si chiede Janet McBride sul blog di Reuters. Fin dall'inizio della controffensiva russa, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili è stato onnipresente nei mezzi di informazione occidentali. È apparso su CBS, CNN, BBC e praticamente tutte gli altri canali televisivi in lingua inglese per accusare la Russia di aver invaso la Georgia, di voler attaccare la capitale e di progettare il suo rovesciamento. L'11 agosto, in un corsivo apparso sul Wall Street Journal, ha ammonito che la caduta della Georgia sarebbe stata la caduta dell'Occidente.
All'inizio del conflitto il verdetto è stato univoco: Saakashvili stava vincendo a man bassa la guerra dei media.
Ma la tendenza si sta invertendo, e le cose a quanto pare si stanno mettendo male per Saakashvili, mentre i russi stanno cominciando a destreggiarsi meglio nei rapporti con i media. Perfino gli Stati Uniti hanno messo un freno al presidente georgiano, smentendo la sua affermazione a proposito del controllo americano di porti e aeroporti della Georgia.
Dunque la ben oliata macchina propagandistica di Saakashvili gli si sta rivoltando contro? Sta perdendo la simpatia internazionale?"

Da un commento di Saker, che ha ripreso il post:
"Saakashvili non è perfetto per screditare completamente la sola idea di essere alleati con gli USA? Non è la prova vivente che Zio Sam non è in grado di salvarti la pelle quando le cose si mettono male? Saakashvili non è un testimonial perfetto per il concetto che la gente se ne deve stare LONTANA da qualsiasi alleanza con l'Impero?
Se la risposta è 'sì', forse i russi potrebbero voler lasciare Saakashvili al potere ancora per un po'".

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Saakashvili nega che Israele abbia interrotto le forniture militari, scrive Haaretz. E poi specifica che ben due ministri georgiani (quello della Difesa e quello della Reintegrazione) sono israeliani e si occupano entrambi della guerra, e ciò significa "che la guerra o la pace in Georgia sono nelle mani di ebrei israeliani".
"Yakobashvili di fatto non è cittadino israeliano. Le dichiarazioni di Saakashvili fanno parte del tentativo del suo governo di trascinare altri paesi nella sua guerra contro la Russia", commenta il quotidiano israeliano.
Sempre per quanto riguarda le forniture israeliane, secondo Peter Hirshberg la pubblicità data alle transazioni dalla guerra potrebbe essere un danno per Israele, dal momento che la Russia potrebbe, per ritorsione, aumentare le vendite di armi a Siria e Iran (l'articolo cita la vendita di un sistema missilistico s300 all'Iran, di cui si discuteva da tempo, e che potrebbe andare a buon fine visti i recenti avvenimenti). Inoltre gli israeliani temono anche un possibile maggiore riavvicinamento tra Iran e Russia (articolo del Jerusalem Post).

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Secondo Jonathan Steele non di guerra per gli oleodotti si tratta, ma di attacco contro l'influenza russa.

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Arkadij Babčenko, corrispondente di guerra, si è aggregato alle truppe russe e le ha seguite a Džava, a Tskhinvali, ha assistito all'assalto di Zemo-Nikozi [villaggio a sud della capitale Tskhinvali], ha seguito il battaglione ceceno "Vostok" verso Gori ed è ritornato in elicottero con i feriti. Ha scattato 89 fotografie nella zona del conflitto.
[Attenzione, alcune immagini possono ovviamente turbare].
Link, qui. Il caricamento è abbastanza rapido.

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Da Lenin's Tomb:

"Ecco John 'Reich centenario' McCain:
Voglio dialogare con i russi. Voglio che lascino il più rapidamente possibile il territorio georgiano. E ho a cuore le buone relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Ma nel ventunesimo secolo le nazioni non invadono altre nazioni.
Stai zitto, McCain. Stai solo zitto".

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sabato, maggio 17, 2008

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

di Dmitry Shlapentokh

Nei paesi eurasiatici sono recentemente apparsi vari film su Genghis Khan e su argomenti correlati. Ciascuno di questi film, e soprattutto la risposta del grande pubblico, segnala dei cambiamenti geopolitici in Eurasia e il desiderio dell'élite di etnia russa di svolgere un ruolo dominante nella Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico. Allo stesso tempo, l'interesse per Genghis Khan di alcuni intellettuali appartenenti alle minoranze etniche russe indica una persistente tensione etnica in Russia.

Si potrebbe ipotizzare che il crescente interesse per Genghis Khan possa essere attribuito semplicemente all'800° anniversario dell'ascesa del suo enorme impero. Questa spiegazione varrebbe per la Mongolia, dove l'anniversario nel 2006 è stato celebrato in pompa magna per affermare il nazionalismo post-comunista mongolo e dove è stato girato uno dei film su Genghis Khan. Ma l'uscita di vari film su Genghis Khan nei paesi eurasiatici non può essere spiegata solo con l'anniversario. Ha radici molto più profonde. Di fatto, l'aumento di interesse per questa o quella figura storica è legato a tendenze geopolitiche, a dichiarazioni di forza e alla centralità di una certa civiltà a scapito delle altre. I film su Alessandro Magno riflettono il desiderio degli Stati Uniti di imporre il proprio dominio sul Medio Oriente e in generale la propria centralità geopolitica, che un certo numero di americani identificano con il dominio sull'Occidente in generale. Il film 300, invece, si concentrava non sul trionfo degli eserciti greco-macedoni, ma sull'impresa disperata di 300 spartani contro la forza schiacciante dei persiani, indicando la percezione di un indebolimento degli Stati Uniti o, si potrebbe dire, dell'intero Occidente di fronte alla crescente pressione dell'Asia. Ecco perché i film su Genghis Khan sono diventati così popolari. Mentre Alessandro Magno incarna l'affermazione del potere dell'Occidente, Genghis Khan simboleggia l'ascesa e il dominio dell'Oriente. L'importanza di Genghis Khan come simbolo dell'Oriente vittorioso potrebbe spiegare perché Genghis Khan sia diventato una figura molto amata anche in quei paesi che furono devastati dalle orde dei guerrieri mongoli del Khan e dei suoi successori. Questo vale per il Giappone, che era una delle maggiori potenze economiche orientali e resistette faticosamente alle invasioni degli eserciti mongoli. Lo stesso potrebbe dirsi, in una certa misura, della Russia e di altri paesi asiatici dell'ex-Unione Sovietica.

L'interesse per Genghis Khan e la reazione del grande pubblico ai film su di lui indica un altro aspetto importante della vita post-sovietica nel territorio dell'ex-URSS. Indica che l'élite di etnia russa si considera ancora la forza dominante all'interno della Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico, nell'ambito del tradizionale modello eurasiatico. Allo stesso tempo, la visione alternativa del passato e del presente tra le minoranze russe dimostra la loro intenzione di sfidare questo modello.

L'autore di Mongol, Sergej Bodrov, ha dichiarato apertamente di essere stato ispirato da Lev Gumilëv. Gumilëv, figlio del grande poeta e critico russo Nikolaj Gumilëv e dell'ancor più celebre poetessa Anna Andreevna Gorenko (pseudonimo Anna Achmatova), ebbe una vita tragica e turbolenta. Non solo suo padre fu giustiziato (nel 1921) perché accusato di complotto antisovietico, ma anche la madre, con cui ebbe un rapporto molto teso, era stata perseguitata dalle autorità. Lo stesso Gumilëv trascorse del tempo in un campo di concentramento di Stalin.

Lev Gumilëv divenne celebre presso il grande pubblico solo durante l'era di Gorbačëv, alla fine della sua vita, quando acquisì notorietà praticamente da un giorno all'altro. Con alcune riserve, Gumilëv aveva seguito gli eurasiatisti storici, che erano emersi negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi e che credevano che la civiltà russa fosse una fusione unica di popoli slavi e turchi/mongoli. Secondo Gumilëv la Conquista Mongola non fu esattamente un'invasione di massa ma piuttosto una penetrazione che portò rapidamente a una sana simbiosi. Infine, e questo era l'aspetto più importante per Gumilëv e per gli altri eurasiatisti, i mongoli erano stati un popolo caratterizzato da una completa tolleranza religiosa e per questo motivo i russi giunsero a preferire l'ortodossia come identità nazionale. Infatti, se non avessero avuto la meglio i mongoli ma i cavalieri teutonici, la Russia sarebbe stata completamente latinizzata: convertita al cattolicesimo romano, sarebbe completamente scomparsa. Naturalmente i mongoli qui sono visti come una forza prevalentemente benigna. E secondo questa lettura non si può parlare di giogo mongolo/tataro.

Nel corso del tempo, secondo questa concezione, l'Impero Mongolo sperimentò una sorta di decadenza, e i mongoli alla fine passarono il testimone dell'impero ai russi. Nel contesto di questa teoria, l'impero russo non era altro che un impero mongolo-ortodosso. Infine il testimone fu passato all'Unione Sovietica. Rifacendosi a questa visione dell'impero mongolo, il regista non solo si è riferito direttamente a Gumilëv come forza ispiratrice, ma in un'intervista ha espresso altre osservazioni per spiegare al pubblico perché è stato scelto Genghis Khan e perché l'impero mongolo dovrebbe essere caro a tutti i russi. Ha detto che le persone di etnia russa dovrebbero capire che nelle loro vene scorre sangue mongolo/tataro e, implicitamente, che non esiste il sangue russo puro. In secondo luogo, il regista ha fatto riferimento ad Aleksandr Nevskij, il principe russo che sconfisse i cavalieri teutonici, che costituivano la vera minaccia mortale per la Russia, nella Battaglia del Ghiaccio (1242). Aleksandr Nevskij divenne una specie di fratello per il capo mongolo/tataro Batu, che conquistò la Russia. Ha anche riaffermato l'altro presupposto fondamentale della filosofia di Gumilëv, secondo il quale senza i mongoli i russi sarebbero stati assimilati dall'Occidente religiosamente, culturalmente ed etnicamente. La conquista mongola è vista non tanto come una conquista ma come una sorta di simbiosi tra popoli fraterni; e questo è assolutamente coerente con la visione di Gumilëv.

Dunque l'interesse per Genghis Khan, ha insistito il regista, non è dovuto solo all'aspetto drammatico degli eventi e al ruolo futuro dell'Asia (e qui ha fatto riferimento all'ascesa della Cina) ma anche al fatto che i mongoli gettarono le basi dello stato russo come nazione multiculturale e multiconfessionale. Infine c'è un altro motivo per cui Genghis Khan può essere apprezzato dai russi di oggi. Il film comincia mostrando l'infanzia di Genghis Khan, contrassegnata dalla tragedia e dall'umiliazione. Il giovane Genghis Khan viene catturato e ridotto in schiavitù, la sua bellissima moglie violentata. Sembra destinato all'assoluta oscurità, eppure risorge letteralmente dalle proprie ceneri: alla sua morte e durante i regni dei suoi successori i mongoli gungono a controllare il più grande impero continentale della storia umana. Bodrov allude al fatto che lo stesso si può dire del futuro della Russia: dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la Russia oggi risorge dalle proprie ceneri come forza di prima grandezza in Eurasia.

Un ultimo aspetto, ma non meno importante: nella fredda, calcolatrice figura di Genghis Khan, che costruisce meticolosamente un grande futuro per se stesso e per il suo popolo, si può intravedere il futuro di Vladimir Putin, che, cominciata la propria carriera come oscuro funzionario del KGB prima del crollo del regime sovietico, è giunto a detenere un potere quasi autocratico e vede se stesso come il creatore di una Russia potente e autonoma.

Questa immagine di Genghis Khan e del suo Impero Mongolo, se piace ad alcuni rappresentanti dell'élite russa, non si conforma ai progetti politici di altri. Un esempio è rappresentato dalle minoranze non-slave della Federazione Russia. L'eurasiatismo nella sua interpretazione tradizionale ha un atteggiamento di doveroso rispetto verso le minoranze etniche, e riconosce perfino che i russi di oggi non sono puri slavi, almeno dal punto di vista razziale o etnico. Tuttavia questi progetti politici suggeriscono che sono ai russi spetta il ruolo di “fratelli maggiori” in Russia e in Eurasia; ed è a loro che Genghis Khan e i suoi successori hanno passato il testimone. Questa interpretazione però non incontra i favori delle numerosi minoranze etniche della Federazione Russa, ciascuna con la propria visione ideologica e conseguentemente politica e socio-economica. Alcuni membri dell'élite di queste minoranze ritengono che i russi non solo debbano rinunciare a essere i “fratelli maggiori”, ma vadano perfino relegati al ruolo di “fratelli minori”. Alcuni pensano addirittura che i russi siano irrilevanti per lo spazio eurasiatico; di conseguenza, forniscono la propria lettura del passato storico.

Un regista di etnia jacuta ha proposto nel suo film una nuova visione di Genghis Khan. Il film riconosce che la Russia è il legittimo successore dell'impero di Genghis Khan. Tuttavia la Russia ha un ruolo subalterno. L'impero di Genghis Kahn, secondo questa interpretazione, era fondamentalmente uno stato turanico, e il popolo turanico non passò il testimone ai russi. Dominò lo spazio eurasiatico nel passato e lo fa nel presente; e gli jacuti, presentati qui come un popolo turanico, dovrebbero essere tra i dominatori dell'Eurasia/Russia.

Un corrispondente di Izvestija, che ha visitato la Jacuzia e intervistato il regista del film, ha scritto che questa visione degli jacuti come forza dominante della Russia/Eurasia non è un'astrazione: si ricollega all'ascesa del nazionalismo jacuto e alle condizioni umilianti degli abitanti di etnia russa della Jacuzia. È un fatto che oggi in Jacuzia tutti i buoni lavori sono nelle mani degli jacuti, e che i russi vengono discriminati sia nella professione sia nelle opportunità formative. L'articolo “Genghis Khan, mostra la tua vera faccia” ha destato reazioni molto forti: l'autore e Izvestija sono stati accusati di fomentare le tensioni etniche.

In queste due immagini contrastanti di Genghis Khan come costruttore di un impero russo o di uno stato turanico/asiatico è importante la reazione dell'uomo medio della Federazione Russa. E questa reazione indica profonde tensioni etniche o, più precisamente, socio-etniche all'interno dello stato. In questo la risposta del pubblico al film jacuto è particolarmente importante, e può essere seguita attraverso le polemiche in rete a proposito del film.

Dunque questo interesse per l'impero mongolo segnala uno spostamento globale verso l'Asia, che incombe sempre più come centro economico e potenzialmente geopolitico del mondo. Nell'ex-Unione Sovietica questa immagine dell'impero mongolo aveva una dimensione aggiuntiva: indicava il conflitto tra le vari parti dell'ex-URSS per conquistare la posizione dominante nello spazio post-sovietico. Nella Federazione Russia l'immagine dei mongoli ha a che fare con i conflitti tra etnia russa e minoranze. E i conflitti sono legati alle diverse interpretazioni dell'Impero Mongolo. Secondo la prima, il testimone dell'impero fu passato ai russi. Secondo l'altra, fu passato alle minoranze etniche oppure a nessuno. Le recenti violenze etniche in Russia, come a Kondopoga e a Stavropol, illustrano che queste diverse visioni dei rapporti tra russi e minoranze non sono solo legate a diverse visioni del passato ma hanno implicazioni potenzialmente molto serie per il destino della Federazione Russa.

Originale da: Caci Analyst


Articolo originale pubblicato il 28 novembre 2007

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giovedì, maggio 15, 2008

La reinterpretazione russa di Genghis Khan

La reinterpretazione russa di Genghis Khan
di Dmitry Shlapentokh

Genghis Khan e i suoi successori, i grandi conquistatori che crearono il più grande impero continentale del mondo – affascinano da secoli storici e scrittori. Tuttavia, praticamente in tutti i paesi che subirono le invasioni mongole, Genghis Khan non è stato quasi mai visto sotto una luce positiva e nessun paese ha mai cercato di farlo proprio.

La Russia, che è stata travolta dalle orde mongole negli anni 1237-1240, non ha fatto eccezione, almeno in epoca moderna: sia gli storici zaristi sia quelli sovietici rappresentavano invariabilmente i mongoli – chiamati tatari dai russi – come il male. E la lotta secolare contro i mongoli veniva pubblicamente esaltata. La situazione è cambiata durante l'era post-sovietica, quando all'improvviso vari settori dell'élite della Federazione Russa hanno cominciato ad associarsi direttamente o indirettamente con il grande guerriero mongolo e con il suo impero.

Piuttosto sorprendentemente – almeno a prima vista – alcuni hanno cominciato a vedere il conquistatore mongolo sotto una luce positiva. E questa tendenza, tra molte altre cose, si è manifestata anche nel recente film russo Mongol, che è appunto dedicato alla conquista mongola.

Si potrebbe naturalmente dire che la figura Genghis Khan, al di là della spettacolarità del film, attrae gli spettatori russi perché rappresenta il leader forte che tanto desiderano (e questa è una delle ragioni della popolarità di Vladimir Putin).

Però il pubblico russo non ha bisogno della figura di un capo mongolo. Potrebbe bastargli un personaggio russo che incarnasse queste caratteristiche. Anzi, i registi avrebbero potuto portare sul grande schermo un regnante russo come Ivan il Terribile o Pietro il Grande, e perfino Stalin. Dunque l'interesse per Genghis Khan non è dovuto solo alla predilezione dei russi per i leader forti, ma anche ad altre e più profonde ragioni; l'interesse per i mongoli deriva da un tentativo di creare un passato storico in grado di tenere assieme i vari gruppi etnici della Federazione Russa.

In era sovietica, le ideologie comuniste proclamavano che i vari gruppi etnici dell'URSS dovessero convivere principalmente sulla base dei loro legami sociali, politici e ideologici. Con la fine dell'Unione Sovietica l'ideologia comunista scomparve come forza aggregante. L'élite russa era alla ricerca di un sostituto ideologico che giustificasse la necessaria convivenza dei vari gruppi etnici anche nella Federazione Russa. E qui la dottrina dell'eurasiatismo torna molto utile.

L'eurasiatismo emerse negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi. I suoi sostenitori affermavano che i russi non solo non dovevano avere a che fare con l'Occidente, ma neanche con gli slavi. Secondo gli eurasiatisti i russi sono un misto di sangue slavo e turco e, in quanto etnia e civiltà a sé stante, sono legati con popoli a loro affini, cioè le minoranze della Russia/URSS.

Questi popoli sono cementati nella quasi-nazione e quasi-civiltà di “Eurasia” dalle grandi imprese della conquista mongola. Ed è qui che i mongoli in generale e Genghis Khan in particolare si sono trasformati da sanguinari invasori a costruttori dell'impero. Anzi, dal punto di vista degli eurasiatisti non c'era stata neanche una vera e propria conquista mongola, ma piuttosto una salutare “simbiosi” tra russi e mongoli. Inoltre, aspetto importantissimo per la storiografia eurasiatista, non c'era neanche stata una liberazione dal dominio mongolo/tataro: i mongoli avevano semplicemente passato ai russi il controllo del grande impero eurasiatico che avevano costruito.

Questo collegamento diretto tra i mongoli e la grande Russia pre-rivoluzionaria/sovietica – e il sogno che il ruolo dominante della Russia nella storia mondiale non sia perduto e possa essere riportato in auge come grande impero multietnico costituito da russi e da minoranze non slave – spiega la grande attrazione per la figura di Genghis Khan e costituisce il tema centrale del film.

Tuttavia questo tentativo di arruolare Genghis Khan a favore della grandezza imperiale della Russia ha incontrato la resistenza delle ancora numerose minoranze russe, i cui componenti e la cui influenza sono cresciuti nel periodo post-sovietico. Queste minoranze non hanno alcuna intenzione di essere i “fratelli minori” della Russia, e vedono Genghis Khan a modo loro. In Jacuzia, in Siberia, si sta infatti lavorando ad altri film su Genghis Khan.

L'autore del film ha messo in chiaro che Genghis Khan e la sua eredità non hanno niente a che fare con i russi ma piuttosto con gli jakuti e altri popoli asiatici e mongoli (nella sua interpretazione, la Jakuzia è una nazione turanica). Le implicazioni politiche del film sono chiare: la Jakuzia dovrebbe, se non essere del tutto indipendente, almeno avere una più ampia autonomia all'interno della Federazione Russa e acquisire il controllo delle proprie ricchissime risorse naturali.

L'élite russa è fortemente contraria a questa interpretazione di Genghis Khan, e un giornalista di Izvestija ha commentato ironicamente la decisione di trasformare Genghis Khan nella Jakuzia. L'autore dell'articolo ha preso in giro le manie di grandezza della Jakuzia, ma non si tratta semplicemente di ironia sulla megalomania dell'élite jakuta o sul suo desiderio di controllare le risorse naturali della repubblica.

Le implicazioni sono molto più serie: riconoscendo gli jakuti, e le altre minoranze di etnia e lingua turca della Russia, come unici eredi dell'impero mongolo, sono i russi che rischiano di essere relegati al ruolo di “fratelli minori”. E magari in questo nuovo assetto eurasiatico per loro potrebbe anche non esserci posto. Secondo l'autore dell'articolo di Izvestija, attualmente la Jakuzia sta sostituendo sistematicamente i russi con gli jakuti in tutti i lavori più ambiti.

Questa crescente pressione delle minoranze dalle diverse parti della Federazione Russia è stata rafforzata dalla paura dell'immigrazione non-slava dall'Asia Centrale, dal Caucaso e soprattutto dalla Cina. Per un numero sempre maggiore di russi è ormai chiaro che questa pressione non solo potrebbe relegarli al ruolo di “fratelli minori” in qualsiasi assetto geopolitico, ma addirittura porre fine alla loro esistenza in Eurasia.

E questo ha fatto sì che i russi siano tornati a vedere i mongoli, e in generale gli asiatici, come una minaccia mortale per la Russia e per il resto dell'Europa. E anche se dal punto di vista russo l'Occidente si è comportato in modo ostile e ingrato, la Russia è ancora logicamente in prima linea nella difesa della cristianità europea, ruolo che svolge fin dal XIII secolo.

Dmitry Shlapentokh, PhD, è professore associato di storia al College of Liberal Arts and Sciences, Indiana University South Bend. È l'autore di East Against West: The First Encounter - The Life of Themistocles (2005).


Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 ottobre 2007

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