martedì, ottobre 21, 2008

Ideologia e politica: il discorso di Medvedev a Evian

[Breve analisi di Laughland sul discorso di Evian di Medvedev (che effettivamente a Ovest è quasi passato sotto silenzio e contiene elementi molto importanti: appena ho tempo lo traduco)]

Ideologia e politica

di John Laughland

Il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev al forum politico di Evian, l'8 ottobre, è stato accolto con un silenzio pressoché totale dai commentatori europei. In quel discorso Medvedev proponeva la creazione di una struttura di sicurezza pan-europea che comprenda l'attuale organizzazione euro-atlantica, la NATO.

La ragione dell'assenza di reazioni potrebbe essere che l'attenzione era tutta rivolta alla crisi finanziaria mondiale. Forse il silenzio si spiega anche con il fatto che i politici e i commentatori occidentali non sapevano che dire.

Su un livello, il discorso può essere visto nel contesto della lunga continuità storica che caratterizza la politica estera russa, in quanto rinnova il pluridecennale desiderio di Mosca di essere ufficialmente ammessa negli affari mondiali, dalla firma degli accordi di Helsinki nel 1975 da parte di Brežnev all'appello di Gorbačëv per una “Casa europea comune” durante gli anni Ottanta. La Russia è un membro entusiasta delle Nazioni Unite fin dalla creazione dell'Organizzazione nel 1945, e dunque è naturale che Medvedev inviti al rispetto e al rafforzamento di quella istituzione.

A un livello più profondo, tuttavia, il discorso esprime una frustrazione nei confronti della politica occidentale che al momento è particolarmente sentita, e per ben noti motivi. Contiene una battuta eccellente, “La sovietologia, come la paranoia, è una malattia pericolosa” (e le decisioni politiche dell'Occidente in rapporto alla Russia risentono di entrambe), ma anche un riferimento a qualcosa che perfino il presidente russo potrebbe sottovalutare.

Medvedev ha espresso rammarico per il fatto che in passato si sia persa un'occasione per “de-ideologizzare le relazioni internazionali”. Si riferiva al modo in cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta russa di contribuire alla guerra contro il terrorismo. Ha proposto un nuovo modo per giungere allo stesso risultato, e cioè un nuovo patto europeo per la sicurezza basato sul rispetto reciproco dei diritti degli stati. Il problema di Medvedev è che de-ideologizzare le relazioni internazionali è esattamente quello che la maggioranza dei politici occidentali è assolutamente decisa a evitare.

Naturalmente la politica estera americana è dominata dall'ideologia, quella del neo-conservatorismo. È uno strano ibrido di nazionalismo militarista e millenarismo da Chiesa Bassa vecchio stampo, con una buona dose di fantasie neo-trozkiste sulla rivoluzione democratica mondiale. Di fatto, è esattamente questo il motivo per cui la politica estera statunitense è così pericolosa: l'ideologia distrugge la politica perché incoraggia i capi a pensare di essere i portatori di un'idea universale, non i rappresentanti di uno stato con interessi particolari e circoscritti. Quest'ultima concezione presuppone che anche gli altri stati abbiano legittimi interessi che possono bilanciarsi con i propri nel dare e avere della negoziazione internazionale. Invece le idee universali non tollerano alcun dissenso, e gli stati che non le condividono sono considerati non solo nemici da sconfiggere ma perfino una minaccia all'umanità che va completamente distrutta.

Tuttavia lo stesso vale anche per quei leader europei che Medvedev ha evidentemente cercato di corteggiare. L'esistenza stessa dell'Unione Europea è fondata sull'ideologia, sulla concezione che le asperità della “vecchia politica” possano essere superate grazie a una nuova e più morbida “ideologia europea”, e che i ristretti interessi nazionali possano essere superati e trasfigurati in interessi universali nella post-moderna, post-nazionale e apolitica struttura europea. La sola cosa in grado di provocare sussulti di ostilità e paura in ogni politico europeo è un qualsiasi accenno all'idea di equilibrio del potere: in Europa potere è una parolaccia perché i capi europei, come gli americani, vedono con ipocrisia se stessi impegnati a perseguire l'ideologia, non la politica.

L'atteggiamento mentale dei leader politici russi non potrebbe essere più diverso. Se l'esperienza comunista ha insegnato qualcosa agli uomini di Mosca, è che l'ideologia è fatale sia alla politica interna che alle relazioni internazionali. Sanno che l'ideologia del socialismo e della lotta di classe internazionale ha messo la Russia in ginocchio. Nel 2007 Vladimir Putin ha attaccato Lenin proprio per aver distrutto la Russia anteponendo a tutto l'ideologia della rivoluzione mondiale. I capi russi post-sovietici hanno imparato che la politica è meglio, molto meglio, dell'ideologia.

Poiché la fiducia nell'ideologia dei politici americani ed europei è incrollabile, essi manifestano un odio per la politica nel vero senso della parola. E dunque odiano la Russia. Come Marx ed Engels consideravano la Russia cristiana una minaccia alla loro ideologia, i leader dell'Unione Europea comprendono che la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev si comporta politicamente, non ideologicamente. Inoltre, visto che la Russia è sì indiscutibilmente uno stato europeo ma anche un'entità fisicamente troppo grande e potente per essere “integrata” nell'Unione Europea o nella NATO (parola che esprime appieno l'ottusa abolizione di tutte le differenze nazionali all'interno di una sola anonima euro-tecnocrazia), i politici europei le si scagliano contro per frustrazione perché la sua stessa esistenza minaccia le loro più profonde convinzioni sul mondo.

Dunque quando Dmitrij Medvedev dice di volere una de-ideologizzazione delle relazioni internazionali chiede qualcosa a cui i politici occidentali (soprattutto europei) non hanno mai pensato, o alla quale reagiscono con rabbia. De-ideologizzare le relazioni internazionali vorrebbe dire abbandonare l'ideologia europea. Significherebbe reintrodurre la politica, l'arte delicata di riconciliare quelli che vengono riconosciuti come legittimi interessi nazionali in competizione. L'Unione Europea, basata com'è sulla negazione ideologica della nozione stessa di stato-nazione (e perfino di nazione), ha trascorso gli ultimi cinquant'anni cercando di fare il contrario. Finché Mosca non capirà appieno questo e la strana mentalità dei leader europei, i suoi tentativi di superarli saranno condannati a fallire.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 02, 2008

Da Monaco al Kosovo

Da Monaco al Kosovo

di John Laughland

Il 70° Anniversario dell'accordo di Monaco, che venne concluso il 30 settembre 1938, apre quelli che saranno indubbiamente molti anni di rievocazioni formali della Seconda Guerra Mondiale.
Se gli eventi degli anni Trenta e Quaranta si allontanano nel tempo, le ombre che gettano sul presente sembrano farsi invece sempre più lunghe. La politica contemporanea è ora dominata da un solo (e negativo) principio guida: il buco nero del nazismo.

Ricordare Monaco è dunque molto importante. L'accordo stretto tra la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia fascista per consentire alla Germania nazista di annettersi il territorio dei Sudeti (le zone occidentali, a maggioranza tedesca, della Cecoslovacchia) era frutto della politica nota come appeasement, per mezzo della quale Londra e Parigi cercarono di placare Hitler. Il fallimento di questa politica risultò di un'ovvietà spettacolare quando Hitler nel marzo 1939 occupò tutte le terre ceche e il 1° settembre 1939 attaccò la Polonia.

Dunque Monaco è giunto a simboleggiare una vergognosa capitolazione davanti all'aggressione. Di fronte alla minaccia hitleriana dell'uso della forza le potenze occidentali concordarono di distruggere quello stesso Stato che avevano creato a Versailles solo vent'anni prima. I vicini della Cecoslovacchia non si comportarono meglio: la Polonia, che poi riuscì nell'intento di presentarsi come la vittima suprema della Seconda Guerra Mondiale, si annesse il territorio di Těšín, mentre l'Ungheria occupò parti della Slovacchia meridionale e orientale.

Monaco viene dunque spesso chiamato in causa, specialmente negli ambienti neo-conservatori americani, per giustificare guerre contemporanee che, si dice, sono anche delle risposte ad aggressioni. Che si tratti della Jugoslavia di Slobodan Milošević nel 1999, dell'Iraq di Saddam Hussein nel 2003 o di qualsiasi altro paese o situazione al mondo, il mantra è che non bisogna ripetere gli errori del 1938.

Strano, dunque, che in occasione del 70° Anniversario di Monaco le potenze occidentali abbiano invece ripetuto esattamente quell'errore. Nel febbraio del 2008, di fronte alla minaccia dell'uso della forza da parte dei separatisti albanesi in Serbia, gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Avevano fortemente incoraggiato l'originaria proclamazione di indipendenza, e anzi anche l'uso della forza, al punto da attaccare la Jugoslavia nel 1999 in sostegno alla causa albanese. Distrussero dunque unilateralmente l'integrità territoriale della Serbia, esattamente come 70 anni fa fu distrutta l'integrità della Cecoslovacchia.

L'Unione Europea ha immediatamente affidato a una squadra di 2000 persone il compito di amministrare la provincia, che in ogni caso è già sede di una gigantesca base militare degli Stati Uniti che ospita migliaia di soldati. Dunque l'“indipendenza” del Kosovo ricorda l'“indipendenza” fasulla della Slovacchia sotto il regime fantoccio di Monsignor Tiso, incoraggiato a proclamarla nel marzo 1939 da Hitler che la usò come pretesto per la simultanea occupazione tedesca delle terre ceche.

Entrambi i riconoscimenti hanno distrutto i governi dei paesi interessati. Nel 1938 Monaco produsse il crollo immediato del governo patriottico del Presidente Edvard Beneš; nel 2008 il riconoscimento del Kosovo ha distrutto immediatamente il governo di Vojislav Kostunica, proprio colui che nel 2000, quando depose Slobodan Milošević, fu salutato dall'Occidente come un grande democratico. Nel 1938 a Praga salì al potere il governo collaborazionista di Emil Hácha, che promise di cercare di proteggere la posizione della Cecoslovacchia nel Nuovo Ordine Europeo che stava emergendo. (Nel 1946 molti suoi ministri furono condannati come criminali di guerra). Nel 2008 il nuovo governo di Belgrado guidato dal presidente del Partito Democratico, Boris Tadić, ha similmente confermato che il “principale obiettivo strategico” della Serbia è diventare membro dell'Unione Europa: la stessa organizzazione che adesso amministra illegalmente il Kosovo. (L'amministrazione dell'Unione Europea in Kosovo è illegale perché la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, passata dopo l'attacco della NATO contro la Jugoslavia, ha riaffermato che il Kosovo è parte della Serbia e che è amministrato dalle Nazioni Unite; la sua esistenza evidenzia che la cosiddetta “indipendenza” del Kosovo è in realtà una sorta di annessione).

Il parallelismo si applica perfino ai tentativi disperati compiuti rispettivamente da Praga e Belgrado per conservare i loro territori. Il Presidente Beneš negoziò con Konrad Henlein, il leader tedesco dei Sudeti, promettendo una sostanziale autonomia per le zone del paese a maggioranza tedesca e un incarico di governo per lo stesso Henlein. Il governo di Vojislav Kostunica era pronto a concedere una così grande autonomia al Kosovo che la provincia sarebbe stata più libera all'interno della Serbia di quanto lo sia ora come protettorato degli Stati Uniti e dell'Unione Europea. Ma soprattutto sia nel 1938 che nel 2008 i negoziati interni furono deliberatamente fatti naufragare da un intervento esterno. L'occupazione hitleriana della Cecoslovacchia nel marzo 1939, con la giustificazione che lo “stato artificiale” della Cecoslovacchia era crollato e che la Germania doveva mantenere la pace e la stabilità, fece appello alla stessa logica che giustifica oggi gli interventi occidentali nell'ex Jugoslavia.

È ovvio che l'Unione Europea e gli Stati Uniti, diversamente dalla Germania nazista, non covano piani di genocidio. Il male che hanno perpetrato non è dunque pari a quello di Hitler. Ma di male comunque si tratta, soprattutto perché rappresenta un'abrogazione unilaterale, con l'appoggio della forza militare, delle norme del diritto internazionale (i principi giuridici generali e le risoluzioni delle Nazioni Unite) sottoscritte da queste stesse potenze. È qui che le analogie con Monaco sono più evidenti. Per quanto riguarda le conseguenze del riconoscimento del Kosovo, pare che, ancora una volta come Monaco, esso abbia innescato un pericoloso effetto a catena nel Caucaso. Dobbiamo sperare ardentemente che i parallelismi si fermino qui.

John Laughland, storico e giornalista britannico, è Director of Studies all'Istituto per la Democrazia e la Cooperazione a Parigi.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 2 ottobre 2008

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lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

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giovedì, settembre 18, 2008

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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venerdì, agosto 29, 2008

Conti, siloviki e oligarchi: la Russia teme il suggerimento di Rivkin?

Il fatto è noto: sul Washington Post tre giorni fa è uscito un articolo di David Rivkin, ex consigliere di Bush padre, che suggeriva agli Stati Uniti e all'Unione Europea di colpire la Russia attraverso i suoi portafogli. In particolare, cominciando a indagare sui conti e sugli investimenti all'estero dei russi ricchi, di tutti quegli ex siloviki del KGB e di magnati amici del Cremlino che hanno finanziato l'ascesa di Putin. I soldi di questi oligarchi si trovano nel sistema finanziario occidentale e molte delle loro imprese non sono esattamente impeccabili, dice Rivkin, il che li rende dei bersagli perfetti.

Dunque, paura per la Russia? È così?
Innanzitutto attenzione alla mitologia dell'oligarca russo: una cosa sono questi ex-siloviki di cui spesso si favoleggia anche a sproposito, altra le élite finanziarie che investono in Europa. Altra ancora, infine, le élite del potere russo che hanno conti in Svizzera difficilmente insidiabili.

I commenti russi per ora dicono abbastanza unanimemente: niente paura.
Per cominciare, citerei tra le fonti russe il commento di Konstantin Šurov su KM.ru, che innanzitutto ricorda come proprio britannici e americani abbiano collaborato attivamente ai diffusi imbrogli che caratterizzarono gli anni delle privatizzazioni selvagge sotto El'cin e alla fuga di capitali all'estero in conti offshore. Secondo Šurov le indagini sui conti russi porteranno a scarsi risultati.
Per quanto riguarda le eventuali azioni di disturbo nei confronti dell'élite finanziaria russa (che effettivamente possiede case e ville sulla Costa Azzurra, a Londra, a Miami e via dicendo), Šurov cita a memoria un discorso che Putin fece qualche anno fa a questi oligarchi: cari ragazzi, smettetela di esportare i capitali perché se lì sorgono problemi non potremo fare niente per togliervi dai guai. Insomma, fece loro capire che poteva essere un viaggio sola andata.
E per quanto riguarda i timori di un congelamento dei conti, Šurov conclude: "Ma per favore. Non c'è niente da temere. La Russia è cambiata, sono arrivati troppo tardi. Presto cercheranno di spaventarci ricordandoci che per le importazioni di prodotti alimentari e tessili dipendiamo da loro. Ma anche qui, per favore. La Russia può investire i suoi soldi nel mercato interno, e cominciare ad aumentare la produzione".

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Andrej Garmatnyj su from.ua.com commenta che nella strategia esposta da Rivkin non c'è niente di sorprendente. A Mosca non l'avevano messa in conto? Sicuramente sì. E i soldi non stanno nei fondi fiduciari americani, ma in Svizzera dove è praticamente impossibile raggiungerli. Anche avendo a disposizione informazioni dettagliate sui conti di Putin e Medvedev, l'Occidente non potrebbe farci niente. In Svizzera stanno al sicuro i soldi di molti governanti e dittatori del XX secolo, da Salazar a Ceausescu, toccarli non è possibile. All'Occidente dunque non resta altro che continuare a minacciare la Russia a vuoto.

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Il direttore scientifico dell'Istituto per i problemi della globalizzazione Michail Deljagin ritiene che in una certa qual misura l'iniziativa dell'Occidente potrebbe essere perfino utile per la Russia: la verifica dei conti all'estero e in zone offshore, se sarà diretta non contro normali imprenditori ma contro i corrotti, può essere solo positiva, ha dichiarato Deljagin a Novye Izvestija. "Se lo farà, l'Occidente lotterà al nostro posto contro la corruzione". Ma l'Occidente deve scegliere con cura cosa sottoporre a verifica: "Le conseguenze dei controlli possono colpire anche persone innocenti. Nel 1998, al tempo dei fatti della Bank of New York perché un conto venisse congelato bastava che il possessore avesse un cognome russo. Abbiamo oligarchi corrotti, ma ce ne sono anche di onesti".
Il direttore del Centro di ricerca sulla società post-industriale Vladislav Inozemcev ritiene che siano tecnicamente improponibili i controlli sui singoli conti: più realistico sarebbe congelare alcuni contratti con le compagnie di stato russe, soprattutto nel settore dell'energia: "Non si parla qui di interruzione delle forniture, ma per esempio di progetti futuri che faciliteranno alla Russia la distribuzione di petrolio e gas in Europa: il gasdotto settentrionale, South Stream, l'acquisizione di reti di distribuzione di gas in Europa; queste misure sono perlomeno tecnicamente fattibili. Riguarderanno 5-6 imprese, una decina di progetti. Ma controllare ogni singola compagnia che ha acquisito qualcosa in Canada o negli Stati Uniti solo per quello che le autorità russe stanno facendo a livello di politica estera è una cosa che esce dal senso delle proporzioni. Sarebbe una dimostrazione di impotenza, di isteria da parte dell'Occidente".
Secondo Deljagin il volume degli investimenti russi all'estero è di centinaia di miliardi di dollari, e con questi soldi l'Occidente deve fare molta attenzione: "Anche gli Stati Uniti potrebbero subire delle perdite: adesso i soldi dei nostri oligarchi sono impiegati da loro, e possono cominciare invece a essere impiegati in Russia o in un altro paese. Gli attivi possono tornare in patria, andare in Europa, in Cina, negli Emirati Arabi, dov'è più comodo. E invece dei nostri oligarchi dovrebbero leggere quell'articolo proprio gli americani, per cominciare a riflettere sul da farsi", sottolinea l'economista russo.
Questi pareri sono riassunti qui.

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La Russia dal 2003 fa parte della Financial Action Task Force, un organismo intergovernativo creato nel 1989 per combattere il riciclaggio di denaro sporco e i finanziamenti al terrorismo.
Questo il parere del deputato della Duma di Stato Viktor Pochmelkin, che si rammarica che le relazioni diplomatiche abbiano preso questa strada: questi propositi "vanno contro le regole internazionali. La verifica dei conti e il loro congelamento possono avere luogo solo se i capitali sono stati ottenuti in modo illegale, e se questi sospetti sono fondati. Se i soldi sono stati ottenuti in modo legale, qual è la condotta che deve tenere lo stato presso il quale sono depositati? In America il diritto alla proprietà privata sta al di sopra di tutto. E adesso cosa si suggerisce, forse un esproprio anarchico? Comunque penso che questo appello degli americani non verrà preso sul serio. Certo, dall'amministrazione americana ci si può aspettare di tutto...
Di fatto il nostro paese ha firmato una convenzione per combattere il riciclaggio di denaro sporco. Gli organi competenti lavorano in questa direzione. Tanto più che tutti gli investimenti dubbi nelle società occidentali vengono fatti sotto falsi nomi e non in America ma in Europa dove ci si accorda più facilmente con le autorità locali. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che negli Stati Uniti la legislazione finanziaria è già molto severa: le somme ingenti vengono già sottoposte ad attenti controlli".

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mercoledì, agosto 27, 2008

Dall'intervista di Medvedev a TF1

[Lungo estratto dall'intervista a Medvedev di TF1 (ne ha rilasciate altre a BBC, CNN, Russia Today e Al Jazeera, traduco questa perché è la più sintetica e la Francia ha avuto un ruolo di "mediazione", per quanto poco chiaro; inoltre qui Medvedev lancia i soliti segnali agli europei)].

DOMANDA: Sei mesi fa l'America, la Francia e altri paesi europei hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Allora Vladimir Putin, vostro attuale primo ministro, disse che era un boomerang che "avrebbe potuto tornare indietro e colpirli in piena fronte". Che ne pensa, l'Abkhazia è quel boomerang?

D. MEDVEDEV: Se anche lo è, sarebbe meglio non fosse tornato indietro, ma ormai è successo, dobbiamo tutti convivere con questa realtà.

DOMANDA: Adesso sulla scena internazionale ci sono la guerra con la Georgia, le tensioni con la NATO e relazioni instabili con alcuni paesi europei. Come vede il futuro? È una frattura nel partenariato strategico con i paesi europei, con tutto il mondo e, forse, una nuova "guerra fredda"?

D. MEDVEDEV: Non vorrei nessuna "guerra fredda". Ha portato solo problemi all'umanità. Per questo faremo tutto ciò che dipende da noi. In questa situazione la palla passa agli europei: se vogliono un raffreddamento dei rapporti ovviamente lo otterrano. Ma se vogliono conservare le relazioni strategiche - e questo a mio parere è assolutamente negli interessi della Russia e dell'Europa – andrà tutto bene.

DOMANDA: Ma gli europei la vedono così: in Ossezia del Sud parlano russo, spendono rubli russi e molti cittadini hanno il passaporto russo. Questo non è riconoscere l'indipendenza di un altro paese, questo significa disintegrazione e discordia con la Georgia e forse in futuro assorbimento nella Federazione Russa. È un ritorno della Russia ai modi imperiali, un ritorno all'impero?

D. MEDVEDEV: Gli imperi normalmente non ritornano, e rimpiangere il passato imperiale è un gravissimo errore. Nello stesso tempo è naturale che non possiamo non pensare a quei cittadini che possiedono il passaporto russo e che vivono nelle regioni limitrofe. E tutte le decisioni che abbiamo preso erano volte a ottenere un solo risultato: che potessero vivere umanamente, che potessero realizzare quel diritto che spetta loro secondo la Carta delle Nazioni Unite. Non sono riusciti a convivere con la Georgia. Un tempo anche lo stato russo era composto separatamente da osseti, abkhazi e georgiani. Ma non sono riusciti ad andare d'accordo, e la colpa di ciò è tutta della Georgia.

DOMANDA: Signor presidente, due settimane fa ha concordato con il signor Sarkozy che avreste ritirato le truppe dalla Georgia. Tuttavia a oggi sono ancora presenti soldati russi e si trova sotto il vostro controllo il porto che rappresenta il cuore economico del paese. Questo non corrisponde all'accordo che avete sottoscritto. Perché non rispettate le sue condizioni?

D. MEDVEDEV: Le rispettiamo al 100% e infatti i soldati russi non ci sono più, come avevamo detto nell'ultimo colloquio con il presidente Sarkozy. I soldati russi si trovano solo nella zona di sicurezza che è stata concordata nei sei punti dell'accordo. Per quanto riguarda il porto georgiano di Poti, non lo controlliamo né lo blocchiamo: sono sciocchezze.

DOMANDA: Ma il porto non figura nell'accordo?

D. MEDVEDEV: Ma noi non controlliamo il porto di Poti. Nel porto di Poti si scaricano merci, arrivano i cacciatopediniere americani, portano armi ai georgiani, è tutto a posto: fanno ciò che vogliono. Se ho capito bene, poche ore fa nel porto di Poti è arrivato il cacciatorpediniere McFaul. Il porto è vivo e vegeto.

DOMANDA: Pensa che dopo questa guerra la Georgia avrà diritto solo a una sovranità limitata?

D. MEDVEDEV: Penso che la Georgia debba essere uno stato normale, a pieno diritto. Per quanto riguarda la sua sovranità, ovviamente è una questione complessa determinata dalle sue relazioni con i paesi vicini. Ma naturalmente dopo quanto è accaduto la situazione è mutata, e per la Georgia in questo senso i tempi stanno cambiato. La Georgia, io credo, dovrebbe trarre delle conclusioni precise da quello che è successo: è una buona lezione su come costruire le relazioni con i paesi vicini e con i popoli che facevano parte della Georgia.

DOMANDA: Cosa intende dire, esattamente?

D. MEDVEDEV: Solo ciò che ho detto.

DOMANDA: Signor presidente, avete vinto la guerra con la Georgia e ci siete riusciti con relativa facilità, ma ogni medaglia ha due facce. Con questa mossa avete spaventato tutti i paesi vicini: per esempio la Polonia ha firmato l'accordo con gli Stati Uniti sullo scudo antimissile, l'Ucraina vuole entrare nella NATO, la Germania appoggia le operazioni militari in Georgia. Vi è costato caro, non pensa? E non dimentichi il crollo della borsa di Mosca.

D. MEDVEDEV: Comincio dall'ultima cosa. Certo, l'economia è una componente molto importante, ma il problema del mercato azionario non deriva solo dalle azioni militari ma anche dalle crisi del mercato globale, anche e soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Per questo è meglio che lì si impegnino nel miglioramento del clima economico. Per quanto riguarda i nostri amici che si preoccupano, alcuni si sono preoccupati già molto tempo fa, e questo non ha niente a che fare con il conflitto, io credo che si tratti semplicemente di fantasmi storici.

Per quanto riguarda la situazione penso che si calmerà e spero che i nostri partner europei sappiano distinguere, come si suol dire, la pula dal grano, e che riusciamo a costruire rapporti normali e produttivi. E in questa medaglia non esistono due facce.

Fonte: Kremlin.ru (RUS)

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sabato, agosto 23, 2008

Russia, NATO e meccanismi di pressione

Meccanismo di pressione

di Evgenija Novikova, corrispondente speciale di Expert Online

La Russia sospende la cooperazione militare con la NATO ma di certo manterrà i contatti militari bilaterali con i paesi della vecchia Europa, secondo Anatolij Cyganok, direttore del Centro Previsioni Militari. In un'intervista a Ekspert Online sostiene che la questione del transito sul territorio russo di merci della NATO dirette in Afghanistan è stata lasciata aperta da Mosca appositamente per conservare uno strumento di pressione sull'alleanza.

- Anatolij Dmitrevič, la Russia ha comunicato la sospensione della cooperazione militare con la NATO. Cosa significa?

- Significa che sospendiamo le esercitazioni “Active endeavour” nel Mediterraneo. Forse la Federazione Russa non coopererà con la Turchia nell'operazione “Blackseafor” nel Mar Nero, un'esercitazione cui prendono parte i paesi che si affacciano sul Mar Nero: la Georgia, l'Ucraina, la Turchia, la Burgaria, la Romania e la Russia. E poi sono sospese anche molte simulazioni militari, cioè tutte quelle esercitazioni che non si svolgono sul territorio ma sulla carta. La Russia potrebbe congelare la cooperazione con l'alleanza anche in Afghanistan. Ma pur interrompendo i contatti militari con la NATO nel suo complesso, Mosca non interromperà quelli con la vecchia Europa: Francia, Italia, Germania.

- Nell'ambito di quali progetti è possibile una simile cooperazione bilaterale?

- Abbiamo molti progetti di questo tipo. Per esempio con la Francia collaboriamo sul problema della difesa spaziale. Con la Germania e la Francia sul salvataggio in mare e nell'Oceano Pacifico.

- E per quanto riguarda il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan?

- Noi abbiamo interesse che la NATO combatta contro i talebani. I nostri uomini in Tagikistan non risolvono tutti i problemi. Riescono solo ad arginare il narcotraffico. Dunque abbiamo interesse che la NATO regoli i conti con i talebani, anche se per ora non riesce ad avere la meglio sulle loro minacce. Se è per questo, non ci riescono neanche in Iraq, né in Kosovo con i narcotrafficanti.

Sarebbe tuttavia preferibile rifiutare anche il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan.

- Ma perché nella notifica inviata dal ministero della Federazione Russa alla NATO non si fa menzione della cooperazione sull'Afghanistan? Ci conviene lasciare “sospesa” quella questione? Oggi la Russia ritira le truppe, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha accettato la variante russa della risoluzione. Forse abbiamo bisogno di meccanismi di pressione sulla NATO?

- Noi sospendiamo la situazione. Penso che il principio della pressione verrà mantenuto, ma che la Russia cercherà di salvare il transito verso l'Afghanistan. Il fatto è che non ci è vantaggioso “lasciare scoperti” i paesi della vecchia Europa. Il nord dell'Afghanistan è controllato dalle truppe di questi paesi: Germania, Francia, Benelux. Il sud è invece controllato dai paesi anglosassoni. Gli Stati Uniti hanno già lasciato abbastanza “scoperti” gli europei decidendo di posizionare gli elementi dello scudo di difesa anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca.

Due anni fa la Russia ha permesso il transito delle forniture sulla rotta fluviale interna che collega il Baltico con il Caspio. Un anno e mezzo fa ha consentito il transito su rotaia di merci militari [ci si riferisce qui ad accordi bilaterali, N.d.T.]. Si tratta del 65−70% delle forniture militari, pezzi di ricambio, farmaci per i soldati della coalizione in Afghanistan.

Originale: Expert.ru

Articolo pubblicato il 22 agosto 2008

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venerdì, luglio 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

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sabato, giugno 14, 2008

Trichet e il voto della nonna irlandese

Trichet e il voto della nonna irlandese

Un paio di anni fa, durante un seminario sul fallimento della Costituzione Europea al quale fui gentilmente invitato, sentii un collega – quasi un amico – esporre con crudezza il ragionamento elitista che è stato profuso sulla Costituzione Europea, con le riserve del caso, fin dai suoi inizi. “A cosa serve indire un referendum sul Trattato?”, domandava indignato il professore, dopo aver sproloquiato in lungo e in largo sul “no” francese, consapevole com'era che la consultazione francese non era necessaria secondo la legislazione del paese vicino. “Io non vorrei certo che mia nonna votasse sul futuro dell'Europa – continuò il cattedratico – Cosa può saperne mia nonna dell'Europa?”. Come si sa, l'ultimo coup de force di Chirac andò storto, cose che accadono quando si consultano le nonne. Neanche le nonne irlandesi sono state zitte, e in Irlanda ha vinto la decisione di negare l'approvazione del mini-trattato, che in pratica era un'altra via per approvare in linea di massima la Costituzione Europea. Non si dica mai che la democrazia è noiosa.

L'unica cosa di cui fui grato al mio collega durante quella cena è che era stato sincero su quello che molti altri pensavano ma non avevano il coraggio di dire. Il collega aveva colto nel segno. Cosa sanno i cittadini dell'Europa per poter prendere decisioni sul suo futuro? La verità è che sanno ben poco, e da questo punto di vista si è tentati di agire con la sincerità del mio collega. Sono questioni tecniche, dobbiamo risolverle tra noi, e che non si preoccupino: stanno in buone mani. Le mani di coloro che, per esempio, furono così esperti che, seguendo a occhi chiusi il resoconto elaborato da tutti i governatori delle banche centrali europee, decisero con il Trattato dell'Unione Europea (Maastricht, 1992) quale livello di autonomia dovesse avere la Banca Centrale Europea, attualmente l'unica banca realmente indipendente di tutto il mondo. E che adesso, in piena crisi economica, se ne lamentano.

Però il rimprovero ai cittadini europei a proposito dell'Unione Europea non è del tutto giusto. Se nei corsi universitari si fa fatica a insegnare agli studenti la differenza tra il Consiglio dell'Unione, il Consiglio Europeo e la Commissione Europea, o a far sì che capiscano in quali ambiti il Parlamento Europeo è codecisore oppure no, o che sappiano distinguere tra una direttiva e un regolamento, come si può pretendere che queste conoscenze le abbia la gente comune, già poco interessata in generale a quello che percepisce come distante? Gli artefici dell'Unione Europea nella quale viviamo dovettero lottare contro le perplessità degli Stati, e vedersela con persone e volontà le più diverse. Forse in quel momento storico si poteva capire l'oscurantismo e la lontananza delle istituzioni, la complessità della sua creazione, il fatto che le cose non potevano godere della completa trasparenza, perché agli Stati non passava neanche per la testa quello che oggi è un'ovvietà: che una buona parte delle decisioni che ci riguardano e che determineranno il nostro futuro si trova nelle istituzioni europee. Per esempio, il tasso di interesse che paghiamo per il mutuo è condizionato direttamente dalle dichiarazioni del signor Trichet.

Per esempio, chi ha tratto vantaggio dall'affermazione del Presidente della Banca Centrale Europea sulla possibilità di un aumento dei tassi di interesse? È ovvio: i banchieri. Senza che la Banca Centrale abbia loro aumentato di un millesimo il prezzo del denaro, a sorpresa, e per loro vantaggiosamente, ha offerto ai banchieri su un piatto d'argento la possibilità di incassare di più per il denaro che hanno prestato. Più soldi per le banche, meno soldi per le case, ipotecate fin sopra i capelli con mutui ereditari. Può il signor Trichet essere messo in discussione dagli Stati e obbligato a dimettersi? Istituzionalmente no. La Banca Centrale Europea, messa in grado di imporre sanzioni o di emettere disposizioni, e direttamente responsabile dei tassi di interesse nella zona euro, è “indipendente” da qualsiasi formula istituzionalizzata di controllo democratico.

Da tutto questo una cosa risulta evidente: che l'Unione Europea che gli europei vogliono non è l'Europa che abbiamo. Di qui le sorprese degli ultimi anni, in paesi fondatori del processo europeo come la Francia e l'Olanda, che hanno coraggiosamente votato contro quello che i partiti, i rappresentanti, le istituzioni avevano chiesto loro. Di qui anche la paura della vittoria di un “no” al referendum irlandese, una vittoria che effettivamente c'è stata. Gli irlandesi, che hanno la fortuna di avere una delle costituzioni più democratiche d'Europa – lo si chieda ai tedeschi, che in cinquant'anni sono stati incapaci di convocare un referendum per votare la loro – hanno contato sulla possibilità di decidere quale Europa vogliono, anche se (e non era la prima volta) la campagna istituzionale è stata platealmente e radicalmente a favore di una delle due opzioni.

Il problema se votare o no, per fortuna, è stato superato in Irlanda, per quanto dispiaccia a molti e in particolare a quel mio collega. La vittoria del “no” nell'unico referendum convocato (non vi era un'altra possibilità, come impone il sistema costituzionale irlandese) ha causato una battuta d'arresto quasi peggiore del fallimento della Costituzione Europea. Coloro che con miopia vedono nell'atteggiamento negativo del popolo irlandese nei confronti del Trattato di Lisbona un sentimento antieuropeista dovrebbero ora chiedersi: adesso le nonne europee voterebbero a favore di una Banca Centrale Europea indipendente, se avessero l'opportunità di riconsiderare la questione? Speriamo che il secondo fallimento della riforma dei trattati faccia sì che gli europeisti si rendano conto che l'avanzata democratica del processo europeo può realizzarsi solo con la legittimità, con la partecipazione e con l'approvazione delle nonne.

Rubén Martínez Dalmau è professore di Diritto Costituzionale all'Università di Valencia. È autore di La independencia del Banco Central Europeo (Tirant, 2005).

Originale da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=68857

Articolo originale pubblicato il 14 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, giugno 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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domenica, giugno 08, 2008

Il discorso di Berlino di Medvedev

Discorso di Dmitrij Medvedev a Berlino, 5 giugno 2008

Signore e signori, colleghi,

Vi prego di essere pazienti perché il mio discorso sarà piuttosto lungo, anche se spero non noioso.

Vi ringrazio per avermi dato questa possibilità di rivolgermi alle autorità civili e politiche tedesche. Oggi sono qui presenti persone che hanno alle proprie spalle anni di cooperazione con la Russia, persone che con progetti creativi, iniziative personali e qualità professionali stanno sviluppando lo spirito di cooperazione e collaborazione tra i nostri popoli e i nostri paesi.

È in gran parte grazie al vostro impegno che oggi abbiamo contatti così ampi, regolari e sostanziosi. Spero che la mia prima visita in Germania come Presidente della Federazione Russia contribuirà alla crescita e allo sviluppo di questi rapporti.

La Russia e la Germania sono due paesi europei che hanno attraversato momenti storici difficili, Passo dopo passo abbiamo costruito un clima di fiducia reciproca e così facendo abbiamo costituito un esempio unico per l'Europa, e abbiamo fatto molto per l'instaurazione di un clima di crescente fiducia in tutto il continente europeo.

Nonostante la tragedia di due guerre mondiali siamo riusciti a risolvere la complessa questione della riconciliazione tra i nostri due paesi. Per questo serviva tempo, ma è stato molto importante il ruolo degli ideali e dei valori democratici condivisi da tutta l'Europa e parte integrante della cultura russa e della Germania unita. Concordo con il mio collega, il vice cancelliere Steinmeyer, sul fatto che le relazioni tra Russia e Germania rappresentano in larga misura le relazioni tra la Russia e l'Europa.

Molti oggi si chiedono quale linea politica sia possibile aspettarsi dalla Russia. Ho risposto in molte diverse occasioni a questa domanda. Voglio dire da subito che sia negli affari internazionali che in quelli interni noi mettiamo al di sopra di tutto lo stato di diritto e il rispetto del diritto internazionale come obbligo di tutti i paesi, soprattutto delle grandi potenze. Non può esserci alcun dubbio che questa sia la condizione essenziale per gestire e conservare lo sviluppo mondiale. Ed è tanto più importante ora che il sistema artificiale bipolare cede il passo a un sistema internazionale policentrico imperniato sulle Nazioni Unite.

I fondatori delle Nazioni Unite hanno dimostrato grande lungimiranza quando hanno concepito l'ONU come un'organizzazione in cui i paesi potessero cooperare alla pari. Non c'è un'altra organizzazione simile al mondo, e questo probabilmente vale anche per il futuro. I tentativi di sostituire l'ONU con gruppi “esclusivi” (come si propone talvolta) avrebbe un effetto disastroso sull'attuale ordine mondiale.

Naturalmente le Nazioni Unite devono modernizzarsi per riuscire a rispondere meglio alle realtà dell'attuale mondo multipolare. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite va riformato sulla base di un ampio consenso tra i paesi membri dell'ONU. E noi valutiamo positivamente i tentativi della Germania di cercare soluzioni di compromesso che non producano divisioni all'interno dell'organizzazione.

Il futuro ordine mondiale è direttamente collegato al futuro dell'Europa, dell'intera regione euro-atlantica e della civiltà europea nella sua interezza.

Sono certo che non potremo risolvere i problemi dell'Europa finché non riusciremo ad acquisire un senso di identità e un'unità organica tra tutti i suoi componenti, compresa la Federazione Russa. Dopo aver messo da parte il sistema sovietico e ogni velleità di restaurarlo, la Russia ha gettato le basi di uno stato che è completamente compatibile con il resto dell'Europa, o per meglio dire con il meglio di tutto ciò che costituisce il patrimonio comune della civiltà europea.

Per citare John Le Carré, la Russia è “venuta dal freddo” dopo quasi un secolo di isolamento e di auto-isolamento. La Russia sta ora tornando attivamente alla politica e all'economia globali, portando con sé tutte le sue risorse e possibilità naturali, finanziarie e intellettuali.

La Russia scommette il proprio futuro sull'innovazione. Gli indicatori macroeconomici e l'alto livello di stabilità politica schiudono nuovi orizzonti per gli investimenti affidabili degli partner europei e mondiali.

Il nostro obiettivo oggi non è solo quello di conseguire una crescita economica di alta qualità ma anche di trasformare l'intera struttura sociale, offrendo supporto a una classe media in rapida crescita. Sarà la classe media a fornire le solide basi su cui costruire la democrazia e assicurare uno sviluppo sostenibile.

Le linee guida della nostra nuova politica economica a lungo termine sono chiare. Questa politica si incentra su un'ampia e complessa modernizzazione di tutte le aree-chiave dell'industria e delle infrastrutture. Quello di cui stiamo parlando è una rivoluzione tecnologica e in questo contesto una delle nostre chiare priorità è cooperare con i paesi europei in questo settore.

Oggi mi dilungherò maggiormente su questi aspetti, ma ora voglio dire che una cosa è chiara: la scelta del libero mercato e l'apertura al mondo esterno garantiscono che i nostri cambiamenti non sono reversibili.

La fine della Guerra Fredda ha reso possibile costruire un rapporto di collaborazione alla pari tra la Russia, l'Unione Europea e l'America del Nord come tre diramazioni della civiltà europea.

Sono convinto che l'atlantismo come principio storico unico abbia fatto il suo tempo. Oggi dobbiamo parlare di unità tra l'intera area euro-atlantica da Vancouver a Vladivostok. Sono i fatti a dettare la necessità di questo tipo di cooperazione.

Ma guardando alla futura costruzione di relazioni tra i paesi europei vediamo una preoccupante tendenza ad assumere un atteggiamento selettivo e politicizzato nei confronti della nostra storia comune.

Sotto questo aspetto penso che serva semplicemente un normale e onesto dibattito accademico. Il significato della riconciliazione russo-tedesca è chiaramente sottovalutato. È importante per il futuro pacifico dell'Europa quanto, per esempio, la riconciliazione tra Francia e Germania.

In particolare, dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze dell'emarginazione e dell'isolamento di alcuni paesi, con la creazione di zone con diversi livelli di sicurezza e la rinuncia a creare sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. Sfortunatamente questo è ciò che si osserva oggi in Europa.

Inoltre non possiamo lasciare che ci privino del patrimonio spirituale e morale comune che è stato la grande vittoria sul nazismo. Non possiamo dimenticare che la conservazione della cultura materiale dell'Europa in quegli anni di guerra è costata molti milioni di vite sacrificate dai popoli dell'Unione Sovietica e dell'Europa.

Esaminiamo più attentamente l'attuale situazione dell'Europa. È difficile non concludere che l'attuale architettura europea porti ancora il marchio di un'ideologia ereditata dal passato. Un'organizzazione come l'OSCE potrebbe, a quanto sembra, incarnare la ritrovata unità della civiltà europea, ma le si impedisce di farlo, le si impedisce di diventare un'organizzazione unitaria a tutti gli effetti.

Ciò non è dovuto solo all'incompleto sviluppo istituzionale dell'organizzazione, ma anche all'ostruzionismo di altri gruppi intenti a perseguire la vecchia linea della politica dei blocchi.

Neanche la NATO è riuscita finora a dare un nuovo scopo alla propria esistenza. Oggi sta cercando di trovare questo scopo globalizzando le proprie missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, che ho citato poco fa, e allargandosi a nuovi membri. Ma neanche questa è la soluzione.

Si parla di scambiare l'ulteriore espansione della NATO verso est con “qualcos'altro”, ma credo che siano solo illusioni. Penso che in questo caso le nostre relazioni con la NATO sarebbero completamente compromesse, e lo resterebbero a lungo. Naturalmente non si arriverebbe a uno scontro, ma il prezzo sarebbe comunque molto alto e produrrebbe gravi danni.

L'Afghanistan fornisce uno degli esempi più chiari di come la NATO e la Russia condividano gli stessi fondamentali interessi in materia di sicurezza. Stiamo attivamente aiutando i nostri partner in questo paese. Al summit Russia-NATO di Bucarest abbiamo preso l'importante decisione di concedere il transito attraverso il territorio della Federazione Russia di rifornimenti non militari. Stiamo concludendo i lavori sull'impiego dei nostri velivoli militari da trasporto. La Russia sta ampliando le possibilità formative per il personale da impiegare in operazioni anti-droga e anti-terrorismo in Afghanistan. Sono tutte aree in cui dobbiamo continuare a lavorare insieme.

Tutto ciò è estremamente importante per conseguire gli obiettivi che la comunità internazionale stabilisce attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha senso mettere a rischio questa cooperazione con una politica dei blocchi che continua per inerzia?

Penso che solo condividendo apertamente e onestamente le nostre preoccupazioni potremo fare progressi nella costruzione di un'Europa davvero più grande. I nostri predecessori durante gli anni della Guerra Fredda sono riusciti a stilare l'Atto Finale di Helsinki (che, come base legale del sistema europeo, ha superato la prova del tempo malgrado tutte le difficoltà incontrate), e dunque perché oggi non dovremmo essere in grado di fare il passo successivo? E cioè stilare e firmare un trattato reciprocamente vincolante sulla sicurezza europea a cui possano partecipare le organizzazioni che attualmente agiscono nell'area euro-atlantica.

In passato si è già tentato di concludere un accordo di questo tipo. Basti ricordare il Patto Briand-Kellogg del 1928. Ma quel patto non funzionò e seguì il triste destino della Lega delle Nazioni. Nel mondo attuale, in cui nessuno vuole la guerra in Europa e siamo stati resi tutti più saggi dalle lezioni del XX secolo, un tale accordo ha maggiori speranze di successo.

Potremmo pensare a un patto regionale basato naturalmente sui principi della Carta delle Nazioni Unite, che definisse chiaramente il ruolo della forza come fattore delle relazioni all'interno della comunità euro-atlantica. Questo patto potrebbe dare una risposta complessa e unitaria alle questioni dell'indivisibilità della sicurezza e del controllo delle armi in Europa, questioni che stanno a cuore a tutti noi.

Propongo anche di prendere in considerazione la possibilità di tenere un summit europeo per avviare la stesura di questo patto. Dovrebbero assolutamente prendervi parte tutti i paesi europei, ma come paesi a sé stanti, lasciando da parte l'appartenenza a blocchi o altri raggruppamenti. Gli interessi nazionali liberi dalle distorsioni delle motivazioni ideologiche dovrebbero essere il punto di partenza per la partecipazione di tutti i paesi.

Ritengo che se non tagliamo la spesa militare non saremo in grado di trovare le risorse necessarie a rispondere alle vere sfide che dobbiamo affrontare, come l'immigrazione illegale, i cambiamenti climatici e la povertà globale.

Queste sfide non possono essere risolte con l'uso della forza. Vanno risolte alla fonte, affrontando innanzitutto i problemi che causano queste minacce.

Mi riferisco anche alla crisi alimentare mondiale, che non solo influisce sull'esistenza materiale delle persone ma solleva anche questioni etiche quando con scarsa efficienza energetica i raccolti vengono usati per produrre combustibile.

Mi riferisco anche alla sicurezza energetica, che possiamo assicurare solo attraverso l'impegno collettivo di tutti i partecipanti alla filiera dell'energia.

È stata la Russia a sollevare la questione al summit dei paesi del G8 a San Pietroburgo. Ma oggi dobbiamo andare oltre e procedere dai principi su cui ci siamo trovati d'accordo allora. Siamo pronti a lavorare con l'Unione Europea per creare un meccanismo di allarme preventivo nel settore energetico, naturalmente con la partecipazione dei paesi di transito.

Siamo anche pronti a esaminare la possibilità di creare consorzi internazionali che gestiscano rotte di transito con la partecipazione di compagnie della Russia, dell'Unione Europea e dei paesi di transito. È un esempio dell'interdipendenza in Europa e nel mondo globalizzato della quale parlavamo.

Insieme a questo lavoro, per mettere a punto una strategia europea comune dobbiamo anche collaborare al progresso innovativo, sviluppare insieme uno spazio tecnologico comune.

L'integrazione europea non deve fermarsi sulle sponde del Baltico o ai confini dell'Europa Orientale. Sono necessari maggiori investimenti nei settori delle alte tecnologie.

L'Europa unita ha un interesse oggettivo ad aumentare il volume e la qualità degli investimenti russi. Offriremo un serio sostegno alle compagnie che intendono esportare capitali in modo serio e civile e partecipare nell'organizzazione congiunta di nuovi e importanti progetti produttivi. Abbiamo già esempi di cooperazione riuscita perfino in aree sensibili come l'energia nucleare, lo spazio, l'aviazione e la costruzione di mezzi di trasporto.

Ma oggi nelle compagnie e nei progetti europei si pongono restrizioni agli investimenti russi che sono ingiustificate da un punto di vista economico e politico. Vogliamo stabilire regole chiare e creare le condizioni più favorevoli per gli imprenditori stranieri che vogliano sviluppare la produzione ad alta-tecnologia nel nostro paese, e vorremmo lo stesso atteggiamento dai nostri interlocutori europei.

Signore e signori, nel mondo di oggi la Russia non ha bisogno di caos e di incertezza. Non abbiamo interessi che debbano essere garantiti attraverso mezzi così perversi.

Spesso Mosca si sente invitare alla moderazione. Abbiamo tutti la necessità di mostrare moderazione per impedire l'escalation su qualsiasi questione e spezzare il circolo vizioso dell'azione unilaterale e della conseguente reazione. Dobbiamo smettere di cercare di forzare gli eventi e di perseguire la politica del fatto compiuto. Come inizio sarebbe già qualcosa se ci limitassimo semplicemente a concederci una pausa per considerare a che punto siamo arrivati e in cosa stiamo sprofondando, che si tratti del Kosovo, dell'allargamento della NATO o della difesa anti-missile.

È altamente sintomatico che le divergenze attuali con la Russia siano interpretate da molti, in Occidente, come una necessità di rendere le posizioni della Russia più vicine a quelle dell'Occidente. Ma noi non vogliamo essere “abbracciati” in questo modo. È necessario trovare soluzioni comuni. A volte si limitano a dirci: se la smettete di essere così caustici, così scontrosi negli affari internazionali, le questioni legate allo sviluppo democratico e ai diritti umani diventeranno secondarie. Ci fanno capire che possono chiudere un occhio su queste cose, e ci citano gli esempi di altri paesi che si comportano esattamente così e con i quali vanno d'amore e d'accordo.

Ma vorrei dirvi che questo atteggiamento non ci va bene, soprattutto perché anche noi pensiamo che i diritti umani siano valori fondamentali e basilari. I diritti umani non dovrebbero essere merce di scambio. Ciò che auspichiamo dunque è una pacata e onesta discussione su una base comune e paritaria.

Al proposito vorrei osservare ancora una volta che la democrazia russa e quella europea condividono radici comuni. Condividiamo gli stessi valori e le stesse fonti giuridiche: il diritto romano, germanico e francese. Ho detto in passato che la democrazia è sempre plasmata dalla storia e dal contesto nazionale. Noi abbiamo una storia comune e condividiamo gli stessi valori umanitari. Tale pensiero comune è il fondamento che oggi ci permette di parlare la stessa lingua non solo nel diritto e nella finanza, ma anche nella politica.

Egregi colleghi, con riferimento a quanto ho appena detto c'è un'altra serie di questioni che vorrei approfondire, e precisamente le questioni riguardanti lo sviluppo del sistema politico russo. È un argomento che attualmente suscita molto interesse, e credo che sia comprensibile.

Sfortunatamente, tuttavia, osserviamo anche una comprensione incompleta e a volte perfino distorta di ciò che sta accadendo nel nostro paese.

Attribuiamo un significato enorme al miglioramento del nostro sistema politico e allo sviluppo delle istituzioni della nostra società civile.

Vorrei dire alcune parole sul nostro operato, che mira a creare un sistema partitico maturo ed efficace. È stato uno degli obiettivi fin dall'inizio della trasformazione del nostro paese. La strada non è stata facile. Siamo passati da tanti piccoli partiti, partiti di un solo giorno, partiti costruiti attorno a una sola persona, alla creazione di ampie, influenti e responsabili organizzazioni di partito.

Questo processo è naturalmente ancora in corso. Quando parliamo della creazione di partiti politici dimentichiamo che in molti paesi, compresa la Germania, questo processo è durato decenni. Noi ci siamo lavorando solo da dieci anni. Ma il fatto che negli ultimi due Parlamenti quattro partiti politici abbiano rappresentato i loro elettori è già motivo di ottimismo.

La riforma della legge elettorale ha avuto un ruolo immenso, contribuendo a creare un sistema partitico stabile e prevedibile. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto per mezzo di elezioni basate su liste di partito e su soglie di sbarramento più alte. Si è trattato di decisioni consapevoli mirate a rafforzare il sistema partitico del nostro paese e a impedirgli di polverizzarsi.

Ritengo che questi passi non fossero solo giustificati, ma anche necessari. Sono in sintonia con i nostri obiettivi, con i valori internazionali e con le esigenze del sistema politico russo.

L'appoggio offerto alle organizzazioni non governative è una delle nostre priorità. Fino al 2006 molte di queste organizzazioni sono state prevalentemente finanziate dall'estero. Dubito che qualsiasi paese occidentale sviluppato potesse tollerare un tale afflusso di capitali stranieri nel proprio “settore terziario”. Abbiamo dunque deciso di mettere a disposizione le nostre risorse per finanziare le organizzazioni della società civile russa. È stato un passo logico. Adesso spendiamo sempre più per appoggiare l'attività delle organizzazioni non governative, anche con soldi del bilancio. Vorrei anche citare il buon lavoro della Camera Pubblica. I fatti hanno dimostrato che c'era bisogno di questa organizzazione, che sta essenzialmente gettando le basi per lo sviluppo della società civile russa.

Siamo profondamente interessati alla nascita di quante più organizzazioni non governative possibili che lavorino su questioni come l'autogoverno locale e una maggiore tolleranza e armonia interetnica.

Il dialogo in corso tra le diverse religioni sta svolgendo un ruolo molto positivo. Al proposito, il numero delle organizzazioni religiose registrate in Russia negli ultimi anni si è quintuplicato.

Ma siamo anche consapevoli che questioni come le tensioni interetniche stanno assumendo una natura sempre più globale e sono già un problema concreto in molti paesi europei. Ritengo dunque che dovremmo unire le forze per identificare approcci comuni nella ricerca di soluzioni a questi complessi problemi.

Ora vorrei spendere alcune parole su un altro argomento oggi alla ribalta: quello dei mezzi di informazione di massa e della libertà di stampa. Concordo pienamente sul fatto che la libertà di stampa va protetta, che questa protezione va sancita dalla legge. Anni fa la stampa andava protetta dall'asservimento a compagnie private, e ora va protetta dalla pressione amministrativa a vari livelli.

Ma nel complesso, come ho discusso oggi con il Cancelliere Federale, siamo già sulla soglia di una completa libertà di stampa – qui non parlo della situazione russa ma di quella mondiale – che deriva dal progresso tecnologico e soprattutto dallo sviluppo inarrestabile di internet. Per fare solo un esempio, in Russia nel 2000 c'erano circa 3 milioni di utenti internet. Lo scorso anno questa cifra era già salita a 30-35 milioni di persone – un russo su tre o quattro – e secondo gli esperti è destinata a crescere rapidamente.

Questa situazione porta in primo piano non solo l'idea della libertà di stampa, che è già garantita dalla moderna e inarrestabile tecnologia digitale, ma la necessità di conservare i valori culturali e morali in questo spazio comune. Non è solo una questione nazionale ma un problema che tutta l'Europa e il mondo devono affrontare. È una delle sfide più serie per tutta la civiltà.

Signore e signori, avete preso parte alla discussione sui piani di sviluppo a lungo termine della Russia e sul suo posto in Europa e nel mondo, e continuerete a farlo, anche nel Forum Economico di San Pietroburgo. Spero di rivedere molti di voi proprio domani nella nostra capitale del nord.

Lo sottolineo: sappiamo bene quanto sarà difficile la strada dello sviluppo innovativo che abbiamo scelto per il nostro paese. Non è una strada facile neanche per una grande potenza economica come la Germania. Per questo cerchiamo di intensificare la nostra cooperazione scientifica, tecnologica e formativa, a sostegno delle piccole e medie imprese come nell'operato delle nostre grandi compagnie.

Un operato coerente, di sistema, per migliorare il nostro clima imprenditoriale, abolire le barriere amministrative eccessive, prevenire la corruzione (che nel nostro paese è un grave problema), fornire il massimo sostegno alle piccole imprese (le mie prime decisioni hanno riguardato proprio tali questioni), rafforzare il ruolo della legge nella nostra società e nel nostro stato e creare un sistema giudiziario efficace: tutto questo costituisce la base del nostro programma economico.

Oggi stiamo lavorando attivamente su questi e altri obiettivi complessi ed estremamente importanti. La soluzione di questi problemi, lo ripeto, è legata all'avanzamento del ruolo della legge, che serve a proteggere gli interessi delle persone e a difendere il loro onore e la loro dignità.

Ritengo che dovremmo prendere in considerazione anche progetti congiunti nei settori che ho appena nominato. Uno di questi potrebbe consistere nell'organizzazione di stage per avvocati e giuristi nei reciproci paesi. Oppure la formazione dei funzionari pubblici. Il decennale contributo tedesco al Programma Presidenziale di formazione dei funzionari dell’Amministrazione pubblica è una buona base da cui partire. In questo periodo la Russia ha formato circa 3500 specialisti con questo programma, e dal 2006 cento stagisti tedeschi vengono ogni anno in Russia a imparare nuove competenze attraverso i programmi di cooperazione Russia-Germania.

Nelle regioni russe questi specialisti sono molto richiesti. Anche la creazione in Russia di macroregioni ha aperto nuove prospettive di cooperazione con gli stati federati della Germania. Le nostre regioni devono imparare a parlare una lingua comune, come hanno fatto con successo San Pietroburgo e le regioni di Novgorod, Kaliningrad, Kaluga e le regioni tedesche corrispondenti.

Vogliamo anche continuare a collaborare concretamente in aree importanti per lo sviluppo globale. La Russia appoggia coerentemente l'impegno della Germania nell'ambito della Comunità Europea in questioni ambientali come la riduzione delle emissioni di carbonio. Siamo pronti al dialogo su tutta una serie di tematiche ambientali, comprese quelle relative all'Artico. Oggi molti paesi, comprese la Germania e la Russia, celebrano la Giornata Mondiale dell'Ambiente. Il nostro paese celebra per la prima volta anche la Giornata dell'Ecologia. Dunque vorrei approfittare di questa occasione per congratularmi con tutti coloro che lavorano in questi settori. Solo due giorni fa ho presieduto un incontro su questo tema e firmato un decreto speciale che emana istruzioni sulla difesa dell'ambiente.

Signore e signori, il commercio bilaterale tra la Russia e la Germania negli ultimi sei anni si è quadruplicato. Lo scorso anno ha registrato la cifra record di più di 52 miliardi di dollari. La Germania è per la Russia il maggiore fornitore di beni importati, il 90% dei quali è costituito da veicoli, macchinari e prodotti metallici. Il nostro paese si appresta nei prossimi anni a diventare il secondo maggiore importatore dalla Germania dopo gli Stati Uniti, superando perfino la Cina. La Germania è anche leader in Russia nel settore degli investimenti, che già ammontano a 28 miliardi di euro.

Sono evidenti anche le eccellenti prospettive di progetti congiunti tra scienziati e ricercatori russi e tedeschi. Particolarmente importanti sotto questo aspetto saranno la diffusione degli sviluppi applicati e l'uso efficace della proprietà intellettuale comune.

Spetterà ai giovani di entrambi i paesi continuare la cooperazione russo-tedesca e arricchirla con nuove iniziative. Come sapete i contatti tra i giovani sono già diventati una parte importante della nostra cooperazione. Come scrisse il poeta e pensatore tedesco Schiller, la crescita di una persona è legata alla crescita dei suoi obiettivi.

E tutto ciò che oggi noi diamo ai giovani, naturalmente, ci ripagherà nel futuro. Sono certo che il nostro contributo alla loro formazione e allo sviluppo delle loro menti, dei loro talenti e della loro ricchezza spirituale sia un contributo al progresso e al futuro sicuro non solo dei nostri due popoli ma dell'Europa tutta.

Un'altra ovvia risorsa che può avvicinarci è quella dei nostri connazionali, soprattutto i tedeschi russi. Le loro idee e opinioni sullo sviluppo delle nostre relazioni sono una sorta di cartina di tornasole della cooperazione tra i nostri paesi e possono contribuire a disfarci di vecchi stereotipi.

Sotto questo aspetto sono molto favorevole alla modernizzazione dei nostri legami umanitari. Naturalmente su questo dobbiamo lavorare insieme, e abbiamo bisogno dell'appoggio dell'opinione pubblica, dell'interesse dei mezzi di informazione e dell'infrastruttura delle relazioni tra le diverse regioni e religioni che abbiamo alle spalle.

Egregi collegi, qui a Berlino si sente acutamente quanto si intreccino storia e modernità, ricordi del passato e visioni del futuro. Berlino è una città che tutti i russi conoscono, e molti russi qui hanno i loro reconditi luoghi speciali.

Berlino è oggi una città vivace ed eccitante che guarda avanti. In questo senso è simile a Mosca, che ha anch'essa una propria natura specifica, una dinamica e un'energia caratteristiche. Qui si ha la sensazione tangibile che la storia ci unisce, più che dividerci. Sono convinto che chi capisce questa verità è destinato a non essere mai sconfitto.

Vi ringrazio.

Originale: http://www.kremlin.ru/

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sabato, giugno 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, in particolare della giustizia, gli interessi della popolazione sono difesi male. È dunque naturale che i cittadini non abbiano né rispetto né fiducia nei confronti di questo sistema. In questo ha assolutamente ragione. (…)


Se la situazione sembra essersi normalizzata in Cecenia, si è però aggravata in Inguscezia e in Daghestan. Qual è secondo Lei il problema maggiore?

La situazione in Cecenia è davvero migliorata. Il popolo ceceno ha scelto di sviluppare la propria repubblica nell'ambito della Federazione. Abbiamo visto come ha reagito ai tentativi di introdurre nella coscienza collettiva forme islamiche non tradizionali. Il wahabismo, in sé, è una corrente dell'Islam che non ha nulla di pericoloso. Ma esistono delle tendenze estremiste, nell'ambito del wahabismo, che si è tentato di imporre alla popolazione cecena. La gente ha capito molto bene che non si agiva nei suoi interessi, ma che la si strumentalizzava dall'esterno per destabilizzare la Federazione Russa. Questo implicava delle sofferenze per il popolo. La stabilizzazione è cominciata con questa presa di coscienza. Quando abbiamo osservato questo cambiamento di mentalità abbiamo trasmesso il potere e la responsabilità ai ceceni nei settori della sicurezza e dell'economia.

Capisce, un tempo sarebbe stato difficile immaginare che il ministro della difesa Maschadov sarebbe diventato oggi membro del parlamento ceceno. Ma così vanno le cose. E proprio questo ha creato le condizioni politiche necessarie a ricostruire Groznij e a fare i primi passi per il risanamento dell'economia. Per quello che riguarda il Daghestan e l'Inguscezia, sappiamo benissimo quello che accade: si tratta di uno scontro tra interessi economici e non politici. Può essere l'espressione di contrasti politici interni ma non è mai legato a tendenze separatiste. (…)

Qual è oggi la priorità per il Caucaso e per le repubbliche che ha menzionato? Innanzitutto la ricostruzione della sfera economico-sociale. Lì una grande fascia della popolazione vive ancora sull'orlo della povertà. Lì la gente ha soprattutto il problema della disoccupazione. Questo riguarda specialmente i giovani. E noi abbiamo un programma di sviluppo per il sud della Russia, in particolare per il Caucaso Settentrionale.

In questo programma sono previste significative risorse finanziarie per lo sviluppo della sfera economica e sociale. Ritengo che anche in questa direzione conseguiremo il successo.


Ancora una piccola domanda sul Caucaso. La Cecenia, i fatti tragici di Beslan e del teatro Nord-Ost sono le pagine nere della Sua presidenza. Oggi pensa che sarebbe stato possibile agire in un altro modo?

No. Sono convinto che se avessimo cercato di agire in un altro modo tutto questo sarebbe andato avanti ancora oggi. Noi dovevamo contrastare i tentativi di destabilizzazione della Russia. Tutti i paesi che fanno concessioni ai terroristi sperimentano alla fine delle perdite ancora maggiori di quelle subite nelle operazioni speciali. E alla fine questo distrugge lo Stato e allunga l'elenco delle vittime.


Lotta contro il terrorismo a parte, i difensori dei diritti dell'uomo deplorano i crimini contro i civili ceceni. Sarà fatta luce su questi crimini?

Innanzitutto posso assicurarle che nella Repubblica Cecena i tribunali e la procura lavorano attivamente. Sono state promosse azioni penali contro gli autori di quei crimini, a prescindere dalle loro funzioni. Questo vale per quelli che hanno combattuto dalla parte dei ceceni e anche per i militari russi. Non solo faremo luce su questi crimini, ma lo stiamo già facendo. Vari ufficiali degli organi di polizia e dell'esercito sono stati già giudicati e condannati. E devo dirle che per i nostri tribunali non è stato facile. Malgrado le prove dei crimini le giurie popolari li hanno rilasciati più volte. Questo la dice lunga sullo stato d'animo della società russa, soprattutto dopo le brutalità commesse dai terroristi contro la nostra popolazione civile. Però io sono fermamente convinto che se vogliamo ristabilire la pace civile, nessuno deve oltrepassare la linea rossa del diritto.


Cosa si aspetta dalla presidenza francese dell'Unione Europea?

La Francia è un nostro collaboratore fidato e tradizionale. Si è sempre parlato di cooperazione strategica tra Francia e Russia, e io concordo con questa definizione. La Francia ha sempre condotto una politica estera indipendente e spero che continuerà così. È nella natura dei francesi. È difficile imporre ai francesi qualcosa che viene da fuori. Tutti i governanti francesi devono tenerne conto. Noi apprezziamo questa indipendenza, ed è per questo che ci aspettiamo molto dalla presidenza francese. Contiamo su un dialogo costruttivo per stabilire una base giuridica nella cooperazione con l'Unione Europea. Il documento fondatore delle nostre relazioni è scaduto. Non c'è un vuoto giuridico perché la procedura attuale permette di prorogarlo anno dopo anno. Ma bisogna rinnovarlo. Vogliamo firmare un nuovo trattato, l'abbiamo affermato a più riprese, come i nostri partner europei. La presidenza francese dovrebbe rappresentare un'ulteriore spinta.


Una delle questioni che preoccupano l'umanità è il programma nucleare iraniano. Crede che l'Iran cerchi di fabbricare l'atomica? Ne ha parlato con Sarkozy?

Sì, ne abbiamo ricordato questo problema. Non credo che gli iraniani stiano cercando di fabbricare l'atomica. Niente lo indica. Gli iraniani sono un popolo fiero e indipendente. Vogliono godere della propria indipendenza e del proprio legittimo diritto al nucleare civile. Devo dire che da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran non ha infranto nulla. Ha anche il diritto di arricchimento [dell'uranio]. Lo dicono i documenti. Si rimprovera all'Iran di non aver mostrato tutti i suoi programmi all'AIEA. Questo punto va ancora sistemato. Nel complesso l'Iran ha, a quanto pare, rivelato i propri programmi nucleari. Lo ripeto ancora una volta: da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran ha infranto nulla. Ma ho sempre detto apertamente ai nostri partner iraniani che il loro paese non si trova in una zona asettica ma in un ambiente complesso, in una zona del mondo esplosiva. Noi chiediamo loro di tenerne conto, di non irritare i loro vicini o la comunità internazionale, di dimostrare che il governo iraniano non ha secondi fini. Abbiamo collaborato strettamente con gli iraniani e con i nostri partner del “Gruppo dei 6” e continueremo a farlo.


Pensa di poter assicurare a Nicolas Sarkozy che l'Iran non ha un programma militare nucleare?

Durante il nostro incontro non mi sono posto questo problema. Le assicuro che il Presidente della Francia non è meno informato del Presidente della Russia, o meglio dell'ex Presidente della Russia. Non abbiamo discusso questo aspetto del problema. Abbiamo discusso sul fatto che esiste e che bisogna lavorare insieme per risolverlo.


Se sapeste che l'Iran sta veramente fabbricando una bomba nucleare sarebbe un problema per la Russia?

La politica non tollera i congiuntivi. Quando avremo queste informazioni decideremo quale atteggiamento adottare.


In linea di principio, l'Iran in quanto grande potenza può aspirare alla bomba nucleare?

Noi siamo contrari. È la nostra posizione di principio. Noi siamo contrari alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Questa via è estremamente pericolosa. Non è positiva né per la regione, per per l'Iran. Utilizzare le armi nucleari in una regione così piccola come il Vicino Oriente equivarrebbe a un suicidio. A quali interessi ubbidirebbe? A quelli della Palestina? Allora i palestinesi cesserebbero di esistere. Noi conosciamo la tragedia di Černobyl. Il vento non soffia solo da una parte. Sarebbe controproducente. Abbiamo sempre mantenuto questa posizione e spero che il presidente continuerà a farlo.

Intendiamo impedire con tutti i mezzi la proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo abbiamo proposto un programma internazionale di arricchimento dell'uranio, giacché l'Iran non è che una parte del problema. Molti paesi emergenti si trovano di fronte alla scelta di utilizzare l'energia nucleare a fini civili. Avranno bisogno di arricchire l'uranio e di disporre di un proprio ciclo chiuso. Ci saranno sempre dei dubbi sul conseguimento dell'uranio a fini militari. È molto difficile da controllare. Per questo proponiamo che l'arricchimento si faccia in paesi che sono al di sopra di ogni sospetto perché già in possesso della bomba nucleare. Per partecipare a questo programma gli stati dovranno essere certi di ricevere le quantità necessarie e avere la garanzia che qualcuno ritratterà le loro scorie. La creazione di questo sistema è possibile. Sarà sufficientemente sicuro e affidabile.


In che modo un eventuale ingresso nella NATO dell'Ucraina e della Georgia può costituire una minaccia per la Russia?

Alcune considerazioni. Noi ci opponiamo all'allargamento della NATO in generale. Per principio. La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell'accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l'Unione Sovietica, per proteggersi da un'eventuale aggressione, come si riteneva all'epoca. L'URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario. L'Unione Sovietica non c'è più, non c'è più la minaccia, ma l'organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.

Pensate che si possa risolvere questi problemi nell'ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un'ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale. Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all'interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.

Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo anti-missile. Prima hanno preso la decisione, poi ne hanno dibattuto a Bruxelles in seguito alle nostre pressioni o alle nostre critiche. Noi temiamo che l'adesione di questi paesi alla NATO si traduca nell'installazione in tali paesi di sistemi missilistici che ci minacceranno. Nessuno chiederà il loro parere. Quei sistemi verranno intallati e basta. Non si fa che parlare di limitare gli armamenti in Europa. Ma noi l'abbiamo già fatto! Il risultato è che ci sono spuntate sotto il naso due basi militari. Presto ci saranno installazioni in Polonia e nella Repubblica Ceca. Come diceva Bismarck, quello che conta è il potenziale, non le dichiarazioni e le intenzioni. Noi vediamo che le installazioni militari si avvicinano ai nostri confini. Ma per quale ragione? Nessuno minaccia nessuno.

E veniamo all'ultima osservazione: abbiamo evocato la questione della democrazia. Dobbiamo sempre tenerla a mente. Non dovrebbe essere applicata anche in materia di relazioni internazionali? Si può essere un paese ben intenzionato e democratico all'interno e allo stesso tempo un mostro minaccioso all'esterno? La democrazia è il potere del popolo. In Ucraina quasi l'80% della popolazione è ostile all'ingresso nella NATO. Malgrado questo, i nostri partner dicono che vi aderirà. Le decisioni vengono prese prima, dunque, al posto dell'Ucraina. L'opinione della popolazione non interessa più a nessuno? E volete dirmi che questa è democrazia?


In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981 quando, probabilmente, la maggioranza della popolazione era contraria. A volte i governanti devono imporre le grandi scelte…

Questa responsabilità politica può essere presa tranquillamente per mezzo di un referendum. Basta domandare alla gente cosa ne pensa. Le questioni umanitarie come la pena di morte non rientrano in questo ambito. Si sente spesso dire, a proposito della cooperazione con la Russia: “Noi, i paesi occidentali, dobbiamo scegliere i nostri alleati in funzione dei valori comuni”. Abbiamo citato i fatti dolorosi avvenuti nel Caucaso qualche anno fa. Grazie a Dio è finita. Ma perfino in una situazione sull'orlo della guerra civile abbiamo di fatto abolito la pena di morte. È stata una decisione difficile ma responsabile. E questi non sono valori comuni? In certi paesi del G8, alcuni dei quali sono membri della NATO, la pena di morte esiste ancora, e i condannati vengono giustiziati. Allora perché tanta parzialità quando si tratta con la Russia? Quello che è permesso a Cesare non lo è agli altri? Questo tipo di dialogo sarebbe produttivo. Giochiamo a carte scoperte, rispettiamoci. Così faremo dei passi avanti.


A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti. Con Washington avete divergenze su molte questioni: il Kosovo, l'Iraq, lo scudo anti-missile, il nucleare iraniano. Che bilancio fa della politica estera di George W. Bush?

Se me lo permette, non esprimerò giudizi perché non mi sento in diritto di farlo. Questo spetta al popolo americano. Le esporrò il mio parere personale. Penso che il presidente degli Stati Uniti abbia una responsabilità enorme perché il suo paese svolge un ruolo importantissimo negli affari internazionali e nell'economia mondiale. È facile criticare dall'esterno. Abbiamo sempre avuto le nostre posizioni su molte questioni, e dunque delle divergenze nella risoluzione dei problemi. Non siamo i soli. La Francia, sull'Iraq, condivide il nostro punto di vista. Anzi, sono state la Germania e la Francia a prendere posizione sull'Iraq prima che noi ci unissimo a loro, e non il contrario. Si è detto che il nostro punto di vista era sbagliato. I fatti hanno dimostrato che con la forza non si risolve nulla. È impossibile. Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c'è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.

Nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti ci sono più aspetti positivi che divergenze. Per esempio gli scambi commerciali crescono di anno in anno. Abbiamo molti interessi comuni sulle grandi questioni internazionali, soprattutto in merito alla non-proliferazione delle armi nucleari. Lì siamo completamente d'accordo. La lotta contro il terrorismo viene spesso condotta in modo poco visibile, ma sta diventando sempre più efficace. Con Bush ho avuto un incontro recente, a Soči. Ho potuto così ringraziarlo per la collaborazione tra i nostri servizi nella lotta contro il terrorismo. Non abbiamo grandi divergenze sul nucleare iraniano.

La Russia è membro del Consiglio di sicurezza: agiamo in accordo con il Consiglio e votiamo all'unanimità le sue risoluzioni. Detto questo, come recita l'articolo 41 del capitolo 7 della carta delle Nazioni Unite, tutto quello che abbiamo intrapreso non presuppone l'uso della forza. A Washington si esprimono punti di vista diversi. Grazie a dio non è stata decisa alcuna azione militare. Speriamo che non vi si arrivi mai. Comprendiamo che dobbiamo risolvere insieme questo problema. Dunque sì, abbiamo delle divergenze, ma l'atmosfera di cooperazione e la fiducia reciproca sono tali da darci delle speranze per il futuro. Ed è proprio questo, tra l'altro, che ci ha permesso di firmare a Soči una dichiarazione sulla collaborazione a lungo termine tra i nostri paesi.


La Russia non ha riconosciuto l'indipendenza dell'Ossezia Meridionale e dell'Abchazia, ma ha rafforzato il controllo sulle due regioni separatiste. Perché non siete soddisfatti dell'attuale stato delle cose? Forse è la soluzione migliore.

Ha detto “separatiste”? Perché non usa questa parola per il Kosovo? Non risponde? Non risponde perché non è in grado di rispondere.

Ma in Abchazia ci sono stati molti profughi georgiani. In Kosovo è il contrario.

No, non è affatto il contrario. Migliaia, centinaia di migliaia di serbi non possono rientrare nel Kosovo. È la stessa cosa. O lei forse ha visto un ritorno dei profughi nel Kosovo? Stanno cacciando gli ultimi serbi. Non racconti storie, io so cosa succede veramente. Non siete in grado di garantire ai profughi la sicurezza e delle condizioni di vita dignitose. Dunque è esattamente la stessa cosa. Per quanto riguarda l'allontanamento della popolazione georgiana, è vero. Ma 55.000 georgiani hanno già fatto ritorno nel distretto di Gali in Abchazia. Questo processo avrebbe potuto continuare, se non ci fossero state pressioni militari da parte di Tbilisi. Sa, quando c'è stata la cosiddetta rivoluzione socialista del 1919, la Georgia si è costituita come Stato indipendente. L'Ossezia invece ha dichiarato che non voleva essere parte integrante della Georgia, che voleva restare nella Federazione Russa. Le autorità georgiane hanno intrapreso delle spedizione punitive che gli osseti ancora oggi considerano dei massacri, dei stermini. Questi conflitti hanno un carattere antico e profondo. Per risolverli bisogna armarsi di pazienza e di rispetto verso i diversi gruppi etnici del Caucaso invece di impiegare la forza.

Oggi si dice che vari aerei spia georgiani sono stati abbattuti sull'Abchazia dal sistema di difesa russo. Ma perché non si ricorda la proibizione di sorvolare queste zone? Far volare questi aerei è spionaggio. Perché fare dello spionaggio? Perché si prevedono operazioni militari. Allora cos'è, una delle due parti si prepara a uno spargimento di sangue. Vogliamo questo? Nessuno lo vuole. Perché i vari gruppi etnici abbiano voglia di convivere in un unico Stato è necessario il dialogo. Non finiremo mai di ripeterlo ai nostri interlocutori georgiani.


Il presidente georgiano Michail Saakašvili ha proposto un piano di pace per l'Abchazia con la concessione di un'ampia autonomia e la carica di vice presidente a un abchazo. Questa proposta vi trova d'accordo?

Bisogna innanzitutto che vada bene agli abchazi. Com'è cominciato il conflitto etnico? Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tbilisi ha soppresso l'autonomia di queste repubbliche. Cosa l'ha spinta a farlo? Perché l'ha fatto? Così hanno avuto inizio il conflitto etnico e la guerra. Adesso [i georgiani] dicono che sono pronti a fare marcia indietro: “Vi restituiamo l'autonomia che vi abbiamo tolto anni fa”. Ma è chiaro che gli abchazi diffidano. Pensano che tra qualche anno li priveranno nuovamente di qualcosa. Noi abbiamo aiutato quei 55.000 profughi georgiani a ritornare in Abchazia, nel distretto di Gali. L'abbiamo fatto. Abbiamo convinto gli abchazi a lasciarli passare e a garantire loro condizioni di vita normali. È la Russia che l'ha chiesto alle autorità abchaze. Ve lo dico in tutta sincerità, me ne sono occupato personalmente. Ho rivolto personalmente la richiesta alle autorità abchaze, e loro l'hanno fatto. Abbiamo elaborato un piano comune di sviluppo energetico, di cooperazione transfrontaliera, di costruzioni, di infrastrutture. Abbiamo perfino deciso di ricostruire le ferrovie. Dopo le ultime dimostrazioni di forza si è fermato tutto. Le elezioni [in Georgia] si avvicinavano, bisognava dimostrare che si poteva risolvere tutto. Questo genere di cose, che dura da secoli, non si adatta ai tempi e ai modi della politica interna. Non ne può uscire niente di buono. Spero che il piano proposto da Michail Saakašvili entrerà gradualmente in vigore, perché nell'insieme è giusto. Però bisogna che l'altra parte sia d'accordo. È necessario il dialogo.


Un'ultima domanda, di carattere generale: come vorrebbe vedere la Russia del futuro, ha un piano in mente?

Abbiamo già proposto un piano concreto di sviluppo della Russia fino al 2020. Abbiamo contato sul fatto che la struttura della nostra economia possa cambiare in maniera sostanziale e che l'innovazione svolga un ruolo molto più rilevante. Tenendo conto della quantità delle nostre risorse minerarie, la sfera dell'innovazione dovrà avere un ruolo ben maggiore, se non predominante. Contiamo sul fatto che le stesse infrastrutture del potere e della finanza si possano conformare ai nuovi tempi. Che saremo in grado di creare un sistema politico efficace e vitale capace di reagire a tutto ciò che accade nel paese e nel mondo. Che saremo in grado di creare con la politica estera condizioni tali da permettere al nostro paese di svilupparsi in modo efficace e intensivo, di essere competitivo, per far sì che i nostri cittadini si sentano al sicuro e possano programmare con fiducia il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Molte grazie.


Fonte russa:

http://www.government.ru

Fonte francese:

http://www.lemonde.fr

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sabato, marzo 01, 2008

In Russia si avvicina il momento di Medvedev

In Russia si avvicina il momento di Medvedev
di
Nicolai N. Petro

Coloro che cercano di categorizzare Dmitrij Medvedev, il probabile prossimo presidente della Russia (le elezioni si svolgeranno il 2 marzo), si sono rapidamente suddivisi in due campi: i pessimisti, che lo liquidano come un fantoccio di Vladimir Putin, e gli ottimisti che si aggrappano all'esile speranza che possa un giorno elaborare una condotta autonoma.

Un'attenta lettura delle 2000 e passa dichiarazioni pubbliche fatte da Medvedev negli ultimi sette anni, però, suggerisce che nessuna delle due descrizioni è esatta. I suoi trascorsi indicano che Medvedev intende effettivamente imprimere alla politica russa una svolta liberale, non come alternativa al Piano di Putin, ma come la logica fase successiva della sua evoluzione.

Professore di legge per formazione, Medvedev (43 anni) è stato inizialmente incaricato di occuparsi della riforma giudiziaria. In soli quattro anni è riuscito a eliminare la maggior parte delle leggi locali che contraddicevano la Costituzione russa e ha promosso l'introduzione di un nuovo codice penale, di un sistema giudiziario per i minori, di una corte dei giurati, dell'habeas corpus e di un sistema nazionale di ufficiali giudiziari.

In seguito, pur supervisionando quattro nuovi Progetti Nazionali Prioritari nei settori della sanità, dell'istruzione, dell'edilizia abitativa e dell'agricoltura, ha continuato a occuparsi attivamente delle riforme legali, promuovendo una nuova rete nazionale di centri di assistenza legale gratuita e rendendo più liberale la politica governativa sull'immigrazione.

Secondo alcuni, è stato questo tentativo di riforma dell'ingombrante sistema legale sovietico a portarlo a formulare un semplice credo economico: “Se la partecipazione del governo non è essenziale, il governo non dovrebbe essere coinvolto”.

Secondo Medvedev lo stato ha solo due obblighi economici concreti. Primo, aiutare le compagnie russe a diventare globalmente più competitive. Secondo, combattere la povertà. Oltre a questo, secondo Medvedev, che a volte pare esprimersi come un sostenitore dell'economia dell'offerta, le sole tasse che il governo può legittimamente riscuotere sono quelle necessarie al funzionamento della stato e quelle in grado di far sì che gli affari in Russia diventino i più vantaggiosi del mondo.

Le soluzioni che Medvedev ha proposto per i problemi sociali della Russia riflettono costantemente una chiara preferenza per le risposte basate sul mercato. Ha costretto le regioni a competere per ricevere i finanziamenti federali. Nell'istruzione, nella sanità e nella riforma pensionistica ha sostenuto l'idea che il finanziamento dello stato deve seguire gli individui più che le istituzioni. Ha fatto forti pressioni per permettere alle università di operare come imprese e di costituire lasciti per garantirsi finanziamenti indipendenti dallo stato.

Anche quando lo stato mantiene il controllo su una corporazione, Medvedev ha insistito che essa venga ricostituita come public company e costretta a competere sul piano globale per ottenere investimenti privati. Il suo modello è Gazprom, dove negli ultimi sette anni è stato presidente del consiglio d'amministrazione e la cui capitalizzazione in quel periodo è aumentata di 50 volte. Ora propone cambiamenti in altre corporazioni statali per attirare nell'infrastruttura russa ormai in rovina investimenti per un trilione di dollari.

La terminologia legale ed economica ispira anche l'approccio di Medvedev nei confronti della società civile. Ha descritto il rapporto tra il governo e la società civile come un contratto che il governo “offre” alla società civile sotto forma di specifiche priorità nazionali. Se l'offerta viene accettata i risultati saranno positivi e se non viene accettata va cambiata. La società civile, dice, serve splendidamente “a evitare gli stupidi eccessi” del governo.

Le organizzazioni non governative devono svolgere un ruolo chiave in ogni sana società civile, e per questo motivo Medvedev insiste affinché lo stato a tutti i livelli “faccia assolutamente tesoro dell'esperienza delle ONG e delle organizzazioni pubbliche, che, tra le altre cose, hanno imparato meglio del governo a tenere sotto controllo le spese”. I funzionari del governo devono stabilire un saldo sistema di “contatti diretti e permanenti le ONG”. Senza questo feedback, dice, “Il governo è cieco e finisce per lavorare solo per sé”.

Per incoraggiare la crescita delle ONG ha promosso una legislazione che sostiene la filantropia e ha concesso l'esenzione fiscale alle imprese che finanziano le ONG. Gli enti di volontariato, dice, non solo fanno un buon lavoro, ma “sono un antidoto alla dipendenza e al paternalismo, ai quali siamo storicamente soggetti”.

Altre iniziative degne di nota comprendono: una televisione pubblica indipendente e un controllo giudiziario e parlamentare indipendente sul potere esecutivo. Diversamente da Putin, Medvedev ha detto che i futuri presidenti russi dovrebbero essere membri di un partito politico, e che dei partiti politici forti sono “l'unico sistema per rendere i politici responsabili delle proprie idee”.

Rivolgendosi alla comunità imprenditoriale russa, che vorrebbe più coinvolta nella politica, Medvedev ha creato un Consiglio di Esperti che contribuisca a generare nuove idee per i Progetti Nazionali. La sua politica di “mutua compenetrazione” di impresa e governo è in evidente contrapposizione con l'atteggiamento di Putin, tendente ad “allontanare in modo equidistante” i grandi interessi finanziari dal governo.

Sguardo sul mondo
È nella politica estera, però, che l'enfasi di Medvedev sul pragmatismo è più evidente: qui non fa che mettere in luce le aree in cui l'Occidente e la Russia dovrebbero collaborare.


La Russia si conquisterà il rispetto del mondo “non con la forza, ma con un comportamento responsabile e con il successo”, dice Medvedev; fino ad allora, propone che gli europei imparino dalla storia della formazione della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (precursore dell'Unione Europea) e prendano in considerazione un "asset swap" con la Russia che garantirà la sicurezza energetica all'intero continente e promuoverà la “forma migliore di collaborazione”.

Permettere uno scambio tra gli investimenti russi nella raffinazione e nella distribuzione in Europa e gli investimenti europei nell'estrazione del gas e del greggio in Russia, dice Medvedev, creerebbe un “circolo virtuoso” in grado di rafforzare l'efficienza economica e la sicurezza energetica in tutto il continente. “Gli europei dicono che li mettiamo all'angolo perché finiscono per dipendere troppo dalle forniture di gas russo. Allora facciamo uno scambio di asset, e anche noi dipenderemo da loro”.
È già evidente un probabile tema ricorrente della politica estera sotto Medvedev: quando i paesi si spartiscono i rischi la sicurezza ci guadagna. Questo modello può anche estendersi dal settore economico a quello politico e militare.

Allora l'Occidente cosa dovrebbe aspettarsi da un'amministrazione Medvedev?

I suoi più recenti discorsi, fatti durante la campagna elettorale, sono stati sempre coerenti con il suo passato. Ha proposto un nuovo canale televisivo nazionale dedicato all'educazione in materia legale, un sostegno “aggressivo” alle imprese, il trasferimento di una parte “significativa” delle funzioni del governo locale alle ONG, un piano nazionale per combattere la burocrazia ed esenzioni fiscali per le cure sanitarie, l'istruzione e gli schemi pensionistici.
Tuttavia, anche se si è tentati di considerare questa retorica liberale come una drastica rottura con il passato, Medvedev non la vede così. Secondo Medvedev, durante il caos degli anni Novanta il governo doveva concentrarsi sul ripristino dell'autorità centrale, sulla creazione di uno “spazio legale unico”, sul sostegno all'economia, e impegnarsi a liberare la politica e i media dal controllo degli oligarchi e gettare le basi di una politica estera indipendente. In tutti questi campi Medvedev non si è limitato a condividere i piani di Putin, ma ha svolto un ruolo centrale nel formularli.

Adesso che la situazione nel paese si è stabilizzata è ora di passare dal consolidamento alla svolta liberale. Se negli anni Novanta "le viti erano, forse, troppo strette", adesso si possono allentare. Le parole chiave dell'approccio di Medvedev alla politica, allora come oggi, sono “flessibilità” e “pragmatismo”.

La visione di Medvedev come un lacchè che esegue ciecamente gli ordini di Putin è dunque chiaramente infondata, come lo è l'idea che Medvedev possa elaborare una condotta in contrasto con quella che ha seguito negli ultimi sette anni.

Sembra, piuttosto, che la maggioranza degli osservatori abbia sottovalutato la capacità del governo russo di concepire e attuare la propria strategia di modernizzazione democratica, ora comunemente nota come Piano di Putin, e che sia stata completamente incapace di comprendere il suo scopo, che Medvedev riassume come “una società civile efficiente... composta da individui maturi pronti alla democrazia”. Così, secondo colui che ormai è da molto tempo il consulente politico di Medvedev, Gleb Pavlovskij, in pratica l'Occidente “durante la rinascita della Russia ha dormito”.

L'ascesa di Medvedev è dunque un presagio della sfida storica che la prima vera generazione russa post-sovietica sta per affrontare: la creazione della prima società russa autenticamente liberale.

Per l'Occidente questo presidente giovane, dinamico, liberale e patriottico rappresenta una singolare opportunità per impegnarsi nuovamente con la Russia, un'opportunità che si realizzerà però solo se ci sveglieremo dal nostro lunghissimo sonno post-sovietico.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.

(Copyright 2008 Nicolai N. Petro.)

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JC01Ag01.html

Articolo pubblicato il 1° marzo 2008

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giovedì, ottobre 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

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