giovedì, febbraio 19, 2009

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

di Julio Godoy


da IPS traduzione di Andrej Andreevič


PARIGI (IPS) - La possibilità che il ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner potrebbe avere abusato della sua pubblica posizione in Francia per promuovere propri proficui affari privati con dittatori africani di rilievo viene alla luce in un momento in cui le autorità locali si trovano a che fare con numerose vicende di corruzione.

Le accuse contro Kouchner sono sintetizzate in un nuovo libro "Le Monde selon K." (Il mondo secondo K.) del giornalista investigativo Pierre Péan.

Nel libro Péan sostiene che Kouchner, co-proprietario di IMEDIA e African Steps, avrebbe ottenuto redditizi contratti dai governi del Gabon e della Repubblica del Congo (Brazzaville) quando era direttore di un'agenzia pubblica di cooperazione sanitaria a Parigi. IMEDIA e African Steps sono due società di consulenza politica.

I governi del Gabon e la Repubblica del Congo, entrambi i paesi ricchi di petrolio, sono particolarmente noti per essere due dittature corrotte. Omar Bongo governa il Gabon dal 1968, Denis Sassou Nguesso è al potere a Brazzaville dal 1997, quando le sue truppe, con il sostegno dell'Angola, hanno vinto una guerra civile contro l'allora presidente Pascal Lissouba.

Bongo e Sassou Nguesso hanno legami familiari: Bongo è sposato con Edith Lucie Sassou-Nguesso, figlia di Denis.

Secondo Péan, che si basa su documenti ufficiali dei due governi africani, sarebbero stato versati 4,5 milioni di euro alle due società da parte dei governi del Gabon e del Congo Brazzaville, per consigliare i rispettivi ministeri della salute.

Sebbene le attività di Kouchner come consulente non fossero illegali, le diverse circostanze riguardanti i rapporti con Bongo e Sassou Nguesso sono problematiche. Da un lato, Kouchner è stato presidente delle relazioni di Esther, organismo francese di cooperazione sanitaria che opera soprattutto con i paesi africani.

Dall'altro, gli ultimi pagamenti effettuati dal governo del Gabon a IMEDIA sono avvenuti quando Kouchner era già ministro degli Esteri. In una lettera datata 2 agosto 2007, Eric Danon, esecutivo di IMEDIA e vicino a Kouchner, ha esortato il governo di Bongo a pagare i conti in sospeso dal 2006.

Infine, nel gennaio e nel marzo 2008, il governo del Gabon ha saldato i conti.

IPS possiede una copia della lettera di Danon, nonché dei trasferimenti di tesoreria di IMEDIA verso il Gabon. Come ministro degli Esteri, Kouchner ha nominato Danon e un altro suo partner d'affari, Jacques Baudouin, a importanti incarichi presso il ministero degli esteri.

E, infine, le operazioni sono in contrasto con l'immagine che Kouchner ha sempre trasmesso di sè stesso. "Quello che trovo riprovevole è che Kouchner si sia costruito l'immagine di un cavaliere senza macchia, il cui comportamento è saldamente radicato su principi etici", ha detto Péan all'IPS. "Ma questa immagine non è rispecchiata dai suoi affari".

Kouchner, ex membro del Partito Socialista dal 1980 fino a quando non ha lasciato il partito per diventare ministro del presidente di destra Nicolas Sarkozy, ha negato qualsiasi irregolarità. "Le accuse di Péan contro di me sono abominevoli e grottesche", ha detto nel corso di un dibattito parlamentare il 4 febbraio.

Kouchner si è detto orgoglioso di aver aiutato i due governi africani a migliorare i loro sistemi sanitari pubblici e ha annunciato che sta perseguendo una denuncia per diffamazione contro Péan.

Le relazioni commerciali di Kouchner sono rese ancora più discutibili dal momento che coinvolgono dittatori che, nonostante siano a capo di paesi con alcune delle popolazioni più povere dell'Africa, possiedono enormi fortune, come dimostrano le loro grandi proprietà in Francia.

Secondo una relazione dell'ufficio centrale di polizia contro il crimine organizzato finanziario, con sede a Parigi (OCRGDF, dal suo nome francese "Office central de répression de la grande délinquance financière"), Bongo e Sassou Nguesso, assieme al presidente dell 'Angola, José Eduardo dos Santos, e a quello della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, sarebbero in possesso di una notevole fortuna nel settore immobiliare e auto di lusso in Francia.

La relazione dell'OCRGDF, che si compone di 34 fascicoli e migliaia di pagine, è stato aperto alla fine del 2007 dopo che tre associazioni umanitarie francesi hanno presentato una denuncia contro i quattro dittatori e il presidente del Burkina Faso, Blase Compaoré, con l'accusa di "appropriazione indebita di fondi pubblici" .

Nella relazione, la polizia francese conclude che i leader africani hanno accumulato una fortuna nel settore immobiliare in "zone (dentro e nei dintorni di Parigi) di altissimo valore commerciale" e presenta un elenco non esaustivo di queste proprietà. Tutti i leader africani indagati sono anche proprietari di svariate autovetture sportive di lusso e limousine, e controllerebbero numerosi conti bancari.

L'elenco comprende un lussuoso palazzo vicino agli Champs Elysées, zona più costosa di Parigi, acquistato il 15 giugno 2007 per quasi 19 milioni di euro, dai due figli di Omar Bongo, Omar e Denis Yacine Queenie, che all'epoca erano rispettivamente tredicenne e sedicenne.

Bongo è da solo proprietario di 33 immobili di lusso a Parigi e nel sud della Francia.

Similmente, Denis Sassou Nguesso e suoi parenti sono proprietari di almeno cinque sontuosi palazzi e nei pressi di Parigi, per un valore di mercato di almeno 10 milioni di euro.

I dittatori africani sarebbero anche proprietari di un garage di costose automobili sportive e limousine, comprese Ferrari, Bugatti, Aston Martin e Mercedez Benz. Secondo la relazione dell'OCRGDF, Teodoro Obiang Nguema della Guinea equatoriale possiede 15 automobili sportive di lusso e limousine, per un valore di 5,7 milioni di euro.

Nonostante le prove suggeriscano irregolarità, le autorità francesi hanno chiuso l'inchiesta senza ulteriori conseguenze. Ma la si è dovuta riaprire di nuovo lo scorso dicembre, quando il gruppo anti-corruzione Transparency International ha presentato un nuovo ricorso contro i cinque capi di governo africani.

E ancora, alcuni osservatori ritengono che i reclami non potranno mai portare a decisioni o sanzioni nei confronti del leader africani. Come il quotidiano Le Monde ha scritto di recente, "tre dei cinque governi interessati godono del sostegno incrollabile del presidente francese Nicolas Sarkozy".

Un'altra prova di questo sostegno: Jean-Marie Bockel, ex vice ministro francese per la cooperazione internazionale, che nel gennaio 2008 aveva avuto il coraggio di parlare pubblicamente di "sperpero di risorse africane" di capi di Stato africani, è stato subito dopo rimosso dalla carica.

Nel suo libro, Péan sostiene che Bongo e Sassou Nguesso avrebbero denunciato Kouchner a riguardo di queste "scortesi" osservazioni. Ora Bockel è vice ministro incaricato dei veterani di guerra presso il ministero della Difesa francese.


Articolo originale pubblicato il 17 febbraio 2009

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lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6854&lg=it

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giovedì, gennaio 08, 2009

La gabbia

"Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese di Gaza, possiamo dimostrarlo con le cifre. Dovete ricordare che l’età media degli abitanti di Gaza è di 17 anni, una popolazione molto giovane, e circa l’80% di loro vive sotto la soglia di povertà fissata dall’ONU. Insomma, questa è gente povera e molto giovane, e non può fuggire da nessuna parte, poiché non possono scappare come fanno le altre popolazioni in tempo di guerra, essendo rinchiusi in una grande gabbia, si sta bombardando un milione e mezzo di persone chiuse in una gabbia".

Il dottore norvegese Mads Gilbert, membro di un équipe di triage che si trova a Gaza dal 1° gennaio (traduzione Diego Traversa).
In questa pagina, se scendete fino a trovare l'italiano, trovate anche le sue dichiarazioni sul sospetto uso di armi DIME e sui loro possibili effetti a lungo termine.

Nel frattempo 24 associazioni francesi si sono rivolte a un avvocato per chiedere al presidente Sarkozy di denunciare al Tribunale penale internazionale dell'Aia i signori Peres, Olmert, Livni e Barak per i crimini di guerra commessi sul territorio palestinese dal 27 dicembre 2008.

[Seguirò l'evoluzione del procedimento, traducendo il traducibile]

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martedì, dicembre 16, 2008

Negligenza giornalistica

Negligenza giornalistica
Il Washington Post, la Russia e il caso Moskalenko
di Mark Ames

Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.

Originale: Editorial Malpractice

Articolo originale pubblicato il 10/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 30, 2008

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

di F. William Engdahl

A poche settimane dalla costituzione formale, con la firma del Presidente George W. Bush, di un nuovo comando militare dedicato all'Africa, AFRICOM, gli sviluppi recentemente emersi nel continente ricco di risorse suggeriscono che il Presidente di origini keniote Obama dovrà impegnare le risorse statunitensi, militari e non, occupandosi della Repubblica del Congo, del Golfo di Guinea ricco di petrolio, del Darfur (anch'esso ricco di petrolio) nel Sudan meridionale e del crescente “pericolo pirati” che minaccia le rotte marittime nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. È legittimo chiedersi se il fatto che l'Africa stia proprio ora diventando un nuovo “punto caldo” geopolitico sia una semplice coincidenza o se vi sia un collegamento diretto con l'ufficializzazione di AFRICOM.

Ciò che più colpisce è la tempistica. Mentre AFRICOM diventava operativo, nell'Oceano Indiano e nel Golfo di Aden si verificavano incidenti spettacolari provocati dalla cosiddetta pirateria somala, mentre nella provincia di Kivu, nella Repubblica del Congo, scoppiava un nuovo sanguinario conflitto. Ciò che accomuna questi fatti è la loro rilevanza, insieme al Darfur nel Sudan meridionale, per il futuro flusso di materie prime verso la Cina.

Il conflitto più recente nella parte orientale del Congo (DRC) è scoppiato alla fine di agosto quando i miliziani tutsi appartenenti al Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP, Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) del Generale Laurent Nkunda hanno costretto le truppe lealiste delle Forces armées de la République démocratique du Congo (FARDC, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) a ritirarsi dalle loro posizioni nei pressi del Lago Kivu mettendo in fuga centinaia di migliaia di civili, tanto che il Ministro degli Esterni francese, Bernard Kouchner, ha avvisato del rischio imminente di “enormi massacri”.

Nkunda, come il suo mentore, il dittatore ruandese appoggiato da Washington, Paul Kagame, è un tutsi che afferma di proteggere la minoranza tutsi da ciò che resta dell'esercito hutu del Ruanda, fuggito in Congo dopo il genocidio ruandese del 1994. I peacekeeper della missione MONUC delle Nazioni Unite non hanno riferito di simili atrocità commesse contro la minoranza tutsi nella regione nordorientale di Kivu. Secondo fonti congolesi gli attacchi contro tutti i gruppi etnici sono all'ordine del giorno nella regione. Le truppe di Laurent Nkunda sono responsabili della maggior parte di questi attacchi, sostengono.

Strane dimissioni
Un ulteriore passo verso il caos politico in Congo è stato fatto a settembre, quando l'83enne Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo, Antoine Gizenga, si è dimesso dopo due anni alla guida del governo. Alla fine di ottobre, con una scelta dei tempi sospetta, il comandante dell'operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Congo (MONUC, Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo), il Tenente Generale spagnolo Vicente Diaz de Villegas, si è dimesso dopo meno di due mesi citando una “mancanza di fiducia” nella leadership del Presidente Joseph Kabila. Kabila, il primo Presidente democraticamente eletto del Congo, è stato anche coinvolto nella negoziazione di un accordo commerciale da 9 miliardi di dollari tra la DRC e la Cina, cosa di cui Washington non può ovviamente rallegrarsi.

Nkunda è un vecchio seguace del Presidente ruandese, Kagame, spalleggiato dagli Stati Uniti. Tutti gli indizi fanno pensare a un pesante benché segreto ruolo della CIA nelle ultime uccisioni perpetrate in Congo dagli uomini di Nkunda. Lo stesso Nkunda è un ex ufficiale dell'esercito congolese, insegnante e pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ma sembra che uccidere sia la cosa che gli riesce meglio.

Buona parte dei soldati di Nkunda, bene equipaggiati e relativamente disciplinati, viene dal vicino Ruanda, e il resto è stato reclutato dalla minoranza tutsi della provincia congolese di Nord Kivu. Il sostegno materiale, politico e finanziario a questo esercito congolese ribelle viene dal Ruanda. Secondo l'American Spectator, “Il Presidente Paul Kagame del Ruanda è un vecchio sostenitore di Nkunda, che era un ufficiale dei servizi all'epoca del rovesciamento a opera del leader ruandese del dispotico governo hutu nel suo paese”.

Come ha riferito il 30 ottobre l'agenzia di informazione congolese, “Alcuni hanno accettato il pretesto di una minoranza tutsi in pericolo in Congo. Non si manca mai di affermare che Laurent Nkunda starebbe combattendo per proteggere 'il suo popolo'. Ma non ci si è chiesti quali siano i suoi veri fini, che consistono nell'occupare la provincia di Nord Kivu, ricchissima di minerali, saccheggiare le sue risorse, e combattere nel Congo orientale per conto del governo ruandese a guida tutsi di Kigali. Kagame vuole un punto d'appoggio nel Congo orientale così che il suo paese possa continuare a beneficiare dei saccheggi e dell'esportazione di minerali come la columbite-tantalite (coltan). Molti esperti oggi concordano sul fatto che le risorse sono il vero motivo per cui Laurent Nkunda continua a creare caos nella regione con l'aiuto di Paul Kagame”.

Il ruolo degli Stati Uniti e AFRICOM
Secondo prove presentate in un tribunale francese e rese pubbliche nel 2006, Kagame organizzò l'abbattimento dell'aereo su cui volava il Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, nell'aprile del 1994, fatto che scatenò l'uccisione indiscriminata di centinaia di migliaia di hutu e tutsi.

Il risultato finale dell'eccidio, nel quale morì forse un milione di africani, fu che Paul Kagame – spietato dittatore addestrato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas, e spalleggiato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – si ritrovò saldamente al potere come dittatore del Ruanda. Da allora ha sempre segretamente appoggiato le ripetute incursioni militari del generale Nkunda nella ricca regione di Kivu con il pretesto di difendere una piccola minoranza tutsi. Kagame aveva più volte respinto i tentativi di rimpatriare quei profughi tutsi in Ruanda, temendo evidentemente di poter perdere un prezioso pretesto per occupare il ricco Kivu.

Almeno fin dal 2001, secondo fonti congolesi, l'esercito statunitense ha una base a Cyangugu, in Ruanda, naturalmente costruita dalla vecchia compagnia di Dick Cheney, la Halliburton, e comodamente vicina al confine con la regione di Kivu.

Il massacro di civili hutu e tutsi del 1994 fu, come l'ha descritta il ricercatore canadese Michel Chossudovsky, “una guerra non dichiarata tra la Francia e l'America. Sostenendo il rafforzamento degli eserciti ugandese e ruandese e intervenendo direttamente nella guerra civile congolese, Washington ha anche la responsabilità diretta dei massacri etnici commessi nel Congo orientale, comprese le centinaia di migliaia di persone morte nei campi profughi”. Aggiunge Chossudovsky: “Il Generale Maggiore Paul Kagame era uno strumento di Washington. La morte di tanti africani non aveva importanza. La guerra civile in Ruanda e i massacri etnici erano parte integrante della politica estera statunitense, attentamente orchestrati in conformità con precisi obiettivi strategici ed economici”.

Adesso l'ex ufficiale dei servizi di Kagame, Nkunda, guida le sue ben equipaggiate truppe su Goma nel Congo orientale secondo un piano che sembra essere quello di staccare la regione ricca di risorse da Kinshasha. Con l'esercito degli Stati Uniti che a partire dal 2007 ha preso a rafforzare la propria presenza in Africa con AFRICOM, sembra essere tutto pronto per l'attuale sottrazione di risorse da parte di Kagame e del suo ex ufficiale, Nkunda.

Oggi il bersaglio è la Cina
Se il bersaglio segreto della “guerra surrogata” degli Stati Uniti nel 1994 era la Francia, oggi quel bersaglio è chiaramente la Cina, vera minaccia al controllo statunitense delle ricchezze minerarie dell'Africa Centrale.

La Repubblica Democratica del Congo è stata così rinominata nel 1997, dopo che l'esercito di Laurent Désiré Kabila ha messo fine al regno di Mobutu, durato 32 anni. Prima di allora si chiamava Repubblica dello Zaire. Gli abitanti chiamano il loro paese Congo-Kinshasa.

La regione congolese di Kivu è sede geologica di minerali tra i più strategici al mondo. Il confine orientale, tra il Ruanda e l'Uganda, corre lungo il bordo orientale della Rift Valley, che i geologi considerano una delle zone più ricche di minerali sulla faccia della terra.

La Repubblica Democratica del Congo contiene più della metà del cobalto mondiale. Ha un terzo dei suoi diamanti, e, cosa estremamente significativa, tre quarti delle risorse mondiali di columbite-tantalite o “coltan”, componente primario dei microchip e dei circuiti stampati, essenziale per i telefoni cellulari, i portatili e altri moderni dispositivi elettronici.

L'America Minerals Fields, compagnia pesantemente coinvolta nell'ascesa al potere di Laurent Kabila nel 1996, all'epoca della guerra civile in Congo aveva il proprio quartier generale a Hope, Arkansas. I principali azionisti comprendevano vecchie conoscenze dell'ex Presidente Clinton che risalivano ai tempi in cui era Governatore dell'Arkansas. Alcuni mesi prima della caduta del dittatore dello Zaire sostenuto dai francesi, Mobutu, Laurent Desire Kabila si stabilì a Goma, nello Zaire orientale, e rinegoziò i contratti minerari con diverse compagnie statunitensi e britanniche, compresa l'American Mineral Fields. Il governo corrotto di Mobutu fu rovesciato con la forza e con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale sotto la direzione degli Stati Uniti.

Washington non era del tutto soddisfatta di Laurent Kabila, che finì assassinato nel 2001. In uno studio pubblicato nell'aprile del 1997, appena un mese prima che il Presidente Mobutu Sese Seko fuggisse dal paese, il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato di “interrompere completamente e bruscamente l'emissione monetaria” nell'ambito di un programma di risanamento economico. Pochi mesi dopo aver assunto il potere a Kinshasa, il nuovo governo di Laurent Kabila Desire ricevette dall'FMI l'ordine di congelare gli stipendi dei funzionari statali per “ripristinare la stabilità macroeconomica”. Eroso dall'iperinflazione, il salario mensile medio nel settore pubblico era crollato a 30.000 nuovi Zaire (NZ), l'equivalente di un dollaro statunitense.

Secondo Chossudovsky le imposizioni dell'FMI equivalevano a mantenere l'intera popolazione in uno stato di disperata povertà. Preclusero fin dall'inizio una significativa ricostruzione economica postbellica, contribuendo dunque alla continuazione della guerra civile congolese che ha portato alla morte di quasi 2 milioni di persone.

A Laurent Kabila successe il figlio, Joseph Kabila, che divenne il primo Presidente democraticamente eletto del Congo e sembra avere avuto maggiormente a cuore il benessere dei suoi connazionali.

E adesso arriva l'AFRICOM. In un discorso all'International Peace Operations Association (Associazione per le Operazioni di Pace Internazionali) tenuto a Washington il 27 ottobre, il Comandante di AFRICOM Generale Kip Ward ha così definito la missione del comando: “di concerto con altri organi governativi degli Stati Uniti e con i partner internazionali, [condurre] prolungati impegni per la sicurezza attraverso programmi di cooperazione militare, attività sponsorizzate dall'esercito e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”.

Le “operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”, oggi, sono chiaramente pensate per bloccare la crescente presenza economica della Cina nella regione.

Di fatto, come dichiarano apertamente diverse fonti di Washington, l'AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, compresa la Repubblica Democratica del Congo, dove si assicura contratti economici a lungo termine per le materie prime africane in cambio degli aiuti cinesi e di accordi di production sharing [ripartizione della produzione, N.d.T.] e royalties. Secondo fonti bene informate, i cinesi sono stati molto più furbi. Invece di offrire l'austerità e il caos economico imposti dall'FMI, la Cina sta offrendo consistenti crediti e prestiti a tassi agevolati per la costruzione di strade e scuole così da instaurare buoni rapporti con i paesi interessati.

Il dottor J. Peter Pham, un importante insider di Washington che lavora come consulente per i Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, dice francamente che tra gli scopi del nuovo AFRICOM c'è quello di “proteggere l'accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l'Africa possiede in grande abbondanza... compito che prevede la salvaguardia dalla vulnerabilità di quelle ricchezze naturali e far sì che terze parti come la Cina, l'India, il Giappone o la Russia non ottengano monopoli o trattamenti preferenziali”.

Nella sua testimonianza al Congresso a favore della creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, che è strettamente legato alla neo-conservatrice Foundation for Defense of Democracies (Fondazione per la Difesa delle Democrazie), ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l'Africa un obiettivo invitante per la Repubblica Popolare Cinese, la cui economia dinamica, che ha registrato una crescita media annua del 9% negli ultimi vent'anni, ha una sete quasi insaziabile di petrolio e una necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina sta attualmente importando circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo; più di 765.000 di quei barili – all'incirca un terzo delle sue importazioni – vengono da fonti africane, soprattutto il Sudan, l'Angola e il Congo (Brazzaville). Non ci si meraviglia dunque che... forse nessun'altra regione possa competere con l'Africa agli occhi di Pechino e dei suoi interessi strategici a lungo termine. Lo scorso anno il regime cinese ha pubblicato il primo libro bianco ufficiale in cui si elaboravano le linee guida della sua politica africana.

Quest'anno prima del suo tour di dodici giorni in otto nazioni africane – il terzo viaggio di questo tipo da quando ha assunto l'incarico, nel 2003 – il Presidente cinese Hu Jintao ha annunciato un programma triennale da 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e vasti aiuti per l'Africa. Questi stanziamenti si aggiungono ai 3 miliardi in prestiti e i 2 miliardi in crediti all'esportazione annunciati da Hu nell'ottobre del 2006 all'apertura dello storico summit di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che ha portato nella capitale cinese quasi cinquanta capi di stato e ministri africani.

Intenzionalmente o no, molti analisti si aspettano che l'Africa – soprattutto gli stati della costa occidentale, ricca di petrolio – diventi sempre più un teatro di competizione strategica tra gli Stati Uniti e il loro unico vero concorrente quasi alla pari sulla scena mondiale, la Cina, dato che entrambi i paesi cercando di estendere la loro influenza e assicurarsi l'accesso alle risorse”.

Cosa degna di nota, alla fine di ottobre le ben armate truppe di Nkunda hanno circondato Goma nel Nord Kivu e chiesto che il Presidente del Congo Joseph Kabila negoziasse con lui. Tra le richieste di Nkunda c'era la cancellazione di una joint venture Congo-Cina da 9 miliardi di dollari in base alla quale la Cina ottiene i diritti sulle estese risorse di rame e cobalto della regione in cambio di 6 miliardi per la costruzione di strade, due dighe idroelettriche, ospedali, scuole e collegamenti ferroviari con l'Africa meridionale, con la provincia di Katanga e con il porto di Matadi sull'Atlantico. I restanti 3 miliardi saranno investiti dalla Cina nello sviluppo di nuove aree minerarie.

Curiosamente gli Stati Uniti e la maggioranza dei media europei tralasciano questo piccolo dettaglio. Sembra che il compito di AFRICOM sia quello di opporsi alla Cina in Africa. La cartina al tornasole sarà rappresentata dalla persona del Presidente Obama in Africa e il suo eventuale tentativo di indebolire il Presidente del Congo Joseph Kabila sostenendo le squadre della morte di Nkunda, naturalmente nel nome del “ristabilimento della democrazia”.

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giovedì, novembre 13, 2008

Un rapporto ruandese da prendere sul serio

Un rapporto ruandese da prendere sul serio
di Jean-François Dupaquier

I mezzi di informazione hanno accolto con scetticismo il rapporto ruandese sul coinvolgimento della Francia nel genocidio dei tutsi e il massacro degli hutu democratici nel 1994. Il gruppo di lavoro costituito nel 2004 dal governo ruandese non brilla per il suo nome: “Commissione nazionale indipendente incaricata di raccogliere le prove che dimostrano il coinvolgimento dello Stato francese nel genocidio perpetrato in Ruanda nel 1994”.
Su molti punti il rapporto della commissione Mucyo (dal nome del suo presidente, Jean-de-Dieu Mucyo, ex ministro della giustizia, scampato al genocidio) non fa che riprendere il lavoro della missione parlamentare d'inchiesta sul ruolo della Francia in Ruanda, presieduta nel 1998 da Paul Quilès. I parlamentari francesi, che avevano avuto accesso a buona parte dei documenti diplomatici e militari relativi all'intervento in Ruanda a partire dall'ottobre 1990, non hanno mancato di rilevare la mancanza di controllo politico da parte di Parigi e perfino la connivenza con un regime di stampo fascista fondato sulla discriminazione etnica, in un intervento militare che aveva tratto origine dai soli capricci di François Mitterrand e della sua cerchia.
La parte del rapporto Mucyo dedicata agli errori diplomatici e politici francesi conferma le valutazioni di Paul Quilès, aggiungendoci l'analisi degli archivi del regime del presidente Juvénal Habyarimana. Nuovo e molto più grave è il contenuto del tomo I del rapporto Mucyo, che raccoglie le testimonianze su quelli che sono documentati come crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi dalle truppe francesi a partire dal 1990. La commissione Quilès aveva già messo in dubbio la pertinenza del coinvolgimento dei militari francesi al fianco dei soldati e della polizia ruandesi in operazioni di polizia mentre si trovavano in Ruanda per “proteggere gli espatriati francesi”. Si trattava di controlli stradali mirati a individuare la presenza di “infiltrati”, quando la popolazione tutsi era tutta sospettata dal regime Habyarimana di costituire una “quinta colonna”.
La missione d'inchiesta francese aveva già raccolto testimonianze sulle esecuzioni sommarie di civili identificati ai blocchi stradali come tutsi per la loro carta d'identità etnica sotto gli occhi di soldati francesi indifferenti se non “collaborativi”, e sulla pratica degli stupri compiuti da soldati ruandesi su donne o ragazze tutsi, stupri ai quali avrebbero partecipato o che sarebbero stati istigati dei soldati francesi. Il rapporto Mucyo tende a documentare queste pratiche come frequenti e perfino banalizzate.
A partire dal 1959 la popolazione tutsi è stata vittima di maltrattamenti e di tutti i generi di discriminazioni basate su una carta d'identità in cui il riferimento etnico risvegliava brutti ricordi nei diplomatici francesi. Questi ultimi avevano solo timidamente suggerito al presidente Habyarimana l'abolizione del riferimento etnico, come aveva già documentato la missione Quilès secondo la testimonianza dell'ex ambasciatore a Kigali.
I parlamentari francesi avevano anche rilevato un'altra iniziativa inquietante dei poliziotti francesi in Ruanda: la creazione, al Centro di Ricerca Criminale e di Documentazione (CRCD), di un archivio informatico di persone politicamente sospette, che evocava la sinistra schedatura degli ebrei del regime di Vichy e che nel 1994 sembrava avere la stessa “finalità”. Il rapporto ruandese è molto più preciso: fa i nomi dei poliziotti francesi basandosi su facsimili di documenti amministrativi.
Nell'analisi del gioco degli attori politici del nostro paese, la commissione Mucyo ricorda che le autorità francesi non potevano ignorare che in Ruanda si stava preparando il genocidio dei tutsi, essendo state allertate a più riprese sia dai diplomatici sia da alcuni alti ufficiali. Il punto più polemico del rapporto resta la serie di accuse lanciate contro l'“Opération Turquoise”, l'operazione militare francese messa in atto tra il giugno e l'agosto del 1994. Se i parlamentari francesi avevano sottolineato gli errori di metodo del comando militare francese nella valutazione della crisi e nel soccorso tardivo prestato ai tutsi assediati a Bisesero, nel rapporto ruandese i soldati francesi vengono accusati di premeditazione.
Intatti, sempre in una sorta di osmosi sanguinaria con le forze armate del vecchio regime, i francesi avrebbero contribuito a perfezionare i piani di genocidio: l'armamento dei miliziani, l'assassinio di tutsi, gli stupri e le incitazioni allo stupro e l'occultamento dei massacri sarebbero state cose di tutti i giorni per un esercito francese accompagnato da giornalisti che tuttavia non hanno visto niente di simile... Questo basta a togliere ogni credibilità al rapporto Mucyo? Va respinto senza ulteriori analisi? Gli interrogatori dei detenuti, che costituiscono una buona parte del lavoro di inchiesta, sono per loro stessa natura viziati dal sospetto? La smentita subito data dal Quai d'Orsay sul lavoro della commissione ruandese non basta a chiudere un capitolo storico che i francesi intuiscono doloroso.
Tra i membri della commissione figurano due universitari, José Kagabo, storico, maître de conférences all'Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, che era stato ascoltato a lungo dalla missione Quilès, e Jean-Paul Kimonyo, autore di una tesi di dottorato all'università del Québec a Montréal, da cui è uscito un libro considerato uno dei più approfonditi e meglio documentati sul genocidio del 1994. Inoltre gli interrogatori dei detenuti, quando sono condotti da ricercatori o da giornalisti esperti, restano una fonte insostituibile di informazione.
Invece di vedere il dibattito sulle responsabilità della Francia in Ruanda impantanarsi in polemiche metodologiche, meglio sarebbe proseguire il lavoro intrapreso da Paul Quilès dieci anni fa. L'ex Ministro socialista della Difesa aveva suggerito la riapertura del dossier da parte di una vera commissione d'inchiesta parlamentare, se fossero emersi fatti nuovi. Dal 1998 le rivelazioni non sono mancate.
Il rapporto Mucyo, che merita di essere verificato, costituisce uno di quei “fatti nuovi”. Il decimo anniversario del rapporto parlamentare francese, nel dicembre 2008, potrebbe essere l'occasione per ultimare l'indispensabile lavoro di ricostruzione e chiarificazione storica. È a questo prezzo che la Francia potrà riconciliarsi con la propria memoria prima di avviare una riconciliazione con il Ruanda, ma anche con il resto del mondo, spesso meglio informato dei francesi su ciò che è stato fatto in loro nome in Ruanda.

Originale: Un rapport rwandais à prendre au sérieux, par Jean-François Dupaquier

Pubblicato l'11/08/2008

Jean-François Dupaquier, scrittore e giornalista, è coautore di Rwanda: Les médias du génocide, e Burundi 1972: Au bord des génocides.
Ha curato la pubblicazione de La Justice internationale face au drame rwandais con William Bourdon e l’associzione Mémorial international.

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lunedì, ottobre 06, 2008

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

da Mother Jones

Nel bel mezzo della discussione del piano di bailout per Wall Street il Senato si è preso una pausa per votare un provvedimento che, benché passato quasi inosservato, è destinato a pesare sul futuro dei già travagliati impegni per la non-proliferazione nucleare mondiale: con un voto 86-13 il Senato ha approvato il piano dell'amministrazione Bush di avviare le forniture all'India di reattori nucleari civili, combustibile nucleare e altre tecnologie correlate. In cambio l'India aprirà 14 reattori nucleari civili alle ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica; altri 8 siti nucleari resteranno invece chiusi alle ispezioni. Il voto del senato ha seguito l'approvazione del provvedimento da parte della Camera dei Rappresentanti, la scorsa settimana, e la decisione presa lo scorso mese dal Nuclear Suppliers Group (il Gruppo Fornitori Nucleari, un consorzio di 45 nazioni che partecipano al commercio nucleare) di emettere un atto di rinuncia riconoscendo all'India lo status di paese nucleare.

Per quanto riguarda le armi nucleari, l'India è sempre stata considerata un pariada quando fece esplodere una bomba atomica nel 1974. (il Nuclear Suppliers Group è stato creato su impulso degli Stati Uniti dopo il test indiano per impedire al paese di accrescere le proprie capacità nucleari; l'India era allora allineata con l'Unione Sovietica). A oggi l'India non ha ancora firmato il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, e altri test nucleari compiuti nel 1998 hanno accentuato il disprezzo internazionale e indotto l'amministrazione Clinton a imporre sanzioni economiche.
Ma tutto ciò fa ormai parte del passato. Se un tempo gli Stati Uniti vedevano l'India attraverso il prisma della politica della Guerra Fredda, ora considerano il paese un importante contrappeso nel nuovo gioco di potere con la Cina. E il cosiddetto Accordo sul Nucleare Civile tra Stati Uniti e India (noto in ambito commerciale come "Accordo 123") solidifica la nuova collaborazione strategica.

Il provvedimento è passato al Congresso con ampi margini in entrambe le Camere e, date le sue implicazioni per la non-proliferazione, sorprendere sapere che tra i suoi promotori c'è per esempio il senatore Richard Lugar (R-Ind.), uno dei principali fautori della non-proliferazione. Lugar ha dichiarato al New York Times che “la sicurezza nazionale e il futuro economico degli Stati Uniti saranno rafforzati da una solida e duratura cooperazione con l'India”. Gli ha fatto eco John McCain, che il 2 ottobre ha diffuso una dichiarazione congratulandosi con il Congresso per aver passato l'accordo e suggerendo che “permetterà [all'India] di integrarsi ulteriormente nell'impegno globale per il controllo della proliferazione e delle tecnologie pericolose” e consentirà al paese di produrre energia “senza dover ricorrere a combustibili fossili con alte emissioni di gas serra” (l'India attualmente genera solo il 3% della propria energia per mezzo del nucleare, parzialmente a causa dell'efficacia delle restrizioni internazionali imposte al suo commercio nucleare).

Quest'ultimo aspetto però impallidisce al confronto con ciò che l'accordo potrebbe significare per la non-proliferazione. Malgrado McCain e altri (democratici e repubblicani) sostengano che l'accordo porterà l'India sotto il controllo internazionale e la costringerà ad accettare le ispezioni, in realtà secondo i suoi detrattori creerà un'eccezione esonerando un paese dai controlli sulla proliferazione nucleare e costituirà dunque un pessimo precedente per altri aspiranti paesi nucleari come l'Iran, dimostrando cosa c'è da guadagnare dall'ostinazione. Come ha dichiarato al Times il senatore Byron Dorgan, democratico del North Dakota, “Con questo accordo abbiamo detto all'India: 'Potete fare cattivo uso della tecnologia nucleare americana e sviluppare segretamente armi nucleari'. Questo è quello che hanno fatto. 'Potete testare queste armi'. Questo è quello che hanno fatto. E dopo i test, dieci anni dopo, sarà tutto perdonato”.
Oltre a dare la Cina altro a cui pensare, questo accordo è anche un accordo economico. C'è un sacco di denaro da guadagnare fornendo energia all'India, il secondo paese più popoloso del mondo. E Washington non è sola in gara. Il governo francese ha appena annunciato di avere firmato un contratto con l'India per la fornitura di almeno due reattori nucleari civili che saranno costruiti da Areva, una compagnia francese. Anche la Russia è interessata a partecipare alla gara. L'India è in grado di garantire fino a 27 miliardi di dollari in contratti per 18-20 reattori nucleari, e le stime indicano che i contratti potrebbero totalizzare i 175 miliardi di dollari nel prossimi 25 anni: non quanto servirebbe a salvare l'economia americana ma comunque molti soldi. Tra le compagnie statunitensi che si apprestano a trarne profitto ci sono la General Electric, la Westinghouse e la Bechtel.

Le conseguenze dell'accordo nucleare Stati Uniti-India emergeranno lentamente, e forse per questo non è stato dato ampio spazio alla notizia sulla stampa o al Congresso. Subito dopo il voto i senatori sono tornati a discutere il pacchetto di salvataggio dell'industria finanziaria: l'accordo con l'India era stato semplicemente un punto dell'ordine del giorno da spuntare dalla lista. Per un provvedimento così importante per il futuro della proliferazione delle armi nucleari, ha detto Dorgan, “mai un tema di così grande portata e importanza era stato discusso in un lasso così breve di tempo e trattato in modo tanto sbrigativo”.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 2 ottobre 2008

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mercoledì, agosto 27, 2008

La misteriosa lettera di Sarkozy

(Questo pezzo si basa principalmente su due post tratti dal blog Moon of Alabama)

I russi si sono ritirati dalla Georgia nel territorio dell'Ossezia meridionale e dell'Abkhazia, o nei loro pressi, rispettando le linee di peacekeeping concordate nel 1990 e tenendo avamposti nei porto di Poti e nei pressi di Senaki, a qualche chilometro da Poti, così come sulla strada principale che taglia quasi a metà il paese e collega la città con Gori. Il motivo strategico di questa mossa è semplice: il porto è il punto di ingresso più probabile per le armi pesanti (la Turchia in questo momento non farebbe mosse che potrebbero causarle problemi con la Russia, e nega di aver autorizzato il passaggio delle navi statunitensi). Senaki serve per assicurare la "linea di comunicazione" diretta tra Abkhazia e le truppe in osservazione a Poti. La postazione a nord di Gori serve a tenere d'occhio il traffico di camion e mezzi militari.
Queste truppe ovviamente rimarranno lì finché la Russia non otterrà dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ciò che vuole. Questo ovviamente non piace al governo statunitense, che nega che la Russia abbia il diritto di creare posti di blocco e zone di rispetto. Il punto cinque del cessate il fuoco firmato da russi e georgiani dice il contrario: permette infatti ai russi di "prendere ulteriori misure di sicurezza", "in assenza di un meccanismo internazionale di controllo", a patto di ritirarsi nella stessa posizione in cui erano prima dello scoppio delle ostilità, cosa che hanno fatto. Ora, per dispiegare un meccanismo internazionale di controllo ci vogliono o una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU o un accordo OCSE, che la Russia può permettersi di bloccare finché non otterrà ciò che vuole. E al momento nessuno ha il potere di farlo.

MoA, nel fare questa ricostruzione, cita il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, il quale lamenta che i russi non abbiano rispettato l'accordo di cessate il fuoco, e nel farlo cita una lettera che sarebbe stata scritta da Sarkozy, che ha fatto da mediatore nella tregua. Nella lettera Sarkozy specificherebbe che le misure prese dalla Russia "posso essere implementate solo nell'immediata prossimità dell'Ossezia Meridionale ed escludendo ogni altra parte del territorio georgiano." Le misure devono essere situate "all'interno di una zona distante pochi chilometri dal limite amministrativo tra Ossezia meridionale e il resto della Georgia, in maniera che nessuna significativa zona urbana venga inclusa".

Ma di preciso, cos'è questa lettera? E perché nessuno può permettersi di opporsi alle richieste russe? E soprattutto cos'è che vogliono i russi?

MoA spiega la questione iniziando con un riassunto degli avvenimenti: l'8 agosto la Georgia apre il fuoco contro la città di Tskhinvali, sotto protezione di peacekeepers russi con riconoscimento internazionale. La Russia chiede una dichiarazione delle Nazioni Unite che riporti la pace, ma non succede nulla. Dodici ore dopo la Russia reagisce ed attacca i georgiani. Il 10 agosto le forze georgiane sono state in gran parte sconfitte e Saakashvili chiede un cessate il fuoco. L'11 agosto Kouchner, ministro degli esteri francese, e il suo omologo finlandese Stubb (la Finlandia è paese presidente di turno dell'OCSE) preparano l'accordo di cessate il fuoco. L'accordo pare sia stato firmato da Saakashvili e poi mandato a Mosca per essere firmato dai russi, ma pare non esserci neppure arrivato. L'unica cosa certa è che il documento non viene accettato, forse dai russi, forse dai georgiani o, come dice MoA, forse da qualcun'altro. Nella notte tra 11 e 12 agosto le truppe georgiane fuggono dalla parte occidentale della Georgia e da Gori verso Tbilisi, per paura che i russi possano puntare sulla capitale. Il 12 il minitro degli esteri Lavrov lamenta che gli occidentali non abbiano fatto nulla per convincere i georgiani a firmare il cessate il fuoco, e dopo il flop diplomatico di Kouchner, Sarkozy parte per Mosca per cercare un accordo tra i paesi. A Mosca i russi gli dicono cosa vogliono e le loro condizioni, e Sarkozy trascrive il tutto. Parte quindi per Tbilisi, ma lì ovviamente Saakashvili non accetta il punto 6 delle condizioni russe, che riguarda "l'avvio di una discussione internazionale sullo status, la sicurezza e gli accordi di stabilità per Abkhazia e Ossezia Meridionale".
Tornando all'accordo, la Georgia chiedeva di sostituire il termine "status" con "integrità territoriale", mentre la Russia chiedeva di lasciare inalterata la prima formulazione.

Fermiamoci un attimo e tiriamo due somme: la Russia, quindi, ha ripreso le condizioni occidentali sul Kosovo, applicandole al caso delle provincie separatiste georgiane. Questo spiega il perché dell'immobilità occidentale con la Russia: sarebbe evidente l'applicazione di due pesi e due misure. La Georgia, invece, chiedendo la modifica dell'articolo, poneva come condizione l'indivisibilità del territorio del paese.
Saakashvili successivamente ha accettato il cessate il fuoco, senza però firmarne il documento, dopo che la parola "status" era stata tolta dal suddetto.
Il 13-14 agosto Condoleeza Rice va a Parigi, ufficialmente solo per prendere formalmente accordi con Parigi riguardo la firma georgiana del documento. In realtà, durante l'incontro, insiste perché Sarkozy scriva una lettera a Saakashvili che chiarisca i punti dell'accordo. I russi sanno della lettera ma non le danno importanza: non essendo parte ufficiale del documento, non ha vallore legale.
Il 15 agosto Rice arriva a Tbilisi, e quello stesso giorno si dice che Saakashvili abbia firmato l'accordo. I russi rifiutano di firmare se prima non lo farà Saakashvili.
Il 16 finalmente Medvedev firma il documento arrivato da Parigi, ma quella versione pare essere differente da quella firmata da Saakashvili: la copia firmata dal presidente georgiano manca di un preambolo nel quale si dice che il documento è frutto di un accordo tra Sarkozy e Medvedev. Il sospetto è che Rice abbia modificato il documento.

Ma intanto i documenti sono stati firmati e il processo di pace concluso.

Il 16 agosto stesso la Reuters riporta un dispaccio nel quale Sarkozy sostiene che la Russia deve ritirarsi dal territorio georgiano e che le misure aggiuntive di sicurezza sono valide solo nelle immediate vicinanze dell'Ossezia meridionale, questo in base a una lettera che ha scritto a Saakashvili resa pubblica dal suo ufficio quello stesso giorno. Ma quella lettera non fa parte degli accordi, ufficialmente è una lettera privata inviata a Saakashvili. E poi, nonostante Sarkozy dica che la lettera è stata resa pubblica, giornalisti e diplomatici hanno dovuto chiederne copia all'agenzia stampa che è riuscita ad averne una copia in esclusiva.

Insomma, come riassume MoA: "Sarkozy si fa dettare dalla Russia le condizioni del cessate il fuoco in Gergia, soprattutto i punti 5 e 6. Va a Tbilisi e dopo ulteriori negoziazioni i russi accordano il cambiamento di una parola. Saakashvili concorda verbalmente con la "bozza". Agli Stati Uniti non piace.
QuandoRice vola a Parigi anche lei detta qualcosa a Sarkozy. Porta una lettera a Saakashvili e include l'interpretazione statunitense, secondo la quale la clausola delle "misure di sicurezza aggiuntive" significa quello che gli Stati Uniti vogliono che significhi. Rice porta la lettera e il documento di cessate il fuoco a Tblisi e Saakashvili deve firmare.
Ora gli Stati Uniti nei media e al Consiglio di Sicurezza dell'Onu usano la lettera di Sarkozy, segreta fino a poco prima, per sostenere che la Russia non sta tenedo fede ad una versione del cessate il fuoco che non ha mai accettato".

A questo segue uno sviluppo piuttosto prevedibile, alla luce dei fatti citati precedentemente: lunedì il senato russo ha votato una risoluzione non vincolante dove chiede al presidente Medvedev di riconoscere l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia meridionale, e martedì la Federazione Russa ha riconosciuto l'indipendenza di entrambe le regioni.

La NATO aveva posto misure punitive contro la Russia nonostane dipenda proprio dalla Russia per la logistica in Afghanistan, peraltro in un momento in cui in Afghanistan le cose si stanno mettendo male per le truppe NATO e il sostegno russo è imperscindibile. L'altra linea logistica passa attraverso il Pakistan, e nemmeno lì le cose sono tranquille.

Nel Mar Nero ora ci sono 9 navi da guerra NATO, e altre nove pare siano in arrivo. In risposta i russi hanno mandato l'incrociatore Moskva. Le navi NATO sono attrezzate con oltre 100 missili Tomahawk (per attacchi di terra) e Harpoon (per attacchi in acqua).

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sabato, agosto 23, 2008

Russia, NATO e meccanismi di pressione

Meccanismo di pressione

di Evgenija Novikova, corrispondente speciale di Expert Online

La Russia sospende la cooperazione militare con la NATO ma di certo manterrà i contatti militari bilaterali con i paesi della vecchia Europa, secondo Anatolij Cyganok, direttore del Centro Previsioni Militari. In un'intervista a Ekspert Online sostiene che la questione del transito sul territorio russo di merci della NATO dirette in Afghanistan è stata lasciata aperta da Mosca appositamente per conservare uno strumento di pressione sull'alleanza.

- Anatolij Dmitrevič, la Russia ha comunicato la sospensione della cooperazione militare con la NATO. Cosa significa?

- Significa che sospendiamo le esercitazioni “Active endeavour” nel Mediterraneo. Forse la Federazione Russa non coopererà con la Turchia nell'operazione “Blackseafor” nel Mar Nero, un'esercitazione cui prendono parte i paesi che si affacciano sul Mar Nero: la Georgia, l'Ucraina, la Turchia, la Burgaria, la Romania e la Russia. E poi sono sospese anche molte simulazioni militari, cioè tutte quelle esercitazioni che non si svolgono sul territorio ma sulla carta. La Russia potrebbe congelare la cooperazione con l'alleanza anche in Afghanistan. Ma pur interrompendo i contatti militari con la NATO nel suo complesso, Mosca non interromperà quelli con la vecchia Europa: Francia, Italia, Germania.

- Nell'ambito di quali progetti è possibile una simile cooperazione bilaterale?

- Abbiamo molti progetti di questo tipo. Per esempio con la Francia collaboriamo sul problema della difesa spaziale. Con la Germania e la Francia sul salvataggio in mare e nell'Oceano Pacifico.

- E per quanto riguarda il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan?

- Noi abbiamo interesse che la NATO combatta contro i talebani. I nostri uomini in Tagikistan non risolvono tutti i problemi. Riescono solo ad arginare il narcotraffico. Dunque abbiamo interesse che la NATO regoli i conti con i talebani, anche se per ora non riesce ad avere la meglio sulle loro minacce. Se è per questo, non ci riescono neanche in Iraq, né in Kosovo con i narcotrafficanti.

Sarebbe tuttavia preferibile rifiutare anche il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan.

- Ma perché nella notifica inviata dal ministero della Federazione Russa alla NATO non si fa menzione della cooperazione sull'Afghanistan? Ci conviene lasciare “sospesa” quella questione? Oggi la Russia ritira le truppe, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha accettato la variante russa della risoluzione. Forse abbiamo bisogno di meccanismi di pressione sulla NATO?

- Noi sospendiamo la situazione. Penso che il principio della pressione verrà mantenuto, ma che la Russia cercherà di salvare il transito verso l'Afghanistan. Il fatto è che non ci è vantaggioso “lasciare scoperti” i paesi della vecchia Europa. Il nord dell'Afghanistan è controllato dalle truppe di questi paesi: Germania, Francia, Benelux. Il sud è invece controllato dai paesi anglosassoni. Gli Stati Uniti hanno già lasciato abbastanza “scoperti” gli europei decidendo di posizionare gli elementi dello scudo di difesa anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca.

Due anni fa la Russia ha permesso il transito delle forniture sulla rotta fluviale interna che collega il Baltico con il Caspio. Un anno e mezzo fa ha consentito il transito su rotaia di merci militari [ci si riferisce qui ad accordi bilaterali, N.d.T.]. Si tratta del 65−70% delle forniture militari, pezzi di ricambio, farmaci per i soldati della coalizione in Afghanistan.

Originale: Expert.ru

Articolo pubblicato il 22 agosto 2008

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mercoledì, agosto 20, 2008

La sarkozizzazione dei media francesi

[Breve pausa dalle vicende del Caucaso per osservare quello che sta succedendo nei media francesi (senza farci ingannare da quest'aria un po' Sturm der Liebe). Volendo approfondire e motivare la sensazione di inquietudine, c'è questo articolo sul licenziamento di un capo redattore di France Monde. E per quali motivi, leggete un po'. Così, tanto per capire che aria tira lì].

La sarkozizzazione dei media francesi

da Voltaire Net

Martin Bouygues, proprietario della principale catena televisiva francese, TF1, ha confermato la nomina di Jean-Claude Dassier alla direzione dell'inforrmazione di TF1 e quella di Laurence Ferrari come nuova presentatrice del telegiornale delle 20, al posto di Patrick Poivre d'Arvor, che aveva questo incarico da 21 anni.

Martin Bouygues è un miliardario vicino al presidente Nicolas Sarkozy. È stato testimone al suo matrimonio con Cécilia e ha tenuto a battesimo il loro figlio Louis.

All'indomani dell'elezione presidenziale, Martin Bouygues ha nominato il direttore aggiunto della campgna elettorale di Sarkozy, Laurent Solly, direttore aggiunto di TF1.
Jean-Claude Dassier era candidato dell'UMP (il partito di Nicholas Sarkozy) nella cittadina di La Teste-de-Buch alle ultime elezioni municipali. È il padre di Arnaud Dassier, consigliere per la comunicazione internet di Nicholas Sarkozy e direttore della comunicazione internet dell'UMP.

Il telegiornale delle 20 di TF1 è la principale fonte d'informazione dei francesi. Ottiene spesso il 40% degli ascolti (circa 8 milioni di telespettatori).

Secondo il Daily Telegraph, Laurence Ferrari avrebbe avuto una relazione con Nicolas Sarkozy quando il suo matrimonio con Cécilia stava per concludersi. Una fonte vicina all'Eliseo sostiene che la giornalista si sarebbe separata dal marito, Thomas Hugues, dopo un weekend intimo col presidente a Marrakesh, ma che avrebbe dovuto cedere il posto alla modella italiana Carla Bruni, selezionata dal consigliere delle comunicazioni della presidenza. Le riviste francesi Closer e Metro, che avevano dato notizia della relazione, sono state condannate su richiesta della Ferrari per "attacco alla vita privata", benché questa informazione sia indispensabile per la comprensione politica del nuovo paesaggio mediatico francese.

Fino all'estate del 2006, il sostituto di Patrick Poivre d'Arvor al telegiornale delle 20, nei weekend e durante le vacanze era Thomas Hugues (allora marito della Ferrari). È stato messo nell'angolo e rimpiazzato a partire dal giugno 2006 da Harry Roselmack, la cui nomina non è stata annunciata da Martin Bouygues ma da Nicolas Sarkozy, decisamente molto previdente.

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sabato, luglio 05, 2008

Il tradimento di Ingrid

Il tradimento di Ingrid

di Pascual Serrano

Ho letto le grida di indignazione tra i settori progressisti venezuelani per la reazione di disprezzo di Ingrid Betancourt e della sua famiglia verso persone che si sono tanto interessate alla sua liberazione, in particolare il presidente del Venezuela Hugo Chávez e la senatrice Piedad Córdoba. Parlano indignati di tradimento per quella che, sotto tutti i punti di vista, è una dimostrazione di ingratitudine.

Betancourt e la sua famiglia non hanno tradito nessuno, sono semplicemente ritornati alla classe sociale, politica ed economica alla quale hanno sempre appartenuto: la ricca borghesia neoliberale della Colombia. Ingrid è figlia di Gabriel Betancourt, ministro dell'istruzione durante il governo del dittatore Gustavo Rojas Pinilla, e di Yolanda Pulecio, ex-Miss Colombia poi membro Congresso della Repubblica di Colombia. Betancourt, da buona figlia dell'oligarchia, ha fatto gli studi superiori al Liceo francese di Bogotá e ha poi studiato scienze politiche in Francia, all'Istituto di Studi Politici di Parigi; si è specializzata in commercio estero e relazioni internazionali. Ha vissuto per molti anni a Parigi, dove suo padre era ambasciatore all'UNESCO; lì ha conosciuto il suo primo marito, il diplomatico francese Fabrice Delloye, sposato nel 1981.

Divorziata nel 1990, è entrata nel Partito Liberale, è stata consulente del ministro delle finanze Rudolf Hommes e ha lavorato nel ministero del commercio estero con Juan Manuel Santos durante il governo di César Gaviria. Ingrid si è sposata una seconda volta con il pubblicista colombiano Juan Carlos Lecompte. In quel periodo ha scritto il libro La Rage au cœur [La rabbia nel cuore], pubblicato originariamente in francese, sulla sua visione del governo di Ernesto Samper.

Il suo sostegno popolare come candidata alla presidenza, già uscita dal Partito Liberale, era solo dello 0,8% quando è stata sequestrata.

Mentre nelle mani delle FARC c'erano centinaia di soldati semplici e di anonimi civili e nelle carceri colombiane marcivano moltissimi contadini e piccoli collaboratori della guerriglia che non avevano commesso crimini di sangue, Hugo Chávez e Piedad Córdoba hanno scelto la figlia del ministro della dittatura e di Miss Colombia come simbolo della loro lotta per lo scambio umanitario. I mezzi di informazione internazionali, con la Francia in testa, si sono uniti alla crociata per elevare Ingrid Betancourt al rango di eroina nazionale. Ovviamente la famiglia della prigioniera, che non era mai stata vicina a un presidente venuto dalle colline, non ha disdegnato l'aiuto di qualsiasi leader sociale chiedesse la liberazione di Ingrid. Se c'era da criticare Uribe per poter stare di fronte alle telecamere accanto a un capo di Stato che chiedeva il rilascio della loro figlia, i familiari erano disposti a farlo.

Credendo di fare pressione per uno scambio umanitario, Chávez e Piedad hanno trasformato Ingrid in un esempio di resistenza e di lotta e la guerriglia in un mostro che teneva in ostaggio una figlia, sposa e madre esemplare.

Mentre Piedad Córdoba rischiava la vita e Hugo Chávez il suo referendum per la riforma costituzionale, il mito cresceva sotto gli occhi ingenui di chi credeva che le sue buone intenzioni fossero riconosciute dai familiari, dai mezzi di comunicazione e perfino dal governo francese, senza capire che questi lo stavano solo usando.

Ingrid si è trasformata dunque in un simbolo internazionale della crudeltà delle FARC mentre soldati e guerriglieri anonimi continuavano a marcire nella giungla o in prigione. Le loro madri non venivano invitate ad Aló Presidente [il talk show domenicale del presidente Chávez, trasmesso dalla tv venezuelana ogni domenica mattina] e nessuno le intervistava su Telesur.

L'ambito trofeo ha riconquistato la libertà per mano di Uribe e ritorna alla sua classe, ideologia e condizione piena di odio, com'è logico, contro coloro che le hanno rubato sei anni di vita. Si fa fotografare in compagnia del ministro della guerra colombiano, chiede la rielezione di Uribe e dice che combatterà contro le FARC. Va in Francia e si bacia davanti alle telecamere con uno dei presidenti europei che vogliono incarcerare fino a un anno e mezzo i colombiani che giungono in Europa senza documenti. Né Chávez né Piedad le interessano, adesso. Si sporcherebbe con il fango delle colline e con le mani callose dei poveri, se si schierasse al loro fianco: ormai non ne ha più bisogno per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale.

www.pascualserrano.net

Originale: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=69853

Articolo originale pubblicato il 5 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, luglio 04, 2008

I retroscena colombiani

I retroscena colombiani

di Danielle Bleitrach

Con la Colombia ci troviamo di fronte a una situazione straordinariamente complessa che non coinvolge solo gli attori locali rappresentati dal governo colombiano e dalle FARC, ma si pone all'interno di una geostrategia nella quale l'imperialismo statunitense intende utilizzare la Colombia come una sorta di Israele del Medio Oriente. Questo articolo tenta di analizzare queste sfide e come non si debba mai fare ciò che vuole l'avversario, e quali scelte debbano appoggiare i comunisti francesi e i progressisti. Come sempre si tratta di una soluzione che possa promuovere la pace nella regione e nel mondo.

Un'operazione degna della professionalità israeliana?
Ingrid Betancourt l'ha dichiarato al suo arrivo a Bogotà: l'operazione di infiltrazione delle FARC da parte dell'esercito colombiano, che ha reso possibile la sua liberazione e quella di quattordici altri ostaggi, aveva la destrezza, la minuziosità e la professionalità caratteristiche di un'operazione israeliana. Questa operazione, chiamata Operazione Jaque, dimostra quale sia il ruolo della Colombia nella strategia imperialista, non fosse che per la presenza degli israeliani. Un canale televisivo israeliano ha affermato giovedì che «la liberazione di Ingrid Betancourt è l'Entebbe dei colombiani», indicando la partecipazione del generale in congedo Israël Ziv, ex-membro dello Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Ziv è il consulente israeliano numero uno in Colombia, ma non è il solo, secondo un canale televisivo israeliano, e ha beneficiato dell'aiuto di altri agenti segreti del Mossad o dello Shin Beth piazzati in Colombia per offrire sostegno al governo di Uribe.
Alla preparazione e alla realizzazione dell'operazione hanno partecipato attivamente dozzine di ufficiali tra cui tre generali, ex-agenti del Mossad e dello Shin Beth, e i servizi segreti israeliani. Sarebbero stati reclutati con un contratto da dieci milioni di dollari.
La maggior parte di questi consulenti, specializzati nella raccolta di informazioni, fa parte di Lancero, un programma di formazione alla lotta anti-insurrezionale che si occupa in particolare di interrogare i prigionieri secondo metodi deprecati nello stesso Israele dalle organizzazioni dei diritti dell'uomo.
Su questo blog abbiamo pubblicato l'intervista di Davidi, il segretario del Maki, il partito comunista israeliano, che ci aveva spiegato come Israele sia il primo fornitore di armamenti della Colombia: equipaggiamenti militari che secondo alcune pubblicazioni specializzate comprendono armi leggere, aerei spia senza pilota, sistemi di sorveglianza e di comunicazione e anche bombe speciali che permettono di distruggere le piantagioni di coca. (1)
La cooperazione tra i due paesi si è ulteriormente rafforzata lo scorso febbraio, con la visita in Israele del ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos.
Questa presenza degli israeliani si è aggiunta ai servizi degli Stati Uniti, dei quali la Colombia già beneficiava. Questo paese in effetti rappresenta per l'imperialismo la piattaforma da cui lanciare tutte le azioni di destabilizzazione e di terrorismo contro i governi progressisti e in particolare contro il Venezuela.
In una recente comunicazione Fidel Castro ha messo ripetutamente in guardia contro le manovre della IV armata statunitense, che nel contesto dell'attuale crisi petrolifera potrebbe in qualsiasi momento approfittare di un pretesto fornito dalla Colombia per invadere il Venezuela. Va anche notato che questo paese subisce quotidianamente infiltrazioni, tentativi di destabilizzazione e perfino minacce d'assassinio che vengono dal suo vicino. Bisogna disinnescare la bomba.

La situazione interna colombiana
Il presidente Uribe non è solo l'uomo dei paramilitari e dei narcotrafficanti: è anche l'uomo degli Stati Uniti, che di lui possono dire quello che dicevano del crudele e corrotto dittatore del Nicaragua Somoza: “è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. È un fatto che all'interno del paese Uribe è sempre più contestato, lui e la sua politica dello scontro.
In un recente articolo di Prensa latina, Rafael Calcines Armas analizzava la situazione in Colombia dopo il successo dell'operazione compiuta dall'esercito colombiano, con o senza l'aiuto degli agenti del Mossad e dei consulenti statunitensi. Queste le sue considerazioni:
Sul piano interno il successo dell'azione militare sembra rafforzare la linea dello scontro con le FARC seguita dal governo, in accordo con la politica di sicurezza democratica sostenuta dal Presidente Uribe.

Gli stessi militari hanno ammesso che la liberazione si è svolta, grazie all'operazione, senza sparare una sola cartuccia.

La morte di uno qualunque degli ostaggi sarebbe stata un disastro per il governo, secondo gli analisti.
In questo caso le autorità hanno avuto fortuna, a differenza di altre volte in cui i tentativi di liberazione con la forza hanno provocato la morte degli ostaggi.
Per i fautori della rielezione del presidente Uribe, l'occasione offre un'opportunità eccezionale. La stampa a grande diffusione e le fazioni che lo sostengono non smettono di lodare l'uomo e la sua politica.
Questo successo storico sarà certamente usato per promuovere il mantenimento di Uribe a capo dell'esecutivo, in un momento in cui la sua legittimità è in discussione.

La corte suprema ha recentemente dichiarato illegittima la rielezione del governo perché si è scoperto che nella campagna del 2006 era stata commessa una frode elettorale che aveva portato Uribe alla presidenza per la seconda volta.

Uribe aveva risposto pronunciandosi a favore di un referendum popolare per legittimare la rielezione del 2006.
Se quel referendum si tenesse oggi, il successo dell'Operazione Jaque produrrebbe sicuramente ricchi dividendi.
Ma al là di questo si pone la questione della ricerca della pace nel paese.
Per una sezione della polarizzata società colombiana, l'azione militare rafforza l'idea che lo scontro armato con la guerriglia sia la soluzione. Gli altri sono favorevoli alla ricerca del dialogo per raggiungere un accordo umanitario che permetta la liberazione degli altri ostaggi in mano agli insorti.
Sembra che ci si dimentichi che, per le sue caratteristiche, è quasi impossibile che l'Operazione Jaque possa essere ripetuta e avere lo stesso successo con le FARC. Dunque si impone la necessità di sedersi al tavolo dei negoziati”
.

Questa analisi non solo sostiene la via pacifica, ma propone anche di cercare soluzioni che ostacolino l'azione degli Stati Uniti. Bisogna asportare le zanne velenose del presidente Uribe, attirandolo più o meno suo malgrado in seno all'America Latina come era stato fatto dopo l'assassinio di Reyes nel summit del gruppo di Rio.

È in questo contesto che bisogna analizzare l'intervento del presidente Chavez:

Il presidente Chavez si congratula con Uribe
Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato giovedì di aver telefonato al proprio omologo colombiano Alvaro Uribe per congratularsi per la liberazione dei quindici ostaggi da parte dell'esercito colombiano.
“Ci congratuliamo con la Colombia. Ho chiamato Uribe e gli ho espresso le mie felicitazioni”, ha dichiarato Chavez a Isla Margarita, nel nord del Venezuela, dove partecipava a una riunione dei paesi del Movimento dei non-allineati.
“Restiamo disponibili a offrire il nostro aiuto perché tutti gli ostaggi della guerriglia colombiana vengano liberati e si pervenga così alla pace, alla pace completa, in Colombia”, ha aggiunto Chavez, che all'inizio dell'anno aveva avuto un ruolo nella liberazione di sei ostaggi dei guerriglieri. Il capo di stato venezuelano ha fatto nuovamente appello alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) perché rinuncino alla violenza e rilascino tutti gli ostaggi ancora in loro mano.
Dopo la liberazione da parte dell'esercito colombiano, mercoledì scorso, di quindici ostaggi (la franco-colombiana Ingrid Betancourt, tre americani e undici colombiani) le Farc tengono prigioniere ancora diverse centinaia di persone.
“Dal mio punto di vista, è passato il tempo dei fucili. Speriamo che non si ripeta mai più, di non essere obbligati a tornarvi. Lancio ancora un appello alla guerriglia invitandola a riflettere”, ha dichiarato Chavez.
“Partecipiamo alla gioia” suscitata dalla liberazione degli ostaggi, “siamo felici di questa liberazione, e ancora più felici perché, da quello che ci dicono, si è svolta senza che fosse versata una sola goccia di sangue”, ha aggiunto il presidente venezuelano.
Chavez ha evocato la possibilità che dei paesi latino-americani, tra i quali il Venezuela, siano coinvolti nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto tra i guerriglieri e le autorità colombiane.
“Sono certo che quasi tutti i paesi del continente sarebbero disposti a formare un gruppo che faccia da garante per un accordo di pace in cui le parti e gli impegni siano rispettati”, ha dichiarato.

La strategia della distensione
Paradossalmente, malgrado le dichiarazioni più o meno controverse come quella sulla “professionalità” degna degli israeliani fatta da Ingrid Bétancourt al momento della sua liberazione, quello che Ingrid Bétancourt propone va nella direzione di quella distensione auspicata da Chavez e senza dubbio i cubani, anche se non sono abituati a rinunciare a una certa riserva nel trattare con un individuo molto discutibile come il presidente Uribe. L'articolo di Prensa latina offre in parte la loro opinione quando osserva che Ingrid Bétancourt, che gode ormai di grande prestigio in Colombia e sul piano internazionale, almeno in due occasioni ha affermato che i presidenti Hugo Chavez, del Venezuela, e Rafael Correa, dell'Ecuador, sono gli alleati più importanti nella ricerca di una pace negoziata. Ha poi fatto riferimento alla necessità di amplificare la mediazione internazionale, menzionando in particolare la presidente dell'Argentina e la continuità del sostegno del governo francese a questa causa. Tuttavia le dichiarazioni del ministro della difesa non lasciano dubbi sulla posizione governativa: 'cercheremo di ottenere la liberazione degli ostaggi con qualsiasi mezzo'”.

Come ha dichiarato il settimanale del Partito Comunista venezuelano Tribuna popular, “bisogna tenere i piedi per terra e ragionare a mente fredda. Il popolo colombiano non può continuare ad appoggiare un terrorismo di stato cui si aggiunge quello atroce dei narcotrafficanti, strumento dell'imperialismo degli Stati Uniti che a partire dal 1964 ha moltiplicato gli omicidi, le sparizioni, le esecuzioni senza processo e che rivela quale sia la strada intrapresa dall'oligarchia colombiana, quella della guerra e del sangue innocente versato. Bisogna cogliere un'occasione storica e capire che il futuro della Colombia non può essere il conflitto armato”. Tutti gli amici del popolo colombiano, a partire dal partito comunista venezuelano, che ha esso stesso praticato i metodi della guerriglia, invitano al buon senso e all'apertura di uno spazio di pace e di giustizia perché la guerra non può che fare il gioco dell'imperialismo. Solo in questo contesto potrà essere estirpata la politica criminale dei narcotrafficanti e dei paramilitari di Uribe.

Mi sembra che la Francia e i progressisti debbano continuare a muoversi verso la distensione, che è la sola maniera per ostacolare il bellicismo degli Stati Uniti contro i paesi progressisti, in particolare il Venezuela, le cui enormi risorse petrolifere rappresentano un'attrattiva irresistibile per gli Stati Uniti, oltre alla volontà di porre fine al ruolo di Chavez sia in America Latina che a livello di OPEC.

Se Ingrid Bétancourt è disposta a intraprendere questa via, e se lo è anche Nicolas Sarkozy, quale che sia l'opinione che abbiamo su di lui e sul suo ministro Kouchner, quanto mai vicino al Mossad, dobbiamo essere capaci di spingere in questa direzione, senza illusioni ma consapevoli dei nostri obiettivi.

1) analisi riportata da RFI

Originale da: http://socio13.wordpress.com/2008/07/04/le-dessous-des-cartes-colombiennes-par-danielle-bleitrach/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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sabato, giugno 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, in particolare della giustizia, gli interessi della popolazione sono difesi male. È dunque naturale che i cittadini non abbiano né rispetto né fiducia nei confronti di questo sistema. In questo ha assolutamente ragione. (…)


Se la situazione sembra essersi normalizzata in Cecenia, si è però aggravata in Inguscezia e in Daghestan. Qual è secondo Lei il problema maggiore?

La situazione in Cecenia è davvero migliorata. Il popolo ceceno ha scelto di sviluppare la propria repubblica nell'ambito della Federazione. Abbiamo visto come ha reagito ai tentativi di introdurre nella coscienza collettiva forme islamiche non tradizionali. Il wahabismo, in sé, è una corrente dell'Islam che non ha nulla di pericoloso. Ma esistono delle tendenze estremiste, nell'ambito del wahabismo, che si è tentato di imporre alla popolazione cecena. La gente ha capito molto bene che non si agiva nei suoi interessi, ma che la si strumentalizzava dall'esterno per destabilizzare la Federazione Russa. Questo implicava delle sofferenze per il popolo. La stabilizzazione è cominciata con questa presa di coscienza. Quando abbiamo osservato questo cambiamento di mentalità abbiamo trasmesso il potere e la responsabilità ai ceceni nei settori della sicurezza e dell'economia.

Capisce, un tempo sarebbe stato difficile immaginare che il ministro della difesa Maschadov sarebbe diventato oggi membro del parlamento ceceno. Ma così vanno le cose. E proprio questo ha creato le condizioni politiche necessarie a ricostruire Groznij e a fare i primi passi per il risanamento dell'economia. Per quello che riguarda il Daghestan e l'Inguscezia, sappiamo benissimo quello che accade: si tratta di uno scontro tra interessi economici e non politici. Può essere l'espressione di contrasti politici interni ma non è mai legato a tendenze separatiste. (…)

Qual è oggi la priorità per il Caucaso e per le repubbliche che ha menzionato? Innanzitutto la ricostruzione della sfera economico-sociale. Lì una grande fascia della popolazione vive ancora sull'orlo della povertà. Lì la gente ha soprattutto il problema della disoccupazione. Questo riguarda specialmente i giovani. E noi abbiamo un programma di sviluppo per il sud della Russia, in particolare per il Caucaso Settentrionale.

In questo programma sono previste significative risorse finanziarie per lo sviluppo della sfera economica e sociale. Ritengo che anche in questa direzione conseguiremo il successo.


Ancora una piccola domanda sul Caucaso. La Cecenia, i fatti tragici di Beslan e del teatro Nord-Ost sono le pagine nere della Sua presidenza. Oggi pensa che sarebbe stato possibile agire in un altro modo?

No. Sono convinto che se avessimo cercato di agire in un altro modo tutto questo sarebbe andato avanti ancora oggi. Noi dovevamo contrastare i tentativi di destabilizzazione della Russia. Tutti i paesi che fanno concessioni ai terroristi sperimentano alla fine delle perdite ancora maggiori di quelle subite nelle operazioni speciali. E alla fine questo distrugge lo Stato e allunga l'elenco delle vittime.


Lotta contro il terrorismo a parte, i difensori dei diritti dell'uomo deplorano i crimini contro i civili ceceni. Sarà fatta luce su questi crimini?

Innanzitutto posso assicurarle che nella Repubblica Cecena i tribunali e la procura lavorano attivamente. Sono state promosse azioni penali contro gli autori di quei crimini, a prescindere dalle loro funzioni. Questo vale per quelli che hanno combattuto dalla parte dei ceceni e anche per i militari russi. Non solo faremo luce su questi crimini, ma lo stiamo già facendo. Vari ufficiali degli organi di polizia e dell'esercito sono stati già giudicati e condannati. E devo dirle che per i nostri tribunali non è stato facile. Malgrado le prove dei crimini le giurie popolari li hanno rilasciati più volte. Questo la dice lunga sullo stato d'animo della società russa, soprattutto dopo le brutalità commesse dai terroristi contro la nostra popolazione civile. Però io sono fermamente convinto che se vogliamo ristabilire la pace civile, nessuno deve oltrepassare la linea rossa del diritto.


Cosa si aspetta dalla presidenza francese dell'Unione Europea?

La Francia è un nostro collaboratore fidato e tradizionale. Si è sempre parlato di cooperazione strategica tra Francia e Russia, e io concordo con questa definizione. La Francia ha sempre condotto una politica estera indipendente e spero che continuerà così. È nella natura dei francesi. È difficile imporre ai francesi qualcosa che viene da fuori. Tutti i governanti francesi devono tenerne conto. Noi apprezziamo questa indipendenza, ed è per questo che ci aspettiamo molto dalla presidenza francese. Contiamo su un dialogo costruttivo per stabilire una base giuridica nella cooperazione con l'Unione Europea. Il documento fondatore delle nostre relazioni è scaduto. Non c'è un vuoto giuridico perché la procedura attuale permette di prorogarlo anno dopo anno. Ma bisogna rinnovarlo. Vogliamo firmare un nuovo trattato, l'abbiamo affermato a più riprese, come i nostri partner europei. La presidenza francese dovrebbe rappresentare un'ulteriore spinta.


Una delle questioni che preoccupano l'umanità è il programma nucleare iraniano. Crede che l'Iran cerchi di fabbricare l'atomica? Ne ha parlato con Sarkozy?

Sì, ne abbiamo ricordato questo problema. Non credo che gli iraniani stiano cercando di fabbricare l'atomica. Niente lo indica. Gli iraniani sono un popolo fiero e indipendente. Vogliono godere della propria indipendenza e del proprio legittimo diritto al nucleare civile. Devo dire che da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran non ha infranto nulla. Ha anche il diritto di arricchimento [dell'uranio]. Lo dicono i documenti. Si rimprovera all'Iran di non aver mostrato tutti i suoi programmi all'AIEA. Questo punto va ancora sistemato. Nel complesso l'Iran ha, a quanto pare, rivelato i propri programmi nucleari. Lo ripeto ancora una volta: da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran ha infranto nulla. Ma ho sempre detto apertamente ai nostri partner iraniani che il loro paese non si trova in una zona asettica ma in un ambiente complesso, in una zona del mondo esplosiva. Noi chiediamo loro di tenerne conto, di non irritare i loro vicini o la comunità internazionale, di dimostrare che il governo iraniano non ha secondi fini. Abbiamo collaborato strettamente con gli iraniani e con i nostri partner del “Gruppo dei 6” e continueremo a farlo.


Pensa di poter assicurare a Nicolas Sarkozy che l'Iran non ha un programma militare nucleare?

Durante il nostro incontro non mi sono posto questo problema. Le assicuro che il Presidente della Francia non è meno informato del Presidente della Russia, o meglio dell'ex Presidente della Russia. Non abbiamo discusso questo aspetto del problema. Abbiamo discusso sul fatto che esiste e che bisogna lavorare insieme per risolverlo.


Se sapeste che l'Iran sta veramente fabbricando una bomba nucleare sarebbe un problema per la Russia?

La politica non tollera i congiuntivi. Quando avremo queste informazioni decideremo quale atteggiamento adottare.


In linea di principio, l'Iran in quanto grande potenza può aspirare alla bomba nucleare?

Noi siamo contrari. È la nostra posizione di principio. Noi siamo contrari alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Questa via è estremamente pericolosa. Non è positiva né per la regione, per per l'Iran. Utilizzare le armi nucleari in una regione così piccola come il Vicino Oriente equivarrebbe a un suicidio. A quali interessi ubbidirebbe? A quelli della Palestina? Allora i palestinesi cesserebbero di esistere. Noi conosciamo la tragedia di Černobyl. Il vento non soffia solo da una parte. Sarebbe controproducente. Abbiamo sempre mantenuto questa posizione e spero che il presidente continuerà a farlo.

Intendiamo impedire con tutti i mezzi la proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo abbiamo proposto un programma internazionale di arricchimento dell'uranio, giacché l'Iran non è che una parte del problema. Molti paesi emergenti si trovano di fronte alla scelta di utilizzare l'energia nucleare a fini civili. Avranno bisogno di arricchire l'uranio e di disporre di un proprio ciclo chiuso. Ci saranno sempre dei dubbi sul conseguimento dell'uranio a fini militari. È molto difficile da controllare. Per questo proponiamo che l'arricchimento si faccia in paesi che sono al di sopra di ogni sospetto perché già in possesso della bomba nucleare. Per partecipare a questo programma gli stati dovranno essere certi di ricevere le quantità necessarie e avere la garanzia che qualcuno ritratterà le loro scorie. La creazione di questo sistema è possibile. Sarà sufficientemente sicuro e affidabile.


In che modo un eventuale ingresso nella NATO dell'Ucraina e della Georgia può costituire una minaccia per la Russia?

Alcune considerazioni. Noi ci opponiamo all'allargamento della NATO in generale. Per principio. La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell'accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l'Unione Sovietica, per proteggersi da un'eventuale aggressione, come si riteneva all'epoca. L'URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario. L'Unione Sovietica non c'è più, non c'è più la minaccia, ma l'organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.

Pensate che si possa risolvere questi problemi nell'ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un'ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale. Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all'interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.

Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo anti-missile. Prima hanno preso la decisione, poi ne hanno dibattuto a Bruxelles in seguito alle nostre pressioni o alle nostre critiche. Noi temiamo che l'adesione di questi paesi alla NATO si traduca nell'installazione in tali paesi di sistemi missilistici che ci minacceranno. Nessuno chiederà il loro parere. Quei sistemi verranno intallati e basta. Non si fa che parlare di limitare gli armamenti in Europa. Ma noi l'abbiamo già fatto! Il risultato è che ci sono spuntate sotto il naso due basi militari. Presto ci saranno installazioni in Polonia e nella Repubblica Ceca. Come diceva Bismarck, quello che conta è il potenziale, non le dichiarazioni e le intenzioni. Noi vediamo che le installazioni militari si avvicinano ai nostri confini. Ma per quale ragione? Nessuno minaccia nessuno.

E veniamo all'ultima osservazione: abbiamo evocato la questione della democrazia. Dobbiamo sempre tenerla a mente. Non dovrebbe essere applicata anche in materia di relazioni internazionali? Si può essere un paese ben intenzionato e democratico all'interno e allo stesso tempo un mostro minaccioso all'esterno? La democrazia è il potere del popolo. In Ucraina quasi l'80% della popolazione è ostile all'ingresso nella NATO. Malgrado questo, i nostri partner dicono che vi aderirà. Le decisioni vengono prese prima, dunque, al posto dell'Ucraina. L'opinione della popolazione non interessa più a nessuno? E volete dirmi che questa è democrazia?


In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981 quando, probabilmente, la maggioranza della popolazione era contraria. A volte i governanti devono imporre le grandi scelte…

Questa responsabilità politica può essere presa tranquillamente per mezzo di un referendum. Basta domandare alla gente cosa ne pensa. Le questioni umanitarie come la pena di morte non rientrano in questo ambito. Si sente spesso dire, a proposito della cooperazione con la Russia: “Noi, i paesi occidentali, dobbiamo scegliere i nostri alleati in funzione dei valori comuni”. Abbiamo citato i fatti dolorosi avvenuti nel Caucaso qualche anno fa. Grazie a Dio è finita. Ma perfino in una situazione sull'orlo della guerra civile abbiamo di fatto abolito la pena di morte. È stata una decisione difficile ma responsabile. E questi non sono valori comuni? In certi paesi del G8, alcuni dei quali sono membri della NATO, la pena di morte esiste ancora, e i condannati vengono giustiziati. Allora perché tanta parzialità quando si tratta con la Russia? Quello che è permesso a Cesare non lo è agli altri? Questo tipo di dialogo sarebbe produttivo. Giochiamo a carte scoperte, rispettiamoci. Così faremo dei passi avanti.


A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti. Con Washington avete divergenze su molte questioni: il Kosovo, l'Iraq, lo scudo anti-missile, il nucleare iraniano. Che bilancio fa della politica estera di George W. Bush?

Se me lo permette, non esprimerò giudizi perché non mi sento in diritto di farlo. Questo spetta al popolo americano. Le esporrò il mio parere personale. Penso che il presidente degli Stati Uniti abbia una responsabilità enorme perché il suo paese svolge un ruolo importantissimo negli affari internazionali e nell'economia mondiale. È facile criticare dall'esterno. Abbiamo sempre avuto le nostre posizioni su molte questioni, e dunque delle divergenze nella risoluzione dei problemi. Non siamo i soli. La Francia, sull'Iraq, condivide il nostro punto di vista. Anzi, sono state la Germania e la Francia a prendere posizione sull'Iraq prima che noi ci unissimo a loro, e non il contrario. Si è detto che il nostro punto di vista era sbagliato. I fatti hanno dimostrato che con la forza non si risolve nulla. È impossibile. Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c'è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.

Nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti ci sono più aspetti positivi che divergenze. Per esempio gli scambi commerciali crescono di anno in anno. Abbiamo molti interessi comuni sulle grandi questioni internazionali, soprattutto in merito alla non-proliferazione delle armi nucleari. Lì siamo completamente d'accordo. La lotta contro il terrorismo viene spesso condotta in modo poco visibile, ma sta diventando sempre più efficace. Con Bush ho avuto un incontro recente, a Soči. Ho potuto così ringraziarlo per la collaborazione tra i nostri servizi nella lotta contro il terrorismo. Non abbiamo grandi divergenze sul nucleare iraniano.

La Russia è membro del Consiglio di sicurezza: agiamo in accordo con il Consiglio e votiamo all'unanimità le sue risoluzioni. Detto questo, come recita l'articolo 41 del capitolo 7 della carta delle Nazioni Unite, tutto quello che abbiamo intrapreso non presuppone l'uso della forza. A Washington si esprimono punti di vista diversi. Grazie a dio non è stata decisa alcuna azione militare. Speriamo che non vi si arrivi mai. Comprendiamo che dobbiamo risolvere insieme questo problema. Dunque sì, abbiamo delle divergenze, ma l'atmosfera di cooperazione e la fiducia reciproca sono tali da darci delle speranze per il futuro. Ed è proprio questo, tra l'altro, che ci ha permesso di firmare a Soči una dichiarazione sulla collaborazione a lungo termine tra i nostri paesi.


La Russia non ha riconosciuto l'indipendenza dell'Ossezia Meridionale e dell'Abchazia, ma ha rafforzato il controllo sulle due regioni separatiste. Perché non siete soddisfatti dell'attuale stato delle cose? Forse è la soluzione migliore.

Ha detto “separatiste”? Perché non usa questa parola per il Kosovo? Non risponde? Non risponde perché non è in grado di rispondere.

Ma in Abchazia ci sono stati molti profughi georgiani. In Kosovo è il contrario.

No, non è affatto il contrario. Migliaia, centinaia di migliaia di serbi non possono rientrare nel Kosovo. È la stessa cosa. O lei forse ha visto un ritorno dei profughi nel Kosovo? Stanno cacciando gli ultimi serbi. Non racconti storie, io so cosa succede veramente. Non siete in grado di garantire ai profughi la sicurezza e delle condizioni di vita dignitose. Dunque è esattamente la stessa cosa. Per quanto riguarda l'allontanamento della popolazione georgiana, è vero. Ma 55.000 georgiani hanno già fatto ritorno nel distretto di Gali in Abchazia. Questo processo avrebbe potuto continuare, se non ci fossero state pressioni militari da parte di Tbilisi. Sa, quando c'è stata la cosiddetta rivoluzione socialista del 1919, la Georgia si è costituita come Stato indipendente. L'Ossezia invece ha dichiarato che non voleva essere parte integrante della Georgia, che voleva restare nella Federazione Russa. Le autorità georgiane hanno intrapreso delle spedizione punitive che gli osseti ancora oggi considerano dei massacri, dei stermini. Questi conflitti hanno un carattere antico e profondo. Per risolverli bisogna armarsi di pazienza e di rispetto verso i diversi gruppi etnici del Caucaso invece di impiegare la forza.

Oggi si dice che vari aerei spia georgiani sono stati abbattuti sull'Abchazia dal sistema di difesa russo. Ma perché non si ricorda la proibizione di sorvolare queste zone? Far volare questi aerei è spionaggio. Perché fare dello spionaggio? Perché si prevedono operazioni militari. Allora cos'è, una delle due parti si prepara a uno spargimento di sangue. Vogliamo questo? Nessuno lo vuole. Perché i vari gruppi etnici abbiano voglia di convivere in un unico Stato è necessario il dialogo. Non finiremo mai di ripeterlo ai nostri interlocutori georgiani.


Il presidente georgiano Michail Saakašvili ha proposto un piano di pace per l'Abchazia con la concessione di un'ampia autonomia e la carica di vice presidente a un abchazo. Questa proposta vi trova d'accordo?

Bisogna innanzitutto che vada bene agli abchazi. Com'è cominciato il conflitto etnico? Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tbilisi ha soppresso l'autonomia di queste repubbliche. Cosa l'ha spinta a farlo? Perché l'ha fatto? Così hanno avuto inizio il conflitto etnico e la guerra. Adesso [i georgiani] dicono che sono pronti a fare marcia indietro: “Vi restituiamo l'autonomia che vi abbiamo tolto anni fa”. Ma è chiaro che gli abchazi diffidano. Pensano che tra qualche anno li priveranno nuovamente di qualcosa. Noi abbiamo aiutato quei 55.000 profughi georgiani a ritornare in Abchazia, nel distretto di Gali. L'abbiamo fatto. Abbiamo convinto gli abchazi a lasciarli passare e a garantire loro condizioni di vita normali. È la Russia che l'ha chiesto alle autorità abchaze. Ve lo dico in tutta sincerità, me ne sono occupato personalmente. Ho rivolto personalmente la richiesta alle autorità abchaze, e loro l'hanno fatto. Abbiamo elaborato un piano comune di sviluppo energetico, di cooperazione transfrontaliera, di costruzioni, di infrastrutture. Abbiamo perfino deciso di ricostruire le ferrovie. Dopo le ultime dimostrazioni di forza si è fermato tutto. Le elezioni [in Georgia] si avvicinavano, bisognava dimostrare che si poteva risolvere tutto. Questo genere di cose, che dura da secoli, non si adatta ai tempi e ai modi della politica interna. Non ne può uscire niente di buono. Spero che il piano proposto da Michail Saakašvili entrerà gradualmente in vigore, perché nell'insieme è giusto. Però bisogna che l'altra parte sia d'accordo. È necessario il dialogo.


Un'ultima domanda, di carattere generale: come vorrebbe vedere la Russia del futuro, ha un piano in mente?

Abbiamo già proposto un piano concreto di sviluppo della Russia fino al 2020. Abbiamo contato sul fatto che la struttura della nostra economia possa cambiare in maniera sostanziale e che l'innovazione svolga un ruolo molto più rilevante. Tenendo conto della quantità delle nostre risorse minerarie, la sfera dell'innovazione dovrà avere un ruolo ben maggiore, se non predominante. Contiamo sul fatto che le stesse infrastrutture del potere e della finanza si possano conformare ai nuovi tempi. Che saremo in grado di creare un sistema politico efficace e vitale capace di reagire a tutto ciò che accade nel paese e nel mondo. Che saremo in grado di creare con la politica estera condizioni tali da permettere al nostro paese di svilupparsi in modo efficace e intensivo, di essere competitivo, per far sì che i nostri cittadini si sentano al sicuro e possano programmare con fiducia il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Molte grazie.


Fonte russa:

http://www.government.ru

Fonte francese:

http://www.lemonde.fr

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domenica, febbraio 24, 2008

Christine Ockrent, la Voce della Francia

Christine Ockrent, la Voce della Francia

da Le Monde Diplomatique

traduzione di Andrej Andreevič

Nicolas Sarkozy ha annunciato il 20 febbraio la nomina di Christine Ockrent al posto di vice direttrice generale dell'Audiovisuel Extérieur Français ["Audiovisuel Extérieur Français" è il nome di una holding che raggruppa le varie partecipazioni statali francesi nelle catene radio e televisive diffuse internazionalmente, non la catena francofona in sè come erroneamente scritto precedentemente, ringrazio A. per la segnalazione N. d. T.]. Diretta dall'attuale presidente della catena televisiva d'informazione France 24, Alain de Pouzilhac, la futura holding, battezzata France Monde, riunirà le partecipazioni dello stato a Radio France Internationale (RFI), TV5Monde e France 24. La creazione della holding ha suscitato le vive proteste dei partner di TV5Monde in Belgio, Svizzera, Canada, Quebec e dall'Organizzazione Internazionale della Francofonia (Organisation internationale de la francophonie, OIF), che non sono state consultate. In Francia è soprattutto la decisione di affidare la direzione dell'informazione estera alla compagna del Ministro degli Affari Esteri Bernard Koucher che ha provocato una levata di scudi. Questo nuovo episodio ricorda la profonda consanguineità che esiste nel paese tra il mondo della politica, dei media e degli affari, e che si dimostra sempre più problematico.

***

Estratto da "L'opinion, ça se travaille…" - Les médias et les "guerres justes": Kosovo, Afghanistan, Irak, Agone, Marsiglia, 2006, di Serge Halimi e Dominique Vidal (con Henri Maler):

Durante la guerra del Kosovo la trasmissione quotidiana di attulità diffusa dalla catena televisiva pubblica statunitense Public Broadcasting Stations (PBS) invitò dei giornalisti europei per informare gli americani del sentimento dell'opinione pubblica dei loro paesi. Per la Francia questo ruolo fu affidato a Christine Ockrent. I passaggi che seguono permettono di rivelare le particolari disposizioni di certi giornalisti a esprimersi cone i portavoce (ufficiosi) dei loro governi e della "giusta causa" del momento. Interrogati da una nostro collega a Washington, uno dei responsabili del programma ha affermato di ignorare il fatto che Christine Ockrent all'epoca della guerra del Kosovo fosse la compagna di un membro del governo francese.

Lehrer Newshour, trasmissione del 21 aprile 1999
Margaret Warner: Possiamo osservare lo stesso sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica sia in Francia sia in Germania?
Christine Ockrent: Assolutamente Margaret. La grande maggioranza dei francesi approva l'intervento. Ma la proporzione tende a calare quando si parla dei dubbi sull'efficacia della strategia della NATO [la guerra aerea]. E, paradossalmente, più qiesta strategia è messa in discussione, più sostegno ha l'ipotesi di un intervento terrestre.
Margaret Warner: Signora Ockrent, può dirmi se, agli occhi dell'opinione pubblica francese, la credibilità della NATO è messa in discussione in questa operazione e se questa venga considerata molto importante in Francia?
Christine Ockrent: Si, certamente. Cos'è la NATO? La NATO è l'alleanza delle democrazie. Io penso che il consenso nel paese è che non possiamo permetterci di perdere. E' esattamente quello che il presidente Chirac ricorderà in televisione questa sera. Si tratta della battaglia della democrazia contro la tirannia e il totalitarismo.


Lehrer Newshour, trasmissione del 9 giugno 1999
Quel giorno i giornalisti europei discutevano degli sforzi in vista di un regolamento politico. In quel momento veniva firmato l'accordo di Kumanovo tra la NATO e lo stato maggiore dell'armata jugoslava.

Elizabeth Farnsworth: Signora Ockrent, se l'obiettivo era umanitario, la guerra è stata un fallimento, o no?
Christine Ockrent: Non sono d'accordo con lei. Io credo che l'obiettivo fosse umanitario e che la guerra sia stata vinta. Sì, abbiamo avuto un milione di rifugiati. Ma è meglio avere un milione di rifugiati che un milione di morti. E credo che ci si ricorderà di tutto questo pensando che, per la prima volta alla fine di questo secolo, le nostre nazioni democratiche si sono date il diritto di intervenire in uno stato sovrano per proteggervi e salvarvi una minoranza etnica.

Glossario per tempi di guerra
PROPAGANDA: rientra nella propaganda qualsiasi azione esercitata volontariamente sull'opinione al fine di spingerla a condividere certe idee o valori. La propaganda si appoggia spesso ai media.
MANIPOLAZIONE: divulgazione deliberatamente ingannevole di informazioni, destinate a orientare le scelte del destinatario di queste informazioni.
DISINFORMAZIONE: tecnica che consiste nel diffondere informazioni false, contraddittorie o eccessive in maniera da mascherare l'informazione reale.
Christine Ockrent, La Liberté de la presse (Les Essentiels, Milan, Toulouse, 1997, p. 4-5)


Originale:
http://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2008-02-21-Ockrent

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martedì, dicembre 04, 2007

La nuova censura

La nuova censura

di Serge Halimi

traduzione di Andrej Andreevič

Nella prefazione alla traduzione francese dell'opera teatrale di Karl Kraus Gli ultimi giorni dell'umanità, il filosofo Jacques Bouveresse si chiede se i benefici della libertà di parola non stiano sbiadendo di fronte ai suoi misfatti (1). E' una domanda tabù, lo ammette. Ma è veramente così tabù? L'opera di Kraus stigmatizza i giornalisti e la propaganda della Grande Guerra. Questa è stata una questione d'attualità durante tutta la durata dei bombardamenti della NATO in Kosovo (2).

E ritornerà ad esserlo alla prossima operazione militare. Perché, dopo Timişoara e l'invasione americana di Panama (dicembre 1989), dopo la guerra del Golfo (agosto 1990-marzo 1991), dopo Maastricht (settembre 1992), dopo quello che abbiamo vissuto durante la guerra del Kosovo (la pulizia "democratica" dissimulata sotto le nobili spoglie di una battaglia contro la "pulizia etnica", l'isteria propagandista, le menzogne, le esagerazioni, le manipolazioni, le intimidazioni, le dissimulazioni, gli anatemi) tutto ciò ridurrebbe fortemente il desiderio più forsennato di difendere la "libertà di stampa". Per esempio la libertà per il gruppo Matra Hachette di possedere l'informazione (Télé 7 jours, Europe 1, il Journal du Dimanche, Paris Match e tanti altri), la sua diffusione (NMPP, Relais H) e... la fabbricazione dei missili necessari all'esecuzione delle missioni militari rese popolari grazie all'informazione.

Quindi, nello stesso momento in cui la stampa della catena Hachette spingeva verso la guerra totale contro il Kosovo e assimilava gli avversari della NATO a "complici di Milosevic", le fabbriche della Matra fabbricavano tranquillamente, guadagnando un milione di franchi [circa 150.000 euro, N.d.T.] a pezzo, questi missili guidati tramite laser che avrebbero commesso qualche "errore" nei Balcani.

Ma un simile incrocio (imprudente, insolente, oltraggioso) tra produzione di armi e produzione di idee, creazione di valore per l'azionariato e combattimento per i valori "umanitari", è inutile cercarlo sulla grande stampa, che si dica formalmente indipendente dai generali, dai mercanti di cannoni e dai venditori d'acqua. Le reti di alleanze, o "sinergie", garantiscono di volta in volta la legge del silenzio e la scelta da parte dell'"informazione" di informazioni ideologicamente formate in maniera da favorire la beata contemplazione della nuova economia al servizio del vecchio impero.

Certamente, si potrebbe ironizzare sull'incesto apparentemente voluttuoso tra una prevaricazione istituzionalizzata e la ostinata escogitazione di una pretesa insignificanza tanto chiassosa che potremmo pensare destinata a coprire il rumore dello sfregamento dei corpi. Quello che disarma l'ironia e carica il risentimento è il tono altero e permanente delle crociate dell'ordine mediatico-mercantile. Il loro magistero sull'opinione è ormai discusso pochissimo, la loro onnipresenza talmente assicurata che vorrebbero anche fingere di rivestire il ruolo di arbitri delle eleganze intellettuali. Il direttore di quel settimanale scandalistico-pubblicitario dispone così di due trasmissioni sulla principale emittente radiofonica pubblica, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino del mattino anima un talk show letterario, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino serale, passato senza problemi dalla LCR alla LCI [la LCR è la Ligue communiste révolutionnaire, la LCI è La Chaîne Info, catena televisiva privata più famosa della Francia, N.d.T.], manda in un salone audiovisivo i suoi "intellettuali" della settimana (3). Cioè, a voler essere precisi, quelli (Bernard Henri Lévy, Philippe Sollers, Philippe Sollers, Bernard Henri Lévy) che sono già editorialisti in un grande giornale di riferimento, forse perché tra le altre qualità che hanno non mancano mai di salutare con gioia le opere dei propri direttori.

Questo neototalitarismo untuoso, prestato riverentemente al "dibattito", esige il concorso di gruppuscoli di pensatori formati che sanno come affrontarsi su delle bazzecole e coprire col fracasso delle loro piccole divergenze la profondità delle loro inconfessate convergenze. Che sono la democrazia e il mercato. Se il secondo, censuario, non può che essere inconciliabile con la prima, egalitaria, il dogma di una correlazione tra questi, inizialmente sviluppato dal pensiero ultra-liberale più decrepito, ha finito per contaminare lo spazio pubblico, a volte con l'aiuto dei simulatori di contestazione. E all'interno di una stampa che non smette di urlare che la sua libertà è una garanzia per il contributo degli annunciatori, chi potrebbe ancora discutere questo genere di postulato?

Quando le manipolazioni dell'informazione sono abituali, quando i fabbricanti d'armi diffondono la morale del giorno, quando lo spazio pubblico, già distrutto dalle privatizzazioni, è invaso dal fracasso pubblicitario e borsistico, quando dei "grandi" giornalisti non sognano altro che fare squadra con i padroni del mondo (che sono anche padroni dei media), quando un pensiero di mercato amputa la nostra comprensione del mondo, e quando tutto questo viene fatto in nome della libertà, come non condividere per un istante il sentimento di Karl Kraus che questa "libertà" applicata alla stampa vale poco più della censura?

Note:

(1) Karl Kraus, Les Derniers Jours de l'humanité, prefazione di Karl Kraus, postfazione di Geral Steig, tradotto dal tedesco da Jean-Louis Besson e Henri Christophe (Agone, Marseille, 2000).

(2) Vedi Serge Halimi, Dominique Vidal e Henri Maler,« L'opinion, ça se travaille… » Les médias et les 'guerres justes' (Agone, Marsiglia, 2006).

(3) Si trattava, all'epoca, rispettivamente di Laurent Joffrin (Le Nouvel Observateur), Franz-Olivier Giesbert (Le Figaro) ed Edwy Plenel (Le Monde). I primi due si sono poi riconvertiti, il primo andando a Libération, l'altro a le Point. Edwy Plenel invece è quasi completamente scomparso.

«La nouvelle censure», Autre Futur, 25 aprile-2 maggio 2000, numero speciale pubblicato da CNT numéro in occasione della settimana «Per un altro futuro» organizzata nel maggio 2000.


Originale:

http://www.leplanb.org/arsenal/la-nouvelle-censure.html


Serge Halimi è dottore in scienze politiche all'Università di Berkeley e successivamente professore associato dell'Università Paris-VIII dal 1994 al 2000, oggi collabora con Le Monde Diplomatique. Ha scritto I nuovi cani da guardia. Giornalisti e potere, L'opinion, ça se travaille, Il grande balzo all'indietro.

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