martedì, aprile 21, 2009

Sulla pianificazione delle violazioni israeliane a Gaza, ovvero la "dottrina Dahiyah"

Le violazioni commesse a Gaza dagli israeliani erano premeditate

di Daan Bauwens, IPS

TEL AVIV, 17 aprile (IPS) – Dopo la sbrigativa chiusura dell'indagine interna sulla cattiva condotta dei soldati israeliani durante l'assalto a Gaza, una breve rassegna delle dichiarazioni di ufficiali dell'esercito pubblicate mesi prima dell'inizio della guerra suggerisce che tale cattiva condotta non era casuale ma frutto di una precisa strategia.

L'indagine della Polizia Militare sulla cattiva condotta di soldati israeliani durante la guerra di Gaza è stata chiusa all'inizio di questo mese dopo soli 11 giorni. L'IDF, l'Esercito di difesa israeliano, è stato costretto ad aprire l'indagine dopo che il quotidiano israeliano Haaretz il 19 marzo ha pubblicato testimonianze di soldati israeliani in base alle quali le truppe avrebbero preso di mira volontariamente civili palestinesi inermi e compiuto intenzionalmente atti di vandalismo contro le loro proprietà.

Le singole testimonianze dei soldati sono state raccolte a un corso che si teneva all'accademia militare Rabin. I testimoni hanno rivelato che un'anziana è stata colpita intenzionalmente da una distanza di circa 90 metri, che un'altra donna e i suoi due bambini sono stati uccisi dopo che i soldati israeliani li avevano fatti uscire dalla loro casa attirandoli sulla linea di fuoco di un cecchino, e che i soldati avrebbero sgombrato le case sparando a vista su chiunque.

Uno dei soldati ha affermato che le disinvolte regole di ingaggio a volte equivalevano a un “assassinio a sangue freddo”.

In un comunicato stampa diffuso il 30 marzo, l'Avvocato Militare Generale di Brigata Avichai Mendelblit ha liquidato i racconti dei soldati sulla presunta cattiva condotta e sulle gravi violazioni delle regole di ingaggio dell'esercito definendoli “dicerie e non esperienze di prima mano”.

Le organizzazioni dei diritti umani B'Tselem, Yesh Din e Medici per i Diritti Umani hanno risposto con un comunicato congiunto affermando che “la chiusura sbrigativa dell'indagine fa sospettare che l'apertura stessa del caso costituisse semplicemente un tentativo dell'esercito di lavarsi le mani della responsabilità per ogni azione illegale commessa durante l'Operazione Piombo Fuso”.

Secondo il comunicato reso pubblico dalle organizzazioni israeliane dei diritti umani, l'indagine interna ha trascurato le “accuse in base alle quali diversi ordini impartiti durante le operazioni militari erano illegali”. E, inoltre, “il Dipartimento Indagini Criminali della Polizia Miliare ha deciso di concentrarsi sui singoli soldati, scelta né efficace né affidabile”.

In altre parole, concentrandosi sulla cattiva condotta di singoli soldati la Polizia Militare si è attenuta alla linea adottata dall'ex ministro della Difesa Ehud Barak secondo cui l'IDF avrebbe agito secondo “i più alti criteri morali ed etici”. Barak ha espresso questi commenti in un'intervista radiofonica dopo la pubblicazione delle testimonianze.

“La risposta ai razzi Qassam è stata sproporzionata e le testimonianze dei soldati non fanno che dimostrare quanto brutale fosse la situazione sul campo”, ha dichiarato all'IPS l'esperta legale Valentina Azarov. Azarov lavora per HaMoked, il Centro per la Difesa dell'Individuo, un'associazione dei diritti umani con sede a Gerusalemme Est.

“Le operazioni facevano parte della strategia militare chiamata 'dottrina Dahiyah', che consiste in uccisioni indiscriminate e nell'uso di una forza eccessiva e sproporzionata”, ha detto Azarov, specificando che questa era la sua opinione personale.

Azarov ha indicato però varie fonti e articoli che dimostrano come l'Esercito di difesa israeliano stesse mettendo a punto una nuova strategia militare, ispirata al bombardamento di Dahiyah, il quartiere residenziale sciita di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah durante la seconda guerra del Libano nel 2006.

Una descrizione della dottrina è apparsa per la prima volta in un'intervista con il capo del Comando Settentrionale Gadi Eizencout pubblicata sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth il 3 ottobre 2008.

Nell'intervista Eizencout conferma la volontà dell'esercito israeliano di applicare una strategia militare basata sull'esibizione di forza e l'attacco indiscriminato contro civili e siti non militari. “Quello che è accaduto al quartiere Dahiyah a Beirut nel 2006 accadrà a ogni villaggio che lancerà razzi contro Israele. Applicheremo una forza sproporzionata e infliggeremo enormi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista questi non sono villaggi civili ma basi militari... la prossima guerra dovrà essere decisa rapidamente, aggressivamente e senza cercare l'approvazione internazionale”.

E ancora: “questa non è una raccomandazione, è un piano ed è già stato approvato”.

Questa dottrina militare fu in seguito confermata da due altri strateghi. Il Colonnello Gabriel scrisse un rapporto pubblicato il 2 ottobre 2008 dal think tank militare indipendente, l'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, in cui diceva: “Con uno scoppio delle ostilità l'IDF dovrà agire prontamente, in maniera decisiva e con una forza sproporzionata alle azioni del nemico e alla minaccia che esso rappresenta. Una tale risposta mira a infliggere danni e a somministrare una punizione di proporzioni tali da rendere necessari lunghi e dispendiosi processi di ricostruzione”.

Un altro rapporto dell'INSS, scritto dal Generale Maggiore Giora Eiland, si spinge oltre. Eiland afferma che durante la seconda guerra del Libano Israele stava combattendo contro il nemico sbagliato (Hezbollah), e che nella prossima guerra avrebbe dovuto prendere di mira il governo e le infrastrutture civili.

In un articolo su Ynet, influente sito di informazione israeliano, il Generale Maggiore Eiland afferma: “L'unico aspetto positivo dell'ultimo conflitto è stato il relativo danno causato alla popolazione del Libano. La distruzione di migliaia di case di 'innocenti' ha permesso a Israele di conservare un po' del suo potere deterrente”.

“Emerge che non c'era la volontà di conformarsi ai principi basilari del diritto umanitario internazionale, come il principio della distinzione o l'obbligo di usare le giuste precauzioni prima di lanciare un attacco”, dice Azarov. “Le testimonianze dei soldati esemplificano inequivocabilmente il fatto che era questo l'obiettivo primario di tutta la guerra; era sistematico e basato su decisioni strategiche, e sarebbe dunque estremamente difficile giustificare l'affermazione secondo la quale certe azioni sono state frutto del caso”.

Alcuni articoli pubblicati da Haaretz pochi giorni dopo l'inizio della guerra avevano già rivelato come la Divisione per il Diritto Internazionale dell'IDF avesse imbrigliato la legislazione per colpire legittimamente i civili palestinesi. Il rapporto rivelava che il piano di bombardare la cerimonia di chiusura di un corso di polizia era stato oggetto di discussioni interne mesi prima dell'inizio della guerra.

I difensori dei diritti umani israeliani stanno rinnovando la richiesta di un'indagine indipendente ed esaustiva sul modo in cui l'Esercito israeliano ha gestito il conflitto. “Non crediamo che l'esercito sia in grado di indagare su se stesso”, ha detto all'IPS Melanie Takefman, portavoce dell'Associazione per i Diritti Civili in Israele. “È evidente che c'è stato un uso sproporzionato della forza e crediamo che su questo si debba indagare, visto che viviamo in una società trasparente e democratica”.

Originale: MIDEAST: 'Israelis Prepared for Violations'


Articolo originale pubblicato il 17/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, aprile 19, 2009

Gaza, ricordate?

Gaza, ricordate?

di Gideon Levy

Alyan Abu-Aun giace nella minuscola tenda, accanto alle sue stampelle. Fuma sigarette e ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tiene in braccio il suo bambino. Nella tenda, che ha le dimensioni di una piccola stanza, si accalcano dieci persone. È la loro casa da tre mesi. Non rimane nulla della loro precedente abitazione, distrutta dalle bombe dell'Esercito di difesa israeliano durante l'Operazione Piombo Fuso. Sono profughi per la seconda volta; la madre di Abu-Aun ricorda ancora la sua casa a Sumsum, una cittadina che un tempo si trovava vicino ad Ashkelon.

Abu-Aun, 53 anni, è stato ferito nel tentativo di fuggire quando la sua casa di Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, è stata bombardata. Da allora cammina con le stampelle. Sua moglie ha partorito proprio nel mezzo della guerra, e adesso il neonato vive con loro nel freddo della tenda. La tenda è volata via durante la tempesta che ha divorato la Striscia di Gaza mercoledì scorso, così la famiglia ha dovuto rimontarla. Ricevono acqua solo occasionalmente, in un container, e una piccola baracca di latta fa da bagno per le 100 famiglie di questo nuovo campo profughi, “Campo Gaza”, nel quartiere Al-Atatra di Beit Lahia.

Quest'ultimo finesettimana Abu-Aun era particolarmente amareggiato; la Croce Rossa ha rifiutato alla sua famiglia una tenda più grande. E non ne può più di mangiare fagioli. Per tre mesi, la famiglia Abu-Aun e migliaia di altre persone vivono in cinque accampamenti di tende costruiti dopo la guerra. Non hanno neanche cominciato a sgombrare le macerie delle loro abitazioni, figuriamoci costruirne altre. Migliaia di persone vivono all'ombra delle rovine delle loro case, affollando piccole tende insieme alle loro famiglie: decine di migliaia di persone rimaste senza un tetto, e alle quali il mondo non si interessa più. Dopo la conferenza dei paesi donatori, svoltasi in pompa magna a Sharm el-Sheikh un mese e mezzo fa con la partecipazione di 75 paesi che hanno deciso di stanziare un miliardo di dollari per ricostruire Gaza, non è successo niente.

Gaza è assediata. Non ci sono materiali da costruzione. Israele e il mondo stanno dettando condizioni, i palestinesi sono incapaci di formare il governo d'unità che sarebbe necessario, i soldi e il cemento non si vedono e la famiglia Abu-Aun continua a vivere in una tenda. Anche i 900 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti sono rimasti sotto chiave. Non si sa se verranno mai tirati fuori. La parola dell'America.

Sono passati esattamente tre mesi da quella guerra tanto discussa, e Gaza è stata ancora una volta dimenticata. Israele non è mai stato interessato al benessere delle sue vittime. E adesso anche il mondo ha dimenticato. Due settimane senza neanche un razzo Qassam hanno spazzato via Gaza dai principali temi di discussione. Se gli abitanti di Gaza non si sbrigano e riprendono a sparare nessuno si interesserà più alle loro condizioni. Non è certo una novità, ma è un messaggio particolarmente rattristante e doloroso in grado di scatenare il prossimo ciclo di violenza. E a quel punto di certo non riceveranno aiuti, perché staranno sparando.

Qualcuno deve assumersi la responsabilità per il destino della famiglia Abu-Aun e di altre vittime come loro. Se fossero state ferite in un terremoto il mondo probabilmente le avrebbe aiutate a riprendersi molto tempo fa. Perfino Israele avrebbe mandato subito convogli di aiuti della ZAKA, della Magen David Adom, perfino dell'Esercito di difesa. Ma la famiglia Abu-Aun non è stata ferita da un disastro naturale, ma da mani e carne e sangue israeliani, e non per la prima volta. Dunque: nessun indennizzo, nessun aiuto, nessuna riabilitazione. Israele e il mondo sono troppo preoccupati per ricostruire Gaza. Sono rimasti senza parole. Gaza, ricordate?

Dalle rovine della famiglia Abu-Aun nasce una nuova disperazione. Sarà più amara di quella che l'ha preceduta. Una famiglia dignitosa di otto persone è stata distrutta, fisicamente e psicologicamente, e il mondo si tiene a distanza. Non dobbiamo aspettarci che Israele risarcisca le sue vittime o ricostruisca le case che ha distrutto, anche se sarebbe evidentemente nel suo interesse, per non parlare dell'obbligo morale, argomento che non viene nemmeno toccato.

Ancora una volta il mondo deve rimediare ai disastri compiuti da Israele. Ma Israele sta ponendo un numero sempre maggiore di condizioni politiche per fornire urgente soccorso umanitario. Ricorre a vuote giustificazioni per lasciare Gaza distrutta e per non offrire l'aiuto che Gaza merita e del quale ha disperato bisogno. Gaza è stata lasciata ancora una volta alle proprie risorse, la famiglia Abu-Aun è stata abbandonata nella sua tenda, e quando le ostilità riprenderanno sentiremo parlare ancora una volta della crudeltà e della brutalità... dei palestinesi.

Originale: Gaza, remember?

Articolo originale pubblicato il 19/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 26, 2009

Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, gennaio 20, 2009

Rispondere alla violenza con la giustizia - Petizione

lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Medici segnalano l'uso “di un nuovo tipo d'arma” a Gaza

Dall'inviata speciale Sophie Shihab ad Al-Arish, Egitto - In questi ultimi giorni le televisioni arabe che trasmettono da Gaza hanno mostrato dei feriti di tipo nuovo – adulti e bambini le cui gambe erano ridotte a resti carbonizzati e insanguinati. Domenica 11 gennaio ne hanno dato testimonianza due medici norvegesi, unici occidentali presenti nell'ospedale della città.

I dottori Mads Gilbert ed Erik Fosse, che operano nella regione da una ventina d'anni con l'organizzazione non governativa (ONG) norvegese Norwac, hanno potuto lasciare il territorio il giorno prima, con quindici feriti gravi, attraverso il confine con l'Egitto. Non senza ostacoli fino all'ultimo: “Tre giorni fa il nostro convoglio, peraltro guidato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dovuto fare dietro front prima di arrivare a Khan Younis, dove dei carri armati ci hanno sparato addosso per fermarci”, hanno detto ai giornalisti presenti ad Al-Arish.

Due giorni dopo il convoglio è passato, ma i medici e l'ambasciatore norvegese venuto ad accoglierli sono rimasti bloccati tutta la notte “per motivi burocratici” all'interno del terminal egiziano di Rafah, aperto esclusivamente per le missioni sanitarie. Quella notte i vetri di alcune finestre e un soffitto del terminal sono stati distrutti dall'onda d'urto di una delle bombe sganciate nelle vicinanze.

“A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate, bruciate”
“All'ospedale Al-Shifa di Gaza non abbiamo visto ustioni da fosforo né lesioni da bombe a grappolo. Ma abbiamo visto delle vittime di ciò che abbiamo tutti i motivi di pensare sia il nuovo tipo d'arma sperimentato dall'esercito americano e noto con l'acronimo DIME – cioè Dense Inert Metal Explosive”, hanno dichiarato i medici.

Si tratta di piccole sfere di carbonio contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel o ferro, con un enorme potere esplosivo che si dissipa però nel raggio di 10 metri. “A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate e bruciate come da migliaia di punture d'ago. Non abbiamo visto i corpi sezionati, ma abbiamo visto molti amputati. C'erano stati casi simili nel sud del Libano nel 2006 e abbiamo visto la stessa cosa a Gaza sempre nel 2006, durante l'operazione israeliana “Pioggia d'estate”. Degli esperimenti sui topi di laboratorio hanno mostrato che queste particelle che restano nel corpo sono cancerogene”, hanno spiegato.

Un medico palestinese intervistato domenica da Al-Jazeera ha parlato della sua impotenza in questi casi: “Non hanno alcuna traccia di metallo in corpo, ma strane emorragie interne. Una sostanza brucia i loro vasi sanguigni e provoca la morte, non possiamo fare nulla”. Secondo la prima équipe di medici arabi autorizzata a entrare nel territorio, giunta venerdì da sud all'ospedale di Khan Younis, quest'ultimo ha accolto “decine” di casi di questo tipo.

I medici norvegesi, da parte loro, si sono trovati costretti – hanno detto – a testimoniare ciò che hanno visto, in assenza a Gaza di ogni altro rappresentante del “mondo occidentale”, medico o giornalista che fosse: “Può essere che questa guerra sia il laboratorio dei fabbricanti di morte? Può essere che nel XXI secolo si possano imprigionare 1,5 milioni di persone e far loro tutto ciò che si vuole chiamandoli terroristi?”

Giunti a quattro giorni dall'inizio della guerra all'ospedale Al-Shifa, che hanno conosciuto prima e dopo l'assedio, hanno trovato un edificio e delle attrezzature “allo stremo”, un personale spossato, moribondi ovunque. Il materiale che avevano preparato è rimasto bloccato al valico di Erez.

“Con un pronto soccorso in cui arrivano cinquanta feriti alla volta sarebbe in difficoltà anche il migliore ospedale di Oslo”, raccontano. “Qui le bombe potevano uccidere dieci persone al minuto. I vetri delle finestre dell'ospedale sono andati a pezzi con l'esplosione che ha distrutto la vicina moschea. Durante alcuni allarmi il personale ha dovuto rifugiarsi nei corridoi. Il loro coraggio è incredibile. Possono dormire da due a tre ore al giorno. La maggior parte ha subito perdite tra i propri cari, alla radio interna ascoltano la litania dei nuovi luoghi attaccati e a volte capita che i loro familiari si trovino proprio lì, ma devono continuare a lavorare... La mattina della nostra partenza, al pronto soccorso, ho chiesto come era andata la notte. Un'infermiera ha sorriso. Poi è scoppiata a piangere”.

A questo punto del racconto la voce del dottor Gilbert vacilla. “Vede”, si riprende sorridendo tranquillo, “Anch'io...”

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Si veda anche: "Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese", due interviste del Dottor Gilbert

Originale: Des médecins évoquent l'usage "d'un nouveau type d'arme" à Gaza

Articolo originale pubblicato il 12/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, gennaio 13, 2009

Cerimonia d'addio a Gaza?

Cerimonia d’addio a Gaza?

di Lev GRINBERG

Tradotto da Diego Traversa

L’attacco israeliano a Gaza è il regalo di addio da parte del governo d’Israele al Presidente americano uscente George W. Bush. “Il migliore amico d’Israele di sempre” ha sostenuto il suo protetto in ogni conflitto e guerra, ha giustificato le sue mosse aggressive e ha impedito ogni intervento internazionale contro di esso. Bush ha affidato ad Israele la posizione di centravanti di sfondamento nella sua guerra al terrore, rafforzando quindi i suoi settori di estrema destra. Con amici reali di questo genere, chi ha bisogno di nemici immaginari?

Ma Israele non è uno stato satellite degli USA. Sì, tenta di favorire le politiche americane ma prova anche ad indirizzarle secondo i propri programmi. Così, per esempio, gli otto anni di “processo di pace” durante l’amministrazione Clinton (1992-2000) sono stati un’iniziativa israeliana che ha aggirato e neutralizzato la mediazione di Clinton, proprio come gli otto anni di guerra e di politiche unilaterali dell’era Bush (2000-2008) erano iniziati prima che Bush entrasse in carica. Anche adesso, Israele ha cominciato l’escalation a Gaza, senza che nessuno ci abbia fatto caso, il 4 Novembre 2008, giorno delle elezioni presidenziali americane. L’attuale aggressione d’Israele non può essere compresa senza considerare la sua tempistica, cioè la “finestra di opportunità” che intercorre tra l’elezione di Obama e l’insediamento del 20 gennaio.

Ricordo una conversazione che ebbi con il defunto, famoso studioso americano Charles Tilly, durante la sua visita in Israele nel maggio del 2000. Mi chiese quale fosse la logica politica dell’allora Primo Ministro Barak. Io gli dissi quale era la sua “tabella” politica: ritiro dal Libano a luglio, negoziati con i palestinesi conclusi a settembre, elezioni americane a novembre. Tilly interruppe il mio discorso sostenendo che questo non fosse un comportamento politico ma piuttosto una logica militare: dare ultimatum, evitare negoziati e poi atti unilaterali. Aveva ragione, nel particolare regime democratico/militare esistente in Israele i politici/generali sin da allora hanno agito unilateralmente: ritiro (dal Libano nel 2000) e reimpiego (a Gaza nel 2005), violente reazioni spropositate (nei territori occupati, nel periodo 2000-2004 contro l’Intifada, in Libano e a Gaza dopo i rapimenti di soldati nel 2006, e ora a Gaza) e costruzione illegale del muro di separazione. Tutte queste sono mosse militari unilaterali, senza il riconoscimento dell’altra parte, senza negoziati. Il sostegno americano è fondamentale; pertanto in Israele le elezioni presidenziali americane sono parte della pianificazione militare.

L’attacco a Gaza è la continuazione della politica unilaterale e aggressiva degli ultimi otto anni, intesa a sfruttare il sostegno dell’amministrazione Bush costringendo il neo Presidente Obama a prendere una posizione durante la crisi, immediatamente non appena entra in carica.

La mossa è iniziata il 4 novembre 2008, quando le forze di difesa israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno fatto saltare in aria un tunnel e hanno ucciso sei uomini di Hamas, rompendo quindi una Tahadia (tregua) che durava da quattro mesi e mezzo. I palestinesi hanno risposto lanciando razzi Qassam verso Israele; a sua volta, le forze armate israeliane hanno chiuso i valichi di frontiera e hanno stretto l’assedio intorno a Gaza. Questo assedio è rimasto sin da allora, così il governo di Hamas ha annunciato che la condizione per rinnovare il cessate-il-fuoco era quella di togliere l’assedio e di riaprire i valichi. Israele ha scelto di considerare la condizione della riapertura dei valichi come un rifiuto da parte di Hamas a rinnovare la tregua.

Israele definisce tutto questo “auto-difesa”. Ma anche il Presidente Bush, il Presidente francese, il Cancelliere tedesco e il Presidente egiziano continuano a ripetere questo mantra dell’auto-difesa. Il ragionamento di Israele è che “nessuna nazione sovrana può tollerare di essere colpita da uno stato confinante”, ignorando il fatto che la Striscia di Gaza non è uno “stato confinante”. Questo è il nocciolo del conflitto: Gaza è un’enorme prigione controllata dall’esercito israeliano che impedisce a persone e beni di entrare e uscire , non solo dai valichi alla frontiera con Israele ma anche dal quelli al confine egiziano, oltre che via mare e via terra.

Non sarebbe stato possibile accettare questo inganno da parte del governo israeliano se non fosse stato per l’era della guerra al terrore del Presidente Bush, al centro della quale c’è l’inganno dell’invasione irachena e gli omicidi di massa di civili. Prima dell’occupazione dell’Iraq, quando nell’aprile 2002 l’esercito israeliano riconquistò le città cisgiordane uccidendo centinaia di palestinesi e distruggendo le istituzioni dell’Autorità Palestinese, c’erano forti critiche internazionali verso Israele, e fu solo per l’intervento dell’amministrazione Bush che ad una commissione ONU venne impedito di poter investigare sui massacri di Jenin. Chi mai avrà intenzione, oggi, di istituire una commissione investigativa? L’amministrazione Bush è riuscita ad imporre la guerra al terrore al mondo intero ignorando apertamente l’opinione pubblica mondiale, ma, mentre da allora Bush è rimasto in Iraq, nel frattempo l’Europa e gli stati arabi più conservatori si sono gradualmente allineati alla sua politica.

Se c’è qualcosa che assomiglia all’invasione israeliana di Gaza, questa è l’occupazione americana in Iraq, e se Israele riuscirà a distruggere il potere di Hamas, come Bush ha stroncato quello di Saddam Hussein, non sarà in grado di uscire da Gaza.

Molti nel mondo sono rimasti delusi dal silenzio di Obama sull’aggressione israeliana. Una simile delusione si può giustificare: non ci si può aspettare molto, considerate le politiche americane medio-orientali da Carter in poi. Se il neo-presidente dovesse continuare la politica di Bush, rispolverando soltanto una più presentabile immagine clintoniana, sarebbe un disastro. C’è uno stretto legame tra l’Iraq e Gaza, e se il ritiro americano dall’Iraq non è associato ad un giusto e fattibile accordo israelo-palestinese, allora la minaccia dell’Islam radicale potrebbe effettivamente raggiungere il Cairo, Tel Aviv, Parigi e Londra.

Ma c’è un’altra possibilità, più positiva. È possibile che Barack Obama abbia capito la trappola che Israele sta tendendo, e che perciò abbia deciso di non prendere posizione fino all’entrata in carica. Spero che le cose stiano così e che, una volta entrato in carica, Obama si comporti da sincero amico d’Israele e lo salvi da se stesso. Obama deve porre fine all’aggressione israeliana. Il problema di Israele è un eccesso di potere militare che scaturisce dal trauma dell’Olocausto. Israele si sta comportando come il bullo di periferia che aspetta che qualcuno lo fermi, perché possiede davvero la forza di distruggere qualunque cosa intorno a sé mentre nel frattempo distrugge sé stesso.

Chiunque desideri sinceramente aiutare Israele deve destituirlo dalla sua posizione di centravanti di sfondamento nella guerra all’Islam, posizione che l’era di Bush della guerra al terrore ha concepito per Israele. Speriamo che la guerra di Gaza sia una cerimonia d’addio che segni la chiusura dell’epoca distruttiva del Presidente Bush. È veramente l’ora del “cambiamento” che è stato promesso. Obama: sì, tu puoi.

Originale inviato dall'Autore

Articolo originale pubblicato l'11/1/2009

Diego Traversa è un collaboratore di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Di semine e raccolti

Discorso del Subcomandante Marcos su Gaza, al Festival Mondiale della Degna Rabbia, 4 gennaio 2009



Forse quello che dirò non è in tema con l'argomento di questo incontro, o forse sì.

Due giorni fa, proprio mentre parlavamo di violenza, l'ineffabile Condoleezza Rice, funzionaria del governo nordamericano, ha dichiarato che quello che stava accadendo a Gaza è colpa dei palestinesi e dovuto alla loro natura violenta.

I fiumi sotterranei che percorrono il mondo possono cambiare la loro geografia, ma intonano lo stesso canto.

E quello che ora ascoltiamo è un canto di guerra e di sofferenza.

Non molto lontano da qui, in un luogo chiamato Gaza, in Palestina, in Medio Oriente, proprio vicino a noi, l'esercito pesantemente armato e ben addestrato del governo di Israele continua la sua avanzata portando morte e distruzione.

I passi che ha intrapreso finora sono quelli di una classica guerra militare di conquista: prima un bombardamento intenso e massiccio per distruggere punti militari “nevralgici” (così dicono i manuali militari) e per “ammorbidire” le fortificazioni della resistenza; poi il ferreo controllo dell'informazione; tutto ciò che si vede e si sente “nel mondo esterno”, vale a dire esterno al teatro delle operazioni, deve essere selezionato in base a criteri militari; adesso il fuoco intenso dell'artiglieria sulla fanteria nemica per proteggere l'avanzata delle truppe verso nuove postazioni; in seguito l'accerchiamento e l'assedio per indebolire la guarnigione nemica; poi l'assalto che conquisterà la posizione annientando il nemico, infine la “pulizia” delle probabili “sacche di resistenza”.

Il manuale militare di guerra moderna, con alcune varianti e aggiunte, viene seguito passo dopo passo dalle forze militari dell'invasore.

Noi non ne sappiamo molto e di certo esistono esperti del cosiddetto “conflitto in Medio Oriente”, però da questo nostro angolo abbiamo qualcosa da dire.

Secondo le fotografie delle agenzie di informazione, i punti “nevralgici” distrutti dall'aviazione del governo di Israele sono case, baracche, edifici civili. Tra le macerie non abbiamo visto bunker, caserme, aeroporti militari o batterie di cannoni. Così noi, perdonate la nostra ignoranza, pensiamo o che l'artiglieria aerea abbia una cattiva mira o che a Gaza non esistano tali punti militari “nevralgici”.

Non abbiamo l'onore di conoscere la Palestina, ma supponiamo che in quelle case, baracche ed edifici abitasse della gente, uomini, donne, bambini e anziani, e non soldati.

E non abbiamo neanche visto fortificazioni della resistenza, solo macerie.

Abbiamo assistito, invece, i futili sforzi dell'assedio informativo e abbiamo visto diversi governi del mondo indecisi tra fare finta di nulla o plaudire all'invasione, e un'ONU ormai da tempo inutile emettere fiacchi comunicati stampa.

Ma aspettate. Ci è appena venuto in mente che forse per il governo di Israele quegli uomini, quelle donne, quei bambini e quegli anziani sono soldati nemici e, in quanto tali, le baracche, le case e gli edifici in cui vivono sono caserme che devono essere distrutte.

Dunque di sicuro il fuoco d'artiglieria che stamane colpisce Gaza serve a proteggere da questi uomini, donne, bambini e anziani l'avanzata della fanteria dell'esercito israeliano.

E la guarnigione nemica che si vuole indebolire con l'accerchiamento e l'assedio di Gaza non è altro che la popolazione civile che vi abita. E l'offensiva cercherà di annientare quella popolazione. E a ogni uomo, donna, bambino o anziano che riuscirà a sfuggire, nascondendosi, dall'assalto prevedibilmente sanguinoso, sarà in seguito data la “caccia” perché la pulizia sia completa e il comando militare dell'operazione possa riferire ai suoi superiori: “missione compiuta”.

Perdonate ancora la nostra ignoranza, forse quello che stiamo dicendo non c'entra. E invece di ripudiare e condannare il crimine in corso, da indigeni e guerrieri quali siamo, dovremmo discutere e prendere posizione sul “sionismo” o l'“antisemitismo” o se all'inizio di tutto ci siano state le bombe di Hamas.

Forse il nostro pensiero è molto semplice, e ci mancano le sfumature e le postille sempre necessarie all'analisi, però per noi zapatisti a Gaza c'è un esercito professionale che sta assassinando una popolazione indifesa.

Chi può restare zitto, in basso e a sinistra?

È utile dire qualcosa? Le nostre grida fermano le bombe? La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese?

Noi pensiamo che sia utile, sì, che forse non fermeremo le bombe e che la nostra parola non si trasformerà in uno scudo blindato per impedire che quella pallottola da 5,56 o 9 mm con le lettere IMI, Industria Militare Israeliana, incise alla base della cartuccia, colpisca il petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi ad altre parole nel Messico e nel mondo e magari dapprima diventerà un sussurro, poi si farà più forte e infine si trasformerà in un grido che si farà sentire fino a Gaza.

Non sappiamo voi, ma noi, uomini e donne zapatisti dell'EZLN, sappiamo quanto sia importante, in mezzo alla distruzione e alla morte, sentire delle parole di incoraggiamento.

Non so come spiegarlo, ma risulta che sì, forse le parole che vengono da lontano non riescono a fermare una bomba, ma è come se nell'oscura casa della morte si aprisse una crepa per lasciar filtrare un piccolo raggio di luce.

Per tutto il resto, accadrà quello che accadrà. Il governo di Israele dichiarerà che è stato inferto un duro colpo al terrorismo, nasconderà alla sua popolazione le proporzioni del massacro, i grandi produttori di armi avranno ottenuto un sostegno economico per affrontare la crisi e l'“opinione pubblica mondiale”, questa entità malleabile e sempre a modo, distoglierà lo sguardo.

Ma non è tutto. Accadrà anche che il popolo palestinese resisterà, sopravviverà e continuerà a lottare, e a conservare la simpatia dal basso per la sua causa.

E forse sopravviveranno anche un bambino e una bambina di Gaza. Forse cresceranno e con loro il coraggio, l'indignazione, la rabbia. Forse diventeranno soldati o miliziani di uno dei gruppi che lottano in Palestina. Forse si troveranno a combattere contro Israele. Forse lo faranno sparando con un fucile. Forse immolandosi con una cintura di dinamite legata attorno alla vita.

E allora, dall'alto, scriveranno della natura violenta dei palestinesi e faranno dichiarazioni condannando questa violenza e si tornerà a discutere di sionismo o antisemitismo.

E nessuno domanderà chi è stato a seminare ciò che viene raccolto.

Per gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale,

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 4 gennaio 2009.

Fonte: Tlaxcala

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domenica, gennaio 11, 2009

Il tradimento degli intellettuali

Il tradimento degli intellettuali

di Paolo Barnard

Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.

Bene.

Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.

E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciante e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. È un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. È complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.

I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.

Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.

Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.

L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.

In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. È immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. È immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.

Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come La Pulizia Etnica della Palestina, di Ilan Pappe, Fazi ed., o Pity The Nation, di Robert Fisk, Oxford University Press, e Perché ci Odiano, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei siti http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne La Questione Palestinese della libreria delle Nazioni Unite a New York.

E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.

Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell'intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l'ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in Perché ci odiano intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell'Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla 'epopea' sionista.

Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell'uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del prima razzo Qassam su Sderot in Israele.

Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.

E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.

Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari 'intellettuali'.

Paolo Barnard

Gennaio 2009

Fonte: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86

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giovedì, gennaio 08, 2009

La gabbia

"Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese di Gaza, possiamo dimostrarlo con le cifre. Dovete ricordare che l’età media degli abitanti di Gaza è di 17 anni, una popolazione molto giovane, e circa l’80% di loro vive sotto la soglia di povertà fissata dall’ONU. Insomma, questa è gente povera e molto giovane, e non può fuggire da nessuna parte, poiché non possono scappare come fanno le altre popolazioni in tempo di guerra, essendo rinchiusi in una grande gabbia, si sta bombardando un milione e mezzo di persone chiuse in una gabbia".

Il dottore norvegese Mads Gilbert, membro di un équipe di triage che si trova a Gaza dal 1° gennaio (traduzione Diego Traversa).
In questa pagina, se scendete fino a trovare l'italiano, trovate anche le sue dichiarazioni sul sospetto uso di armi DIME e sui loro possibili effetti a lungo termine.

Nel frattempo 24 associazioni francesi si sono rivolte a un avvocato per chiedere al presidente Sarkozy di denunciare al Tribunale penale internazionale dell'Aia i signori Peres, Olmert, Livni e Barak per i crimini di guerra commessi sul territorio palestinese dal 27 dicembre 2008.

[Seguirò l'evoluzione del procedimento, traducendo il traducibile]

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martedì, gennaio 06, 2009

5 gennaio, turno di notte/attaccata scuola dell'UNRWA

20.00: Devo essere all'ospedale Al Quds per il turno di notte alla Mezzaluna Rossa alle 8 di sera, ma mentre sto finendo di scrivere con l'elettricità del generatore arriva uno stranissimo rumore dal mare. È un sibilo come di un razzo molto vicino; V e io ci guardiano, guardiamo la finestra sul mare. Lui si calca il berretto sulla testa e piegandosi si allontana dalla finestra, io mi copro la testa con la giacca così da non poter vedere quello che succede. Ma invece di finire in un'esplosione il suono si smorza e si allontana.

La cosa si ripete più volte, e mi accorgo che quello che sentiamo non sono razzi ma aerei – molto rumorosi e incredibilmente veloci, il che mi fa venire in mente il termine “supersonico”, sempre che voglia dire qualcosa al di fuori del mondo dei fumetti. Esco per fare la camminata di mezz'ora sulla strada buia che porta all'ospedale Al Quds, ma quando sono a metà strada arrivano altri aerei, e si sentono delle esplosioni in direzione dell'ospedale. Mi perdo d'animo, mi fermo sotto un albero e mando un sms a Eva scrivendole che non ce la faccio a farmi da solo questa camminata. Gli aerei hanno spaventato a morte anche lei. Torno rapidamente nell'appartamento e mi metto a pensare a una soluzione. V mi consiglia di prendere l'altra direzione, di andare all'ospedale Al Shifa e prendere un'ambulanza diretta ad Al Quds.

Cosa significano quegli aerei? Questo pezzetto di terra non ha neanche un vero esercito! Il termine “infierire” non ha mai avuto più senso. Mi ci vuole un po' per trovare il coraggio di rimettermi in cammino. Per fortuna gli aerei misteriosi se ne sono andati.

22.45 Sono ancora ad Al Shifa, essendo stato trattenuto da un giornalista di Press TV che voleva intervistarmi, ma sono riuscito a salire su un'ambulanza in partenza. Proprio mentre sta per partire, ai lati dell'ospedale cadono dei razzi e ci ritiriamo di fretta sotto la pensilina dell'ingresso.

Quando arriviamo ad Al Quds l'atmosfera è febbrile. Hanno appena accolto tre uomini che si trovavano in un'auto fuori di una casa bombardata, non capisco se uno sta morendo o è già morto. Ne portiamo di corsa un altro ad Al Shifa per un intervento neurochirurgico. Poi ci rispediscono fuori a grande velocità nella città buia piena di fumo. I doppi attacchi di Israele adesso si verificano così spesso che i livelli di stress degli autisti delle ambulanze sono molto alti. I medici fanno tutto in grande velocità, urlando. Le macerie coprono le strade dopo i bombardamenti di pochi minuti fa. L'odore familiare del fumo dei razzi impregna l'aria, lo stesso odore che emanano i cadaveri grigi degli uomini che abbiamo raccolto negli ultimi giorni.

Scrutiamo il buio per cercare le persone che ci hanno chiamato. Vediamo un ragazzino che gira l'angolo di corsa per fare ritorno con la sua famiglia, 25 persone, per lo più bambini terrorizzati. Un ragazzino zoppica. I medici corrono a prenderli, urlando qualcosa che dev'essere l'equivalente di “Muovetevi, dobbiamo andarcene di qui!” Stipiamo tutti nelle ambulanze; una bambina di circa sei anni viene sistemata tra le mie braccia attraverso il finestrino abbassato a metà. Schizziamo nuovamente verso l'ospedale, li scarichiamo in un posto relativamente sicuro e corriamo fuori a prendere un padre che porta in braccio la sua bambina di circa otto anni, trauma cranico.

Poi vado a vedere come sta la famiglia di 25 persone, riunita in una stanza dove ha ricevuto coperte e cibo. Non sembrano esserci ferite gravi, e quando ne so di più mi sembra un miracolo. Chiedo a due bellissime ragazzine che parlano bene l'inglese, R ed S, di raccontarmi cos'è successo. Mi spiegano che la famiglia è costituita dalla loro zia e i suoi figli, ospitati nella loro casa perché la loro era stata distrutta. Dice R, “nelle ultime 3 notti siamo stati colpiti 13 volte la prima notte, 3 volte quella dopo, e stanotte 10 volte. Il 3° piano è andato distrutto, poi il 2°, ci era rimasto solo il primo, adesso non c'è quasi più niente”. Mi traducono le parole della zia: “Qual è la soluzione, per noi? Quale?” Le ragazze aggiungono: “Fatah non ci ha dato nessuna soluzione. Nessuna soluzione da Hamas. Vogliamo solo pace! Solo pace!”

“Dove andrete?” chiedo loro.

“Non lo sappiamo”, dicono. “Abbiamo altri familiari, ma sono scappati anche loro perché Israele minacciava di bombardare la loro casa. Non lo sappiamo”.

E mi dice che stava approfittando del collegamento internet dell'edificio che ospita Russia TV, Fox, forse la Reuters e altri uffici stampa, quando sono stati bombardati 7 volte in successione. È scesa al pianterreno sana e salva dal decimo piano, con tutti gli altri, ma dice di aver pensato che stesse per crollare tutto.

Nella notte giungono notizie confuse di altri attacchi su moschee e case in tutta Gaza. Dopo le prime ore febbrili, nella parte centrale del turno andiamo a prendere 5 donne che stanno per partorire; alla quinta chiamata S pensa che lo stiano prendendo in giro. Sono contento di essere capace di sorridere alle nostre pazienti. Poi S mi racconta di una ragazza di 17 anni che ieri è entrata in travaglio. Il bambino della cognata, di un anno, le era stato ucciso tra le braccia, il proiettile lo aveva trapassato e aveva ferito la madre. E suo suocero è morto, ma non si è riusciti a portare via il suo corpo.

04.00: Dietro i due banchi della reception, uno di fronte all'altro, ci sono due gruppi familiari seduti su sedie di plastica disposte in cerchio. Stanno tutti zitti. Un medico spiega che c'è stato un allarme nel condominio alle nostre spalle. Queste famiglie sono state evacuate qui. Gli altri sono rimasti nell'edificio.

06.00: Parlo con EJ a Jabalia dal telefono dell'ufficio. Mi ero dimenticato di dirvi che le ambulanze della Mezzaluna Rossa hanno nuovamente cambiato base, perché si temeva che l'ospedale Karmel Adwan, essendo un ospedale del governo, potesse essere un bersaglio. Così EJ, Mo e A hanno fatto il turno di notte nella nuova base dell'ospedale Al Awda. EJ dice che circa alle 5 quattro ambulanze sono andate a prendere delle persone ferite nel bombardamento di una casa. Sono tornati per prendere altri feriti, ancora con quattro ambulanze, e l'esercito israeliano ha bombardato la casa un'altra volta non appena sono arrivati. I medici che non erano nelle ambulanze sono stati feriti dai calcinacci. EJ era dentro un'ambulanza.

S mi dice che c'è stato un attacco contro scuola Shatr dell'UNWRA, pensa di Apache, che ha ucciso tre volontari dell'UNWRA che stavano dando una mano con i rifugiati. Gli chiedono di portare l'ambulanza a raccogliere i resti umani, perché sono vicini ai bagni e questo angoscia le persone. Ma il capo alla Mezzaluna Rossa dice che è rimasta un'unica ambulanza ed è in attesa, dunque deve aspettare che tornino le altre.

17.00: Abbiamo appena saputo che nell'ultima ora è stata colpita la scuola Al Fakhoura dell'UNWRA, crediamo da carri armati, ed è confermato che sono rimasti uccisi 43 membri della stessa famiglia allargata. Le scuole dell'UNWRA stanno offrendo riparo ai rifugiati le cui case sono già state bombardate o minacciate di bombardamento da Israele. Abbiamo anche saputo che in precedenza era stata attaccata una terza scuola dell'UNWRA, ma non abbiamo altri dettagli. Non riesco a esprimere la rabbia che sto provando.

Il nostro gruppo cerca di restare unito ma cominciamo a sentire il peso dell'insufficiente accesso internet, del cibo, del sonno e della speranza che questa follia finisca. È stato superato il numero di 570 morti, i feriti hanno superato i 2600.

Originale: Jan 5 night shift/ UNRWA refuge schools attacked

Pubblicato il 6 gennaio 2009

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Ahmed Saadat, Carlos, il FPLP e il movimento di liberazione della Palestina: due link

Cominciamo la giornata con i link a due notevoli documenti di Tlaxcala che permettono di inquadrare diversi aspetti della lotta di liberazione nazionale palestinese.

Uno si sofferma sulla notizia - passata quasi inosservata all'ombra dell'offensiva israeliana contro Gaza - della condanna a 30 anni di carcere inflitta a Ahmed Saadat, dirigente del Fronte di Liberazione della Palestina, da un tribunale militare israeliano: ricostruisce la biografia di Saadat e i fatti degli ultimi anni e riporta un'intervista del 2003 - fatta quando Saadat si trovava già in carcere, a Gerico, prima di essere sequestrato dagli israeliani - in cui il leader del FPLP parla della resistenza palestinese, dell'ambiguità dell'Autorità palestinese, della seconda Intifada e della visione del movimento di liberazione nazionale:
Palestina: Ahmed Saadat condannato a 30 anni di carcere

L'altro documento è il testo dell'intervista fatta il primo gennaio 2009 da Fausto Giudice a Ilich Ramírez Sánchez, detto "Carlos", dalla prigione di Poissy nella quale sta scontando il quattordicesimo anno di ergastolo. È stata l'occasione per chiedergli cosa pensa della guerra di Israele contro Gaza, dell'eredità e degli errori (secondo lui) del FPLP e delle possibili tattiche di Hamas:
“Quello che sta facendo l'Hamas è copiare il sistema vietnamita” - Intervista con Ilich Ramírez Sánchez

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lunedì, gennaio 05, 2009

Jabalia, 4-5 gennaio

[Grazie agli aggiornamenti su Twitter di Gazanews - che consiglio a chi ha anche solo una minima dimestichezza con l'inglese - ho scoperto un blog tenuto da un medico volontario a Gaza. Ne ho tradotto in velocità il post più recente, che racconta le ultime 24 ore di follia].

18.00:
All'ospedale di Al Awda, gestito dai Unione dei Comitati degli Operatori sanitari. Normalmente ha una capacità di 50 letti, ma adesso ne ospita 75. E e Mo intervistano Ala’a, il medico della Mezzaluna Rossa di Jabalia rimasto ferito ieri quando è stato ucciso Arafa.

È andata così:

Erano circa le 8.30 di sabato mattina a Jabalia. Cinque ragazzi si sono ritrovati sotto i bombardamenti e hanno cercato di scappare. Tre ce l'hanno fatta. Uno, Tha’er, 19 anni, è stato colpito al piede. Il suo amico Ali, anche lui 19 anni, ha cercato di trascinarlo in salvo, ma è stato colpito alla testa e ucciso. Ci sono voluti 75-90 minuti prima che potesse raggiungerli un'ambulanza della Mezzaluna Rossa di Jabalia. I due medici Arafa, 35 anni, e Ala’a, 22, hanno portato Tha’er all'ambulanza e poi sono tornati a prendere il corpo di Ali. Mentre chiudevano la porta dell'ambulanza gli hanno sparato addosso.

Ala’a dice “Non ho sentito niente - solo che sono volato in aria e poi caduto”. Sono arrivate altre ambulanze per evacuare tutti. Arafa, che era sposato e padre di 5 figli, aveva una grave ferita al torace, aveva perso gran parte di un polmone ed è sopravvissuto per sole due ore. La testa di Ali era saltata. Ala’a è adesso ricoverato con varie ferite da scheggia un po' ovunque, soprattutto tronco e gambe. Tha’er è sopravvissuto ma ha anche lui varie lacerazioni alla schiena e sul corpo per via delle schegge.

Arafa era un insegnante delle Nazioni Unite, addestrava i medici e lavorava come volontario dopo aver esercitato come professionista in passato.

19.00: Ci organizziamo per dormire a turno all'ospedale Al-Awda. V e io crolliamo. E, A e M salgono sulla prima ambulanza che arriva per andare all'ospedale Karmel Adwan, la seconda nuova base della Mezzaluna Rossa dopo aver evacuato il loro centro. La base è costituita da poche coperte in un corridoio, ma a volte c'è del tè.

23.00: E torna a dormire, V e io andiamo con l'ambulanza di O al Karmel Adwan. O ha una sciarpa attorno al ginocchio, gli hanno sparato anni fa e gli fa male quando fa freddo. Cerco di convincere A e Mo a riposare, ma non riesco a convincere EJ. La notte si rivela tranquilla. Purtroppo capisco presto che è perché a) molte persone di Jabalia sono scappate, e b) Israele non permette alle ambulanze di raccogliere la maggioranza dei feriti che chiedono aiuto.

02.00: andiamo a prendere una donna che sta per partorire. Tornato all'ospedale chiacchiero con Om, che è un'infermiere ma fa volontariato al Centro Al-Assyria Centre gestito dall'Unione dei Comitati degli Operatori Sanitari. Parlo anche con M, ricoverato. Ha 23 anni, è sposato da sei mesi, e ha fatto l'errore di trovarsi vicino alla moschea di Jabalia che è stata bombardata due giorni fa. Adesso è convalescente dopo un'operazione all'addome.

Si fanno tutti una dormita nelle ambulanze. EJ e I veniamo chiamati ogni ora dalla BBC per i collegamenti "live da Gaza”.

05.00: ci dicono che c'è stata una minaccia di bombardamento contro l'ospedale Al Wafa che da quanto capisco è un centro per disabili.

07.15: andiamo a prendere un uomo gravemente ferito dall'esplosione di un razzo in una casa di Sikha Street, Jabalia; dubito che sopravviverà per più di qualche minuto, ma è ancora vivo quando arriviamo all'ospedale.

09.00: andiamo a prendere una donna la cui casa è appena stata colpita, ha un attacco di panico e non ho ben capito dov'è ferita. All'ospedale troviamo delle persone che piangono due morti recenti. Potrebbero essere l'uomo in condizioni disperate racconto dalla mia ambulanza e un altro che ho visto arrivare, entrambi orrendamente martoriati dai razzi e dall'ormai familiare colore grigio.

09.30: sentiamo dire che Beit Hanoun è quasi completamente occupata dall'esercito israeliano, come pure la vicina cittadina di Zahra sulla strada nord-sud. Il nord (noi) e il sud (F, G e OJ a Rafah) adesso potrebbero essere divisi. A telefono prepariamo dei piani d'emergenza.

10.00: La sorella di Mo lo chiama per dirgli che stanno sparando sul suo villaggio di Khosa, terra coltivata circondata da abitazioni. “Là non c'è niente, solo case”, ci dice. Dice che ci sono carri armati israeliani nelle zone Attatta e Shaimah di Beit Lahia. È a 1 chilometro all'interno del confine, e 2 chilometri da noi a Jabalia. Dice che le invasioni dei carri armati di solito prendono le strade principali, ma stavolta si aspetta che facciano quello che hanno fatto a febbraio; cioè che portino le ruspe e spianino direttamente le case.

Ci racconta che oggi i telefoni palestinesi ricevono messaggi dell'esercito israeliani che dicono “Ai civili innocenti: la nostra guerra non è contro di voi, ma contro Hamas. Se non smettono di lanciare razzi sarete tutti in pericolo”.

11.50: Ci chiamano dalle parti della spiaggia di Gaza, ma si rivela un falso allarme. Invece raccogliamo una famiglia sfollata con due bambini piccoli; sono seduti sul ciglio della strada, esausti per il peso dei bagagli. Prima siamo passati accando alla scuola dell'UNRWA a Beit Lahia, si sta riempiendo di famiglie sfollate. Come Naher El Bared, tutto daccapo.

N richiama la mia attenzione a una fila per il pane più affollata del solito, e ci accordiamo che un ragazzino che faceva la coda è svenuto per la stanchezza; i medici cercano di assisterlo come possono.

16.00
: F chiama per dire che hanno sentito che hanno bombardato l'ospedale di Al Awda. Chiamo EJ. Dice che una struttura attigua è stata colpita da due bombe; una persona è rimasta ferita, l'uomo che l'altra sera le ha prestato la giacca. Ha una scheggia in testa e EJ dice che secondo lei non ha un bell'aspetto. A quanto pare A è riuscito a filmare il bombardamento. Ci chiediamo se dobbiamo tornare lì per stare nuovamente con la Mezzaluna Rossa di Jabalia invece che con la Mezzaluna Rossa di Gaza City. Ma Gaza City ieri ha perso tre dei suoi medici.

Ultime notizie:

Ci sono state notizie di due distinti attacchi di Israele contro tende funebri. Stiamo cercando di confermare morti e feriti di uno dei due casi. Il secondo dei funerali attaccati era quello del medico Arafa ieri pomeriggio; ci sono stati cinque feriti.

Abbiamo anche sentito che nell'area di Zaytoun due giorni fa gli israeliani hanno riunito un gruppo di persone in due case; donne e bambini in una, uomini nell'altra. Li hanno tenuti lì per due giorni. Poi questa mattina alle 11 le forze israeliane hanno bombardato le case. Abbiamo sentito che ci sono tra i 7 e i 20 morti. Uno era un bambino di sette anni, il cui padre è stato intervistato alla TV mentre teneva in braccio il cadavere. Stiamo cercando di saperne di più. Sta diventando molto difficile tenere il passo con questa follia.

Abbiamo chiesto al responsabile amministrativo della Mezzaluna Rossa di Jabalia quanti sono i casi in cui Israele impedisce loro di soccorrere le persone che hanno chiesto aiuto. Succede nelle aree in cui bisogna coordinarsi con le forze di invasione per potervi entrare. Ha risposto che non gli è permesso di occuparsi dell'80% delle chiamate provenienti da nord, dalle aree di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabalia.

Devo ripeterlo?
80%.
Otto persone su dieci che chiedono aiuto non possono riceverlo, viene loro impedito.

Originale: Jabalia 4 Jan 6pm - 5 Jan 5pm

Pubblicato il 5 gennaio 2009

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Vivere con i giorni contati in una terra rubata

Vivere con i giorni contati in una terra rubata
di Gilad Atzmon

La comunicazione con gli israeliani può lasciare stupefatti. Anche ora che l'aviazione israeliana sta assassinando alla luce del sole centinaia di civili, persone anziane, donne e bambini, gli israeliani riescono a convincersi di essere le vere vittime di questa violenta saga.

Chi conosce bene gli israeliani si rende conto che sono completamente disinformati sulle radici del conflitto che domina le loro vite. Spesso sono capaci di mettere insieme ragionamenti rocamboleschi che possono avere senso nelle argomentazioni israeliane ma fuori della loro realtà non ne hanno alcuno. Sono ragionamenti di questo tenore: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andare in Egitto, in Siria, in Libano o in qualsiasi altro paese arabo?” Un'altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “di cosa si lamentano questi palestinesi? Gli abbiamo dato acqua, elettricità, istruzione e in cambio vogliono solo buttarci a mare”.

Per strano che possa sembrare, perfino gli israeliani della cosiddetta “sinistra” e della “sinistra” colta non riescono a capire chi sono i palestinesi, da dove vengono e cosa vogliono. Non riescono a capire che per i palestinesi la Palestina è loro casa. Incredibilmente gli israeliani non riescono a capire che Israele è stato costruito a scapito del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, le città, i campi, i frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono gente espropriata da Beer Sheva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri villaggi e città. Se vi chiedete perché mai gli israeliani non conoscano la loro storia, la risposta è semplice: non gli è mai stata raccontata. Le circostanze che hanno condotto al conflitto israelo-palestinese sono ben nascoste nella loro cultura. Le tracce della civiltà palestinese anteriori al 1948 sono state spazzate via. Non solo la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi autoctoni compiuta nel 1948, non fa parte della memoria collettiva israeliana, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun contesto accademico o ufficiale israeliano.

Al centro di quasi tutte le città israeliane c'è un monumento che commemora il 1948 ed è costituito da una strana composizione quasi astratta di tubi. La scultura si chiama Davidka ed è in realtà un mortaio israeliano usato nel 1948. Va notato che la Davidka era un'arma estremamente inefficace. Aveva una portata non superiore ai 300 metri e i suoi proiettili causavano danni molto limitati. Anche se la Davidka arrecava scarsi danni, faceva però molto rumore. Secondo la storia ufficiale israeliana, gli arabi, cioè i palestinesi, quando sentivano da lontano i colpi della Davidka scappavano terrorizzati. Secondo la versione israeliana, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, facevano un paio di botti e gli “arabi codardi” scappavano come degli idioti. La versione ufficiale israeliana non fa parola dei molti premeditati massacri condotti dal neonato Esercito di Difesa israeliano e dalle unità paramilitari che lo precedevano. Non fa parola neanche delle leggi razziste che impedirono il ritorno dei palestinesi nelle loro case e nelle loro terre [1].

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.

Questa settimana abbiamo saputo un po' di più della capacità balistica dell'Hamas. Evidentemente l'Hamas finora ha scelto di contenere le proprie azioni contro Israele, rinunciando per molto tempo ad allargare il conflitto a tutto il sud di Israele. Mi viene da pensare che gli sporadici lanci di Qassam su Sderot e Ashkelon non fossero che un messaggio dei palestinesi assediati. Erano in primo luogo un messaggio alla terra rubata, ai propri campi e frutteti: “Nostra terra amata, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te. Prima o poi, ma più prima che poi, torneremo e ricominceremo da dove ci eravamo fermati”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi, laggiù, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che lo capiate o no, vivete sulla nostra terra rubata. Fareste meglio a sloggiare perché avete i giorni contati, la nostra pazienza è agli sgoccioli. Noi, i palestinesi, non abbiamo più niente da perdere”.

Ammettiamolo: realisticamente la situazione di Israele è molto grave. Due anni fa furono i razzi dell'Hezbollah a colpire il nord del paese. Questa settimana l'Hamas ha dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al sud di Israele un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso dell'Hezbollah che in quello dell'Hamas, Israele è rimasto senza risposta militare. Potrà uccidere civili, certo, ma non riesce a fermare il lancio di razzi. L'Esercito di Difesa israeliano non ha gli strumenti per proteggere Israele, a meno che coprirlo con un tetto di cemento armato non sia una soluzione praticabile. In fin dei conti forse ci stanno pensando.

Ma questa non è la fine della storia. Anzi, ne è solo l'inizio. Ogni esperto di Medio Oriente sa che l'Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania nel giro di poche ore. Di fatto l'Autorità palestinese e Fatah la controllano solo grazie alle forze israeliane. Una volta presa la Cisgiordania, la numerosa popolazione israeliana del centro sarà in balia di Hamas. Per chi non lo capisca, sarebbe la fine dell'Israele ebraico. Potrà accadere oggi, potrà accadere tra tre mesi o tra cinque anni, non è una questione di “se” ma di “quando”. Allora tutto Israele sarà sotto il tiro dell'Hamas e dell'Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in pezzi. Una villetta a schiera nel nord di Tel Aviv costerà come una baracca a Kiryat Shmone o Sderot. Quando un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

Originale: Living on Borrowed Time in a Stolen Land

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, gennaio 04, 2009

Salvare Gaza?, di Paolo Barnard

Salvare Gaza?

di Paolo Barnard

ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE:

Gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto nazista e a persecuzioni storiche, tentarono di ottenere una loro terra sicura nella biblica Palestina, dove fondarono comunità pacifiche e religiose. Ma gli arabi ostili tentarono subito di annientarli con la guerra del 1948. Gli ebrei combatterono un’eroica guerra partigiana che li vide vittoriosi e salvi da un secondo Olocausto. Fondarono Israele nel maggio di quell’anno, unico Stato democratico e moderno in medioriente, baluardo di civiltà fra nazioni arabe di re e dittatori corrotti e sanguinari. I quali tentarono di nuovo nel 1967 di distruggere la pacifica Israele, che li sconfisse brillantemente ancora una volta. Da allora Israele vive circondata da arabi-palestinesi fanatici, irragionevoli e brutali, che la attaccano col terrorismo in continuazione, senza farsi scrupolo di massacrare i civili ebrei, inclusi i bambini. Quei terroristi islamici sono certamente collegati oggi ad Al Qaida, e quindi Israele combatte una guerra al terrorismo anche per nostro conto. Inoltre, gli Stati canaglia come Siria e Iran appoggiano le fazioni armate arabe-palestinesi, per cui il pericolo per Israele è particolarmente insidioso. Essa deve difendersi, è un suo diritto, e nel farlo capita che ahimè ci vadano di mezzo anche alcuni civili arabi-palestinesi, ma la colpa di ciò è dei terroristi islamici che costringono Israele a combattere in zone popolate. Israele ha fatto di tutto per arrivare alla pace, ma si scontra sempre con l’ottusità e la ferocia dei leader arabi-palestinesi, corrotti e impietosi persino coi loro cittadini, che hanno sempre rovinato ogni accordo possibile. Non ci sarà pace finché la parte araba non accetterà il diritto di Israele di esistere e non cesserà di aggredirlo.

Ogni parola di quella narrativa è falsa, grottesca persino. Ma finché essa rimarrà la narrativa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana e occidentale, voi potrete fare tutte le manifestazioni che volete, tutte le proteste che volete, e non otterrete nulla, nulla di nulla, come nei passati 40 anni. Va fatto altro, VA RI-RACCONTATA ALLA GENTE LA VERA NARRATIVA SU COSA VERAMENTE ACCADDE LAGGIÙ. È l’unica speranza per terminare il conflitto, l’unica.

Serve urgentemente la fase operativa della creazione del consenso fra gli italiani sulla VERITÀ STORICA di quanto realmente acccaduto in Palestina, secondo le seguenti linee:

1) La creazione di una compagine italiana superpartes (no palestinesi in essa) che esuli del tutto da qualsiasi affiliazione politica in Italia, che annulli ogni individualismo di lotta e si unisca attorno a un'unica meta.

2) L’unica meta sarà di RIBALTARE LA NARRATIVA sulla Storia del conflitto arabo-ebraico, raccontando agli italiani SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Con un unica fede: SENZA LA VERITÀ STORICA NON CI SARÀ MAI LA PACE.

3) Rifiutarsi quindi di dialogare su qualsiasi avvenimento successivo, se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi su Hamas o Fatah se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi sul terrorismo palestinese se non dopo una esaustiva rappresentazione del terrore sionista dal 1944 in poi.

Questo perché nessuno può comprendere l’entità della MENZOGNA che ci hanno raccontato sul conflitto israelo-palestinese se non conosce cosa accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Ho piena fiducia nel fatto che se le opinioni pubbliche venissero a conoscenza di quegli avvenimenti, i mendaci tavoli del dibattito odierno sul processo di pace salterebbero in aria all’istante, e vi sarebbe una inarrestabile pressione verso una giustizia vera in Medioriente. Finalmente la pace.

4) Creare dunque materiale divulgativo chiaro e fruibile, film, dvd, animazioni, libretti di 40 pagine al massimo, tutto centrato SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Poi fare conferenze in scuole (soprattutto), parlare nei circoli ricreativi, ospedali, posti pubblici, fare tavoli per strada, negli ipermercati, nei dopolavoro ecc. Essere ferratissimi contro l’accusa di antisemitismo (vedi mio libro e altri) e ribadire sempre la sopraccitata fede.

5) Essere uniti e disciplinati attorno a questi semplici punti, da Torino a Palermo, e rivolgersi per il 99% agli italiani semplici.

Questo cambierebbe la Storia e cesserebbe l’orrore. Perché la gente verrebbe a sapere delle pratiche neonaziste storiche degli ebrei in Palestina contro i palestinesi prima e dopo la nascita d’Israele; saprebbe l’indicibile e fredda ferocia con cui il Sionismo aveva pianificato la distruzione dei palestinesi 40 anni PRIMA dell’Olocausto; capirebbe perché, accidenti, un popolo torturato e massacrato da 60 anni con un sadismo che raggiunge il grottesco, oggi lancia razzi alla disperata e si fa saltare in aria. Perché nessun palestinese può rimanere 'civile' dopo 60 anni di ferocia neonazista israeliana in Palestina, impunita e assistita con zelo dal ‘mondo civile’. E se la gente venisse a conoscenza di tutto ciò, la gente porrebbe fine a quell’inferno, perché, come disse Noam Chomsky “quando il pubblico scopre l’esistenza della barbarie, si mobilita per porle fine”.

Ma c’è qualcuno in questa Italia antagonista perennemente manifestante e indignata perenne che sia disposto a lavorare in quel senso? C’è? Ci siete?

Fonte: Paolo Barnard

Pubblicato il 2 gennaio 2009

Utili linee guida e bibliografia, qui.

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Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti

Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti
da Missing Links


L'invasione di terra israeliana della Striscia di Gaza è iniziata sabato dopo il tramonto, ed è stata preceduta, dice il New York Times, da una distribuzione di volantini in "alcuni quartieri residenziali" che avvertivano i residenti di evacuare questi distretti. Si tratta di un nuovo elemento nei piani israeliani; nuovo in termini di attuazione, anche se sappiamo che la rimozione dei civili palestinesi è stata discussa e approvata in linea di principio a una riunione del gabinetto del marzo scorso, subito dopo una visita di Condi Rice. AlQuds AlArabi ha pubblicato il 6 marzo 2008 questa sintesi di un servizio dellaTV israeliana:

Ieri, mercoledì, il secondo canale della televisione israeliana ha rivelato che il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha ottenuto il via libera da parte dell'Ufficio di Sicurezza e dal Consiglio Politico dei Ministri, che si è riunito ieri per decidere come porre fine al problema dei razzi Qassam, per avviare l'attuazione di un nuovo piano volto a far cessare il problema dei razzi Qassam palestinesi lanciati nel sud di Israele.

Il servizio televisivo cita fonti di alto livello della sicurezza, secondi le quali Barak vorrebbe un piano per la rimozione di decine di migliaia di palestinesi dal nord della Striscia di Gaza, vale a dire dalla regione che la resistenza utilizza per il lancio di questi razzi, e per spostarli verso Gaza City e confinarli li. Il cronista israeliano ha aggiunto che Barak sta chiedendo consiglio a consulenti legali nel Ministero della Difesa, al fine di ottenere l'autorizzazione legale per l'eliminazione della popolazione civile palestinese. Barak sta anche consultando il professor David Friedmann, ministro degli Affari israeliani [ministro della Giustizia], che sostiene sanzioni più pesanti contro Gaza per porre fine al lancio di razzi, al fine di ottenere la sua autorizzazione ad iniziare l'esecuzione del piano.

Il reporter ha detto che, una volta che [o se] il piano sarà operativo, questo dovrebbe iniziare immediatamente: nella prima fase ci sarebbe un lancio di volantini che consiglierebbero ai residenti di lasciare le loro case, oltre a speciali annunci radio in lingua araba diretti ai residenti, e in caso i residenti non rispettassero le avvertenze l'esercito di occupazione inizierebbe il bombardamento delle zone abitate, al fine di costringerli a lasciare le loro case e andarsene a Gaza City.

Il Consiglio [dei ministri], che si è riunito ieri dopo la partenza del segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha sottolineato di il proprio disaccordo con il precedente piano dell'esercito per una fine [solo] parziale del lancio di razzi Qassam. E il Consiglio ha deciso di prendere di mira i leader di Hamas, politici e militari, e distruggere ogni simbolo dell'autorità di Hamas nella Striscia di Gaza.


Notare il riferimento alla "autorizzazione legale per la rimozione dei civili palestinesi", e anche il fatto che questo è avvenuto subito dopo una visita di Condi. Notare anche che sono rimaste solo due settimane e mezzo all'amministrazione americana che ha dato al mondo Condi Rice, e la distribuzione dei volantini con l'avviso di evacuazione e l'invasione sono ormai iniziati.

(Grazie a Siun per aver trovato questo pezzo, così come quello del Jerusalem Times che sostanzialmente lo conferma).

Notare anche che questa non è un'effettiva "pulizia etnica". Spencer Ackerman, scrivendo sul sito di centro-sinistra Firedoglake, a difesa dell'amministrazione israeliana dice che il servizio della televisione israeliana non può essere vero perché si riferisce a qualcosa di "troppo mostruoso", e cioè la pulizia etnica. Ma non è così. Si riferisce solo al successivo passo logico in un processo di continua oppressione, vale a dire l'evacuazione forzata dei quartieri. Inoltre, sappiamo già che il piano è in corso d'attuazione, perché cos'altro potrebbe essere una distribuzione di volantini che avvisa le persone di andarsene, trovandosi di fronte un'invasione con carri armati, elicotteri e fanteria, se non l'evacuazione forzata dei quartieri.

L'importanza del servizio citato non è solo di dimostrare che è stata presa questa nuova misura che necessitava un'"autorizzazione legale", ma anche che è giunta subito la visita di Condi.

Spencer vuole farci sorvolare sulla questione dell'evacuazione forzata, con l'argomento fantoccio che non potrebbe essere possibile attuare una politica tanto mostruosa come la pulizia etnica. Afferma che in realtà l'amministrazione israeliana non ha una politica a sostegno di questa invasione. Ottimo. Non colpevole perché non ha una politica in materia, dice. Dubito che saranno in grado di far passare questo ragionamento, ma vedremo.

Originale: The next step in Gaza: Forced evacuations of residential districts

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venerdì, gennaio 02, 2009

Le Nazioni Unite complici del massacro di Gaza?

Le Nazioni Unite sono complici del massacro di Gaza?

di Omar Barghouti

Una persona amica mi ha inoltrato gli auguri di buon anno più originali: “Che il 2009 sia un anno orribile per tutti i criminali di guerra e i loro complici”. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se alcuni alti funzionari delle Nazioni Unite possano essere messi tra questi “complici”.

Negli ultimi due giorni vari rappresentanti delle Nazioni Unite hanno dichiarato che la percentuale di civili palestinesi uccisi nell'attuale guerra di aggressione di Israele contro Gaza è di circa il “25%” e “probabilmente destinata ad aumentare”. Anche ipotizzando le migliori intenzioni, la dichiarazione di una cifra così dolorosamente bassa riflette o uno scarso lavoro di ricerca o una scandalosa incompetenza. Nel peggiore dei casi, rivela un tentativo di disinformazione e di inganno che può solo avvantaggiare la già enorme e ben oliata macchina propagandistica israeliana.

La complicità delle Nazioni Unite nella guerra di propaganda di Israele è l'ultima, benché spesso tralasciata, dimensione della profonda incapacità dell'organizzazione internazionale di difendere i propri principi, tra i quali spiccano la prevenzione della guerra e la promozione della pace, quando questo compito rischia di suscitare le ire del padrone americano e dell'influentissima lobby israeliana. Non solo il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha tradito la Carta dell'Organizzazione e tutti i principi fondamentali del diritto internazionale mancando perfino di condannare il massacro di civili e l'attacco a istituzioni civili e quartieri residenziali compiuti da Israele; l'intero sistema delle Nazioni Unite ha gestito l'aggressione come una “guerra” tra due antagonisti relativamente simmetrici, in cui il più forte ha sufficienti giustificazioni per “difendersi” ma dovrebbe farlo in modo più proporzionato, mentre il più debole è principalmente responsabile di aver innescato il “conflitto armato”.

Adesso gli alti rappresentanti dell'ONU – con l'eccezione del Relatore Speciale per i diritti umani nei Territori Occupati, Richard Falk, che è una persona coraggiosa e dai saldi principi, e pochi altri – si stanno concentrando solo sulle “donne e bambini” vittime del massacro, insinuando anche se involontariamente che tutti gli uomini palestinesi di Gaza sono un bersaglio lecito per la macchina omicida di Israele. Le decine di poliziotti palestinesi fatti a pezzi nelle prime ore del massiccio attacco dell'aviazione israeliana sono stati dunque più o meno liquidati dall'irresponsabile contabilità delle Nazioni Unite come “combattenti” dell'Hamas che potevano essere colpiti impunemente. E questo per non parlare dei tanti insegnanti, medici, operai, contadini e disoccupati uccisi dal bombardamento indiscriminato dei loro posti di lavoro, uffici pubblici, case e strade e che non sono stati inseriti nel numero delle vittime civili della baldoria omicida di Israele.

Ma soprattutto le dichiarazioni dell'ONU non solo riducono quasi mezzo milione di uomini palestinesi di quella costa misera, tormentata e occupata al rango di “militanti”, “combattenti” estremisti, o come i media occidentali incredibilmente ma tipicamente poco obiettivi preferiscono oggi chiamarli quando parlano dei crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati a Gaza da Israele, secondo il giudizio di alcuni esperti di diritto internazionale; li trattano anche come criminali già processati e condannati che meritano la pena capitale che Israele ha loro riservato. Non sono un esperto di storia della Nazioni Unite ma credo che tutto ciò segni un nuovo minimo storico e stabilisca un precedente disumanizzando un'intera popolazione maschile adulta in una regione di “conflitto” e giustificando dunque il suo massacro o almeno tacitamente perdonandolo. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, poiché questi stessi rappresentanti delle Nazioni Unite hanno sinistramente osservato in silenzio o perfino indirettamente giustificato, in un modo o nell'altro, l'assedio israeliano di Gaza che Falk ha descritto come un “preludio al genocidio” paragonandolo ai crimini nazisti.

Volendo essere magnanimi e concedere a quegli alti funzionari dell'ONU il beneficio del dubbio – e io non lo raccomando, date le proporzioni del massacro e la loro dimostrabile complicità – si potrebbe ipotizzare che non sappiano come classificare le migliaia di vittime palestinesi ferite o uccise nella guerra di Israele contro Gaza. Una rapida lettura dei comunicati stampa dell'esercito israeliano e dei rapporti delle organizzazioni dei diritti umani, tuttavia, escludono immediatamente la possibilità che la percentuale del 25% citata dalle Nazioni Unite sia la conseguenza dell'incompetenza patologica o dell'inettitudine tecnica che vengono normalmente riconosciute come marchi di fabbrica dell'organizzazione.

Un recente articolo pubblicato sul Washington Post, per esempio, citava le parole di un alto ufficiale dell'esercito israeliano: “L'Hamas ha molti aspetti e noi stiamo cercando di colpirne l'intero spettro, perché tutto è collegato e tutto sostiene il terrorismo contro Israele”. Un portavoce dell'esercito israeliano è andato oltre, dichiarando: “Tutto ciò che è affiliato all'Hamas è un bersaglio legittimo”. Dato che nel ghetto di Gaza l'Hamas è il partito di governo – dopo tutto è stato democraticamente eletto – e la sua rete di organizzazioni sociali e filantropiche è la principale fonte di servizi sociali per la popolazione assediata e impoverita, questo significa che tutte le infrastrutture civili di Gaza possono essere considerate “affiliate” all'Hamas: scuole pubbliche, ospedali, università, organi giudiziari, polizia, vigili, impianti di trattamento dei liquami e di depurazione dell'acqua, ministeri che forniscono servizi vitali alla popolazione, moschee, teatri e molte istituzioni non-governative.

Se al lettore questa può sembrare un'esagerazione, gli ricordo che nelle prime ore del primo giorno del nuovo anno l'aviazione israeliana ha già bombardato a Gaza i seguenti “bersagli”: il Consiglio Legislativo Palestinese, il Ministero dell'Istruzione e il Ministero della Giustizia. In precedenza erano state polverizzate varie moschee. Lo stesso può dirsi degli edifici principali dell'Università Islamica di Gaza, frequentata da 20.000 studenti. Non sono state risparmiate neanche le ambulanze e le abitazioni private.

Perfino B'Tselem, l'importante organizzazione dei diritti umani di Israele che spesso diffonde rapporti epurati, “equilibrati” o selettivi concentrandosi sulla condotta meno criminale di Israele nei Territori Occupati, è stata costretta a concludere che l'esercito israeliano stava mirando intenzionalmente a “ciò che appaiono chiaramente come bersagli civili” “non impegnati in un'azione militare contro Israele”, senza fare distinzione tra civili di sesso maschile e femminile. In un rapporto dell'organizzazione diffuso il 31 dicembre stava scritto:

Per esempio l'esercito ha bombardato l'edificio della polizia a Gaza uccidendo, a quanto risulta, 42 palestinesi che frequentavano un corso di addestramento e si trovavano in formazione al momento del bombardamento. I partecipanti al corso studiano primo soccorso, gestione dei disordini, diritti umani, protezione civile e via dicendo. Dopo il corso gli agenti vengono assegnati ai vari corpi di polizia di Gaza responsabili del mantenimento dell'ordine pubblico.

Un altro esempio è il bombardamento di ieri delle sedi del governo. Tra queste il Ministero degli Esteri e il Ministero del Lavoro, dell'Edilizia e delle Abitazioni. Un annuncio fatto dall'Ufficio del portavoce [dell'esercito israeliano] a proposito di questo attacco dichiarava che “L'attacco era una risposta al lancio di razzi e di proiettili di mortaio effettuato dall'Hamas sul territorio israeliano, e rientrava nell'ambito di operazioni [dell'esercito israeliano] per colpire le infrastrutture governative dell'Hamas e membri attivi nell'organizzazione”.

Per convincere il lettore medio occidentale che potrebbe aver interiorizzato in tutti questi anni la percezione degli israeliani – erroneamente e deliberatamente descritti dalla propaganda occidentale ed israeliana come parte dell'“Occidente” – come esseri umani a tutti gli effetti e dei palestinesi come solo relativamente umani (come quasi tutte le popolazioni del sud del mondo) forse è necessario rovesciare la situazione.

Pensate se la resistenza palestinese, nell'esercitare il suo diritto peraltro perfettamente legittimato e sancito dalle Nazioni Unite di combattere l'occupazione e l'apartheid israeliani, dovesse considerare tutte le istituzioni “affiliate” al governo israeliano come bersagli legittimi, giustificando il bombardamento di università, ospedali, ministeri, sinagoghe, aree in cui vivono membri dell'esercito o del governo e altri “bersagli” civili, uccidendo in soli cinque giorni 1600 israeliani e ferendone 8000 (quattro volte l'attuale bilancio delle vittime a Gaza, visto che la popolazione di Israele è quattro volte più grande). Cosa farebbero le Nazioni Unite? Conterebbero solo le donne e i bambini? Solleciterebbero entrambe le parti a “esercitare moderazione” o a “porre fine alla violenza”?
E si pensi che moralmente, e anche legalmente, i ruoli non sono perfettamente invertiti, perché Israele resta comunque l'occupante e oppressore coloniale, mentre i palestinesi autoctoni restano i colonizzati e oppressi.

La verità è che la dirigenza delle Nazioni Unite, nel mondo unipolare in cui ancora viviamo e che forse si sta trasformando in uno spazio multipolare, si limita ad avallare i precetti statunitensi. Ban Ki-moon verrà ricordato come il Segretario Generale più remissivo e meno moralmente qualificato che abbia mai guidato l'organizzazione internazionale. Resta solo da vedere se un giorno lui e i suoi colleghi verranno incriminati per complicità nei crimini di guerra di Israele insieme ai leader degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di molti regimi arabi. In un mondo più giusto, governato dallo stato di diritto e non dalla legge della giungla imposta dagli Stati Uniti, dovrebbe essere così.

Originale da: Is the UN complicit in Israel's massacre in Gaza?

Articolo originale pubblicato il 1° gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

Eine Kleine Nacht Murder: Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

di Gilad Atzmon

Per capire l'ultima devastante omicida operazione di Israele a Gaza bisogna comprendere profondamente l'identità israeliana e il suo intrinseco odio verso chiunque non sia ebreo e in particolare verso gli arabi. Questo odio permea il curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici ed è implicito nelle loro azioni, è espresso dalle figure culturali di riferimento, perfino nello schieramento della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni Settanta. Quelli della mia generazione adesso occupano posizioni di rilievo nell'esercito, nella politica, nell'economia, nel mondo accademico e nelle arti di Israele. Ci hanno addestrati a credere che “un buon arabo è un arabo morto”. Poche settimane prima che entrassi nell'Esercito di Difesa israeliano (IDF), all'inizio degli anni Ottanta, il Capo di Stato Maggiore Generale Rafael Eitan annunciò che “gli arabi erano scarafaggi drogati dentro una bottiglia”. La passò liscia, e la passò liscia anche dopo il massacro di molte migliaia di civili libanesi nella Prima Guerra del Libano. In breve, gli israeliani riescono sempre a farla franca.

Per fortuna, e per ragioni che ancora superano la mia comprensione, a un certo punto mi svegliai da quel letale sogno ebraico. A un certo punto lasciai lo Stato ebraico, mi sottrassi all'incitazione all'odio, divenni oppositore dello Stato ebraico e di qualsiasi altra forma di politica ebraica. Sono però profondamente convinto che sia mio dovere primario spiegare a chiunque sia disposto ad ascoltami con chi abbiamo a che fare.

Se il Sionismo doveva servire a trasformare gli ebrei e, “dando loro uno Stato”, renderli uguali a tutti gli altri popoli, ha fallito miseramente. La barbarie israeliana che abbiamo visto questa settimana e troppe volte in passato va ben oltre la bestialità. È uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

A Occidente non molte persone sono consapevoli del fatto devastante che uccidere arabi e in particolare palestinesi sia una ricetta politica israeliana molto efficace. Gli israeliani sono un popolo confuso. Mentre insistono a considerarsi una nazione alla ricerca di “Shalom” [1], adorano però essere guidati da politici con sorprendenti trascorsi criminali. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani apprezzano che i loro “capi democraticamente eletti” siano falchi bellicosi con le mani grondanti di sangue e con solide credenziali in fatto di crimini contro l'umanità.

Mancano poche settimane alle elezioni in Israele, e a quanto pare sia il candidato di Kadima, il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, che il candidato laburista, il Ministro della Difesa Ehud Barak, arrancano dietro il candidato del Likud, il famigerato falco Benjamin (Bibi) Netanyahu. Livni e Barak hanno dunque bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani di sapersela cavare con i massacri.

Livni e Barak devono dare agli elettori la dimostrazione concreta di essere in grado di compiere carneficine devastanti, così che gli israeliani possano fidarsi dei loro capi. È la loro unica possibilità di farcela contro Netanyahu. A quanto pare Livni e Barak stanno sganciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi e sulle loro scuole e ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente gli israeliani non sono noti per la loro clemenza e misericordia. Anzi, la vendetta e le ritorsioni li appagano, la loro ferocia illimitata li rallegra. Quando all'ex Comandante dell'aviazione israeliana Dan Halutz fu chiesto come fosse sganciare una bomba su un popoloso quartiere di Gaza, la sua risposta fu secca e precisa: “È come un leggero colpo sull'ala destra”. La mortale freddezza di Dan Halutz gli guadagnò di lì a poco la promozione a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Difesa israeliano. È stato il Generale Halutz a guidare l'esercito israeliano nella Seconda Guerra del Libano, è stato quest'uomo a mettere in atto la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto pare, nella politica israeliana il sangue arabo si traduce in voti. Sarebbe ovviamente ragionevolissimo accusare Livni, Barak e l'attuale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ashkenazi di omicidio di primo grado, crimini contro l'umanità e palese violazione della Convenzione di Ginevra. Ma sarebbe ancora più sensato ricordare che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo, e deve scorrere abbondante. Questa costante pratica omicida condotta dalle autorità israeliane riflette tutto il popolo israeliano ancor più che i singoli generali e capi politici. Abbiamo a che fare con una società barbara che agisce sotto la spinta della sete di sangue e di inclinazioni letali. Non dovrebbe esserci alcun dubbio, non c'è spazio per questa gente tra gli altri paesi.

La grande domanda è perché gli israeliani siano così alieni da qualsiasi principio di umanità. I più generosi e ingenui tra noi potranno ipotizzare che la Shoah abbia lasciato una profonda cicatrice nell'animo israeliano. Questo può spiegare perché gli israeliani stiano ossessivamente coltivando quel ricordo con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più”, intendendo che Auschwitz non dovrebbe accadere mai più, e questo in qualche modo li autorizza a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I realisti tra noi non credono più a questa spiegazione. Cominciano ora ad ammettere che sia più che possibile che gli israeliani siano così incredibilmente feroci solo perché sono fatti così. Va ben oltre la razionalità o le ipotesi pseudo-analitiche. Dicono: “così sono fatti gli israeliani, e non possiamo più farci molto”. I realisti tra noi giungono ad ammettere che uccidere è il modo in cui gli israeliani interpretano il loro essere ebrei. Purtroppo molti di noi hanno finito per riconoscere che non esiste un sistema laico e alternativo di valori umani che sostituisca quello criminale e omicida. Lo stato ebraico dimostra che l'autonomia nazionale ebraica è un concetto disumano.

Sono cresciuto nell'Israele post-1967. Sono stato allevato all'indomani della mitica vittoria israeliana, ci hanno insegnato il culto dell'israeliano che “spara senza prendere la mira” e reagisce d'istinto, del commando che scarica i suoi mitragliatori Uzi sugli arabi e riesce a vincere contro quattro eserciti in soli sei giorni.

Ci ho messo vent'anni a capire che l'israeliano che “spara senza prendere la mira” era in realtà un maestro degli omicidi indiscriminati. Barak era uno degli eroi del 1967, ed era un maestro delle uccisioni indiscriminate. A quanto pare il gabinetto israeliano ha appena approvato il suo piano per la più grande offensiva su Gaza dal 1967. Livni è più o meno mia coetanea, e a quanto pare ha assimilato il messaggio. Sta ora accumulando le necessarie credenziali di omicida indiscriminata. Barak e Livni stanno trascinando Israele e la Palestina in una campagna elettorale fatta di massacri. Il sangue arabo e palestinese è il carburante della politica israeliana.

Posso solo suggerire a Livni e Barak che tutto questo potrebbe non aiutarli nelle prossime elezioni. Netanyahu è un vero autentico falco. Non deve fingere di essere un assassino, e per quanto io possa disprezzarlo non ha ancora trascinato Israele in una guerra. Probabilmente capisce meglio di loro il potere della deterrenza.

[1] Quando si parla di pace, non confondete “shalom” con “pace” o “salam”. Se pace e salam si riferiscono alla riconciliazione e al compromesso, shalom significa sicurezza per il popolo ebraico a scapito dell'ambiente circostante.

Originale: Eine Kleine Nacht Murder: How Israeli Leaders Kill for their People's Votes

Pubblicato il 29 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 29, 2008

La versione israeliana di "Shock and Awe"

L'offensiva su Gaza è la versione israeliana di “Shock and awe”
di Amos Harel, Haaretz

I fatti sul fronte meridionale che hanno avuto inizio alle 11.30 di sabato mattina sono quanto di più vicino ci sia a una guerra tra Israele e Hamas. È difficile accertare (geograficamente) dove arriverà la violenza e quanto durerà prima che l'intervento internazionale imponga una cessazione delle ostilità. In ogni caso l'attacco israeliano non è semplicemente un altra operazione “chirurgica” o un bombardamento mirato. È il più violento assalto dell'Esercito di Difesa israeliano contro Gaza dalla presa del territorio nella Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Fonti palestinesi a Gaza riferiscono che sono stati distrutti 40 obiettivi nell'arco di tre-cinque minuti. Si è dunque trattato di un attacco massiccio sulla falsariga di ciò che gli americani definirono “shock and awe”, colpisci e terrorizza, al tempo dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Bombardamento pesante e simultaneo di diversi obiettivi sui quali Israele aveva raccolto informazioni per mesi: la lista dei bersagli comprende decine di altri siti legati ad Hamas, alcuni dei quali verranno certamente attaccati nei prossimi giorni.

Come l'attacco statunitense contro l'Iraq e la reazione israeliana al rapimento dei riservisti dell'IDF Eldad Regev e Ehud Goldwasser all'inizio della Seconda Guerra del Libano (la “notte dei missili Fajr”, riferimento alla distruzione dell'arsenale di missili a medio raggio Fajr di Hezbollah), scarsa o nessuna attenzione è stata apparentemente prestata alla possibilità di colpire civili innocenti. Dal punto di vista israeliano, Hamas, che continua a lanciare razzi usando come scudo la popolazione civile, aveva avuto tutte le possibilità di salvare la faccia e abbassare il livello delle proprie rivendicazioni. Ostinandosi a lanciare razzi, nelle ultime settimane, si sarebbe tirata addosso questo attacco.

La decisione finale sulla tempistica dell'operazione è stata presa sabato mattina nel corso di consultazioni tra il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore dell'IDF e i generali dell'esercito. Il gabinetto ha approvato l'attacco nell'ultima riunione di mercoledì. Da allora il governo ha atteso l'occasione per colpire. A quanto pare, un'informazione dei servizi secondo cui i membri del braccio militare di Hamas stavano per riunirsi ha velocizzato il processo decisionale che ha portato al via libera. Secondo le prime notizie da Gaza, sono stati colpiti vari alti rappresentanti di Hamas. Tuttavia dev'essere ancora stabilita la portata dei danni inflitti alla dirigenza del gruppo. L'obiettivo di Israele è chiaro: infliggere il colpo più grave possibile alla catena di comando di Hamas per metterne fuori uso le capacità operative. Presumibilmente ciò non impedirà lanci di razzi sulle città del Negev, ma probabilmente renderà più difficile ad Hamas condurre attacchi più gravi contro Israele.

Da sabato pomeriggio l'aviazione israeliana mantiene una presenza significativa nei cieli di Gaza sperando di intercettare cellule lanciarazzi di Hamas e del Jihad islamico. Ma la pioggia di razzi caduta su Netivot (dove un israeliano è stato ucciso da un Grad che ha colpito in pieno la sua abitazione), Ashkelon e le comunità che confinanti con la Striscia di Gaza è solo un assaggio. La difesa israeliana si sta preparando a un'ondata di razzi che si prevede possa superare i 100 al giorno, alcuni dei quali probabilmente raggiungeranno la portata massima attualmente a disposizione di Hamas, 40 chilometri, una distanza che arriva fino ai margini di Be'er Sheva e Ashdod.

Sarebbe ragionevole supporre che Hamas si stia preparando a giocare un'altra sorpresa alla Hezbollah: da tentare di abbattere un aereo dell'aviazione israeliana al colpire siti strategici come il porto di Ashdod. Il Comando dell'IDF ha già organizzato uno spiegamento massiccio delle sue forze con il compito di istruire gli abitanti del Negev a restare in casa (l'urgenza di queste istruzioni è proporzionale alla vicinanza alla Striscia di Gaza). Inoltre sono state richiamate alcune centinaia di riservisti.

La riluttanza di Israele ad agire contro Hamas ha le sue radici nel trauma della Seconda Guerra del Libano. Il grande problema, naturalmente, non è legato alle capacità operative dell'aviazione, ma all'opportunità di lanciare o no un'invasione via terra. Il governo deciderà in questo senso? E l'IDF è capace di condurre un tipo di missione che fallì contro Hezbollah? È ragionevole supporre che la situazione diventerà più chiara tra tre o quattro giorni. Fino ad allora, ci sia aspetta che l'aviazione continui il proprio assalto, che sarà assistito dalla limitata attività di unità relativamente piccole a terra.

Per come stanno andando le cose, Israele si è prefisso obiettivi modesti: indebolire il regime di Hamas a Gaza e ripristinare una tregua prolungata ai confini a condizioni più vantaggiose per noi dopo un compromesso imposto a livello internazionale. Hamas, con i suoi continui lanci sul Negev nelle ultime settimane, ha valutato male le intenzioni di Israele facendosi trascinare in una guerra che difficilmente voleva. Adesso Israele deve fare attenzione a non cadere nella propria trappola.

Originale: IAF strike on Gaza is Israel's version of 'shock and awe'

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, dicembre 28, 2008

Testimoni internazionali raccontano il bombardamento di Gaza

Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitate il sito http://www.FreeGaza.org oppure a contattare le persone elencate in fondo all'articolo.

(Gaza assediata, Palestina - 27 dicembre 2008) - Difensori dei diritti umani di Libano, Regno Unito, Polonia, Canada, Spagna, Italia e Australia si trovano a Gaza, dove sono testimoni dei bombardamenti in corso.

A causa della politica israeliana di negare l'accesso ai media internazionali, ai difensori dei diritti umani e alle agenzie di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza Occupata, molti di questi difensori dei diritti umani sono arrivati a Gaza con le barche del Movimento Free Gaza. Le barche di Free Gaza hanno spezzato l'assedio di Gaza cinque volte negli ultimi quattro mesi.

“Al momento degli attacchi mi trovato sulla via Omar Mukhtar e ho visto un ultimo razzo colpire la strada a 150 metri da me, dove la folla era già accorsa per estrarre i morti dalle macerie. Ambulanze, camion, auto, tutti i mezzi vengono usati per portare i feriti agli ospedali. Gli ospedali hanno dovuto evacuare i loro pazienti per fare spazio ai feriti. Mi hanno detto che negli obitori non c'è abbastanza posto per i cadaveri e che c'è una grande carenza di sangue nelle banche del sangue. Ho appena saputo che tra i civili uccisi oggi c'era la madre dei miei cari amici del campo di Jabalya”.
- Eva Bartlett (Canada), Movimento di Solidarietà Internazionale

“I missili israeliani hanno colpito un campo giochi e l'affollato mercato di Diere Balah, abbiamo visto le conseguenze, molti erano feriti e a quanto si dice alcuni sono morti. Tutti gli ospedali della Striscia di Gaza sono già pieni di feriti e non hanno né i farmaci né le possibilità di curarli. Israele sta commettendo crimini contro l'umanità, sta violando il diritto internazionale e i diritti umani, ignorando le Nazioni Unite e progettando attacchi ancora peggiori di questo. Il mondo deve agire immediatamente e intensificare gli appelli per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele; i governi non devono limitarsi alle parole di condanna ma porre freno subito e attivamente a Israele e togliere l'assedio di Gaza”
- Ewa Jasiewicz (polacca e britannica) Movimento Free Gaza

“L'obitorio dell'ospedale di Shifa non ha più posto per i cadaveri, così cadaveri e resti umani sono sparsi per tutto l'ospedale.”
- Dr. Haidar Eid, (palestinese, sudafricano) Professore di Studi Sociali e Culturali, Università di Al Aqsa, Gaza

“Le bombe hanno cominciato a cadere proprio mentre i bambini tornavano da scuola. Sono uscito sulle scale e una bambina terrorizzata di cinque anni si è precipitata tra le mie braccia singhiozzando”.
- Sharon Lock (australiana) Movimento di Solidarietà Internazionale

“È incredibilmente triste. Questo massacro non porterà a una maggiore sicurezza per lo Stato di Israele né gli permetterà di far parte del Medio Oriente. Adesso ovunque si sentono chiamate alla vendetta”.
- Dr. Eyad Sarraj - Presidente del Centro di Salute Mentale della Comunità di Gaza

“Mentre sto parlando hanno appena colpito un edificio a 200 metri da qui. C'è fumo ovunque. Stamane ero andata nell'edificio vicino a dove vivo, a Rafah, che era stato colpito. Due ruspe hanno cercato subito di sgombrare le macerie. Pensavano di avere trovato tutti i corpi. Quando siamo arrivati ne hanno trovato un altro”.
- Jenny Linnel (britannica) Movimento di Solidarietà Internazionale

“La casa in cui sto è situata davanti all'edificio di sicurezza preventiva. Si sono rotti tutti i vetri delle finestre. La casa è stata gravemente danneggiata.
A causa dell'assedio non ci sono né vetro né materiali edilizi per riparare i danni. Un ragazzino nella nostra casa è svenuto. Un ragazzino di otto anni è rimasto tremante a terra per un'ora. Di fronte alla nostra casa abbiamo trovato i corpi di due ragazzine sotto una macchina, completamente carbonizzate. Stavano tornando a casa da scuola. Questo è più di una punizione collettiva. Ci trattano come animali da laboratorio. Ho vissuto il bombardamento israeliano di Beirut e il messaggio di Israele a Gaza è lo stesso, il massacro di civili. C'è appena stata un'altra esplosione, fuori!”
- Natalie Abu Eid (Libano) Movimento di Solidarietà Internazionale

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Difensori dei diritti umani a Gaza (disponibili per interviste):

Dr. Eyad Sarraj (arabo e inglese) 972 599400424

Ewa Jasiewicz, Co-coordinatrice di Free Gaza a Gaza (polacco, arabo, inglese) - 972 59 8700497

Dr. Haider Eid (inglese e arabo) 972 59 9441766

Sharon Lock (inglese) 972 59 8826513

Vittorio Arrigoni (italiano) 972 59 8378945

Fida Qishta (inglese e arabo) 972 599681669

Jenny Linnel (inglese) 972 59 87653777

Natalie Abu Shakra (arabo e inglese) 0598336 328

Per maggiori informazioni sul Movimento Free Gaza o o sul Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), contattare in Cisgiordania:

Adán Taylor (ISM) - 972 59 8503948

Lubna Masarwa (Free Gaza) - 972 50 5633044

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Il Movimento Free Gaza, un gruppo di difensori dei diritti umani, ha mandato due barche a Gaza nell'agosto del 2008. Sono state le prime navi internazionali a giungere in quel porto dopo 41 anni. Da agosto si sono svolti altri quattro viaggi che hanno portato a Gaza parlamentari, attivisti dei diritti umani e altre personalità perché documentassero le conseguenze delle misure draconiane applicate da Israele ai civili di Gaza.

Originale: International Witnesses speak out from Gaza

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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A proposito di Gaza

A proposito di Gaza

di Marc Lynch

L'opinione pubblica araba sta esprimendo la propria rabbia per i bombardamenti su Gaza. Una parte significativa di questa rabbia è diretta verso i leader arabi, che sono stati a lungo zitti e (secondo alcuni) complici di tutto questo. La foto qui sotto, del ministro degli esteri egiziano col primo ministro israeliano Livni, è diventata un simbolo di questa campagna. Mentre negli Stati Uniti, presi come sono dalle vacanze e dalle manovre di transizione, nessuno sembra prestare attenzione, consiglierei di vedere se la profonda rabbia araba che sta montando a proposito di Gaza esploderà... soprattutto in Egitto.



Due punti degni di nota. Primo, i media arabi sembrano dividersi lungo le ormai familiari linee editoriali, con al Jazeera e al Arabiya ad esemplificare i due approcci contrapposti. Se la campagna di bombardamenti sarà il preludio ad una più ampia offensiva a Gaza, sarà interessante se i media arabi si spaccheranno come accadde nei primi dieci giorni della guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah. In quel conflitto al Arabiya e gran parte dei media semiufficiali sauditi, egiziani e giordani tennero bassi i toni dei resoconti e diedero la colpa del conflitto soprattutto a Hezbollah, mentre al Jazeera trattò decisamente la crisi come una crisi regionale. Oggi [sabato, N.d.T.] vediamo una copertura completa dei bombardamenti di Gaza da parte di al Jazeera, mentre sul sito di al Arabiya questa mattina nessuna delle cinque notizie principali riguardava Gaza. Questo è solo un primo indicatore, ma date le attuali linee politiche di conflitto nella regione e i preparativi diplomatici israelian per l'offensiva con i leader arabi, potrebbe accadere di nuovo.

Secondo, non perdete di vista il Cairo. L'Egitto è stato al centro della rabbia araba nell'evolvere della crisi. È stato quello che ha fatto rispettare il blocco israeliano, ignorando un crescente coro di critiche politiche interne e in tutto il mondo arabo. I media egiziani e arabi e le forze politiche hanno lacerato il regime di Mubarak per mesi a proposito del blocco di Gaza. Oggi i Fratelli Musulmani hanno alzato la posta indicendo una inusuale protesta pubblica per oggi, che sarà capeggiata dalla Guida Suprema, Mohammed Mehdi Akef, ed è stata annunciata anche da un vistoso banner rosso che campeggia sul loro sito ufficiale. È molto probabile che si tratterà solo di un'altra protesta simbolica, ma contribuirà a creare un'atmosfera di crisi e non c'è modo di dire come le varie forze potranno reagire.

Originale: Speaking of Gaza

Pubblicato il 27/12/2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

AlQuds alArabi dice che la ragione per cui Hamas non ha evacuato le proprie postazioni di polizia e di sicurezza questo sabato, quando sono avvenuti i bombardamenti in cui sono rimaste uccise oltre 200 persone, compresi cadetti che assistevano ad una cerimonia di promozione nella sede della polizia di Gaza, è un atto di disinformazione trasmesso alla leadership di Hamas dalle autorità egiziane, che venerdì hanno assicurato ad Hamas che Israele non avrebbe lanciato un attacco entro breve.

Fonti interne ad Hamas e vicine al dottor Mahmoud Zahar hanno dichiarato ad alQuds alArabi che venerdì notte l'Egitto avrebbe informato Hamas che Israele intendeva aprire negoziati per un nuovo cessate-il-fuoco, e che non avrebbe lanciato un attacco contro la striscia di Gaza finché il Cairo non fosse riuscito a ottenere un nuovo accordo [di cessate-il-fuoco] tra Tel Aviv e le fazioni della resistenza. E secondo le fonti sarebbe stata questa rassicurazione del Cairo a impedire [alle autorità di Hamas] di evacuare queste postazioni di sicurezza. Le fonti hanno detto che il ministero degli interni di Hamas ha evacuato le postazioni di sicurezza ad ogni minaccia di attacchi israeliani, ma in questo caso non l'ha fatto per le assicurazioni della scorsa notte [la sera di venerdì] che Israele non avrebbe lanciato un attacco nelle successive 48 ore, considerando che il sabato è festività religiosa, e che un attacco alla striscia di Gaza non sarebbe cominciato quel giorno.


Le foto su alJazeera e altrove mostrano il massacro che ne è derivato.

(AlQuds alArabi riporta inoltre fonti diplomatiche secondo le quali il capo della sicurezza egiziano Omar Suleiman sarebbe stato in contatto con altri regimi arabi per informarli del piano di attacco israeliano, ulteriore indicazione della collusione tra i regimi arabi e Israele)

Originale: Remembering the sabbath day, to keep it holy

Pubblicato il 27/12/2008

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