Friday, August 08, 2008

Alcune considerazioni su Russia e Ossezia Meridionale

[nota: vorrei continuare a seguire la situazione in Ossezia Meridionale, che rischia di perdersi nel clima dei Giochi Olimpici. Comincio con la traduzione di un post di Winthrop360, un ottimo blog di analisi sulla Russia. In questo caso si tratta praticamente di appunti sparsi, che però offrono qualche utile spunto di riflessione. Nei prossimi giorni mi auguro di trovare alttri commenti interessanti, che tradurrò. Come pezzo introduttivo, consiglio il sempre ottimo Carlo Benedetti (storico inviato in URSS ed esperto di Russia e "conflitti congelati") su altrenotizie].

Alcune considerazioni su Georgia e Ossezia Meridionale.

- Le mosse della leadership georgiana sanno di vigliaccheria. Mikhail Saakashvili annuncia un cessate il fuoco alla televisione e minuti dopo le truppe georgiane cominciano a invadere la provincia. Ma allora?

- E questo alla vigilia delle Olimpiadi.

[...]

- Il petrolio BTC. Il famoso Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato fatto saltare in Turchia all'inizio della settimana e il suo gestore, BP, lo ha chiuso per riparazioni. Per coincidenza, la tratta georgiana dell'oleodotto è piena di petrolio: petrolio che fondamentalmente non ha un posto dove andare (guarda caso). Penso, con un buon grado di sicurezza, che la Georgia attingerà al petrolio BTC in territorio georgiano invocando un'"emergenza". Questo farà infuriare l'Azerbaijan e potrebbe nuocere al futuro progetto comune di bypassare la Russia con gli oleodotti.

- L'uso nelle dichiarazioni ufficiali di termini americani brevettati come "libertà" e "ordine costituzionale" da parte della leadership georgiana aumenta la possibilità che il dipartimento pubbliche relazioni riceva assistenza ufficiale o informale dagli americani.

- E poi, cos'hanno tutti questi alleati americani che dichiarano guerra e passano all'offensiva? Etiopia. Colombia. Separatisti cinesi. Adesso la Georgia.

- Se la Russia imponesse un bell'embargo alla Georgia, includendo le esportazioni energetiche, potrebbe essere una buona idea. Potrebbe farlo anche l'Azerbaijan.

- Intervento della SCO (Shanghai Cooperation Organization)? Improbabile (quell'alleanza non è ancora orientata in questa direzione)

- La Georgia cacciata dalla Comunità degli Stati Indipendenti? Penso sia probabile.

- Notando l'ambiguità dei georgiani, sono sempre più portata a pensare che abbiano avuto a che fare con la morte di Badri Patarkatsishvili.

- La Lituania aprirà un secondo fronte? Be', suona un po' ridicolo, ma se dev'esserci un secondo fronte è probabile che ad aprirlo sia la Lituania, magari alleandosi con Polonia ed Estonia. Potrebbe prendere di mira Kaliningrad costringendo la Russia a rispondere asimmetricamente. Anche se tutti e tre i paesi fanno parte della NATO, non penso che la NATO interverrà.

- L'obiettivo della Russia adesso è questo: via le truppe georgiane dall'Ossezia Meridionale. Potrebbero volerci giorni, o mesi.

- Si comincia una guerra o per disperazione o per convenienza. In questo caso la Georgia è disperata e pensa che si sia aperta una finestra di opportunità (la disponibilità del petrolio BTC e la distrazione offerta dai Giochi Olimpici).

- Ed è governata da un folle.

Ciò detto, penso che la presidenza di Saakashvili stia vacillando, e non mi sorprenderebbe se fosse rapidamente deposto.

Originale: winthrop360

Post originale pubblicato l'8 agosto 2008

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Saturday, May 17, 2008

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

di Dmitry Shlapentokh

Nei paesi eurasiatici sono recentemente apparsi vari film su Genghis Khan e su argomenti correlati. Ciascuno di questi film, e soprattutto la risposta del grande pubblico, segnala dei cambiamenti geopolitici in Eurasia e il desiderio dell'élite di etnia russa di svolgere un ruolo dominante nella Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico. Allo stesso tempo, l'interesse per Genghis Khan di alcuni intellettuali appartenenti alle minoranze etniche russe indica una persistente tensione etnica in Russia.

Si potrebbe ipotizzare che il crescente interesse per Genghis Khan possa essere attribuito semplicemente all'800° anniversario dell'ascesa del suo enorme impero. Questa spiegazione varrebbe per la Mongolia, dove l'anniversario nel 2006 è stato celebrato in pompa magna per affermare il nazionalismo post-comunista mongolo e dove è stato girato uno dei film su Genghis Khan. Ma l'uscita di vari film su Genghis Khan nei paesi eurasiatici non può essere spiegata solo con l'anniversario. Ha radici molto più profonde. Di fatto, l'aumento di interesse per questa o quella figura storica è legato a tendenze geopolitiche, a dichiarazioni di forza e alla centralità di una certa civiltà a scapito delle altre. I film su Alessandro Magno riflettono il desiderio degli Stati Uniti di imporre il proprio dominio sul Medio Oriente e in generale la propria centralità geopolitica, che un certo numero di americani identificano con il dominio sull'Occidente in generale. Il film 300, invece, si concentrava non sul trionfo degli eserciti greco-macedoni, ma sull'impresa disperata di 300 spartani contro la forza schiacciante dei persiani, indicando la percezione di un indebolimento degli Stati Uniti o, si potrebbe dire, dell'intero Occidente di fronte alla crescente pressione dell'Asia. Ecco perché i film su Genghis Khan sono diventati così popolari. Mentre Alessandro Magno incarna l'affermazione del potere dell'Occidente, Genghis Khan simboleggia l'ascesa e il dominio dell'Oriente. L'importanza di Genghis Khan come simbolo dell'Oriente vittorioso potrebbe spiegare perché Genghis Khan sia diventato una figura molto amata anche in quei paesi che furono devastati dalle orde dei guerrieri mongoli del Khan e dei suoi successori. Questo vale per il Giappone, che era una delle maggiori potenze economiche orientali e resistette faticosamente alle invasioni degli eserciti mongoli. Lo stesso potrebbe dirsi, in una certa misura, della Russia e di altri paesi asiatici dell'ex-Unione Sovietica.

L'interesse per Genghis Khan e la reazione del grande pubblico ai film su di lui indica un altro aspetto importante della vita post-sovietica nel territorio dell'ex-URSS. Indica che l'élite di etnia russa si considera ancora la forza dominante all'interno della Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico, nell'ambito del tradizionale modello eurasiatico. Allo stesso tempo, la visione alternativa del passato e del presente tra le minoranze russe dimostra la loro intenzione di sfidare questo modello.

L'autore di Mongol, Sergej Bodrov, ha dichiarato apertamente di essere stato ispirato da Lev Gumilëv. Gumilëv, figlio del grande poeta e critico russo Nikolaj Gumilëv e dell'ancor più celebre poetessa Anna Andreevna Gorenko (pseudonimo Anna Achmatova), ebbe una vita tragica e turbolenta. Non solo suo padre fu giustiziato (nel 1921) perché accusato di complotto antisovietico, ma anche la madre, con cui ebbe un rapporto molto teso, era stata perseguitata dalle autorità. Lo stesso Gumilëv trascorse del tempo in un campo di concentramento di Stalin.

Lev Gumilëv divenne celebre presso il grande pubblico solo durante l'era di Gorbačëv, alla fine della sua vita, quando acquisì notorietà praticamente da un giorno all'altro. Con alcune riserve, Gumilëv aveva seguito gli eurasiatisti storici, che erano emersi negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi e che credevano che la civiltà russa fosse una fusione unica di popoli slavi e turchi/mongoli. Secondo Gumilëv la Conquista Mongola non fu esattamente un'invasione di massa ma piuttosto una penetrazione che portò rapidamente a una sana simbiosi. Infine, e questo era l'aspetto più importante per Gumilëv e per gli altri eurasiatisti, i mongoli erano stati un popolo caratterizzato da una completa tolleranza religiosa e per questo motivo i russi giunsero a preferire l'ortodossia come identità nazionale. Infatti, se non avessero avuto la meglio i mongoli ma i cavalieri teutonici, la Russia sarebbe stata completamente latinizzata: convertita al cattolicesimo romano, sarebbe completamente scomparsa. Naturalmente i mongoli qui sono visti come una forza prevalentemente benigna. E secondo questa lettura non si può parlare di giogo mongolo/tataro.

Nel corso del tempo, secondo questa concezione, l'Impero Mongolo sperimentò una sorta di decadenza, e i mongoli alla fine passarono il testimone dell'impero ai russi. Nel contesto di questa teoria, l'impero russo non era altro che un impero mongolo-ortodosso. Infine il testimone fu passato all'Unione Sovietica. Rifacendosi a questa visione dell'impero mongolo, il regista non solo si è riferito direttamente a Gumilëv come forza ispiratrice, ma in un'intervista ha espresso altre osservazioni per spiegare al pubblico perché è stato scelto Genghis Khan e perché l'impero mongolo dovrebbe essere caro a tutti i russi. Ha detto che le persone di etnia russa dovrebbero capire che nelle loro vene scorre sangue mongolo/tataro e, implicitamente, che non esiste il sangue russo puro. In secondo luogo, il regista ha fatto riferimento ad Aleksandr Nevskij, il principe russo che sconfisse i cavalieri teutonici, che costituivano la vera minaccia mortale per la Russia, nella Battaglia del Ghiaccio (1242). Aleksandr Nevskij divenne una specie di fratello per il capo mongolo/tataro Batu, che conquistò la Russia. Ha anche riaffermato l'altro presupposto fondamentale della filosofia di Gumilëv, secondo il quale senza i mongoli i russi sarebbero stati assimilati dall'Occidente religiosamente, culturalmente ed etnicamente. La conquista mongola è vista non tanto come una conquista ma come una sorta di simbiosi tra popoli fraterni; e questo è assolutamente coerente con la visione di Gumilëv.

Dunque l'interesse per Genghis Khan, ha insistito il regista, non è dovuto solo all'aspetto drammatico degli eventi e al ruolo futuro dell'Asia (e qui ha fatto riferimento all'ascesa della Cina) ma anche al fatto che i mongoli gettarono le basi dello stato russo come nazione multiculturale e multiconfessionale. Infine c'è un altro motivo per cui Genghis Khan può essere apprezzato dai russi di oggi. Il film comincia mostrando l'infanzia di Genghis Khan, contrassegnata dalla tragedia e dall'umiliazione. Il giovane Genghis Khan viene catturato e ridotto in schiavitù, la sua bellissima moglie violentata. Sembra destinato all'assoluta oscurità, eppure risorge letteralmente dalle proprie ceneri: alla sua morte e durante i regni dei suoi successori i mongoli gungono a controllare il più grande impero continentale della storia umana. Bodrov allude al fatto che lo stesso si può dire del futuro della Russia: dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la Russia oggi risorge dalle proprie ceneri come forza di prima grandezza in Eurasia.

Un ultimo aspetto, ma non meno importante: nella fredda, calcolatrice figura di Genghis Khan, che costruisce meticolosamente un grande futuro per se stesso e per il suo popolo, si può intravedere il futuro di Vladimir Putin, che, cominciata la propria carriera come oscuro funzionario del KGB prima del crollo del regime sovietico, è giunto a detenere un potere quasi autocratico e vede se stesso come il creatore di una Russia potente e autonoma.

Questa immagine di Genghis Khan e del suo Impero Mongolo, se piace ad alcuni rappresentanti dell'élite russa, non si conforma ai progetti politici di altri. Un esempio è rappresentato dalle minoranze non-slave della Federazione Russia. L'eurasiatismo nella sua interpretazione tradizionale ha un atteggiamento di doveroso rispetto verso le minoranze etniche, e riconosce perfino che i russi di oggi non sono puri slavi, almeno dal punto di vista razziale o etnico. Tuttavia questi progetti politici suggeriscono che sono ai russi spetta il ruolo di “fratelli maggiori” in Russia e in Eurasia; ed è a loro che Genghis Khan e i suoi successori hanno passato il testimone. Questa interpretazione però non incontra i favori delle numerosi minoranze etniche della Federazione Russa, ciascuna con la propria visione ideologica e conseguentemente politica e socio-economica. Alcuni membri dell'élite di queste minoranze ritengono che i russi non solo debbano rinunciare a essere i “fratelli maggiori”, ma vadano perfino relegati al ruolo di “fratelli minori”. Alcuni pensano addirittura che i russi siano irrilevanti per lo spazio eurasiatico; di conseguenza, forniscono la propria lettura del passato storico.

Un regista di etnia jacuta ha proposto nel suo film una nuova visione di Genghis Khan. Il film riconosce che la Russia è il legittimo successore dell'impero di Genghis Khan. Tuttavia la Russia ha un ruolo subalterno. L'impero di Genghis Kahn, secondo questa interpretazione, era fondamentalmente uno stato turanico, e il popolo turanico non passò il testimone ai russi. Dominò lo spazio eurasiatico nel passato e lo fa nel presente; e gli jacuti, presentati qui come un popolo turanico, dovrebbero essere tra i dominatori dell'Eurasia/Russia.

Un corrispondente di Izvestija, che ha visitato la Jacuzia e intervistato il regista del film, ha scritto che questa visione degli jacuti come forza dominante della Russia/Eurasia non è un'astrazione: si ricollega all'ascesa del nazionalismo jacuto e alle condizioni umilianti degli abitanti di etnia russa della Jacuzia. È un fatto che oggi in Jacuzia tutti i buoni lavori sono nelle mani degli jacuti, e che i russi vengono discriminati sia nella professione sia nelle opportunità formative. L'articolo “Genghis Khan, mostra la tua vera faccia” ha destato reazioni molto forti: l'autore e Izvestija sono stati accusati di fomentare le tensioni etniche.

In queste due immagini contrastanti di Genghis Khan come costruttore di un impero russo o di uno stato turanico/asiatico è importante la reazione dell'uomo medio della Federazione Russa. E questa reazione indica profonde tensioni etniche o, più precisamente, socio-etniche all'interno dello stato. In questo la risposta del pubblico al film jacuto è particolarmente importante, e può essere seguita attraverso le polemiche in rete a proposito del film.

Dunque questo interesse per l'impero mongolo segnala uno spostamento globale verso l'Asia, che incombe sempre più come centro economico e potenzialmente geopolitico del mondo. Nell'ex-Unione Sovietica questa immagine dell'impero mongolo aveva una dimensione aggiuntiva: indicava il conflitto tra le vari parti dell'ex-URSS per conquistare la posizione dominante nello spazio post-sovietico. Nella Federazione Russia l'immagine dei mongoli ha a che fare con i conflitti tra etnia russa e minoranze. E i conflitti sono legati alle diverse interpretazioni dell'Impero Mongolo. Secondo la prima, il testimone dell'impero fu passato ai russi. Secondo l'altra, fu passato alle minoranze etniche oppure a nessuno. Le recenti violenze etniche in Russia, come a Kondopoga e a Stavropol, illustrano che queste diverse visioni dei rapporti tra russi e minoranze non sono solo legate a diverse visioni del passato ma hanno implicazioni potenzialmente molto serie per il destino della Federazione Russa.

Originale da: Caci Analyst


Articolo originale pubblicato il 28 novembre 2007

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Thursday, May 15, 2008

La reinterpretazione russa di Genghis Khan

La reinterpretazione russa di Genghis Khan
di Dmitry Shlapentokh

Genghis Khan e i suoi successori, i grandi conquistatori che crearono il più grande impero continentale del mondo – affascinano da secoli storici e scrittori. Tuttavia, praticamente in tutti i paesi che subirono le invasioni mongole, Genghis Khan non è stato quasi mai visto sotto una luce positiva e nessun paese ha mai cercato di farlo proprio.

La Russia, che è stata travolta dalle orde mongole negli anni 1237-1240, non ha fatto eccezione, almeno in epoca moderna: sia gli storici zaristi sia quelli sovietici rappresentavano invariabilmente i mongoli – chiamati tatari dai russi – come il male. E la lotta secolare contro i mongoli veniva pubblicamente esaltata. La situazione è cambiata durante l'era post-sovietica, quando all'improvviso vari settori dell'élite della Federazione Russa hanno cominciato ad associarsi direttamente o indirettamente con il grande guerriero mongolo e con il suo impero.

Piuttosto sorprendentemente – almeno a prima vista – alcuni hanno cominciato a vedere il conquistatore mongolo sotto una luce positiva. E questa tendenza, tra molte altre cose, si è manifestata anche nel recente film russo Mongol, che è appunto dedicato alla conquista mongola.

Si potrebbe naturalmente dire che la figura Genghis Khan, al di là della spettacolarità del film, attrae gli spettatori russi perché rappresenta il leader forte che tanto desiderano (e questa è una delle ragioni della popolarità di Vladimir Putin).

Però il pubblico russo non ha bisogno della figura di un capo mongolo. Potrebbe bastargli un personaggio russo che incarnasse queste caratteristiche. Anzi, i registi avrebbero potuto portare sul grande schermo un regnante russo come Ivan il Terribile o Pietro il Grande, e perfino Stalin. Dunque l'interesse per Genghis Khan non è dovuto solo alla predilezione dei russi per i leader forti, ma anche ad altre e più profonde ragioni; l'interesse per i mongoli deriva da un tentativo di creare un passato storico in grado di tenere assieme i vari gruppi etnici della Federazione Russa.

In era sovietica, le ideologie comuniste proclamavano che i vari gruppi etnici dell'URSS dovessero convivere principalmente sulla base dei loro legami sociali, politici e ideologici. Con la fine dell'Unione Sovietica l'ideologia comunista scomparve come forza aggregante. L'élite russa era alla ricerca di un sostituto ideologico che giustificasse la necessaria convivenza dei vari gruppi etnici anche nella Federazione Russa. E qui la dottrina dell'eurasiatismo torna molto utile.

L'eurasiatismo emerse negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi. I suoi sostenitori affermavano che i russi non solo non dovevano avere a che fare con l'Occidente, ma neanche con gli slavi. Secondo gli eurasiatisti i russi sono un misto di sangue slavo e turco e, in quanto etnia e civiltà a sé stante, sono legati con popoli a loro affini, cioè le minoranze della Russia/URSS.

Questi popoli sono cementati nella quasi-nazione e quasi-civiltà di “Eurasia” dalle grandi imprese della conquista mongola. Ed è qui che i mongoli in generale e Genghis Khan in particolare si sono trasformati da sanguinari invasori a costruttori dell'impero. Anzi, dal punto di vista degli eurasiatisti non c'era stata neanche una vera e propria conquista mongola, ma piuttosto una salutare “simbiosi” tra russi e mongoli. Inoltre, aspetto importantissimo per la storiografia eurasiatista, non c'era neanche stata una liberazione dal dominio mongolo/tataro: i mongoli avevano semplicemente passato ai russi il controllo del grande impero eurasiatico che avevano costruito.

Questo collegamento diretto tra i mongoli e la grande Russia pre-rivoluzionaria/sovietica – e il sogno che il ruolo dominante della Russia nella storia mondiale non sia perduto e possa essere riportato in auge come grande impero multietnico costituito da russi e da minoranze non slave – spiega la grande attrazione per la figura di Genghis Khan e costituisce il tema centrale del film.

Tuttavia questo tentativo di arruolare Genghis Khan a favore della grandezza imperiale della Russia ha incontrato la resistenza delle ancora numerose minoranze russe, i cui componenti e la cui influenza sono cresciuti nel periodo post-sovietico. Queste minoranze non hanno alcuna intenzione di essere i “fratelli minori” della Russia, e vedono Genghis Khan a modo loro. In Jacuzia, in Siberia, si sta infatti lavorando ad altri film su Genghis Khan.

L'autore del film ha messo in chiaro che Genghis Khan e la sua eredità non hanno niente a che fare con i russi ma piuttosto con gli jakuti e altri popoli asiatici e mongoli (nella sua interpretazione, la Jakuzia è una nazione turanica). Le implicazioni politiche del film sono chiare: la Jakuzia dovrebbe, se non essere del tutto indipendente, almeno avere una più ampia autonomia all'interno della Federazione Russa e acquisire il controllo delle proprie ricchissime risorse naturali.

L'élite russa è fortemente contraria a questa interpretazione di Genghis Khan, e un giornalista di Izvestija ha commentato ironicamente la decisione di trasformare Genghis Khan nella Jakuzia. L'autore dell'articolo ha preso in giro le manie di grandezza della Jakuzia, ma non si tratta semplicemente di ironia sulla megalomania dell'élite jakuta o sul suo desiderio di controllare le risorse naturali della repubblica.

Le implicazioni sono molto più serie: riconoscendo gli jakuti, e le altre minoranze di etnia e lingua turca della Russia, come unici eredi dell'impero mongolo, sono i russi che rischiano di essere relegati al ruolo di “fratelli minori”. E magari in questo nuovo assetto eurasiatico per loro potrebbe anche non esserci posto. Secondo l'autore dell'articolo di Izvestija, attualmente la Jakuzia sta sostituendo sistematicamente i russi con gli jakuti in tutti i lavori più ambiti.

Questa crescente pressione delle minoranze dalle diverse parti della Federazione Russia è stata rafforzata dalla paura dell'immigrazione non-slava dall'Asia Centrale, dal Caucaso e soprattutto dalla Cina. Per un numero sempre maggiore di russi è ormai chiaro che questa pressione non solo potrebbe relegarli al ruolo di “fratelli minori” in qualsiasi assetto geopolitico, ma addirittura porre fine alla loro esistenza in Eurasia.

E questo ha fatto sì che i russi siano tornati a vedere i mongoli, e in generale gli asiatici, come una minaccia mortale per la Russia e per il resto dell'Europa. E anche se dal punto di vista russo l'Occidente si è comportato in modo ostile e ingrato, la Russia è ancora logicamente in prima linea nella difesa della cristianità europea, ruolo che svolge fin dal XIII secolo.

Dmitry Shlapentokh, PhD, è professore associato di storia al College of Liberal Arts and Sciences, Indiana University South Bend. È l'autore di East Against West: The First Encounter - The Life of Themistocles (2005).


Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 ottobre 2007

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Friday, November 02, 2007

Divorzio di velluto in Cina

Divorzio di velluto in Cina
di M. K. Bhadrakumar

Pechino ha saggiamente scelto una città sub-provinciale sulle rive del fiume Songhua, nell'estremo angolo nord-orientale della Cina, come sede del terzo incontro trilaterale con i ministri degli esteri di Russia e India, ospitato per la prima volta la scorsa settimana dalla Cina.
Harbin, soprannominata la "Mosca d'Oriente", è una città alla quale la Russia e la sua cultura sono state a lungo intimamente associate. Gli stranieri che viaggiavano sulla ferrovia transiberiana alla fine degli anni Ottanta non potevano credere di trovarsi in Cina quando sei giorni dopo la partenza da Mosca arrivavano a Harbin. La chiesa di San Basilio nel centro cittadino, una copia dell'insieme architettonico della moscovita Piazza Rossa; la cucina russa; e perfino il dialetto locale infarcito di parole russe: tutto ricordava al viaggiatore la comunità bianca in fuga dalla furia della rivoluzione bolscevica del 1917.

Pechino ha sottilmente approfittato della vicinanza senza precedenti che oggi caratterizza le relazioni sino-russe. Ai margini dell'incontro trilaterale, il ministro degli esteri Yang Jiechi si è preso una pausa per inaugurare con la sua controparte russa Sergej Lavrov un nuovo monumento ai soldati sovietici caduti nella cina nord-orientale nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, combattendo contro "l'attacco militarista del Giappone contro la Cina... quando gli occupanti furono cacciati dal territorio cinese".

Giusto perché il simbolismo politico non sfuggisse a nessuno, durante la cerimonia Lavrov ha detto: "In alcuni paesi ci sono figure che stanno tentando di riscrivere la storia". Era chiara la frecciata contro il Giappone: un paese che si sta sempre più legando all'India su questioni di sicurezza asiatica. L'osservazione era dunque fortemente allusiva. Il fatto è che in questo curioso tango tra l'orso, il drago e l'elefante, negli ultimi tempi Nuova Delhi si trova sempre più distante da Mosca e Pechino sulle questioni della sicurezza e della stabilità globali e asiatiche.

La formula trilaterale Russia-Cina-India può anche essere stata un'idea di Mosca, ma il Cremlino non si attribuisce più il ruolo di catalizzatore per incentivare la comprensione tra Cina e India. Ciò che emerge è che la Russia è riuscita molto meglio dell'India ad accettare l'ascesa della Cina. L'incontro di Harbin ha messo in evidenza il fatto che la formula trilaterale è più che mai un accordo freddamente pragmatico, sebbene il portavoce del ministro degli esteri russo abbia affermato che "la piattaforma del dialogo in questa formula [diviene] già in sé un fattore importante dei processi politici nel mondo contemporaneo".

La divisione sulle sanzioni all'Iran
Il dialogo strategico trilaterale è stato messo alla prova, di fatto, già a 48 ore dall'incontro di Harbin. E l'ha fallita. I tre ministri degli esteri erano appena rientrati nelle loro capitali quando l'amministrazione Bush ha annunciato un regime di sanzioni senza precedenti contro l'Iran, etichettando gli organi di sicurezza iraniani come sostenitori del terrorismo internazionale e di fatto rendendo l'Iran un paese nemico in base alla legge statunitense.

Si è trattato proprio di quel genere di mossa "unilaterale" nella condotta degli affari internazionali che la trilaterale Russia-Cina-India apparentemente vuole condannare. Il comunicato congiunto dell'incontro di Harbin aveva appena sottolineato che "la globalizzazione ha portato a interrelazioni e interdipendenze più strette tra tutti i paesi e che bisognerebbe promuovere il multilateralismo e l'azione collettiva nell'affrontare questioni urgenti e nuove sfide e minacce".

Aspetto ancora più importante, i tre ministri degli esteri avevano appena sottolineato che "le Nazioni Unite sono l'organizzazione internazionale più rappresentativa e autorevole" nella gestione dei problemi e delle sfide che attendono la comunità mondiale. Dovrebbe essere chiarissimo che l'amministrazione Bush ha ancora una volta eluso le Nazioni Unite.

Non sorprende che Russia e Cina siano partite in quarta, criticando immediatamente la mossa statunitense. L'India invece è stata zitta. Che deliziosa ironia, qui. Ad Harbin i ministri degli esteri cinese e russo avevano appena ripetuto che attribuiscono "importanza alla posizione dell'India negli affari internazionali e comprendono e appoggiano la aspirazioni dell'India a un ruolo più importante nelle Nazioni Unite". O i due ministri degli esteri non avevano ben capito le "aspirazioni" della loro controparte indiana, o Nuova Delhi ha paura di alzare la voce contro l'amministrazione Bush. L'ultimo caso sembra il più probabile.

Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha recentemente descritto Bush come il presidente americano più "amichevole" che l'India abbia mai conosciuto. Delhi è comprensibilmente innervosita dal fatto che i negoziati sul patto nucleare tra India e Stati Uniti attraversino un momento delicato. Delhi non vorrebbe irritare la potente lobby israeliana negli Stati Uniti, che chiede a gran voce un cambio di regime in Iran. Dunque Delhi stima scaltramente che le relazioni con Teheran non siano poi così rilevanti se paragonate con ciò che può offrire il patto nucleare.

Sia Pechino che Mosca hanno osservato che l'ultima mossa di Bush contro il regime di Teheran non farebbe che complicare la soluzione della questione nucleare iraniana. Se Pechino ha espresso la sua disapprovazione, quella di Mosca è stata una sonora condanna. Nella sua dichiarazione il ministro degli esteri russo ha puntato il dito contro l'unilateralismo statunitense e ha ammonito "O lavoriamo insieme prendendo decisioni congiunte, o questa interazione [nella cornice del 'Cinque più Uno', i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non avrà alcun senso".

Commentando la questione durante una visita in Portogallo, il presidente russo Vladimir Putin è stato anche più tagliente: "Perché esacerbare adesso la situazione, spingendola in un vicolo cieco e minacciando sanzioni e azioni militari? Non credo che correre in giro come un pazzo con un rasoio in mano e brandendolo in tutte le direzioni sia il metodo migliore per risolvere problemi di questo tipo".

Emergono i limiti della trilaterale
La disarmonia sulla questione nucleare iraniana, o piuttosto le diverse priorità di relazione con gli Stati Uniti mettono in luce i limiti della formula trilaterale Russia-Cina-India. Il comunicato di Harbin conteneva una piccola curiosa frase che catturava l'essenza del momento. La cooperazione trilaterale, diceva il comunicato, "Cerca di ampliare il terreno comune tra interessi divergenti" (la frase era espressa in un inglese così lineare da far sospettare che fosse stata formulata dagli indiani).

Resta poco chiaro come sia possibile restare partner strategici pur perseguendo "interessi divergenti". Eppure proprio questo è alla base del dilemma che i tre paesi si trovano ad affrontare. È un'espressione del tutto nuova che non figurava nei due incontri trilaterali precedenti tra i ministri degli esteri di Russia, Cina e India svoltisi nel giugno del 2005 a Vladivostok e nel febbraio del 2007 a Nuova Delhi.

A un esame ravvicinato, appare chiaro che nel periodo successivo all'incontro di Vladivostok, la formula trilaterale Russia-Cina-India ha subito una trasformazione qualitativa costituita da una costante erosione. Contrariamente all'usuale tendenza alla coesione che caratterizza tali processi multilaterali, sembra che stia accadendo l'opposto. Ad Harbin il processo è entrato visibilmente in crisi.

Il comunicato di Vladivostok diceva che "L'India, la Russia e la Cina condividono un approccio comune ai cruciali sviluppi globali del 21° secolo e sono a favore di una democratizzazione delle relazioni internazionali mirata a costruire un giusto ordine mondiale basato sull'osservanza della legge internazionale, sull'equità, il rispetto, la cooperazione e il perseguimento del multipolarismo".

Tuttavia, quando i tre paesi si sono incontrati a Nuova Delhi, lo scorso febbraio, questa dichiarazione si era già diluita e ed era diventata una "convinzione che la democratizzazione delle relazioni internazionali sia la chiave per costruire un ordine mondiale sempre più multipolare basato sui principi dell'uguaglianza tra le nazioni - grandi e piccole -, del rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale dei paesi, la legge internazionale e il mutuo rispetto".

Il comunicato di Harbin adotta una prospettiva completamente diversa quando dice che "Lo sviluppo della Cina, della Russia e dell'India è un importante contributo alla pace e allo sviluppo della regione e del mondo e giova al processo del multipolarismo globale. I tre paesi hanno scelto i propri rispettivi percorsi di sviluppo secondo la loro situazione interna e le esperienze passate... Con il loro costante sviluppo e il ruolo crescente negli affari internazionali, la Cina, la Russia e l'India contribuiranno ulteriormente alla pace, alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità del mondo".

Vale a dire che i tre paesi hanno optato per le proprie rispettive scelte indipendenti sulla scena internazionale in accordo con le loro circostanze peculiari, mentre si spera che il loro ruolo negli affari mondiali si accrescerà. Ma che ne è dell'"approccio comune" sottolineato a Vladivostok come leitmotiv?

Punti di vista sulla sicurezza asiatica
L'incontro di Harbin evidenzia che sulle questioni vitali della sicurezza asiatica la Russia e la Cina la pensano allo stesso modo, mentre l'India si trova a una certa distanza dai due partner. La prima questione riguarda lo sviluppo dei sistemi statunitensi di difesa anti-missile in Asia. Alla vigilia dell'incontro di Harbin, Lavrov ha sottolineato le preoccupazioni che la Russia condivide con la Cina a proposito della cooperazione tra Giappone e Stati Uniti sul programma di difesa missilistica.

Ha dichiarato: "Ci opponiamo alla costruzione di sistemi di difesa anti-missile volti a conseguire superiorità militare. L'impiego di questo genere di sistemi può innescare una corsa agli armamenti su scala regionale e globale. Si minano così le basi della stabilità strategica, con un aumento dell'imprevedibilità nell'importantissimo ambito del mantenimento dell'equilibrio globale.

Lavrov si è interrogato sugli "scopi reali" di Giappone e Stati Uniti e ha poi osservato: "Molti esperti suggeriscono che un tale sistema di difesa missilistica, essendo un elemento dello scudo missilistico globale americano, potrebbe essere usato anche contro le armi strategiche russe e cinesi".

In seguito, in una conferenza stampa con le controparti russa e indiana, Yang ha analogamente criticato i piani degli Stati Uniti volti a dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale, dicendo che questo non solo mancherebbe di alleviare le preoccupazioni sulla sicurezza globale, ma minerebbe l'equilibrio strategico mondiale. Invece il ministro degli esteri indiano si è limitato a dire che l'India non aveva progetti di cooperazione con il sistema di difesa anti-missile statunitense. Ha dunque mantenuto un atteggiamento reticente per non essere trascinato in una critica dei piani USA.

Il problema per la Russia e la Cina è che la posizione indiana resta ambigua. Certo, per ora l'India non ha alcuna collaborazione in quanto tale con il sistema anti-missile americano, che è ancora in fase di sviluppo. Però il governo indiano continua a discutere con gli Stati Uniti sull'ambito di questa collaborazione. Nelle dichiarazioni al parlamento indiano il governo ha riconosciuto che con il Pentagono sono in corso discussioni di questo tipo. Un alto funzionario del Dipartimento di stato americano, durante una recente visita a Nuova Delhi, ha detto chiaramente che l'India dovrebbe appoggiare il sistema di difesa anti-missile americano, che la metterebbe in grado di fronteggiare efficacemente la minaccia missilistica cinese.

In secondo luogo, dal punto di vista di Cina e Russia, una questione altrettanto grave è costituita dalla crescente militarizzazione del Giappone all'interno dell'alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti. Alla vigilia del suo arrivo ad Harbin, Lavrov si è particolarmente risentito della decisione congiunta di Washington e Tokyo di ampliare la loro alleanza militare per includere anche le questioni della sicurezza globale e regionale.

Ha affermato che per essere fattibile la cooperazione in materia di sicurezza dovrebbe funzionare in collaborazione con "altre strutture e altri protagonisti della regione" e dovrebbe essere "sincronizzata con impegni collettivi volti a mantenere la sicurezza nella regione". Lavrov ha ammonito che la militarizzazione del Giappone potrebbe "avere conseguenze negative sulla stabilità della regione" e suscitare una reazione russa.

In terzo luogo, Lavrov si è anche espresso sulla logica del nuovo "triangolo politico-militare" nella regione Asia-Pacifico che coinvolge Stati Uniti, Giappone e Australia. Lavrov ha evitato qualsiasi riferimento diretto all'India, anche se la portata di quanto ha dichiarato non è sicuramente sfuggita a Nuova Delhi. L'India ha preso parte a un "dialogo strategico" con questi tre paesi dell'Asia-Pacifico. Recentemente l'India ha partecipato a esercitazioni navali su vasta scala con questi paesi nel Golfo del Bengala: si è trattato della prima esercitazione militare indiana di stampo multilaterale, con la partecipazione di portaerei e sottomarini americani.

Lavrov ha espresso la critica che una "struttura chiusa" nell'Asia-Pacifico (gli analisti strategici indiani la definiscono curiosamente un'"alleanza quadripartita" o una "NATO asiatica") non può condurre alla stabilità regionale. Ha dichiarato che "Una struttura chiusa di alleanze politiche e militari fa sì che i paesi vicini che non ne fanno parte si interroghino sulle motivazioni di queste alleanze e sui loro nemici".

La disarmonia russo-indiana
Lavrov ha praticamente riecheggiato la protesta diplomatica cinese di qualche mese fa contro Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi sulla ragion d'essere del loro dialogo strategico. Ha poi proseguito liquidando la nuova struttura d'alleanza nell'Asia-Pacifico come "approccio controproducente che non sarà in grado di accrescere la fiducia nella regione e assai probabilmente porterà a risultati contrari alle aspettative dei paesi partecipanti".

Lavrov ha poi riecheggiato nuovamente il pensiero di Pechino quando ha criticato il Giappone per la sua concezione di un "arco di libertà e prosperità" nell'Asia-Pacifico (idea vigorosamente esposta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel suo discorso al Parlamento indiano, in agosto). Lavrov ha consigliato a Tokyo di assimilare bene quello che è accaduto in Iraq, di "distanziarsi dall'ideologia e concentrarsi invece su comprensibili e reali interessi". Ha ammonito che il perseguimento da parte del Giappone di relazioni con i paesi del cosiddetto arco non dovrebbe "interferire con gli interessi di altri" nella regione.

È estremamente significativo che Lavrov sia rimasto fedele a questa linea anche mentre Stati Uniti, Giappone, Australia e India stavano verosimilmente per avviare il quarto round del loro nuovo dialogo strategico. Secondo i giapponesi, c'è perfino l'intento di portare l'intesa a livello ministeriale.

Forse mai prima nella saga delle relazioni russo-indiane è apparsa una tale grave contraddizione tra i rispettivi punti di vista sulla sicurezza asiatica. Mosca ha praticamente dichiarato il proprio allineamento con Pechino in qualsivoglia strategia di "contenimento" nei confronti della Cina ispirata dagli Stati Uniti. Dal tenore degli esaurienti commenti di Lavrov è chiaro che Nuova Delhi dovrà impegnarsi molto per stabilire i pro e i contro di un ulteriore coinvolgimento nell'intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia.

Ciò che bisogna comprendere è che alla base della potenziale divergenza tra India e Russia ci sono i rispettivi punti di vista sull'ascesa della Cina. Come l'India, anche la Russia capisce che l'influenza della Cina nell'Asia-Pacifico è cresciuta in misura impressionante in tempi recenti. La Russia ha preso nota di una Cina ottimista e fiduciosa, che soprattutto nell'anno o nei due anni passati ha cominciato a mostrare una nuova strategia e una nuova comprensione della sicurezza asiatica in termini di cooperazione economica e commerciale basata sulla capacità della Cina di contribuire alla generale prosperità dell'Asia. Chiaramente la situazione economica asiatica non sarebbe più così florida in assenza della Cina.

Ma i punti di vista della Russia e dell'India al proposito divergono in quanto la Russia non ritiene che una più forte influenza della Cina nella regione possa indebolire in alcun modo l'influenza russa. Anzi, Mosca stima che un ruolo più importante della Cina in Asia aumenti l'influenza della Russia in quella regione. E sarà sempre più così, dal punto di vista russo, quanto più la cooperazione regionale nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization acquista forza e i rapporti di collaborazione tecnico-militare a vari livelli tra la Russia e la Cina diventano più stretti. Come ha scritto recentemente un opinionista russo, "Il successo della Cina [in Asia] non ha lasciato nessuno a mani vuote".

Questo, naturalmente, non è l'unico fattore che sta dietro l'indebolimento della trilaterale Russia-Cina-India evidenziato dall'incontro di Harbin. Bisogna tener conto di altri due fattori. Innanzitutto Mosca ha cominciato a notare la graduale trasformazione della politica estera indiana sotto l'attuale governo, che soprattutto negli ultimi due o tre anni è incline ad attribuire priorità all'intesa strategica con gli Stati Uniti.

Mosca non ignora, storicamente parlando, che la scelta naturale dell'élite politica anglofona di Delhi è sempre stata guidata dall'affinità con l'Occidente, e che semmai era l'Occidente a non essere pronto ad accogliere l'India nel periodo della Guerra Fredda. Mosca può anche aver previsto che nell'attuale epoca di globalizzazione l'Occidente avrebbe rivalutato l'India. Allo stesso modo, la Russia non è estranea alla mentalità asiatica e dovrebbe essersi accorta di ciò che era così evidente, e cioè che la crescente emigrazione degli strati sociali più alti verso il Nord America avrebbe infine spinto l'élite indiana ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Mosca però fino a poco tempo fa tendeva a credere che l'India sarebbe stata capace di conservare una politica estera indipendente, anche se il pragmatismo richiedeva legami più stretti con gli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. Sembra che Mosca recentemente abbia cominciato a chiedersi se l'India si stia sventuratamente accingendo a diventare un alleato dell'America.

Mosca sa anche che Delhi ultimamente ha consentito che le relazioni russo-indiane scivolassero in uno stallo. Le relazioni economiche ristagnano. Le relazioni tra i popoli si sono atrofizzate e gli scambi politici hanno perso brio. La cooperazione militare ha incontrato dei problemi. Mosca deve aver cominciato a percepire che il patto nucleare tra India e Stati Uniti fornisce a questi ultimi la possibilità di entrare alla grande nel mercato delle armi indiano e di stabilire sinergie tra le forze armate dei due paesi. Ciò di fatto significherà un'erosione del ruolo tradizionale della Russia nella fornitura d'armi all'India.

Ciò che sconcerta Mosca è soprattutto il fatto che la collaborazione strategica tra Stati Uniti e India e il costante avvicinamento dell'India all'orbita geo-strategica americana si stiano verificando proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti e Russia continuano a peggiorare. Un'India non allineata, che nel proprio interesse nazionale stringesse legami con gli Stati Uniti, non sarebbe un problema per la Russia. La Russia ha invece dei problemi ad accettare l'idea di un'India spinta ad armonizzare la propria politica estera con le strategie globali americane, cosa che sembra sempre più probabile.

Crisi dei legami sino-indiani
Anche le recenti tensioni nei rapporti tra India e Cina hanno cominciato a gettare la propria ombra sulla trilaterale Russia-India-Cina. L'ottimismo del periodo 2000-2005 a proposito di un possibile balzo in avanti nelle relazioni sino-indiane è ormai sfumato. Anche la Cina percepisce che gli Stati Uniti stanno "tirando dentro l'India come strumento per il proprio schema strategico globale", anche se la Cina ama ancora ribadire la propria fiducia nel fatto che "il DNA dell'India non permetterà che diventi un alleato subordinato agli Stati Uniti come il Giappone o la Gran Bretagna".

Riassumendo, sia la Russia che la Cina valuteranno molto attentamente come il patto nucleare tra India e Stati Uniti e i crescenti legami strategici tra i due paesi influiranno sull'equilibrio strategico asiatico. L'India, d'altro canto, è più che mai decisa a evitare che la sua partecipazione alla trilaterale con Russia e Cina possa essere fraintesa dagli americani come una sfida asiatica alle strategie globali statunitensi.

A Harbin Yang ha fatto capire che la Cina è pronta ad aspettare l'India e che non ha fretta. Facendosi forte del proprio ruolo di anfitrione, ha affermato che "La cooperazione trilaterale ha fatto importanti progressi... negli ultimi anni sta aumentando il consenso sulle questioni internazionali e si stanno gradualmente sviluppando scambi pragmatici e una cooperazione non esclusivamente nel settore economico. L'incontro trilaterale è già diventato un'importante piattaforma grazie alla quale i tre paesi possono incentivare la reciproca fiducia politica, ampliare gli scambi e la collaborazione".

Yang ha anche detto che la cooperazione trilaterale ha "potenzialmente grandi prospettive" e che dunque è "necessario" rafforzarla. Lavrov finora è rimasto il più ottimista. Sulla scia dell'ottimismo di Yang ha affermato che "La piattaforma della troika sta davvero diventando un ulteriore punto di attrazione reciproca tra i nostri paesi e uno strumento per sviluppare la nostra reciprocamente vantaggiosa cooperazione". Ha sottolineato le posizioni comuni ai tre paesi su "questioni di principio come il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e l'approccio multilaterale negli affari mondiali, la necessità di riconoscere le realtà del multipolarismo, di democratizzare le relazioni internazionali e di combattere tutti i problemi attuali con strumenti collettivi".

Si è fatta notare la laconicità di Mukherjee alla conferenza stampa, dove ha evidentemente ridimensionato la portata della formula trilaterale affermando che l'incontro di Harbin aveva semplicemente facilitato uno scambio di punti di vista su questioni regionali e internazionali. Ha detto che la trilaterale "migliora la comprensione e la fiducia reciproca" in merito alle sfide comuni rappresentate dai conflitti regionali, dal terrorismo, dal narcotraffico, dal sottosviluppo, dalla povertà e dai cambiamenti climatici, e ha parlato dello sviluppo di "settori di interesse economico comune" e di "cooperazione in aree come l'agricoltura, la gestione dei disastri naturali e la salute".

Mukherjee ha riassunto l'incontro di Harbin definendolo un'"interazione molto utile". Ha aggirato questioni spinose come il multipolarismo e l'unilateralismo. È stato anche ben attento a non usare espressioni problematiche come "doppi criteri di giudizio".

L'ex primo ministro russo e importante orientalista Evgenij Primakov non avrebbe potuto prevedere un simile disparato esito quando dieci anni fa durante una visita a Nuova Delhi lanciò l'idea della trilaterale Russia-Cina-India.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/China/IJ31Ad01.html

Articolo originale pubblicato il 30 ottobre 2007

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Thursday, October 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

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