venerdì, agosto 07, 2009

La Cina ci prova nel Mar Nero

La Cina ci prova nel Mar Nero

M. K. Bhadrakumar

Come gli astrofili che la scorsa settimana hanno ammirato la più lunga eclissi solare totale del XXI secolo, gli osservatori diplomatici hanno avuto una giornata campale scrutando la penombra dei rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, che costituiscono uno dei fenomeni cruciali della politica mondiale di questo secolo.

Tutto è cominciato quando il Vice President degli Stati Uniti Joseph Biden ha scelto di far visita all'Ucraina e alla Georgia il 20-23 luglio per biasimare pubblicamente la Russia per la sua “idea ottocentesca di sfere di influenza”. Il viaggio di Biden nel turbolento “estero vicino” della Russia si è svolto a due settimane dalla visita epocale del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Mosca per “riavviare” le relazioni con la Russia.

Chiaramente la gita di Biden è stata presentata come un'energica dimostrazione di come l'amministrazione Barack Obama sia decisa a conservare l'impegno strategico degli Stati Uniti in Eurasia – un tirarsi su le maniche e prepararsi all'azione dopo lo scambio convenzionale di cortesie tra Obama e la sua controparte al Cremlino, Dmitrij Medvedev. Insomma, il chiaro messaggio di Biden era che l'amministrazione Obama intende sfidare energicamente la pretesa della Russia a essere la potenza dominante nello spazio post-sovietico.

Biden ha escluso qualsiasi “scambio di favori” con il Cremlino e qualsiasi forma di “riconoscimento” delle sfere di influenza della Russia. Ha impegnato l'amministrazione Obama a sostenere lo status dell'Ucraina come “parte integrante dell'Europa” e l'integrazione euro-atlantica del paese. Inoltre, in un'intervista con il Wall Street Journal, Biden ha parlato del fosco futuro della Russia in termini aspri, drammatici.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto prontamente in un'intervista al canale informativo russo Vesti, con sede a Mosca. Ha detto: “Spero che l'amministrazione del Presidente Obama darà seguito agli accordi raggiunti a Mosca. Crediamo che i tentativi di alcune persone interne all'amministrazione del Presidente Obama di riportarci tutti al passato, come ha fatto il Vice Presidente Joe Biden, noto uomo politico, non siano normativi”.

Ritorno al reaganismo
Ha aggiunto Lavrov: “L'intervista di Biden al Wall Street Journal sembrava copiata dai discorsi dei rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush”. Comunque è difficile liquidare Biden come voce falsa. Era stato Biden a parlare della necessità di “riavviare” le relazioni degli Stati Uniti con la Russia, risvegliando speranze a Mosca. E la visita a Mosca di Obama, agli inizi di luglio, era stata ampiamente interpretata come l'inizio formale del processo di “riavvio”.

Ora emerge che quel “riavvio” potrebbe riportare la politica statunitense nei confronti della Russia agli anni Ottanta e alla tesi trionfalista del presidente Ronald Reagan secondo la quale la Russia non era in grado di tener testa agli Stati Uniti, dati i suoi problemi demografici e la sua struttura economica gravemente difettosa, e che dunque maggiore fosse stata la pressione sull'economia russa e più conciliatoria Mosca sarebbe stata nei confronti degli Stati Uniti.

Come ha sintetizzato Stratfor, think-tank statunitense legato agli ambienti della sicurezza, il grande gioco sarà “spremere i russi e lasciare che la natura faccia il suo corso”.

Ci sono già segnali di questo approccio occidentale coordinato nei confronti della Russia nel progetto del “Partenariato Europeo” dell'Unione Europea che è stato svelato a Praga nel mese di maggio, che geograficamente comprende l'Armenia, l'Azerbaigian, la Georgia, la Moldova, la Bielorussia e l'Ucraina e che mira ad attirare verso Bruxelles questi stati post-sovietici di “importanza strategica” attraverso una matrice di aiuti economici, liberismo commerciale e regimi dei visti che non equivale a un ingresso nell'UE ma incoraggia efficacemente questi paesi ad allentare i legami con la Russia. Di fatto la spinta dell'Unione Europea ha già cominciato a erodere gli stretti legami della Russia con la Bielorussia e l'Armenia.

Mosca deve far fronte a una sfida immediata rappresentata dai risultati delle elezioni parlamentari in Moldova, dove l'ultimo partito comunista ancora al governo in Europa è stato spazzato via dai partiti di opposizione filo-europei. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno continuato a perseguire la tattica della pressione messa in atto con l'abortita “rivoluzione di Twitter” d'aprile in Moldova per forzare un cambiamento di regime che ponesse fine alla leadership del Presidente Vladimir Voronin, filorusso. L'Unione Europea ha fatto generose promesse di integrazione economica alla Moldova e a giugno Mosca ha fatto una controproposta offrendo un prestito di 500 milioni di dollari.

Ma, colpo di scena, la Cina questo mese si è gettata nella mischia firmando un accordo per il prestito di 1 miliardo di dollari alla Moldova al favorevolissimo tasso di interesse del 3% in 13 anni, condonando i primi cinque anni di interessi. Il denaro arriverà attraverso Covec, il colosso delle costruzioni cinese, sotto forma di progetti nei settori della modernizzazione energetica, dei sistemi idrici, degli impianti di trattamento, dell'agricoltura e delle industrie high-tech.

Curiosamente, la Cina si è detta pronta a “garantire finanziamenti per tutti i progetti considerati necessari e giustificati dai moldavi” in aggiunta a quel miliardo di dollari. In effetti Pechino ha segnalato la propria disponibilità a finanziare tutta l'economia moldava, che ha un prodotto interno lordo stimato in 8 miliardi di dollari e un misero bilancio di 1,5 miliardi. La mossa cinese equivale indubbiamente a un posizionamento geopolitico. Un interessante e ironico editoriale apparso di recente sul People's Daily osservava che “sotto l'amministrazione [Barack] Obama il significato e l'uso della 'cyber-diplomazia' è mutato in misura significativa... La dirigenza statunitense ha fomentato i tumulti in Iran attraverso siti internet come Twitter... [Il Segretario di Stato Hillary Clinton] ha detto che questa è l'essenza dello smart power, aggiungendo che questo cambiamento impone agli Stati Uniti di ampliare il loro concetto di diplomazia”.

La Moldova è un paese in cui la Cina è storicamente stata osservatrice più che protagonista. Questo è il primo grande salto di Pechino attraverso l'Asia Centrale verso gli sfilacciati bordi occidentali dell'Eurasia. Perché la Moldova sta diventando così importante? Pechino avrà calcolato l'immensa portata geopolitica dell'integrazione della Moldova nell'Occidente. Sarebbe poi stata solo una questione di tempo e la Moldova sarebbe entrata nell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), il Mar Nero sarebbe diventato un “lago della NATO” e l'alleanza si sarebbe attestata in una posizione inattaccabile per entrare nel Caucaso e marciare sull'Asia Centrale, ai confini con la Cina.
Ciò che potremmo non conoscere mai esattamente è il grado di coordinamento tra Mosca e Pechino. Recentemente entrambe le capitali hanno sottolineato un'intensificazione del coordinamento sino-russo in politica estera. La dichiarazione comune diffusa dopo la visita del Presidente cinese Hu Jintao in Russia, a giugno, esprimeva esplicitamente il supporto di Pechino a Mosca per la situazione nel Caucaso. Chiaramente, un alto grado di coordinamento si sta rendendo visibile in tutto lo spazio post-sovietico.

Estremisti islamici sulla Via della Seta
È dunque verosimile che Mosca abbia sensibilizzato Pechino sulla propria intenzione di stabilire una seconda base militare a Osh, Kirghizistan, che si trova nelle prossimità dello Xinjiang cinese ed è sulla rotta di transito per gli estremisti islamici dell'Asia Centrale con base in Afghanistan e Pakistan.
Precisi segnali indicano una rinnovata attività degli estremisti islamici in Asia Centrale e nel Caucaso Settentrionale. La Cina ne sta osservando attentamente gli effetti nello Xinjiang. Benché gli analisti occidentali facciano di tutto per caratterizzare la nuova spinta dell'estremismo islamico nell'Asia Centrale come un risultato delle operazioni militari pakistane lungo le zone di frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, che offrivano rifugio a gruppi militanti, questo resta ancora da vedere. Gli esperti cinesi hanno osservato che con l'alleviarsi delle tensioni tra la Cina e Taiwan, l'ambito di ingerenza degli Stati Uniti negli affari cinesi si è notevolmente ridotto e questo, a sua volta, ha spostato l'attenzione degli Stati Uniti sulle regioni occidentali della Cina, lo Xinjiang e il Tibet.

C'è molta ambiguità strategica su ciò che sta facendo precipitare l'ondata di estremismo islamico nell'ampia zona di terra che costituisce il “ventre molle” della Russia e della Cina. Entro 48 ore dallo scoppio delle violenze nello Xinjiang, in luglio, il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha telefonato alla sua controparte russa e Mosca ha diffuso una dichiarazione di forte supporto a Pechino.

Il 10 luglio è seguita una dichiarazione simile espressa dal segretario generale dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO), che approvava i provvedimenti presi da Pechino “in piena legalità” per riportare “la calma e ristabilire la normalità” nello Xinjiang dopo gli scontri tra gli uighuri e gli han. La dichiarazione della SCO riaffermava il proposito di “approfondire ulteriormente la cooperazione pratica nella lotta contro il terrorismo, il separatismo, l'estremismo e il crimine organizzato internazionale per il bene della [salvaguardia della] sicurezza e stabilità regionale”.

Inolte la Cina ha sottolineato che la sicurezza regionale dell'Asia Centrale e dell'Asia Meridionale è strettamente intrecciata. Commentando la dichiarazione della SCO, il People's Daily ha scritto che “dimostra che gli Stati membri della SCO hanno ben compreso che la situazione nello Xinjiang influisce pesantemente su quella di tutta la regione circostante... Alcuni paesi centro-asiatici come il Pakistan e l'Afghanistan sono anch'essi caduti in balia di queste forze malvagie... Le forze malvagie hanno superato il confine per disseminare la violenza e il terrorismo organizzando campi di addestramento. Si sono scoperti legami tra queste forze e la recente rivolta di Urumqi, capitale dello Xinjiang. La lotta contro queste forze del male porterà grande beneficio a tutti i paesi dell'Asia Centrale e Meridionale, giacché è stati provato che le 'tre forze del male' sono dannose non solo per lo Xinjiang ma anche per tutta la regione”.

Significativamente, in un altro editoriale il People's Daily ha lanciato un attacco rovente contro la strategia statunitense di alimentare i conflitti nello Xinjiang. “Per il popolo cinese non è una novità che gli Stati Uniti tacitamente o apertamente soffino sul fuoco del risentimento nei confronti della Cina... gli Stati Uniti abbracciano indiscriminatamente tutte quelle forze ostili alla Cina... Forse è pratica abituale degli Stati Uniti adottare due pesi e due misure confrontando i propri interessi con quelli altrui. O forse per far sì che la loro supremazia non venga minacciata o alterata dividono gli altri per indebolirli... Dalla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti non hanno mai moderato il loro proposito di attizzare le cosiddette 'questioni cinesi'... questa volta, nel tentativo di alimentare i conflitti tra han and uighuri offrendo rifugio e supporto alla forze separatiste, gli Stati Uniti si stanno preparando nuovamente a trarre vantaggio dalla mischia”.

Non può sorprendere, dunque, che la Cina abbia sostenuto l'iniziativa russa di convocare giovedì una quadrilaterale sulla sicurezza regionale a Dušanbe, Tagikistan, alla quale hanno preso parte i presidenti della Russia, del Pakistan, dell'Afghanistan e del Tagikistan. La mossa russa pone una sfida geopolitica agli Stati Uniti, che hanno monopolizzato la risoluzione del conflitto in Afghanistan, tenuto la Russia fuori dall'Hindu Kush, tentato di frammentare la convergenza sino-russa promossa dalla SCO sulla sicurezza regionale in Asia Centrale, intensificato gli sforzi politici e diplomatici per erodere i legami della Russia con gli Stati centro-asiatici ed esteso la loro presenza e influenza nel Pakistan, attirando stabilmente quel paese nella compagine del programma di partenariato della NATO.

Il ritmo della quadrilaterale sulla sicurezza regionale di Dušanbe è stato dato dal Presente tagiko Imomali Rakhmon quando mercoledì durante un incontro ha detto alla sua controparte pakistana Asif Ali Zardari che si aspettava di lavorare in stretta collaborazione con il Pakistan per impedire il sorgere dell'instabilità in Asia Centrale. “Abbiamo posizioni simili e vicine su queste problematiche e i nostri paesi avrebbero dovuto prendere provvedimenti coordinati contro questo fenomeno avverso”, ha detto Rakhmon.

Presumibilmente la Cina userà la sua influenza sul Pakistan per spingerlo dolcemente sulla strada della cooperazione regionale invece di ubbidire passivamente alle politiche regionali degli Stati Uniti. Le osservazioni iniziali di Zardari a Dušanbe, però, si sono tenute sul vago. Ha risposto a Rakhmon in modo blando: “Terremo testa insieme alle sfide di questo secolo”.

Nell'ordine del giorno del summit di Dušanbe Mosca aveva inserito una proposta di cooperazione regionale che comporta la vendita di elettricità della centrale idroelettrica tagika Sangtudinskaya (la Russia vi ha investito 500 milioni di dollari e detiene il 75% delle azioni) all'Afghanistan e al Pakistan. Ironicamente l'idea in origine era una trovata americana che doveva servire a rafforzare la strategia per una “Grande Asia Centrale” che aspirava a sottrarre la regione all'orbita di influenza della Russia e della Cina.

La Russia traccia una Maginot
Allo stesso tempo è chiaro che pur non essendo membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO), la Cina trarrà soddisfazione del fatto che Mosca stia rafforzando la presenza dell'alleanza in Asia Centrale come contrappeso alla NATO. Dopo i disordini nello Xinjiang, Pechino è interessata in prima persona all'idea della Russia di creare un centro anti-terrorismo nel Kirghizistan e di promuovere la forza di reazione rapida della CSTO in Asia Centrale.

Non c'è dubbio che l'esito del summit della CSTO, che si svolgerà nella città di villeggiatura di Cholpon-Ata in Kirgizstan nel fine settimana, sarà osservato attentamente da Pechino. Alla vigilia del summit, un collaboratore del presidente russo ha rivelato mercoledì a Mosca che era stato raggiunto un accordo di principio sull'apertura di una base russa a Osh sotto l'egida della CSTO. Una fonte del Cremlino ha inoltre dichiarato al giornale russo Gazeta che il summit avrebbe discusso la situazione in Afghanistan.

In questo contesto le esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, chiamate “Missione di Pace 2009” e svoltesi il 22-26 luglio, non possono essere considerate semplicemente come una ripetizione delle manovre del 2005 e del 2007. Certo, tutte e tre le esercitazioni si sono tenute nell'ambito della SCO, ma quella di quest'anno è stata in realtà un'impresa bilaterale russo-cinese con altri Stati membri nel ruolo di “osservatori”.

Il Generale Qian Lihua del Ministero della Difesa cinese ha affermato che le esercitazioni rivestivano un “profondo significato” in un momento in cui le forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo sono in “rampanti”. A detto che oltre a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionale, le esercitazioni simboleggiavano anche “la fiducia reciproca e strategica ad alto livello” tra la Cina e la Russia e diventavano “una potente mossa” per rafforzare la “cooperazione pragmatica” tra i due paesi nel settore della difesa.

Valutando la cooperazione a livello militare tra la Cina e la Russia, Qian ha detto:

Innanzitutto gli scambi ad alto livello sono divenuti frequenti. Per i due paesi è diventata una consuetudine organizzare uno scambio tra ministri della difesa o capi di stato maggiore almeno una volta l'anno. Frequenti scambi tra dipartimenti della difesa e visite militari di alto livello hanno efficacemente guidato lo sviluppo delle relazioni militari bilaterali tra la Cina e la Russia.

In secondo luogo, la consultazione strategica è diventata un meccanismo di routine. Dal 1997 gli organismi militari di Cina e Russia hanno creato un meccanismo per organizzare consultazioni annuali tra le dirigenze dei due paesi a livello di vice capi di stato maggiore. Finora si sono svolte 12 sessioni di consultazioni strategiche, e questo ha promosso la fiducia reciproca e la cooperazione amichevole.

In terzo luogo, gli scambi tra gruppi e squadre professionali sono diventati pragmatici. Gli organi militari di Cina e Russia hanno condotto scambi pragmatici e collaborazione in molti settori delle forze armate, come le comunicazioni, l'ingegneria e i rilevamenti.

Qian ha anticipato che con la Missione di Pace 2009 la “strategica fiducia reciproca e la cooperazione pragmatica tra i due eserciti entrerà in una nuova fase”.

La preoccupazione della Cina è palpabile di fronte al sorgere delle attività degli estremisti islamici in Asia Centrale. “I terroristi stanno tranquillamente cercando riparo in Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan... Hanno vissuto per molto tempo in Afghanistan”, per citare le recenti parole del Ministro degli Interni tagiko Abdurakhim Kakhkharov. La Valle Rasht nelle montagne del Pamir dove i terroristi si stanno raccogliendo si trova a breve distanza dal confine afghano (e cinese).

Ci sono notizie secondo cui il famoso comandante tagiko Mullo Abdullo sarebbe tornato dall'Afghanistan e il Pakistan con i suoi seguaci dopo quasi dieci anni e starebbe reclutando militanti nella Valle Rasht. Secondo diversi resoconti si starebbero collegando elementi militanti provenienti dal Caucaso Settentrionale russo, dall'Uzbekistan, dal Tagikistan, dal Kirghizistan e dallo Xinjiang.

Per citare il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev, “La situazione dell'Afghanistan sta avendo un impatto non solo sul Kirghizistan ma su tutta l'Asia Centrale. Qui è venuta della gente per mettere in atto attentati terroristici”. Bakiyev ha aggiunto con toni di fosco presagio: “Ci sono ancora forze là fuori delle quali non sappiamo nulla, che sono qui e che sono pronte ad abbandonarsi ad attività illegali. Hanno uno unico scopo: destabilizzare l'Asia Centrale”. Tuttavia la NATO si è detta impotente nel fermare il movimento dei taliban verso il confine tagiko.

Dunque la domanda da un milione di dollari è se gli attuali disordini siano solo un riflesso distante o equivalgano a una replica degli sforzi statunitensi per finanziare ed equipaggiare i combattenti mujaheddin e per promuovere l'Islam militante come strumento geopolitico nell'Asia Centrale sovietica negli anni Ottanta. Ecco perché le osservazioni di Biden che riecheggiano il reaganismo verranno prese molto seriamente a Mosca e a Pechino: che l'economia russa è un disastro, che la geografia russa pullula di debolezze raggelanti, e che gli Stati Uniti non dovrebbero sottovalutare le carte che hanno in mano. L'audace mossa della Cina in Moldova indica che potrebbe avere cominciato a vedere lo spazio post-sovietico come il proprio “estero vicino”.

Fine di Chimerica
Il fatto è che c'è un cospicuo risvolto economico in queste mosse. L'inviato degli Stati Uniti per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha ammesso senza mezzi termini durante un'audizione alla Commissione del Senato per le Relazioni con l'Estero, due settimane fa, che il successo della Cina nel garantirsi l'accesso alle riserve energetiche del Caspio e dell'Asia Centrale minacciava gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Aspetto interessante, la nuova ondata di disordini in Asia Centrale (compreso lo Xinjiang) – che i servizi russi avevano previsto fin dalla fine del 2008 – è scoppiata sulla rotta del gasdotto lungo 7000 chilometri dal Turkmenistan via Uzbekistan, Kirghizstan e Kazakhstan verso lo Xinjiang che dovrebbe essere commissionato entro la fine dell'anno. Di certo il gasdotto segna un punto di svolta storico nella geopolitica dell'intera regione.

Il professor Niall Ferguson, noto esperto di storia economica e finanziaria, ha paragonato “Chimerica” – la tesi secondo la quale la Cina e l'America si sarebbero efficacemente fuse per diventare una sola economia – a un “matrimonio in crisi”.

Ferguson prevede, nel contesto del “dialogo strategico” del Gruppo dei Due tra Stati Uniti e Cina che si è svolto a Washington questa settimana, che si potrebbe giungere a un punto di svolta quando invece di continuare con il “matrimonio infelice” la Cina dovesse decidere di “procedere da sola... di comprarsi il potere globale che le spetta”.

I fattori che influenzano questa mossa sono il rialzo dei tassi di risparmio negli Stati Uniti e la riduzione delle importazioni statunitensi dalla Cina; il fatto che i cinesi ormai diffidino dei bond USA, con lo spettro del crollo del prezzo dei Treasury bond o del potere d'acquisto del dollaro (o di entrambi): in un caso o nell'altro la Cina rischierebbe di perderci.

Secondo Ferguson la Cina potrebbe già aver cominciato ad agire. La sua campagna per comprare asset stranieri (come in Moldova), i suoi primi titubanti passi verso una società dei consumi, la crescente adesione all'idea di un paniere di valute che rimpiazzi il dollaro, tutto ciò indica un imminente “divorzio di Chimerica”. Ma cosa comporta per la politica mondiale? Dice Ferguson:

Immaginate una nuova Guerra Fredda nella quale però le due superpotenze siano economicamente alla pari, cosa che non è mai successa durante l'altra Guerra Fredda perché l'Unione Sovietica è sempre stata molto più povera degli Stati Uniti.

Oppure, se preferite andare più indietro nel passato, immaginate una replica dell'antagonismo anglo-tedesco del primo Novecento, con l'America nel ruolo della Gran Bretagna e la Cina nel ruolo della Germania imperiale. Quest'analogia è ancora migliore perché coglie il fatto che un alto livello di integrazione economica non impedisce necessariamente l'intensificazione della rivalità strategica e infine il conflitto.

Siamo molto lontani da uno scontro vero e proprio, naturalmente. Queste cose vanno lentamente. Ma le zolle tettoniche geopolitiche si stanno muovendo, e rapidamente. La fine di Chimerica sta facendo sì che l'India e gli Stati Uniti tendano ad allinearsi. Sta dando a Mosca l'opportunità di creare legami più stretti con Pechino.

Di certo una fondamentale differenza con l'eclissi solare di luglio sta nel fatto che mentre quest'ultima non verrà superata prima del mese di giugno del 2132, certezze di questo tipo non esistono nel mutevole mondo delle relazioni tra grandi potenze, soprattutto quella a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ma una cosa è certa. Come nel caso dell'eclissi solare osservata da tutti gli angoli possibili della Terra, lo spostamento delle zolle tettoniche geopolitiche e il conseguente riallineamento delle forze attorno all'Eurasia verranno osservati con estremo interesse da paesi dissimili come l'India e il Brasile, l'Iran e la Corea del Nord, Venezuela e Cuba, la Siria e il Sudan.

Originale: China dips its toe in the Black Sea

Articolo originale pubblicato il 31/7/2009

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sabato, luglio 25, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, prima parte

Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia

di Pepe Escobar

HONG KONG – Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.

Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”

Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?

E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.

“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.

L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.

Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.

Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.

Faccende di Pipelineistan
Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.

Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.

L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.

Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.

I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.

Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).

Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.

La prova di forza di Putin
Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.

In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.

Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.

Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.

Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.

Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.

L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.

L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.

In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.

Qual è il vostro asse?
Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)

Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.

Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.

Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.

Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?

La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.

Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.

Originale: Iran and Russia, scorpions in a bottle



Articolo originale pubblicato il 23/7/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7111&lg=it

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lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, agosto 20, 2008

Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

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Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, agosto 08, 2008

Alcune considerazioni su Russia e Ossezia Meridionale

[nota: vorrei continuare a seguire la situazione in Ossezia Meridionale, che rischia di perdersi nel clima dei Giochi Olimpici. Comincio con la traduzione di un post di Winthrop360, un ottimo blog di analisi sulla Russia. In questo caso si tratta praticamente di appunti sparsi, che però offrono qualche utile spunto di riflessione. Nei prossimi giorni mi auguro di trovare alttri commenti interessanti, che tradurrò. Come pezzo introduttivo, consiglio il sempre ottimo Carlo Benedetti (storico inviato in URSS ed esperto di Russia e "conflitti congelati") su altrenotizie].

Alcune considerazioni su Georgia e Ossezia Meridionale.

- Le mosse della leadership georgiana sanno di vigliaccheria. Mikhail Saakashvili annuncia un cessate il fuoco alla televisione e minuti dopo le truppe georgiane cominciano a invadere la provincia. Ma allora?

- E questo alla vigilia delle Olimpiadi.

[...]

- Il petrolio BTC. Il famoso Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato fatto saltare in Turchia all'inizio della settimana e il suo gestore, BP, lo ha chiuso per riparazioni. Per coincidenza, la tratta georgiana dell'oleodotto è piena di petrolio: petrolio che fondamentalmente non ha un posto dove andare (guarda caso). Penso, con un buon grado di sicurezza, che la Georgia attingerà al petrolio BTC in territorio georgiano invocando un'"emergenza". Questo farà infuriare l'Azerbaijan e potrebbe nuocere al futuro progetto comune di bypassare la Russia con gli oleodotti.

- L'uso nelle dichiarazioni ufficiali di termini americani brevettati come "libertà" e "ordine costituzionale" da parte della leadership georgiana aumenta la possibilità che il dipartimento pubbliche relazioni riceva assistenza ufficiale o informale dagli americani.

- E poi, cos'hanno tutti questi alleati americani che dichiarano guerra e passano all'offensiva? Etiopia. Colombia. Separatisti cinesi. Adesso la Georgia.

- Se la Russia imponesse un bell'embargo alla Georgia, includendo le esportazioni energetiche, potrebbe essere una buona idea. Potrebbe farlo anche l'Azerbaijan.

- Intervento della SCO (Shanghai Cooperation Organization)? Improbabile (quell'alleanza non è ancora orientata in questa direzione)

- La Georgia cacciata dalla Comunità degli Stati Indipendenti? Penso sia probabile.

- Notando l'ambiguità dei georgiani, sono sempre più portata a pensare che abbiano avuto a che fare con la morte di Badri Patarkatsishvili.

- La Lituania aprirà un secondo fronte? Be', suona un po' ridicolo, ma se dev'esserci un secondo fronte è probabile che ad aprirlo sia la Lituania, magari alleandosi con Polonia ed Estonia. Potrebbe prendere di mira Kaliningrad costringendo la Russia a rispondere asimmetricamente. Anche se tutti e tre i paesi fanno parte della NATO, non penso che la NATO interverrà.

- L'obiettivo della Russia adesso è questo: via le truppe georgiane dall'Ossezia Meridionale. Potrebbero volerci giorni, o mesi.

- Si comincia una guerra o per disperazione o per convenienza. In questo caso la Georgia è disperata e pensa che si sia aperta una finestra di opportunità (la disponibilità del petrolio BTC e la distrazione offerta dai Giochi Olimpici).

- Ed è governata da un folle.

Ciò detto, penso che la presidenza di Saakashvili stia vacillando, e non mi sorprenderebbe se fosse rapidamente deposto.

Originale: winthrop360

Post originale pubblicato l'8 agosto 2008

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sabato, maggio 17, 2008

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

Genghis Khan e il cinema eurasiatico

di Dmitry Shlapentokh

Nei paesi eurasiatici sono recentemente apparsi vari film su Genghis Khan e su argomenti correlati. Ciascuno di questi film, e soprattutto la risposta del grande pubblico, segnala dei cambiamenti geopolitici in Eurasia e il desiderio dell'élite di etnia russa di svolgere un ruolo dominante nella Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico. Allo stesso tempo, l'interesse per Genghis Khan di alcuni intellettuali appartenenti alle minoranze etniche russe indica una persistente tensione etnica in Russia.

Si potrebbe ipotizzare che il crescente interesse per Genghis Khan possa essere attribuito semplicemente all'800° anniversario dell'ascesa del suo enorme impero. Questa spiegazione varrebbe per la Mongolia, dove l'anniversario nel 2006 è stato celebrato in pompa magna per affermare il nazionalismo post-comunista mongolo e dove è stato girato uno dei film su Genghis Khan. Ma l'uscita di vari film su Genghis Khan nei paesi eurasiatici non può essere spiegata solo con l'anniversario. Ha radici molto più profonde. Di fatto, l'aumento di interesse per questa o quella figura storica è legato a tendenze geopolitiche, a dichiarazioni di forza e alla centralità di una certa civiltà a scapito delle altre. I film su Alessandro Magno riflettono il desiderio degli Stati Uniti di imporre il proprio dominio sul Medio Oriente e in generale la propria centralità geopolitica, che un certo numero di americani identificano con il dominio sull'Occidente in generale. Il film 300, invece, si concentrava non sul trionfo degli eserciti greco-macedoni, ma sull'impresa disperata di 300 spartani contro la forza schiacciante dei persiani, indicando la percezione di un indebolimento degli Stati Uniti o, si potrebbe dire, dell'intero Occidente di fronte alla crescente pressione dell'Asia. Ecco perché i film su Genghis Khan sono diventati così popolari. Mentre Alessandro Magno incarna l'affermazione del potere dell'Occidente, Genghis Khan simboleggia l'ascesa e il dominio dell'Oriente. L'importanza di Genghis Khan come simbolo dell'Oriente vittorioso potrebbe spiegare perché Genghis Khan sia diventato una figura molto amata anche in quei paesi che furono devastati dalle orde dei guerrieri mongoli del Khan e dei suoi successori. Questo vale per il Giappone, che era una delle maggiori potenze economiche orientali e resistette faticosamente alle invasioni degli eserciti mongoli. Lo stesso potrebbe dirsi, in una certa misura, della Russia e di altri paesi asiatici dell'ex-Unione Sovietica.

L'interesse per Genghis Khan e la reazione del grande pubblico ai film su di lui indica un altro aspetto importante della vita post-sovietica nel territorio dell'ex-URSS. Indica che l'élite di etnia russa si considera ancora la forza dominante all'interno della Federazione e forse in tutto lo spazio post-sovietico, nell'ambito del tradizionale modello eurasiatico. Allo stesso tempo, la visione alternativa del passato e del presente tra le minoranze russe dimostra la loro intenzione di sfidare questo modello.

L'autore di Mongol, Sergej Bodrov, ha dichiarato apertamente di essere stato ispirato da Lev Gumilëv. Gumilëv, figlio del grande poeta e critico russo Nikolaj Gumilëv e dell'ancor più celebre poetessa Anna Andreevna Gorenko (pseudonimo Anna Achmatova), ebbe una vita tragica e turbolenta. Non solo suo padre fu giustiziato (nel 1921) perché accusato di complotto antisovietico, ma anche la madre, con cui ebbe un rapporto molto teso, era stata perseguitata dalle autorità. Lo stesso Gumilëv trascorse del tempo in un campo di concentramento di Stalin.

Lev Gumilëv divenne celebre presso il grande pubblico solo durante l'era di Gorbačëv, alla fine della sua vita, quando acquisì notorietà praticamente da un giorno all'altro. Con alcune riserve, Gumilëv aveva seguito gli eurasiatisti storici, che erano emersi negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi e che credevano che la civiltà russa fosse una fusione unica di popoli slavi e turchi/mongoli. Secondo Gumilëv la Conquista Mongola non fu esattamente un'invasione di massa ma piuttosto una penetrazione che portò rapidamente a una sana simbiosi. Infine, e questo era l'aspetto più importante per Gumilëv e per gli altri eurasiatisti, i mongoli erano stati un popolo caratterizzato da una completa tolleranza religiosa e per questo motivo i russi giunsero a preferire l'ortodossia come identità nazionale. Infatti, se non avessero avuto la meglio i mongoli ma i cavalieri teutonici, la Russia sarebbe stata completamente latinizzata: convertita al cattolicesimo romano, sarebbe completamente scomparsa. Naturalmente i mongoli qui sono visti come una forza prevalentemente benigna. E secondo questa lettura non si può parlare di giogo mongolo/tataro.

Nel corso del tempo, secondo questa concezione, l'Impero Mongolo sperimentò una sorta di decadenza, e i mongoli alla fine passarono il testimone dell'impero ai russi. Nel contesto di questa teoria, l'impero russo non era altro che un impero mongolo-ortodosso. Infine il testimone fu passato all'Unione Sovietica. Rifacendosi a questa visione dell'impero mongolo, il regista non solo si è riferito direttamente a Gumilëv come forza ispiratrice, ma in un'intervista ha espresso altre osservazioni per spiegare al pubblico perché è stato scelto Genghis Khan e perché l'impero mongolo dovrebbe essere caro a tutti i russi. Ha detto che le persone di etnia russa dovrebbero capire che nelle loro vene scorre sangue mongolo/tataro e, implicitamente, che non esiste il sangue russo puro. In secondo luogo, il regista ha fatto riferimento ad Aleksandr Nevskij, il principe russo che sconfisse i cavalieri teutonici, che costituivano la vera minaccia mortale per la Russia, nella Battaglia del Ghiaccio (1242). Aleksandr Nevskij divenne una specie di fratello per il capo mongolo/tataro Batu, che conquistò la Russia. Ha anche riaffermato l'altro presupposto fondamentale della filosofia di Gumilëv, secondo il quale senza i mongoli i russi sarebbero stati assimilati dall'Occidente religiosamente, culturalmente ed etnicamente. La conquista mongola è vista non tanto come una conquista ma come una sorta di simbiosi tra popoli fraterni; e questo è assolutamente coerente con la visione di Gumilëv.

Dunque l'interesse per Genghis Khan, ha insistito il regista, non è dovuto solo all'aspetto drammatico degli eventi e al ruolo futuro dell'Asia (e qui ha fatto riferimento all'ascesa della Cina) ma anche al fatto che i mongoli gettarono le basi dello stato russo come nazione multiculturale e multiconfessionale. Infine c'è un altro motivo per cui Genghis Khan può essere apprezzato dai russi di oggi. Il film comincia mostrando l'infanzia di Genghis Khan, contrassegnata dalla tragedia e dall'umiliazione. Il giovane Genghis Khan viene catturato e ridotto in schiavitù, la sua bellissima moglie violentata. Sembra destinato all'assoluta oscurità, eppure risorge letteralmente dalle proprie ceneri: alla sua morte e durante i regni dei suoi successori i mongoli gungono a controllare il più grande impero continentale della storia umana. Bodrov allude al fatto che lo stesso si può dire del futuro della Russia: dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la Russia oggi risorge dalle proprie ceneri come forza di prima grandezza in Eurasia.

Un ultimo aspetto, ma non meno importante: nella fredda, calcolatrice figura di Genghis Khan, che costruisce meticolosamente un grande futuro per se stesso e per il suo popolo, si può intravedere il futuro di Vladimir Putin, che, cominciata la propria carriera come oscuro funzionario del KGB prima del crollo del regime sovietico, è giunto a detenere un potere quasi autocratico e vede se stesso come il creatore di una Russia potente e autonoma.

Questa immagine di Genghis Khan e del suo Impero Mongolo, se piace ad alcuni rappresentanti dell'élite russa, non si conforma ai progetti politici di altri. Un esempio è rappresentato dalle minoranze non-slave della Federazione Russia. L'eurasiatismo nella sua interpretazione tradizionale ha un atteggiamento di doveroso rispetto verso le minoranze etniche, e riconosce perfino che i russi di oggi non sono puri slavi, almeno dal punto di vista razziale o etnico. Tuttavia questi progetti politici suggeriscono che sono ai russi spetta il ruolo di “fratelli maggiori” in Russia e in Eurasia; ed è a loro che Genghis Khan e i suoi successori hanno passato il testimone. Questa interpretazione però non incontra i favori delle numerosi minoranze etniche della Federazione Russa, ciascuna con la propria visione ideologica e conseguentemente politica e socio-economica. Alcuni membri dell'élite di queste minoranze ritengono che i russi non solo debbano rinunciare a essere i “fratelli maggiori”, ma vadano perfino relegati al ruolo di “fratelli minori”. Alcuni pensano addirittura che i russi siano irrilevanti per lo spazio eurasiatico; di conseguenza, forniscono la propria lettura del passato storico.

Un regista di etnia jacuta ha proposto nel suo film una nuova visione di Genghis Khan. Il film riconosce che la Russia è il legittimo successore dell'impero di Genghis Khan. Tuttavia la Russia ha un ruolo subalterno. L'impero di Genghis Kahn, secondo questa interpretazione, era fondamentalmente uno stato turanico, e il popolo turanico non passò il testimone ai russi. Dominò lo spazio eurasiatico nel passato e lo fa nel presente; e gli jacuti, presentati qui come un popolo turanico, dovrebbero essere tra i dominatori dell'Eurasia/Russia.

Un corrispondente di Izvestija, che ha visitato la Jacuzia e intervistato il regista del film, ha scritto che questa visione degli jacuti come forza dominante della Russia/Eurasia non è un'astrazione: si ricollega all'ascesa del nazionalismo jacuto e alle condizioni umilianti degli abitanti di etnia russa della Jacuzia. È un fatto che oggi in Jacuzia tutti i buoni lavori sono nelle mani degli jacuti, e che i russi vengono discriminati sia nella professione sia nelle opportunità formative. L'articolo “Genghis Khan, mostra la tua vera faccia” ha destato reazioni molto forti: l'autore e Izvestija sono stati accusati di fomentare le tensioni etniche.

In queste due immagini contrastanti di Genghis Khan come costruttore di un impero russo o di uno stato turanico/asiatico è importante la reazione dell'uomo medio della Federazione Russa. E questa reazione indica profonde tensioni etniche o, più precisamente, socio-etniche all'interno dello stato. In questo la risposta del pubblico al film jacuto è particolarmente importante, e può essere seguita attraverso le polemiche in rete a proposito del film.

Dunque questo interesse per l'impero mongolo segnala uno spostamento globale verso l'Asia, che incombe sempre più come centro economico e potenzialmente geopolitico del mondo. Nell'ex-Unione Sovietica questa immagine dell'impero mongolo aveva una dimensione aggiuntiva: indicava il conflitto tra le vari parti dell'ex-URSS per conquistare la posizione dominante nello spazio post-sovietico. Nella Federazione Russia l'immagine dei mongoli ha a che fare con i conflitti tra etnia russa e minoranze. E i conflitti sono legati alle diverse interpretazioni dell'Impero Mongolo. Secondo la prima, il testimone dell'impero fu passato ai russi. Secondo l'altra, fu passato alle minoranze etniche oppure a nessuno. Le recenti violenze etniche in Russia, come a Kondopoga e a Stavropol, illustrano che queste diverse visioni dei rapporti tra russi e minoranze non sono solo legate a diverse visioni del passato ma hanno implicazioni potenzialmente molto serie per il destino della Federazione Russa.

Originale da: Caci Analyst


Articolo originale pubblicato il 28 novembre 2007

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giovedì, maggio 15, 2008

La reinterpretazione russa di Genghis Khan

La reinterpretazione russa di Genghis Khan
di Dmitry Shlapentokh

Genghis Khan e i suoi successori, i grandi conquistatori che crearono il più grande impero continentale del mondo – affascinano da secoli storici e scrittori. Tuttavia, praticamente in tutti i paesi che subirono le invasioni mongole, Genghis Khan non è stato quasi mai visto sotto una luce positiva e nessun paese ha mai cercato di farlo proprio.

La Russia, che è stata travolta dalle orde mongole negli anni 1237-1240, non ha fatto eccezione, almeno in epoca moderna: sia gli storici zaristi sia quelli sovietici rappresentavano invariabilmente i mongoli – chiamati tatari dai russi – come il male. E la lotta secolare contro i mongoli veniva pubblicamente esaltata. La situazione è cambiata durante l'era post-sovietica, quando all'improvviso vari settori dell'élite della Federazione Russa hanno cominciato ad associarsi direttamente o indirettamente con il grande guerriero mongolo e con il suo impero.

Piuttosto sorprendentemente – almeno a prima vista – alcuni hanno cominciato a vedere il conquistatore mongolo sotto una luce positiva. E questa tendenza, tra molte altre cose, si è manifestata anche nel recente film russo Mongol, che è appunto dedicato alla conquista mongola.

Si potrebbe naturalmente dire che la figura Genghis Khan, al di là della spettacolarità del film, attrae gli spettatori russi perché rappresenta il leader forte che tanto desiderano (e questa è una delle ragioni della popolarità di Vladimir Putin).

Però il pubblico russo non ha bisogno della figura di un capo mongolo. Potrebbe bastargli un personaggio russo che incarnasse queste caratteristiche. Anzi, i registi avrebbero potuto portare sul grande schermo un regnante russo come Ivan il Terribile o Pietro il Grande, e perfino Stalin. Dunque l'interesse per Genghis Khan non è dovuto solo alla predilezione dei russi per i leader forti, ma anche ad altre e più profonde ragioni; l'interesse per i mongoli deriva da un tentativo di creare un passato storico in grado di tenere assieme i vari gruppi etnici della Federazione Russa.

In era sovietica, le ideologie comuniste proclamavano che i vari gruppi etnici dell'URSS dovessero convivere principalmente sulla base dei loro legami sociali, politici e ideologici. Con la fine dell'Unione Sovietica l'ideologia comunista scomparve come forza aggregante. L'élite russa era alla ricerca di un sostituto ideologico che giustificasse la necessaria convivenza dei vari gruppi etnici anche nella Federazione Russa. E qui la dottrina dell'eurasiatismo torna molto utile.

L'eurasiatismo emerse negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi. I suoi sostenitori affermavano che i russi non solo non dovevano avere a che fare con l'Occidente, ma neanche con gli slavi. Secondo gli eurasiatisti i russi sono un misto di sangue slavo e turco e, in quanto etnia e civiltà a sé stante, sono legati con popoli a loro affini, cioè le minoranze della Russia/URSS.

Questi popoli sono cementati nella quasi-nazione e quasi-civiltà di “Eurasia” dalle grandi imprese della conquista mongola. Ed è qui che i mongoli in generale e Genghis Khan in particolare si sono trasformati da sanguinari invasori a costruttori dell'impero. Anzi, dal punto di vista degli eurasiatisti non c'era stata neanche una vera e propria conquista mongola, ma piuttosto una salutare “simbiosi” tra russi e mongoli. Inoltre, aspetto importantissimo per la storiografia eurasiatista, non c'era neanche stata una liberazione dal dominio mongolo/tataro: i mongoli avevano semplicemente passato ai russi il controllo del grande impero eurasiatico che avevano costruito.

Questo collegamento diretto tra i mongoli e la grande Russia pre-rivoluzionaria/sovietica – e il sogno che il ruolo dominante della Russia nella storia mondiale non sia perduto e possa essere riportato in auge come grande impero multietnico costituito da russi e da minoranze non slave – spiega la grande attrazione per la figura di Genghis Khan e costituisce il tema centrale del film.

Tuttavia questo tentativo di arruolare Genghis Khan a favore della grandezza imperiale della Russia ha incontrato la resistenza delle ancora numerose minoranze russe, i cui componenti e la cui influenza sono cresciuti nel periodo post-sovietico. Queste minoranze non hanno alcuna intenzione di essere i “fratelli minori” della Russia, e vedono Genghis Khan a modo loro. In Jacuzia, in Siberia, si sta infatti lavorando ad altri film su Genghis Khan.

L'autore del film ha messo in chiaro che Genghis Khan e la sua eredità non hanno niente a che fare con i russi ma piuttosto con gli jakuti e altri popoli asiatici e mongoli (nella sua interpretazione, la Jakuzia è una nazione turanica). Le implicazioni politiche del film sono chiare: la Jakuzia dovrebbe, se non essere del tutto indipendente, almeno avere una più ampia autonomia all'interno della Federazione Russa e acquisire il controllo delle proprie ricchissime risorse naturali.

L'élite russa è fortemente contraria a questa interpretazione di Genghis Khan, e un giornalista di Izvestija ha commentato ironicamente la decisione di trasformare Genghis Khan nella Jakuzia. L'autore dell'articolo ha preso in giro le manie di grandezza della Jakuzia, ma non si tratta semplicemente di ironia sulla megalomania dell'élite jakuta o sul suo desiderio di controllare le risorse naturali della repubblica.

Le implicazioni sono molto più serie: riconoscendo gli jakuti, e le altre minoranze di etnia e lingua turca della Russia, come unici eredi dell'impero mongolo, sono i russi che rischiano di essere relegati al ruolo di “fratelli minori”. E magari in questo nuovo assetto eurasiatico per loro potrebbe anche non esserci posto. Secondo l'autore dell'articolo di Izvestija, attualmente la Jakuzia sta sostituendo sistematicamente i russi con gli jakuti in tutti i lavori più ambiti.

Questa crescente pressione delle minoranze dalle diverse parti della Federazione Russia è stata rafforzata dalla paura dell'immigrazione non-slava dall'Asia Centrale, dal Caucaso e soprattutto dalla Cina. Per un numero sempre maggiore di russi è ormai chiaro che questa pressione non solo potrebbe relegarli al ruolo di “fratelli minori” in qualsiasi assetto geopolitico, ma addirittura porre fine alla loro esistenza in Eurasia.

E questo ha fatto sì che i russi siano tornati a vedere i mongoli, e in generale gli asiatici, come una minaccia mortale per la Russia e per il resto dell'Europa. E anche se dal punto di vista russo l'Occidente si è comportato in modo ostile e ingrato, la Russia è ancora logicamente in prima linea nella difesa della cristianità europea, ruolo che svolge fin dal XIII secolo.

Dmitry Shlapentokh, PhD, è professore associato di storia al College of Liberal Arts and Sciences, Indiana University South Bend. È l'autore di East Against West: The First Encounter - The Life of Themistocles (2005).


Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 ottobre 2007

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venerdì, novembre 02, 2007

Divorzio di velluto in Cina

Divorzio di velluto in Cina
di M. K. Bhadrakumar

Pechino ha saggiamente scelto una città sub-provinciale sulle rive del fiume Songhua, nell'estremo angolo nord-orientale della Cina, come sede del terzo incontro trilaterale con i ministri degli esteri di Russia e India, ospitato per la prima volta la scorsa settimana dalla Cina.
Harbin, soprannominata la "Mosca d'Oriente", è una città alla quale la Russia e la sua cultura sono state a lungo intimamente associate. Gli stranieri che viaggiavano sulla ferrovia transiberiana alla fine degli anni Ottanta non potevano credere di trovarsi in Cina quando sei giorni dopo la partenza da Mosca arrivavano a Harbin. La chiesa di San Basilio nel centro cittadino, una copia dell'insieme architettonico della moscovita Piazza Rossa; la cucina russa; e perfino il dialetto locale infarcito di parole russe: tutto ricordava al viaggiatore la comunità bianca in fuga dalla furia della rivoluzione bolscevica del 1917.

Pechino ha sottilmente approfittato della vicinanza senza precedenti che oggi caratterizza le relazioni sino-russe. Ai margini dell'incontro trilaterale, il ministro degli esteri Yang Jiechi si è preso una pausa per inaugurare con la sua controparte russa Sergej Lavrov un nuovo monumento ai soldati sovietici caduti nella cina nord-orientale nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, combattendo contro "l'attacco militarista del Giappone contro la Cina... quando gli occupanti furono cacciati dal territorio cinese".

Giusto perché il simbolismo politico non sfuggisse a nessuno, durante la cerimonia Lavrov ha detto: "In alcuni paesi ci sono figure che stanno tentando di riscrivere la storia". Era chiara la frecciata contro il Giappone: un paese che si sta sempre più legando all'India su questioni di sicurezza asiatica. L'osservazione era dunque fortemente allusiva. Il fatto è che in questo curioso tango tra l'orso, il drago e l'elefante, negli ultimi tempi Nuova Delhi si trova sempre più distante da Mosca e Pechino sulle questioni della sicurezza e della stabilità globali e asiatiche.

La formula trilaterale Russia-Cina-India può anche essere stata un'idea di Mosca, ma il Cremlino non si attribuisce più il ruolo di catalizzatore per incentivare la comprensione tra Cina e India. Ciò che emerge è che la Russia è riuscita molto meglio dell'India ad accettare l'ascesa della Cina. L'incontro di Harbin ha messo in evidenza il fatto che la formula trilaterale è più che mai un accordo freddamente pragmatico, sebbene il portavoce del ministro degli esteri russo abbia affermato che "la piattaforma del dialogo in questa formula [diviene] già in sé un fattore importante dei processi politici nel mondo contemporaneo".

La divisione sulle sanzioni all'Iran
Il dialogo strategico trilaterale è stato messo alla prova, di fatto, già a 48 ore dall'incontro di Harbin. E l'ha fallita. I tre ministri degli esteri erano appena rientrati nelle loro capitali quando l'amministrazione Bush ha annunciato un regime di sanzioni senza precedenti contro l'Iran, etichettando gli organi di sicurezza iraniani come sostenitori del terrorismo internazionale e di fatto rendendo l'Iran un paese nemico in base alla legge statunitense.

Si è trattato proprio di quel genere di mossa "unilaterale" nella condotta degli affari internazionali che la trilaterale Russia-Cina-India apparentemente vuole condannare. Il comunicato congiunto dell'incontro di Harbin aveva appena sottolineato che "la globalizzazione ha portato a interrelazioni e interdipendenze più strette tra tutti i paesi e che bisognerebbe promuovere il multilateralismo e l'azione collettiva nell'affrontare questioni urgenti e nuove sfide e minacce".

Aspetto ancora più importante, i tre ministri degli esteri avevano appena sottolineato che "le Nazioni Unite sono l'organizzazione internazionale più rappresentativa e autorevole" nella gestione dei problemi e delle sfide che attendono la comunità mondiale. Dovrebbe essere chiarissimo che l'amministrazione Bush ha ancora una volta eluso le Nazioni Unite.

Non sorprende che Russia e Cina siano partite in quarta, criticando immediatamente la mossa statunitense. L'India invece è stata zitta. Che deliziosa ironia, qui. Ad Harbin i ministri degli esteri cinese e russo avevano appena ripetuto che attribuiscono "importanza alla posizione dell'India negli affari internazionali e comprendono e appoggiano la aspirazioni dell'India a un ruolo più importante nelle Nazioni Unite". O i due ministri degli esteri non avevano ben capito le "aspirazioni" della loro controparte indiana, o Nuova Delhi ha paura di alzare la voce contro l'amministrazione Bush. L'ultimo caso sembra il più probabile.

Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha recentemente descritto Bush come il presidente americano più "amichevole" che l'India abbia mai conosciuto. Delhi è comprensibilmente innervosita dal fatto che i negoziati sul patto nucleare tra India e Stati Uniti attraversino un momento delicato. Delhi non vorrebbe irritare la potente lobby israeliana negli Stati Uniti, che chiede a gran voce un cambio di regime in Iran. Dunque Delhi stima scaltramente che le relazioni con Teheran non siano poi così rilevanti se paragonate con ciò che può offrire il patto nucleare.

Sia Pechino che Mosca hanno osservato che l'ultima mossa di Bush contro il regime di Teheran non farebbe che complicare la soluzione della questione nucleare iraniana. Se Pechino ha espresso la sua disapprovazione, quella di Mosca è stata una sonora condanna. Nella sua dichiarazione il ministro degli esteri russo ha puntato il dito contro l'unilateralismo statunitense e ha ammonito "O lavoriamo insieme prendendo decisioni congiunte, o questa interazione [nella cornice del 'Cinque più Uno', i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non avrà alcun senso".

Commentando la questione durante una visita in Portogallo, il presidente russo Vladimir Putin è stato anche più tagliente: "Perché esacerbare adesso la situazione, spingendola in un vicolo cieco e minacciando sanzioni e azioni militari? Non credo che correre in giro come un pazzo con un rasoio in mano e brandendolo in tutte le direzioni sia il metodo migliore per risolvere problemi di questo tipo".

Emergono i limiti della trilaterale
La disarmonia sulla questione nucleare iraniana, o piuttosto le diverse priorità di relazione con gli Stati Uniti mettono in luce i limiti della formula trilaterale Russia-Cina-India. Il comunicato di Harbin conteneva una piccola curiosa frase che catturava l'essenza del momento. La cooperazione trilaterale, diceva il comunicato, "Cerca di ampliare il terreno comune tra interessi divergenti" (la frase era espressa in un inglese così lineare da far sospettare che fosse stata formulata dagli indiani).

Resta poco chiaro come sia possibile restare partner strategici pur perseguendo "interessi divergenti". Eppure proprio questo è alla base del dilemma che i tre paesi si trovano ad affrontare. È un'espressione del tutto nuova che non figurava nei due incontri trilaterali precedenti tra i ministri degli esteri di Russia, Cina e India svoltisi nel giugno del 2005 a Vladivostok e nel febbraio del 2007 a Nuova Delhi.

A un esame ravvicinato, appare chiaro che nel periodo successivo all'incontro di Vladivostok, la formula trilaterale Russia-Cina-India ha subito una trasformazione qualitativa costituita da una costante erosione. Contrariamente all'usuale tendenza alla coesione che caratterizza tali processi multilaterali, sembra che stia accadendo l'opposto. Ad Harbin il processo è entrato visibilmente in crisi.

Il comunicato di Vladivostok diceva che "L'India, la Russia e la Cina condividono un approccio comune ai cruciali sviluppi globali del 21° secolo e sono a favore di una democratizzazione delle relazioni internazionali mirata a costruire un giusto ordine mondiale basato sull'osservanza della legge internazionale, sull'equità, il rispetto, la cooperazione e il perseguimento del multipolarismo".

Tuttavia, quando i tre paesi si sono incontrati a Nuova Delhi, lo scorso febbraio, questa dichiarazione si era già diluita e ed era diventata una "convinzione che la democratizzazione delle relazioni internazionali sia la chiave per costruire un ordine mondiale sempre più multipolare basato sui principi dell'uguaglianza tra le nazioni - grandi e piccole -, del rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale dei paesi, la legge internazionale e il mutuo rispetto".

Il comunicato di Harbin adotta una prospettiva completamente diversa quando dice che "Lo sviluppo della Cina, della Russia e dell'India è un importante contributo alla pace e allo sviluppo della regione e del mondo e giova al processo del multipolarismo globale. I tre paesi hanno scelto i propri rispettivi percorsi di sviluppo secondo la loro situazione interna e le esperienze passate... Con il loro costante sviluppo e il ruolo crescente negli affari internazionali, la Cina, la Russia e l'India contribuiranno ulteriormente alla pace, alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità del mondo".

Vale a dire che i tre paesi hanno optato per le proprie rispettive scelte indipendenti sulla scena internazionale in accordo con le loro circostanze peculiari, mentre si spera che il loro ruolo negli affari mondiali si accrescerà. Ma che ne è dell'"approccio comune" sottolineato a Vladivostok come leitmotiv?

Punti di vista sulla sicurezza asiatica
L'incontro di Harbin evidenzia che sulle questioni vitali della sicurezza asiatica la Russia e la Cina la pensano allo stesso modo, mentre l'India si trova a una certa distanza dai due partner. La prima questione riguarda lo sviluppo dei sistemi statunitensi di difesa anti-missile in Asia. Alla vigilia dell'incontro di Harbin, Lavrov ha sottolineato le preoccupazioni che la Russia condivide con la Cina a proposito della cooperazione tra Giappone e Stati Uniti sul programma di difesa missilistica.

Ha dichiarato: "Ci opponiamo alla costruzione di sistemi di difesa anti-missile volti a conseguire superiorità militare. L'impiego di questo genere di sistemi può innescare una corsa agli armamenti su scala regionale e globale. Si minano così le basi della stabilità strategica, con un aumento dell'imprevedibilità nell'importantissimo ambito del mantenimento dell'equilibrio globale.

Lavrov si è interrogato sugli "scopi reali" di Giappone e Stati Uniti e ha poi osservato: "Molti esperti suggeriscono che un tale sistema di difesa missilistica, essendo un elemento dello scudo missilistico globale americano, potrebbe essere usato anche contro le armi strategiche russe e cinesi".

In seguito, in una conferenza stampa con le controparti russa e indiana, Yang ha analogamente criticato i piani degli Stati Uniti volti a dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale, dicendo che questo non solo mancherebbe di alleviare le preoccupazioni sulla sicurezza globale, ma minerebbe l'equilibrio strategico mondiale. Invece il ministro degli esteri indiano si è limitato a dire che l'India non aveva progetti di cooperazione con il sistema di difesa anti-missile statunitense. Ha dunque mantenuto un atteggiamento reticente per non essere trascinato in una critica dei piani USA.

Il problema per la Russia e la Cina è che la posizione indiana resta ambigua. Certo, per ora l'India non ha alcuna collaborazione in quanto tale con il sistema anti-missile americano, che è ancora in fase di sviluppo. Però il governo indiano continua a discutere con gli Stati Uniti sull'ambito di questa collaborazione. Nelle dichiarazioni al parlamento indiano il governo ha riconosciuto che con il Pentagono sono in corso discussioni di questo tipo. Un alto funzionario del Dipartimento di stato americano, durante una recente visita a Nuova Delhi, ha detto chiaramente che l'India dovrebbe appoggiare il sistema di difesa anti-missile americano, che la metterebbe in grado di fronteggiare efficacemente la minaccia missilistica cinese.

In secondo luogo, dal punto di vista di Cina e Russia, una questione altrettanto grave è costituita dalla crescente militarizzazione del Giappone all'interno dell'alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti. Alla vigilia del suo arrivo ad Harbin, Lavrov si è particolarmente risentito della decisione congiunta di Washington e Tokyo di ampliare la loro alleanza militare per includere anche le questioni della sicurezza globale e regionale.

Ha affermato che per essere fattibile la cooperazione in materia di sicurezza dovrebbe funzionare in collaborazione con "altre strutture e altri protagonisti della regione" e dovrebbe essere "sincronizzata con impegni collettivi volti a mantenere la sicurezza nella regione". Lavrov ha ammonito che la militarizzazione del Giappone potrebbe "avere conseguenze negative sulla stabilità della regione" e suscitare una reazione russa.

In terzo luogo, Lavrov si è anche espresso sulla logica del nuovo "triangolo politico-militare" nella regione Asia-Pacifico che coinvolge Stati Uniti, Giappone e Australia. Lavrov ha evitato qualsiasi riferimento diretto all'India, anche se la portata di quanto ha dichiarato non è sicuramente sfuggita a Nuova Delhi. L'India ha preso parte a un "dialogo strategico" con questi tre paesi dell'Asia-Pacifico. Recentemente l'India ha partecipato a esercitazioni navali su vasta scala con questi paesi nel Golfo del Bengala: si è trattato della prima esercitazione militare indiana di stampo multilaterale, con la partecipazione di portaerei e sottomarini americani.

Lavrov ha espresso la critica che una "struttura chiusa" nell'Asia-Pacifico (gli analisti strategici indiani la definiscono curiosamente un'"alleanza quadripartita" o una "NATO asiatica") non può condurre alla stabilità regionale. Ha dichiarato che "Una struttura chiusa di alleanze politiche e militari fa sì che i paesi vicini che non ne fanno parte si interroghino sulle motivazioni di queste alleanze e sui loro nemici".

La disarmonia russo-indiana
Lavrov ha praticamente riecheggiato la protesta diplomatica cinese di qualche mese fa contro Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi sulla ragion d'essere del loro dialogo strategico. Ha poi proseguito liquidando la nuova struttura d'alleanza nell'Asia-Pacifico come "approccio controproducente che non sarà in grado di accrescere la fiducia nella regione e assai probabilmente porterà a risultati contrari alle aspettative dei paesi partecipanti".

Lavrov ha poi riecheggiato nuovamente il pensiero di Pechino quando ha criticato il Giappone per la sua concezione di un "arco di libertà e prosperità" nell'Asia-Pacifico (idea vigorosamente esposta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel suo discorso al Parlamento indiano, in agosto). Lavrov ha consigliato a Tokyo di assimilare bene quello che è accaduto in Iraq, di "distanziarsi dall'ideologia e concentrarsi invece su comprensibili e reali interessi". Ha ammonito che il perseguimento da parte del Giappone di relazioni con i paesi del cosiddetto arco non dovrebbe "interferire con gli interessi di altri" nella regione.

È estremamente significativo che Lavrov sia rimasto fedele a questa linea anche mentre Stati Uniti, Giappone, Australia e India stavano verosimilmente per avviare il quarto round del loro nuovo dialogo strategico. Secondo i giapponesi, c'è perfino l'intento di portare l'intesa a livello ministeriale.

Forse mai prima nella saga delle relazioni russo-indiane è apparsa una tale grave contraddizione tra i rispettivi punti di vista sulla sicurezza asiatica. Mosca ha praticamente dichiarato il proprio allineamento con Pechino in qualsivoglia strategia di "contenimento" nei confronti della Cina ispirata dagli Stati Uniti. Dal tenore degli esaurienti commenti di Lavrov è chiaro che Nuova Delhi dovrà impegnarsi molto per stabilire i pro e i contro di un ulteriore coinvolgimento nell'intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia.

Ciò che bisogna comprendere è che alla base della potenziale divergenza tra India e Russia ci sono i rispettivi punti di vista sull'ascesa della Cina. Come l'India, anche la Russia capisce che l'influenza della Cina nell'Asia-Pacifico è cresciuta in misura impressionante in tempi recenti. La Russia ha preso nota di una Cina ottimista e fiduciosa, che soprattutto nell'anno o nei due anni passati ha cominciato a mostrare una nuova strategia e una nuova comprensione della sicurezza asiatica in termini di cooperazione economica e commerciale basata sulla capacità della Cina di contribuire alla generale prosperità dell'Asia. Chiaramente la situazione economica asiatica non sarebbe più così florida in assenza della Cina.

Ma i punti di vista della Russia e dell'India al proposito divergono in quanto la Russia non ritiene che una più forte influenza della Cina nella regione possa indebolire in alcun modo l'influenza russa. Anzi, Mosca stima che un ruolo più importante della Cina in Asia aumenti l'influenza della Russia in quella regione. E sarà sempre più così, dal punto di vista russo, quanto più la cooperazione regionale nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization acquista forza e i rapporti di collaborazione tecnico-militare a vari livelli tra la Russia e la Cina diventano più stretti. Come ha scritto recentemente un opinionista russo, "Il successo della Cina [in Asia] non ha lasciato nessuno a mani vuote".

Questo, naturalmente, non è l'unico fattore che sta dietro l'indebolimento della trilaterale Russia-Cina-India evidenziato dall'incontro di Harbin. Bisogna tener conto di altri due fattori. Innanzitutto Mosca ha cominciato a notare la graduale trasformazione della politica estera indiana sotto l'attuale governo, che soprattutto negli ultimi due o tre anni è incline ad attribuire priorità all'intesa strategica con gli Stati Uniti.

Mosca non ignora, storicamente parlando, che la scelta naturale dell'élite politica anglofona di Delhi è sempre stata guidata dall'affinità con l'Occidente, e che semmai era l'Occidente a non essere pronto ad accogliere l'India nel periodo della Guerra Fredda. Mosca può anche aver previsto che nell'attuale epoca di globalizzazione l'Occidente avrebbe rivalutato l'India. Allo stesso modo, la Russia non è estranea alla mentalità asiatica e dovrebbe essersi accorta di ciò che era così evidente, e cioè che la crescente emigrazione degli strati sociali più alti verso il Nord America avrebbe infine spinto l'élite indiana ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Mosca però fino a poco tempo fa tendeva a credere che l'India sarebbe stata capace di conservare una politica estera indipendente, anche se il pragmatismo richiedeva legami più stretti con gli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. Sembra che Mosca recentemente abbia cominciato a chiedersi se l'India si stia sventuratamente accingendo a diventare un alleato dell'America.

Mosca sa anche che Delhi ultimamente ha consentito che le relazioni russo-indiane scivolassero in uno stallo. Le relazioni economiche ristagnano. Le relazioni tra i popoli si sono atrofizzate e gli scambi politici hanno perso brio. La cooperazione militare ha incontrato dei problemi. Mosca deve aver cominciato a percepire che il patto nucleare tra India e Stati Uniti fornisce a questi ultimi la possibilità di entrare alla grande nel mercato delle armi indiano e di stabilire sinergie tra le forze armate dei due paesi. Ciò di fatto significherà un'erosione del ruolo tradizionale della Russia nella fornitura d'armi all'India.

Ciò che sconcerta Mosca è soprattutto il fatto che la collaborazione strategica tra Stati Uniti e India e il costante avvicinamento dell'India all'orbita geo-strategica americana si stiano verificando proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti e Russia continuano a peggiorare. Un'India non allineata, che nel proprio interesse nazionale stringesse legami con gli Stati Uniti, non sarebbe un problema per la Russia. La Russia ha invece dei problemi ad accettare l'idea di un'India spinta ad armonizzare la propria politica estera con le strategie globali americane, cosa che sembra sempre più probabile.

Crisi dei legami sino-indiani
Anche le recenti tensioni nei rapporti tra India e Cina hanno cominciato a gettare la propria ombra sulla trilaterale Russia-India-Cina. L'ottimismo del periodo 2000-2005 a proposito di un possibile balzo in avanti nelle relazioni sino-indiane è ormai sfumato. Anche la Cina percepisce che gli Stati Uniti stanno "tirando dentro l'India come strumento per il proprio schema strategico globale", anche se la Cina ama ancora ribadire la propria fiducia nel fatto che "il DNA dell'India non permetterà che diventi un alleato subordinato agli Stati Uniti come il Giappone o la Gran Bretagna".

Riassumendo, sia la Russia che la Cina valuteranno molto attentamente come il patto nucleare tra India e Stati Uniti e i crescenti legami strategici tra i due paesi influiranno sull'equilibrio strategico asiatico. L'India, d'altro canto, è più che mai decisa a evitare che la sua partecipazione alla trilaterale con Russia e Cina possa essere fraintesa dagli americani come una sfida asiatica alle strategie globali statunitensi.

A Harbin Yang ha fatto capire che la Cina è pronta ad aspettare l'India e che non ha fretta. Facendosi forte del proprio ruolo di anfitrione, ha affermato che "La cooperazione trilaterale ha fatto importanti progressi... negli ultimi anni sta aumentando il consenso sulle questioni internazionali e si stanno gradualmente sviluppando scambi pragmatici e una cooperazione non esclusivamente nel settore economico. L'incontro trilaterale è già diventato un'importante piattaforma grazie alla quale i tre paesi possono incentivare la reciproca fiducia politica, ampliare gli scambi e la collaborazione".

Yang ha anche detto che la cooperazione trilaterale ha "potenzialmente grandi prospettive" e che dunque è "necessario" rafforzarla. Lavrov finora è rimasto il più ottimista. Sulla scia dell'ottimismo di Yang ha affermato che "La piattaforma della troika sta davvero diventando un ulteriore punto di attrazione reciproca tra i nostri paesi e uno strumento per sviluppare la nostra reciprocamente vantaggiosa cooperazione". Ha sottolineato le posizioni comuni ai tre paesi su "questioni di principio come il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e l'approccio multilaterale negli affari mondiali, la necessità di riconoscere le realtà del multipolarismo, di democratizzare le relazioni internazionali e di combattere tutti i problemi attuali con strumenti collettivi".

Si è fatta notare la laconicità di Mukherjee alla conferenza stampa, dove ha evidentemente ridimensionato la portata della formula trilaterale affermando che l'incontro di Harbin aveva semplicemente facilitato uno scambio di punti di vista su questioni regionali e internazionali. Ha detto che la trilaterale "migliora la comprensione e la fiducia reciproca" in merito alle sfide comuni rappresentate dai conflitti regionali, dal terrorismo, dal narcotraffico, dal sottosviluppo, dalla povertà e dai cambiamenti climatici, e ha parlato dello sviluppo di "settori di interesse economico comune" e di "cooperazione in aree come l'agricoltura, la gestione dei disastri naturali e la salute".

Mukherjee ha riassunto l'incontro di Harbin definendolo un'"interazione molto utile". Ha aggirato questioni spinose come il multipolarismo e l'unilateralismo. È stato anche ben attento a non usare espressioni problematiche come "doppi criteri di giudizio".

L'ex primo ministro russo e importante orientalista Evgenij Primakov non avrebbe potuto prevedere un simile disparato esito quando dieci anni fa durante una visita a Nuova Delhi lanciò l'idea della trilaterale Russia-Cina-India.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/China/IJ31Ad01.html

Articolo originale pubblicato il 30 ottobre 2007

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

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