venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7507&lg=it

Etichette: , , , , , , , , , , , , , , ,

martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

mercoledì, ottobre 29, 2008

La guerra fredda che non c'era

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames

Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto. La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento. Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo! Non era meraviglioso?

Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.

L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.

L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.

E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...

Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].

La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?

Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.

È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:

“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.

Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....

La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.

Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.

“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.

Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.

Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?

I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.

Però è una storia che fa notizia. Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).

Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare.

“Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.

Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste!

Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente. Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità.

E io non ne vedevo l'ora.

Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse? “Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate.

Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto.

Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.

In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”

Fonte: The Nation

Originale pubblicato il 22 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , ,

mercoledì, ottobre 08, 2008

Il Congresso USA e il pacchetto di aiuti per la Georgia

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di aiuti per la Georgia

di Joshua Kucera

Solo pochi giorni prima del piano di salvataggio di Wall Street, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di aiuti per la Georgia che potrebbe ammontare a un miliardo di dollari nei prossimi due anni. L'aiuto sarebbe circa 30 volte quello che la Georgia ha ricevuto annualmente dal governo degli Stati Uniti e tre volte la cifra che la Casa Bianca ha proposto di spendere nel Caucaso post-sovietico e nell'Asia Centrale l'anno venturo.

Il presidente George W. Bush ha annunciato il pacchetto di aiuti il 3 settembre, ma alcuni membri del Congresso – che doveva approvare il pacchetto – hanno esitato data l'enormità della somma e la percezione che sarebbe stato come premiare la Georgia per la sventatezza del suo attacco contro l'Ossezia del Sud.

Ma il provvedimento che comprendeva gli aiuti alla Georgia è passato alla Camera dei Rappresentanti il 23 settembre e al Senato quattro giorni dopo. La firma del Presidente Bush è attesa il 1° ottobre. “Sono tutti rimasti sorpresi dall'opposizione che si è manifestata in merito al decreto, ma non è indicativa dell'atteggiamento del Congresso nei confronti della Georgia”, ha detto un funzionario del Congresso che ha chiesto di restare anonimo.
La legge è stata approvata da entrambe le Camere del Congresso con scarse discussioni perché i leader del Congresso l'hanno resa prioritaria, ha detto il funzionario. Il presidente Bush e i due principali candidati alla presidenza si sono pronunciati decisamente a favore del rafforzamento dei legami con la Georgia, e “la leadership del Congresso vuole dimostrare il proprio sostegno alla Georgia, e questo era il modo migliore per farlo”, ha detto la fonte.

Il decreto approvato dal Congresso stanzia 365 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per la Georgia per quest'anno. La Casa Bianca ha anche cambiato la destinazione di 200 milioni di dollari dalla Millennium Challenge Corporation e l'Overseas Private Investment Corporation per trasferirli alla Georgia. La legge propone inoltre che ciò che resta del miliardo di dollari venga assegnato il prossimo anno. “Il Congresso appoggia fortemente lo stanziamento complessivo di un miliardo di dollari di aiuti alla Georgia”, come si esprime il decreto. “Il Congresso si impegna a autorizzare i fondi restanti per l'anno fiscale 2009 in una successiva Legge del Congresso”.

Ma questo avrà luogo con un nuovo presidente e un nuovo Congresso e con il Tesoro degli Stati Uniti in difficoltà per la crisi finanziaria. “Resta da vedere cosa succederà con il prossimo Congresso, con la prossima amministrazione”, ha detto un'altra fonte del Congresso.

Il governo georgiano si è rallegrato per gli aiuti, che verranno usati per ricostruire il paese dopo il conflitto di agosto con la Russia. “Siamo grati agli Stati Uniti per il sostegno e le tempestive offerte di assistenza finanziaria fatte dall'Amministrazione e dal Congresso per aiutarci a rispondere alle necessità più pressanti del nostro paese dopo l'invasione russa della Georgia”, afferma una dichiarazione diffusa dall'Ambasciata georgiana a Washington.

La prima fase di assistenza non comprenderà alcun aiuto militare, ma una squadra di valutazione del Comando europeo degli Stati Uniti sta visitando la Georgia per determinare quale tipo di aiuto militare sarebbe appropriato, ha detto Matthew Bryza, vice assistente segretario di stato per gli affari europei ed eurasiatici. Bryza ha testimoniato a un'udienza del 10 settembre della Commissione Helsinki.
Il modo in cui è strutturato l'esercito georgiano potrebbe subire trasformazioni significative. Sotto l'addestramento statunitense l'esercito georgiano ha mirato a diventare un esercito di stampo NATO in grado di operare all'estero: un contingente di 2000 soldati georgiani è stato impiegato in Iraq fino al recente conflitto e altri contingenti più piccoli in Afghanistan e Iraq. Bryza ha suggerito che alla luce del recente conflitto la Georgia potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi di formare un esercito di tipo diverso.

"[i membri della squadra di valutazione degli Stati Uniti] devono valutare alcune decisioni impegnative che l'esercito georgiano dovrà prendere a seconda che desideri ancora concentrarsi sulla difesa interna e/o voglia continuare a contribuire ad altre missioni all'estero, mi riferisco alla coalizione in Iraq o in Kosovo o in Afghanistan”, ha dichiarato.

Joshua Kucera è un giornalista freelance; risiede a Washington, D.C.

Fonte: Eurasianet

Originale pubblicato il 30 settembre 2008

Etichette: ,

lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

Etichette: , , , , , , , , ,

giovedì, settembre 18, 2008

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

[Articolo sufficientemente documentato da risultare affidabile e credibile. Lo raccomando per la ricostruzione che fornisce e per capire quali concrete valutazioni stiano nascoste dietro le dichiarazioni retoriche di Europa e Stati Uniti].

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

Der Spiegel (Ralf Beste, Uwe Klussmann, Cordula Meyer, Christian Neef, Matthias Scheep, Hans-Jürgen Schlamp, Holger Stark)

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Hillary Clinton ha l'aria stanca. È martedì della scorsa settimana e siede, esausta, al Senato degli Stati Uniti. Perfino i suoi abiti, una giacca beige su una maglietta nera, appaiono sottotono.

Se n'è andato lo sfavillio della convention democratica di Denver, nella quale il partito ha candidato Barack Obama alle presidenziali, e se n'è andato anche il suo sogno presidenziale. Per Clinton è un ritorno alla normalità. La Commissione per i Servizi Armati del Senato discute il conflitto tra la Russia e il suo piccolo vicino, la Georgia.

È tardi, quando Clinton prende la parola. Perfino la sua voce suona stanca. Ma politicamente è ancora la vecchia Hillary, e va diritta al punto.

“Abbiamo incoraggiato i georgiani in qualche modo” a usare la forza militare?, chiede ai membri della commissione. L'amministrazione Bush ha davvero ammonito Mosca e la Georgia sulle conseguenze di una guerra? E com'è potuto essere che gli Stati Uniti siano stati colti di sorpresa dallo scoppio delle ostilità? Queste domande, dice Clinton, dovrebbero essere esaminate da una commissione statunitense, che dovrebbe in “primo luogo determinare i fatti reali”.

Anche se Clinton parla solo per pochi minuti, le sue parole ci dicono che negli Stati Uniti l'atteggiamento verso la Georgia sta cambiando.

Per gli americani questa guerra nel remoto Caucaso – laggiù nel Vecchio Mondo – non è forse stata altro che una lotta tra un paese gigantesco ed espansionista e una nazione piccola e democratica che stava cercando di soggiogare? E la Georgia non è stata attaccata semplicemente “perché vogliamo essere liberi”, come ripeteva quasi ogni ora davanti alle telecamere della CNN il presidente Mikhail Saakashvili?

“Oggi siamo tutti georgiani”, ha dichiarato il candidato repubblicano alla presidenza John McCain. L'editorialista neo-conservatore Robert Kagan ha paragonato l'azione russa all'invasione nazista dei Sudeti. E durante un incontro con il vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney a Saakashvili è stato assicurato il sostegno di Washington per il suo più fervido desiderio: l'ammissione nella NATO.

Ma ora, a cinque settimane dalla guerra nel Caucaso in America il vento ha cambiato direzione. Perfino Washington comincia a sospettare che Saakashvili, amico e alleato, abbia in effetti giocato d'azzardo, cioè abbia scatenato quella sanguinosa e breve guerra e poi vergognosamente mentito all'Occidente. “Le preoccupazioni che riguardano la Russia permangono”, dice Paul Sanders, esperto di Russia e direttore del conservatore Nixon Center di Washington. Le sue parole continuano a riflettere la valutazione occidentale secondo la quale la ritorsione militare russa contro la piccola Georgia sarebbe stata sproporzionata, Mosca avrebbe violato il diritto internazionale riconoscendo le repubbliche separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e infine avrebbe usato la Georgia per sfoggiare la propria rinascita imperiale.

Ma poi Saunders precisa: “Un numero sempre maggiore di persone si rende conto che in questo conflitto ci sono due parti, e che la Georgia non è stata tanto una vittima, ma ha partecipato di sua volontà”. Anche alcuni membri dell'amministrazione presidenziale di George W. Bush stanno riconsiderando la propria posizione. La Georgia “ha mosso contro la capitale dell'Ossezia del Sud” dopo una serie di provocazioni, dice l'assistente segretario di stato per l'Europa e l'Eurasia Daniel Fried.

Tutto questo suggerisce forse che le dichiarazioni americane di solidarietà con Saakashvili erano premature quanto quelle europee? Il primo ministro britannico Gordon Brown ha chiesto una revisione “radicale” delle relazioni con Mosca, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha deprecato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha promesso alla Georgia che prima o poi potrà “diventare membro della NATO, se lo vorrà”.

Ma il volume della retorica anti-Mosca si sta abbassando. La scorsa settimana il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha chiesto pubblicamente un chiarimento su chi sia responsabile della guerra nel Caucaso. “Abbiamo bisogno di maggiori informazioni su chi abbia quale parte di responsabilità per l'escalation militare e fino a che punto”, ha detto Steinmeier a un incontro degli ambasciatori tedeschi, più di 200, convenuti a Berlino. L'Unione Europea, ha affermato, deve ora “definire le nostre relazioni con le parti del conflitto nel medio e lungo termine”, ed è giunto il momento di ottenere informazioni concrete.

Chi ha attaccato per primo?

Molto dipende dal chiarimento di questa responsabilità. Dopo questa guerra l'Occidente deve chiedersi se voglia davvero accettare un paese come la Georgia nella NATO, soprattutto se ciò significa dover intervenire militarmente nel Caucaso nell'eventualità di un conflitto analogo. E quale genere di rapporto di collaborazione vorrà avere con la Russia, che per la prima volta è diventata insistente quanto gli Stati Uniti nel proteggere le proprie sfere di influenza?

Il tentativo di ricostruire la guerra dei cinque giorni continua a girare attorno a una domanda principale: chi ha cominciato per primo l'attacco militare? Le informazioni che giungono dalla NATO e dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) adesso forniscono un quadro diverso da quello emerso durante i primi giorni della battaglia per Tskhinvali, e stanno alimentando i dubbi dei politici europei.

Il governo georgiano continua a sostenere che la guerra è cominciata giovedì 7 agosto alle 23.30. Secondo questa versione, in quel momento ha ricevuto diversi rapporti dei servizi segreti secondo i quali circa 150 mezzi dell'esercito russo erano entrati in territorio georgiano, nella repubblica separatista dell'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, che passa sotto la principale catena montuosa caucasica. Il loro obiettivo, dicono i georgiani, era Tskhinvali, e alle 3 del mattino sono stati seguiti da altre colonne militari.

“Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero raggiungere i villaggi georgiani”, ha dichiarato recentemente Saakashvili a Der Spiegel, spiegando gli ordini dati al suo esercito. “Quando i nostri carri armati si sono diretti a Tskhinvali i russi hanno bombardato la città. Sono stati loro, non noi, a distruggere la città”. Ma i rapporti dell'OSCE descrivono una situazione diversa in quelle ore critiche.

In Ossezia del Sud è presente una missione OSCE, che si è trovata tra i due fronti quando è scoppiata la guerra. Secondo il cosiddetto spot report, un rapporto immediato che gli ufficiali OSCE hanno compilato alle 11 dell'8 agosto (ora georgiana), “Poco prima della mezzanotte, il centro di Tskhinvali è stato sottoposto a fuoco d'artiglieria pesante, parte del quale presumibilmente veniva da sistemi di lancio posizionati all'esterno della zona del conflitto. La sede della missione a Tskhinvali è stata colpita, e i tre restanti membri del personale internazionale hanno cercato rifugio nel seminterrato”.

Gli spot report vengono regolarmente mandati alle sedi di Vienna dei 56 paesi membri dell'OSCE. Il rapporto dell'8 agosto si mantiene neutrale, visto che sia la Georgia che la Russia fanno parte dell'organizzazione: dunque le informazioni contenute sono inizialmente prive di giudizi di valore. Il rapporto si limita a identificare dove i russi abbiano violato lo spazio aereo georgiano o dove i georgiani abbiano occupato villaggi sudosseti, per esempio.

Come è stato appreso da Der Spiegel, la NATO a quel punto aveva già azzardato una conclusione ben più definitiva. Il suo International Military Staff (IMS), che svolge il lavoro preparatorio per il Comitato Militare, la più alta autorità militare dell'alleanza, ha rapidamente valutato il materiale a disposizione. Il Comitato Militare comprende ufficiali di tutti i 26 paesi membri.

L'8 agosto, a mezzogiorno, gli esperti della NATO non potevano già aver dedotto l'intera portata dell'avanzata russa, descritta in seguito da Saakashvili come un attacco mentre Mosca l'ha definita un'operazione per “assicurare la pace”. Tuttavia stavano già emettendo comunicazioni interne sul fatto che, alla luce degli attacchi iniziali russi con aerei militari e missili a breve raggio, non ci si poteva aspettare che Mosca rimanesse passiva.

La calcolata offensiva georgiana

Una cosa era già chiara agli ufficiali del quartier generale della NATO a Bruxelles: pensavano che i georgiani avessero scatenato il conflitto e che le loro azioni fossero più calcolate di una semplice autodifesa o di una reazione alla provocazione russa. Di fatto, gli ufficiali della NATO ritenevano che l'attacco georgiano fosse una calcolata offensiva contro le posizioni sudossete e consideravano le schermaglie dei giorni precedenti come eventi minori. Ancora più chiaramente, gli ufficiali della NATO pensavano, retrospettivamente, che in nessun modo queste schermaglie potessero essere viste come una giustificazione per i preparativi di guerra georgiani.

Gli esperti della NATO non hanno messo in dubbio l'affermazione dei georgiani che i russi li avessero provocati mandando le loro truppe attraverso il tunnel di Roki. Ma nella loro valutazione dei fatti predomina lo scetticismo sul fatto che queste fossero le vere ragioni delle azioni di Saakashvili.

I dati raccolti dai servizi segreti occidentali concordano con le valutazioni della NATO. Secondo queste informazioni, la mattina del 7 agosto i georgiani hanno ammassato circa 12.000 soldati al confine con l'Ossezia del Sud. Settantacinque carri armati e veicoli corazzati per il trasporto truppe – un terzo dell'arsenale militare georgiano – sono stati posizionati nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era di avanzare verso il tunnel di Roki con un blitz di 15 ore e chiudere il collegamento tra le regioni del Caucaso settentrionale e meridionale, separando efficacemente l'Ossezia del Sud dalla Russia.

Alle 22.35 del 7 agosto, meno di un'ora prima che i carri armati russi entrassero nel tunnel di Roki, secondo Saakashvili, le forze georgiane hanno cominciato ad attaccare Tskhinvali con l'artiglieria. I georgiani hanno usato 27 sistemi lanciarazzi, cannoni da 152 millimetri e bombe a grappolo. L'assalto notturno è stato condotto da tre brigate.

I servizi segreti controllavano le richieste russe d'aiuto via radio. La 58ª Armata, parte della quale stazionava nell'Ossezia del Nord, non era apparentemente pronta a combattere, almeno non durante quella prima notte.

L'esercito georgiano, d'altra parte, consisteva soprattutto di gruppi di fanteria, che sono stati costretti a muoversi lungo le strade principali: si è presto impantanato e non è stato in grado di andare oltre Tskhinvali. I servizi occidentali hanno appreso che i georgiani avevano problemi “a maneggiare” le armi. Se ne è dedotto che i georgiani non combattevano bene.

I servizi segreti concludono che l'esercito russo non ha cominciato a sparare prima delle 7.30 dell'8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sud-ovest di Gori. Apparentemente il missile ha colpito postazioni militari. Gli aerei militari russi hanno cominciato ad attaccare l'esercito georgiano poco dopo. All'improvviso le onde radio si sono animate, così come l'esercito russo.

Le truppe russe provenienti dall'Ossezia del Nord non hanno cominciato a marciare attraverso il tunnel di Roki prima delle 11 circa. Questa sequenza temporale è ora vista come prova del fatto che quella di Mosca non è stata un'offensiva, ma una semplice reazione. In seguito sono stati spostati a sud altri SS-21. I russi hanno posizionato 5500 soldati a Gori e 7000 al confine tra la Georgia e l'altra regione separatista, l'Abkhazia.

In Europa si chiede un'indagine internazionale

Wolfgang Richter, colonnello dello Stato Maggiore della Germania e consigliere militare presso la missione OSCE tedesca, è un altro esperto della situazione. Richter, che in quei giorni si trovava a Tbilisi, conferma che già a luglio i georgiani avevano ammassato truppe al confine con l'Ossezia del Sud. In una seduta a porte chiuse svoltasi mercoledì scorso a Berlino, ha detto al ministro della Difesa Franz-Josef Jung e ai rappresentanti delle commissioni per gli esteri e la difesa del parlamento tedesco che i georgiani avevano, in una certa misura, “mentito” sui movimenti di truppe. Richter ha detto che non era riuscito a trovare alcuna prova delle affermazioni di Saakashvili secondo cui i russi avevano marciato nel tunnel di Roki prima che Tbilisi lanciasse l'attacco, ma che non poteva escluderle. Ad alcuni membri del parlamento è parso che le sue affermazioni assecondassero la versione russa. “Non ha lasciato spazio all'interpretazione”, ha concluso uno dei membri delle commissioni. “È chiaro che la responsabilità sta più dalla parte della Georgia che da quella della Russia”, ha aggiunto un altro membro.

Sulla base di questi rapporti, agli osservatori occidentali è apparso evidente chi avesse dato fuoco alla polveriera dell'Ossezia del Sud. Nell'infuriare della battaglia gli analisti, comprensibilmente, non hanno tenuto conto dei precedenti del conflitto, che comprendono anni di provocazioni russe nei confronti di Tbilisi.

Ma è giunto il momento che l'Unione Europea concentri l'attenzione sulle ragioni di questa guerra. Mosca è rimasta sconcertata e delusa dal rifiuto europeo di condannare l'attacco di Saakashvili contro Tskhinvali e dall'insistenza a incolpare la Russia. Gli europei, come ha lamentato un diplomatico del ministero degli Esteri russo, apparentemente non hanno il “coraggio di tener testa a Washington e ai suoi alleati a Tbilisi”.

Durante un incontro informale svoltosi un paio di settimane fa ad Avignone, nel sud della Francia, i ministri degli esteri europei hanno chiesto “un'indagine internazionale” sul conflitto. La logica di questa decisione è che chiunque speri di fare da mediatore non debba peccare di parzialità nel valutare ciò che è accaduto nel Caucaso. Pare che perfino i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Svezia, Stati baltici e altri paesi dell'Europa Orientale si siano detti d'accordo. Prima dell'incontro di Avignone erano stati fautori della linea dura con Mosca e di una maggiore solidarietà con Tbilisi, malgrado i fatti parlassero chiaro.

I 27 ministri degli esteri prevedono di adottare all'inizio di questa settimana una risoluzione formale per chiedere un'indagine internazionale. Ma rimane del tutto senza risposta la questione di chi debba ricevere questo delicato incarico: le Nazioni Unite, l'OSCE, organizzazioni non governative, accademici, o un insieme di tutti questi gruppi? Una cosa sola è chiara: l'Unione Europea non intende accollarsi la questione. Gli europei temono che non farebbe che allargare il divario tra i fautori della linea dura e coloro che sono favorevoli a una cauta riconciliazione con Mosca.

Saakashvili, il collerico presidente georgiano, segue questo cambiamento di prospettiva dell'Occidente con crescente disagio. Ribadisce la propria versione tutti i giorni alla televisione, una società internazionale di pubbliche relazioni inonda costantemente i media occidentali di materiale attentamente selezionato e Tbilisi sta già portando il proprio caso al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra dell'Aia, accusando i russi di “pulizia etnica”.

Ma Saakashvili non si fida più così tanto del sostegno dei suoi alleati. Prima della visita a Tbilisi del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, questa settimana, Saakashvili ha chiesto all'alleanza occidentale di mostrare la propria determinazione, osservando che un'esibizione di debolezza nei confronti di Mosca avrebbe portato a “una storia infinita di aggressioni russe”.

Saakashvili è già politicamente morto?

Il presidente georgiano deve anche subire pressioni all'interno del suo paese, giacché il fronte unanime che si era creato durante l'invasione russa si sta sbriciolando. Chi soleva criticare il “regime autoritario” di Saakashvili si sta facendo nuovamente sentire. Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che Saakashvili e i suoi sono persone “per le quali il potere è tutto”. Poche settimane prima Saakashvili aveva spiegato a Tbilisi i corpi speciali per reprimere le proteste dell'opposizione e aveva dichiarato lo stato d'emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine indebolita con una “piccola guerra vittoriosa”: quella contro l'Ossezia del Sud.

Già nel maggio 2006 l'ex ministro degli Esteri Salomé Surabishvili aveva espresso allarme per le intenzioni di Saakashvili. L'“enorme potenziamento militare” da lui intrapreso era “senza senso”, disse Surabishvili, aggiungendo che faceva pensare che intendesse risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud.

La scorsa settimana i capi dei due maggiori partiti politici georgiani hanno chiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un “governo né pro-russo né pro-americano, ma pro-georgiano”. A Mosca l'ex vice ministro degli Interni georgiano Temur Khachishzili, che ha scontato anni di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili, Eduard Shevardnadze, sta raccogliendo supporto per un cambio di regime in Georgia tra il milione e più di georgiani che vivono sul suolo russo.

Siamo già alla morte politica di Saakashvili, che solo cinque settimane fa si era conquistato la simpatia dell'Occidente come vittima dell'invasione russa? Lo scorso finesettimana il presidente georgiano ha ricevuto un aiuto inaspettato da Krasnaja Zvezda, giornale pubblicato dal ministero della Difesa russo. Il giornale ha pubblicato alcune dichiarazioni, finora smentite da Mosca, di un ufficiale della 58ª Armata. Ironicamente, l'ufficiale metteva in dubbio le conclusioni dei servizi occidentali e della NATO che i reparti dell'esercito russo non avessero raggiunto Tskhinvali prima del 9 agosto.

Su Krasnaja Zvezda il capitano Denis Sidristij, comandante di una compagnia del 135° reggimento di fanteria motorizzato, descrive come lui e il suo reparto si trovassero già nel tunnel di Roki, diretti a Tskhinvali, la notte precedente l'8 agosto. L'invasione di Mosca è forse cominciata prima di quando dicono i russi?

La scorsa settimana gli inquirenti moscoviti hanno anche ammesso per la prima volta che il numero delle vittime civili dell'assalto georgiano contro Tskhinvali non era 2000, come hanno affermato ripetutamente le autorità russe, ma 134.

Interrogato a proposito delle affermazioni su Krasnaja Zvezda, un portavoce del ministero della Difesa russo ha detto a Der Spiegel che erano il risultato di un errore tecnico. Inoltre, ha detto il portavoce, l'ufficiale in questione era rimasto ferito e dunque “non riusciva più a ricordare con chiarezza la situazione”.

Lo scorso venerdì il capitano Sidristij, da allora decorato dal ministero della Difesa russo, ha avuto una seconda possibilità di descrivere la sua versione dei fatti alla Krasnaja Zvezda. Il suo reparto, ha detto nella versione riveduta, si era diretto a Tskhinvali un po' più tardi di quello che aveva detto al giornale la prima volta.

Sembra che per quanto riguarda la breve guerra del Caucaso sia ancora difficile separare la verità dalle bugie.

Fonte: http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,578273,00.html

Articolo originale pubblicato il 15 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

Etichette: , , , , , ,

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

Etichette: , , , , , , , ,

martedì, settembre 16, 2008

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

di Sergej Markedonov, direttore del dipartimento relazioni internazionali dell'Istituto di analisi politica e militare, per RIA Novosti

La visita odierna del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev a Mosca assume particolare importanza nella storia delle relazioni bilaterali russo-azere. È la visita del leader di uno stato caucasico dopo la “guerra dei cinque giorni” e il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale. I governanti dei due paesi si accingono a rispondere a tutta una serie di questioni di fondamentale importanza per la sicurezza non solo della regione, ma di tutta l'Eurasia.

Un punto così sensibile per l'Azerbaigian come il riconoscimento dell'indipendenza delle due ex regioni georgiane (giacché lo stato caspico deve affrontare la sfida del Nagorno-Karabakh) rappresenterà un ostacolo allo sviluppo della cooperazione strategica, tema affrontato da Dmitrij Medvedev durante la sua visita estiva a Baku? Fino a che punto l'Azerbaigian e la Russia sono disposti a muoversi sulla strada della comprensione reciproca sulla questione del Karabakh? Naturalmente a Ilham Aliyev interesserà anche conoscere la posizione di Mosca in merito alle prossime elezioni in Azerbaigian? L'appoggio russo al tempo della campagna per le elezioni parlamentari del 2005 era stato molto importante per la squadra del presidente azero.

Saranno in grado Mosca e Baku di allontanarsi dagli agganci immediati della “questione georgiana” a favore del più ampio contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi? L'Azerbaigian e la Russia hanno dimostrato altre volte di essere capaci di trovare punti in comune dopo periodi “freddi”. È successo, per esempio, nel 2001 (con la prima visita di Putin a Baku), quando i due paesi riuscirono a superare le distanze e le tensioni dei primi anni Novanta.

I fatti dell'“agosto caldo” hanno mutato completamente il panorama del Grande Caucaso. Per la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica sul suo territorio sono apparse nuove entità in parte riconosciute. Da un lato ciò costituisce un precedente, e dall'altro dimostra che la risoluzione con la forza dei problemi relativi all'integrità territoriale di qualunque stato è suscettibile di costi altissimi, fino alla perdita delle “regioni rivoltose”. Di conseguenza molti vicini della Russia si pongono ora questa domanda: “Mosca comincerà a estendere il precedente dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale ad altre entità non riconosciute?”. Naturalmente l'Azerbaigian è molto preoccupato per la posizione di Mosca sulla questione del Nagorno-Karabakh.

Ricordiamo che la posizione ufficiale di Baku sugli eventi in Ossezia del Sud è stata caratterizzata da un'estrema prudenza. La dichiarazione fatta l'8 agosto dal Ministro degli Esteri azero a sostegno dell'integrità territoriale della Georgia (approvata dai diplomatici georgiani) conteneva frasi generali (sulla “conformità dell'operazione georgiana al diritto internazionale”) e non ha avuto ulteriori sviluppi. All'incontro svoltosi a Tbilisi il 12 agosto hanno manifestato la loro solidarietà con la Georgia i capi di cinque paesi: erano presenti i leader dei tre Stati baltici, della Polonia e dell'Ucraina, ma non c'era Ilham Aliyev, il capo di stato che meno di un mese prima Saakashvili aveva definito “garante dell'indipendenza”. Baku ha preferito la cautela, tenendo conto del proprio interesse a mantenere relazioni stabili con la Federazione Russa.

L'Аzerbaigian non è uscito dalla CSI e non ha espresso (come la squadra del presidente ucraino Yushenko) una retorica anti-russa. Neanche la visita in Azerbaigian del vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney ha cambiato la posizione ufficiale di Baku.

La politica estera dell'Azerbaigian, al contrario di quella georgiana, non si fonda sullo scontro. Da un lato l'Azerbaigian non è membro della CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Comunità Economica Eurasiatica, ma fa parte della GUAM (Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico) e critica abbastanza spesso la politica russa troppo sbilanciata a favore dell'Armenia. Dall'altro lato a Baku si guarda alla Russia come a un contrappeso all'Occidente (che con l'Azerbaigian, contrariamente alla Georgia, ha ancora rapporti ambivalenti). L'Azerbaigian teme inoltre di finire coinvolto nel “gioco iraniano”, nel quale verrebbe condannato o al ruolo di base militare o di bersaglio di una ritorsione di Teheran. Di qui il tentativo di mantenere a tutti i costi relazioni non semplici ma complessivamente amichevoli con la Federazione Russa.

L'opposizione cerca di sfruttare questa situazione. Il capo del partito “Musavat”, Isa Gambar (secondo alle passate elezioni presidenziali) considera inadeguata la reazione ufficiale di Baku ai fatti dell'Ossezia Meridionale. Ma quali sono oggi le risorse di cui dispongono Gambar e altri oppositori (Eldar Namazov o Ali Keremli) per correggere la posizione dell'amministazione presidenziale? È una domanda retorica. In ogni caso Mosca è interessata alla stabilità della linea adottata da Aliyev, il che significa che la Russia assicurerà il proprio sostegno al presidente attuale. E questo, indubbiamente, costituisce una base positiva per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Osserviamo anche che se si ripetesse uno scenario di guerra nel Nagorno Karabakh Baku dovrebbe fare i conti con una reazione molto più severa dell'Occidente. Qui le posizioni di Stati Uniti, Russia e principali paesi dell'Unione Europea si compatterebbero (soprattuto se si tiene conto del ruolo della lobby armena e delle sue potenti risorse mediatiche). Dopo il fallimento della “campagna di Tskhinvali” di Saakashvili le autorità dell'Azerbaigian hanno cominciato ad accennare molto più raramente alla possibilità di ristabilire con la forza il controllo sul Karabakh.
Allo stesso tempo i diplomatici e i politici russi mirano a dimostrare che il riconoscimento dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale è stato una reazione concreta a un preciso complesso di circostanze politico-militari. Laddove vi sia la possibilità di una risoluzione negoziale del conflitto (anche se solo ipotetica), la diplomazia russa è pronta al dialogo, alla mediazione, alla discussione dell'intero processo pace. In questo senso la mobilitazione della diplomazia russa nel Karabakh (e anche nella Transnistria) servirà a dimostrare che Mosca non mira alla “rinascita dell'Unione Sovietica” (come invece negli ultimi tempi assicurano alcuni politici ed esperti americani ed europei).

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080916/151303081.html

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

Etichette: , , , , , , ,

lunedì, settembre 15, 2008

Esponenti dell'opposizione georgiana parlano

Qua e là gli esponenti dell'opposizione georgiana cominciano a esprimere la loro opinione sul conflitto nel Caucaso. Nel finesettimana è stata la volta dell'ex ministro della difesa in esilio, Irakly Okruashvili. In un'intervista ha accusato gli Stati Uniti di essere parzialmente colpevoli della guerra non avendo fatto nulla per limitare le ambizioni di Saakashvili, che ha definito come un uomo con "carenze democratiche".
Traduco dalla notizia Reuters:

"Le osservazioni dell'ex ministro della difesa sono importanti, perché Saakashvili ha sempre sostenuto che è stata la Russia a cominciare la guerra invadendo il suo paese. Il presidente georgiano ha infatti detto di avere consegnato ai capi dell'Unione Europea 'solide prove' che la colpa è di Mosca, anche se non ha fornito dettagli.

Ma Okruashvili, già stretto alleato di Saakashvili che è stato ministro della difesa dal 2004 al 2006, ha detto che lui e il presidente avevano lavorato insieme ai piani militari per invadere l'Ossezia del Sud e l'altra regione separatista, l'Abkhazia.

'L'Abkhazia era la nostra priorità strategica, ma nel 2005 abbiamo elaborato piani militari per prenderle entrambe', ha detto Okruashvili.

Dall'ufficio di Saakashvili non è giunta alcuna reazione immediata a queste dichiarazioni.

Mentre era in carica, Okruashvili era un falco dichiarato: era stato fautore di una maggiore militarizzazione del paese e aveva invocato la necessità di riprendersi l'Ossezia del Sud - suo luogo natale - con la forza.

Ma nell'intervista ha criticato aspramente il modo in cui Saakashvili ha gestito il conflitto, che sarebbe stato lanciato in fretta e in furia senza supporto diplomatico e senza tener conto del rafforzamento della presenza militare nella regione.

'I piani originali prevedevano un'operazione articolata in due segmenti per entrare in Ossezia del Sud, prendere Tskhinvali, il tunnel di Roki e Java', ha detto riferendosi rispettivamente alla capitale della regione, il principale valico tra la Russia e la regione ribelle e un'altra città strategicamente importante.

'L'offensiva di Saakashvili invece mirava solo a prendere Tskhinvali, perché pensava che gli Stati Uniti avrebbero bloccato la reazione russa attraverso canali diplomatici'.

'Ma quando la reazione degli Stati Uniti si è rivelata inesistente Saakashvili ha poi spostato le truppe verso il tunnel di Roki, dove sono state respinte dai russi', ha detto.

La Russia infatti ha reagito all'attacco georgiano a Tskhinvali riversando truppe e carri armati attraverso il tunnel di Roki e mettendo in rotta l'esercito georgiano. Esito inevitabile, secondo Okruashvili.

'Dopo il 2006 non avevamo alcuna possibilità di successo in un'offensiva militare... i russi avevano riposizionato e migliorato le loro infrastruttore militari nel Caucaso Settentrionale, in Abkhazia e in Ossezia del Sud, e ovviamente l'hanno fatto per noi'.

Okruashvili ha detto che il presidente georgiano avrebbe potuto ordinare all'esercito di difendere dai russi varie città strategicamente importanti, ma che ha invece 'lasciato passare i russi per risparmiarsi le critiche e giocare il ruolo della vittima'.

Washington aveva sempre detto chiaramente alla leadership georgiana che non avrebbe appoggiato un'invasione, ha aggiunto Okruashvili.

'Quando abbiamo incontrato il presidente Bush, nel maggio del 2005, ci è stato detto chiaramente: non cercate lo scontro militare. Non saremo in grado di aiutarvi militarmente'.

Okruashvili, 34 anni, è fuggito in Europa nel 2007 dopo essere stato incarcerato nel suo paese per accuse di corruzione che ha sempre negato, attribuendole alla volontà di punirlo per le sue critiche alla presidenza. A marzo è stato condannato a 11 anni di carcere in contumacia da un tribunale georgiano ma ha ricevuto asilo politico in Francia, dove la scorsa settimana un tribunale ha respinto la richiesta di estradizione di Tbilisi.

Okruashvili ha detto che Washington è parzialmente da biasimare per la guerra perché ha acriticamente supportato Saakashvili malgrado il suo crescente autoritarismo.

'Non c'erano controlli. Le istituzioni che aveva creato ruotavano tutte intorno a lui. L'assenza di critiche da parte degli Stati Uniti gli ha permesso di andare troppo in là', ha detto l'ex ministro.

Okruashvili ha aggiunto che il presidente georgiano dovrebbe ora dimettersi o affrontare un procedimento giudiziario per aver ordinato la guerra e aver firmato la tregua 'indecorosa' mediata dall'UE che attribuisce alla Russia diritti ancora maggiori sulle due regioni ribelli.

'(Saakashvili) deve essere ritenuto responsabile e dimettersi. Se si dimette non sarà sottoposto a procedimento giudiziaro. Ma se non lo fa sarà perseguito', ha detto Okruashvili".

Secondo Okruashvili il 7 novembre, cioè l'anniversario delle dimostrazioni di massa represse violentemente dal regime di Saakashvili, sarà una sorta di test per l'opposizione.

Link

Le dichiarazioni di un ex ministro ora in esilio, a suo tempo fautore di una politica molto aggressiva e alleato di Saakashvili, vanno prese con un grano di sale.
Tuttavia la parte interessante, come fa notare Kirill Pankratov (RUS), sembra essere rappresentata dai segnali agli Stati Uniti, che Okruashvili fondamentalmente cerca di discolpare magari pensando di assicurarsi così il ruolo di successore di Saakashvili. Tutto sembra indicare che Saakashvili si aspettasse un forte appoggio da parte degli Stati Uniti. Da qui, dice Pankratov, giungiamo a due ipotesi:

a) Saakasvhili è stato così sprovveduto da interpretare male gli ammonimenti degli Stati Uniti;

b) In effetti gli Stati Uniti non hanno cercato di alcun modo di trattenerlo, e forse l'hanno addirittura aizzato senza prendere in considerazione l'ipotesi di uno scontro militare diretto con la Russia. Forse sono arrivati diversi segnali attraverso canali diversi: da una parte (canale pubblico) l'avvertimento di andarci cauti, dall'altra (canale confidenziale) un maggiore incoraggiamento. In questo secondo caso gli Stati Uniti non hanno corso alcun rischio concreto, la banda dei neocon ne ha tratto vantaggi elettorali e Saakashvili e la Georgia sono stati semplicemente usati. A che altro servono le nuove "democrazie"?

Etichette: , , , ,

domenica, settembre 07, 2008

Train and equip: come gli Stati Uniti hanno armato e addestrato i georgiani

Ieri il Financial Times ha pubblicato un articolo sull'addestramento fornito dagli Stati Uniti (esercito e corporazioni mercenarie) ai reparti speciali georgiani. Naturalmente si scoprono cose molto interessanti, tipo che una delle due società mercenarie, la MPRI (Military Professional Resources Incorporated), nel 1994 aveva firmato (grazie alla mediazione del Pentagono) un contratto con la Croazia per addestrare l'esercito croato in vista dell'invasione della Krajina e della massiccia pulizia etnica ai danni della popolazione serba nell'estate del 1995 (Operacija Oluja, Operazione Tempesta).
Traduco e sintetizzo le parti salienti:

L'esercito americano ha fornito addestramento ai reparti speciali georgiani solo pochi mesi prima dell'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud. La rivelazione, che si basa su documenti di reclutamento e interviste con addestratori militari ottenuti dal Financial Times, potrebbe confermare le affermazioni di Putin, che nell'intervista alla CNN ha accusato gli Stati Uniti di aver "orchestrato" la guerra nell'enclave georgiana.

"L'addestramento è stato fornito da ufficiali statunitensi e da due compagnie mercenarie. Non ci sono prove che i contractor o il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che i reparti che stavano addestrando potessero essere impiegati nell'aggressione contro l'Ossezia del Sud.
Un portavoce dell'esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del programma era di addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan, come parte dell'International Security Assist­ance Force NATO. Il programma, tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso involontarie dei programmi train and equip degli Stati Uniti in paesi stranieri.

I contractor – MPRI e American Systems, entrambi con sede in Virginia – avevano reclutato una squadra composta da 15 ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani alla base di Vashlijvari, nei dintorni di Tbilisi, nell'ambito di un programma del ministero della difesa degli Stati Uniti.

La MPRI è entrata al servizio del Pentagono nel 1995 per addestrare l'esercito militare croato prima dell'invasione della Krajina, regione a maggioranza serba, che ha causato 200.000 profughi e ed è stato uno dei peggiori casi di pulizia etnica delle guerre balcaniche. La MPRI nega qualsiasi responsabilità in atti illeciti.

L'addestramento dell'esercito georgiano fornito dagli Stati Uniti è un grosso punto critico nei rapporti tra Washington e Mosca. Il 29 agosto Putin ha dichiarato alla CNN: 'La questione non è semplicemente che gli americani non hanno impedito alla dirigenza georgiana di commettere questo crimine [di intervenire in Ossezia del Sud]. Gli americani hanno in effetti armato e addestrato l'esercito georgiano'".

La prima fase dell'addestramento dei reparti speciali si è svolta tra gennaio e aprile di quest'anno e si è concentrata sulle 'competenze base delle forze speciali', ha detto un dipendente di American Systems contattato telefonicamente.

La seconda fase, di 70 giorni, doveva cominciare l'11 agosto, pochi giorni dopo l'inizio della guerra in Ossezia del Sud. Gli addestratori sono arrivati il 3 agosto, quattro giorni prima dello scoppio del conflitto.

Né la MPRI né l'American Systems hanno voluto parlare al Financial Times dei dettagli del programma:

"L'American Systems ha girato le domande alla Security Assistance Training Management Organisation (Satmo) di Fort Bragg, che fa parte della Special Warfare Center School dell'esercito degli Stati Uniti. La Satmo manda addestratori (contractor e forze speciali) in paesi come Yemen, Colombia e Filippine. Gli addestratori della Satmo generalmente lavorano con forze che si occupano di contro-insorgenza, anti-terrorismo o guerre civili. Un portavoce della Satmo si è rifiutato di commentare.

Un ufficiale statunitense al corrente del programma ha detto che era l'esito di una proposta fatta nel dicembre del 2006 dalla Georgia agli Stati Uniti di inviare in Afghanistan reparti speciali georgiani che avrebbero affiancato le forze speciali americane.

Secondo questa persona, gli Stati Uniti dissero alla Georgia che l'offerta doveva passare attraverso la NATO, che la accolse ma informò la Georgia che le sue forze dovevano sottoporsi a un addestramento supplementare per soddisfare i criteri dell'alleanza.

Benché il programma non sia secretato, le circostanze che lo riguardano mancano di trasparenza, anche se secondo le fonti dell'esercito statunitense questa mancanza di trasparenza non era intesa a mantenere segreto il programma. Altri programmi di addestramento militare degli Stati Uniti in Georgia dispongono di siti internet e gallerie fotografiche".

Tra la documentazione di cui è in possesso il Financial Times c'è un'e-mail spedita dai reclutatori della MPRI. Secondo questa e-mail, che non nomina le operazioni NATO, gli ex-membri delle forze speciali USA avrebbero ricevuto 2.000 dollari alla settimana più i costi come addestatori.

Fonte: Financial Times

***

Come ben ricorda Sean's Russia Blog, la MPRI e l'American Systems non sono le prime corporazioni mercenarie a operare in quella regione: i mercenari americani erano arrivati in Georgia e nella regione del Mar Caspio già nel 2003.
Nel suo libro sulla Blackwater, Jeremy Scahill scrive che il governo americano aveva lanciato un programma chiamato "Caspian Guard" in Azerbaigian e in Kazakistan. Un progetto simile era stato creato in Georgia, e prevedeva l'investimento di 135 milioni di dollari per creare una rete di reparti speciali che proteggessero le attività di prospezione di gas e petrolio condotta dalle grandi corporazioni. Agli inizi del 2003 la Cubic, un contractor militare di Washington, ha ricevuto una commessa triennale da 15 milioni di dollari per armare e offrire consulenza al vacillante esercito dell'ex-repubblica sovietica, un modo per mascherare un movimento verso est che già allora faceva infuriare la Russia. All'epoca il pretesto era costituito dalla presunta presenza di 'terroristi ceceni', ma un ufficiale della sicurezza georgiana disse: "la Cubic migliorerà la protezione dell'oleodotto che trasporterà il petrolio del Caspio da Baku alla Turchia attraverso la Georgia. La Georgia ha già espresso la sua gratitudine acconsentendo all'invio di 500 soldati in Iraq".
La Blackwater, la madre di tutte le corporazioni mercenarie, era entrata nella regione del Caspio agli inizi del 2004, con lo scopo di formare una squadra di SEAL per l'Azerbaigian per difendere gli interessi petroliferi.
Conclude Sean's Russia Blog: "dati questi presupposti, è forse troppo suggerire o almeno interrogarsi sulla questione del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questa guerra? Dopo tutto, forse Putin non è affatto pazzo".
[L'autore è tra coloro che avevano giudicato le affermazioni di Putin alla CNN a metà tra un passo falso (prodotto da informazioni errate, teoria del complotto e vecchia paranoia russa di stampo sovietico) e un velato favore a McCain].

***

E visto che Google è sempre il migliore amico di una wannabe war nerd, eccovi questo articolo di giugno-luglio 2002 (c'era ancora Shevardnadze, la "rivoluzione delle rose" è del novembre 2003) in cui si diceva che "il presidente George Bush ha definito l'invio a maggio di circa 150 consulenti statunitensi in Georgia 'l'ultimo fronte della guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo'. Come i loro colleghi nelle Filippine, le forze speciali americane stanno insegnando ai soldati georgiani come meglio combattere gli estremisti musulmani nel loro paese".
Si trattava di un programma da 64 milioni di dollari per addestrare quattro battaglioni georgiani di rapido intervento (circa 1500 soldati) per operazioni anti-terrorismo e contro-insorgenza, in particolare nella Gola di Pankisi.
"Finché c'è al Qaeda ovunque, aiuteremo i paesi ospiti a sradicarli e assicurarli alla giustizia", già allora rimasticava Bush con il solito fiuto per la concordanza soggetto-predicato.
E già allora il Baltimora Sun (articolo del 2 marzo 2002 riportato da Johnson's Russia List, qui) osservava che "alla Georgia non importa niente di Pankisi - le importa dei separatisti dall'altra parte del paese. Ed è probabile che neanche a Washington importi qualcosa di Pankisi: gli interessi degli Stati Uniti nella Georgia cominciano e finiscono con l'oleodotto che porterà il petrolio del Caspio a ovest verso i paesi sviluppati".

Etichette: , , ,

domenica, agosto 31, 2008

Knocking on the doors of you hummer hummer

Il fatto è ormai noto: dopo aver messo in fuga le truppe georgiane a Poti i russi sono riusciti a mettere le mani su sei veicoli Hummer georgiani di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti, a quanto pare, erano ansiosissimi di rientrarne in possesso. Il generale Nogovycin, vice capo di stato maggiore dell'esercito russo, aveva detto: "Questo bottino non se ne va da nessuna parte. Adesso guardiamo cosa c'è dentro", per poi comunicare che sugli Hummer erano state effettivamente trovate cose interessanti.
Izvestija avrebbe scoperto di che si tratta: questi Hummer, dotati di attrezzature estremamente sofisticate, costituivano un vero e proprio posto di controllo e comando sul campo di battaglia, con un sistema radio a circuito chiuso, un dispositivo in grado di distinguere i mezzi nemici da quelli amici e un collegamento diretto con i satelliti-spia degli Stati Uniti che fornivano la posizione degli aerei russi alle batterie anti-missile georgiani. Trova così risposta anche il fatto che la Russia avesse perduto un bombardiere e tre caccia pur essendo i radar georgiani inattivi per la maggior parte del tempo: l'informazione sulla posizione dei velivoli veniva, via Hummer, dai satelliti USA. Un po' un segreto di pulcinella, certo (a meno di pensare a vaghi talenti divinatori dei georgiani): ma il problema degli americani è che i georgiani non solo hanno abbandonato questa tecnologia in mani russe, ma così facendo avrebbero anche esposto il sistema di early warning degli Stati Uniti.
Dice Izvestija, che ha anche un po' di foto (immagino che ci voglia ben altro per mettere a nudo il sistema di difesa nazionale anti-missile degli Stati Uniti, i cui codici verranno cambiati ogni giorno: interessante brutta figura, in ogni caso, e se questo non vogliamo chiamarlo coinvolgimento in guerra altrui per ora non ho altre definizioni sottomano).

Etichette: , ,

Der Spiegel e il rapporto OSCE

L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) avrebbe raccolto le prove di gravi errori di condotta commessi dai leader georgiani, indicandone dunque la pesante responsabilità nella crisi militare con la Russia, scriveva ieri Der Spiegel (entrato in possesso di queste informazioni per vie informali), che nel numero in uscita domani 1° settembre dovrebbe pubblicare un rapporto degli osservatori militari dell'OSCE che contiene una descrizione piuttosto dettagliata dei piani di invasione della Georgia.
Questo rapporto confermerebbe la ricostruzione russa, secondo la quale l'offensiva georgiana era già in corso quando le truppe e i mezzi blindati russi hanno attraversato il tunnel di Roki per proteggere i peacekeeper russi e la popolazione civile dell'Ossezia del Sud.
Il rapporto OSCE si riferisce anche a sospetti crimini di guerra commessi dai georgiani, che hanno ordinato l'attacco mentre i civili osseti dormivano.
RIA Novosti
Spiegel Online

Etichette: , , , ,

giovedì, agosto 28, 2008

Il ritorno russo

Il ritorno russo
di Serge Halimi

La questione della responsabilità del conflitto nel Caucaso non ci tormenta più. Meno di una settimana dopo l'attacco georgiano, due commentatori francesi, esperti di qualsiasi cosa, l'hanno giudicato "obsoleto". Un influente neoconservatore americano aveva dato loro il la. Sapere chi ha cominciato "importa poco", ha tagliato corto Robert Kagan, "se questa volta Mikhail Saakashvili non fosse caduto nella trappola di Vladimir Putin, dal conflitto sarebbe uscito qualcosa di differente. (1)". Un'ipotesi ne chiama subito un'altra: se, il giorno della cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici, l'iniziativa di un'operazione armata fosse stata compiuta da qualcun altro che non fosse il giovane poliglotta Saakashvili, diplomato alla Columbia Law School di New York, i governi occidentali e i loro media sarebbero riusciti a contenere la loro indignazione di fronte ad un atto tanto evidentemente simbolico?

Ma, dal momento che conosciamo già i buoni e i cattivi di questa storia, la si può seguirre meglio. I buoni, come la Georgia, hanno il diritto di preservare la loro integrità territoriale dalle trame separatiste ordite dai propri vicini; i cattivi, come la Serbia, devono acconsentire all'autodeterminazione della loro minoranza albanofona (Kosovo) e subire, in caso di rifiuto, i bombardamenti della NATO. La morale della storia diventa ancora più edificante quando, per difendere il suo territorio, il gentile presidente filoamericano richiama a casa una parte dei soldati inviati... a invadere l'Iraq.

Lo scorso 16 agosto il presidente George W. Bush, giustamente, ha invocato con serietà le "risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU", così come "l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale" della Georgia, le cui "frontiere devono beneficiare dello stesso rispetto di quelle di altre nazioni". Di conseguenza solo gli Stati Uniti avrebbero il diritto di agire unilateralmente quando pensano (o pretendono) che la loro sicurezza sia in causa. In realtà la serie di avvenimenti obbedisce ad una logica più semplice: Washington sta con la Georgia per contrastare la Russia; Mosca sta con l'Ossezia del sud, ma anche con l'Abkhazia, per "punire" la Georgia.

A partire dal 1992 due rapporti del Pentagono hanno cercato di prevenire l'eventuale risorgenza di una potenza russa allora ai minimi termini. Per rendere permanente l'egemonia americana nata dalla vittoria nella Guerra del Golfo e dallo scioglimento del blocco sovietico, bisognava, secondo i rapporti, "convincere eventuali rivali che non avevano bisogno di aspirare a un ruolo maggiore". E, se non si fosse potuto convincerli, Washington avrebbe saputo come "dissuaderli". Bersaglio principale di queste previsioni? La Russia, "unica potenza al mondo che possa distruggere gli Stati Uniti" (2).

Si può biasimare i dirigenti russi di aver vissuto l'assistenza occidentale alle "rivoluzioni colorate" in Ucraina e Georgia, l'adesione alla NATO dei vecchi alleati del Patto di Varsavia e l'installazione di missili americani sul suolo polacco come elementi di questa vecchia strategia il cui scopo era indebolire il loro paese, quale che ne fosse il regime? "La Russia è diventata una grande potenza, e questo è preoccupante", ha poi ammesso Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese (3).

Architetto, negli anni '80, della pericolosissima strategia afghana di Washington (sostenere militarmente gli islamisti per sconfiggere i comunisti...), Zbigniew Brzezinski ha descritto anche l'altro lato del disegno americano: "La Georgia ci apre l'accesso al petrolio, e presto anche al gas, dell'Azerbaijan, del Mar Caspio e dell'Asia centrale. Rappresenta quindi per noi un obiettivo strategico principale" (4). Brzezinski non potrebbe essere sospettato di incostanza: anche quando, sotto El'cin, la russia agonizzava, voleva cacciarla dal Caucaso e dall'Asia centrale per garantire l'approvigionamento energetico dell'Occidente (5). Ora la Russia sta meglio, gli Stati Uniti stanno meno bene, e il petrolio costa caro. Vittima delle provocazioni del proprio presidente, la Georgia deve subire la pressione di queste tre dinamiche.


Note:
(1) Rispettivamente Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann, in Libération del 14 agosto 2008, e Robert Kagan, nel Washington Post dell'11 agosto 2008.

(2) Vedi Paul-Marie de La Gorce, "Washington et la maîtrise du monde", Le Monde diplomatique, aprile 1992

(3) Intervista con Journal du dimanche, Parigi, 17 agosto 2008.

(4) Bloomberg News, 12 agosto 2008, www.bloomberg.com

(5) Zbigniew Brzezinski, The Great Chessboard.


Fonte: Le Monde Diplomatique

Etichette: , , , , , ,

Realtà o finzione? Perché l'aiutante di Cheney era in Georgia prima della guerra?

[Certo, questa traccia potrà al momento sembrarci poco consistente, ma per noi vale il proverbio americano del XXI secolo: "Beat Cheney regularly; if you don't know why, he will"].

Realtà o finzione? Perché l'aiutante di Cheney era in Georgia prima della guerra?

di James Gerstenzang

27/08/08 - Che cosa stava facendo un assistente per la sicurezza nazionale del vice presidente Dick Cheney in Georgia poco prima che l'esercito del presidente georgiano Mikhail Saakashvili entrasse in quella che si è rivelata essere una disastrosa battaglia coi ribelli dell'Ossezia meridionale, e quindi con le truppe russe?

Non quello che potreste pensare, secondo l'ufficio del vice presidente, se state pensando a Cheney che da' la propria benedizione all'operazione militare georgiana.

Certo, Cheney all'interno dell'amministrazione è stato tra i promotori della linea dura nelle relazioni con la Russia, tanto che l'uomo che ha guidato il Pentagono alla fine della Guerra Fredda, durante il governo di Bush senior, è stato visto come pronto a scatenare un nuovo scontro frontale con Mosca.

È stato Cheney ad aver visitato l'ambasciata georgiana a Washington la scorsa settimana per firmare il libro delle condoglianze per le vittime per dimostrare il suo sostegno dell'amministrazione.


E sì, Joseph R. Wood, l'assistente di Cheney per gli affari di sicurezza, era in Georgia poco prima che la guerra iniziasse.

Ma, dice l'ufficio del vicepresidente, era lì in quanto con un gruppo di persone per preparare la visita annunciata poco prima di Cheney in Georgia (è uso della Casa Bianca mandare uomini dei servizi di sicurezza, polizia, comunicazione e stampa nei luoghi che il presidente e il vicepresidente visiteranno prima del viaggio, per occuparsi dell'organizzazione e pianificare l'agenda).

Lunedì la Casa Bianca ha rivelato che la prossima settimana Cheney visiterà Azerbaijan, Georgia, Ucraina e Italia, quasi immediatamente dopo aver tenuto un discorso alla Convention Nazionale Repubblicana il giorno dei lavoratori [che negli Stati Uniti si tiene nella prima settimana di settembre, alla fine delle vacanze estive, e non il primo maggio. Quest'anno sarà il primo settembre, N.d.T.].

Ed ecco perché un gruppo di uomini del gabinetto del vice presidente, ufficiali di sicurezza degli Stati Uniti e altri erano in Georgia alcuni giorni prima che la guerra cominciasse.

Non aveva niente a che fare, secondo quanto dice l'ufficio del vice presidente, con le operazioni militari che secondo alcuni potrebbero suggerire una ripresa della Guerra Fredda.

Fonte: Los Angeles Times Blog

Etichette: , ,

mercoledì, agosto 27, 2008

Alcune opinioni russe sulle conseguenze del riconoscimento

Expert Online fa una rassegna di opinioni di politici, esperti e diplomatici russi sul riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, sulle conseguenze sui rapporti con paesi lontani e vicini e sul futuro delle repubbliche appena riconosciute dalla Russia. Le riassumo:

Aleksej Ostrovskij, capo della commissione per i rapporti con la CSI della Duma: con la decisione presa da Medvedev non cambierà praticamente nulla, tutte le tensioni con i paesi europei e con l'America resteranno tali e quali almeno fino al 5 novembre, data delle elezoni negli Stati Uniti. Va ricordato che i partner occidentali sono interessati alla Russia più di quanto lo sia la Russia a loro. Dunque se ci dovrà essere una totale rottura della cooperazione con la NATO e con il WTO a perderci saranno soprattutto Unione Europea e Stati Uniti. Secondo Ostrovskij è giunto il momento in cui la Russia può difendere i suoi interessi nazionali senza guardare ai "cosiddetti partner". Ritiene inoltre che per i due nuovi stati il riconoscimento arriverà non solo dai paesi che sono in buoni rapporti con la Russia (Bielorussia, Moldavia, Venezuela, Cuba) ma anche da molti altri stati. Questo, però, dopo il 5 novembre.

Alekrandr Rahr, direttore del programma Russia/Eurasia del consiglio tedesco per la politica estera: a Occidente non ci si aspettava il riconoscimento dell'indipendenza. A Occidente si vede ancora la Russia con gli occhi degli anni Novanta, e si pensava che non avrebbe oltrepassato la "linea rossa". Dunque l'Occidente interpreterà questa decisione della Federazione Russa come un tentativo di ristabilire un impero. Per questo la reazione della NATO sarà particolarmente dura. Secondo Rahr la NATO adotterà la posizione degli Stati baltici e della Polonia, che ha sempre gridato istericamente al neoimperialismo russo. Il pericolo è che l'America e le altre potenze occidentali facciano di tutto per isolare la Russia. Per esempio minacceranno di sanzioni tutti i paesi che intendono appoggiare l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. L'Occidente userà tutti questi ricatti.
Se la NATO dovesse fare troppe pressioni la Russia potrebbe rispondere: oggi le sue potenzialità sono ben diverse da quelle di dieci anni fa. Mosca potebber ricordare all'Occidente che su alcuni problemi mondiali - come la Corea del Nord e l'Iran - c'è bisogno anche della sua collaborazione. Rahr ritiene che non ci sarà un conflitto, anche se la situazione è tesa.
La Russia ricorrerà ora all'appoggio dei paesi islamici, giocando la carta anti-israeliana (Saakashvili ha detto che il suo ministro della difesa è cittadino israeliano, Israele ha fornito armi alla Georgia). Per quanto riguarda le reazioni dei paesi Occidentali, senza ulteriori provocazioni la situazione potrebbe calmarsi. A questo proposito Rahr cita l'esempio della Repubblica di Cipro del Nord: la Turchia ha riconosciuto la sua indipendenza e non per questo è stata cacciata dalla NATO. Anzi, entrerà nell'Unione Europea.
Per quanto concerne le prospettive di sviluppo tra Federazione Russa e Georgia, Rahr dubita che Saakashvili tenterà di riprendersi con la forza l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Però i rapporti continueranno a essere pessimi.

Aleksej Makarin, vice direttore del Centro di tecnologie politiche: quello che bisogna aspettarsi ora è l'ammissione di Ucraina e Georgia nel Membership Action Plan, il piano di pre-adesione alla NATO, al summit di dicembre. Poi possiamo prevedere tempi più brevi per l'ingresso vero e proprio: non 5-10 anni come si pensava prima ma molti di meno, soprattutto perché adesso i paesi che si erano dimostrati più moderati si stanno compattando con gli altri in uno sforzo dissuasivo nei confronti della Russia. In Georgia l'ingresso nel MAP sarà accolto con entusiasmo perché il filo-americanismo è sempre stato forte. In Ucraina potrebbe svolgersi un referendum ma anche lì ci si può attendere un consenso.
Gli altri paesi della CSI saranno cauti, sia nel riconoscimento dell'indipendenza sia nei confronti della Russia. Perfino la Bielorussia, prima di firmare il riconoscimento, potrebbe imporre delle condizioni come il congelamento dei prezzi del gas.
Un atteggiamento massimamente pragmatico caratterizzerà anche i paesi dell'America Latina.
Con gli Stati Uniti ci sarà un forte raffreddamento delle relazioni: una vera guerra no, ma una guerra fredda sarà inevitabile. Se la Russia non verrà espulsa dal G8 sarà progressivamente emarginata. A peggiorare le cose interverrà il summit della NATO di dicembre.

Konstantin Sivkov, primo vice presidente dell'Accademia dei problemi geopolitici: probabilmente presto avverrà una spaccatura in seno alla NATO. La vecchia Europa è legata più strettamente degli Stati Uniti alla Russia.
Se la Federazione Russa rompe i rapporti con la NATO il contingente NATO in Afghanistan avrà gravi problemi di rifornimento, tenuto conto che si sta prospettando una situazione difficile anche nel Pakistan post-Musharraf. La NATO può continuare a premere ai confini della Russia e la Russia di conseguenza dovrà rispondere. Ma con le forze armate attuali non può farlo: è necessaria una trasformazione economica interna, una nazionalizzazione nel campo delle materie prime e delle infrastrutture, e bisogna impedire che i proventi della vendita delle materie prime finiscano all'estero sui conti degli oligarchi.
Per quanto riguarda la Georgia, Sivkov prevede un'ondata di isteria e di dichiarazioni politico-diplomatiche da parte di Tbilisi, forse una rottura dei rapporti diplomatici. Ci sarà una seduta d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
I georgiani, secondo Sivkov, sanno benissimo chi ha perso la guerra; molti a Tbilisi cominceranno a pensare che sia stato lo stesso Saakashvili a spingere la Russia al riconoscimento.

Nikita Belych, capo del partito "Unione delle forze di destra": il riconoscimento non porterà niente di buono alla Russia. I due nuovi stati verranno probabilmente riconosciuti subito da Cuba e Venezuela e anche dalla Bielorussia. Però la Russia può mettersi il cuore in pace non solo sull'ingresso nella WTO ma anche sulla permanenza nel G8. Il rischio è quello di sanzioni anche socio-economiche. Bisogna poi aspettarsi che la Georgia (con l'Ucraina) entri nella NATO in tempi molto brevi.

Vladimir Stupišin, diplomatico, ex ambasciatore in Armenia (1992-94): nel rapporto Russia-NATO pesa il corridoio di rifornimento per il contingente in Afghanistan. La NATO ha avvicinato le proprie infrastrutture ai confini russi, ma è improbabile che riesca a posizionale elementi del sistema anti-missile in Turchia.
Non si prevede il rischio di sanzioni economiche: i paesi europei non possono fare a meno del gas e del petrolio russi. Altri commerci importanti non ce ne sono, e gli europei continueranno a comprare e vendere quello che già comprano e vendono. E adesso alla Russia non conviene nemmeno entrare nella WTO.
Per quanto riguarda la Georgia, Saakashvili è imprevedibile, può rompere le relazioni diplomatiche. Ma non gli conviene riprendere le armi, anche se da lui ci si può aspettare di tutto.

Etichette: , , , ,

Dall'intervista di Medvedev a TF1

[Lungo estratto dall'intervista a Medvedev di TF1 (ne ha rilasciate altre a BBC, CNN, Russia Today e Al Jazeera, traduco questa perché è la più sintetica e la Francia ha avuto un ruolo di "mediazione", per quanto poco chiaro; inoltre qui Medvedev lancia i soliti segnali agli europei)].

DOMANDA: Sei mesi fa l'America, la Francia e altri paesi europei hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Allora Vladimir Putin, vostro attuale primo ministro, disse che era un boomerang che "avrebbe potuto tornare indietro e colpirli in piena fronte". Che ne pensa, l'Abkhazia è quel boomerang?

D. MEDVEDEV: Se anche lo è, sarebbe meglio non fosse tornato indietro, ma ormai è successo, dobbiamo tutti convivere con questa realtà.

DOMANDA: Adesso sulla scena internazionale ci sono la guerra con la Georgia, le tensioni con la NATO e relazioni instabili con alcuni paesi europei. Come vede il futuro? È una frattura nel partenariato strategico con i paesi europei, con tutto il mondo e, forse, una nuova "guerra fredda"?

D. MEDVEDEV: Non vorrei nessuna "guerra fredda". Ha portato solo problemi all'umanità. Per questo faremo tutto ciò che dipende da noi. In questa situazione la palla passa agli europei: se vogliono un raffreddamento dei rapporti ovviamente lo otterrano. Ma se vogliono conservare le relazioni strategiche - e questo a mio parere è assolutamente negli interessi della Russia e dell'Europa – andrà tutto bene.

DOMANDA: Ma gli europei la vedono così: in Ossezia del Sud parlano russo, spendono rubli russi e molti cittadini hanno il passaporto russo. Questo non è riconoscere l'indipendenza di un altro paese, questo significa disintegrazione e discordia con la Georgia e forse in futuro assorbimento nella Federazione Russa. È un ritorno della Russia ai modi imperiali, un ritorno all'impero?

D. MEDVEDEV: Gli imperi normalmente non ritornano, e rimpiangere il passato imperiale è un gravissimo errore. Nello stesso tempo è naturale che non possiamo non pensare a quei cittadini che possiedono il passaporto russo e che vivono nelle regioni limitrofe. E tutte le decisioni che abbiamo preso erano volte a ottenere un solo risultato: che potessero vivere umanamente, che potessero realizzare quel diritto che spetta loro secondo la Carta delle Nazioni Unite. Non sono riusciti a convivere con la Georgia. Un tempo anche lo stato russo era composto separatamente da osseti, abkhazi e georgiani. Ma non sono riusciti ad andare d'accordo, e la colpa di ciò è tutta della Georgia.

DOMANDA: Signor presidente, due settimane fa ha concordato con il signor Sarkozy che avreste ritirato le truppe dalla Georgia. Tuttavia a oggi sono ancora presenti soldati russi e si trova sotto il vostro controllo il porto che rappresenta il cuore economico del paese. Questo non corrisponde all'accordo che avete sottoscritto. Perché non rispettate le sue condizioni?

D. MEDVEDEV: Le rispettiamo al 100% e infatti i soldati russi non ci sono più, come avevamo detto nell'ultimo colloquio con il presidente Sarkozy. I soldati russi si trovano solo nella zona di sicurezza che è stata concordata nei sei punti dell'accordo. Per quanto riguarda il porto georgiano di Poti, non lo controlliamo né lo blocchiamo: sono sciocchezze.

DOMANDA: Ma il porto non figura nell'accordo?

D. MEDVEDEV: Ma noi non controlliamo il porto di Poti. Nel porto di Poti si scaricano merci, arrivano i cacciatopediniere americani, portano armi ai georgiani, è tutto a posto: fanno ciò che vogliono. Se ho capito bene, poche ore fa nel porto di Poti è arrivato il cacciatorpediniere McFaul. Il porto è vivo e vegeto.

DOMANDA: Pensa che dopo questa guerra la Georgia avrà diritto solo a una sovranità limitata?

D. MEDVEDEV: Penso che la Georgia debba essere uno stato normale, a pieno diritto. Per quanto riguarda la sua sovranità, ovviamente è una questione complessa determinata dalle sue relazioni con i paesi vicini. Ma naturalmente dopo quanto è accaduto la situazione è mutata, e per la Georgia in questo senso i tempi stanno cambiato. La Georgia, io credo, dovrebbe trarre delle conclusioni precise da quello che è successo: è una buona lezione su come costruire le relazioni con i paesi vicini e con i popoli che facevano parte della Georgia.

DOMANDA: Cosa intende dire, esattamente?

D. MEDVEDEV: Solo ciò che ho detto.

DOMANDA: Signor presidente, avete vinto la guerra con la Georgia e ci siete riusciti con relativa facilità, ma ogni medaglia ha due facce. Con questa mossa avete spaventato tutti i paesi vicini: per esempio la Polonia ha firmato l'accordo con gli Stati Uniti sullo scudo antimissile, l'Ucraina vuole entrare nella NATO, la Germania appoggia le operazioni militari in Georgia. Vi è costato caro, non pensa? E non dimentichi il crollo della borsa di Mosca.

D. MEDVEDEV: Comincio dall'ultima cosa. Certo, l'economia è una componente molto importante, ma il problema del mercato azionario non deriva solo dalle azioni militari ma anche dalle crisi del mercato globale, anche e soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Per questo è meglio che lì si impegnino nel miglioramento del clima economico. Per quanto riguarda i nostri amici che si preoccupano, alcuni si sono preoccupati già molto tempo fa, e questo non ha niente a che fare con il conflitto, io credo che si tratti semplicemente di fantasmi storici.

Per quanto riguarda la situazione penso che si calmerà e spero che i nostri partner europei sappiano distinguere, come si suol dire, la pula dal grano, e che riusciamo a costruire rapporti normali e produttivi. E in questa medaglia non esistono due facce.

Fonte: Kremlin.ru (RUS)

Etichette: , , , , , , ,

La misteriosa lettera di Sarkozy

(Questo pezzo si basa principalmente su due post tratti dal blog Moon of Alabama)

I russi si sono ritirati dalla Georgia nel territorio dell'Ossezia meridionale e dell'Abkhazia, o nei loro pressi, rispettando le linee di peacekeeping concordate nel 1990 e tenendo avamposti nei porto di Poti e nei pressi di Senaki, a qualche chilometro da Poti, così come sulla strada principale che taglia quasi a metà il paese e collega la città con Gori. Il motivo strategico di questa mossa è semplice: il porto è il punto di ingresso più probabile per le armi pesanti (la Turchia in questo momento non farebbe mosse che potrebbero causarle problemi con la Russia, e nega di aver autorizzato il passaggio delle navi statunitensi). Senaki serve per assicurare la "linea di comunicazione" diretta tra Abkhazia e le truppe in osservazione a Poti. La postazione a nord di Gori serve a tenere d'occhio il traffico di camion e mezzi militari.
Queste truppe ovviamente rimarranno lì finché la Russia non otterrà dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ciò che vuole. Questo ovviamente non piace al governo statunitense, che nega che la Russia abbia il diritto di creare posti di blocco e zone di rispetto. Il punto cinque del cessate il fuoco firmato da russi e georgiani dice il contrario: permette infatti ai russi di "prendere ulteriori misure di sicurezza", "in assenza di un meccanismo internazionale di controllo", a patto di ritirarsi nella stessa posizione in cui erano prima dello scoppio delle ostilità, cosa che hanno fatto. Ora, per dispiegare un meccanismo internazionale di controllo ci vogliono o una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU o un accordo OCSE, che la Russia può permettersi di bloccare finché non otterrà ciò che vuole. E al momento nessuno ha il potere di farlo.

MoA, nel fare questa ricostruzione, cita il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, il quale lamenta che i russi non abbiano rispettato l'accordo di cessate il fuoco, e nel farlo cita una lettera che sarebbe stata scritta da Sarkozy, che ha fatto da mediatore nella tregua. Nella lettera Sarkozy specificherebbe che le misure prese dalla Russia "posso essere implementate solo nell'immediata prossimità dell'Ossezia Meridionale ed escludendo ogni altra parte del territorio georgiano." Le misure devono essere situate "all'interno di una zona distante pochi chilometri dal limite amministrativo tra Ossezia meridionale e il resto della Georgia, in maniera che nessuna significativa zona urbana venga inclusa".

Ma di preciso, cos'è questa lettera? E perché nessuno può permettersi di opporsi alle richieste russe? E soprattutto cos'è che vogliono i russi?

MoA spiega la questione iniziando con un riassunto degli avvenimenti: l'8 agosto la Georgia apre il fuoco contro la città di Tskhinvali, sotto protezione di peacekeepers russi con riconoscimento internazionale. La Russia chiede una dichiarazione delle Nazioni Unite che riporti la pace, ma non succede nulla. Dodici ore dopo la Russia reagisce ed attacca i georgiani. Il 10 agosto le forze georgiane sono state in gran parte sconfitte e Saakashvili chiede un cessate il fuoco. L'11 agosto Kouchner, ministro degli esteri francese, e il suo omologo finlandese Stubb (la Finlandia è paese presidente di turno dell'OCSE) preparano l'accordo di cessate il fuoco. L'accordo pare sia stato firmato da Saakashvili e poi mandato a Mosca per essere firmato dai russi, ma pare non esserci neppure arrivato. L'unica cosa certa è che il documento non viene accettato, forse dai russi, forse dai georgiani o, come dice MoA, forse da qualcun'altro. Nella notte tra 11 e 12 agosto le truppe georgiane fuggono dalla parte occidentale della Georgia e da Gori verso Tbilisi, per paura che i russi possano puntare sulla capitale. Il 12 il minitro degli esteri Lavrov lamenta che gli occidentali non abbiano fatto nulla per convincere i georgiani a firmare il cessate il fuoco, e dopo il flop diplomatico di Kouchner, Sarkozy parte per Mosca per cercare un accordo tra i paesi. A Mosca i russi gli dicono cosa vogliono e le loro condizioni, e Sarkozy trascrive il tutto. Parte quindi per Tbilisi, ma lì ovviamente Saakashvili non accetta il punto 6 delle condizioni russe, che riguarda "l'avvio di una discussione internazionale sullo status, la sicurezza e gli accordi di stabilità per Abkhazia e Ossezia Meridionale".
Tornando all'accordo, la Georgia chiedeva di sostituire il termine "status" con "integrità territoriale", mentre la Russia chiedeva di lasciare inalterata la prima formulazione.

Fermiamoci un attimo e tiriamo due somme: la Russia, quindi, ha ripreso le condizioni occidentali sul Kosovo, applicandole al caso delle provincie separatiste georgiane. Questo spiega il perché dell'immobilità occidentale con la Russia: sarebbe evidente l'applicazione di due pesi e due misure. La Georgia, invece, chiedendo la modifica dell'articolo, poneva come condizione l'indivisibilità del territorio del paese.
Saakashvili successivamente ha accettato il cessate il fuoco, senza però firmarne il documento, dopo che la parola "status" era stata tolta dal suddetto.
Il 13-14 agosto Condoleeza Rice va a Parigi, ufficialmente solo per prendere formalmente accordi con Parigi riguardo la firma georgiana del documento. In realtà, durante l'incontro, insiste perché Sarkozy scriva una lettera a Saakashvili che chiarisca i punti dell'accordo. I russi sanno della lettera ma non le danno importanza: non essendo parte ufficiale del documento, non ha vallore legale.
Il 15 agosto Rice arriva a Tbilisi, e quello stesso giorno si dice che Saakashvili abbia firmato l'accordo. I russi rifiutano di firmare se prima non lo farà Saakashvili.
Il 16 finalmente Medvedev firma il documento arrivato da Parigi, ma quella versione pare essere differente da quella firmata da Saakashvili: la copia firmata dal presidente georgiano manca di un preambolo nel quale si dice che il documento è frutto di un accordo tra Sarkozy e Medvedev. Il sospetto è che Rice abbia modificato il documento.

Ma intanto i documenti sono stati firmati e il processo di pace concluso.

Il 16 agosto stesso la Reuters riporta un dispaccio nel quale Sarkozy sostiene che la Russia deve ritirarsi dal territorio georgiano e che le misure aggiuntive di sicurezza sono valide solo nelle immediate vicinanze dell'Ossezia meridionale, questo in base a una lettera che ha scritto a Saakashvili resa pubblica dal suo ufficio quello stesso giorno. Ma quella lettera non fa parte degli accordi, ufficialmente è una lettera privata inviata a Saakashvili. E poi, nonostante Sarkozy dica che la lettera è stata resa pubblica, giornalisti e diplomatici hanno dovuto chiederne copia all'agenzia stampa che è riuscita ad averne una copia in esclusiva.

Insomma, come riassume MoA: "Sarkozy si fa dettare dalla Russia le condizioni del cessate il fuoco in Gergia, soprattutto i punti 5 e 6. Va a Tbilisi e dopo ulteriori negoziazioni i russi accordano il cambiamento di una parola. Saakashvili concorda verbalmente con la "bozza". Agli Stati Uniti non piace.
QuandoRice vola a Parigi anche lei detta qualcosa a Sarkozy. Porta una lettera a Saakashvili e include l'interpretazione statunitense, secondo la quale la clausola delle "misure di sicurezza aggiuntive" significa quello che gli Stati Uniti vogliono che significhi. Rice porta la lettera e il documento di cessate il fuoco a Tblisi e Saakashvili deve firmare.
Ora gli Stati Uniti nei media e al Consiglio di Sicurezza dell'Onu usano la lettera di Sarkozy, segreta fino a poco prima, per sostenere che la Russia non sta tenedo fede ad una versione del cessate il fuoco che non ha mai accettato".

A questo segue uno sviluppo piuttosto prevedibile, alla luce dei fatti citati precedentemente: lunedì il senato russo ha votato una risoluzione non vincolante dove chiede al presidente Medvedev di riconoscere l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia meridionale, e martedì la Federazione Russa ha riconosciuto l'indipendenza di entrambe le regioni.

La NATO aveva posto misure punitive contro la Russia nonostane dipenda proprio dalla Russia per la logistica in Afghanistan, peraltro in un momento in cui in Afghanistan le cose si stanno mettendo male per le truppe NATO e il sostegno russo è imperscindibile. L'altra linea logistica passa attraverso il Pakistan, e nemmeno lì le cose sono tranquille.

Nel Mar Nero ora ci sono 9 navi da guerra NATO, e altre nove pare siano in arrivo. In risposta i russi hanno mandato l'incrociatore Moskva. Le navi NATO sono attrezzate con oltre 100 missili Tomahawk (per attacchi di terra) e Harpoon (per attacchi in acqua).

Etichette: , , , , , ,

lunedì, agosto 25, 2008

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

[Dato che una parte importante della partita tra Russia e Stati Uniti (e non solo, date le bellezze energetiche della regione) si svolge in Asia Centrale, dove sono presenti basi militari americane (gli Stati Uniti sono stati sfrattati dalla base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan ma sono presenti a Gansi in Kirghizistan, dove prevedono un ampliamento della base, e stanno trattando per migliorare i rapporti militari bilaterali con il Turkmenistan; ma neanche in Uzbekistan tutto è perduto, dato che a Termez stazionano 300 soldati tedeschi), ho pensato fosse interessante vedere quale è stata la reazione delle ex-repubbliche sovietiche centroasiatiche al conflitto nel Caucaso e come si sono destreggiate tra SCO/CSTO e USA. Lo so, ho esaudito un sogno].

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

Aleksandr Šustov

La "guerra dei cinque giorni" in Ossezia Meridionale, conclusasi con la rapida sconfitta delle forze georgiane da parte della 58ª armata russa, è stata vissuta come uno shock dalle vicine repubbliche post-sovietiche. Nonostante i molti avvertimenti della leadership russa sulla probabilità di uno scenario di guerra nessuno si aspettava che la reazione di Mosca potesse essere così rapida e dura. Era la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia ricorreva all'uso della forza militare contro un'ex-repubblica sovietica e questo precedente ha messo in una situazione difficile i paesi della CSI, molti dei quali, come la Georgia, hanno questioni etnico-territoriali irrisolte con gli stati vicini.

In questo contesto assumono particolare interesse i paesi dell'Asia Centrale, spesso associati geopoliticamente al Caucaso Meridionale. Le analogie tra l'Asia Centrale e il Caucaso sono state bene descritte da Z. Brzezinski nel suo La grande scacchiera. Fondamentalmente ciò che accomuna le due regioni è la mescolanza etnica, l'assenza di confini nazionali che coincidano con quelli delle diverse zone etniche e il carattere incompiuto dell'entità statale. Tutto ciò ha permesso a Brzezinski di definire l'Asia Centrale “Balcani eurasiatici”, la regione che gli strateghi americani stanno adocchiando ora che il dominio degli Stati Uniti sui Balcani europei è un fatto compiuto. [1]

Sul piano delle valutazioni ufficiali del conflitto in Ossezia Meridionale i paesi dell'Asia Centrale si sono divisi in due gruppi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan hanno espresso con relativa chiarezza la propria posizione, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan non hanno reagito in alcun modo. Inoltre i mezzi di informazione uzbeki e turkmeni, rigidamente controllati dai rispettivi governi, per molto tempo non hanno neanche dato la notizia che in Ossezia del Sud c'era una guerra e che le truppe abkhaze stavano cacciando i soldati georgiani dalla gola di Kodori.

Il conflitto armato in Ossezia del Sud nella sua fase decisiva non è stato trattato da nessuno dei giornali ufficiali uzbeki. Le informazioni sulla guerra non sono trapelate nemmeno dai siti delle agenzie di informazione. Solo il giornale Večernij Taškent ha pubblicato due brevi articoli, uno dei quali diceva che un aereo del ministero russo per le Situazioni di Emergenza che trasportava aiuti umanitari era atterrato a Vladikavkaz e che il primo ministro russo Putin era giunto nella città, mentre l'altro dava notizia delle sedute di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio NATO, ma la ragione di questi sviluppi è rimasta ignota ai lettori del quotidiano. Inoltre sul canale televisivo informativo Achborot è stato trasmesso un breve reportage sui combattimenti a Tskhinvali, basato su materiali della tv russa. [2]

I mezzi di informazione turkmeni hanno ignorato la guerra nel Caucaso tacendola completamente. La televisione ha invece continuato a trasmettere ogni mezz'ora la lettura del Ruchnama [lett. “Libro dell'Anima”, guida spirituale per la nazione, opera - secondo la fonte ufficiale turkmena - deGl primo presidente Niyazov, N.d.T.] e ha informato gli spettatori che in uno zoo cinese era nato un panda. L'unica fonte di informazione sul Caucaso a disposizione dei cittadini turkmeni è stata la tv satellitare. [3]

La reazione di Kazakistan e Kirghizistan è stata molto più attiva. Il primo a rilasciare una dichiarazione sui fatti dell'Ossezia Meridionale è stato il presidente del Kazakistan N. Nazarbaev, che quando è scoppiata la guerra si trovava all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. È stato proprio durante l'incontro con Nazarbaev che V. Putin ha dichiarato che l'attacco della Georgia contro Tskhinvali non sarebbe rimasto senza risposta. Il tono della replica del presidente del Kazakistan è stato positivo e neutrale. “In Ossezia del Sud opera una missione di pace su mandato della CSI”, ha dichiarato Nazarbaev. “Il governo georgiano ha sbagliato. Non ci ha messo al corrente delle sue intenzioni, non ci ha avvertito di una tale intensificazione del conflitto. Ritengo che non esistano alternative a una risoluzione pacifica del problema”. [4]

Anche la posizione espressa dal leader kazako il 13 agosto durante un incontro con il presidente del Kirghizistan è apparsa complessivamente favorevole alla Russia. Commentando gli sviluppi nel Caucaso, Nazarbaev ha dichiarato che “il principio dell'integrità territoriale è riconosciuto dalla comunità internazionale. Nei documenti adottati dalla CSI tutti noi condanniamo il separatismo. Ma le questioni internazionali complesse devono essere risolte con metodi pacifici e con il dialogo. Non sussiste la possibilità di risolvere militarmente questi conflitti”. [5]

La posizione del Kirghizistan, che attualmente è alla presidenza della CSI, è apparsa piuttosto neutrale. Secondo Bakiev, “la vera strada verso la risoluzione degli attuali problemi tra Georgia e Ossezia del Sud, in conformità con le norme comunemente accettate del diritto internazionale, sta esclusivamente sul piano politico”. [6] Condannando in questo modo l'offensiva militare georgiana, i leader del Kazakistan e del Kirghizistan si sono astenuti da valutazioni decisamente positive o negative dell'intervento militare russo.

In una certa misura, l'assenza di reazioni ufficiali da parte della maggioranza dei paesi della CSI alla guerra in Ossezia Meridionale è stata compensata dalla dichiarazione dell'Assemblea Parlamentare della CSTO, della quale fanno parte – oltre alla Russia, alla Bielorussia e all'Armenia – quattro dei cinque paesi dell'Asia Centrale: il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan. La CSTO ha praticamente riecheggiato la posizione di Mosca: “Con il pretesto di ristabilire l'integrità territoriale la Georgia ha in effetti compiuto atti di genocidio nei confronti del popolo osseto. Tutto ciò ha causato una catastrofe umanitaria. La campagna militare di Tbilisi, che ha soffocato il nascente dialogo politico tra le parti, ha distrutto la prospettiva di una soluzione pacifica del conflitto”. [7]

Oltre che da una naturale riluttanza a rovinare i rapporti con i paesi occidentali, con i quali i governi dell'Asia Centrale hanno legami politici ed economici piuttosto stretti, l'atteggiamento di questi paesi nei confronti della “guerra dei cinque giorni” è determinato da un altro fattore cruciale. In tutte le dichiarazioni dei presidenti del Kirghizistan e del Kazakistan si invoca l'“integrità territoriale della Georgia”. Essendo consapevoli che ci sono buone probabilità che la Russia riconosca l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, e conseguentemente le incorpori nella Federazione Russa, i paesi dell'Asia Centrale sono preoccupati che simili scenari possano ripetersi nei loro territori, e dunque adottano un atteggiamento prudente.

È interessante passare in rassegna le valutazioni degli esperti centro-asiatici sulla “guerra dei cinque giorni”. Così, il politologo kirghizo М. Sariev interpreta i fatti del Caucaso come un conflitto non tra Georgia e Ossezia, ma tra Russia e Stati Uniti. Secondo Sariev al prossimo incontro della SCO il Kirghizistan dovrà rispondere a severe domande sul futuro della base militare americana di Gansi sul suo territorio. In questa situazione, “il Kirghizistan, come membro della CSTO, si allineerà con la posizione russa, perché quello che è accaduto in Georgia potrebbe accadere anche qui. La Russia non si fermerà perché questa è una sfera di interesse russa, è in gioco la grande politica”. Motivando la sua posizione, Sariev osserva: “Dobbiamo capire che ci troviamo nello stesso areale culturale eurasiatico della Russia”. [8]

Un altro politologo kirghizo, Sujunbaev, osserva ragionevolmente che la “guerra dei cinque giorni” è una conseguenza del “processo del Kosovo”, che l'Occidente ha messo in moto ignorando completamente la posizione della Russia. Se quel processo evolve, può colpire anche l'Asia Centrale. Per esempio il Tagikistan o il Karakalpakstan, “la cui storia è così simile a quella dell'Ossezia o dell'Abkhazia”. Analizzando le potenziali conseguenze dell'uscita della Georgia dalla CSI, Sujunbaev nota che per la Georgia “saranno molto negative” perché possono sorgere “complicazioni nella sfera dell'emigrazione della forza lavoro in Russia, e possono essere colpite anche le relazioni commerciali”. [9] Oltre all'intensificazione dei contrasti sulla futura base militare americana in Kirghizistan, Sujunbaev prevede anche maggiori sforzi per creare basi militari straniere nel sud della repubblica. [10]

Nel complesso gli esperti kirghisi concordano sul fatto che la rivalità tra Russia e Stati Uniti sull'Asia Centrale è destinata ad aumentare, e le azioni decisive della Federazione Russa a difesa dell'Ossezia Meridionale fanno supporre che un orientamento esclusivamente filo-occidentale può comportare conseguenze drammatiche per i paesi centro-asiatici.

Note:

1. Brzezinski Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, edito in Italia nel 1998 da Longanesi.

2. Šarifov O., I mezzi di informazione uzbeki sulla guerra in Georgia: tutti zitti // fergana.ru, 13 agosto 2008.

3. Berdyeva A., I mezzi di informazione turkmeni tacciono sull'Ossezia // GÜNDOGAR, 13 agosto 2008

4. Il capo di stato Nursultan Nazarbaev ha preso parte alle cerimonie ufficiali di apertura delle Olimpiadi di Pechino // akorda.kz, 8 agosto 2008

5. Questa sera a Cholpon-Ate si è svolto un incontro tra il capo di stato Nursultan Nazarbaev e il presidente del Kirgizistan Kurmanbek Bakiev // Sito ufficiale del presidente della Repubblica del Kazakistan, 13 agosto 2008, akorda.kz

6. Il Kirghizistan intende partecipare attivamente alla risoluzione del conflitto militare in Ossezia Meridionale // fergana.ru, 11 agosto 2008.

7. I paesi della CSTO hanno condannato la Georgia per il conflitto militare in Ossezia del Sud // RIA Novosti, 13 agosto 2008.

8. Il politologo M. Sariev: il Kirgizistan dovrà rispondere sulla base militare degli Stati Uniti di Gansi // fergana.ru, 12 agosto 2008

9. Esperto kirghizo: la CSTO potrebbe dichiarare il Caucaso zona di sua responsabilità // fergana.ru, 12 agosto 2008

10. Nezavisimaja Gazeta, 12 agosto 2008

Originale: http://fondsk.ru/article.php?id=1565

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , , , , ,

mercoledì, agosto 20, 2008

Link

Gli Stati Uniti incespicano nel fallimento della NATO, di Kaveh L. Afrasiabi per Asia Times: al summit di emergenza della NATO i paesi europei hanno accettato di sospendere i contatti formali con la Russia fino al ritiro completo delle truppe, ma si sono rifiutati di piegarsi alle pressioni degli americani che chiedevano sanzioni più severe, dice Afasiabi, che prevede una consistente frattura tra gli Stati Uniti e alcuni membri europei della NATO.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, la sua incapacità di offrire alla Russia un contesto adeguato alla collaborazione strategica è anch'essa all'origine dell'attuale crisi.
Contrariamente a quello che esprimeva nella sua analisi M. K. Bhadrakumar, Afasiabi si aspetta una maggiore collaborazione tra Russia e Cina attraverso la Shanghai Cooperation Organization.

***

Video di Real News Network sullo scudo antimissile in Polonia, dal quale si deduce che la gente del posto non è felicissima:
"Gli americani hanno i soldi; possono difendersi, ma perché qua in Polonia? Che parlino con Putin, lì ci sono territori disabitati per migliaia di chilometri. Possono costruirlo lì".

"Certo, cominceranno a costruire, per esempio supermercati. Ma penso che avremo più benefici dal parco acquatico che stanno costruendo qui vicino che dagli scudi antimissile"

Gli esperti americani dicono che è questo è il posto migliore per difendersi dai missili iraniani.
[Come vorrei che Peter Sellers fosse ancora vivo per fargli dire questa frase. Lui troverebbe l'intonazione].

***

Sappiano gli accorti ed esigenti lettori che qui non si butta via niente, neppure Monbiot, se serve. Sul Guardian troviamo un pezzo sui missili intercettori in Polonia, sulla storia del sistema antimissile americano e sui soldi che finora gli Stati Uniti ci hanno ufficialmente investito:
"Gli Stati Uniti hanno speso 120-150 miliardi di dollari nel programma da quando Reagan l'ha rilanciato nel 1983. Sotto George Bush i costi hanno avuto un'impennata. Il Pentagono ha chiesto 62 miliardi per i prossimi cinque anni, il che significa che il costo totale tra il 2003 e il 2013 sarà di 110 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inventato un sistema di finanziamento che permette al programma di difesa anti-missile di sottrarsi agli standard di contabilità del governo: si chiama sviluppo a spirale, e significa che "i requisiti allo stadio finale non sono noti all'avvio del programma" e il sistema in pratica può evolvere come a lorsignori pare meglio.

[Mi ricorda un amico che volle comprarsi la playstation. Poi si convinse che lo schermo del televisore era troppo piccolo per valorizzare il seno prorompente di Lara Croft, allora comprò un televisore più grande, e poi un mobile che contenesse il televisore, e poi. Credo che adesso, a qualche anno di distanza, sia in trattative per comprare un intero paesino del bergamasco con mutuo ereditario bisecolare. Sviluppo a spirale, si chiama, e pensare che questo aveva scopi pacifici e non si proponeva di minacciare il mondo con "57 varietà di distruzione"]

***

Information Clearing House oggi segnalava due articoli, uno di Haaretz (sulla possibilità che Israele in caso di guerra possa ritrovarsi da solo) e l'altro del Wall Street Journal (sull'asse russo-iraniano), interessanti perché mostrano come come alcuni think tank si stiano muovendo per cercare di sdoganare la guerra all'Iran come mezzo per "ridimensionare" la Russia e/o impedire che grazie all'Iran possa creare una specie di alleanza per spostare gli equilibri della regione.
[Giusto per farsi un'idea di quello che ci aspetta mediaticamente, dice Andrea, a ragione].

***

[E infatti] ecco un articolo di Stephen Kinzer sul Guardian, Attaccare l'Iran via Ossezia del Sud: secondo Kinzer il conflitto nel Caucaso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran:
"Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono soggiacere agli interessi americani e che non si può permettere a nessuno di emergere con uno status di 'potenza quasi alla pari', per usare un'epressione della Quadrennial Defence Review per il 2006. E questo porta al conflitto, giacché molti paesi cercheranno naturalmente di accrescere il loro potere, che gli Stati Uniti lo vogliano o no".

"Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito loro un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne il prezzo con il sangue".

***

Abchazia e Ossezia del Sud: cuore del conflitto, chiave per la sua soluzione, di George Hewitt (professore di lingue caucasiche alla London's School of Oriental & African Studies su OpenDemocracy):
Questi popoli, e non solo i georgiani, o i russi, o gli americani, o chiunque sia stato coinvolto nel recente conflitto nella regione, hanno una loro storia fatta di testimonianze che sono state deliberatamente polverizzate durante questa generazione (si veda Thomas de Waal, "Abkhazia's archive: fire of war, ashes of history" [20 October 2006]). La lezione della breve guerra d'agosto è che le voci dell'Abchazia e dell'Ossezia del Sud vanno escoltate, le loro scelte vanno incluse in qualsiasi decisione sul loro futuro se si vuole che il ciclo del conflitto si spezzi anziché ripetersi".

***

Questo articolo di Marc S. Ellenbogen, Lezioni perdute della Guerra Fredda ha il pregio di mettere assieme tutti i passi falsi dell'amministrazione Bush che abbiamo trovato elencati finora ed è un buon pezzo riassuntivo.
"Un rispettato dirigente di un equity fund con sedi in Austria e in Repubblica Ceca che viene da una famiglia di diplomatici mi ha detto: 'la Georgia non è altro che una portaerei degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti pensano ancora secondo i paradigmi della Guerra Freadd e, francamente, in vent'anni non hanno imparato niente'.
I miei viaggi recenti in Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud mi confermano la convinzione di molti che gli Stati Uniti abbiano sofferto un danno irreparabile con il conflitto georgiano. 'Gli Stati Uniti ne risentiranno a lungo. Adesso può non sembrare, ma mi creda: la gente ricorda che gli Stati Uniti non erano a Berlino nel '53, in Ungheria nel '56 e in Cecoslovacchia nel '68. Sono solo parole e niente azioni", mi ha detto un importante politico dell'Europa Centrale. "Molti ora vedono gli Stati Uniti come un amico incapace di stare ai patti'".
[...]
"Che agli Stati Uniti piaccia o no, ci sarà un grande riallineamento globale. L'Europa e la Russia formeranno un'alleanza strategica. Ci sono già nel mezzo. È meglio per entrambe".
[Dubbio personale: questa, Europa?]

***

Etichette: , , , , , ,

Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

---

Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , , , , ,

lunedì, agosto 18, 2008

I link di oggi (in aggiornamento)

Non diamo inizio a una nuova guerra fredda, di Mike Jackson per il britannico Telegraph, si sofferma sugli errori dell'Occidente dalla fine della Guerra Fredda:

"Credo che si sarebbe potuto fare di più per accogliere la nuova Russia nella compagine internazionale, per rassicurarla sul fatto che avrebbe conservato la sua importante posizione come membro permanente del Consiglio di Sicurezza e come protagonista sulla scena mondiale".

"Per me, la giusta via per l'Occidente - senza compromettere le sue posizioni e i suoi valori - è mostrare più comprensione per il comportamento della Russia e accettare con maggiore buona volontà le preoccupazioni della Russia per le ex-repubbliche sovietiche*.
Mentre per alcune azioni non c'è possibilità di ammenda, le percezioni russe esistono e ci vorrà del tempo perché possano cambiare.
Questa è la grande sfida che si presenta ai politici e i diplomatici: l'ostilità e lo scontro militare devono restare una cosa del passato".

*gli inglesi traducono near abroad, estero vicino, quello che i russi chiamano ближнее зарубежье, bližnee zarubeže: i paesi stranieri vicini, appunto le ex-repubbliche sovietiche.

***

Bush fa in Georgia quello che aveva fatto in Iraq: accusa i russi di prepotenza ma ha paura di affrontare il loro esercito
, di Ramesh Sinha per l'India Daily:

"La Russia è cambiata. Non è la stessa Russia che ha permesso che accadesse l''Iraq'. Bush non è cambiato. Il presidente degli Stati Uniti noto per le sue menzogne e per i suoi inganni si trova davanti una Russia diversa e inattesa".

"Cacciare i russi dal G8 o attirare la Georgia e l'Ukraina nella NATO non risolverà il problema. Gli americani di buon senso devono capire che Bush ha demolito il rispetto del mondo per l'America. La strategia delle bombe di Bush-McCain contro paesi come l'Iraq può funzionare. Ma quando la vera sfida viene da paesi come Russia o Cina è tutta un'altra storia".

***

Siamo tutti georgiani? Andiamoci piano, dice Michael Dobbs per il Washington Post. Oh, tra l'altro qui abbiamo una specie rara, un giornalista americano che parla della complessità etnica del Caucaso e che è perfino stato a Tskhinvali (nel 1991).

"La decisione di Saakashvili di scommettere tutto su un blitzkrieg per prendere Tskhinvali riporta alla mente il commento di Talleyrand: 'fu peggio di un crimine, fu un errore".

"Gli eventi degli ultimi giorni servono a ricordare che le nostre ambizioni ideologiche hanno di molto superato il nostro raggio d'azione militare, soprattutto in aree come il Caucaso, che ha importanza periferica per gli Stati Uniti ma è un interesse vitale per la Russia".

***

Ma non basta. Il Washington Post dedica un articolo alla descrizione dettagliata della distruzione di Tskhnivali, scrivendo che "le proporzioni della distruzione sono innegabili".

***

Mentre il Financial Times si accorge dei profughi osseti e del loro risentimento per Saakashvili e raccoglie testimonianze al campo profughi di Alagir.

***

Mark MacKinnon dedica un lungo articolo a Saakashvili sul Globe and Mail, chiedendosi quello che che ci chiediamo in tanti, insistentemente, da giorni: cosa gli è passato per la testa? [articolo che andrebbe tradotto con calma, perché ricostruisce vita, fatti e pasticci dello spavaldo quanto imprevedibile presidente georgiano].

***

Alertnet di Reuters ha un servizio sul monastero di Novy Afon, in Abchazia: tecnicamente i 50 monaci appartengono alla Chiesa Ortodossa georgiana, ma anche loro si sono dichiarati indipendenti. Dice Padre Vissarion, a capo della chiesa dello stato ribelle:

"Cosa significa dunque separatismo? Significa che ci si vuole separare. E da chi ci vogliamo separare? Da degli assassini. Se un uomo picchia sua moglie il tribunale le permette di lasciarlo. La gente dice che siamo separatisti, ma cosa vuol dire? Ci si aspetta che siamo georgiani? Non abbiamo niente in comune con loro".
Agli abchazi non è sfuggito che il patriarca georgiano Ilia II non ha condannato la guerra:
"Purtroppo Ilia II vede i problemi attraverso il prisma della politica, e la politica è quella di Saakashvili", dice un altro monaco "ribelle".

***

Mike Whitney rivisita il concetto di "Battaglia per Tskhinvali":

"Non c'è stata nessuna 'Battaglia per Tskhinvali'; questa è un'altra invenzione. Una battaglia implica che ci sia una forza che resiste o reagisce. Ma non è questo il caso. L'esercito georgiano è entrato in città senza incontrare resistenza; come possono dei civili inermi fermare reparti armati. La maggioranza degli abitanti è scappata o si è nascosta negli scantinati mentre i carri armati e i veicoli blindati entravano sparando a tutto ciò che si muoveva.
Quello che è successo nell'Ossezia del Sud il 7 agosto non è stato un invasione o un assedio; è stato un massacro. La gente non aveva modo di difendersi da un esercito moderno equipaggiato di tutto punto. È stato un crimine di guerra".

***

Il presidente dell'Ossezia del Sud Eduard Kokoity ha sciolto il governo. La notizia è stata data dal canale Vesti. Il presidente ha dichiarato di aver firmato una serie di decreti, tra cui la dichiarazione dello stato di emergenza.
Kokoity ha criticato i ministri dell'Ossezia del Sud accusandoli di negligenza: ha aspramente rimproverato il governo per aver ritardato la consegna degli aiuti umanitari e per la sua inefficienza. Secondo Kokoity, l'attutale stato di paralisi del governo lo ha costretto a "ricorrere a misure molto drastiche":
"Voglio creare un governo senza intrighi; le autorità dovrebbero lavorare per la gente, e non per i propri interessi personali", ha concluso il presidente dell'Ossezia del Sud.
Link (RUS)

***

Il quotidiano russo Trud ha stimato i costi della guerra.
La Russia nel periodo delle operazioni militari in Ossezia del Sud ha speso 7 miliardi di dollari, secondo il ministro delle Finanze Kudrin: questa la valuta che è uscita dalla Russia.
Facendo i conti in tasca alla Georgia emerge che la Georgia ha perso non meno di 200 milioni di dollari al giorno. Ma c'è un aspetto importante: l'esercito georgiano è finanziato dagli Stati Uniti e la Georgia acquista armi e tecnologia militare non a prezzo di mercato, ma con uno sconto del 50-80%. Per esempio l'Ucraina ha venduto alla Georgia i modelli Su-25 ("Mimino" secondo la classificazione georgiana) per 3 milioni di dollari, mentre il prezzo reale è di 8-10 milioni di dollari.
Le maggiore spesa del conflitto comunque è stata il carburante: non meno di 49 milioni di dollari.
[Non so quanto siano affidabili queste valutazioni, mi limito ad allargare le braccia, fare 'boh' e riportarle]
Link (RUS)

***

Secondo Silvio Pitter, che si occupa di nation branding (e dunque di comunicazione, e di gestire e collocare sul mercato mondiale l'immagine di un paese, come si fa con un prodotto: semplifico), "Il recente conflitto nel Caucaso ha dimostrato che la Russia non è pronta per la competizione globale. Malgrado la sua posizione politica rafforzata, la rinascita militare e il crescente potere economico, la leadership russa non ha ancora sviluppato meccanismi e strategie efficienti per conquistare il riconoscimento sul piano mondiale dei suoi interessi e delle sue azioni".
I motivi li sappiamo: Saakshavili grazie alla CNN ha creato un filo diretto con il pubblico globale, mentre la Russia, insomma, con questa storia del tandem Medvedev-Putin avrebbe prodotto più che altro confusione. Dunque, per rendere la Russia veramente efficace si sarebbero dovute seguire queste quattro indicazioni:
1. selezionare pochi messaggi da ripetere nelle dichiarazioni ufficiali - molto prima dell'inizio del conflitto - per cercare di fornire una visione "convincente".
2. affidare a pochissime persone il compito di farsi portavoce di questi messaggi durante il conflitto (e tutte brave in inglese, ci si raccomanda: bene Ivanov alla CNN).
3. creazione un media center, organizzare frequenti conferenze stampa e spiegare (dopo la prima apparizione sulla CNN a Saakshvili è stato consigliato di appendere una bella mappa dietro alla scrivania e di indicarla ogni tanto).
4. formazione di un piccolo pool di esperti di comunicazione che valutassero le reazioni dei media internazionali nel corso del conflitto.
Russia Profile (in inglese, ma i testi dopo qualche giorno diventano accessibili solo agli abbonati)

***

[continua, se ce n'è]

Etichette: , , , ,

domenica, agosto 17, 2008

Il punto di oggi

Facendo un po' il punto sulle analisi e i commenti tradotti e riassunti nei giorni passati cominciano ormai a delinearsi alcune tendenze ben riconoscibili: i giudizi su chi abbia vinto la guerra di propaganda e dei media; la valutazione del conflitto in contesti più ampi (l'allargamento della NATO, l'espansionismo statunitense, l'indipendenza del Kosovo, lo scudo antimissile in Europa dell'Est, la sensazione di accerchiamento della Russia da un lato e la percezione di una sua rinnovata aggressività all'altro, le sfere di influenza geopolitica ed economica, la politica energetica, e così via); le posizioni sulla Russia dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti (qui l'analisi del conflitto tende spesso a un approccio binario e alquanto semplificato, e serve più che altro da cartina di tornasole per verificare quale dei due candidati americani sia più uguale all'altro); la nuova Guerra Fredda.
Nei primi giorni le tendenze russofobe dei mezzi di informazione a grande diffusione, soprattutto anglo-americani, sono state schiaccianti. Poi si sono fatte strada analisi più complesse e approfondite.
In rete, manco a dirlo, continua la battaglia a colpi di video, fotografie e notizie più o meno smentite o smentibili. Di questo continueremo a occuparci meno, per questioni di tempo e di energie e soprattutto perché la sostanza è troppo volatile.
La parte più interessante e stimolante, data l'impostazione di questo blog (che si propone soprattutto di tradurre e di offrire i materiali di base per ulteriori riflessioni), sarà prevedere le conseguenze a medio e lungo termine del conflitto nel Caucaso, sul piano della politica interna russa e su quello internazionale.
Dunque nei prossimi giorni citeremo soprattutto fonti e link che possano offrire spunti nuovi e aggiungere punti di vista (anche non condivisi, sia chiaro) che contribuiscano a completare quanto più possibile il quadro della situazione, e nelle traduzioni tenderemo ad approfondire alcuni argomenti: l'allargamento della NATO, lo scudo antimissile nell'Europa dell'Est, le posizioni degli altri paesi ex-sovietici ed ex-patto di Varsavia, il Gruppo di Shanghai e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, il ruolo dell'Unione Europea. L'idea comunque resta quella di tradurre il più possibile interferendo il meno possibile (quanto basta per contestualizzare la fonte, se necessario: del resto si interferisce già abbastanza scegliendo di tradurre un testo).
Non sono esclusi momenti di comic relief, ma ammetterete che quando si ha a che fare con un capo di stato che degusta la propria cravatta in diretta televisiva è sempre presente un elemento di imprevedibilità. (E comunque per questo c'è sempre mirumir).

Etichette: , ,

sabato, agosto 16, 2008

War Nerd: Ossezia del Sud, la guerra dei miei sogni

[Per chiudere la settimana (e che settimana), perché a questo punto credo sia superfluo mettere un disclaimer sul tono cinico e sarcastico (che cela osservazioni interessantissime, come il mancato bombardamento del tunnel di Roki), e perché semplicemente il War Nerd è il War Nerd ed è molto divertente tradurlo, e forse anche leggerlo].

War Nerd: Ossezia del Sud, la guerra dei miei sogni

di Gary Brecher

Ci sono tre cose fondamentali da ricordare a proposito di questa fumante piccola guerra in Ossezia:

1. L'hanno cominciata i georgiani.
2. Hanno perso.
3. Che meravigliosa piccola guerra!

Per me la cosa più importante è la numero 3, la pura bellezza dei filmati che sono già usciti da questa guerra. Sto in paradiso.

Naturalmente, se volete prenderla sul serio e studiarvi un po' l'Ossezia, il Nord e il Sud, e la Georgia e quell'eterno conflitto chiamato Caucaso, potete dare un'occhiata all'articolo che scrissi sulla carneficina di Beslan, Ossezia del Nord, pochi anni fa.

Ma per quanto mi riguarda, adesso, diciamo pure che mi fermo al presente. Questa è la guerra dei miei sogni: entrambe le parti usano l'aviazione! Quanto spesso la vedete una cosa del genere, di questi tempi? E così salterò la parte storica. Ricordate solo che l'Ossezia del Sud è una piccola bolla a forma di mela che pende dal territorio russo giù nella Georgia, e che negli ultimi anni è stata per la maggior parte sotto il controllo di truppe irregolari di osseti spalleggiati dai “peacekeeper” russi.

Ai georgiani questo non è piaciuto. Da quelle parti del mondo i territori non si cedono, mai. I georgiani sono sempre stati gente fiera, buoni guerrieri, mica tanto misericordiosi. Anzi, qui non riesco a fare a meno di un po' di storia: ricordate quando i mongoli spazzarono via Baghdad nel 1258, il più grande massacro tra tutte le loro conquiste? Nessuno conosce il numero dei morti, ma furono almeno 200.000: un numero altino per un'epoca in cui non c'erano gli antibiotici. L'odore era così forte che i mongoli dovettero spostare l'accampamento sopravvento. Insomma, i macellai più entusiasti erano i soldati cristiani georgiani dell'esercito di Hulagu Khan. Si sono consumati le braccia sugli abitanti di Baghdad.

E così: gente dura da tutte le parti, in quelle zone. Nessuna pietà. Non buoni. Soprattutto non i georgiani. Hanno la reputazione di brava gente, a tu per tu, ma non è il caso di mettersi contro di loro e soprattutto di portargli via della terra.

I georgiani hanno preso tempo, poi sono passati all'offensiva, stile caucasico, facendo finta di fare pace mentre continuavano a programmare l'attacco a sorpresa contro l'Ossezia del Sud. Avevano appena firmato un trattato che garantiva l'autonomia all'Ossezia del Sud, questa settimana, e poi hanno attaccato, alla Corleone. I lanciarazzi multipli georgiani hanno messo a ferro e fuoco Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud; le truppe georgiane si sono riversate sui posti di blocco osseti; e insomma, è stata una partenza notevole, ma come disse Petraeus a proposito dell'Iraq nel lontano 2003, com'è che va a finire la storia? Nel senso: com'è che si invade un territorio che i russi tengono d'occhio e proteggono senza pensare come reagiranno?

Saakashvili non ci ha proprio pensato. Uno dei motivi per cui può aver calcato troppo la mano è che è stato fortunato l'ultima volta che ha avuto a che fare con una regione separatista: l'Ajara, una strisciolina di costa del Mar Nero nella Georgia Meridionale. Un posto più piccolo di certe città della Central Valley, ma si dichiarò repubblica “autonoma” per preservare le sue sacre tradizioni tipo artigianato in vimini e cose del genere. Va accettato che la gente del Caucaso è fatta così: morirebbe pur di non salutare quelli che abitano oltre la collina, e non cambierà mai. Gli agiari non sono neanche etnicamente diversi dai georgiani: sono georgiani anche loro. Ma sono musulmani, il che significa che anche loro devono avere il loro parlamento di Lego e il loro esercitino e tutte questa robaccia vittoriana, e un leader, un coso chiamato Abashidze (accidenti ai nomi georgiani!) li ha offerti volontari per combattere fino alla morte per un'indipendenza inutile. Solo che era un tale pazzo, e così corrotto, e gli agiari erano così simili ai georgiani, e il loro piccolo paese era così minuscolo e ridicolo che per una volta ha prevalso il buon senso e gli agiari si sono rifiutati di lottare e si sono lasciati assorbire dal Colosso del Nord, la possente Georgia.

Insomma, come ho già detto, non c'è niente di più pericoloso della vittoria. Fa impazzire la gente. Saakashvili ha cominciato a pensare di potersi prendere qualsiasi regione separatista: tipo, diciamo, l'Ossezia Meridionale. Ma si è dimenticato di alcune differenze, tipo il fatto che l'Ossezia Meridionale non è georgiana, confina con la Russia ed è legata all'Ossezia del Nord. La strada che porta dalla Russia all'Ossezia del Sud è piuttosto fragile come linea di rifornimento: passa attraverso il Tunnel di Roki, una galleria nella montagna 10.000 piedi di altitudine. Sono costretto a chiedermi perché l'aviazione georgiana – che è buona, a quanto pare – come prima cosa non ha bombardato l'uscita del tunnel in Ossezia del Sud. Insomma, se non vi fidate dei ragazzi dell'aviazione mandate le forze speciali con gli zainetti pieni di esplosivo. Ci sono tanti modi per bloccare un tunnel. Insomma, non servono le alte tecnologie: prendete un'autocisterna piena di carburante, la fate seguire da una macchina, l'autista lascia l'autocisterna (che verrà fatta saltare con un telecomando o un timer) a metà del tunnel, sale sull'auto e torna indietro giusto in tempo per vedere una grande palla di fuoco. E ricostruire una galleria dentro le montagne non è un lavoro facile né veloce. Certo, i russi potevano rifornire via aerea, ma è più difficile e si sarebbe almeno rallentato l'inevitabile. Strano, dunque, che per quanto ne so i georgiani non abbiano neanche tentato di far saltare quel tunnel. Non mi piace analizzare a distanza la gestione dei dettagli in questo modo, perché solitamente le decisioni prese sul terreno hanno le loro buone ragioni; sono le decisioni strategiche ad essere quasi sempre folli. Eppure io questa cosa non riesco proprio a capirla.

Probabilmente i georgiani hanno semplicemente pensato che i russi non avrebbero reagito. Facevano come avevano imparato da Bush e Cheney: pensare positivo, restare fedeli allo scenario più ottimistico. Il piano georgiano era classico shock’n’awe senza alcuna riflessione matura sul lungo periodo. L'esercito nuovo di zecca avrebbe bombardato gli osseti del sud in doposbronza da tregua (quello peggiore) e poi... oh, sarebbero stati accolti come liberatori? Ma certo, come noi in Iraq. Ragazzo, si paga un prezzo per aver creduto in Bush. I georgiani l'hanno fatto. Pensavano che li avrebbe aiutati. Guardavo il piccolo mostro alla TV, che sedeva in tribuna a guardare la partita di basket USA-China. (Strana partita: i cinesi erano più alti e muscolosi, segnavano sotto canestro ma non riuscivano a tirare da lontano. Non quello che ci aspetta da squadre di basket straniere). Sulle prime non l'ho neanche riconosciuto, Bush, mi chiedevo perché continuassero a fare dei primi piani di questo tizio che sembrava il papà senza gambe di Hank Hill. E poi hanno detto che era il presidente. Sapete quando si dice che uno è “cresciuto in statura”; lui si è ristretto.

E più si restringe, più alto è il prezzo da pagare per avere creduto in lui. I georgiani sono stati ingenui perché erano così contenti di liberarsi dei sovietici che gli Stati Uniti devono essergli sembrati il paradiso. E così hanno fatto i leccapiedi recitando la parte del perfetto e ubbidiente piccolo alleato. Poi noi li avremmo fatti entrare nella NATO e bombardati a tappeto con i SUV e gli Ipod.

La loro parte era semplice: hanno mandato truppe in Iraq. Prima un contingente di 850 soldati, poi ben 2000, un'enormità. Se si pensa che la popolazione della Georgia conta meno di cinque milioni, sono un sacco di soldati. Infatti la Georgia, per contingente, è il terzo paese della “Coalizione dei volonterosi” dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.

Adesso starete pensando: uau, non un bel momento per avere tanti dei tuoi uomini migliori in Iraq, eh? Be', è vero e vale per un sacco di paesi – come noi, per esempio – ma almeno noi non dobbiamo affrontare un'invasione russa. I georgiani erano così spaventati da annunciare che metà del loro contingente sarebbe tornato a casa, e, per favore, l'USAF non poteva mica dagli un passaggio?

Un passaggio magari sì, ma è tutto. Abbiamo già fatto moltissimo, non perché amiamo i georgiani ma per controbilanciare l'influenza russa là dove va tenuto d'occhio il nuovo oleodotto. Il maggiore progetto di assistenza americano è stato il GTEP, “Georgia Train and Equip” (addestramento ed equipaggiamento, 64 milioni di dollari). Prevedeva che 200 istruttori delle forze speciali insegnassero ai bei ragazzi georgiani tutte le lezioni imparate di recente dall'esercito degli Stati Uniti. E questa è la barzelletta: la storia militare è solo una lunga serie di scherzi da prete. Noi ci concentravamo sulle tattiche contro-insorgenza: coesione di piccole unità, abilità nel tiro, intelligence. L'idea era mettere al sicuro la Georgia dai ceceni o da altri pazzerelli musulmani che potevano entrare dalla Gola di Pankisi nella Georgia nord-orientale. E abbiamo fatto un buon lavoro. L'esercito georgiano ha stabilizzato la zona nel classico stile dei Berretti Verdi. Insomma i georgiani si sono così imbaldanziti per quel successo e per la loro storia d'amore con quelli di Washington che pensavano di poter sfidare chiunque. Quello che stanno scoprendo è che la fanteria leggera che gli abbiamo dato non è moltissimo quando una gigantesca forza armata russa ha appena superato il tuo confine.

La risposta militare americana finora è stata tutta a parole, e parole anche stupide. Una specie di portavoce del Pentagono ha definito “sproporzionata” la reazione russa. Ma cosa diavolo dicono? Hanno guardato troppi show sul lavoro della polizia. I poliziotti hanno questa dottrina della “minima forza necessaria”, ma la applicano solo se ci sono videocamere nei paraggi. Gli eserciti non hanno mai, mai adottato quella politica, perché è un ottimo modo per farti ammazzare inutilmente i soldati. L'idea della guerra è combattere nel modo più sleale e sproporzionato possibile. Se ce l'hai, lo usi. Grazie a Dio non abbiamo mai combattuto in modo “proporzionato” in Viet Nam. Ci hanno provato i francesi perché non avevano un'aviazione forte, e sono stati spazzati via. Quando i francesi si sono ritirati dall'Indocina, il loro primo ministro Mendès France fece tanto di promettere la pace entro 30 giorni dall'inizio del suo mandato. E i suoi comandanti in Indocina gli dissero in privato: “Non credo che riusciremo a resistere così tanto”. Ecco cosa ti porta il combattere in modo “proporzionato”: Dien Bien Phu.

Se volete che vi faccia una traduzione siete fortunati perché parlo benissimo il pentagonese. Ecco cosa significa “sproporzionato”: be', immaginate di andarvene in giro con un tizio e che questo le prenda da un bullo, e voi diciate “Oh, inappropriato!” Voglio dire, invece di aiutarlo. Ecco quello che significa “sproporzionato” per il Pentagono: “Non intendiamo alzare un dito per aiutarti, ma guarda che siamo spiritualmente con te, amichetto!”

Il modo più veloce per capire chi sta vincendo una guerra è vedere chi chiede prima il cessate il fuoco. E questa volta sono stati i georgiani. Quando è stato chiaro che i russi avrebbero appoggiato gli Osseti, la guerra era finita. Perfino i georgiani dicevano: “Combattere la Russia da soli è da pazzi”. Questo significa che pensavano che la Russia non avrebbe soccorso i suoi alleati. E non era male, come scommessa, perché la Russia ha una lunga e imprevedibile storia di fregature riservate ai suoi amici. Ma non l'ha fatto sempre. I georgiani dovrebbero sapere meglio di chiunque altro che ogni tanto i russi arrivano davvero, perché sono stati i soldati russi a salvare la Georgia da un'invasione persiana nel 1805, nella battaglia Zagam. Naturalmente i russi avevano permesso ai persiani di saccheggiare Tbilisi solo una decina di giorni prima di intervenire. È questo il fatto: 'sti bastardi sono imprevedibili. Non puoi nemmeno contare sul fatto che tradiscano i loro amici (benché il più delle volte sia la scommessa più sicura, diciamo 6 contro 5).

Questa volta i russi sono arrivati. Per tante ragioni, a cominciare dal fatto che Bush è debole e loro lo sanno; che gli Stati Uniti stanno incastrati in quella maledetta guerra in Iraq e non possono fare un accidenti; e soprattutto perché il Kosovo ha appena dichiarato l'indipendenza dalla Serbia, vecchio alleato della Russia. È l'ora di rendere pan per focaccia, dove il pane e la focaccia sono il Kosovo e l'Ossezia del Sud. Per come la vede Putin, se noi possiamo immischiarci nelle faccende dei loro alleati e lasciare che piccole enclavi etniche come il Kosovo si dichiarino indipendenti, i russi possono fare lo stesso con i nostri alleati, specie se sono stupidi e ingenui come la Georgia.

Per fortuna l'Ossezia del Sud non è questa gran cosa. Qui voglio essere onesto. Tra un anno a nessuno importerà molto chi governa quel piccolo grumo di terra. Ben più serio è il fatto che un altro, più grande e più strategico pezzo di Georgia chiamato Abchazia, sul Mar Nero, sta approfittando dell'occasione per cacciare le ultime truppe georgiane dal suo territorio. La Georgia potrebbe perdere quasi tutta la sua costa, ma del resto i georgiani sono gente dell'entroterra, che vive nelle valli fluviali, mica un popolo di pescatori.

Ciò che accade qui alla Georgia è la versione piccina-picciò della Germania nel XX secolo: calca troppo la mano e perdi tutto. Se sei un nazionalista georgiano, questa guerra è una tragedia; se sei un nazionalista russo o osseto, è un trionfo, una vittoria per la giustizia, cose così. Per tutti noi è solo divertente da guardare. E cavoli, questa è stata TANTO divertente! I filmati che ne sono venuti fuori! Sapete, il DVD è la cosa più bella che sia accaduta alla guerra da un sacco di tempo. Solo divertimento, niente angoscia: è l'equivalente bellico della Diet Coke.

Capite, questa è la guerra che ero solito vedere nelle illustrazioni di Aviation Week e AFJ commissionate dalle aziende della Difesa: una guerra tra due eserciti convenzionali, che usano entrambi l'aviazione e colonne blindate, su un terreno di conifere. Ecco quello che mostravano quelle illustrazioni, con il dettaglio ravvicinato dell'arma che volevano promuovere mentre si dirigeva su un convoglio del Patto di Varsavia sbucato da una foresta di pini tedesca. Naturalmente una vera guerra tra la NATO e il Patto di Varsavia non sarebbe mai e poi mai andata così. Si sarebbe passati al nucleare in una o due ore, ed entrambe le parti lo sapevano: il che spiega perché non sia successo. E così tutte quelle bellissime armi erano una farsa, se dovevano essere usate solo nel Fulda Gap. Ma accidenti, Dio è buono, perché riecco tutto qui, sullo stesso tipo di terreno, eccole tutte qui le nostre vecchie illustrazioni: carri armati di fabbricazione russa incendiati, un caccia di fabbricazione sovietica che cade a pezzi dal cielo, soldati in mimetica russa che combattono contro altri soldati in mimetica russa, in una schermaglia nei pressi di un tugurio di campagna.

E niente sfumature razziali a rompere le scatole: sono tutti bianchi! E vengono da posti di cui non sappiamo niente e non ce ne frega un cazzo!

Tutto questa agitazione, e il clamore, e le cavolate sulla fine del mondo passeranno, e la conclusione sarà semplice: i georgiani hanno calcato la mano e si sono presi delle sberle, e noi siamo riusciti a vedere un po' di conseguenze, che sono quello che succede quando sprechi le tue truppe migliori – quelle della Georgia, peraltro – in una guerra stupida nel posto sbagliato. Abbiamo tolto il Kosovo a un alleato russo; hanno tolto l'Ossezia del Sud a un alleato americano. Scambio di pedoni. Se mai segnala qualcosa di più grande, è il fatto che gli Stati Uniti sono più deboli di dieci anni fa e la Russia è molto, molto più forte che ai tempi di El'cin. Ma chiunque abbia un po' di buon senso lo sapeva già.

A durare saranno quei meravigliosi filmati, come un sogno di epoca NATO, come Dio che mi ha dato per l'ultima volta l'occasione di osservare le armi che al tempo dei miei vent'anni sognavo di vedere in azione. Perfino i video sui civili feriti sono interessanti, perché un sacco di quei feriti sono grassi e vecchi, cosa che non si vede spesso nei filmati classici ambientati in Corea, Normandia o Viet Nam. Saranno anche gente normale, ma sant'Iddio, come vittime sono proprio brutte. La gente magra riesce meglio in mezzo alle macerie con la faccia insanguinata, devo essere sincero.

Mentre la guerra finisce – e lo farà, perché in quest'epoca i paesi non combattono fino alla morte – ci sarà tutto il tempo per capire come si sono comportati i vari sistemi d'arma. Mi interessano soprattutto i missili di difesa aerea georgiani, ottimi e recenti modelli russi. Ma avremo tempo. Per ora andiamo su LiveLeak o YouTube (LiveLeak ha la roba migliore, per ora) e divertiamoci. In questi momenti noi nerd di guerra possiamo avere tutto il porno gratis che desideriamo. Datevi malati, chiedete ore libere in cambio dei soldi degli straordinari, insomma: non perdetevi quei filmati.

Originale: ExileD online

Pubblicato l'11 agosto 2008

Etichette: , , , , ,

venerdì, agosto 15, 2008

Espansionismo statunitense, più che aggressione russa

[Articolo dai toni piuttosto decisi che riassume cose lette e rilette in questi giorni, almeno nelle analisi che tendono a mettere in luce la responsabilità degli Stati Uniti e pongono il conflitto georgiano in un contesto più ampio in cui hanno un certo peso l'allargamento della NATO e l'installazione di basi militari americane e dello scudo di difesa anti-missile in Europa Orientale. Ma visto che la fonte è britannico Guardian, che esattamente filo-russo non è, ho pensato di tradurlo nel'ambito dell'iniziativa 'adotta un giornalista britannico non russofobo'. Gli aggiornamenti continuano nel post sottostante, e richiamo ancora la vostra attenzione sulla traduzione di Andrea del videodocumentario di Escobar sui consiglieri di Obama].

Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa
La guerra nel Caucaso è il prodotto dell'imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri.

di Seumas Milne

L'esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti. Mentre i commentatori tuonavano contro l'imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l'aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. George Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”.

Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato – insieme alla Georgia, guarda caso – lo stato sovrano dell'Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell'estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Libano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l'uccisione di cinque soldati?

Dopo tutta questa indignazione per l'aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l'Ossezia del Sud per “ristabilire l'ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un'area che non ha mai controllato dal crollo dell'Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c'è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali. Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta. “Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov.

Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”. Be', sarà certo piccola e bella, ma sia l'attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall'Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose". Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l'International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l'opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi "democratico" sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull'Ossezia del Sud – e sull'Abchazia, l'altra regione contestata della Georgia – è una conseguenza inevitabile del crollo dell'Unione Sovietica. Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall'altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli Stati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche. Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell'indipendenza del Kosovo – il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia. Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo.

Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l'amministrazione Bush il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele. Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c'era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell'amministrazione Bush di imporre l'egemonia globale degli Stati Uniti e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta.

Nell'ultimo decennio l'inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l'alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell'ex-territorio sovietico. Nell'Europa Orientale e nell'Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l'altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate. Adesso l'amministrazione Bush si prepara a installare nell'Europa dell'Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia.

La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un'aggressione russa, ma dell'espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell'Ossezia per limitare quell'espansione. Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l'attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione. Finché viene rispettata l'indipendenza della Georgia – e qui l'opzione migliore è quella della neutralità – non dovrebbe essere un male. Il dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un'escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell'Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea. Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l'Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2008

Originale: http://www.guardian.co.uk/

Articolo originale pubblicato il 14 agosto 2008

Etichette: , , , , , ,

I link di oggi

Cominciamo con informazioni di prima mano di fonte russa. A Sevastopol'/Sebastopoli [in Ucraina, Crimea; e tuttavia indipendente dalla Repubblica autonoma di Crimea, poiché gode di statuto speciale; già base della Flotta del Mar Nero sovietica, ora un importante porto militare diviso tra le Marine russa e ucraina*], dove la maggioranza della popolazione (oltre il 70%) è di etnia e lingua russa nonostante vari tentativi di ucrainizzazione, si riportano provocazioni costanti nei confronti dei russi, verosimilmente per provocare un intervento della Russia. Inoltre agli abitanti non è concesso accogliere profughi dall'Ossezia. Altro dato interessante: pare che il 1° settembre nelle scuole ucraine (dunque anche a Sevastopol') verrà tenuta una lezione dedicata alla "necessità della presenza NATO in Ucraina". Il disagio della popolazione russa - che risente dell'indifferenza ostile della comunità internazionale - è forte, come il timore di incidenti e dell'inizio di una vera e propria guerra.

*mi scuso per la semplificazione che non tiene conto della complessa e delicata storia di Sevastopol' e delle attuali problematica: prossimamente sarò più precisa.

***

Un'altra segnalazione da fonte affidabile, che inoltrerei a chi di informazione di occupa per lavoro per una maggiore diffusione (vedete poi se farla girare, mi affido ai vostri potenti mezzi dei quali non voglio sapere nulla :-)):
Una traduttice che vive a Mosca ma di origine osseta, nata a Tskhinvali, ha appena perso lì i suoi cari. Dispone delle tremende testimonianze delle persone con cui è in contatto nella capitale dell'Ossezia Meridionale e vorrebbe farle conoscere. È traduttrice dall'italiano, dunque non ci sono problemi con la lingua, ma non sa come mettersi in contatto con nostri mezzi di informazione.
(Le persone interessate possono scrivere a me, provvedo a inoltrare).

***

Tornando all'Ucraina: alla luce del conflitto georgiano il presidente della commissione del parlamento ucraino per la sicurezza nazionale e la difesa, Anatolij Gricenko, ritiene necessario fare controlli sulle persone che possiedono il doppio passaporto russo-ucraino per verificare quanti cittadini godano illegalmente della doppia cittadinanza.
Secondo la legge ucraina i cittadini del paese non possono essere contemporaneamente cittadini di un'altro paese.
Link in russo, qui.

***

La guerra dell'informazione: una ragazzina americana di origini ossete si trovava a Tskhnvali durante il bombardamento. Rimpatriata sana e salva via Mosca viene intervistata da Fox News insieme alla zia. Finché la bambina racconta la paurosa esperienza, bene. A un certo punto si ricorda di precisare che le bombe erano georgiane e di ringraziare i russi. Ma quando la zia comincia a dire "voglio che sappiate di chi è la colpa" e ad accusare Saakshvili, accusandolo di essere un aggressore e un assassino... pubblicità. Poi altri 30 secondi, zia. "La mia casa in Ossezia è andata distrutta... non incolpo i georgiani, incolpo il loro presidente..." Peccato che il tempo sia già finito.
Link con video YouTube.

***

Nei commenti del blog mirumir massimo mi tiene informata su altri episodi della guerra di propaganda e mediatica: il server del sito wartoday.org, dedicato alla raccolta di materiali sulla guerra censurati e inaccessibili agli utenti georgiani, è vittima di un oscuramento sospetto. Il server si trova in Florida e negli ultimi 7 anni ha ospitato anche siti commerciali e di altro tipo: nessuno di questi ha mai avuto particolari problemi. Da un paio di giorni invece wartoday.ru è inaccessibile, gli amministratori di sistema non rispondono alle mail e sono introvabili.
Link (RUS)

***



Come volevasi dimostrare: ecco l'uomo copertina, quello che tutti amano odiare.
Link

***

A questo punto conto che il Benedetti quotidiano sia ormai nei vostri bookmarks, comunque cito dall'articolo di oggi:

"[...] l’intera vicenda non è più solo un problema legato a uno sgradito e odiato interlocutore come Saakasvili. Il problema consiste nel fatto che la Russia deve pur sempre fare i conti con una realtà geopolitica come la Georgia che esiste ed ha i suoi contatti internazionali. Una Georgia che - con o senza le realtà dell’Ossezia del Sud, l’Abchasia e l’Adzaria - ha un suo ruolo nel bacino sud del Caucaso. Tanto più che accanto a Tbilissi opera l’amministrazione statunitense. E Mosca non può fare a meno di notare che stanno tornando sempre più a soffiare i venti della guerra fredda e che la geopolitica americana sta sfoderando le sue carte nell’arena dello spazio ex sovietico.

Ecco ad esempio che nell’ambito degli scenari di breve, medio e lungo termine - che si muovono dietro la crisi georgiana - si rileva che l'amministrazione Bush e i suoi alleati stanno prendendo in considerazione l'espulsione della Russia dal G8, il congelamento della sua integrazione nel Wto o nell'Ocse e, più a breve termine, la cancellazione delle prossime esercitazioni militari congiunte Russia-Nato.

Si delinea un situazione complessa e sfumata che vede avanzare sempre più un personaggio come il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, da sempre su posizioni anti-russe. E’ lei che si fa portavoce delle posizioni più oltranziste sostenendo che la crisi georgiana rischia di innescare una 'importante' crisi diplomatica tra Russia e Stati Uniti. Tutto questo perchè per la Casa Bianca la reazione di Mosca in Georgia sarebbe stata 'sproporzionata'. E il consigliere nazionale aggiunto alla Sicurezza, James F. Jeffrey ha subito aggiunto che se la Russia dovesse continuare nella sua escalation militare questo avrebbe un impatto 'importante' sulle relazioni americano-russe".

***

A rischio l'appoggio russo alle sanzioni contro l'Iran, che non può che accogliere favorevolmente qualsiasi cosa gli permetta di guadagnare tempo, allevi la pressione internazionale e dia dei grattacapi agli Stati Uniti (sempre che il conflitto in Georgia non dilaghi).

***

La crisi della Georgia esaspera le divisioni europee, di Paul Taylor (Reuters). E ci sono divergenze anche all'interno della NATO. Stati Uniti, Stati baltici, Polonia e Repubblica Ceca hanno attaccato l'"aggressione" russa; si aggiunge allo schieramento anti-russo la Gran Bretagna, che con la Russia ha già avuto qualche problema (Litvinenko, caso BP).
Ci sono poi Francia e Germania, che si sono opposte al piano di ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO e sono contrarie a una netta condanna della Russia. Frattini ha dichiarato che non dovrebbe esserci un fronte anti-russo e questa posizione è condivisa da Spagna, Irlanda, Grecia, Belgio, Austria e Cipro.

***

L'Europa si è divisa sulla Georgia, Kommersant': "la frattura è perfino più profonda di quella del 2003, quando i vecchi e nuovi stati europei si trovarono in disaccordo sull'invasione statunitense dell'Iraq".

***

Gli ufficiali dei servizi russi hanno trovato delle targe diplomatiche ucraine in una base militare georgiana vicino a Senaki. Lo ha detto poco fa il rappresentante russo alla NATO Rogozin, che ha comunicato di avere chiesto chiarimenti al governo di Kiev. La stessa scoperta è stata fatta in Abchazia, come aveva dichiarato poco prima il vice capo di Stato Maggiore Nogovicyn. I ritrovamenti sospetti potrebbero indicare un coinvolgimento dell'Ucraina nel recente conflitto.
Link (RUS)
Link (ING)

Etichette: , , ,

giovedì, agosto 14, 2008

Scacco matto all'Occidente

[Questo articolo di Michael Binyon è uscito oggi sul Times e, insieme a un pezzo di Simon Sebag Montefiore che fa anche un po' di storia del Caucaso, dimostra come le opinioni della stampa occidentale - perfino quella britannica - stiano componendo un quadro più vario, complesso e sfumato dell'interpretazione del conflitto, adottando un punto di vista non inutilmente russofilo ma soprattutto non russofobo a tutti i costi].

La maestria di Vladimir Putin dà scacco matto all'Occidente

La Russia ha aspettato il momento giusto, ma la sua vittoria in Georgia è stata brutale, e brillante

di Michael Binyon

Le vignette satiriche hanno mostrato la Russia come un orso infuriato che allungava una zampa per ghermire la Georgia. La Russia è di certo infuriata, e come una bestia provocata ha mostrato i denti. Ma è lo stereotipo sbagliato. Quello che il mondo ha visto, la scorsa settimana, è una brillante e brutale esibizione dello sport nazionale della Russia, gli scacchi. E Mosca ha appena dichiarato scacco matto.


Gli scacchi sono un gioco lento. Bisogna essere disposti a ignorare le provocazioni, a perdere qualche pedone e a trasformare la boria dell'altro nella sua rovina. Per anni in Russia è maturato il risentimento. Parte di esso era inevitabile: la perdita di un impero, una sofferenza bruciante e il timore che negli anni Novanta, in mezzo al caos interno e alla crisi economica, il punto di vista della Russia non contasse più nulla.

Uno scontento dapprima generalizzato, simile al risentimento sotterraneo della Germania di Weimar, cominciò a concentrarsi su questioni specifiche: la disinvoltura dell'Amministrazione Clinton riguardo ad alcuni punti sensibili per la Russia, in particolare i Balcani e l'apertura della NATO a paesi dell'ex-patto di Varsavia; il programma neo-conservatore dei primi anni della presidenza Bush, nel quale non c'era spazio per la Russia; e l'ingratitudine di Washington dopo l'11 settembre verso il vitale contributo del Cremlino nella lotta contro il terrorismo, in Afghanistan e nel settore dell'intelligence.

Ancora più esasperante fu l'incoraggiamento offerto dall'Occidente alle “libertà” negli ex-stati satelliti sovietici, che diede carta bianca a forze da lungo tempo ostili alla Russia. Negli Stati baltici l'occupazione sovietica poteva essere definita peggiore di quella nazista. I commissari dell'Unione Europea appartenenti ai nuovi stati membri potevano attaccare la condotta russa. Nell'Europa Orientale dei populisti potevano salire al potere grazie a una retorica anti-russa incoraggiati dall'approvazione dell'Occidente che si complimentava per il loro buon inglese.

E quest'umiliazione fu quanto mai dolorosa in Ucraina e Georgia, due paesi dell'Impero Russo la cui storia, cultura e religione erano così intrecciate con quelle russe. Mosca cercò, disastrosamente, di tenere a bada l'influenza occidentale, soprattutto quella americana, in Ucraina. Queste goffe interferenze condussero alla Rivoluzione Arancione.

La Georgia era un'altra cosa. I rapporti erano sempre stati volubili, ma Eduard Shevardnadze, lo scaltro ex-ministro degli Esteri sovietico, sapeva come tenere sotto controllo le animosità ataviche. Non è stato così per il suo avventato successore, Mikheil Saakashvili. Da quel momento la boria di Tbilisi è stata la sua rovina.

Non si è trattato solo della retorica, della porta aperta ai consiglieri statunitensi o all'incompetenza economica che ha fatto dimenticare la dipendenza dall'energia russa e dalle rimesse da oltreconfine; è stato il deciso tentativo di rendere la Georgia un alleato regionale degli Stati Uniti e un avamposto della loro influenza.

Le grandi potenze non gradiscono gli sconfinamenti delle altre grandi potenze. Può non essere morale o giusto, ma è la realtà, e sta alla base del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. La Dottrina Monroe, “giù le mani dalle Americhe”, ha guidato la politica di Washington per 200 anni. Gli Stati Uniti sono pronti a rischiare una guerra per tenere lontane non solo le altre potenze ma anche le ideologie ostili, come a Cuba e in Nicaragua.

Vladimir Putin ha perso diversi pedoni sulla scacchiera: il Kosovo, l'Iraq, l'ingresso nella NATO degli Stati baltici, l'uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM, i missili statunitensi in Polonia e nella Repubblica Ceca. Ma ha saputo aspettare.

La trappola è scattata in Georgia. Quando il presidente Saakashvili ha fatto un tragico passo falso in Ossezia del Sud, mandando un esercito a bombardare, uccidere e mutilare su vasta scala (contro i consigli degli Stati Uniti e la parola appena data), la Russia stava aspettando.

Saakashvili non era il solo a pensare che la distrazione delle Olimpiadi l'avrebbe coperto; anche il Cremlino sapeva che Bush stava seguendo il basket, e nel lungo termine che gli Stati Uniti erano impegnati con tutte le forze in Iraq e in Afghanistan. Dal giorno in cui i carri armati russi hanno attraversato il tunnel per entrare nell'Ossezia del Sud, la Russia non ha sbagliato una sola mossa. Nonostante le osservazioni espresse ieri da Bush, in cinque giorni è riuscita a trasformare il passo falso di un avversario appoggiato dai paesi occidentali nel devastante smascheramento dell'impotenza e della titubanza dell'Occidente e dei due pesi e due misure da esso applicati al rispetto della sovranità nazionale (si veda l'Iraq).

L'attacco è stato breve, secco e mortale: è bastato a costringere i georgiani a una fuga umiliante nel panico, a una rotta ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. La distruzione è stata sufficiente a ferire, ma non tale da suscitare la furia del mondo. Anche la tempistica del cessate il fuoco è stata calcolata con precisione: solo poche ore prima che il presidente Sarkozy potesse esprimere l'ira dell'Occidente. Mosca ha fatto capire chiaramente di avere in mano l'iniziativa. E nonostante gli screzi sporadici da entrambe le parti la Russia ha spuntato le accuse georgiane che si tratti di una guerra di annientamento.

Mosca riesce anche a contrastare la propaganda georgiana, l'ultima arma di Tbilisi. Diritti Umani? Guardate cos'ha fatto la Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Sovranità nazionale? Guardate al distacco del Kosovo dalla Serbia. Falsi pretesti? Guardate l'invasione di Grenada di Ronald Reagan, con il pretesto di “salvare” gli studenti americani. L'indignazione dell'Occidente? Ma guardate la confusione di voci discordanti.

Qui ci sono lezioni per tutti. Per le ex-repubbliche sovietiche: ricordate la geografia. Per la NATO: volete ancora incorporare nella vostra alleanza le faide caucasiche? Per Tbilisi: volete ancora un presidente che vi ha fatto questo? Per Washington: non conta ancora niente, la voce della Russia? Che vi piaccia o no, conta moltissimo.

Originale: timesonline

Articolo pubblicato il 14 agosto 2008

Etichette: , , , ,

I link di oggi

Information dissemination: "con il via libera alla US Navy stiamo per assistere alla prima consistente operazione della marina americana dallo tsunami del 2005. Può non impressionare chi non è particolarmente addentro a queste cose, ma è così. Questi fatti cambieranno il nostro punto di vista strategico sulla potenza militare.
Per la seconda volta nel XXI secolo gli Stati Uniti stanno per esercitare consistentemente il proprio potere militare non in una guerra; ma invece di un disastro naturale questa volta affronteranno una potenza militare che esercita un controllo politico. È una missione militare, questa? Nel XXI secolo, ".

***

Il conflitto russo-georgiano come test per l'Unione Europea, di Lili di Puppo, su Eurasianet:
Negli ultimi anni l'Unione Europea ha adottato un approccio morbido nel Caucaso, ma la mediazione della Francia tra Russia e Georgia suggerisce che quel ruolo è destinato a cambiare.
I segni di un cambiamento nella politica dell'UE nel Caucaso hanno già cominciato a delinearsi. Tra i segnali di un 'evoluzione, l'impegno del ministero degli Esteri tedesco per una proposta di pace per il conflitto abchazo-georigiano e la visita nel giugno 2008 dell'Alto Rappresentante dell'UE Javier Solana in Abchazia.
Secondo un analista le implicazioni più importanti della guerra si avranno nelle relazioni dell'Unione Europea con l'Ucraina e nell'intervento in altri conflitti regionali, compresi il Nagorno-Karabach e Transnistria.
Tuttavia ci sono divergenze tra gli stati membri: per esempio la Germania vede il ruolo dell'UE nella regione come un onesto mediatore tra Georgia e Russia o Russia e Stati Uniti, mentre i nuovi stati membri come la Polonia e gli stati baltici vorrebbero un ruolo più attivo e diretto dell'Unione Europea, e una linea più dura verso la Russia.
Quest'ultima ipotesi è però incerta, e la politica europea di difesa e sicurezza non è ritenuta sufficientemente sviluppata per consentire ampi impegni di peacekeeping.
Sabine Fischer dell'Istituto Europeo per gli Studi sulla Sicurezza di Parigi invita alla cautela: "Nella risoluzione del conflitto in Georgia non c'è un'Unione Europea, ci sono solo stati membri".

***
Aleksandr Dugin, politologo e leader del Movimento Internazionale Eurasiatista:
"È stato tutto un bluff. [Gli americani] avrebbero potuto cercare di minacciarci ma non hanno fatto niente. Non l'hanno fatto perché dipendono da noi in Afghanistan; se dovessimo bloccare le forniture militari che passano attraverso il corridoio che solo noi controlliamo la situazione esploderebbe. Dunque, anche se gli americani fossero pazzi, e non lo sono, non scatenerebbero mai la terza guerra mondiale. Ecco perché sotto questo punto di vista siamo in guerra solo con Saakashvili e i mezzi tecnici presenti sul posto. E le altre questioni le considereremo man mano che si presentano".
"L'America è un paese razionale, e non può dare a vedere che sta abbandonando Saakashvili, anche se l'ha appoggiato ed è stata al suo fianco in questo crimine, contando che la Russia non reagisse. .. Ma la cosa che va ricordata è che una terza guerra mondiale e la partecipazione dell'America a questo conflitto era esclusa fin dall'inizio, e i nostri strateghi lo sapevano benissimo".
Link (Agenzia di informazione Regnum, in russo).

***

Secondo Mike Whitney (che cita le recentissime esternazioni di Brzezinski) a Putin è stata tesa una trappola che servirebbe a trascinare la Russia in un conflitto infinito per prosciugare le sue risorse, diminuire il suo prestigio sulla scena globale, indebolire la sua influenza nella regione, rafforzare le alleanze tra Europa e America e distogliere l'attenzione dalla campagna nel Golfo. Gli artefici di questa trappola sarebbero lo stesso Brzezinski, Holbrooke e la Albright, gente che sa manipolare i mezzi di informazione e i canali diplomatici ai propri fini.
Perché questa squadra di "imperialisti machiavellici" (che, incidentalmente, si è schierata con Obama) è così interessata a demonizzare Putin e a minacciare la Russia di "ostracismo, isolamento e sanzioni economiche?" Qual è il crimine di Putin.
Il crimine di Putin, secondo Whitney, è tutto espresso nel discorso di Monaco, una sfida al "sistema internazionale" di Brzezinski e al mondo delle corporazioni e delle banche dell'oligarchia occidentale.
Dunque, conclude Whitney: "L'Ossezia del Sud era una trappola e Putin ha abboccato. Sfortunatamente per Bush lo scaltro primo ministro russo è molto più intelligente di chiunque faccia parte dell'attuale amministrazione".
[L'ora del disclaimer: a chi si occupa di Russia abbastanza da vicino non sfuggirà la tendenza alla drammatizzazione e alla personalizzazione di valutazioni come questa; Putin-lo-scaltro è la controparte (altrettanto semplificata) di Putin-demonio-che-tutti-amano-odiare. La realtà del potere russo è più complessa, intricata e, perché no, ambigua. Comunque tutto questo serve da buon ripasso sulla cricca Brzezinski].

***

Galleria fotografica di RIA Novosti: Tskhinvali dopo la guerra.
[Lapsus: avevo scritto RAI Novosti, quella esiste solo nei miei sogni. Fortuna che mi tenete d'occhio, grazie B.!]

***

Carlo Benedetti su Altrenotizie.org:
"Casa Bianca Pentagono e Cia utilizzano in queste ore i loro canali per attaccare la Russia e stravolgere la realtà dei fatti. L’obiettivo è di mettere sotto accusa il Cremlino di Putin e Medvedev sostenendo che è stata Mosca ad attaccare in Ossezia e che, quindi, resta “la Russia di sempre”, erede dei metodi sovietici. La posizione americana trova subito utili laudatores anche nella stampa di casa nostra che si affrettano a scrivere che 'Mosca ha una voglia matta di “rivedere la pesante eredità della sconfitta patita nella Guerra fredda'. Non c’è nessun tentativo reale di comprendere il conflitto nelle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche. Siamo di nuovo al clima maccartista, ai diktat di Foster Dulles. Si spinge volutamente indietro la ruota della storia presentando il leader georgiano come un politico sì dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo di Scevardnadze. La Georgia viene quindi presentata da vari media occidentali come una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, ma pur sempre accettabile.

Comunque sia la propaganda non può nascondere la verità. Nell’Ossezia del Sud ci sono oltre 2000 ossetini e russi uccisi e trucidati da un esercito comandato da Michail Saakasvili, il presidente-Quisling filoamericano e filo-Nato. Ci sono migliaia di abitazioni distrutte, ospedali rasi al suolo, scuole sventrate dai missili georgiani tutti regolarmente 'made in Usa' o in Israele. Bush, quindi, può essere contento per gli investimenti fatti nel Caucaso e il miliardario Soros (che a partire dal 1979 ha distribuito 3 milioni di dollari l'anno a movimenti di dissidenti dell’Est utilizzando come copertura il suo Open Society Institute) può promuovere a pieni voti il suo allievo Saakasvili e il nuovo arrivato Giga Bokeria, il 36enne leader del movimento studentesco della Georgia denominato 'Kmara!' (Basta!) che è, praticamente, una filiale della Cia americana nell’intero Caucaso".

***

Chris Floyd critica la decisione americana di mandare le forze armate in "missione umanitaria" in una delle zone più instabili del mondo e si rifà all'articolo di Robert Scheer su Stratfor (che abbiamo citato ieri) per sottolineare il possibile ruolo del lobbista Randy Scheunemann, consigliere di McCain e fautore dell'invasione dell'Iraq.
Insomma, secondo Floyd qui ci sarebbe di mezzo una profezia autoavverantesi dei neoconservatori, per cui la Russia si trasforma in un nemico in espansione e Putin è il nuovo Stalin.
E Obama?
Il candidato democratico si è allineato con McCain, Butt-Thumper, Dick Cheney, Bill Kristol e tutta la cricca di guerrafondai dichiarando il proprio appoggio all'ingresso della Georgia nella NATO (ma immaginiamo solo cosa sarebbe successo se la Georgia ne avesse già fatto parte).
Con "progressisti" come questi, conclude Floyd, chi ha bisogno del Project for a New American Century?

***

Questo non è il 1968? Condoleezza Rice, la commediante
"Questa è probabilmente la cosa più divertente che ho sentito negli ultimi tempi. Condoleezza Rice alla BBC a proposito dell'invasione russa della Georgia:

Non è il 1968, quando la Russia poteva invadere un paese, occupare una capitale, rovesciare un governo e farla franca.

Cavoli, Rice, non è ESATTAMENTE quello che hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq? E a Panama?

***

Da questo articolo di Brendan Cooney per Counterpunch sulla delusione e le speranze infrante dei georgiani:

"Pyotr Bezhov, in fuga dalle violenze, ha detto a un giornalista del New York Times: 'Il problemi più grosso qui siete voi, il vostro paese. Avete detto che i sovietici erano un impero malvagio, ma siete voi l'impero'.
Le truppe in ritirata non parlavano tanto della brutalità dei russi come ci si poteva aspettare ma del tradimento degli americani.
'Negli ultimi anni ho vissuto in una società democratica", ha detto al New York Times il maggiore Georgi, un soldato georgiano in ritirata. 'Ero felice. E adesso l'America e l'Europa ci sputano addosso'. 'Dove sono i nostri amici?' ha chiesto un altro soldato esausto.
La Georgia amava gli Stati Uniti. La strada dall'aeroporto si chiama George W. Bush Street.
[...]
Alla ricerca disperata di alleati per la loro tremenda guerra, gli Stati Uniti hanno addestrato le forze georgiane e sono diventati i loro migliori amici. Dopo la Gran Bretagna, la Georgia è il paese che ha mandato il contingente più numeroso in Iraq. Forse i georgiani sono stati pazzi a pensare che gli Stati Uniti avrebbero messo i muscoli dove c'erano solo parole, ma ci hanno creduto.
[...]
Questa settimana Bush ha detto che l'offensiva russa era 'inaccettabile nel XXI secolo'. Bush ha un calendario diverso dal nostro? In quale secolo è avvenuta, la sua invasione? In che senso inaccettabile? Perché non è stata abbastanza cruenta, o l'occupazione non è stata completata? Perché Putin non ha ancora impiccato il presidente georgiano per i suoi presunti crimini?"

***

Saakashvili sta perdendo la guerra dei media? È quello che si chiede Janet McBride sul blog di Reuters. Fin dall'inizio della controffensiva russa, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili è stato onnipresente nei mezzi di informazione occidentali. È apparso su CBS, CNN, BBC e praticamente tutte gli altri canali televisivi in lingua inglese per accusare la Russia di aver invaso la Georgia, di voler attaccare la capitale e di progettare il suo rovesciamento. L'11 agosto, in un corsivo apparso sul Wall Street Journal, ha ammonito che la caduta della Georgia sarebbe stata la caduta dell'Occidente.
All'inizio del conflitto il verdetto è stato univoco: Saakashvili stava vincendo a man bassa la guerra dei media.
Ma la tendenza si sta invertendo, e le cose a quanto pare si stanno mettendo male per Saakashvili, mentre i russi stanno cominciando a destreggiarsi meglio nei rapporti con i media. Perfino gli Stati Uniti hanno messo un freno al presidente georgiano, smentendo la sua affermazione a proposito del controllo americano di porti e aeroporti della Georgia.
Dunque la ben oliata macchina propagandistica di Saakashvili gli si sta rivoltando contro? Sta perdendo la simpatia internazionale?"

Da un commento di Saker, che ha ripreso il post:
"Saakashvili non è perfetto per screditare completamente la sola idea di essere alleati con gli USA? Non è la prova vivente che Zio Sam non è in grado di salvarti la pelle quando le cose si mettono male? Saakashvili non è un testimonial perfetto per il concetto che la gente se ne deve stare LONTANA da qualsiasi alleanza con l'Impero?
Se la risposta è 'sì', forse i russi potrebbero voler lasciare Saakashvili al potere ancora per un po'".

***

Saakashvili nega che Israele abbia interrotto le forniture militari, scrive Haaretz. E poi specifica che ben due ministri georgiani (quello della Difesa e quello della Reintegrazione) sono israeliani e si occupano entrambi della guerra, e ciò significa "che la guerra o la pace in Georgia sono nelle mani di ebrei israeliani".
"Yakobashvili di fatto non è cittadino israeliano. Le dichiarazioni di Saakashvili fanno parte del tentativo del suo governo di trascinare altri paesi nella sua guerra contro la Russia", commenta il quotidiano israeliano.
Sempre per quanto riguarda le forniture israeliane, secondo Peter Hirshberg la pubblicità data alle transazioni dalla guerra potrebbe essere un danno per Israele, dal momento che la Russia potrebbe, per ritorsione, aumentare le vendite di armi a Siria e Iran (l'articolo cita la vendita di un sistema missilistico s300 all'Iran, di cui si discuteva da tempo, e che potrebbe andare a buon fine visti i recenti avvenimenti). Inoltre gli israeliani temono anche un possibile maggiore riavvicinamento tra Iran e Russia (articolo del Jerusalem Post).

***

Secondo Jonathan Steele non di guerra per gli oleodotti si tratta, ma di attacco contro l'influenza russa.

***

Arkadij Babčenko, corrispondente di guerra, si è aggregato alle truppe russe e le ha seguite a Džava, a Tskhinvali, ha assistito all'assalto di Zemo-Nikozi [villaggio a sud della capitale Tskhinvali], ha seguito il battaglione ceceno "Vostok" verso Gori ed è ritornato in elicottero con i feriti. Ha scattato 89 fotografie nella zona del conflitto.
[Attenzione, alcune immagini possono ovviamente turbare].
Link, qui. Il caricamento è abbastanza rapido.

***

Da Lenin's Tomb:

"Ecco John 'Reich centenario' McCain:
Voglio dialogare con i russi. Voglio che lascino il più rapidamente possibile il territorio georgiano. E ho a cuore le buone relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Ma nel ventunesimo secolo le nazioni non invadono altre nazioni.
Stai zitto, McCain. Stai solo zitto".

Etichette: , , , , ,

mercoledì, agosto 13, 2008

I link di oggi

Si comincia anche oggi con Benedetti: Ossezia: muore anche la verità.

***

Punto di vista georgiano espresso dal giornalista Oleg Panfilov (del Centro per il giornalismo in situazioni estreme) sul suo blog, da Tbilisi:
"Oggi è stata la giornata dell'emozione.
Prima, una grande manifestazione nel centro di Tbilisi e gente che piangeva durante il discorso di Saakashvili. Poi una giornata di attesa, mentre i politici discutevano ed esprimevano le loro idee sulla Georgia e i suoi rapporti con la Russia.
E infine l'uscita della Georgia dalla Comunità degli Stati Indipendenti. Per ora sotto forma di dichiarazione politica, ma tra qualche giorno la Russia si trasformerà automaticamente in una forza d'occupazione non solo formalmente, ma anche dal punto di vista legale, perché perderà lo status di 'peacekeeper' per conto della CSI. E poi, conformemente a tutte le leggi internazionali, la presenza di truppe russe sul territorio dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia potrà essere riconosciuta come illegale.
In altre parole, un'altra avventura militare è finita in nulla.
Non so quali pensieri possano essere passati per la testa dei capi militari russi (sempre che di pensieri si possa parlare), ma la Georgia è riuscita a resistere e ha evitato di tornare a essere lo stato che era ai tempi sovietici, e cioè una 'grande kebabberia' per la nomenclatura russa.
Se analizziamo quello che è successo, troveremo molti argomenti a favore sia della Georgia, sia dei metodi imperiali del Cremlino. Una cosa è chiara, però: la Georgia non cambierà. Negli ultimi cinque anni ha assaggiato la libertà e la democrazia, anche se questo a molti non è piaciuto.
Adesso spetta agli altri resti dell'impero sovietico decidere se continuare a vivere come prima o imparare dalla Georgia.
Domani sarà un'altra giornata di attesa".

Dai commenti a questo post:
"La Georgia ha perso l'Ossezia del Sud e l'Abchazia. Spentasi l'euforia si ritornerà al grigiore quotidiano: senza rimesse di denaro [dai parenti] di Mosca, senza collegamenti via mare e via aerea [con la Russia], con le banche senza lavoro. E allora le dimensioni della catastrofe supereranno quelle della folla ingenua ed eccitata di quella manifestazione.
Questa guerra non ha giusti né colpevoli, vincitori né perdenti. Ma c'è la colpa, un senso schiacciante di colpa davanti ai morti".

"Oleg, purtroppo lei si sbaglia.

1) I paesi della NATO e gli alleati in generale non intendono farsi coinvolgere in una guerra con la Russia, e se accadrà di nuovo sarà controproducente per tutti.

2) L'Abchazia e l'Ossezia del Sud non faranno più parte della Georgia, neanche come regioni autonome: è molto probabile che la Russia riconosca la loro indipendenza.

3) Se verrà dimostrato che i civili di Tskhinvali sono morti per l'uso di sistemi lanciarazzi multipli Grad, Saakashvili non avrà proprio la possibilità di aderire a niente.

E comunque, Oleg, lei sta facendo propaganda. I blog vengono letti per avere un'idea di quello che succede sul campo. Quando racconta che hanno bombardato l'oleodotto, citi cortesemente le fonti. Perché poi, quando si legge da fonti più o meno indipendenti che i gestori dell'oleodotto smentiscono la notizia, è ben triste trovare conferma che le sue fonti mancano di obiettività".

***

Dichiarazione del Comitato di Pace Georgiano: protesta contro la militarizzazione (con l'aiuto statunitense) del paese, solidarietà alle vittime ossete, denuncia del regime di Saakashvili.

***

Piano di pace russo-francese, la Georgia chiede l'"aiuto militare" della NATO (in particolare per sostituire i sistemi radar andati distrutti nell'attacco russo).

***

Dal blog di Antiwar.com:
"Esiste o è mai esistito un governo più ipocrita di quello statunitense? Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di punire la Russia per le operazioni militari in Georgia cancellando la propria partecipazione alle annuali esercitazioni navali Russia-NATO. [...] il Segretario di Stato Condoleezza Rice insiste che 'i russi devono bloccare le operazioni militari come hanno apparentemente promesso, ma quelle operazioni devono assolutamente fermarsi perché bisogna ristabilire la calma'.
Be', che ne dicono gli Stati Uniti di interrompere le operazioni militari in Iraq per permettere di ristabilire la calma? La semplice idea che il governo degli Stati Uniti voglia dare lezioni alla Russia sulle operazioni militari in Georgia è ridicola. Zio Sam non si vergogna del genocidio scatenato dal suo esercito in Iraq?"

***

The Independent Institute si interroga sui Semi di una nuova guerra fredda (decisamente nessuna tenerezza per la Russia, ma si sofferma sulla responsabilità degli Stati Uniti e sulla vera consistenza della "democrazia" georgiana).

***

La guerra russo-georgiana e l'equilibrio dei poteri, di George Friedman su Stratfor:
"L'invasone russa della Georgia non ha cambiato l'equilibrio dei poteri in Eurasia. Ha semplicemente annunciato che quell'equilibrio si era già spostato. Gli Stati Uniti devono occuparsi delle guerre in Iraq e Afghanistan, del conflitto potenziale con l'Iran e di una situazione destabilizzante in Pakistan. Non hanno una riserva di forze strategiche di terra e non sono in grado di intervenire sulla periferia russa. Questo ha permesso ai russi di riaffermare la loro influenza nella sfera ex-sovietica. [...] L'invasione non ha spostato l'equilibrio dei poteri. Questo equilibrio era già cambiato, e stava ai russi scegliere quando farlo capire pubblicamente. Lo hanno fatto l'8 agosto".
Friedman si chiede poi quello che ci siamo probabilmente chiesti tutti: perché i georgiani hanno deciso di invadere l'Ossezia del Sud. Innanzitutto è difficile non pensare a una forma di coinvolgimento degli Stati Uniti, che almeno dovevano essere al corrente delle intenzioni georgiane. Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a non capire che Mosca avrebbe reagito?
Due sono le ipotesi:
1. un fallimento totale dell'intelligence;
2. una visione della Russia ancora ferma agli anni Novanta, con un esercito a pezzi e un governo in piena paralisi, una Russia che non faceva mosse decisive al di fuori dei propri confini dalla guerra sovietica in Afghanistan.
Ma la Russia nel frattempo è cambiata.
Per capire la mentalità russa secondo Friedman bisogna avere presenti due fatti: la rivoluzione arancione in Ucraina (che Mosca considera orchestrata dalla CIA per attirare l'Ucraina nella NATO e accerchiare la Russia) e la decisione dell'Europa e degli Stati Uniti di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, che la Russia ha visto come una violazione del principio europeo del secondo dopoguerra sull'inalterabilità dei confini nazionali al fine di prevenire i conflitti.
Infine Friedman si sofferma sul conflitto come dimostrazione del ritorno della Russia allo status di grande potenza, processo che è in atto da anni.
"La guerra è stata tutt'altro che una sorpresa; era nell'aria da mesi. Ma le basi geopolitiche della guerra si stavano formando dal 1992. La Russia è stata un impero per secoli. Gli ultimi 15 anni non erano la nuova realtà, ma una semplice aberrazione non ancora corretta. E ora è stata corretta", conclude.

***

"La 'democrazia del libero mercato' georgiana esiste nello stesso universo parallelo delle 'armi di distruzione di massa' e dell'Uomo di Piltdown, ma non troverete molti altri mezzi di informazione disposti a dirvelo": Justin Raimondo strapazza un po' Bill Kristol, Saakashvili e il mito della Georgia democratica.

***

Da Sean's Russia Blog, mai tenero con il Cremlino, sempre obiettivo e informato:
"Dmitrij Medvedev ha così annunciato il termine di quella che ha definito 'operazione per costringere le autorità georgiane alla pace', mettendo ufficialmente fine a cinque giorni di combattimenti. I combattimenti non si sono del tutto fermati, e non sorprende. Le macchine da guerra si mettono in moto facilmente ma sono difficili da spegnere.

Il bilancio finale (preliminare)? La Russia dichiara circa 2000 civili uccisi dalle forze georgiane; 18 soldati morti e 52 feriti. La Russia ha impiegato 9000 soldati e 350 veicoli armati. I georgiani dichiarano 150 morti e centinaia di feriti. Robert Guliye, il sindato di Tskhinvali, riferisce che il 70% degli edifici della città è stato danneggiato o distrutto. Dei 30.000 abitanti ne è rimasta solo la metà. Per ora non ci sono dati sulla quantità di armi e munizioni impiegati nel conflitto.

Grande giorno per Dima. La sua prima vittoria militare da presidente. Come, niente tuta di volo, niente bandiera, niente slogan? Ma di certo riuscirà a tirar fuori un po' di capitale politico da tutto questo?

Sono certo che lo farà, appena uscito dall'ombra politica di Putin. Putin, almeno per la stampa occidentale, è stato il volto della guerra, il piccolo demone cattivo che tutti amano odiare. Un titolo del NY Times dice già tutto: 'Russia, and Putin, Assert Authority' ('La Russia e Putin affermano la loro autorità'). Come giunge a questa sorprendente conclusione, il Times? Be', usa una nuova teoria per comprendere la politica russa: 'La teoria delle maniche arrotolate'.

Ultimamente Putin è apparso alla televisione con le maniche arrotolate, mescolandosi ai profughi al confine con l'Ossezia del Sud: l'immagine dell'uomo d'azione.
All'opposto, Medvedev viene mostrato seduto alla sua scrivania a Mosca, mentre impartisce gli ordini di rito al ministro della difesa.

Putin è un duro, Medvedev un burocrate seduto dietro a una scrivania. Mentre Putin parla schiettamente con Bush a Pechino, Medvedev fa una crociera sul Volga. Viene da chiedersi se la continua insistenza su Putin della stampa occidentale sia davvero dovuta al fatto che è al potere o se Putin sia al potere proprio perché è diventato il perfetto cattivo, una specie di action figure dell''Uomo d'Azione'. A quanto pare la risposta per il NY Times sta tutta nelle maniche arrotolate.

Un altro modo di vedere la diarchia è chiedersi se l'equilibrio conti poi così tanto. Chiaramente ciascuno ha il suo ruolo, e Dima, con il suo sorriso dolce e l'aspetto da ragazzino, non ha (ancora) l'immagine giusta per ricevere la condanna internazionale. Ma c'è Putin. Metterlo di fronte alle telecamere è stata un'ottima mossa. Sono sicuro che i russi sapessero dall'inizio che si sarebbero presi la colpa di tutto comunque. E allora perché rischiare il nuovo presidente? Dima è troppo fine e sensibile per meritarselo. Putin se ne frega di Bush e Cheney, figuriamoci di McCain e Obama. Fondamentalmente la posizione di Putin di fronte a tanto clamore è “queste cose risparmiatele per quelli che ci badano”.

Si può davvero biasimare i russi? La macchina propagandistica anti-russa è entrata a pieno regime da subito, come se i dibattiti, i video, le interviste e i commenti fossero già pronti. La propaganda nera era già assemblata. La Reuters e altre agenzie hanno usato foto manipolate. Adesso la CNN è accusata di aver usato immagini di carri armati ed edifici distrutti a Tskhinvali dicendo che si trattava di Gori. Le voci e la propaganda georgiana sui movimenti dei russi sono stati creduti acriticamente (perfino da me). L'invenzione è diventata realtà.

***

Information Dissemination offre la sua analisi diplomatico-militare che vede gli Stati Uniti estromessi dal gioco mentre l'Unione Europea riporta una vittoria diplomatica, e individua la strategia russa basata sul "divide et impera":

"All'inizio del conflitto Putin e Bush si sono parlati in Cina, prima che Putin volasse al fronte per diventare il volto del conflitto. Alcuni hanno descritto il rapporto Medvedev-Putin in questo conflitto come “poliziotto buono/poliziotto cattivo". Crediamo che questa interpretazione sia valida, ma non nel senso convenzionale. Vediamo Medvedev come il poliziotto buono per l'Europa e Putin come il poliziotto cattivo per gli Stati Uniti.

Basandoci sulle mosse di Bush dopo l'incontro con Putin (restare in Cina) e le sue non-mosse (non fare quasi nulla per la Georgia), possiamo concludere che la Russia ha essenzialmente ricevuto il via libera per conseguire tutti i suoi obiettivi. Qui non esistono successi parziali.

L'obiettivo della Russia fin dall'inizio è stato assicurare gli interessi russi per l'Ossezia del Sud e l'Anchazia. Possiamo supporre, basandoci sulla conferenza stampa di Bush alla Casa Bianca, che Bush si aspettava che la Russia si limitasse a riempire quelle regioni di truppe e basta. Possiamo anche ipotizzare che l'amministrazione non credesse che gli obiettivi tattici della Russia comprendessero Senaki, Zugdidi, Gori e Poti".

Date queste premesse, perché la Russia è passata ad altri obiettivi tattici? Perché si è posizionata nei pressi delle città e si è fermata, ha creato linee difensive e non ha occupato le città? Sembra che che la Russia abbia posizionato le sue forze proprio dove voleva, per essere in grado di colpire le città georgiane se le sue condizioni (tra le quali la legittimazione dell'azione militare russa) non saranno soddisfatte.

"La Russia a questo punto ha solo bisogno di un mediatore. E arriva la Francia. Ecco cosa scriveva ieri la stampa russa:

Gli Stati Uniti non sono adatti al ruolo di mediatori nella risoluzione del conflitto tra Georgia e Ossezia. La dichiarazione è stata fatta dal ministro francese degli Affari Europei ed Esteri Bernard Kouchner.

Secondo Kouchner's opinion gli Stati Uniti fanno attualmente parte del conflitto, giacché sono presenti in Georgia ed equipaggiano il suo esercito.

È una coincidenza che il poliziotto buono Medvedev abbia ricevuto Sarkozy e abbia elaborato un cessate il fuoco? Ci aspettiamo che la Francia proponga una risoluzione del conflitto che affidi la Georgia all'Unione Europea. Questo assicurerà a Germania e Francia che la Georgia non entri mai nella NATO e darà all'Unione Europa una vittoria pubblica sul terreno della politica estera e della diplomazia. La Russia ha le nuove province, riceve legittimazione per la sua azione militare, e la Georgia riesce a sopravvivere, probabilmente senza cambio di regime anche se le prossime elezioni potrebbero punire Saakashvili".

E gli Stati Uniti? "Gli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere fondamentali, e probabilmente questa situazione adesso non è destinata a cambiare".

"Nel XXI secolo le superpotenze pagano un costo molto alto per le proprie azioni, ma è anche vero che il costo è molto alto anche per l'inazione. Quando Bush ha escluso l'ipotesi dell'intervento militare, anche se non l'avrebbe mai usata neanche in un milione di anni, la Georgia è stata spacciata. Da allora la Russia non si è più preoccupata degli Stati Uniti. L'amministrazione Bush ha giocato a poker con Putin, ma ha fatto vedere le carte. Questo tipo di gioco avrà delle conseguenze.

Quando parliamo di strategia 'divide ed impera' della Russia capite senz'altro che non ci riferiamo alla Georgia. La Russia userà questo incidente per dividere l'Europa e gli Stati Uniti, e l'inazione americana produrrà umiliazione. La strategia d'uscita della Russia prevede che l'Europa butti a mare gli Stati Uniti per garantire la sopravvivenza della Georgia. Al tavolo diplomatico ci sono la Russia e la Francia, cosa vi aspettavate? In quella stanza gli interessi degli Stati Uniti stanno all'ultimo posto".

***

"Adesso questa è probabilmente l'area più instabile del pianeta, perché gli Stati Uniti e l'amministrazione Bush hanno cercato strenuamente di far entrare nella NATO la Repubblica della Georgia, ripeteranno il tentativo il prossimo dicembre chiedendo l'ammissione di Georgia e Ucraina, e la Russia ha messo in chiaro che si tratterebbe di una minaccia alla sua sicurezza nazionale e alla sua sovranità. Teniamo poi conto del fatto che gli Stati Uniti continuano a voler installare in Polonia e Repubblica Ceca missili che potenzialmente possono essere missili nucleari, e che ciò li metterebbe in grado di colpire per primi, costringendo la Russia a mettersi in ginocchio e a chiedere la resa... La Russia lo sa, Washington lo sa, non viene detto all'opinione pubblica americana né a quella europea ma è questa la posta in gioco in Georgia".
F. William Engdal, The Geopolitics of Georgia (video).

***

E se la "sorpresa di ottobre", cioè la mossa che porterà i repubblicani alla Casa Bianca, fosse stata anticipata ad agosto? Se fosse la piccola Georgia?
È l'ipotesi di Robert Scheer, che ricorda il ruolo di un certo Randy Scheunemann, per quattro anni lobbysta sul libro paga del governo georgiano divenuto consigliere per la politica estera di John McCain (e noto come uno dei neoconservatori che hanno orchestrato l'intervento in Iraq quando dirigeva il Project for a New American Century).

***

World Socialist Website: Le mosse strategiche russe per contrastare gli USA in futuro: rafforzamento militare e alleanza con la Cina.

***

Altra analisi dal World Socialist Website: seguendo l'orientamento prevalente della sinistra socialista britannica non è per niente tenera con la Russia ("non c'è niente di progressista nell'intervento militare della Russia in Georgia. L'élite di governo russa persegue i propri obiettivi predatori nel Caucaso, regione dominata per due secoli da Mosca prima del crollo dell'Unione Sovieticanel 1991"), ma trova le responsabilità della guerra nella politica statunitense, che favorendo un'informazione non obiettiva ha cercato di scatenare sentimenti antirussi e guadagnare il consenso dell'opinione pubblica con il fine ultimo di imporre la propria egemonia sul Caucaso").

[continua]

Etichette: , , , , ,

martedì, agosto 12, 2008

I link di oggi

L'Ossezia e la Georgia nel grande gioco tra Mosca e Washington nell'articolo di Carlo Benedetti su Altrenotizie.org.

E Giuseppe Iannello per Megachip sulla guerra mediatica.

Di guerra e media (e molto altro) si occupa anche Poganka.

Sempre a proposito di informazione, Der Spielfechter sottolinea la confusione giornalistica, l'assenza di giornalisti sul campo e di resoconti di prima mano e l'impossibilità o incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti (siano esse russe o georgiane). I servizi dei media tedeschi sulla guerra nel Caucaso, dice, sono ambigui: mentre il lavoro delle agenzie di stampa è generalmente molto buono (e, come ci segnala Stefano di Poganka, la tv tedesca con i suoi reporter in loco sta raccontando bene i risultati dell'attacco georgiano), il giornalisti e i commentatori di spicco hanno mostrato la tendenza a basarsi su notizie non verificate e su fonti che potevano essere meramente propagandistiche. È ciò che è successo con il presunto bombardamento dell'oleodotto BTC, notizia falsa e subito smentita dalla BP ma riportata e commentata, tra gli altri, dal capo redattore degli esteri della Süddeutsche Zeitung Stefan Kornelius. (È facile capire l'impatto di queste voci, dato che per l'Occidente Russia è sinonimo di "energia" e colpire un oleodotto significa danneggiare non solo gli interessi della Georgia ma dell'economia internazionale). Seguono altri esempi di articoli basati su dichiarazioni governative ma privi di fonti, di fotografie e di testimonianze (i bombardamenti a Poti, le varie richieste di cessate il fuoco, la posizione e i movimenti delle truppe).
Si chiude con una piccola perla della TAZ, che in un'intervista a Cohn-Bendit dice (per ben due volte) che la Russia ha pianificato l'attacco durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici. Russia? Georgia. Ops.

Passando ad altro, credo che Saakashvili ieri abbia battuto un bel record: chiedere aiuto nel giro di pochi giorni prima alla NATO e poi alla Cina. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

The 8th Circle confronta le posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti sulla guerra tra Georgia e Russia per scoprire che sono più o meno le stesse, con un Obama più generico e un McCain più disposto ad approfondire le eventuali azioni concrete.

Un po' Casino Royal, un po' Signor Burns, ma a quando pare ci si può fidare a mandarlo in giro: Ivanov alla CNN (video YouTube).

"Lo scontro tra Russia e Georgia sull'Ossezia del Sud, che si è intensificato drammaticamente ieri, ha più in comune con la guerra delle Falklands del 1982 che con una crisi da guerra fredda. Quando la giunta argentina si crogiolava nel pubblico consenso per essersi ripresa in modo incruento le Malvinas, Henry Kissinger predisse la reazione ampiamente inaspettata della Gran Bretagna commentando: 'Nessuna grande potenza si ritira per sempre'. Forse oggi la Russia ha interrotto la lunga ritirata verso Mosca che era cominciata con Gorbačëv".
Marc Almond, professore di storia all'Oriel College di Oxford, sul Guardian.

Anche Craig Murray fa la sua analisi, adottando una visione fondamentalmente antirussa (sostiene che la Germania è uno stato cliente della Russia, che le "rivoluzioni colorate" in fin dei conti hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nei paesi in cui sono avvenute, e che il nazionalismo russo è il maggiore pericolo per l'Europa), finisce ricordando che se ci si trova nella situazione di avere una Russia aggressiva alle porte il "merito" è della politica di accerchiamento statunitense.

Intanto gli Stati Uniti continuano a fornire armi alla Georgia, secondo il giornale israeliano Maariv.

Israele invece avrebbe deciso di smettere dopo le rimostranze di Mosca.

In Georgia, secondo round copydude si interroga sul futuro di Saakashvili:
"Finora gli Stati Uniti sono stati lieti di appoggiare l'uomo che avevano contribuito a mettere lì. Saakashvili, che ha studiato negli Stati Uniti, condivide la concezione flessibile di 'libertà' di Bush. All'interno del suo paese, Saakashvili ha fatto fuori un po' di queste libertà, togliendo diritti ai lavoratori e chiudendo i mezzi di informazione indipendenti (e perfino un canale televisivo). In perfetto stile da repubblica delle banane, i suoi successi sono un grosso esercito e i centri commerciali. Ma la disfatta in Ossezia del Sud potrebbe mettere in forse il sostegno di cui godeva. Un effetto a lungo termine già è noto: gli investitori si sono spaventati. Un amministratore delegato estone valuta che la guerra terrà lontani gli investitori per dieci anni. Il Jerusalem Post dice più o meno lo stesso a proposito degli imprenditori israeliani nel ramo immobiliare georgiano. Fitch e Standard & Poors hanno abbassato rapidamente il rating della Georgia. Intanto gli stranieri hanno lasciato il paese e i programmi sono stati annullati.
[...]
Gli Stati Uniti di solito non si preoccupano delle vittime civili - o di quello che adorano chiamare 'danni collaterali' - ma chi nuoce agli affari rischia di trovarsi presto in una posizione indifendibile".

La Georgia esce dalla Comunità degli Stati Indipendenti, ha comunicato poco fa Saakashvili.

Basta, riconosciamolo: non sappiamo distinguere tra Tskhinvali e Gori. Questa Reuters manda in giro foto strazianti di vittime, macerie e ospedali improvvisati, foto di edifici sventrati che potrebbero essere caserme o condomini (lo stile staliniano voleva così), immagini dello stesso cadavere in camicia a scacchi e diversi gradi di disperazione, e un povero giornalista dovrebbe notare la didascalia?
Dunque non ce la possiamo prendere con quelli del Berliner Kurier che pubblicano in prima pagina una scena di desolazione (medico, vecchietto morente) sopra la quale quale campeggia un Putin dallo sguardo crudele e pensoso di uno che a colazione mangia gattini e titolano "Putin: vendetta di bombe e di sangue" (traduzione libera).
La foto Reuters si riferisce a un ospedale osseto (si verifichi dall'impeccabile drugoj).

Etichette: , , , , ,

Quello che ci insegna la Georgia

[Intanto Medvedev ha annunciato la conclusione dell'operazione in Georgia; in attesa di un post con i link del giorno, ecco una breve analisi di Stratfor (che, lo ricordiamo, è un'agenzia privata di intelligence statunitense); un po' perché qui non ci facciamo mai mancare nulla, un po' perché è effettivamente valida anche in considerazione degli ultimi sviluppi]

Diario geopolitico: quello che ci insegna la Georgia

commento di Stratfor

La guerra tra Georgia e Russia sembra avvicinarsi a una conclusione. Domenica ci sono stati alcuni attacchi aerei della Russia contro la Georgia e ancora combattimenti in Ossezia del Sud, e i russi hanno affondato una vedetta anti-missili georgiana. Ma alla fine della giornata i russi si sono detti pronti a fare la pace con la Georgia, mentre i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno detto che i georgiani erano pronti a completare il ritiro delle loro truppe dall'Ossezia del Sud.

A questo punto i russi hanno ottenuto quello che volevano, oltre ad assicurare l'autonomia dell'Ossezia del Sud. Innanzitutto hanno fatto capire di essere la potenza dominante non solo nel Caucaso ma attorno a tutta la loro periferia. L'alleanza con gli Stati Uniti o l'addestramento con i consulenti stranieri in fin dei conti significa poco; non è neanche chiaro cosa sarebbero stati in grado di fare gli Stati Uniti e la NATO se la Georgia fosse stata un paese-membro dell'alleanza. Questa lezione non è diretta alla Georgia, ma all'Ucraina, al Kazakistan, alla Lituania, all'Azerbaigian e perfino alla Polonia e alla Repubblica Ceca. I russi hanno messo in chiaro che, almeno in questo momento storico, possono intervenire efficacemente sulla propria periferia e che dunque i loro vicini non dovrebbero restare indifferenti alla volontà e ai desideri russi.

La seconda lezione serve agli americani e agli europei. I russi avevano chiesto che al Kosovo non fosse concessa l'indipendenza. Erano disposti ad accettare l'autonomia, ma non volevano che la mappa dell'Europa fosse ridisegnata; hanno fatto chiaramente capire non solo che questo processo, una volta iniziato, non finirà, ma anche che i russi potrebbero sentirsi liberi di ridisegnare a loro volta le mappe. Gli americani e gli europei sono andati avanti comunque, stimando che i russi non potessero fare altro che rassegnarsi a quella decisione. La reazione russa all'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud mette in chiaro che i russi sono nuovamente una forza con cui è necessario fare i conti.

Dalle autorità americane ed europee sono giunte taglienti dichiarazioni retoriche, ma la retorica non può può essere paragonata all'azione militare. Gli europei sono militarmente troppo deboli per avere alternative, e gli americani hanno già troppa carne sul fuoco per farsi coinvolgere in una guerra in Georgia. In un certo senso la retorica fa sembrare i russi perfino più forti di quanto siano in realtà. È notevole il contrasto tra l'intensità della retorica e la pochezza dell'azione.

Gli americani, in particolare, hanno un altro problema. L'Iran è infinitamente più importante della Georgia, e loro hanno bisogno dell'aiuto della Russia in Iran. Cioè hanno bisogno che i russi non vendano armi agli iraniani. In particolare non vogliono che agli iraniani vengano forniti i missili russi terra-aria S-300. E poi vogliono che i russi si uniscano a possibili sanzioni contro l'Iran. La Russia adesso ha varie possibilità di ostacolare la condotta degli Stati Uniti non solo in Iran ma anche in Afghanistan e in Siria. Sono, queste, aree di grande preoccupazione per gli Stati Uniti, e scontrarsi con la Russia per la Georgia è una faccenda rischiosa. Le ritorsioni russe potrebbero costare moltissimo agli Stati Uniti.

Si dice che i russi potrebbero imporre un nuovo governo in Georgia. Probabilmente è così, ma i russi hanno già raggiunto i loro obiettivi principali. Hanno fatto capire ai loro vicini che una relazione con l'Occidente non garantisce alcuna sicurezza se gli interessi della Russia sono a rischio. Hanno fatto capire all'Occidente che ignorare la volontà della Russia ha un prezzo. E infine hanno fatto capire a tutti che la macchina militare russa, che cinque anni fa era in condizioni catastrofiche, è stata rimessa abbastanza in sesto da riuscire a condurre un'operazione complessa con componenti terrestri, aeree e navali. Certo, è stata un'operazione contro un paese piccolo, ma tante cose potevano andare storte. Non è successo. La Russia non è una superpotenza, ma di certo non è più menomata sul piano militare. Trasmettere questo messaggio, in fin dei conti, potrebbe essere stata la cosa più importante per la Russia.

Originale: Stratfor (su abbonamento, ma l'articolo è riportato qui: http://www.warandpeace.ru)

Originale pubblicato l'11 agosto 2008

Etichette: , , , , ,

lunedì, agosto 11, 2008

Agosto 2008, Ivanov Report

Agosto 2008

di Eugene Ivanov

Agosto è un brutto mese per la storia russa recente, e quello del 2008 purtroppo non fa eccezione. Però questa volta non parliamo di una crisi economica, di un sottomarino affondato o di un attentato terroristico. Parliamo di una guerra, la guerra tra Russia e Georgia.
Ed è ora di cominciare a porsi le due perenni domande inconfondibilmente russe: di chi è la colpa e che fare?
Permettetemi però di farne prima altre due. Innanzitutto, cosa c'è che non va nel sistema del “peacekeeping”? Perché i peacekeeper in tutto il mondo non riescono a impedire che vengano commesse atrocità contro le persone che dovrebbero proteggere? Perché la presenza non di uno, ma di due contingenti di pace in Ossezia del Sud non ha impedito il massacro di migliaia di civili innocenti? Perché un contingente di “pace” ha preso a sparare all'altro invece di impedire la carneficina?
Seconda domanda: qual'è il problema del Consiglio di Sicurezza dell'ONU? Perché i membri del Consiglio di Sicurezza, che non hanno alcuna difficoltà a stilare risoluzioni che condannano i risultati delle elezioni presidenziali in paesi remoti, sprecano ben tre sedute (e poi una quarta, una quinta, e così via) prima di decidere a chi attribuire la responsabilità della perdita di vite innocenti?
Il presidente georgiano Saakashvili ha commesso molti errori gravi. Benché la scelta dei tempi per lanciare l'offensiva militare in Ossezia del Sud – che ha coinciso con l'apertura dei Giochi Olimpici di Pechino – sembrasse opportuna, non si è reso conto che anche gli eventi successivi, compresa la reazione della Russia, sarebbero stati accolti con la stessa distrazione. Se il mondo, incollato agli schermi televisivi, doveva ignorare l'evento A, perché avrebbe dovuto ignorare anche l'evento B?
Saakashvili ha anche sottovalutato la potenza militare della Russia nella regione, soprattutto il suo controllo dello spazio aereo georgiano, e il fatto che fosse pronta a usare questa superiorità per una decisa vittoria sul campo. Forse Saakashvili e i suoi consiglieri militari hanno contato eccessivamente su un esercito russo troppo corrotto e disorganizzato per riuscire a reagire con prontezza. Forse consideravano la 58ª Armata una tigre di carta. Be', non lo è.
Infine, e soprattutto, Saakashvili deve avere sopravvalutato la prontezza dell'Occidente a difendere il “faro della democrazia” nel Caucaso. Se nella “guerra di propaganda” la Georgia ha buona parte del mondo al suo fianco, nella guerra vera contro la Russia si è ritrovata sola. Sono anni che gli esperti dicono che gli Stati Uniti non si impegnerebbero mai in uno scontro militare con la Russia sulla Georgia. Saakashvili ha deciso di non ascoltarti. Adesso è ora di contare i danni.
Per ora Saakashvili ha ancora il controllo della situazione interna. I capi dell'opposizione gli avrebbero assicurato il pieno appoggio. Certo, non si cambia squadra in corsa...
Ma potrebbe non durare. In un'intervista concessa all'agenzia France-Presse, l'ex-ministro degli Esteri della Georgia Salome Zhurabishvili ha suggerito che gli Stati Uniti sono parzialmente responsabili delle violenze in Ossezia del Sud. No, non ha accusato Saakashvili di avere provocato la crisi, ma la rottura con la linea “ufficiale” qui non può sfuggire.
E poi è solo una questione di tempo perché le élite georgiane riconoscano che l'unificazione del paese – che è stata il cavallo battaglia di tutta la presidenza Saakashvili – è ora più lontana di quanto lo fosse prima dell'8 agosto.
Considerato a Mosca alla stregua di un paria e con il rischio di una condanna per crimini di guerra, Saakashvili potrebbe presto diventare un peso. E non solo a Tbilisi, ma anche nelle capitali Occidentali.
La vittoria in una “guerra di propaganda” contro la Russia potrebbe diventare l'ultima dell'amministrazione Saakashvili. Be', la Russia non è nota per vincere le guerre di propaganda. Anzi, ha perso quasi tutte quelle che le sono state dichiarate.
Ma in Ossezia del Sud ha vinto una battaglia militare. Saakashvili imparerà molto presto che nei nostri tempi imperfetti i vincitori delle guerre di propaganda guadagnano solo 15 minuti di celebrità sulla CNN. Sono i vincitori delle battaglie vere che guadagnano il rispetto del mondo.

Originale da: The Ivanov Report

Post originale pubblicato il 10 agosto 2008

Etichette: , , , , ,

I link di oggi

Georgia-NATO-Israele
Michel Chossudovsky riassume i legami tra Georgia e NATO e i rapporti con gli israeliani, ricorda che poco prima dell'attacco si è svolta l'esercitazione militare "Immediate Response" e si chiede se si stia preparando effettivamente un conflitto più ampio tra Russia e Stati Uniti. Articolo riassuntivo con cronologia degli eventi e utili mappe.
Link

In Georgia we trust
Il rappresentante speciale di Washington in Ossezia del Sud, Matthew Bryce, ha accusato i russi di genocidio della popolazione osseta. "Mi risulta che su Tskhinvali sparavano da due parti, quella georgiana e quella russa; e allora, perché attribuire il genocidio ai georgiani?" dice Matthew Bryza, che alla capitale osseta non si è neanche avvicinato. Bello sapere che qualcuno ha le idee chiare. (Link in russo, Izvestija).
Se può interessare, Bryza è il signore che nel novembre scorso ha lodato Saakashvili dopo la durissima repressione dei manifestanti che ne chiedevano le dimissioni. Citazione: "We trust in Georgia, the people of Georgia, the leadership of Georgia" (crediamo nella Georgia, nel popolo della Georgia, nella leadership della Georgia).

Cheney
reloaded
Ma ci pare che Cheney possa starsene in vacanza a sparare per sbaglio ad avvocati repubblicani quando la minaccia russa si riaccende? No. "L'aggressione russa non deve restare senza risposta, e la sua continuazione potrebbe avere gravi conseguenze per i suoi rapporti con gli Stati Uniti e con la più ampia comunità internazionale", ha dichiarato al New York Times.

Ricordare
"I discorsi sull''uso sproporzionato della forza' [da parte dei russi, N.d.T.] sono ridicoli. Shock and awe. B-2 contro ragazzini armati di pietre a Baghdad e a Kabul. Ricordate?"
Winthrop360

La Russia, la Georgia e la Cina
Interessante post di The Oil and the Glory, che riassumo:
La Georgia non è certo un grande avversario, militarmente parlando. La reazione Russa dimostra anche che la Georgia non è al momento un attore indipendente. Putin (perché si è capito chi comanda a Mosca) ha anche ribadito che la Russia non vuole che la Georgia entri nella NATO, e la NATO ha dimostrato di non volersi opporre alla Russia.
L'obiettivo di Washington era quello di trasformare il Caucaso e l'Asia Centrale in una regione filo-occidentale finanziariamente indipendente. La Georgia ha un ruolo chiave in questa strategia, perché attraversata dall'oleodotto BTC, dal gasdotto BTE e dal più piccolo gasdotto Baku-Supsa.
Dunque questo conflitto (con una Georgia non sufficientemente forte e gli Stati Uniti che decidono di non schierarsi al suo fianco) segna la fine della sfida dell'Occidente alla Russia come grande potenza energetica regionale? No: tutte queste pipeline continueranno a funzionare. La Russia non interferirà. Perché? Perché la sua più ampia strategia economico-politica in Europa dipende dalla capacità di non terrorizzare gli europei (che potrebbero scegliere di appoggiare la costruzione di pipeline non russe).
Infatti sembra che la Russia non abbia bombardato l'oleodotto BTC.
Quelli che sembrano compromessi sono invece i progetti dell'oleodotto e del gasdotto transcaspico e del Nabucco.
Ma a questo punto entra in gioco il fattore Cina. L'obiettivo della politica americana è l'indipendenza energetica per il Caucaso e gli stati centro-asiatici, dove l'influenza della Russia è forte: e allora perché il petrolio e il gas naturale devono andare verso Ovest?
La Cina sta costruendo un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan e il Kazakistan allo Xinjiang e oltre. Visto che Washington non può evitarlo, a questo punto potrebbe decidere di contribuire alla costruzione di queste rotte energetiche. Dunque il prossimo problema della Russia potrebbe essere un tandem USA-China (l'unico mezzo con cui gli Stati Uniti potrebbero a questo punto contrastare l'influenza della Russia nel Caucaso e nell'Asia Centrale).
Link

E l'Iran
Secondo Stan Goff la Russia è riuscita in un colpo solo a sbugiardare le rivoluzioni colorate finanziate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment Fund, la farsa degli "interventi umanitari" usata in Jugoslavia, e si ha anche migliorato la propria posizione in vista della probabile ascesa dell'Iran come nazione più influente dell'Asia Sud-Occidentale.
L'autore si chiede inoltre che effetto potrà avere sull'Iran la profonda evidente debolezza degli Stati Uniti, e se questo spingerà il paese ulteriormente verso la Russia (ci sono già due forme importanti di collaborazione: il progetto di creare un OPEC del gas e la Shanghai Cooperation Organization.
Link

Gli aiuti militari
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato un file in cui sono elencati tutti i paesi che forniscono armi, addestramento o finanziamenti alla Georgia. Documento dettagliato che specifica anche di quale genere di fornitura si tratta.
Per farla breve, i paesi sono:
Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lituania, Lettonia, Turchia, Francia, Cecoslovacchia, Estonia. E questo per quanto riguarda la NATO.
Altri paesi: Israele
, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ucraina.
Il file .doc, in russo, è scaricabile qui.

Quel che è giusto è giusto
Equilibrato, informato, documentato, con la giusta cronologia degli eventi (la Georgia attacca, la Russia convoca una sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiedendo un cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza non produce una risoluzione, il presidente Medvedev dichiara il proprio dovere di difendere la vita e la dignità dei cittadini russi, infine la Russia reagisce militarmente; e poi ne approfitta per dare una lezione alla Georgia, questo sì): è l'articolo di Tony Karon (con la collaborazione di Yasha Levine di Exile) su Time Magazine, dati i tempi una piacevole sorpresa.
Link

[E poi ci sono Justin Raimondo per Antiwar e Mark Ames per The Nation. Ma, visto che la Miru ha un debole per questi due signori, vedremo di tradurli].

Etichette: , , , , , ,

La Georgia e l'Israeli connection

Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?

Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud. Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:

L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.

Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti):
Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."

E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:

Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente. Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa". Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
[...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate. La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.

L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".
Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:
Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

Etichette: , , ,

domenica, agosto 10, 2008

Notizie dai giornalisti russi in Ossezia

[Dal blog del giornalista Michail Romanov, che è riuscito a lasciare Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud bombardata dalle forze giorgiane]

"Tutti i giornalisti russi (27 persone) si trovano a Vladikavkaz. Siamo usciti dalla capitale in colonna. Ci hanno sparato con i lanciagranate, ma nessuno è rimasto ferito gravemente. In quell'inferno è rimasto solo Ruslan Gusarov di NTV, da solo e senza operatore. Prego per lui.
Tutti i dettagli in seguito. Anche le foto. Credetemi, ne ho di cose da raccontare.

Per ora posso dirvi solo questo: non credete alla televisione. Né a quella russa, né a quella georgiana (cioè: occidentale). Le vittime sono molte di più.

Una cosa simile non l'ho vista né in Cecenia né a Beslan. La Perevozkina [Marina Perevozkina, giornalista della Nezavisimaja Gazeta, N.d.T.] si è messa a urlare come una pazza, è andata in panico, ma secondo me ci ha salvati. Ha scritto alla comunità internazionale chiedendo che aprissero un corridoio, e poi il bombardamento è cessato. Siamo scappati, alcuni di noi lasciando i bagagli, i portatili, i documenti. [...] Quando ce ne siamo andati i bombardamenti sono ricominciati".

Link

Etichette: , , , ,

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

[Il punto di vista russo sul conflitto]

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

di Andrej Arešev

“La Georgia ha commesso un crimine contro il suo stesso popolo, ha inferto un colpo mortale alla propria integrità territoriale e causato un danno tremendo allo stato”: sono state queste le parole pronunciate dal primo ministro russo Vladimir Putin al suo arrivo a Vladikavkaz da Pechino, il 9 agosto. “Date le circostanze è difficile immaginare”, ha aggiunto, “come adesso l'Ossezia del Sud potrà essere convinta a diventare parte della Georgia, considerato che l'attacco georgiano, che è stato un crimine contro il popolo osseto, ha causato molte vittime tra la popolazione civile e una catastrofe umanitaria”. In seguito, durante la visita a un campo profughi nel distretto di Alagit, Putin ha definito “genocidio” il dramma dell'Ossezia Meridionale.

Dunque con queste parole Putin ha espresso la sua valutazione sui recenti sviluppi da un punto di vista politico-legale. Nella prima fase di gestione della crisi la Russia fornirà tutta l'assistenza necessaria all'Ossezia del Sud. Vladimir Putin ha promesso ai profughi che faranno ritorno alle loro case e ha dichiarato che come prima cosa la Russia stanzierà 10 miliardi di rubli per la ricostruzione di Tskhinvali.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha detto che darà istruzioni al procuratore militare affinché documenti i crimini contro i civili in Ossezia del Sud.

La fermezza delle dichiarazioni fatte dalle due autorità russe contrastano nettamente con quelle del presidente georgiano, che ovviamente si aspettava uno sviluppo della situazione molto diverso. Ha continuato a ordinare infuriato nuovi devastanti attacchi contro Tskhinvali e i villaggi dell'Ossezia Meridionale, applicando la tattica della terra bruciata, e ha chiesto aiuto ai suoi protettori occidentali. Il ministro georgiano per la Reintegrazione Temur Yakobashvili ha valutato che l'Occidente avrebbe certamente fatto pressioni su Mosca permettendo alla Georgia di uscire vittoriosa dal conflitto. Saakashvili e la sua squadra hanno incomprensibilmente concluso che l'aggressione e il genocidio di cui si sono resi responsabili sarebbe rimasto impunito.

La reazione della Russia alla tragedia dell'Ossezia del Sud ha dimostrato che il tandem Medvedev-Putin funziona in maniera chiara e affiatata. È evidente che i tentativi compiuti da forze esterne per destabilizzare la situazione politica interna in Russia insinuando fratture e divisioni nella leadership sono falliti.

Secondo i media occidentali il presidente georgiano (molti politici già lo definiscono un criminale di guerra) si è rivolto direttamente al presidente russo Dmitrij Medvedev per offrirgli un cessate il fuoco. Il Cremlino ha smentito questa notizia definendola disinformazione. È del tutto evidente che non potrà esserci una tregua con Saakashvili finché l'Ossezia del Sud non sarà liberata dalle forze georgiane e le infrastrutture del terrorismo di stato georgiano (comprese le basi e le installazioni militari e le basi aeree) non saranno eliminate.

È emerso che le notizie riguardanti il ritiro dell'esercito georgiano dall'Ossezia del Sud erano false. È probabile che la disinformazione venga diffusa dai rappresentanti georgiani per guadagnare tempo e riorganizzare le forze. La completa sconfitta dell'avversario è necessaria ad assicurare la pace e la stabilità nel Caucaso. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto: “Per secoli la Russia ha svolto nella regione un ruolo di stabilizzazione altamente positivo, facendosi garante della collaborazione e del progresso. Così è sempre stato e così sarà, nessuno ne dubiti”

Vladimir Putin ha assolutamente ragione quando dice che i russi continueranno a nutrire sentimenti d'amicizia verso il popolo georgiano. La gravità dei combattimenti in cui sono attualmente impegnati l'esercito russo, le forze di peacekeeping e quelle ossete dimostra che la Russia sta affrontando un nemico perfido e feroce che non riconosce alcun limite morale nel perseguire i propri obiettivi criminali. Ma di certo questo discorso non si applica alla nazione georgiana, che è stata trascinata in avventure sanguinose per le quali dovrà pagare un prezzo altissimo e che deve ancora trarre le sue conclusioni da questa esperienza. Nella cronologia dei fatti che precedono l'aggressione c'è un aspetto che merita particolare attenzione: il 31 luglio si è conclusa l'esercitazione militare congiunta di Georgia e Stati Uniti chiamata “Immediate Response 2008”, durante la quale gli istruttori statunitensi hanno addestrato le forze armate georgiane a compiere “operazioni di pulizia” contro i terroristi in zone residenziali. Le esercitazioni comprendevano attività come ripulire i villaggi dei terroristi (presumibilmente in vista dell'impiego dei soldati georgiani in Iraq) e mettere in sicurezza la popolazione civile. Le atrocità perpetrate dalle forze georgiane a Tskhinvali sono frutto dell'addestramento ricevuto dagli istruttori occidentali sotto la cinica copertura della “lotta contro il terrorismo”. I veri obiettivi sono naturalmente completamente diversi. L'ex-ministro degli Esteri georgiano Salome Zurabishvili, che è di certo persona bene informata, ha detto che la presenza degli Stati Uniti in Georgia comprende una vasta gamma di attività, tra cui l'addestramento delle forze armate georgiane e il controllo del corridoio di grande importanza strategica che passa attraverso il Caucaso: l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ne fa parte. Secondo Zurabishvili l'obiettivo principale dell'attuale conflitto con la Russia è rafforzare la lealtà della Georgia verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e garantire loro il controllo del paese e di conseguenza del Caucaso Meridionale.

Va notato che l'intensificazione del conflitto ai confini con la Russia ha coinciso con le tensioni nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, dove nei giorni delle Olimpiadi è stato compiuto un altro attacco terroristico. Pochi giorni prima a Bishkek, la capitale del Kirghizistan, è stato scoperto un deposito illegale di armi presso il quale si trovavano dieci militari statunitensi e diversi diplomatici dell'ambasciata americana nel paese. L'aggressione della Georgia contro l'Ossezia del Sud è una guerra nell'interesse di altri, una guerra in cui i georgiani sono destinati al ruolo di carne da cannone. Se all'aggressione contro la piccola regione del Caucaso non verrà posta immediatamente fine, saranno inevitabili altri conflitti regionali molto più estesi di questo.

Oggi, come al tempo della seconda guerra mondiale, l'esercito russo sta combattendo eroicamente per proteggere dalla nuova peste fascista non solo il Caucaso ma l'intero spazio post-sovietico.

Originale da: http://fondsk.ru/article.php?id=1535

Articolo originale pubblicato il 10 agosto 2008

Etichette: , , , , , , ,

Attaccare l'Ossezia significa attaccare la Russia

[Ancora un punto di vista russo incentrato sull'interesse strategico nazionale e sul timore della destabilizzazione e dell'indebolimento del paese, percepiti come una minaccia costante, incalzante e concreta. Non si pone dunque il problema di condividerlo o di rigettarlo, direi, quanto di capire l'entità della posta in gioco in una prospettiva non Occidentale che agisce da comune denominatore tra fazioni anche molto distanti. È inoltre particolarmente interessante il riferimento critico alla dirigenza russa (i "burocrati di tutti i livelli" e la loro ricattabilità)]

Attaccare l'Ossezia significa attaccare la Russia

Di Gurija Murklinskaja

L'attacco contro l'Ossezia del Sud, che equivale ad attaccare l'intera repubblica di Ossezia (perché comunque gli osseti del Nord si trovano sotto la sovranità della Federazione Russa), è un evento tragico ma non inaspettato. Sotto il regime fantoccio di Saakashvili la Georgia non ha scelta. Ma c'è un'altra questione, molto più importante e complicata. E la questione è: la dirigenza russa ha libertà di scelta? Cosa influisce veramente sulla linea di Mosca riguardo alla guerra in Ossezia, la paura dei burocrati russi di tutti i livelli di perdere quello hanno rubato e nascosto in compagnie offshore (perché il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sa dei fondi accantonati all'estero, e può in qualsiasi momento congelare i conti bancari) o la continuità nella difesa degli interessi strategici nazionali della Russia? I primissimi passi delle massime autorità russe fanno sperare che sviluppino il secondo scenario.

Va fatta una dichiarazione netta e responsabile sul fatto che l'attacco contro l'Ossezia è stato un attacco contro la Russia. Alcuni suggeriscono che l'Ossezia andrebbe aiutata con volontari e armi, ma bisognava farlo prima, in Jugoslavia. E non è stato fatto. E adesso chiediamo in ginocchio agli Stati Uniti di non installare i loro missili troppo vicino ai nostri confini. Non è stato un caso che al governo della Georgia sia stata indicata l'Ossezia, considerandola un anello debole che geograficamente si prestava a un blitzkrieg (cominciando con l'Ossezia del Sud) di poche ore e contando che Mosca non interferisse e si limitasse alle proteste di rito. Ma non è andata così. Come ha detto Dmitrij Medvedev, il popolo multinazionale del Caucaso Settentrionale appoggia la nazione osseta. In queste condizioni si possono inviare volontari e armi, ma come prima cosa è necessario dichiarare la presenza militare russa nella zona di questo conflitto militare per poter respingere l'aggressore.

L'attacco georgiano contro l'Ossezia è stato un tentativo di usare le mani e i coltelli georgiani per strappare un altro pezzo allo spazio geopolitico russo per offrirlo agli americani. La trasformazione di vasti territori geopolitici nel processo di “espansione” a est della NATO è dolorosa. La tragedia dell'Ossezia è la testimonianza dell'esistenza sul territorio dell'ex-URSS di repubbliche di fatto indipendenti ma formalmente non riconosciute dalla comunità internazionale: repubbliche che vanno protette contro la violenza etnica, nell'interesse delle persone che vivono in questi stati, e che non devono diventare gli strumenti di una destabilizzazione della Federazione Russa su vasta scala.

In seguito allo smembramento dell'Unione Sovietica che concluse quattro decenni di “guerra fredda” praticamente tutti gli stati post-sovietici tranne la Russia cominciarono a orientarsi verso una rapida e violenta assimilazione di piccoli gruppi etnici non autoctoni e verso la costituzione di stati mono-nazionali e mono-confessionali. Nell'ambito della politica di unificazione dello spazio geopolitico globale la questione del riconoscimento/non riconoscimento dell'Abchazia, dell'Ossezia del Sud e di altri stati di fatto sul territorio dell'ex-URSS non si pone, è già decisa: questi stati verranno riconosciuti. Il solo problema è chi li riconoscerà per primo: la Russia o l'Occidente?

Oggi alla Russia viene quasi apertamente rivolta la minaccia di destabilizzare i suoi territori meridionali se dovesse entrare nella zona “proibita” che circonda le repubbliche post-sovietiche non riconosciute. Gli strateghi occidentali concordano nell'attribuire a Mosca il ruolo di stato incapace di proteggere i propri cittadini permettendo agli stati occidentali di avere l'ultima parola sul destino degli abchazi, degli osseti e di altre nazioni della Russia.

Parlando esclusivamente in termini di confini nazionali, molti popoli caucasici – compresi gli armeni, gli azeri, alcuni gruppi etnici del Daghestan – furono divisi dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Ci sono anche nazioni divise dai confini amministrativi dei “soggetti” della Federazione Russa. Se la Russia dovesse perdere una guerra nel Caucaso Settentrionale, tutti i confini amministrativi sarebbero annullati. Poi gli stati membri della NATO si spartirebbero i territori limitrofi, e molto probabilmente il Caucaso diventerebbe un protettorato turco.

La Georgia potrebbe trarre vantaggio da una guerra? Senz'altro no, a meno che non si consideri vantaggiosa per l'attuale regime di Tbilisi la perdita di un gran numero di giovani disoccupati e male addestrati che Saakashvili ha indirizzato all'arruolamento e che verranno stritolati dalla macchina bellica.

Nessuna potenza attualmente responsabile del futuro del fallito stato georgiano è interessata al mantenimento dell'“integrità territoriale” e della “sovranità nazionale” della Georgia entro i confini dell'ex-Repubblica Socialista Sovietica georgiana. Nell'ipotesi di uno scontro di grandi proporzioni la Georgia andrebbe in pezzi per diventare una formazione di piccoli semi-stati mono-etnici a disposizione dei vincitori.

Probabilmente è ora che i georgiani si rendano conto per chi stanno combattendo le loro battaglie.

Originale da: http://fondsk.ru/article.php?id=1533

Articolo originale pubblicato il 10 agosto 2008

Etichette: , , , , ,

Il conflitto in Georgia-Ossezia Meridionale: links

[Ovvero, quello che non riusciamo a tradurre ve lo segnaliamo con una descrizione più o meno sintetica, cercando di dare un'idea il più possibile ampia dei punti di vista (pare che la stampa nazionale non ne abbia molta voglia, mentre Andrea e la Miru sì: queste segnalazioni sono equamente suddivise tra noi due)]

Il capodanno del 2007

winthrop360 ha fatto una scoperta interessante: nel febbraio del 2006 il ministro della Difesa georgiano si impegnò a dimettersi se non fosse riuscito a riportare l'Ossezia del Sud sotto il controllo georgiano entro la fine dell'anno. Voleva festeggiare l'arrivo del 2007 a Tskhinvali, disse.
Si dimise a novembre accusando Saakashvili di corruzione, incompetenza e violazione dei diritti umani. Poi passò all'opposizione e adesso sta in Francia, che gli ha concesso l'asilo politico.
Nel settembre 2007 Okruashvili rivelò il suo piano per riprendersi l'Ossezia del Sud: "un'operazione su piccola scala che avrebbe causato solo numero minimo di vittime". Precisò che non avrebbe comportato uno scontro militare su vasta scala
"Lo sapevano solo quattro persone: io, Saakashvili, Merabishvili e Adeishvili" disse Okruashvili. Forse anche Giga Bokeria, ma non ne sono certo".
Link: Aggiornamento sulla guerra: presagi

L'azzardo
Anche Douglas Muir di Fistful of Euros propone la sua analisi (la definisce "dilettantesca e semi-informata", ma essendo stato in Caucaso fino allo scorso marzo ha una certa conoscenza dei fatti):
Chi ha cominciato? A quanto pare la Georgia. Provocazioni ci sono state da entrambe le parti, ma i georgiani hanno lanciato una pesante offensiva militare, e non sono cose che succedono per caso.
Perché? L'Ossezia Meridionale è sempre stata vulnerabile a un blitzkrieg: piccola, non molto popolosa (circa 70.000 persone) e circondata dalla Georgia su tre lati. Impervia e montuosa, ma non adatta a una difesa in profondità. C'è solo una città di dimensioni un po' più grandi (Tsikhinvali, la capitale) e solo una strada in discrete condizioni che collega la provincia alla Russia. Ecco il punto: una sola strada, e passa attraverso una galleria. Certo, ci sono un paio di strade sui passi, ma sono in condizioni terribili. Strategicamente l'Ossezia del Sud è appesa a un filo. Dunque la tentazione c'è sempre stata: un'offensiva rapida per catturare Tsikhinvali, far saltare o bloccare la galleria e chiudere la strada.
Ci sono riusciti? Presto per dirlo, ma le cose si sono messe male. I russi hanno reagito con rapidità ed energia inaspettate e hanno il controllo dello spazio aereo dell'Ossezia del Sud.
Perché adesso? Saakashvili è un nazionalista privo di una visione razionale delle dispute con la Russia, che considera un insulto al suo animo patriottico.
Ma soprattutto Saakashvili è un giocatore d'azzardo: manca di pazienza, anche se ha carisma e astuzia. Inoltre è alle prese con difficoltà politiche interne, abbastanza gravi da alzare il suo livello di frustrazione.
Saakashvili è uno stupido?
Sembra aver fatto qualche errore di calcolo. Potrebbe aver pensato che i russi non avrebbero combattuto, o l'avrebbero fatto male, e che non avessero veramente a cuore l'Ossezia, o non fossero in grado di reagire con prontezza. Questa ultima ipotesi non era poi così campata in aria. L'errore è stato contare sulla disorganizzazione dell'esercito russo per lanciare un'offensiva su vasta scala.
L'altro errore è stato credere che i russi fossero distratti: per le Olimpiadi, certo, ma soprattutto perché ad agosto si svuotano gli uffici governativi e il Parlamento, e anche perché le più alte autorità della difesa se ne vanno in vacanza.
E invece no: la reazione russa potrà essere stata un po' caotica, ma è stata fondamentalmente decisa e rapida.
Va poi notato che i servizi segreti russi hanno fatto di tutto per infiltrarsi in Georgia. Dunque è possibile che questa offensiva fosse compromessa fin dall'inizio.
Link: Ossezia del Sud, il dado è tratto

Rassegna della stampa angloamericana
Chris Floyd (decisamente anti-putiniano, se vogliamo semplificare) fa una rassegna della stampa angloamericana sottolineando che "a questo punto è chiaro che la Georgia ha rischiato enormemente attaccando l'Ossezia del Sud, sperando che dopo aver inflitto un rapido k.o. avrebbe goduto dell'appoggio degli amici di Washington". Citando un articolo di Associated Press, Floyd osserva un aspetto che finora è stato prevalentemente trascurato dai media:
Saakashvili ha ordinato il bombardamento della capitale Tskhinvali poche ore dopo aver dichiarato un presunto "cessate il fuoco", e le forze georgiane hanno preso di mira e ucciso diversi soldati della forza di pace russa. Ciò ha offerto al Cremlino il pretesto perfetto per mostrare i muscoli e assicurarsi un controllo ancora più saldo sulle regioni separatiste della Georgia.
Altro aspetto: la responsabilità dell'Occidente, con il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, e il fatto spesso tralasciato che quasi tutti gli Osseti considerano la propria regione parte della Russia.
Tra l'altro anche Floyd cita Okruashvili (v. winthrop).
Link: Il surge del Cremlino

Lavrov parla inglese
"Adesso, vede, tutti dicono: dichiarate il cessate il fuoco. Il cessate il fuoco è stato dichiarato due giorni fa, per essere immediatamente violato dalle forze georgiane".
Video, BBC

Oil and CIA, again
Secondo l'ex ministro degli Esteri georgiano gli Stati Uniti potrebbero essere parzialmente responsabili per le violenze in Ossezia Meridionale.
"In Georgia ci sono molti americani, impegnati ad addestrare le forze armate georgiane e a monitorare la situazione. Da quanto ne so, sorvegliano anche il corridoio strategico costituito dall'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.
Lo scopo principale del conflitto è l'ulteriore orientamento strategico della Georgia e un'opportunità per l'Occidente, mi riferisco a Stati Uniti e Unione Europea, di contare sulla Georgia e il Caucaso per assicurarsi la fornitura strategica di petrolio".
Anche il Professor Gerhard Mangott, del Dipartimento di scienze politiche dell'Università di Innsbruck, sottolinea che l'intensificazione del conflitto in Ossezia non è nell'interesse della Russia.
Link da Russia Today

LA foto
Disclaimer grande come un condominio di epoca sovietica: prendete questa osservazione di Russia Inside Out con un grano di sale. Ci sembra in ogni caso giusto riportarla.
Mattina del 10 agosto (oggi): il sito BBC news titola Russia deaf to Western voices (La Russia è sorda alle voci dell'Occidente), e inserisce alcune foto Reuters che si riferirebbero ai presunti bombardamenti russi di edifici residenziali. Guardiamole:



Qui si vede il cadavere di un uomo con una camicia a scacchi. I medici reggono un altro corpo: questa persona dev'essere ancora viva perché si aggrappa al braccio della donna. Sulla destra, uomo in nero apparentemente non troppo scosso.



Qui si vede un uomo che piange con un cadavere tra le braccia che ha la stessa camicia a scacchi, gli stessi pantaloni e le stesse scarpe del cadavere della foto precedente. Si tratta dunque della stessa persona. Dunque l'uomo ha portato il cadavere da un'altra parte? L'autore del post ritiene che l'uomo che piange sia l'uomo in nero della fotografia precedente.



Ed eccolo di nuovo: questo è sicuramente l'uomo della foto precedente, più vestito di prima.
Si noti anche la generale assenza di azione attorno alle scene ritratte.

Invitiamo ancora una volta alla prudenza e a tutte le riserve del caso: comunque la foto di quest'uomo è LA foto del conflitto finora, dunque pare lecito sospettare che una qualche forma di manipolazione ci sia stata.

Link: La guerra dei media contro la Russia

Etichette: , , , , , ,

sabato, agosto 09, 2008

Allarme rosso nel Caucaso

[Analisi approfondita e ben contestualizzata del conflitto e delle sue possibili motivazioni: anche qui si sottolinea il probabile consenso degli Stati Uniti, la politica di accerchiamento e contenimento della Russia e la questione delle risorse energetiche. Si ricorda inoltre come l'Ossezia del Sud fosse ormai da molto tempo indipendente di fatto, e come in epoca sovietica godesse dello statuto di regione autonoma all'interno della Georgia. Infine Bleitrach ricorda il ruolo di Soros nelle cosiddette rivoluzioni colorate e l'innesto di una leadership di fabbricazione statunitense nel paese-chiave del Caucaso]

Allarme rosso nel Caucaso (cosa vogliono gli Stati Uniti?)

di Danielle Bleitrach

Ci sono stati scontri militari gravissimi tra le truppe del regime fantoccio di Washington che governa la Georgia (il Caucaso del Nord) e la repubblica autonoma dell'Ossezia del Sud appoggiata dalla Russia, compreso il bombardamento di ieri della capitale autonoma dell'Ossezia del Sud Tskhinvali. L'attacco della Georgia, che ha causato 15 morti tra le forze di interposizione russe, ha suscitato la reazione della Russia: si può dunque già parlare di guerra, con l'arrivo dall'Ossezia del Nord di carri armati, dell'aviazione e di numerosi volontari russi.

Nell'attacco georgiano contro l'Ossezia ci sarebbero stati 1400 morti, in maggioranza civili, secondo l'agenzia russa Interfax che cita il capo dei separatisti osseti, Eduard Kokoity.

Notizie contraddittorie sul numero delle vittime
La capitale dell'Ossezia del Sud, Tskhinvali, è stata attaccata dalla Georgia che ha dichiarato l'intenzione di reprimere le “tendenze separatiste”. Si contano molte vittime, ma i comunicati diffusi dalle due parti sono contraddittori. Un portavoce dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati che si trova in Ossezia del Sud ha riportato anche la distruzione di molti edifici.

La Russia non ha tardato a reagire, tanto più che sotto i colpi georgiani sono morti dieci soldati russi che si trovavano in una caserma della forza di peacekeeping, a Tskhinvali. Nell'Ossezia Meridionale sono entrati centocinquanta carri e veicoli blindati russi, mentre a Mosca si teneva un consiglio di sicurezza presieduto da Medvedev. La Georgia ha riportato il bombardamento della sua base aerea di Vaziani, a 25 km da Tbilisi, da parte dell'aviazione russa.

A Occidente si dice che l'Ossezia ha scelto la strada del separatismo, ma si dimentica che l'Ossezia del Sud in epoca sovietica godeva dello statuto di “regione autonoma” all'interno della Repubblica Socialista della Georgia, che è abitata da una popolazione che ha spesso il doppio passaporto e che è vicina all'Ossezia del Nord (rimasta in Russia).

Nel 1991 ha proclamato l'indipendenza da Tbilisi dopo l'abolizione della sua autonomia per iniziativa del primo presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. Tbilisi ha perduto il controllo del territorio dell'Ossezia Meridionale nel 1992 in seguito a un sanguinoso conflitto. La pace nella zona di conflitto osseto-georgiana è attualmente mantenuta da un contingente composto da tre battaglioni (russo, georgiano e osseto), ciascuno costituito da 500 soldati di pace. Nel suo attacco contro l'Ossezia la Georgia ha ucciso soldati russi che avevano il compito di mantenere la pace.

La Georgia è diventata il burattino degli Stati Uniti
In questo conflitto ci troviamo di fronte alle conseguenze dello smembramento dell'ex-URSS, smembramento orchestrato dagli Stati Uniti e in particolare dal miliardario Soros, uomo della CIA, che ha finanziato una gran massa di ONG per provocare guerre civili e movimenti sociali approfittando dello sbando delle istituzioni e dei poteri. Il tutto durante la decomposizione del vecchio apparato di Stato sovietico e la corsa degli apparatčik per impadronirsi delle risorse nazionali.

Il miliardario americano George Soros ha sostenuto finanziariamente i movimenti studenteschi georgiani e il partito di Saakashvili, finanziando la carriera politica di Saakashvili fin dall'inizio. La sua influenza sul nuovo governo georgiano è ancora molto forte. Alcuni ministri del governo attuale hanno collaborato con il finanziere americano nell'ambito della sua fondazione. Inoltre vari giovani consiglieri di Saakashvili hanno studiato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambi universitari creato e gestito dalla fondazione privata di Soros. Il governo americano, da parte sua, ha raddoppiato gli aiuti economici bilaterali alla Georgia dopo la rivoluzione. Questi finanziamenti annuali raggiungono oggi la cifra di 185 milioni di dollari. Inoltre la Casa Bianca è coinvolta in un programma di formazione delle forze speciali dell'esercito georgiano nel quadro della lotta contro il terrorismo islamico nella regione e con la collaborazione di Israele. Gli Stati Uniti hanno anche stanziato delle somme per pagare le fatture energetiche della Georgia all'indomani della rivoluzione del novembre 2003. È evidente il ruolo di Soros, che ha qui i propri interessi finanziari e che ha lavorato a stretto contatto della CIA per favorire l'acquisizione del controllo su questa regione da parte degli Stati Uniti, soprattutto nel settore dell'energia ma non solo. (1)

Abbiamo visto questo scenario all'opera in ben altri contesti. Questa “balcanizzazione”, o asservimento, presente ovunque (in America Latina, in Asia, in Europa) è il mezzo per affermare il predominio della potenza statunitense e far fronte ai paesi ribelli. Oggi è rappresentata dall'avanzata della NATO, dall'installazione dei missili puntati contro l'Iran ma di fatto contro la Russia. Ma perché invadere l'Ossezia, indipendente di fatto da molti anni? Si vuole creare una situazione irreversibile prima che termini il mandato dell'attuale presidente degli Stati Uniti? Se l'influenza di Soros resta determinante, si tratta al contrario di giocare la carta – proposta da Obama – del rafforzamento dell'intervento in l'Afghanistan e nella zona irano-orientale?

Recentemente Condolezza Rice è stata a Tbilisi, e si stenta a immaginare che l'operazione si sia svolta senza il suo avallo. Sotto l'influenza di Washington, che auspica l'integrazione della Georgia nella NATO.

Inoltre la Georgia è totalmente asservita agli Stati Uniti e dal punto di vista militare molto legata a Israele. È dunque poco probabile che abbia lanciato l'attacco contro l'Ossezia, uccidendo nella loro caserma dei soldati russi del contingente di pace, senza il consenso degli Stati Uniti.

In un primo tempo la Georgia, potentemente armata e addestrata da Israele, ha contestato l'organismo incaricato di risolvere il conflitto – la Commissione mista di controllo composta dalla Russia, dalla Georgia e dalle due Ossezie. Poi c'è stato il 7 agosto, l'attacco contro l'Ossezia, il bombardamento della capitale, la popolazione civile in fuga, il disastro umanitario e infine lo scontro diretto con le forze russe.

Un attacco contro l'Ossezia ma anche contro la Russia
Oggi i dirigenti politici georgiani fingono di condurre un'operazione di pacificazione. Tbilisi si dice pronta ad arrestare il bagno di sangue se Tskhinvali [la capitale dell'Ossezia Meridionale] accetterà il negoziato diretto [senza la mediazione russa], il che equivarrebbe a una capitolazione degli osseti. Tbilisi promette d'altronde di concedere alla repubblica “un'ampia autonomia all'interno della Georgia e un finanziamento umanitario di 35 milioni di dollari per la ricostruzione”. Il primo ministro georgiano Vladimir Gurgenidze ha offerto a sua volta “un'amnistia giuridico-politica per tutti gli alti funzionari dell'autoproclamata repubblica”, reiterando comunque la volontà di Tbilisi di “perseguire [l'azione militare] fino al ristabilimento dell'ordine.

Nel suo discorso alla nazione, citato dall'agenzia di informazione georgiana Akhali Ambebi Sakartvelo, il presidente georgiano Saakashvili ha annunciato che la mattina dell'8 agosto “la maggior parte dell'Ossezia del Sud è stata liberata e si trova sotto il controllo delle forze governative georgiane”. Ha poi accusato Mosca di avere inviato dei bombardieri SU-24 a colpire i dintorni della città georgiana di Gori [a una cinquantina di chilometri da Tskhinvali] e le regioni di Kareli e di Variani. Informazione categoricamente smentita dalla Russia: “È un delirio, un'ennesima provocazione nauseabonda di Tbilisi”, ha replicato un alto funzionario del ministero degli Esteri russo, citato da Izvestija.

In giornata questo “delirio” sul bombardamento di Gori è stato ripreso da tutte le agenzie di stampa occidentali, che unanimemente hanno trasformato la Russia nell'aggressore.

Il primo leader russo a reagire all'intensificazione delle violenze è stato il capo del governo Vladimir Putin. Da Pechino si è rammaricato per il mancato rispetto georgiano della tregua olimpica e ha promesso “una risposta all'aggressione georgiana, come riferisce il quotidiano russo online Vzgljad. Secondo l'agenzia di stampa russa RIA Novosti, davanti a Bush Vladimir Putin ha affermato che il popolo russo e in particolare quelli del Caucaso non accetteranno una simile aggressione contro i loro compatrioti. Pare che Bush abbia manifestato un po' di imbarazzo. Da parte sua, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha promesso di proteggere la popolazione civile osseta, la cui maggioranza possiede un passaporto russo, informa Vzgljad. “Non accetteremo la morte impunita di nostri connazionali, ovunque essi si trovino, ha ribadito. Secondo Vzgljad, quello stesso giorno truppe e veicoli blindati russi hanno attraversato la frontiera russo-georgiana e si sono diretti verso Tskhinvali.

Gli Stati Uniti per bocca di Condoleezza Rice hanno chiesto la fine delle ostilità, mentre la vera questione è il loro coinvolgimento nell'attacco. Per quanto riguarda la comunità internazionale, la NATO, l'ONU e il Consiglio Europeo hanno di fatto chiesto a entrambe le parti di cessare il fuoco e di sedersi al tavolo dei negoziati. Al momento la pacificazione sembra però essere un pio desiderio.

Il Caucaso in fiamme?
Sul versante russo la tensione stale, in particolare nel Caucaso. L'agenzia di stampa RIA Novosti ci informa che “i cosacchi hanno formato battaglioni di volontari per fare fronte a un eventuale aggravarsi della situazione in Ossezia del Sud, ha annunciato martedì ai giornalisti il capo (ataman) dell'armata dei cosacchi del Don, Viktor Vodolackij. 'I battaglioni sono pronti a interventire in Ossezia del Sud', ha dichiarato l’ataman. Secondo Vodolackij i battaglioni sono formati da cosacchi che hanno fatto parte dell'esercito. 'Vogliamo che ne facciano parte i migliori cosacchi che difenderanno l'Ossezia del Sud e la Russia', ha sottolineato l'ataman.
Secondo i responsabili dell'Ossezia del Sud, se la Georgia scatenerà una guerra contro l'autoprocalamata repubblica si ricorrerà a questi battaglioni. 'In tal caso i cosacchi avranno lo statuto di militari sud-osseti', ha precisato Anatolij Barankevič, segretario del Consiglio di sicurezza della repubblica. In questi ultimi giorni, ha proseguito, la Georgia ha moltiplicato le provocazioni, 'uccidendo negli attacchi sei persone e ferendone altre 13'.
'Dei sei uccisi, tre sono dei civili', ha ricordato, aggiungendo che l'evacuazione delle donne e dei bambini dalle zone sotto tiro era stata ordinata il 2 agosto
”.

Al di là del fatto
Come sempre non è possibile comprendere il vero significato di un fatto – e a maggior ragione chi ne uscirà vittorioso – se non rifacendosi alla totalità storica che gli dà senso.

La sostanza è quella che abbiamo descritto: l'indebolimento dell'ex-URSS e il tentativo di proseguire questo assalto in particolare per mezzo della NATO che tenta di integrare la Georgia e l'Ucraina. Un po' ovunque sono state organizzate pseudo-rivoluzioni popolari ed elezioni vendute e manipolate che hanno portato al potere degli uomini di paglia la cui politica consiste nell'appropriarsi delle risorse del paese per mezzo delle privatizzazioni, aggravando la situazione della popolazione. Bisogna anche ricordare che questo processo è cominciato con Gorbačëv, che con il pretesto di creare il multipartitismo ha incoraggiato la nascita di partiti “nazionalisti” o meglio regionalisti con una propaganda a favore dell'autonomismo e dell'indipendenza.

La Georgia era una delle repubbliche dove il livello di vita era più alto, insieme ai paesi baltici e ad alcune regioni della Russia occidentale. Pochi anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica la Georgia si trovava agli ultimi posti tra le repubbliche post-sovietiche. Se si considera il reddito pro capite, la Georgia è oggi tra gli ultimi tre o quattro paesi dell'ex-Unione Sovietica. Il PIL è sceso in maniera spettacolare: il PIL del 1993 costituiva il 17% di quello del 1989. All'indomani del crollo dell'URSS c'è stato dunque un disfacimento totale del tessuto economico. A partire dal 1995-1996 la crescita è ridiventata positiva. A partire dal 1998 la Georgia è stata segnata dalla crisi finanziaria russa. Alla fine degli anni Novanta sono entrate in gioco anche la corruzione e la criminalizzazione dell'economia, mettendo in grave pericolo lo sviluppo economico. Nel settore economico la Georgia è così diventata preda di gruppi politico-mafiosi che ostacolavano gli investimenti stranieri. Le sole imprese straniere che sono riuscite ad avviarsi nel paese, soprattutto nei settori della distribuzione dell'elettricità o della produzione di vini o di acque minerali, hanno dovuto andarsene nel giro di due o tre anni per la pressione dei gruppi criminali. Si sono anche verificati dei rapimenti di uomini d'affari.

La rivoluzione di velluto, gestita di fatto direttamente dagli Stati Uniti per mezzo di “esperti” e politici importati da lì, è stata condotta contro la corruzione e le bande mafiose. Ha richiamato una grande attenzione sull'arresto di qualche responsabile politico coinvolto nella corruzione dell'ex-regime. I ministri dell'Energia e dei Trasporti, il direttore delle ferrovie, il presidente della Federazione calcistica georgiana sono finiti tutti sulla lista nera della squadra di Saakashvili. Ma in realtà c'era stata un accordo tra i vecchi e nuovi, e chi aveva accolto con sollievo il cambiamento di squadra è rimasto presto deluso.

Come si spiega allora questa offensiva contro una regione autonoma ormai da molto tempo, e soprattutto contro l'esercito russo?
Bisogna tenere presente che il Caucaso meridionale è una regione strategica etnicamente molto eterogenea che fa da collegamento tra la Russia e l'Asia Minore, e che dopo il crollo dell'URSS si è trasformata in una zona di tensione e di conflitti armati. Il presidente georgiano Saakashvili è un agente nord-americano, un avvocato newyorkese di origine georgiana; questa situazione creata da zero è uno dei principali fattori di instabilità, a causa di una politica interna di privatizzazione e di ostilità verso i russofoni. Sul versante russo la difesa della dignità nazionale da parte di Putin è consistita essenzialmente nel contenere lo smembramento, e questa politica è stata condotta anche facendo leva sulla resistenza delle popolazioni russofone alla sottomissione agli Stati Uniti. In Ucraina possiamo osservare un caso simile. Si sa anche come la Russia sia stata portata a creare attorno a sé uno scudo di alleanze, la più celebre delle quali è la Shangai Cooperation Organization, (ma va anche ricordata l'organizzazione dei paesi caspici). Ovunque la Russia ha sollecitato alleanze difensive contro gli attacchi combinati di pseudo-terroristi e separatisti comandati da uomini di paglia che ambiscono a entrare nella NATO.

L'altro fattore di destabilizzazione è il ruolo che gli Stati Uniti e il loro alleato, Israele, attribuiscono alla Georgia. La Georgia, in effetti, è un pezzo dell'ingranaggio messo in campo contro l'Iran e anche uno dei fattori di smantellamento dell'ex-Unione Sovietica o della stessa Russia. È una catena di polveriere che comprende la Cecenia, il Daghestan con le sue riserve e l'enclave armena del Nagorno-Karabach in territorio azero. Per meglio comprendere l'insieme bisogna infine tenere presente che si stanno anche moltiplicando le aggressioni della Turchia contro i curdi, e il tutto nel contesto esplosivo dell'Iran.

Dietro questi conflitti etnici c'è in effetti il grande gioco per il controllo dei gasdotti e degli oleodotti. È il gas del Turkmenistan e sono le riserve petrolifere dell'Azerbaigian. Gli americani si danno da fare da molto tempo in questa regione per le risorse energetiche del Mar Caspio. Stanno anche per spostare le loro basi militari dall'Europa Occidentale a quella Orientale e all'Asia Centrale, ufficialmente nel contesto della lotta contro il terrorismo. In particolare, Washington prevede di installare delle nuove basi in Georgia o in Azerbaigian. La Georgia è il vero fulcro strategico del Caucaso, perché è il solo paese ad avere un accesso al mare aperto e che confina per un lungo tratto con il Caucaso russo. La Georgia è un paese chiave per la stabilità regionale nel Caucaso.

Sembra dunque che sia stato deciso un conflitto armato che sembrava improbabile, il che suscita inquietudine per il destino di tutta la regione. Si sta appiccando il fuoco a una polveriera (che sarebbe rappresentata dall'Iran)? Dagli Stati Uniti ci si può aspettare di tutto.


(1) Detto questo, Soros (il cui ruolo nella destabilizzazione non può essere negato) è attualmente in crisi aperta con il governo Bush e uno dei maggiori finanziatori di Obama. Il complesso militare-industriale statunitense non si fida di questo avventuriero, si limita a usarlo.

Originale da: Changement de société

Articolo originale pubblicato l'8 agosto 2008

Etichette: , , , , , , ,

La "nuova guerra fredda" si intensifica

La "nuova guerra fredda" si intensifica

da Lenin's Tomb, traduzione di Andrej Andreevič

La notte scorsa, mentre i giornali annunciavano drammaticamente che la Russia aveva invaso la Georgia, dev’esserci stata parecchia e diffusa perplessità. In realtà la situazione è un po' più complicata, dal momento che le truppe russe erano già nell'Ossezia del Sud, in quanto parte di una fragile coalizione di "peacekeeping". Il governo russo sostiene (disonestamente) che le proprie azioni sono solamente l'estensione del compito di peacekeeping, anche quando ha colpito obiettivi a sud dei confini dell'Ossezia Meridionale. I titoli devono essere stati cambiati leggermente per togliere i riferimenti all'invasione. Anche con questi cambiamenti sembra esserci una strana riluttanza ad ammettere il fatto più strano dell’intera faccenda: la Georgia sembra avere 'invaso' l'Ossezia meridionale in un atto di deliberata provocazione e, secondo quanto riporta la Reuters, sta attaccando i separatisti osseti con aerei ed esercito. Si può solo immaginare che la leadership georgiana, che ambisce a entrare nella NATO, abbia avuto un qualche genere di via libera da Washington prima di un attacco di questo tipo. Dopo tutto, se davvero intende ritirare 1000 soldati dal suo contingente iracheno per attaccare il movimento indipendentista osseto, penso che prima abbiano dovuto chiedere a Bush (a proposito, se la Georgia dovesse entrare effettivamente nella NATO, questo impegnerebbe altri paesi dell'Alleanza Atlantica a difendere le frontiere georgiane, anche se i movimenti indipendentisti di Ossezia Meridionale, Abchazia - che hanno dichiarato entrambe l'indipendenza dalla Georgia - e Ajaria dovessero staccarsi). Questo non significa che la Russia non si stia comportando aggressivamente - ha rafforzato per anni il proprio potere in Ossezia Meridionale, appoggiando i secessionisti e così via -, significa solo che la Georgia è cliente di un potere più grande dell'Ossezia meridionale.

L'immagine complessiva ci mostra una battaglia tra Washington e Mosca per il controllo politico dei territori ricchi di petrolio e gas in Asia centrale. Il processo di riforma di Clinton e del Fondo Monetario Internazionale ha portato alla creazione di un blocco di stati filo-occidentali in Asia centrale, mentre lo status dell'Ossezia Meridionale in quanto territorio autonomo è stato difeso da un contingente di peacekeeping russo-georgiano. Bush ha usato l'opportunità fornita dall'11 settembre per progettare basi militari nella regione, accerchiando così la parte meridionale della Russia con una nuova cortina di ferro e dando agli Stati Uniti un cruciale vantaggio contro i movimenti popolari (principalmente islamisti) potenzialmente ostili. Uno dei maggiori imbarazzi causati da questa strategia sono state le rivelazioni di Craig Murray sulle pratiche di tortura di Islam Karimov, alleato di Washington, e il fatto che le informazioni di 'intelligence' ottenute con questi metodi siano state prese per buone dai servizi segreti occidentali. È poi seguito il grandissimo imbarazzo di Karimov, che ha cacciato gli americani dal paese e stretto un patto con Putin. Quanto alla Georgia, l'amministrazione Bush ha appoggiato la "Rivoluzione delle Rose" del filoamericano Saakashvili contro un decrepito e nepotistico leader di epoca sovietica, Edvard Shevardnadze. Il National Endowment for Democracy è stato pesantemente coinvolto nella campagna di opposizione, e il Dipartimento di Stato ha dato aiuti al paese prima delle elezioni per poter fare pressioni finanziarie sulla leadership.

Ma, come le altre “rivoluzioni” colorate, anche questa rappresentava il cambiamento superficiale di una classe dirigente orientata verso Washington, non un cambiamento sostanziale nella società. In realtà il movimento popolare spontaneo uscito dalla rivolta preoccupava profondamente la squadra di governo di Saakashvili, che ha ordinato ai suoi sostenitori di tornare a casa (v. l'articolo di Neal Ascherson). Il governo Saakashvili è presto diventato noto per la tendenza a reprimere le manifestazioni pacifiche con l'uso dell'esercito mentre la crisi economica peggiorava, il debito nazionale saliva e l'autoritarismo e la corruzione che caratterizzavano il vecchio regime persistevano. La sua popolarità è crollata da uno stupefacente 94% nell'autunno 2003 al 23% di due anni dopo. Washington ha ripetutamente salvato la leadership "delle rose" con aiuti in denaro, ufficialmente per aiutare le riforme "democratiche". Solo nel 2006 l'ex-stato sovietico ha ricevuto 565 milioni di dollari in programmi di aiuto, gentilmente offerti dal Senato degli Stati Uniti, per proteggerli dalla "Russia autoritaria". Gli Stati Uniti sono più che entusiasti di stroncare le tendenze indipendentiste in Georgia, dato che potrebbero andare a beneficio del governo Putin-Medvedev. Tutto ciò, come ha osservato Stephen Cohen, fa parte di una nuova "guerra fredda" diretta dagli Stati Uniti contro la Russia.

L'attuale presidente della Russia, Dmitrij Medvedev, è un miliardario già capo del consiglio di amministratore di Gazprom. Un oligarca reso potente, tra l’altro, dalle politiche del FMI, ora è, assieme a Putin, a capo di un governo nazionalista determinato a riassicurare l'egemonia russa nella regione. Gazprom è il monopolio di Stato russo che è diventato protagonista di una battaglia con l'Ucraina che ha stimolato la retorica della nuova Guerra Fredda nei giornali occidentali nel 2005. Essenzialmente, per punire l'Ucraina per la sua "Rivoluzione colorata" e per cercare l'integrazione con l'Unione Europea, il governo russo ha minacciato di alzare i prezzi a meno che il governo ucraino non avesse venduto parte della rete di oleodotti a Gazprom. Nel 2006 Gazprom è stata di nuovo al centro di una crisi geopolitica minacciando di raddoppiare i prezzi alla Georgia, proprio mentre veniva ultimato un oleodotto che avrebbe portato il gas direttamente alla secessionista Ossezia Meridionale. Ogni volta che Gazprom agiva in questo modo, un'informazione ipocrita lamentava, in Europa e in America, l'arroganza russa. Ma la Russia non sta facendo nulla di stupefacente: il controllo su gas e petrolio è una delle sue poche forze, e lo sta usando alla stessa maniera in cui il Pentagono si affida alla forza militare statunitense per rimediare alle proprie carenze energetiche in altre aree. L'altra forza della Russia sta nel suo arsenale atomico. Come ha fatto notare Chomsky, il sabotaggio da parte dell'amministrazione Bush degli sforzi di ridurre e ridimensionare l'arsenale russo come parte di sforzi multilaterali si è rivelato estremamente pericoloso:

"Nel febbraio 2004 la Russia ha tenuto le sue più grandi esercitazioni militare da due decenni a questa parte, esibendo soprattutto avanzate armi di distruzione di massa. I generali russi e il ministro della Difesa Sergei Lavrov hanno annunciato che stavano rispondendo ai piani di Washington di 'fare delle armi atomiche uno strumento per risolvere le questioni militari', compreso lo sviluppo di armi atomiche a basso potenziale, 'tendenza estremamente pericolosa che sta minando le fondamenta della stabilità regionale e globale... abbassando i livelli di improbabilità di un loro uso'. L'analista strategico Bruce Blair ha scritto che la Russia si rende perfettamente conto che le nuove bombe 'bunker buster' sono progettate per colpire i 'bunker dei comandi nucleari' che controllano l'arsenale atomico russo. Ivanov e i generali russi dicono che in risposta all'escalation statunitense impiegheranno 'i missili più avanzati e all’avanguardia del mondo', forse impossibili da distruggere, cosa che 'per il Pentagono sarebbe molto allarmante', come ha detto l'ex-vice segretario alla Difesa Phil Coyle. Gli analisti statunitensi sospettano che la Russia stia anche costruendo un veicolo di crociera ipersonico di sviluppo statunitense che sarebbe in grado di rientrare nell'atmosfera e di lanciare attacchi devastanti senza preavviso, e farebbe parte di un piano statunitense per ridurre la dipendenza dalle basi di oltremare o l'accesso negoziato alle traiettorie via aerea.

Gli analisti statunitensi stimano che le spese militari russe siano triplicate durante gli anni Bush-Putin, in larga misura come prevedibile reazione alla militanza e all'aggressività dell'amministrazione Bush. Putin e Ivanov hanno citato la dottrina dell''attacco preventivo' dell'amministrazione Bush (la nuova 'rivoluzionaria' dottrina della Strategia di Sicurezza Nazionale"), ma 'aggiungendo un punto chiave, e cioè dicendo che la forza militare può essere usata per cercare di limitare l'accesso russo alle regioni che sono essenziali alla sua sopravvivenza', adattando così alla Russia la dottrina Clinton che gli Stati Uniti avevano inaugurato ricorrendo all''uso unilaterale della potenza militare' per assicurarsi 'accesso senza restrizioni ai mercati chiave, alle forniture di energia e alle risorse strategiche'. Il mondo 'è un posto molto più insicuro' ora che la Russia ha deciso di seguire la stessa strada statunitense, ha detto Fiona Hill del Brookings Institution, aggiungendo che altri paesi probabilmente 'la seguiranno a ruota'".

Da quando il governo statunitense ha preferito "neutralizzare" il vantaggio nucleare russo nella regione costruendo un "sistema missilistico di difesa" attorno al perimetro del paese, la Russia sta lavorando aggressivamente per migliorare il proprio sistema di armi (che è poca cosa rispetto all'equivalente americano), intimidire gli avversari e guadagnarsi supporto nella regione creando nuove relazioni, ad esempio col Turkmenistan, grazie ad un nuovo oleodotto per importare gas dal paese, aumentando così il controllo sui rifornimenti all'Europa.

Questo scontro potrebbe essere di breve durata: gli investitori russi sono scontenti e le compagnie statali di gas e petrolio stanno perdendo rapidamente valore. Comunque dipende da quello che la classe governante russa ritiene sia la posta in gioco. Washington potrebbe facilmente far precipitare ulteriormente la situazione, e una nuova amministrazione Obama, consigliata da Brzezinski, si concentrerebbe di sicuro molto di più sull'espansione del dominio statunitense in Asia Centrale che sulla guerra ormai persa in Iraq. E la classe governante statunitense, nel perseguire la sua "nuova Guerra Fredda", ha innescato una logica infernale di escalation: anche se questa crisi dovesse calmarsi ne emergerebbe presto una nuova. Il tanto evocato nuovo ordine mondiale somiglia sempre di più a quello vecchio, ma con più armi nucleari e meno stabilità.

Originale da: http://leninology.blogspot.com/2008/08/new-cold-war-escalates.html

Post originale pubblicato il 9 agosto 2008

***
Update:

Il ruolo dell'America

Un rapido aggiornamento al post precedente. Ricorderete che ho scritto:

Si può solo immaginare che la leadership georgiana, che ambisce a entrare nella NATO, abbia avuto un qualche genere di via libera da Washington prima di un attacco di questo tipo. Dopo tutto, se davvero intende ritirare 1000 soldati dal suo contingente iracheno per attaccare il movimento indipendentista osseto, penso che prima abbia dovuto chiedere a Bush.


Beh, sembra che sia stato troppo ottimista, per così dire. L'amministrazione Bush non solo ha dato il permesso, ma sta trasportando i soldati georgiani dall'Iraq per questo motivo. Merita di essere fatto notare.

Originale: http://leninology.blogspot.com/2008/08/americas-role.html

Post originale pubblicato il 9 agosto 2008

Etichette: , , , , ,

Georgia-Ossezia del Sud: Consigli di lettura

"L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera goergiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.

Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.

L'Ossezia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perché la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte".

Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito, di Giulietto Chiesa.

[Grazie a Stefano per la segnalazione]

Etichette: , , , , , ,

L'importanza della Georgia come paese di transito

[visto che il materiale è tanto, questa factbox di Reuters chiarisce in modo utile e schematico un paio di questioni sulla posizione strategica della Georgia. Chi ne ha il tempo troverà molto materiale in rete, anche in italiano, per approfondire lo spunto]

La Georgia, le cui forze governative venerdì hanno sferrato l'attacco contro i separatisti filo-russi, è un'importante rotta energetica verso l'Occidente, con un oleodotto e un gasdotto che passano per la capitale Tbilisi.

La Georgia e altri paesi di transito hanno l'obbligo di assicurare la sicurezza di oleodotti e gasdotti, che seguono rotte simili e trasportano petrolio e gas dalla zona azera del Mar Caspio.

Da Tbilisi, le rotte energetiche si dirigono a sud verso la Turchia allontanandosi dalla regione separatista dell'Ossezia del Sud, teatro dei combattimenti.

Sono particolarmente importanti per l'Unione Europea perché riducono la dipendenza dalle forniture russe e non attraversano il territorio della Russia.

Le esportazioni di gas e petrolio sono state però interrotte da un'esplosione avvenuta in Turchia all'inizio della settimana. L'attentato è stato rivendicato dal Partito dei Lavoratori.

Oleodotto BAKU-TBILISI-CEYHAN (BTC): questa pipeline gestita dalla BP è stata inaugurata nel 2006. È in grado di pompare fino a un milione di barili di greggio al giorno dall'Azerbaigian fino al porto turco di Ceyhan lungo una rotta di 1770 km. È il primo oleodotto a trasportare grandi volumi di greggio dal Caspio senza passare per la Russia.

Il gasdotto BAKU-TBILISI-ERZURUM (BTE): anche noto come Shakh-Deniz Pipeline, trasporta il gas dal giacimento di Shakh Deniz nel Mar Caspio fino a Erzurum in Turchia. È gestito da BP e StatoilHydro. Ha cominciato a esportare gas verso la Turchia nel 2007 e sarà in grado di trasportare complessivamente 20 miliardi di metri cubi di gas.

Fonte: Reuters

Originale pubblicato l'8 agosto 2008

Etichette: , , , , , , ,

venerdì, agosto 08, 2008

Alcune considerazioni su Russia e Ossezia Meridionale

[nota: vorrei continuare a seguire la situazione in Ossezia Meridionale, che rischia di perdersi nel clima dei Giochi Olimpici. Comincio con la traduzione di un post di Winthrop360, un ottimo blog di analisi sulla Russia. In questo caso si tratta praticamente di appunti sparsi, che però offrono qualche utile spunto di riflessione. Nei prossimi giorni mi auguro di trovare alttri commenti interessanti, che tradurrò. Come pezzo introduttivo, consiglio il sempre ottimo Carlo Benedetti (storico inviato in URSS ed esperto di Russia e "conflitti congelati") su altrenotizie].

Alcune considerazioni su Georgia e Ossezia Meridionale.

- Le mosse della leadership georgiana sanno di vigliaccheria. Mikhail Saakashvili annuncia un cessate il fuoco alla televisione e minuti dopo le truppe georgiane cominciano a invadere la provincia. Ma allora?

- E questo alla vigilia delle Olimpiadi.

[...]

- Il petrolio BTC. Il famoso Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato fatto saltare in Turchia all'inizio della settimana e il suo gestore, BP, lo ha chiuso per riparazioni. Per coincidenza, la tratta georgiana dell'oleodotto è piena di petrolio: petrolio che fondamentalmente non ha un posto dove andare (guarda caso). Penso, con un buon grado di sicurezza, che la Georgia attingerà al petrolio BTC in territorio georgiano invocando un'"emergenza". Questo farà infuriare l'Azerbaijan e potrebbe nuocere al futuro progetto comune di bypassare la Russia con gli oleodotti.

- L'uso nelle dichiarazioni ufficiali di termini americani brevettati come "libertà" e "ordine costituzionale" da parte della leadership georgiana aumenta la possibilità che il dipartimento pubbliche relazioni riceva assistenza ufficiale o informale dagli americani.

- E poi, cos'hanno tutti questi alleati americani che dichiarano guerra e passano all'offensiva? Etiopia. Colombia. Separatisti cinesi. Adesso la Georgia.

- Se la Russia imponesse un bell'embargo alla Georgia, includendo le esportazioni energetiche, potrebbe essere una buona idea. Potrebbe farlo anche l'Azerbaijan.

- Intervento della SCO (Shanghai Cooperation Organization)? Improbabile (quell'alleanza non è ancora orientata in questa direzione)

- La Georgia cacciata dalla Comunità degli Stati Indipendenti? Penso sia probabile.

- Notando l'ambiguità dei georgiani, sono sempre più portata a pensare che abbiano avuto a che fare con la morte di Badri Patarkatsishvili.

- La Lituania aprirà un secondo fronte? Be', suona un po' ridicolo, ma se dev'esserci un secondo fronte è probabile che ad aprirlo sia la Lituania, magari alleandosi con Polonia ed Estonia. Potrebbe prendere di mira Kaliningrad costringendo la Russia a rispondere asimmetricamente. Anche se tutti e tre i paesi fanno parte della NATO, non penso che la NATO interverrà.

- L'obiettivo della Russia adesso è questo: via le truppe georgiane dall'Ossezia Meridionale. Potrebbero volerci giorni, o mesi.

- Si comincia una guerra o per disperazione o per convenienza. In questo caso la Georgia è disperata e pensa che si sia aperta una finestra di opportunità (la disponibilità del petrolio BTC e la distrazione offerta dai Giochi Olimpici).

- Ed è governata da un folle.

Ciò detto, penso che la presidenza di Saakashvili stia vacillando, e non mi sorprenderebbe se fosse rapidamente deposto.

Originale: winthrop360

Post originale pubblicato l'8 agosto 2008

Etichette: , , , , , ,

martedì, agosto 05, 2008

La grande politica e il conflitto caucasico

La grande politica e il conflitto caucasico

di Fëdor Lukjanov per RIA Novosti

L'Ossezia Meridionale è nuovamente sull'orlo di una guerra. Dall'Abchazia giungono già da mesi notizie allarmanti e le relazioni russo-georgiane continuano a far scintille.

Perché questi due conflitti irrisolti sul territorio georgiano sono peggiorati così tanto? Il loro status confuso è per definizione instabile, e talvolta dei fatti secondari possono trasformare un conflitto da “congelato” a “bollente”. In questo caso, però, osserviamo dei cambiamenti sostanziali che riflettono alcuni processi fondamentali.

La proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, lo scorso febbraio, ha svolto un ruolo cruciale nell'evoluzione di questi eventi. Si può discutere all'infinito se questo abbia creato un precedente giuridico o no, ma la realpolitik in ogni caso segue la propria strada.

Mosca e non poche altre capitali hanno visto in questa mossa un altro grave passo verso lo degradazione del diritto internazionale e il trionfo degli approcci arbitrari nella risoluzione dei problemi globali.

La Russia ha scelto una linea che al Cremlino viene considerata di compromesso. I leader russi non potevano non reagire a quello che è accaduto nei Balcani, ma hanno deciso di non rispondere con il riconoscimento dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale, pur ritenendo di averne il pieno diritto dopo la dichiarazione di dipendenza del Kosovo.

Riluttante a complicare una situazione già difficile, la Russia è pronta a continuare a riconoscere la formale integrità territoriale della Georgia. Ma ha anche scelto di avere rapporti con entrambi i territori separatisti. Questo approccio e testimoniato dalla decisione di Mosca di ritirarsi dalle sanzioni contro l'Abchazia e dal decreto di aprile del presidente russo sugli “aiuti concreti” agli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale.

Tbilisi capisce che dopo il Kosovo la prospettiva di ristabilire l'integrità territoriale della Georgia è diventata ancora più vaga. Se lo status che prenderà forma dopo la mossa russa verrà accettato e tutto rimarrà com'è, tra un anno o due non avrà senso parlare anche solo teoricamente di reintegrazione. L'Abchazia entrerà a far parte di un enorme progetto economico chiamato "Giochi Olimpici di Soči". L'Ossezia Meridionale è già una regione de facto della Federazione Russa, da questa sovvenzionata.

Tbilisi deve mostrare la propria risolutezza se vuole arrestare questa tendenza. Può prendere iniziative diplomatiche, esercitare pressioni militari e attirare l'attenzione degli alleati occidentali esasperando le tensioni. I leader georgiani ritengono che legami più stretti con la NATO e il futuro ingresso nel blocco contribuiranno ad assicurare la loro integrità territoriale. Washington è della stessa idea. Secondo questa logica, il fatto che la NATO non sia riuscita ad ammettere la Georgia e l'Ucraina al Membership Action Plan (la procedura di pre-adesione alla NATO) è stato un segno di debolezza che ha spinto la Russia a intensificare i piani di "annessione" dei territori. Se a Mosca venisse fatto capire chiaramente che quella decisione verrà presa, ne conseguirebbe un processo di stabilizzazione.

Ma la posizione della Russia è l'esatto opposto: più la Georgia è vicina alla NATO, più decisi saranno i passi di Mosca verso il riconoscimento dei territori che la Georgia non controlla, perché Tbilisi potrebbe vedere qualsiasi obbligo formale preso dall'alleanza nord-atlantica come una possibilità per risolvere i conflitti militarmente.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo fondamentale, soprattutto destabilizzante. Sei mesi prima del termine del suo mandato presidenziale, George W. Bush ha bisogno di successi internazionali, altrimenti verrà ricordato per una serie di fallimenti. L'approvazione del Membership Action Plan per l'Ucraina e la Georgia (o almeno una delle due) durante l'incontro a livello ministeriale della NATO che si terrà a dicembre sta diventando la sua ultima occasione per lasciare dietro di sé un successo tangibile. Ecco perché Washington sta esercitando pressioni sugli alleati europei che mettono in dubbio la saggezza di queste decisioni e l'appoggio offerto alla Georgia appare ancora più evidente di prima. Lo testimonia in particolare una recente visita a Tbilisi del Segretario di Stato Rice. Ovviamente la Georgia interpreta l'esplicita posizione di Washington come un via libera ad agire più attivamente.

È prevedibile che le tensioni raggiungano il culmine alla fine dell'autunno. In dicembre l'attuale amministrazione statunitense si impegnerà per far approvare il Membership Action Plan. Nel frattempo avrà intensificato la propria attività politica, aumentando – come spesso succede in questi casi – il rischio di conflitti armati nella regione.

Fëdor Lukjanov è direttore responsabile della rivista Rossija v Global'noj Politike-Russia in Global Affairs.

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080804/115673688.html

Articolo originale pubblicato il 4 agosto 2008

Etichette: , , , , , ,

lunedì, aprile 07, 2008

Niente Monaco a Bucarest

Niente Monaco a Bucarest
di Dmitrij Kosyrev, commentatore politico di RIA Novosti

Chi ha seguito il vertice NATO a Bucarest aveva tutte le ragioni per aspettarsi una “seconda Monaco”, cioè un altro discorso in cui il presidente Putin dicesse al pubblico mondiale cosa pensa la Russia dell'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti.
Ma non c'è stata nessuna Monaco a Bucarest, e non era nei piani. Nel suo ultimo discorso presidenziale davanti a un pubblico globale, Putin ha voluto fin dall'inizio controbilanciare lo scontento russo nei confronti delle azioni della NATO con alcune proposte sulle future relazioni tra le due parti.
La conferenza di Monaco era, a differenza di Bucarest, un incontro relativamente aperto. Questa volta Putin non ha tenuto un discorso pubblico. Si è rivolto all'incontro del Consiglio NATO-Russia, che la sua presenza ha trasformato in un summit. I media cercavano di scoprire cosa avrebbe detto. Una delle fonti era il Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer; altre venivano dalla delegazione russa.
Ma insomma, cosa ha detto il presidente russo? Ecco la prima parte del discorso, quella che riguarda il malcontento di Mosca. Putin ha definito l'allargamento dell'alleanza una “diretta minaccia” alla Russia, un monito molto serio. La Russia non ha il diritto di veto e non lo vuole. Gli stati dovrebbero essere in grado di comprendere le reciproche preoccupazioni senza la necessità di alcun veto. La NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella di altri paesi, Russia compresa. La NATO è un'alleanza militare, e come tale dovrebbe mostrare prudenza nella sfera militare. Se continuerà ad avvicinarsi ai confini russi, Mosca ricorrerà alle “misure necessarie”. La Russia ha assistito a ripetute violazioni della legge internazionale: basti citare il bombardamento della Jugoslavia, o il riconoscimento unilaterale del Kosovo.
Come possiamo notare, niente sorprese, tutto ovvio. Adesso vediamo la seconda parte del discorso, nella quale Putin ha esposto le proposte russe di cooperazione con la NATO. Dopo aver sospeso il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) lo scorso dicembre, la Russia è pronta ad adottarlo nuovamente, sulla base della reciprocità. Il problema iraniano andrebbe risolto con trasparenza: nessuno può pensare che l'Iran possa attaccare gli Stati Uniti. Invece di mettere gli iraniani con le spalle al muro, la comunità mondiale dovrebbe individuare un altro approccio. La NATO e la Russia potrebbero cooperare in Afghanistan. Putin ha anche valutato molto positivamente la partecipazione della Flotta russa del Mar Nero all'Operazione Active Endeavor nel Mediterraneo, e ha osservato che per Mosca la cooperazione con la NATO è una scelta consapevole e informata.
È praticamente tutto qui, o almeno questi sono i punti principali. Non un solo imprevisto: la Russia dice queste cose alla NATO da molti anni, ma la NATO ha sempre fatto orecchie da mercante continuando ad avvicinarsi inesorabilmente ai confini russi.
Mosca non dovrebbe provare alcun senso di trionfo per le decisioni prese dal summit di Bucarest. La sospensione del Membership Action Plan per Ucraina e Georgia è una sciocchezza, perché a dicembre questo processo riprenderà. Inoltre le parole di Scheffer sull'inevitabile espansione della NATO sono pesanti, e la decisione della NATO di considerare il sistema di difesa anti-missile come una propria creatura più che come un'iniziativa americana imposta all'Europa è un grave sintomo.
Il vertice di Bucarest ha dimostrato che la NATO e l'Europa o l'Occidente in generale hanno addirittura più problemi di quanto sembrasse a prima vista. L'ingresso nella NATO della musulmana Albania rientra nel conflitto tra l'Occidente e il mondo islamico, la cui soluzione è ancora molto lontana. Le ben celate contraddizioni sul coinvolgimento della NATO in Afghanistan sono sintomatiche dell'inconsistenza militare dell'Alleanza, e del suo ambiguo ruolo accessorio rispetto alla macchina da guerra americana.
Ha ragione chi ha chiamato quello di Bucarest il vertice della crisi. La NATO è afflitta da molti problemi: Parigi e Berlino diffidano di Washington a causa dell'Iraq (nonostante i cambiamenti al vertice in Francia e in Germania), le relazioni polacco-tedesche e greco-macedoni restano complicate, la NATO è riluttante a peggiorare i rapporti con il presidente eletto Dmitrij Medvedev e l'Ucraina e la Georgia non rispondono ai criteri della NATO in tutta una serie di parametri.
Oggi è dura essere americani o europei. Per secoli la civiltà occidentale ha nutrito l'illusione di poter prevalere in eterno su tutte le altre civiltà e gli altri continenti, relegati a un ruolo subordinato. Questa epoca sta giungendo al termine, ed è ora che l'Occidente si adatti alla nuova realtà.
Per il momento, tuttavia, la reazione sembra caratterizzata dal panico di fronte all'attacco imminente contro una fortezza scarsamente fortificata: bisogna tirar dentro tutti coloro che sono in grado di combattere, e alzare il ponte levatoio, non ha senso rispondere ai segnali dell'altro, di chi sta fuori, indipendentemente dalla sue proposte. È così che la NATO si è comportata con la Russia sotto El'cin e fa lo stesso sotto Putin. I problemi interni della NATO non contano quando si tratta di relazioni con la Russia. Non le si prestava ascolto allora e non lo si fa adesso. Questo era il ragionamento di chi si opponeva alla visita di Putin a Bucarest, ma l'altro punto di vista ha vinto nonostante il grande scetticismo.
Ecco perché a Bucarest non c'è stato un nuovo discorso di Monaco: uno è bastato.

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 4 aprile 2008

Etichette: , , , ,

domenica, marzo 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

Etichette: , , , , , , ,

venerdì, gennaio 18, 2008

L'uomo degli USA a Tbilisi

Il nostro uomo a Tbilisi

The Ivanov Report

È ormai ufficiale: Mikheil Saakashvili è il presidente della Georgia per i prossimi cinque anni. La Commissione Elettorale Centrale della Georgia ha dichiarato Saakashvili il vincitore delle elezioni lampo del 5 gennaio. Seconda la CEC, Saakashvili ha ricevuto il 53,5% dei voti; il candidato più votato dell'opposizione, Levan Gachechiladze, è arrivato secondo con il 25,7%.

L'opposizione afferma - e l'affermazione suona molto credibile - che questi risultati elettorali sono stati truccati per risparmiare a Saakashvili la fatica di andare al ballottaggio con Gachechiladze. Ma nenche i detrattori di Saakashvili possono negare che sia lui il politico georgiano più popolare. Pur avendo perso voti a vantaggio dell'opposizione a Tbilisi, Saakashvili continua a godere del fondamentale appoggio delle aree rurali. Questo appoggio gli avrebbe comunque assicurato la vittoria al secondo turno.

Il Presidente Bush si è già congratulato con Saakashvili, umiliando l'opposizione e rendendo inutili le manifestazioni di protesta organizzate a Tbilisi. È verosimile, comunque, che i leader dell'opposizione in cerca di visibilità continuino a protestare almeno fino al 20 di gennaio, giorno della proclamazione, quando a Tbilisi confluirà una folla di personalità straniere.

E allora, perché tutte queste storie su Misha?

Le elezioni presidenziali georgiane hanno seguito fedelmente lo schema tipico dei paesi dello spazio ex-sovietico: un leader nazionale molto popolare - economicamente liberale con inconfondibili accenti autoritari - vince le elezioni presidenziali sfruttando ampiamente le famigerate "risorse amministrative", il dominio della TV di stato e l'assenza di un'opposizione unitaria. Concettualmente, Saakashvili non è molto diverso da altri fortunati leader post-sovietici come Vladimir Putin in Russia o Nursultan Nazarbayev in Kazakistan.

Il clamore attorno a Saakashvili deriva dal fatto che in Occidente è stato pubblicizzato molto diversamente. Nel 2005 il Presidente Bush, impressionato dalla retorica filo-occidentale di Saakashvili, chiamò la Georgia "un faro di libertà". Due senatori degli Stati Uniti, Hillary Clinton (D-NY) e John McCain (R-AZ) si sono messi in ridicolo proponendo la candidatura di Saakashvili al Premio Nobel. E sull'"esperienza" in politica estera che entrambi sostengono di possedere nella corsa per le presidenziali del 2008 abbiamo detto tutto.

Il primo colpo all'immagine di perfetto democratico di Saakashvili è giunto in novembre, quando corpi di polizia in assetto anti-rivolta, armati di manganelli e di gas lacrimogeno sono stati spediti a disperdere una cosiddetta manifestazione pacifica contro il governo. Lo shock è stato così grande che i media occidentali - come sempre poco interessati all'essenza dei fatti - hanno trascurato il fatto che la "manifestazione pacifica" era una consapevole provocazione orchestrata dall'opposizione preoccupata che le proteste di piazza si stessero sgonfiando.

Poi sono arrivate le elezioni lampo e le accuse di brogli.

E allora? Perché l'amministrazione Bush dovrebbe interrompere la sua storia d'amore con Saakashvili?

Niente di quello che Saakashvili ha fatto nel passato vicino o lontano scalfisce le sue attrattive agli occhi di Washington: è filo-americano, filo-NATO (in un referendum svoltosi contemporaneamente alle elezioni presidenziali più del 70% dei votanti ha approvato il piano di adesione alla NATO della Georgia), anti-russo e anti-Putin. E poi ha studiato negli Stati Uniti e parla un ottimo inglese.

Quando valutano le credenziali dei leader stranieri, le élite americane prestano enorme attenzione (a volte mal riposta) al fatto che qualcuno si sia laureato negli Stati Uniti. Questo spiega perché Benazir Bhutto, laureata ad Harvard, sia sempre stata considerata più "democratica" di Nawaz Sharif, laureatosi in legge all'Universita del Punjab. Spiega anche l'entusiasmo di molti a Washington per il Generale Kayani, che ha sostituito Pervez Musharraf alla guida dell'esercito pakistano: la carriera professionale di Kayani comprende un addestramento militare compiuto negli Stati Uniti.

Dunque, finché Saakashvili resterà il nostro uomo a Tbilisi, la Georgia continuerà a splendere come un "faro di libertà".

E lasciate agli osservatori OSCE - con la loro impareggiabile capacità di chiamare il bianco nero, il nero bianco e il grigio... be', dipende - il lavoro sporco di spiegare perché le elezioni del 5 gennaio "sono state... conformi alla maggior parte dei parametri delle elezioni democratiche" malgrado "una carenza di fiducia e diffuse accuse di violazioni".

Originale: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008.

Etichette: , ,