mercoledì, luglio 01, 2009

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano
di
M. K. Bhadrakumar

Interrompendo i suoi servizi iraniani per dedicarsi ai lavori di manutenzione, Twitter chiude con la soddisfazione di avere probabilmente messo in difficoltà una potenza regionale risorgente. Il governo degli Stati Uniti deve fare a Twitter un bell'inchino per essere riuscito là dove tutti gli altri stratagemmi della guerra e della pace hanno fallito negli ultimi trent'anni.

Ma le storie persiane hanno conclusioni lunghe. Il regime iraniano indica chiaramente una tendenza a serrare i ranghi e riorganizzarsi in presenza a ciò che considera una grave minaccia al Vilayat-e faqih (il governo clericale). Anche se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vorrebbero prendere le distanze dalla rottura con Teheran (decisione del tutto sensata e logica), quest'ultima potrebbe non consentirlo.

Quando il Capo Supremo Ayatollah Ali Khamenei ha usato una colorita espressione persiana per caratterizzare i leader europei e americani e ha sottolineato che il popolo iraniano considera “macchiato” il suolo ove quei leader hanno messo piede, ha fatto capire che Teheran non dimenticherà facilmente il sardonico fuoco di fila cui l'hanno sottoposta negli ultimi giorni soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per danneggiare il suo profilo di potenza in ascesa nella regione. Con un velato monito, Khamenei ha detto: “Alcuni leader europei e americani con le loro idiote osservazioni sull'Iran parlano come se i loro problemi [v. Iraq, Afghanistan] fossero stati tutti risolti e l'Iran fosse il loro unico cruccio”.

L'Iran ha alle spalle una storia tortuosa, caratterizzata in abbondanza da ciò che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo discorso del Cairo ha chiamato “tensione... alimentata dal colonialismo che negò diritti e opportunità a molti musulmani, e una Guerra Fredda in cui paesi a maggioranza musulmana erano troppo spesso trattati in maniera strumentale per ciò che concerneva le loro aspirazioni”. Negli ultimi trent'anni per Teheran la “linea rossa” è sempre stata rappresentata dai tentativi stranieri di imporre un cambiamento di regime. In quella linea è stato aperto un varco.


I servizi di sicurezza iraniani hanno cominciato a scavare sempre più in profondità in ciò che è realmente accaduto. Gholam Hossein Nohseni Ejei, il potente Ministro dell'Intelligence, basandosi sulle informazioni disponibili ha ipotizzato un tentativo concertato di fomentare le rivolte da parte di potenze mondiali “preoccupate per un Iran stabile e sicuro”, nonché complotti per assassinare capi iraniani.

Le accuse infondate non reggono. Ma nei giorni e nelle settimane a venire sorgeranno domande scomode. I primi dubbi riguardano la morte misteriosa di Neda Aqa-Soltan. Sono inoltre stati uccisi otto miliziani Basiji. Chi li ha uccisi? Anzi, chi ha guidato la carica della brigata?

È un frammento di storia poco noto, ma prima del golpe anglo-americano a Teheran contro Mohammed Mosaddeq in 1953 la CIA si scoraggiò proprio quando le manifestazioni di massa a Teheran – stranamente simili ai recenti tumulti – stavano per avere inizio, ma la base dei servizi britannici a Cipro, che coordinava l'intera operazione, tenne duro, forzò il passo e infine creò un fait accompli per Washington.

In ogni caso, Teheran ora se la prende con la Gran Bretagna, “la più infida delle potenze straniere”, per citare le parole di Khamenei. Due diplomatici britannici assegnati a Teheran hanno ricevuto l'ordine di andarsene e quattro iraniani impiegati nell'Ambasciata britannica sono stati fermati e sottoposti a interrogatorio. E questo nonostante Londra continui a ribadire energicamente di non avere nulla a che fare con ciò che succede nelle vie di Teheran. Una dichiarazione del Foreign Office di Londra afferma che il Primo Ministro Gordon Brown è spinto ad agire non dall'indignazione per il trattamento riservato ai diritti civili o per la morte di innocenti, ma dal programma nucleare iraniano.

Londra è visibilmente ansiosa di andarsene quanto prima, e spera di poter normalizzare al più presto i rapporti con l'Iran. Ma Obama si trova a dover affrontare una sfida molto più complessa. Non può emulare Brown. Deve trattare con l'Iran. Il problema che Obama deve affrontare è che il regime iraniano non solo non si è incrinato, ma ha mostrato un'incredibile capacità di recupero.

Il regime serra i ranghi
Circolava voce che il silenzio dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani significasse che stava preparando un complotto nella città santa di Qom per sfidare le disposizioni di Khamenei. Ma non era così. Domenica Rafsanjani è uscito allo scoperto appoggiando Khamenei. Distinguiamo qui gli infallibili contorni di un'intesa.

“Gli sviluppi successivi al voto presidenziale sono stati una complessa cospirazione concepita da elementi sospetti allo scopo di produrre una spaccatura tra il popolo e la dirigenza islamica facendo sì che venisse a mancare la fiducia nel sistema [Vilayat-e faqih]. Simili complotti sono stempre stati neutralizzati quando il popolo ha mantenuto un atteggiamento vigile”, ha detto Rafsanjani.

Rafsanjani ha lodato Khamenei per aver concesso altri cinque giorni per i ricorsi sulle elezioni, permettendo così di fare chiarezza: “Questa preziosa mossa del Capo Supremo per ristabilire la fiducia del popolo nel processo elettorale è stata molto efficace”, ha osservato Rafsanjani. Giovedì, durante un incontro con una delegazione di membri del majlis (il parlamento), Rafsanjani ha detto che il suo attaccamento a Khamenei è “illimitato”, che i suoi rapporti con il Leader Supremo sono stretti e che si attiene assolutamente al Velayat-e faqih.

Sabato il Consiglio per il Discernimento del Sistema, guidato da Rafsanjani, ha sollecitato i candidati sconfitti a “osservare la legge e risolvere i conflitti e le dispute [sulle elezioni] per vie legali”. Nel frattempo Mohsen Rezai, il candidato dell'opposizione ed ex capo delle Guardie delle Rivoluzione iraniana, e l'ex presidente del parlamento Nateq-Nouri, pilastro della politica iraniana, si sono a loro volta riconciliati.

Dunque Mir Hossein Mousavi è isolato. Ignorando le obiezioni di Mousavi, il Consiglio dei Guardiani ha ordinato un parziale riconteggio del 10% dei voti, in urne elettorali scelte a caso nel paese, di fronte alle telecamere della televisione di Stato. Il riconteggio ha confermato nella tarda serata di lunedì il risultato delle elezioni del 12 giugno e ha fatto dichiarare al Ministero degli Interni che “il Consiglio dei Guardiani dopo aver esaminato le questioni ha rigettato tutti i ricorsi presentati e approva l'accuratezza delle decime elezioni presidenziali”.

Il riconteggio di lunedì ha mostrato un leggero aumento dei voti favorevoli al Presidente Mahmud Ahmadinejad nella provincia di Kerman. A Mousavi ora resta solo la rischiosa opzione della “disobbedienza civile”, ma non la eserciterà, con buona pace dei commentatori occidentali che apparentemente lo considerano il “Ghandi iraniano”.

Se ci si aspettava che il presidente del majlis, Ali Larijani, fosse un potenziale leader dissidente, anche queste attese sono state deluse. Lunedì, rivolgendosi al riunione del comitato esecutivo dell'Organizzazione della Conferenza Islamica ad Algeri, Larijani ha attaccato la politica statunitense di “ingerenza” negli affari interni dei paesi mediorientali. Ha consigliato a Obama di abbandonare questa politica: “Il cambiamento sarà benefico sia per la regione che per gli stessi Stati Uniti”.

L'amministrazione Obama dovrà prendere delle decisioni difficili. Sono state le costanti critiche e pressioni delle reti anti-iraniane e delle potenti lobby annidate nel Congresso degli Stati Uniti e nella classe politica – oltre che in settori dei servizi di sicurezza tradizionalmente esperti nel ricomporre gli screzi con Teheran ma anche abominevolmente noti per gli errori commessi nella valutazione delle vicende politiche iraniane – a costringere Obama a irrigidirsi.

Ammorbidire la propria posizione sarà un processo difficile e politicamente imbarazzante. Servono anche buone qualità di statista. La cosa migliore è che Washington si conceda una pausa e, dopo un intervallo di tempo accettabile, riprenda a impegnarsi nel dialogo con l'Iran.

Contatti significativi nelle prossime settimane sembrano improbabili. Nel frattempo, pignolerie come il rifiuto del visto al Vice Presidente iraniano Parviz Davoudi perché possa recarsi a New York alla conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi economica mondiale non sono certo d'aiuto. (Davoudi è un sostenitore delle prospettive economiche liberiste). Né lo sarà la probabile decisione degli Stati Uniti di perseguire la via delle sanzioni contro l'Iran al prossimo summit del G8 che si terrà a Trieste l'8-10 luglio. (A maggio l'Iran ha superato l'Arabia Saudita come principale esportatore di petrolio dal Golfo Persico verso la Cina.)

Riassumendo, nel fronteggiare la situazione iraniana l'amministrazione Obama ha malamente annaspato dopo un magnifico esordio. Come afferma l'eminente editorialista ed esperto di politica estera Leslie H. Gelb nel suo ultimo libro Power Rules: How Common Sense Can Rescue American Foreign Policy (Regole del potere: come il buon senso può salvare la politica estera americana), Obama aveva la possibilità di “usare il modello libico, nel quale Washington e Tripoli hanno giocato a carte scoperte e negoziato in modo estremamente soddisfacente”.

La risposta dell'Iram
Inoltre il contesto regionale può solo andare a vantaggio dell'Iran. L'Iraq continua a trovarsi pericolosamente in bilico. Le fortune degli Stati Uniti in Afghanistan oscillano tra la possibile sconfitta e la scampata sconfitta. La Turchia ha preso le distanze dalla posizione europea sui recenti sviluppi in Iran. L'Azerbaigian, il Turkmenistan, l'Afghanistan e il Pakistan si sono rallegrati per la vittoria di Ahmadinejad. Mosca ha poi concluso che il regime non era minacciato.

La Cina emerge come “vincitore” assoluto per aver valutato correttamente fin dal primo giorno le correnti profonde dell'oscura politica rivoluzionaria iraniana. Mai prima d'ora Pechino aveva espresso così apertamente tanta robusta solidarietà al regime iraniano nel suo respingere le pressioni occidentali. Né la Siria né Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza hanno mostrato in alcun modo di voler prendere le distanze dall'Iran.

Certo, negli ultimi sei mesi i legami della Siria con l'Arabia Saudita sono migliorati e Damasco ha accolto favorevolmente le recenti aperture diplomatiche dell'amministrazione Obama. Ma ben lungi dall'adottare la linea saudita o statunitense nei confronti dell'Iran, il Ministro degli Esteri siriano Walid al-Moallem ha messo in discussione la legittimità delle proteste di piazza a Teheran.

Questo il suo monito di domenica scorsa, quando cresceva la protesta nelle strade di Teheran: “Chiunque scommetta sulla caduta del regime iraniano perderà. In Iran la rivoluzione islamica [del 1979] è una realtà profondamente radicata, e la comunità internazionale [leggasi gli Stati Uniti] devono conviverci”.

Moallem ha sollecitato “l'instaurazione di un dialogo tra l'Iran e gli Stati Uniti basato sul reciproco rispetto e sulla non-ingerenza negli affari iraniani”. Analogamente, il successo di Saad Hariri come neo-eletto primo ministro del Libano – nonché la stabilità complessiva del paese – si impernierà sulla sua capacità di riconciliarsi con i rivali, alleati di Siria e Iran.

In considerazione di tutto questo, Washington ha sperimentato una crisi della propria condotta politica. Il paradosso è che l'amministrazione Obama ora avrà a che fare con un Khamenei al culmine del suo potere politico di leader supremo, carica che ricopre ormai da vent'anni. Per quanto riguarda Ahmadinejad, d'ora in poi negozierà da una posizione di forza senza precedenti. Si suppone che aiuti il fatto che il proprio avversario sia forte, perché significa che può prendere decisioni difficili, ma in questo caso l'analogia non tiene.

Ahmadinejad ha lasciato poco spazio all'interpretazione quando sabato a Teheran ha dichiarato: “Non c'è dubbio che il nuovo governo iraniano adotterà una posizione più salda e decisiva nei confronti dell'Occidente. Questa volta la risposta della nazione iraniana sarà dura e più decisiva” e volta a far rimpiangere all'Occidente le sue “ingerenze”. Una cosa è certa: Teheran non risponderà via Twitter.

Originale: Obama faces a Persian rebuff

Articolo originale pubblicato il 30/6/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7998&lg=it

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mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, aprile 03, 2008

Il caso Litvinenko e lo spettro del polonio-210

Lo spettro che aleggia sul caso Litvinenko
di Edward Jay Epstein

Il 1° dicembre 2006 al Royal London Hospital fu eseguita una delle più strane autopsie degli annali del crimine. Tre patologi britannici, coperti dalla testa ai piedi da tute bianche protettive, stavano attorno a un cadavere radioattivo che era rimasto sigillato nella plastica per quasi una settimana. La vittima era Aleksandr Litvinenko, un ex ufficiale del KGB di 44 anni che era fuggito in Inghilterra dalla Russia nel novembre del 2000 e aveva usato i propri trascorsi per denunciare il governo dell'allora neo-presidente Putin.

Quello che i patologi hanno scoperto è ancora segreto di stato.

Le misteriose circostanze della morte di Litvinenko, apparentemente causata da avvelenamento radioattivo, provocarono una crisi internazionale. La Gran Bretagna domandò alla Russia di estradare un cittadino russo sospettato di collegamenti con il caso. Quando la Russia rifiutò, la Gran Bretagna espulse da Londra quattro diplomatici russi, con una reazione che ricordava la Guerra Fredda.

Le autorità britanniche avevano dichiarato alla stampa “Sappiamo con una sicurezza del 100% chi ha somministrato il veleno, dove, e come”, ma si rifiutarono di rivelare le prove in loro possesso. Tuttavia, si era così convinti che dietro l'avvelenamento ci fossero i servizi segreti russi che un editoriale del Washington Post poté affermare che “la dose fu sicuramente trasportata da almeno uno dei due ex uomini della sicurezza – uno dei quali era stato anche un agente del KGB – che il signor Litvinenko incontrò il 1° novembre in un albergo di Londra.”.

Per scoprire che genere di prove la Gran Bretagna avesse realmente fornito ai russi per motivare la richiesta di estradizione, sono andato a Mosca a incontrare gli inquirenti russi incaricati del caso. La mia indagine ha dimostrato che di trattava di qualcosa di ben più grande dell'omicidio di un dissidente innocente.

La Berezovskij Connection
Prima che Vladimir Putin diventasse presidente, nel 2000, l'oligarca russo più potente era probabilmente Boris Berezovskij. Controllava il maggiore canale televisivo del paese e gran parte dell'economia privata ed era vice segretario del Consiglio russo per la Sicurezza Nazionale. Aveva un protettore nella persona di Litvinenko, vice capo del dipartimento per le indagini sul crimine organizzato del successore del KGB, il Servizio di Sicurezza Federale, o FSB. Ma neanche Litvinenko poté aiutare Berezovskij quando Putin lo mise sotto indagine per frode. Alla fine del 1999 Berezovskij scappò in Gran Bretagna, seguito un anno dopo da Litvinenko.

A Londra Berezovskij maturò piani per quello che egli stesso descrisse come il rovesciamento del regime del suo nemico numero uno, Putin. Litvinenko, del cui sostentamento adesso si occupava Berezovskij attraverso la sua fondazione, ebbe un ruolo cruciale in questa impresa ambiziosa. Scrisse libri in cui accusava l'FSB di Putin di tutto: dalla collaborazione con i vertici di al-Qaeda ad aver fatto accusare i ribelli ceceni di sanguinari atti di terrorismo commessi dagli stessi agenti dell'FSB, come gli attentati nei sei condomini che causarono la morte di più di 300 persone. Litvinenko aveva anche un impiego meno visibile come consulente per due compagnie di sicurezza con sede nell'edificio di Berezovskij, al 25 di Grosvenor Square.

Una morte lenta
La resa dei conti per Litvinenko cominciò il 1° novembre 2006. Prima pranzò da Itsu, un ristorante di sushi a Piccadilly, con l'italiano Mario Scaramella. Scaramella, che era arrivato da Napoli la sera prima, era stato coinvolto insieme a Litvinenko, tra le altre cose, in un bizantino complotto mirato a infiltrare le operazioni di un sospetto trafficante di prostitute, armi e uranio arricchito. Durante quel pranzo Scaramella diede a Litvinenko alcuni documenti.

Litvinenko poi andò al Millennium Hotel, dove aveva appuntamento con Andrej Lugovoj, anch'egli nell'FSB fino al 1999 e ora proprietario di una società di sicurezza privata a Mosca. Litvinenko aveva incontrato a Londra Lugovoj per diversi mesi, e due settimane prima lo aveva portato alla Erinys International, una delle compagnie di sicurezza con sede nell'edificio di Berezovskij, per discutere di una proposta d'affari. Secondo Lugovoj, Litvinenko ora voleva parlare dei progressi di quell'iniziativa, e così si incontrò per un tè con lui e con il suo socio in affari Dmitrij Kovtun nell'affolato Pine Bar dell'albergo. Dopo aver lasciato il Pine Bar, Litvinenko andò nell'ufficio di Berezovskij. Tornato a casa, secondo la moglie Marina, cominciò a sentirsi male. Due giorni dopo fu ricoverato al Barnet General Hospital.

Durante il ricovero le condizioni di Litvinenko precipitarono. La diagnosi iniziale fu che fosse stato avvelenato con il tallio, una tossina non radioattiva usata in Russia nel veleno per topi. Dato il presunto uso del tallio come veleno da parte del KGB durante la Guerra Fredda, presso la stampa guadagnò favore la teoria che Litvinenko potesse essere stato vittima dell'FSB. Visto che Litvinenko negli ultimi sei anni aveva denunciato l'FSB, parve plausibile che i servizi russi avessero tentato di vendicarsi.

La principale, se non l'unica, fonte di questa teoria di vendetta-omicidio veniva da persone finanziate da Berezovskij. Un sito web in Francia, che aveva ricevuto finanziamenti dalla fondazione di Berezovskij, diffuse la notizia che in Russia ci fosse una lista di persone destinate a essere colpite, e che su quella lista si trovasse il nome di Litvinenko. Anche se la lista non si materializzò mai, contribuì a collegare nell'opinione pubblica la morte di Litvinenko con quella di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata un mese prima, nell'ottobre del 2006, e il cui nome sarebbe stato anch'esso sulla famosa lista. Nel frattempo un sito ceceno, anch'esso finanziato dalla fondazione di Berezovskij, diffuse notizie come "L'FSB ha tentato di uccidere un transfuga russo a Londra".

All'ospedale, il consulente per le relazioni pubbliche di Berezovskij, Lord Tim Bell, cominciò a informare i giornalisti organizzando interviste e fornendo le fotografie di un Litvinenko calvo ed emaciato. Intanto Litvinenko fu trasferito all'University College Hospital e ricevette dosi massicce di un antidoto del tallio, che non funzionò. Quando le condizioni di Litvinenko divennero critiche, Alex Goldfarb, direttore esecutivo della fondazione di Berezovskij, fece i preparativi per la morte di Litvinenko scrivendo la dichiarazione fatta sul letto di morte, tratta, secondo Goldfarb, da dichiarazioni dettate dallo stesso Litvinenko.

Poche ore dopo la morte di Litvinenko, il 23 novembre 2006, Goldfarb organizzò una conferenza stampa e divulgò la sensazionale dichiarazione fatta sul letto di morte che accusava Putin dell'avvelenamento. Dando ulteriore peso a questa teoria, le autorità britanniche spostarono la presunta scena del crimine dal ristorante Itsu, dove Litvinenko aveva incontrato l'italiano Scaramella, al Pine Bar, dove si era visto con il russo Lugovoj.

Solo due ore prima che Litvinenko morisse, la storia ebbe una svolta sorprendente: l'ospedale scoprì che non era stato avvelenato con il tallio. Le analisi cliniche dimostrarono che aveva in corpo uno degli isotopi radioattivi più rari e rigidamente controllati del mondo, il polonio-210.

Il polonio
Il polonio-210 è di grande interesse per chi si occupa di vigilare sulla proliferazione nucleare, perché è un componente critico delle bombe nucleari nelle fasi iniziali della loro costruzione. Sia l'America che la Russia lo usavano come parte dell'innesco delle loro prime bombe. Lo stesso facevano molti, se non tutti, paesi con programmi nucleari clandestini, compresi Israele, India, Pakistan, Sud Africa e Corea del Nord. Certo, alcune di queste potenze nucleari passarono a inneschi più sofisticati dopo aver testato le loro bombe. Anche così, come risulta da un documento di Los Alamos reso pubblico, il rilevamento di polonio-210 resta "un indicatore chiave di un programma nucleare nella fase iniziale”. Dunque quando si trovò polonio-210 in Iraq nel 1991, in Iran nel 2004 e in Corea del Nord nell'ottobre del 2006, ci si preoccupò che questi paesi tentassero di costruire una bomba nucleare.

Quando il polonio-210 fu scoperto a Londra alla fine di novembre 2006 nel corpo di Litvinenko, tuttavia, non scattarono questi campanelli d'allarme. La polizia ipotizzò invece che questo componente delle bombe nucleari di primo stadio fosse stato portato a Londra con il solo scopo di commettere un omicidio. È come se a Londra fosse stata trovata una valigetta nucleare accanto a un cadavere colpito da radiazioni e tutti dicessero che la bomba serviva a uccidere quella persona. Michael Specter del New Yorker, per esempio, lo definì “il primo caso noto di terrorismo nucleare perpetrato contro un singolo”. Ma perché qualcuno dovrebbe voler usare un'arma nucleare per uccidere una persona quando un coltello, una pallottola o un veleno convenzionale potrebbero assolvere questo compito con maggiore velocità, efficienza e sicurezza?

Di certo il polonio-210 è letale quando entra nella circolazione sanguigna. Prima della morte di Litvinenko, per l'esposizione a polonio-210 erano morte sei persone: due in un laboratorio francese, tre in uno stabilimento nucleare israeliano e una in un laboratorio di ricerca nucleare in Russia. In tutti i casi si trattò di fuoriuscita accidentale di polonio-210. Essendo instabile e trasformandosi in gas a 55° C, è estremamente difficile da maneggiare. È anche molto costoso.

La mitica pistola fumante
Scienziato per formazione, Goldfarb ha affermato autorevolmente nel suo libro Morte di un dissidente, scritto con Marina Litvinenko, che “il 97% della produzione nota di Polonio... ha luogo in Russia”. Dato che era stato scritto molto poco su questo raro isotopo, molti diedero per scontato che si trattasse di dati di fatto. Un articolo apparso sul New Yorker osservò che “[il polonio-210] viene prodotto quasi tutto in Russia”. Per fare affermazioni come questa, bisogna sapere quanto polonio-210 viene prodotto in Russia e quanto negli altri paesi. Tuttavia, visto che la produzione di polonio-210 è un segreto ben custodito, nessuna delle due quantità è nota. Nel 2006, anzi, né la Russia né nessun altro paese del mondo ammettevano di produrre polonio-210. L'ente nucleare russo dichiara che l'unico reattore in grado di produrre polonio-210 è stato chiuso nel 2004, e la piccola quantità esportata in America nel 2005 e 2006 – circa 3 once, 84 grammi, l'anno – veniva da quelle riserve.

Senza dubbio la Russia potrebbe continuare a produrre in segreto il polonio-210, un processo che richiede il bombardamento del bismuto in un reattore nucleare e la successiva estrazione del polonio-210. Ma potrebbero farlo anche l'America, la Gran Bretagna, la Cina, la Francia, l'India, Israele, Pakistan, Taiwan, la Corea del Nord o qualsiasi paese i cui reattori nucleari non siano stati ispezionati dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Quando ho chiesto a uno scienziato dell'AIEA chi potesse aver prodotto del polonio-210 nel 2006, mi ha risposto “Non lo sappiamo”. Ha aggiunto che la Corea del Nord potrebbe averne prodotte grandi quantità, “chilogrammi e non grammi”, nel suo reattore di Yongbyon per i test nucleari dell'ottobre del 2006, ma la reale quantità è incerta.

Il polonio-210 trovato a Londra poteva venire dalle scorte custodite da molti paesi, America compresa. Secondo la Banca Dati sui Traffici Illeciti dell'AIEA, dal 2004 ci sono stati 14 casi di scomparsa di polonio-210 industriale. La piccola quantità trovata a Londra – forse non più di un milionesimo d'oncia – poteva venire da molte fonti, dalle scorte industriali americane e le riserve russe ai resti della rete di A.Q. Khan in Pakistan e il surplus nordcoreano. Così le notizie come quella del Washington Post, secondo il quale “Il polonio è prodotto e conservato quasi esclusivamente in Russia”, sono come minimo speculazioni.

La mossa britannica
Gli inquirenti britannici contribuirono alla fuga dalla realtà presentando nel luglio del 2007 una richiesta di estradizione. Non solo non esiste alcun trattato di estradizione tra Gran Bretagna e Russia, ma l'Articolo 61 della Costituzione Russa proibisce l'estradizione dal paese dei suoi cittadini. Infiammando ulteriormente gli animi, Sir Tony Brenton, l'ambasciatore britannico a Mosca, suggerì che il governo di Putin avrebbe fatto meglio a contravvenire alla Costituzione russa e a “collaborare creativamente con noi per trovare il modo di aggirare questo intoppo”, giacché le autorità britanniche avevano “collaborato strettamente ed esaurientemente con l'ufficio del Procuratore Generale russo”. Quando la Russia respinse la richiesta di estradizione, l'ambasciatore Brenton obiettò che questa decisione non era stata presa “in base alle prove”, facendo così capire che la Gran Bretagna aveva fornito alla Russia prove convincenti a sostegno della propria richiesta. Poi la Gran Bretagna espulse quattro membri dell'ambasciata russa a Londra, ritenendo il governo russo di fatto responsabile della morte di Litvinenko, e avviò un imbroglio internazionale.

La persona della quale si richiedeva l'estradizione era Andrej Lugovoj, il quale, secondo i britannici, avvelenò il tè di Litvinenko al Pine Bar il 1° novembre 2006. Lugovoj ammise di essersi incontrato con Litvinenko per discutere di affari con lui, ma negò di avere a che fare con la sua morte. Anche Lugovoj era stato contaminato dal polonio-210, ma lo stesso vale per quasi tutti coloro che erano entrati in contatto con Litvinenko in quei momenti. Dato che l'ambasciatore Brenton suggerì che le prove incriminanti erano state fornite alle autorità russe per motivare la richiesta di estradizione, sono andato a Mosca a scoprire qualcosa di più di quelle prove.

L'indagine di Mosca
Il Cremlino non è noto per la sua disponibilità in merito ai documenti segreti, ma in questo caso io chiedevo di vedere segreti britannici, non russi. Anche così, non è stato facile ottenere l'accesso a quei documenti. Quando giunsi a Mosca, alla fine di novembre del 2007, il Procuratore Generale russo li aveva consegnati (insieme ad altre indagini ad altro profilo) a una nuova unità chiamata Commissione Investigativa Nazionale. Era diretta da Aleksandr Bastrykin, ex professore di diritto e vice procuratore capo di San Pietroburgo, che stava proprio allora costituendo la sua squadra in un anonimo ma ben sorvegliato edificio di fronte alla MGTU, la prestigiosa Università Tecnica Statale di Mosca, nel quartiere Lefortovo.

Prima che potessi incontrare le autorità in una sala conferenze per visionare i documenti britannici, il mio collega di Mosca aveva passato settimane a spedire i documenti necessari al signor Bastrykin e al suo staff. C'erano molti requisiti burocratici: dovevo, tra le altre cose, acconsentire a risarcire il governo russo degli eventuali costi derivanti dalla rivelazione delle prove britanniche, sottoporre le mie domande in anticipo, e accettare di non identificare per nome nessuno degli inquirenti della Commissione, chiamandoli esclusivamente “gli inquirenti russi”. Poi mi dissero “I media rimproverano spesso ai russi la loro scarsa disponibilità a collaborare con i britannici, ma in realtà è vero il contrario”. Come a dimostrarlo, gli inquirenti russi mi consentirono l'accesso ai documenti britannici.

Quello che mi colpì immediatamente fu l'assenza dei documenti che sono fondamentali in qualsiasi caso di omicidio, come il referto autoptico, utile a stabilire come e perché Litvinenko fosse morto. Al suo posto, l'ispettore Robert Lock del Metropolitan Police Service di New Scotland Yard scriveva che “conosceva i risultati dell'autopsia” e che Litvinenko era morto per “Sindrome acuta da radiazioni”.

Come l'indizio del cane che non abbaia per Sherlock Holmes, questa omissione era di per sé illuminante. Dopo tutto la Gran Bretagna e la Russia avevano intrapreso un'indagine congiunta sul caso Litvinenko, che – dal punto di vista dei russi – riguardava la contaminazione da polonio-210 dei cittadini russi che erano entrati in contatto con Litvinenko. Avevano la necessità di determinare quando, come e in quali circostanze Litvinenko era stato esposto al componente nucleare radioattivo. Il “quando” richiedeva l'accesso alle analisi tossicologiche, che normalmente fanno parte del referto autoptico. La stampa britannica dopo una fuga di notizie aveva già scritto che i tossicologi avevano trovato due “picchi” distinti di polonio-210 nel corpo di Litvinenko, il che indicava che la sua esposizione era avvenuta in due tempi. Un'esposizione multipla poteva significare che Litvinenko era entrato in contatto con il polonio-210 giorni o perfino settimane prima di ingerirlo. Per rispondere alla domanda sul “come”, i russi dovevano vedere le fotografie postmortem dei polmoni, del tratto digestivo e del cadavere di Litvinenko, che normalmente fanno anch'esse parte del referto autoptico. Queste fotografie potevano mostrare se Litvinenko avesse inalato o inghiottito l'isotopo, oppure se il polonio-210 gli fosse entrato nel sangue attraverso una ferita.

Gli inquirenti russi avevano anche bisogno di sapere perché Litvinenko non avesse ricevuto il giusto antidoto all'ospedale e perché la contaminazione non fosse stata correttamente diagnosticata per più di tre settimane. Dissero che le loro reiterate richieste di parlare con i medici e vedere le loro diagnosi furono “respinte” e che nessuno dei documenti ricevuti in questa “indagine congiunta” “toccava lontanamente la questione del cambiamento della diagnosi da avvelenamento da tallio ad avvelenamento da polonio”. Aggiunsero: “Non abbiamo alcun dato affidabile sulla causa della morte di Litvinenko, dato che le autorità britanniche si sono rifiutate di fornire i documenti necessari”.

L'unico documento fornito dai britannici che indichi che è stato commesso un crimine è un affidavit di Rosemary Fernandez, pubblico ministero, in cui si dichiara che la richiesta di estradizione è “conforme con il codice penale di Inghilterra e Galles e con la Convenzione Europea sull'Estradizione del 1957”.

La scia di radiazioni
La polizia britannica riassunse le sue accuse contro Lugovoj in un rapporto che accompagnava la richiesta di estradizione. Ma invece di citare prove convenzionali, come le deposizioni dei testimoni oculari, i video di sorveglianza del Pine Bar, impronte digitali su un contenitore del veleno (o l'esistenza stessa di un simile contenitore), oppure il possibile movente di Lugovoj, il rapporto si basava quasi interamente su una “scia” di radiazioni di polonio-210 scoperta molte settimane dopo il contatto con l'isotopo.

Dall'elenco di siti fornito agli inquirenti russi, appare chiaro che molti di loro coincidono con i movimenti di Lugovoj nell'ottobre e nel novembre del 2006, ma la direzione è meno certa. Lugovoj volò da Mosca a Londra, il 15 ottobre, su un aereo della Transaero, ma sull'aereo non sono state trovate tracce di radiazioni. Fu solo dopo l'incontro con Litvinenko alla Erinys International, il 16 ottobre, che furono trovate tracce sugli aerei della British Airways sui quali volò in seguito: questo suggerì agli inquirenti russi che la scia di radiazioni era partita da Londra per poi finire a Mosca. Inoltre, a Londra quella scia era inspiegabilmente irregolare, con tracce trovate – parole loro “in un luogo dove una persona si era fermata per pochi minuti, ma erano assenti dove si era trattenuta per varie ore, anche se un evento seguiva l'altro”.

Quando gli inquirenti russi chiesero ai britannici una lista esauriente di tutti i siti controllati, i britannici si rifiutarono di fornirla dicendo che non era “nell'interesse della loro indagine”. Questo rifiuto indusse gli inquirenti russi a sospettare che i britannici potessero alterare le prove per farle corrispondere alla loro versione.

Nonostante la sua natura irregolare, la scia radioattiva coinvolgeva chiaramente il Millennium Hotel. Si trovarono tracce di polonio sia nelle stanze occupate da Lugovoj e dai suoi familiari tra il 31 ottobre e il 2 novembre, sia nel Pine Bar dell'albergo, dove Litvinenko incontrò Lugovoj e Kovtun nel tardo pomeriggio del 1° novembre. Se il tè di Litvinenko fu davvero contaminato durante quell'incontro al Pine Bar, come affermano i britannici, Lugovoj può rientrare nella scena del crimine. Ma a parte le radiazioni il rapporto non citava testimoni, video di sorveglianza o altre prove che dimostrassero che l'avvelenamento era avvenuto al Pine Bar. Avrebbe potuto accadere anche prima, in altri luoghi che risultarono contaminati.

Litvinenko, che era probabilmente il migliore testimone dei fatti di quella giornata, disse inizialmente che credeva di essere stato avvelenato durante il pranzo con Scaramella, da Itsu. Una settimana dopo il ricovero concesse un'intervista radiofonica alla BBC in cui si riferiva ancora a quell'incontro dicendo che Scaramella “mi diede dei documenti... dopo alcune ore accusai sintomi di avvelenamento”. Non fece mai parola dell'incontro più tardo al Pine Bar con Lugovoj.

Non solo da Itsu furono trovate tracce di polonio-210, ma anche Scaramella fu contaminato. Dato che Scaramella era appena giunto dall'Italia e non aveva incontrato né Lugovoj né Kovtun, Litvinenko era l'unico tra le persone notoriamente esposte al polonio-210 che potesse contaminarlo. Il che significa che Litvinenko era stato contaminato dal polonio-210 prima di incontrare Lugovoj al Pine Bar. Di certo Litvinenko potrebbe essere stato contaminato molto prima dell'incontro con Scaramella. Varie sere prima era andato al locale notturno Hey Joey di Mayfair. Secondo il manager del club, Litvinenko si era seduto in un separé vip per la lap-dance in seguito risultato positivo al polonio-210.

La prova che colpisce di più è il livello relativamente alto di polonio-210 nella stanza di Lugovoj al Millennium Hotel. Sebbene il rapporto della polizia non renda noto il livello effettivo (o qualsiasi altro livello di radiazione), l'ispettore Lock dichiara che secondo un esperto chiamato “Scienziato A” queste tracce “erano a un livello così alto da stabilire un collegamento con la fonte di polonio”. Dato che non fu mai trovato il contenitore del polonio-210, lo “Scienziato A” presumibilmente basava la sua opinione su un confronto tra il livello di radiazione nella stanza di Lugovoj e altri luoghi, come la casa di Litvinenko o i posti sugli aerei. Una tale prova sarebbe significativa solo se i diversi luoghi fossero stati ancora intatti quando furono effettuate le misurazioni. Invece tutti, comprese le stanze del Millennium Hotel, erano stati compromessi da settimane d'uso e pulizia. Dunque le differenze tra i livelli di radiazione potrebbero derivare da fattori esterni, come il passaggio di un aspirapolvere o le condizioni del riscaldamento.

Per gli inquirenti russi questi livelli avevano scarso valore probatorio perché i britannici non avevano fornito “alcuna informazione affidabile su chi altri fosse entrato nella stanza d'albergo da quando Lugovoj partì a quando furono trovate le tracce di polonio-210.” A causa di questo intervallo di tempo della durata di quasi un mese, non potevano “escludere la possibilità che le tracce potessero derivare dalla contaminazione incrociata da parte di esterni”.

Le analisi cliniche confermarono che Lugovoj, Kovtun, Scaramella e la vedova Litvinenko, Marina, erano tutti entrati in contatto con il polonio-210. Ma è meno chiaro chi avesse contaminato chi. Gli inquirenti russi conclusero che tutte le tracce di radiazioni elencate nel rapporto britannico, compreso l'“alto livello” citato dallo “Scienziato A”, potrebbero essere state originate da un unico evento, come una fuoriuscita – intenzionale o accidentale – avvenuta durante l'incontro svoltosi il 16 ottobre nella società di sicurezza con sede nell'edificio di Berezovskij. Ma non poterono trovare “una sola prova in grado di confermare le accuse contro A.K. Lugovoj”.

Forse la Gran Bretagna aveva più prove incriminanti contro Lugovoj di quante abbia deciso di fornirne alla Russia. Forse non voleva condividere informazioni che rivelassero fonti dei servizi segreti. Ma perché avrebbe dovuto rifiutarsi di condividere prove basilari come un referto autoptico, le diagnosi dei medici, i dati sui livelli di radiazione? E se la Gran Bretagna voleva l'estradizione di Lugovoj perché fornì ai russi prove tanto esili da risultare imbarazzanti? Putin puntò il dito contro l'incompetenza britannica, dicendo “Se le persone che hanno mandato questa richiesta non sapevano che la Costituzione russa proibisce l'estradizione di cittadini russi in paesi stranieri, bisogna certamente interrogarsi sul loro grado di competenza”. Ma qui Putin può avere sottovalutato gli scopi dei britannici in questa messa in scena.

Finale di partita
Prima della disputa sull'estradizione, gli inquirenti russi, in teoria, avrebbero potuto interrogare a Londra testimoni importanti. La loro lista di testimoni suggeriva che il loro interesse si estendeva alla comunità di espatriati russi in Gran Bretagna, o “Londongrad”, come viene ora chiamata. Il caso Litvinenko forniva ai russi l'opportunità di una cosiddetta “fishing expedition”, cioè di una ricerca indiscriminata di prove, dato Litvinenko aveva collaborato con molti nemici della Russia: Berezovskij; il capo della sua fondazione Goldfarb, incaricato di dispensare denaro a una rete di siti antiputiniani; il suo alleato ceceno Achmet Zakaev, a capo di una commissione che indaga sui crimini di guerra russi in Cecenia (per la quale Livinenko raccoglieva prove); e gli ex proprietari del gigante petrolifero Jukos, che si battevano nei tribunali per riacquistare il controllo dei miliardi di dollari depositati in conti offshore.

L'indagine russa avrebbe poi potuto orientarsi verso le attività di Litvinenko nel mondo oscuro dei consulenti nel campo della sicurezza, compresi i suoi affari con le due società di sicurezza con sede nell'edificio di Berezovskij, l'Erinys International e la Titon International, e il suo coinvolgimento con Scaramella nel tentativo di fabbricare prove incriminanti contro un sospetto trafficante di componenti nucleari, un complotto che costò il carcere a Scaramella quando le sue conversazioni telefoniche con Litvinenko furono intercettate dalla polizia italiana.

I russi avevano chiesto maggiori informazioni sulla scia di radiazioni negli uffici di queste società, e Lugovoj aveva detto che in una di queste, la Erinys, gli avevano offerto ingenti somme di denaro per fornire informazioni compromettenti su funzionari russi. Kovtun, anch'egli presente all'incontro, conferma la storia di Lugovoj. Queste accuse avevano le carte in regola per imbarazzare non solo le società di sicurezza che avevano assoldato Litvinenko ed ex ufficiali di Scotland Yard e dei servizi britannici, ma anche il governo britannico che aveva fornito a Litvinenko un passaporto con il falso nome di “Edwin Redwald Carter” per viaggiare nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica.

La richiesta di estradizione britannica ha messo fine alle indagini russe a Londongrad. Ha anche screditato la versione di Lugovoj facendone un sospetto omicida. In termini di pubbliche relazioni, questa tattica è stata brillantemente premiata incolpando l'ostruzionismo russo della mancata soluzione del mistero. Ha messo così in ombra l'elefante nella stanza che incombe su questo caso: il fatto che nel 2006 un componente cruciale per la costruzione di una bomba nucleare sia arrivato a Londra. Era semplicemente un'arma omicida oppure faceva parte di una transazione sul mercato internazionale delle armi?

Nelle attuali condizioni di stallo le possibilità di dare una risposta a questa domanda sono scarse, se non nulle. Il Procuratore Generale russo ha dichiarato che le prove dei britannici sono infondate; Lugovoj, eletto alla Duma nel dicembre del 2007, adesso gode dell'immunità parlamentare; Scaramella, agli arresti domiciliari a Napoli, è stato messo a tacere. La stampa, da parte sua, è ancora per lo più concentrata sulla teoria dell'omicidio per vendetta, che corrisponde meglio ai cattivi dello SMERSH nei film di James Bond di un caso di traffico di polonio-210.

Dopo aver passato in rassegna tutte le prove, la mia ipotesi è che Litvinenko entrò in contatto con un'operazione di contrabbando di polonio-210 e fu, consapevolmente o inconsapevolmente, esposto all'isotopo radioattivo. Litvinenko interessava ai servizi segreti di molti paesi, compreso l'MI-6 britannico, l'FSB russo, la CIA (che respinse la sua proposta di defezione nel 2000) e l'italiano SISMI, che sorvegliava le sue conversazioni telefoniche.

Le sue torbide operazioni, qualsiasi fosse il loro scopo, comportavano che cercasse contatti in una delle aree più instabili dell'ex Unione Sovietica, la Gola di Pankisi, divenuta un centro del traffico d'armi. Aveva anche a che fare con persone accusate di tutto, dal riciclaggio di denaro sporco al contrabbando di componenti nucleari. Queste attività possono aver messo in contatto lui o i suoi soci con un campione di polonio-210, che in seguito – accidentalmente o deliberatamente – lo ha contaminato e ucciso.

Per risolvere il mistero la Gran Bretagna deve rendere disponibili le sue prove segrete, incluso il referto autoptico, la lista completa dei luoghi in cui sono state rilevate radiazioni, e i rapporti di sorveglianza di Litvinenko e compagni. Se la Gran Bretagna le considera troppo sensibili per divulgarle pubblicamente, dovrebbe consegnarle a una commissione internazionale d'inchiesta. La posta in gioco è troppo alta per lasciare irrisolto il mistero del polonio-210.

Originale da: The New York Sun

Articolo originale pubblicato il 19 marzo 2008

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