venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7207&lg=it

Etichette: , , , , , , , ,

mercoledì, ottobre 29, 2008

La guerra fredda che non c'era

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames

Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto. La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento. Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo! Non era meraviglioso?

Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.

L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.

L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.

E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...

Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].

La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?

Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.

È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:

“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.

Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....

La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.

Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.

“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.

Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.

Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?

I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.

Però è una storia che fa notizia. Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).

Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare.

“Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.

Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste!

Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente. Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità.

E io non ne vedevo l'ora.

Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse? “Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate.

Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto.

Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.

In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”

Fonte: The Nation

Originale pubblicato il 22 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Etichette: , , , ,

martedì, settembre 30, 2008

L'India e il mondo di domani

[Non solo sull'India e non solo per feticisti della diplomazia indiana].

L'India e il mondo di domani

di M. K. Bhadrakumar

Come lo spettro di Banquo alla tavola di Macbeth nel dramma di Shakespeare, ci sarà un ospite invisibile anche nello Studio Ovale della Casa Bianca, venerdì prossimo, quando il Presidente George W. Bush riceverà il Primo Ministro indiano Manmohan Singh. Sarà lo spettro del periodo post-Guerra Fredda, morto a diciassette anni per cause innaturali e inutilmente. Bush riesce a vederlo, quel fantasma, e sa che è una metafora dell'usurpazione, ma il dottor Singh, come i nobili ospiti di Macbeth, probabilmente no.

Il periodo seguito alla fine della Guerra Fredda è giunto a morte prematura la notte tra il 7 e l'8 agosto. Il conflitto transcaucasico ha avuto un impatto sulle relazioni della Russia con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO, per non parlare della leadership transatlantica degli Stati Uniti, del futuro della NATO e delle relazioni tra NATO e Unione Europea.

Ma soprattutto la Russia si è trasformata. Tutto ciò ci costringe a rivisitare le ipotesi e le previsioni dalle quali decollò la nuova politica estera indiana, all'inizio degli anni Novanta. Poteva Delhi prevedere – come Washington, le capitali europee o Pechino – che la rinascita russa era inevitabile, che era solo questione di tempo perché la Russia risorgesse dalle ceneri sovietiche? La nostra comunità strategica, che ha abbandonato l'osservazione della Russia nel 1991 a favore dei più verdi pascoli dell'euroatlantismo, sembra ancora attribuire la rinascita russa alle fortune dei petrodollari. Sembra inconsapevole del fatto che i primi segni di quella rinascita erano già visibili nella seconda metà degli anni Novanta, quando Boris El'cin introdusse nella gerarchia cremliniana Evgenij Primakov e Mosca si volse a Pechino. La Cina e l'Occidente almeno se ne accorsero. Tutto questo avveniva molto tempo fa, quando un barile di petrolio stava ancora sotto i 20 dollari.

Perché la nostra comunità di analisti strategici ha volontariamente sospeso l'incredulità a proposito della permanenza del caos della Russia post-sovietica? Dopo tutto pochissimi paesi hanno saputo come l'India riconoscere il genio russo e la sua infinita capacità di rigenerarsi. Ma i protagonisti della nostra politica si sono avidamente bevuti la versione trionfalistica degli Stati Uniti sulla morte del comunismo e la fine della storia. Sono giunti tristemente a usare il disordine della Russia come convincente giustificazione per le cosiddette “correzioni di rotta” della politica estera, che finirono per trasformarsi in quello straordinario “partenariato strategico” che abbiamo oggi con gli Stati Uniti.

Resta il fatto che siamo scivolati, come inebriati, verso la coabitazione nel modello egemonico degli Stati Uniti post-Guerra Fredda, il cui scopo principale era quello di mantenere una struttura di potere per il Nuovo Secolo Americano assorbendo alcune potenze emergenti.

È questo modello la Russia ha messo sottosopra il 7-8 agosto. Naturalmente il cambiamento era nell'aria da molto tempo, e quando è giunto – per prendere a prestito le parole di W.B. Yeats – una “terribile bellezza” è nata nell'ordine mondiale. Ma quali sono i fatti concreti? In primo luogo, è ovvio che la Russia ha tracciato una linea rossa davanti all'ulteriore espansione della NATO verso il Transcaucaso, punto vulnerabile della Russia e via d'accesso all'Asia Centrale e al Medio Oriente. In secondo luogo, la Russia non si è scomposta quando le navi da guerra della NATO e degli Stati Uniti sono entrate nel Mar Nero per una prova di forza davanti alla base navale di Sebastopoli. In terzo luogo, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia ignorando le proteste degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e della NATO. Sta inoltre per creare basi militari nei due paesi per contrastare le basi degli Stati Uniti nel Mar Nero sulle coste orientali della Romania.

Ma ci sono anche realtà più vaste. Primo, la Russia fatto capire di essere decisa ad affermare i propri legittimi interessi. Secondo, non accetterà più quella sorta di fatto compiuto che si è vista presentare dall'Occidente nei Balcani negli anni Novanta o in Kosovo lo scorso febbraio. Insiste invece nel voler essere attivamente protagonista nella sua regione e nel mondo. Terzo, gli Stati Uniti devono abituarsi a negoziare con la Russia da pari a pari e con reciproco vantaggio. Quarto, la Russia praticamente non ha vulnerabilità economiche che l'Occidente possa manipolare. Né è particolarmente in debito con l'Occidente. Sarebbe comico se l'Occidente si mettesse a sventolare la carta del G8 o dell'ingresso nella WTO per spaventare la Russia.

Quinto, la Russia post-sovietica non è intralciata da futili bagagli ideologici, né rischia l'isolamento per aver respinto il mondo “unipolare”. Promuovendo il multilateralismo e un ordine democratico mondiale riecheggia lo spirito dei nostri tempi e l'opinione mondiale prevalente. Sesto, la Russia è tuttora convinta della validità di una politica estera non orientata allo scontro e “multivettoriale” per il perseguimento ottimale dei propri interessi nazionali in quanto potenza eurasiatica.

Dunque, come ha scritto sul quotidiano China Daily uno studioso cinese di spicco, Fu Mengzi, Vice Presidente dell'Istituto Cinese per le Relazioni Internazionali Contemporanee, “il fatto che la Russia abbia tenuto testa all'Occidente su questa vicenda significa che si è finalmente conclusa l'epoca in cui la Russia doveva permettere alle potenze occidentali di fare tutto ciò che volevano. Come grande potenza risorgente, la Russia ha scoperto la propria profonda energia... e la volontà di essere la potenza in ascesa che è”. Fu osservava che sono finiti i tempi in cui la Russia voleva “entrare nell'ordine mondiale dominato dall'Occidente”, e che la causa di questo va cercata nel “timore profondamente radicato e [nella] diffidenza delle potenze occidentali nei confronti delle altre potenze in ascesa”.

Aspetto interessante, Fu concludeva che ciò che importa non è tanto che la Russia possa cercare di cambiare il sistema internazionale quanto il fatto che “sta mutando l'epoca segnata dal dominio di in un'unica superpotenza o dell'alleanza occidentale”. È vero, i paesi delle regioni più remote stanno osservando con attenzione il modo in cui si sta configurando il mondo di domani. Nel Caucaso le armi tacevano da poco che già Mosca cominciava a ricevere importati visite da regioni vicine: il Primo Ministro turco Recep Erdogan, il Presidente siriano Bashar al-Assad, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki e il Presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev.

Stanno per giungere a Mosca il Presidente venezuelano Hugo Chavez e quello nicaraguense Daniel Ortega. Il Ministro degli Esteri russo ha espresso indignazione per i tentativi statunitensi di deporre il boliviano Evo Morales, fedele alleato di Chavez.

I bombardieri strategici russi sono ricomparsi nei cieli dei Caraibi; la Russia e Cuba collaboreranno nel settore della comunicazione spaziale; una flotta russa che comprenderà la portaerei a propulsione nucleare Pietro il Grande sarà impegnata in esercitazioni con il Venezuela in novembre.

Per quanto riguarda l'India, però, è il Medio Oriente ad assumere particolare importanza. Non solo la regione è adiacente alla nostra, ma il teatro mediorientale è sempre stato fondamentale nel configurare il mondo del futuro. Mosca è decisa a far sì che la storia di isolamento della Guerra Fredda non si ripeta nel Medio Oriente. Sono in corso dialoghi per riaprire la base navale sovietica nel porto siriano di Tartus. Il Ministro degli Esteri russo ha reso pubblico che durante l'incontro a porte chiuse dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) svoltosi a New York venerdì 26 settembre "Noi [la Russia] ci siamo opposti a nuove sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [contro Teheran] allo stadio attuale. La Russia ha sottolineato la necessità di continuare i tentativi di coinvolgere Teheran in un dialogo costruttivo con l'obiettivo di avviare un processo negoziale”.

La autorità russe hanno anche reso noto che Mosca aiuterà l'Iran a potenziare i suoi sistemi di difesa aerea in aggiunta ai 29 sistemi missilistici Tor-M1 di fabbricazione russa già forniti in base a un contratto di 700 milioni di dollari. Ma soprattutto la Russia ha proposto un coordinamento formale e una vasta cooperazione con l'OPEC.

Tutto questo allarma l'Occidente. Nonostante nelle ultime settimane sia stato il più feroce critico del Cremlino nel mondo occidentale, il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha invitato il Presidente russo Dmitrij Medvedev a un summit sull'energia che si terrà a Londra in dicembre. Creando sconcerto a Washington, l'Unione Europea ha dato segnali di voler riprendere i negoziati per un nuovo accordo di cooperazione con Mosca. Di recente Henry Kissinger ha definito un "terremoto politico ed economico" il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana che la triplicazione del prezzo del petrolio in 7 anni rappresenta per il Medio Oriente. Se la Russia intensificherà l'intesa con i paesi dell'OPEC questo costituirà un terremoto devastante del 10° grado della scala Richter, dando loro quella che Kissinger ha chiamato “un'influenza politica sproporzionata sugli affari mondiali”.

“E tuttavia le vittime assistono impotenti... Questa situazione nel lungo periodo è intollerabile”, ha scritto, sottolineando quanto il mondo sia cambiato da quando Bush ha ricevuto Singh nello Studio Ovale, nel luglio del 2005. Il partenariato strategico USA-India, che sembrava imminente e che si sarebbe concentrato su quello che i nostri analisti strategici chiamano “ampio interesse convergente” dei due paesi a “promuovere congiuntamente” la sicurezza regionale nell'Hindu Kush, nello Stretto di Malacca e nel Golfo Persico, sembra essere diventato del tutto inutile.

Fonte: The Hindu

Originale pubblicato il 26 settembre 2008

Etichette: , , , ,

venerdì, luglio 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

Etichette: , , , , ,