lunedì, aprile 06, 2009

Lessico della resistenza secondo Gilad Atzmon

Lessico della resistenza

di Gilad Atzmon

Quello che segue è un tentativo di presentare il mio personale dizionario di quelli che sembrano essere i termini e i concetti più pregnanti che ricorrono quando si parla di solidarietà con il popolo palestinese e di opposizione alla guerra.

Palestina – un pezzo di terra sulla costa orientale del Mediterraneo. Per molti anni la Palestina è stata la casa del popolo palestinese: musulmani, cristiani ed ebrei che hanno vissuto in pace e armonia per centinaia di anni. Alla fine del XIX secolo, con l'emergere del nazionalismo europeo, pochi ebrei decisero che gli ebrei non dovevano restarne esclusi. Si inventarono allora i concetti di “popolo ebraico”, “storia ebraica” e “nazionalismo ebraico”. Decisero di insediare la maggioranza degli ebrei del mondo in Palestina. Con il passare del tempo il progetto nazionale ebraico, cioè il sionismo, divenne sempre più feroce e sinistro. Nel 1949 il 70% della popolazione palestinese autoctona era già stata etnicamente epurata. Oggi la maggioranza dei palestinesi vive dietro il filo spinato in uno stato di terrore sotto la vigilanza dei soldati israeliani.

Ebrei – il popolo che si trova a identificarsi come ebrei. Gli ebrei non sono una razza, non seguono neanche un unico sistema di convinzioni. Mi sono dato una regola. Mi rifiuto categoricamente di trattare “gli ebrei” come una collettività o un gruppo etnico. Mi limito a criticare la politica, l'ideologia e l'identità ebraiche.

Ebraismo – una delle tante religioni praticate dagli ebrei (Ebrei per Gesù, Ebrei per Buddha, Ebrei per Allah e così via). Benché l'Ebraismo contenga alcuni aspetti e precetti non-etici, l'unico gruppo autenticamente alla ricerca della pace nel popolo ebraico è di fatto una setta religiosa ortodossa, cioè gli Ebrei della Torah. Questo fatto basta a rendermi molto prudente quando critico l'Ebraismo in quanto religione. Trattando dell'Ebraismo, mi limiterei alla critica di interpretazioni del razzismo talmudico e della spoliazione genocida orientata biblicamente della Palestina.

Ebraicità – Ideologia ebraica, le interpretazioni di ciò che significa essere ebreo da parte di coloro che si considerano ebrei. L'ebraicità è il fulcro dell'identità ebraica, è una nozione dinamica. È difficile metterla a fuoco. Pur astenendosi dal criticare gli ebrei (il popolo) e l'Ebraismo (la religione), elaborare sul concetto di ebraicità è doveroso, soprattutto tenendo conto dei crimini commessi dallo Stato ebraico nel nome del popolo ebraico. Finché lo Stato ebraico colpisce la popolazione civile con il fosforo bianco, è nostro dovere morale chiederci: Chi sono gli ebrei? Cosa rappresenta l'Ebraismo? Cos'è l'ebraicità?

Palestina contro Israele – la Palestina è un paese, Israele è uno stato.

Palestinesi – attualmente le vittime che hanno sofferto più a lungo dell'abuso coloniale razzista e del terrorismo di stato. I palestinesi sono i soli veri abitanti indigeni della Palestina. Nel Medio Oriente sono sparsi 4.300.000 palestinesi. Ci sono palestinesi che sono riusciti a conservare la loro terra ma si vedono negati i diritti civili, mentre altri vivono sotto occupazione militare. La causa palestinese è essenzialmente la richiesta etnicamente fondata del popolo palestinese di fare ritorno alla propria terra. Terra che appartiene a loro e a loro soltanto. La causa palestinese è la richiesta di smantellare lo Stato ebraico e di costituire al suo posto uno Stato dei suoi Cittadini.

Sionismo – l'interpretazione pratica, nazionale e coloniale dell'ideologia ebraica. Afferma che gli ebrei hanno diritto a una casa nazionale a Sion (Palestina) a scapito del popolo palestinese. Il sionismo è una filosofia razzista coloniale che pratica tattiche genocide. È un precetto orientato biblicamente. Benché il Sionismo si sia inizialmente presentato come un movimento laico, fin dalle origini ha trasformato la Bibbia da testo religioso a libro del catasto.

Israele – lo Stato ebraico è un concetto politico razzista. È un luogo in cui si celebra istituzionalmente la supremazia ebraica. Israele è un luogo dove il 94% della popolazione appoggia l'uso di fosforo bianco su civili innocenti. Israele è il luogo in cui gli ebrei possono riversare la loro vendetta sui gentili.

Resistenza palestinese – l'esercizio del diritto etico di resistere a un invasore che pratica la pulizia etnica e il razzismo.

Bomba demografica – Israele possiede molte bombe, bombe a grappolo, bombe molotov, bombe atomiche, armi di distruzione di massa, ecc. I palestinesi ne hanno una sola, quella demografica. I palestinesi costituiscono la maggioranza della popolazione tra il Mediterraneo e il Giordano. Questo fatto di per sé definisce la qualità temporale dell'Idea di Stato ebraico in Palestina.

Sionismo contro ebraicità – è difficile e forse impossibile determinare dove finisce il sionismo e inizia l'ebraicità. Il sionismo e l'ebraicità formano un continuum. A quanto pare, il sionismo è diventato l'identificatore simbolico dell'ebreo contemporaneo. Ciascun ebreo viene identificato da se stesso e dagli altri facendo riferimento alla bussola sionista (sionista, anti-sionista, indifferente al sionismo, ama il sionismo ma odia Israele, ama Israele ma odia i falafel e così via).

Ebraismo laico e fondamentalismo ebraico laico – negli ultimi due secoli il laicismo è stato un precetto molto popolare presso gli ebrei. La forma ebraica di laicismo è molto simile all'ebraismo rabbinico. È fondamentalmente monoteista, crede in una sola verità (Dio è morto fino a nuovo avviso). Pratica la supremazia razziale, è estremamente intollerante verso gli altri in generale e verso i musulmani in particolare, promuove guerre in nome dei lumi, del liberalismo, della democrazia e perfino in nome delle vittime future.

Sindrome da Stress Pre-Traumatico – lo stato mentale che porta il 94% della popolazione israeliana ad appoggiare i bombardamenti della popolazione civile. Nella condizione di Sindrome da Stress Pre-Traumatico (Pre-TSD), lo stress è l'esito di un evento immaginario, un episodio di fantasia inserito in un contesto futuro; un evento che non ha mai avuto luogo. Nella Pre-TSD, un'illusione anticipa la realtà e la condizione in cui la fantasia del terrore diventa essa stessa realtà. Se portata agli estremi, neanche la guerra totale contro il resto del mondo è una reazione impensabile. Diversamente dalla paranoia, nella quale il paziente è vittima dei propri sintomi, nel caso della Pre-TSD il paziente celebra i propri sintomi mentre gli altri vengono relegati al ruolo di pubblico o di vittima. I malati di Pre-TSD nel mondo della stampa e dei media premono per il conflitto globale. Quando vanno al potere si limitano a spargere morte tutt'attorno. Riescono a vedere minacce praticamente ovunque. Chi è affetto da Pre-TSD chiederà che si rada al suolo l'Iran e difenderà la campagna militare dell'esercito israeliano perché teme per la propria esistenza. Il paziente che soffre di Pre-TSD è alquanto prevedibile e per una ragione o per l'altra sposa sempre cause non-etiche.

Jihad – la lotta per migliorare se stessi e la società. Il Jihad è il tentativo di conquistare un'armonia tra sé e il mondo. Serve a colmare il divario tra l'amore di sé, il sé che ama e l'amore per gli altri. La Jihad è la risposta al concetto di popolo eletto.

Olocausto –
un capitolo assolutamente devastante del recente passato ebraico. Sarebbe difficile immaginare la creazione dello Stato ebraico senza gli effetti dell'Olocausto. È tuttavia impossibile negare il fatto che i palestinesi hanno finito per pagare il carissimo prezzo di crimini commessi contro gli ebrei da un altro popolo (gli europei). Dunque avrebbe senso affermare che se gli europei si sentono in colpa per l'Olocausto dovrebbero avere ancora più a cuore le sue vittime ultime, cioè i palestinesi.
Va detto che a causa di una legislazione che limita il libero studio accademico dell'Olocausto, quest'ultimo non viene più trattato come un capitolo storico. Viene invece considerato da molti studiosi come un racconto religioso (la religione dell'Olocausto). Chi non ubbidisce alla religione e non segue le sue restrizioni viene cacciato, escluso e rinchiuso. L'incapacità di far sì che l'Olocausto restasse un vivido capitolo storico ha trasformato la storia ebraica in un vaso di Pandora sigillato da proibizioni, restrizioni legali e varie forme di minaccia. In un ideale “mondo libero” ci sarebbe consentito di studiare l'Olocausto, di considerarlo un capitolo storico e di trarne alcune lezioni. Ciò significherebbe anche discutere del suo significato. In un mondo (libero) ideale, ci sarebbe anche consentito di chiederci come mai, volta per volta, gli ebrei hanno sempre finito per essere disprezzati e detestati dai loro vicini. In un mondo (libero) ideale gli ebrei avrebbero la possibilità di imparare dai loro errori del passato. Per ora, se vogliamo rimanere liberi, è meglio se evitiamo di mettere in discussione il passato.

Il significato dell'Olocausto – l'Olocausto fornisce agli ebrei e agli altri due ovvie lezioni. Una è universale e quasi semplicistica, e dice: “NO al razzismo”. Come predissero alcuni intellettuali ebrei dopo la guerra, ci si aspettava che gli ebrei guidassero la lotta contro il razzismo. A quanto pare non è successo. Non solo non è successo, ma lo Stato ebraico è diventato l'estrema forma di pratica razzista. Tre anni dopo la liberazione di Auschwitz il neonato Stato ebraico epurò etnicamente con ferocia la grande maggioranza dei palestinesi autoctoni. Ormai lo Stato ebraico non tenta neanche più di mascherare il suo programma razzista, cioè lo Stato per soli ebrei.
La seconda lezione che può essere tratta dall'Olocausto è molto meno astratta, è anzi molto pragmatica. Suggerisce agli ebrei di “essere consapevoli delle loro azioni”. Suggerisce agli ebrei di “agire moralmente o almeno fingere di farlo”. A quanto pare questa lezione viene totalmente ignorata. Nello Stato ebraico giovani soldati dell'esercito indossato magliette che raffigurano donne palestinesi incinte al centro di un mirino, con l'inquietante scritta “1 shot 2 kills” [un colpo, due morti: due piccioni con una fava, N.d.T.]. Nello Stato ebraico i civili sono stati colti a fare picnic mentre guardavano il loro esercito che sganciava armi non convenzionali sulla vicina popolazione palestinese. La realtà israeliana e l'energico lobbismo ebraico nel mondo descrivono il rigetto totale di qualsivoglia giudizio etico o condotta morale. Che si tratti della pratica genocida contro il popolo palestinese o delle pressioni a favore di un numero sempre maggiore di conflitti globali. Se il significato dell'Olocausto fosse stato interiorizzato, i diversi aspetti di questo comportamento inumano avrebbero dovuto essere affrontati e debellati.
Tuttavia, pur con il divieto di rivisitare la nostra storia, abbiamo ancora il diritto di riflettere sulla brutalità nazista nei confronti degli ebrei alla luce dei crimini dello Stato ebraico in Palestina. Pare che non esista ancora alcuna legislazione che ci proibisca di farlo.

Hamas – partito politico eletto nel 2006 dal popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Da allora Israele ha bloccato i pagamenti dovuti a Gaza, causando il crollo dell'economia palestinese. Ha messo sotto assedio Gaza per mesi, affamando la popolazione civile. E tuttavia Hamas ha dimostrato ancora una volta la capacità di resistenza del popolo palestinese. Malgrado le tattiche genocide di Israele, malgrado l'IDF abbia preso di mira bambini, donne e anziani, la popolarità di Hamas aumenta di giorno in giorno e tanto più dopo l'ultimo conflitto di Gaza. È ormai evidente che Israele non ha i mezzi per combattere la resistenza islamica. In altre parole, Israele ha i giorni contati.

I guardiani – per molti anni le istanze di solidarietà con la Palestina sono state fatte a pezzi da chi affermava di sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Queste persone dicevano anche di sapere cosa fosse degno oggetto di discussione e quali argomenti dovessero invece essere lasciati cadere. Inizialmente questi guardiani cercarono di reclutare il movimento palestinese per combattere l'antisemitismo. Un'altra idea bizzarra era usare il popolo palestinese come una cavia da laboratorio per un esperimento di socialismo dogmatico.
Grazie al crescente successo della resistenza palestinese e islamica, il potere dei Guardiani è ora ridotto a zero. Benché insistano nell'esercitare i loro poteri, la loro influenza è limitata a cellule essenzialmente ebraiche.

Antisemiti – in passato gli antisemiti erano quelli a cui non piacevano gli ebrei, oggi gli antisemiti sono quelli che non piacciono agli ebrei. Dato il crescente divario tra lo Stato ebraico e le sue lobby da una parte e il resto dell'umanità dall'altra, abbiamo buone ragioni per ritenere che presto l'umanità intera verrà denunciata come antisemita da una qualche lobby ebraica.

Antisemitismo – un significante fuorviante. Benché si riferisca a sentimenti anti-ebraici, dà l'impressione che questi sentimenti siano motivati od orientati etnicamente. Dev'essere chiaro che gli ebrei non sono una razza e non costituiscono un continuum razziale. Dunque nessuno odia gli ebrei per la loro razza o la loro identità razziale.
Ricordando i crimini israeliani e l'attività delle lobby ebraiche nel mondo, i sentimenti anti-ebraici dovrebbero essere visti come una reazione politica, ideologica ed etica. È la reazione a uno stato criminale e all'appoggio incondizionato che riceve dagli ebrei in tutto il mondo. Benché il risentimento nei confronti del sionismo, di Israele e delle lobby ebraiche sia alquanto razionale, l'incapacità di distinguere tra gli “ebrei” e il sionismo è invece molto problematica e pericolosa soprattutto in considerazione del fatto che molti ebrei non hanno niente a che fare con il crimine sionista. Tuttavia, a causa del vasto appoggio istituzionale fornito a Israele, è tutt'altro che facile determinare dove finiscono gli “ebrei” e dove inizia il sionismo. Di fatto non c'è una chiara linea di demarcazione o un punto di transizione. La conseguenza è evidente, gli ebrei sono collettivamente coinvolti nei crimini del loro progetto nazionale. Una soluzione ovvia per gli ebrei è quella di opporsi al sionismo come individui, un'altra opzione è quella di opporsi al sionismo nel nome della Torah, ed è anche possibile per gli ebrei rifuggire l'ideologo tribale che hanno in sé.

Amore di sé – la convinzione che di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente giusto, morale e unico. È l'interpretazione laica della condizione di eletto.

Odio di sé –
la convinzione di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente sbagliato, immorale e ordinario. Questa condizione può anche costituire il punto di partenza per una ricerca etica spirituale.

Brodo di pollo – è quello che resta quando si toglie all'identità ebraica il giudaismo, il razzismo, lo sciovinismo, il fosforo bianco, la supremazia, le bombe a grappolo, il laicismo, il sionismo, l'intolleranza, il reattore nucleare di Dimona, il cosmopolitismo, la tendenza genocida, ecc. L'ebreo può sempre tornare al brodo di pollo, l'identificatore simbolico iconico dell'affiliazione culturale ebraica. Ben venga l'ebreo che dice: “Non sono religioso né sionista, non sono un banchiere, non mi chiamo Madoff, non sono un 'amico laburista di Israele' né un Lord né assomiglio a un bancomat. Sono solo un piccolo ebreo innocente perché la mia mama’le mi dava il brodo di pollo quando non mi sentivo bene”. Ammettiamolo una volta per tutte, il brodo di pollo non è poi così pericoloso (se non si è polli). Mia nonna mi ha insegnato che fa molto bene. Infatti l'ho provato nell'inverno del 1978, ché allora avevo l'influenza. È servito, adesso mi sento meglio.


Originale: Lexicon of resistance

Articolo originale pubblicato il 30/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 26, 2009

Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 05, 2009

Vivere con i giorni contati in una terra rubata

Vivere con i giorni contati in una terra rubata
di Gilad Atzmon

La comunicazione con gli israeliani può lasciare stupefatti. Anche ora che l'aviazione israeliana sta assassinando alla luce del sole centinaia di civili, persone anziane, donne e bambini, gli israeliani riescono a convincersi di essere le vere vittime di questa violenta saga.

Chi conosce bene gli israeliani si rende conto che sono completamente disinformati sulle radici del conflitto che domina le loro vite. Spesso sono capaci di mettere insieme ragionamenti rocamboleschi che possono avere senso nelle argomentazioni israeliane ma fuori della loro realtà non ne hanno alcuno. Sono ragionamenti di questo tenore: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andare in Egitto, in Siria, in Libano o in qualsiasi altro paese arabo?” Un'altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “di cosa si lamentano questi palestinesi? Gli abbiamo dato acqua, elettricità, istruzione e in cambio vogliono solo buttarci a mare”.

Per strano che possa sembrare, perfino gli israeliani della cosiddetta “sinistra” e della “sinistra” colta non riescono a capire chi sono i palestinesi, da dove vengono e cosa vogliono. Non riescono a capire che per i palestinesi la Palestina è loro casa. Incredibilmente gli israeliani non riescono a capire che Israele è stato costruito a scapito del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, le città, i campi, i frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono gente espropriata da Beer Sheva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri villaggi e città. Se vi chiedete perché mai gli israeliani non conoscano la loro storia, la risposta è semplice: non gli è mai stata raccontata. Le circostanze che hanno condotto al conflitto israelo-palestinese sono ben nascoste nella loro cultura. Le tracce della civiltà palestinese anteriori al 1948 sono state spazzate via. Non solo la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi autoctoni compiuta nel 1948, non fa parte della memoria collettiva israeliana, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun contesto accademico o ufficiale israeliano.

Al centro di quasi tutte le città israeliane c'è un monumento che commemora il 1948 ed è costituito da una strana composizione quasi astratta di tubi. La scultura si chiama Davidka ed è in realtà un mortaio israeliano usato nel 1948. Va notato che la Davidka era un'arma estremamente inefficace. Aveva una portata non superiore ai 300 metri e i suoi proiettili causavano danni molto limitati. Anche se la Davidka arrecava scarsi danni, faceva però molto rumore. Secondo la storia ufficiale israeliana, gli arabi, cioè i palestinesi, quando sentivano da lontano i colpi della Davidka scappavano terrorizzati. Secondo la versione israeliana, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, facevano un paio di botti e gli “arabi codardi” scappavano come degli idioti. La versione ufficiale israeliana non fa parola dei molti premeditati massacri condotti dal neonato Esercito di Difesa israeliano e dalle unità paramilitari che lo precedevano. Non fa parola neanche delle leggi razziste che impedirono il ritorno dei palestinesi nelle loro case e nelle loro terre [1].

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.

Questa settimana abbiamo saputo un po' di più della capacità balistica dell'Hamas. Evidentemente l'Hamas finora ha scelto di contenere le proprie azioni contro Israele, rinunciando per molto tempo ad allargare il conflitto a tutto il sud di Israele. Mi viene da pensare che gli sporadici lanci di Qassam su Sderot e Ashkelon non fossero che un messaggio dei palestinesi assediati. Erano in primo luogo un messaggio alla terra rubata, ai propri campi e frutteti: “Nostra terra amata, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te. Prima o poi, ma più prima che poi, torneremo e ricominceremo da dove ci eravamo fermati”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi, laggiù, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che lo capiate o no, vivete sulla nostra terra rubata. Fareste meglio a sloggiare perché avete i giorni contati, la nostra pazienza è agli sgoccioli. Noi, i palestinesi, non abbiamo più niente da perdere”.

Ammettiamolo: realisticamente la situazione di Israele è molto grave. Due anni fa furono i razzi dell'Hezbollah a colpire il nord del paese. Questa settimana l'Hamas ha dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al sud di Israele un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso dell'Hezbollah che in quello dell'Hamas, Israele è rimasto senza risposta militare. Potrà uccidere civili, certo, ma non riesce a fermare il lancio di razzi. L'Esercito di Difesa israeliano non ha gli strumenti per proteggere Israele, a meno che coprirlo con un tetto di cemento armato non sia una soluzione praticabile. In fin dei conti forse ci stanno pensando.

Ma questa non è la fine della storia. Anzi, ne è solo l'inizio. Ogni esperto di Medio Oriente sa che l'Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania nel giro di poche ore. Di fatto l'Autorità palestinese e Fatah la controllano solo grazie alle forze israeliane. Una volta presa la Cisgiordania, la numerosa popolazione israeliana del centro sarà in balia di Hamas. Per chi non lo capisca, sarebbe la fine dell'Israele ebraico. Potrà accadere oggi, potrà accadere tra tre mesi o tra cinque anni, non è una questione di “se” ma di “quando”. Allora tutto Israele sarà sotto il tiro dell'Hamas e dell'Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in pezzi. Una villetta a schiera nel nord di Tel Aviv costerà come una baracca a Kiryat Shmone o Sderot. Quando un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

Originale: Living on Borrowed Time in a Stolen Land

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, gennaio 04, 2009

Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti

Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti
da Missing Links


L'invasione di terra israeliana della Striscia di Gaza è iniziata sabato dopo il tramonto, ed è stata preceduta, dice il New York Times, da una distribuzione di volantini in "alcuni quartieri residenziali" che avvertivano i residenti di evacuare questi distretti. Si tratta di un nuovo elemento nei piani israeliani; nuovo in termini di attuazione, anche se sappiamo che la rimozione dei civili palestinesi è stata discussa e approvata in linea di principio a una riunione del gabinetto del marzo scorso, subito dopo una visita di Condi Rice. AlQuds AlArabi ha pubblicato il 6 marzo 2008 questa sintesi di un servizio dellaTV israeliana:

Ieri, mercoledì, il secondo canale della televisione israeliana ha rivelato che il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha ottenuto il via libera da parte dell'Ufficio di Sicurezza e dal Consiglio Politico dei Ministri, che si è riunito ieri per decidere come porre fine al problema dei razzi Qassam, per avviare l'attuazione di un nuovo piano volto a far cessare il problema dei razzi Qassam palestinesi lanciati nel sud di Israele.

Il servizio televisivo cita fonti di alto livello della sicurezza, secondi le quali Barak vorrebbe un piano per la rimozione di decine di migliaia di palestinesi dal nord della Striscia di Gaza, vale a dire dalla regione che la resistenza utilizza per il lancio di questi razzi, e per spostarli verso Gaza City e confinarli li. Il cronista israeliano ha aggiunto che Barak sta chiedendo consiglio a consulenti legali nel Ministero della Difesa, al fine di ottenere l'autorizzazione legale per l'eliminazione della popolazione civile palestinese. Barak sta anche consultando il professor David Friedmann, ministro degli Affari israeliani [ministro della Giustizia], che sostiene sanzioni più pesanti contro Gaza per porre fine al lancio di razzi, al fine di ottenere la sua autorizzazione ad iniziare l'esecuzione del piano.

Il reporter ha detto che, una volta che [o se] il piano sarà operativo, questo dovrebbe iniziare immediatamente: nella prima fase ci sarebbe un lancio di volantini che consiglierebbero ai residenti di lasciare le loro case, oltre a speciali annunci radio in lingua araba diretti ai residenti, e in caso i residenti non rispettassero le avvertenze l'esercito di occupazione inizierebbe il bombardamento delle zone abitate, al fine di costringerli a lasciare le loro case e andarsene a Gaza City.

Il Consiglio [dei ministri], che si è riunito ieri dopo la partenza del segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha sottolineato di il proprio disaccordo con il precedente piano dell'esercito per una fine [solo] parziale del lancio di razzi Qassam. E il Consiglio ha deciso di prendere di mira i leader di Hamas, politici e militari, e distruggere ogni simbolo dell'autorità di Hamas nella Striscia di Gaza.


Notare il riferimento alla "autorizzazione legale per la rimozione dei civili palestinesi", e anche il fatto che questo è avvenuto subito dopo una visita di Condi. Notare anche che sono rimaste solo due settimane e mezzo all'amministrazione americana che ha dato al mondo Condi Rice, e la distribuzione dei volantini con l'avviso di evacuazione e l'invasione sono ormai iniziati.

(Grazie a Siun per aver trovato questo pezzo, così come quello del Jerusalem Times che sostanzialmente lo conferma).

Notare anche che questa non è un'effettiva "pulizia etnica". Spencer Ackerman, scrivendo sul sito di centro-sinistra Firedoglake, a difesa dell'amministrazione israeliana dice che il servizio della televisione israeliana non può essere vero perché si riferisce a qualcosa di "troppo mostruoso", e cioè la pulizia etnica. Ma non è così. Si riferisce solo al successivo passo logico in un processo di continua oppressione, vale a dire l'evacuazione forzata dei quartieri. Inoltre, sappiamo già che il piano è in corso d'attuazione, perché cos'altro potrebbe essere una distribuzione di volantini che avvisa le persone di andarsene, trovandosi di fronte un'invasione con carri armati, elicotteri e fanteria, se non l'evacuazione forzata dei quartieri.

L'importanza del servizio citato non è solo di dimostrare che è stata presa questa nuova misura che necessitava un'"autorizzazione legale", ma anche che è giunta subito la visita di Condi.

Spencer vuole farci sorvolare sulla questione dell'evacuazione forzata, con l'argomento fantoccio che non potrebbe essere possibile attuare una politica tanto mostruosa come la pulizia etnica. Afferma che in realtà l'amministrazione israeliana non ha una politica a sostegno di questa invasione. Ottimo. Non colpevole perché non ha una politica in materia, dice. Dubito che saranno in grado di far passare questo ragionamento, ma vedremo.

Originale: The next step in Gaza: Forced evacuations of residential districts

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venerdì, gennaio 02, 2009

Le Nazioni Unite complici del massacro di Gaza?

Le Nazioni Unite sono complici del massacro di Gaza?

di Omar Barghouti

Una persona amica mi ha inoltrato gli auguri di buon anno più originali: “Che il 2009 sia un anno orribile per tutti i criminali di guerra e i loro complici”. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se alcuni alti funzionari delle Nazioni Unite possano essere messi tra questi “complici”.

Negli ultimi due giorni vari rappresentanti delle Nazioni Unite hanno dichiarato che la percentuale di civili palestinesi uccisi nell'attuale guerra di aggressione di Israele contro Gaza è di circa il “25%” e “probabilmente destinata ad aumentare”. Anche ipotizzando le migliori intenzioni, la dichiarazione di una cifra così dolorosamente bassa riflette o uno scarso lavoro di ricerca o una scandalosa incompetenza. Nel peggiore dei casi, rivela un tentativo di disinformazione e di inganno che può solo avvantaggiare la già enorme e ben oliata macchina propagandistica israeliana.

La complicità delle Nazioni Unite nella guerra di propaganda di Israele è l'ultima, benché spesso tralasciata, dimensione della profonda incapacità dell'organizzazione internazionale di difendere i propri principi, tra i quali spiccano la prevenzione della guerra e la promozione della pace, quando questo compito rischia di suscitare le ire del padrone americano e dell'influentissima lobby israeliana. Non solo il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha tradito la Carta dell'Organizzazione e tutti i principi fondamentali del diritto internazionale mancando perfino di condannare il massacro di civili e l'attacco a istituzioni civili e quartieri residenziali compiuti da Israele; l'intero sistema delle Nazioni Unite ha gestito l'aggressione come una “guerra” tra due antagonisti relativamente simmetrici, in cui il più forte ha sufficienti giustificazioni per “difendersi” ma dovrebbe farlo in modo più proporzionato, mentre il più debole è principalmente responsabile di aver innescato il “conflitto armato”.

Adesso gli alti rappresentanti dell'ONU – con l'eccezione del Relatore Speciale per i diritti umani nei Territori Occupati, Richard Falk, che è una persona coraggiosa e dai saldi principi, e pochi altri – si stanno concentrando solo sulle “donne e bambini” vittime del massacro, insinuando anche se involontariamente che tutti gli uomini palestinesi di Gaza sono un bersaglio lecito per la macchina omicida di Israele. Le decine di poliziotti palestinesi fatti a pezzi nelle prime ore del massiccio attacco dell'aviazione israeliana sono stati dunque più o meno liquidati dall'irresponsabile contabilità delle Nazioni Unite come “combattenti” dell'Hamas che potevano essere colpiti impunemente. E questo per non parlare dei tanti insegnanti, medici, operai, contadini e disoccupati uccisi dal bombardamento indiscriminato dei loro posti di lavoro, uffici pubblici, case e strade e che non sono stati inseriti nel numero delle vittime civili della baldoria omicida di Israele.

Ma soprattutto le dichiarazioni dell'ONU non solo riducono quasi mezzo milione di uomini palestinesi di quella costa misera, tormentata e occupata al rango di “militanti”, “combattenti” estremisti, o come i media occidentali incredibilmente ma tipicamente poco obiettivi preferiscono oggi chiamarli quando parlano dei crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati a Gaza da Israele, secondo il giudizio di alcuni esperti di diritto internazionale; li trattano anche come criminali già processati e condannati che meritano la pena capitale che Israele ha loro riservato. Non sono un esperto di storia della Nazioni Unite ma credo che tutto ciò segni un nuovo minimo storico e stabilisca un precedente disumanizzando un'intera popolazione maschile adulta in una regione di “conflitto” e giustificando dunque il suo massacro o almeno tacitamente perdonandolo. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, poiché questi stessi rappresentanti delle Nazioni Unite hanno sinistramente osservato in silenzio o perfino indirettamente giustificato, in un modo o nell'altro, l'assedio israeliano di Gaza che Falk ha descritto come un “preludio al genocidio” paragonandolo ai crimini nazisti.

Volendo essere magnanimi e concedere a quegli alti funzionari dell'ONU il beneficio del dubbio – e io non lo raccomando, date le proporzioni del massacro e la loro dimostrabile complicità – si potrebbe ipotizzare che non sappiano come classificare le migliaia di vittime palestinesi ferite o uccise nella guerra di Israele contro Gaza. Una rapida lettura dei comunicati stampa dell'esercito israeliano e dei rapporti delle organizzazioni dei diritti umani, tuttavia, escludono immediatamente la possibilità che la percentuale del 25% citata dalle Nazioni Unite sia la conseguenza dell'incompetenza patologica o dell'inettitudine tecnica che vengono normalmente riconosciute come marchi di fabbrica dell'organizzazione.

Un recente articolo pubblicato sul Washington Post, per esempio, citava le parole di un alto ufficiale dell'esercito israeliano: “L'Hamas ha molti aspetti e noi stiamo cercando di colpirne l'intero spettro, perché tutto è collegato e tutto sostiene il terrorismo contro Israele”. Un portavoce dell'esercito israeliano è andato oltre, dichiarando: “Tutto ciò che è affiliato all'Hamas è un bersaglio legittimo”. Dato che nel ghetto di Gaza l'Hamas è il partito di governo – dopo tutto è stato democraticamente eletto – e la sua rete di organizzazioni sociali e filantropiche è la principale fonte di servizi sociali per la popolazione assediata e impoverita, questo significa che tutte le infrastrutture civili di Gaza possono essere considerate “affiliate” all'Hamas: scuole pubbliche, ospedali, università, organi giudiziari, polizia, vigili, impianti di trattamento dei liquami e di depurazione dell'acqua, ministeri che forniscono servizi vitali alla popolazione, moschee, teatri e molte istituzioni non-governative.

Se al lettore questa può sembrare un'esagerazione, gli ricordo che nelle prime ore del primo giorno del nuovo anno l'aviazione israeliana ha già bombardato a Gaza i seguenti “bersagli”: il Consiglio Legislativo Palestinese, il Ministero dell'Istruzione e il Ministero della Giustizia. In precedenza erano state polverizzate varie moschee. Lo stesso può dirsi degli edifici principali dell'Università Islamica di Gaza, frequentata da 20.000 studenti. Non sono state risparmiate neanche le ambulanze e le abitazioni private.

Perfino B'Tselem, l'importante organizzazione dei diritti umani di Israele che spesso diffonde rapporti epurati, “equilibrati” o selettivi concentrandosi sulla condotta meno criminale di Israele nei Territori Occupati, è stata costretta a concludere che l'esercito israeliano stava mirando intenzionalmente a “ciò che appaiono chiaramente come bersagli civili” “non impegnati in un'azione militare contro Israele”, senza fare distinzione tra civili di sesso maschile e femminile. In un rapporto dell'organizzazione diffuso il 31 dicembre stava scritto:

Per esempio l'esercito ha bombardato l'edificio della polizia a Gaza uccidendo, a quanto risulta, 42 palestinesi che frequentavano un corso di addestramento e si trovavano in formazione al momento del bombardamento. I partecipanti al corso studiano primo soccorso, gestione dei disordini, diritti umani, protezione civile e via dicendo. Dopo il corso gli agenti vengono assegnati ai vari corpi di polizia di Gaza responsabili del mantenimento dell'ordine pubblico.

Un altro esempio è il bombardamento di ieri delle sedi del governo. Tra queste il Ministero degli Esteri e il Ministero del Lavoro, dell'Edilizia e delle Abitazioni. Un annuncio fatto dall'Ufficio del portavoce [dell'esercito israeliano] a proposito di questo attacco dichiarava che “L'attacco era una risposta al lancio di razzi e di proiettili di mortaio effettuato dall'Hamas sul territorio israeliano, e rientrava nell'ambito di operazioni [dell'esercito israeliano] per colpire le infrastrutture governative dell'Hamas e membri attivi nell'organizzazione”.

Per convincere il lettore medio occidentale che potrebbe aver interiorizzato in tutti questi anni la percezione degli israeliani – erroneamente e deliberatamente descritti dalla propaganda occidentale ed israeliana come parte dell'“Occidente” – come esseri umani a tutti gli effetti e dei palestinesi come solo relativamente umani (come quasi tutte le popolazioni del sud del mondo) forse è necessario rovesciare la situazione.

Pensate se la resistenza palestinese, nell'esercitare il suo diritto peraltro perfettamente legittimato e sancito dalle Nazioni Unite di combattere l'occupazione e l'apartheid israeliani, dovesse considerare tutte le istituzioni “affiliate” al governo israeliano come bersagli legittimi, giustificando il bombardamento di università, ospedali, ministeri, sinagoghe, aree in cui vivono membri dell'esercito o del governo e altri “bersagli” civili, uccidendo in soli cinque giorni 1600 israeliani e ferendone 8000 (quattro volte l'attuale bilancio delle vittime a Gaza, visto che la popolazione di Israele è quattro volte più grande). Cosa farebbero le Nazioni Unite? Conterebbero solo le donne e i bambini? Solleciterebbero entrambe le parti a “esercitare moderazione” o a “porre fine alla violenza”?
E si pensi che moralmente, e anche legalmente, i ruoli non sono perfettamente invertiti, perché Israele resta comunque l'occupante e oppressore coloniale, mentre i palestinesi autoctoni restano i colonizzati e oppressi.

La verità è che la dirigenza delle Nazioni Unite, nel mondo unipolare in cui ancora viviamo e che forse si sta trasformando in uno spazio multipolare, si limita ad avallare i precetti statunitensi. Ban Ki-moon verrà ricordato come il Segretario Generale più remissivo e meno moralmente qualificato che abbia mai guidato l'organizzazione internazionale. Resta solo da vedere se un giorno lui e i suoi colleghi verranno incriminati per complicità nei crimini di guerra di Israele insieme ai leader degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di molti regimi arabi. In un mondo più giusto, governato dallo stato di diritto e non dalla legge della giungla imposta dagli Stati Uniti, dovrebbe essere così.

Originale da: Is the UN complicit in Israel's massacre in Gaza?

Articolo originale pubblicato il 1° gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6735&lg=it

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lunedì, dicembre 29, 2008

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza
di Barak Ravid, Haaretz

Lunga preparazione, accurata raccolta di informazioni, discussioni segrete, studiato depistaggio dell'opinione pubblica: tutti questi elementi stanno dietro l'operazione “Piombo fuso” lanciata sabato mattina dalle Forze di Difesa israeliane contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza.

Lo sforzo di disinformazione, secondo gli ufficiali della difesa, ha colto di sorpresa Hamas e ha contribuito ad aumentare in misura significativa il numero delle sue perdite nell'attacco.

Secondo fonti degli ambienti della difesa il Ministro della Difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze israeliane di prepararsi all'operazione più di sei mesi fa, nonostante la negoziazione di un accordo con Hamas per il cessate il fuoco. Secondo queste fonti, Barak disse che se la tregua avrebbe consentito ad Hamas di prepararsi a uno scontro con Israele, anche l'esercito israeliano aveva bisogno di tempo per prepararsi. Barak ordinò un vasto lavoro di raccolta di informazioni per cercare di mappare l'infrastruttura della sicurezza di Hamas e di altre organizzazioni militanti che operano nella Striscia.

Questo lavorio di intelligence procurò informazioni sulle basi permanenti, i depositi di armi, i campi d'addestramento, le case degli ufficiali e le coordinate di altre strutture dell'organizzazione.

Il piano d'azione messo in atto nell'Operazione “Piombo Fuso” è rimasto sulla carta fino a un mese fa, quando si sono riacutizzate le tensioni dopo che l'Esercito israeliano ha compiuto un'incursione a Gaza durante la tregua per eliminare un tunnel che secondo l'esercito doveva servire a facilitare un attacco di militanti palestinesi contro le truppe dell'IDF.

Il 19 novembre, a seguito di decine di razzi Qassam e colpi di mortaio esplosi sul suolo israeliano, il piano è stato sottoposto all'approvazione finale di Barak. Giovedì 18 dicembre il Primo Ministro Ehud Olmert e il Ministro della Difesa si sono incontrati nel quartier generale dell'IDF nel centro di Tal Aviv per approvare l'operazione.

Tuttavia hanno deciso di tenere l'operazione in sospeso per vedere se Hamas avrebbe cessato il fuoco dopo lo scadere della tregua. Dunque non hanno ancora sottoposto il piano all'approvazione del Gabinetto, ma hanno informato il Ministro degli Esteri Tzipi Livni degli sviluppi.

Quella sera, in una dichiarazione alla stampa, l'Ufficio del Primo Ministro ha detto che “se i lanci da Gaza continueranno, lo scontro con Hamas sarà inevitabile”. Nel fine settimana, vari ministri del gabinetto di Olmert hanno inveito contro di lui e contro per la mancata risposta ai lanci di Qassam da parte di Hamas.

“Questo schiamazzo avrebbe reso impossibili Entebbe o la Guerra dei Sei Giorni”, ha detto Barak rispondendo alle accuse. Il gabinetto è stato poi convocato per mercoledì, ma l'Ufficio del Primo Ministro ha depistato i media dicendo che il dibattito si sarebbe concentrato sul jihad globale. I ministri hanno saputo solo quella mattina che si sarebbe invece discusso dell'operazione a Gaza.

Riassumendo alla stampa gli argomenti del dibattito, l'Ufficio del Primo Ministro ha dedicato una sola riga alla situazione di Gaza rispetto all'intera pagina riguardante la messa al bando di 35 organizzazioni islamiche.

Nella riunione di gabinetto invece si è svolto un dibattito di cinque ore sull'operazione durante la quale i ministri sono stati aggiornati molto dettagliatamente sui possibili piani d'azione. “È stata un'esposizione molto particolareggiata”, ha detto un ministro.

Il ministro ha poi aggiunto: “Hanno capito tutti in che genere di periodo stiamo entrando e a quali scenari tutto questo potrebbe condurre. Nessuno può dire di non sapere cos'ha votato”. Secondo il ministro la discussione avrebbe dimostrato che le lezioni della Commissione Winograd sulla conduzione della Seconda Guerra del Libano del 2006 sono state “perfettamente assimilate”.

Alla fine del dibattito i ministri hanno votato all'unanimità a favore dell'attacco, lasciando al Primo Ministro al Ministro della Difesa e al Ministro degli Esteri la scelta dei tempi.

Mentre Barak lavorava agli ultimi dettagli con i responsabili dell'operazione, Livni è andata al Cairo a informare il presidente egiziano, Hosni Mubarak, che Israele aveva deciso di colpire Hamas.

Parallelamente Israele ha continuato a disseminare disinformazione, annunciando che avrebbe aperto i valichi della Striscia di Gaza e che Olmert avrebbe deciso se lanciare o meno l'attacco dopo altri tre dibattiti nella giornata di domenica, vale a dire un giorno dopo l'ordine effettivo che ha dato inizio all'operazione.

“Hamas ha evacuato tutto il personale del suo quartier generale dopo la riunione di gabinetto di mercoledì”, ha detto un responsabile della difesa, “ma l'organizzazione ha rimandato tutti al loro posto quando ha saputo che era tutto sospeso fino a domenica”.

La decisione finale è stata presa venerdì sera, quando Barak ha incontrato il Capo di Stato Maggiore, il Generale Gabi Ashkenazi, il capo del Servizio di Sicurezza Shin Bet Yuval Diskin e il capo dell'Intelligence Militare Amos Yadlin. Ore dopo Barak ha visto Olmert e Livni per un ultimo incontro nel quale i tre hanno impartito gli ordini all'aviazione.

Tra venerdì sera e sabato mattina sono stati informati dell'attacco imminente i capi dell'opposizione e figure politiche di rilievo, tra cui il presidente del Likud Benjamin Netanyahu, Avigdor Liebermen di Yisrael Beiteinu, Haim Oron del Meretz, il Presidente Shimon Peres e la presidente della Knesset Dalia Itzik.

Originale: Disinformation, secrecy and lies: How the Gaza offensive came about

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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La versione israeliana di "Shock and Awe"

L'offensiva su Gaza è la versione israeliana di “Shock and awe”
di Amos Harel, Haaretz

I fatti sul fronte meridionale che hanno avuto inizio alle 11.30 di sabato mattina sono quanto di più vicino ci sia a una guerra tra Israele e Hamas. È difficile accertare (geograficamente) dove arriverà la violenza e quanto durerà prima che l'intervento internazionale imponga una cessazione delle ostilità. In ogni caso l'attacco israeliano non è semplicemente un altra operazione “chirurgica” o un bombardamento mirato. È il più violento assalto dell'Esercito di Difesa israeliano contro Gaza dalla presa del territorio nella Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Fonti palestinesi a Gaza riferiscono che sono stati distrutti 40 obiettivi nell'arco di tre-cinque minuti. Si è dunque trattato di un attacco massiccio sulla falsariga di ciò che gli americani definirono “shock and awe”, colpisci e terrorizza, al tempo dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Bombardamento pesante e simultaneo di diversi obiettivi sui quali Israele aveva raccolto informazioni per mesi: la lista dei bersagli comprende decine di altri siti legati ad Hamas, alcuni dei quali verranno certamente attaccati nei prossimi giorni.

Come l'attacco statunitense contro l'Iraq e la reazione israeliana al rapimento dei riservisti dell'IDF Eldad Regev e Ehud Goldwasser all'inizio della Seconda Guerra del Libano (la “notte dei missili Fajr”, riferimento alla distruzione dell'arsenale di missili a medio raggio Fajr di Hezbollah), scarsa o nessuna attenzione è stata apparentemente prestata alla possibilità di colpire civili innocenti. Dal punto di vista israeliano, Hamas, che continua a lanciare razzi usando come scudo la popolazione civile, aveva avuto tutte le possibilità di salvare la faccia e abbassare il livello delle proprie rivendicazioni. Ostinandosi a lanciare razzi, nelle ultime settimane, si sarebbe tirata addosso questo attacco.

La decisione finale sulla tempistica dell'operazione è stata presa sabato mattina nel corso di consultazioni tra il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore dell'IDF e i generali dell'esercito. Il gabinetto ha approvato l'attacco nell'ultima riunione di mercoledì. Da allora il governo ha atteso l'occasione per colpire. A quanto pare, un'informazione dei servizi secondo cui i membri del braccio militare di Hamas stavano per riunirsi ha velocizzato il processo decisionale che ha portato al via libera. Secondo le prime notizie da Gaza, sono stati colpiti vari alti rappresentanti di Hamas. Tuttavia dev'essere ancora stabilita la portata dei danni inflitti alla dirigenza del gruppo. L'obiettivo di Israele è chiaro: infliggere il colpo più grave possibile alla catena di comando di Hamas per metterne fuori uso le capacità operative. Presumibilmente ciò non impedirà lanci di razzi sulle città del Negev, ma probabilmente renderà più difficile ad Hamas condurre attacchi più gravi contro Israele.

Da sabato pomeriggio l'aviazione israeliana mantiene una presenza significativa nei cieli di Gaza sperando di intercettare cellule lanciarazzi di Hamas e del Jihad islamico. Ma la pioggia di razzi caduta su Netivot (dove un israeliano è stato ucciso da un Grad che ha colpito in pieno la sua abitazione), Ashkelon e le comunità che confinanti con la Striscia di Gaza è solo un assaggio. La difesa israeliana si sta preparando a un'ondata di razzi che si prevede possa superare i 100 al giorno, alcuni dei quali probabilmente raggiungeranno la portata massima attualmente a disposizione di Hamas, 40 chilometri, una distanza che arriva fino ai margini di Be'er Sheva e Ashdod.

Sarebbe ragionevole supporre che Hamas si stia preparando a giocare un'altra sorpresa alla Hezbollah: da tentare di abbattere un aereo dell'aviazione israeliana al colpire siti strategici come il porto di Ashdod. Il Comando dell'IDF ha già organizzato uno spiegamento massiccio delle sue forze con il compito di istruire gli abitanti del Negev a restare in casa (l'urgenza di queste istruzioni è proporzionale alla vicinanza alla Striscia di Gaza). Inoltre sono state richiamate alcune centinaia di riservisti.

La riluttanza di Israele ad agire contro Hamas ha le sue radici nel trauma della Seconda Guerra del Libano. Il grande problema, naturalmente, non è legato alle capacità operative dell'aviazione, ma all'opportunità di lanciare o no un'invasione via terra. Il governo deciderà in questo senso? E l'IDF è capace di condurre un tipo di missione che fallì contro Hezbollah? È ragionevole supporre che la situazione diventerà più chiara tra tre o quattro giorni. Fino ad allora, ci sia aspetta che l'aviazione continui il proprio assalto, che sarà assistito dalla limitata attività di unità relativamente piccole a terra.

Per come stanno andando le cose, Israele si è prefisso obiettivi modesti: indebolire il regime di Hamas a Gaza e ripristinare una tregua prolungata ai confini a condizioni più vantaggiose per noi dopo un compromesso imposto a livello internazionale. Hamas, con i suoi continui lanci sul Negev nelle ultime settimane, ha valutato male le intenzioni di Israele facendosi trascinare in una guerra che difficilmente voleva. Adesso Israele deve fare attenzione a non cadere nella propria trappola.

Originale: IAF strike on Gaza is Israel's version of 'shock and awe'

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, dicembre 28, 2008

Dove porta la politica del bastone e della carota

Dove porta la politica del bastone e della carota

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

Se vi state chiedendo quale potrebbe essere la storia di copertura che porterà con sé l'approvazione ufficiale americana dell'attuale carneficina a Gaza, potrebbe essere d'aiuto ricordare il cosiddetto Piano d'azione del marzo 2007. In tale documento, fatto trapelare a un giornale giordano, si profilava una duplice politica: umiliazione e vessazione del governo di Hamas nella Striscia di Gaza, e cooperazione internazionale per una West Bank economicamente e politicamente prospera. (Link e altro materiale sono disponibili se si cerca "Action Plan" nella casella di ricerca in alto a sinistra di questa pagina*).

Un articolo di qualche giorno fa (pubblicato sul New York Times, giusto per non farsi notare), in cui si parlava dell'ultima visita di Condoleeza Rice a Jenin, in Cisgiordania, conteneva una celebrazione della storiella della rinascita economica della Cisgiordania:
Oggi, però, Jenin è una vetrina di successo per l'Autorità palestinese, dopo la campagna di ordine e giustizia compiuta la scorsa primavera da forze di sicurezza palestinesi appositamente addestrate, e un esempio di come una situazione particolarmente spinosa possa essere capovolta.
L'attuale ferocia scatenatasi su Gaza può essere vista come il rovescio di questa politica israeliana, vale a dire l'umiliazione e la vessazione di Gaza fintanto che è controllata da Hamas. Questa umiliazione doveva essere messa in pratica soprattutto nel settore delle forze di sicurezza con il finanziamento di una nuova agenzia di sicurezza fedele ad Abbas e Fatah, sotto la sapiente supervisione del generale americano Keith Dayton, il cui lavoro è celebrato nel citato articolo del NYT in questo modo:
Nel mese di maggio a Jenin sono stati dispiegati circa 600 membri del personale di sicurezza palestinese, alcuni dei quali addestrati in Giordania nel quadro di un programma sponsorizzato dagli Stati Uniti in appoggio alle forze già dispiegate. La maggior parte di questi uomini è stata riassegnata ad altre parti della Cisgiordania, compresa Hebron.

Il Luogotenete Generale W. Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americano, ha detto ai giornalisti che l'esercitazione era stata un "grande successo", e che gli israeliani avevano detto di aver ridotto le loro incursioni a Jenin di circa il 40 per cento.
Ovviamente il "grande successo" nella parte relativa a Gaza di questa duplice strategia è stao più difficile da ottenere: du qui la decisione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di ricorrere a ciò che stiamo vedendo.

Proprio come il bombardamento americano di Sadr City durante le campagne di sicurezza di Maliki fu dettato dalla strategia di dividere l'Iraq per conquistarlo (il nuovo aeroporto di Najaf fu aperto più o meno in quel periodo, con lo stesso tipo di celebrazioni per la "rinascita economica" che abbiamo visto sul NYT in relazione a Jenin), così il bombardamento di Gaza nel contesto globale della strategia americana per la Palestina. I nostri amici devono prosperare, e la resistenza languire.

Allora la cieca arroganza di tutto ciò era forse meno ovvia di ora, perché con il fallimento continuo della politica i mezzi diventano sempre più feroci e barbari. Ed è sempre più chiaro che è l'America ad essere fuori controllo, non la resistenza.

Sarebbe bene, al tempo stesso, ricordare da dove proviene questo potenziale distruttivo, in termini di quadro strategico globale in cui è cresciuto l'establishment americano. Per esempio, tanto per cominciare, ne fa parte la natura di ispirazione politica della filosofia dello "sviluppo economico" della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

A proposito, dov'è finita l'idea di "diplomazia pubblica" di cui abbiamo tanto sentito parlare negli ultimi tempi?

* Qui il link all'articolo in cui si parla del piano in questione, altri approfondimenti qui, qui e qui [N.d.T]

Originale: Where the carrot and stick policy leads

Pubblicato il 28 dicembre 2008

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Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

AlQuds alArabi dice che la ragione per cui Hamas non ha evacuato le proprie postazioni di polizia e di sicurezza questo sabato, quando sono avvenuti i bombardamenti in cui sono rimaste uccise oltre 200 persone, compresi cadetti che assistevano ad una cerimonia di promozione nella sede della polizia di Gaza, è un atto di disinformazione trasmesso alla leadership di Hamas dalle autorità egiziane, che venerdì hanno assicurato ad Hamas che Israele non avrebbe lanciato un attacco entro breve.

Fonti interne ad Hamas e vicine al dottor Mahmoud Zahar hanno dichiarato ad alQuds alArabi che venerdì notte l'Egitto avrebbe informato Hamas che Israele intendeva aprire negoziati per un nuovo cessate-il-fuoco, e che non avrebbe lanciato un attacco contro la striscia di Gaza finché il Cairo non fosse riuscito a ottenere un nuovo accordo [di cessate-il-fuoco] tra Tel Aviv e le fazioni della resistenza. E secondo le fonti sarebbe stata questa rassicurazione del Cairo a impedire [alle autorità di Hamas] di evacuare queste postazioni di sicurezza. Le fonti hanno detto che il ministero degli interni di Hamas ha evacuato le postazioni di sicurezza ad ogni minaccia di attacchi israeliani, ma in questo caso non l'ha fatto per le assicurazioni della scorsa notte [la sera di venerdì] che Israele non avrebbe lanciato un attacco nelle successive 48 ore, considerando che il sabato è festività religiosa, e che un attacco alla striscia di Gaza non sarebbe cominciato quel giorno.


Le foto su alJazeera e altrove mostrano il massacro che ne è derivato.

(AlQuds alArabi riporta inoltre fonti diplomatiche secondo le quali il capo della sicurezza egiziano Omar Suleiman sarebbe stato in contatto con altri regimi arabi per informarli del piano di attacco israeliano, ulteriore indicazione della collusione tra i regimi arabi e Israele)

Originale: Remembering the sabbath day, to keep it holy

Pubblicato il 27/12/2008

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