mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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