venerdì, settembre 04, 2009

Sangue di spie nell'Hindu Kush

Sangue di spie nell'Hindu Kush

di M. K. Bhadrakumar

Come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, l'omicidio del Dottor Abdullah Laghmani, il vice capo del Direttorato Nazionale per la Sicurezza dell'Afghanistan, era una morte annunciata. Ma la feroce brutalità dell'assassinio, messo in atto mercoledì scorso nel sacro mese del Ramadan da un terrorista suicida davanti a una moschea nella città di Mehtarlam nell'Afghanistan orientale, rivela un'ostilità viscerale non facilmente comprensibile.

Un sedicente portavoce taliban ha rivendicato l'attentato: “Lo cercavamo da molto tempo, oggi ce l'abbiamo fatta”. Gli analisti si affretteranno di certo a sottolineare che l'uccisione di Laghmani dimostra la crescente “sofisticatezza” delle operazioni dei taliban. Di fatto Laghmani era un personaggio ben protetto nel cuore del sanctum sanctorum della struttura di potere di Kabul. È stato violato il primo cerchio dell'establishment della sicurezza afghana. L'operazione è stata contrassegnata da una grande professionalità.

Ma è la vicenda è complicato. In momenti critici dell'evoluzione del movimento taliban una mano invisibile ha spesso fatto ricorso all'assassinio per sgombrare il cammino o rovesciare la situazione a proprio favore. La cronaca è agghiacciante: l'Ayatollah Mazari, la massima autorità religiosa sciita dell'Afghanistan (1994); Mohammad Najibullah, presidente dell'Afghanistan (1996); Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord che si opponeva ai taliban (2001); Haji Abdul Qadir, altro membro dell'Alleanza del Nord (2002). L'elenco sembra essere infinito. “Il mobile dito scrive; e, dopo aver scritto, continua a muoversi... ” [1]

L'Inter-Services Intelligence (ISI), cioè i servizi segreti pakistani, seguivano Laghmani da una decina d'anni. È raro che un organo di intelligence elegga un singolo individuo proprio nemico mortale e lo avverta pubblicamente. L'ISI aveva concesso a Laghmani quel raro onore apertamente e più di una volta.

Potendo tornare indietro nel tempo a sbirciare negli organi di intelligence dell'Alleanza del Nord durante la resistenza anti-taliban nella seconda metà degli anni Novanta, si scoprirebbe che, nascosto nell'ombra, Laghmani era un agente straordinariamente brillante.

Di etnia pashtun, aveva una profonda conoscenza della cultura politica del movimento taliban e della mentalità dei suoi capi dell'ISI, dono inestimabile per l'Alleanza del Nord. Il Pakistan aveva avuto un'avvisaglia di ciò che Laghmani era in grado di fare quando nel luglio del 2008 scoprì il legame tra i terroristi suicidi che avevano attaccato l'Ambasciata indiana a Kabul e l'ISI facendo risalire un telefono cellulare trovato tra le macerie a un intermediario di Kabul che era in diretto contatto telefonico con un funzionario dei servizi pakistani a Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del Nord-Ovest del Pakistan.
Aveva dato parecchio filo da torcere all'ISI soprattutto nella sua regione natale, l'Afghanistan orientale, data la complessità della situazione dovuta a fattori come la tradizionale incapacità dei taliban di mettere radici profonde tra le tribù Ghilzai, la presenza della rete di Jalaluddin Haqqani e al-Qaeda e la perdurante influenza di Gulbuddin Hekmatyar e del suo Hezb-e Islami.

Insomma, Laghmani non è una figura facilmente rimpiazzabile per i servizi segreti di Kabul dominati dai tagiki, sia per la sua conoscenza enciclopedica degli allineamenti tribali pashtun e delle segrete manovre dei taliban e dell'ISI, sia per le sue capacità operative.

La scelta dei tempi è significativa. Laghmani è stato un importante alleato del Presidente Hamid Karzai. Il Pakistan ha deciso di ostentare indifferenza per l'esito delle elezioni presidenziali afghane, ma l'ansia sotterranea è tangibile. Tanto più che si sta profilando la possibilità che Karzai conquisti un altro mandato quinquennale.
Adesso tutto si impernia sullo sforzo americano di imbrigliare Karzai facendo in modo che i principali contendenti accettino di formare una sorta di governo nazionale e di includere dei tecnici tra i ministri. Ma Karzai potrebbe benissimo respingere questa proposta. Karzai ha assaggiato l'indipendenza e potrebbe cominciare a gradirla.

Per citare Ahmed Rashid, l'informato autore pakistano che fornisce i propri consigli al Pentagono, “Karzai, naturalmente, sta dimostrando sempre più la sua indipendenza dagli americani e non vuole essere visto in alcun modo come un agente dell'Occidente”.

Con l'equilibrio dei poteri che va formandosi a Kabul, l'ISI deve prepararsi al ritorno di Mohammed Fahim – il capo di Laghmani, comandante dei servizi segreti dell'Alleanza del Nord nonché ex ministro della difesa – ai vertici del governo di Karzai come primo vice presidente. È una situazione difficile. Oggi in Afghanistan non c'è nessuno con l'esperienza di Fahim nelle operazioni militari e di intelligence.

Il Pakistan è riuscito a far sì che gli Stati Uniti premessero su Karzai perché nel 2005 rimuovesse Fahim dal potente incarico di ministro della difesa destinandolo all'oblio politico. (Anche gli Stati Uniti avevano probabilmente il loro tornaconto geopolitico.) Adesso il Pakistan deve affrontare lo spettro di Fahim, che per così dire risorge dalle ceneri come una fenice più potente che mai. Contro Fahim si è scatenata un'enorme campagna mediatica fin da quando è stato presentato come candidato alla vicepresidenza. Non meraviglia che susciti forti sentimenti partigiani. Ma per la costernazione dei suoi detrattori Karzai rimane saldo al suo posto.

Bisogna sapere che Fahim era il mentore di Laghmani. Anzi, il tandem Fahim-Laghmani avrebbe messo sulla graticola i taliban e l'ISI dal primo giorno della nuova presidenza Karzai. Fahim, con la sua vasta esperienza operativa è capacissimo di dare battagli all'ISI, e Laghmani sarebbe stato un “moltiplicatore di forza” per lui nelle regioni pashtun. In agosto c'è stato già un attentato contro Fahim, e l'omicidio di Laghmani va certamente inteso come un avvertimento.

A prima vista il Pakistan non dovrebbe avere niente da temere da una presidenza Karzai. Karzai ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a lavorare per una transizione politica che accolga i taliban come gruppo afghano, purché si astenga dalla violenza. Ma nello schema di Karzai la riconciliazione con i taliban dovrebbe avvenire preferibilmente attraverso un processo di pace inter-afghano e una loya jirga (concilio tribale).

E non c'è alcuna garanzia che gli altri gruppi afghani intendano concedere un ruolo dominante ai taliban. Inoltre l'afghanità del processo politico potrebbe allentare sempre più la morsa dell'ISI sui taliban. Di fatto Laghmani, con la sua impeccabile conoscenza della leadership afghana e degli allineamenti tribali pashtun, avrebbe rappresentato un problema costante per l'ISI se si fosse instaurato un processo di pace inter-afghano.

L'assassinio di Laghmani mette in luce il perdurare delle interferenze in Afghanistan. Nei prossimi tempi potremmo assistere a un'intensificazione di queste interferenze. Il Pakistan, da parte sua, sarà tentato di sfruttare le differenze sorte tra Karzai e Washington.

I pakistani vedono gli americani “soffiare sul collo [di Karzai] più che mai”. Prevedono che nel nome di una crociata contro la corruzione pubblica e a favore della governabilità gli Stati Uniti mireranno all'esclusione di importanti alleati politici di Karzai che appartenevano all'Alleanza del Nord, come Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq, Rashid Dostum e Ismail Khan. Di fatto questi membri della vecchia guardia dell'Alleanza del Nord (“signori della guerra”) rifiuteranno caparbiamente una struttura di potere a Kabul dominata dai taliban.
Dunque, nel mondo oscuro delle spie, il secondo mandato presidenziale di Karzai potrebbe avere un inizio sanguinario. Tutto indica che Laghmani fosse una figura popolare nell'establishment dei servizi afghani; faceva inoltre parte della cerchia più vicina a Karzai. Ci si aspettava che fosse destinato a occupare un posto chiave nel nuovo governo sotto Karzai. Potrebbero essere in molti, a Kabul, a voler vendicare la sua prematura morte.

[1] La Quartina 71 del Rubaiyat del poeta persiano Omar Khayyam (circa 1048-1143) recita:

Il dito in movimento scrive e, avendo scritto, avanza:
né tutta la tua Pietà né il tuo Ingegno
lo indurranno a cancellare mezza Riga,
né tutte le tue lacrime laveranno via una sola Parola.


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Originale: Spooks spill blood in the Hindu Kush

Articolo pubblicato il 3/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, agosto 19, 2009

Spire di nebbia nell'Hindu Kush

Spire di nebbia nell'Hindu Kush
di M. K. Bhadrakumar

Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua celebre opera, Della guerra, “La grande incertezza di tutti i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché tutte le azioni devono – in una certa misura – essere pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente – come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”. Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush sia spesso avvolta in una fitta nebbia.

Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.

Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.

I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.

Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.

Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti lo permettono.

Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington, DC.

Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congress. E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan. Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello scorso anno.

Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che “vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno. E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.

Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato, "mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.

Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze. Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.

La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà dunque un eccezionale governo parallelo.

Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan. Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000 soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.

È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia AfPak.

L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi mentori a Washington.

L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate) sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le forze NATO in Afghanistan.

Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi acquisiti.

La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.

Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per il ritiro delle truppe NATO.

Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre morbido” di Russia e Cina.

È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”. La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti: chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione afghana.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.

In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali. Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché la nebbia l'abbia celata alla vista.

Originale: A fog swirls in the Hindu Kush

Articolo originale pubblicato il 18/8/2009

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lunedì, luglio 06, 2009

Momento della verità per Obama a Mosca

Momento della verità per Obama a Mosca

di M. K. Bhadrakumar

Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due paesi si apprestano a dialogare.

Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale. È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.

Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.

Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.

Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica, difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.

Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”. La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra “Caucaso - 2009”.

È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli analisti occidentali sulla questione se il “riavvio” delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.

Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov, l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto di un “riavvio” è già di per sé “estremamente fragile”.

“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”, ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione” completa.

Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza, prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”, secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento di Stato da più di otto anni.

Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio di lavoro”?

Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione più positiva.

In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.

Con un “preludio” insolitamente duro alla visita di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi” tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può rafforzare noi e indebolire la Russia”.

Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri interessi nazionali”.

Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche, la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti prima del summit.

È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5 dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense, in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione del 100%.

Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato, a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione” che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.

Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.

Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12 maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza [NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà un qualche tipo di “progresso” – probabilmente una sorta di “pagella” – nei negoziati che condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo finale potrebbe comunque venire ostacolato.

Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze USA-Russia sulla situazione iraniana.

L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.

Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché la Russia “presume” che i conflitti “verranno risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono per questo”.

In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come “complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.

Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”. La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata “per vie legali” (e questa è anche la posizione ufficiale di Teheran).

Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle 'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa sotto questo aspetto”.

Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico iraniano, più forte e solido che mai”.

Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran, le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan. Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan. Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati Uniti-Russia.

Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali. Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.

Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.

La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.

Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere, lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale, l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro “interazione su aspetti di interesse reciproco” in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo nella regione”.

In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia “AfPak” statunitense.

Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese, durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.

Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.

Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan. Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito” preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme pagate al governo kirghizo saranno triplicate.

Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante della lotta contro il terrorismo internazionale.

Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia, gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.

Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato: “Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa degli attacchi dei militanti contro i convogli.

La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.

I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan] porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una regione strategica dell'Asia Centrale”.

Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile e “aiutare concretamente” Washington a risolvere il problema afghano.

Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov agli inizi di giugno.

Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.

Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo... La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo. Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso. Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.

Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.

Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.

Originale da: A moment of truth for Obama in Moscow

Articolo originale pubblicato il 4/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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