Tuesday, August 12, 2008

Quello che ci insegna la Georgia

[Intanto Medvedev ha annunciato la conclusione dell'operazione in Georgia; in attesa di un post con i link del giorno, ecco una breve analisi di Stratfor (che, lo ricordiamo, è un'agenzia privata di intelligence statunitense); un po' perché qui non ci facciamo mai mancare nulla, un po' perché è effettivamente valida anche in considerazione degli ultimi sviluppi]

Diario geopolitico: quello che ci insegna la Georgia

commento di Stratfor

La guerra tra Georgia e Russia sembra avvicinarsi a una conclusione. Domenica ci sono stati alcuni attacchi aerei della Russia contro la Georgia e ancora combattimenti in Ossezia del Sud, e i russi hanno affondato una vedetta anti-missili georgiana. Ma alla fine della giornata i russi si sono detti pronti a fare la pace con la Georgia, mentre i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno detto che i georgiani erano pronti a completare il ritiro delle loro truppe dall'Ossezia del Sud.

A questo punto i russi hanno ottenuto quello che volevano, oltre ad assicurare l'autonomia dell'Ossezia del Sud. Innanzitutto hanno fatto capire di essere la potenza dominante non solo nel Caucaso ma attorno a tutta la loro periferia. L'alleanza con gli Stati Uniti o l'addestramento con i consulenti stranieri in fin dei conti significa poco; non è neanche chiaro cosa sarebbero stati in grado di fare gli Stati Uniti e la NATO se la Georgia fosse stata un paese-membro dell'alleanza. Questa lezione non è diretta alla Georgia, ma all'Ucraina, al Kazakistan, alla Lituania, all'Azerbaigian e perfino alla Polonia e alla Repubblica Ceca. I russi hanno messo in chiaro che, almeno in questo momento storico, possono intervenire efficacemente sulla propria periferia e che dunque i loro vicini non dovrebbero restare indifferenti alla volontà e ai desideri russi.

La seconda lezione serve agli americani e agli europei. I russi avevano chiesto che al Kosovo non fosse concessa l'indipendenza. Erano disposti ad accettare l'autonomia, ma non volevano che la mappa dell'Europa fosse ridisegnata; hanno fatto chiaramente capire non solo che questo processo, una volta iniziato, non finirà, ma anche che i russi potrebbero sentirsi liberi di ridisegnare a loro volta le mappe. Gli americani e gli europei sono andati avanti comunque, stimando che i russi non potessero fare altro che rassegnarsi a quella decisione. La reazione russa all'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud mette in chiaro che i russi sono nuovamente una forza con cui è necessario fare i conti.

Dalle autorità americane ed europee sono giunte taglienti dichiarazioni retoriche, ma la retorica non può può essere paragonata all'azione militare. Gli europei sono militarmente troppo deboli per avere alternative, e gli americani hanno già troppa carne sul fuoco per farsi coinvolgere in una guerra in Georgia. In un certo senso la retorica fa sembrare i russi perfino più forti di quanto siano in realtà. È notevole il contrasto tra l'intensità della retorica e la pochezza dell'azione.

Gli americani, in particolare, hanno un altro problema. L'Iran è infinitamente più importante della Georgia, e loro hanno bisogno dell'aiuto della Russia in Iran. Cioè hanno bisogno che i russi non vendano armi agli iraniani. In particolare non vogliono che agli iraniani vengano forniti i missili russi terra-aria S-300. E poi vogliono che i russi si uniscano a possibili sanzioni contro l'Iran. La Russia adesso ha varie possibilità di ostacolare la condotta degli Stati Uniti non solo in Iran ma anche in Afghanistan e in Siria. Sono, queste, aree di grande preoccupazione per gli Stati Uniti, e scontrarsi con la Russia per la Georgia è una faccenda rischiosa. Le ritorsioni russe potrebbero costare moltissimo agli Stati Uniti.

Si dice che i russi potrebbero imporre un nuovo governo in Georgia. Probabilmente è così, ma i russi hanno già raggiunto i loro obiettivi principali. Hanno fatto capire ai loro vicini che una relazione con l'Occidente non garantisce alcuna sicurezza se gli interessi della Russia sono a rischio. Hanno fatto capire all'Occidente che ignorare la volontà della Russia ha un prezzo. E infine hanno fatto capire a tutti che la macchina militare russa, che cinque anni fa era in condizioni catastrofiche, è stata rimessa abbastanza in sesto da riuscire a condurre un'operazione complessa con componenti terrestri, aeree e navali. Certo, è stata un'operazione contro un paese piccolo, ma tante cose potevano andare storte. Non è successo. La Russia non è una superpotenza, ma di certo non è più menomata sul piano militare. Trasmettere questo messaggio, in fin dei conti, potrebbe essere stata la cosa più importante per la Russia.

Originale: Stratfor (su abbonamento, ma l'articolo è riportato qui: http://www.warandpeace.ru)

Originale pubblicato l'11 agosto 2008

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Thursday, July 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, June 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Saturday, June 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, in particolare della giustizia, gli interessi della popolazione sono difesi male. È dunque naturale che i cittadini non abbiano né rispetto né fiducia nei confronti di questo sistema. In questo ha assolutamente ragione. (…)


Se la situazione sembra essersi normalizzata in Cecenia, si è però aggravata in Inguscezia e in Daghestan. Qual è secondo Lei il problema maggiore?

La situazione in Cecenia è davvero migliorata. Il popolo ceceno ha scelto di sviluppare la propria repubblica nell'ambito della Federazione. Abbiamo visto come ha reagito ai tentativi di introdurre nella coscienza collettiva forme islamiche non tradizionali. Il wahabismo, in sé, è una corrente dell'Islam che non ha nulla di pericoloso. Ma esistono delle tendenze estremiste, nell'ambito del wahabismo, che si è tentato di imporre alla popolazione cecena. La gente ha capito molto bene che non si agiva nei suoi interessi, ma che la si strumentalizzava dall'esterno per destabilizzare la Federazione Russa. Questo implicava delle sofferenze per il popolo. La stabilizzazione è cominciata con questa presa di coscienza. Quando abbiamo osservato questo cambiamento di mentalità abbiamo trasmesso il potere e la responsabilità ai ceceni nei settori della sicurezza e dell'economia.

Capisce, un tempo sarebbe stato difficile immaginare che il ministro della difesa Maschadov sarebbe diventato oggi membro del parlamento ceceno. Ma così vanno le cose. E proprio questo ha creato le condizioni politiche necessarie a ricostruire Groznij e a fare i primi passi per il risanamento dell'economia. Per quello che riguarda il Daghestan e l'Inguscezia, sappiamo benissimo quello che accade: si tratta di uno scontro tra interessi economici e non politici. Può essere l'espressione di contrasti politici interni ma non è mai legato a tendenze separatiste. (…)

Qual è oggi la priorità per il Caucaso e per le repubbliche che ha menzionato? Innanzitutto la ricostruzione della sfera economico-sociale. Lì una grande fascia della popolazione vive ancora sull'orlo della povertà. Lì la gente ha soprattutto il problema della disoccupazione. Questo riguarda specialmente i giovani. E noi abbiamo un programma di sviluppo per il sud della Russia, in particolare per il Caucaso Settentrionale.

In questo programma sono previste significative risorse finanziarie per lo sviluppo della sfera economica e sociale. Ritengo che anche in questa direzione conseguiremo il successo.


Ancora una piccola domanda sul Caucaso. La Cecenia, i fatti tragici di Beslan e del teatro Nord-Ost sono le pagine nere della Sua presidenza. Oggi pensa che sarebbe stato possibile agire in un altro modo?

No. Sono convinto che se avessimo cercato di agire in un altro modo tutto questo sarebbe andato avanti ancora oggi. Noi dovevamo contrastare i tentativi di destabilizzazione della Russia. Tutti i paesi che fanno concessioni ai terroristi sperimentano alla fine delle perdite ancora maggiori di quelle subite nelle operazioni speciali. E alla fine questo distrugge lo Stato e allunga l'elenco delle vittime.


Lotta contro il terrorismo a parte, i difensori dei diritti dell'uomo deplorano i crimini contro i civili ceceni. Sarà fatta luce su questi crimini?

Innanzitutto posso assicurarle che nella Repubblica Cecena i tribunali e la procura lavorano attivamente. Sono state promosse azioni penali contro gli autori di quei crimini, a prescindere dalle loro funzioni. Questo vale per quelli che hanno combattuto dalla parte dei ceceni e anche per i militari russi. Non solo faremo luce su questi crimini, ma lo stiamo già facendo. Vari ufficiali degli organi di polizia e dell'esercito sono stati già giudicati e condannati. E devo dirle che per i nostri tribunali non è stato facile. Malgrado le prove dei crimini le giurie popolari li hanno rilasciati più volte. Questo la dice lunga sullo stato d'animo della società russa, soprattutto dopo le brutalità commesse dai terroristi contro la nostra popolazione civile. Però io sono fermamente convinto che se vogliamo ristabilire la pace civile, nessuno deve oltrepassare la linea rossa del diritto.


Cosa si aspetta dalla presidenza francese dell'Unione Europea?

La Francia è un nostro collaboratore fidato e tradizionale. Si è sempre parlato di cooperazione strategica tra Francia e Russia, e io concordo con questa definizione. La Francia ha sempre condotto una politica estera indipendente e spero che continuerà così. È nella natura dei francesi. È difficile imporre ai francesi qualcosa che viene da fuori. Tutti i governanti francesi devono tenerne conto. Noi apprezziamo questa indipendenza, ed è per questo che ci aspettiamo molto dalla presidenza francese. Contiamo su un dialogo costruttivo per stabilire una base giuridica nella cooperazione con l'Unione Europea. Il documento fondatore delle nostre relazioni è scaduto. Non c'è un vuoto giuridico perché la procedura attuale permette di prorogarlo anno dopo anno. Ma bisogna rinnovarlo. Vogliamo firmare un nuovo trattato, l'abbiamo affermato a più riprese, come i nostri partner europei. La presidenza francese dovrebbe rappresentare un'ulteriore spinta.


Una delle questioni che preoccupano l'umanità è il programma nucleare iraniano. Crede che l'Iran cerchi di fabbricare l'atomica? Ne ha parlato con Sarkozy?

Sì, ne abbiamo ricordato questo problema. Non credo che gli iraniani stiano cercando di fabbricare l'atomica. Niente lo indica. Gli iraniani sono un popolo fiero e indipendente. Vogliono godere della propria indipendenza e del proprio legittimo diritto al nucleare civile. Devo dire che da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran non ha infranto nulla. Ha anche il diritto di arricchimento [dell'uranio]. Lo dicono i documenti. Si rimprovera all'Iran di non aver mostrato tutti i suoi programmi all'AIEA. Questo punto va ancora sistemato. Nel complesso l'Iran ha, a quanto pare, rivelato i propri programmi nucleari. Lo ripeto ancora una volta: da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran ha infranto nulla. Ma ho sempre detto apertamente ai nostri partner iraniani che il loro paese non si trova in una zona asettica ma in un ambiente complesso, in una zona del mondo esplosiva. Noi chiediamo loro di tenerne conto, di non irritare i loro vicini o la comunità internazionale, di dimostrare che il governo iraniano non ha secondi fini. Abbiamo collaborato strettamente con gli iraniani e con i nostri partner del “Gruppo dei 6” e continueremo a farlo.


Pensa di poter assicurare a Nicolas Sarkozy che l'Iran non ha un programma militare nucleare?

Durante il nostro incontro non mi sono posto questo problema. Le assicuro che il Presidente della Francia non è meno informato del Presidente della Russia, o meglio dell'ex Presidente della Russia. Non abbiamo discusso questo aspetto del problema. Abbiamo discusso sul fatto che esiste e che bisogna lavorare insieme per risolverlo.


Se sapeste che l'Iran sta veramente fabbricando una bomba nucleare sarebbe un problema per la Russia?

La politica non tollera i congiuntivi. Quando avremo queste informazioni decideremo quale atteggiamento adottare.


In linea di principio, l'Iran in quanto grande potenza può aspirare alla bomba nucleare?

Noi siamo contrari. È la nostra posizione di principio. Noi siamo contrari alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Questa via è estremamente pericolosa. Non è positiva né per la regione, per per l'Iran. Utilizzare le armi nucleari in una regione così piccola come il Vicino Oriente equivarrebbe a un suicidio. A quali interessi ubbidirebbe? A quelli della Palestina? Allora i palestinesi cesserebbero di esistere. Noi conosciamo la tragedia di Černobyl. Il vento non soffia solo da una parte. Sarebbe controproducente. Abbiamo sempre mantenuto questa posizione e spero che il presidente continuerà a farlo.

Intendiamo impedire con tutti i mezzi la proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo abbiamo proposto un programma internazionale di arricchimento dell'uranio, giacché l'Iran non è che una parte del problema. Molti paesi emergenti si trovano di fronte alla scelta di utilizzare l'energia nucleare a fini civili. Avranno bisogno di arricchire l'uranio e di disporre di un proprio ciclo chiuso. Ci saranno sempre dei dubbi sul conseguimento dell'uranio a fini militari. È molto difficile da controllare. Per questo proponiamo che l'arricchimento si faccia in paesi che sono al di sopra di ogni sospetto perché già in possesso della bomba nucleare. Per partecipare a questo programma gli stati dovranno essere certi di ricevere le quantità necessarie e avere la garanzia che qualcuno ritratterà le loro scorie. La creazione di questo sistema è possibile. Sarà sufficientemente sicuro e affidabile.


In che modo un eventuale ingresso nella NATO dell'Ucraina e della Georgia può costituire una minaccia per la Russia?

Alcune considerazioni. Noi ci opponiamo all'allargamento della NATO in generale. Per principio. La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell'accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l'Unione Sovietica, per proteggersi da un'eventuale aggressione, come si riteneva all'epoca. L'URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario. L'Unione Sovietica non c'è più, non c'è più la minaccia, ma l'organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.

Pensate che si possa risolvere questi problemi nell'ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un'ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale. Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all'interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.

Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo anti-missile. Prima hanno preso la decisione, poi ne hanno dibattuto a Bruxelles in seguito alle nostre pressioni o alle nostre critiche. Noi temiamo che l'adesione di questi paesi alla NATO si traduca nell'installazione in tali paesi di sistemi missilistici che ci minacceranno. Nessuno chiederà il loro parere. Quei sistemi verranno intallati e basta. Non si fa che parlare di limitare gli armamenti in Europa. Ma noi l'abbiamo già fatto! Il risultato è che ci sono spuntate sotto il naso due basi militari. Presto ci saranno installazioni in Polonia e nella Repubblica Ceca. Come diceva Bismarck, quello che conta è il potenziale, non le dichiarazioni e le intenzioni. Noi vediamo che le installazioni militari si avvicinano ai nostri confini. Ma per quale ragione? Nessuno minaccia nessuno.

E veniamo all'ultima osservazione: abbiamo evocato la questione della democrazia. Dobbiamo sempre tenerla a mente. Non dovrebbe essere applicata anche in materia di relazioni internazionali? Si può essere un paese ben intenzionato e democratico all'interno e allo stesso tempo un mostro minaccioso all'esterno? La democrazia è il potere del popolo. In Ucraina quasi l'80% della popolazione è ostile all'ingresso nella NATO. Malgrado questo, i nostri partner dicono che vi aderirà. Le decisioni vengono prese prima, dunque, al posto dell'Ucraina. L'opinione della popolazione non interessa più a nessuno? E volete dirmi che questa è democrazia?


In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981 quando, probabilmente, la maggioranza della popolazione era contraria. A volte i governanti devono imporre le grandi scelte…

Questa responsabilità politica può essere presa tranquillamente per mezzo di un referendum. Basta domandare alla gente cosa ne pensa. Le questioni umanitarie come la pena di morte non rientrano in questo ambito. Si sente spesso dire, a proposito della cooperazione con la Russia: “Noi, i paesi occidentali, dobbiamo scegliere i nostri alleati in funzione dei valori comuni”. Abbiamo citato i fatti dolorosi avvenuti nel Caucaso qualche anno fa. Grazie a Dio è finita. Ma perfino in una situazione sull'orlo della guerra civile abbiamo di fatto abolito la pena di morte. È stata una decisione difficile ma responsabile. E questi non sono valori comuni? In certi paesi del G8, alcuni dei quali sono membri della NATO, la pena di morte esiste ancora, e i condannati vengono giustiziati. Allora perché tanta parzialità quando si tratta con la Russia? Quello che è permesso a Cesare non lo è agli altri? Questo tipo di dialogo sarebbe produttivo. Giochiamo a carte scoperte, rispettiamoci. Così faremo dei passi avanti.


A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti. Con Washington avete divergenze su molte questioni: il Kosovo, l'Iraq, lo scudo anti-missile, il nucleare iraniano. Che bilancio fa della politica estera di George W. Bush?

Se me lo permette, non esprimerò giudizi perché non mi sento in diritto di farlo. Questo spetta al popolo americano. Le esporrò il mio parere personale. Penso che il presidente degli Stati Uniti abbia una responsabilità enorme perché il suo paese svolge un ruolo importantissimo negli affari internazionali e nell'economia mondiale. È facile criticare dall'esterno. Abbiamo sempre avuto le nostre posizioni su molte questioni, e dunque delle divergenze nella risoluzione dei problemi. Non siamo i soli. La Francia, sull'Iraq, condivide il nostro punto di vista. Anzi, sono state la Germania e la Francia a prendere posizione sull'Iraq prima che noi ci unissimo a loro, e non il contrario. Si è detto che il nostro punto di vista era sbagliato. I fatti hanno dimostrato che con la forza non si risolve nulla. È impossibile. Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c'è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.

Nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti ci sono più aspetti positivi che divergenze. Per esempio gli scambi commerciali crescono di anno in anno. Abbiamo molti interessi comuni sulle grandi questioni internazionali, soprattutto in merito alla non-proliferazione delle armi nucleari. Lì siamo completamente d'accordo. La lotta contro il terrorismo viene spesso condotta in modo poco visibile, ma sta diventando sempre più efficace. Con Bush ho avuto un incontro recente, a Soči. Ho potuto così ringraziarlo per la collaborazione tra i nostri servizi nella lotta contro il terrorismo. Non abbiamo grandi divergenze sul nucleare iraniano.

La Russia è membro del Consiglio di sicurezza: agiamo in accordo con il Consiglio e votiamo all'unanimità le sue risoluzioni. Detto questo, come recita l'articolo 41 del capitolo 7 della carta delle Nazioni Unite, tutto quello che abbiamo intrapreso non presuppone l'uso della forza. A Washington si esprimono punti di vista diversi. Grazie a dio non è stata decisa alcuna azione militare. Speriamo che non vi si arrivi mai. Comprendiamo che dobbiamo risolvere insieme questo problema. Dunque sì, abbiamo delle divergenze, ma l'atmosfera di cooperazione e la fiducia reciproca sono tali da darci delle speranze per il futuro. Ed è proprio questo, tra l'altro, che ci ha permesso di firmare a Soči una dichiarazione sulla collaborazione a lungo termine tra i nostri paesi.


La Russia non ha riconosciuto l'indipendenza dell'Ossezia Meridionale e dell'Abchazia, ma ha rafforzato il controllo sulle due regioni separatiste. Perché non siete soddisfatti dell'attuale stato delle cose? Forse è la soluzione migliore.

Ha detto “separatiste”? Perché non usa questa parola per il Kosovo? Non risponde? Non risponde perché non è in grado di rispondere.

Ma in Abchazia ci sono stati molti profughi georgiani. In Kosovo è il contrario.

No, non è affatto il contrario. Migliaia, centinaia di migliaia di serbi non possono rientrare nel Kosovo. È la stessa cosa. O lei forse ha visto un ritorno dei profughi nel Kosovo? Stanno cacciando gli ultimi serbi. Non racconti storie, io so cosa succede veramente. Non siete in grado di garantire ai profughi la sicurezza e delle condizioni di vita dignitose. Dunque è esattamente la stessa cosa. Per quanto riguarda l'allontanamento della popolazione georgiana, è vero. Ma 55.000 georgiani hanno già fatto ritorno nel distretto di Gali in Abchazia. Questo processo avrebbe potuto continuare, se non ci fossero state pressioni militari da parte di Tbilisi. Sa, quando c'è stata la cosiddetta rivoluzione socialista del 1919, la Georgia si è costituita come Stato indipendente. L'Ossezia invece ha dichiarato che non voleva essere parte integrante della Georgia, che voleva restare nella Federazione Russa. Le autorità georgiane hanno intrapreso delle spedizione punitive che gli osseti ancora oggi considerano dei massacri, dei stermini. Questi conflitti hanno un carattere antico e profondo. Per risolverli bisogna armarsi di pazienza e di rispetto verso i diversi gruppi etnici del Caucaso invece di impiegare la forza.

Oggi si dice che vari aerei spia georgiani sono stati abbattuti sull'Abchazia dal sistema di difesa russo. Ma perché non si ricorda la proibizione di sorvolare queste zone? Far volare questi aerei è spionaggio. Perché fare dello spionaggio? Perché si prevedono operazioni militari. Allora cos'è, una delle due parti si prepara a uno spargimento di sangue. Vogliamo questo? Nessuno lo vuole. Perché i vari gruppi etnici abbiano voglia di convivere in un unico Stato è necessario il dialogo. Non finiremo mai di ripeterlo ai nostri interlocutori georgiani.


Il presidente georgiano Michail Saakašvili ha proposto un piano di pace per l'Abchazia con la concessione di un'ampia autonomia e la carica di vice presidente a un abchazo. Questa proposta vi trova d'accordo?

Bisogna innanzitutto che vada bene agli abchazi. Com'è cominciato il conflitto etnico? Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tbilisi ha soppresso l'autonomia di queste repubbliche. Cosa l'ha spinta a farlo? Perché l'ha fatto? Così hanno avuto inizio il conflitto etnico e la guerra. Adesso [i georgiani] dicono che sono pronti a fare marcia indietro: “Vi restituiamo l'autonomia che vi abbiamo tolto anni fa”. Ma è chiaro che gli abchazi diffidano. Pensano che tra qualche anno li priveranno nuovamente di qualcosa. Noi abbiamo aiutato quei 55.000 profughi georgiani a ritornare in Abchazia, nel distretto di Gali. L'abbiamo fatto. Abbiamo convinto gli abchazi a lasciarli passare e a garantire loro condizioni di vita normali. È la Russia che l'ha chiesto alle autorità abchaze. Ve lo dico in tutta sincerità, me ne sono occupato personalmente. Ho rivolto personalmente la richiesta alle autorità abchaze, e loro l'hanno fatto. Abbiamo elaborato un piano comune di sviluppo energetico, di cooperazione transfrontaliera, di costruzioni, di infrastrutture. Abbiamo perfino deciso di ricostruire le ferrovie. Dopo le ultime dimostrazioni di forza si è fermato tutto. Le elezioni [in Georgia] si avvicinavano, bisognava dimostrare che si poteva risolvere tutto. Questo genere di cose, che dura da secoli, non si adatta ai tempi e ai modi della politica interna. Non ne può uscire niente di buono. Spero che il piano proposto da Michail Saakašvili entrerà gradualmente in vigore, perché nell'insieme è giusto. Però bisogna che l'altra parte sia d'accordo. È necessario il dialogo.


Un'ultima domanda, di carattere generale: come vorrebbe vedere la Russia del futuro, ha un piano in mente?

Abbiamo già proposto un piano concreto di sviluppo della Russia fino al 2020. Abbiamo contato sul fatto che la struttura della nostra economia possa cambiare in maniera sostanziale e che l'innovazione svolga un ruolo molto più rilevante. Tenendo conto della quantità delle nostre risorse minerarie, la sfera dell'innovazione dovrà avere un ruolo ben maggiore, se non predominante. Contiamo sul fatto che le stesse infrastrutture del potere e della finanza si possano conformare ai nuovi tempi. Che saremo in grado di creare un sistema politico efficace e vitale capace di reagire a tutto ciò che accade nel paese e nel mondo. Che saremo in grado di creare con la politica estera condizioni tali da permettere al nostro paese di svilupparsi in modo efficace e intensivo, di essere competitivo, per far sì che i nostri cittadini si sentano al sicuro e possano programmare con fiducia il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Molte grazie.


Fonte russa:

http://www.government.ru

Fonte francese:

http://www.lemonde.fr

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Thursday, May 22, 2008

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

di M. K. Bhadrakumar

"[I leader arabi] hanno smesso di prendere istruzioni dall'Islam e hanno deciso che la loro opzione strategica è la pace con Israele, dunque sia dannata la loro decisione" - Osama bin Laden, messaggio audio, 18 maggio.

Lo scorso martedì, mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush partiva da Washington per un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente, l'agenzia d'informazione semi-ufficiale iraniana Fars riferiva che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva alluso al fatto che Teheran potrebbe prendere in considerazione un taglio delle esportazioni petrolifere. Naturalmente il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari ha chiarito subito che Teheran stava solo valutando le proprie esportazioni, e che anche in questo settore bisognava prendere delle decisioni in merito a un aumento o a una diminuzione.

Né Ahmadinejad né Nozari hanno detto che l'Iran stava rivedendo le esportazioni di petrolio in sé (che superano i 4,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979). Ma i prezzi petroliferi statunitensi sono impazziti comunque, e mentre Bush atterrava nella regione del Golfo Persico hanno registrato il prezzo-record di 126 dollari al barile.

Ci si aspettava che Bush facesse pressione sull'OPEC perché organizzasse presto un incontro per concordare un aumento della produzione petrolifera (la prossima riunione dell'OPEC si terrà in settembre per decidere in merito alla questione). Stephen Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, aveva dichiarato che Bush avrebbe detto al re saudita Abdullah che è nell'interesse dei paesi esportatori di petrolio “tener conto della salute economica dei clienti che pagano questi prezzi”. Quando si sono incontrati, venerdì, Bush ha scoperto che non c'era modo di persuadere il re saudita.

Nel frattempo Nozari era nuovamente sotto i riflettori. Ha dichiarato all'agenzia Fars: “Credo che non ci sia bisogno di una riunione [di emergenza] dell'OPEC. Perché dovrebbe esserci questa riunione quando i prezzi del petrolio salgono? I membri dell'OPEC stanno attualmente utilizzando tutta la loro capacità e stanno rifornendo il mercato... Con il petrolio a 126 dollari al barile non è saggio che coloro che hanno il petrolio non lo forniscano”. Nozari ha poi aggiunto di ritenere che “non è il petrolio che costa di più, è il dollaro che sta diventando meno caro”.

Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che un presidente statunitense in visita ricevesse un rifiuto così netto ed esplicito in Medio Oriente. I contatti della scorsa settimana hanno rivelato fino a che punto è giunto il declino del dominio statunitense in Medio Oriente durante l'attuale amministrazione Bush. Non c'è dubbio che il petrolio si trovi proprio al centro di questo declino. L'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio ha portato a un enorme trasferimento di risorse ai paesi esportatori di petrolio. L'Iran ne è tra i principali beneficiari.

Il grande accumulo di ricchezza permette all'Iran di esercitare la propria influenza sulla regione e di far sì che gli Stati Uniti non possano fare praticamente niente per contrastarne l'ascesa. In un rapporto diffuso venerdì Goldman Sachs prevedeva che il prezzo del petrolio balzerà a 140 dollari al barile entro luglio. "La previsione a breve termine per i prezzi del petrolio continua a essere all'insegna del rialzo", ha detto Goldman. Gli investitori si stanno precipitando sul mercato petrolifero come riparo dalla caduta del dollaro. Il Wall Street Journal ha riferito che al momento gli iraniani possiedono circa 25 milioni di barili – circa il doppio delle importazioni giornaliere degli Stati Uniti – di greggio pesante in petroliere al largo del Golfo Persico.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato le realtà del nuovo ordine regionale quando ha recentemente invitato le grandi potenze ad “avanzare proposte concrete che garantiscano la sicurezza dell'Iran e assicurino all'Iran un posto equo e onorevole in un dialogo teso a risolvere tutti i problemi del Vicino e Medio Oriente”.

Lavrov non è il solo a essere previdente. Anche gli esperti statunitensi si rendono conto della necessità di un nuovo atteggiamento verso il nucleare iraniano. Tutto questo, essenzialmente, riflette i limiti della potenza americana. Un importante esperto statunitense di questioni iraniane, Ray Takeyh, senior fellow all'influente Council on Foreign Relations, ha preso il toro per le corna quando ha recentemente suggerito che era ora che gli Stati Uniti “consentissero all'Iran di sviluppare una capacità di arricchimento di dimensioni considerevoli”, concentrandosi invece sui modi e i mezzi per far sì che entro i perimetri delle sue infrastrutture nucleari non si svolgessero “attività infauste”.

Come ha scritto Takeyh la scorsa settimana, proprio mentre Bush si trovava dalle parti dell'Iran, “L'Iran ha un apparato nucleare complesso e sta arricchendo uranio. Impossibile riportare indietro le lancette dell'orologio. Invece di resuscitare un pacchetto di incentivi respinto molto tempo fa dall'Iran o invocare punizioni militari che non preoccupano nessuno nella gerarchia del paese, gli Stati Uniti e i loro alleati europei farebbero meglio a negoziare un accordo che esaudisse almeno alcune delle loro richieste”.

È vero: la proliferazione nucleare e il petrolio sono una pericolosa accoppiata. Ma non sono che una faccia del fallimento della strategia dell'amministrazione Bush riguardo all'Iran. Il crollo è assoluto. Durante il suo viaggio, Bush ha cercato continuamente consensi per la sua strategia di contenimento nei confronti dell'Iran. I vicini arabi dell'Iraq si rifiutano di farsi coinvolgere nel caos di quel paese nonostante si lamentino che l'influenza iraniana in Iraq ha raggiunto un livello intollerabile. Non permetteranno che l'amministrazione Bush li recluti in vista di uno scontro con l'Iran. Mentre criticano in privato l'Iran con i loro interlocutori americani e sollecitano contromisure statunitensi, stanno in realtà valutando pro e contro, mettendo in conto il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe anche impegnarsi in un dialogo incondizionato con l'Iran.

I fatti del Libano hanno ulteriormente messo in luce il fatto che l'amministrazione Bush non ha un piano. Se si deve credere alla newsletter di Washington Counterpunch, un intervento israeliano già programmato (con il consenso degli Stati Uniti) in Libano durante i recenti scontri è stato rinviato all'ultimo minuto perché secondo informazioni di intelligence la rappresaglia di Hezbollah sarebbe stata molto pesante. Secondo i servizi statunitensi, Tel Aviv sarebbe stata bersagliata da “circa 600 razzi di Hezbollah nelle prime 24 ore della rappresaglia”.

Secondo Counterpunch l'amministrazione Bush si sarebbe tirata indietro dopo aver dato “inizialmente il via libera” ai piani d'attacco militare di Israele al fianco delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti. “La sconfitta delle milizie da parte di Hezbollah a Beirut Ovest e il timore di rappresaglie contro Tel Aviv hanno costretto a cancellare l'attacco israeliano”.

Non sorprende che tra i signori della guerra libanesi ci siano molta rabbia e amarezza per essere stati abbandonati dall'amministrazione Bush. Il primo ministro Fuad al-Siniora voleva dimettersi e i sauditi hanno dovuto convincerlo a non farlo. Il risultato è evidente a tutti. L'equilibrio politico si è spostato a favore di Hezbollah e le milizie filo-occidentali sono state umiliate. Ma soprattutto si è formata un'improbabile alleanza tra Hezbollah e l'esercito libanese (che l'amministrazione Bush ha finanziato con ben 400 milioni di dollari negli ultimi due anni).

Le conseguenze nella regione sono altrettanto importanti. L'Arabia Saudita e l'Egitto sostengono gli sforzi di mediazione della Lega Araba, prendendo le distanze dalla denuncia statunitense di Iran e Siria. I due pesi massimi arabi sarebbero a disagio per la lunga ombra dell'influenza iraniana sul Libano, ma sanno anche che l'Iran è una potenza regionale con cui venire a patti.

Per citare il noto autore britannico ed esperto di Medio Oriente Patrick Seale, “Gli stati arabi del Golfo hanno vivaci scambi commerciali con l'Iran e accolgono una vasta popolazione iraniana. Non vogliono isolare l'Iran o minare la sua economia come sarebbe nei desideri di Israele e Stati Uniti. Appare chiaro che una maggiore comprensione e fiducia tra Arabia Saudita ed Egitto da una parte e Iran e Siria dall'altra – senza il peso delle interferenze di Stati Uniti e Israele – farebbero molto per facilitare il percorso del Libano verso la pace e la sicurezza”.

Riassumendo, l'amministrazione Bush non ha un Piano B neanche per il Libano. La mediazione della Lega Araba ha ignorato freddamente il desiderio di Washington di portare la questione del Libano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di mettere alla gogna la Siria e l'Iran. Alle autorità statunitensi non è restato che continuare a manifestare scetticismo sulla prospettiva dei colloqui intralibanesi che si terranno a Doha sotto gli auspici della Lega Araba.

Comunque il fallimento degli Stati Uniti nel contrastare l'influenza siriana e iraniana in Libano impallidisce se confrontato con quello del “processo di pace” arabo-israeliano. Quest'ultimo incombeva come un uccello del malaugurio sul tour in Medio Oriente di Bush. La credibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sofferto gravi colpi; Fatah è stata eliminata da Gaza; Hamas sta guadagnando terreno in Cisgiordania dopo il consolidamento a Gaza. E così nessuno ha raccolto le parole di Bush quando venerdì ha detto davanti a un uditorio arabo a Sharm el-Sheikh, in Egitto: “Tutte le nazioni della regione devono unirsi compatte nell'affrontare Hamas, che tenta di minare gli sforzi per la pace con continui atti di terrorismo e di violenza”.

Gli arabi sapevano che comunque la retorica anti-Hamas di Bush ha qualcosa di falso. Solo due giorni prima Hamas aveva annunciato che lunedì avrebbe mandato in Egitto una delegazione per una nuova serie di colloqui con i mediatori. Domenica il quotidiano israeliano Ha'aretz ha riferito che vari ex ufficiali della sicurezza e dell'esercito israeliani – compreso l'ex-capo del Mossad Ephraim Halevi, l'ex-capo dell'esercito Amnon Lipkin-Shahak e l'ex-comandante delle truppe israeliane a Gaza, Shmuel Zakai – un mese fa hanno scritto il governo per sollecitare colloqui indiretti con Hamas e per esprimere opposizione a un attacco militare su vasta scala contro Gaza.

Hanno scritto: “Riconoscendo che la fine del regime di Hamas a Gaza non è un obiettivo realistico e che la restaurazione di Fatah nella Striscia di Gaza per mezzo delle baionette israeliane non è auspicabile... dovrebbero svolgersi negoziati non pubblici con Hamas attraverso l'Egitto o un altro mediatore accettabile per entrambe le parti”.

Durante il viaggio in Medio Oriente di Bush ciò che a tratti emerge è questo senso tangibile che gli Stati Uniti siano stati completamente emarginati dal nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. La retorica di Bush non è riuscita a nascondere il fatto che neanche aggiungendo 300 milioni di americani a 7 milioni di israeliani è riuscito a confutare l'erosione della supremazia di Israele nella regione.

In un recente brillante articolo, l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato che il centro di gravità del potere e della politica regionale in seguito alla guerra in Iraq si è spostato verso il Golfo Persico. Per citare Fischer, “Ora è davvero praticamente impossibile mettere in pratica una qualsiasi soluzione al conflitto tra Israele e Palestina senza l'Iran e i suoi alleati locali, Hezbollah nel Libano e Hamas in Palestina”.

Il fatto è che il fallimento storico della guerra in Iraq dev'essere ancora compreso appieno. Su un piano regionale, mentre la guerra in Iraq si trascina interminabile, la situazione è gravida delle immense conseguenze dello stravolgimento dell'intero sistema di stati creato dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918. La guerra in Iraq ha innescato il potenziamento degli sciiti e ha liberato forze storiche che erano incatenate da secoli. Il suo significato geopolitico va ancora assimilato, mentre tutta la regione è spazzata dai venti del cambiamento.

Fischer ha sottolineato che la guerra in Iraq ha messo fine per sempre al nazionalismo secolare arabo, che era – storicamente parlando – di ispirazione europea. Al suo posto è comparso l'Islam politico, che coltiva il nazionalismo “anti-occidentale” e fa leva su problemi sociali, economici e culturali per affrontare con impeto rivoluzionario regimi autoritari, corrotti, ingiusti e privi di legittimità popolare. Gli islamici stanno pilotando questa tendenza alla “modernizzazione”, mentre il futuro dell'Islam politico è lungi dall'essere chiaro.

Anche la Cina ha fatto la sua comparsa sullo scacchiere mediorientale, e questo renderà il declino del dominio statunitense nella regione sempre difficilmente arrestabile. Curiosamente, alla vigilia dell'arrivo di Bush in Medio Oriente, un importante studioso cinese, Weiming Zhao, professore all'Istituto di studi sul Medio Oriente dell'Università internazionale di Shanghai scriveva: “La Cina ha un significativo interesse per il Medio Oriente, e qualsiasi cambiamento della situazione in quella regione influirà sulla sicurezza energetica della Cina... Per molto tempo dunque l'atteggiamento fondamentale della diplomazia cinese sarà caratterizzato da una maggiore attenzione per lo sviluppo della situazione in Medio Oriente, da una maggiore preoccupazione per gli affari mediorientali e dalla volontà di instaurare relazioni più strette con i paesi mediorientali”.

Il viaggio di Bush ha rivelato che gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente con la quale affrontare queste molteplici forze. Sembra che l'amministrazione Bush si limitasse a fingere di averne una. Una sfida formidabile attende il prossimo presidente degli Stati Uniti.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JE21Ak02.html


Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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Tuesday, May 20, 2008

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

G. Parthasarathy

L'India non ha motivo di esitare a perseguire il progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India solo perché preoccupata per le possibili sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, gli si può dire che per le nostre necessità energetiche non abbiamo altra scelta che cercare l'accesso al gas naturale, dice G. Parthasarathy.

La discussione sul gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI), più che far luce sulla questione, ha scaldato gli animi. Si è creato un grande divario tra retorica e realtà e il pubblico dibattito è stato scarso e poco informato. È indiscutibile che l'economia indiana, in fase di esplosione ma fortemente affamata di energia, ha bisogno di attingere a ogni possibile fonte di energia economicamente accessibile, la cui sicurezza e continuità sia garantita in modo appropriato. Si stima che nel 2020 la domanda di gas naturale dell'India sarà triplicata e raggiungerà i 270 milioni di metri cubi al giorno, con 200 milioni di metri cubi provenienti dalle fonti esistenti attualmente (domestiche e straniere). L'India adesso ha solo un contratto significativo con il Qatar per l'importazione di LNG, gas naturale liquefatto, che attualmente prevede cinque milioni di tonnellate all'anno, con altri due milioni all'anno disponibili dal 2009. La carenza di gas naturale ha fatto sì che negli ultimi anni centrali elettriche e impianti di fertilizzazione siano rimasti sottoutilizzati.

L'accordo con l'Iran
Nel giugno del 2005 l'India ha firmato un contratto da 22 miliardi di dollari con l'Iran per la fornitura di cinque milioni di tonnellate di LNG all'anno; l'Iran si impegnava a prendere in considerazione la fornitura di ulteriori 2,5 milioni di tonnellate annuali. L'Iran ha ripudiato uniltateralmente questo accordo e ha chiesto prezzi più alti, mettendo in discussione la propria credibilità di fornitore di energia affidabile.

Adesso si parla di rinegoziare questo accordo. Ma l'India non si lasci ingannare: nonostante la retorica sentimentale sui “legami di civiltà” con l'Iran, gli iraniani sono dei negoziatori duri, scarsamente portati per il sentimentalismo, malgrado le nostre autorità dicano che l'India ospita un'estesa popolazione sciita.

Nello scenario globale attuale, tre paesi – Russia, Iran e Qatar – concentrano il 58% delle riserve di gas mondiali. Il Giappone importa l'LNG principalmente dall'Australia e dai paesi vicini. Con il gas naturale che corrisponde al 20% dei loro bisogni energetici, la crescente domanda degli Stati Uniti viene soddisfatta principalmente dal Canada e in misura inferiore dai paesi del Medio Oriente. Nell'Unione Europea, solo la Norvegia ha un surplus di gas naturale esportabile, un surplus che è comunque relativamente limitato. Gli analisti strategici russi vorrebbero usare le loro risorse energetiche per rendere l'Europa ampiamente dipendente dalla Russia, per contrastare la penetrazione della NATO nello spazio strategico russo di ex-repubbliche sovietiche come l'Ucraina e la Georgia. La Russia, dunque, è favorevole al fatto che l'Iran cerchi i propri mercati a est, in paesi come Cina e India. La cinese Sinopec, compagnia di proprietà dello stato, nel 2004 ha firmato un accordo da 60 milioni di dollari per acquistare dall'Iran 250 milioni di tonnellate di LNG in 30 anni e per sviluppare il gigantesco giacimento di Yadavaran gas. L'Iran si è anche impegnato a esportare 150.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina per 25 anni. Dato l'interesse strategico russo per il dominio dei mercati energetici dell'Unione Europea, la Russia vede sostanzialmente di buon occhio il fatto che il gas iraniano venga venduto a economie asiatiche invece che ai mercati europei.

Le pressioni degli Stati Uniti
L'India ha ragione di preoccuparsi per le pressioni degli Stati Uniti in merito al gasdotto IPI? Nell'agosto del 1996 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato all'unanimità l'ILSA, l'”“Iran, Libya Sanctions Act” (ILSA), che sanciva l'imposizione di sanzioni su compagnie, indipendentemente dalla loro nazionalità, che investissero più di 20 milioni di dollari all'anno nel settore del gas e del petrolio iraniano. Nonostante questa legislazione, l'Iran ha attirato più di 30 miliardi di dollari in investimenti stranieri nel suo settore energetico da quando sono state imposte queste sanzioni. L'Unione Europea si è opposta alle sanzioni dell'ILSA e il 22 novembre 1996 ha passato una Risoluzione che istruisce le sue compagnie a non conformarsi alle sanzioni.

Varie compagnie europee, compresa la francese TOTAL e l'italiana ENI, hanno ignorato le sanzioni. Lo stesso hanno fatto la malese Petronas e il colosso russo GAZPROM.

In queste circostanze l'India non ha motivo di esitare a procedere con il gasdotto IPI sulla base della preoccupazione per eventuali sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, le si potrà spiegare educatamente che, dato il nostro bisogno di fonti di energia ecocompatibili, non possiamo far altro che cercare attingere al gas naturale per soddisfare le nostre necessità energetiche.

Convenienza economica
Secondo stime russe, il gasdotto IPI, lungo 2700 km, avrà una capacità di 54 miliardi di metri cubi di gas all'anno, con 32 miliardi di metri cubi forniti all'India e 22 miliardi di metri cubi forniti al Pakistan. Si valuta che costo del progetto sia di 7,6 miliardi di dollari. La Cina non ha ancora espresso interesse a espandere il gasdotto alla sua provincia dello Xingjian. Nonostante il parere pakistano, la convenienza economica di far passare il gasdotto per l'Himalaya è discutibile. Il presidente Ahmedinejad trasuda ottimismo sulla possibilità che la conclusione delle trattative per il gasdotto IPI siano questione di mesi. Il ministro degli esteri indiano, Shivshankar Menon, ha tuttavia osservato che bisogna ancora lavorare molto per far sì che il progetto sia commercialmente fattibile e finanziariamente accettabile e che le preoccupazioni energetiche indiane ricevano una valida risposta.

Nel 1996, l'allora presidente del Pakistan Farooq Leghari ha detto all'Alto Commissario indiano Satish Chandra che era del tutto concepibile che il Pakistan interrompesse le forniture in momenti di tensione, aggiungendo con disinvoltura che i conflitti tra India e Pakistan raramente duravano più di qualche settimana e che dunque l'India non doveva preoccuparsi per i blocchi temporanei delle forniture di gas!

C'è poi da dire che il gasdotto attraverserà il Belucistan iraniano e pakistano.

Negli ultimi tre anni i gasdotti pakistani sono stati sistematicamente oggetto di attentati da parte dei separatisti beluci. Nel Belucistan iraniano una misteriosa organizzazione sunnita (che si ritiene goda dell'appoggio degli Stati Uniti) chiamata Jundullah ha compiuto attacchi contro obiettivi del governo iraniano. Il nuovo governo pakistano sembra più realistico del generale Musharraf nel trattare con le aspirazioni dei beluci.

Ma è prudente per Nuova Dheli diventare ampiamente dipendente da un gasdotto che attraversi il Belucistan finché non avrà la certezza che i problemi in quella provincia siano risolti e le aspirazioni dei beluci soddisfatte? Finanziariamente, dati i costi in vertiginosa crescita del petrolio e visto che i prezzi del gas sono collegati a quelli del petrolio, quand'è che gli impianti energetici basati sul gas smetteranno di convenire all'India? E infine, un accordo dovrà prevedere delle penali per la mancata fornitura e delle riserve di gas che provvedano in caso di interruzione della fornitura.

La preoccupazione per la sicurezza
Nei colloqui con Iran e Pakistan questi sono tutti temi che vanno affrontati. Allo stesso tempo, gli interessi dell'India impongono che negli investimenti e nella costruzione del gasdotto sia coinvolta una grande potenza come la Russia, che garantisca la continuità delle forniture. GAZPROM sarebbe un partner ideale in questo senso. Probabilmente GAZPROM potrebbe essere convinta a entrare in un progetto di gasdotto sottomarino dall'Iran che aggirasse il Pakistan, rispondendo così alle preoccupazioni per la sicurezza energetica.

Inoltre Nuova Delhi dovrebbe essere cauta nel procedere con il progetto del gasdotto dal Turkmenistan, attraverso l'Afghanistan e il Pakistan, per la fornitura di gas all'India. La situazione nell'Afghanistan meridionale, dove i talebani controllano ampi tratti della campagna, è troppo turbolenta per garantire la sicurezza delle rotte energetiche.

Infine, data la grande influenza di Mosca in Asia Centrale, è come minimo prudente consultare i russi su questo progetto. Il governo di Manmohan Singh non è stato abbastanza trasparente nello spiegare tali questioni all'opinione pubblica indiana. In assenza di un dibattito informato, i demagoghi che danno voce alla vuota retorica della Guerra Fredda sono destinati inevitabilmente a dominare la discussione pubblica.

L'autore è stato Alto Commissario per il Pakistan.

Originale da: The Hindu Business Line

Articolo originale pubblicato il 15 maggio 2008

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Sunday, May 18, 2008

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

M.K. Bhadrakumar

Le Cassandre indiane avevano ammonito il paese che il mondo ci avrebbe considerati volubili e poco seri se avessimo dialogato con l'Iran. Dicevano che l'immagine dell'India era destinata a crollare se avessimo discusso con l'Iran in modo costruttivo e in uno spirito di cooperazione. Questo succedeva poco più di una settimana fa e sembra già distante anni luce. Sarà interessante osservare quello che accadrà nelle prossime settimane. È altamente probabile che la comunità internazionale capirà la correzione di rotta della nostra politica nei confronti dell'Iran.

La visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad a Delhi, per quanto breve, è stata determinante. Innanzitutto l'India e l'Iran si gettano alle spalle l'indifferenza che ha caratterizzato le loro relazioni bilaterali negli anni 2005-2007. La visita di Ahmadinejad segnala il desiderio dell'Iran di incentivare i propri legami con l'India e sottolinea la nostra decisione di porre fine a un infelice interregno caratterizzato da una visione neoconservatrice dell'Iran filtrata attraverso il prisma della nostra “alleanza di valori” con gli Stati Uniti.

Naturalmente sarebbe stato preferibile che il presidente si fermasse più a lungo in India e che le leadership dei due paesi tenessero una conferenza stampa congiunta. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per questo. Ciò che importa per ora è che Nuova Delhi si è riavvicinata in punta di piedi alla comunità internazionale, secondo la quale si dovrebbe permettere all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di terminare il suo lavoro sulla questione nucleare iraniana. Gli Stati Uniti sono così ostacolati nella loro volontà di imporre sanzioni punitive all'Iran.

Anzi, perfino negli Stati Uniti si sta facendo strada un ripensamento. A una tavola rotonda svoltasil il 27 marzo scorso, cinque ex-segretari di stato – Henry Kissinger, James Baker, Warren Christopher, Madeline Albright e Colin Powell – hanno raggiunto il consenso sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero aprire una linea di dialogo con l'Iran. Albright ha enfatizzato l'importanza di trovare un “terreno comune”; Christopher ha sollecitato i diplomatici americani a esplorare i possibili contatti; Baker ha suggerito che il dialogo potrebbe incentrarsi su un dilemma comune – “un Iraq disfunzionale non sarebbe nell'interesse dell'Iran, hanno tutti i motivi per aiutarci come hanno fatto in Afghanistan”; Kissinger ha invocato una linea di comunicazione aperta e “incondizionata”; Powell ha paragonato il potenziale dialogo con le difficili visite da lui compiute in Iran – “Non sono sempre visite piacevoli, ma va fatto”. Un altro ex-segretario di stato, Zbigniew Brzezinski, sostiene da molto tempo la necessità di dialogare in modo costruttivo con l'Iran.

Gli opinionisti indiani, dunque, non devono temere gli Stati Uniti se l'India decide di instaurare rapporti di amicizia con l'Iran. Di fatto, lo stratagemma statunitense volto a isolare l'Iran si è dimostrato inefficace. I regimi arabi “filoamericani” hanno cercato un accordo con l'Iran. La Turchia collabora con l'Iran sulle questioni della sicurezza regionale. L'Iran ha sventato i tentativi americani di provocare un cambio di regime a Teheran. Nel frattempo la posizione difficile degli Stati Uniti in Iraq ha aumentato l'influenza dell'Iran nella regione. Nuova Delhi ha dunque valutato bene la correlazione tra le forze nella regione.

Un secondo aspetto emerso durante la visita di Ahmadinejad è il riconoscimento da parte dell'India della “fattibilità” del progetto del gasdotto iraniano. Ed era ora. C'è poi ragione di credere che l'accordo LNG [per l'importazione di gas naturale liquefatto, N.d.T.] con l'Iran sia ancora realizzabile. L'accorgo LNG ha un ruolo cruciale nel dare slancio alla cooperazione indo-iraniana. Teheran dovrebbe rendersi conto che non si tratta solo di cooperazione energetica. Senza dubbio l'accordo incen