mercoledì, novembre 11, 2009

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

di Mark Ames


Non voglio addentrarmi troppo nella Tana del Bianconiglio delle stranezze di Fort Hood, dunque mi limiterò a togliermi dallo stomaco un po' di quel fango assurdo messo in giro nei media per confonderci o depistarci. Sembra proprio che sia in corso un insabbiamento, e neanche molto professionale. Ma la cosa triste è che tutta la confusione e le sciocchezze che ci propongono riusciranno probabilmente nell'intento di distogliere l'opinione pubblica da quello che l'esercito non vuole farci sapere sulla strage, di qualsiasi cosa si tratti.

Comunque eccovi la mia lista dei Dodici Esempi di Disinformazione che vanno tenuti d'occhio:

1. Una storia ridicola fabbricata dal londinese Daily Telegraph trasforma Hasan in un vecchio amico dei terroristi dell'11 settembre. Il Telegraph riferisce anche di un misterioso uomo dai lineamenti arabi che avrebbe fatto visita ad Hasan nel suo appartamento due giorni prima della sparatoria, come in un brutto telefilm:

“Era molto insolito perché non veniva mai a trovarlo nessuno. Portava lunghi capelli neri e i baffi, e aveva la carnagione scura.”

Ricordate, questo è lo stesso Daily Telegraph che lo scorso mese ha pubblicato una bufala sulle origini ebraiche del presidente iraniano Ahmadinejad – storia prontamente smascherata come caso di disinformazione. Il Telegraph non è nuovo a questo genere di storie – come l'articolo del 2003 in cui diceva di avere le “prove” che Saddam Hussein aveva addestrato i terroristi dell'11 settembre a Baghdad.

E però funziona: adesso tutti dalla CBS all'Associated Press riprendono la notizia del Telegraph, e secondo la CBS l'FBI sta indagando su questa storia.

2. NPR ha mandato in onda un servizio citando come fonte un anonimo psichiatra del Walter Reed Army Medical Center (un altro anonimo!) che dice di essere un collega di Hasan e lo dipinge praticamente come un terrorista musulmano: Hasan avrebbe dato di matto con i suoi colleghi durante una conferenza che avrebbe dovuto trattare di questioni mediche. Invece, secondo NPR:

Lo psichiatra dice che [Hasan] era molto fiero ed esplicito sul fatto di essere musulmano. E, si è affrettato ad aggiungere lo psichiatra, nessuno ci badava. Ma sembrava quasi aggressivo a proposito del suo essere musulmano, e un giorno ha tenuto una conferenza che ha spaventato molti dottori.
… nell'auditorium entrano decine di medici e c'è uno che sta sul podio e tiene una conferenza su temi accademici, tipo quali farmaci prescrivere per un certo disturbo. Invece lui, Hasan, avrebbe parlato a lungo del Corano, dicendo che se non credi sei condannato all'inferno. Ti tagliano la testa. Ti buttano nella gola olio bollente.

Poi il servizio di NPR diceva che ai colleghi di Hasan al Walter Reed è stato detto di non parlare più con nessuno, soprattutto l'FBI:

ZWERDLING: Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito di Hasan al Walter Reed. Lo psichiatra con cui ho parlato oggi ha detto che era il tipo di persona della quale i colleghi parlavano nei corridoi, dicendo: Pensate che sia un terrorista o solo un tipo strano? E adesso a quanto pare al Walter Reed c'è la regola del silenzio, e tutti hanno ricevuto questa istruzione: Non parlate con nessuno di questa indagine, tranne che con i militari. Non parlate con l'FBI. Perché hanno paura, cosa succede se cominciano a indagare sul fatto che questa gente si è lasciata sfuggire potenziali segnali di avvertimento su questo tizio? Sa, sono ancora speculazioni, ma...
INSKEEP: Come possono non parlare con l'FBI?
ZWERDLING: Be', la nostra collega Dina Temple-Raston l'ha sentito dire dall'FBI, e questo ufficiale dell'esercito mi sta dicendo la stessa cosa dal Walter Reed.
INSKEEP: Bene. Signori, molte grazie. Daniel Zwerdling e Tom Gjelten di NPR. Grazie a entrambi.

No no no, grazie a te, NPR, per non aver dato retta a quell'enorme insegna che urlava MA CHE CAZZO. Anche qui, non dimentichiamo come l'esercito nel 2000 fosse stato scoperto a infiltrare agenti di PSYOPS esperti in propaganda tra i dipendenti della redazione giornalistica di NPR:

Il primo stagista alla NPR lavorò in vari prorfammi di attualità da settembre a novembre 1998. Gli altri due lavorarono per Talk of the Nation, uno da gennaio a febbraio 1999, l'altro da marzo a maggio 1999. NPR e Withington si sono rifiutati di identificare gli stagisti o di permettere che venissero intervistati.
Tutti gli stagisti erano sottufficiali dell'esercito degli Stati Uniti appartenenti al 4° Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg, Carolina del Nord. Il Gruppo Operazioni Psicologiche dissemina apertamente in altri paesi informazioni a sostegno della politica e degli obiettivi statunitensi. Per esempio ha collocato negli aeroporti colombiani dei cartelloni che scoraggiano il narcotraffico. “In termini civili, è come lavorare in un'agenzia pubblicitaria o in una compagnia di pubbliche relazioni,” dice Withington.
L'esercito prese a organizzare gli stage attraverso l'ufficio risorse umane di NPR nel febbraio del 1998, secondo Withington.
Il portavoce di NPR Jess Sarmiento dice che il dipartimento risorse umane, compreso il vice presidente per le risorse umane Kathleen Jackson, sapeva che gli stagisti lavoravano per PSYOP quando li assunse, ma pensava che la redazione giornalistica avesse dato l'ok. Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP. È possibile che il loro immediato supervisore ne fosse a conoscenza, ma Sarmiento dice che il legame con PSYOP non era noto a un superiore, il cui nome non ha reso noto, che venne a saperlo solo alla fine del periodo di lavoro del terzo stagista. E Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP.

3. L'FBI dice che stava tenendo d'occhio Hasan da quando avrebbe elogiato i terroristi suicidi, sei mesi fa. Però non ha fatto niente. La Senatrice Kay Bailey Hutchinson ha spiegato perché, usando la stessa scusa che usò Condi Rice dopo l'11 settembre:

“Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato che uno psichiatra formatosi per assistere la salute mentale altrui sarebbe esploso, a meno che non ci sia qualcos'altro, ed è questo che stanno cercando.”

Proprio così.

Ma la storia cambia... perché oggi l'FBI dice che si erano sbagliati a proposito dei suoi post a favore dei terroristi suicidi, e che anzi non hanno alcuna prova che Hasan comunicasse con siti jihadisti, a parte il fatto che potrebbe averli visitati:

(CBS) Un esame preliminare del computer del Maggiore Nidal Malik Hasan, accusato della strage di giovedì a Fort Hood nella quale sono state uccise 13 persone, non ha rivelato alcuna prova di collegamenti con gruppi o cospiratori terroristici, secondo gli inquirenti.

4. Nonostante siano state sbandierate tutte queste prove del fatto che Hasan era il jihadista più pazzo su questa sponda del Giordano, e nonostante ci siano fantastilioni di ufficiali e colonnelli e colleghi pronti a dichiarare che l'estremismo islamico di Hasan li preoccupava, tuttavia, secondo il New York Times, “le autorità non sono state in grado di dire se l'attacco sia stato il gesto di un uomo solo e turbato o legato a gruppi terroristici, all'interno o all'esterno del paese.” Come aggiungeva lo stesso articolo del New York Times,

La signorina Hutchison, parlando alla base, ha detto che il Maggiore Hasan è stato l'unico a far fuoco ma che non è ancora chiaro se avesse pianificato l'attacco da solo. “È una domanda che bisogna ancora porsi,” ha detto la signorina Hutchison.

5. Se su questo tengono la bocca cucita, state certi che durante e dopo la sparatoria ciarlavano come cocainomani, parlando di tre uomini in uniforme armati di M16. Prima dissero che Hasan era stato ucciso, poi che era sopravvissuto e in condizioni stabili, infine che era in coma, e via dicendo. I racconti erano sempre specifici e però privi di fonti – suggerendo qualcosa di più della semplice confusione del momento. Prendente per esempio questa storia piena zeppa di particolari rifilata a un corrispondente della CNN:

Un alto ufficiale che giovedì giocava a golf vicino a Fort Hood, Texas, ha detto alla CNN di avere assistito all'arresto di uno dei due individui sopravvissuti sospettati della sparatoria nell'edificio dell'Esercito.

Subito dopo la sparatoria, ha raccontato l'ufficiale, la polizia militare gli ha chiesto di allontanarsi, e ha visto altri MP circondare l'edificio dove tengono i golf cart, ha detto.

L'ufficiale ha detto di aver cercato riparo in una casa vicina quando sono arrivati 30-40 veicoli della polizia militare.

Ha raccontato di aver visto un soldato in assetto da combattimento, le mani in alto. Gli MP gli hanno intimato di stendersi al suolo e di aprirsi l'uniforme, si suppone per assicurarsi che non portasse esplosivi, ha detto l'ufficiale.

Ha riferito che un MP gli ha detto che le autorità sospettavano l'uomo della sparatoria dopo averlo sentito dire che era con l'autore della strage.

6. I media si sono affrettati a comunicare che nessuno era rimasto vittima di fuoco amico. Fine della storia. E sappiamo che è vero perché gli stessi poliziotti che avrebbero potuto uccidere dei soldati hanno compiuto riscontri balistici sulla scena della strage, e, sorpresa, si sono autoscagionati. E poi che ne è stato delle prime notizie secondo cui almeno alcuni poliziotti a Fort Hood erano dipendenti civili di ditte private? Come in questo servizio di USA Today:

Aggiornamento delle 7:08 p.m. ET: La CNN riferisce che Hasan aveva 39 anni, si era diplomato in Virginia e aveva lavorato al Walter Reed Army Medical Center prima di entrare come tirocinante al Darnall Army Medical Center di Fort Hood.
Oltre ad Hasan, sono morti 10 soldati e un poliziotto civile che lavorava nella base come dipendente di una ditta privata.

7. La strana storia secondo cui Hasan aveva fatto parte di una task force di Washington che consigliava il futuro Presidente Obama: non mi importa quello che dicono gli altri, a me sembra molto strano. Quelli di destra hanno già distorto la notizia per dimostrare che Hasan era uno stretto collaboratore dell'islamofascista Barack Obama; ma i liberal hanno protestato striduli che il solo fatto che Hasan fosse nella task force non significa un accidente. Um, invece sì: se non lo trovate strano questo mestiere non fa per voi. Gesù Cristo, come si può pensare che non sia strano, soprattutto se si descrive Hasan al culmine del suo islamofascismo islamico, mentre si mette a urlare e a parlare di decapitazione degli infedeli durante una conferenza? La vera domanda è: cosa cavolo ci faceva, lì?

8. Probabilmente Hasan se ne andava in giro in abiti musulmani, come quando è andato al supermercato, la mattina della sparatoria, ed è stato convenientemente ripreso dalla telecamera a circuito chiuso... però vestiva l'uniforme in moschea. E notate come i media si sono subito abituati a usare una sua foto in bianco e nero, anche se ne esistono molte a colori, comprese versioni a colori di quella stessa foto in bianco e nero. L'immagine in bianco e nero richiama subito alla memoria le foto dei sospetti dell'11 settembre. Ecco, date un'occhiata:

Reperto A: Che razza di terrorista è questo, ditemelo voi! Sembra una brava persona. Avanti la prossima!



Reperto
B: Be', con questa possiamo decisamente fare qualcosa…


Reperto C: Allora, prendete la foto sopra, cliccate il pulsante “scala di grigi”, aggiungete una leggera sfocatura per dare un bell'effetto terrorista, poi mettetela vicino ad americani colorizzati, e voila! Gente, mi sa che qui abbiamo proprio un terrorista, tutti d'accordo?


Reperto D: Oh sì, gente, nessun dubbio: questo tizio mette l'“errore” nel “terrore”:


Reperto E: D'accordo, ora che abbiamo stabilito questo possiamo mandare le immagini sgranate della telecamere a circuito chiuso che mostrano Hasan con il suo travestimento da islamofascista da Halloween:



Voila! Non troppo difficile, vero?

9. Perché nessuno approfondisce l'informazione secondo cui Hasan era nell'esercito già nel 1989, quando frequentava il Barstow community college nel deserto californiano, il che significa che era nell'esercito da almeno 20 anni? Ecco la notizia riportata da un quotidiano locale, il Victorville Daily Press:

Gli archivi dell'istituto mostrano anche che Hasan, che all'epoca avrà avuto 19-20 anni, quando frequentava il Barstow College aveva il grado di caporale scelto o inferiore. Il codice di avviamento postale relativo all'indirizzo di residenza di Hasan indicava anche che viveva in caserma, secondo Stokes.
Il comando di Fort Irwin non è stato ancora in grado di confermare se all'epoca Hasan stazionasse al forte, secondo il portavoce Etric Smith. Smith ha detto che gli archivi dell'Esercito dimostrano che Hasan era passato al servizio attivo nel 1997 e che il comando non è in grado di spiegare la discrepanza.

Riferivano anche che era uno “studente modello”, il che stride con l'immagine del terrorista lavativo che era riuscito a ottenere una borsa di studio dal credulo governo americano.

10. Hasan era uno psichiatra. Potrebbe significare non solo che studiava trattamenti e terapie, come dicono, ma anche, come accade con gli psicologi militari, che avrebbe potuto far parte di un programma che comportava interrogatori e torture. Tanto per dire. Pensate che uso poterebbero fare i servizi e l'esercito di uno come Hasan: arabo e musulmano con formazione in psichiatria, e tutta una sfilza di credenziali da musulmano fanatico che per qualche strana ragione non l'hanno mai messo nei guai. Mi vengono in mente un sacco di modi in cui un tipo del genere potrebbe rendersi utile in un teatro di guerra o nella caccia ai terroristi.

11. Se Hasan stava in Al Qaeda e il suo obiettivo è sempre stato quello di attaccare gli americani, perché ha lottato tanto per evitare di partire per l'Iraq e ha messo su tutto quel casino sulle sue simpatie per i terroristi suicidi? Perché avrebbe dovuto assoldare un avvocato e perfino offrirsi di pagare per sottrarsi al servizio attivo? Come sappiamo dai terroristi dell'11 settembre, tutto quello che deve fare un terrorista dormiente è fingere di essere più americano degli americani purosangue: andare al casinò e nei club di spogliarelliste, bere alcol davanti a tutti, ecc. Ovviamente l'Esercito sapeva che era infelice, e sapeva anche che era un pazzo musulmano. Davvero è stato così stupido da non saper fare due più due, oppure ha usato Hasan o l'ha in qualche modo tenuto sulla corda?

12. Volendo condurre una finta indagine, chi meglio può dirigerla di quello strumento neocon che è Joe Lieberman? Lieberman ha già esibito la sua imparzialità e determinazione nella ricerca della verità dichiarando alla televisione che Hasan è un “home-grown terrorist”, un terrorista cresciuto in casa.

Ricordatevi che potrebbero esserci motivi di tutti i tipi per occultare la verità. Per esempio, se si trattasse di un raptus omicida sul posto di lavoro, ipotesi per la quale ancora propendo, le autorità avrebbero tutte le ragioni per mettere insieme un bell'insabbiamento… perché tutti si stanno coprendo il culo. Un perfetto esempio di insabbiamento da parte della polizia è quello che è successo dopo Columbine. Ed è stato così plateale che le famiglie delle vittime hanno infine fatto causa, come spiega questo articolo del 2002:

(AP) Le famiglie di cinque studenti uccisi a Columbine hanno chiesto che un gran giurì federale indaghi sulla possibilità che le autorità abbiano occultato le prove dell'uccisione di uno studente da parte della polizia.
“Sono state raccontate delle bugie, oltre ogni dubbio”, ha detto martedì l'avvocato Barry Arrington dopo aver presentato la richiesta all'Ufficio del Procuratore. “La sola questione è: perché mentono?”
Secondo le famiglie un ufficiale sparò accidentalmente al quindicenne Daniel Rohrbough mentre fuggiva dall'istituto durante il massacro del 20 aprile 1999.
Il padre di Rohrbough, Brian, afferma che il Sergente della polizia di Denver Dan O’Shea disse a un funzionario scolastico che temeva di aver sparato a uno studente, e che il vice sceriffo aveva assistito alla sparatoria.

Come ho detto, tante ragioni per insabbiare, e tante bugie e disinformazione.

Originale: Fort Hood Cover-Up: A Dozen Tales of Disinformation


Articolo originale pubblicato l'8/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 08, 2009

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

di Mark Ames

È difficile decidere quale sia l'aspetto più sconvolgente del massacro compiuto dal Maggiore Malik Nadal Hasan a Fort Hood, Texas. Comincerò con questo: non c'è niente di assolutamente nuovo, in quel massacro. Succede di continuo, è solo che il nostro paese soffre di amnesia: dimentichiamo le cose sgradevoli e ci rifiutiamo di imparare le lezioni preziose. [Proprio stamane c'è stato un altro raptus omicida in un ufficio di Orlando, che ha fatto almeno due morti e 17 feriti. In base alle prime notizie l'omicida era un dipendente.]

Tanto per cominciare, Fort Hood si trova a Killeen, Texas – teatro nel 1991 di uno dei peggiori raptus omicidi, quando un disoccupato già arruolato nella Marina, George Hennard Jr., entrò con il suo pickup in un popolare ristorante self-service, tirò fuori due pistole (anche Hasan ne ha usate due), e assassinò 23 persone prima di togliersi la vita. Il giorno prima del massacro Hennard stava mangiando un hamburger in un ristorante seguendo alla tv la nomina del giudice Clarence Thomas e, secondo il gestore, “Quando trasmisero un'intervista con Anita Hill diede in escandescenze. Cominciò a urlare ‘Brutta troia! Bastardi, avete aperto la porta a tutte le donne!’”

Così la sparatoria di Fort Hood non è il peggiore o più folle omicidio di massa della storia di Killeen. Niente affatto. I media a grande diffusione incoraggiano il clamore sui traditori musulmani che vivono in mezzo a noi, ma Hasan ha ucciso meno americani del bianco e razzista Hennard. Ed entrambi sono stati battuti dal governo federale nella vicina Waco, Texas, dove nel 1993 i federali massacrarono ben 74 tra uomini, donne e bambini nel ranch dei davidiani.

Ma in quella che appare come una strana coincidenza, il Maggiore Hasan e Killeen sono legati a un altro massacro americano. Killeen ha detenuto il record del peggiore massacro degli Stati Uniti fino al 2007, quando lo studente del Virginia Tech Seung-Hui Cho si è messo a sparare contro gli altri studenti uccidendone 33. Malik Nadal Hasan si era diplomato proprio al Virginia Tech nel 1997. Sia Hasan che Cho erano vittime di prepotenze e persecuzioni – il cugino di Hasan ha raccontato ai giornalisti che dopo l'11 settembre i suoi commilitoni lo tormentavano regolarmente, chiamandolo “cavalca-cammelli”. Ma il cugino insiste che l'opposizione di Hasan alla guerra non era tanto una conseguenza di quelle prevaricazioni, quanto dei racconti che aveva ascoltato durante il tirocinio come counselor psichiatrico dei reduci delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Hasan aveva perfino assoldato un avvocato per cercare di giungere a un accomodamento con il governo degli Stati Uniti e lasciare il servizio, ma l'accordo non c'è stato e Hasan è stato destinato in Iraq. Pare che si sia opposto a questa decisione fino al giorno prima della partenza: e invece di andare in guerra ha portato la guerra nell'esercito americano.

Come spesso capita, sono state tratte le lezioni sbagliate: la soluzione è stata più armi e una maggiore militarizzazione della società. Dopo la strage del Virginia Tech, nel 2007, è nato un nuovo gruppo studentesco favorevole alle armi, che chiede che gli studenti possano girare armati negli atenei. Il gruppo si chiama Students for Concealed Carry on Campus e conta oggi più di 40.000 membri in più di 363 atenei. Analogamente, nel 1991, dopo la sparatoria di Killeen, lo Stato del Texas rispose adottando una legge che consentiva l'omissione di denuncia per il possesso d'armi. Fu il Presidente Bush a firmarla quando era governatore del Texas nel 1995, e fu sempre Bush che nel 2008, dopo il massacro al Virginia Tech, firmò la prima legge federale per il controllo delle armi in 13 anni.

(In questo caso sta già accadendo: ecco per esempio un articolo appena pubblicato, “Fort Hood: Death By Gun Control”, in una cosa chiamata Austin Gun Examiner.)

Dunque Hasan, i cui genitori giunsero negli Stati Uniti dalla Palestina, aveva molti legami personali con la violenza e i massacri “Made in the USA”; eppure si tenta fanaticamente di ritrarlo come un folle mostro musulmano deciso ad uccidere americani a tutti i costi. Ma perché cercare altre fonti di ispirazione, quando gli americani avevano già dimostrato con tanti eccellenti esempi come si fa una strage di connazionali?

Anche Fort Hood, la più grande base militare in territorio statunitense, ha avuto la sua dose di violenza. Innanzitutto detiene il record di soldati uccisi in Iraq e Afghanistan – 685 fino a oggi – e anche se non si conoscono le cifre è ragionevole supporre che Fort Hood sia responsabile di un'alta percentuale delle decine o centinaia di migliaia di persone uccise in quei paesi in seguito all'invasione americana. Nello stesso periodo a Fort Hood si sono suicidati 75 soldati, dieci nel solo 2009; più che in qualsiasi altra base. In un solo fine settimana del 2005 si sono uccisi, in due episodi distinti, due soldati rientrati dall'Iraq. Lo scorso anno, in un caso che sembra uscito direttamente da Full Metal Jacket, lo Specialista Jody Michael Wirawan, 21 anni, della 1ª Divisione di Cavalleria, ha ucciso il suo tenente per poi suicidarsi all'arrivo della polizia. E Killeen non se la cava meglio: ha uno dei redditi mediani più bassi del paese e un tasso di criminalità tra i più alti. Quest'anno un soldato ventenne di Fort Hood è stato ucciso da un poliziotto di Killeen che ha detto di avergli sparato dopo essere stato investito dal suo SUV; la madre del soldato morto ha fatto causa affermando che il poliziotto era noto per essere un individuo violento e incontrollabile, e che l'auto di suo figlio era accostata quando è stato ucciso.

Tutta questa violenza e disperazione ha portato il comandante di Fort Hood, il Tenente Generale Rick Lynch, a creare un centro per il recupero dalla sindrome da stress post-traumatico: si chiama Resiliency Campus e comprende un Centro Benessere Spirituale per la meditazione e un Centro di Aiuto per il Potenziamento Cognitivo. Come se l'allenamento spirituale potesse risolvere le cause che hanno portato a creare un Resiliency Campus.

Ma se il governo fosse veramente preoccupato per tutti i casi di suicidio e di sindrome da stress post-traumatico, avrebbe potuto evitare la missione suicida e omicida del Maggiore Hasan. Sarebbe stato facile: Hasan aveva chiesto ai suoi superiori di non essere mandato in Iraq, dove era stato destinato, ma le sue richieste furono respinte. I blogger di destra come Michelle Malkin e alcuni media hanno cavalcato le notizie secondo cui Hasan avrebbe espresso simpatia per gli attentatori suicidi. Ma se avesse fatto parte di una cellula dormiente di Al Qaeda non si spiegherebbe perché a) avesse detto ai commilitoni che le guerre sono sbagliate e che avremmo dovuto ritirarci; e b) che stava cercando di evitare di essere mandato in Iraq. I terroristi dell'11 settembre fecero del loro meglio per “mimetizzarsi” e fingere di essere americani quanto una torta di mele, perché quando sei un terrorista che pianifica un attentato suicida in una base militare devi cercare di non attirare l'attenzione. Inoltre la scelta dei tempi per il massacro, il giorno prima di partire, dimostra che la sua disperazione era giunta al limite. Questo suggerisce che se le obiezioni del Maggiore Hasan fossero state prese in considerazione il massacro avrebbe potuto essere evitato .

L'opposizione del Maggiore Hasan alle guerre in Iraq e in Afghanistan lo colloca dove si trova oggi la maggioranza degli americani. E non è il primo soldato di Fort Hood a contestare la guerra. Dall'invasione dell'Iraq la percentuale di diserzioni è salita, e quest'anno hanno fatto notizia alcuni obiettori di alto profilo di Fort Hood, come lo specialista Victor Agosto, processato questa estate dalla corte marziale dopo essersi rifiutato di partire per l'Afghanistan, e il Sergente Travis Bishop, che ha chiesto lo status di obiettore di coscienza dopo essere stato in Iraq per 14 mesi.

Ai tempi della guerra del Vietnam Fort Hood divenne famosa per una delle prime proteste pacifiste, nel 1965, quando i cosiddetti “tre di Fort Hood” si rifiutarono di partire dicendo che la guerra era ingiusta e illegale. Tre anni dopo il movimento si estese: centinaia di soldati semplici afro-americani destinati in Vietnam manifestarono la propria opposizione durante la Convention democratica del 1968, e finirono sotto corte marziale. Fu un gesto eroico: soldati e poliziotti statunitensi misero in scena una delle repressioni di massa più sanguinarie della storia moderna. Nel 1971 il Fronte Unito di Fort Hood, composto da soldati della base, marciò a Killeen, malgrado la città gli avesse rifiutato il permesso. I manifestanti furono arrestati a centinaia.

Oggi, se si va a leggere nei forum le reazioni al massacro di Fort Hood, emerge che il sentimento pacifista è forte e che costituisce chiaramente un problema per le autorità. Dunque si farà il possibile per ritrarre il Maggiore Hasan come un musulmano matto. Da anni la destra ha cercato di identificare l'opposizione alle guerre con il filo-terrorismo e l'anti-americanismo: se così fosse, in base ai sondaggi la maggioranza degli americani sarebbe costituita da terroristi anti-americani.

È già possibile vedere la fetida, cupa essenza dell'Animo Americano nei messaggi anonimi postati in siti di destra come Free Republic. Eccone alcuni:

Perché alcuni si sorprendono?
Abbiamo già uno SPORCO TRADITORE MUSULMANO nello Studio Ovale.
Altra immondizia musulmana, che sarà mai?
* * *

[Citando un post precedente] **Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito. Punto.**
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito vivere in questo paese.
Punto.
* * *
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi vivere.
* * *

La storia è ancora fresca e ci sono molte cose che non conosciamo, e molte notizie contrastanti e confuse. Dato che Hasan verrà giudicato da un tribunale militare, noi americani sapremo solo quello che l'esercito vorrà farci sapere. E in una nazione che sta scivolando ulteriormente nelle nebbie della sua amnesia, l'ultima cosa che vogliamo conoscere sono le verità minacciose e dolorose.


Originale: Fort Hood Massacre: A Brief History Of American Violence

Articolo originale pubblicato il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 11, 2009

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

di M.K. Bhadrakumar

Tradotto da Manuela Vittorelli


Con la probabilità che gli Stati Uniti scelgano la strada del dialogo con l'Iran e con la decisione di “resettare” le relazioni tra Washington e Mosca, si fa ora un gran parlare di compromessi imminenti. Ed è inevitabile, date le correnti che si intersecano attorno ai rapporti USA-Iran-Russia.

Gli iraniani sono sensibili ai compromessi, e sui compromessi si basava storicamente la distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dunque potrebbe aprirsi una stagione di compromessi. Ma non si sa mai, perché spesso essi recano il marchio dell'opportunismo e sono negabili perfino quando si basano evidentemente su un equilibrio legittimo di interessi.

Nelle settimane recenti Teheran ha osservato con disagio il gioco condotto dall'amministrazione Obama per isolare l'Iran tentando la Russia (e la Siria) a un compromesso. Ma pare che sul fronte russo di tale accordo non vi sia traccia. La posizione ufficiale della Russia è che non c'è stata alcuna proposta di compromesso da parte degli americani.

Questo smentisce la notizia, diffusa dai media americani e russi, che a febbraio Obama avesse mandato una lettera alla sua controparte russa Dmitrij Medvedev proponendo di abbandonare il piano americano di posizionamento di elementi del sistema di difesa antimissile in Europa Centrale in cambio dell'aiuto russo nel cercare di bloccare le attività nucleari iraniane.

Se ci fosse stata una simile offerta da parte degli Stati Uniti, sarebbe stata “fin dall'inizio insensata e rozzamente semplicistica”, per citare un commentatore di Mosca. Il fatto è che l'Iran è un attore chiave in un vasto panorama geopolitico in cui la Russia ha profondi interessi in materia di sicurezza e che va dal Medio Oriente al Caspio, all'Asia Centrale e all'Afghanistan: dunque la Russia non può mettere in pericolo le sue eccellenti relazioni con l'Iran, e non lo farà.
Inoltre gli esperti russi vedono la questione dello scudo antimissile all'interno di uno schema molto diverso: le relazioni della Russia con l'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) e la sicurezza in Europa, compreso il problema fondamentale dell'equilibrio strategico o mantenimento della parità nucleare e missilistica tra la Russia e gli Stati Uniti.

Inoltre la Russia sa che l'amministrazione Obama potrebbe non avere altra scelta che scartare (o almeno mettere in naftalina) il programma di difesa antimissile, dato che fatica a sbloccare i fondi per finanziare un progetto così ambizioso. Dunque perché mai la Russia dovrebbe scendere a compromessi quando il piano di difesa antimissile degli Stati Uniti potrebbe essere lasciato cadere dall'albero come una mela marcia? È un ragionamento fondato.

Si può star certi che i russi non hanno vacillato sulla questione nucleare iraniana. Non si stanno solo accordando per la costruzione dell'impianto nucleare di Bushehr, ma sono anche in corso negoziati per la fornitura di combustibile a lungo termine per l'impianto.

Inoltre la scorsa settimana il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto: “Gli americani dovrebbero sposare la posizione dei 5+1 [i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non solo sulla carta, ma anche in colloqui con l'Iran come è stato proposto dal gruppo... Si tratta anche di coinvolgere l'Iran su base degna e paritaria negli sforzi per risolvere i conflitti in Iraq e in Afghanistan, nonché in tutti gli aspetti della questione mediorientale”.

Una settimana dopo, in seguito a colloqui con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a Ginevra, lo scorso venerdì, Lavrov ha aggiunto: “Oltre a stimoli economici seri e tangibili, abbiamo bisogno di un dialogo con l'Iran con il coinvolgimento di tutti i paesi della regione per assicurare condizioni di sicurezza stabili e affidabili in cui tutti i paesi della zona, compreso Israele, possano convivere in pace e in sicurezza”.

Anche sulla questione della fornitura russa di missili a lungo raggio all'Iran Lavrov ha rintuzzato gli attacchi dicendo che, benché la Russia tenga ampiamente conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti e di Israele, “Tali questioni... si decidono esclusivamente nell'ambito del diritto e degli obblighi nazionali della Russia... Stiamo fornendo armi difensive, non-destabilizzanti”. Prima dell'incontro di venerdì, Clinton aveva annunciato che avrebbe chiesto a Lavrov di bloccare il trasferimento di missili all'Iran in quanto rappresentano “una minaccia sia per la Russia che per l'Europa e i paesi vicini della regione”. Ma sembra che Lavrov non abbia fornito questa assicurazione. L'ambiguità costruttiva della posizione russa permane.

Nel frattempo le divergenze tra Russia e Stati Uniti sulla questione iraniana sono sotto gli occhi di tutti. Nel corso di una visita in Israele, la scorsa settimana, Clinton ha detto che gli Stati Uniti e e Israele “condividono la valutazione della minaccia rappresentata dall'Iran. Intendiamo fare tutto il possibile per dissuadere l'Iran e impedirgli di ottenere le armi nucleari. Questa è la nostra politica dichiarata. Questo è l'obiettivo di ogni tattica da noi impiegata”.

Clinton ha anche citato “il continuo finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas [a Gaza] e Hezbollah [in Libano]” da parte dell'Iran e ha annunciato “una stretta consultazione” con i paesi arabi pro-occidentali e Israele su “come l'Iran oggi ponga una minaccia e come questa minaccia potrebbe aumentare se mai riuscisse ad ottenere le armi nucleari”. Clinton ha sottolineato che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele e il nostro impegno per la sicurezza di Israele e la sua democrazia in quanto Stato ebraico restano fondamentali, incrollabili, e perennemente validi”.

Evidentemente, dato il contesto, a questo punto c'è poco spazio per eventuali compromessi USA-Russia che coinvolgano i legami della Russia con l'Iran. Ma, d'altro canto, potrebbe essere anche perché la Russia ha un'intesa con l'Iran? Dopotutto entrambi i paesi vantano una grande tradizione scacchistica.

La scorsa settimana, durante la sua visita in Germania, l'influente presidente della Commissione Affari Esteri del Majlis (parlamento) iraniano, Alaeddin Broujerdi, ha seccamente escluso che l'Iran possa fornire strutture di transito per i rifornimenti NATO in Afghanistan. “L'Iran non è interessato a diventare un ponte logistico per la NATO verso l'Afghanistan”, ha detto ribadendo l'opposizione di principio di Teheran alla presenza in Afghanistan dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti. Broujerdi ha detto che la NATO non ha campo libero per una “presenza permanente” in Afghanistan e dovrebbe procurarsi una strategia d'uscita, giacché la sua presenza produrrebbe solo “ulteriore estremismo e terrorismo”.

Teheran sta anche dando una mano alla Russia: la sua ferma posizione giunge in un momento in cui, dopo aver garantito alle forze NATO le rotte di transito verso l'Afghanistan, la Russia ha cominciato a discutere del trasporto di attrezzature militari dell'alleanza. Lo scorso martedì a Mosca i ministri della difesa di Russia e Germania hanno discusso del transito di forniture ed equipaggiamenti militari per il contingente tedesco in Afghanistan attraverso la Russia, anche su rotaia.

Di primo acchito le posizioni di Iran e Russia sono in contraddizione, ed è questo a renderle sospette. Il punto è che Mosca e Teheran hanno un alto livello di intesa sulla situazione afghana, ed è improbabile che possano permettere alle contraddizioni di emergere proprio ora che la guerra in Afghanistan attraversa una fase critica. Anzi, l'Iran sta aiutando indirettamente la Russia rifiutandosi di concedere alla NATO rotte di transito. Una rotta di transito iraniana avrebbe ridotto in misura significativa la crescente dipendenza dei paesi NATO dal corridoio settentrionale, che attraversa il territorio russo.

Da parte sua, però, Mosca ha tutte le ragioni per incoraggiare la NATO a diventare sempre più dipendente dal corridoio settentrionale. Questa cooperazione costituisce già un fattore significativo nei complicati rapporti della Russia con la NATO. Le grandi potenze europee come la Germania adesso contrasteranno ogni iniziativa della NATO che possa provocare la Russia, come l'allargamento dell'alleanza o la questione del sistema di difesa antimissile statunitense.

Abbiamo dunque un curioso paradigma: di certo non può esserci alcun compromesso USA-Russia sull'Iran, ma un'intesa Russia-Iran sulle rotte di transito verso l'Afghanistan permette a Mosca di sfruttare la dipendenza della NATO dal corridoio settentrionale, il che a sua volta costringe l'alleanza a essere sensibile agli interessi e alle preoccupazioni della Russia in tema di sicurezza e apre la strada a un maggiore ruolo della Russia nella stabilizzazione dell'Afghanistan. E questo a sua volta sta bene all'Iran.

Come ha ben riassunto il Ministro degli Esteri russo martedì scorso, Mosca è favorevole a una “collaborazione pratica e realistica” con la NATO, e “ la lotta al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al narcotraffico e ad altre minacce e la cooperazione sull'Afghanistan possono essere efficaci solo se tutti i paesi dell'area euro-atlantica uniranno le forze”. L'incontro Lavrov-Clinton di venerdì a Ginevra ha prospettato esattamente questo.

Secondo Lavrov, la Russia e gli Stati Uniti adesso considerano come un “obiettivo comune” la stabilizzazione della situazione afghana. Inoltre i due paesi sono interessati alla “cooperazione pratica”. In terzo luogo, svilupperanno “nuove aree di cooperazione” sul problema afghano. In quarto luogo, hanno concordato un compromesso virtuale: Washington “agevolerà il buon esito” della conferenza sull'Afghanistan che si terrà a Mosca il 27 marzo sotto gli auspici della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), mentre Mosca “agevolerà lo svolgimento” di una conferenza simile sull'Afghanistan su iniziativa degli Stati Uniti, che si svolgerà il 31 marzo all'Aia.

Il compromesso USA-Russia sulle conferenze sull'Afghanistan sembra garantire che le due iniziative non siano in contrasto. La conferenza di Mosca si incentrerà sulle “minacce della droga e del terrorismo che hanno origine in Afghanistan”, mentre la conferenza voluta dagli Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite si proporrà l'intento più ampio di stabilizzare l'Afghanistan. Essenzialmente gli Stati Uniti hanno rinunciato a opporsi con le unghie e con i denti alla conferenza della SCO a Mosca, mentre la Russia accetta di contenere l'ambito delle questioni trattate in modo da non rendere la vita difficile alla strategia afghana di Obama.

D'altro canto, la Russia è riuscita a imporsi come partner chiave degli Stati Uniti in Afghanistan, grazie alla cooperazione offerta alla NATO sulle rotte di transito. E inoltre il corridoio settentrionale pone la Russia nella condizione di chiedere una contropartita: che si ponga fine all'allargamento della NATO e al posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti.

E infine la Russia torna in grande stile in Afghanistan dopo un'assenza di due decenni. Gli impulsi apparentemente contraddittori della politica russa – se Mosca sia interessata alla riuscita, al fallimento o allo stallo della guerra guidata dagli Stati Uniti – potrebbero semplicemente dissiparsi. A quanto pare, la Russia potrebbe non avere alcun problema se la NATO riuscisse a evitare una sconfitta in Afghanistan.

Originale: The trade-off season begins on Afghanistan

Articolo originale pubblicato l'11/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, novembre 07, 2008

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

[Articolo di due anni fa, quindi in alcuni punti superato, ma che riassume efficacemente la carriera del probabile prossimo capo di gabinetto di Barack Obama prendendo in esame la sua fulminante ascesa e il suo attivismo in occasione della guerra contro l'Iraq]

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

di John Walsh

24 ottobre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

La scorsa settimana su Counterpunch [1] ho scritto che il presidente del Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il membro del congresso Rahm Emanuel, ha lavorato alacremente per assicurare che i candidati democratici in corsa [alle elezioni di Medio Termine tenutesi nel 2006, N.d.T.] fossero a favore della guerra. Ci è ampiamente riuscito grazie al denaro di cui dispone e alle celebrità politiche pronte a rispondere alla sua chiamata, assicurandosi che 20 dei 22 candidati democratici in quei distretti fossero pro-guerra. Dunque l'esito delle prossime elezioni sarà truccato.

Nel 2006, indipendentemente dal partito che controllerà la Casa Bianca, una maggioranza sarà pronta ad appoggiare la guerra in Iraq, nonostante il fatto che tra le file democratiche e tra gli elettori ci sia indubbiamente una forte opposizione al conflitto (dico subito che questa situazione può essere rovesciata anche dopo le elezioni-beffa tra i due partiti della guerra).

Qual è la posizione di Emanuel su guerra e pace? Emanuel ha appena fornito la risposta a questa domanda con uno smilzo libretto scritto con Bruce Reed, umilmente intitolato The Plan: Big Ideas for America ("Il piano: grandi progetti per l'America"). Gli autori riassumono premurosamente ognuna delle otto parti del "piano" in un singolo paragrafo. La sezione che abbraccia tutta la politica estera è intitolata "Una nuova strategia per porre fine alla guerra al terrore": titolo rivelatore, visto che la "guerra al terrore" è la maniera in cui neocon e lobby israeliana amano inquadrare la discussione sulla politica estera. Questo è il paragrafo riassuntivo del libro, coi miei commenti tra parentesi:
"Una nuova strategia per vincere la guerra al terrore"
("Guerra al terrore", come osserva George Soros, è una falsa metafora usata da coloro che vorrebbero trascinarci in avventure militari che non sono del nostro interesse o in quello dell'umanità)

"Dobbiamo usare tutte le radici del potere americano per rendere sicuro il nostro paese (Comincia giocando la carta della paura). L'America deve guidare la battaglia del mondo contro il diffondersi del male e del totalitarismo, ma dobbiamo smettere di provare a vincere questa battaglia da soli. (Imperialismo messianico). Dobbiamo riformare e rafforzare le istituzioni multilaterali per il ventunesimo secolo, non allontanarcene. Abbiamo bisogno di fortificare la "sottile linea verde" militare attorno al mondo aggiungendola alla Forze Speciali Statunitensi e ai Marines, ed incrementando l'esercito statunitense di ulteriori 100.000 unità (Un esercito ancora più grande per le forze armate più potenti del mondo, una visione parecchio militarista del modo di trattare i conflitti tra nazioni. Che genere di impiego ha in mente Emanuel per queste truppe?). Innanzitutto dovremmo approvare un nuovo GI Bill [provvedimento che istituisca borse di studio per finanziare l'istruzione dei veterani, N.d.T.] per i soldati che tornano a casa. (Più incentivi per spingere chi ha maggiori problemi finanziari a diventare carne da cannone). Infine dobbiamo proteggere la nostra patria e le nostre libertà civili creando una nuova forza antiterrorismo come l'MI5 britannico (Un nuovo servizio segreto sarebbe una chiara minaccia alle nostre libertà civili; in Gran Bretagna l'MI5 dispone di file segreti su un adulto ogni 160, nonché documentazione su 53.000 organizzazioni).
Queste le testuali parole [2].

Ma cosa pensa esattamente Emanuel, l'uomo che ha esaminato e scelto i candidati democratici per il Congresso del 2006, della guerra in Iraq, questione numero uno nei pensieri degli elettori? Nel loro libro Emanuel e Reed non citano l'Iraq, tranne che in termini di "guerra al terrore". Emanuel non menziona l'Iraq nemmeno sul suo sito web quando parla delle questioni importanti cui dobbiamo far fronte, omissione piuttosto sorprendente e condivisa da Chuck Schumer, sua controparte al Senato, che presiede il DSCC (Democratic Senatorial Campaign Committee). Tuttavia, in un recente profilo pubblicato su Fortune (25/9/2006) dal titolo "Emanuel Rahm, politico pitbull", il capo della redazione di Washington Nina Easton osserva: "Sull'Iraq Emanuel sta alla larga dalla folla che chiede il ritiro immediato, preferendo criticare Bush per i fallimenti militari a partire dall'invasione del 2003. 'La guerra non doveva andare così', mi ha detto durante la sua campagna. Nel gennaio 2005, quando Tim Russert di Meet the Press domandò se avrebbe votato per autorizzare la guerra 'sapendo che non c'erano armi di distruzione di massa', Emanuel rispose di sì (Emanuel non entrò in carica fino a dopo il voto). 'Credo ancora che sbarazzarci di Saddam Hussein fosse la cosa giusta da fare, ok?', aggiunse". [3]

Quando Jack Murtha fece la sua proposta di ritiro dall'Iraq, Emanuel subito dopo dichiarò che "Jack Murtha ha parlato per sé". Per quanto riguarda la politica irachena, Emanuel aggiunse: "Al momento giusto prenderemo posizione su questo". Era il novembre 2005. Nel giugno 2006, ovviamente il momento giusto, Emanuel svelò finalmente la sua posizione in una dichiarazione al Parlamento durante il dibattito sull'Iraq: "La discussione di oggi è se il popolo americano voglia mantenere questa rotta con un'amministrazione e un Congresso che si sono allontanati dai propri doveri o intenda perseguire una vera strategia per vincere la guerra contro il terrorismo. Non raggiungeremo la vittoria standocene seduti a guardare, fermi e immobili, lo status quo: questa è la politica repubblicana. I democratici sono decisi a battersi contro il nemico". Il ritornello è noto, un aumento delle truppe è il mezzo e la vittoria in Iraq l'obiettivo.

La guerra in Iraq ha portato vantaggi a Israele, devastando un paese che Israele vedeva come uno dei suoi principali avversari. L'impegno a favore di Israele di Emanuel [4] e il suo ruolo al Congresso sono indubbi. La dimostrazione più recente è stata il suo attacco al Primo Ministro fantoccio iracheno, Nuri al Maliki, perché Maliki aveva definito l'attacco israeliano contro il Libano un atto di "aggressione". Emanuel ha invitato Maliki ad annullare il suo intervento al Congresso, ed è stato seguito a ruota dal suo amico e controparte nel DSCC, il senatore Chuck Schumer, che ha chiesto: "Nella guerra al terrorismo, (Maliki) da che parte sta?" Se, secondo la definizione dell'ex senatore Fritz Holling, il Congresso è territorio occupato israeliano, Rahm Emanuel fa parte delle truppe di occupazione. Ed è certamente un importante ingranaggio nella lobby israeliana descritta da Mearsheimer e Walt. L'idea che la lobby esiste e ha un'enorme influenza sulla politica mediorientale non è più un tabù per l'opinione pubblica. Secondo un sondaggio appena effettuato da Zogby International per CNI, [5] il 39% del pubblico americano si ritiene "d'accordo" o "parzialmente d'accordo" con l'affermazione che "le pressioni della lobby israeliana sul Congresso e l'amministrazione Bush siano state un fattore chiave della guerra in Iraq e l'attuale confronto con l'Iran". Un numero simile, il 40%, è "fortemente in disaccordo" o "parzialmente in disaccordo" con questa posizione. Circa il 20% del pubblico si dice incerto.

Sotto certi aspetti Emanuel è un uomo misterioso, come dimostra la sua biografia: che è sì disponibile su Wikipedia e nell'articolo su Fortune, [3] ma con un paio di cose che mancano o non pienamente spiegate. In primo luogo, come è stato spesso sottolineato, il padre di Emanuel sarebbe un medico emigrato in Israele. Secondo Leon Hadar però negli anni Quaranta ha lavorato anche con il famigerato Irgun, che è stato etichettato come organizzazione terroristica dalle autorità britanniche. [6] Forse Rahm ha preso l'interesse per il terrorismo dal padre.

In secondo luogo, durante la Guerra del Golfo, nel 1991, Emanuel faceva il volontario civile in Israele, dove si occupava di "manutenzione dei freni in una base militare nel nord di Israele". (Wikipedia, New Republic). Questo è strano per due ragioni. Gli Stati Uniti vanno in guerra contro l'Iraq ed Emanuel, cittadino statunitense, parte volontario non per il suo paese, ma per Israele. Inoltre è un noto politico dell'Illinois, con un padre che è stato nell'Irgun, ma viene assegnato alla "manutenzione dei freni" in una "base militare". Forse.

In terzo luogo, subito dopo essere tornato dal deserto, Emanuel ha avuto un ruolo importante nella campagna di Clinton, "che ha acclamato fin dall'inizio, aprendogli il portafogli per la raccolta dei fondi necessari". [3] Come ha potuto farlo, dopo essere stato isolato all'estero e senza alcuna esperienza in politica nazionale? Quarto, dopo aver lasciato la Casa Bianca di Clinton, ha deciso che, se aveva intenzione di rimanere in politica, aveva bisogno di avere un po' di soldi da parte e di "sicurezza". Allora andò a lavorare per Bruce Wassertein, uno dei principali benefattori democratici e finanziere di Wall Street.

Secondo Easton, "In poco più di due anni e mezzo ha fatto il broker, spesso utilizzando legami politici, per Wassertein Perella. Secondo informazioni finanziarie congressuali, in quel periodo ha incassato più di 18 milioni di dollari. I suoi contratti comprendono le offerte di fusione di Unicom con Peco Energia e l'acquisto della SBC, filiale di SecurityLink, da parte della GTCR Golder Rauner. Ma suoi amici dicono che avrebbe inoltre beneficiato da due vendite della stessa Wassertein, prima alla Dresdner Bank e quindi alla Allianz AG". Anche in questo caso, per un nuovo arrivato guadagnare 18 milioni di dollari in due anni è quasi miracoloso. Come ha fatto? Successivamente, nel 2002, Emanuel ha conquistato un seggio al Congresso, e nel 2006 è diventato presidente del DCCC. Un'altra ascesa quasi miracolosa.

Ma Emanuel e i suoi amici falchi potrebbero non riuscire a raggiungere il loro scopo. Personaggi di spicco dell'impero americano, e i loro ben pagati consulenti, da James Baker a Jimmy Carter, a Zbigniew Brzezinski e Mearsheimer e Walt, prevedono una catastrofe incombente per i neocon, a meno che i partiti della guerra di entrambi gli schieramenti politici, con la loro doppia lealtà a Stati Uniti e Israele, non vengano ricondotti all'ordine. Ma soprattutto la gente è stanca della guerra in Iraq e diffida di altre guerre, come quelle progettate da falchi come Emanuel. I politici che verranno eletti, che siano repubblicani di Rove o democratici di Emanuel, dovranno fare i conti con questa crescente ondata di rabbia o rischieranno di perdere i loro privilegi. Tale rischio è compensato dalle macchinazioni di Emanuel e di altri per garantire che non esista un vero partito o movimento di opposizione. E l'assenza di una vera opposizione è un problema che dobbiamo risolvere.

John Walsh può essere contattato a john.endwar@gmail.com .

Note:

[1] http://www.counterpunch.com/walsh10142006.html
[2] Emanuel e Reed parlano anche con approvazione di Peter Beinart, il guerriero neocon teorico dei democratici che scrive sulla New Republic di Marty Peretz, dicendo di lui: "Nel suo recente libro The Good Fight [La buona battaglia], Peter Beinart spiega perché una nuova politica di sicurezza nazionale più rigida sia essenziale per il futuro delle politiche progressiste, così come un fronte unito contro totalitarismo e comunismo era essenziale per il New Deal e per la Grande Società". (Questo capitolo di The Plan è intitolato: "Chi ha affondato la mia nave da guerra". Non c'è bisogno di dire che la nave da guerra non è la USS Liberty). A Emanuel e Reed piace anche la proposta di Anne-Marie Slaughter di "una divisione del lavoro nella quale le Nazioni Unite si occupano dell'assistenza economica e sociale, mentre una NATO allargata (!) porta il fardello della sicurezza collettiva". In altre parole le Nazioni Unite svolgono il lavoro caritatevole mentre la NATO, dominata dagli USA, fa il poliziotto mondiale. Che visione. E la loro richiesta di più truppe è condivisa dai repubblicani neocon, mentre il Weekly Standard di William Kristol la scorsa settimana chiedeva 250.000 uomini in più per l'esercito.
[3] http://money.cnn.com/2006/09/17/
[4] http://www.radioislam.org/islam/english/jewishp/usa/rahmzion.htm
[5] http://www.cnionline.org/learn/polls/czandlobby/index2.htm
[6] J. Palestine Studies, 23: 84(1994).

Originale: Emanuel's War Plan for Democrats: the Book of Rahm

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lunedì, ottobre 13, 2008

L'inchiesta di Maurizio Torrealta su RaiNews24

[Penso che questa inchiesta giornalistica di Maurizio Torrealta per RaiNews24, segnalata nei commenti (grazie), meriti grandissima attenzione. È corredata da una documentazione testuale e fotografica, a questi indirizzi. Per chi non può accedere al video, ecco il testo:]

L’ACCUSA DEL VETERANO
LA TERZA BOMBA NUCLEARE

- Può presentarsi?
Il mio nome è Jim Brown, sono un veterano dell'esercito americano con dieci anni d'esperienza.

- Quando è stato in Iraq?
Sono stato mandato in Arabia Saudita in appoggio alle truppe che dovevano intervenire in Iraq. Ho iniziato la mia attività il 25 settembre e ho lasciato l' Arabia Saudita il 16 di Febbraio 1991.

- Cosa è avvenuto là che non è mai stato rivelato?
I militari americani assieme ai loro alleati hanno sganciato una bomba nucleare di circa cinque chilotoni di potenza, nell'area di Basra in Iraq.

- Dove è stata usata ?
La bomba fu utilizzata tra la città di Basra e il confine con l' Iran.

- Chi l'ha sganciata?
È stata usata dai militari americani, l'arma utilizzata è una bomba nucleare da cinque chilotoni; viene anche chiamata bomba nucleare a potenza variabile.

- Che tipo di arma era ?
L' arma è essenzialmente una bomba a penetrazione ad alta efficienza, quando viene sganciata penetra all'interno dell'obbiettivo, in questo caso è penetrata all'interno del terreno ed è esplosa là dentro. Viene anche utilizzata per rendere inaccessibili certe aree. Significa in pratica che l'intera area viene irradiata di radiazioni. È anche un messaggio molto efficace se volete dire a qualcuno di stare lontano da quel posto. Viene chiamata "Bunker Buster".

La versione del veterano

di Maurizio Torrealta

Secondo l'accusa del veterano Jim Brown , durante la prima guerra del Golfo una piccola bomba nucleare di 5 chilotoni sarebbe stata fatta esplodere tra la città irachena di Basra e il confine con l'Iran. Se cosi fosse stato, si sarebbe trattato della terza bomba nucleare usata durante un conflitto dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Una bomba nucleare di 5 Chilotoni è una bomba relativamente piccola, più piccola di quella di Hiroshima che era di 16 Chilotoni, e di quella di Nagasaki che era di 22. Gli effetti della radioattività, però, sono ugualmente terribili.

Siamo venuti a conoscenza della testimonianza di Jim Brown grazie a Willam Thomas, un giornalista canadese che ha molto lavorato con i veterani dell'Esercito americano e ci ha messo in contatto con lui.

JIM BROWN
-Non ha paura di parlare di queste cose?
Bisogna capire cosa è la paura. C'è un punto in cui devi dire: basta, e quando superi quella linea non hai molto compagnia accanto a te, o lo fai o non lo fai, quando ero nei militari ho alzato la mano destra ed ho fatto un giuramento ed ho detto "questo è quello che io difenderò".

Chi è Jim Brown?

Nato nel 1965, entra nell' esercito a 22 anni e diventa ingegnere meccanico nella decima divisione montana di Fort Drum. Partecipa a Desert Storm in Arabia Saudita dal 25 settembre del 1990 al 16 Febbraio 1991, rientra per problemi familiari e comincia ad accusare strani disturbi. Come altri veterani inizia una lunga battaglia perché la sua malattia venga riconosciuta. Si ammala, a suo dire, a causa di un vaccino contro l' antrace che gli è stato iniettato in Arabia Saudita. Nel 1997 viene ripreso ufficialmente per alcuni contrasti e degradato da Ingegnere di Livello 4 ad ingegnere di 3 livello. L'abbassamento di livello non gli permette di svolgere le mansioni delle quali è incaricato e quindi viene congedato, ma con onore. La sua attività nell' organizzazione dei veterani dell'esercito americano lo ha gia portato a essere citato dalla grande stampa, come in questo articolo del 2003 sul New York Times e a essere ascoltato dal Comitato di Consulenza della Presidenza degli Stati Uniti sulle malattie dei Veterani della Guerra del Golfo.

Di ritorno da Desert Storm fonda l'Organizzazione di Veterani Gulf Watch Intelligent Networking Sistem. Jim Brown parla per la prima volta dell'uso di una piccola bomba nucleare sotto pseudonimo nel sito del giornalista canadese Thomas William. Questa è invece la prima intervista televisiva di Jim Brown sull'argomento.

- Perché è stata usata?
La spiegazione migliore che sono stato in grado di verificare fino ad ora è che è stata usata per mandare un messaggio a Sadam che eravamo determinati a finire questa guerra e vincere il conflitto.

Ma quali sono i riscontri al suo racconto? Abbiamo controllato se nella banca dati online del Centro Sismologico Internazionale, nell'area intorno alla citta di Basra in Iraq, era stato registrato un evento sismico della stessa forza di 5 chilotoni, 5 chilotoni corrispondono ad una magnitudo di circa 4,2 nella scala Richter.

Abbiamo trovato che l'unico evento sismico avvenuto durante i 43 giorni di Desert Storm è stato un evento di magnitudo 4,2 scala Richther ed è stato registrato proprio nella zona descritta da Jim Brown tra la città di Basra e il confine con l'Iran.
È catalogato con il numero 342793 ed è avvenuto il 27 di Febbraio del 1991, proprio l'ultimo giorno del conflitto, alle ore 13:39. Il fenomeno è stato registrato da 9 centri sismici, 2 in Iran, 4 in Nepal, uno in Canada, uno in Svezia e uno in Norvegia; questi ultimi due hanno anche misurato l'intensità dell'esplosione di circa Magnitudo 4, 2. La sua profondità viene collocata nel primo livello superficiale che va da 0 a 33 km.

Ulteriori informazioni possono essere fornite dall’analisi delle onde sismiche registrate dalle stazioni nei diversi Paesi, ma data la vastità del lavoro chiediamo agli organismi internazionali che svolgono il monitoraggio antinucleare e ai centri sismici nazionali coinvolti di aiutarci nella raccolta di elementi certi e dirimenti per capire se sia trattato di una esplosione o di un terremoto.

Ma in che contesto storico e politico un'arma come quella di cui ci parla il veterano avrebbe potuto essere utilizzata durante "desert sorm"? rileggiamo la sequenza dei fatti:

il 2 agosto 1990 Saddam Hussei invade il Kuwait
il 16 gennaio 1991 Il Presidente George Bush annuncia al mondo che è inizata "Desert Storm", la più grande opeazione bellica dopo il 1948, 28 paesi intervengono a fianco degli Usa.

Ma come avrebbe reagito il mondo islamico?

Dichiarazione di James Baker
Noi vogliamo creare le basi che ci mettano nella posizione di avere una credibile opzione per l’uso della forza (nucleare) che è molto differente da dire che il Presidente abbia preso la decisione di muoversi in quella direzione, noi vorremo che fosse un segnale molto chiaro, - e lo è, molto chiaro - e indiscutibile che quando il Presidente dice che non vuole escludere la possibilità non l' abbiamo esclusa come opzione ma la riteniamo una credibile opzione.

Se Saddam avesse utilizzato armi chimiche o batteriologiche il Pentagono avrebbe potuto rispondere anche con l'atomica, ma sull'utilizzo del nucleare viene lasciata una voluta ambiguità, tanto che lo stesso Segretario di Stato James Baker conia l'espressione “Dottrina dell'ambiguità calcolata".

JIM BROWN
Il punto centrale è che comunque fosse andata si sarebbe trattato di risultato positivo per gli Stati Uniti: potevano lanciare questa bomba in una delle zone più deserte immediatamente disponibili, nel corso di un conflitto, poteva essere riconosciuta per quello che in realtà era o non poteva neanche essere riconosciuta dal momento che esplodeva in parte sottoterra, poteva essere vista una versione minore del caratteristico fungo atomico, ma se si era abbastanza distanti non si sarebbe capito quello che stava succedendo. Gli effetti potevano essere immediati e a lunga scadenza.

Ma nel 1991 un'altra arma fa il suo debutto sul campo di battaglia: l'uranio impoverito.

- Durante Desert Storm per la prima volta sono stati usati proiettili all'uranio impoverito. Perché?
L'uranio impoverito e l'uranio non impoverito, entrambi mostrano una sorta di firma radioattiva che poteva permettere di confonderli uno con l'altro, di scambiarli l'uno con l'altro, inoltre con l'uranio impoverito gli effetti immediati che vengono provocati sugli individui, sui palazzi, sui veicoli, imitano in qualche modo gli effetti che vengono provocati da una esplosione nucleare più grande come l'essicazione dei corpi, l'immediata distruzione delle strade, la perdita di sangue dagli occhi e dal naso. Le radiazioni rilasciate da piccoli proiettili all'uranio impoverito sono anche esse sempre presenti, ma se questi proiettili vengono usati ripetutamente come ad esempio nelle mitragliatrici dell’aereo A 10, un proiettile dopo l'altro, uno dopo l' altro, provocano un forte impatto di radiazioni, non solo nelle polveri che rilasciano, ma nelle radiazioni liberate dall'esplosione dei proiettili.

-Poteva servire a coprire?
Poteva coprire praticamente tutto quello che avveniva.

Se fosse fondata la denuncia del veterano Jim Brown, quale potrebbe essere stato l'evento che ha convinto l'amministrazione americana ad usare una mini atomica proprio l'ultimo giorno di guerra? Possiamo solo fare un'ipotesi: 2 giorni prima della ipotetica decisione di sganciare una bomba atomica, il 25 febbraio, un missile Scud lanciato dagli iracheni riuscì a colpire la base americana di Dhahran in Arabia Saudita uccidendo 28 militari americani e ferendone 99. Questo provocò un forte reazione americana: nella notte tra il 26 ed il 27 di febbraio fu distrutta una intera colonna di macchine di fuggitivi appena oltre il confine del Kuwait. Potrebbe non essere stata l'unica azione di ritorsione; si tratta di un'ipotesi azzardata ma la politica dell' amministrazione americana nel '91 è stata volutamente ambigua:

- Ci sono dei testimoni?
Ci sono testimoni, io personalmente ho parlato con persone che si trovavano sul posto nel periodo in cui questo è successo, so di altre persone che hanno parlato con altre persone - lo so che sembra strano, ma questo è il modo in cui funziona l'intelligence comunity: si sente una informazione da un individuo, la si verifica con un altro e alla fine si butta fuori l'intero dettaglio e si raccoglie la storia completa. Quando è coinvolto il governo, non esiste un governo al mondo che ammetterà mai di avere fatto nulla di questo genere.

- Come è venuto a saperlo?
L'organizzazione che ho creato si chiama Gulf Watch Intelligence Networking System, noi abbiamo provato per molti anni a raccogliere queste informazioni per farle diventare pubbliche ed impedire che possa succedere questo di nuovo, perché ti posso garantire che se sono riusciti a passarla liscia su questo argomento nel '91, l'hanno passata liscia anche nel 2002 e continueranno a passarla liscia finché gli verrà permesso di fare questo e questo deve finire.

Prima di mandare in onda questa intervista abbiamo informato il Dipartimento della Difesa che un veterano dell'esercito americano ci aveva raccontato che una minibomba nucleare era stata usata durante Desert Storm, ci hanno chiesto delucidazioni sul giorno in cui sarebbe successo e ci hanno inviato il seguente comunicato:

"Durante la guerra del Golfo del 1991 sono state usate solo armi convenzionali, Gli Stati Uniti hanno un certo numero di munizioni che hanno una capacità esplosiva di oltre 5000 pound (duemila tonnellate), non è possibile per noi confermare il preciso incidente al quale vi riferite, ma se una bomba potente fosse stata sganciata in quel luogo è ragionevole supporre che la detonazione sarebbe stata registrata dalle attrezzature di rilevamento sismografico. Di nuovo, sono state utilizzate solo munizioni convenzionali durante la guerra del golfo del 1991".

In un lettera successiva il Dipartimento della Difesa ci ha informato che potrebbe essere stata utilizzata la bomba BLU-82, che ha una capacità esplosiva di circa 7000 tonnellate e ha ribadito che sono state utilizzate solo armi convenzionali. La bomba BLU-82 detta anche madre di tutte le bombe o taglia margherite, facendo esplodere una miscela di ossigeno, idrogeno ed altri elementi nell'aria, e non sottoterra, produce però una magnitudo 3 scala Richter e non 4.2 come appare nei dati sismici

JIM BROWN
Queste bombe venivano usate contemporaneamente con altre testate: l’FI, le bombe a aereosol esplosivo, conosciute anche come MOEB, madre di tutte le bombe.

La differenza principale tra le due è che la MOEB, o la bomba FI, hanno gli stessi effetti di una bomba nucleare, possono anche causare l’effetto di un fungo atomico, ma non c’è inquinamento radiattivo. Mentre il problema con una testata ucleare è che quando esplode non hai solo la detonazione ma rimangono delle fuoriuscite di inquinamento radiattivo. Questa non è una cosa che semplicemente accade e poi passa, è una cosa che succede e resta. Inoltre, c’è una questione generazionale che si pone.

Il racconto di Jim Brown è tanto agghiacciante quanto al momento privo di tutte quelle conferme che possano certificarne la veridicità: la sua tesi che l'uso dell'uranio impoverito abbia potuto coprire l'esplosione di un'atomica resta una pura ipotesi che tuttavia doverosamente registriamo attenendoci ad una sorta di "principio di precauzione": quando un'ipotesi, non palesemente falsa, è di così drammatica rilevanza sociale, parlarne è molto meglio che tacerne aspettando, anche perché molte persone e troppi bambini si sono ammalati dopo “Desert Storm” nella zona intorno a Basra. Siamo riusciti a contattare durante una conferenza ad Instanbul il dott Jawad al Ali, responsabile della divisione oncologica dell' ospedale di Basra, autore di diverse ricerche sulla radioattività nella città.

JAWAD AL ALI
La storia delle radiazioni a Basra è cominciata durante la prima guerra del Golfo nel 1991 quando circa 300 tonnellate di proiettili e bombe all’uranio impoverito sono state sganciate su Basra e questo ha portato alla moltiplicazione del livello delle radiazioni rispetto a quello di fondo che a Bassora era molto basso.

È stato l'attacco più aggressivo, quello del 1991, hanno distrutto completamente le infrastrutture del Paese, hanno distrutto tutti i ponti e non era possibile viaggiare da Basra a Bagdad. Il problema si è ripetuto nel 2003 e questa volta centinaia di tonnellate di uranio impoverito sono state scaricate di nuovo sulla popolazione civile in aree dove abitava solo gente comune e questo ha provocato nuovi problemi, cioè l'aumento dei tumori, l'aumento di malformazioni congenite: come sapete il tempo di decadimento della radioattività dell’uranio è di 4,5 miliardi di anni. Il problema si configura dunque come un tentativo di uccidere la popolazione irachena tramite l'avvelenamento del suolo e delle risorse idriche dell’Iraq per milioni di anni.

- È difficile fare ricerca sulla radioattività a Basra?
Non vogliono che nessuno parli di radiazioni eccetto i portavoce ufficiali e noi non lo siamo, possiamo fare ricerche sulla diffusione del cancro ma non possiamo fare studi sui fattori di rischio, non danno fondi per nessuna di queste ricerche, puoi fare ricerche epidemiologiche o cliniche ma non ricerche su radiazioni o relative a questo settore.

Fare indagini sulle radiazioni in Iraq è difficile non solo in Iraq ma anche in Italia. Sentiamo l'esperienza dell'allora Ministro all'ambiente Gianni Mattioli.

PROF. GIANNI MATTIOLI
È nel gennaio del 2001 che chiede di incontrarmi il Ministro della sanità iracheno Mubarak. Nel corso dell'incontro Mubarak mi presenta gli elementi per una situazione davvero grave per zone che erano state bombardate con proiettili all uranio impoverito, la richiesta da parte del ministro Mubarak è che l'Italia collabori ad una ricerca epidemiologica per mettere in evidenza la dimensione della problematica, la individuazione delle zone ma anche possibilità in qualche modo di innescare una salvaguardia. Io venni a sapere che c'era una precisa obiezione, un vero e proprio divieto da parte dell'Amministrazione atlantica, del Patto Atlantico.

Ma, nonostante i divieti di svolgere ricerche, i dati sugli effetti delle armi utilizzate a Basra con gli anni cominciano drammaticamente ad emergere.

JAWAD AL ALI
Questo grafico mostra l'aumento della mortalità a causa di tumori a Basra, che è aumentato in modo significativo e nel 2001 ha superato il numero di 600 morti all'anno a causa di tumori. Nel 1989 i morti per tumore erano solo 34. Per quanto riguarda le foto, ho collezionato le foto dei casi più strani, come l'istiocitoma fibroso maligno. Sono tumori molto rari e sono strettamente associati alle radiazioni, sono causati dalle radiazioni, così ho documentato con le foto quei tumori.

Ho raccolto foto di bambini che hanno tumori, perché i tumori sembrano avere cambiato i gruppi di età in cui si manifestano, alcuni tumori che prima si manifestavano in pazienti anziani ora si manifestano in pazienti giovanissimi, di soli sei anni: c'è stato uno slittamenteo di tipologie di tumori da fasce di età di pazienti maturi a bambini sotto i dieci anni e questo è rarissimo, così come è rarissimo che si manifesti un tumore all'apparato linfatico di bambini sotto i dieci anni.

Le altre foto sono foto di famiglie, moglie e marito che hanno avuto più di un caso di tumore nella stessa famiglia. Ho studiato circa 31 casi di questo genere con più di un parente affetto da tumore nella stessa famiglia e le famiglie sono aumentate fino a 71, è molto raro che una famiglia abbia due casi di tumore. Perché avviene che tutti e due siano affetti da tumore?

JAWAD AL ALI
Questa mappa mostra la distribuzione di quelle famiglie che hanno almeno due malati di cancro , 21 famiglie si trovano nella area centrale di Basra, 7 nell’area Nord, una in quella Ovest e 2 nella zona sud est.
Questa è la mappa della distribuzione percentuale dei cinque tumori più comuni.

Gli effetti disastrosi della guerra a Basra sono evidenti, tra le cause probabili anche le radiazioni , per il dottor Jawad provocate dall'uranio impoverito. Quello che racconta Brown, e cioè che le armi ad uranio impoverito celassero l'uso di una bomba atomica, lo ripetiamo ancora una volta, non che una sua ipotesi. Quello che è certo, invece, è che nel 1991 le armi all' uranio vengono sdoganate, i proiettili all'uranio impoverito entrano a far parte degli arsenali della NATO di Israele, della Russia, della Cina e di altri paesi, e si affiancano alle bombe nucleari che sono già negli arsenali americani, inglesi, francesi, israeliani, russi, cinesi, indiani e pachistani e di altri paesi, pronte ad essere utilizzate sul campo. Davanti a questa, che è già ora una realtà spaventosa, non chiudiamo gli occhi davanti alle immagini di alcune delle vittime che il dottor Jawadi ha avuto in cura.

JAWAD AL ALI
Questa è Ali Isra, 15 anni, soffriva di leucemia acuta ed è morta a causa della leucemia.

Questa è Wala Habit Mosan, ha 5 anni e ha un tumore alle ovaie, che è molto raro a questa età, è una malattia delle donne di mezza età.

Questa è una donna anziana con un tumore molto grosso ai linfonodi del collo e nella parte alta del torace.

Questo bambino, che ha solo 5 anni, ha un non-Hodgkins, linfoma che è raro sotto i dieci anni, ed è morto il primo giorno di ammissione all'ospedale.

Questo ragazzo ha 14 anni, si chiama Leiv, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso al torace ed è morto per questa ragione.

Questa bimba ha 3 anni ha un linfoma non-Hodgkins che è molto raro a questa età, è morta a causa di questo tumore dopo una operazione al torace.

Questa signora ha un tumore alle ossa, alla mascella, era una rifugiata in Iran e poi viveva nella zona attorno a Basra.

Questa giovane, Sheda, ha 12 anni, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso le è stato tagliato un braccio, è morta per questi tumori.

Questo ha una testa molto grossa piena di liquido; sono foto simili a quelle di Hiroshima dopo l'esplosione della bomba atomica.

JIM BROWN
- Pensa che l'abbiano usata altre volte?
In Afghanistan nel 2002.

-Può essere più specifico sulle date?
Dal 1° al 3 Marzo.

Invitiamo i nostri colleghi giornalisti di tutto il mondo e le organizzazioni internazionali preposte al monitoraggio dell’attività nucleare nel pianeta a collaborare nella verifica di queste notizie.

Fonte: Rai News24

Originale pubblicato il 7 ottobre 2008

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domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 02, 2008

Intervista a Brzezinski su Obama e l'eredità di Bush

[Tanto per ripassare quello che pensa il tizio vecchio del tizio nuovo].

Intervista a Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale, sull'eredità di Bush e sul perché appoggi Obama contro McCain.


di Michael Mechanic per Mother Jones

Mother Jones: Quali sono per lei i fallimenti più rilevanti dell'amministrazione Bush?

Zbigniew Brzezinski: Ne emergono due in particolare. Il primo è la guerra totalmente auto-distruttiva in Iraq, che ha enormemente minato la posizione americana nel mondo, e, ancor peggio, l'influenza globale dell'America. Servirà molto tempo per rimediare a queste conseguenze. Il secondo è l'economia, che ha non solo danneggiato la capacità di sussistenza di migliaia di americani ma sta anche danneggiando la fiducia in sé del paese. L'insieme di questi aspetti costituisce un trascorso penoso.

MJ: A quale parte della sua eredità sarà più facile porre rimedio?

ZB: Alla percezione simbolica dell'America, perché se un nuovo presidente personalizzerà un concetto molto diverso dell'America e un senso diverso della missione americana nel mondo rispetto al presidente George W. Bush, questo contribuirà quasi automaticamente a migliorare l'immagine globale dell'America. Ma agli aspetti concreti legati alla guerra e all'economia non sarà facile porre rimedio.

MJ: C'è qualcosa di irreparabile?

ZB: È davvero difficile dirlo. È certamente possibile per l'America ridefinire il suo ruolo nel mondo, soprattutto se nel breve periodo l'America sarà capace di gestire efficacemente il dilemma mediorientale.

MJ: E per quanto riguarda la guerra al terrore interna? Come ce ne tiriamo fuori?

ZB: Diventando più razionali. Stiamo conducendo una guerra contro il terrorismo, ma abbiamo avuto la fortuna che non sia stato commesso alcun atto di terrorismo contro gli Stati Uniti dall'11 settembre. È in parte fortuna, in parte conseguenza del semi-isolamento dell'America e in parte il risultato, forse, di un buon lavoro di spionaggio e controspionaggio. Ma ben poco è dovuto alle conseguenze dell'auto-generatosi clima di terrore in questo paese, che ha prodotto reazioni ridicole, molte delle quali non sono certo servite a scoraggiare o prevenire il terrorismo. A Washington, DC, non puoi nemmeno entrare in un edificio finanziario senza che delle persone supponenti in uniforme e con mansioni di sicurezza controllino occasionalmente la tua identità e ti chiedano lo scopo della visita in un modo – e spesso con toni – che indicano un atteggiamento piuttosto flemmatico verso le loro responsabilità. E se rispondi che sei nell'edificio con lo scopo di farlo esplodere c'è il caso che ti dicano: “La suite 908 è al nono piano, gli ascensori sono sulla destra”. Siamo in una situazione in cui un qualche oscuro studio legale è protetto, ma i grandi magazzini, le sale da concerto, il Kennedy Center, le mense e i ristoranti non lo sono. Qual’è la logica?

MJ: Cosa dovrebbe fare come prima cosa il prossimo presidente per rimediare al danno dell'amministrazione Bush?

ZB: Ovviamente bisogna lavorare energicamente per porre fine alla guerra in Iraq; avviare negoziati con l'Iran su un piano ragionevole, con un senso di fiducia e apprezzamento per il fatto che la deterrenza ha funzionato in passato e non c'è ragione di ritenere che non possa funzionare con l'Iran; e infine, ma non ultimo per importanza, impegnare l'America in maniera più attiva nello sforzo di pacificazione tra gli israeliani e i palestinesi.

MJ: Cosa pensa dell'idea secondo cui dialogare con l'Iran legittimerebbe Ahmadinejad?

ZB: È un'assurdità che viene ripetuta scioccamente. Eravamo legittimati a parlare con Stalin? Con Mao? La legittimità di una leadership dipende da quello che un Paese pensa dei suoi leader. Quando allentiamo la presa notiamo che un numero sempre maggiore di iraniani tende a essere critico nei confronti di Ahmadinejad. Più siamo invasivi e più li mettiamo sotto pressione, più il nazionalismo in Iran si unisce al fondamentalismo.

MJ: In quali altri modi la posizione di Bush è sbagliata?

ZB: Abbiamo adottato una politica di sanzioni, abusi e minacce chiedendo che, per negoziare con noi, l'Iran cedesse sulla principale questione in gioco, cioè il suo diritto ad arricchire l'uranio. Questa è una posizione seria o una proscrizione?

MJ: Pensa che l'Iran arriverà alle armi nucleari?

ZB: Quasi certamente, se continueremo con la condotta attuale. L'alternativa, dunque, è una guerra più estesa nel Golfo Persico con conseguenze calamitose per gli Stati Uniti, nella regione e nel mondo.

MJ: In quali circostanze l'Iran potrebbe voler rinunciare alle armi nucleari?

ZB: Solo se si sentisse sicuro e ne ricevesse in cambio vantaggi – importanti vantaggi – economici.

MJ: Se dialoghiamo con l'Iran e questo dialogo non funziona, qual è il prossimo passo?

ZB: Se non funziona, ma nel frattempo contribuisce a ridurre le tensioni, e tuttavia l'Iran continua a voler perseguire il nucleare a fini militari, possiamo ricorrere alla deterrenza nucleare come abbiamo fatto con la Cina e l'Unione Sovietica. E anche con la Corea del Nord, il Pakistan e l'India.

MJ: Lo scorso ottobre abbiamo parlato con lei dell'Iraq. La sua idea in merito è cambiata da allora?

ZB: Le persone che hanno perpetrato questa calamità dicono che non possiamo andarcene finché le cose vanno male. E se le cose vanno meglio, per esempio grazie al surge, dicono che non possiamo andarcene proprio adesso che vanno meglio.

MJ: All'epoca era gravemente preoccupato che questa amministrazione potesse tentare di trascinarci in un conflitto con l'Iran prima delle elezioni. La pensa ancora così?

ZB: Penso che esista il rischio che l'amministrazione possa tentare di surriscaldare il clima così si crei un senso di emergenza, di crisi e perfino di paura nel paese. Perché secondo alcuni questo darebbe un vantaggio a McCain.

MJ: Come pensa che potrebbero essere influenzate le percezioni globali dell'America dal fatto di avere un presidente nero?

ZB: Penso che dimostrerebbe che quando parliamo di un'America globale veramente pluralista, tollerante e multietnica non si tratta solo di retorica e propaganda.

MJ: Che accordo ha con Obama?

ZB: Nessun accordo. Sono un suo sostenitore. Lo scorso settembre, prima di presentare un suo importante discorso sull'Iraq davanti al pubblico dello Iowa, gli ho detto che non volevo essere citato come consigliere o come parte della sua squadra perché sono attivamente impegnato in discussioni pubbliche sulla politica estera americana e non voglio dover cominciare a pensare quello che devo o non devo dire perché potrebbe influenzare in un modo o nell'altro la sua campagna.

MJ: Questo la rende troppo controverso per un ruolo nella sua amministrazione?

ZB
: Il fatto che abbia avuto dei ruoli in amministrazioni precedenti probabilmente esclude quella possibilità. Un nuovo presidente vuole accanto a sé gente nuova.

MJ
: Ma lo prenderebbe in considerazione?

ZB
: Inutile prendere in considerazione ciò che è altamente irrealistico.

MJ
: Passiamo ad altro, allora. Il prossimo presidente cosa può imparare dagli anni di Bush su quello che deve o non deve fare un leader?

ZB: La lezione principale è che non si deve fare demagogia con gli americani, perché ti si ritorce contro. In secondo luogo, si deve informare ed educare il popolo americano se si vuole ottenere il suo stabile sostegno nella politica estera, e bisogna stare molto attenti a non ingannarlo perché significa poi perdere il suo appoggio. E in terzo luogo bisogna essere preparati a ridefinire il ruolo dell'America, perché l'idea che sia abbastanza potente da dettare legge al mondo è stata screditata negli ultimi otto anni.

MJ: Può farlo, Obama?

ZB: Ha migliori probabilità di qualunque altro candidato. Pensa che Nader ne abbia di migliori?

MJ
: Lei ha consigliato McCain in passato. Perché appoggia Obama?

ZB
: Perché sento in lui un'istintiva e cerebrale comprensione di cosa sia il mondo oggi, e di come l'America debba ridefinirsi in rapporto a questo mondo così da essere una forza autenticamente costruttiva e da riuscire ad ispirarlo. Può suonare molto ambizioso, ma penso che la scelta sia tra questo o un maggiore isolamento, una sorta di gated community, una comunità recintata globale, mentre il mondo scivola verso condizioni sempre più caotiche.

MJ: Suona in effetti molto ambizioso e anche molto difficile, perché il nuovo presidente dovrà vedersela con il Pentagono.

ZB: Sarà incredibilmente difficile. Richiederà grande sapienza politica e soprattutto la capacità di educare e mobilitare il popolo americano.

MJ
: A proposito di sapienza politica, come valuterebbe la diplomazia nell'era di Bush?

ZB
: Praticamente inesistente. Voglio dire, guardi il totale fallimento degli sforzi per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.

MJ
: E per quanto riguarda le condizioni del nostro esercito all'estero? Abbiamo una grande presenza all'estero: quasi 800 basi in giro per il mondo. Siamo l'unico Paese a farlo. Crede che sia necessario o saggio?

ZB
: Potrebbe essere utile per il prossimo presidente passare in rassegna le dimensioni e l'efficacia dei nostri sforzi difensivi. C'è un che di preoccupante in una situazione in cui un solo Paese, che ha circa il 5% della popolazione mondiale, è responsabile di più del 50% della spesa militare mondiale. C'è qualcosa di bizzarro, in questo. Forse ha a che fare con il ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo, il fatto che dobbiamo avere una spesa militare molto ma molto grande. Però bisogna semplicemente chiedersi se è davvero necessario che sia così. Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l'industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

MJ
: Per quanto riguarda l'Iraq, abbiamo costruito molte di quelle che possono solo essere definite basi permanenti…

ZB
: Basi permanenti possono diventare impermanenti.

MJ
: Pensa che il piano sia questo?

ZB
: Non è il piano, ma il fatto che costruiamo qualcosa non significa che debba esistere per sempre. Penso che se vinceranno i democratici non dovremo mantenere basi permanenti in Iraq nei modi e nelle dimensioni che Bush sta forse ora progettando. Se firma degli accordi con Maliki lei pensa che il Congresso democratico li avallerà?

MJ
: Vedremo.

ZB
: Io penso che lo sappiamo.

MJ: Un'ultima domanda sulle nostre basi. Cosa pensa che potrebbe succedere se dovessimo cominciare a eliminare la nostra presenza militare?

ZB
: Non eliminerei la nostra presenza militare. Ci sono molti luoghi nel mondo in cui è nel nostro interesse essere presenti e dove siamo i benvenuti. Il problema è: abbiamo bisogno di essere presenti ovunque nelle proporzioni attuali, abbiamo bisogno di spendere nella difesa quello che stiamo spendendo? Soprattutto se guardiamo ad altri aspetti della società americana: la decadenza delle infrastrutture, il sistema ferroviario sempre più obsoleto, i servizi aerei sovraccarichi, e così via. E se aggiungiamo a questo le potenziali conseguenze della malaccorta politica nei confronti dell'Iran, di qui a non molto penseremo ai 4 dollari per gallone di benzina come a un affare. Perché ne staremo pagando 10.

Michael Mechanic è redattore capo a Mother Jones.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 4 settembre 2008

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martedì, giugno 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, gennaio 29, 2008

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente
di Mahdi Darius Nazemroaya

Il viaggio presidenziale di George W. Bush in Medio Oriente: un nuova Guerra Fredda?
Nel 1946 Winston Churchill tenne nel Missouri il discorso sulla "Cortina di Ferro" che contribuì a creare il clima retorico della rivalità tra i due blocchi o poli rappresentati rispettivamente dall'Unione Sovietica dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A partire dal 2006 il Medio Oriente è stato descritto in modo simile dalla Casa Bianca e da Downing Street. Alla fine sarà la storia a decidere e a dare il suo verdetto sulla versione in miniatura della Guerra Fredda che si sta ora svolgendo in Medio Oriente.

Non è un mistero che l'obiettivo del viaggio presidenziale del 2008 di George W. Bush Jr. in Medio Oriente sia stato soprattutto quello di suscitare ostilità e antagonismo nei confronti dell'Iran e delle forze che resistono al piano politico e socio-economico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Il viaggio del presidente americano fa parte di uno strenuo tentativo di sostituire a Israele un Iran calunniato come minaccia incombente per il Mondo Arabo. Questa mossa, che fa parte del Progetto americano per un "Nuovo Medio Oriente" è stata avviata dopo la guerra di Israele contro il Libano nel luglio del 2006.

La balcanizzazione e la frattura musulmana: sciiti contro sunniti
In relazione ai preparativi per la creazione del "Nuovo Medio Oriente" ci sono stati tentativi, coronati da un successo parziale, di creare deliberatamente divisioni all'interno delle popolazioni del Medio Oriente e dell'Asia Centrale sfruttando le diversità etno-culturali, religiose, settarie, nazionali e politiche.

Oltre ad alimentare tensioni etniche, come quelle tra curdi e arabi in Iraq, una frattura settaria viene deliberatamente coltivata tra le genti del Medio Oriente che si considerano musulmane. Viene incoraggiato in particolare il conflitto tra sciiti e sunniti.

Queste divisioni sono state alimentate dagli apparati di intelligence di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Nella costruzione di queste divisioni sono state coinvolte anche le agenzie di intelligence dei regimi arabi all'interno dell'orbita anglo-americana. La frattura viene fomentata anche con l'aiuto di vari gruppi e leader nelle rispettive comunità.

Prima dell'invasione dell'Iraq, nel 2003, i governanti dei paesi della Lega Araba erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna intendevano ridisegnare i confini del Medio Oriente. Se ne parlò apertamente al vertice dei paesi arabi svoltosi in Egitto prima dell'invasione anglo-americana.

Gli interessi di molte élite corrotte e delle autocratiche autorità del Mondo Arabo storicamente tendono a coincidere con gli interessi socio-economici anglo-americani e franco-tedeschi.

La Casa di Saud, il clan libanese degli Hariri e i governanti assoluti instaurati in tutto il Mondo Arabo condividono tutti legami economici e finanziari con il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente. Hanno un interesse acquisito nella promozione del modello politico e culturale che gli Stati Uniti vogliono stabilire in Medio Oriente.

La "Mezzaluna sciita" e la conquista iraniana fantasma del Medio Oriente
Per creare sentimenti di ostilità tra le popolazioni musulmane del Medio Oriente, l'Iran viene dipinto come l'avanguardia dell'espansionismo sciita nella regione, con la cosiddetta "Mezzaluna sciita", mentre l'Arabia Saudita viene descritta come la paladina dei musulmani sunniti.

La verità è che l'Iran non rappresenta tutti i musulmani sciiti e l'Arabia Saudita non rappresenta tutti i musulmani sunniti; queste semplificazioni rientrano nella politicizzazione della fede religiosa ai fini della politica estera statunitense. Contribuiscono anche a fuorviare l'opinione pubblica in tutto il Medio Oriente.

Questa animosità tra i popoli di fede musulmana e tra i popoli del Medio Oriente è stata creata per giustificare l'ostilità nei confronti dell'Iran e coloro che vengono percepiti come alleati dell'Iran, cioè la Siria ed Hezbollah.

I leader arabi hanno gioco più facile nel controllare i loro popoli quando questi sono agitati da lotte interne e dunque indeboliti dal settarismo e dalle divisioni etniche. Queste ultime creano confusione tra i vari gruppi, li distolgono dai problemi interni e proiettano su altri la loro animosità nei confronti dei governanti. La paura o la rabbia verso l'"Altro" o l'"Estraneo" sono da sempre strumenti per manipolare grandi gruppi e interi segmenti delle società.

Con i popoli della regione ostili gli uni agli altri, le loro risorse possono essere controllate e loro stessi governati e ulteriormente manipolati con maggiore facilità. Questo finora è rientrato negli obiettivi della politica estera britannica e americana. Qui i governanti locali e le forze esterne si sono alleati.

"La Coalizione dei Moderati" in Medio Oriente e la manipolazione degli arabi
"Noi (Israele) dobbiamo collaborare clandestinamente con l'Arabia Saudita così che persuada gli Stati Uniti a colpire l'Iran"
Brigadier Generale Oded Tira, forze armate israeliane

"Non cercate di fare troppo con le vostre mani. Meglio se sono gli arabi a farlo in modo accettabile che voi in modo perfetto. È la loro guerra e voi dovete aiutarli, non vincerla per loro". Il contesto storico di queste parole è molto significativo. Questa ammissione fu fatta durante la Prima Guerra Mondiale in Medio Oriente, quando i britannici combattevano contro i turchi ottomani con l'aiuto dei sudditi arabi ribelli degli ottomani. L'aiuto degli arabi fu assicurato con le false promesse e l'inganno di Londra. Ciò che questo interlocutore rivelava era che le forze britanniche non dovevano combattere troppo attivamente in Medio Oriente, lasciando agli arabi il compito di combattere la guerra della Gran Bretagna contro i turchi.

Queste erano le parole rivelatrici di un uomo che è passato alla storia come una figura leggendaria e un eroe per il popolo arabo. In realtà era un agente dell'imperialismo britannico che ingannò gli arabi con l'aiuto di leader locali corrotti. Era il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence o, come è noto a molti, "Lawrence d'Arabia".

I 27 Articoli di T.E. Lawrence (20 agosto 1917) contengono le parole appena citate e sono a disposizione per chi voglia esaminarli. Cominciava così la strada verso l'asservimento moderno delle masse arabe ai padroni coloniali e a scelti vassalli occidentali.

Alcuni potranno dire che i britannici stavano aiutando gli arabi a conquistare l'autonomia, ma la storia ha dimostrato che questa è un'assoluta bugia. Londra stava perseguendo i propri interessi e la divisione dell'Impero Ottomano era stata un suo obiettivo geo-strategico a prescindere dal fatto che ci fosse una guerra con gli ottomani e gli Imperi Centrali.

Lo rivela l'Accordo Sykes-Picot, come pure la creazione di mandati francesi e britannici al posto di quelle che avrebbero dovuto essere nazioni arabe indipendenti. Vale anche la pena di notare che tutti i grandi problemi del Medio Oriente hanno radici in questo periodo, dal genocidio degli armeni alla questione curda, al conflitto arabo-israeliano, al problema di Cipro e alle dispute territoriali del Golfo Persico e del Levante.

Le élite arabe vengono manovrate ancora una volta perché facciano il lavoro sporco per conto delle potenze straniere. Ancora una volta i leader arabi servono obiettivi stranieri in Medio Oriente contro il loro stesso popolo.

Collegamenti tra i discorsi di Bush e Blair negli Emirati Arabi: dividere il Medio Oriente in campi opposti
Nell'atteggiamento dei mediorientali viene incoraggiata una mentalità che contrappone un "noi" e un "loro". L'antica regione viene divisa in due campi dalla Casa Bianca e dai suoi alleati.
Dopo il bombardamento israeliano del Libano nel luglio del 2006, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e altri, come Tony Blair, cominciarono a dividere il Medio Oriente in due raggruppamenti. Quelli che rientravano nell'area anglo-americana ed erano in collusione con Israele venivano descritti come "moderati" e "riformatori" e rientravano in quella che divenne la "Coalizione dei Moderati". Circa nello stesso periodo il Pentagono annunciò piani per armare Israele, Mahmoud Abbas e i regimi arabi alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Quelli che si opponevano all'intervento esterno e all'egemonia delle potenze straniere nella regione, o perché avevano interessi diversi o per il diritto all'auto-determinazione, furono etichettati come "estremisti" e "rigettatori". [1] Queste forze anti-egemoniche del Medio Oriente erano categorizzate come membri dell'"altro campo" anche se in alcuni casi non avevano niente che li accomunasse a parte la lotta contro le influenze esterne. Questo campo comprende tra gli altri la resistenza irachena, l'Hamas e l'Iran.

C'è un tema ovvio nella retorica che sottende i discorsi sulla politica nel Medio Oriente tenuti nel dicembre del 2006 e nel gennaio del 2008 da Tony Blair e George W. Bush. Entrambi sono stati fatti negli Emirati Arabi, quasi esattamente a un anno di distanza. Entrambi i discorsi descrivono un blocco di estremisti guidato dall'Iran ed entrambi tentano di dividere il Medio Oriente in due blocchi contrapposti.

Fu subito dopo la disastrosa guerra del 2006 di Israele contro il Libano che Tony Blair, in linea con Condoleezza Rice, astutamente fece appello a "un'alleanza di moderazione nella regione e all'esterno di essa per sconfiggere gli estremisti". [2] A Dubai l'ex primo ministro britannico definì l'Iran una "sfida strategica", che secondo Paul Reynolds, un corrispondente estero esperto in affari internazionali, sostituiva le parole "minaccia strategica" del discorso tenuto in California. Sostituì anche "cercando di acquisire un'arma nucleare" con "cercando di acquisire la capacità di costruire armi nucleari". [3] L'ovvio cambiamento nella scelta delle parole era dettato dal fatto che i paesi che vivono vicino all'Iran sanno come stanno le cose e non avrebbero preso sul serio il discorso di Blair.

Era solo l'inizio della pubblica rivelazione del sistema di alleanze che già esisteva ufficiosamente in Medio Oriente. Il discorso di Tony Blair negli Emirati Arabi costituiva un'ulteriore fase mediatica e propagandistica della corsa alla guerra, che consisteva nel preparare l'opinione pubblica allo scontro nel Medio Oriente. Rientrava anche in un tentativo di trasformare il conflitto in un conflitto di idee, ideologico, come al tempo della Guerra Fredda.

Gli Emirati Arabi e Israele come modelli per il "Nuovo Medio Oriente"
Oramai, agli inizi del 2008, la Casa Bianca e i suoi alleati hanno smesso chiacchierare falsamente di democratizzazione del Medio Oriente: solo a proposito dell'Iran la democrazia viene tirata in ballo fino alla nausea, ignorando il fatto che in Iran si svolgono elezioni democratiche e che si tratta di uno stato più legittimo dei regimi arabi spalleggiati dagli Stati Uniti. La democrazia non è mai stata tra gli obiettivi degli Stati Uniti nel Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda i loro alleati autocratici e dittatoriali.

La Casa Bianca sta promuovendo due modelli a due diversi livelli nell'ambito del progetto regionale per il Medio Oriente. Uno è il modello latente di Israele come nazione omogenea. Il secondo modello, promosso apertamente, è il modello Khaliji (Golfo) o quello degli sceiccati arabi che formano il Consiglio di Cooperazione del Golfo sul litorale del Golfo Persico. Il modello Khaliji si applica in particolare agli Emirati Arabi ed è incarnato da uno dei sette emirati, Dubai. Israele è il modello socio-politico per il Medio Oriente, mentre Dubai è il modello socio economico. Entrambi rivelano anche sconcertanti ramificazioni sociali.

Il modello israeliano che viene avanzato non si basa su valori democratici, anzi. Si fonda sull'etnocentrismo e sulla discriminazione. Il Medio Oriente viene riconfigurato a immagine di Israele come una regione con stati omogenei, e questo è evidente in Iraq e uno dei motivi delle tensioni alimentate da forze esterne nella multi-confessionale Repubblica Libanese. Così come Israele viene considerato lo "Stato Ebraico", il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" vuole instaurare tutta una serie di stati omogenei e a identità unica in questa antica regione.

Il modello socio-economico di Dubai e del Consiglio di Cooperazione del Golfo si basa sul mosaico verticale descritto nello studio di John A. Porter, The Vertical Mosaic: An Analysis of Social Class and Power in Canada, in cui etnia, ereditarietà e origini svolgono un ruolo nello status dei singoli e il sistema stesso è una ricostruzione del sistema indiano delle caste.
Dubai è un luogo caratterizzato da un folle sfruttamento dei lavoratori stranieri e autoctoni e tristemente noto per l'istituzionalizzazione di grossolane ineguaglianze e immoralità. Le leggi servono solo ad avvantaggiare i privilegiati e i potenti, mentre i poveri sono oppressi e messi a tacere. Il riciclaggio di denaro sporco e la prostituzione sono anch'essi molto diffusi a Dubai, e si potrebbe definire gli Emirati Arabi una moderna Sodoma e Gomorra.

Israele, la NATO e i regimi arabi: un asse contro la resistenza
La Casa di Saud e l'Arabia Saudita sono emersi come forza principale nella configurazione di una convergenza tra Israele e il Mondo Arabo sotto gli auspici dell'Iniziativa Araba del 2002. [4] Questa iniziativa proposta dai sauditi è profondamente legata al Progetto per un "Nuovo Medio Oriente" e permette a Israele di integrare la propria economia con quella del Mondo Arabo e consente la creazione di un'alleanza tra Israele e i regimi arabi contro qualsiasi forza che in Medio Oriente intenda resistere all'America, ai suoi alleati e soprattutto al loro modello politico e socio-economico.

Nonostante il discorso del Re Abdullah a Riyad durante il Summit della Lega Araba a marzo 2007, l'Arabia Saudita si è sempre opposta alla fine dell'occupazione anglo-americana dell'Iraq e al ritiro delle truppe straniere dall'Iraq con il pretesto che gli sciiti iracheni e gli iraniani uccideranno i sunniti iracheni.

Un rappresentante della monarchia saudita, citando il Principe Turki Al-Faisal, ha informato la stampa americana che "Poiché l'America è giunta in Iraq [cioè lo ha invaso] senza essere stata invitata, non dovrebbe andarsene [cioè porre fine all'occupazione anglo-americana] senza essere stata invitata", e ha aggiunto retoricamente che "Se [gli Stati Uniti] lo faranno [ritireranno cioè le truppe dall'Iraq], una delle prime conseguenze sarà un massiccio intervento saudita per impedire alle milizie sciite appoggiate dall'Iran di massacrare i sunniti iracheni". [5]

Israele ha sempre considerato i governanti giordani come importanti alleati per la pacificazione degli arabi. Il 18 aprile del 2007 Re Abdullah II di Giordania ha confermato questo segreto israeliano ormai noto a tutti. Re Abdullah II ha detto a una delegazione israeliana che la Giordania e Israele erano alleati, sottolineando che non parlava solo per conto del Regno Hashemita di Giordania ma anche per l'Arabia Saudita, l'Egitto e gli sceiccati arabi del Golfo Persico. [6]

Il re giordano ha detto a Dalia Itzik, presidente dello Stato di Israele ad interim, a Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione israeliana per gli Affari Esteri e la Difesa e ad altre autorità israeliane che "siamo [governanti arabi e Israele] sulla stessa barca; abbiamo lo stesso problema [le forze di resistenza nella regione]. Abbiamo gli stessi nemici [Siria, Iran, i palestinesi e il Libano]". [7]

Vale la pena di notare che il governo saudita e i governanti arabi di Egitto, Giordania e sceiccati arabi del Golfo Persico sono stati completamente coinvolti, ufficialmente o ufficiosamente, nella Guerra del Golfo del 1991 e nell'invasione anglo-americana dell'Iraq nel 2003. Questi governanti hanno anche svolto un ruolo importante nel conflitto tra Iran e Iraq e nella guerra economica contro l'Iraq che ha spinto quest'ultimo a invadere il Kuwait per trarne aiuto economico dopo l'aspra guerra con l'Iran.

L'Arabia Saudita, l'Egitto e la Giordania sono fermamente schierati con gli anglo-americani. Fanno parte dell'estesa rete militare internazionale controllata dagli Stati Uniti. Sono già membri della coalizione che è stata formata contro l'Iran, la Siria e le forze che si sono alleate con Teheran e Damasco. [8] In varia misura questi stati arabi sono anche alleati con Israele e la NATO. Tutti questi governi arabi etichettati come "filo-occidentali" hanno anche legami e accordi bilaterali nel settore militare e della sicurezza con gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la NATO. Comunque non è certo che questi stati resteranno al fianco di Washington e Londra.

Trasformare il Mediterraneo e il Golfo Persico in laghi della NATO
La NATO si sta espandendo, ma non solo in Europa e nell'ex Unione Sovietica. Esistono da molto tempo dei piani per trasformare il Mediterraneo in un "lago della NATO" permanente e in un'arena strettamente legata all'Unione Europea. Il rafforzamento navale della Russia nel Mediterraneo orientale e al largo della costa siriana è una mossa volta a sfidare questo processo.

Vari regimi arabi hanno stretto accordi e intese militari con la NATO per più di dieci anni attraverso il Dialogo Mediterraneo (avviato nel 1995). Tra questi regimi ci sono l'Egitto e la Giordania. Questi paesi arabi si trovano ai confini con il Mediterraneo o nelle sue prossimità. Dall'altro lato, gli sceiccati arabi del Golfo Persico hanno recentemente stretto accordi con la NATO. Per esempio, il Kuwait ha firmato accordi di sicurezza con la NATO e ha concretamente aperto la porta all'ingresso della NATO nel Golfo Persico.

Gli accordi del Consiglio di Cooperazione del Golfo in via di definizione con la NATO sono un'efficace estensione del Dialogo Mediterraneo e dell'espansione a est della NATO. La creazione di un mercato comune del Golfo simile all'Unione Europea e di un'Unione Mediterranea è anch'essa collegata con l'espansione della NATO e al progetto di imporre il Washington Consensus al Medio Oriente e al Mondo Arabo.

All'espansione di un mandato della NATO nel Golfo Persico si lavora da anni, e corrisponde agli obiettivi della NATO nel Mediterraneo. L'influenza della NATO nel Golfo Persico fa sì che l'area ricada sotto la gestione congiunta degli interessi franco-tedeschi e anglo-americani. Non è una coincidenza che Nicholas Sarkozy abbia cominciato il proprio viaggio in Medio Oriente nella stessa finestra temporale del Presidente degli Stati Uniti, né è un caso che la Francia e gli Emirati Arabi il 15 gennaio 2008 abbiano firmato un accordo che consente alla Francia di creare una base militare permanente sul territorio degli Emirati sulle sponde del Golfo Persico. [9]

Le vere divisioni in Medio Oriente: forze autoctone contro clienti stranieri
In Palestina, durante le manifestazioni di protesta del 2006, la stampa ha riportato che piccoli gruppi di sostenitori di Fatah cantavano "Shia, Shia, Shia" burlandosi dell'Hamas per i suoi legami politici con Teheran, dato che l'Iran è un paese a maggioranza musulmana sciita. [10] Era un brutto segno che testimoniava la crescente animosità che è stata instillata nel Medio Oriente, ma riflette anche che le divisioni come quella tra sciiti e sunniti sono manipolate e create artificialmente.

L'Hamas, come la Siria, ha un'identità musulmana sunnita ed è alleato con l'Iran, che ha una maggioranza musulmana sciita. Questa alleanza dimostra chiaramente che le vere divisioni in Medio Oriente non si basano sull'affinità o sulle differenze etniche o religiose. Similmente, in Libano le forze della resistenza sono musulmane, cristiane e druse e non semplicemente costituite da Hezbollah o sciiti libanesi come spesso dicono i media occidentali.

Nella realtà le differenze regionali in Medio Oriente sono, a prescindere dalla religione, dalla politica e/o dall'etnia, tra le forze indipendenti e autoctone e le forze e i governi clienti che servono gli interessi economici e politici anglo-americani e franco-tedeschi.

Il blocco di resistenza
"Come disse Lord Chatam, quando parlava della presenza britannica nel Nord America, 'se fossi un americano come sono inglese, non deporrei mai e poi mai le armi finché un solo inglese restasse sul suolo americano".
Sir Michael Rose, Generale dell'esercito britannico

Generalizzando, le forze indipendenti e autoctone del Medio Oriente sono:

1. la maggior parte delle varie frazioni palestinesi, compresa l'Autorità Palestinese sotto l'Hamas prima dell'Accordo della Mecca e la tregua raggiunta con Mahmoud Abbas e Fatah;
2. la Resistenza Libanese e l'Opposizione Nazionale in Libano, che è un misto di musulmani, drusi e cristiani;
3. la Resistenza Irachena, che è una serie di diversi movimenti popolari che riflettono la volontà del popolo/dei popoli dell'Iraq;
4. la Siria;
5. l'Iran, che è sia un avversario sia un centro di resistenza politica organizzata e a livello di stato.

Resistenza con base popolare e resistenza a livello statale
Le forze della resistenza in Medio Oriente e nel vicino Afghanistan possono essere classificate in movimenti di resistenza popolari o a livello di stato. C'è tuttavia una terza categoria ibrida.

L'Iraq e l'Afghanistan rappresentano entrambi movimenti di resistenza popolare. L'Iran e la Siria, indipendentemente dalla giustificazione (buona o cattiva che sia), rappresentano casi di centri di resistenza a livello di stato nei confronti di Stati Uniti, NATO e Israele. Anche il Sudan rientra in questa categoria.
Le forze di resistenza in Palestina e in Libano sono un misto di resistenza a livello di stato e con base popolare. Nel Corno d'Africa, molto vicino al Medio Oriente, la Somalia è un caso su cui discutere ma anche un vero centro di resistenza al controllo straniero e ai tentativi di riconfigurare il Medio Oriente.
Le forze di resistenza in Libano e in Palestina sono anche contraddistinte dal fatto di essere intrappolate in lotte interne tra forze clienti degli interessi anglo-americani, franco-tedeschi e israeliani in Medio Oriente.

Il coinvolgimento delle risorse dello stato è ovviamente una delle principali differenze tra i centri di resistenza a livello nazionale, come l'Iran, e i movimenti popolari svincolati dal governo, come accade in Iraq. Tuttavia, quanto più c'è un assoggettamento a una potenza militare straniera tanto più la resistenza è forte e nasce dall'appoggio della popolazione locale. Le pesanti perdite che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO devono affrontare in Iraq e in Afghanistan sono dovute alla volontà e alla resistenza popolare.

Lotte in Medio Oriente: La "Coalizione dei Moderati" contro il Blocco di Resistenza
Le divisioni che sussistono tra le forze autoctone e indipendenti del Medio Oriente e quelle schierate con gli anglo-americani sono le seguenti:

1. la lotta tra l'Hamas e i suoi alleati con Israele, Fatah e i loro alleati nei Territori Palestinesi;
2. la lotta tra la Resistenza Irachena, che è essenzialmente il popolo iracheno, con le forze degli Stati Uniti e della Coalizione per l'occupazione dell'Iraq;
3. lo scontro politico tra l'Opposizione Nazionale Libanese (la maggioranza) e i partiti di governo libanesi (la minoranza);
4. lo scontro per il Libano, la Palestina e l'Iraq tra la Siria da una parte e le potenze della NATO e i loro alleati arabi dall'altra;
5. infine, i molti aspri conflitti regionali e internazionali tra Iran e Stati Uniti, che comprendono il programma nucleare iraniano e l'Iraq.

Il viaggio di Bush: tamburi di guerra, resistenza e il "Nuovo Medio Oriente"
"Una ragione di instabilità sono gli estremisti appoggiati e rappresentati dal regime di Teheran. L'Iran è oggi il principale stato sostenitore del terrorismo. Manda centinaia di milioni di dollari a estremisti di tutto il mondo, mentre il suo popolo deve affrontare la repressione e le difficoltà economiche. Mina le speranze di pace libanesi armando e aiutando il gruppo terroristico Hezbollah. Sovverte le speranze di pace in altre parti della regione finanziando gruppi terroristici come Hamas e il Jihad Islamico Palestinese. Spedisce armi ai Taliban in Afghanistan e ai militanti sciiti in Iraq. Cerca di intimidire gli stati vicini con missili balistici e con una retorica bellicosa. E infine sfida le Nazioni Unite e destabilizza la regione rifiutando l'apertura e la trasparenza sui suoi programmi e ambizioni nucleari. Le azioni dell'Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Dunque gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni in materia di sicurezza con gli amici del Golfo, e incitando tutti paesi amici ad affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi".
George W. Bush, 43° Presidente degli Stati Uniti (discorso di Abu Dhabi, Emirati Arabi, 13 gennaio 2008)

Non è un mistero che lo scopo principale del viaggio del presidente degli Stati Uniti in Medio Oriente fosse quello di sollecitare opposizione nei confronti dell'Iran e di chiunque intenda resistere al "Nuovo Medio Oriente". Quasi immediatamente la Siria ha affermato che il viaggio di George W. Bush è stato fatto per cercare di isolare ulteriormente la Siria e orchestrare uno scenario di guerra contro l'Iran. [11]

Il viaggio presidenziale è stato fatto proprio mentre la marina statunitense mentiva su presunte minacce subite da alcune motovedette delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel GolfoPersico.
Quando la marina statunitense ha ritirato le accuse, il Presidente degli Stati Uniti ha detto che se dovesse capitare qualcosa di negativo alle navi di guerra americane nella regione Teheran ne sarebbe considerata responsabile.

Contemporaneamente a Beirut c'è stato un bombardamento contro l'ambasciata americana. Potrebbe essersi trattato di una messinscena, come le dichiarazioni della marina statunitense, per giustificare la posizione di Bush sull'Iran e il Blocco di Resistenza. Inoltre Israele ha diffuso la notizia di un razzo di costruzione iraniana lanciato dalla Striscia di Gaza dai palestinesi durante il viaggio di Bush in Medio Oriente.

Nel 2007 a Deir ez-Zor il presidente siriano, alla vigilia di un'importante conferenza sull'Iraq a Sharm el-Sheikh durante la quale Condoleeza Rice ha avviato pubblicamente dei contatti con i ministri degli esteri di Siria e Iran, ha ammonito i suoi connazionali che "la Siria, la regione araba e il Medio Oriente stanno attraversando una fase pericolosa. Distruttivi progetti coloniali stanno cercando di dividere e di riplasmare la nostra regione creando un nuovo [Accordo] Sykes-Picot". [12]

Abdel Al-Bari Atouani, una noto personaggio palestinese e redattore capo dell'Al-Qods Al-Arabi di Londra, in un'intervista televisiva trasmessa da ANB TV agli inizi di febbraio del 2007 ha affermato che gli Stati Uniti stanno sfruttando i paesi arabi attraverso i loro governi, usati per alimentare una guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Medio Oriente.

Il Jerusalem Post, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano in Arabia Saudita dagli Emirati Arabi, ha diffuso la dichiarazione di un anonimo alto ufficiale palestinesecisgiordano secondo il quale "la Siria e l'Iran hanno intensificato gli sforzi per rovesciare il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e il suo partito di governo Fatah". [13] L'articolo di Khaled Abu Toameh parla anche dell'incontro politico tra vari partiti palestinesi (Abu Toameh li chiama "gruppi estremisti") che sarà ospitato dai siriani a Damasco.

Non sorprende che l'articolo di Khaled Abu Toameh trascuri di informare che il governo palestinese che governa la Cisgiordania è illegittimo ed esegue gli ordini di Mahmoud Abbas e non quelli del primo ministro palestinese democraticamente eletto. I palestinesi che converranno a Damasco studieranno come rendere l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina più completa erappresentativa della volontà dei palestinesi e non degli editti di Mahmoud Abbas e di pochi altri individui che governano parti della Cisgiordania come se fossero feudi personali, mettendosi al servizio dei padroni israeliani e statunitensi.

In Libano un giornale affiliato al clan Hariri e ai suoi alleati politici ha cominciato anch'esso ad assecondare la campagna americana di demonizzazione dell'Iran. An-Nahar, pubblicazione un tempo diretta dal parlamentare libanese ucciso Gebran Tueni, in un editoriale di Ali Hamade afferma che la Lega Araba deve fare pressioni su Teheran per raggiungere una soluzione in Libano, e che la strada verso una soluzione o uno scontro passa per l'Iran, "se gli sviluppi [in Medio Oriente] vanno verso un conflitto con i piani imperiali iraniani per l'Oriente arabo".

L'Ufficio Ovale, l'establishment e la politica estera anglo-americana in Medio Oriente
Le politiche estere degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno più a che vedere con gli obiettivi dell'establishment anglo-americano che con la particolarità dei singoli che occupano le cariche di presidente degli Stati Uniti e di primo ministro britannico. Questa realtà è stata confermata nel corso della campagna elettorale dai potenziali successori di George W. Bush Jr., siano essi democratici o repubblicani.

Eccetto che per alcuni individui che rappresentano le aspirazioni autentiche del popolo americano, la maggioranza dei candidati presidenziali parlano di una continuazione delle politichemilitari dell'Amministrazione Bush.

John McCain ha parlato di un attacco contro Libano e Siria. [14]

Hilary Clinton vuole un'occupazione permanente dell'Iraq o una "fase post-occupazione", per usare una decadente espressione delle autorità americane, e ha rivolto delle minacce all'Iran.

Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York City, ha messo in chiaro che intende rispecchiare l'Amministrazione Bush Jr., che non intende riconoscere uno stato palestinese e che userebbe le armi nucleari contro un Iran non nucleare.

L'epoca della guerra non finirà quando George W. Bush Jr. e il vice presidente Cheney lasceranno la Casa Bianca.

Il problema è più profondo e complicato dei singoli e delle loro cariche. George W. Bush Jr. è solo un uomo di paglia in un meccanismo molto più grande; rappresenta l'establishment, ma né lui né la sua amministrazione possono da soli manovrare la politica estera statunitense.

Questioni importanti: la natura della cooperazione e della rivalità tra America, Iran e Siria
La nostra realtà è di gran lunga più complessa. Un tempo, prima di andare al potere, Hamas collaborava con Israele contro il movimento Fatah di Yasser Arafat.

Il Christian Science Monitor ha espresso un'interessante osservazione in un articolo di Marc Lynch: "'Ovunque si guardi, è la politica dell'Iran a fomentare l'instabilità e il caos', ha detto il segretario della difesa Gates ai dignitari delGolfo lo scorso mese [dicembre 2007]. Ma in realtà ovunque si guardi, dal Qatar all'Arabia Saudita all'Egitto, si vedono i leader iraniani fare a pezzi vecchi tabù incontrando le loro controparti arabe in un clima di cordialità". [15]

Di fatto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato invitato al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo nella capitale del Qatar, Doha, che ha discusso l'integrazione economica della Golfo Persico e la cooperazione tra il Consiglio e l'Iran. L'Iran, l'Oman, il Qatar e l'Arabia Saudita hanno dato pubblica dimostrazione di un avvicinamento già prima del vertice di Doha, che comprendeva accordi economici e militari tra l'Oman e l'Iran.

Anche Il Cairo e Teheran hanno ufficialmente aperto la porta alla completa normalizzazione delle relazioni diplomatiche. È ancora da vedere cosa produrranno le relazioni diplomatiche tra Egitto e Iran. L'Iran sta inoltre compiendo ulteriori incursioni economiche e commerciali in Iraq e Afghanistan. L'Iran e la Siria stanno legando la propria infrastruttura energetica all'Iraq e intraprendendo azioni che innegabilmente assistono gli Stati Uniti nell'Iraq occupato.

La futura nomina del Generale Michel Sulaiman alla presidenza del Libano è stata anche definita una concessione alla Siria per la collaborazione con gli Stati Uniti in Iraq e per la sua presenza al Summit di Annapolis.

Se è così, alcune questioni restano tuttavia irrisolte non solo in merito alla cooperazione tra Siria e Stati Uniti, ma anche riguardo all'incontro tra David Welch, il sottosegretario di stato degli Stati Uniti per gli Affari del Vicino Oriente, e il Generale Suleiman prima degli scontri scoppiati nel 2007 tra Fatah Al-Islam e l'esercito libanese.

È chiaro che ci sono dei piani per ridisegnare i confini del Medio Oriente e per istituire politiche economiche durature a beneficio degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi e del loro cane da guardia in Medio Oriente, Israele.

I siriani e gli iraniani sono consapevoli dei piani per dividere la loro regione e mettere l'uno contro l'altro i popoli mediorientali. Anche Teheran e Damasco sono stati colpevoli di fare lo stesso gioco nel proprio interesse, ma quello che l'America e i suoi alleati hanno in mente è una ripartizione e una riconfigurazione ben più ampia del Medio Oriente, che coinvolge anche Siria e Iran in questa lotta storica.

La questione è: questi sforzi per dividere il Medio Oriente (in "moderati" ed "estremisti") rientrano in una politica di contenimento, in una strategia di guerra, o in qualcosa di molto più sinistro?

Le intenzioni di movimenti di resistenza a base popolare come la Resistenza Irachena sono semplici e chiari, ma la resistenza di stato - se possiamo chiamarla così - ha spesso intenti ambivalenti.

L'Iran e la Siria si stanno davvero opponendo al "Nuovo Medio Oriente" che serve gli obiettivi del Washington Consensus? Le riforme economiche in atto in Iran e in Siria, compresi i programmi di privatizzazione, suggeriscono che i due paesi non si contrappongono completamente ai programmi neo-liberali dominanti che caratterizzano le politiche espansionistiche di Washington. [16]

Non è peccato mettere in discussione delle motivazioni, soprattutto quando le circostanze lo richiedono: è invece un crimine e un peccato ingannare le masse. La posizione politica di Iran e Siria è destinata a chiarirsi con l'evolversi della situazione in Medio Oriente.

NOTE

[1] Jonathan Beale, Rice seeks Mid-East support on Iraq, British Broadcasting Corporation (BBC), 13 gennaio 2007.

[2] Paul Reynolds, Blair and the ‘strategic challengeof Iran, British Broadcasting Corporation (BBC), 20 dicembre 2007.

[3] Ibid.

[4] Uzi Mahnaimi, Saudis lead Israel peace bid, The Times (U.K.), 3 dicembre 2006.

[5] Simon Tisdall, Iran v Saudis in battle of Beirut, The Guardian (U.K.), 5 dicembre 2006.

[6] Shahar Ilan, Jordan’s Abdullah tells Israel: We share same enemies, Haaretz, 19 aprile 2007.

Le affermazioni furono subito negate dal Re giordano quando trapelarono sulla stampa israeliana. La smentita è parallela a quella della Casa di Saud a proposito degli incontri diplomatici e dei negoziati tra Arabia Saudita e Israele che furono divolugati come veri dopo le iniziali smentite.

[7] Ibid.

[8] Anatole Kaletsky, An unholy alliance threatening catastrophe, The Times (U.K.), 4 gennaio 2007.

[9] Laurent Pirot, France Signs UAE Military Base Agreement, Associated Press, January 12, 2008; Emmanuel Jarry, France, UAE sign military, nuclear agreement, Reuters, 15 gennaio 2008; Paul Reynolds, French make serious move into Gulf, British Broadcasting Corporation (BBC), 15 gennaio 2008.

[10] Fatah, Hamas clash in Gaza after Abbas calls early elections, Associated Press, December 16, 2006.

[11] Damascus slams Arab leaders for allowing Bush’s ‘criticism of Syria,’ Deutsche Presse-Agentur (DPA)/ German Press Agency, January 14, 2008.

[12] Mazen and Thawra, President al-Assad says Arab Region passes through new juncture, Syrian Arab News Agency (SANA), 30 aprile 2007.

[13] Khaled Abu Toameh, Syria, Iran trying to overthrow Abbas, The Jerusalem Post, 15 gennaio 2008.

[14] Shani Rosenfelder, McCain: Disarm Hizbullah, tackle Assad, The Jerusalem Post, 9 agosto 2007.

[15] Marc Lynch, Why U.S. strategy on Iran is crumbling: Gulf states no longer want to isolate Iran, Christian Science Monitor, 4 gennaio 2008.

[16] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Alliance: Challenging America’s Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007; Julian Barnes-Dacey, Even with sanctions, Syrians embrace KFC and Gap, Christian Science Monitor, 11 gennaio 2008.


Mahdi Darius Nazemroaya è un autore indipendente specializzato in affari medio-orientali. Vive e lavora e Ottawa ed è ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

Originale da: Globalresearch

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008

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giovedì, novembre 22, 2007

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

Missing Links

traduzione di Andrej Andreevič

C'è un'altro dibattito sulle politiche militari in Iraq, e non riguarda il ritiro delle forze convenzionali ma l'installazione di forze non-convenzionali per affrontare l'Iran: un dibattito nel quale è molto importante il fattore tempo, visto che non c'è niente di meglio, per portare avanti questo tipo di preparazione, delle "distrazioni" e della copertura fornita dalle forze convenzionali, e di conseguenza l'idea è che questo piano sia a buon punto quando le truppe se ne andranno.

David L. Grange è un Generale dell'Esercito USA in pensione, presidente e direttore generale della McCormick Tribune Foundation, e fondatore e presidente di un ufficio per operazioni speciali con sede a Washington chiamato ViaGlobal Group. Quando parla di politica militare e del minimizzare la copertura mediatica di questioni importanti dovremmo ascoltarlo.

Assieme a un coautore, e su spunto di vari membri della "comunità delle forze speciali", Grange ha scritto un saggio intitolato "Affrontare l'Iran: Rendere sicure le frontiere irachene: un concetto di operazioni di guerra irregolari". Nella sezione intitolata "Andare avanti", Grange dice che gli Ordini Esecutivi [atti legislativi firmati direttamente dal Presidente degli Stati Uniti N.d.T.] firmati da Bush, come la designazione delle Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terrorista, "permettono un approccio più aggressivo nei confronti dell'Iran". E in particolare:

Attraverso questi Ordini, alcune opzioni efficaci per sconfiggere l'influenza iraniana includono: Operazioni Informative, Operazioni di Guerra Non Convenzionali, Zone di Separazione (ZdS) e Zone Demilitarizzate (ZDM), [e fattori rilevanti per compiere questo genere di cose comprendono] il ritiro delle forze Armate statunitensi, i media e la diplomazia.

Parlando di "ritiro delle Forze Armate statunitensi" non intende però dire che questi piani proposti per le forze speciali dipendono da una politica statunitense favorevole alla continuazione delle operazioni regolari in Iraq. Intende piuttosto dire che per poter cominciare queste operazioni di frontiera avrà un ruolo cruciale la copertura fornita dalle operazioni regolari dell'esercito in atto nello stesso momento. Dice infatti:

Il dibattito su un'applicazione efficace delle Operazioni delle Forze Speciali in Iraq dipende anche da quando gli Stati Uniti ritireranno le proprie forze convenzionali di terra. Mentre le forze convenzionali minacciano alcune iniziative non convenzionali e disturbano alcune operazioni di controinsorgenza, il personale e le attività delle OFS possono trarre benefici dal nascondersi e mescolarsi tra le attività delle forze armate per schermare movimenti sensibili delle OFS. La distrazione delle forze convenzionali nei confronti di media e insorti può fornire altro tempo per costruire campi e reti di comunicazione per le OFS, mentre un gran numero di elementi delle forze armate rimarrebbero sul campo. Le OFS possono gradualmente mettere in atto un piano per isolare le proprie attività. I piani delle OFS dovrebbero cominciare immediatamente, a patto che [vuole dire "mentre"] gli elementi militari convenzionali restino in Iraq, così che la copertura dei media posta continuare a concentrarsi sul "surge", i contractor del Dipartimento di Stato, le bombe artigianali ai lati delle strade, la violenza settaria e le autobombe.

In altre parole, è una proposta strettamente legata al fattore tempo. È ora di iniziare a installare i campi e le reti nelle regioni di confine, dice Grange, prima che le forze convenzionali si ritirino, così che le operazioni delle Forze Speciali possano avvantaggiarsi della copertura fornita dalle operazioni su larga scala delle forze armate convenzionali, e la "distrazione" dei media legata alla loro presenza e alle loro operazioni. Per Grange, in altre parole, il dibattito sul ritiro delle truppe statunitensi ha un significato molto diverso da quello che l'opinione pubblica conosce.

Per quanto riguarda il genere di attività che saranno permesse dagli Ordini Esecutivi di Bush, Grange cita innanzitutto le "Operazioni di Informazione". Potete leggere l'intero pezzo nell'articolo sotto il titolo omonimo, ma in breve Grange dice che, oltre agli Ordini Esecutivi statunitensi, la Carta delle Nazioni Unite permette di porre degli embargo in caso di aggressione militare, e dice che un "embargo elettronico", che bloccherebbe le comunicazioni elettroniche iraniane col resto del mondo, sarebbe molto più efficace di un embargo convenzionale, e aggiunge:

Se l'Iran dovesse scegliere di opporsi a un embargo emanato su mandato delle Nazioni Unite (che farebbe riferimento alle condizioni della Carta dell'ONU sugli embargo), con attacchi cibernetici contro gli Stati Uniti o l'Occidente, si esporrebbe a operazioni su larga scala da parte degli Stati Uniti, di una coalizione comandata dagli USA o (con l'approvazione delle Nazioni Unite) di una forza d'intervento delle Nazioni Unite secondo l'articolo 42.

In altre parole, guerra.

Ma anche in assenza di un embargo elettronico totale, secondo Grange dovrebbe aver luogo una campagna di operazioni di informazione attraverso mezzi convenzionali, incluse radio e così via, per diffondere la disinformazione e il sabotaggio:

I contenuti saranno finalizzati a sabotare, generare sfiducia, persuadere, falsificare, mostrare arrendevolezza [?] e accattivarsi le simpatie, e verranno moltiplicati dal passaparola, specialmente tramite diffusione televisiva [!] all'interno del territorio iraniano.

Dopo aver continuato per un po' a parlare delle operazioni di informazione, Grange passa a parlare dei Metodi di Guerra Non Convenzionali (MGNC). Parla della definizione di MGNC data dal Dipartimento della Difesa statunitense, e ricorda che gli Stati Uniti usarono i kurdi in questo genere di cose per aiutare lo Scià negli anni settanta (osservando inoltre che in questo caso il ruolo potrebbe essere svolto dai Mujaheddin-e Khalq), parla per un po' dell'esperienza del Laos e quindi dice:

Attraverso le MGNC gli Stati Uniti possono compiere un'ampia gamma di operazioni militari e paramilitari, condotte attraverso gli indigeni o loro surrogati locali, per perseguire atti di sovversione, sabotaggio, attività dei servizi, reclutamento di agenti e atti di guerra…

E con questo non intende un qualche tipo di operazione temporanea. Grange ha in mente un programma di operazioni speciali con basi nell'area di confine per i prossimi anni a venire. Ne parla così:

La durata dell'operazione delle Forze Speciali dovrebbe essere calcolata in anni… Le attività a lunga scadenza ottengono la fiducia della gente e generano una condivisione di informazioni affidabili… La fiducia verrà costruita in anni di presenza delle Forze Speciali attraverso un'intensa attività medica, di costruzione, di progettazione e assistenza educativa… Queste scuole dovrebbero concentrarsi sui bambini al fine di creare future relazioni e costruire nell'immediato ponti di comunicazione e sensori locali per raccogliere informazioni sui movimenti degli avversari.

Nella sezione "Media" Grange dice che dovrebbero essere fatti sforzi per cercare di minimizzare la copertura mediatica delle operazioni delle Forze Speciali, avendo cura di evitare notizie inventate e bugie, che ne hanno minato la credibilità durante la guerra del Vietnam. Ai giornalisti e alle organizzazioni informative bisognerebbe ricordare che i loro reportage possono colpire negativamente le truppe, e che i giornalisti feriti costituiscono un'ulteriore perdita di risorse.

Potete leggere questo e altro al sito SmallWarsJournal linkato sopra. E se siete un ufficiale del governo e la sua idea di "embargo elettronico" vi è piaciuta, sapete a chi rivolgervi: sembra che si tratti di una delle specialità del gruppo di Grange, la ViaGlobal, che sul proprio sito internet dice di sé:

Operazioni informative
Nel mondo di oggi non abbiamo più a che fare solo con minacce e sfide da parte di stati nazione che rispondono alle tradizionali sfere di influenza militare, diplomatica ed economica. Il nuovo paradigma richiede un'organizzazione in grado di:
- anticipare conflitti o fallimenti degli stati;
- dar forma agli eventi o mitigarne gli effetti;
- utilizzare un'influenza basata sull'influenza.

Le Operazioni informative sono diventate strumenti necessari ed essenziali della diplomazia statunitense, delle forze militari e degli affari internazionali. Affrontare le minacce odierne richiede:

- conoscenza del terreno umano;
- comprensione delle sfumature culturali;
- capacità di influenzare efficacemente il nemico e chi lo aiuta.


Originale:
http://arablinks.blogspot.com/2007/11/other-military-policy-debate-one-about.html

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venerdì, marzo 23, 2007

I dieci più grandi errori in Iraq durante gli scorsi 4 anni

I dieci più grandi errori in Iraq durante gli scorsi 4 anni

di Juan Cole

10. Rifiutarsi di licenziare il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld quando la sua incompetenza e il suo sadismo sono apparsi evidenti nell'intensificarsi della guerriglia e nello scandalo delle torture di Abu Ghraib.

9. Rifiutarsi di intervenire nell'economia collassata del paese o di aiutare le industrie statali irachene a rimettersi in marcia, motivandolo con il fatto che il "mercato" avrebbe magicamente prodotto prosperità.

8. Invadere e distruggere la città araba sunnita di Fallujah nel novembre 2004 e poi spingere gli arabi sunniti tra le braccia dell'esercito degli insorti per protesta, facendo sì che boicottassero le elezioni parlamentari del gennaio 2005; boicottaggio che li ha esclusi dal potere e dalla possibilità di avere una voce significativa nella stesura della nuova costituzione, che hanno disconosciuto.

7. Annunciare improvvisamente che gli Stati Uniti avrebbero "ucciso o catturato" il giovane religioso sciita nazionalista Muqtada al-Sadr nella primavera del 2004, mettendo il paese in fermento per mesi.

6. Rispondere alle provocazioni della guerriglia baathista con pesanti missioni di "cerca e distruggi" che hanno umiliato e fatto crescere ancora di più la rabbia tra i clan arabi sunniti, spingendoli a sostenere o ad unirsi alla nascente guerriglia.

5. Mettere sciiti vendicativi a capo della commissione di de-baathificazione, che ha licenziato decine di migliaia di impiegati statali arabi sunniti per aver semplicemente fatto parte del partito Baath, lasciando un enorme numero di sunniti indigenti e senza speranza di trovare lavoro.

4. Sciogliere l'esercito iracheno nel maggio 2003, mandando a casa 400.000 uomini disoccupati, pieni di rancore e pesantemente armati.

3. Permettere diffusi saccheggi dopo la caduta di Saddam Hussein il 9 aprile 2003, dichiarando "sono cose che capitano", "la democrazia fa casino", e "in fondo quanti vasi potranno avere?" – mostrando che non ci sarebbero stati seri tentativi di garantire legge e ordine nell'Iraq americano.

2. Pianificare di installare il finanziere corrotto, noto bugiardo e losco manovratore Ahmad Chalabi come dittatore bonario dell'Iraq, rifiutando un piano per un'amministrazione postbellica del paese perché avrebbe potuto mandare all'aria l'incoronazione di Chalabi.

1. Invadere l'Iraq.

Fonte: Informed Comment

Traduzione di Andrej Andreevič

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domenica, gennaio 21, 2007

Petraeus! Baghdad brucia?

Di Stan Goff

traduzione di Andrej Andreevič


"Jodl! Parigi brucia?"
- Adolf Hitler
25 agosto 1944

Retroscena
Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione del pianeta, ma nel complesso consumiamo più del 25% dell'energia fossile. Questo riguarda più o meno tutte e tre le forme di combustibile fossile – petrolio, gas naturale e carbone.
Il carbone viene normalmente dalle terre che abbiamo fatto cedere agli abitanti della Virginia, dove gli operai ora tagliano le cime delle montagne per arrivare ai filoni di carbone e gettano gli scarti nei corsi d'acqua vicini. È da lì che viene la maggior parte della nostra elettricità. Il Canada ci vende la maggioranza del gas naturale che usiamo… quasi il 90%.
Il problema è che la nostra flotta nazionale di trasporti è quasi completamente dipendente da quell'altro deposito di antica luce solare, il petrolio. Né il gas naturale né il carbone possono far funzionare i nostri trattori, treni, aerei e 250 milioni di veicoli (circa 98 milioni dei quali sono Suv e mezzi più grandi di questi). Nemmeno il carbone o il gas naturale riescono a far andare le navi, i carri armati o gli elicotteri da guerra.
L'altra cosa per la quale abbiamo bisogno di petrolio è il cibo… più di quanto la gente possa pensare. Ne "The Omnivore's Dilemma" (Il dilemma dell'onnivoro), Michael Pollan fa risalire la catena alimentare statunitense ai campi petroliferi passando per le piantagioni di mais, che sono la base della maggior parte dei nostri alimenti, per quindi tornare ai pozzi petroliferi. È ampiamente noto che ogni caloria di cibo consumata nel mondo oggi rappresenta una spesa di 10 calorie di energia fossile, ma le osservazioni di Pollan a proposito di un appezzamento di terra destinato all'alimentazione del bestiame, dove i capi destinati alla macellazione sono stati sottoposti ad alimentazione forzata con mais prodotto da Cargill e Archer Daniels Midland, servono più di qualsiasi statistica:

Non ho un'immaginazione abbastanza vivida per guardare un manzo e vedere un barile di petrolio, ma il petrolio è uno degli ingredienti più importanti della moderna produzione della carne, e il Golfo Persico è sicuramente un anello nella catena alimentare che attraversa questa (o qualsiasi) stalla per l'allevamento intensivo. Il manzo numero 534 ha iniziato la sua vita come parte della catena alimentare che ha preso la propria energia dal sole, che ha nutrito l'erba che ha nutrito lui e sua madre. Quando 534 è passato dal ranch all'allevamento intensivo, dall'erba ai cereali, è entrato a far parte di un ciclo alimentare industriale alimentato dal combustibile fossile - e quindi difeso dai soldati americani, un altro costo non calcolato degli alimenti a basso prezzo.

I serbatoi e le pance vuote non base di stabilità politica o di profitto, qui negli Stati Uniti d'America, dove l'appropriazione di un'immensa quantità di spazio e tempo, usando questo antico deposito di luce solare, è considerata quasi un nostro diritto dalla nascita.

La legge degli idrocarburi
Il motivo per cui ho iniziato una discussione sul programma militare dell'amministrazione Bush che prevede un incremento delle forze militari in Iraq parlando dei combustibili fossili è che né il governo né i media sembrano propensi a parlarne. La disperata escalation di follia criminale in arrivo non è basata su una qualche fantasia ma su una reale imminente competizione fra gli Stati Uniti e praticamente tutti gli altri per questi depositi di energia, mentre la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l'attuale produzione mondiale di petrolio è arrivata al limite e comincerà un declino verticale inesorabile e irreversibile. Il tentativo di stabilire basi militari statunitensi permanenti nella zona del Golfo Persico e di installare governi compiacenti (la vera motivazione della guerra, fin dall'inizio) ha a che fare con la necessità di assicurarsi il controllo della regione.
Il programma di incremento delle forze è un'opzione militare penosamente contorta, ma non capisce bene cosa la governi. Persino ora sarebbe possibile conseguire la stabilità in Iraq, con precipitoso riposizionamento delle forze militari anglo-americane. Lo strano fattore – strano principalmente perché i media non vi accennano mai - è "la prima legge del dopoguerra sugli idrocarburi," che dovrebbe "formare un comitato costituito da esperti altamente qualificati per velocizzare le offerte d'appalto e la firma dei contratti con le compagnie petrolifere internazionali per lo sviluppo dei giacimenti di petrolio iracheni ancora non sfruttati." Questa legge, che equivale a una privatizzazione con una concessione perpetua agli anglo-americani, è quello che vogliono gli Stati Uniti: lo prova il fatto che è l'unico punto sul quale concordano l'amministrazione Bush e il cosiddetto Iraq Study Group, i cui scontri retorici non riguardano il cosa, ma il come.
Prima che possa essere compiuta qualsiasi valutazione dell'equilibrio delle forze in Iraq da una prospettiva puramente militare (non sarà mai possibile, poiché il successo militare è misurato sempre in rapporto agli obiettivi politici), è essenziale esaminare le posizioni dei principali attori militari e politici iracheni riguardo la "legge del petrolio" proposta. Se la massima priorità è salvaguardare l'accesso futuro degli Stati Uniti agli idrocarburi estratti in Iraq, allora il requisito fondamentale è un governo iracheno "stabile" che sostenga questo accesso. Il principale guastafeste è rappresentato da qualsiasi capo o coalizione che si oppongano a questo programma.
Il problema per gli Stati Uniti è che i capi iracheni che supportano la legge degli idrocarburi non hanno la legittimità per garantire una certa stabilità, ed i capi che hanno la legittimità popolare per creare stabilità non supportano né l'occupazione né la legge degli idrocarburi.
Guardando la situazione da questo punto di vista, possiamo saltare tutte le chiacchere dei mistificatori mediatici e del governo sulla stabilità regionale per il bene la popolazione, sulla democrazia, il terrorismo eccetera. Queste cortine di fumo retoriche stanno nascondendo due fatti inevitabili: (1) Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq e (2) il miglior riposizionamento possibile consiste nel salvare la bozza di legge sugli idrocarburi.

Il "Governo" sciita
Ciò spiega, in buona parte, perchè gli Stati Uniti rapiscono diplomatici iraniani pur corteggiando Abdul Aziz Al-Hakim, capo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (SCIRI), in quanto capo del partito Dawa e possibile rimpiazzo del Primo Ministro Nouri Al-Maliki. Hakim, in fondo, è praticamente un cittadino iraniano. Perché l'amministrazione Bush dovrebbe corteggiare il capo più pro-iraniano fra le varie fazioni sciite quale successore nel caso in cui Maliki non riuscisse a dimostrarsi all'altezza delle aspettative degli Stati Uniti? Perché Hakim è stato un forte e coerente sostenitore della legge sugli idrocarburi.
Il capo sciita che con maggior veemenza si è opposto a questa legge e all'occupazione statunitense è stato Muqtada Al-Sadr. La stampa ha ritratto frequentemente Sadr come pro-iraniano, e niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Lo SCIRI ha chiesto molto aggressivamente di dividere l'Iraq in una federazione di stati estrememente decentrati e di trasformare il sud-est dell'Iraq in un avamposto iraniano. Sadr ha richiesto l'unificazione irachena, lasciando la porta aperta ai sunniti per un'alleanza anti-occupazione, ha denunciato la legge sugli idrocarburi e ha modellato la sua direzione politica e militare su quella di Hezbollah.
E qui arriviamo al nocciolo della questione dell'incremento delle truppe, e del perché probabilmente segni la morte politica di Nouri Al-Maliki. Lo scopo principale del "Surge" è minare il potere di Muqtada Al-Sadr. Sadr non ha solo i seggi nel Parlamento Potemkin iracheno che ha messo Maliki (capo in un partito sciita relativamente piccolo, il Dawa) al potere contro lo SCIRI (la più grande fazione parlamentare); ha la forte lealtà di due milioni e mezzo di persone e una milizia di 80.000 persone concentrata ad un tiro di schioppo dalla zona verde di Baghdad protetta dagli statunitensi. Baghdad ha circa 6 milioni di persone; New York City 8 milioni, giusto per fare un confronto. La popolazione di Sadr City, "il quartiere" sotto il comando di Sadr, è approssimativamente quella di Brooklyn.
Rendersi conto di questo aiuta a capire le considerazioni che entrano in gioco nella pianificazione di un'operazione militare. Abbiamo bisogno di un certo tipo di scala comparativa per capire realmente la pericolosa follia dell'aumento di truppe. In realtà, al momento non esiste un governo iracheno. C'è questa formazione all'interno della zona verde. Maliki non può lasciare la zona verde senza una scorta di veicoli corazzati e di elicotteri da guerra. Se qualcuno sa spiegarmi come questo possa significare "avere il controllo", sono tutto orecchi.
I resoconti dei media e del Congresso si riferiscono costantemente al governo iracheno come all'entità che ha bisogno dell'aiuto militare degli Stati Uniti per diventare il garante della sicurezza irachena. Ma il governo Maliki - o qualunque altro governo che dipenda dalla protezione militare degli Stati Uniti per sopravvivere più di una settimana - può contare soltanto sulla lealtà di una frazione dei gruppi armati iracheni e si posiziona tatticamente contro la maggior parte degli altri gruppi armati. Le forze armate che sono addestrate per quel "governo" sono esse stessi leali a fazioni con propri piani politici, e queste forze sono piene di opportunisti e di infiltrati. Considerare questi fatti: il settanta per cento degli iracheni sta chiedendo la fine dell'occupazione anglo-americana (quel numero aumenta considerevolmente se si tolgono i curdi). E gli iracheni non sono soltanto sunniti o sciiti (come i resoconti semplificati riportano sempre) ma sono identificati in tre importanti fazioni armate sciite, due principali fazioni armate sunnite, e una milizia curda di 100.000 uomini che risiede al nord ed è suddivisa in due fazioni. Alla luce di questa realtà non è possibile che una fazione guadagni il consenso di tutta la popolazione irachena e delle varie fazioni armate che esprimono le divisioni della popolazione. Il programma "Surge" di Bush è nato per eliminare l'opposizione sciita a Maliki all'interno di Baghdad, cioè Sadr ed il suo Esercito del Mahdi.

Il campo di battaglia
Il fatto che su Baghdad si sia concentrata la maggior parte degli sforzi militari degli Stati Uniti in Iraq è la prova materiale delle dimensioni della sconfitta degli Stati Uniti; è inoltre un'indicazione esatta di quanto disperata sia la nozione di "surge".
Mentre il numero delle truppe statunitensi è di circa 130.000 uomini (con circa 25.000 mercenari come truppe aggiuntive), il numero reale di truppe da combattimento è di circa 70.000. Prima di poter cominciare a suddividere queste forze per le eventuali operazioni necessarie ad assaltare e radere al suolo Sadr City, dobbiamo mettere in conto le operazioni di base e della protezione delle forze militari a nove principali basi statunitensi permanenti all'interno dell'Iraq, almeno cinque grandi basi temporanee di supporto e un numero sconosciuto di più piccole basi operative. Al solo Camp Anaconda a Balad sono stanziati almeno 25.000 uomini.
Secondo Globalsecurity.org:

La base è così grande da essere suddivisa in quartieri. Questi includono: "KBR-land" (un filiale Halliburton); "CJSOTF", sede di un'unità operazioni speciali, la Combined Joint Special Operation Force, circondata da muri altissimi e, secondo il Washington Post, così protetta che persino il capo degli Affari Pubblici della base non c'è mai entrato. C'è un un negozio di panini della catena Subway, un Pizza Hut, un fast-food Popeyes, un Burger King aperto 24 ore su 24, due negozi di articoli militari che vendono una quantità impressionante di merci, quattro mense, un minigolf e un ospedale. All'interno della base c'è il limite di velocità, fatto rispettare rigorosamente, di 10 miglia orarie.

L'aumento di truppe previsto porterebbe molti meno uomini di quanti sono richiesti per mantenere un "campo". Se si confrontano i 21.400 uomini previsti dal "surge" con il numero di residenti ostili di Sadr City, il rapporto è di circa 112 iracheni per ogni americano. Ciò può significare soltanto una cosa: attacchi aerei, seguiti da uno spietato assalto casa per casa. Sadr City potrebbe essere un'altra Fallujah.
Per coloro che sono sensibili alla personificazione della guerra, cioè tendono a ridurre intere popolazioni ad un singolo capo – qualcosa come "faremo fuori Saddam" - ricorderò ai lettori che Sadr City significa uomini e donne, con il 40 per cento della popolazione sotto i 14 anni. Un milione di bambini. Sadr City copre più di tre milioni di metri quadrati. Ha una densità demografica di un bambino per 3 metri quadrati – meno che una stanza di 3 metri per tre. Il raggio letale delle cosiddette armi di precisione sganciate da un velivolo è al minimo di circa 20 metri. Anche un semplice lanciagranate da fanteria spara M406, così descritto nel manuale:

Il proiettile HE (High-Explosive), ha un rivestimento di alluminio grigio-verde, marcature dorate e punta gialla. Ha un raggio d'azione compreso tra 14 e 27 metri, l'impatto al suolo causa incidenti all'interno di un raggio di 130 metri ed ha un raggio letale di 5 metri.

Fate i vostri conti.
A Fallujah, prima dell'assalto alla città è stata organizzata un'evacuazione totale. Questa evacuazione obbligatoria è passata attraverso i punti di controllo del cordon sanitaire americano. Mentre alle donne ed i bambini e alle persone molto anziane è stato permesso di uscire, tutti gli "uomini in età da combattimento" sono stati rimandati dentro la città, che, appena cominciato l'assalto, si è trasformata in una zona di fuoco libero [un'area designata in cui ogni sistema armato può sparare senza ulteriore coordinazione con i quartieri generali, n.d.T], e quegli uomini sono stati trattati come gli ebrei di Varsavia. Migliaia di persone si sono rifiutate di lasciare la città per vari motivi e si sono ritrovate coinvolte nel massacro. Questo è il probabile scenario per Sadr City.

L'altra matematica
C'è un altro calcolo connesso all'incremento delle truppe: il dopo. Muqtada Al-Sadr è stato efficacemente demonizzato negli Stati Uniti, ma è enormemente popolare ed influente in Iraq, particolarmente nell'Iraq del sud-est, che in passato ha mostrato la minor resistenza all'occupazione anglo-americana. Secondo voci insistenti, in un attacco a Sadr City saranno anche usate le milizie curde peshmerga, una mossa politica stupida. Se gli americani procedono in quello che sembra essere un piano crudele e assurdo (certamente pensato dalla cerchia di Dick Cheney) ci sarà una possibilità di innescare la Madre di Tutti gli Incubi Tattici per gli Stati Uniti: una rivolta armata generale sciita nel sud-est.
Maliki naturalmente lo sa, ed ha strenuamente obiettato – solo per venire poi cacciato come un insetto fastidioso dalla gestione Bush e dal nuovo circolo di generali compiacenti. Il Generale David Petraeus, autore di un ennesimo manuale militare statunitense sulle controinsorgenze (nessuno dei quali ha mai funzionato, proprio mai), è il paladino eletto a questa disgraziata impresa che gli sta guadagnando la quarta stelletta, rendendolo un vero Generale.
"A Petraeus è stata servita una mano perdente" ha notato l'ex Generale Barry McCaffrey. "Lo dico con riluttanza. La guerra sta andando senza ombra di dubbio nel senso sbagliato. Le uniche buone notizie in tutto questo sono che Petraeus è incredibilmente intelligente e creativo… Sono sicuro che si dirà, "non sarò l'ultimo soldato a lasciare il tetto dell'ambasciata nella zona verde.""
È questa la cosa più incoraggiate che si possa sentir dire da un collega?
La preoccupazione principale di McCaffrey, naturalmente, è condivisa anche da generali. La guerra in Iraq è persa, ma il risultato di quell'ulteriore perdita è stata la pesante degradazione delle forze di terra statunitensi dell'esercito e dei Marines. L'ultimo aumento di truppe a Baghdad è avvenuto in agosto, quando 10.000 soldati sono stati riposizionati in Iraq per riprendere il controllo della città, e i morti statunitensi sono aumentati. Ora si dispiegano altre truppe, e i soldati in ciclo di riposo sono stati richiamati per essere rapidamente riposizionati. Il morale è sceso costantemente; il tasso di divorzi è salito; le truppe della Protezione Nazionale hanno appena saputo che il presidente ha aumentato a 24 mesi il tempo di dispiegamento; e il materiale è usato più del dovuto o è già logoro.
Neil Abercrombie, rappresentante democratico delle Hawaii, presidente dell'House Armed Services Committee's Readiness Subcommittee , e Solomon Ortiz, rappresentante democratico del Texas, presidente dell'Air-Land Subcommittee, hanno scritto il 17 dicembre:

La crisi della prontezza militare è ben più vasta e più profonda del numero di uomini e di donne in uniforme. L'aumento di dimensioni dell'Esercito, che tra l'altro è stato autorizzato dal Congresso parecchi anni fa ma non è stato mai effettuato, è un punto necessario. Tuttavia, di per sè, questo non serve ad aumentare la qualità, il livello di addestramento o lo stato delle apparecchiature dell'esercito nel suo complesso.
L'effetto della guerra in Iraq sull'esercito e i Marines è stato terribile ed inutilmente distruttivo. È cominciato con la pianificazione militare che ha permesso che l'invasione fosse usata come test per la forza "trasformazionale" del Segretario della difesa Donald Rumsfeld…

-- Due terzi delle unità dell'esercito negli Stati Uniti non sono pronte al combattimento a causa della scarsità di apparecchiature, addestramento e uomini.
-- Non una sola squadra di combattimento degli Stati Uniti è completamente addestrata e equipaggiata per affrontare tutti i tipi potenziali di intervento.
-- L'esercito ha dovuto aumentare gli schieramenti di combattimento in Iraq per mantenere l'attuale livello di forza.
-- I marines hanno dovuto richiamare in servizio attivo 2.500 riservisti per equipaggiare le unità in Iraq. Questi riservisti avevano già svolto servizio attivo e stavano cercando di tornare alla vita civile.
-- L'esercito ha dovuto pagare più di 40.000 dollari di bonus di riarruolamento per non perdere personale militare altamente addestrato.
-- Il clima iracheno, contrassegnato da temperature estreme e da frequenti tempeste di sabbia, causa un'usura anomala dei componenti di precisione, quali le turbine ad alta velocità dei motori dei carri armati e degli elicotteri. A complicare la questione, quando avviene l'avvicendamento delle truppe molte unità devono lasciare il loro equipaggiamento alle unità che le rimpiazzeranno. Di conseguenza, il 40 per cento di tutto l'equipaggiamento dell'esercito è ora in Iraq o in Afghanistan. Quello significa un uso continuativo più prolungato e meno manutenzione e riparazione.

I nichilisti
Non sto sostenendo che bisogna aumentare la prontezza militare per poter attaccare altri paesi stranieri in futuro; penso che nessuno costituisca una minaccia militare credibile per gli Stati Uniti; e credo che "la guerra globale contro il terrorismo" sia una pericolosa impostura. Ma queste preoccupazioni di generali e politici riflettono una situazione reale. Le forze di terra statunitensi stanno per essere schiacciate in un guerra ormai persa in Iraq. La ragione per cui né l'opinione pubblica né gran parte delle truppe stesse riescono a vedere questa sconfitta è che sono stati indottrinati a interpretare la sconfitta come sinonimo di resa. Non è così. La sconfitta è la mancata realizzazione degli obiettivi politici di una guerra. Questo è accaduto anni fa.
Il "surge" è l'ultima mossa disperata e criminale che costerà le vite di soldati da entrambe le parti di questa occupazione e un numero incalcolabile di vite civili, e che potrebbe anche portare a scene umilianti come quella all'ambasciata di Saigon nel 1975.
Il 25 agosto 1944, schiacciato fra l'Armata Rossa che attraversava il Danubio e le truppe francesi, americane e senegalesi che marciavano sugli Champs Elysees, Hitler capì che la fine del Terzo Reich si stava avvicinando. Aveva dato l'ordine al Generale Dietrich von Choltitz, "governatore" tedesco di Parigi, di distruggere la città piuttosto che lasciarla cadere nelle mani degli alleati. Quando la voce dell'entrata degli alleati a Parigi raggiunse Hitler, si dice che abbia chiesto al suo capo di stato maggiore, il generale Alfred Jodl: "Jodl! Parigi brucia?" Riesco quasi a sentire l'eco proveniente dall'ufficio di Cheney, le tende tirate, la bieca presenza maligna che scruta nell'oscurità: "Petraeus! Baghdad brucia?"


Stan Goff è un veterano in pensione delle Forze Speciali dell'Esercito degli Stati Uniti. Ha prestato servizio attivo dal 1970 il 1996, nella Delta Force e nei Rangers, ed è stato in Vietnam, nel Guatemala, a Granada, a El Salvador, in Colombia, in Perù, in Somalia ed a Haiti. È un veterano del Centro di Addestramento per le Operazioni nella Giungla di Panama e ha insegnato scienza militare all'Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point. Goff è l'autore dei libri Hideous Dream—A Soldier's Memoir of the U.S. Invasion of Haiti, Full Spectrum Disorder—The Military in the New American Century e Sex & War .

Fonte: Truthdig (prima e seconda parte)

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mercoledì, dicembre 13, 2006

Entrare in Iraq

Il punto di vista dell'autore è chiaramente di parte ed evidentemente non è un articolo equilibrato (vedi il punto in cui parla di decine di migliaia di uomini delle milizie sciite infiltrati nelle forze armate irachene: quanto è grande l'apparato statale iracheno, per avere addirittura decine di migliaia di infiltrati? Roba da fare impallidire le storie sul fatto che nell'ex Germania dell'Est un abitante su dieci fosse un informatore della Stasi), ma appunto per questo sembra una buona descrizione delle politiche che l'Arabia Saudita (anche se il disclaimer finale dice il contrario) o la sua lobby potrebbero prendere per tentare di riconquistare il posto di paese musulmano di spicco in Medio Oriente, o quantomeno di ridurre i danni fronteggiando loro personalmente o per interposto esercito l'Iran su campo iracheno (come secondo alcuni sarebbe già avvenuto durante la guerra statunitense contro l’Iraq del 1991, partita per procura della lobby saudita).
Inoltre, proprio ieri Turki al-Faisal, che ha dichiarato il progetto di sostituirsi agli statunitensi se dovessero ritirarsi,
si è dimesso , e secondo indiscrezioni potrebbe diventare capo della diplomazia saudita in patria, il che potrebbe rafforzerebbe questa teoria, sempre che sia esatta. AA

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Entrare in Iraq
L'Arabia Saudita proteggerà i sunniti iracheni se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi

Di Nawaf Obaid
Mercoledì 29 novembre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

Nel febbraio 2003, un mese prima dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, il ministro degli esteri saudita, il principe Saud al-Faisal, ha avvertito il presidente Bush che rimuovendo Saddam Hussein con la forza avrebbe "risolto un problema creandone altri cinque". Se Bush avesse dato ascolto a questo consiglio, l'Iraq ora non sarebbe sull'orlo di una guerra civile e della disintegrazione.
Si spera che non voglia fare lo stesso errore ignorando un'altra volta il consiglio dell'ambasciatore dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, il principe Turki al-Faisal, che in un discorso del mese scorso ha detto "dal momento che l'America è entrata in Iraq senza che le fosse stato richiesto, non dovrebbe lasciare l'Iraq senza che le sia stato richiesto." Se lo facesse, una delle prime conseguenze sarebbe un massiccio intervento saudita per fermare le milizie sostenute dagli sciiti per fermare il massacro di sunniti iracheni.Durante l'anno passato, un coro di voci ha chiesto all'Arabia Saudita di proteggere la comunità sunnita in Iraq e contrastare l'influenza iraniana. Anziani capi tribali iracheni e figure religiose, assieme ai leader di Egitto, Giordania e altri paesi arabi e musulmani, hanno lanciato e sottoscritto petizioni alla leadership saudita perché fornisse ai sunniti iracheni armi e supporto finanziario. Inoltre, la pressione interna a favore dell'intervento è intensa. Le principali confederazioni tribali saudite, che hanno legami storici e di comunità estremamente stretti con le loro controparti in Iraq, stanno premendo per un'azione. Sono supportate da una nuova generazione di reali sauditi che occupano posizioni di governo strategiche e sono desiderosi di vedere il regno giocare un ruolo più forte nella regione.Dal momento che il re Abdullah ha lavorato per minimizzare le tensioni settarie in Iraq e riconciliare le comunità sunnite e sciite, e dal momento che ha dato al presidente Bush la sua parola che non avrebbe interferito in Iraq (visto che sarebbe impossibile assicurare che le milizie finanziate dai sauditi non attacchino le truppe statunitensi), queste richieste sono tutte state declinate. Saranno, comunque, ascoltate se le truppe americane dovessero cominciare un ritiro graduale dall'Iraq. In quanto potenza economica del Medio Oriente, il luogo di nascita dell'islam e il leader de facto della comunità sunnita mondiale (che comprende l'85% di tutti i musulmani), l'Arabia Saudita ha sia i mezzi che la responsabilità religiosa per intervenire.
Pochi mesi fa era impensabile che il presidente Bush potesse ritirare anticipatamente un significativo numero di truppe americane dall'Iraq. Ma oggi sembra possibile, e per questo la leadership saudita si sta preparando a rivedere sostanzialmente la propria politica irachena. Le opzioni ora includono l'offerta ai leader militari sunniti (principalmente ex-baathisti, già ufficiali dell’esercito iracheno, che costituiscono la spina dorsale degli insorti) lo stesso genere di assistenza – finanziamenti, armi e supporto logistico – che l'Iran ha dato ai gruppi armati sciiti per anni.
Un'altra possibilità include la creazione di nuove brigate sunnite per combattere le milizie sostenute dall'Iran. Infine, Abdullah potrebbe decidere di strangolare il finanziamento iraniano delle milizie attraverso politiche di controllo petrolifero. Se l'Arabia Saudita aumentasse la produzione di greggio dimezzando il prezzo del petrolio, il regno potrebbe comunque ancora coprire la sua spesa pubblica. Ma l'effetto sarebbe devastante per l'Iran, che si trova davanti a difficoltà economiche anche coi i prezzi al livello attuale. Il risultato sarebbe di limitare la capacità di Teheran di continuare a fornire centinaia di milioni ogni anno alle milizie sciite in Iraq e altrove.
Sia gli insorti sunniti che gli squadroni della morte sciiti sono responsabili dell'attuale spargimento di sangue. Tuttavia, gli sciiti iracheni non corrono il rischio di essere sterminati in una guerra civile, mentre i sunniti sì. Dal momento che il 65% circa della popolazione irachena è sciita, gli arabi sunniti, che sono un mero 15-20%, avrebbero problemi a sopravvivere alla campagna di pulizia etnica in pieno svolgimento.
È chiaro che il governo iracheno non sarà in grado di proteggere i sunniti dalle milizie sostenute dall'Iran se le truppe americane dovessero andarsene. L'esercito e la polizia non sono affidabili per questo, visto che decine di migliaia di miliziani sciiti sono infiltrati nelle loro file. Peggio, il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, non può fare nulla per questo, dal momento che dipende dal sostegno dei leader delle forze sciite. Ci sono ragioni per credere che l'amministrazione Bush, nonostante le pressioni interne, terrà conto dei consigli dell'Arabia Saudita. La visita del vice presidente Cheney a Riyadh la scorsa settimana per discutere della situazione (non ci sono stati altri incontri durante il suo viaggio) sottolinea la preminenza dell'Arabia Saudita nella regione e la sua importanza nella strategia statunitense in Iraq. Ma se un ritiro graduale delle truppe dovesse iniziare, la violenza aumenterà drammaticamente.
In questo caso, restare a guardare sarebbe inaccettabile per l'Arabia Saudita. Ignorare il massacro dei sunniti iracheni sarebbe un abbandono dei principi sui quali il regno è fondato. Questo minerebbe la credibilità dell'Arabia Saudita nel mondo sunnita e sarebbe una capitolazione alle azioni militariste iraniane nella regione.
È certo, l'impegno saudita in Iraq comporta grossi rischi – potrebbe essere la scintilla di una guerra regionale. Ma è meglio che sia così: le conseguenze dell'inazione sarebbero ancora peggiori.

Lo scrittore, un consigliere del governo saudita, è direttore generale del Saudi National Security Assessment Project a Riyadh e un consigliere aggiunto del Centro per gli Studi Strategici Internazionali a Washington. Le opinioni espresse sono le sue e non riflettono politiche ufficiali saudite.

Fonte: Washington Post

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sabato, dicembre 09, 2006

Dare un senso a un mondo impazzito, di Gabriel Kolko

Dare un senso a un mondo impazzito
Gabriel Kolko

Sono giorni difficili per coloro che tentano di gestire la situazione mondiale. Ma noi come dovremmo comprenderla?
Sarebbe fondamentalmente un errore considerarla razionalmente concepibile. Il limite delle spiegazioni razionali consiste nel fatto che si presuppone che gli uomini e le donne che si comportano razionalmente prendano delle decisioni realistiche e rispettino i propri limiti. Storicamente, nel secolo scorso questo si è realizzato molto di rado, e la politica e le illusioni basate sull'ideologia o sui pii desideri sono state spesso decisive. Una simile situazione si è verificata in particolare con l'attuale banda di Washington.

Abbiamo ragione a temere qualsiasi cosa - soprattutto una guerra con l'Iran - che possa sfuggire immediatamente al controllo e avere conseguenze catastrofiche non solo regionali ma globali. Abbiamo anche ragione a vedere i limiti del potere delle persone irrazionali, perché gli Stati Uniti sono strategicamente deboli. Perdono le grandi guerre, com'è accaduto in Corea, in Vietnam e ora in Afghanistan e in Iraq, e anche se le loro vittorie tattiche si dimostrano vincenti sono in ultima analisi destabilizzanti ed effimere. Se nel 1954 gli Stati Uniti non avessero rovesciato il regime di Mohammed Mossadegh in Iran, è molto probabile che i mullah non sarebbero mai andati al potere e ora non staremmo prendendo in considerazione una guerra rischiosa contro quel paese.

Anche se il tutto è molto più importante delle parti, i dettagli di ogni parte meritano attenzione. Molti di questi aspetti sono noti e perfino prevedibili, ma ci sono - per parafrasare Donald Rumsfeld - i "noti ignoti e gli ignoti ignoti", il "fattore-x" che interviene a sorprendere tutti. Tutti questi problemi sono correlati, interagiscono e potenzialmente si aggravano o si inibiscono reciprocamente, in modo forse decisivo, rendendo il nostro mondo molto difficile da capire e da gestire.

Metterli tutti assieme è una formidabile sfida per gli individui pensanti che si trovano al di fuori dei sistemi del potere. È sempre stato così; il fascismo è stato in gran parte la conseguenza di una crisi economica e ne è risultata la seconda guerra mondiale. Il modo in cui si combinano i fattori è un grande mistero e non può essere previsto - né da noi né da quelle anime ambigue che hanno l'importante compito di assicurarci che non ci sia il caos. Vorremmo capirlo, ma non è decisivo se non ci riusciamo; per coloro che hanno la responsabilità di gestirlo, questa miopia produrrà la fine del loro mondo e dei loro privilegi.

Possiamo subito escludere la sinistra, questo artificio storico. Il socialismo ha cessato di essere un'opzione molto tempo fa, forse già dal 1914. Dato che ho appena pubblicato un intero libro, After Socialism [Dopo il socialismo], dove descrivo dettagliatamente le sue innumerevoli miopie e i suoi tanti difetti, basta che io dica qui che non rappresenta più una minaccia per nessuno.

I fachiri che guidano i partiti che ancora usano il "socialismo" come giustificazione per la loro esistenza hanno solo abolito le sconfitte per mano del popolo dal prezzo che il capitalismo paga per le sue crescenti follie [as a justification for their existence have only abolished defeats in the hands of the people from the price capitalism pays for its growing follies]. Quella fiducia - la libertà di essere sfidati dalle masse riottose - è molto importante ma basta sempre meno a risolvere i suoi innumerevoli restanti dilemmi. Il sistema è diventato sempre più vulnerabile, nonostante la stabilità sociale, dal 1990 e dalla fine del comunismo.

Ipotizzare l'anarchia
Al fallimento della teoria socialista si accompagna il fallimento del capitalismo perché quest'ultimo è totalmente responsabile del funzionamento dello status quo e non ha le basi intellettuali per metterlo in atto. La crisi attuale è costituita dal fatto che il capitalismo ha raggiunto la condizione di maggiore distruttività e non incontra più alcuna forma di opposizione.

Questo malessere coinvolge gli affari esteri e quelli interni - l'avidità nazionale e l'avventurismo oltreconfine. Se gli aspetti riguardanti la politica estera hanno origini ampiamente americane, è altrettanto vero che il resto del mondo li tollera e talvolta vi collabora. La caduta è inevitabile, forse imminente. Il caos attuale sussisterà in un vuoto. Non c'è alcuna forza a contrastarlo, tanto meno a sostituirlo, e quindi continuerà a esistere ma a un costo umano enorme e crescente. Le visioni in grado di elaborare alternative sono, almeno al momento, per lo più zoppicanti.

Gli intrighi ingegnosi e precari dell'attuale economia mondiale ricevono legittimità e traggono vantaggio dal fatto che l'economia classica sta rapidamente diventando irrilevante. È l'era degli imbroglioni e dei filibustieri in giacca e cravatta. Niente di ciò che appartiene alla tradizione ha più credibilità. Joseph Schumpeter e altri economisti si sono preoccupati di questi avventurieri, ma essi oggi sono ancora più importanti che in passato e anche di quanto lo fossero alla fine dell'Ottocento, quando furono immortalati nel libro di Charles Francis Adams Jr Chapters of Erie.

Il tema dominante è l'"innovazione", e molte persone competenti sono estremamente preoccupate. Tempo fa su Counterpunch (il 15 giugno e il 26 luglio) ho affermato che tra gli esperti responsabili dell'analisi degli affari nazionalli e della finanza globale - in particolar modo la Banca dei Regolamenti Internazionali - domina il pessimismo. Tuttavia avevo ampiamente sottovalutato l'entità della preoccupazione tra coloro che si intendono di tali questioni.

Cosa ancora più importante, negli ultimi mesi ci sono stati funzionari di livello molto più alto che si sono dimostrati più espliciti e preoccupati riguardo alle tendenze dominanti della finanza globale e al fatto che i rischi stanno aumentando rapidamente e sono ora enormi. Generalmente le persone che si considerano di sinistra sanno molto poco di questi problemi vitali al mantenimento dello status quo. Ma coloro che sono al corrente delle tendenze della finanza globale hanno dato l'allarme facendosi sentire sempre di più.

Il problema è che il capitalismo è diventato più aberrante, improvvisato e autodistruttivo che mai. È l'epoca dei predatori e dei giocatori d'azzardo, gente che vuole arricchirsi molto rapidamente e che si disinteressa completamente delle conseguenze più grandi.
Il potere sussiste, ma la teoria per descrivere l'economia ereditata dal XIX secolo non ha più nessun rapporto con il modo in cui agisce praticamente, e questo viene sempre più spesso riconosciuto da coloro che sono favorevoli a un sistema di privilegio e ineguaglianze.

Anche alcuni alti funzionari del Fondo Monetario Internazionale ammettono ora che la teoria privilegiata dalle organizzazioni più potenti si basa su superate illusioni ottocentesche. "Ricostruire la teoria economica virtualmente da zero" e ripulire l'economia delle "idiozie neoclassiche", o il fatto che "il suo nucleo concettuale dimostrabilmente falso si sostiene puramente per inerzia", sono ora i temi di articoli molto brillanti nientemeno che sul Financial Times, il quotidiano più influente e maggiormente letto del mondo capitalista.

Il capitalismo come sistema economico sta impazzendo. Alla fine di novembre c'è stato il record di 75 miliardi di dollari nell'arco di 24 ore in acquisizioni e merger globali. Il capitalismo globale è inondato di liquidità - denaro virtualmente a disposizione - e chiunque prenda in prestito del denaro può diventare molto ricco, ipotizzando che vinca. Il bello dei fondi di copertura è che i rischi individuali diventano molto più limitati, e ci si può unire ad altri per alzare la posta in gioco in modo molto più precario.

Così adesso si punta in modo spettacolare: sul valore del dollaro, sul prezzo del petrolio, sugli immobili e su molti altri azzardi. Amaranth Advisors ha perso circa 6,5 miliardi di dollari alla fine di settembre per una previsione meteorologica sbagliata ed è crollata. Dall'inizio del 2005 a ottobre 2006 sono stati costituiti 2600 fondi di copertura, ma 1100 sono falliti. I nuovi strumenti finanziari - derivati, fondi di copertura, incomprensibili invenzioni finanziarie di tutti i tipi - stanno crescendo a un ritmo fenomenale, ma la loro caratteristica comune, come l'ha riassunta un giornalista del Financial Times, è che "tutti sono diventati meno alieni al rischio".

E il pericolo sta lì.

I fondi di copertura scommettono su qualsiasi cosa, e i membri dei fondi-pensione sono solo l'ultimo esempio di questa dipendenza dal rischio. Londra si sta sostituendo rapidamente a New York come centro di questa attività e del mercato del capitale in genere, perché il regime regolatorio del Partito Laburista britannico è molto più favorevole a questo genere di attività di quanto lo permettano i tirapiedi repubblicani di George W. Bush, anche se le cose potrebbero cambiare, visto che a Wall Street non piace perdere degli affari.

Il 12 settembre il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso il rapporto sulla "Sicurezza Finanziaria Globale" e ha espresso la sua preoccupazione senza precedenti che "nuovi e complessi strumenti finanziari, come i prodotti di credito strutturati" possano causare una catastrofe imprevista. La "liberalizzazione", che "il consenso di Washington" e il Fondo Monetario hanno predicato e contribuito a realizzare, ora minaccia il dollaro americano e anche molto altro. "La rapida crescita negli ultimi anni dei fondi di copertura e dei meccanismi dei derivati di credito aumenta l'incertezza," e potrebbe aggravare la "turbolenza del mercato e l'impatto sistemico" di eventi un tempo benigni. I fondi di copertura, ammoniva, hanno già "sofferto ingenti perdite".

Alla fine di ottobre Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha deplorato questi nuovi prodotti finanziari che sono aumentati e cresciuti esponenzialmente. Non riusciva a comprenderli, e venivano scarsamente sorvegliati. Molti di essi erano imbrogli, e niente poteva impedir loro di causare immensi effetti-domino sull'intero sistema finanziario se fossero crollati, trascinando con sé anche i prodotti ben regolamentati. Poi, agli inizi di novembre, la semi-ufficiale Financial Services Authority (FSA, Authority per i Servizi Finanziari) britannica ha diffuso un rapporto che descriveva in dettaglio i rischi per l'intera struttura finanziaria mondiale. Malgrado il suo tono, è pura dinamite.

Il rapporto della FSA documenta i molti rischi per il settore private equity: leverage eccessivo, assunzione di rischio poco chiara, abusi e insider trading. C'erano conflitti di interesse di ogni sorta, il sistema era opaco, i fondi di copertura rendevano i potenziali danni ancora più rischiosi. "Dati gli attuali livelli di leverage e i recenti sviluppi nel ciclo economico e di credito, sembra inevitabile che prima o poi una grande società di private equity o un gruppo di società di private equity si rivelino inadempienti".

Dato questo crescente consenso sui rischi, il 13 novembre John Gieve, vice governatore della Banca d'Inghilterra, ha concluso che non è più fattibile che ogni singolo stato nazionele regoli da sé le crisi finanziarie: il sistema finanziario ha una dimensione così internazionale che un meccanismo nazionale non sarebbe in grado di gestirlo. Dalla fine degli anni Settanta ci sono state almeno 13 crisi finanziare conclamate o borderline, e alcuni dei metodi impiegati per affrontarle sarebbero "meno facili da adottare" nella situazione attuale, un modo educato per dire che sono irrilevanti.

La sua conclusione: i regolamentatori "dovrebbero abituarsi ad avere a che fare con crisi globali", "collaborare" su esempi pratici per elaborare dei meccanismi, in particolare per evitare i "rischi morali" insiti nel salvataggio di compagnie nei guai, compreso il "chiudere una grande società nel pieno rispetto della legge".

Le possibilità di sviluppare regole o approcci transnazionali comuni è prossima allo zero, non fosse altro perché i vari paesi rivaleggiano per attirare le compagnie finanziarie, e la regolamentazione, o piuttosto la sua mancanza, è un fattore importante quando si deve scegliere dove stabilire la sede di una società. Quando si verificherà la prossima crisi finanziaria, e la probabilità che accada si sta avvicinando a grandi passi, molto probabilmente porterà con sé tutta l'economia mondiale. O almeno così pensano gli "esperti". Prima di ora non lo pensavano.

Dunque l'economia può mettere nei guai la politica. Magari anche no, però può diventare un fattore molto importante della situazione generale.

Il potere a Washington
Bush ha trasformato le elezioni di novembre in un referendum sulla guerra in Iraq ed è stato malamente sconfessato; per il suo partito è stato un disastro. Il disorientamento, la depressione e la sconfitta hanno lasciato andare alla deriva il presidente degli Stati Uniti e i neo-conservatori. Hanno ancora due anni davanti, quindi siamo in balia di persone irresponsabili e pericolose.

La loro retorica si è dimostrata un disastro in in Afghanistan, mentre l'Iraq si è trasformato in un incubo surrealista. L'opinione pubblica statunitense è ampiamente contraria alla guerra (il 55% di coloro che hanno votato il 7 novembre disapprovava la guerra in Iraq, la maggior parte intensamente); ha votato contro la guerra e solo tangenzialmente per i democratici, la maggioranza dei quali aveva fatto vagamente capire che avrebbe fatto qualcosa per la guerra, ma subito dopo le elezioni ha riconfermato il proprio appoggio ad essa.

Ma la gente, e in particolare gli elettori, sono ovunque una bella seccatura; reagiscono più rapidamente che in passato alla realtà, il che significa che i politici tradizionali devono tradirli molto velocemente. Creano certi parametri decisivi che i politici ambiziosi devono stare ben attenti a schernire, dato che gli elettori hanno dimostrato di esser disposti a mandare a casa le canaglie - che siano i democratici nel 1952 e nel 1968 o i repubblicani lo scorso novembre.

L'opinione pubblica americana è più contraria che mai alla guerra, e nessuno può prevedere cos'abbia in serbo il futuro, compresa la possibilità che alcuni repubblicani aggirino i democratici assecondando una sorta di sinistra pacifista così da poter rimanere in carica. È un fatto anche che il volere del popolo sia cinicamente ignorato - com'è successo subito dopo le elezioni americane, ma il suo ruolo non può essere né sopravvalutato né negato.

L'esperienza dimostra che dei politici, indipendentemente da come si definiscono e da quanto sono nazionalisti, non ci si può mai fidare. Mai. Ma la situazione sul campo è oggi molto seria per coloro che sostengono le guerre.

Israele: il sogno spezzato
I falchi israeliani, in ascesa dai tempi della fondazione dallo stato ebraico, stanno ancora discutendo sulla guerra dei 33 giorni in Libano e sui limiti decisivi della loro potenza militare ultrasofisticata e un tempo imbattibile, emersi durante l'avventura libanese. La stampa israeliana è piena di servizi sulla corruzione e sui crimini sessuali dei ministri; il governo di Ehud Olmert è diviso dalla discordia e dalle calunnie e potrebbe presto cadere.

L'esercito è spaccato in due e Olmert vorrebbe deporre il capo di stato maggiore, Dan Halutz, e il ministro della difesa. Il progetto sionista appare sempre più surreale, in uno stato di rovina e depressione senza precedenti, e sta prendendo piede un profondo senso di scoraggiamento. Olmert è un mediocre, un politico minore del Likud che ha puntato a diventare il numero due e ha avuto fortuna. Quando è andato in visita negli Stati Uniti a metà novembre ha fatto infuriare o imbarazzato tutti commentando che la guerra dell'America contro l'Iraq aveva portato stabilità nella regione. È fondamentalmente un astuto politico ma un uomo molto stupido.

Le analisi più devastanti della guerra di Israele in Libano sono apparse proprio all'interno di Israele, e "il fatto che l'esercito israeliano sia a uno dei suoi minimi storici", come è stato scritto su Haaretz, è servito più da incitamento che da deterrente per l'Iran. "Quasi ogni tipo di arma ha perso significato ed efficacia non appena è stata usata", ha scritto Ofer Shelah nel Rapporto Strategico del Jaffee Center.

L'esercito israeliano si è affidato alla potenza di fuoco enorme e travolgente garantita dai mezzi più moderni e non è riuscito a fermare i razzi di Hezbollah e un nemico così mobile, e tanto meno a vincere la guerra. Hezbollah non ha solo mostrato alla Siria come sconfiggere l'esercito israeliano ma ha reso l'Iran più fiducioso nella propria possibilità di continuare quello che sta facendo. Il governo e i capi dell'esercito di Israele sono stati assolutamente incompetenti.

Nell'ideologia sionista era presente fin dall'inizio un'etica guerriera, condivisa con vari reazionari europei. È stata coltivata sia dalla sinistra sia dalla destra, e Joseph Trumpeldor, l'eroe di questa mentalità militante, è stato uno dei fondatori del socialismo sionista - capo di Hashomer Hatzair, l'estrema sinistra di questa tendenza. Ma il culto dell'eroismo in Israele ha aperto la strada ai tecnocrati militari che leggono le stampe digitali.

In Israele il morale, specie tra le ex truppe d'élite, è a terra. L'industria bellica è molto sviluppata, e come il suo equivalente statunitense ha bisogno di investimenti - la guerra con tecnologie informatiche è molto costosa e contribuisce ampiamente all'occupazione. Ma il Libano ha solo mostrato a Israele quello che gli americani hanno imparato altrove. E cioè che può perdere.

I pericoli sono tanti, dai politici fascisti come Avigdor Lieberman che potrebbero diventare ancora più potenti a un'emigrazione ancora maggiore degli ebrei altamente qualificati. Quest'ultima sta accadendo. La capacità di Israele di sbattere in faccia agli europei la propria impunità o di trascinare Washington in avventure militari a proprio vantaggio è sempre più limitata.

La Francia ha ammonito Israele che se dovesse cominciare una guerra con l'Iran creerebbe "un completo disastro per tutto il mondo". Il prezzo del petrolio salirebbe, tutto il mondo arabo si compatterebbe nel sostegno all'Iran e Israele diventerebbe un bersaglio, ma lo diventerebbero anche altre nazioni. Fatto ancora più importante, gli stateghi israeliani ammettono che le armi nucleari iraniane creerebbero solo uno stabile rapporto di deterrenza tra i due paesi, e che non sono dunque una "minaccia all'esistenza".

Pentimento o chimera?
Soprattutto, in Iraq il governo degli Stati Uniti si trova a fare i conti con il fallimento di tutto il suo progetto per il Medio Oriente, illusione alla quale gli israeliani sono profondamente interessati. Bush e la sua banda sono in stato di negazione, ma gli Stati Uniti stanno ripetendo le sconfitte in Corea e in Vietnam, il loro esercito si trova in condizioni di sempre maggiore sovraestensione e di demoralizzazione. Hanno basato la loro politica estera su fantasie e pericoli inesistenti, su sogni e desideri neo-conservatori che corrispondono parzialmente al progetto ugualmente illusorio di Israele di una trasformazione del Medio Oriente affinché accetti Israele in qualsiasi forma lo presenti il volubile elettorato israeliano.

La politica estera statunitense è irta di pericoli fin dal 1945, e io li ho estesamente documentati, ma questa è la peggiore banda di incompetenti che sia mai stata in carica a Washington. Ha "colpito e terrorizzato", per usare l'espressione dell'ex segretario della difesa Donald Rumsfeld, se stessa. Per i guerrieri conservatori le cose stanno andando disastrosamente.

Però è molto difficile prevedere le decisioni future di questa amministrazione, anche se i disastri degli ultimi sei anni hanno reso varie alternative molto meno probabili. In un certo senso questo è un bene, anche se il costo in termini di vite umane perse e di ricchezze dilapidate è stato immenso. La commissione bipartisan Baker/Hamilton è spaccata in due e se - e sottolineo "se" - proporrà mai una chiara alternativa, il presidente sarà libero di ignorarla.

Il Pentagono ha formulato delle alternative, sintetizzate con "fare le cose in grande" e "andare per le lunghe" - entrambe delle quali richiederebbero da cinque a dieci anni per "irachizzare" la guerra - o "tornare a casa", ma è anch'esso diviso. Una cosa certa, comunque, è che non dispone né delle risorse umane, né del materiale bellico, né della libertà politica per ripetere gli errori del Vietnam, come farebbero supporre le prime due alternative.

In Iraq non ci sono opzioni perché gli Stati Uniti hanno traumatizzato l'intero paese e hanno creato problemi immensi per i quali non hanno soluzioni. Nessuno può prevedere cosa faranno in Iraq perché l'amministrazione vuole mantenere l'illusione del successo e non sa davvero come andare avanti. Ha prodotto solo caos. Molto probabilmente l'Iraq resterà una tragedia, in preda alla violenza per anni e anni. L'amministrazione Bush ha creato un disastro gigantesco che ha coinvolto le vite di molti milioni di persone.

Molto dipende dal presidente, la cui politica è stata un profondo fallimento in Iraq e lo sta diventando in Libano, e una delle opzioni è l'escalation, cioè la guerra con l'Iran. Israele potrebbe attaccare l'Iran per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto, ma può fare solo da catalizzatore. Lo sa, almeno a certi livelli, e Olmert e Bush hanno un approccio molto simile a queste questioni. In ogni caso, Bush non ha escluso la guerra con l'Iran nonostante molti esperti militari l'abbiano avvertito che un tale conflitto avrebbe vaste ripercussioni, probabilmente andrebbe avanti per anni, e gli Stati Uniti verosimilmente perderebbero la guerra anche se usassero le armi nucleari.

Un certo numero di teorici neo-conservatori si sono pentiti dell'avventura in Iraq e hanno perfino criticato alcune delle premesse fondamentali che l'hanno motivata, ma sarebbe un errore presumere che questa amministrazione abbia un qualche contatto con la realtà e possa imparare - dall'elettorato o da intellettuali neo-con rinsaviti.

A Washington sono ancora in tanti a voler rischiare il tutto per tutto e a coltivare ancora illusioni fantasiose. Resta il fattore imponderabile della chimera - fantasia e illusioni misti a desideri. La vittoria è dietro l'angolo se intensifichiamo il conflitto aumentando le truppe? I soldati iracheni addestrati dagli americani riusciranno a sconfiggere nemici che hanno eluso le forze statunitensi? Molti presidenti molto più saggi hanno seguito questa illusione. Perché non anche Bush? I fatti sul terreno, che pesano molto di più nel contenere la potenza degli Stati Uniti rispetto a sei anni fa, sono un fattore critico. Possono non bastare a impedire un comportamento irrazionale. Non lo sappiamo.

Tutti questi fattori, e forse altri non menzionati qui, si influenzeranno reciprocamente. Spesso il tutto non è più forte delle parti. Ora bisogna accogliere favorevolmente tutte le sorprese che possono contrastare la libertà d'azione dell'amministrazione Bush. Il sistema finanziario mondiale è il principale candidato a sconvolgere i calcoli degli Stati Uniti, ma non è l'unico. I fatti sul terreno, realtà più che decisioni, sono spesso cruciali, e qui abbiamo gli Stati Uniti che vengono sconfitti nella loro ambizione megalomane di plasmare il mondo. È andata così per molti paesi guidati da uomini intellettualmente molto superiori a Bush.

I desideri non sono realtà, e gli Stati Uniti hanno una capacità endemica di restare aggrappati il più a lungo possibile a desideri e fantasie. Il desiderio fa sì che si tenda a metterlo in atto malgrado se stessi. Ma le risorse ora solo molto più limitate rispetto a sei anni fa, e sono di molto inferiori a quelle della Guerra del Vietnam, che pure è stata persa. L'opinione pubblica è ora profondamente estraniata, il sistema finanziario globale vacilla, le risorse militari degli Stati Uniti sono virtualmente esaurite.

Staremo a vedere.

Gabriel Kolko è uno dei maggiori storici delle guerre moderne. Il suo ultimo libro è The Age of War.

Originale: Asia Times Online

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martedì, dicembre 05, 2006

Guida al memorandum Hadley, di Laura Rozen

Per capire il memo
Una guida alla lettura delle riflessioni di Stephen Hadley sull'Iraq.
di Laura Rozen
American Prospect, 30 novembre 2006

Lo scorso mercoledì, proprio quando il Presidente Bush stava per incontrare il primo ministro iracheno Nour Al Maliki in Giordania, il New York Times ha pubblicato un documento riservato elaborato dal consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley e dal suo staff dopo il recente viaggio di Hadley in Iraq. Il documento espone seri dubbi sulla capacità e volontà di Maliki di contrastare la crescente violenza in Iraq. Rivela inoltre un'amministrazione che sta cercando disperatamente di escogitare il modo per sostenere Maliki come capo di un ricostituito governo di unità nazionale, ma fa intendere anche un altro aspetto cruciale delle recenti discussioni interne alla Casa Bianca su come procedere in Iraq: e cioè che la raccomandazione Hadley non è l'unica opzione considerata attivamente dall'amministrazione. Anzi, se diventerà improponibile sostenere un governo di unità nazionale - cosa che gli autori del documento credono possa accadere - ci sono elementi dell'amministrazione favorevoli ad abbandonare completamente l'unità a favore degli sciiti iracheni.

Durante il fine settimana del Veterans' Day, la squadra della sicurezza nazionale al completo si è riunita, per volontà della Casa Bianca, per discutere a riguardo della strategia in Iraq, come è stato riferito da Robin Wright del Washington Post. Secondo le mie fonti il documento, datato 8 novembre (due giorni prima del Veterans' Day), era considerato un punto di partenza per quelle discussioni. Anche se non riflette tutte le posizioni all'interno dell'amministrazione sulla gestione della guerra in Iraq, il documento Hadley offre indicazioni sul merito della discussione. Ecco dunque una guida ai piani che stanno emergendo come dominanti:

Opzione 1: Status quo con aggiunta. Questa opzione, così come viene delineata dal documento Hadley, sarebbe l'estremo tentativo di puntellare un ricostituito governo iracheno di unità nazionale con altri 20.000 soldati a presidiare Baghdad. "L'ovvio obiettivo nell'immediato è mettere al sicuro Baghdad," dice l'analista militare Tom Donnelly del Centro Studi Strategici e Internazionali. "Per ottenere ciò sarebbe preferibile aumentare gli uomini, ma se costretti li si potrebbe spostare dalla provincia di Anbar [Iraq occidentale]... Penso che se non otteniamo risultati positivi a Baghdad in sei mesi la guerra è finita."

Il piano consisterebbe nel tentare di formare una coalizione di governo più efficace che comprendesse i sunniti, i curdi e gli sciiti, cercando al contempo di allontanare da Sadr la coalizione sciita di Maliki e di avvicinarla al capo sciita Ayatollah Abdul Aziz Hakim, che presiede il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) e la milizia della Brigata Badr. (Una visita ufficiale di Hakim a Washington è attesa per la prossima settimana). La milizia del Mahdi leale al giovane leader radicale sciita Moqtada al Sadr continuerebbe a rappresentare il nemico. Washington dovrebbe anche chiedere all'Arabia Saudita e ai paesi vicini di incoraggiare l'appoggio a Maliki, e far pressioni su Siria e Iran perché limitino il sostegno ai combattenti.
"C'è qualcuno che a questo stadio pensi che siamo capaci di costruire una base politica tra i moderati?" chiede l'analista militare Andrew Bacevich, docente dell'Università di Boston, riflettendo sul documento. "Abbiamo tentato di farlo negli ultimi tre anni. Sembra dunque che la strategia consista in un 'su, cercate di fare di più. D'accordo, non ha funzionato negli ultimi tre anni, ma riprovateci con maggiore impegno.'

Opzione 2: schierarsi con gli sciiti. Tra le idee avanzate durante la discussione svoltasi durante il finesettimana del Veterans' Day ce n'era una apparentemente in contrasto con lo spirito del documento Hadley: secondo questa opzione, che mi è stata descritta come una posizione di ripiego caldeggiata dall'ufficio di Cheney e da alcuni elementi del Consiglio della Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare l'obiettivo immediato della riconciliazione nazionale e scegliere di schierarsi con gli sciiti. In base all'opzione "via libera agli sciiti" gli Stati Uniti sosterrebbero una coalizione sciita che includesse il capo del SCIRI e le sue Brigate Badr come nucleo di un esercito iracheno sotto il controllo diretto del primo ministro Maliki. Anche se gli Stati Uniti si schierassero con gli sciiti, il documento Hadley specifica che gli USA dovrebbero comunque premere su Maliki perché prendesse le distanze da Sadr e dalla milizia del Mahdi. Notate in particolare il linguaggio del documento Hadley quando si tratta dell'importanza di aumentare le dimensioni dell'esercito iracheno e il controllo di Maliki su di esso: "Cercare modi per rendere subito Maliki più forte dandogli ulteriore controllo sulle forze irachene, anche se dobbiamo riconoscere che al momento dovremmo essere in grado di dargli più autorità riguardo le forze esistenti, piuttosto che più forze ." In seguito Hadley aggiunge, "Chiedere a Casey di sviluppare un piano per aumentare il potere di Maliki, comprese... più forze sotto il controllo e il comando di Maliki." Fonti militari dicono che la chiave di questo controllo è costituita dalle Brigate Badr.

Sentiamo sempre più spesso elementi del Pentagono e della comunità dell'intelligence usare espressioni come "scegliere il vincitore" e "sostenere gli sciiti o presidiare una guerra civile". "La situazione richiede che l'amministrazione abbandoni il suo vecchio obiettivo della riconciliazione nazionale e 'scelga un vincitore' in Iraq", ha detto lunedì un ufficiale dell'intelligence citato da Thomas Ricks e Robin Wright del Post. "Ha detto di capire che ciò significa che i sunniti probabilmente abbandoneranno il già fragile governo. 'È il prezzo da pagare', ha detto."

Opzione 3: Ridurre le truppe americane, correre ai ripari, gestire la guerra civile con obiettivi e aspettative ampiamente ridotti. Questa è l'opzione che più si avvicina alla strategia di "Reimpiego e Contenimento" che verrebbe esaminata dal Gruppo di Studio sull'Iraq, e secondo la quale le truppe statunitensi dovrebbero spostarsi in basi fortificate all'interno o al di fuori dell'Iraq, uscendone periodicamente per lanciare attacchi contro al-Qaeda nella provincia occidentale irachena di Anbar, e fornire addestramento intensivo e supporto logistico alle forze irachene, diminuendo i soldati in Iraq a 60-70.000 per l'anno venturo. Il documento Hadley, che propone di impiegare altri 20.000 soldati in Iraq nelle prossime settimane, suggerirebbe che la Casa Bianca non è disposta ad accettare questa opzione senza un altro sforzo per aumentare le truppe che presidiano Baghdad.

In questo momento non è chiaro chi abbia fatto filtrare il documento Hadley e perché. Ma una possibilità è che rientri in una battaglia tra opposte fazioni per far sì che si parlì dell'inconsistenza dell'Opzione 1, cioè la riconciliazione nazionale, con l'intento di accelerare le Opzioni 2 o 3. Anche se non fosse così, il risultato è questo: poche ore dopo la pubblicazione del documento, l'incontro di Bush con Maliki - programmato da tempo - è stato rinviato. Alla domanda se il ritardo fosse dovuto al fatto che il memo aveva rivelato la scarsa fiducia della Casa Bianca nei confronti di Maliki, secondo il Washington Post il consigliere della Casa Bianca Dan Bartlett ha dichiatato "Assolutamente no." Una rara esibizione pubblica di certezza in un panorama sempre più confuso.

Originale: http://www.prospect.org

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Il testo del memorandum Hadley sull'Iraq

Memorandum sull'Iraq del consigliere statunitense per la sicurezza nazionale

traduzione dall'inglese di Andrej Andreeevič

Quello che segue è il testo di un memorandum datato 8 novembre e preparato da Stephen J. Hadley, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e i suoi assisntenti. Il documento di cinque pagine, ufficialmente secretato, è stato letto e trascritto dal New York Times.


19/11/06 New York Times – Siamo tornati dall'Iraq convinti che avremmo avuto bisogno di determinare se il primo ministro Maliki fosse capace e disposto a superare i progetti settari promossi da altri. Noi e il primo ministro Maliki abbiamo la stessa idea per l'Iraq? Se è così, sarà in grado di dominare coloro che mirano all'egemonia sciita o alla riconferma del potere sunnita? Le risposte a queste domande sono la chiave per determinare se la nostra strategia in Iraq sia quella giusta.

Maliki ha ripetuto la sua idea di una collaborazione tra sciiti, sunniti e kurdi, e nel mio incontro a quattr'occhi con lui mi ha dato l'impressione di un leader che vuole essere forte ma ha delle difficoltà nel capire come fare. Maliki ha indicato alcuni episodi, come l'uso delle forze irachene nella città sciita di Kerbala, per dimostrare la sua mano ferma. Forse perché frustrato a causa delle sue limitate capacità di comandare le forze irachene contro terroristi e insorti, Maliki ha tentato di dar prova della propria forza reagendo alla coalizione. Da qui le divergenze pubbliche con noi riguardo le nostre azioni e i blocchi stradali di Sadr City.

Nonostante le parole rassicuranti di Maliki, numerosi rapporti dei nostri comandanti sul campo hanno contribuito alle nostre preoccupazioni riguardo il governo Maliki. Rapporti che parlavano della mancata consegna dei servizi nelle aree sunnite, interventi dell'ufficio del primo ministro per fermare le azioni militari contro gli obiettivi sciiti e incoraggiarli contro quelle sunnite, la rimozione per motivi settari dei comandanti migliori e gli sforzi per assicurare maggioranze sciite in tutti i ministeri – insieme all'escalation delle uccisioni del Jaish al-Mahdi [nome arabo dell'esercito del Mahdi] – tutto questo suggerisce una campagna per consolidare il potere sciita a Baghdad.

Mentre sembra esserci una spinta aggressiva a consolidare il potere e l'influenza sciita, è meno chiaro se Maliki vi partecipi consapevolmente. Le informazioni che riceve sono indubitabilmente distorte dalla sua piccola cerchia di consiglieri del Dawa, influenzando le sue azioni e la sua interpretazione della realtà. Le sue intenzioni sembrano buone quando parla con gli americani, e rapporti interni sembrano suggerire che stia provando a sovrastare la gerarchia sciita e imporre cambiamenti positivi. Ma la realtà sulle strade di Baghdad suggerisce che Maliki o non sappia quello che sta succedendo, rappresentando male le proprie intenzioni, o che non sia ancora capace di trasformare le buone intenzioni in azioni.

Mosse che Maliki potrebbe fare
C'è una serie di azioni che Maliki può intraprendere per trarre profitto dalle informazioni che riceve, dimostrare la propria intenzione di costruire un Iraq per gli iracheni e aumentare le proprie potenzialità. Le azioni elencate qui sotto sono in ordine crescente di difficoltà e, a un certo punto, possono richiedere ulteriori risorse politiche e di sicurezza per essere eseguite, come descritto a pagina 3 di questo memo. Maliki dovrebbe:

¶ Spingere i suoi ministri a fare piccoli passi – come fornire servizi sanitari e aprire filiali bancarie nelle periferie sunnite – per dimostrare che il suo governo serve tutte le comunità etniche;

¶ Cessare la sua strategia politica con Moqtada al-Sadr e portare davanti alla giustizia ogni membro del JAM che non si astenga dalla violenza;

¶ Rivoluzionare il suo gabinetto, nominando tecnocrati capaci in ministeri chiave per la sicurezza;

¶ Annunciare una riorganizzazione del suo staff personale in maniera che "rifletta il volto dell'Iraq";

¶ Chiedere che tutti nel governo (nei ministeri, nel consiglio dei rappresentanti e nel suo stesso staff), rinuncino pubblicamente ad ogni genere di violenza per il perseguimento di obiettivi politici come condizione per mantenere le loro posizioni;

¶ Dichiarare che l'Iraq supporterà il rinnovo del mandato delle Nazioni Unite per le forze multinazionali e cercherà, come appropriato, di affrontare le questioni bilaterali con gli Stati Uniti attraverso il SOFA (Status of Forces Agreement) da negoziare l'anno prossimo;

¶ Fare uno o più passi immediati per dare nuovo impeto al processo di riconciliazione, come una sospensione delle misure di de-baathificazione e la sottomissione al Parlamento, o "concilio dei rappresentanti", di un bozza di legislazione per un approccio più equo;

¶ Annunciare piani per espandere l'Esercito Iracheno nei prossimi nove mesi; e

¶ Dichiarare l'immediata sospensione delle unità sospette della polizia irachena e un valido programma per incorporare le forze della coalizione nelle unità del Ministero dell'Interno mentre questo sarà rinforzato e riaddestrato.

Cosa possiamo fare per aiutare Maliki
Se Maliki intende muoversi con decisione a favore le azioni sopra elencate, possiamo aiutarlo in vari modi. Dovremmo essere disposti a:

¶ Continuare a puntare al-Qaeda e le roccaforti degli insorti a Baghdad e dimostrare che gli sciiti non hanno bisogno del JAM per proteggere le proprie famiglie – e che noi siamo un partner di cui fidarsi;

¶ Incoraggiare Zal [Zalman Khalilzad, l'ambasciatore americano] a muoversi sullo sfondo e lasciare che Maliki si prenda il merito per gli sviluppi positivi (vogliamo che Maliki eserciti la propria autorità – e dimostri agli iracheni che è un leader forte – agendo contro gli estremisti, non respingendo gli Stati Uniti e la coalizione);

¶ Continuare i nostri sforzi diplomatici per mantenere i sunniti all'interno del processo politico, premendo per la negoziazione di un accordo nazionale e promuovendo le elezioni per il concilio provinciale nella prossima primavera/estate, come meccanismo per rafforzare il potere sunnita;

¶ Supportare il suo annuncio di espandere l'esercito iracheno e riformare il Ministero dell'Interno in maniera più aggressiva;

¶ Cercare modi per rendere subito Maliki più forte, dandogli ulteriore controllo sulle forze irachene, anche se dobbiamo riconoscere che al momento dovremmo essere in grado di dargli più autorità riguardo le forze esistenti, piuttosto che più forze;

¶ Continuare a premere su Iran e Siria perché cessino di interferire in Iraq, in parte colpendo coloro che agiscono per conto dell'Iran in Iraq, e facendo sì che il segretario Rice tenga un incontro all'inizio di dicembre con l'Iraq più i paesi confinanti;

¶ Aumentare gli sforzi per spingere l'Arabia Saudita ad assumere un ruolo di comando in supporto all'Iraq, a usare la sua influenza per allontanare le popolazioni sunnite irachene dalla violenza e avvicinarle alla politica, tagliare ogni finanziamento pubblico o privato fornito agli insorti e agli squadroni della morte nella regione e appoggiarsi alla Siria perché smetta di fornire appoggio ai baathisti e ai leader degli insorti.

Aumentare le capacità politiche e di sicurezza di Maliki
Questo approccio potrebbe rivelarsi di difficile esecuzione anche se Maliki avesse le giuste intenzioni. Maliki potrebbe semplicemente non avere le capacità politiche o di sicurezza per fare simili passi, che rischiano di alienare la sua esigua base politica Sadrista e richiedere un maggiore numero di forze più affidabili. Spingere Maliki a fare queste mosse senza aumentare le sue capacità potrebbe portarlo al fallimento – se il parlamento gli togliesse l'incarico con un voto di maggioranza o un'azione contro la milizia del mahdi (JAM) spingesse elementi delle Forze di Sicurezza irachene alla frattura e conducesse a gravi tumulti sciiti nell'Iraq del sud. Dobbiamo anche ricordarci della sua storia personale come figura del partito Dawa – movimento clandestino cospirativo – durante il dominio di Saddam. Maliki e quelli che lo circondano sono naturalmente inclini a non fidarsi dei nuovi personaggi, potrebbero volerci rassicurazioni molto forti da parte degli Stati Uniti per convincerli a espandere la propria cerchia di consiglieri o ad agire contro gli interessi della loro coalizione sciita e per il beneficio dell'Iraq.
Se fosse Maliki ad ammettere di non avere le capacità – politiche o militari – per attuare i punti elencati sopra, avremo bisogno di lavorare con lui per aumentare le sue capacità. Potremmo farlo in due modi. Primo, potremmo aiutarlo a formare una nuova base politica tra i politici moderati sunniti, sciiti, kurdi e di altre comunità. Idealmente, questa base costituirebbe un nuovo blocco parlamentare che liberebbe Maliki dal suo attuale esiguo appoggio da parte degli attori sciiti. (Il blocco non richiederebbe una nuova elezione, ma piuttosto implicherebbe un riallineamento degli attori politici all'interno del parlamento). Nella creazione di questo blocco Maliki rischierebbe di alienarsi parte della sua base politica sciita e potrebbe aver bisogno di ottenere l'approvazione dell'Ayatollah Sistani per azioni che potrebbero dividere politicamente gli sciiti. Secondo, potremmo aver bisogno di fornire a Maliki ulteriori forze di qualche tipo.
Questo approccio potrebbe richiedere che si facciano altre mosse in aggiunta a quelle indicate sopra, incluse:

¶ Supportare attivamente Maliki, aiutandolo a sviluppare una base politica alternativa. Dovremmo probabilmente usare il nostro capitale politico per spingere i moderati ad allinearsi col nuovo blocco politico di Maliki;

¶ Considerare l'opzione dell'appoggio monetario ai gruppi moderati che hanno cercato di rompere con i partiti più grandi e maggiormente settari, cosi come supportare Maliki stesso, dal momento che si dichiara capo di questo blocco e rischia la sua posizione all'interno di Dawa e dei sadristi; e

¶ Fornire a Maliki più risorse per aiutarlo a costrure un movimento nazionale non settario.
- Se ci aspettiamo che adotti un piano di sicurezza non settario, dobbiamo assicurarci che abbia ragionevoli istituzioni di sicurezza non settarie che lo eseguano – ad esempio attraverso un più efficace piano di incorporazione.
- Potremmo anche aver bisogno di compensare la mancanza di quattro brigate a Baghdad con forze della coalizione, se non dovessero essere trovate forze irachene affidabili.

Andare avanti
Non dovremmo perdere tempo nel tentativo di definire le intenzioni di Maliki e, se necessario, aumentare le sue capacità. Dobbiamo seguire i seguenti passi immediatamente:

¶ Convincere Maliki a esprimersi su azioni chiave che possano rassicurare i sunniti (aprire banche e garantire l'elettricità in aree sunnite, depoliticizzare gli ospedali);

¶ Dire a Maliki che capiamo che sta elaborando una strategia di dialogo coi sadristi e che:
- Abbiamo chiesto al Generale Casey di supportare Maliki in questo sforzo
- È importante vedere presto dei risultati tangibili di questa strategia

¶ Mandare il nostro rappresentante a Baghdad per discutere questa strategia con Maliki e spingere altri leader a lavorare con lui, specialmente se questi stabilisse di costruire una base politica alternativa;

¶ Chiedere a Casey di sviluppare un piano per aumentare il potere di Maliki, inclusi:
- Formazione di National Strike Forces
- Forte aumento dell'incorporazione della Polizia Nazionale
- Più forze sotto il comando e il controllo di Maliki

¶ Chiedere al Segretario della Difesa e al generale Casey di fare una segnalazione se ci fosse bisogno di più forze a Baghdad.

¶ Chiedere al Segretario della Difesa e al generale Casey di fornire un piano di incorporazione più efficace e un piano per finanziarlo;

¶ Avviare un'intensa pressione sull'Arabia Saudita perché giochi un ruolo di comando sull'Iraq, collegando questo ruolo con altre aree nelle quali l'Arabia Saudita vuole vedere l'azione statunitense;

¶ Se Maliki cerca di costruire una base politica alternativa:
- Spingere i sunniti e altri leader iracheni (specialmente Hakim) [Abdul Aziz al-Hakim, capo del Concilio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, un rivale di Maliki] a supportare Maliki
- Convocare Sistani per riassicurarlo e cercare il suo supporto per un nuovo movimento politico non settario.

Copyright 2006 The New York Times Company

Link all'originale.
Disponibile anche a questo indirizzo.

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mercoledì, novembre 29, 2006

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano
di Arshin Adib-Moghaddam

Traduzione dall'inglese di Andrej Andreevič

Gli studiosi critici del nazionalismo etnicamente codificato sarebbero d'accordo: propagare la gloria della "nostra" razza o cultura quasi sempre richiede la soppressione dello status di razza o cultura che è rappresentato dall'altro. L'Asia occidentale non fa eccezione. Le politiche dell'identità araba e iraniana hanno ostacolato, pervertito e smembrato il pensiero comunitario per lunghi periodi del ventesimo secolo. Oggi, alcune delle pericolose eredità del pensiero ultranazionalista stanno risorgendo il Iran, Iraq e nel resto dell'Asia occidentale, a scapito delle relazioni simbiotiche tra i popoli della regione.

È vero, il nazionalismo iraniano ha raggiunto il suo nadir durante gli anni dell'esaltazione rivoluzionaria, dal momento che era legato agli eccessi della dinastia Pahlavi. Ma la mummia del nazionalismo è tornata indossando una nuova veste. Per alcuni accoliti dell'utopia dell'Iran Persiano, funziona come un'arma contro il messaggio e il simbolismo del comunitarismo islamico contenuto nella costituzione iraniana. Per altri, incluso il presidente Ahmadinejad, è una scorciatoia per ottenere il supporto della risorgente borghesia iraniana. Lo sciovinismo contro gli arabi continua a guidare il pensiero di alcuni commentatori iraniani, specialmente della diaspora. I poteri latenti di queste costruzioni ideologiche profondamente internalizzate, sembrano non scomparire alla caduta degli stati che su queste si basano. Il "persianismo" allevato dai Pahlavi è sopravvissuto all'internazionalismo innescato dalla Rivoluzione islamica nel 1979.

Gli antecedenti dell'ultranazionalismo iraniano possono essere rintracciati negli scritti del tardo diciannovesimo secolo di figure come Mirza Fath Ali Akhunzadeh e Mirza Aqa Khan Kermani. Dimostrando affinità con la visione orientalista della supremazia dei "popoli indoeuropei" e della mediocrità della "razza semita", il discorso nazionalista idealizzò l'Impero Persiano pre-islamico, mentre negava l'islamizzazione della Persia da parte delle forze musulmane. L'ultranazionalismo iraniano ebbe il suo apice durante la dinastia Pahlavi. La decadente celebrazione, voluta dallo Scià, dei 2500 anni dell'Impero Iraniano a Persepoli nel 1971 e l'abbandono del calendario solare basato sull'anno dell'Egira in favore di uno su base imperiale esemplifica la sua aderenza all'idea di persianismo e le sue connotazioni antiislamiche.

In virtù di questa sua ideologia ultranazionalista, l'Iran di Pahlavi aveva bisogno dell'"altro arabo" per essenzializzare il sé iraniano. Distinguendo il gruppo "iraniano-ariano" da quello "arabo-semitico", farebbe notare uno psicologo politico, si riuscì a enfatizzare la superiorità dell'eredità iraniana pre-islamica e a sottovalutare l'identità islamica della popolazione iraniana. Questo fallimento nel forgiare un'identità esclusiva era un anatema per le relazioni comunitarie con i paesi vicini. Non sorprende che alcuni governi arabi percepissero l'aggressivo potenziamento dello scià sotto l'ala protettiva degli Stati Uniti, le pretese territoriali nei confronti del Bahrein abbandonate solo dopo un voto plebiscitario tenuto nello sceiccato contro l'unificazione con l'Iran, e l'annessione nel 1971 di metà dell'isola Abu Musa (controllata dallo sceiccato di Sharijah) e di Tonb-e Bozorg e Tonb-e Kuchak (sottraendole al controllo del rais al-Khaimah) come parte di una grande strategia per "iranizzare" l'area. Questo potrebbe non essere stato parte delle ambizioni dello Scià, ma la sua adesione alla retorica sciovinista diede a tutti il segnale sbagliato. Infine, tutto questo ha allargato la distanza tra i popoli della regione e inibito l'istituzionalizzazione di un'architettura regionale di sicurezza – un tentativo necessario che fino ad oggi non è stato messo in atto.

L'adozione della Weltanschauung nazionalista di tipo europeo nel contesto iraniano era comparabile, benché non identica, all'evoluzione ideologica dell'ultranazionalismo arabo. Mentre la variante iraniana mostrava forti affinità con la nozione francese di supremazia indoeuropea elaborata da Ernest Renan, il ramo del nazionalismo arabo sviluppato da Sati Khaldun al-Husri e istituzionalizzato nel partito Ba'ath (rinascita) di Michel Aflaq era più vicino alla tradizione del romanticismo tedesco. Seguendo l'idea di Johann G. von Herder di una Kulturnation, cioè una comunità culturale che trascende il confine dello stato (idea successivamente sviluppata da Johann Gottlieb Fichte), al-Husri sviluppò l'idea che l'"ummah araba" era una nazione culturale tenuta assieme da un linguaggio nazionale comune e che condivideva un folklore comune.

Come il nazionalismo dei Pahlavi, che nei periodi di crisi elaborava resoconti insidiosamente razzisti, anche l'"arabismo" ebbe le sue aberrazioni. In nessun luogo il processo di radicalizzazione dell'arabismo era più accentuato che nell'Iraq di Saddam Hussein dove l'antiiranismo (a fianco dell'antiimperialismo e all'antisemitismo) diventò un pilastro ideologico dello stato ba'athista. Pamphlet come "Tre che Dio non avrebbe dovuto creare: persiani, ebrei e mosche", libri quali Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Storia dell'odio persiano verso gli arabi], serie intitolate Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Le radici dell'ostilità persiana verso la nazione araba] e proverbi come Ma hann a'jami 'ala 'Arabi [Un ajam, persiano, non avrà pietà di un arabo] ritraevano ripetutamente gli iraniani come crudeli e senza pietà, i massimi portatori della shu'ubyya, posseduti da un "mentalità persiana distruttiva" (aqliyya takhribiyya). Nacque il mito che l'odio verso gli arabi fosse parte integrante del carattere persiano e che il suo attributo razziale non fosse cambiato dai giorni dell'islamizzazione dell'Impero Sassanide nel settimo secolo prima di Cristo. Non c'è da meravigliarsi che Saddam Hussein avesse ordinato nel 1977 la creazione dell'"Ufficio del Golfo Arabo". Diffondendo mappe che designavano il Golfo come Khaliji Basra (Golfo di Bassora) o Khalij al-'arabi (Golfo Arabo), Saddam Hussein reclamava un ruolo preminente nella regione richiamandosi ad un sentimento nazionalista arabo (iraq-centrico) con sentimenti antiiraniani.

Il fenomeno del discorso ultranazionalista in Iran e Iraq qui segnalato a grandi tratti è un esempio di invenzione delle nazioni e degli stati nazione, esaminato tra gli altri da Ernest Gellner e Eric Hobsbawm. Il nazionalismo era un mezzo per mobilitare il supporto della popolazione e simbolo della legittimità dei regimi autoritari al potere. Per creare le identità statali nascenti, le differenze furono accentuate e i punti in comune ignorati, rafforzando l'inventata dicotomia "sé"-"altro" tra iraniani e arabi. In entrambi i contesti, il nazionalismo aveva fini politici. Per gli ultranazionalisti iraniani, la rappresentazione dell'"altro arabo" serviva ad accentuare la distinzione e la "naturale" affinità del paese con l'occidente. L'ultranazionalismo arabo, d'altro canto, era invocato come strategia politica per escludere l'Iran dall'arena delle politiche interarabe.

L'attuale progetto di costruzione dello stato iracheno e la battaglia sulla direzione della rivoluzione islamica in Iran hanno portato a riaprire la vasta fossa comune delle ideologie fallite nell'Asia occidentale. In Iran, l'eredità comunitarista islamica lasciata dall'Ayatollah Khomeini fino ad ora è utilizzata per esperimenti ultranazionalisti, ma non vi è certezza che lo stato iraniano non possa essere costretto a invocare nuovamente il nazionalismo radicale in periodi critici (come è successo durante la guerra con l'Iraq). Non si sa neppure se la reinvenzione dello stato-nazione iracheno possa richiedere la rievocazione di simboli e immaginari dell'"arabismo" e dei suoi precetti antiiraniani a un certo stadio del processo di costruzione dello stato. Però c'è stato un forte incoraggiamento in questo senso.

Considerate il punto di vista del re Abdullah, che sostiene di avere un "reale problema a causa dell'influenza di certe fazioni politiche iraniane all'interno dell'Iraq" e la sua dichiarazione per cui "l'Iraq è il campo di battaglia dell'occidente contro l'Iran". Considerate anche la dichiarazione del principe Saud al-Faisal per cui "l'Iraq è stato effettivamente consegnato nelle mani dell'Iran" (frase che ha fatto sì che il ministro degli interni iracheno lo abbia definito "un beduino seduto su un cammello", descrivendo la famiglia al-Saud come "tiranni che credono di essere re e Dio"). Simili punti di vista sulla presenza iraniana nell'Asia occidentale sono espresse anche da Ehud Olmert, l'amministrazione Bush, Hosni Mubarak, Ayman al-Zawahiri, Osama bin Laden, e altri che hanno o cercano affermazioni politiche nella regione e oltre. Anzi, il sospetto riguardo i progetti iraniani nell'Asia Occidentale non potrebbe aver motivato Arabia Saudita, Egitto e Giordania a sostenere gli sforzi statunitensi e israeliani per prolungare i negoziati per il cessate il fuoco dopo l'invasione israeliana del Libano, quest'estate? La risposta è si, credo.

Per fortuna, non tutti i segnali sono cupi. La scelta del film acclamato dalla critica Half Moon – diretto dall'iraniano Bahman Qobadi e coprodotto da Iraq, Iran, Austria e Francia – come proposta irachena per gli Oscar di quest'anno è l'ultimo segnale che sta succedendo qualcosa di notevole nelle sfere culturali. Senza dubbio, ci sono indissolubili legami transnazionali tra iracheni e iraniani, radicati nelle somiglianze (per esempio l'antica minoranza iraniana in Iraq, gli esiliati iracheni e i rifugiati in Iran) e nella religione (la rete di istituzioni, fondazioni e seminari che collegano Qom e Mashhah a Kerbala e Najaf). Ma le incertezze rimangono. L'ultranazionalismo in Asia occidentale è ancora un luogo comune, che avrebbe dovuto diventare obsoleto ma non è ancora successo? O possiamo entrare finalmente in una nuova era di impegno intellettuale libero dalle ideologie esclusiviste del passato? Penso che a questo punto abbiamo forse più speranza che sicurezza sul fatto che le élite regionali abbiano imparato le lezione dei brutti giorni dell'esaltazione nazionalista. Ricordate la lezione storica di Ibn Khaldun: lo sviluppo dello stato-nazione (dawla) contiene gli elementi della propria distruzione. Solo una più alta forma di comunità trascendentalmente definita ('asabiyya) può assicurare una coesione della sua struttura a lungo termine.

Arshin Adib-Moghaddam è l'autore di The International Politics of the Persian Gulf: A Cultural Genealogy [Le politiche internazionali del Golfo Persiano: una genealogia culturale] (London: Routledge, 2006). Insegna relazioni internazionali all'università di Oxford.

Originale: http://mrzine.monthlyreview.org/aam201106.html

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