Tuesday, June 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, January 29, 2008

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente
di Mahdi Darius Nazemroaya

Il viaggio presidenziale di George W. Bush in Medio Oriente: un nuova Guerra Fredda?
Nel 1946 Winston Churchill tenne nel Missouri il discorso sulla "Cortina di Ferro" che contribuì a creare il clima retorico della rivalità tra i due blocchi o poli rappresentati rispettivamente dall'Unione Sovietica dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A partire dal 2006 il Medio Oriente è stato descritto in modo simile dalla Casa Bianca e da Downing Street. Alla fine sarà la storia a decidere e a dare il suo verdetto sulla versione in miniatura della Guerra Fredda che si sta ora svolgendo in Medio Oriente.

Non è un mistero che l'obiettivo del viaggio presidenziale del 2008 di George W. Bush Jr. in Medio Oriente sia stato soprattutto quello di suscitare ostilità e antagonismo nei confronti dell'Iran e delle forze che resistono al piano politico e socio-economico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Il viaggio del presidente americano fa parte di uno strenuo tentativo di sostituire a Israele un Iran calunniato come minaccia incombente per il Mondo Arabo. Questa mossa, che fa parte del Progetto americano per un "Nuovo Medio Oriente" è stata avviata dopo la guerra di Israele contro il Libano nel luglio del 2006.

La balcanizzazione e la frattura musulmana: sciiti contro sunniti
In relazione ai preparativi per la creazione del "Nuovo Medio Oriente" ci sono stati tentativi, coronati da un successo parziale, di creare deliberatamente divisioni all'interno delle popolazioni del Medio Oriente e dell'Asia Centrale sfruttando le diversità etno-culturali, religiose, settarie, nazionali e politiche.

Oltre ad alimentare tensioni etniche, come quelle tra curdi e arabi in Iraq, una frattura settaria viene deliberatamente coltivata tra le genti del Medio Oriente che si considerano musulmane. Viene incoraggiato in particolare il conflitto tra sciiti e sunniti.

Queste divisioni sono state alimentate dagli apparati di intelligence di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Nella costruzione di queste divisioni sono state coinvolte anche le agenzie di intelligence dei regimi arabi all'interno dell'orbita anglo-americana. La frattura viene fomentata anche con l'aiuto di vari gruppi e leader nelle rispettive comunità.

Prima dell'invasione dell'Iraq, nel 2003, i governanti dei paesi della Lega Araba erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna intendevano ridisegnare i confini del Medio Oriente. Se ne parlò apertamente al vertice dei paesi arabi svoltosi in Egitto prima dell'invasione anglo-americana.

Gli interessi di molte élite corrotte e delle autocratiche autorità del Mondo Arabo storicamente tendono a coincidere con gli interessi socio-economici anglo-americani e franco-tedeschi.

La Casa di Saud, il clan libanese degli Hariri e i governanti assoluti instaurati in tutto il Mondo Arabo condividono tutti legami economici e finanziari con il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente. Hanno un interesse acquisito nella promozione del modello politico e culturale che gli Stati Uniti vogliono stabilire in Medio Oriente.

La "Mezzaluna sciita" e la conquista iraniana fantasma del Medio Oriente
Per creare sentimenti di ostilità tra le popolazioni musulmane del Medio Oriente, l'Iran viene dipinto come l'avanguardia dell'espansionismo sciita nella regione, con la cosiddetta "Mezzaluna sciita", mentre l'Arabia Saudita viene descritta come la paladina dei musulmani sunniti.

La verità è che l'Iran non rappresenta tutti i musulmani sciiti e l'Arabia Saudita non rappresenta tutti i musulmani sunniti; queste semplificazioni rientrano nella politicizzazione della fede religiosa ai fini della politica estera statunitense. Contribuiscono anche a fuorviare l'opinione pubblica in tutto il Medio Oriente.

Questa animosità tra i popoli di fede musulmana e tra i popoli del Medio Oriente è stata creata per giustificare l'ostilità nei confronti dell'Iran e coloro che vengono percepiti come alleati dell'Iran, cioè la Siria ed Hezbollah.

I leader arabi hanno gioco più facile nel controllare i loro popoli quando questi sono agitati da lotte interne e dunque indeboliti dal settarismo e dalle divisioni etniche. Queste ultime creano confusione tra i vari gruppi, li distolgono dai problemi interni e proiettano su altri la loro animosità nei confronti dei governanti. La paura o la rabbia verso l'"Altro" o l'"Estraneo" sono da sempre strumenti per manipolare grandi gruppi e interi segmenti delle società.

Con i popoli della regione ostili gli uni agli altri, le loro risorse possono essere controllate e loro stessi governati e ulteriormente manipolati con maggiore facilità. Questo finora è rientrato negli obiettivi della politica estera britannica e americana. Qui i governanti locali e le forze esterne si sono alleati.

"La Coalizione dei Moderati" in Medio Oriente e la manipolazione degli arabi
"Noi (Israele) dobbiamo collaborare clandestinamente con l'Arabia Saudita così che persuada gli Stati Uniti a colpire l'Iran"
Brigadier Generale Oded Tira, forze armate israeliane

"Non cercate di fare troppo con le vostre mani. Meglio se sono gli arabi a farlo in modo accettabile che voi in modo perfetto. È la loro guerra e voi dovete aiutarli, non vincerla per loro". Il contesto storico di queste parole è molto significativo. Questa ammissione fu fatta durante la Prima Guerra Mondiale in Medio Oriente, quando i britannici combattevano contro i turchi ottomani con l'aiuto dei sudditi arabi ribelli degli ottomani. L'aiuto degli arabi fu assicurato con le false promesse e l'inganno di Londra. Ciò che questo interlocutore rivelava era che le forze britanniche non dovevano combattere troppo attivamente in Medio Oriente, lasciando agli arabi il compito di combattere la guerra della Gran Bretagna contro i turchi.

Queste erano le parole rivelatrici di un uomo che è passato alla storia come una figura leggendaria e un eroe per il popolo arabo. In realtà era un agente dell'imperialismo britannico che ingannò gli arabi con l'aiuto di leader locali corrotti. Era il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence o, come è noto a molti, "Lawrence d'Arabia".

I 27 Articoli di T.E. Lawrence (20 agosto 1917) contengono le parole appena citate e sono a disposizione per chi voglia esaminarli. Cominciava così la strada verso l'asservimento moderno delle masse arabe ai padroni coloniali e a scelti vassalli occidentali.

Alcuni potranno dire che i britannici stavano aiutando gli arabi a conquistare l'autonomia, ma la storia ha dimostrato che questa è un'assoluta bugia. Londra stava perseguendo i propri interessi e la divisione dell'Impero Ottomano era stata un suo obiettivo geo-strategico a prescindere dal fatto che ci fosse una guerra con gli ottomani e gli Imperi Centrali.

Lo rivela l'Accordo Sykes-Picot, come pure la creazione di mandati francesi e britannici al posto di quelle che avrebbero dovuto essere nazioni arabe indipendenti. Vale anche la pena di notare che tutti i grandi problemi del Medio Oriente hanno radici in questo periodo, dal genocidio degli armeni alla questione curda, al conflitto arabo-israeliano, al problema di Cipro e alle dispute territoriali del Golfo Persico e del Levante.

Le élite arabe vengono manovrate ancora una volta perché facciano il lavoro sporco per conto delle potenze straniere. Ancora una volta i leader arabi servono obiettivi stranieri in Medio Oriente contro il loro stesso popolo.

Collegamenti tra i discorsi di Bush e Blair negli Emirati Arabi: dividere il Medio Oriente in campi opposti
Nell'atteggiamento dei mediorientali viene incoraggiata una mentalità che contrappone un "noi" e un "loro". L'antica regione viene divisa in due campi dalla Casa Bianca e dai suoi alleati.
Dopo il bombardamento israeliano del Libano nel luglio del 2006, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e altri, come Tony Blair, cominciarono a dividere il Medio Oriente in due raggruppamenti. Quelli che rientravano nell'area anglo-americana ed erano in collusione con Israele venivano descritti come "moderati" e "riformatori" e rientravano in quella che divenne la "Coalizione dei Moderati". Circa nello stesso periodo il Pentagono annunciò piani per armare Israele, Mahmoud Abbas e i regimi arabi alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Quelli che si opponevano all'intervento esterno e all'egemonia delle potenze straniere nella regione, o perché avevano interessi diversi o per il diritto all'auto-determinazione, furono etichettati come "estremisti" e "rigettatori". [1] Queste forze anti-egemoniche del Medio Oriente erano categorizzate come membri dell'"altro campo" anche se in alcuni casi non avevano niente che li accomunasse a parte la lotta contro le influenze esterne. Questo campo comprende tra gli altri la resistenza irachena, l'Hamas e l'Iran.

C'è un tema ovvio nella retorica che sottende i discorsi sulla politica nel Medio Oriente tenuti nel dicembre del 2006 e nel gennaio del 2008 da Tony Blair e George W. Bush. Entrambi sono stati fatti negli Emirati Arabi, quasi esattamente a un anno di distanza. Entrambi i discorsi descrivono un blocco di estremisti guidato dall'Iran ed entrambi tentano di dividere il Medio Oriente in due blocchi contrapposti.

Fu subito dopo la disastrosa guerra del 2006 di Israele contro il Libano che Tony Blair, in linea con Condoleezza Rice, astutamente fece appello a "un'alleanza di moderazione nella regione e all'esterno di essa per sconfiggere gli estremisti". [2] A Dubai l'ex primo ministro britannico definì l'Iran una "sfida strategica", che secondo Paul Reynolds, un corrispondente estero esperto in affari internazionali, sostituiva le parole "minaccia strategica" del discorso tenuto in California. Sostituì anche "cercando di acquisire un'arma nucleare" con "cercando di acquisire la capacità di costruire armi nucleari". [3] L'ovvio cambiamento nella scelta delle parole era dettato dal fatto che i paesi che vivono vicino all'Iran sanno come stanno le cose e non avrebbero preso sul serio il discorso di Blair.

Era solo l'inizio della pubblica rivelazione del sistema di alleanze che già esisteva ufficiosamente in Medio Oriente. Il discorso di Tony Blair negli Emirati Arabi costituiva un'ulteriore fase mediatica e propagandistica della corsa alla guerra, che consisteva nel preparare l'opinione pubblica allo scontro nel Medio Oriente. Rientrava anche in un tentativo di trasformare il conflitto in un conflitto di idee, ideologico, come al tempo della Guerra Fredda.

Gli Emirati Arabi e Israele come modelli per il "Nuovo Medio Oriente"
Oramai, agli inizi del 2008, la Casa Bianca e i suoi alleati hanno smesso chiacchierare falsamente di democratizzazione del Medio Oriente: solo a proposito dell'Iran la democrazia viene tirata in ballo fino alla nausea, ignorando il fatto che in Iran si svolgono elezioni democratiche e che si tratta di uno stato più legittimo dei regimi arabi spalleggiati dagli Stati Uniti. La democrazia non è mai stata tra gli obiettivi degli Stati Uniti nel Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda i loro alleati autocratici e dittatoriali.

La Casa Bianca sta promuovendo due modelli a due diversi livelli nell'ambito del progetto regionale per il Medio Oriente. Uno è il modello latente di Israele come nazione omogenea. Il secondo modello, promosso apertamente, è il modello Khaliji (Golfo) o quello degli sceiccati arabi che formano il Consiglio di Cooperazione del Golfo sul litorale del Golfo Persico. Il modello Khaliji si applica in particolare agli Emirati Arabi ed è incarnato da uno dei sette emirati, Dubai. Israele è il modello socio-politico per il Medio Oriente, mentre Dubai è il modello socio economico. Entrambi rivelano anche sconcertanti ramificazioni sociali.

Il modello israeliano che viene avanzato non si basa su valori democratici, anzi. Si fonda sull'etnocentrismo e sulla discriminazione. Il Medio Oriente viene riconfigurato a immagine di Israele come una regione con stati omogenei, e questo è evidente in Iraq e uno dei motivi delle tensioni alimentate da forze esterne nella multi-confessionale Repubblica Libanese. Così come Israele viene considerato lo "Stato Ebraico", il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" vuole instaurare tutta una serie di stati omogenei e a identità unica in questa antica regione.

Il modello socio-economico di Dubai e del Consiglio di Cooperazione del Golfo si basa sul mosaico verticale descritto nello studio di John A. Porter, The Vertical Mosaic: An Analysis of Social Class and Power in Canada, in cui etnia, ereditarietà e origini svolgono un ruolo nello status dei singoli e il sistema stesso è una ricostruzione del sistema indiano delle caste.
Dubai è un luogo caratterizzato da un folle sfruttamento dei lavoratori stranieri e autoctoni e tristemente noto per l'istituzionalizzazione di grossolane ineguaglianze e immoralità. Le leggi servono solo ad avvantaggiare i privilegiati e i potenti, mentre i poveri sono oppressi e messi a tacere. Il riciclaggio di denaro sporco e la prostituzione sono anch'essi molto diffusi a Dubai, e si potrebbe definire gli Emirati Arabi una moderna Sodoma e Gomorra.

Israele, la NATO e i regimi arabi: un asse contro la resistenza
La Casa di Saud e l'Arabia Saudita sono emersi come forza principale nella configurazione di una convergenza tra Israele e il Mondo Arabo sotto gli auspici dell'Iniziativa Araba del 2002. [4] Questa iniziativa proposta dai sauditi è profondamente legata al Progetto per un "Nuovo Medio Oriente" e permette a Israele di integrare la propria economia con quella del Mondo Arabo e consente la creazione di un'alleanza tra Israele e i regimi arabi contro qualsiasi forza che in Medio Oriente intenda resistere all'America, ai suoi alleati e soprattutto al loro modello politico e socio-economico.

Nonostante il discorso del Re Abdullah a Riyad durante il Summit della Lega Araba a marzo 2007, l'Arabia Saudita si è sempre opposta alla fine dell'occupazione anglo-americana dell'Iraq e al ritiro delle truppe straniere dall'Iraq con il pretesto che gli sciiti iracheni e gli iraniani uccideranno i sunniti iracheni.

Un rappresentante della monarchia saudita, citando il Principe Turki Al-Faisal, ha informato la stampa americana che "Poiché l'America è giunta in Iraq [cioè lo ha invaso] senza essere stata invitata, non dovrebbe andarsene [cioè porre fine all'occupazione anglo-americana] senza essere stata invitata", e ha aggiunto retoricamente che "Se [gli Stati Uniti] lo faranno [ritireranno cioè le truppe dall'Iraq], una delle prime conseguenze sarà un massiccio intervento saudita per impedire alle milizie sciite appoggiate dall'Iran di massacrare i sunniti iracheni". [5]

Israele ha sempre considerato i governanti giordani come importanti alleati per la pacificazione degli arabi. Il 18 aprile del 2007 Re Abdullah II di Giordania ha confermato questo segreto israeliano ormai noto a tutti. Re Abdullah II ha detto a una delegazione israeliana che la Giordania e Israele erano alleati, sottolineando che non parlava solo per conto del Regno Hashemita di Giordania ma anche per l'Arabia Saudita, l'Egitto e gli sceiccati arabi del Golfo Persico. [6]

Il re giordano ha detto a Dalia Itzik, presidente dello Stato di Israele ad interim, a Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione israeliana per gli Affari Esteri e la Difesa e ad altre autorità israeliane che "siamo [governanti arabi e Israele] sulla stessa barca; abbiamo lo stesso problema [le forze di resistenza nella regione]. Abbiamo gli stessi nemici [Siria, Iran, i palestinesi e il Libano]". [7]

Vale la pena di notare che il governo saudita e i governanti arabi di Egitto, Giordania e sceiccati arabi del Golfo Persico sono stati completamente coinvolti, ufficialmente o ufficiosamente, nella Guerra del Golfo del 1991 e nell'invasione anglo-americana dell'Iraq nel 2003. Questi governanti hanno anche svolto un ruolo importante nel conflitto tra Iran e Iraq e nella guerra economica contro l'Iraq che ha spinto quest'ultimo a invadere il Kuwait per trarne aiuto economico dopo l'aspra guerra con l'Iran.

L'Arabia Saudita, l'Egitto e la Giordania sono fermamente schierati con gli anglo-americani. Fanno parte dell'estesa rete militare internazionale controllata dagli Stati Uniti. Sono già membri della coalizione che è stata formata contro l'Iran, la Siria e le forze che si sono alleate con Teheran e Damasco. [8] In varia misura questi stati arabi sono anche alleati con Israele e la NATO. Tutti questi governi arabi etichettati come "filo-occidentali" hanno anche legami e accordi bilaterali nel settore militare e della sicurezza con gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la NATO. Comunque non è certo che questi stati resteranno al fianco di Washington e Londra.

Trasformare il Mediterraneo e il Golfo Persico in laghi della NATO
La NATO si sta espandendo, ma non solo in Europa e nell'ex Unione Sovietica. Esistono da molto tempo dei piani per trasformare il Mediterraneo in un "lago della NATO" permanente e in un'arena strettamente legata all'Unione Europea. Il rafforzamento navale della Russia nel Mediterraneo orientale e al largo della costa siriana è una mossa volta a sfidare questo processo.

Vari regimi arabi hanno stretto accordi e intese militari con la NATO per più di dieci anni attraverso il Dialogo Mediterraneo (avviato nel 1995). Tra questi regimi ci sono l'Egitto e la Giordania. Questi paesi arabi si trovano ai confini con il Mediterraneo o nelle sue prossimità. Dall'altro lato, gli sceiccati arabi del Golfo Persico hanno recentemente stretto accordi con la NATO. Per esempio, il Kuwait ha firmato accordi di sicurezza con la NATO e ha concretamente aperto la porta all'ingresso della NATO nel Golfo Persico.

Gli accordi del Consiglio di Cooperazione del Golfo in via di definizione con la NATO sono un'efficace estensione del Dialogo Mediterraneo e dell'espansione a est della NATO. La creazione di un mercato comune del Golfo simile all'Unione Europea e di un'Unione Mediterranea è anch'essa collegata con l'espansione della NATO e al progetto di imporre il Washington Consensus al Medio Oriente e al Mondo Arabo.

All'espansione di un mandato della NATO nel Golfo Persico si lavora da anni, e corrisponde agli obiettivi della NATO nel Mediterraneo. L'influenza della NATO nel Golfo Persico fa sì che l'area ricada sotto la gestione congiunta degli interessi franco-tedeschi e anglo-americani. Non è una coincidenza che Nicholas Sarkozy abbia cominciato il proprio viaggio in Medio Oriente nella stessa finestra temporale del Presidente degli Stati Uniti, né è un caso che la Francia e gli Emirati Arabi il 15 gennaio 2008 abbiano firmato un accordo che consente alla Francia di creare una base militare permanente sul territorio degli Emirati sulle sponde del Golfo Persico. [9]

Le vere divisioni in Medio Oriente: forze autoctone contro clienti stranieri
In Palestina, durante le manifestazioni di protesta del 2006, la stampa ha riportato che piccoli gruppi di sostenitori di Fatah cantavano "Shia, Shia, Shia" burlandosi dell'Hamas per i suoi legami politici con Teheran, dato che l'Iran è un paese a maggioranza musulmana sciita. [10] Era un brutto segno che testimoniava la crescente animosità che è stata instillata nel Medio Oriente, ma riflette anche che le divisioni come quella tra sciiti e sunniti sono manipolate e create artificialmente.

L'Hamas, come la Siria, ha un'identità musulmana sunnita ed è alleato con l'Iran, che ha una maggioranza musulmana sciita. Questa alleanza dimostra chiaramente che le vere divisioni in Medio Oriente non si basano sull'affinità o sulle differenze etniche o religiose. Similmente, in Libano le forze della resistenza sono musulmane, cristiane e druse e non semplicemente costituite da Hezbollah o sciiti libanesi come spesso dicono i media occidentali.

Nella realtà le differenze regionali in Medio Oriente sono, a prescindere dalla religione, dalla politica e/o dall'etnia, tra le forze indipendenti e autoctone e le forze e i governi clienti che servono gli interessi economici e politici anglo-americani e franco-tedeschi.

Il blocco di resistenza
"Come disse Lord Chatam, quando parlava della presenza britannica nel Nord America, 'se fossi un americano come sono inglese, non deporrei mai e poi mai le armi finché un solo inglese restasse sul suolo americano".
Sir Michael Rose, Generale dell'esercito britannico

Generalizzando, le forze indipendenti e autoctone del Medio Oriente sono:

1. la maggior parte delle varie frazioni palestinesi, compresa l'Autorità Palestinese sotto l'Hamas prima dell'Accordo della Mecca e la tregua raggiunta con Mahmoud Abbas e Fatah;
2. la Resistenza Libanese e l'Opposizione Nazionale in Libano, che è un misto di musulmani, drusi e cristiani;
3. la Resistenza Irachena, che è una serie di diversi movimenti popolari che riflettono la volontà del popolo/dei popoli dell'Iraq;
4. la Siria;
5. l'Iran, che è sia un avversario sia un centro di resistenza politica organizzata e a livello di stato.

Resistenza con base popolare e resistenza a livello statale
Le forze della resistenza in Medio Oriente e nel vicino Afghanistan possono essere classificate in movimenti di resistenza popolari o a livello di stato. C'è tuttavia una terza categoria ibrida.

L'Iraq e l'Afghanistan rappresentano entrambi movimenti di resistenza popolare. L'Iran e la Siria, indipendentemente dalla giustificazione (buona o cattiva che sia), rappresentano casi di centri di resistenza a livello di stato nei confronti di Stati Uniti, NATO e Israele. Anche il Sudan rientra in questa categoria.
Le forze di resistenza in Palestina e in Libano sono un misto di resistenza a livello di stato e con base popolare. Nel Corno d'Africa, molto vicino al Medio Oriente, la Somalia è un caso su cui discutere ma anche un vero centro di resistenza al controllo straniero e ai tentativi di riconfigurare il Medio Oriente.
Le forze di resistenza in Libano e in Palestina sono anche contraddistinte dal fatto di essere intrappolate in lotte interne tra forze clienti degli interessi anglo-americani, franco-tedeschi e israeliani in Medio Oriente.

Il coinvolgimento delle risorse dello stato è ovviamente una delle principali differenze tra i centri di resistenza a livello nazionale, come l'Iran, e i movimenti popolari svincolati dal governo, come accade in Iraq. Tuttavia, quanto più c'è un assoggettamento a una potenza militare straniera tanto più la resistenza è forte e nasce dall'appoggio della popolazione locale. Le pesanti perdite che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO devono affrontare in Iraq e in Afghanistan sono dovute alla volontà e alla resistenza popolare.

Lotte in Medio Oriente: La "Coalizione dei Moderati" contro il Blocco di Resistenza
Le divisioni che sussistono tra le forze autoctone e indipendenti del Medio Oriente e quelle schierate con gli anglo-americani sono le seguenti:

1. la lotta tra l'Hamas e i suoi alleati con Israele, Fatah e i loro alleati nei Territori Palestinesi;
2. la lotta tra la Resistenza Irachena, che è essenzialmente il popolo iracheno, con le forze degli Stati Uniti e della Coalizione per l'occupazione dell'Iraq;
3. lo scontro politico tra l'Opposizione Nazionale Libanese (la maggioranza) e i partiti di governo libanesi (la minoranza);
4. lo scontro per il Libano, la Palestina e l'Iraq tra la Siria da una parte e le potenze della NATO e i loro alleati arabi dall'altra;
5. infine, i molti aspri conflitti regionali e internazionali tra Iran e Stati Uniti, che comprendono il programma nucleare iraniano e l'Iraq.

Il viaggio di Bush: tamburi di guerra, resistenza e il "Nuovo Medio Oriente"
"Una ragione di instabilità sono gli estremisti appoggiati e rappresentati dal regime di Teheran. L'Iran è oggi il principale stato sostenitore del terrorismo. Manda centinaia di milioni di dollari a estremisti di tutto il mondo, mentre il suo popolo deve affrontare la repressione e le difficoltà economiche. Mina le speranze di pace libanesi armando e aiutando il gruppo terroristico Hezbollah. Sovverte le speranze di pace in altre parti della regione finanziando gruppi terroristici come Hamas e il Jihad Islamico Palestinese. Spedisce armi ai Taliban in Afghanistan e ai militanti sciiti in Iraq. Cerca di intimidire gli stati vicini con missili balistici e con una retorica bellicosa. E infine sfida le Nazioni Unite e destabilizza la regione rifiutando l'apertura e la trasparenza sui suoi programmi e ambizioni nucleari. Le azioni dell'Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Dunque gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni in materia di sicurezza con gli amici del Golfo, e incitando tutti paesi amici ad affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi".
George W. Bush, 43° Presidente degli Stati Uniti (discorso di Abu Dhabi, Emirati Arabi, 13 gennaio 2008)

Non è un mistero che lo scopo principale del viaggio del presidente degli Stati Uniti in Medio Oriente fosse quello di sollecitare opposizione nei confronti dell'Iran e di chiunque intenda resistere al "Nuovo Medio Oriente". Quasi immediatamente la Siria ha affermato che il viaggio di George W. Bush è stato fatto per cercare di isolare ulteriormente la Siria e orchestrare uno scenario di guerra contro l'Iran. [11]

Il viaggio presidenziale è stato fatto proprio mentre la marina statunitense mentiva su presunte minacce subite da alcune motovedette delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel GolfoPersico.
Quando la marina statunitense ha ritirato le accuse, il Presidente degli Stati Uniti ha detto che se dovesse capitare qualcosa di negativo alle navi di guerra americane nella regione Teheran ne sarebbe considerata responsabile.

Contemporaneamente a Beirut c'è stato un bombardamento contro l'ambasciata americana. Potrebbe essersi trattato di una messinscena, come le dichiarazioni della marina statunitense, per giustificare la posizione di Bush sull'Iran e il Blocco di Resistenza. Inoltre Israele ha diffuso la notizia di un razzo di costruzione iraniana lanciato dalla Striscia di Gaza dai palestinesi durante il viaggio di Bush in Medio Oriente.

Nel 2007 a Deir ez-Zor il presidente siriano, alla vigilia di un'importante conferenza sull'Iraq a Sharm el-Sheikh durante la quale Condoleeza Rice ha avviato pubblicamente dei contatti con i ministri degli esteri di Siria e Iran, ha ammonito i suoi connazionali che "la Siria, la regione araba e il Medio Oriente stanno attraversando una fase pericolosa. Distruttivi progetti coloniali stanno cercando di dividere e di riplasmare la nostra regione creando un nuovo [Accordo] Sykes-Picot". [12]

Abdel Al-Bari Atouani, una noto personaggio palestinese e redattore capo dell'Al-Qods Al-Arabi di Londra, in un'intervista televisiva trasmessa da ANB TV agli inizi di febbraio del 2007 ha affermato che gli Stati Uniti stanno sfruttando i paesi arabi attraverso i loro governi, usati per alimentare una guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Medio Oriente.

Il Jerusalem Post, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano in Arabia Saudita dagli Emirati Arabi, ha diffuso la dichiarazione di un anonimo alto ufficiale palestinesecisgiordano secondo il quale "la Siria e l'Iran hanno intensificato gli sforzi per rovesciare il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e il suo partito di governo Fatah". [13] L'articolo di Khaled Abu Toameh parla anche dell'incontro politico tra vari partiti palestinesi (Abu Toameh li chiama "gruppi estremisti") che sarà ospitato dai siriani a Damasco.

Non sorprende che l'articolo di Khaled Abu Toameh trascuri di informare che il governo palestinese che governa la Cisgiordania è illegittimo ed esegue gli ordini di Mahmoud Abbas e non quelli del primo ministro palestinese democraticamente eletto. I palestinesi che converranno a Damasco studieranno come rendere l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina più completa erappresentativa della volontà dei palestinesi e non degli editti di Mahmoud Abbas e di pochi altri individui che governano parti della Cisgiordania come se fossero feudi personali, mettendosi al servizio dei padroni israeliani e statunitensi.

In Libano un giornale affiliato al clan Hariri e ai suoi alleati politici ha cominciato anch'esso ad assecondare la campagna americana di demonizzazione dell'Iran. An-Nahar, pubblicazione un tempo diretta dal parlamentare libanese ucciso Gebran Tueni, in un editoriale di Ali Hamade afferma che la Lega Araba deve fare pressioni su Teheran per raggiungere una soluzione in Libano, e che la strada verso una soluzione o uno scontro passa per l'Iran, "se gli sviluppi [in Medio Oriente] vanno verso un conflitto con i piani imperiali iraniani per l'Oriente arabo".

L'Ufficio Ovale, l'establishment e la politica estera anglo-americana in Medio Oriente
Le politiche estere degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno più a che vedere con gli obiettivi dell'establishment anglo-americano che con la particolarità dei singoli che occupano le cariche di presidente degli Stati Uniti e di primo ministro britannico. Questa realtà è stata confermata nel corso della campagna elettorale dai potenziali successori di George W. Bush Jr., siano essi democratici o repubblicani.

Eccetto che per alcuni individui che rappresentano le aspirazioni autentiche del popolo americano, la maggioranza dei candidati presidenziali parlano di una continuazione delle politichemilitari dell'Amministrazione Bush.

John McCain ha parlato di un attacco contro Libano e Siria. [14]

Hilary Clinton vuole un'occupazione permanente dell'Iraq o una "fase post-occupazione", per usare una decadente espressione delle autorità americane, e ha rivolto delle minacce all'Iran.

Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York City, ha messo in chiaro che intende rispecchiare l'Amministrazione Bush Jr., che non intende riconoscere uno stato palestinese e che userebbe le armi nucleari contro un Iran non nucleare.

L'epoca della guerra non finirà quando George W. Bush Jr. e il vice presidente Cheney lasceranno la Casa Bianca.

Il problema è più profondo e complicato dei singoli e delle loro cariche. George W. Bush Jr. è solo un uomo di paglia in un meccanismo molto più grande; rappresenta l'establishment, ma né lui né la sua amministrazione possono da soli manovrare la politica estera statunitense.

Questioni importanti: la natura della cooperazione e della rivalità tra America, Iran e Siria
La nostra realtà è di gran lunga più complessa. Un tempo, prima di andare al potere, Hamas collaborava con Israele contro il movimento Fatah di Yasser Arafat.

Il Christian Science Monitor ha espresso un'interessante osservazione in un articolo di Marc Lynch: "'Ovunque si guardi, è la politica dell'Iran a fomentare l'instabilità e il caos', ha detto il segretario della difesa Gates ai dignitari delGolfo lo scorso mese [dicembre 2007]. Ma in realtà ovunque si guardi, dal Qatar all'Arabia Saudita all'Egitto, si vedono i leader iraniani fare a pezzi vecchi tabù incontrando le loro controparti arabe in un clima di cordialità". [15]

Di fatto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato invitato al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo nella capitale del Qatar, Doha, che ha discusso l'integrazione economica della Golfo Persico e la cooperazione tra il Consiglio e l'Iran. L'Iran, l'Oman, il Qatar e l'Arabia Saudita hanno dato pubblica dimostrazione di un avvicinamento già prima del vertice di Doha, che comprendeva accordi economici e militari tra l'Oman e l'Iran.

Anche Il Cairo e Teheran hanno ufficialmente aperto la porta alla completa normalizzazione delle relazioni diplomatiche. È ancora da vedere cosa produrranno le relazioni diplomatiche tra Egitto e Iran. L'Iran sta inoltre compiendo ulteriori incursioni economiche e commerciali in Iraq e Afghanistan. L'Iran e la Siria stanno legando la propria infrastruttura energetica all'Iraq e intraprendendo azioni che innegabilmente assistono gli Stati Uniti nell'Iraq occupato.

La futura nomina del Generale Michel Sulaiman alla presidenza del Libano è stata anche definita una concessione alla Siria per la collaborazione con gli Stati Uniti in Iraq e per la sua presenza al Summit di Annapolis.

Se è così, alcune questioni restano tuttavia irrisolte non solo in merito alla cooperazione tra Siria e Stati Uniti, ma anche riguardo all'incontro tra David Welch, il sottosegretario di stato degli Stati Uniti per gli Affari del Vicino Oriente, e il Generale Suleiman prima degli scontri scoppiati nel 2007 tra Fatah Al-Islam e l'esercito libanese.

È chiaro che ci sono dei piani per ridisegnare i confini del Medio Oriente e per istituire politiche economiche durature a beneficio degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi e del loro cane da guardia in Medio Oriente, Israele.

I siriani e gli iraniani sono consapevoli dei piani per dividere la loro regione e mettere l'uno contro l'altro i popoli mediorientali. Anche Teheran e Damasco sono stati colpevoli di fare lo stesso gioco nel proprio interesse, ma quello che l'America e i suoi alleati hanno in mente è una ripartizione e una riconfigurazione ben più ampia del Medio Oriente, che coinvolge anche Siria e Iran in questa lotta storica.

La questione è: questi sforzi per dividere il Medio Oriente (in "moderati" ed "estremisti") rientrano in una politica di contenimento, in una strategia di guerra, o in qualcosa di molto più sinistro?

Le intenzioni di movimenti di resistenza a base popolare come la Resistenza Irachena sono semplici e chiari, ma la resistenza di stato - se possiamo chiamarla così - ha spesso intenti ambivalenti.

L'Iran e la Siria si stanno davvero opponendo al "Nuovo Medio Oriente" che serve gli obiettivi del Washington Consensus? Le riforme economiche in atto in Iran e in Siria, compresi i programmi di privatizzazione, suggeriscono che i due paesi non si contrappongono completamente ai programmi neo-liberali dominanti che caratterizzano le politiche espansionistiche di Washington. [16]

Non è peccato mettere in discussione delle motivazioni, soprattutto quando le circostanze lo richiedono: è invece un crimine e un peccato ingannare le masse. La posizione politica di Iran e Siria è destinata a chiarirsi con l'evolversi della situazione in Medio Oriente.

NOTE

[1] Jonathan Beale, Rice seeks Mid-East support on Iraq, British Broadcasting Corporation (BBC), 13 gennaio 2007.

[2] Paul Reynolds, Blair and the ‘strategic challengeof Iran, British Broadcasting Corporation (BBC), 20 dicembre 2007.

[3] Ibid.

[4] Uzi Mahnaimi, Saudis lead Israel peace bid, The Times (U.K.), 3 dicembre 2006.

[5] Simon Tisdall, Iran v Saudis in battle of Beirut, The Guardian (U.K.), 5 dicembre 2006.

[6] Shahar Ilan, Jordan’s Abdullah tells Israel: We share same enemies, Haaretz, 19 aprile 2007.

Le affermazioni furono subito negate dal Re giordano quando trapelarono sulla stampa israeliana. La smentita è parallela a quella della Casa di Saud a proposito degli incontri diplomatici e dei negoziati tra Arabia Saudita e Israele che furono divolugati come veri dopo le iniziali smentite.

[7] Ibid.

[8] Anatole Kaletsky, An unholy alliance threatening catastrophe, The Times (U.K.), 4 gennaio 2007.

[9] Laurent Pirot, France Signs UAE Military Base Agreement, Associated Press, January 12, 2008; Emmanuel Jarry, France, UAE sign military, nuclear agreement, Reuters, 15 gennaio 2008; Paul Reynolds, French make serious move into Gulf, British Broadcasting Corporation (BBC), 15 gennaio 2008.

[10] Fatah, Hamas clash in Gaza after Abbas calls early elections, Associated Press, December 16, 2006.

[11] Damascus slams Arab leaders for allowing Bush’s ‘criticism of Syria,’ Deutsche Presse-Agentur (DPA)/ German Press Agency, January 14, 2008.

[12] Mazen and Thawra, President al-Assad says Arab Region passes through new juncture, Syrian Arab News Agency (SANA), 30 aprile 2007.

[13] Khaled Abu Toameh, Syria, Iran trying to overthrow Abbas, The Jerusalem Post, 15 gennaio 2008.

[14] Shani Rosenfelder, McCain: Disarm Hizbullah, tackle Assad, The Jerusalem Post, 9 agosto 2007.

[15] Marc Lynch, Why U.S. strategy on Iran is crumbling: Gulf states no longer want to isolate Iran, Christian Science Monitor, 4 gennaio 2008.

[16] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Alliance: Challenging America’s Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007; Julian Barnes-Dacey, Even with sanctions, Syrians embrace KFC and Gap, Christian Science Monitor, 11 gennaio 2008.


Mahdi Darius Nazemroaya è un autore indipendente specializzato in affari medio-orientali. Vive e lavora e Ottawa ed è ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

Originale da: Globalresearch

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008

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Thursday, November 22, 2007

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

Missing Links

traduzione di Andrej Andreevič

C'è un'altro dibattito sulle politiche militari in Iraq, e non riguarda il ritiro delle forze convenzionali ma l'installazione di forze non-convenzionali per affrontare l'Iran: un dibattito nel quale è molto importante il fattore tempo, visto che non c'è niente di meglio, per portare avanti questo tipo di preparazione, delle "distrazioni" e della copertura fornita dalle forze convenzionali, e di conseguenza l'idea è che questo piano sia a buon punto quando le truppe se ne andranno.

David L. Grange è un Generale dell'Esercito USA in pensione, presidente e direttore generale della McCormick Tribune Foundation, e fondatore e presidente di un ufficio per operazioni speciali con sede a Washington chiamato ViaGlobal Group. Quando parla di politica militare e del minimizzare la copertura mediatica di questioni importanti dovremmo ascoltarlo.

Assieme a un coautore, e su spunto di vari membri della "comunità delle forze speciali", Grange ha scritto un saggio intitolato "Affrontare l'Iran: Rendere sicure le frontiere irachene: un concetto di operazioni di guerra irregolari". Nella sezione intitolata "Andare avanti", Grange dice che gli Ordini Esecutivi [atti legislativi firmati direttamente dal Presidente degli Stati Uniti N.d.T.] firmati da Bush, come la designazione delle Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terrorista, "permettono un approccio più aggressivo nei confronti dell'Iran". E in particolare:

Attraverso questi Ordini, alcune opzioni efficaci per sconfiggere l'influenza iraniana includono: Operazioni Informative, Operazioni di Guerra Non Convenzionali, Zone di Separazione (ZdS) e Zone Demilitarizzate (ZDM), [e fattori rilevanti per compiere questo genere di cose comprendono] il ritiro delle forze Armate statunitensi, i media e la diplomazia.

Parlando di "ritiro delle Forze Armate statunitensi" non intende però dire che questi piani proposti per le forze speciali dipendono da una politica statunitense favorevole alla continuazione delle operazioni regolari in Iraq. Intende piuttosto dire che per poter cominciare queste operazioni di frontiera avrà un ruolo cruciale la copertura fornita dalle operazioni regolari dell'esercito in atto nello stesso momento. Dice infatti:

Il dibattito su un'applicazione efficace delle Operazioni delle Forze Speciali in Iraq dipende anche da quando gli Stati Uniti ritireranno le proprie forze convenzionali di terra. Mentre le forze convenzionali minacciano alcune iniziative non convenzionali e disturbano alcune operazioni di controinsorgenza, il personale e le attività delle OFS possono trarre benefici dal nascondersi e mescolarsi tra le attività delle forze armate per schermare movimenti sensibili delle OFS. La distrazione delle forze convenzionali nei confronti di media e insorti può fornire altro tempo per costruire campi e reti di comunicazione per le OFS, mentre un gran numero di elementi delle forze armate rimarrebbero sul campo. Le OFS possono gradualmente mettere in atto un piano per isolare le proprie attività. I piani delle OFS dovrebbero cominciare immediatamente, a patto che [vuole dire "mentre"] gli elementi militari convenzionali restino in Iraq, così che la copertura dei media posta continuare a concentrarsi sul "surge", i contractor del Dipartimento di Stato, le bombe artigianali ai lati delle strade, la violenza settaria e le autobombe.

In altre parole, è una proposta strettamente legata al fattore tempo. È ora di iniziare a installare i campi e le reti nelle regioni di confine, dice Grange, prima che le forze convenzionali si ritirino, così che le operazioni delle Forze Speciali possano avvantaggiarsi della copertura fornita dalle operazioni su larga scala delle forze armate convenzionali, e la "distrazione" dei media legata alla loro presenza e alle loro operazioni. Per Grange, in altre parole, il dibattito sul ritiro delle truppe statunitensi ha un significato molto diverso da quello che l'opinione pubblica conosce.

Per quanto riguarda il genere di attività che saranno permesse dagli Ordini Esecutivi di Bush, Grange cita innanzitutto le "Operazioni di Informazione". Potete leggere l'intero pezzo nell'articolo sotto il titolo omonimo, ma in breve Grange dice che, oltre agli Ordini Esecutivi statunitensi, la Carta delle Nazioni Unite permette di porre degli embargo in caso di aggressione militare, e dice che un "embargo elettronico", che bloccherebbe le comunicazioni elettroniche iraniane col resto del mondo, sarebbe molto più efficace di un embargo convenzionale, e aggiunge:

Se l'Iran dovesse scegliere di opporsi a un embargo emanato su mandato delle Nazioni Unite (che farebbe riferimento alle condizioni della Carta dell'ONU sugli embargo), con attacchi cibernetici contro gli Stati Uniti o l'Occidente, si esporrebbe a operazioni su larga scala da parte degli Stati Uniti, di una coalizione comandata dagli USA o (con l'approvazione delle Nazioni Unite) di una forza d'intervento delle Nazioni Unite secondo l'articolo 42.

In altre parole, guerra.

Ma anche in assenza di un embargo elettronico totale, secondo Grange dovrebbe aver luogo una campagna di operazioni di informazione attraverso mezzi convenzionali, incluse radio e così via, per diffondere la disinformazione e il sabotaggio:

I contenuti saranno finalizzati a sabotare, generare sfiducia, persuadere, falsificare, mostrare arrendevolezza [?] e accattivarsi le simpatie, e verranno moltiplicati dal passaparola, specialmente tramite diffusione televisiva [!] all'interno del territorio iraniano.

Dopo aver continuato per un po' a parlare delle operazioni di informazione, Grange passa a parlare dei Metodi di Guerra Non Convenzionali (MGNC). Parla della definizione di MGNC data dal Dipartimento della Difesa statunitense, e ricorda che gli Stati Uniti usarono i kurdi in questo genere di cose per aiutare lo Scià negli anni settanta (osservando inoltre che in questo caso il ruolo potrebbe essere svolto dai Mujaheddin-e Khalq), parla per un po' dell'esperienza del Laos e quindi dice:

Attraverso le MGNC gli Stati Uniti possono compiere un'ampia gamma di operazioni militari e paramilitari, condotte attraverso gli indigeni o loro surrogati locali, per perseguire atti di sovversione, sabotaggio, attività dei servizi, reclutamento di agenti e atti di guerra…

E con questo non intende un qualche tipo di operazione temporanea. Grange ha in mente un programma di operazioni speciali con basi nell'area di confine per i prossimi anni a venire. Ne parla così:

La durata dell'operazione delle Forze Speciali dovrebbe essere calcolata in anni… Le attività a lunga scadenza ottengono la fiducia della gente e generano una condivisione di informazioni affidabili… La fiducia verrà costruita in anni di presenza delle Forze Speciali attraverso un'intensa attività medica, di costruzione, di progettazione e assistenza educativa… Queste scuole dovrebbero concentrarsi sui bambini al fine di creare future relazioni e costruire nell'immediato ponti di comunicazione e sensori locali per raccogliere informazioni sui movimenti degli avversari.

Nella sezione "Media" Grange dice che dovrebbero essere fatti sforzi per cercare di minimizzare la copertura mediatica delle operazioni delle Forze Speciali, avendo cura di evitare notizie inventate e bugie, che ne hanno minato la credibilità durante la guerra del Vietnam. Ai giornalisti e alle organizzazioni informative bisognerebbe ricordare che i loro reportage possono colpire negativamente le truppe, e che i giornalisti feriti costituiscono un'ulteriore perdita di risorse.

Potete leggere questo e altro al sito SmallWarsJournal linkato sopra. E se siete un ufficiale del governo e la sua idea di "embargo elettronico" vi è piaciuta, sapete a chi rivolgervi: sembra che si tratti di una delle specialità del gruppo di Grange, la ViaGlobal, che sul proprio sito internet dice di sé:

Operazioni informative
Nel mondo di oggi non abbiamo più a che fare solo con minacce e sfide da parte di stati nazione che rispondono alle tradizionali sfere di influenza militare, diplomatica ed economica. Il nuovo paradigma richiede un'organizzazione in grado di:
- anticipare conflitti o fallimenti degli stati;
- dar forma agli eventi o mitigarne gli effetti;
- utilizzare un'influenza basata sull'influenza.

Le Operazioni informative sono diventate strumenti necessari ed essenziali della diplomazia statunitense, delle forze militari e degli affari internazionali. Affrontare le minacce odierne richiede:

- conoscenza del terreno umano;
- comprensione delle sfumature culturali;
- capacità di influenzare efficacemente il nemico e chi lo aiuta.


Originale:
http://arablinks.blogspot.com/2007/11/other-military-policy-debate-one-about.html

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Friday, March 23, 2007

I dieci più grandi errori in Iraq durante gli scorsi 4 anni

I dieci più grandi errori in Iraq durante gli scorsi 4 anni

di Juan Cole

10. Rifiutarsi di licenziare il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld quando la sua incompetenza e il suo sadismo sono apparsi evidenti nell'intensificarsi della guerriglia e nello scandalo delle torture di Abu Ghraib.

9. Rifiutarsi di intervenire nell'economia collassata del paese o di aiutare le industrie statali irachene a rimettersi in marcia, motivandolo con il fatto che il "mercato" avrebbe magicamente prodotto prosperità.

8. Invadere e distruggere la città araba sunnita di Fallujah nel novembre 2004 e poi spingere gli arabi sunniti tra le braccia dell'esercito degli insorti per protesta, facendo sì che boicottassero le elezioni parlamentari del gennaio 2005; boicottaggio che li ha esclusi dal potere e dalla possibilità di avere una voce significativa nella stesura della nuova costituzione, che hanno disconosciuto.

7. Annunciare improvvisamente che gli Stati Uniti avrebbero "ucciso o catturato" il giovane religioso sciita nazionalista Muqtada al-Sadr nella primavera del 2004, mettendo il paese in fermento per mesi.

6. Rispondere alle provocazioni della guerriglia baathista con pesanti missioni di "cerca e distruggi" che hanno umiliato e fatto crescere ancora di più la rabbia tra i clan arabi sunniti, spingendoli a sostenere o ad unirsi alla nascente guerriglia.

5. Mettere sciiti vendicativi a capo della commissione di de-baathificazione, che ha licenziato decine di migliaia di impiegati statali arabi sunniti per aver semplicemente fatto parte del partito Baath, lasciando un enorme numero di sunniti indigenti e senza speranza di trovare lavoro.

4. Sciogliere l'esercito iracheno nel maggio 2003, mandando a casa 400.000 uomini disoccupati, pieni di rancore e pesantemente armati.

3. Permettere diffusi saccheggi dopo la caduta di Saddam Hussein il 9 aprile 2003, dichiarando "sono cose che capitano", "la democrazia fa casino", e "in fondo quanti vasi potranno avere?" – mostrando che non ci sarebbero stati seri tentativi di garantire legge e ordine nell'Iraq americano.

2. Pianificare di installare il finanziere corrotto, noto bugiardo e losco manovratore Ahmad Chalabi come dittatore bonario dell'Iraq, rifiutando un piano per un'amministrazione postbellica del paese perché avrebbe potuto mandare all'aria l'incoronazione di Chalabi.

1. Invadere l'Iraq.

Fonte: Informed Comment

Traduzione di Andrej Andreevič

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Sunday, January 21, 2007

Petraeus! Baghdad brucia?

Di Stan Goff

traduzione di Andrej Andreevič


"Jodl! Parigi brucia?"
- Adolf Hitler
25 agosto 1944

Retroscena
Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione del pianeta, ma nel complesso consumiamo più del 25% dell'energia fossile. Questo riguarda più o meno tutte e tre le forme di combustibile fossile – petrolio, gas naturale e carbone.
Il carbone viene normalmente dalle terre che abbiamo fatto cedere agli abitanti della Virginia, dove gli operai ora tagliano le cime delle montagne per arrivare ai filoni di carbone e gettano gli scarti nei corsi d'acqua vicini. È da lì che viene la maggior parte della nostra elettricità. Il Canada ci vende la maggioranza del gas naturale che usiamo… quasi il 90%.
Il problema è che la nostra flotta nazionale di trasporti è quasi completamente dipendente da quell'altro deposito di antica luce solare, il petrolio. Né il gas naturale né il carbone possono far funzionare i nostri trattori, treni, aerei e 250 milioni di veicoli (circa 98 milioni dei quali sono Suv e mezzi più grandi di questi). Nemmeno il carbone o il gas naturale riescono a far andare le navi, i carri armati o gli elicotteri da guerra.
L'altra cosa per la quale abbiamo bisogno di petrolio è il cibo… più di quanto la gente possa pensare. Ne "The Omnivore's Dilemma" (Il dilemma dell'onnivoro), Michael Pollan fa risalire la catena alimentare statunitense ai campi petroliferi passando per le piantagioni di mais, che sono la base della maggior parte dei nostri alimenti, per quindi tornare ai pozzi petroliferi. È ampiamente noto che ogni caloria di cibo consumata nel mondo oggi rappresenta una spesa di 10 calorie di energia fossile, ma le osservazioni di Pollan a proposito di un appezzamento di terra destinato all'alimentazione del bestiame, dove i capi destinati alla macellazione sono stati sottoposti ad alimentazione forzata con mais prodotto da Cargill e Archer Daniels Midland, servono più di qualsiasi statistica:

Non ho un'immaginazione abbastanza vivida per guardare un manzo e vedere un barile di petrolio, ma il petrolio è uno degli ingredienti più importanti della moderna produzione della carne, e il Golfo Persico è sicuramente un anello nella catena alimentare che attraversa questa (o qualsiasi) stalla per l'allevamento intensivo. Il manzo numero 534 ha iniziato la sua vita come parte della catena alimentare che ha preso la propria energia dal sole, che ha nutrito l'erba che ha nutrito lui e sua madre. Quando 534 è passato dal ranch all'allevamento intensivo, dall'erba ai cereali, è entrato a far parte di un ciclo alimentare industriale alimentato dal combustibile fossile - e quindi difeso dai soldati americani, un altro costo non calcolato degli alimenti a basso prezzo.

I serbatoi e le pance vuote non base di stabilità politica o di profitto, qui negli Stati Uniti d'America, dove l'appropriazione di un'immensa quantità di spazio e tempo, usando questo antico deposito di luce solare, è considerata quasi un nostro diritto dalla nascita.

La legge degli idrocarburi
Il motivo per cui ho iniziato una discussione sul programma militare dell'amministrazione Bush che prevede un incremento delle forze militari in Iraq parlando dei combustibili fossili è che né il governo né i media sembrano propensi a parlarne. La disperata escalation di follia criminale in arrivo non è basata su una qualche fantasia ma su una reale imminente competizione fra gli Stati Uniti e praticamente tutti gli altri per questi depositi di energia, mentre la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l'attuale produzione mondiale di petrolio è arrivata al limite e comincerà un declino verticale inesorabile e irreversibile. Il tentativo di stabilire basi militari statunitensi permanenti nella zona del Golfo Persico e di installare governi compiacenti (la vera motivazione della guerra, fin dall'inizio) ha a che fare con la necessità di assicurarsi il controllo della regione.
Il programma di incremento delle forze è un'opzione militare penosamente contorta, ma non capisce bene cosa la governi. Persino ora sarebbe possibile conseguire la stabilità in Iraq, con precipitoso riposizionamento delle forze militari anglo-americane. Lo strano fattore – strano principalmente perché i media non vi accennano mai - è "la prima legge del dopoguerra sugli idrocarburi," che dovrebbe "formare un comitato costituito da esperti altamente qualificati per velocizzare le offerte d'appalto e la firma dei contratti con le compagnie petrolifere internazionali per lo sviluppo dei giacimenti di petrolio iracheni ancora non sfruttati." Questa legge, che equivale a una privatizzazione con una concessione perpetua agli anglo-americani, è quello che vogliono gli Stati Uniti: lo prova il fatto che è l'unico punto sul quale concordano l'amministrazione Bush e il cosiddetto Iraq Study Group, i cui scontri retorici non riguardano il cosa, ma il come.
Prima che possa essere compiuta qualsiasi valutazione dell'equilibrio delle forze in Iraq da una prospettiva puramente militare (non sarà mai possibile, poiché il successo militare è misurato sempre in rapporto agli obiettivi politici), è essenziale esaminare le posizioni dei principali attori militari e politici iracheni riguardo la "legge del petrolio" proposta. Se la massima priorità è salvaguardare l'accesso futuro degli Stati Uniti agli idrocarburi estratti in Iraq, allora il requisito fondamentale è un governo iracheno "stabile" che sostenga questo accesso. Il principale guastafeste è rappresentato da qualsiasi capo o coalizione che si oppongano a questo programma.
Il problema per gli Stati Uniti è che i capi iracheni che supportano la legge degli idrocarburi non hanno la legittimità per garantire una certa stabilità, ed i capi che hanno la legittimità popolare per creare stabilità non supportano né l'occupazione né la legge degli idrocarburi.
Guardando la situazione da questo punto di vista, possiamo saltare tutte le chiacchere dei mistificatori mediatici e del governo sulla stabilità regionale per il bene la popolazione, sulla democrazia, il terrorismo eccetera. Queste cortine di fumo retoriche stanno nascondendo due fatti inevitabili: (1) Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq e (2) il miglior riposizionamento possibile consiste nel salvare la bozza di legge sugli idrocarburi.

Il "Governo" sciita
Ciò spiega, in buona parte, perchè gli Stati Uniti rapiscono diplomatici iraniani pur corteggiando Abdul Aziz Al-Hakim, capo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (SCIRI), in quanto capo del partito Dawa e possibile rimpiazzo del Primo Ministro Nouri Al-Maliki. Hakim, in fondo, è praticamente un cittadino iraniano. Perché l'amministrazione Bush dovrebbe corteggiare il capo più pro-iraniano fra le varie fazioni sciite quale successore nel caso in cui Maliki non riuscisse a dimostrarsi all'altezza delle aspettative degli Stati Uniti? Perché Hakim è stato un forte e coerente sostenitore della legge sugli idrocarburi.
Il capo sciita che con maggior veemenza si è opposto a questa legge e all'occupazione statunitense è stato Muqtada Al-Sadr. La stampa ha ritratto frequentemente Sadr come pro-iraniano, e niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Lo SCIRI ha chiesto molto aggressivamente di dividere l'Iraq in una federazione di stati estrememente decentrati e di trasformare il sud-est dell'Iraq in un avamposto iraniano. Sadr ha richiesto l'unificazione irachena, lasciando la porta aperta ai sunniti per un'alleanza anti-occupazione, ha denunciato la legge sugli idrocarburi e ha modellato la sua direzione politica e militare su quella di Hezbollah.
E qui arriviamo al nocciolo della questione dell'incremento delle truppe, e del perché probabilmente segni la morte politica di Nouri Al-Maliki. Lo scopo principale del "Surge" è minare il potere di Muqtada Al-Sadr. Sadr non ha solo i seggi nel Parlamento Potemkin iracheno che ha messo Maliki (capo in un partito sciita relativamente piccolo, il Dawa) al potere contro lo SCIRI (la più grande fazione parlamentare); ha la forte lealtà di due milioni e mezzo di persone e una milizia di 80.000 persone concentrata ad un tiro di schioppo dalla zona verde di Baghdad protetta dagli statunitensi. Baghdad ha circa 6 milioni di persone; New York City 8 milioni, giusto per fare un confronto. La popolazione di Sadr City, "il quartiere" sotto il comando di Sadr, è approssimativamente quella di Brooklyn.
Rendersi conto di questo aiuta a capire le considerazioni che entrano in gioco nella pianificazione di un'operazione militare. Abbiamo bisogno di un certo tipo di scala comparativa per capire realmente la pericolosa follia dell'aumento di truppe. In realtà, al momento non esiste un governo iracheno. C'è questa formazione all'interno della zona verde. Maliki non può lasciare la zona verde senza una scorta di veicoli corazzati e di elicotteri da guerra. Se qualcuno sa spiegarmi come questo possa significare "avere il controllo", sono tutto orecchi.
I resoconti dei media e del Congresso si riferiscono costantemente al governo iracheno come all'entità che ha bisogno dell'aiuto militare degli Stati Uniti per diventare il garante della sicurezza irachena. Ma il governo Maliki - o qualunque altro governo che dipenda dalla protezione militare degli Stati Uniti per sopravvivere più di una settimana - può contare soltanto sulla lealtà di una frazione dei gruppi armati iracheni e si posiziona tatticamente contro la maggior parte degli altri gruppi armati. Le forze armate che sono addestrate per quel "governo" sono esse stessi leali a fazioni con propri piani politici, e queste forze sono piene di opportunisti e di infiltrati. Considerare questi fatti: il settanta per cento degli iracheni sta chiedendo la fine dell'occupazione anglo-americana (quel numero aumenta considerevolmente se si tolgono i curdi). E gli iracheni non sono soltanto sunniti o sciiti (come i resoconti semplificati riportano sempre) ma sono identificati in tre importanti fazioni armate sciite, due principali fazioni armate sunnite, e una milizia curda di 100.000 uomini che risiede al nord ed è suddivisa in due fazioni. Alla luce di questa realtà non è possibile che una fazione guadagni il consenso di tutta la popolazione irachena e delle varie fazioni armate che esprimono le divisioni della popolazione. Il programma "Surge" di Bush è nato per eliminare l'opposizione sciita a Maliki all'interno di Baghdad, cioè Sadr ed il suo Esercito del Mahdi.

Il campo di battaglia
Il fatto che su Baghdad si sia concentrata la maggior parte degli sforzi militari degli Stati Uniti in Iraq è la prova materiale delle dimensioni della sconfitta degli Stati Uniti; è inoltre un'indicazione esatta di quanto disperata sia la nozione di "surge".
Mentre il numero delle truppe statunitensi è di circa 130.000 uomini (con circa 25.000 mercenari come truppe aggiuntive), il numero reale di truppe da combattimento è di circa 70.000. Prima di poter cominciare a suddividere queste forze per le eventuali operazioni necessarie ad assaltare e radere al suolo Sadr City, dobbiamo mettere in conto le operazioni di base e della protezione delle forze militari a nove principali basi statunitensi permanenti all'interno dell'Iraq, almeno cinque grandi basi temporanee di supporto e un numero sconosciuto di più piccole basi operative. Al solo Camp Anaconda a Balad sono stanziati almeno 25.000 uomini.
Secondo Globalsecurity.org:

La base è così grande da essere suddivisa in quartieri. Questi includono: "KBR-land" (un filiale Halliburton); "CJSOTF", sede di un'unità operazioni speciali, la Combined Joint Special Operation Force, circondata da muri altissimi e, secondo il Washington Post, così protetta che persino il capo degli Affari Pubblici della base non c'è mai entrato. C'è un un negozio di panini della catena Subway, un Pizza Hut, un fast-food Popeyes, un Burger King aperto 24 ore su 24, due negozi di articoli militari che vendono una quantità impressionante di merci, quattro mense, un minigolf e un ospedale. All'interno della base c'è il limite di velocità, fatto rispettare rigorosamente, di 10 miglia orarie.

L'aumento di truppe previsto porterebbe molti meno uomini di quanti sono richiesti per mantenere un "campo". Se si confrontano i 21.400 uomini previsti dal "surge" con il numero di residenti ostili di Sadr City, il rapporto è di circa 112 iracheni per ogni americano. Ciò può significare soltanto una cosa: attacchi aerei, seguiti da uno spietato assalto casa per casa. Sadr City potrebbe essere un'altra Fallujah.
Per coloro che sono sensibili alla personificazione della guerra, cioè tendono a ridurre intere popolazioni ad un singolo capo – qualcosa come "faremo fuori Saddam" - ricorderò ai lettori che Sadr City significa uomini e donne, con il 40 per cento della popolazione sotto i 14 anni. Un milione di bambini. Sadr City copre più di tre milioni di metri quadrati. Ha una densità demografica di un bambino per 3 metri quadrati – meno che una stanza di 3 metri per tre. Il raggio letale delle cosiddette armi di precisione sganciate da un velivolo è al minimo di circa 20 metri. Anche un semplice lanciagranate da fanteria spara M406, così descritto nel manuale:

Il proiettile HE (High-Explosive), ha un rivestimento di alluminio grigio-verde, marcature dorate e punta gialla. Ha un raggio d'azione compreso tra 14 e 27 metri, l'impatto al suolo causa incidenti all'interno di un raggio di 130 metri ed ha un raggio letale di 5 metri.

Fate i vostri conti.
A Fallujah, prima dell'assalto alla città è stata organizzata un'evacuazione totale. Questa evacuazione obbligatoria è passata attraverso i punti di controllo del cordon sanitaire americano. Mentre alle donne ed i bambini e alle persone molto anziane è stato permesso di uscire, tutti gli "uomini in età da combattimento" sono stati rimandati dentro la città, che, appena cominciato l'assalto, si è trasformata in una zona di fuoco libero [un'area designata in cui ogni sistema armato può sparare senza ulteriore coordinazione con i quartieri generali, n.d.T], e quegli uomini sono stati trattati come gli ebrei di Varsavia. Migliaia di persone si sono rifiutate di lasciare la città per vari motivi e si sono ritrovate coinvolte nel massacro. Questo è il probabile scenario per Sadr City.

L'altra matematica
C'è un altro calcolo connesso all'incremento delle truppe: il dopo. Muqtada Al-Sadr è stato efficacemente demonizzato negli Stati Uniti, ma è enormemente popolare ed influente in Iraq, particolarmente nell'Iraq del sud-est, che in passato ha mostrato la minor resistenza all'occupazione anglo-americana. Secondo voci insistenti, in un attacco a Sadr City saranno anche usate le milizie curde peshmerga, una mossa politica stupida. Se gli americani procedono in quello che sembra essere un piano crudele e assurdo (certamente pensato dalla cerchia di Dick Cheney) ci sarà una possibilità di innescare la Madre di Tutti gli Incubi Tattici per gli Stati Uniti: una rivolta armata generale sciita nel sud-est.
Maliki naturalmente lo sa, ed ha strenuamente obiettato – solo per venire poi cacciato come un insetto fastidioso dalla gestione Bush e dal nuovo circolo di generali compiacenti. Il Generale David Petraeus, autore di un ennesimo manuale militare statunitense sulle controinsorgenze (nessuno dei quali ha mai funzionato, proprio mai), è il paladino eletto a questa disgraziata impresa che gli sta guadagnando la quarta stelletta, rendendolo un vero Generale.
"A Petraeus è stata servita una mano perdente" ha notato l'ex Generale Barry McCaffrey. "Lo dico con riluttanza. La guerra sta andando senza ombra di dubbio nel senso sbagliato. Le uniche buone notizie in tutto questo sono che Petraeus è incredibilmente intelligente e creativo… Sono sicuro che si dirà, "non sarò l'ultimo soldato a lasciare il tetto dell'ambasciata nella zona verde.""
È questa la cosa più incoraggiate che si possa sentir dire da un collega?
La preoccupazione principale di McCaffrey, naturalmente, è condivisa anche da generali. La guerra in Iraq è persa, ma il risultato di quell'ulteriore perdita è stata la pesante degradazione delle forze di terra statunitensi dell'esercito e dei Marines. L'ultimo aumento di truppe a Baghdad è avvenuto in agosto, quando 10.000 soldati sono stati riposizionati in Iraq per riprendere il controllo della città, e i morti statunitensi sono aumentati. Ora si dispiegano altre truppe, e i soldati in ciclo di riposo sono stati richiamati per essere rapidamente riposizionati. Il morale è sceso costantemente; il tasso di divorzi è salito; le truppe della Protezione Nazionale hanno appena saputo che il presidente ha aumentato a 24 mesi il tempo di dispiegamento; e il materiale è usato più del dovuto o è già logoro.
Neil Abercrombie, rappresentante democratico delle Hawaii, presidente dell'House Armed Services Committee's Readiness Subcommittee , e Solomon Ortiz, rappresentante democratico del Texas, presidente dell'Air-Land Subcommittee, hanno scritto il 17 dicembre:

La crisi della prontezza militare è ben più vasta e più profonda del numero di uomini e di donne in uniforme. L'aumento di dimensioni dell'Esercito, che tra l'altro è stato autorizzato dal Congresso parecchi anni fa ma non è stato mai effettuato, è un punto necessario. Tuttavia, di per sè, questo non serve ad aumentare la qualità, il livello di addestramento o lo stato delle apparecchiature dell'esercito nel suo complesso.
L'effetto della guerra in Iraq sull'esercito e i Marines è stato terribile ed inutilmente distruttivo. È cominciato con la pianificazione militare che ha permesso che l'invasione fosse usata come test per la forza "trasformazionale" del Segretario della difesa Donald Rumsfeld…

-- Due terzi delle unità dell'esercito negli Stati Uniti non sono pronte al combattimento a causa della scarsità di apparecchiature, addestramento e uomini.
-- Non una sola squadra di combattimento degli Stati Uniti è completamente addestrata e equipaggiata per affrontare tutti i tipi potenziali di intervento.
-- L'esercito ha dovuto aumentare gli schieramenti di combattimento in Iraq per mantenere l'attuale livello di forza.
-- I marines hanno dovuto richiamare in servizio attivo 2.500 riservisti per equipaggiare le unità in Iraq. Questi riservisti avevano già svolto servizio attivo e stavano cercando di tornare alla vita civile.
-- L'esercito ha dovuto pagare più di 40.000 dollari di bonus di riarruolamento per non perdere personale militare altamente addestrato.
-- Il clima iracheno, contrassegnato da temperature estreme e da frequenti tempeste di sabbia, causa un'usura anomala dei componenti di precisione, quali le turbine ad alta velocità dei motori dei carri armati e degli elicotteri. A complicare la questione, quando avviene l'avvicendamento delle truppe molte unità devono lasciare il loro equipaggiamento alle unità che le rimpiazzeranno. Di conseguenza, il 40 per cento di tutto l'equipaggiamento dell'esercito è ora in Iraq o in Afghanistan. Quello significa un uso continuativo più prolungato e meno manutenzione e riparazione.

I nichilisti
Non sto sostenendo che bisogna aumentare la prontezza militare per poter attaccare altri paesi stranieri in futuro; penso che nessuno costituisca una minaccia militare credibile per gli Stati Uniti; e credo che "la guerra globale contro il terrorismo" sia una pericolosa impostura. Ma queste preoccupazioni di generali e politici riflettono una situazione reale. Le forze di terra statunitensi stanno per essere schiacciate in un guerra ormai persa in Iraq. La ragione per cui né l'opinione pubblica né gran parte delle truppe stesse riescono a vedere questa sconfitta è che sono stati indottrinati a interpretare la sconfitta come sinonimo di resa. Non è così. La sconfitta è la mancata realizzazione degli obiettivi politici di una guerra. Questo è accaduto anni fa.
Il "surge" è l'ultima mossa disperata e criminale che costerà le vite di soldati da entrambe le parti di questa occupazione e un numero incalcolabile di vite civili, e che potrebbe anche portare a scene umilianti come quella all'ambasciata di Saigon nel 1975.
Il 25 agosto 1944, schiacciato fra l'Armata Rossa che attraversava il Danubio e le truppe francesi, americane e senegalesi che marciavano sugli Champs Elysees, Hitler capì che la fine del Terzo Reich si stava avvicinando. Aveva dato l'ordine al Generale Dietrich von Choltitz, "governatore" tedesco di Parigi, di distruggere la città piuttosto che lasciarla cadere nelle mani degli alleati. Quando la voce dell'entrata degli alleati a Parigi raggiunse Hitler, si dice che abbia chiesto al suo capo di stato maggiore, il generale Alfred Jodl: "Jodl! Parigi brucia?" Riesco quasi a sentire l'eco proveniente dall'ufficio di Cheney, le tende tirate, la bieca presenza maligna che scruta nell'oscurità: "Petraeus! Baghdad brucia?"


Stan Goff è un veterano in pensione delle Forze Speciali dell'Esercito degli Stati Uniti. Ha prestato servizio attivo dal 1970 il 1996, nella Delta Force e nei Rangers, ed è stato in Vietnam, nel Guatemala, a Granada, a El Salvador, in Colombia, in Perù, in Somalia ed a Haiti. È un veterano del Centro di Addestramento per le Operazioni nella Giungla di Panama e ha insegnato scienza militare all'Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point. Goff è l'autore dei libri Hideous Dream—A Soldier's Memoir of the U.S. Invasion of Haiti, Full Spectrum Disorder—The Military in the New American Century e Sex & War .

Fonte: Truthdig (prima e seconda parte)

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Wednesday, December 13, 2006

Entrare in Iraq

Il punto di vista dell'autore è chiaramente di parte ed evidentemente non è un articolo equilibrato (vedi il punto in cui parla di decine di migliaia di uomini delle milizie sciite infiltrati nelle forze armate irachene: quanto è grande l'apparato statale iracheno, per avere addirittura decine di migliaia di infiltrati? Roba da fare impallidire le storie sul fatto che nell'ex Germania dell'Est un abitante su dieci fosse un informatore della Stasi), ma appunto per questo sembra una buona descrizione delle politiche che l'Arabia Saudita (anche se il disclaimer finale dice il contrario) o la sua lobby potrebbero prendere per tentare di riconquistare il posto di paese musulmano di spicco in Medio Oriente, o quantomeno di ridurre i danni fronteggiando loro personalmente o per interposto esercito l'Iran su campo iracheno (come secondo alcuni sarebbe già avvenuto durante la guerra statunitense contro l’Iraq del 1991, partita per procura della lobby saudita).
Inoltre, proprio ieri Turki al-Faisal, che ha dichiarato il progetto di sostituirsi agli statunitensi se dovessero ritirarsi,
si è dimesso , e secondo indiscrezioni potrebbe diventare capo della diplomazia saudita in patria, il che potrebbe rafforzerebbe questa teoria, sempr