Wednesday, August 20, 2008

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Gli Stati Uniti incespicano nel fallimento della NATO, di Kaveh L. Afrasiabi per Asia Times: al summit di emergenza della NATO i paesi europei hanno accettato di sospendere i contatti formali con la Russia fino al ritiro completo delle truppe, ma si sono rifiutati di piegarsi alle pressioni degli americani che chiedevano sanzioni più severe, dice Afasiabi, che prevede una consistente frattura tra gli Stati Uniti e alcuni membri europei della NATO.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, la sua incapacità di offrire alla Russia un contesto adeguato alla collaborazione strategica è anch'essa all'origine dell'attuale crisi.
Contrariamente a quello che esprimeva nella sua analisi M. K. Bhadrakumar, Afasiabi si aspetta una maggiore collaborazione tra Russia e Cina attraverso la Shanghai Cooperation Organization.

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Video di Real News Network sullo scudo antimissile in Polonia, dal quale si deduce che la gente del posto non è felicissima:
"Gli americani hanno i soldi; possono difendersi, ma perché qua in Polonia? Che parlino con Putin, lì ci sono territori disabitati per migliaia di chilometri. Possono costruirlo lì".

"Certo, cominceranno a costruire, per esempio supermercati. Ma penso che avremo più benefici dal parco acquatico che stanno costruendo qui vicino che dagli scudi antimissile"

Gli esperti americani dicono che è questo è il posto migliore per difendersi dai missili iraniani.
[Come vorrei che Peter Sellers fosse ancora vivo per fargli dire questa frase. Lui troverebbe l'intonazione].

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Sappiano gli accorti ed esigenti lettori che qui non si butta via niente, neppure Monbiot, se serve. Sul Guardian troviamo un pezzo sui missili intercettori in Polonia, sulla storia del sistema antimissile americano e sui soldi che finora gli Stati Uniti ci hanno ufficialmente investito:
"Gli Stati Uniti hanno speso 120-150 miliardi di dollari nel programma da quando Reagan l'ha rilanciato nel 1983. Sotto George Bush i costi hanno avuto un'impennata. Il Pentagono ha chiesto 62 miliardi per i prossimi cinque anni, il che significa che il costo totale tra il 2003 e il 2013 sarà di 110 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inventato un sistema di finanziamento che permette al programma di difesa anti-missile di sottrarsi agli standard di contabilità del governo: si chiama sviluppo a spirale, e significa che "i requisiti allo stadio finale non sono noti all'avvio del programma" e il sistema in pratica può evolvere come a lorsignori pare meglio.

[Mi ricorda un amico che volle comprarsi la playstation. Poi si convinse che lo schermo del televisore era troppo piccolo per valorizzare il seno prorompente di Lara Croft, allora comprò un televisore più grande, e poi un mobile che contenesse il televisore, e poi. Credo che adesso, a qualche anno di distanza, sia in trattative per comprare un intero paesino del bergamasco con mutuo ereditario bisecolare. Sviluppo a spirale, si chiama, e pensare che questo aveva scopi pacifici e non si proponeva di minacciare il mondo con "57 varietà di distruzione"]

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Information Clearing House oggi segnalava due articoli, uno di Haaretz (sulla possibilità che Israele in caso di guerra possa ritrovarsi da solo) e l'altro del Wall Street Journal (sull'asse russo-iraniano), interessanti perché mostrano come come alcuni think tank si stiano muovendo per cercare di sdoganare la guerra all'Iran come mezzo per "ridimensionare" la Russia e/o impedire che grazie all'Iran possa creare una specie di alleanza per spostare gli equilibri della regione.
[Giusto per farsi un'idea di quello che ci aspetta mediaticamente, dice Andrea, a ragione].

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[E infatti] ecco un articolo di Stephen Kinzer sul Guardian, Attaccare l'Iran via Ossezia del Sud: secondo Kinzer il conflitto nel Caucaso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran:
"Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono soggiacere agli interessi americani e che non si può permettere a nessuno di emergere con uno status di 'potenza quasi alla pari', per usare un'epressione della Quadrennial Defence Review per il 2006. E questo porta al conflitto, giacché molti paesi cercheranno naturalmente di accrescere il loro potere, che gli Stati Uniti lo vogliano o no".

"Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito loro un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne il prezzo con il sangue".

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Abchazia e Ossezia del Sud: cuore del conflitto, chiave per la sua soluzione, di George Hewitt (professore di lingue caucasiche alla London's School of Oriental & African Studies su OpenDemocracy):
Questi popoli, e non solo i georgiani, o i russi, o gli americani, o chiunque sia stato coinvolto nel recente conflitto nella regione, hanno una loro storia fatta di testimonianze che sono state deliberatamente polverizzate durante questa generazione (si veda Thomas de Waal, "Abkhazia's archive: fire of war, ashes of history" [20 October 2006]). La lezione della breve guerra d'agosto è che le voci dell'Abchazia e dell'Ossezia del Sud vanno escoltate, le loro scelte vanno incluse in qualsiasi decisione sul loro futuro se si vuole che il ciclo del conflitto si spezzi anziché ripetersi".

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Questo articolo di Marc S. Ellenbogen, Lezioni perdute della Guerra Fredda ha il pregio di mettere assieme tutti i passi falsi dell'amministrazione Bush che abbiamo trovato elencati finora ed è un buon pezzo riassuntivo.
"Un rispettato dirigente di un equity fund con sedi in Austria e in Repubblica Ceca che viene da una famiglia di diplomatici mi ha detto: 'la Georgia non è altro che una portaerei degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti pensano ancora secondo i paradigmi della Guerra Freadd e, francamente, in vent'anni non hanno imparato niente'.
I miei viaggi recenti in Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud mi confermano la convinzione di molti che gli Stati Uniti abbiano sofferto un danno irreparabile con il conflitto georgiano. 'Gli Stati Uniti ne risentiranno a lungo. Adesso può non sembrare, ma mi creda: la gente ricorda che gli Stati Uniti non erano a Berlino nel '53, in Ungheria nel '56 e in Cecoslovacchia nel '68. Sono solo parole e niente azioni", mi ha detto un importante politico dell'Europa Centrale. "Molti ora vedono gli Stati Uniti come un amico incapace di stare ai patti'".
[...]
"Che agli Stati Uniti piaccia o no, ci sarà un grande riallineamento globale. L'Europa e la Russia formeranno un'alleanza strategica. Ci sono già nel mezzo. È meglio per entrambe".
[Dubbio personale: questa, Europa?]

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Tuesday, August 12, 2008

I link di oggi

L'Ossezia e la Georgia nel grande gioco tra Mosca e Washington nell'articolo di Carlo Benedetti su Altrenotizie.org.

E Giuseppe Iannello per Megachip sulla guerra mediatica.

Di guerra e media (e molto altro) si occupa anche Poganka.

Sempre a proposito di informazione, Der Spielfechter sottolinea la confusione giornalistica, l'assenza di giornalisti sul campo e di resoconti di prima mano e l'impossibilità o incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti (siano esse russe o georgiane). I servizi dei media tedeschi sulla guerra nel Caucaso, dice, sono ambigui: mentre il lavoro delle agenzie di stampa è generalmente molto buono (e, come ci segnala Stefano di Poganka, la tv tedesca con i suoi reporter in loco sta raccontando bene i risultati dell'attacco georgiano), il giornalisti e i commentatori di spicco hanno mostrato la tendenza a basarsi su notizie non verificate e su fonti che potevano essere meramente propagandistiche. È ciò che è successo con il presunto bombardamento dell'oleodotto BTC, notizia falsa e subito smentita dalla BP ma riportata e commentata, tra gli altri, dal capo redattore degli esteri della Süddeutsche Zeitung Stefan Kornelius. (È facile capire l'impatto di queste voci, dato che per l'Occidente Russia è sinonimo di "energia" e colpire un oleodotto significa danneggiare non solo gli interessi della Georgia ma dell'economia internazionale). Seguono altri esempi di articoli basati su dichiarazioni governative ma privi di fonti, di fotografie e di testimonianze (i bombardamenti a Poti, le varie richieste di cessate il fuoco, la posizione e i movimenti delle truppe).
Si chiude con una piccola perla della TAZ, che in un'intervista a Cohn-Bendit dice (per ben due volte) che la Russia ha pianificato l'attacco durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici. Russia? Georgia. Ops.

Passando ad altro, credo che Saakashvili ieri abbia battuto un bel record: chiedere aiuto nel giro di pochi giorni prima alla NATO e poi alla Cina. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

The 8th Circle confronta le posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti sulla guerra tra Georgia e Russia per scoprire che sono più o meno le stesse, con un Obama più generico e un McCain più disposto ad approfondire le eventuali azioni concrete.

Un po' Casino Royal, un po' Signor Burns, ma a quando pare ci si può fidare a mandarlo in giro: Ivanov alla CNN (video YouTube).

"Lo scontro tra Russia e Georgia sull'Ossezia del Sud, che si è intensificato drammaticamente ieri, ha più in comune con la guerra delle Falklands del 1982 che con una crisi da guerra fredda. Quando la giunta argentina si crogiolava nel pubblico consenso per essersi ripresa in modo incruento le Malvinas, Henry Kissinger predisse la reazione ampiamente inaspettata della Gran Bretagna commentando: 'Nessuna grande potenza si ritira per sempre'. Forse oggi la Russia ha interrotto la lunga ritirata verso Mosca che era cominciata con Gorbačëv".
Marc Almond, professore di storia all'Oriel College di Oxford, sul Guardian.

Anche Craig Murray fa la sua analisi, adottando una visione fondamentalmente antirussa (sostiene che la Germania è uno stato cliente della Russia, che le "rivoluzioni colorate" in fin dei conti hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nei paesi in cui sono avvenute, e che il nazionalismo russo è il maggiore pericolo per l'Europa), finisce ricordando che se ci si trova nella situazione di avere una Russia aggressiva alle porte il "merito" è della politica di accerchiamento statunitense.

Intanto gli Stati Uniti continuano a fornire armi alla Georgia, secondo il giornale israeliano Maariv.

Israele invece avrebbe deciso di smettere dopo le rimostranze di Mosca.

In Georgia, secondo round copydude si interroga sul futuro di Saakashvili:
"Finora gli Stati Uniti sono stati lieti di appoggiare l'uomo che avevano contribuito a mettere lì. Saakashvili, che ha studiato negli Stati Uniti, condivide la concezione flessibile di 'libertà' di Bush. All'interno del suo paese, Saakashvili ha fatto fuori un po' di queste libertà, togliendo diritti ai lavoratori e chiudendo i mezzi di informazione indipendenti (e perfino un canale televisivo). In perfetto stile da repubblica delle banane, i suoi successi sono un grosso esercito e i centri commerciali. Ma la disfatta in Ossezia del Sud potrebbe mettere in forse il sostegno di cui godeva. Un effetto a lungo termine già è noto: gli investitori si sono spaventati. Un amministratore delegato estone valuta che la guerra terrà lontani gli investitori per dieci anni. Il Jerusalem Post dice più o meno lo stesso a proposito degli imprenditori israeliani nel ramo immobiliare georgiano. Fitch e Standard & Poors hanno abbassato rapidamente il rating della Georgia. Intanto gli stranieri hanno lasciato il paese e i programmi sono stati annullati.
[...]
Gli Stati Uniti di solito non si preoccupano delle vittime civili - o di quello che adorano chiamare 'danni collaterali' - ma chi nuoce agli affari rischia di trovarsi presto in una posizione indifendibile".

La Georgia esce dalla Comunità degli Stati Indipendenti, ha comunicato poco fa Saakashvili.

Basta, riconosciamolo: non sappiamo distinguere tra Tskhinvali e Gori. Questa Reuters manda in giro foto strazianti di vittime, macerie e ospedali improvvisati, foto di edifici sventrati che potrebbero essere caserme o condomini (lo stile staliniano voleva così), immagini dello stesso cadavere in camicia a scacchi e diversi gradi di disperazione, e un povero giornalista dovrebbe notare la didascalia?
Dunque non ce la possiamo prendere con quelli del Berliner Kurier che pubblicano in prima pagina una scena di desolazione (medico, vecchietto morente) sopra la quale quale campeggia un Putin dallo sguardo crudele e pensoso di uno che a colazione mangia gattini e titolano "Putin: vendetta di bombe e di sangue" (traduzione libera).
La foto Reuters si riferisce a un ospedale osseto (si verifichi dall'impeccabile drugoj).

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Monday, August 11, 2008

I link di oggi

Georgia-NATO-Israele
Michel Chossudovsky riassume i legami tra Georgia e NATO e i rapporti con gli israeliani, ricorda che poco prima dell'attacco si è svolta l'esercitazione militare "Immediate Response" e si chiede se si stia preparando effettivamente un conflitto più ampio tra Russia e Stati Uniti. Articolo riassuntivo con cronologia degli eventi e utili mappe.
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In Georgia we trust
Il rappresentante speciale di Washington in Ossezia del Sud, Matthew Bryce, ha accusato i russi di genocidio della popolazione osseta. "Mi risulta che su Tskhinvali sparavano da due parti, quella georgiana e quella russa; e allora, perché attribuire il genocidio ai georgiani?" dice Matthew Bryza, che alla capitale osseta non si è neanche avvicinato. Bello sapere che qualcuno ha le idee chiare. (Link in russo, Izvestija).
Se può interessare, Bryza è il signore che nel novembre scorso ha lodato Saakashvili dopo la durissima repressione dei manifestanti che ne chiedevano le dimissioni. Citazione: "We trust in Georgia, the people of Georgia, the leadership of Georgia" (crediamo nella Georgia, nel popolo della Georgia, nella leadership della Georgia).

Cheney
reloaded
Ma ci pare che Cheney possa starsene in vacanza a sparare per sbaglio ad avvocati repubblicani quando la minaccia russa si riaccende? No. "L'aggressione russa non deve restare senza risposta, e la sua continuazione potrebbe avere gravi conseguenze per i suoi rapporti con gli Stati Uniti e con la più ampia comunità internazionale", ha dichiarato al New York Times.

Ricordare
"I discorsi sull''uso sproporzionato della forza' [da parte dei russi, N.d.T.] sono ridicoli. Shock and awe. B-2 contro ragazzini armati di pietre a Baghdad e a Kabul. Ricordate?"
Winthrop360

La Russia, la Georgia e la Cina
Interessante post di The Oil and the Glory, che riassumo:
La Georgia non è certo un grande avversario, militarmente parlando. La reazione Russa dimostra anche che la Georgia non è al momento un attore indipendente. Putin (perché si è capito chi comanda a Mosca) ha anche ribadito che la Russia non vuole che la Georgia entri nella NATO, e la NATO ha dimostrato di non volersi opporre alla Russia.
L'obiettivo di Washington era quello di trasformare il Caucaso e l'Asia Centrale in una regione filo-occidentale finanziariamente indipendente. La Georgia ha un ruolo chiave in questa strategia, perché attraversata dall'oleodotto BTC, dal gasdotto BTE e dal più piccolo gasdotto Baku-Supsa.
Dunque questo conflitto (con una Georgia non sufficientemente forte e gli Stati Uniti che decidono di non schierarsi al suo fianco) segna la fine della sfida dell'Occidente alla Russia come grande potenza energetica regionale? No: tutte queste pipeline continueranno a funzionare. La Russia non interferirà. Perché? Perché la sua più ampia strategia economico-politica in Europa dipende dalla capacità di non terrorizzare gli europei (che potrebbero scegliere di appoggiare la costruzione di pipeline non russe).
Infatti sembra che la Russia non abbia bombardato l'oleodotto BTC.
Quelli che sembrano compromessi sono invece i progetti dell'oleodotto e del gasdotto transcaspico e del Nabucco.
Ma a questo punto entra in gioco il fattore Cina. L'obiettivo della politica americana è l'indipendenza energetica per il Caucaso e gli stati centro-asiatici, dove l'influenza della Russia è forte: e allora perché il petrolio e il gas naturale devono andare verso Ovest?
La Cina sta costruendo un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan e il Kazakistan allo Xinjiang e oltre. Visto che Washington non può evitarlo, a questo punto potrebbe decidere di contribuire alla costruzione di queste rotte energetiche. Dunque il prossimo problema della Russia potrebbe essere un tandem USA-China (l'unico mezzo con cui gli Stati Uniti potrebbero a questo punto contrastare l'influenza della Russia nel Caucaso e nell'Asia Centrale).
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E l'Iran
Secondo Stan Goff la Russia è riuscita in un colpo solo a sbugiardare le rivoluzioni colorate finanziate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment Fund, la farsa degli "interventi umanitari" usata in Jugoslavia, e si ha anche migliorato la propria posizione in vista della probabile ascesa dell'Iran come nazione più influente dell'Asia Sud-Occidentale.
L'autore si chiede inoltre che effetto potrà avere sull'Iran la profonda evidente debolezza degli Stati Uniti, e se questo spingerà il paese ulteriormente verso la Russia (ci sono già due forme importanti di collaborazione: il progetto di creare un OPEC del gas e la Shanghai Cooperation Organization.
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Gli aiuti militari
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato un file in cui sono elencati tutti i paesi che forniscono armi, addestramento o finanziamenti alla Georgia. Documento dettagliato che specifica anche di quale genere di fornitura si tratta.
Per farla breve, i paesi sono:
Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lituania, Lettonia, Turchia, Francia, Cecoslovacchia, Estonia. E questo per quanto riguarda la NATO.
Altri paesi: Israele
, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ucraina.
Il file .doc, in russo, è scaricabile qui.

Quel che è giusto è giusto
Equilibrato, informato, documentato, con la giusta cronologia degli eventi (la Georgia attacca, la Russia convoca una sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiedendo un cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza non produce una risoluzione, il presidente Medvedev dichiara il proprio dovere di difendere la vita e la dignità dei cittadini russi, infine la Russia reagisce militarmente; e poi ne approfitta per dare una lezione alla Georgia, questo sì): è l'articolo di Tony Karon (con la collaborazione di Yasha Levine di Exile) su Time Magazine, dati i tempi una piacevole sorpresa.
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[E poi ci sono Justin Raimondo per Antiwar e Mark Ames per The Nation. Ma, visto che la Miru ha un debole per questi due signori, vedremo di tradurli].

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La Georgia e l'Israeli connection

Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?

Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud. Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:

L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.

Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti):
Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."

E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:

Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente. Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa". Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
[...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate. La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.

L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".
Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:
Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

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Saturday, August 02, 2008

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

di M. K. Bhadrakumar

Si suppone che gli israeliani sappiano qualcosa di più rispetto a noi dei loro impegnativi vicini. È assai probabile che i due delegati israeliani Shalom Turjeman e Yoram Turbowitz in partenza per Ankara sapessero che il governo turco non sarebbe crollato nelle successive 24 ore.

I due delegati del primo ministro (uscente) Ehud Olmert avevano il delicato compito di condurre il quarto ciclo di colloqui di pace con la Siria con la mediazione turca. La procedura dei dialoghi prevede che i rappresentanti turchi facciano la spola tra i diplomatici israeliani e siriani, senza un confronto diretto tra questi ultimi. Sembra che i turchi abbiano fatto un lavoro eccellente. Il 28 luglio l'ambasciatore della Siria negli Stati Uniti, Imad Mustafa, parlando a Washington ha detto: “Noi [Siria e Israele] desideriamo riconoscerci reciprocamente e porre fine allo stato di guerra”.

“Ci viene offerta un'occasione storica. Sediamoci allo stesso tavolo, facciamo la pace, mettiamo fine una volta per tutte allo stato di guerra”, ha aggiunto Imad riferendosi ai colloqui di pace mediati dalla Turchia. Chiaramente la stabilità politica non è più soltanto un problema nazionale per 80 milioni di Turchi, ma una questione di importanza vitale per la comunità internazionale. E il ruolo della Turchia nei colloqui di pace sirio-israeliani è solo la punta dell'iceberg. Nell'instabile situazione mediorientale, la Turchia ha anche facilitato i contatti tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Stephen Hadley e il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. (I due avversari si sono recati di recente ad Ankara). La Turchia sta anche entrando nel progetto iracheno.

Inoltre l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si accinge ad espandersi verso le sponde settentrionali del Mar Nero. La nuova guerra fredda è dunque arrivata in Turchia. Mosca è decisa a non ripetere l'errore storico di spingere la Turchia nel campo della NATO come fece negli anni Cinquanta.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha in programma una visita in Turchia. Un analista di Mosca [Andrej Fedjašin per RIA Novosti, N.d.T.] ha osservato: "Atomstrojeksport [il monopolio russo costruttore di impianti nucleari] è pronto a fornire alla Turchia un progetto per la costruzione di una centrale nucleare meno costosa e più affidabile rispetto alle controparti americane. Questa centrale nucleare consentirà alla Turchia di consolidare la sua posizione nel mercato regionale dell'energia, soprattutto tenendo conto dei problemi dell'Iran in fatto di energia nucleare. È già da molto tempo che Mosca cerca di far capire ad Ankara che è meglio dare la precedenza ai propri interessi, soprattutto nel settore dell'industria energetica”. In altre parole, la Turchia sta ancora una volta entrando nel vortice della grande politica della forza dopo una pausa durata un decennio e mezzo.

Tenendo conto di tutti i fattori, forse non conosceremo mai l'entità del ruolo che Washington può avere svolto nel far sì che il governo guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan non rischiasse di crollare per una decisione della corte costituzionale turca nel processo per la messa al bando del partito di governo, il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), accusato di “attività anti-laiche”. Gli Stati Uniti conoscono infatti assai bene il logaritmo dei giochi di potere ad Ankara.

Ciò che sappiamo per certo è che il sistema giudiziario turco non è sordo alle correnti politiche. Di fatto, se nel suo verdetto del 30 luglio la corte avesse deciso di mettere al bando il partito e di dare un giro di vite all'attività politica di Erdogan, la Turchia sarebbe piombata in una gravissima crisi politica. Ed è altrettanto evidente che Washington accogli con sollievo la prospettiva che ad Ankara continui a governare l'AKP e che Erdogan resti al comando.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Sean McCormack ha detto: “la Turchia sta attraversando una situazione difficile e noi speriamo moltissimo che la decisione della corte contribuisca a ripristinare la stabilità politica... La corte ha espresso la sua opinione e noi continueremo a collaborare con questo governo. Ci stiamo lavorando molto bene”.

La realtà geopolitica, come ha sintetizzato recentemente Cengis Candar, uno dei maggiori commentatori politici turchi, è che “la capacità della Turchia di Erdogan di diventare un protagonista attivo ed efficace nelle questioni più importanti dell'agenda internazionale è [oggi] particolarmente importante per la politica interna turca”.

Tuttavia il verdetto del 30 luglio ha sorpreso molti. Ha giudicato l'AKP colpevole ma ne ha evitato la chiusura, così come ha evitato la messa al bando di Erdogan dalla politica attiva, come si sarebbero aspettati molti osservatori. Si è limitato a penalizzare il partito con una multa, privandolo dei finanziamenti statali per un valore corrispondente a circa 20 milioni di dollari.

L'AKP può sopravvivere alla perdita, grazie al facile accesso ad altre fonti di finanziamento. La questione cruciale era se Erdogan dovesse dimettersi. Per usare il linguaggio calcistico, potremmo dire che il carismatico leader turco ha preso un cartellino giallo, mentre molti speravano e si aspettavano che prendesse un cartellino rosso, com'era nella facoltà dell'arbitro.

Il cartellino giallo costringe Erdogan a tenere una condotta estremamente prudente fino alle prossime elezioni parlamentari del luglio 2011, dato che non può permettersi un altro scontro con la corte costituzionale. Almeno sette dei giudici della corte resteranno al loro posto nei prossimi cinque anni, il che significa che la configurazione politica e ideologica della corte rimarrà la stessa per tutto il restante mandato di Erdogan.

Il capo della corte costituzionale, Hasim Kilic, è stato esplicito sulla severità del segnale dato a Erdogan. “Questo verdetto è un serio monito. Spero che il partito [AKP] ne tragga le lezioni necessarie”, ha dichiarato alla stampa. Il nocciolo è che secondo 10 giudici su 11 della corte costituzionale l'AKP è un “centro di attività anti-laica”, anche se solo uno di loro ha votato per la chiusura del partito, mentre ce ne sarebbero voluti sette per rendere efficace un verdetto di messa al bando. Indubbiamente Erdogan se l'è cavata per un pelo.

La questione ora è quale lezione Erdogan abbia tratto da questo periodo di nervosissima attesa. Con un'osservazione atipica, il primo ministro ha ammesso di recente in un'intervista di aver commesso degli “errori”. Ed è certamente così. È evidente che la massiccia vittoria dell'AKP alle elezioni parlamentari del luglio 2007, dove ha ottenuto il 47% dei voti, ha avuto uno strano effetto su Erdogan.

Invece di essere il primo ministro di tutti i turchi, come aveva promesso nell'entusiasmo della vittoria, si è lasciato sempre più circondare da una piccola cricca di consiglieri; la sua naturale spavalderia si è trasformata in autoritarismo; ha spesso reagito aggressivamente alle critiche della stampa e dell'opinione pubblica; e infine, cosa fatale per un politico turco, a un certo momento dello scorso anno deve essersi convinto che il suo incarico di governo gli venisse dai due terzi di maggioranza del suo partito al parlamento, e questa è un'interpretazione un po' miope dell'ABC del sistema democratico turco.

Infine, con una scelta di tempi disperata e una fretta quasi incomprensibile, ha trasformato la questione del diritto delle donne turche osservanti di portare il velo in un caso epico di volontà politica, stringendo inoltre una dubbia alleanza temporanea con gli ultra-nazionalisti, che politicamente avevano ben poco da perdere. Ha poi offerto uno spettacolo incredibile: a soli sei mesi dalle elezioni ha cominciato a sperperare rapidamente la buona volontà dei settori “non islamisti” della società, che si stavano già gradualmente abituando a lui e soprattutto erano intenzionati a concedergli una tregua.

Il fatto è che questo non è solo un confitto kemalisti-musulmani, per citare il noto osservatore turco Mehmet Ali Birand, e non bisogna dimenticare che una parte dell'opinione pubblica turca è comprensibilmente molto preoccupata per questa situazione. E di certo c'è anche un aspetto economico, giacché il mondo degli affari e dell'industria della capitale si sente minacciato dalla marcia delle tigri dell'Anatolia da città interne come Kayseri o Malatya, che sono riserva di caccia dell'AKP.

Quando Erdogan si è messo contro le potenti istituzioni commerciali e industriali come l'Unione delle Camere e delle Borse Merci (TOBB) e l'Associazione degli Industriali e degli Imprenditori facendo arrestare il presidente della Camera di Commercio, Sinan Aygun, accusato di aver cospirato per rovesciare il governo, si è raggiunto il punto più basso. Si è capito così che Erdogan si stava inimicando troppe persone.

Il presidente della TOBB Rifat Hisarciklioglu ha osservato aspramente: "Quando andiamo a dormire non vogliamo doverci chiedere che Turchia troveremo al risveglio. Un rispettabilissimo membro della nostra comunità è stato sottoposto a un trattamento che ricorda l'epoca dei colpi di stato, e questo ci offende profondamente. Non lo approviamo”.

Paradossalmente, il principale svantaggio di Erdogan è che non si sente minacciato da un'opposizione politica credibile. I partiti politici turchi, di destra e di sinistra, godono di cattiva reputazione e scarsa credibilità per i loro infelici trascorsi di governo. La gente non ripone in essi alcuna fiducia. In queste circostanze, la moderazione politica di Erdogan dovrà essere una sua scelta, più che derivare dalla cultura politica.

Va detto che c'è sempre il potenziale rischio che Erdogan abbia la tentazione di percepire il verdetto del 30 luglio come un trionfo sugli avversari politici e sui suoi critici: kemalisti, burocrati, militari, giudici, accademici, classe media, stampa, ecc. Resta il fatto che la Turchia attraversa una fase di stallo politico, perché anche se il paese dovesse passare per altre elezioni queste non farebbero che sancire un'altra vittoria per la piattaforma politica “islamista”.

D'altro canto Erdogan è un politico scaltro. Risentirà della sfida esistenziale che l'AKP ha dovuto affrontare nelle ultime settimane. Non sarà cosa da poco se dovrà ripartire da zero, come nel 2001 quando formò l'AKP dopo anni difficili. Né potrà illudersi che il verdetto del 30 luglio significhi che l'establishment turco si è arreso. Dovrà rendersi conto che come primo ministro sarà costretto a ridefinire le proprie collaborazioni.

Il suo grande vantaggio è che resta una figura nazionale immensamente popolare tra i turchi, surclassando in questo chiunque altro. Inoltre l'economia turca è andata bene sotto il suo governo e il paese si sta arricchendo sempre più, secondo l'ultima stima del Fondo Monetario Internazionale. La politica estera turca sta procedendo ottimamente: il suo prestigio come potenza regionale è alto, grazie alle mediazioni tra i paesi vicini, ed è fonte di influenza. La Turchia ha fatto ritorno nella regione mediorientale dopo un'assenza di quasi novant'anni.

Comunque Erdogan sarà più prudente tornare al programma del primo termine e premere per le riforme in vista della futura adesione all'Unione Europea. Potrà contare sul fatto che la popolarità dell'AKP all'interno del paese e all'estero scoraggerà i kemalisti dal rovesciare il suo governo. È chiaro che per la Turchia l'epoca dei colpi di stato è finita. Una svolta importante nella trasformazione democratica del paese è stata fatta questa settimana.

La strategia di Erdogan, dunque, dovrebbe essere segnata da un ritorno al progetto di adesione all'Unione Europea e alla fase di modernità e di liberalismo politico che questa offre, cioè agli orientamenti che caratterizzavano il suo primo governo. Può sembrare una provocazione, ma perfino per l'islamismo turco e per l'AKP il progetto europeo della Turchia è stato e resta la scelta migliore.

L'integrazione della Turchia nell'Unione Europea, oltre a essere una fonte di modernizzazione e prosperità economica, aprirebbe la Turchia ai processi socio-economici europei. Gli standard dell'Unione Europea potranno rassicurare i laici preoccupati dallo spettro dell'“islamizzazione”. Nello stesso tempo, l'accesso a una politica trans-europea porterà l'AKP a confrontarsi con la cultura democratica cristiana dell'Europa, che storicamente è riuscita con successo a interiorizzare le istanze del secolarismo e a riconciliarle con la fede.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JH02Ak03.html

Articolo originale pubblicato il 2 agosto 2008

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Sunday, July 20, 2008

Tra singhiozzi e canti di guerra

Tra singhiozzi e canti di guerra

di Gilad Atzmon

Passando in rassegna i pornografici lamenti collettivi israeliani attualmente riportati dalla stampa ebraica, ho avuto la sorpresa di trovare un editoriale critico del dottor Mordechai Keidar, un accademico israeliano di destra.

“I nostri nemici”, scrive Keidar, “vedono una nazione frenetica, emotiva, lamentosa, corrotta, edonista, possessiva e liberale. Gente che agguanta e divora, gente priva di radici storiche, gente cui fa difetto l'ideologia, che è spogliata dei propri valori e manca del senso di solidarietà. Gente che si preoccupa solo del 'qui e ora', gente disposta a pagare qualsiasi prezzo senza tenere conto delle gravi conseguenze del proprio sfrenato e irresponsabile comportamento”. (Mordechai Keidar http://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-3568863,00.html).

È leggermente incoraggiante scoprire che qualcuno in Israele è in grado di capire la severità con cui è vista la realtà israeliana. Keidar riesce a comprendere quanto appaia penoso l'attuale pianto collettivo visto da fuori, e in particolare dai paesi vicini. Per quanto si possa simpatizzare con le famiglie dei soldati e il loro dolore, Regev e Goldwasser erano soldati in uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano al servizio di una forza armata molto ostile. Quando furono rapiti stavano pattugliando il conteso confine libanese. Per chi non l'avesse ancora capito, erano soldati e non “civili innocenti”. Erano teoricamente capaci di difendersi. Il caso di Gilad Shalit non è molto diverso. Shalit, che viene presentato dai media mondiali come una “vittima innocente”, faceva la guardia in un campo di concentramento israeliano, Gaza. Shalit, come Goldwasser e Regev, quando è stato catturato indossava un'uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano. Né Regev, né Goldwasser né Shalit erano vittime. Servivano tutti uno stato che impiega tattiche genocide: affama, compie operazioni di pulizia etnica e assassina chi considera proprio nemico.

Tuttavia è sempre sorprendente constatare quanto sia corta la memoria collettiva israeliana. La fallita liberazione da parte dell'Esercito di Difesa Israeliano di Regev e Goldwasser dopo l'imboscata riuscita di Hezbollah portò Israele a scatenare la Seconda Guerra del Libano. In un'azione di rappresaglia, punizione e vendetta Israele demolì le infrastrutture libanesi, distrusse le città e i villaggi del Libano meridionale e alcuni quartieri di Beirut. Uccise migliaia di civili libanesi. In qualche modo gli israeliani sono riusciti a dimenticarsene. Adesso vedono solo due bare nere. Sono riusciti perfino a ignorare il fatto di averle scambiate con 190 casse contenenti i resti di militanti di Hezbollah.

Gli israeliani hanno il dono di vedere solo se stessi. Ai loro occhi, il loro dolore è in qualche modo superiore al dolore degli altri. Ma c'è qualcosa che mi lascia perplesso. Davanti al necrofilo pianto collettivo israeliano sono confuso perfino io. Se Israele e gli israeliani riescono a riprendersi a fatica da due tragiche perdite militari israeliane, come faranno a gestire la guerra globale che insistono a voler scatenare contro l'Iran? Se non riescono a consolarsi per due bare, come si consoleranno quando Tel Aviv si trasformerà in una tomba collettiva? Perché i loro canti di guerra suggeriscono che è proprio lì che vogliono andare a parare a tutti i costi.

È abbastanza buffo che sia il dottor Keidar a suggerire una risposta: “Solo una nazione piena di convinzione ideologica, una nazione che creda profondamente nella giustezza della propria via, una nazione che senta di far parte di un processo storico, una nazione in grado di conquistare la propria sopravvivenza con il sangue, il sudore e le lacrime, solo una nazione simile può durare in Medio Oriente. Questa regione”, dice Keidar, “non ha spazio per post-ebrei che prima o poi si riveleranno i post-sionisti che sono”.

Devo ammettere che Keidar, lo zelota israeliano di destra, non ha tutti i torti. Gente che crolla davanti a due bare farebbe meglio a non scatenare un altro conflitto internazionale. Il fatto è che gli israeliani non hanno la stoffa giusta. Non sono esattamente una nazione di spartani. Amano infliggere dolore agli altri ma non sopportano l'idea di soffrire: chiaramente non sono pronti a sacrificarsi, sono un branco di codardi sconfitti. Farebbero meglio a scappare. Come scrive Keidar, la loro probabilità di sopravvivenza nella regione è pari a zero.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/18/caught-between-sobbing-and-war-chants-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Thursday, July 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Monday, July 07, 2008

Uniti da un bulldozer, di Gilad Atzmon

Uniti da un bulldozer... e io penso tra me e me

di Gilad Atzmon

Secondo Haaretz, il servizio di sicurezza Shin Bet, il Procuratore Generale Militare dell'Esercito di Difesa Israeliano, il Ministro della Difesa Barak e lo stesso Primo Ministro Olmert appoggiano tutti la demolizione delle case dei terroristi.

Non c'è molto da dire; almeno gli ebrei cominciano a essere d'accordo tra loro su qualcosa, e non solo sono d'accordo, ma gareggiano in franchezza. Vogliono tutti vincere il campionato ebraico di belligeranza. Ciascuno di loro cerca di plasmare e riplasmare un'autentica immagine di vendetta. Ammettiamolo: la compassione non è una dote molto apprezzata nello Stato ebraico.

Di fatto, è quasi divertente leggere le dichiarazioni di Olmert:

“Questo è un attacco che è venuto dall'interno di Israele contro Israele”, afferma l'osservante Primo Ministro israeliano. “Crea una serie di scenari che in passato non avremmo mai pensato di dover affrontare”. E così va avanti, e non so se mettermi a ridere o a piangere. Israele investe tante energie nella discriminazione razziale dei suoi cittadini palestinesi (che si definiscono essi stessi 'arabi israeliani' più che semplici israeliani) eppure è incapace di prevedere che un giorno tutto questo può esplodere. Comunque a un certo punto Olmert mi ha quasi sorpreso. “Noi,” dice, “abbiamo investito moltissimo nella costruzione di…” Fermi un attimo. A questo punto ho bisogno di una pausa da queste fesserie. Ho bisogno di un sorso d'acqua. Ovviamente mi aspetto che Olmert rispetti il cieco mantra della destra israeliana e dica:

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di infrastrutture, nell'istruzione e negli alloggi per gli anziani in tutti quei villaggi palestinesi e loro invece di ringraziarci vengono ad ammazzarci, quegli ingrati”.

Indovinate un po': invece mi sbaglio. Olmert non lo dice: al contrario, dice la verità. Ecco le sue parole.

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di una recinzione di sicurezza. Anche se è stata molto efficace, risulta che una recinzione non può darci la risposta al problema del terrorismo che viene dall'interno”.

Eh sì, è un'amara scoperta per gli israeliani. Quel muro di cemento da megalomani, alto 12 metri, che per qualche motivo loro chiamano “recinzione”, non li ha salvati. Non ha dato loro la sicurezza. Trasformare Gaza in un campo di concentramento non ha neanche salvato Sderot e Ashkelon dai razzi Qassam. Non ci vuole un genio per intuire che quando la “recinzione” sarà completata Herzeliya, Ramat Asharon e Tel Aviv subiranno lo stesso destino. Israele farebbe meglio a prepararsi a costruire un bel tetto di cemento sulle sue aree abitate. Essendo sensibile al poetico uso delle parole degli israeliani, immagino già che il nome di quel muro sarà tipo “nuvola di difesa”, “soffitto di sicurezza” o addirittura “arcobaleno di cemento”.

Bisogna però riconoscere che alcuni non sono totalmente d'accordo con Olmert. Per esempio il Vice Premier con precedenti per stupro Haim Ramon (Kadima), il quale giovedì mattina ha detto alla Radio dell'Esercito che Israele dovrebbe trattare i quartieri di Gerusalemme Est di Jabel Mukaber e Zur Baher come villaggi palestinesi e privare dello status di residenti coloro che ci vivono.

Per chi non lo sapesse, lo Stupratore Vice Premier Ramon è il grande artefice della cosiddetta “recinzione di sicurezza”. Pare che ora voglia modificare la sua sinistra idea originale. Ora suggerisce di trasformare quel noioso muro di sicurezza di cemento in una struttura elastica dietro alla quale rinchiudere gli “arabi cattivi”. Se un “arabo” fa il cattivello o si limita a vivere accanto a un arabo cattivello, mettiamo un intero villaggio dietro al muro o priviamo tutti i suoi abitanti della residenza.

Lo Stato ebraico sta davvero diventando sempre più dinamico e innovativo con i suoi nuovi ghetti recintati da muri e le sue imbattibili misure di discriminazione razziale.

Ecco le parole di Ramon:

“Uno dei principali motivi per cui l'attacco di ieri è stato messo in atto con tanta facilità è che ci sono dei villaggi palestinesi che per qualche ragione sono chiamati Gerusalemme... Vanno trattati come trattiamo Ramallah, Betlemme, Jenin e Nablus… Questi sono villaggi palestinesi che non hanno mai fatto parte di Gerusalemnne, sono stati annessi alla città nel 1967. Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Questo dice tutto: “Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Nessuno sa definire il sentimento giudeocentrico meglio di Ramon. La cittadinanza di un palestinese che apparentemente possiede una carta di identità israeliana dovrebbe essere definita dalla sua importanza agli occhi di un ebreo israeliano. Secondo Ramon, se un “israeliano” non visita un villaggio arabo il villaggio va messo dietro un muro. Ci si potrebbe chiedere: e i villaggi palestinesi dentro Israele che non si trovano nelle vicinanze del muro ma non vengono comunque visitati da israeliani? Se aspettiamo un po', gli israeliani vorranno epurarli o circondarli di recinzioni.

Il messaggio è chiaro. Gli israeliani sono davvero uniti, ed è bene che lo siano così tanto perché questo ci permette di capire cos'è veramente lo Stato ebraico. Purtroppo nella società israeliana non c'è un vero interlocutore che sia favorevole alla pace. La soluzione dei due stati è un sogno bagnato, e l'unico stato non è una soluzione. È destinato a realizzarsi per motivi concreti, per quella che è nota come l'arma definitiva palestinese: la cosiddetta bomba demografica.

Lo Stato ebraico è nella sua estrema fase di declino. A quanto pare i suoi capi non tentano più di nascondere i loro peccati. Sarà il livello di malvagità che praticano quotidianamente a consumarli prima di qualsiasi altra cosa. Una cultura che si alimenta di odio e di vendetta è destinata a sbriciolarsi. Non resta che mantenere alta la pressione e smascherare loro e quelli tra di noi che li appoggiano.

Purtroppo, e questa sì che è una tragedia, i palestinesi sono in prima linea nella battaglia decisiva per un mondo migliore. I palestinesi sono rimasti intrappolati nello scontro con un'identità nazionale ebraica psicotica, allucinatoria, assetata di sangue ed egocentrica che non conosce la pietà.

Oggi che Israele e i suoi gruppi di pressione fanno chiaramente di tutto per trascinarci in una terza guerra mondiale, schierarci con la Palestina è il minimo che possiamo fare. Per come stanno le cose, una piccola e coraggiosa nazione sta affrontando completamente da sola quello che sembra essere il più grande nemico della pace: Israele. Dolorosa e struggente, la battaglia palestinese è la nostra battaglia. Liberare la Palestina significa salvare l'umanità.

Seconda parte: e io penso tra me e me...
Ecco un piccolo aneddoto a cui ho pensato in questi ultimi due giorni.

Tenendo conto del fatto che non una sola organizzazione militante palestinese ha rivendicato il fatto del bulldozer di due giorni fa [quando un palestinese si è lanciato con un bulldozer contro un autobus, N.d.T.], mi chiedo come gli israeliani possano essere così sicuri che si sia trattato di un attentato terroristico.

Potrebbe anche essere che il tizio fosse un po' matto, forse aveva appena litigato con la moglie o aveva avuto un diverbio con il suo datore di lavoro israeliano che l'aveva fatto schizzare.

Direi che per poter dichiarare che un incidente è un attentato terroristico si debba prima individuare un movente o uno scenario terroristico. Senza individuare questo movente siamo destinati ad ammettere che abbiamo a che fare con un crimine che va investigato. Dovremmo dunque impedirci di saltare alle conclusioni.

Gli israeliani invece sembrano parecchio convinti. Per loro non c'è un solo dubbio che l'uomo del bulldozer fosse nientemeno che un terrorista assassino.

Per gli israeliani un evento diventa un atto terroristico non appena un ebreo viene terrorizzato (idealmente da un gentile, ma non necessariamente).

Qui però c'è la parte più spaventosa.

Visto che ogni ebreo di questo pianeta può essere potenzialmente terrorizzato praticamente da tutto e da tutti, siamo condannati ad ammettere che per quanto riguarda gli ebrei l'universo e tutti i suoi abitanti possono essere considerati dei potenziali terroristi. Nella misura in cui il surriscaldamento globale e il cancro possono terrorizzare alcuni ebrei, tutti noi siamo potenziali terroristi solo per il fatto di esistere e di gridare la verità.

Tenendo conto delle parole di Olmert e delle sue squadre di demolizione, suggerisco di prepararci tutti alla demolizione delle nostre case. Se saremo fortunati, finiremo semplicemente per essere circondati da una “recinzione di sicurezza” modello Haim Ramon.

Bisogna dire la verità. Prima dell'emancipazione degli ebrei erano loro che si chiudevano volontariamente dietro dei muri; grazie all'ascesa dell'onnipotente superpotenza israeliana, adesso sono gli ebrei (israeliani) che rinchiudono i gentili (palestinesi) dietro dei muri contro la loro volontà. Dal punto di vista del nazionalismo ebraico, questo cambiamento è un importante successo.

Faremmo bene a ricordare che l'arsenale atomico israeliano, costituito da centinaia di bombe nucleari, non ha fini decorativi né umanitari. Se nel primo atto compare un'arma nucleare, prima dell'ultimo atto quell'arma è destinata ad esplodere. Se non l'avete ancora capito, ne hanno preparate abbastanza per tutti noi. E ovviamente una ragione c'è.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/07/04/united-by-a-bulldozer-and-i-think-to-myself-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, July 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/