lunedì, ottobre 12, 2009

Il Nobel, Obama™ e il Presidente

Il Nobel, Obama™ e il Presidente

di Gilad Atzmon

È stata una decisione giusta assegnare a Obama il premio Nobel per la Pace? L'opinione pubblica è divisa. Anzi, praticamente tutti quelli che mi circondano sono indignati, “quale pace?” dicono, e l'Iraq, l'Afghanistan, Guantanamo Bay, la Palestina? Siamo stufi di promesse, insistono. Il Comitato per il premio Nobel ha “sottolineato gli sforzi di Obama nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli, nel creare legami con il mondo musulmano, nell'agire in favore di un mondo senza armi nucleari e nella sfida ai cambiamenti climatici”. Chi resta scettico nei confronti di Obama sottolinea che si tratta solo di “vuota retorica”, di “aria fritta”. “Vogliamo vedere delle azioni, chiediamo fatti concreti”.

Chi mantiene un atteggiamento critico nei confronti di Obama esprime delle considerazioni giuste, ma per qualche ragione sembra non comprendere la distinzione tra il marchio “Obama™” e il “Presidente Obama”. Obama™ sta dalla parte della speranza e dell'umanesimo. Tende a dire le cose giuste al momento giusto. È eticamente consapevole. Fa occasionalmente ricorso alla ragione e riesce perfino abbastanza spesso a dire cose sensate. Obama™ è, senza dubbio, una boccata d'aria fresca nel clima politico occidentale.

Ma “il Presidente Obama” è tutta un'altra storia: si muove a fatica, non risponde alle aspettative, non mantiene le promesse. Dice una cosa e fa il suo contrario. Il “Presidente Obama” è un politico, e i politici sono condizionatamente inaffidabili.

L'incapacità di Obama di fondere il “Marchio” e il “Presidente” in una realtà etica senza soluzione di continuità è di fatto una tragedia colossale. Ma non è solo la tragedia di Obama, è anche un disastro per noi. Mentre Obama™ riesce a diffondere rallegranti dichiarazioni umaniste e universali, il “Presidente” si trova attualmente intrappolato da alcuni dei più pericolosi guardiani del Sionismo. “Il Presidente Obama” deve ancora saldare il debito contratto con le persone che gli hanno messo in mano le chiavi della Casa Bianca. In altre parole deve tenere tranquilli molti sionisti e la banda di rabbiosi Sayanim* che è riuscita a invadere il suo ufficio. In una certa misura, l'incapacità di Obama di stabilire un'adeguata continuità tra il “Marchio” e il “Presidente” è legata all'impraticabilità di un continuum tra umanesimo e Sionismo.

Purtroppo nel pensiero progressista occidentale non esistono ovvi strumenti politici con cui far fronte alle lobby sioniste e ai loro infiltrati nelle amministrazioni americane e nelle democrazie occidentali. Catastroficamente, non ci sono i mezzi pratici o politici per impedire ai Wolfowitz di trascinarci in un'altra guerra illegale e genocida. Come negli Stati Uniti, neanche nella politica e nei media britannici esiste qualcuno che sia abbastanza coraggioso da soffermarsi sugli stretti legami tra il governo di Blair e i principali responsabili della raccolta di fondi per il suo partito all'epoca in cui la Gran Bretagna fu coinvolta in una guerra sionista illegale contro l'Iraq. L'Occidente in generale e l'Impero Anglofono in particolare hanno perso il loro istinto di sopravvivenza. Sarebbe corretto affermare che il pensiero progressista successivo alla seconda guerra mondiale è privo di un apparato politico che possa difenderci dall'infiltrazione degli interessi stranieri sionisti. Non facciamo tempo a convincerci che siamo riusciti a mettere a tacere un Wolfowitz che spuntano cinque Rahm Emanuel.

È proprio qui che entra in gioco il premio Nobel per la Pace. Invece di aspettare che Obama lanciasse un'altra guerra sionista, invece di lasciarlo bombardare l'Iran per rendere “più sicuro” Israele, il Comitato per il Nobel lo ha fiduciosamente tirato dentro: gli ha assegnato il riconoscimento maggiore proprio all'inizio del suo mandato presidenziale. Lo ha fondamentalmente legato al suo “Marchio” e a tutto ciò che porta con sé: speranza, umanesimo, armonia e riconciliazione. Gli ha detto, “senta, Signor Presidente, eccole il suo trofeo; se lo accetta potrà dover dire 'no' ai suoi sionisti, perché la gente premiata per la pace non può dichiarare guerre.” Per perseguire la pace Obama dovrà forse attuare strategie alternative a quella di uccidere musulmani. Il tempo ci dirà se la scommessa del Comitato per il Nobel sia giustificata. Nel frattempo dovremmo riconoscere che il Comitato ha offerto a Obama un'occasione per riunire il “Marchio” e il “Presidente” in una dignitosa e coerente posizione etica. Speriamo che raccolga la sfida.

Per quanto concerne il Comitato per il Nobel, questa è probabilmente la cosa più intelligente che potesse fare. Avrebbe dovuto pensarci molto tempo fa. Invece di perdere tempo avrebbe dovuto premiare Blair e Bush proprio all'inizio dei loro mandati. Avrebbe salvato le vite di milioni di iracheni e di afghani. Avrebbe anche dovuto prendere in considerazione Shimon Peres già negli anni Cinquanta, impedendogli magari di costruire il reattore nucleare di Dimona per poi trasformarlo in un terminator sionista. Henry Kissinger? Stessa cosa, avrebbe dovuto premiarlo già in occasione del Brit Milà (la circoncisione) quando aveva appena otto anni. Milioni di persone, forse, ne avrebbero avuto salva la vita.

Il Nobel per la Pace dovrebbe essere usato come strumento preventivo. Invece di sprecarlo con noiosi umanisti e tediosi pacifisti che si limitano a rendere il mondo più bello, dovremmo impiegarlo meglio come misura preventiva. Negli affari mondiali costringerebbe a impegnarsi per la pace, sventando il rischio di altre guerre sioniste.

Se la mia valutazione è giusta, il premio Nobel per la pace serve ad aiutare Obama™ a resistere alle pressioni cui è sottoposto “Obama il Presidente”, intrappolato dalla sua cerchia neoconservatrice-sionista.

* Ebrei residenti all'estero che collaborano con il Mossad o servono interessi israeliani e sionisti.

Originale: l'autore - The Nobel Prize, the Brand and the President

Articolo originale pubblicato l'11/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Ques
to articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 10, 2009

L'articolo di Jonathan Cook sul traffico d'organi israeliano e la sua corrispondenza con il Guardian

Il patologo dimenticato da Aftonbladet

di Jonathan Cook

L'agitazione delle autorità israeliane [1] per un articolo pubblicato lo scorso mese da un giornale svedese [2] che suggeriva la complicità dell'esercito israeliano nel furto di organi palestinesi ha distolto l'attenzione dalle inquietanti accuse lanciate dalle famiglie palestinesi, accuse su cui si fondava l'assunto centrale dell'articolo.

I timori dei familiari che ai loro congiunti, uccisi dall'esercito israeliano, fossero stati sottratti degli organi durante autopsie non autorizzate eseguite in Israele sono stati messi in ombra dagli attacchi contro il giornalista Donald Boström, il giornale Aftonbladet e il popolo e il governo svedesi, accusati di riproporre in chiave moderna l'“oltraggio del sangue” [i racconti infamanti, diffusi nel Medioevo e ampiamente confutati, secondo i quali gli ebrei uccidevano per poi usare il sangue delle vittime a scopi rituali, N.d.T.]

Non ho idea se questa storia sia vera. Come la maggioranza dei giornalisti che lavorano in Israele e in Palestina, avevo già sentito queste voci. Prima che Boström scrivesse il suo articolo nessun giornalista occidentale, per quanto ne so, aveva deciso di indagare sulla vicenda. Dopo tanti anni, la convinzione dei giornalisti era che vi fossero ben poche speranze di trovare le prove, a meno che non si riesumassero letteralmente i corpi. Non c'è dubbio che siano stati scoraggiati anche dall'inevitabile accusa di antisemitismo che questo genere di articoli è destinato ad attirarsi.

Ciò che rende sorprendente questa storia è che le famiglie coinvolte non siano mai state ascoltate alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, durante la prima intifada, epoca alla quale risale la maggior parte di queste notizie, e si vedano ancora oggi negare il diritto di esprimere le loro preoccupazioni.

La suscettibilità di Israele alle accuse di furto d'organi – o “prelievo”, come molti osservatori definiscono timidamente la pratica – sembra avere la meglio sulle sincere preoccupazioni delle famiglie riguardo possibili abusi compiuti sui loro cari.

Boström è stato molto criticato per le deboli prove che ha fornito a sostegno della sua incendiaria storia. Di certo c'è molto da criticare nel modo in cui l'articolo è stato presentato dal giornalista e dalla sua testata.

Ma soprattutto Boström e l'Aftonbladet si sono esposti alle accuse di antisemitismo – almeno da parte di quei rappresentanti della dirigenza israeliana ansiosi di seminare discordia – facendo un grave errore di giudizio.

Hanno intorbidito le acque cercando di tracciare un esile collegamento tra le accuse delle famiglie palestinesi riguardanti un possibile furto d'organi compiuto durante autopsie non autorizzate e un fatto del tutto distinto, cioè la recente notizia dell'arresto di un gruppo di ebrei statunitensi per riciclaggio di denaro sporco e traffico d'organi umani. [3]

Facendo quel collegamento, Boström e l'Aftonbladet suggerivano che il problema del furto di organi persiste, mentre gli esempi forniti risalgono ai primi anni Novanta. Facevano inoltre intendere, intenzionalmente o no, che presunti abusi commessi dall'esercito israeliano potevano essere attribuiti, estrapolando, più in generale agli ebrei.

Il giornalista svedese invece avrebbe dovuto concentrarsi sulla valida questione sollevata dalle famiglie svedesi sul perché l'esercito israeliano, per sua stessa ammissione, avesse portato via i corpi di decine di palestinesi uccisi dai suoi soldati, consentito che su di essi fossero eseguite autopsie senza il consenso delle famiglie e poi restituito i corpi perché fossero seppelliti in cerimonie strettamente sorvegliate.

L'articolo di Boström poneva in evidenza il caso di un palestinese, il diciannovenne Bilal Ahmed Ghanan, del villaggio di Imatin nel nord della Cisgiordania, ucciso nel 1992. L'articolo era accompagnato da una fotografia sconvolgente del corpo ricucito di Bilal. [4]

Boström ha detto ai media israeliani di essere a conoscenza di almeno venti casi di famiglie che sostengono che i corpi dei loro cari sono stati restituiti privi di organi, [5] malgrado non abbia chiarito se alcuni di questi casi risalgano a tempi più recenti.

Boström afferma che nel 1992, l'anno in questione, l'esercito israeliano ammise di avere portato via e sottoposto ad autopsia 69 dei 133 palestinesi morti per cause non naturali. L'esercito non ha smentito questa parte dell'articolo.

Una giustificata domanda posta dai familiari e rilanciata da Boström è: perché l'esercito voleva quelle autopsie? A meno che non si possa dimostrare che intendeva condurre delle indagini su quelle morti – e apparentemente nulla indica che l'abbia fatto – le autopsie erano inutili.

Anzi, erano più che inutili. Erano controproducenti, se ipotizziamo che l'esercito non abbia alcun interesse a raccogliere prove che in futuro potrebbero essere usate per perseguire i suoi soldati per crimini di guerra. Israele ha una lunga esperienza nel mettere a tacere le indagini sulla morte di palestinesi per mano dei suoi soldati, e ha tenuto fede a quell'ignobile tradizione anche all'indomani della recente offensiva di Gaza.

Motivo di preoccupazione ancora maggiore per le famiglie palestinesi è il fatto che più o meno all'epoca in cui i corpi dei loro cari furono portati via dall'esercito per essere sottoposti ad autopsia, l'unico istituto in Israele a eseguire queste autopsie, l'ospedale di Abu Kabir, nei pressi di Tel Aviv, era quasi certamente al centro di un traffico d'organi destinato a fare scandalo in Israele.

È anche inquietante che il dottore che stava dietro il furto di organi umani, il Professor Yehuda Hiss, nominato direttore dell'ospedale di Abu Kabir alla fine degli anni Ottanta, non sia mai stato arrestato malgrado abbia confessato il prelievo illegale d'organi e continui a essere patologo di Stato in quell'istituto.

Hiss era il responsabile delle autopsie sui palestinesi quando Boström nel 1992 raccoglieva le testimonianze delle famiglie. Fu poi indagato due volte, nel 2002 e nel 2005, per furto di organi su vasta scala.

La responsabilità di Hiss nel commercio illegale d’organi fu rivelata per la prima volta nel 2000 dai giornalisti investigativi del quotidiano Yediot Aharonot, i quali scrissero che aveva dei veri e propri “listini dei prezzi” per gli organi e che li vendeva soprattutto alle università e agli istituti di medicina israeliani. [6]

Apparentemente imperterrito nonostante le rivelazioni, Hiss fu trovato ancora in possesso di organi umani a Abu Kabir quando il tribunale israeliano ordinò una perquisizione, nel 2002. L'Israel National News, l'agenzia di stampa nazionale, riferì allora: “Negli ultimi anni, pare che i capi dell'istituto abbiano ceduto alla ricerca migliaia di organi senza autorizzazione, mantenendo un 'magazzino' di organi ad Abu Kabir”. [7]

Hiss non negò il prelievo di organi, ammettendo che appartenevano a soldati uccisi in azione ed erano stati passati alle scuole di medicina e agli ospedali per favorire il progresso della ricerca scientifica. È però comprensibile che le famiglie palestinesi trovino insoddisfacente la spiegazione di Hiss. Se era giunto a non rispettare i desideri della famiglia di un soldato, cosa gli impediva di fare altrettanto con le famiglie palestinesi?

A Hiss fu consentito di continuare a svolgere il suo incarico di direttore di Abu Kabir fino al 2005, quando riemersero le accuse di commercio illegale d'organi. In quel caso Hiss ammise di avere prelevato organi da 125 cadaveri senza autorizzazione. Dopo il patteggiamento, il procuratore generale decise di far cadere le accuse e Hiss fu semplicemente ammonito. [8] Ha continuato a lavorare come capo patologo ad Abu Kabir.

Andrebbe anche notato, come evidenzia Boström, che all'inizio degli anni Novanta Israele soffriva di una grave penuria di donazioni, al punto che Ehud Olmert, all'epoca ministro della sanità, lanciò una campagna pubblica per incoraggiare gli israeliani a farsi avanti.

Questo spiega forse le azioni di Hiss: potrebbe aver cercato di rimediare alla mancanza di organi.

Date le informazioni di cui siamo a conoscenza, dev'esserci almeno un forte sospetto che Hiss abbia prelevato organi senza autorizzazione da alcuni palestinesi sottoposti ad autopsia. La questione, come il possibile ruolo dell'esercito nel fornirgli i cadaveri, va indagata.

Hiss è anche coinvolto in un vecchio e irrisolto scandalo che risale agli anni Cinquanta, quando i figli di ebrei immigrati di recente in Israele dallo Yemen furono adottati da coppie ashkenazite dopo che ai veri genitori fu detto che il loro figlio era morto, solitamente dopo un ricovero ospedaliero.

Dopo un iniziale insabbiamento, i genitori yemeniti continuarono a esigere risposte dallo Stato e costrinsero le autorità a riaprire il caso. [9] Le famiglie palestinesi meritano che venga fatto lo stesso.

Diversamente dai genitori yemeniti, però, le loro possibilità di ottenere delle indagini più o meno trasparenti sembrano del tutto prive di speranza.

Quando le richieste di giustizia dei palestinesi non sono supportate dalle indagini dei giornalisti o dalle proteste della comunità internazionale, Israele può tranquillamente permettersi di ignorarle.

Vale la pena di ricordare al proposito il costante ritornello dei pacifisti israeliani, secondo i quali la brutale, quarantennale occupazione dei palestinesi ha profondamente corrotto la società israeliana.

Quando l'esercito gode di un potere irresponsabile, come facciamo noi e i palestinesi a conoscere il grado di impunità dei soldati in condizioni di occupazione? Quali sono i limiti in vigore che permettono di prevenire gli abusi? E chi li richiama se commettono dei crimini?

E ancora, quando i politici israeliani sono solo capaci di strillare “accusa del sangue” o “antisemitismo” non appena vengono criticati, danneggiando la reputazione di coloro che accusano, quale incentivo hanno ad avviare indagini che possono danneggiare loro o le istituzioni cui sovrintendono? Che motivo hanno di essere onesti quando possono intimidire e costringere al silenzio chi li critica, senza rischiare nulla?

È questo il significato dell'espressione “Il potere corrompe”, e i politici e i soldati israeliani, e almeno un patologo, hanno evidentemente troppo potere, soprattutto sui palestinesi sottoposti a occupazione.


Note:

[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1109437.html

[2] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8390&lg=en

[3] http://www.slate.com/id/2223559/

[4] http://www.aftonbladet.se/kultur/article5652583.ab

[5] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3766093,00.html

[6] http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?artid=1173179

[7] http://www.israelfaxx.com/webarchive/2002/01/2fax0104.html

[8] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/90518

[9] http://www.independent.co.uk/news/world/israel-seeks-lost-children-of-yemen-exodus-1318037.html


Il Guardian dimostra di cosa è capace
Breve corrispondenza con la curatrice della sezione Comment is Free
di Jonathan Cook, 4 settembre 2009

I giornalisti progressisti dei media dominanti si indignano sempre quando si insinua che i loro articoli o le loro considerazioni sono in qualche modo influenzati dalla minaccia di ritorsione da parte dei poteri forti. Nelle facoltà di giornalismo si insegna che nelle democrazie occidentali i giornalisti dei giornali seri cercano la verità e, con l'eccezione di qualche mela marcia, si rifiutano di sottomettersi alle intimidazioni. Israele offre qui l'occasione per fare un interessante riscontro.

In realtà, la paura di essere etichettati antisemiti è per la maggior parte dei giornalisti un potente elemento dissuasivo quando si tratta di criticare aspramente Israele. Israele e i suoi sostenitori sono ben consapevoli del loro potere, e quando i media dominanti si permettono di sollevare questioni che Israele preferirebbe evitare saltano loro addosso dispensando irresponsabilmente l'accusa di antisemitismo. L'orchestrato furore con cui è stato accolto l'articolo del quotidiano svedese Aftonbladet nell'agosto 2009 sul possibile coinvolgimento dell'esercito israeliano nel furto d'organi serviva proprio a ricordare agli altri media di non fare lo stesso errore.

La vera lezione che i giornalisti dovevano imparare dalla disputa sull'articolo del giornale svedese era che, quando si scrive con toni critici di Israele, bisogna essere certi di esaminare approfonditamente l'argomento, avere prove certe e non spingere le argomentazioni oltre i limiti di ciò che è ragionevolmente possibile arguire. Si tratta di principi che dovrebbero guidare tutti i giornalisti (e che in questo caso Aftonbladet ha trascurato di rispettare), anche se sono requisiti più impegnativi di quelli che ci si aspetta scrivendo della maggior parte degli altri paesi. Basti pensare, per esempio, quanto i giornalisti occidentali esiterebbero a seguire una storia che coinvolgesse lo Stato venezuelano nel traffico d'organi di contadini, perfino se Hugo Chavez esprimesse la propria furibonda indignazione al proposito.

Purtroppo, però, la vera lezione del caso Aftonbladet, quella apparentemente diretta ai nostri media e da essi assimilata, è di stare zitti su temi capaci di far infuriare Israele.

Una settimana dopo aver sottoposto un articolo di commento alla storia di Aftonbladet alla sezione Comment is Free del Guardian, il suo redattore esecutivo Georgina Henry l'ha respinto. Il suo ragionamento, almeno per un ex giornalista del Guardian come me che ha lavorato per molti anni agli esteri, è parso più che strano e non si intonava con i criteri usati abitualmente dal giornale per valutare una notizia o un articolo d'opinione. Brian Whitaker, che aveva ricevuto per primo il pezzo ed è l'ex responsabile per il Medio Oriente, lo aveva chiaramente gradito e mi aveva detto “intendiamo usarlo”. Ma accennando a dei dubbi sul fatto che il suo giudizio si accordasse con quello dei responsabili del sito, mi avvertì che l'argomento era “una patata bollente” e per la decisione si sarebbe dovuto attendere perché “un paio di persone sono in vacanza”.

Sconcertato dalla spiegazione fornita dalla Henry nella sua email di rifiuto, ho avviato una corrispondenza con lei. La sua iniziale disponibilità a rispondere, apparentemente generosa, era in realtà motivata, sospetto, dalla necessità di persuadere me, ex giornalista del Guardian, e se stessa che stava facendo una cosa ragionevole respingendo il mio articolo. La mia educata ma irritante insinuazione che le sue parole implicassero che stava respingendo il pezzo non per ragioni pertinenti ma per paura delle attese ritorsioni, come pure il mio chiederle di spiegarmi quali fatti richiedessero una “verifica indipendente al 100%” (richiesta molto insolita per un articolo d'opinione), l'anno presto portata a chiudere la discussione.

Il carteggio offre, credo, alcune interessanti spunti per comprendere le illusioni di molti dei nostri maggiori giornalisti progressisti, che hanno disperatamente bisogno di credersi, come dicono, impavidi nella loro ricerca della verità.

L'intero carteggio si è svolto in 90 minuti, la sera del 3 settembre.

Georgina Henry: “Desolata per il ritardo della mia risposta. Mi dispiace, ma non lo pubblicherò su Comment is Free – sono riluttante a pubblicare qualcosa che sarebbe meglio trattare come notizia che come commento, che il nostro corrispondente dal Medio Oriente non ha verificato, su un tema sensibile e dibattuto come questo. Come sa, abbiamo anche pubblicato il commento di Seth Freedman sull'articolo del giornale svedese, dunque sul sito c'è già stata tutta una discussione. Spiacente di non poter essere più utile.”

Notate già qui, e in seguito nelle sue email, i riferimenti alla pubblicazione su Comment is Free di un articolo di Seth Freedman sulla questione del furto di organi (che può essere letto qui). Dovrebbe servire da prova decisiva e perentoria del fatto che non ha “paura” della lobby israeliana e di potenziali accuse di antisemitismo. Vuole far capire che lei e Comment is Free hanno preso una decisione coraggiosa pubblicando il pezzo di Freedman – o forse anche solo un articolo sulla questione. Ma obiettivamente per loro era l'alternativa più semplice. Pubblicare l'articolo di un ebreo che vive in Israele e che regolarmente dice di essere stato nell'esercito israeliano, nel quale sta scritto che il pezzo svedese era insensato e un esempio di cattivo giornalismo ma che le accuse di antisemitismo della dirigenza israeliana erano ingiuste e controproducenti, non equivale certo a prendere una decisione audace o coraggiosa.

Jonathan Cook: “Ovviamente la tua posizione è inamovibile, ma le tue spiegazioni mi sembrano molto strane. Nell'articolo di Seth Freedman e nel dibattito tra i lettori di Comment is Free non si è discusso assolutamente delle prove di un possibile coinvolgimento nel furto d'organi palestinesi del Professor Yehuda Hiss [Direttore di Patologia in Israele] – e cioè l'importante contributo a questo dibattito fornito dal mio articolo. E per quanto riguarda l'osservazione che sarebbe stato meglio trattare l'articolo come una notizia, come era possibile? La “notizia” che ricollega a Hiss il furto d'organi è di diversi anni fa (anche se allora fu ampiamente ignorata) e non avrebbe assolutamente interesse per un redattore degli esteri. Inoltre collegare Hiss a quella storia richiede un certo grado di speculazione, anche se informata: e questa, accettabile in un commento, non è certo lo standard delle pagine di cronaca.

“Per quanto riguarda il fatto che si tratta di un tema sensibile e dibattuto, be', la questione è proprio questa, no? Sto cercando di mettere in chiaro il punto del contendere. Per “sensibile” ipotizzo che voglia dire che la suscettibilità di Israele che ci costringe a mantenere chiuso il dibattito l'ha vinta sulla suscettibilità delle famiglie palestinesi che aspettano da due decenni delle risposte su ciò che è accaduto ai loro cari. È sempre stato così”.

Georgina Henry: “È un tema sensibile perché richiede la certezza al 100% da parte nostra che terrà testa a un attento scrutinio. Sarà il primo a convenire che qualsiasi cosa scriva sarà setacciata minuziosamente dai sostenitori di Israele alla ricerca di prove di pregiudizio o antisemitismo. Per questo motivo tutto ciò che riguarda questa storia dovrebbe essere verificato indipendentemente da un giornalista del Guardian e io a Comment is Free non ho le risorse per farlo. Posso, come ho detto, metterla in contatto con Rory McCarthy, il nostro corrispondente a Gerusalemme, attraverso la redazione degli esteri.

“La prego di non saltare ad altre conclusioni come i peggiori complottisti che affollano i commenti agli articoli su I[sraele]/P[alestina] che pubblichiamo. Non penso proprio che possa accusare il Guardian o Comment is free di sottrarsi agli argomenti controversi”.

Di fatto, potrei davvero fare quest'accusa, ma teniamocela per un'altra volta e continuiamo a ragionare. È interessante che ora Henry sembri suggerire che sta facendo tutto questo per me, visto che ciò che scrivo sarà sottoposto a scrutinio dai sostenitori di Israele. Perché è più preoccupata per la mia reputazione di quanto lo sia io? Inoltre, i suoi commenti suggeriscono ancora una volta che le sue argomentazioni siano dettate dalla paura delle conseguenze.

Jonathan Cook: “A proposito del fatto che sarei sottoposto ad attento scrutinio, è per questo che ho incluso i link agli articoli pubblicati sui media israeliani. Il coinvolgimento di Yehuda Hiss nel furto d'organi è un fatto inconfutabile, benché all'epoca fosse stato seguito pochissimo dai media. Curiosamente, anche se la notizia venne riferita da Haaretz e altri, l'Israel National News – il servizio di informazione dei coloni – le dedicò massimo spazio perché si riteneva che Hiss avesse violato la santità del corpo ebraico, per quanto riguarda gli ebrei religiosi, avendo prelevato organi da ebrei prima della sepoltura.

“Il motto di Comment is Free è 'I fatti sono sacri, i commenti sono liberi'. Ecco perché mi sono attenuto molto rigidamente ai fatti riportati, facilmente verificabili leggendo i link che rimandano a fonti israeliane, e ho fatto l'ipotesi più prudente possibile: che siano ragionevoli le domande su ciò che è accaduto ai corpi quando sono stati sottoposti ad autopsia; che le famiglie [palestinesi] meritino risposte; ma che non le riceveranno a causa dei rapporti di forza sotto l'occupazione. (A proposito, e non senza ironia, ho anche cercato di dire che spesso noi giornalisti veniamo meno al nostro dovere nei confronti dei palestinesi di indagare sulle loro accuse, in questo e in altri casi, perché siamo più preoccupati per la reazione di Israele che per i loro diritti).

“Inoltre penso che l'allusione a un mio ipotetico complottismo è infondata e fuori luogo. Dal mio punto di vista, quello che succede qui è che Comment is Free sta scegliendo la strada più facile, evitando di finire in una disputa che ha già coinvolto un altro giornale, e scegliendo di distogliere lo sguardo da una questione che riguarda i diritti umani dei palestinesi. Senza dubbio è soprattutto questo il motivo per cui Netanyahu e Lieberman sono saltati addosso ad Aftonbladet ”.

Georgina Henry: “La sua conclusione è sbagliata, in realtà. Se volessi evitare la rissa non avrei pubblicato l'articolo di Seth. Ma non importa: come tanta altra gente con cui ho a che fare attraverso Comment is Free lei si è già fatto un'idea dei miei motivi e non vale la pena di continuare questa corrispondenza.

“La realtà è che su questa storia voglio una verifica indipendente di un giornalista del Guardian su ciò che lei ha scritto, e non ho, a Comment is Free, le risorse per questo. Sono ancora convinta che sia più un tema da affidare agli esteri, dunque contatti il reparto esteri del giornale”.

Così pone fine alla discussione, ma non prima di essersi lavata la coscienza riproponendo il suggerimento che avevo già giudicato impraticabile: riscrivere il pezzo come una notizia di cronaca. Anche l'argomento della verifica è un falso pretesto.

Jonathan Cook: “Non mi sono fatto un'idea: me l'ha detto lei. Questo articolo sarà sottoposto ad attento scrutinio (a causa della lobby israeliana e delle sue intimidazioni) e dunque lei ha bisogno di applicare un certo standard – una verifica indipendente al 100% – prima di pubblicare il mio commento sulla questione. Se questi standard venissero applicati ad altri temi su Comment is Free, sul sito non verrebbe pubblicato niente. Si può fare solo una ragionevole deduzione dalle sue affermazioni: che lei pensa che questa sia una materia troppo spinosa. Se riesce a offrirmi un'altra interpretazione ragionevole sarò lieto di ascoltarla.

“Avrebbe invece potuto dirmi quali fatti necessitavano di verifica malgrado i link ad affermate fonti israeliane che ho fornito. In tal caso avrei potuto vedere se fosse possibile fornire prove soddisfacenti. Il fatto è che sto cercando io stesso di capire quale sia il problema. È su tutti i media israeliani la notizia che Hiss ha confessato il furto d'organi su vastissima scala, e che era il patologo di Abu Kabir negli anni Novanta. L'esercito ha ammesso con Aftonbladet, e nessuno ha detto il contrario in tutta la controversia su questa storia, le molte autopsie effettuate sui palestinesi all'inizio degli anni Novanta. È ampiamente riferito dai media israeliani che tutte queste autopsie venivano effettuate ad Abu Kabir, dove Hiss era patologo (Rory può confermarglielo in un minuto). Tutto il resto è costituito da educate e informate ipotesi e opinioni, che per definizione non possono essere verificate.

“Bisognerebbe inoltre osservare che, anche a proposito dei 'fatti' inclusi in questo articolo, non è necessario che siano dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio. Mi baso su notizie credibili fornite da fondate fonti israeliani su quello che è accaduto in un'indagine di polizia. (Il genere di prove che i giornalisti del Guardian usano ogni giorno per scrivere le loro notizie, peraltro.) Nel caso altamente improbabile che qualcuna di queste notizie risulti dopo tanti anni errata, questo non danneggerebbe né la mia reputazione né quella di Comment is Free. Comunque avremmo espresso un'argomentazione ragionevole – che le plausibili accuse delle famiglie necessitano di essere investigate – basata in buona fede sulle prove credibili a disposizione.

“Il mio problema con la sua risposta è che lei applica un'irragionevole soglia di dimostrabilità alla questione, una soglia che un articolo di commento non potrebbe mai raggiungere”.

Henry non ha più risposto. Paradossalmente, poco tempo dopo, Forward, il giornale dell'establishment ebraico americano, ha pubblicato un articolo che conferma tutti i fatti che secondo Henry necessitavano di verifica.

Originale da: CounterPunch e l'autore

Articoli originali pubblicati il 4/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8623&lg=it

Per ulteriori approfondimenti:
Il prelievo di organi di Israele: una nuova "accusa del sangue"?, di Alison Weir

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venerdì, aprile 24, 2009

Così parlò l'ingegnere

La trascrizione del discorso di Ahmadinejad e le traduzioni in inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco stanno qui.

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martedì, aprile 21, 2009

Sulla pianificazione delle violazioni israeliane a Gaza, ovvero la "dottrina Dahiyah"

Le violazioni commesse a Gaza dagli israeliani erano premeditate

di Daan Bauwens, IPS

TEL AVIV, 17 aprile (IPS) – Dopo la sbrigativa chiusura dell'indagine interna sulla cattiva condotta dei soldati israeliani durante l'assalto a Gaza, una breve rassegna delle dichiarazioni di ufficiali dell'esercito pubblicate mesi prima dell'inizio della guerra suggerisce che tale cattiva condotta non era casuale ma frutto di una precisa strategia.

L'indagine della Polizia Militare sulla cattiva condotta di soldati israeliani durante la guerra di Gaza è stata chiusa all'inizio di questo mese dopo soli 11 giorni. L'IDF, l'Esercito di difesa israeliano, è stato costretto ad aprire l'indagine dopo che il quotidiano israeliano Haaretz il 19 marzo ha pubblicato testimonianze di soldati israeliani in base alle quali le truppe avrebbero preso di mira volontariamente civili palestinesi inermi e compiuto intenzionalmente atti di vandalismo contro le loro proprietà.

Le singole testimonianze dei soldati sono state raccolte a un corso che si teneva all'accademia militare Rabin. I testimoni hanno rivelato che un'anziana è stata colpita intenzionalmente da una distanza di circa 90 metri, che un'altra donna e i suoi due bambini sono stati uccisi dopo che i soldati israeliani li avevano fatti uscire dalla loro casa attirandoli sulla linea di fuoco di un cecchino, e che i soldati avrebbero sgombrato le case sparando a vista su chiunque.

Uno dei soldati ha affermato che le disinvolte regole di ingaggio a volte equivalevano a un “assassinio a sangue freddo”.

In un comunicato stampa diffuso il 30 marzo, l'Avvocato Militare Generale di Brigata Avichai Mendelblit ha liquidato i racconti dei soldati sulla presunta cattiva condotta e sulle gravi violazioni delle regole di ingaggio dell'esercito definendoli “dicerie e non esperienze di prima mano”.

Le organizzazioni dei diritti umani B'Tselem, Yesh Din e Medici per i Diritti Umani hanno risposto con un comunicato congiunto affermando che “la chiusura sbrigativa dell'indagine fa sospettare che l'apertura stessa del caso costituisse semplicemente un tentativo dell'esercito di lavarsi le mani della responsabilità per ogni azione illegale commessa durante l'Operazione Piombo Fuso”.

Secondo il comunicato reso pubblico dalle organizzazioni israeliane dei diritti umani, l'indagine interna ha trascurato le “accuse in base alle quali diversi ordini impartiti durante le operazioni militari erano illegali”. E, inoltre, “il Dipartimento Indagini Criminali della Polizia Miliare ha deciso di concentrarsi sui singoli soldati, scelta né efficace né affidabile”.

In altre parole, concentrandosi sulla cattiva condotta di singoli soldati la Polizia Militare si è attenuta alla linea adottata dall'ex ministro della Difesa Ehud Barak secondo cui l'IDF avrebbe agito secondo “i più alti criteri morali ed etici”. Barak ha espresso questi commenti in un'intervista radiofonica dopo la pubblicazione delle testimonianze.

“La risposta ai razzi Qassam è stata sproporzionata e le testimonianze dei soldati non fanno che dimostrare quanto brutale fosse la situazione sul campo”, ha dichiarato all'IPS l'esperta legale Valentina Azarov. Azarov lavora per HaMoked, il Centro per la Difesa dell'Individuo, un'associazione dei diritti umani con sede a Gerusalemme Est.

“Le operazioni facevano parte della strategia militare chiamata 'dottrina Dahiyah', che consiste in uccisioni indiscriminate e nell'uso di una forza eccessiva e sproporzionata”, ha detto Azarov, specificando che questa era la sua opinione personale.

Azarov ha indicato però varie fonti e articoli che dimostrano come l'Esercito di difesa israeliano stesse mettendo a punto una nuova strategia militare, ispirata al bombardamento di Dahiyah, il quartiere residenziale sciita di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah durante la seconda guerra del Libano nel 2006.

Una descrizione della dottrina è apparsa per la prima volta in un'intervista con il capo del Comando Settentrionale Gadi Eizencout pubblicata sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth il 3 ottobre 2008.

Nell'intervista Eizencout conferma la volontà dell'esercito israeliano di applicare una strategia militare basata sull'esibizione di forza e l'attacco indiscriminato contro civili e siti non militari. “Quello che è accaduto al quartiere Dahiyah a Beirut nel 2006 accadrà a ogni villaggio che lancerà razzi contro Israele. Applicheremo una forza sproporzionata e infliggeremo enormi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista questi non sono villaggi civili ma basi militari... la prossima guerra dovrà essere decisa rapidamente, aggressivamente e senza cercare l'approvazione internazionale”.

E ancora: “questa non è una raccomandazione, è un piano ed è già stato approvato”.

Questa dottrina militare fu in seguito confermata da due altri strateghi. Il Colonnello Gabriel scrisse un rapporto pubblicato il 2 ottobre 2008 dal think tank militare indipendente, l'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, in cui diceva: “Con uno scoppio delle ostilità l'IDF dovrà agire prontamente, in maniera decisiva e con una forza sproporzionata alle azioni del nemico e alla minaccia che esso rappresenta. Una tale risposta mira a infliggere danni e a somministrare una punizione di proporzioni tali da rendere necessari lunghi e dispendiosi processi di ricostruzione”.

Un altro rapporto dell'INSS, scritto dal Generale Maggiore Giora Eiland, si spinge oltre. Eiland afferma che durante la seconda guerra del Libano Israele stava combattendo contro il nemico sbagliato (Hezbollah), e che nella prossima guerra avrebbe dovuto prendere di mira il governo e le infrastrutture civili.

In un articolo su Ynet, influente sito di informazione israeliano, il Generale Maggiore Eiland afferma: “L'unico aspetto positivo dell'ultimo conflitto è stato il relativo danno causato alla popolazione del Libano. La distruzione di migliaia di case di 'innocenti' ha permesso a Israele di conservare un po' del suo potere deterrente”.

“Emerge che non c'era la volontà di conformarsi ai principi basilari del diritto umanitario internazionale, come il principio della distinzione o l'obbligo di usare le giuste precauzioni prima di lanciare un attacco”, dice Azarov. “Le testimonianze dei soldati esemplificano inequivocabilmente il fatto che era questo l'obiettivo primario di tutta la guerra; era sistematico e basato su decisioni strategiche, e sarebbe dunque estremamente difficile giustificare l'affermazione secondo la quale certe azioni sono state frutto del caso”.

Alcuni articoli pubblicati da Haaretz pochi giorni dopo l'inizio della guerra avevano già rivelato come la Divisione per il Diritto Internazionale dell'IDF avesse imbrigliato la legislazione per colpire legittimamente i civili palestinesi. Il rapporto rivelava che il piano di bombardare la cerimonia di chiusura di un corso di polizia era stato oggetto di discussioni interne mesi prima dell'inizio della guerra.

I difensori dei diritti umani israeliani stanno rinnovando la richiesta di un'indagine indipendente ed esaustiva sul modo in cui l'Esercito israeliano ha gestito il conflitto. “Non crediamo che l'esercito sia in grado di indagare su se stesso”, ha detto all'IPS Melanie Takefman, portavoce dell'Associazione per i Diritti Civili in Israele. “È evidente che c'è stato un uso sproporzionato della forza e crediamo che su questo si debba indagare, visto che viviamo in una società trasparente e democratica”.

Originale: MIDEAST: 'Israelis Prepared for Violations'


Articolo originale pubblicato il 17/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, aprile 19, 2009

Gaza, ricordate?

Gaza, ricordate?

di Gideon Levy

Alyan Abu-Aun giace nella minuscola tenda, accanto alle sue stampelle. Fuma sigarette e ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tiene in braccio il suo bambino. Nella tenda, che ha le dimensioni di una piccola stanza, si accalcano dieci persone. È la loro casa da tre mesi. Non rimane nulla della loro precedente abitazione, distrutta dalle bombe dell'Esercito di difesa israeliano durante l'Operazione Piombo Fuso. Sono profughi per la seconda volta; la madre di Abu-Aun ricorda ancora la sua casa a Sumsum, una cittadina che un tempo si trovava vicino ad Ashkelon.

Abu-Aun, 53 anni, è stato ferito nel tentativo di fuggire quando la sua casa di Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, è stata bombardata. Da allora cammina con le stampelle. Sua moglie ha partorito proprio nel mezzo della guerra, e adesso il neonato vive con loro nel freddo della tenda. La tenda è volata via durante la tempesta che ha divorato la Striscia di Gaza mercoledì scorso, così la famiglia ha dovuto rimontarla. Ricevono acqua solo occasionalmente, in un container, e una piccola baracca di latta fa da bagno per le 100 famiglie di questo nuovo campo profughi, “Campo Gaza”, nel quartiere Al-Atatra di Beit Lahia.

Quest'ultimo finesettimana Abu-Aun era particolarmente amareggiato; la Croce Rossa ha rifiutato alla sua famiglia una tenda più grande. E non ne può più di mangiare fagioli. Per tre mesi, la famiglia Abu-Aun e migliaia di altre persone vivono in cinque accampamenti di tende costruiti dopo la guerra. Non hanno neanche cominciato a sgombrare le macerie delle loro abitazioni, figuriamoci costruirne altre. Migliaia di persone vivono all'ombra delle rovine delle loro case, affollando piccole tende insieme alle loro famiglie: decine di migliaia di persone rimaste senza un tetto, e alle quali il mondo non si interessa più. Dopo la conferenza dei paesi donatori, svoltasi in pompa magna a Sharm el-Sheikh un mese e mezzo fa con la partecipazione di 75 paesi che hanno deciso di stanziare un miliardo di dollari per ricostruire Gaza, non è successo niente.

Gaza è assediata. Non ci sono materiali da costruzione. Israele e il mondo stanno dettando condizioni, i palestinesi sono incapaci di formare il governo d'unità che sarebbe necessario, i soldi e il cemento non si vedono e la famiglia Abu-Aun continua a vivere in una tenda. Anche i 900 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti sono rimasti sotto chiave. Non si sa se verranno mai tirati fuori. La parola dell'America.

Sono passati esattamente tre mesi da quella guerra tanto discussa, e Gaza è stata ancora una volta dimenticata. Israele non è mai stato interessato al benessere delle sue vittime. E adesso anche il mondo ha dimenticato. Due settimane senza neanche un razzo Qassam hanno spazzato via Gaza dai principali temi di discussione. Se gli abitanti di Gaza non si sbrigano e riprendono a sparare nessuno si interesserà più alle loro condizioni. Non è certo una novità, ma è un messaggio particolarmente rattristante e doloroso in grado di scatenare il prossimo ciclo di violenza. E a quel punto di certo non riceveranno aiuti, perché staranno sparando.

Qualcuno deve assumersi la responsabilità per il destino della famiglia Abu-Aun e di altre vittime come loro. Se fossero state ferite in un terremoto il mondo probabilmente le avrebbe aiutate a riprendersi molto tempo fa. Perfino Israele avrebbe mandato subito convogli di aiuti della ZAKA, della Magen David Adom, perfino dell'Esercito di difesa. Ma la famiglia Abu-Aun non è stata ferita da un disastro naturale, ma da mani e carne e sangue israeliani, e non per la prima volta. Dunque: nessun indennizzo, nessun aiuto, nessuna riabilitazione. Israele e il mondo sono troppo preoccupati per ricostruire Gaza. Sono rimasti senza parole. Gaza, ricordate?

Dalle rovine della famiglia Abu-Aun nasce una nuova disperazione. Sarà più amara di quella che l'ha preceduta. Una famiglia dignitosa di otto persone è stata distrutta, fisicamente e psicologicamente, e il mondo si tiene a distanza. Non dobbiamo aspettarci che Israele risarcisca le sue vittime o ricostruisca le case che ha distrutto, anche se sarebbe evidentemente nel suo interesse, per non parlare dell'obbligo morale, argomento che non viene nemmeno toccato.

Ancora una volta il mondo deve rimediare ai disastri compiuti da Israele. Ma Israele sta ponendo un numero sempre maggiore di condizioni politiche per fornire urgente soccorso umanitario. Ricorre a vuote giustificazioni per lasciare Gaza distrutta e per non offrire l'aiuto che Gaza merita e del quale ha disperato bisogno. Gaza è stata lasciata ancora una volta alle proprie risorse, la famiglia Abu-Aun è stata abbandonata nella sua tenda, e quando le ostilità riprenderanno sentiremo parlare ancora una volta della crudeltà e della brutalità... dei palestinesi.

Originale: Gaza, remember?

Articolo originale pubblicato il 19/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, aprile 06, 2009

Lessico della resistenza secondo Gilad Atzmon

Lessico della resistenza

di Gilad Atzmon

Quello che segue è un tentativo di presentare il mio personale dizionario di quelli che sembrano essere i termini e i concetti più pregnanti che ricorrono quando si parla di solidarietà con il popolo palestinese e di opposizione alla guerra.

Palestina – un pezzo di terra sulla costa orientale del Mediterraneo. Per molti anni la Palestina è stata la casa del popolo palestinese: musulmani, cristiani ed ebrei che hanno vissuto in pace e armonia per centinaia di anni. Alla fine del XIX secolo, con l'emergere del nazionalismo europeo, pochi ebrei decisero che gli ebrei non dovevano restarne esclusi. Si inventarono allora i concetti di “popolo ebraico”, “storia ebraica” e “nazionalismo ebraico”. Decisero di insediare la maggioranza degli ebrei del mondo in Palestina. Con il passare del tempo il progetto nazionale ebraico, cioè il sionismo, divenne sempre più feroce e sinistro. Nel 1949 il 70% della popolazione palestinese autoctona era già stata etnicamente epurata. Oggi la maggioranza dei palestinesi vive dietro il filo spinato in uno stato di terrore sotto la vigilanza dei soldati israeliani.

Ebrei – il popolo che si trova a identificarsi come ebrei. Gli ebrei non sono una razza, non seguono neanche un unico sistema di convinzioni. Mi sono dato una regola. Mi rifiuto categoricamente di trattare “gli ebrei” come una collettività o un gruppo etnico. Mi limito a criticare la politica, l'ideologia e l'identità ebraiche.

Ebraismo – una delle tante religioni praticate dagli ebrei (Ebrei per Gesù, Ebrei per Buddha, Ebrei per Allah e così via). Benché l'Ebraismo contenga alcuni aspetti e precetti non-etici, l'unico gruppo autenticamente alla ricerca della pace nel popolo ebraico è di fatto una setta religiosa ortodossa, cioè gli Ebrei della Torah. Questo fatto basta a rendermi molto prudente quando critico l'Ebraismo in quanto religione. Trattando dell'Ebraismo, mi limiterei alla critica di interpretazioni del razzismo talmudico e della spoliazione genocida orientata biblicamente della Palestina.

Ebraicità – Ideologia ebraica, le interpretazioni di ciò che significa essere ebreo da parte di coloro che si considerano ebrei. L'ebraicità è il fulcro dell'identità ebraica, è una nozione dinamica. È difficile metterla a fuoco. Pur astenendosi dal criticare gli ebrei (il popolo) e l'Ebraismo (la religione), elaborare sul concetto di ebraicità è doveroso, soprattutto tenendo conto dei crimini commessi dallo Stato ebraico nel nome del popolo ebraico. Finché lo Stato ebraico colpisce la popolazione civile con il fosforo bianco, è nostro dovere morale chiederci: Chi sono gli ebrei? Cosa rappresenta l'Ebraismo? Cos'è l'ebraicità?

Palestina contro Israele – la Palestina è un paese, Israele è uno stato.

Palestinesi – attualmente le vittime che hanno sofferto più a lungo dell'abuso coloniale razzista e del terrorismo di stato. I palestinesi sono i soli veri abitanti indigeni della Palestina. Nel Medio Oriente sono sparsi 4.300.000 palestinesi. Ci sono palestinesi che sono riusciti a conservare la loro terra ma si vedono negati i diritti civili, mentre altri vivono sotto occupazione militare. La causa palestinese è essenzialmente la richiesta etnicamente fondata del popolo palestinese di fare ritorno alla propria terra. Terra che appartiene a loro e a loro soltanto. La causa palestinese è la richiesta di smantellare lo Stato ebraico e di costituire al suo posto uno Stato dei suoi Cittadini.

Sionismo – l'interpretazione pratica, nazionale e coloniale dell'ideologia ebraica. Afferma che gli ebrei hanno diritto a una casa nazionale a Sion (Palestina) a scapito del popolo palestinese. Il sionismo è una filosofia razzista coloniale che pratica tattiche genocide. È un precetto orientato biblicamente. Benché il Sionismo si sia inizialmente presentato come un movimento laico, fin dalle origini ha trasformato la Bibbia da testo religioso a libro del catasto.

Israele – lo Stato ebraico è un concetto politico razzista. È un luogo in cui si celebra istituzionalmente la supremazia ebraica. Israele è un luogo dove il 94% della popolazione appoggia l'uso di fosforo bianco su civili innocenti. Israele è il luogo in cui gli ebrei possono riversare la loro vendetta sui gentili.

Resistenza palestinese – l'esercizio del diritto etico di resistere a un invasore che pratica la pulizia etnica e il razzismo.

Bomba demografica – Israele possiede molte bombe, bombe a grappolo, bombe molotov, bombe atomiche, armi di distruzione di massa, ecc. I palestinesi ne hanno una sola, quella demografica. I palestinesi costituiscono la maggioranza della popolazione tra il Mediterraneo e il Giordano. Questo fatto di per sé definisce la qualità temporale dell'Idea di Stato ebraico in Palestina.

Sionismo contro ebraicità – è difficile e forse impossibile determinare dove finisce il sionismo e inizia l'ebraicità. Il sionismo e l'ebraicità formano un continuum. A quanto pare, il sionismo è diventato l'identificatore simbolico dell'ebreo contemporaneo. Ciascun ebreo viene identificato da se stesso e dagli altri facendo riferimento alla bussola sionista (sionista, anti-sionista, indifferente al sionismo, ama il sionismo ma odia Israele, ama Israele ma odia i falafel e così via).

Ebraismo laico e fondamentalismo ebraico laico – negli ultimi due secoli il laicismo è stato un precetto molto popolare presso gli ebrei. La forma ebraica di laicismo è molto simile all'ebraismo rabbinico. È fondamentalmente monoteista, crede in una sola verità (Dio è morto fino a nuovo avviso). Pratica la supremazia razziale, è estremamente intollerante verso gli altri in generale e verso i musulmani in particolare, promuove guerre in nome dei lumi, del liberalismo, della democrazia e perfino in nome delle vittime future.

Sindrome da Stress Pre-Traumatico – lo stato mentale che porta il 94% della popolazione israeliana ad appoggiare i bombardamenti della popolazione civile. Nella condizione di Sindrome da Stress Pre-Traumatico (Pre-TSD), lo stress è l'esito di un evento immaginario, un episodio di fantasia inserito in un contesto futuro; un evento che non ha mai avuto luogo. Nella Pre-TSD, un'illusione anticipa la realtà e la condizione in cui la fantasia del terrore diventa essa stessa realtà. Se portata agli estremi, neanche la guerra totale contro il resto del mondo è una reazione impensabile. Diversamente dalla paranoia, nella quale il paziente è vittima dei propri sintomi, nel caso della Pre-TSD il paziente celebra i propri sintomi mentre gli altri vengono relegati al ruolo di pubblico o di vittima. I malati di Pre-TSD nel mondo della stampa e dei media premono per il conflitto globale. Quando vanno al potere si limitano a spargere morte tutt'attorno. Riescono a vedere minacce praticamente ovunque. Chi è affetto da Pre-TSD chiederà che si rada al suolo l'Iran e difenderà la campagna militare dell'esercito israeliano perché teme per la propria esistenza. Il paziente che soffre di Pre-TSD è alquanto prevedibile e per una ragione o per l'altra sposa sempre cause non-etiche.

Jihad – la lotta per migliorare se stessi e la società. Il Jihad è il tentativo di conquistare un'armonia tra sé e il mondo. Serve a colmare il divario tra l'amore di sé, il sé che ama e l'amore per gli altri. La Jihad è la risposta al concetto di popolo eletto.

Olocausto –
un capitolo assolutamente devastante del recente passato ebraico. Sarebbe difficile immaginare la creazione dello Stato ebraico senza gli effetti dell'Olocausto. È tuttavia impossibile negare il fatto che i palestinesi hanno finito per pagare il carissimo prezzo di crimini commessi contro gli ebrei da un altro popolo (gli europei). Dunque avrebbe senso affermare che se gli europei si sentono in colpa per l'Olocausto dovrebbero avere ancora più a cuore le sue vittime ultime, cioè i palestinesi.
Va detto che a causa di una legislazione che limita il libero studio accademico dell'Olocausto, quest'ultimo non viene più trattato come un capitolo storico. Viene invece considerato da molti studiosi come un racconto religioso (la religione dell'Olocausto). Chi non ubbidisce alla religione e non segue le sue restrizioni viene cacciato, escluso e rinchiuso. L'incapacità di far sì che l'Olocausto restasse un vivido capitolo storico ha trasformato la storia ebraica in un vaso di Pandora sigillato da proibizioni, restrizioni legali e varie forme di minaccia. In un ideale “mondo libero” ci sarebbe consentito di studiare l'Olocausto, di considerarlo un capitolo storico e di trarne alcune lezioni. Ciò significherebbe anche discutere del suo significato. In un mondo (libero) ideale, ci sarebbe anche consentito di chiederci come mai, volta per volta, gli ebrei hanno sempre finito per essere disprezzati e detestati dai loro vicini. In un mondo (libero) ideale gli ebrei avrebbero la possibilità di imparare dai loro errori del passato. Per ora, se vogliamo rimanere liberi, è meglio se evitiamo di mettere in discussione il passato.

Il significato dell'Olocausto – l'Olocausto fornisce agli ebrei e agli altri due ovvie lezioni. Una è universale e quasi semplicistica, e dice: “NO al razzismo”. Come predissero alcuni intellettuali ebrei dopo la guerra, ci si aspettava che gli ebrei guidassero la lotta contro il razzismo. A quanto pare non è successo. Non solo non è successo, ma lo Stato ebraico è diventato l'estrema forma di pratica razzista. Tre anni dopo la liberazione di Auschwitz il neonato Stato ebraico epurò etnicamente con ferocia la grande maggioranza dei palestinesi autoctoni. Ormai lo Stato ebraico non tenta neanche più di mascherare il suo programma razzista, cioè lo Stato per soli ebrei.
La seconda lezione che può essere tratta dall'Olocausto è molto meno astratta, è anzi molto pragmatica. Suggerisce agli ebrei di “essere consapevoli delle loro azioni”. Suggerisce agli ebrei di “agire moralmente o almeno fingere di farlo”. A quanto pare questa lezione viene totalmente ignorata. Nello Stato ebraico giovani soldati dell'esercito indossato magliette che raffigurano donne palestinesi incinte al centro di un mirino, con l'inquietante scritta “1 shot 2 kills” [un colpo, due morti: due piccioni con una fava, N.d.T.]. Nello Stato ebraico i civili sono stati colti a fare picnic mentre guardavano il loro esercito che sganciava armi non convenzionali sulla vicina popolazione palestinese. La realtà israeliana e l'energico lobbismo ebraico nel mondo descrivono il rigetto totale di qualsivoglia giudizio etico o condotta morale. Che si tratti della pratica genocida contro il popolo palestinese o delle pressioni a favore di un numero sempre maggiore di conflitti globali. Se il significato dell'Olocausto fosse stato interiorizzato, i diversi aspetti di questo comportamento inumano avrebbero dovuto essere affrontati e debellati.
Tuttavia, pur con il divieto di rivisitare la nostra storia, abbiamo ancora il diritto di riflettere sulla brutalità nazista nei confronti degli ebrei alla luce dei crimini dello Stato ebraico in Palestina. Pare che non esista ancora alcuna legislazione che ci proibisca di farlo.

Hamas – partito politico eletto nel 2006 dal popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Da allora Israele ha bloccato i pagamenti dovuti a Gaza, causando il crollo dell'economia palestinese. Ha messo sotto assedio Gaza per mesi, affamando la popolazione civile. E tuttavia Hamas ha dimostrato ancora una volta la capacità di resistenza del popolo palestinese. Malgrado le tattiche genocide di Israele, malgrado l'IDF abbia preso di mira bambini, donne e anziani, la popolarità di Hamas aumenta di giorno in giorno e tanto più dopo l'ultimo conflitto di Gaza. È ormai evidente che Israele non ha i mezzi per combattere la resistenza islamica. In altre parole, Israele ha i giorni contati.

I guardiani – per molti anni le istanze di solidarietà con la Palestina sono state fatte a pezzi da chi affermava di sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Queste persone dicevano anche di sapere cosa fosse degno oggetto di discussione e quali argomenti dovessero invece essere lasciati cadere. Inizialmente questi guardiani cercarono di reclutare il movimento palestinese per combattere l'antisemitismo. Un'altra idea bizzarra era usare il popolo palestinese come una cavia da laboratorio per un esperimento di socialismo dogmatico.
Grazie al crescente successo della resistenza palestinese e islamica, il potere dei Guardiani è ora ridotto a zero. Benché insistano nell'esercitare i loro poteri, la loro influenza è limitata a cellule essenzialmente ebraiche.

Antisemiti – in passato gli antisemiti erano quelli a cui non piacevano gli ebrei, oggi gli antisemiti sono quelli che non piacciono agli ebrei. Dato il crescente divario tra lo Stato ebraico e le sue lobby da una parte e il resto dell'umanità dall'altra, abbiamo buone ragioni per ritenere che presto l'umanità intera verrà denunciata come antisemita da una qualche lobby ebraica.

Antisemitismo – un significante fuorviante. Benché si riferisca a sentimenti anti-ebraici, dà l'impressione che questi sentimenti siano motivati od orientati etnicamente. Dev'essere chiaro che gli ebrei non sono una razza e non costituiscono un continuum razziale. Dunque nessuno odia gli ebrei per la loro razza o la loro identità razziale.
Ricordando i crimini israeliani e l'attività delle lobby ebraiche nel mondo, i sentimenti anti-ebraici dovrebbero essere visti come una reazione politica, ideologica ed etica. È la reazione a uno stato criminale e all'appoggio incondizionato che riceve dagli ebrei in tutto il mondo. Benché il risentimento nei confronti del sionismo, di Israele e delle lobby ebraiche sia alquanto razionale, l'incapacità di distinguere tra gli “ebrei” e il sionismo è invece molto problematica e pericolosa soprattutto in considerazione del fatto che molti ebrei non hanno niente a che fare con il crimine sionista. Tuttavia, a causa del vasto appoggio istituzionale fornito a Israele, è tutt'altro che facile determinare dove finiscono gli “ebrei” e dove inizia il sionismo. Di fatto non c'è una chiara linea di demarcazione o un punto di transizione. La conseguenza è evidente, gli ebrei sono collettivamente coinvolti nei crimini del loro progetto nazionale. Una soluzione ovvia per gli ebrei è quella di opporsi al sionismo come individui, un'altra opzione è quella di opporsi al sionismo nel nome della Torah, ed è anche possibile per gli ebrei rifuggire l'ideologo tribale che hanno in sé.

Amore di sé – la convinzione che di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente giusto, morale e unico. È l'interpretazione laica della condizione di eletto.

Odio di sé –
la convinzione di avere in sé qualcosa di fondamentalmente e categoricamente sbagliato, immorale e ordinario. Questa condizione può anche costituire il punto di partenza per una ricerca etica spirituale.

Brodo di pollo – è quello che resta quando si toglie all'identità ebraica il giudaismo, il razzismo, lo sciovinismo, il fosforo bianco, la supremazia, le bombe a grappolo, il laicismo, il sionismo, l'intolleranza, il reattore nucleare di Dimona, il cosmopolitismo, la tendenza genocida, ecc. L'ebreo può sempre tornare al brodo di pollo, l'identificatore simbolico iconico dell'affiliazione culturale ebraica. Ben venga l'ebreo che dice: “Non sono religioso né sionista, non sono un banchiere, non mi chiamo Madoff, non sono un 'amico laburista di Israele' né un Lord né assomiglio a un bancomat. Sono solo un piccolo ebreo innocente perché la mia mama’le mi dava il brodo di pollo quando non mi sentivo bene”. Ammettiamolo una volta per tutte, il brodo di pollo non è poi così pericoloso (se non si è polli). Mia nonna mi ha insegnato che fa molto bene. Infatti l'ho provato nell'inverno del 1978, ché allora avevo l'influenza. È servito, adesso mi sento meglio.


Originale: Lexicon of resistance

Articolo originale pubblicato il 30/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 25, 2009

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

di Gilad Atzmon

Il tema che discuterò oggi è probabilmente la cosa più importante che abbia mai detto sulla brutalità israeliana e l'identità ebraica contemporanea. Immagino che avrei potuto dar forma al mio pensiero in un libro ad ampio respiro o in un'analisi accademica. Invece farò proprio il contrario, cercherò di scriverne nel modo più semplice e breve possibile.

Nelle settimane appena trascorse abbiamo assistito a una campagna israeliana di genocidio contro la popolazione civile a Gaza. Abbiamo visto uno degli eserciti più forti del mondo schiacciare donne, anziani e bambini. Abbiamo visto tormente di armi non convenzionali esplodere su scuole, ospedali e campi profughi. Avevamo visto e sentito parlare di crimini di guerra commessi in precedenza, ma questa volta la trasgressione israeliana era categoricamente diversa. Era appoggiata dalla totale assoluta maggioranza della popolazione ebraica israeliana. La campagna militare dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) a Gaza ha goduto del sostegno del 94% della popolazione israeliana. Il 94% degli israeliani apparentemente ha approvato i bombardamenti aerei contro civili. Gli israeliani hanno assistito al massacro alla TV, hanno ascoltato le urla, hanno visto ospedali e campi profughi in fiamme. Eppure non si sono turbati. Non hanno fatto molto per fermare i loro spietati capi “democraticamente eletti”. Anzi, alcuni di loro si sono portati una seggiola e si sono sistemati sulle colline che si affacciano sulla Striscia di Gaza per ammirare il loro esercito che trasformava Gaza in un moderno colosseo ebraico traboccante di sangue. Anche adesso che la campagna sembra essersi conclusa e le proporzioni del massacro di Gaza sono note, gli israeliani non mostrano segni di rimorso. E come se non bastasse, durante tutta la guerra ci sono stati ebrei in giro per il mondo che hanno manifestato il loro sostegno allo “Stato per soli ebrei”. Un simile appoggio a espliciti crimini di guerra è inaudito. Gli stati terroristi uccidono, certo, ma mantengono un certo riserbo al riguardo. L'Unione Sovietica di Stalin l'ha fatto in remoti GULAG, la Germania nazista giustiziava le sue vittime in profonde foreste e dietro recinzioni di filo spinato. Nello Stato ebraico gli israeliani massacrano donne, bambini e vecchi indifesi alla luce del sole, impiegando armi non convenzionali per colpire scuole, ospedali e campi profughi.

Un tale livello di barbarie di gruppo esige a gran voce una spiegazione. Il ragionamento che segue può essere definito semplicemente come un tentativo di comprendere la brutalità collettiva israeliana. Com'è che una società è riuscita a perdere ogni senso di compassione e di misericordia?

Il terrore interiore
Più di qualsiasi altra cosa, gli israeliani e le loro solidali comunità ebraiche sono terrorizzati dalla brutalità che scoprono dentro di sé. Più sono spietati, più sono spaventati. La logica è semplice. Più sofferenza si infligge all'altro, maggiore è l'angoscia per la qualità potenzialmente mortale di tutto ciò che ci circonda. In senso ampio, gli israeliani proiettano sui palestinesi, gli arabi, i musulmani e gli iraniani l'aggressività che hanno dentro. Tenendo conto del fatto che la brutalità israeliana ha ora dimostrato di non avere limiti né paragoni, la loro angoscia è almeno altrettanto grande.

A quanto pare, gli israeliani temono di essere i tirapiedi di se stessi. Sono impegnati in una lotta mortale con il terrore che hanno dentro. Ma non sono soli. L'ebreo della Diaspora che manifesta il suo appoggio a uno stato che lancia fosforo bianco su una popolazione civile è finito nella stessa devastante trappola. Da entusiastico sostenitore di un crimine immenso, prova orrore al pensiero che la crudeltà che scopre in sé possa manifestarsi in altri. L'ebreo della Diaspora che appoggia Israele è devastato dalla possibilità immaginaria che una volontà brutale, simile alla sua, possa un giorno rivoltarglisi contro. La paura ebraica nei confronti dell'antisemitismo si riassume tutta in questa preoccupazione. È fondamentalmente la proiezione sugli altri della crudeltà tribale incentrata sul sionismo.

Non c'è alcun conflitto israelo-palestinese
Ciò che vediamo qui è la formazione evidente di un circolo vizioso in cui l'israeliano e i suoi sostenitori stanno diventando un'insulare e vendicativa palla infuocata alimentata da un'esplosiva aggressività interiore. Tutto ciò è estremamente rivelatore. Dato che i palestinesi non possono fronteggiare militarmente l'aggressività e la capacità distruttiva di Israele, siamo autorizzati a supporre che non esista alcun conflitto israelo-palestinese. C'è soltanto la psicosi israeliana, nella quale Israele è distrutto dall'angoscia causata dal riflesso della sua crudeltà. Essendo considerati i nazisti della nostra epoca, gli israeliani sono così condannati a vedere un nazista in chiunque. Analogamente, di fatto non c'è neanche un aumento dell'antisemitismo. L'ebreo sionista della Diaspora è semplicemente devastato dalla possibilità che qualcuno, là fuori, sia eticamente corrotto e spietato quanto ha dimostrato di essere lui. In breve, la politica israeliana e l'attività della lobby sionista dovrebbero essere considerate niente meno che come una letale paranoia collettiva incentrata sul sionismo che minaccia di trasformarsi in una psicosi totale.

C'è un modo per redimere il sionista dalla sua deriva sanguinaria? Esiste un modo per cambiare il corso della storia, salvare gli israeliani e i loro sostenitori dalla depravazione totale? Probabilmente il modo migliore di porre questa domanda è chiedersi se ci sia un modo per salvare gli israeliani e i sionisti da se stessi. Come potrete immaginare non sono particolarmente interessato a salvare gli israeliani o i sionisti, tuttavia capisco che redimere i sionisti dai loro crimini può portare una prospettiva di pace alla Palestina, all'Iraq e probabilmente a tutti noi. Per chi non l'avesse capito, Israele è solo la punta dell'iceberg. A conti fatti, l'America, la Gran Bretagna e l'Occidente sono ora soggetti a forme simili di “politica della paura” che sono il diretto risultato dell'ideologia e della mortale pratica interventista dei neo-conservatori.

Lo psicanalista di Nazareth
Molti anni fa, così narrano, c'era un israelita che viveva in mezzo ai suoi fratelli nella terra di Canaan. Come gli israeliani di oggi, era circondato dall'odio, dalla vendetta e dalla paura. A un certo punto aveva deciso di intervenire e di cambiare le cose, e si era accorto che non c'era altro modo per combattere la spietatezza che cercare la grazia: “Porgi l'altra guancia” era il suo semplice suggerimento. Identificando la psicosi dell'israelita come “una guerra contro il terrore interiore”, Gesù comprese che l'unico modo per contrastare la violenza è guardarsi allo specchio e cercare dentro di sé il Bene.

È piuttosto evidente che la lezione di Gesù aprì la strada alla formazione dell'etica universale occidentale. Le ideologie politiche moderne impararono dalla prospettiva cristiana. La ricerca normativa dell'uguaglianza da parte di Marx può essere vista come una riscrittura laica del concetto di fratellanza di Gesù. E tuttavia non una sola ideologia politica è riuscita a integrare il concetto più profondo che Gesù aveva della grazia. Cercare la pace è fondamentalmente cercare la pace dentro di sé. Mentre gli israeliani e i loro gemelli neocon vorrebbero raggiungere la pace attraverso la dissuasione, la vera pace si raggiunge solo cercando l'armonia interiore. Come potrebbe suggerire uno studioso lacaniano, amare il tuo prossimo è in realtà amare te stesso che ami il tuo prossimo. Il caso degli israeliani è l'esatto opposto. Come riescono a dimostrare costantemente, loro amano se stessi che odiano il loro prossimo, o semplicemente amano se stessi che odiano. Odiano quasi tutto: il prossimo, gli arabi, Chavez, i tedeschi, l'Islam, i gentili, la carne di maiale, i palestinesi, la Chiesa, Gesù, Hamas, i calamari e l'Iran. Voi fate un nome, loro lo odiano. Si deve ammettere che odiare così tanto deve essere un progetto molto spossante, a meno che non dia piacere. E infatti il “principio del piacere” degli israeliani potrebbe essere così articolato: spinge costantemente gli israeliani a cercare piacere nell'odio continuando a infliggere dolore agli altri.

Va detto a questo punto che la “Guerra al terrore interiore” non è esattamente un'invenzione ebraica. Tutti, che siano popoli, nazioni o individui, ne sono suscettibili. Le conseguenze del massacro nucleare americano a Hiroshima e Nagasaki trasformarono gli americani in una collettività terrorizzata. Questa angoscia collettiva è nota con il nome di “guerra fredda”. L'America deve ancora liberarsi dalla paura che là fuori possa esistere qualcuno che è altrettanto spietato. In un certo senso l'operazione Shock and Awe ha avuto un effetto molto simile sulla Gran Bretagna e l'America. Ha condotto alla creazione di masse terrorizzate e facilmente manipolabili da parte di un'élite altamente motivata. Questo tipo di politica è chiamato “politica della paura”.

E tuttavia nel pensiero occidentale è in atto un meccanismo di correzione. Diversamente dallo stato ebraico, che si sta radicalizzando attraverso la sua stessa paranoia autoalimentata, a Occidente il male è in qualche modo affrontato e arginato. L'assassino viene denunciato e la speranza di pace viene ristabilita fino a nuovo avviso. Non che mi aspetti che il Presidente Obama possa portare qualche cambiamento. Ma una cosa è chiara: è stato votato perché portasse un cambiamento. Obama è il simbolo di un autentico tentativo di limitare il male. Nello Stato ebraico non solo questo non succede, ma non potrà succedere mai. La differenza tra Israele e l'Occidente salta agli occhi. A Occidente la tradizione cristiana ci fornisce una possibilità di speranza che si basa sulla fede nella bontà universale. Anche se corriamo costantemente il pericolo di essere esposti al male, tendiamo a credere che il bene alla fine vincerà. Invece nel pensiero tribale ebraico il Bene è proprietà esclusiva degli eletti. Gli israeliani non vedono bontà o gentilezza nei loro vicini, li vedono come dei selvaggi e come un'entità che minaccia la loro esistenza. Per gli israeliani la gentilezza è loro proprietà esclusiva, e guarda caso sono anche innocenti e vittime. Nel pensiero universale occidentale la bontà non appartiene a un solo popolo o a un'unica nazione, appartiene a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Non appartiene a un partito politico né a un'ideologia. Il principio trascendente della grazia e di un Dio Buono è in ciascuno di noi, ci tocca da vicino.

Che razza di padre è questo?
“Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti – quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato”.
[Deuteronomio 6:10-11].

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni… tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia”. [Deuteronomio 7:1-2]

A questo punto possiamo tentare di comprendere le cause prime della grave assenza di compassione nel pensiero israeliano e all'interno dei suoi solidali gruppi di pressione. Credo che un'elaborazione sul travagliato rapporto tra gli ebrei e i loro diversi dei possa far luce su questo tema. È perfettamente evidente che la lista sempre più lunga di “Dei”, “Idoli” e “figure paterne” degli ebrei è un po' problematica, almeno per quanto riguarda l'etica e la bontà. Va esplorata la relazione stessa tra “il figlio” e il “padre amorale”. La filosofa Ariella Atzmon (che tra l'altro è mia madre) definisce la complessità della falsa partenza o cattivo inizio come “Sindrome di Fagin”. Il personaggio dickensiano di Fagin è un “kidsman”, un adulto che recluta bambini e li addestra al furto e al borseggio, dando loro vitto e alloggio in cambio della refurtiva. Benché i bambini non possano che essere riconoscenti al loro padrone, essi non possono neanche fare a meno di disprezzarlo per averli trasformati in ladri e borseggiatori. I bambini si rendono conto che tutte le cose che Fagin possiede sono rubate e che la sua gentilezza è lungi dall'essere sinceramente onesta o pura. Prima o poi i bambini si rivolteranno contro il loro padrone Fagin nel tentativo di liberarsi da quella morsa immorale.

Nella prospettiva padre-figlio, il Dio Yahweh biblico degli ebrei non è diverso da quello che possiamo osservare nella sindrome di Fagin. Il padre di Israele guida il suo popolo eletto attraverso il deserto verso la terra promessa perché possa derubare e saccheggiare i suoi abitanti indigeni. Non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un padre etico o da un “Dio buono”. Dunque, per quanto i figli di Israele amino Yahweh, devono anche leggermente diffidare di lui per averli trasformati in ladri e assassini. Forse anche la sua bontà li mette in apprensione. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in tutta la storia ebraica più di qualche ebreo si sia rivoltato contro il padre celeste.

Comunque, tenendo a mente la comune percezione laica secondo la quale gli dei sono un'invenzione degli uomini, ci si potrebbe chiedere cosa porti all'invenzione di un simile “Dio amorale”. Cosa fa sì che la gente segua i precetti di un Dio simile? Sarebbe anche interessante scoprire che genere di dei alternativi hanno scelto o inventato gli ebrei una volta abbandonato Yahweh.

Emancipandosi, più di qualche ebreo si è dissociato dal contesto tribale tradizionale e dall'ebraismo rabbinico. Molti si sono mescolati con le realtà circostanti, hanno lasciato cadere la loro condizione di eletti e si sono trasformati in persone normali. Molti altri ebrei hanno abbandonato Dio ma hanno continuato a conservare la loro affiliazione tribale etnicamente orientata. Hanno deciso di fondare la loro appartenenza tribale su basi etniche, razziali, politiche, culturali e ideologiche più che sul precetto ebraico. Anche se hanno evidentemente abbandonato Yahweh continuano ad adottare una visione laica che ha preso ben presto la forma di un precetto monolitico e simil-religioso. Nel XX secolo le due ideologie politiche simil-religiose che le masse ebree hanno trovato più attraenti sono state il marxismo e il sionismo.

È possibile descrivere il marxismo come un'ideologia etica laica universale. Tuttavia, all'interno del suo processo di trasformazione in un precetto tribale ebraico, il marxismo è riuscito a perdere ogni traccia di umanitarismo o di universalismo. Come sappiamo, inizialmente l'ideologia e la pratica sioniste furono ampiamente dominate da ebrei di sinistra che si consideravano veri seguaci di Marx. Credevano davvero che celebrare la loro rinascita nazionale ebraica a scapito dei palestinesi fosse un gesto legittimamente socialista.

È interessante constatare che i loro oppositori, l'anti-sionista Bund (la Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), non credevano nella spoliazione istituzionalizzata dei palestinesi. Credevano invece che espropriare i ricchi europei fosse un precetto, una grande universale mitzvah sul cammino verso la giustizia sociale.

Quelli che seguono sono pochi versi dell'inno del Bund:

Giuriamo di perseverare nel nostro odio
Verso chi deruba e uccide i poveri:
Lo Zar, i padroni, i capitalisti.
La nostra vendetta sarà rapida e sicura.
Dunque giuriamo tutti insieme: vivere o morire!

Senza addentrarci in questioni che riguardano l'etica o l'affiliazione politica, è perfettamente evidente che l'inno ebraico-marxista è completamente saturo d'“odio” e “vendetta”. Per quanto gli ebrei fossero entusiasti di Marx, del marxismo, del bolscevismo e dell'uguaglianza, si sa come è andata a finire. Gli ebrei hanno abbandonato in massa Marx molto tempo fa. Hanno, in un certo senso, lasciato la rivoluzione a qualche gentile illuminato come Hugo Chavez ed Evo Morales, leader che hanno interiorizzato il significato autentico di uguaglianza ed etica universali.

Benché alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo il marxismo contasse molti seguaci tra gli ebrei europei, in seguito all'Olocausto fu il sionismo a diventare gradualmente la voce dell'ebraismo mondiale. Come Fagin, gli dei e gli idoli sionisti – Herzl, Ben Gurion, Nordau, Weizmann – promisero ai loro seguaci un nuovo inizio privo di etica. Derubare i palestinesi era parte del loro percorso verso una giustizia storica attesa da troppo tempo. Il sionismo trasformò l'Antico Testamento da testo spirituale a libro del catasto. Ma ancora una volta, come nel caso di Yahweh, il Dio sionista trasformò l'ebreo in ladro, gli promise la proprietà di qualcun altro. Già questo può spiegare il risentimento degli israeliani verso il sionismo e l'ideologia sionista. Gli israeliani preferiscono considerarsi come i naturali abitanti della loro terra piuttosto che come pionieri in un amorale progetto coloniale della Diaspora ebraica. L'ebreo israeliano mantiene la propria posizione politica attraverso un pericoloso escapismo etico. Questo può spiegare il fatto che nonostante gli israeliani amino le loro guerre detestino però combatterle. Non sono disposti a morire per una grande ideologia astratta e remota come la “nazione ebraica” o il “sionismo”. Preferiscono di gran lunga sganciare da lontano bombe a grappolo e fosforo bianco.

Tuttavia, nella storia relativamente breve del moderno nazionalismo ebraico, il Dio sionista ha fatto amicizia con altri dei e idoli kosher. Nel 1917 Lord Balfour promise agli ebrei che avrebbero costruito la loro casa nazionale in Palestina. Inutile dire che, come nel caso di Yahweh, Lord Balfour trasformò gli ebrei in ladri e saccheggiatori, con la sua promessa del tutto amorale. Promise agli ebrei la terra di qualcun altro. Non poteva esserci inizio peggiore. Evidentemente non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero contro l'Impero britannico. Nel 1947 le Nazioni Unite fecero esattamente lo stesso stupido errore, diedero alla luce lo “Stato per soli ebrei” ancora una volta a scapito dei palestinesi. Legittimarono la spoliazione della Palestina nel nome delle nazioni. Come nel caso di Yahweh, che aveva finito per essere accantonato, non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero anche contro le Nazioni Unite. “Non importa quello che dicono i gentili, importa solo quello che fanno gli ebrei, disse il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion. Di recente gli israeliani sono riusciti perfino a mettere in disparte i loro migliori e più servizievoli amici della Casa Bianca. Alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali americane alcuni generali israeliani sono stati filmati mente denunciavano il Presidente Bush per “aver danneggiato gli interessi israeliani con il suo appoggio schiacciante” (Generale di Brigata in congedo Shlomo Brom). I generali israeliani fondamentalmente accusavano Bush di non aver bloccato Israele nella distruzione dei suoi vicini. La morale è piuttosto chiara: i sionisti e gli israeliani si rivolteranno inevitabilmente contro i loro dei, idoli, padri e altri che cercano di aiutarli. È questo il vero significato della sindrome di Fagin nel contesto politico israeliano. Dovranno sempre rivoltarsi contro i loro “padri”.

Ritengo che il più interessante tra tutti i sistemi ebraici di convinzioni sia la religione dell'Olocausto, che il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz ha giustamente definito la “nuova religione ebraica”. L'aspetto più interessante della religione dell'Olocausto è il suo Dio, che è l'“Ebreo”. Il seguace ebreo di questo nuovo precetto dogmatico crede nell'“Ebreo”, colui che ha redento se stesso. Colui che è “sopravvissuto” all'evento definitivo, il genocidio. I seguaci credono nell'“Ebreo”, vittima “innocente” e tormentata che ha fatto ritorno alla sua “terra promessa” e ora celebra il racconto della sua resurrezione riuscita. In una certa misura, nel pensiero religioso dell'Olocausto, l'ebreo crede nell'“Ebreo” in quanto espressione dei suoi poteri e delle sue qualità eterne. All'interno di questa nuova matrice religiosa, la Mecca è Tel Aviv e il Santo Sepolcro è il Museo dell'Olocausto di Yad Vashem. La nuova religione ha tanti santuari (musei) sparsi nel mondo e molti sacerdoti che diffondono il messaggio e puniscono chi vi si oppone. Dal punto di vista ebraico, la religione dell'Olocausto è un'espressione assolutamente trasparente dell'amore di sé. È il luogo in cui il passato e il futuro si uniscono in un presente ricco di significato, in cui la storia si traduce in prassi. Consapevolmente o inconsapevolmente, chiunque si identifichi politicamente e ideologicamente (più che religiosamente) come ebreo finisce per soccombere, in pratica, alla religione dell'Olocausto e si trasforma in seguace della figura paterna rappresentata dall'“Ebreo”. E tuttavia ci si potrebbe chiedere che ne è della bontà: esiste una qualche bontà in questa nuova “figura paterna”? Esiste una qualche grazia in questa versione della storia che parla di vittime innocenti e che viene celebrata ogni giorno a scapito del popolo palestinese?

Se la storia ha una fine, la religione dell'Olocausto incarna la fine della storia ebraica. Alla luce della religione dell'Olocausto il “Padre” e il “Figlio” finiscono per unirsi. Almeno nel caso di Israele e del sionismo si fondono in un amalgama di ideologia e realtà genocide. Alla luce della religione dell'Olocausto e della sua epica etica della sopravvivenza, lo Stato ebraico si considera autorizzato a lanciare fosforo bianco su donne e bambini che ha ingabbiato in una prigione a cielo aperto senza vie di fuga. Tristemente, i crimini commessi dallo Stato ebraico sono commessi per conto del popolo ebraico e nel nome della loro tormentata storia di persecuzioni. La religione dell'Olocausto porta alla vita quello che sembra essere l'ultima forma possibile di brutale incarnazione insulare.

Storicamente gli ebrei hanno accantonato molti dei: hanno abbandonato Yahweh, hanno mollato Marx, alcuni non hanno mai seguito il sionismo. Ma alla luce della religione dell'Olocausto, ricordando le scene di Gaza, di Jenin e del Libano, l'ebreo potrebbe essere costretto a tener fede alla tradizione e ad accantonare anche l'“Ebreo”. Dovrà accettare il fatto che la sua nuova figura paterna è stata creata a sua immagine e somiglianza. Ma più preoccupante è il fatto devastante che il nuovo padre, come è ormai dimostrato, è in sé un'incitazione all'omicidio. A quanto pare, il nuovo padre è il supremo Dio cattivo.

Mi chiedo quanti ebrei saranno tanto coraggiosi da abbandonare la loro nuova esoterica figura paterna. Saranno tanto coraggiosi da unirsi al resto dell'umanità nell'adozione di un pensiero etico universale? Solo il tempo saprà dirci se l'ebreo saprà disfarsi dell'“Ebreo”. Tanto per dissipare ogni dubbio, io l'ho fatto molto tempo fa e vivo benissimo.


Originale: War On Terror Within: The End of Jewish History

Articolo originale pubblicato il 18/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, marzo 10, 2009

Avigdor Lieberman, un profilo del prossimo Ministro degli Esteri di Israele

Avigdor Lieberman, un profilo del prossimo Ministro degli Esteri di Israele

PALESTINE MONITOR

Tradotto da Manuela Vittorelli

Prima del febbraio 2009

Attualmente Avigdor Lieberman è un tema caldo per il mondo politico.

Alle ultime elezioni israeliane di febbraio il suo partito Israel Beitein è diventato il terzo partito, facendo di lui il grande artefice, colui che aveva facoltà di decidere chi sarebbe stato prossimo Primo Ministro di Israele: Livni o Netanyahu. Ha scelto Netanyahu.

L'ironia, però, è che Lieberman non sogna di diventare il potere che sta dietro il trono, vuole il trono.

È nato a Kišinëv, in Unione Sovietica (ora Moldova) nel 1958, e ha ricevuto il nome di Evet Lvovich Lieberman. Ha studiato all'istituto d'agraria locale e ha lavorato come buttafuori in un locale notturno e come speaker a Baku (la capitale dell'Azerbaigian) prima di trasferirsi con i suoi genitori in Israele nel 1978.

Lì ha svolto il servizio militare nell'esercito come caporale e si è laureato in scienze sociali all'Università ebraica. È stato proprio durante il periodo degli studi a Gerusalemme che è cominciata la sua carriera politica.

Tra il 1983 e il 1988 ha contribuito alla fondazione del Forum Sionista per l'Ebraismo Sovietico, ed è stato anche membro del Consiglio della Corporazione Economica di Gerusalemme e segretario della sezione di Gerusalemme del Histadrut Ovdim Le’umit (“sindacato nazionale dei lavoratori”).

Dal 1993 al 1997 Lieberman è stato Direttore Generale prima del partito Likud e poi nell'ufficio del Primo Ministro, durante il mandato di Benjamin Netanyahu. Nel 1999 ha fondato il partito Israel Beiteinu, e in quello stesso anno è stato eletto alla Knesset.

Negli anni ha ricoperto gli incarichi di Ministro delle Infrastrutture, Ministro dei Trasporti, Vice Primo Ministro e infine, nel 2006, di Ministro degli Affari Strategici, ruolo incentrato sulla “minaccia strategica dell'Iran”.

Il processo di pace

Secondo Lieberman, il processo (o i processi) di pace si basano su tre presupposti falsi;

- che il conflitto israelo-palestinese sia la principale causa di instabilità nel Medio Oriente
Dice Lieberman: “in realtà le tensioni all'interno del mondo musulmano costituiscono il 95-98% di tutti i problemi del Medio Oriente. La guerra Iran-Iraq e le guerre civili in Libano, Yemen, Tunisia e Algeria sono responsabili del 98% delle vittime in Medio Oriente, e il conflitto israelo-palesinese è responsabile solo del 2%”.

- che il conflitto è territoriale e non ideologico
Dice Lieberman: “Si tratta dei nostri valori e delle nostre idee, e fa parte di uno scontro mondiale tra l'Occidente o il mondo libero e il mondo radicale islamico. Israele rappresenta il mondo libero, e l'Autorità Palestinese e Hamas rappresentano il mondo radicale islamico”.

- che la creazione di uno Stato palestinese basato sui confini del 1967 porrà fine al conflitto
Dice Lieberman: “la soluzione migliore è la separazione, come nei Balcani. Il modello migliore è Cipro: prima del 1974, greci e turchi vivevano insieme e c'erano attriti e terrorismo. Dopo la separazione in territori greco e turco non abbiamo visto un accordo di pace, ma c'è sicurezza. Nella nostra regione può realizzarsi la stessa cosa”.

Politiche razziste

Il controverso programma di Lieberman contiene due idee che discriminano i cittadini arabi palestinesi di Israele con leggi speciali e segregazioniste.

- La prima stabilirebbe un “giuramento di lealtà”, che impone di giurare fedeltà a Israele come Stato ebraico. Il rifiuto di farlo potrebbe condurre alla revoca della cittadinanza o di alcuni diritti di questi cittadini all'interno di Israele.

- La seconda tiene conto della necessità di creare un'entità palestinese di qualche tipo, anche solo ridesignando a formare questa nuova entità quelle parti di Israele in cui gli arabi costituiscono la maggioranza.

Questa nuova forma di pulizia etnica preserva la maggioranza ebraica di Israele, spogliandola però della pretesa di essere una democrazia che assicura pari diritti a tutti i suoi cittadini.

Politiche di divisione

Nel febbraio del 2007 Lieberman ha detto degli arabi israeliani: “vogliono godere di tutti i vantaggi dell'Israele moderno, ma d'altro canto vogliono distruggerci dall'interno”.

Nel 2009 ha affermato che “Israele è sotto un doppio attacco terroristico, dall'interno e dall'esterno. E il terrorismo dall'interno è sempre più pericoloso del terrorismo dall'esterno”.

Quest'uomo è giunto a dire pubblicamente alla Knesset nel novembre 2006 che i parlamentari arabi dovevano essere impiccati come collaborazionisti, a causa della loro opposizione alle politiche del governo. “La seconda guerra mondiale si è conclusa con il processo di Norimberga. I capi del regime nazista, insieme ai loro collaboratori, furono giustiziati. Spero che questo sarà il destino dei collaborazionisti”.

La retorica di Lieberman

Nel marzo del 2002, dopo vari attacchi palestinesi contro israeliani, furono citate le seguenti parole di Lieberman: “Non esiterei a spedire l'esercito israeliano in tutta l'Area A (l'area della Cisgiordania teoricamente controllata dall'Autorità Palestinese) per 48 ore. Per distruggere le fondamenta di tutte le infrastrutture militari dell'autorità e tutti gli edifici della polizia, gli arsenali, tutte le postazioni delle forze di sicurezza... non lasciare in piedi una sola pietra. Distruggere tutto”. Suggerì inoltre al governo israeliano che l'aviazione bombardasse sistematicamente tutti i centri commerciali, i distributori di benzina e le banche nei territori occupati.

Nel luglio del 2003 Ariel Sharon si impegnò con gli Stati Uniti a concedere l'amnistia a 350 detenuti rinchiusi nelle carceri israeliane. Lieberman, che all'epoca era Ministro dei Trasporti, reagì rifiutandosi di partecipare al relativo comitato e disse: “Se possibile sarebbe meglio annegare questi prigionieri nel Mar Morto, dato che è il punto più basso del mondo” e aggiunse che li avrebbe portati lì volentieri lui stesso.

Nel gennaio del 2009, durante il massacro israeliano a Gaza, Lieberman ha detto che Israele “deve continuare a combattere Hamas come fecero gli Stati Uniti con i giapponesi nella seconda guerra mondiale”, riferendosi evidentemente all'olocausto nucleare. Sempre a gennaio, parlando del recente massacro di Gaza, Lieberman ha detto, “i soldati hanno avuto successo, ma i politici hanno fallito. Non hanno permesso all'esercito di completare l'operazione”.

La linea principale

Lieberman è stato accusato molte volte di essere un fascista, un razzista e un fazioso. I media e i politici israeliani sono divisi al proposito. Alcuni hanno descritto Lieberman come contaminato da “dichiarazioni razziste che pregiudicano il carattere democratico di Israele”. Molti hanno apertamente espresso il timore che il profilo politico di Lieberman possa riflettersi sull'immagine di Israele all'estero. Un membro anonimo del partito israeliano Meretz ha detto di lui nel febbraio del 2009:
“Se ti piaceva Mussolini, se ti mancava Stalin, amerai Lieberman”.

Affermazioni come queste hanno spaventato sia Lieberman che il Primo Ministro entrante Netanyahu, che hanno messo in atto una ben programmata e coordinata “offensiva di fascino” di Lieberman all'estero. Sta cercando di presentarsi come un pragmatista cui i media non hanno reso giustizia, e di dimostrare che tutte quelle dichiarazioni bellicose erano solo parole che non diventeranno mai realtà.

Ha già smorzato i toni sul “giuramento di lealtà” e si è spinto anche oltre annunciando di essere pronto a lasciare la propria casa nell'insediamento illegale di Nokdim, in Cisgiordania, se venisse creato uno Stato palestinese.

Dopo aver guidato un partito con un programma contrario ai negoziati, a quest'uomo ci sono voluti pochi giorni per imporre al suo elettorato un cambiamento a 180 gradi. Questo suggerisce che Lieberman è più un opportunista che un ideologo fazioso: disposto a incitare alla paura e alla rabbia per tornaconto politico per poi cercare di gettare acqua sul fuoco una volta in carica.

Sarà il tempo a dirci quale delle tendenze di Lieberman si rivelerà più distruttiva...

Originale: Avigdor Lieberman: A Profile of Israel's Next Foreign Minister

Articolo originale pubblicato il 5/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, febbraio 07, 2009

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

di M. K. Bhadrakumar

Ci sono diversi modi di guardare al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, o AKP, che governa la Turchia. I laicisti militanti e i kemalisti insinuano che sia un cavallo di Troia dei salafisti, i cui membri si fanno passare per democratici. Altri dicono che l'AKP è così moderato che in Iran o in Afghanistan rischierebbe l'ostracismo perché infedele.

Ma sembra che possa esserci un terzo modo: guardare cioè all'AKP come a un risultato della rivoluzione iraniana di trent'anni fa. Almeno questo è quello che pensa Ali Akbar Nateq Nouri, una delle maggiori autorità religiose iraniane che fu presidente del Majlis (il parlamento) e ora riveste la prestigiosa carica di consigliere del Leader Supremo Grande Ayatollah Ali Khamenei.

Domenica scorsa Nouri ha spiegato che “Quando gli iraniani parlavano di 'esportare' la loro rivoluzione, non si riferivano alla fabbricazione di un prodotto per poi esportarlo in altri paesi per mezzo di camion o navi; si riferivano invece alla trasmissione del messaggio della loro rivoluzione, alla comunicazione della sua dottrina”. Nouri ha detto che sentiva di poter riconoscere nell'AKP un erede della rivoluzione iraniana perché nelle ultime settimane è stato proprio in Turchia che si sono svolte “le più belle manifestazioni sulla situazione a Gaza”.

Un grande affronto
Può aver esagerato nel dire che perfino l'esercito turco, “che aveva certi trascorsi, è ora cambiato”. Comunque è vero che in Turchia “le cose sono cambiate”, per citare Nouri, come ha dimostrato il travolgente sostegno popolare ad Hamas nella sua battaglia contro Israele.

In particolare, la reazione pubblica del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan alle parole del Presidente israeliano Shimon Peres, giovedì scorso, durante un dibattito televisivo ai margini del World Economic Forum, nella località svizzera di Davos, ha colpito l'immaginazione del mondo islamico ed è riuscita a superare il divario sunniti-sciiti. All'improvviso Erdogan ha assunto le sembianze di un sultano ottomano dei nostri tempi, con un impero che si estende dalle fertili pianure mesopotamiche ai deserti dell'Arabia, dalla valle del Nilo al Levante e il Maghreb fino al cuore profondo dell'Africa.

Erdogan, un ragazzo di periferia originario del quartiere operaio di Kasimpasa a Istanbul, ne ha fatta di strada nella sua tumultuosa carriera politica. È indubbiamente uno degli uomini politici turchi più carismatici e dotati. Il suo posto nel pantheon dei leader della Turchia è dunque assicurato. Tuttavia non avrebbe mai potuto immaginare di vedersi proporre come candidato al Nobel per la pace, né che a sostenerlo sarebbe stata una riverita figura religiosa del mondo sciita.

È quello che ha fatto l'Ayatollah Naser Makarem-Shirazi, parlando a un pubblico di studenti di teologia domenica scorsa nella città iraniana di Qom. La reazione di Erdogan, ha detto l'ayatollah, ha avuto un effetto profondo sulla sicurezza regionale, e ha rafforzato la resistenza palestinese e ulteriormente isolato il “regime sionista”.

La “pretesa” di Erdogan al Nobel per la pace è appesa al filo sottile delle 56 parole pronunciate durante lo show televisivo di Davos, quando ha rimproverato duramente Peres: “Lei è più anziano di me e la sua voce è più imponente. La ragione per cui lei alza la voce è la psicologia della colpa. Io non avrò bisogno di parlare così fragorosamente. Quando si tratta di uccidere, voi sapete benissimo come uccidere. Io so molto bene come avete colpito e ucciso bambini sulle spiagge”.

Alienazione musulmana
Dice certamente qualcosa della profonda alienazione in cui è intrappolato oggi il Medio Oriente il fatto che l'eco di una semplice sequenza di 56 parole dominate dall'angoscia per la giustizia, l'onore e il diritto si rifiuti così ostinatamente di smorzarsi. Dall'oggi al domani Erdogan si unisce al libanese Hassan Nasrullah dell'Hezbollah e al Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejadnel nel superare con invidiabile slancio le storiche divisioni settarie del mondo musulmano. Di certo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà di che meditare.

Al suo rientro a Istanbul Erdogan è stato accolto come un eroe. I sondaggi d'opinione mostrano che più dell'80% dei turchi approva la sua dura replica e il suo “abbandono” del dibattito televisivo. La popolarità dell'AKP supera il 50%, tanto che i partiti d'opposizione, che nelle elezioni comunali di fine marzo contavano di trarre vantaggio dai problemi economici del paese, sono in preda all'abbattimento.

Nella stessa Gaza Erdogan è diventato da un giorno all'altro una figura iconica, tanto che i governanti arabi pro-occidentali ora sono in imbarazzo – come lo è del resto “Abu Mazen” (il Presidente palestinese Mahmoud Abbas), disinvoltamente a capo dell'Autorità Palestinese. Naturalmente l'Arabia Saudita o l'Egitto non hanno nessuna intenzione di cedere la leadership alla Turchia. Ma d'ora in poi dovranno tener conto seriamente del fatto che l'ombra della Turchia si sta addensando sul panorama musulmano sunnita del Medio Oriente.

L'Iran ne è felice. Il potente capo del Consiglio dei Guardiani, l'Ayatollah Ahmad Jannati, ha mandato un messaggio a Erdogan in cui diceva “La sua presa di posizione epica è piaciuta ad Hamas e ai suoi sostenitori e ha umiliato i leader leccapiedi di vari Stati arabi”.

Il “neo-ottomanismo” prende slancio
Nella stessa Turchia i contraccolpi di quel discorso hanno spaccato l'identità già divisa del paese. L'oligarchia delle élite turche occidentalizzate di Istanbul è scandalizzata che Erdogan possa avere guastato l'immagine del turco civile a lungo coltivata a beneficio dell'Europa. Con il suo senso della storia e della cultura, il turco anatolico, dall'altro lato, è felice che Erdogan stia reclamando il ruolo della Turchia nella casa ancestrale del Medio Oriente musulmano, un ruolo che aveva perduto da molto tempo.

Di certo la scorsa settimana il “neo-ottomanismo” che caratterizza il programma dell'AKP ha fatto un grandissimo balzo in avanti. Sta per avere inizio una fase interessante in cui un ruolo fondamentale verrà assunto dalla riscoperta dell'eredità imperiale della Turchia, mentre il paese continuerà a cercare un nuovo consenso su base nazionale che possa riconciliare le molte identità dei turchi.

Sotto il governo settennale dell'AKP la Turchia ha intrapreso il doloroso processo di scendere a patti con il proprio patrimonio musulmano e ottomano. Contrariamente alle impressioni generali, il neo-ottomanismo non è né islamista né imperialista. Si potrebbe dire che usa il comune denominatore dell'Islam per derivarne un concetto meno etnico dell'identità turca che sia più conciliabile del laicismo militante con il carattere multietnico dello Stato turco.

Ma in politica estera il “neo-ottomanismo” ha un programma più ambizioso. Come ha scritto l'importante editorialista del giornale turco Zaman, Omer Taspinar, “Il neo-ottomanismo vede la Turchia come una superpotenza regionale. La sua cultura e visione strategica riflette la portata geografica degli imperi ottomano e bizantino. La Turchia, come paese-fulcro, dovrebbe così svolgere un ruolo diplomatico e politico molto attivo nell'estesa regione di cui è il 'centro'”. Non sorprende che i detrattori di Erdogan tra le élite occidentalizzate di Istanbul e Ankara vedano queste aperture islamiche o pan-turche della politica estera come mosse rischiose e in ultima analisi nocive per gli interessi della Turchia.

Per citare un importante editorialista turco, Mehmet Ali Birand, di CNN Türk, Erdogan ha “disturbato” il delicato equilibrio della politica estera e ha “messo sé stesso e il suo paese in una posizione rischiosa... Sarà interpretato come un lento allontanamento dal campo Israele-Stati Uniti-Unione Europea-Egitto-Arabia Saudita... Anche se le relazioni con Israele non cesseranno, gli umori cominceranno a cambiare e si orienteranno verso l'antipatia. Se non verranno immediatamente riequilibrate, le relazioni tra Israele e la Turchia non si ristabiliranno facilmente. Le conseguenze si faranno sentire a Washington e sui mercati monetari”.

Tuttavia, la timorosa prognosi di Birand pare troppo presuntuosa. Non v'è alcuna base per affermare che il “neo-ottomanismo” significhi che la Turchia volterà le spalle all'Occidente. Come ha rilevato Tapinar, dopo tutto l'Impero Ottomano era noto come “il malato d'Europa”, non dell'Asia o dell'Arabia. La tradizione europea dell'apertura all'Occidente e agli influssi occidentali fu una costante dell'epoca ottomana. L'ambiziosa politica regionale di Erdogan nel Medio Oriente non dovrebbe essere vista come una deviazione dagli obiettivi rappresentati dall'ingresso nell'Unione Europea e dalle buone relazioni con Washington.

Nuvole sulle relazioni turco-israeliane
Non c'è dubbio che l'offensiva israeliana contro Gaza e l'episodio di Erdogan a Davos abbiano creato fratture nelle relazioni strategiche tra Turchia e Israele. Ma il problema è se i danni siano abbastanza gravi da dare il via a un importante riallineamento nella regione. È altamente probabile che con il raffreddarsi degli animi le relazioni turco-israeliane in quanto tali si ristabiliranno.

L'esercito turco ha fatto sapere che non ci sarà una riduzione della cooperazione con Israele. Ha detto che la cooperazione militare della Turchia con tutti i paesi, Israele compreso, si basa su interessi nazionali e non sono previste difficoltà nella consegna da parte di Israele di UAV (aerei senza pilota) Heron.

Il Ministro degli Esteri Tzipi Livni ha detto: “C'è un'incrinatura nelle nostre relazioni. Non è possibile nasconderlo. Ma queste relazioni sono molto importanti per entrambi i paesi”. Ha preso atto che Ankara stava “facendo una distinzione tra i rapporti bilaterali e il biasimo che ci stanno rivolgendo per l'operazione [di Gaza]”. Anche gruppi ebraici statunitensi stanno cercando di placare le acque nelle relazioni tra Turchia e Israele.

Si può capire che Erdogan si sia sentito tradito. Ha detto al Washington Post che la mediazione turca aveva portato Israele e la Siria “molto vicino” a negoziati di pace diretti sul futuro delle Alture del Golan. Durante la sua visita ad Ankara, il 23 dicembre, il Primo Ministro israeliano non solo ha nascosto a Erdogan il fatto che Israele prevedeva di attaccare Gaza quattro giorni dopo, ma ha assicurato al leader turco che al suo rientro avrebbe consultato i suoi colleghi per una ripresa dei negoziati con la Siria.

Quando Olmert si trovava ad Ankara, Erdogan ha telefonato a Gaza al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, e si è consultato con lui sulle questioni che avrebbe discusso con il Primo Ministro israeliano in visita. Del tutto comprensibilmente, Erdogan si è sentito tradito. “Questa operazione [a Gaza] mostra anche una mancanza di rispetto verso la Turchia”, ha detto. Israele è abituato ad agire assecondando esclusivamente i propri interessi. Ma Erdogan è un turco orgoglioso per il quale perdere la faccia è semplicemente inaccettabile.

Israele ha bisogno della Turchia
Nel frattempo in Turchia si sono svolte imponenti manifestazioni di massa contro Israele alla notizia delle atrocità commesse a Gaza. Il più alto organo esecutivo della Turchia, il Consiglio della Sicurezza Nazionale, che si trova sotto la guida del Presidente e comprende il Primo Ministro e i capi militari, ha dichiarato il 30 dicembre che Israele avrebbe dovuto cessare immediatamente le operazioni militari, dare una possibilità alla diplomazia e consentire che alla popolazione di Gaza giungessero gli aiuti umanitari.

Ma Israele ha preso con molta calma le critiche turche. Ha dichiarato che Erdogan si stava comportando in modo “emotivo”. Erdogan ha ribattuto: “Non sono emotivo. Parlo quale discendente dell'Impero Ottomano, che accolse i vostri antenati quando erano in esilio... La Storia li accuserà [Olmert e Livni] di aver macchiato l'umanità... È imperdonabile che un popolo che durante propria storia ha sofferto così profondamente abbia potuto fare una cosa del genere”.

In compenso, Israele ha più da perdere della Turchia nel deteriorarsi della fiducia reciproca. La Turchia ha molti amici nella regione, mentre Israele non ne ha praticamente nessuno. La Turchia è per Israele un alleato insostituibile non solo nel Medio Oriente ma nell'intero mondo musulmano. Con l'atteso confronto Stati Uniti-Iran e il conseguente riallineamento nella regione, Israele (e gli stati arabi pro-occidentali) hanno bisogno ora più che mai della Turchia come “elemento di equilibrio”. Come dimostra il caloroso plauso iraniano a Erdogan, anche Teheran è profondamente consapevole dei nuovi imperativi.

Oltre a tutto ciò, una questione eterna che dovrebbe allarmare Israele è che per la prima volta nell'heartland anatolico è visibile un'ondata di antisemitismo. Se i leggendari precedenti dell'era ottomana nel dare asilo agli ebrei erranti stanno davvero diventando una reliquia del passato, non chiedetevi di chi sia la colpa. Sono i leader israeliani che devono assumersene la responsabilità.

Originale da: Turkish Snub Changes Middle East Game

Articolo originale pubblicato il 4/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, febbraio 05, 2009

Palestina: capire il torto, di Paolo Barnard

Scrive Paolo Barnard:

"Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo.
Ho già scritto, da anni, che:
Solo quando l'opinione pubblica occidentale saprà cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951, capirà di chi è il grande torto nel conflitto - capirà che il Grande Terrorismo è israeliano, e che il terrorismo palestinese è REAZIONE a decenni di orrori sionisti - capirà che i palestinesi hanno RAGIONE, e che la loro reazione di violenza è oggi solo esasperazione convulsa per tanta indicibile ingiustizia. E l'opinione pubblica occidentale a quel punto fermerà il conflitto.

Ma all'opinione pubblica occidentale nessuno mai racconta cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951. Dobbiamo farlo noi, voi. Come?

Ascoltate il mio racconto in sette parti su Youtube , dal titolo 'Palestina: capire il torto'. E DIVULGATELO, con ogni mezzo, anche solo fornendo il link. Fatelo però con le persone comuni, più che potete, con il popolo del TG1, del TG4, per intenderci. Sarà l'inizio della salvezza della Palestina, perché
'... oggi la gente non tollera più la barbarie, e la Storia ci dimostra che quando la scopre si attiva per porle fine'.
Noam Chomsky













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martedì, febbraio 03, 2009

La pace è irraggiungibile?

lunedì, gennaio 26, 2009

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

[Gilles Devers è l'avvocato francese che coordina la coalizione di più di 300 associazioni che con il motto «alla violenza deve rispondere la giustizia» hanno chiesto che Israele venga giudicato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra commessi a Gaza dal 27 dicembre 2008. Tlaxcala si è offerta di fare da interprete multilingue a questa iniziativa, che ha avuto un tale successo da provocare qualche problema di accesso al sito (abbiate pazienza). Per firmare la petizione vi invito ancora una volta ad andare a questo indirizzo. Maggiori informazioni, compresa la conferenza stampa di Devers, qui].


Foto AFP/Getty Images

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

di Gilles Devers

Per molto tempo ho creduto che Israele non fosse uno Stato come gli altri. Oggi osservo con dolore che per i dirigenti di Israele il crimine di guerra è una scelta politica.

La Storia lo testimonia. Dopo l'Olocausto, come poteva la comunità internazionale non fare di tutto per permettere al popolo scampato al nazismo di continuare a esistere? Decisione incontestabile, ma una fondamentale ingiustizia per i palestinesi. “I palestinesi”? Soprattuto coloro a cui fu detto “Questa non è più casa tua. Non è più casa tua perché le Nazioni Unite hanno deciso che la terra dei tuoi avi non è più la tua terra”. E le Nazioni Unite hanno deciso così perché la comunità internazionale, durante la conferenza di Evian del 1939, aveva chiuso la porta dell'umanità alla comunità ebraica, precipitandola nell'inferno nazista. L'Occidente voleva rimediare alla propria colpa. Una colpa ripagata a spese dei palestinesi, ai quali non può essere mosso il minimo rimprovero. Sì, uno solo: quello di trovarsi dove non dovevano essere.

Equazione impossibile? Nel 2009 non è più un problema. Perché sono passati 63 anni. Nel 2009 niente giustifica che Israele, potenza economica e militare, utilizzi la forza armata per costruire il proprio avvenire. Israele può continuare le sue guerre. Israele può continuare a proibire ai partiti arabi di presentarsi alle elezioni. Israele può fare tutto quello che vuole con la sua forza militare. Ma Israele soccomberà alla legge, che è più forte di lui. Perché di fronte all'intelligenza del mondo è il giusto a essere il più forte.

Non ci si inganni. Ci sono state altre guerre e ce ne saranno altre, con i loro orrori. Ma l'aggressione di Israele contro Gaza del dicembre del 2008 segna un ribaltamento nella Storia.

Cos'è Gaza? Gaza è parte di un territorio al quale la comunità internazionale, per codardia, non ha mai saputo imporre la qualità di Stato. Una popolazione isolata su un territorio di 10 chilometri per 30, indebolita dall'assedio, senza possibilità di fuga. Ormai, quando Israele vuole vincere una guerra, attacca dei civili... Fine di un sistema. Non dimenticate mai il primo giorno: 200 morti. Morti perché? Perché camminavano per la strada, perché andavano a fare la spesa, perché erano dei bambini che tornavano da scuola.

E qual è il governo che ha scatenato la guerra del 27 dicembre 2008? Un primo ministro dimissionario dal settembre del 2008 per corruzione e i due principali ministri del suo governo – quello degli Esteri e quello della Difesa – politicamente così in disaccordo da non essere riusciti a formare una coalizione. È un potere senza testa quello che ha intrapreso questa guerra. La mattina decide i bombardamenti dei civili; la sera si riunisce. Una cosa inaudita! Il risultato è questo: Ban Ki Moon ha denunciato la sproporzione dell'attacco e chiede oggi che si svolga un'inchiesta approfondita perché Israele renda conto delle sue azioni. Tutte le grandi organizzazioni intergovernative e le ONG denunciano questi crimini di guerra.

Per molto tempo, nell'udire la parola Israele, ho visualizzato come immagine di sfondo i campi di concentramento e di sterminio. Il crimine commesso nella culla della cultura. Oggi vedo ancora i campi, ma Israele è altrove.

Il futuro appartiene agli uomini che sanno costruire la pace. Ebbene, oggi la pace si chiama rispetto del diritto. Su cosa si fondano oggi i diritti dell'uomo? Sull'analisi del 1945 come risposta ai crimini nazisti, ancora oggi attuale. Le basi del diritto umano affondano le radici nei crimini nazisti. Tutto parte da lì. Dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1948 alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo passando per i molteplici sistemi nazionali, il diritto della civiltà ha posto come base che nessun uomo può essere colpito per la sola ragione di essere chi non deve.

Israele può cominciare a tremare. Tremare perché, lontano dalle bombe, si è messa in moto la giustizia che lo giudicherà. Israele potrà ancora mostrare i muscoli dei suoi elicotteri e dei suoi carri armati. Ma un giorno – tra cinque, dieci o trent'anni – si renderà omaggio al popolo palestinese perché ha saputo ritrovare, attingendo alle profondità di ciò che ci rende uomini, il concetto stesso di diritti umani.

Per il semplice fatto di esistere, senza che alcuno sia in grado di esprimere il minimo giudizio sulla qualità della mia vita, ho diritto a quell'insieme che costituisce la dimensione umana e che si chiama libertà. Per il semplice fatto di essere nato qui, tra Rafah e Gaza, o di essere nato altrove e che i cannoni dei carri armati mi abbiano assegnato la residenza qui, quando la terra non è più mia e l'acqua mi viene rubata, io rimango. Guardami negli occhi, Israele, è un essere umano che ti guarda. Ascolta quello che ti dico, Israele, perché senza il linguaggio siamo destinati a morire. Esci dalla prigione della tua violenza, e vieni ad assaporare la forza della libertà. Da sessant'anni cerchi con la forza di rinchiudermi in una prigione. I muri spezzano la mia vita, ma sei tu che ti sei trasformato in prigioniero. Prigioniero delle certezze che ti impediscono di vedere il mondo. La vera libertà si inventa a Gaza, quando tu hai distrutto tutto. Questa madre disperata, che ha perduto la famiglia e la casa e ora siede sulle macerie a implorare Dio, dice tutto della forza umana, mentre i tuoi miserabili carri armati firmano la fine di un'epopea folle.

La saggezza araba ci dice che la sventura assoluta non esiste. A Gaza, degli esseri umani sono stati uccisi perché erano palestinesi. Accusati e condannati in quanto palestinesi. Oggi chi può immaginare che il crimine paghi? Chi può pensare che Israele porterà in paradiso i bambini che ha assassinato a Gaza? Sarà la giustizia umana a ristabilire l'ordine, e a restituire ai palestinesi il posto che meritano nella Storia.

Originale: Ce que l'humanité doit aux palestiniens

Articolo originale pubblicato il 23/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, gennaio 20, 2009

Rispondere alla violenza con la giustizia - Petizione

lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Medici segnalano l'uso “di un nuovo tipo d'arma” a Gaza

Dall'inviata speciale Sophie Shihab ad Al-Arish, Egitto - In questi ultimi giorni le televisioni arabe che trasmettono da Gaza hanno mostrato dei feriti di tipo nuovo – adulti e bambini le cui gambe erano ridotte a resti carbonizzati e insanguinati. Domenica 11 gennaio ne hanno dato testimonianza due medici norvegesi, unici occidentali presenti nell'ospedale della città.

I dottori Mads Gilbert ed Erik Fosse, che operano nella regione da una ventina d'anni con l'organizzazione non governativa (ONG) norvegese Norwac, hanno potuto lasciare il territorio il giorno prima, con quindici feriti gravi, attraverso il confine con l'Egitto. Non senza ostacoli fino all'ultimo: “Tre giorni fa il nostro convoglio, peraltro guidato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dovuto fare dietro front prima di arrivare a Khan Younis, dove dei carri armati ci hanno sparato addosso per fermarci”, hanno detto ai giornalisti presenti ad Al-Arish.

Due giorni dopo il convoglio è passato, ma i medici e l'ambasciatore norvegese venuto ad accoglierli sono rimasti bloccati tutta la notte “per motivi burocratici” all'interno del terminal egiziano di Rafah, aperto esclusivamente per le missioni sanitarie. Quella notte i vetri di alcune finestre e un soffitto del terminal sono stati distrutti dall'onda d'urto di una delle bombe sganciate nelle vicinanze.

“A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate, bruciate”
“All'ospedale Al-Shifa di Gaza non abbiamo visto ustioni da fosforo né lesioni da bombe a grappolo. Ma abbiamo visto delle vittime di ciò che abbiamo tutti i motivi di pensare sia il nuovo tipo d'arma sperimentato dall'esercito americano e noto con l'acronimo DIME – cioè Dense Inert Metal Explosive”, hanno dichiarato i medici.

Si tratta di piccole sfere di carbonio contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel o ferro, con un enorme potere esplosivo che si dissipa però nel raggio di 10 metri. “A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate e bruciate come da migliaia di punture d'ago. Non abbiamo visto i corpi sezionati, ma abbiamo visto molti amputati. C'erano stati casi simili nel sud del Libano nel 2006 e abbiamo visto la stessa cosa a Gaza sempre nel 2006, durante l'operazione israeliana “Pioggia d'estate”. Degli esperimenti sui topi di laboratorio hanno mostrato che queste particelle che restano nel corpo sono cancerogene”, hanno spiegato.

Un medico palestinese intervistato domenica da Al-Jazeera ha parlato della sua impotenza in questi casi: “Non hanno alcuna traccia di metallo in corpo, ma strane emorragie interne. Una sostanza brucia i loro vasi sanguigni e provoca la morte, non possiamo fare nulla”. Secondo la prima équipe di medici arabi autorizzata a entrare nel territorio, giunta venerdì da sud all'ospedale di Khan Younis, quest'ultimo ha accolto “decine” di casi di questo tipo.

I medici norvegesi, da parte loro, si sono trovati costretti – hanno detto – a testimoniare ciò che hanno visto, in assenza a Gaza di ogni altro rappresentante del “mondo occidentale”, medico o giornalista che fosse: “Può essere che questa guerra sia il laboratorio dei fabbricanti di morte? Può essere che nel XXI secolo si possano imprigionare 1,5 milioni di persone e far loro tutto ciò che si vuole chiamandoli terroristi?”

Giunti a quattro giorni dall'inizio della guerra all'ospedale Al-Shifa, che hanno conosciuto prima e dopo l'assedio, hanno trovato un edificio e delle attrezzature “allo stremo”, un personale spossato, moribondi ovunque. Il materiale che avevano preparato è rimasto bloccato al valico di Erez.

“Con un pronto soccorso in cui arrivano cinquanta feriti alla volta sarebbe in difficoltà anche il migliore ospedale di Oslo”, raccontano. “Qui le bombe potevano uccidere dieci persone al minuto. I vetri delle finestre dell'ospedale sono andati a pezzi con l'esplosione che ha distrutto la vicina moschea. Durante alcuni allarmi il personale ha dovuto rifugiarsi nei corridoi. Il loro coraggio è incredibile. Possono dormire da due a tre ore al giorno. La maggior parte ha subito perdite tra i propri cari, alla radio interna ascoltano la litania dei nuovi luoghi attaccati e a volte capita che i loro familiari si trovino proprio lì, ma devono continuare a lavorare... La mattina della nostra partenza, al pronto soccorso, ho chiesto come era andata la notte. Un'infermiera ha sorriso. Poi è scoppiata a piangere”.

A questo punto del racconto la voce del dottor Gilbert vacilla. “Vede”, si riprende sorridendo tranquillo, “Anch'io...”

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Si veda anche: "Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese", due interviste del Dottor Gilbert

Originale: Des médecins évoquent l'usage "d'un nouveau type d'arme" à Gaza

Articolo originale pubblicato il 12/1/2009

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martedì, gennaio 13, 2009

Cerimonia d'addio a Gaza?

Cerimonia d’addio a Gaza?

di Lev GRINBERG

Tradotto da Diego Traversa

L’attacco israeliano a Gaza è il regalo di addio da parte del governo d’Israele al Presidente americano uscente George W. Bush. “Il migliore amico d’Israele di sempre” ha sostenuto il suo protetto in ogni conflitto e guerra, ha giustificato le sue mosse aggressive e ha impedito ogni intervento internazionale contro di esso. Bush ha affidato ad Israele la posizione di centravanti di sfondamento nella sua guerra al terrore, rafforzando quindi i suoi settori di estrema destra. Con amici reali di questo genere, chi ha bisogno di nemici immaginari?

Ma Israele non è uno stato satellite degli USA. Sì, tenta di favorire le politiche americane ma prova anche ad indirizzarle secondo i propri programmi. Così, per esempio, gli otto anni di “processo di pace” durante l’amministrazione Clinton (1992-2000) sono stati un’iniziativa israeliana che ha aggirato e neutralizzato la mediazione di Clinton, proprio come gli otto anni di guerra e di politiche unilaterali dell’era Bush (2000-2008) erano iniziati prima che Bush entrasse in carica. Anche adesso, Israele ha cominciato l’escalation a Gaza, senza che nessuno ci abbia fatto caso, il 4 Novembre 2008, giorno delle elezioni presidenziali americane. L’attuale aggressione d’Israele non può essere compresa senza considerare la sua tempistica, cioè la “finestra di opportunità” che intercorre tra l’elezione di Obama e l’insediamento del 20 gennaio.

Ricordo una conversazione che ebbi con il defunto, famoso studioso americano Charles Tilly, durante la sua visita in Israele nel maggio del 2000. Mi chiese quale fosse la logica politica dell’allora Primo Ministro Barak. Io gli dissi quale era la sua “tabella” politica: ritiro dal Libano a luglio, negoziati con i palestinesi conclusi a settembre, elezioni americane a novembre. Tilly interruppe il mio discorso sostenendo che questo non fosse un comportamento politico ma piuttosto una logica militare: dare ultimatum, evitare negoziati e poi atti unilaterali. Aveva ragione, nel particolare regime democratico/militare esistente in Israele i politici/generali sin da allora hanno agito unilateralmente: ritiro (dal Libano nel 2000) e reimpiego (a Gaza nel 2005), violente reazioni spropositate (nei territori occupati, nel periodo 2000-2004 contro l’Intifada, in Libano e a Gaza dopo i rapimenti di soldati nel 2006, e ora a Gaza) e costruzione illegale del muro di separazione. Tutte queste sono mosse militari unilaterali, senza il riconoscimento dell’altra parte, senza negoziati. Il sostegno americano è fondamentale; pertanto in Israele le elezioni presidenziali americane sono parte della pianificazione militare.

L’attacco a Gaza è la continuazione della politica unilaterale e aggressiva degli ultimi otto anni, intesa a sfruttare il sostegno dell’amministrazione Bush costringendo il neo Presidente Obama a prendere una posizione durante la crisi, immediatamente non appena entra in carica.

La mossa è iniziata il 4 novembre 2008, quando le forze di difesa israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno fatto saltare in aria un tunnel e hanno ucciso sei uomini di Hamas, rompendo quindi una Tahadia (tregua) che durava da quattro mesi e mezzo. I palestinesi hanno risposto lanciando razzi Qassam verso Israele; a sua volta, le forze armate israeliane hanno chiuso i valichi di frontiera e hanno stretto l’assedio intorno a Gaza. Questo assedio è rimasto sin da allora, così il governo di Hamas ha annunciato che la condizione per rinnovare il cessate-il-fuoco era quella di togliere l’assedio e di riaprire i valichi. Israele ha scelto di considerare la condizione della riapertura dei valichi come un rifiuto da parte di Hamas a rinnovare la tregua.

Israele definisce tutto questo “auto-difesa”. Ma anche il Presidente Bush, il Presidente francese, il Cancelliere tedesco e il Presidente egiziano continuano a ripetere questo mantra dell’auto-difesa. Il ragionamento di Israele è che “nessuna nazione sovrana può tollerare di essere colpita da uno stato confinante”, ignorando il fatto che la Striscia di Gaza non è uno “stato confinante”. Questo è il nocciolo del conflitto: Gaza è un’enorme prigione controllata dall’esercito israeliano che impedisce a persone e beni di entrare e uscire , non solo dai valichi alla frontiera con Israele ma anche dal quelli al confine egiziano, oltre che via mare e via terra.

Non sarebbe stato possibile accettare questo inganno da parte del governo israeliano se non fosse stato per l’era della guerra al terrore del Presidente Bush, al centro della quale c’è l’inganno dell’invasione irachena e gli omicidi di massa di civili. Prima dell’occupazione dell’Iraq, quando nell’aprile 2002 l’esercito israeliano riconquistò le città cisgiordane uccidendo centinaia di palestinesi e distruggendo le istituzioni dell’Autorità Palestinese, c’erano forti critiche internazionali verso Israele, e fu solo per l’intervento dell’amministrazione Bush che ad una commissione ONU venne impedito di poter investigare sui massacri di Jenin. Chi mai avrà intenzione, oggi, di istituire una commissione investigativa? L’amministrazione Bush è riuscita ad imporre la guerra al terrore al mondo intero ignorando apertamente l’opinione pubblica mondiale, ma, mentre da allora Bush è rimasto in Iraq, nel frattempo l’Europa e gli stati arabi più conservatori si sono gradualmente allineati alla sua politica.

Se c’è qualcosa che assomiglia all’invasione israeliana di Gaza, questa è l’occupazione americana in Iraq, e se Israele riuscirà a distruggere il potere di Hamas, come Bush ha stroncato quello di Saddam Hussein, non sarà in grado di uscire da Gaza.

Molti nel mondo sono rimasti delusi dal silenzio di Obama sull’aggressione israeliana. Una simile delusione si può giustificare: non ci si può aspettare molto, considerate le politiche americane medio-orientali da Carter in poi. Se il neo-presidente dovesse continuare la politica di Bush, rispolverando soltanto una più presentabile immagine clintoniana, sarebbe un disastro. C’è uno stretto legame tra l’Iraq e Gaza, e se il ritiro americano dall’Iraq non è associato ad un giusto e fattibile accordo israelo-palestinese, allora la minaccia dell’Islam radicale potrebbe effettivamente raggiungere il Cairo, Tel Aviv, Parigi e Londra.

Ma c’è un’altra possibilità, più positiva. È possibile che Barack Obama abbia capito la trappola che Israele sta tendendo, e che perciò abbia deciso di non prendere posizione fino all’entrata in carica. Spero che le cose stiano così e che, una volta entrato in carica, Obama si comporti da sincero amico d’Israele e lo salvi da se stesso. Obama deve porre fine all’aggressione israeliana. Il problema di Israele è un eccesso di potere militare che scaturisce dal trauma dell’Olocausto. Israele si sta comportando come il bullo di periferia che aspetta che qualcuno lo fermi, perché possiede davvero la forza di distruggere qualunque cosa intorno a sé mentre nel frattempo distrugge sé stesso.

Chiunque desideri sinceramente aiutare Israele deve destituirlo dalla sua posizione di centravanti di sfondamento nella guerra all’Islam, posizione che l’era di Bush della guerra al terrore ha concepito per Israele. Speriamo che la guerra di Gaza sia una cerimonia d’addio che segni la chiusura dell’epoca distruttiva del Presidente Bush. È veramente l’ora del “cambiamento” che è stato promesso. Obama: sì, tu puoi.

Originale inviato dall'Autore

Articolo originale pubblicato l'11/1/2009

Diego Traversa è un collaboratore di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Di semine e raccolti

Discorso del Subcomandante Marcos su Gaza, al Festival Mondiale della Degna Rabbia, 4 gennaio 2009



Forse quello che dirò non è in tema con l'argomento di questo incontro, o forse sì.

Due giorni fa, proprio mentre parlavamo di violenza, l'ineffabile Condoleezza Rice, funzionaria del governo nordamericano, ha dichiarato che quello che stava accadendo a Gaza è colpa dei palestinesi e dovuto alla loro natura violenta.

I fiumi sotterranei che percorrono il mondo possono cambiare la loro geografia, ma intonano lo stesso canto.

E quello che ora ascoltiamo è un canto di guerra e di sofferenza.

Non molto lontano da qui, in un luogo chiamato Gaza, in Palestina, in Medio Oriente, proprio vicino a noi, l'esercito pesantemente armato e ben addestrato del governo di Israele continua la sua avanzata portando morte e distruzione.

I passi che ha intrapreso finora sono quelli di una classica guerra militare di conquista: prima un bombardamento intenso e massiccio per distruggere punti militari “nevralgici” (così dicono i manuali militari) e per “ammorbidire” le fortificazioni della resistenza; poi il ferreo controllo dell'informazione; tutto ciò che si vede e si sente “nel mondo esterno”, vale a dire esterno al teatro delle operazioni, deve essere selezionato in base a criteri militari; adesso il fuoco intenso dell'artiglieria sulla fanteria nemica per proteggere l'avanzata delle truppe verso nuove postazioni; in seguito l'accerchiamento e l'assedio per indebolire la guarnigione nemica; poi l'assalto che conquisterà la posizione annientando il nemico, infine la “pulizia” delle probabili “sacche di resistenza”.

Il manuale militare di guerra moderna, con alcune varianti e aggiunte, viene seguito passo dopo passo dalle forze militari dell'invasore.

Noi non ne sappiamo molto e di certo esistono esperti del cosiddetto “conflitto in Medio Oriente”, però da questo nostro angolo abbiamo qualcosa da dire.

Secondo le fotografie delle agenzie di informazione, i punti “nevralgici” distrutti dall'aviazione del governo di Israele sono case, baracche, edifici civili. Tra le macerie non abbiamo visto bunker, caserme, aeroporti militari o batterie di cannoni. Così noi, perdonate la nostra ignoranza, pensiamo o che l'artiglieria aerea abbia una cattiva mira o che a Gaza non esistano tali punti militari “nevralgici”.

Non abbiamo l'onore di conoscere la Palestina, ma supponiamo che in quelle case, baracche ed edifici abitasse della gente, uomini, donne, bambini e anziani, e non soldati.

E non abbiamo neanche visto fortificazioni della resistenza, solo macerie.

Abbiamo assistito, invece, i futili sforzi dell'assedio informativo e abbiamo visto diversi governi del mondo indecisi tra fare finta di nulla o plaudire all'invasione, e un'ONU ormai da tempo inutile emettere fiacchi comunicati stampa.

Ma aspettate. Ci è appena venuto in mente che forse per il governo di Israele quegli uomini, quelle donne, quei bambini e quegli anziani sono soldati nemici e, in quanto tali, le baracche, le case e gli edifici in cui vivono sono caserme che devono essere distrutte.

Dunque di sicuro il fuoco d'artiglieria che stamane colpisce Gaza serve a proteggere da questi uomini, donne, bambini e anziani l'avanzata della fanteria dell'esercito israeliano.

E la guarnigione nemica che si vuole indebolire con l'accerchiamento e l'assedio di Gaza non è altro che la popolazione civile che vi abita. E l'offensiva cercherà di annientare quella popolazione. E a ogni uomo, donna, bambino o anziano che riuscirà a sfuggire, nascondendosi, dall'assalto prevedibilmente sanguinoso, sarà in seguito data la “caccia” perché la pulizia sia completa e il comando militare dell'operazione possa riferire ai suoi superiori: “missione compiuta”.

Perdonate ancora la nostra ignoranza, forse quello che stiamo dicendo non c'entra. E invece di ripudiare e condannare il crimine in corso, da indigeni e guerrieri quali siamo, dovremmo discutere e prendere posizione sul “sionismo” o l'“antisemitismo” o se all'inizio di tutto ci siano state le bombe di Hamas.

Forse il nostro pensiero è molto semplice, e ci mancano le sfumature e le postille sempre necessarie all'analisi, però per noi zapatisti a Gaza c'è un esercito professionale che sta assassinando una popolazione indifesa.

Chi può restare zitto, in basso e a sinistra?

È utile dire qualcosa? Le nostre grida fermano le bombe? La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese?

Noi pensiamo che sia utile, sì, che forse non fermeremo le bombe e che la nostra parola non si trasformerà in uno scudo blindato per impedire che quella pallottola da 5,56 o 9 mm con le lettere IMI, Industria Militare Israeliana, incise alla base della cartuccia, colpisca il petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi ad altre parole nel Messico e nel mondo e magari dapprima diventerà un sussurro, poi si farà più forte e infine si trasformerà in un grido che si farà sentire fino a Gaza.

Non sappiamo voi, ma noi, uomini e donne zapatisti dell'EZLN, sappiamo quanto sia importante, in mezzo alla distruzione e alla morte, sentire delle parole di incoraggiamento.

Non so come spiegarlo, ma risulta che sì, forse le parole che vengono da lontano non riescono a fermare una bomba, ma è come se nell'oscura casa della morte si aprisse una crepa per lasciar filtrare un piccolo raggio di luce.

Per tutto il resto, accadrà quello che accadrà. Il governo di Israele dichiarerà che è stato inferto un duro colpo al terrorismo, nasconderà alla sua popolazione le proporzioni del massacro, i grandi produttori di armi avranno ottenuto un sostegno economico per affrontare la crisi e l'“opinione pubblica mondiale”, questa entità malleabile e sempre a modo, distoglierà lo sguardo.

Ma non è tutto. Accadrà anche che il popolo palestinese resisterà, sopravviverà e continuerà a lottare, e a conservare la simpatia dal basso per la sua causa.

E forse sopravviveranno anche un bambino e una bambina di Gaza. Forse cresceranno e con loro il coraggio, l'indignazione, la rabbia. Forse diventeranno soldati o miliziani di uno dei gruppi che lottano in Palestina. Forse si troveranno a combattere contro Israele. Forse lo faranno sparando con un fucile. Forse immolandosi con una cintura di dinamite legata attorno alla vita.

E allora, dall'alto, scriveranno della natura violenta dei palestinesi e faranno dichiarazioni condannando questa violenza e si tornerà a discutere di sionismo o antisemitismo.

E nessuno domanderà chi è stato a seminare ciò che viene raccolto.

Per gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale,

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 4 gennaio 2009.

Fonte: Tlaxcala

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domenica, gennaio 11, 2009

Il tradimento degli intellettuali

Il tradimento degli intellettuali

di Paolo Barnard

Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.

Bene.

Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.

E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciante e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. È un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. È complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.

I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.

Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.

Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.

L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.

In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. È immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. È immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.

Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come La Pulizia Etnica della Palestina, di Ilan Pappe, Fazi ed., o Pity The Nation, di Robert Fisk, Oxford University Press, e Perché ci Odiano, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei siti http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne La Questione Palestinese della libreria delle Nazioni Unite a New York.

E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.

Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell'intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l'ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in Perché ci odiano intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell'Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla 'epopea' sionista.

Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell'uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del prima razzo Qassam su Sderot in Israele.

Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.

E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.

Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari 'intellettuali'.

Paolo Barnard

Gennaio 2009

Fonte: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86

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giovedì, gennaio 08, 2009

La gabbia

"Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese di Gaza, possiamo dimostrarlo con le cifre. Dovete ricordare che l’età media degli abitanti di Gaza è di 17 anni, una popolazione molto giovane, e circa l’80% di loro vive sotto la soglia di povertà fissata dall’ONU. Insomma, questa è gente povera e molto giovane, e non può fuggire da nessuna parte, poiché non possono scappare come fanno le altre popolazioni in tempo di guerra, essendo rinchiusi in una grande gabbia, si sta bombardando un milione e mezzo di persone chiuse in una gabbia".

Il dottore norvegese Mads Gilbert, membro di un équipe di triage che si trova a Gaza dal 1° gennaio (traduzione Diego Traversa).
In questa pagina, se scendete fino a trovare l'italiano, trovate anche le sue dichiarazioni sul sospetto uso di armi DIME e sui loro possibili effetti a lungo termine.

Nel frattempo 24 associazioni francesi si sono rivolte a un avvocato per chiedere al presidente Sarkozy di denunciare al Tribunale penale internazionale dell'Aia i signori Peres, Olmert, Livni e Barak per i crimini di guerra commessi sul territorio palestinese dal 27 dicembre 2008.

[Seguirò l'evoluzione del procedimento, traducendo il traducibile]

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martedì, gennaio 06, 2009

5 gennaio, turno di notte/attaccata scuola dell'UNRWA

20.00: Devo essere all'ospedale Al Quds per il turno di notte alla Mezzaluna Rossa alle 8 di sera, ma mentre sto finendo di scrivere con l'elettricità del generatore arriva uno stranissimo rumore dal mare. È un sibilo come di un razzo molto vicino; V e io ci guardiano, guardiamo la finestra sul mare. Lui si calca il berretto sulla testa e piegandosi si allontana dalla finestra, io mi copro la testa con la giacca così da non poter vedere quello che succede. Ma invece di finire in un'esplosione il suono si smorza e si allontana.

La cosa si ripete più volte, e mi accorgo che quello che sentiamo non sono razzi ma aerei – molto rumorosi e incredibilmente veloci, il che mi fa venire in mente il termine “supersonico”, sempre che voglia dire qualcosa al di fuori del mondo dei fumetti. Esco per fare la camminata di mezz'ora sulla strada buia che porta all'ospedale Al Quds, ma quando sono a metà strada arrivano altri aerei, e si sentono delle esplosioni in direzione dell'ospedale. Mi perdo d'animo, mi fermo sotto un albero e mando un sms a Eva scrivendole che non ce la faccio a farmi da solo questa camminata. Gli aerei hanno spaventato a morte anche lei. Torno rapidamente nell'appartamento e mi metto a pensare a una soluzione. V mi consiglia di prendere l'altra direzione, di andare all'ospedale Al Shifa e prendere un'ambulanza diretta ad Al Quds.

Cosa significano quegli aerei? Questo pezzetto di terra non ha neanche un vero esercito! Il termine “infierire” non ha mai avuto più senso. Mi ci vuole un po' per trovare il coraggio di rimettermi in cammino. Per fortuna gli aerei misteriosi se ne sono andati.

22.45 Sono ancora ad Al Shifa, essendo stato trattenuto da un giornalista di Press TV che voleva intervistarmi, ma sono riuscito a salire su un'ambulanza in partenza. Proprio mentre sta per partire, ai lati dell'ospedale cadono dei razzi e ci ritiriamo di fretta sotto la pensilina dell'ingresso.

Quando arriviamo ad Al Quds l'atmosfera è febbrile. Hanno appena accolto tre uomini che si trovavano in un'auto fuori di una casa bombardata, non capisco se uno sta morendo o è già morto. Ne portiamo di corsa un altro ad Al Shifa per un intervento neurochirurgico. Poi ci rispediscono fuori a grande velocità nella città buia piena di fumo. I doppi attacchi di Israele adesso si verificano così spesso che i livelli di stress degli autisti delle ambulanze sono molto alti. I medici fanno tutto in grande velocità, urlando. Le macerie coprono le strade dopo i bombardamenti di pochi minuti fa. L'odore familiare del fumo dei razzi impregna l'aria, lo stesso odore che emanano i cadaveri grigi degli uomini che abbiamo raccolto negli ultimi giorni.

Scrutiamo il buio per cercare le persone che ci hanno chiamato. Vediamo un ragazzino che gira l'angolo di corsa per fare ritorno con la sua famiglia, 25 persone, per lo più bambini terrorizzati. Un ragazzino zoppica. I medici corrono a prenderli, urlando qualcosa che dev'essere l'equivalente di “Muovetevi, dobbiamo andarcene di qui!” Stipiamo tutti nelle ambulanze; una bambina di circa sei anni viene sistemata tra le mie braccia attraverso il finestrino abbassato a metà. Schizziamo nuovamente verso l'ospedale, li scarichiamo in un posto relativamente sicuro e corriamo fuori a prendere un padre che porta in braccio la sua bambina di circa otto anni, trauma cranico.

Poi vado a vedere come sta la famiglia di 25 persone, riunita in una stanza dove ha ricevuto coperte e cibo. Non sembrano esserci ferite gravi, e quando ne so di più mi sembra un miracolo. Chiedo a due bellissime ragazzine che parlano bene l'inglese, R ed S, di raccontarmi cos'è successo. Mi spiegano che la famiglia è costituita dalla loro zia e i suoi figli, ospitati nella loro casa perché la loro era stata distrutta. Dice R, “nelle ultime 3 notti siamo stati colpiti 13 volte la prima notte, 3 volte quella dopo, e stanotte 10 volte. Il 3° piano è andato distrutto, poi il 2°, ci era rimasto solo il primo, adesso non c'è quasi più niente”. Mi traducono le parole della zia: “Qual è la soluzione, per noi? Quale?” Le ragazze aggiungono: “Fatah non ci ha dato nessuna soluzione. Nessuna soluzione da Hamas. Vogliamo solo pace! Solo pace!”

“Dove andrete?” chiedo loro.

“Non lo sappiamo”, dicono. “Abbiamo altri familiari, ma sono scappati anche loro perché Israele minacciava di bombardare la loro casa. Non lo sappiamo”.

E mi dice che stava approfittando del collegamento internet dell'edificio che ospita Russia TV, Fox, forse la Reuters e altri uffici stampa, quando sono stati bombardati 7 volte in successione. È scesa al pianterreno sana e salva dal decimo piano, con tutti gli altri, ma dice di aver pensato che stesse per crollare tutto.

Nella notte giungono notizie confuse di altri attacchi su moschee e case in tutta Gaza. Dopo le prime ore febbrili, nella parte centrale del turno andiamo a prendere 5 donne che stanno per partorire; alla quinta chiamata S pensa che lo stiano prendendo in giro. Sono contento di essere capace di sorridere alle nostre pazienti. Poi S mi racconta di una ragazza di 17 anni che ieri è entrata in travaglio. Il bambino della cognata, di un anno, le era stato ucciso tra le braccia, il proiettile lo aveva trapassato e aveva ferito la madre. E suo suocero è morto, ma non si è riusciti a portare via il suo corpo.

04.00: Dietro i due banchi della reception, uno di fronte all'altro, ci sono due gruppi familiari seduti su sedie di plastica disposte in cerchio. Stanno tutti zitti. Un medico spiega che c'è stato un allarme nel condominio alle nostre spalle. Queste famiglie sono state evacuate qui. Gli altri sono rimasti nell'edificio.

06.00: Parlo con EJ a Jabalia dal telefono dell'ufficio. Mi ero dimenticato di dirvi che le ambulanze della Mezzaluna Rossa hanno nuovamente cambiato base, perché si temeva che l'ospedale Karmel Adwan, essendo un ospedale del governo, potesse essere un bersaglio. Così EJ, Mo e A hanno fatto il turno di notte nella nuova base dell'ospedale Al Awda. EJ dice che circa alle 5 quattro ambulanze sono andate a prendere delle persone ferite nel bombardamento di una casa. Sono tornati per prendere altri feriti, ancora con quattro ambulanze, e l'esercito israeliano ha bombardato la casa un'altra volta non appena sono arrivati. I medici che non erano nelle ambulanze sono stati feriti dai calcinacci. EJ era dentro un'ambulanza.

S mi dice che c'è stato un attacco contro scuola Shatr dell'UNWRA, pensa di Apache, che ha ucciso tre volontari dell'UNWRA che stavano dando una mano con i rifugiati. Gli chiedono di portare l'ambulanza a raccogliere i resti umani, perché sono vicini ai bagni e questo angoscia le persone. Ma il capo alla Mezzaluna Rossa dice che è rimasta un'unica ambulanza ed è in attesa, dunque deve aspettare che tornino le altre.

17.00: Abbiamo appena saputo che nell'ultima ora è stata colpita la scuola Al Fakhoura dell'UNWRA, crediamo da carri armati, ed è confermato che sono rimasti uccisi 43 membri della stessa famiglia allargata. Le scuole dell'UNWRA stanno offrendo riparo ai rifugiati le cui case sono già state bombardate o minacciate di bombardamento da Israele. Abbiamo anche saputo che in precedenza era stata attaccata una terza scuola dell'UNWRA, ma non abbiamo altri dettagli. Non riesco a esprimere la rabbia che sto provando.

Il nostro gruppo cerca di restare unito ma cominciamo a sentire il peso dell'insufficiente accesso internet, del cibo, del sonno e della speranza che questa follia finisca. È stato superato il numero di 570 morti, i feriti hanno superato i 2600.

Originale: Jan 5 night shift/ UNRWA refuge schools attacked

Pubblicato il 6 gennaio 2009

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Ahmed Saadat, Carlos, il FPLP e il movimento di liberazione della Palestina: due link

Cominciamo la giornata con i link a due notevoli documenti di Tlaxcala che permettono di inquadrare diversi aspetti della lotta di liberazione nazionale palestinese.

Uno si sofferma sulla notizia - passata quasi inosservata all'ombra dell'offensiva israeliana contro Gaza - della condanna a 30 anni di carcere inflitta a Ahmed Saadat, dirigente del Fronte di Liberazione della Palestina, da un tribunale militare israeliano: ricostruisce la biografia di Saadat e i fatti degli ultimi anni e riporta un'intervista del 2003 - fatta quando Saadat si trovava già in carcere, a Gerico, prima di essere sequestrato dagli israeliani - in cui il leader del FPLP parla della resistenza palestinese, dell'ambiguità dell'Autorità palestinese, della seconda Intifada e della visione del movimento di liberazione nazionale:
Palestina: Ahmed Saadat condannato a 30 anni di carcere

L'altro documento è il testo dell'intervista fatta il primo gennaio 2009 da Fausto Giudice a Ilich Ramírez Sánchez, detto "Carlos", dalla prigione di Poissy nella quale sta scontando il quattordicesimo anno di ergastolo. È stata l'occasione per chiedergli cosa pensa della guerra di Israele contro Gaza, dell'eredità e degli errori (secondo lui) del FPLP e delle possibili tattiche di Hamas:
“Quello che sta facendo l'Hamas è copiare il sistema vietnamita” - Intervista con Ilich Ramírez Sánchez

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lunedì, gennaio 05, 2009

Jabalia, 4-5 gennaio

[Grazie agli aggiornamenti su Twitter di Gazanews - che consiglio a chi ha anche solo una minima dimestichezza con l'inglese - ho scoperto un blog tenuto da un medico volontario a Gaza. Ne ho tradotto in velocità il post più recente, che racconta le ultime 24 ore di follia].

18.00:
All'ospedale di Al Awda, gestito dai Unione dei Comitati degli Operatori sanitari. Normalmente ha una capacità di 50 letti, ma adesso ne ospita 75. E e Mo intervistano Ala’a, il medico della Mezzaluna Rossa di Jabalia rimasto ferito ieri quando è stato ucciso Arafa.

È andata così:

Erano circa le 8.30 di sabato mattina a Jabalia. Cinque ragazzi si sono ritrovati sotto i bombardamenti e hanno cercato di scappare. Tre ce l'hanno fatta. Uno, Tha’er, 19 anni, è stato colpito al piede. Il suo amico Ali, anche lui 19 anni, ha cercato di trascinarlo in salvo, ma è stato colpito alla testa e ucciso. Ci sono voluti 75-90 minuti prima che potesse raggiungerli un'ambulanza della Mezzaluna Rossa di Jabalia. I due medici Arafa, 35 anni, e Ala’a, 22, hanno portato Tha’er all'ambulanza e poi sono tornati a prendere il corpo di Ali. Mentre chiudevano la porta dell'ambulanza gli hanno sparato addosso.

Ala’a dice “Non ho sentito niente - solo che sono volato in aria e poi caduto”. Sono arrivate altre ambulanze per evacuare tutti. Arafa, che era sposato e padre di 5 figli, aveva una grave ferita al torace, aveva perso gran parte di un polmone ed è sopravvissuto per sole due ore. La testa di Ali era saltata. Ala’a è adesso ricoverato con varie ferite da scheggia un po' ovunque, soprattutto tronco e gambe. Tha’er è sopravvissuto ma ha anche lui varie lacerazioni alla schiena e sul corpo per via delle schegge.

Arafa era un insegnante delle Nazioni Unite, addestrava i medici e lavorava come volontario dopo aver esercitato come professionista in passato.

19.00: Ci organizziamo per dormire a turno all'ospedale Al-Awda. V e io crolliamo. E, A e M salgono sulla prima ambulanza che arriva per andare all'ospedale Karmel Adwan, la seconda nuova base della Mezzaluna Rossa dopo aver evacuato il loro centro. La base è costituita da poche coperte in un corridoio, ma a volte c'è del tè.

23.00: E torna a dormire, V e io andiamo con l'ambulanza di O al Karmel Adwan. O ha una sciarpa attorno al ginocchio, gli hanno sparato anni fa e gli fa male quando fa freddo. Cerco di convincere A e Mo a riposare, ma non riesco a convincere EJ. La notte si rivela tranquilla. Purtroppo capisco presto che è perché a) molte persone di Jabalia sono scappate, e b) Israele non permette alle ambulanze di raccogliere la maggioranza dei feriti che chiedono aiuto.

02.00: andiamo a prendere una donna che sta per partorire. Tornato all'ospedale chiacchiero con Om, che è un'infermiere ma fa volontariato al Centro Al-Assyria Centre gestito dall'Unione dei Comitati degli Operatori Sanitari. Parlo anche con M, ricoverato. Ha 23 anni, è sposato da sei mesi, e ha fatto l'errore di trovarsi vicino alla moschea di Jabalia che è stata bombardata due giorni fa. Adesso è convalescente dopo un'operazione all'addome.

Si fanno tutti una dormita nelle ambulanze. EJ e I veniamo chiamati ogni ora dalla BBC per i collegamenti "live da Gaza”.

05.00: ci dicono che c'è stata una minaccia di bombardamento contro l'ospedale Al Wafa che da quanto capisco è un centro per disabili.

07.15: andiamo a prendere un uomo gravemente ferito dall'esplosione di un razzo in una casa di Sikha Street, Jabalia; dubito che sopravviverà per più di qualche minuto, ma è ancora vivo quando arriviamo all'ospedale.

09.00: andiamo a prendere una donna la cui casa è appena stata colpita, ha un attacco di panico e non ho ben capito dov'è ferita. All'ospedale troviamo delle persone che piangono due morti recenti. Potrebbero essere l'uomo in condizioni disperate racconto dalla mia ambulanza e un altro che ho visto arrivare, entrambi orrendamente martoriati dai razzi e dall'ormai familiare colore grigio.

09.30: sentiamo dire che Beit Hanoun è quasi completamente occupata dall'esercito israeliano, come pure la vicina cittadina di Zahra sulla strada nord-sud. Il nord (noi) e il sud (F, G e OJ a Rafah) adesso potrebbero essere divisi. A telefono prepariamo dei piani d'emergenza.

10.00: La sorella di Mo lo chiama per dirgli che stanno sparando sul suo villaggio di Khosa, terra coltivata circondata da abitazioni. “Là non c'è niente, solo case”, ci dice. Dice che ci sono carri armati israeliani nelle zone Attatta e Shaimah di Beit Lahia. È a 1 chilometro all'interno del confine, e 2 chilometri da noi a Jabalia. Dice che le invasioni dei carri armati di solito prendono le strade principali, ma stavolta si aspetta che facciano quello che hanno fatto a febbraio; cioè che portino le ruspe e spianino direttamente le case.

Ci racconta che oggi i telefoni palestinesi ricevono messaggi dell'esercito israeliani che dicono “Ai civili innocenti: la nostra guerra non è contro di voi, ma contro Hamas. Se non smettono di lanciare razzi sarete tutti in pericolo”.

11.50: Ci chiamano dalle parti della spiaggia di Gaza, ma si rivela un falso allarme. Invece raccogliamo una famiglia sfollata con due bambini piccoli; sono seduti sul ciglio della strada, esausti per il peso dei bagagli. Prima siamo passati accando alla scuola dell'UNRWA a Beit Lahia, si sta riempiendo di famiglie sfollate. Come Naher El Bared, tutto daccapo.

N richiama la mia attenzione a una fila per il pane più affollata del solito, e ci accordiamo che un ragazzino che faceva la coda è svenuto per la stanchezza; i medici cercano di assisterlo come possono.

16.00
: F chiama per dire che hanno sentito che hanno bombardato l'ospedale di Al Awda. Chiamo EJ. Dice che una struttura attigua è stata colpita da due bombe; una persona è rimasta ferita, l'uomo che l'altra sera le ha prestato la giacca. Ha una scheggia in testa e EJ dice che secondo lei non ha un bell'aspetto. A quanto pare A è riuscito a filmare il bombardamento. Ci chiediamo se dobbiamo tornare lì per stare nuovamente con la Mezzaluna Rossa di Jabalia invece che con la Mezzaluna Rossa di Gaza City. Ma Gaza City ieri ha perso tre dei suoi medici.

Ultime notizie:

Ci sono state notizie di due distinti attacchi di Israele contro tende funebri. Stiamo cercando di confermare morti e feriti di uno dei due casi. Il secondo dei funerali attaccati era quello del medico Arafa ieri pomeriggio; ci sono stati cinque feriti.

Abbiamo anche sentito che nell'area di Zaytoun due giorni fa gli israeliani hanno riunito un gruppo di persone in due case; donne e bambini in una, uomini nell'altra. Li hanno tenuti lì per due giorni. Poi questa mattina alle 11 le forze israeliane hanno bombardato le case. Abbiamo sentito che ci sono tra i 7 e i 20 morti. Uno era un bambino di sette anni, il cui padre è stato intervistato alla TV mentre teneva in braccio il cadavere. Stiamo cercando di saperne di più. Sta diventando molto difficile tenere il passo con questa follia.

Abbiamo chiesto al responsabile amministrativo della Mezzaluna Rossa di Jabalia quanti sono i casi in cui Israele impedisce loro di soccorrere le persone che hanno chiesto aiuto. Succede nelle aree in cui bisogna coordinarsi con le forze di invasione per potervi entrare. Ha risposto che non gli è permesso di occuparsi dell'80% delle chiamate provenienti da nord, dalle aree di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabalia.

Devo ripeterlo?
80%.
Otto persone su dieci che chiedono aiuto non possono riceverlo, viene loro impedito.

Originale: Jabalia 4 Jan 6pm - 5 Jan 5pm

Pubblicato il 5 gennaio 2009

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Vivere con i giorni contati in una terra rubata

Vivere con i giorni contati in una terra rubata
di Gilad Atzmon

La comunicazione con gli israeliani può lasciare stupefatti. Anche ora che l'aviazione israeliana sta assassinando alla luce del sole centinaia di civili, persone anziane, donne e bambini, gli israeliani riescono a convincersi di essere le vere vittime di questa violenta saga.

Chi conosce bene gli israeliani si rende conto che sono completamente disinformati sulle radici del conflitto che domina le loro vite. Spesso sono capaci di mettere insieme ragionamenti rocamboleschi che possono avere senso nelle argomentazioni israeliane ma fuori della loro realtà non ne hanno alcuno. Sono ragionamenti di questo tenore: “quei palestinesi, perché insistono a vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono semplicemente andare in Egitto, in Siria, in Libano o in qualsiasi altro paese arabo?” Un'altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “di cosa si lamentano questi palestinesi? Gli abbiamo dato acqua, elettricità, istruzione e in cambio vogliono solo buttarci a mare”.

Per strano che possa sembrare, perfino gli israeliani della cosiddetta “sinistra” e della “sinistra” colta non riescono a capire chi sono i palestinesi, da dove vengono e cosa vogliono. Non riescono a capire che per i palestinesi la Palestina è loro casa. Incredibilmente gli israeliani non riescono a capire che Israele è stato costruito a scapito del popolo palestinese, su terra palestinese, sui villaggi, le città, i campi, i frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono gente espropriata da Beer Sheva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e molti altri villaggi e città. Se vi chiedete perché mai gli israeliani non conoscano la loro storia, la risposta è semplice: non gli è mai stata raccontata. Le circostanze che hanno condotto al conflitto israelo-palestinese sono ben nascoste nella loro cultura. Le tracce della civiltà palestinese anteriori al 1948 sono state spazzate via. Non solo la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi autoctoni compiuta nel 1948, non fa parte della memoria collettiva israeliana, ma non è nemmeno menzionata o discussa in alcun contesto accademico o ufficiale israeliano.

Al centro di quasi tutte le città israeliane c'è un monumento che commemora il 1948 ed è costituito da una strana composizione quasi astratta di tubi. La scultura si chiama Davidka ed è in realtà un mortaio israeliano usato nel 1948. Va notato che la Davidka era un'arma estremamente inefficace. Aveva una portata non superiore ai 300 metri e i suoi proiettili causavano danni molto limitati. Anche se la Davidka arrecava scarsi danni, faceva però molto rumore. Secondo la storia ufficiale israeliana, gli arabi, cioè i palestinesi, quando sentivano da lontano i colpi della Davidka scappavano terrorizzati. Secondo la versione israeliana, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, facevano un paio di botti e gli “arabi codardi” scappavano come degli idioti. La versione ufficiale israeliana non fa parola dei molti premeditati massacri condotti dal neonato Esercito di Difesa israeliano e dalle unità paramilitari che lo precedevano. Non fa parola neanche delle leggi razziste che impedirono il ritorno dei palestinesi nelle loro case e nelle loro terre [1].

Il significato di tutto ciò è molto semplice. Gli israeliani non conoscono la causa palestinese. Dunque non possono che interpretare la lotta palestinese come una follia irrazionale e omicida. Nell'universo solipsistico giudeocentrico l'israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa grave situazione che impedisce all'israeliano di conoscere il suo passato distrugge la possibilità di una futura riconciliazione. Poiché l'israeliano è privo della minima comprensione del conflitto, non riesce a contemplare una soluzione che non comporti lo sterminio o l'epurazione del “nemico”. Tutto ciò che gli è dato di sapere è costituito dai fantasmatici resoconti della sofferenza ebraica. Il dolore palestinese gli è completamente estraneo. Il “diritto al ritorno” dei palestinesi suona alle sue orecchie come un'idea ridicola. Neanche gli “umanisti israeliani” più progressisti sono pronti a spartire la terra con i suoi abitanti autoctoni. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che quella di liberarsi da soli a tutti i costi. È evidente che sul lato israeliano non c'è un interlocutore che sia disposto a dialogare per la pace.

Questa settimana abbiamo saputo un po' di più della capacità balistica dell'Hamas. Evidentemente l'Hamas finora ha scelto di contenere le proprie azioni contro Israele, rinunciando per molto tempo ad allargare il conflitto a tutto il sud di Israele. Mi viene da pensare che gli sporadici lanci di Qassam su Sderot e Ashkelon non fossero che un messaggio dei palestinesi assediati. Erano in primo luogo un messaggio alla terra rubata, ai propri campi e frutteti: “Nostra terra amata, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te. Prima o poi, ma più prima che poi, torneremo e ricominceremo da dove ci eravamo fermati”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi, laggiù, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che lo capiate o no, vivete sulla nostra terra rubata. Fareste meglio a sloggiare perché avete i giorni contati, la nostra pazienza è agli sgoccioli. Noi, i palestinesi, non abbiamo più niente da perdere”.

Ammettiamolo: realisticamente la situazione di Israele è molto grave. Due anni fa furono i razzi dell'Hezbollah a colpire il nord del paese. Questa settimana l'Hamas ha dimostrato oltre ogni dubbio di essere in grado di servire al sud di Israele un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso dell'Hezbollah che in quello dell'Hamas, Israele è rimasto senza risposta militare. Potrà uccidere civili, certo, ma non riesce a fermare il lancio di razzi. L'Esercito di Difesa israeliano non ha gli strumenti per proteggere Israele, a meno che coprirlo con un tetto di cemento armato non sia una soluzione praticabile. In fin dei conti forse ci stanno pensando.

Ma questa non è la fine della storia. Anzi, ne è solo l'inizio. Ogni esperto di Medio Oriente sa che l'Hamas può prendere il controllo della Cisgiordania nel giro di poche ore. Di fatto l'Autorità palestinese e Fatah la controllano solo grazie alle forze israeliane. Una volta presa la Cisgiordania, la numerosa popolazione israeliana del centro sarà in balia di Hamas. Per chi non lo capisca, sarebbe la fine dell'Israele ebraico. Potrà accadere oggi, potrà accadere tra tre mesi o tra cinque anni, non è una questione di “se” ma di “quando”. Allora tutto Israele sarà sotto il tiro dell'Hamas e dell'Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in pezzi. Una villetta a schiera nel nord di Tel Aviv costerà come una baracca a Kiryat Shmone o Sderot. Quando un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.I generali dell'Esercito israeliano lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno trasformato la guerra contro i palestinesi in uno sterminio. Gli israeliani non intendono invadere Gaza. Laggiù non hanno perso niente. Vogliono solo porre fine alla Nakba. Sganciano bombe sui palestinesi per spazzarli via. Vogliono cancellare i palestinesi dalla regione. È ovvio che non funzionerà, i palestinesi resteranno. E non solo resteranno, ma il giorno del ritorno alla loro terra si avvicina quanto più gli israeliani mettono in pratica le loro tattiche letali.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l'escapismo israeliano. Israele ha superato il “punto di non ritorno”. Il suo destino è profondamente impresso in ogni bomba sganciata sui civili palestinesi. Israele non può fare niente per salvarsi. Non c'è una strategia d'uscita. Non può ricorrere al negoziato perché né gli israeliani né la loro dirigenza comprendono le coordinate fondamentali del conflitto. Israele non ha il potere militare necessario a concludere la battaglia. Può riuscire a uccidere i dirigenti palestinesi, lo ha fatto per anni, ma la resistenza e la persistenza palestinese si stanno rafforzando, non indebolendo. Come predisse un generale dei servizi segreti militari israeliani già all'epoca della prima Intifada, “Per vincere i palestinesi devono semplicemente sopravvivere”. Stanno sopravvivendo, e stanno vincendo.

La dirigenza israeliana lo sa. Israele ha già tentato di tutto: ritiro unilaterale, assedio con privazione del cibo e adesso sterminio. Pensava di sfuggire al pericolo demografico riducendosi a un piccolo familiare ghetto ebraico. Niente ha funzionato. È la persistenza palestinese in forma di politica dell'Hamas a definire il futuro della regione.

Agli israeliani non resta che aggrapparsi alla cecità e all'escapismo per ignorare un destino infausto che è già diventato immanente. Nella loro caduta gli israeliani intoneranno i soliti inni vittimisti. Essendo imbevuti di una visione della realtà egocentrica e suprematista, si concentreranno completamente sul proprio dolore restando insensibili a quello che infliggono agli altri. Quando sganciano le loro bombe gli israeliani agiscono come un collettivo compatto formato da un solo uomo, ma non appena subiscono il minimo danno riescono a trasformarsi in monadi di vulnerabile innocenza. È questa discrepanza tra l'immagine che hanno di sé e il modo in cui noi li vediamo che trasforma l'israeliano in un mostruoso sterminatore. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la loro storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i molti ripetuti tentativi di distruggere il loro Stato. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per evitare che si ripeta. È questa discrepanza che impedisce agli israeliani di far parte dell'umanità.

Ancora una volta gli ebrei si troveranno a errare verso un destino sconosciuto. In un certo senso, io stesso ho da tempo iniziato il mio viaggio.

Nota

[1] Legge del ritorno per soli ebrei: Law of Return 5710-1950. Si veda anche: Israel's "Right of Return" for Jews only but no Right of Return for Palestinians.

Originale: Living on Borrowed Time in a Stolen Land

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, gennaio 04, 2009

Salvare Gaza?, di Paolo Barnard

Salvare Gaza?

di Paolo Barnard

ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE:

Gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto nazista e a persecuzioni storiche, tentarono di ottenere una loro terra sicura nella biblica Palestina, dove fondarono comunità pacifiche e religiose. Ma gli arabi ostili tentarono subito di annientarli con la guerra del 1948. Gli ebrei combatterono un’eroica guerra partigiana che li vide vittoriosi e salvi da un secondo Olocausto. Fondarono Israele nel maggio di quell’anno, unico Stato democratico e moderno in medioriente, baluardo di civiltà fra nazioni arabe di re e dittatori corrotti e sanguinari. I quali tentarono di nuovo nel 1967 di distruggere la pacifica Israele, che li sconfisse brillantemente ancora una volta. Da allora Israele vive circondata da arabi-palestinesi fanatici, irragionevoli e brutali, che la attaccano col terrorismo in continuazione, senza farsi scrupolo di massacrare i civili ebrei, inclusi i bambini. Quei terroristi islamici sono certamente collegati oggi ad Al Qaida, e quindi Israele combatte una guerra al terrorismo anche per nostro conto. Inoltre, gli Stati canaglia come Siria e Iran appoggiano le fazioni armate arabe-palestinesi, per cui il pericolo per Israele è particolarmente insidioso. Essa deve difendersi, è un suo diritto, e nel farlo capita che ahimè ci vadano di mezzo anche alcuni civili arabi-palestinesi, ma la colpa di ciò è dei terroristi islamici che costringono Israele a combattere in zone popolate. Israele ha fatto di tutto per arrivare alla pace, ma si scontra sempre con l’ottusità e la ferocia dei leader arabi-palestinesi, corrotti e impietosi persino coi loro cittadini, che hanno sempre rovinato ogni accordo possibile. Non ci sarà pace finché la parte araba non accetterà il diritto di Israele di esistere e non cesserà di aggredirlo.

Ogni parola di quella narrativa è falsa, grottesca persino. Ma finché essa rimarrà la narrativa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana e occidentale, voi potrete fare tutte le manifestazioni che volete, tutte le proteste che volete, e non otterrete nulla, nulla di nulla, come nei passati 40 anni. Va fatto altro, VA RI-RACCONTATA ALLA GENTE LA VERA NARRATIVA SU COSA VERAMENTE ACCADDE LAGGIÙ. È l’unica speranza per terminare il conflitto, l’unica.

Serve urgentemente la fase operativa della creazione del consenso fra gli italiani sulla VERITÀ STORICA di quanto realmente acccaduto in Palestina, secondo le seguenti linee:

1) La creazione di una compagine italiana superpartes (no palestinesi in essa) che esuli del tutto da qualsiasi affiliazione politica in Italia, che annulli ogni individualismo di lotta e si unisca attorno a un'unica meta.

2) L’unica meta sarà di RIBALTARE LA NARRATIVA sulla Storia del conflitto arabo-ebraico, raccontando agli italiani SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Con un unica fede: SENZA LA VERITÀ STORICA NON CI SARÀ MAI LA PACE.

3) Rifiutarsi quindi di dialogare su qualsiasi avvenimento successivo, se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi su Hamas o Fatah se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi sul terrorismo palestinese se non dopo una esaustiva rappresentazione del terrore sionista dal 1944 in poi.

Questo perché nessuno può comprendere l’entità della MENZOGNA che ci hanno raccontato sul conflitto israelo-palestinese se non conosce cosa accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Ho piena fiducia nel fatto che se le opinioni pubbliche venissero a conoscenza di quegli avvenimenti, i mendaci tavoli del dibattito odierno sul processo di pace salterebbero in aria all’istante, e vi sarebbe una inarrestabile pressione verso una giustizia vera in Medioriente. Finalmente la pace.

4) Creare dunque materiale divulgativo chiaro e fruibile, film, dvd, animazioni, libretti di 40 pagine al massimo, tutto centrato SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Poi fare conferenze in scuole (soprattutto), parlare nei circoli ricreativi, ospedali, posti pubblici, fare tavoli per strada, negli ipermercati, nei dopolavoro ecc. Essere ferratissimi contro l’accusa di antisemitismo (vedi mio libro e altri) e ribadire sempre la sopraccitata fede.

5) Essere uniti e disciplinati attorno a questi semplici punti, da Torino a Palermo, e rivolgersi per il 99% agli italiani semplici.

Questo cambierebbe la Storia e cesserebbe l’orrore. Perché la gente verrebbe a sapere delle pratiche neonaziste storiche degli ebrei in Palestina contro i palestinesi prima e dopo la nascita d’Israele; saprebbe l’indicibile e fredda ferocia con cui il Sionismo aveva pianificato la distruzione dei palestinesi 40 anni PRIMA dell’Olocausto; capirebbe perché, accidenti, un popolo torturato e massacrato da 60 anni con un sadismo che raggiunge il grottesco, oggi lancia razzi alla disperata e si fa saltare in aria. Perché nessun palestinese può rimanere 'civile' dopo 60 anni di ferocia neonazista israeliana in Palestina, impunita e assistita con zelo dal ‘mondo civile’. E se la gente venisse a conoscenza di tutto ciò, la gente porrebbe fine a quell’inferno, perché, come disse Noam Chomsky “quando il pubblico scopre l’esistenza della barbarie, si mobilita per porle fine”.

Ma c’è qualcuno in questa Italia antagonista perennemente manifestante e indignata perenne che sia disposto a lavorare in quel senso? C’è? Ci siete?

Fonte: Paolo Barnard

Pubblicato il 2 gennaio 2009

Utili linee guida e bibliografia, qui.

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Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti

Prossimo passo a Gaza: evacuazione forzata dei residenti
da Missing Links


L'invasione di terra israeliana della Striscia di Gaza è iniziata sabato dopo il tramonto, ed è stata preceduta, dice il New York Times, da una distribuzione di volantini in "alcuni quartieri residenziali" che avvertivano i residenti di evacuare questi distretti. Si tratta di un nuovo elemento nei piani israeliani; nuovo in termini di attuazione, anche se sappiamo che la rimozione dei civili palestinesi è stata discussa e approvata in linea di principio a una riunione del gabinetto del marzo scorso, subito dopo una visita di Condi Rice. AlQuds AlArabi ha pubblicato il 6 marzo 2008 questa sintesi di un servizio dellaTV israeliana:

Ieri, mercoledì, il secondo canale della televisione israeliana ha rivelato che il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha ottenuto il via libera da parte dell'Ufficio di Sicurezza e dal Consiglio Politico dei Ministri, che si è riunito ieri per decidere come porre fine al problema dei razzi Qassam, per avviare l'attuazione di un nuovo piano volto a far cessare il problema dei razzi Qassam palestinesi lanciati nel sud di Israele.

Il servizio televisivo cita fonti di alto livello della sicurezza, secondi le quali Barak vorrebbe un piano per la rimozione di decine di migliaia di palestinesi dal nord della Striscia di Gaza, vale a dire dalla regione che la resistenza utilizza per il lancio di questi razzi, e per spostarli verso Gaza City e confinarli li. Il cronista israeliano ha aggiunto che Barak sta chiedendo consiglio a consulenti legali nel Ministero della Difesa, al fine di ottenere l'autorizzazione legale per l'eliminazione della popolazione civile palestinese. Barak sta anche consultando il professor David Friedmann, ministro degli Affari israeliani [ministro della Giustizia], che sostiene sanzioni più pesanti contro Gaza per porre fine al lancio di razzi, al fine di ottenere la sua autorizzazione ad iniziare l'esecuzione del piano.

Il reporter ha detto che, una volta che [o se] il piano sarà operativo, questo dovrebbe iniziare immediatamente: nella prima fase ci sarebbe un lancio di volantini che consiglierebbero ai residenti di lasciare le loro case, oltre a speciali annunci radio in lingua araba diretti ai residenti, e in caso i residenti non rispettassero le avvertenze l'esercito di occupazione inizierebbe il bombardamento delle zone abitate, al fine di costringerli a lasciare le loro case e andarsene a Gaza City.

Il Consiglio [dei ministri], che si è riunito ieri dopo la partenza del segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha sottolineato di il proprio disaccordo con il precedente piano dell'esercito per una fine [solo] parziale del lancio di razzi Qassam. E il Consiglio ha deciso di prendere di mira i leader di Hamas, politici e militari, e distruggere ogni simbolo dell'autorità di Hamas nella Striscia di Gaza.


Notare il riferimento alla "autorizzazione legale per la rimozione dei civili palestinesi", e anche il fatto che questo è avvenuto subito dopo una visita di Condi. Notare anche che sono rimaste solo due settimane e mezzo all'amministrazione americana che ha dato al mondo Condi Rice, e la distribuzione dei volantini con l'avviso di evacuazione e l'invasione sono ormai iniziati.

(Grazie a Siun per aver trovato questo pezzo, così come quello del Jerusalem Times che sostanzialmente lo conferma).

Notare anche che questa non è un'effettiva "pulizia etnica". Spencer Ackerman, scrivendo sul sito di centro-sinistra Firedoglake, a difesa dell'amministrazione israeliana dice che il servizio della televisione israeliana non può essere vero perché si riferisce a qualcosa di "troppo mostruoso", e cioè la pulizia etnica. Ma non è così. Si riferisce solo al successivo passo logico in un processo di continua oppressione, vale a dire l'evacuazione forzata dei quartieri. Inoltre, sappiamo già che il piano è in corso d'attuazione, perché cos'altro potrebbe essere una distribuzione di volantini che avvisa le persone di andarsene, trovandosi di fronte un'invasione con carri armati, elicotteri e fanteria, se non l'evacuazione forzata dei quartieri.

L'importanza del servizio citato non è solo di dimostrare che è stata presa questa nuova misura che necessitava un'"autorizzazione legale", ma anche che è giunta subito la visita di Condi.

Spencer vuole farci sorvolare sulla questione dell'evacuazione forzata, con l'argomento fantoccio che non potrebbe essere possibile attuare una politica tanto mostruosa come la pulizia etnica. Afferma che in realtà l'amministrazione israeliana non ha una politica a sostegno di questa invasione. Ottimo. Non colpevole perché non ha una politica in materia, dice. Dubito che saranno in grado di far passare questo ragionamento, ma vedremo.

Originale: The next step in Gaza: Forced evacuations of residential districts

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venerdì, gennaio 02, 2009

Le Nazioni Unite complici del massacro di Gaza?

Le Nazioni Unite sono complici del massacro di Gaza?

di Omar Barghouti

Una persona amica mi ha inoltrato gli auguri di buon anno più originali: “Che il 2009 sia un anno orribile per tutti i criminali di guerra e i loro complici”. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se alcuni alti funzionari delle Nazioni Unite possano essere messi tra questi “complici”.

Negli ultimi due giorni vari rappresentanti delle Nazioni Unite hanno dichiarato che la percentuale di civili palestinesi uccisi nell'attuale guerra di aggressione di Israele contro Gaza è di circa il “25%” e “probabilmente destinata ad aumentare”. Anche ipotizzando le migliori intenzioni, la dichiarazione di una cifra così dolorosamente bassa riflette o uno scarso lavoro di ricerca o una scandalosa incompetenza. Nel peggiore dei casi, rivela un tentativo di disinformazione e di inganno che può solo avvantaggiare la già enorme e ben oliata macchina propagandistica israeliana.

La complicità delle Nazioni Unite nella guerra di propaganda di Israele è l'ultima, benché spesso tralasciata, dimensione della profonda incapacità dell'organizzazione internazionale di difendere i propri principi, tra i quali spiccano la prevenzione della guerra e la promozione della pace, quando questo compito rischia di suscitare le ire del padrone americano e dell'influentissima lobby israeliana. Non solo il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha tradito la Carta dell'Organizzazione e tutti i principi fondamentali del diritto internazionale mancando perfino di condannare il massacro di civili e l'attacco a istituzioni civili e quartieri residenziali compiuti da Israele; l'intero sistema delle Nazioni Unite ha gestito l'aggressione come una “guerra” tra due antagonisti relativamente simmetrici, in cui il più forte ha sufficienti giustificazioni per “difendersi” ma dovrebbe farlo in modo più proporzionato, mentre il più debole è principalmente responsabile di aver innescato il “conflitto armato”.

Adesso gli alti rappresentanti dell'ONU – con l'eccezione del Relatore Speciale per i diritti umani nei Territori Occupati, Richard Falk, che è una persona coraggiosa e dai saldi principi, e pochi altri – si stanno concentrando solo sulle “donne e bambini” vittime del massacro, insinuando anche se involontariamente che tutti gli uomini palestinesi di Gaza sono un bersaglio lecito per la macchina omicida di Israele. Le decine di poliziotti palestinesi fatti a pezzi nelle prime ore del massiccio attacco dell'aviazione israeliana sono stati dunque più o meno liquidati dall'irresponsabile contabilità delle Nazioni Unite come “combattenti” dell'Hamas che potevano essere colpiti impunemente. E questo per non parlare dei tanti insegnanti, medici, operai, contadini e disoccupati uccisi dal bombardamento indiscriminato dei loro posti di lavoro, uffici pubblici, case e strade e che non sono stati inseriti nel numero delle vittime civili della baldoria omicida di Israele.

Ma soprattutto le dichiarazioni dell'ONU non solo riducono quasi mezzo milione di uomini palestinesi di quella costa misera, tormentata e occupata al rango di “militanti”, “combattenti” estremisti, o come i media occidentali incredibilmente ma tipicamente poco obiettivi preferiscono oggi chiamarli quando parlano dei crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati a Gaza da Israele, secondo il giudizio di alcuni esperti di diritto internazionale; li trattano anche come criminali già processati e condannati che meritano la pena capitale che Israele ha loro riservato. Non sono un esperto di storia della Nazioni Unite ma credo che tutto ciò segni un nuovo minimo storico e stabilisca un precedente disumanizzando un'intera popolazione maschile adulta in una regione di “conflitto” e giustificando dunque il suo massacro o almeno tacitamente perdonandolo. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, poiché questi stessi rappresentanti delle Nazioni Unite hanno sinistramente osservato in silenzio o perfino indirettamente giustificato, in un modo o nell'altro, l'assedio israeliano di Gaza che Falk ha descritto come un “preludio al genocidio” paragonandolo ai crimini nazisti.

Volendo essere magnanimi e concedere a quegli alti funzionari dell'ONU il beneficio del dubbio – e io non lo raccomando, date le proporzioni del massacro e la loro dimostrabile complicità – si potrebbe ipotizzare che non sappiano come classificare le migliaia di vittime palestinesi ferite o uccise nella guerra di Israele contro Gaza. Una rapida lettura dei comunicati stampa dell'esercito israeliano e dei rapporti delle organizzazioni dei diritti umani, tuttavia, escludono immediatamente la possibilità che la percentuale del 25% citata dalle Nazioni Unite sia la conseguenza dell'incompetenza patologica o dell'inettitudine tecnica che vengono normalmente riconosciute come marchi di fabbrica dell'organizzazione.

Un recente articolo pubblicato sul Washington Post, per esempio, citava le parole di un alto ufficiale dell'esercito israeliano: “L'Hamas ha molti aspetti e noi stiamo cercando di colpirne l'intero spettro, perché tutto è collegato e tutto sostiene il terrorismo contro Israele”. Un portavoce dell'esercito israeliano è andato oltre, dichiarando: “Tutto ciò che è affiliato all'Hamas è un bersaglio legittimo”. Dato che nel ghetto di Gaza l'Hamas è il partito di governo – dopo tutto è stato democraticamente eletto – e la sua rete di organizzazioni sociali e filantropiche è la principale fonte di servizi sociali per la popolazione assediata e impoverita, questo significa che tutte le infrastrutture civili di Gaza possono essere considerate “affiliate” all'Hamas: scuole pubbliche, ospedali, università, organi giudiziari, polizia, vigili, impianti di trattamento dei liquami e di depurazione dell'acqua, ministeri che forniscono servizi vitali alla popolazione, moschee, teatri e molte istituzioni non-governative.

Se al lettore questa può sembrare un'esagerazione, gli ricordo che nelle prime ore del primo giorno del nuovo anno l'aviazione israeliana ha già bombardato a Gaza i seguenti “bersagli”: il Consiglio Legislativo Palestinese, il Ministero dell'Istruzione e il Ministero della Giustizia. In precedenza erano state polverizzate varie moschee. Lo stesso può dirsi degli edifici principali dell'Università Islamica di Gaza, frequentata da 20.000 studenti. Non sono state risparmiate neanche le ambulanze e le abitazioni private.

Perfino B'Tselem, l'importante organizzazione dei diritti umani di Israele che spesso diffonde rapporti epurati, “equilibrati” o selettivi concentrandosi sulla condotta meno criminale di Israele nei Territori Occupati, è stata costretta a concludere che l'esercito israeliano stava mirando intenzionalmente a “ciò che appaiono chiaramente come bersagli civili” “non impegnati in un'azione militare contro Israele”, senza fare distinzione tra civili di sesso maschile e femminile. In un rapporto dell'organizzazione diffuso il 31 dicembre stava scritto:

Per esempio l'esercito ha bombardato l'edificio della polizia a Gaza uccidendo, a quanto risulta, 42 palestinesi che frequentavano un corso di addestramento e si trovavano in formazione al momento del bombardamento. I partecipanti al corso studiano primo soccorso, gestione dei disordini, diritti umani, protezione civile e via dicendo. Dopo il corso gli agenti vengono assegnati ai vari corpi di polizia di Gaza responsabili del mantenimento dell'ordine pubblico.

Un altro esempio è il bombardamento di ieri delle sedi del governo. Tra queste il Ministero degli Esteri e il Ministero del Lavoro, dell'Edilizia e delle Abitazioni. Un annuncio fatto dall'Ufficio del portavoce [dell'esercito israeliano] a proposito di questo attacco dichiarava che “L'attacco era una risposta al lancio di razzi e di proiettili di mortaio effettuato dall'Hamas sul territorio israeliano, e rientrava nell'ambito di operazioni [dell'esercito israeliano] per colpire le infrastrutture governative dell'Hamas e membri attivi nell'organizzazione”.

Per convincere il lettore medio occidentale che potrebbe aver interiorizzato in tutti questi anni la percezione degli israeliani – erroneamente e deliberatamente descritti dalla propaganda occidentale ed israeliana come parte dell'“Occidente” – come esseri umani a tutti gli effetti e dei palestinesi come solo relativamente umani (come quasi tutte le popolazioni del sud del mondo) forse è necessario rovesciare la situazione.

Pensate se la resistenza palestinese, nell'esercitare il suo diritto peraltro perfettamente legittimato e sancito dalle Nazioni Unite di combattere l'occupazione e l'apartheid israeliani, dovesse considerare tutte le istituzioni “affiliate” al governo israeliano come bersagli legittimi, giustificando il bombardamento di università, ospedali, ministeri, sinagoghe, aree in cui vivono membri dell'esercito o del governo e altri “bersagli” civili, uccidendo in soli cinque giorni 1600 israeliani e ferendone 8000 (quattro volte l'attuale bilancio delle vittime a Gaza, visto che la popolazione di Israele è quattro volte più grande). Cosa farebbero le Nazioni Unite? Conterebbero solo le donne e i bambini? Solleciterebbero entrambe le parti a “esercitare moderazione” o a “porre fine alla violenza”?
E si pensi che moralmente, e anche legalmente, i ruoli non sono perfettamente invertiti, perché Israele resta comunque l'occupante e oppressore coloniale, mentre i palestinesi autoctoni restano i colonizzati e oppressi.

La verità è che la dirigenza delle Nazioni Unite, nel mondo unipolare in cui ancora viviamo e che forse si sta trasformando in uno spazio multipolare, si limita ad avallare i precetti statunitensi. Ban Ki-moon verrà ricordato come il Segretario Generale più remissivo e meno moralmente qualificato che abbia mai guidato l'organizzazione internazionale. Resta solo da vedere se un giorno lui e i suoi colleghi verranno incriminati per complicità nei crimini di guerra di Israele insieme ai leader degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di molti regimi arabi. In un mondo più giusto, governato dallo stato di diritto e non dalla legge della giungla imposta dagli Stati Uniti, dovrebbe essere così.

Originale da: Is the UN complicit in Israel's massacre in Gaza?

Articolo originale pubblicato il 1° gennaio 2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

Eine Kleine Nacht Murder: Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

di Gilad Atzmon

Per capire l'ultima devastante omicida operazione di Israele a Gaza bisogna comprendere profondamente l'identità israeliana e il suo intrinseco odio verso chiunque non sia ebreo e in particolare verso gli arabi. Questo odio permea il curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici ed è implicito nelle loro azioni, è espresso dalle figure culturali di riferimento, perfino nello schieramento della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni Settanta. Quelli della mia generazione adesso occupano posizioni di rilievo nell'esercito, nella politica, nell'economia, nel mondo accademico e nelle arti di Israele. Ci hanno addestrati a credere che “un buon arabo è un arabo morto”. Poche settimane prima che entrassi nell'Esercito di Difesa israeliano (IDF), all'inizio degli anni Ottanta, il Capo di Stato Maggiore Generale Rafael Eitan annunciò che “gli arabi erano scarafaggi drogati dentro una bottiglia”. La passò liscia, e la passò liscia anche dopo il massacro di molte migliaia di civili libanesi nella Prima Guerra del Libano. In breve, gli israeliani riescono sempre a farla franca.

Per fortuna, e per ragioni che ancora superano la mia comprensione, a un certo punto mi svegliai da quel letale sogno ebraico. A un certo punto lasciai lo Stato ebraico, mi sottrassi all'incitazione all'odio, divenni oppositore dello Stato ebraico e di qualsiasi altra forma di politica ebraica. Sono però profondamente convinto che sia mio dovere primario spiegare a chiunque sia disposto ad ascoltami con chi abbiamo a che fare.

Se il Sionismo doveva servire a trasformare gli ebrei e, “dando loro uno Stato”, renderli uguali a tutti gli altri popoli, ha fallito miseramente. La barbarie israeliana che abbiamo visto questa settimana e troppe volte in passato va ben oltre la bestialità. È uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

A Occidente non molte persone sono consapevoli del fatto devastante che uccidere arabi e in particolare palestinesi sia una ricetta politica israeliana molto efficace. Gli israeliani sono un popolo confuso. Mentre insistono a considerarsi una nazione alla ricerca di “Shalom” [1], adorano però essere guidati da politici con sorprendenti trascorsi criminali. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani apprezzano che i loro “capi democraticamente eletti” siano falchi bellicosi con le mani grondanti di sangue e con solide credenziali in fatto di crimini contro l'umanità.

Mancano poche settimane alle elezioni in Israele, e a quanto pare sia il candidato di Kadima, il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, che il candidato laburista, il Ministro della Difesa Ehud Barak, arrancano dietro il candidato del Likud, il famigerato falco Benjamin (Bibi) Netanyahu. Livni e Barak hanno dunque bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani di sapersela cavare con i massacri.

Livni e Barak devono dare agli elettori la dimostrazione concreta di essere in grado di compiere carneficine devastanti, così che gli israeliani possano fidarsi dei loro capi. È la loro unica possibilità di farcela contro Netanyahu. A quanto pare Livni e Barak stanno sganciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi e sulle loro scuole e ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente gli israeliani non sono noti per la loro clemenza e misericordia. Anzi, la vendetta e le ritorsioni li appagano, la loro ferocia illimitata li rallegra. Quando all'ex Comandante dell'aviazione israeliana Dan Halutz fu chiesto come fosse sganciare una bomba su un popoloso quartiere di Gaza, la sua risposta fu secca e precisa: “È come un leggero colpo sull'ala destra”. La mortale freddezza di Dan Halutz gli guadagnò di lì a poco la promozione a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Difesa israeliano. È stato il Generale Halutz a guidare l'esercito israeliano nella Seconda Guerra del Libano, è stato quest'uomo a mettere in atto la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto pare, nella politica israeliana il sangue arabo si traduce in voti. Sarebbe ovviamente ragionevolissimo accusare Livni, Barak e l'attuale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ashkenazi di omicidio di primo grado, crimini contro l'umanità e palese violazione della Convenzione di Ginevra. Ma sarebbe ancora più sensato ricordare che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo, e deve scorrere abbondante. Questa costante pratica omicida condotta dalle autorità israeliane riflette tutto il popolo israeliano ancor più che i singoli generali e capi politici. Abbiamo a che fare con una società barbara che agisce sotto la spinta della sete di sangue e di inclinazioni letali. Non dovrebbe esserci alcun dubbio, non c'è spazio per questa gente tra gli altri paesi.

La grande domanda è perché gli israeliani siano così alieni da qualsiasi principio di umanità. I più generosi e ingenui tra noi potranno ipotizzare che la Shoah abbia lasciato una profonda cicatrice nell'animo israeliano. Questo può spiegare perché gli israeliani stiano ossessivamente coltivando quel ricordo con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più”, intendendo che Auschwitz non dovrebbe accadere mai più, e questo in qualche modo li autorizza a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I realisti tra noi non credono più a questa spiegazione. Cominciano ora ad ammettere che sia più che possibile che gli israeliani siano così incredibilmente feroci solo perché sono fatti così. Va ben oltre la razionalità o le ipotesi pseudo-analitiche. Dicono: “così sono fatti gli israeliani, e non possiamo più farci molto”. I realisti tra noi giungono ad ammettere che uccidere è il modo in cui gli israeliani interpretano il loro essere ebrei. Purtroppo molti di noi hanno finito per riconoscere che non esiste un sistema laico e alternativo di valori umani che sostituisca quello criminale e omicida. Lo stato ebraico dimostra che l'autonomia nazionale ebraica è un concetto disumano.

Sono cresciuto nell'Israele post-1967. Sono stato allevato all'indomani della mitica vittoria israeliana, ci hanno insegnato il culto dell'israeliano che “spara senza prendere la mira” e reagisce d'istinto, del commando che scarica i suoi mitragliatori Uzi sugli arabi e riesce a vincere contro quattro eserciti in soli sei giorni.

Ci ho messo vent'anni a capire che l'israeliano che “spara senza prendere la mira” era in realtà un maestro degli omicidi indiscriminati. Barak era uno degli eroi del 1967, ed era un maestro delle uccisioni indiscriminate. A quanto pare il gabinetto israeliano ha appena approvato il suo piano per la più grande offensiva su Gaza dal 1967. Livni è più o meno mia coetanea, e a quanto pare ha assimilato il messaggio. Sta ora accumulando le necessarie credenziali di omicida indiscriminata. Barak e Livni stanno trascinando Israele e la Palestina in una campagna elettorale fatta di massacri. Il sangue arabo e palestinese è il carburante della politica israeliana.

Posso solo suggerire a Livni e Barak che tutto questo potrebbe non aiutarli nelle prossime elezioni. Netanyahu è un vero autentico falco. Non deve fingere di essere un assassino, e per quanto io possa disprezzarlo non ha ancora trascinato Israele in una guerra. Probabilmente capisce meglio di loro il potere della deterrenza.

[1] Quando si parla di pace, non confondete “shalom” con “pace” o “salam”. Se pace e salam si riferiscono alla riconciliazione e al compromesso, shalom significa sicurezza per il popolo ebraico a scapito dell'ambiente circostante.

Originale: Eine Kleine Nacht Murder: How Israeli Leaders Kill for their People's Votes

Pubblicato il 29 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 29, 2008

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza
di Barak Ravid, Haaretz

Lunga preparazione, accurata raccolta di informazioni, discussioni segrete, studiato depistaggio dell'opinione pubblica: tutti questi elementi stanno dietro l'operazione “Piombo fuso” lanciata sabato mattina dalle Forze di Difesa israeliane contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza.

Lo sforzo di disinformazione, secondo gli ufficiali della difesa, ha colto di sorpresa Hamas e ha contribuito ad aumentare in misura significativa il numero delle sue perdite nell'attacco.

Secondo fonti degli ambienti della difesa il Ministro della Difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze israeliane di prepararsi all'operazione più di sei mesi fa, nonostante la negoziazione di un accordo con Hamas per il cessate il fuoco. Secondo queste fonti, Barak disse che se la tregua avrebbe consentito ad Hamas di prepararsi a uno scontro con Israele, anche l'esercito israeliano aveva bisogno di tempo per prepararsi. Barak ordinò un vasto lavoro di raccolta di informazioni per cercare di mappare l'infrastruttura della sicurezza di Hamas e di altre organizzazioni militanti che operano nella Striscia.

Questo lavorio di intelligence procurò informazioni sulle basi permanenti, i depositi di armi, i campi d'addestramento, le case degli ufficiali e le coordinate di altre strutture dell'organizzazione.

Il piano d'azione messo in atto nell'Operazione “Piombo Fuso” è rimasto sulla carta fino a un mese fa, quando si sono riacutizzate le tensioni dopo che l'Esercito israeliano ha compiuto un'incursione a Gaza durante la tregua per eliminare un tunnel che secondo l'esercito doveva servire a facilitare un attacco di militanti palestinesi contro le truppe dell'IDF.

Il 19 novembre, a seguito di decine di razzi Qassam e colpi di mortaio esplosi sul suolo israeliano, il piano è stato sottoposto all'approvazione finale di Barak. Giovedì 18 dicembre il Primo Ministro Ehud Olmert e il Ministro della Difesa si sono incontrati nel quartier generale dell'IDF nel centro di Tal Aviv per approvare l'operazione.

Tuttavia hanno deciso di tenere l'operazione in sospeso per vedere se Hamas avrebbe cessato il fuoco dopo lo scadere della tregua. Dunque non hanno ancora sottoposto il piano all'approvazione del Gabinetto, ma hanno informato il Ministro degli Esteri Tzipi Livni degli sviluppi.

Quella sera, in una dichiarazione alla stampa, l'Ufficio del Primo Ministro ha detto che “se i lanci da Gaza continueranno, lo scontro con Hamas sarà inevitabile”. Nel fine settimana, vari ministri del gabinetto di Olmert hanno inveito contro di lui e contro per la mancata risposta ai lanci di Qassam da parte di Hamas.

“Questo schiamazzo avrebbe reso impossibili Entebbe o la Guerra dei Sei Giorni”, ha detto Barak rispondendo alle accuse. Il gabinetto è stato poi convocato per mercoledì, ma l'Ufficio del Primo Ministro ha depistato i media dicendo che il dibattito si sarebbe concentrato sul jihad globale. I ministri hanno saputo solo quella mattina che si sarebbe invece discusso dell'operazione a Gaza.

Riassumendo alla stampa gli argomenti del dibattito, l'Ufficio del Primo Ministro ha dedicato una sola riga alla situazione di Gaza rispetto all'intera pagina riguardante la messa al bando di 35 organizzazioni islamiche.

Nella riunione di gabinetto invece si è svolto un dibattito di cinque ore sull'operazione durante la quale i ministri sono stati aggiornati molto dettagliatamente sui possibili piani d'azione. “È stata un'esposizione molto particolareggiata”, ha detto un ministro.

Il ministro ha poi aggiunto: “Hanno capito tutti in che genere di periodo stiamo entrando e a quali scenari tutto questo potrebbe condurre. Nessuno può dire di non sapere cos'ha votato”. Secondo il ministro la discussione avrebbe dimostrato che le lezioni della Commissione Winograd sulla conduzione della Seconda Guerra del Libano del 2006 sono state “perfettamente assimilate”.

Alla fine del dibattito i ministri hanno votato all'unanimità a favore dell'attacco, lasciando al Primo Ministro al Ministro della Difesa e al Ministro degli Esteri la scelta dei tempi.

Mentre Barak lavorava agli ultimi dettagli con i responsabili dell'operazione, Livni è andata al Cairo a informare il presidente egiziano, Hosni Mubarak, che Israele aveva deciso di colpire Hamas.

Parallelamente Israele ha continuato a disseminare disinformazione, annunciando che avrebbe aperto i valichi della Striscia di Gaza e che Olmert avrebbe deciso se lanciare o meno l'attacco dopo altri tre dibattiti nella giornata di domenica, vale a dire un giorno dopo l'ordine effettivo che ha dato inizio all'operazione.

“Hamas ha evacuato tutto il personale del suo quartier generale dopo la riunione di gabinetto di mercoledì”, ha detto un responsabile della difesa, “ma l'organizzazione ha rimandato tutti al loro posto quando ha saputo che era tutto sospeso fino a domenica”.

La decisione finale è stata presa venerdì sera, quando Barak ha incontrato il Capo di Stato Maggiore, il Generale Gabi Ashkenazi, il capo del Servizio di Sicurezza Shin Bet Yuval Diskin e il capo dell'Intelligence Militare Amos Yadlin. Ore dopo Barak ha visto Olmert e Livni per un ultimo incontro nel quale i tre hanno impartito gli ordini all'aviazione.

Tra venerdì sera e sabato mattina sono stati informati dell'attacco imminente i capi dell'opposizione e figure politiche di rilievo, tra cui il presidente del Likud Benjamin Netanyahu, Avigdor Liebermen di Yisrael Beiteinu, Haim Oron del Meretz, il Presidente Shimon Peres e la presidente della Knesset Dalia Itzik.

Originale: Disinformation, secrecy and lies: How the Gaza offensive came about

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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La versione israeliana di "Shock and Awe"

L'offensiva su Gaza è la versione israeliana di “Shock and awe”
di Amos Harel, Haaretz

I fatti sul fronte meridionale che hanno avuto inizio alle 11.30 di sabato mattina sono quanto di più vicino ci sia a una guerra tra Israele e Hamas. È difficile accertare (geograficamente) dove arriverà la violenza e quanto durerà prima che l'intervento internazionale imponga una cessazione delle ostilità. In ogni caso l'attacco israeliano non è semplicemente un altra operazione “chirurgica” o un bombardamento mirato. È il più violento assalto dell'Esercito di Difesa israeliano contro Gaza dalla presa del territorio nella Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Fonti palestinesi a Gaza riferiscono che sono stati distrutti 40 obiettivi nell'arco di tre-cinque minuti. Si è dunque trattato di un attacco massiccio sulla falsariga di ciò che gli americani definirono “shock and awe”, colpisci e terrorizza, al tempo dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Bombardamento pesante e simultaneo di diversi obiettivi sui quali Israele aveva raccolto informazioni per mesi: la lista dei bersagli comprende decine di altri siti legati ad Hamas, alcuni dei quali verranno certamente attaccati nei prossimi giorni.

Come l'attacco statunitense contro l'Iraq e la reazione israeliana al rapimento dei riservisti dell'IDF Eldad Regev e Ehud Goldwasser all'inizio della Seconda Guerra del Libano (la “notte dei missili Fajr”, riferimento alla distruzione dell'arsenale di missili a medio raggio Fajr di Hezbollah), scarsa o nessuna attenzione è stata apparentemente prestata alla possibilità di colpire civili innocenti. Dal punto di vista israeliano, Hamas, che continua a lanciare razzi usando come scudo la popolazione civile, aveva avuto tutte le possibilità di salvare la faccia e abbassare il livello delle proprie rivendicazioni. Ostinandosi a lanciare razzi, nelle ultime settimane, si sarebbe tirata addosso questo attacco.

La decisione finale sulla tempistica dell'operazione è stata presa sabato mattina nel corso di consultazioni tra il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore dell'IDF e i generali dell'esercito. Il gabinetto ha approvato l'attacco nell'ultima riunione di mercoledì. Da allora il governo ha atteso l'occasione per colpire. A quanto pare, un'informazione dei servizi secondo cui i membri del braccio militare di Hamas stavano per riunirsi ha velocizzato il processo decisionale che ha portato al via libera. Secondo le prime notizie da Gaza, sono stati colpiti vari alti rappresentanti di Hamas. Tuttavia dev'essere ancora stabilita la portata dei danni inflitti alla dirigenza del gruppo. L'obiettivo di Israele è chiaro: infliggere il colpo più grave possibile alla catena di comando di Hamas per metterne fuori uso le capacità operative. Presumibilmente ciò non impedirà lanci di razzi sulle città del Negev, ma probabilmente renderà più difficile ad Hamas condurre attacchi più gravi contro Israele.

Da sabato pomeriggio l'aviazione israeliana mantiene una presenza significativa nei cieli di Gaza sperando di intercettare cellule lanciarazzi di Hamas e del Jihad islamico. Ma la pioggia di razzi caduta su Netivot (dove un israeliano è stato ucciso da un Grad che ha colpito in pieno la sua abitazione), Ashkelon e le comunità che confinanti con la Striscia di Gaza è solo un assaggio. La difesa israeliana si sta preparando a un'ondata di razzi che si prevede possa superare i 100 al giorno, alcuni dei quali probabilmente raggiungeranno la portata massima attualmente a disposizione di Hamas, 40 chilometri, una distanza che arriva fino ai margini di Be'er Sheva e Ashdod.

Sarebbe ragionevole supporre che Hamas si stia preparando a giocare un'altra sorpresa alla Hezbollah: da tentare di abbattere un aereo dell'aviazione israeliana al colpire siti strategici come il porto di Ashdod. Il Comando dell'IDF ha già organizzato uno spiegamento massiccio delle sue forze con il compito di istruire gli abitanti del Negev a restare in casa (l'urgenza di queste istruzioni è proporzionale alla vicinanza alla Striscia di Gaza). Inoltre sono state richiamate alcune centinaia di riservisti.

La riluttanza di Israele ad agire contro Hamas ha le sue radici nel trauma della Seconda Guerra del Libano. Il grande problema, naturalmente, non è legato alle capacità operative dell'aviazione, ma all'opportunità di lanciare o no un'invasione via terra. Il governo deciderà in questo senso? E l'IDF è capace di condurre un tipo di missione che fallì contro Hezbollah? È ragionevole supporre che la situazione diventerà più chiara tra tre o quattro giorni. Fino ad allora, ci sia aspetta che l'aviazione continui il proprio assalto, che sarà assistito dalla limitata attività di unità relativamente piccole a terra.

Per come stanno andando le cose, Israele si è prefisso obiettivi modesti: indebolire il regime di Hamas a Gaza e ripristinare una tregua prolungata ai confini a condizioni più vantaggiose per noi dopo un compromesso imposto a livello internazionale. Hamas, con i suoi continui lanci sul Negev nelle ultime settimane, ha valutato male le intenzioni di Israele facendosi trascinare in una guerra che difficilmente voleva. Adesso Israele deve fare attenzione a non cadere nella propria trappola.

Originale: IAF strike on Gaza is Israel's version of 'shock and awe'

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, dicembre 28, 2008

Dove porta la politica del bastone e della carota

Dove porta la politica del bastone e della carota

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

Se vi state chiedendo quale potrebbe essere la storia di copertura che porterà con sé l'approvazione ufficiale americana dell'attuale carneficina a Gaza, potrebbe essere d'aiuto ricordare il cosiddetto Piano d'azione del marzo 2007. In tale documento, fatto trapelare a un giornale giordano, si profilava una duplice politica: umiliazione e vessazione del governo di Hamas nella Striscia di Gaza, e cooperazione internazionale per una West Bank economicamente e politicamente prospera. (Link e altro materiale sono disponibili se si cerca "Action Plan" nella casella di ricerca in alto a sinistra di questa pagina*).

Un articolo di qualche giorno fa (pubblicato sul New York Times, giusto per non farsi notare), in cui si parlava dell'ultima visita di Condoleeza Rice a Jenin, in Cisgiordania, conteneva una celebrazione della storiella della rinascita economica della Cisgiordania:
Oggi, però, Jenin è una vetrina di successo per l'Autorità palestinese, dopo la campagna di ordine e giustizia compiuta la scorsa primavera da forze di sicurezza palestinesi appositamente addestrate, e un esempio di come una situazione particolarmente spinosa possa essere capovolta.
L'attuale ferocia scatenatasi su Gaza può essere vista come il rovescio di questa politica israeliana, vale a dire l'umiliazione e la vessazione di Gaza fintanto che è controllata da Hamas. Questa umiliazione doveva essere messa in pratica soprattutto nel settore delle forze di sicurezza con il finanziamento di una nuova agenzia di sicurezza fedele ad Abbas e Fatah, sotto la sapiente supervisione del generale americano Keith Dayton, il cui lavoro è celebrato nel citato articolo del NYT in questo modo:
Nel mese di maggio a Jenin sono stati dispiegati circa 600 membri del personale di sicurezza palestinese, alcuni dei quali addestrati in Giordania nel quadro di un programma sponsorizzato dagli Stati Uniti in appoggio alle forze già dispiegate. La maggior parte di questi uomini è stata riassegnata ad altre parti della Cisgiordania, compresa Hebron.

Il Luogotenete Generale W. Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americano, ha detto ai giornalisti che l'esercitazione era stata un "grande successo", e che gli israeliani avevano detto di aver ridotto le loro incursioni a Jenin di circa il 40 per cento.
Ovviamente il "grande successo" nella parte relativa a Gaza di questa duplice strategia è stao più difficile da ottenere: du qui la decisione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di ricorrere a ciò che stiamo vedendo.

Proprio come il bombardamento americano di Sadr City durante le campagne di sicurezza di Maliki fu dettato dalla strategia di dividere l'Iraq per conquistarlo (il nuovo aeroporto di Najaf fu aperto più o meno in quel periodo, con lo stesso tipo di celebrazioni per la "rinascita economica" che abbiamo visto sul NYT in relazione a Jenin), così il bombardamento di Gaza nel contesto globale della strategia americana per la Palestina. I nostri amici devono prosperare, e la resistenza languire.

Allora la cieca arroganza di tutto ciò era forse meno ovvia di ora, perché con il fallimento continuo della politica i mezzi diventano sempre più feroci e barbari. Ed è sempre più chiaro che è l'America ad essere fuori controllo, non la resistenza.

Sarebbe bene, al tempo stesso, ricordare da dove proviene questo potenziale distruttivo, in termini di quadro strategico globale in cui è cresciuto l'establishment americano. Per esempio, tanto per cominciare, ne fa parte la natura di ispirazione politica della filosofia dello "sviluppo economico" della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

A proposito, dov'è finita l'idea di "diplomazia pubblica" di cui abbiamo tanto sentito parlare negli ultimi tempi?

* Qui il link all'articolo in cui si parla del piano in questione, altri approfondimenti qui, qui e qui [N.d.T]

Originale: Where the carrot and stick policy leads

Pubblicato il 28 dicembre 2008

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Testimoni internazionali raccontano il bombardamento di Gaza

Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitate il sito http://www.FreeGaza.org oppure a contattare le persone elencate in fondo all'articolo.

(Gaza assediata, Palestina - 27 dicembre 2008) - Difensori dei diritti umani di Libano, Regno Unito, Polonia, Canada, Spagna, Italia e Australia si trovano a Gaza, dove sono testimoni dei bombardamenti in corso.

A causa della politica israeliana di negare l'accesso ai media internazionali, ai difensori dei diritti umani e alle agenzie di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza Occupata, molti di questi difensori dei diritti umani sono arrivati a Gaza con le barche del Movimento Free Gaza. Le barche di Free Gaza hanno spezzato l'assedio di Gaza cinque volte negli ultimi quattro mesi.

“Al momento degli attacchi mi trovato sulla via Omar Mukhtar e ho visto un ultimo razzo colpire la strada a 150 metri da me, dove la folla era già accorsa per estrarre i morti dalle macerie. Ambulanze, camion, auto, tutti i mezzi vengono usati per portare i feriti agli ospedali. Gli ospedali hanno dovuto evacuare i loro pazienti per fare spazio ai feriti. Mi hanno detto che negli obitori non c'è abbastanza posto per i cadaveri e che c'è una grande carenza di sangue nelle banche del sangue. Ho appena saputo che tra i civili uccisi oggi c'era la madre dei miei cari amici del campo di Jabalya”.
- Eva Bartlett (Canada), Movimento di Solidarietà Internazionale

“I missili israeliani hanno colpito un campo giochi e l'affollato mercato di Diere Balah, abbiamo visto le conseguenze, molti erano feriti e a quanto si dice alcuni sono morti. Tutti gli ospedali della Striscia di Gaza sono già pieni di feriti e non hanno né i farmaci né le possibilità di curarli. Israele sta commettendo crimini contro l'umanità, sta violando il diritto internazionale e i diritti umani, ignorando le Nazioni Unite e progettando attacchi ancora peggiori di questo. Il mondo deve agire immediatamente e intensificare gli appelli per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele; i governi non devono limitarsi alle parole di condanna ma porre freno subito e attivamente a Israele e togliere l'assedio di Gaza”
- Ewa Jasiewicz (polacca e britannica) Movimento Free Gaza

“L'obitorio dell'ospedale di Shifa non ha più posto per i cadaveri, così cadaveri e resti umani sono sparsi per tutto l'ospedale.”
- Dr. Haidar Eid, (palestinese, sudafricano) Professore di Studi Sociali e Culturali, Università di Al Aqsa, Gaza

“Le bombe hanno cominciato a cadere proprio mentre i bambini tornavano da scuola. Sono uscito sulle scale e una bambina terrorizzata di cinque anni si è precipitata tra le mie braccia singhiozzando”.
- Sharon Lock (australiana) Movimento di Solidarietà Internazionale

“È incredibilmente triste. Questo massacro non porterà a una maggiore sicurezza per lo Stato di Israele né gli permetterà di far parte del Medio Oriente. Adesso ovunque si sentono chiamate alla vendetta”.
- Dr. Eyad Sarraj - Presidente del Centro di Salute Mentale della Comunità di Gaza

“Mentre sto parlando hanno appena colpito un edificio a 200 metri da qui. C'è fumo ovunque. Stamane ero andata nell'edificio vicino a dove vivo, a Rafah, che era stato colpito. Due ruspe hanno cercato subito di sgombrare le macerie. Pensavano di avere trovato tutti i corpi. Quando siamo arrivati ne hanno trovato un altro”.
- Jenny Linnel (britannica) Movimento di Solidarietà Internazionale

“La casa in cui sto è situata davanti all'edificio di sicurezza preventiva. Si sono rotti tutti i vetri delle finestre. La casa è stata gravemente danneggiata.
A causa dell'assedio non ci sono né vetro né materiali edilizi per riparare i danni. Un ragazzino nella nostra casa è svenuto. Un ragazzino di otto anni è rimasto tremante a terra per un'ora. Di fronte alla nostra casa abbiamo trovato i corpi di due ragazzine sotto una macchina, completamente carbonizzate. Stavano tornando a casa da scuola. Questo è più di una punizione collettiva. Ci trattano come animali da laboratorio. Ho vissuto il bombardamento israeliano di Beirut e il messaggio di Israele a Gaza è lo stesso, il massacro di civili. C'è appena stata un'altra esplosione, fuori!”
- Natalie Abu Eid (Libano) Movimento di Solidarietà Internazionale

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Difensori dei diritti umani a Gaza (disponibili per interviste):

Dr. Eyad Sarraj (arabo e inglese) 972 599400424

Ewa Jasiewicz, Co-coordinatrice di Free Gaza a Gaza (polacco, arabo, inglese) - 972 59 8700497

Dr. Haider Eid (inglese e arabo) 972 59 9441766

Sharon Lock (inglese) 972 59 8826513

Vittorio Arrigoni (italiano) 972 59 8378945

Fida Qishta (inglese e arabo) 972 599681669

Jenny Linnel (inglese) 972 59 87653777

Natalie Abu Shakra (arabo e inglese) 0598336 328

Per maggiori informazioni sul Movimento Free Gaza o o sul Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), contattare in Cisgiordania:

Adán Taylor (ISM) - 972 59 8503948

Lubna Masarwa (Free Gaza) - 972 50 5633044

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Il Movimento Free Gaza, un gruppo di difensori dei diritti umani, ha mandato due barche a Gaza nell'agosto del 2008. Sono state le prime navi internazionali a giungere in quel porto dopo 41 anni. Da agosto si sono svolti altri quattro viaggi che hanno portato a Gaza parlamentari, attivisti dei diritti umani e altre personalità perché documentassero le conseguenze delle misure draconiane applicate da Israele ai civili di Gaza.

Originale: International Witnesses speak out from Gaza

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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A proposito di Gaza

A proposito di Gaza

di Marc Lynch

L'opinione pubblica araba sta esprimendo la propria rabbia per i bombardamenti su Gaza. Una parte significativa di questa rabbia è diretta verso i leader arabi, che sono stati a lungo zitti e (secondo alcuni) complici di tutto questo. La foto qui sotto, del ministro degli esteri egiziano col primo ministro israeliano Livni, è diventata un simbolo di questa campagna. Mentre negli Stati Uniti, presi come sono dalle vacanze e dalle manovre di transizione, nessuno sembra prestare attenzione, consiglierei di vedere se la profonda rabbia araba che sta montando a proposito di Gaza esploderà... soprattutto in Egitto.



Due punti degni di nota. Primo, i media arabi sembrano dividersi lungo le ormai familiari linee editoriali, con al Jazeera e al Arabiya ad esemplificare i due approcci contrapposti. Se la campagna di bombardamenti sarà il preludio ad una più ampia offensiva a Gaza, sarà interessante se i media arabi si spaccheranno come accadde nei primi dieci giorni della guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah. In quel conflitto al Arabiya e gran parte dei media semiufficiali sauditi, egiziani e giordani tennero bassi i toni dei resoconti e diedero la colpa del conflitto soprattutto a Hezbollah, mentre al Jazeera trattò decisamente la crisi come una crisi regionale. Oggi [sabato, N.d.T.] vediamo una copertura completa dei bombardamenti di Gaza da parte di al Jazeera, mentre sul sito di al Arabiya questa mattina nessuna delle cinque notizie principali riguardava Gaza. Questo è solo un primo indicatore, ma date le attuali linee politiche di conflitto nella regione e i preparativi diplomatici israelian per l'offensiva con i leader arabi, potrebbe accadere di nuovo.

Secondo, non perdete di vista il Cairo. L'Egitto è stato al centro della rabbia araba nell'evolvere della crisi. È stato quello che ha fatto rispettare il blocco israeliano, ignorando un crescente coro di critiche politiche interne e in tutto il mondo arabo. I media egiziani e arabi e le forze politiche hanno lacerato il regime di Mubarak per mesi a proposito del blocco di Gaza. Oggi i Fratelli Musulmani hanno alzato la posta indicendo una inusuale protesta pubblica per oggi, che sarà capeggiata dalla Guida Suprema, Mohammed Mehdi Akef, ed è stata annunciata anche da un vistoso banner rosso che campeggia sul loro sito ufficiale. È molto probabile che si tratterà solo di un'altra protesta simbolica, ma contribuirà a creare un'atmosfera di crisi e non c'è modo di dire come le varie forze potranno reagire.

Originale: Speaking of Gaza

Pubblicato il 27/12/2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

AlQuds alArabi dice che la ragione per cui Hamas non ha evacuato le proprie postazioni di polizia e di sicurezza questo sabato, quando sono avvenuti i bombardamenti in cui sono rimaste uccise oltre 200 persone, compresi cadetti che assistevano ad una cerimonia di promozione nella sede della polizia di Gaza, è un atto di disinformazione trasmesso alla leadership di Hamas dalle autorità egiziane, che venerdì hanno assicurato ad Hamas che Israele non avrebbe lanciato un attacco entro breve.

Fonti interne ad Hamas e vicine al dottor Mahmoud Zahar hanno dichiarato ad alQuds alArabi che venerdì notte l'Egitto avrebbe informato Hamas che Israele intendeva aprire negoziati per un nuovo cessate-il-fuoco, e che non avrebbe lanciato un attacco contro la striscia di Gaza finché il Cairo non fosse riuscito a ottenere un nuovo accordo [di cessate-il-fuoco] tra Tel Aviv e le fazioni della resistenza. E secondo le fonti sarebbe stata questa rassicurazione del Cairo a impedire [alle autorità di Hamas] di evacuare queste postazioni di sicurezza. Le fonti hanno detto che il ministero degli interni di Hamas ha evacuato le postazioni di sicurezza ad ogni minaccia di attacchi israeliani, ma in questo caso non l'ha fatto per le assicurazioni della scorsa notte [la sera di venerdì] che Israele non avrebbe lanciato un attacco nelle successive 48 ore, considerando che il sabato è festività religiosa, e che un attacco alla striscia di Gaza non sarebbe cominciato quel giorno.


Le foto su alJazeera e altrove mostrano il massacro che ne è derivato.

(AlQuds alArabi riporta inoltre fonti diplomatiche secondo le quali il capo della sicurezza egiziano Omar Suleiman sarebbe stato in contatto con altri regimi arabi per informarli del piano di attacco israeliano, ulteriore indicazione della collusione tra i regimi arabi e Israele)

Originale: Remembering the sabbath day, to keep it holy

Pubblicato il 27/12/2008

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mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Mumbai sotto assedio, di Yoginder Sikand

Mumbai sotto assedio

di Yoginder Sikand

“O credenti. Siate osservanti verso Dio, siate testimoni di giustizia, e non v'induca l'odio verso taluni ad essere ingiusti. Siate giusti – che è cosa più vicina alla timoratezza – e temete Iddio, che è bene informato di ciò che voi fate”.
(Il Corano, Sura V. La Mensa: 8)

Stanno circolando molte teorie sui feroci attacchi terroristici di Mumbai. L'opinione dominante, basata su ciò che suggeriscono i mezzi di informazione, è che siano opera della temuta organizzazione terroristica con sede in Pakistan Lashkar-e Toiba, che, da quando anni fa è stata bandita dal Governo del Pakistan, ha adottato il nome di Jamaat ud-Dawah. L'ipotesi è verosimile, poiché il Lashkar negli ultimi anni ha messo in atto molti attentati terroristici, soprattutto nel Kashmir.

Il Lashkar è il braccio militare del Markaz Dawat wal Irshad, organizzazione staccatasi dal pakistano Ahl-e Hadith, gruppo con stretti legami con i wahabiti sauditi. Il suo quartier generale è situato nella città di Muridke nel distretto di Gujranwala nel Punjab pakistano. Il Markaz è stato creato nel 1986 da due professori universitari pakistani, Hafiz Muhammad Saeed e Zafar Iqbalm, coadiuvati da Abdullah Azam, stretto collaboratore di Osama bin Laden, che allora era legato all'Università Islamica Internazionale di Islamabad. Sembra che il denaro per finanziare la formazione dell'organizzazione venisse dai servizi segreti pachistani, l'Inter Services Intelligence (ISI). Risulta dunque chiaro che fin dall'inizio il Lashkar ha goduto del sostegno dell'establishment pakistano.

Il Lashkar fu creato come organizzazione paramilitare per l'addestramento di guerriglieri che combattevano contro i sovietici in Afghanistan. Presto disseminò sul territorio del Pakistan e dell'Afghanistan decine di campi d'addestramento. I militanti che uscirono da quei centri svolsero un ruolo fondamentale nelle lotte armate prima in Afghanistan e poi in Bosnia, Cecenia, Kosovo, il sud delle Filippine e il Kashmir.

Come altri gruppi estremisti islamici, il Lashkar vede l'Islam come un sistema onnicomprensivo che governa tutti gli aspetti della vita personale e collettiva, attraverso la sharia. Per l'instaurazione di un sistema islamico, insiste, è necessario uno 'stato islamico' che imponga la sharia come legge. Se, come dichiara il sito internet ufficiale del Lashkar, venisse fondato un tale stato e tutti i musulmani vivessero rispettando “le leggi stabilite da Allah”, allora “sarebbero in grado di controllare il mondo intero e di esercitare la loro supremazia”. E per questo, come pure per rispondere all'oppressione subita dai musulmani in ampie zone del mondo, insiste che tutti i musulmani ricorrano al jihad armato. Il jihad armato deve continuare, annuncia il sito internet, “finché l'Islam, come stile di vita, non dominerà tutto il mondo e finché la legge di Allah non verrà applicata ovunque”.

Il tema del jihad armato pervade gli scritti e le dichiarazioni del Lashkar ed è, di fatto, il tema principale delle sue argomentazioni. Anzi, la sua comprensione dell'Islam sembra essere determinata quasi del tutto da questa preoccupazione, tanto che la sua lettura dell'Islam sembra essere il prodotto di quel progetto politico, che finisce efficacemente per equiparare l'Islam con il terrore. Essendo nato come conseguenza della guerra in Afghanistan, la guerra è diventata la vera ragion d'essere del Lashkar, e il suo sviluppo successivo è stato quasi interamente determinato da questa preoccupazione. I contorni del suo quadro ideologico sono costruiti in modo che il tema del jihad armato appaia come l'elemento centrale del progetto. Negli scritti e nei discorsi dei portavoce del Lashkar il jihad appare come conflitto violento (qital) condotto contro “miscredenti” che sono considerati responsabili dell'oppressione dei musulmani. Anzi, il Lashkar lo rende uno degli assunti centrali dell'Islam, benché non sia stato tradizionalmente incluso tra i “cinque pilastri” della fede. Così il sito internet del Lashkar afferma che “L'enfasi posta su questo tema è così forte che alcuni commentatori e studiosi del Corano hanno osservato che l'argomento del Corano è il jihad”. Un'altra dichiarazione del Lashkar afferma: “C'è consenso tra gli studiosi del Corano sul fatto che nessun'altra azione è stata spiegata tanto dettagliatamente quanto il jihad”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il jihad contro i non-musulmani è proiettato come dovere religioso cui sono vincolati oggi tutti i musulmani. Sul sito internet del Lashkar si afferma che un musulmano che “non ha mai inteso lottare contro i miscredenti […] non è privo di tracce di ipocrisia”. Dei musulmani che hanno la capacità di partecipare o offrire il loro aiuto al jihad ma non lo fanno dice che “vivono una vita di peccato”. Non sorprende, dunque, che il Lashkar condanni tutti i musulmani che non sono d'accordo con la sua visione dannosa e gravemente distorta dell'Islam e il suo odioso travisamento del jihad – sufi, sciiti, barelvi e via dicendo – in quanto “devianti” o esterni all'Islam o perfino in combutta con “forze anti-islamiche”. Il Lashkar promette ai suoi attivisti che riceveranno grandi premi, sia in questo mondo che nell'Aldilà, se lotteranno attivamente sul cammino del jiahd. Non solo sarà loro garantito un posto in Paradiso, ma saranno anche “onorati in questo mondo”, perché il jihad, dice, è anche “il sistema per risolvere problemi politici e finanziari”.

Per estremamente bizzarro che possa sembrare, il Markaz si vede impegnato in un jihad globale finalizzato alla conquista del mondo intero. Come ha dichiarato una volta Nazir Ahmed, responsabile del dipartimento delle pubbliche relazioni del Lashkar, attraverso il cosiddetto jihad lanciato dal Lashkar “l'Islam sarà dominante in tutto il mondo”. Questa guerra globale è vista come un rimedio per tutti i mali e l'oppressione che affliggono i musulmani, e si afferma che “se vogliamo vivere con onore e dignità dobbiamo fare ritorno al jihad”. Attraverso il jihad, dice il sito web del Lashkar, “l'Islam dominerà in tutto il mondo”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il suo sedicente jihad contro l'India è considerato come nientemeno che una guerra tra due ideologie diverse e contrapposte: l'Islam e l'Induismo. Con gli induisti fa di tutta l'erba un fascio in quanto li considera tutti “nemici dell'Islam”. Dunque Hafiz Muhammad Saeed, il capo del Lashkar, può dichiarare: “Di fatto gli indù sono vili nemici e il modo giusto di trattare con loro è quello adottato dai nostri antenati, che li schiacciarono con la forza. Dobbiamo fare altrettanto”.

L'India è un importante bersaglio per i terroristi del Lashkar. Secondo Hafiz Muhammad Saeed, “Il jihad non riguarda solo il Kashmir. Abbraccia tutta l'India”. Dunque per il Lashkar il suo sedicente jihad va ben oltre i confini del Kashmir e si espande in tutta l'India. Il suo scopo finale, dice, è estendere il controllo musulmano in quella che un tempo era terra musulmana e dunque va riportata sotto il dominio musulmano, creando quello che il Lashkar definisce “Il Grande Pakistan per mezzo del jihad”. Così, a un imponente raduno di seguaci del Lashkar tenutosi nel novembre 1999, Hafiz Muhammad Saeed tuonò: “Oggi annuncio la dissoluzione dell'India, Inshallah. Non riposeremo finché tutta l'India non si dissolverà nel Pakistan”.

Il Lashkar, a quando riferiscono i media, ha cercato di far proseliti tra i musulmani indiani, e potrebbe aver reclutato qualcuno alla sua causa. Se è così, è stato sicuramente aiutato dai sanguinosi pogrom antimusulmani ispirati dall'Hindutva [lett. “Induità”, ideologia nazionalista che propugna la supremazia degli indù nella società e nelle istituzioni indiane, N.d.T.] e spesso appoggiati dallo Stato, che hanno causato diverse migliaia di vittime innocenti. Il fatto che in questi casi non si sia fatta neanche una parvenza di giustizia e che lo Stato non abbia preso alcun provvedimento per arginare il terrorismo Hindutva si aggiunge al già profondo e disperato malcontento diffuso tra molti musulmani indiani. I gruppi terroristici sedicenti islamici come il Lashkar potrebbero usare la situazione per promuovere i loro piani. È dunque ovvio che per contrastare la grave minaccia rappresentata da gruppi terroristici come il Lashkar lo Stato indiano debba necessariamente contenere anche la minaccia del terrorismo Hindutva, che ha ora assunto la forma di fascismo conclamato. I due tipi di terrorismo si alimentano a vicenda, e l'uno non può essere sconfitto se non si combatte anche l'altro.

Misericordiosamente, e nonostante a essi venga negata la giustizia, la grande maggioranza degli indiani musulmani si è rifiutata di cadere nella trappola del Lashkar. Le molte conferenze contro il terrorismo organizzate di recente da importanti gruppi islamici indiani sono la prova che considerano il travisamento dell'Islam compiuto dal Lashkar come assolutamente anti-islamico, come una perversione della loro fede. Queste voci devono essere urgentemente incoraggiate, perché potrebbero costituire l'antidoto più efficace alla propaganda del Lashkar. Molti studiosi islamici indiani che conosco e con i quali ho parlato ribadiscono che la condanna del Lashkar di tutti i non-musulmani come “nemici dell'Islam”, la sua incitazione all'odio verso gli indù e l'India e la sua interpretazione del jihad sono un completo travisamento degli insegnamenti islamici. Criticano amaramente il suo appello per un Califfato universale come sciocco pio desiderio. E sono unanimi sul fatto che, lungi dal servire la causa della fede che dicono di abbracciare, gruppi come il Lashkar hanno recato il danni più nefasto al nome dell'Islam, e vanno considerati ampiamente responsabili della crescente islamofobia globale.

Mentre i sospetti si concentrano sul Lashkar per i recenti attentati di Mumbai, in alcuni ambienti si sollevano altre dubbi. Non è passato inosservato il fatto significativo che Hemant Karkare, il coraggioso capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi di Mumbai, avesse indagato sul ruolo dei gruppi terroristici Hindutva negli attentati compiuti a Malegaon e in altre località e per questo avesse ricevuto minacce. Né è passato inosservato il fatto che gli attacchi di Mumbai siano stati messi in atto subito dopo che erano emerse inquietanti rivelazioni sul suolo degli attivisti Hindutva in attentati in diverse zone dell'India. È anche significativo che gli attentati di Mumbai abbiano completamente messo in ombra la questione del terrorismo di ispirazione Hindutva.


Cerimonia di preghiera per Hemant Karkare, capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi. Foto AP.

E poi alcuni stanno proponendo una possibile ipotesi israeliana. Il popolare tabloid di Mumbai Mid-Day, in un articolo su un edificio in cui si erano asserragliati molti militanti intitolato “Mumbai Attack: Was Nariman House the Terror Hub?” (“Attentati di Mumbai: era la Nariman House il centro del terrore?”), scrive:

“Il ruolo che la Nariman House ha preso a svolgere nel dramma degli attentati è sconcertante. L'altra sera i residenti hanno ordinato quasi 100 chili di carne e altro cibo, abbastanza per nutrire un esercito o un gruppo di persone per venti giorni. Poco dopo sono entrati i militanti, più di dieci, il che indica che il cibo e la carne erano stati ordinati in vista del loro arrivo, ha aggiunto un altro poliziotto. 'Oggi uno dei militanti ha chiamato un canale televisivo e ha espresso le sue richieste, ma quando gli è stato chiesto dove si nascondessero ha risposto alla Nariman House di Israele, e che erano in sei', ha detto uno degli inquirenti. Le sparatorie vanno avanti fin dalla mattina e i militanti sembrano ben equipaggiati per rispondere al fuoco dei poliziotti. E poi hanno cibo e riparo. Viene da chiedersi [se] abbiano l'appoggio dei residenti, ha commentato Ramrao Shanker, che abita nei paraggi”.

Ad alcuni l'ipotesi di un coinvolgimento di Israele o del Mossad nella vicenda potrà sembrare inverosimile. Ma non è così per altri, che mettono in rilievo il ruolo di agenti israeliani nella destabilizzazione di molti paesi, anche per mezzo di infiltrazioni in movimenti islamici estremisti come il gruppo yemenita che si definisce “Islamic Jihad” ed è considerato responsabile dell'attentato contro l'Ambasciata americana a Sanaa e si dice abbia stretti legami con i servizi israeliani. Alcuni si sono chiesti se il Mossad o perfino la CIA possano avere direttamente o indirettamente istigato giovani musulmani indiani, pakistani o di altre nazionalità a votarsi al terrorismo giocando sul malcontento dei musulmani e operando attraverso gruppi islamici esistenti o creandone appositamente di nuovi.

Se questa accusa è vera – anche se resta da stabilire in maniera conclusiva – lo scopo potrebbe essere quello di radicalizzare ulteriormente i musulmani per fornire ulteriori pretesti agli attacchi dell'America e di Israele contro l'Islam e i paesi musulmani. A tale proposito si ricorda anche che la CIA è stata per anni in strettissimo contatto con l'ISI pakistano e con gruppi islamici estremisti del Pakistan. In alcuni ambienti si specula anche sul possibile ruolo di queste entità straniere in attacchi terroristici che hanno colpito l'India negli ultimi anni con il fine di alimentare ulteriormente l'odio anti-musulmano e di indebolire l'India.

Va indagato adeguatamente se queste ipotesi siano vere. Resta però il fatto che pare essere nell'assoluto interesse dell'establishment israeliano e di gruppi di potere americani creare instabilità in India, alimentare il conflitto tra indù e musulmani, perfino al punto di condurre alla guerra l'India e il Pakistan e trascinare così l'india nell'abbraccio mortale dei sionisti e degli imperialisti americani.

In altre parole, indipendentemente da chi sta dietro i mortali attacchi di Mumbai, tutto ciò pare convenire agli interessi e ai programmi politici di forze multiple e ugualmente funeste: estremisti islamici e indù, infiammati da una visione manicheista del mondo ispirata dall'odio, ma anche potenze imperialiste globali che sembrano usare gli attacchi come uno strumento per trascinare ulteriormente l'India nel loro asse suicida.

Originale da: Mumbai under siege

Articolo originale pubblicato il 29/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 11, 2008

Il mito dell'ebreo errante, di Gilad Atzmon

[Doverosa pausa Atzmon: parte come una recensione del libro di Shlomo Sand per diventare un lungo saggio sulle origini e le basi storiche del moderno nazionalismo ebraico e sul concetto di identità ebraica].

Il mito dell'ebreo errante

di Gilad ATZMON

Il professor Shlomo Sand, storico dell'Università di Tel Aviv, apre la sua importante opera sul nazionalismo ebraico citando Karl W. Deutsch: Una nazione è un gruppo di persone unite da un errore comune sulla propria origine e da un'ostilità collettiva verso i propri vicini[1]

Per quanto possa suonare semplice o addirittura semplicistica, questa citazione riassume eloquentemente l'elemento di finzione che è intessuto nel moderno nazionalismo ebraico e soprattutto nel concetto di identità ebraica. Punta ovviamente il dito contro l'errore collettivo che gli ebrei tendono a commettere ogni volta che si riferiscono al loro “illusorio passato collettivo” e alla loro “origine collettiva”. Nello stesso tempo, tuttavia, l'interpretazione del nazionalismo offerta da Deutsch mette in luce l'ostilità che sfortunatamente quasi tutti i gruppi di ebrei rivelano nel rapporto con la realtà che li circonda, che sia essa umana o prenda la forma del territorio. Mentre la brutalità degli israeliani nei confronti dei palestinesi è ormai comunemente nota, il duro trattamento che riservano alla loro “terra promessa” e al paesaggio che li circonda sta solo ora cominciando a rivelarsi. Il disastro ecologico che gli israeliani si lasceranno dietro sarà causa di sofferenza per molte generazioni future. Oltre a costruire con ansia megalomane un muro che frantuma la Terra Santa in enclavi di miseria e di carestia, Israele è riuscito a inquinare i suoi molti corsi d'acqua con scorie chimiche e nucleari.

When And How the Jewish People Was Invented? (Quando e come fu inventato il popolo ebraico?) è uno studio molto serio scritto dal professore Shlomo Sand, storico israeliano. È lo studio più serio sul nazionalismo ebraico che sia mai stato scritto a oggi, la più coraggiosa elaborazione della versione che gli ebrei danno della propria storia.

Nel suo libro Sand riesce a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il popolo ebraico non è mai esistito come “razza-nazione”, non ha mai condiviso un'origine comune. È invece un colorito insieme di gruppi che in varie fasi storiche hanno adottato la religione ebraica.

Nel caso che seguiste il ragionamento di Sand e giungeste a chiedervi “quando è stato inventato il popolo ebraico?” la risposta di Sand è piuttosto semplice. “A un certo punto del XIX secolo degli intellettuali tedeschi di origine ebraica, influenzati dal carattere popolare del nazionalismo tedesco, intrapresero il compito di inventare un popolo 'a posteriori', ansiosi di creare un moderno popolo ebraico”. [2] Di conseguenza il “popolo ebraico” è un concetto “inventato” costituito da un passato immaginario e fittizio con ben poche basi forensi, storiche o testuali. Inoltre Sand – che per le sue elaborazioni si fonda sulle fonti dell'antichità – giunge alla conclusione che l'esilio ebraico sia anch'esso un mito, e che è ben più probabile che i discendenti dell'antico popolo semita di Giudea/Canaan siano gli attuali palestinesi, e non la folla di ashkenaziti di origine cazara alle quali egli stesso ammette di appartenere. È piuttosto sorprendente che nonostante Sand riesca a demolire il concetto di “passato collettivo ebraico” e a ridicolizzare l'impeto sciovinista nazionale ebraico, il suo libro in Israele sia un bestseller. Già questo fatto da solo può suggerire che coloro che si definiscono “popolo del libro” stanno ora cominciando a rendersi conto delle filosofie e ideologie devastanti e fuorvianti che li hanno trasformati in ciò che Khalid Amayreh e molti altri considerano i “nazisti del nostro tempo”.

Hitler alla fine ha vinto

Accade spesso che quando si chiede a un ebreo “laico” “cosmopolita” cos'è che lo rende ebreo si riceva una risposta vacua e rimasticata: “È Hitler che mi ha reso ebreo”. Benché l'ebreo “cosmopolita”, essendo un internazionalista, tenda a liquidare le inclinazioni nazionali degli altri popoli, insiste nel riservarsi il diritto all'“auto-determinazione”. Però non è veramente lui a stare al centro di questa esigenza di orientamento nazionale, ma è il diabolico e mostruoso antisemita per eccellenza, cioè Hitler. A quanto pare l'ebreo cosmopolita celebra il suo diritto al nazionalismo nella misura in cui c'è un Hilter da incolpare.

Per quanto riguarda l'ebreo laico cosmopolita, Hitler alla fine ha vinto. Sand riesce a mettere in luce questo paradosso. Suggerisce con grande acume che “mentre nel XIX secolo il riferirsi agli ebrei come a un''identità razziale distinta' era segno di antisemitismo, nello Stato ebraico questa stessa filosofia è mentalmente e intellettualmente radicata” [3]. In Israele gli ebrei celebrano la loro diversità e la loro unicità. Inoltre, dice Sand, “In Europa c'è stato un tempo in cui si veniva etichettati come antisemiti per aver detto che tutti gli ebrei appartengono a una nazione distinta. Oggi, ad affermare che gli ebrei non sono e non sono mai stati un popolo o una nazione si verrebbe etichettati come odiatori di ebrei”. [4] È infatti abbastanza sorprendente che l'unico popolo che sia riuscito a mantenere e sostenere un'identità nazionale orientata in senso razziale, espansionista e genocida che non si differenzia in niente dall'ideologia etnica nazista siano proprio gli ebrei, che furono insieme ad altri le principali vittime dell'ideologia e della pratica naziste.

Nazionalismo in generale e nazionalismo ebraico in particolare

Louis-Ferdinand Celine disse che nel Medioevo, tra le grandi guerre, i cavalieri si facevano pagare un prezzo altissimo per essere pronti a morire nel nome del loro regno, mentre nel XX secolo i giovani si sono precipitati a morire in massa senza chiedere nulla in cambio. Per capire questo cambiamento della coscienza delle masse abbiamo bisogno di un modello metodologico eloquente che ci permetta di comprendere in cosa consista il nazionalismo.

Come Karl Deutsch, Sand considera la nazionalità un discorso illusorio. È un dato di fatto che gli studi storici e antropologici sulle origini dei diversi cosiddetti “popoli” e “nazioni” conducono all'imbarazzante disintegrazione di qualsiasi etnicità e identità etnica. Dunque è piuttosto interessante scoprire che gli ebrei tendono a prendere molto seriamente il loro mito etnico. La spiegazione può essere semplice, come ha rivelato Benjamin Beit Halachmi anni fa. Il sionismo ha trasformato la Bibbia da un testo spirituale a un “libro del catasto”. Sotto questo aspetto, la verità della Bibbia o qualsiasi altro elemento del discorso storico ebraico ha ben poca importanza finché non interferisce con la causa o la pratica politica nazionale degli ebrei.

Si potrebbe anche supporre che l'assenza di una chiara origine etnica non impedisca alle persone di provare un senso di appartenenza etnica o nazionale. Il fatto che gli ebrei siano lungi dall'essere ciò che è possibile definire popolo e che la Bibbia contenga una ben scarsa verità storica non impedisce a generazioni di israeliani e di ebrei di identificarsi con Re Davide o il gigante Sansone. Evidentemente l'assenza di un'origine etnica inequivocabile non impedisce alle persone di sentirsi parte di un popolo. Analogamente, non impedisce all'ebreo nazionalista di provare un sentimento di appartenenza a una più grande collettività astratta.

Negli anni Settanta Shlomo Artzi, allora giovane cantante che era destinato a diventare la più grande rockstar israeliana di tutti i tempi, incise una canzone che divenne in poche ore un enorme successo. Eccone i primi versi:

E all'improvviso

un uomo si sveglia

una mattina

sente di essere il suo popolo

e comincia a camminare

e a tutti quelli che incontra

dice shalom

In un certo senso Artzi esprime innocentemente nei suoi versi la repentinità, la natura quasi contingente della trasformazione degli ebrei in popolo. Tuttavia, quasi simultaneamente, Artzi contribuisce all'illusorio mito nazionale della nazione alla ricerca della pace. Artzi avrebbe già dovuto sapere che il nazionalismo ebraico era un atto colonialista ai danni del popolo palestinese autoctono.

A quanto pare il nazionalismo, il senso di appartenenza nazionale e il nazionalismo ebraico in particolare sono oggetto di un importante lavoro intellettuale. Risulta interessante che i primi a trattare teoricamente e metodologicamente questioni che hanno a che fare con il nazionalismo siano stati degli ideologi marxisti. Benché lo stesso Marx non fosse riuscito a dare una risposta adeguata, il sorgere all'inizio del XX secolo di istanze nazionaliste nell'Europa centrale e orientale colse Lenin e Stalin impreparati.

“Il contributo dei marxisti allo studio del nazionalismo può essere visto come una messa a fuoco sulla profonda correlazione tra l'ascesa della libera economia e l'evoluzione dello stato nazionale”. [5] Di fatto Stalin riassunse il punto di vista marxista sulla questione. “La nazione”, dice Stalin, “è una solida collaborazione tra individui storicamente creata e formatasi seguendo quattro fenomeni significativi: la condivisione di lingua, territorio, economia e particolarità psicologica…” [6]

Come c'era da aspettarsi, il tentativo materialista marxista di comprendere il nazionalismo mancava di un'adeguata prospettiva storica e si basava invece sulla lotta di classe. Per ovvie ragioni una tale visione era condivisa da coloro che credevano nel “socialismo di una sola nazione”, tra i quali possiamo includere l'ala di sinistra del sionismo.

Per Sand, il nazionalismo si è sviluppato a causa di un'“esaltazione creata dalla modernità che ha separato le persone dal loro passato immediato” [7]. La mobilità prodotta dall'urbanizzazione e dall'industrializzazione ha distrutto il sistema sociale gerarchico come pure la continuità tra passato, presente e futuro. Sand osserva che prima dell'industrializzazione il contadino feudale non sentiva necessariamente il bisogno di una narrazione storica di imperi e regni. Il soggetto feudale non aveva bisogno di una narrazione storica astratta di grandi collettività, poco rilevante per le necessità esistenziali concrete. “Senza la percezione di una progressione sociale erano sufficienti le narrazioni religiose che contenevano un mosaico di memoria privo della dimensione reale del tempo che avanza. La 'fine' era l'inizio e l'eternità faceva da ponte tra la vita e la morte”. [8] Nel mondo moderno laico e urbano il “tempo” si era trasformato nel principale veicolo della vita che illustrava un significato simbolico immaginario. Il tempo storico collettivo era diventato l'ingrediente base della vita intima e personale. La narrazione storica collettiva plasma il significato personale e ciò che sembra essere la “realtà”. Per quanto alcune menti banali insistano nell'affermare che il “personale è politico”, sarebbe molto più intelligibile dire che in pratica è esattamente l'inverso. Nella condizione post-moderna, il politico è personale e il soggetto viene detto più che dire esso stesso. L'autenticità è un mito che si riproduce nella forma di identificatore simbolico.

La lettura sandiana del nazionalismo come prodotto dell'industrializzazione, dell'urbanizzazione e della laicità appare particolarmente valida se si tiene presente il suggerimento di Uri Slezkin secondo il quale gli ebrei sarebbero gli “apostoli della modernità”, della laicità e dell'urbanizzazione. Se gli ebrei si ritrovarono nel cuore dell'urbanizzazione e della laicizzazione, non dovrebbe sorprenderci che – come altri – anche i sionisti siano stati piuttosto creativi nell'inventarsi la propria fantasiosa narrazione collettiva. Tuttavia, pur insistendo sul diritto di essere “come gli altri popoli” i sionisti sono riusciti a trasformare il loro passato collettivo inventato in un programma globale, espansionistico e spietato e nella maggiore minaccia per la pace mondiale.

Non esiste una storia ebraica

È un fatto dimostrato che non un solo testo storico ebraico è stato scritto tra il I secolo e gli inizi del XIX secolo. Il fatto che l'ebraismo si basi su un mito storico religioso può avere qualcosa a che fare con questo. La tradizione rabbinica non si è mai preoccupata di esaminare adeguatamente il passato ebraico. Uno dei motivi di ciò è probabilmente l'assenza di necessità di un simile impegno metodologico. Per l'ebreo che viveva nell'antichità e nel Medioevo quello che c'era nella Bibbia era sufficiente a rispondere alle domande più importanti sulla vita quotidiana, il significato e il destino ebraici. Come scrive Shlomo Sand, “il tempo cronologico secolare era alieno al 'tempo della Diaspora' plasmato dall'attesa del Messia”.

Tuttavia, alla luce della laicizzazione, dell'urbanizzazione e dell'emancipazione tedesche e a causa del calo di autorità dei capi rabbinici, tra i nascenti intellettuali ebrei crebbe la necessità di una causa alternativa. L'ebreo emancipato si chiedeva chi fosse e da dove venisse. Cominciò anche a speculare su quale potesse essere il suo ruolo in una società europea in progressiva apertura.

Nel 1820 lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) pubblicò la prima seria opera storica sugli ebrei, La storia degli israeliti. Jost evitò i tempi biblici, preferì cominciare i suo viaggio con il Regno di Giudea e compilò anche una narrazione storica sulle diverse comunità ebraiche del mondo. Jost si rese conto che gli ebrei del suo tempo non formavano un continuum etnico. Intuì che gli israeliti che vivevano nei vari luoghi erano molto diversi tra loro. Dunque pensò che niente al mondo avrebbe impedito agli ebrei di assimilarsi completamente. Jost riteneva che in uno spirito illuminato sia i tedeschi che gli ebrei avrebbero voltato le spalle alle istituzioni religiose oppressive per formare una nazione sana basata su un crescente senso di appartenenza orientato geograficamente.

Benché Jost fosse consapevole dell'evolversi del nazionalismo europeo, i suoi seguaci ebrei erano alquanto scontenti della sua lettura ottimistica e liberale del futuro ebraico.

“Dallo storico Heinrich Graetz in poi, gli storici ebrei presero a tracciare la storia dell'ebraismo come la storia di una nazione che era stata un 'regno', era stata poi cacciata in 'esilio', era diventata un popolo errante e infine era tornata alla sua terra natale”. [9]

Per il defunto Moses Hess era una lotta razziale più che una lotta di classe a definire la forma dell'Europa. Dunque, suggeriva Hess, meglio sarebbe stato se gli ebrei fossero tornati a riflettere sul loro patrimonio culturale e sulla loro origine etnica. Per Hess il conflitto tra ebrei e gentili era il prodotto della differenziazione razziale, e dunque inevitabile.

Il percorso ideologico dall'orientamento razzista pseudo-scientifico di Hess allo storicismo sionista appare ovvio. Se gli ebrei sono in effetti un'entità razziale distinta (come ritenevano Hess, Jabotinsky e altri) è meglio che cerchino la loro patria naturale, e questa patria non è altro che Eretz Yizrael. Chiaramente l'ipotesi di Hess sulla continuità razziale non aveva basi scientifiche. Per tenere in piedi questa invenzione storica bisognava ricorrere a un meccanismo di negazione per assicurarsi che qualche fatto imbarazzante non interferisse con la nascente creazione nazionale.

Sand suggerisce che il meccanismo di negazione sia stato orchestrato e pianificato molto bene. La decisione presa nel 1930 dall'Università Ebraica di dividere la Storia Ebraica e la Storia Generale in due dipartimenti distinti era ben più di una questione di comodità. Il logos che stava alla base di questa separazione dà un idea dell'auto-realizzazione ebraica. Agli occhi dei professori universitari ebrei la condizione e la psiche ebraica erano uniche e dovevano essere studiate separatamente. A quanto pare anche nell'ambiente accademico ebraico la posizione suprema viene assegnata agli ebrei, alla loro storia e alla loro percezione di sé. Come svela con perspicacia Sand, all'interno dei dipartimenti di Studi Ebraici il ricercatore si divide tra mitologia e scienza, mentre il mito conserva il suo primato. Anche se spesso viene condotto in un paralizzante dilemma dai 'piccoli fatti tortuosi'.

Il nuovo israelita, la bibbia e l'archeologia

In Palestina i nuovi ebrei e poi gli israeliani erano decisi a reclutare l'Antico Testamento e a trasformarlo nel codice unico del futuro ebreo. La “nazionalizzazione” della Bibbia serviva a innestare nei giovani ebrei il concetto che erano i discendenti diretti dei loro grandi antenati dell'antichità. Visto che la nazionalizzazione era un movimento ampiamente laico, la Bibbia fu privata del suo significato religioso e spirituale e fu invece vista come un testo storico che descriveva una vera catena di eventi del passato. Gli ebrei che erano ora riusciti a uccidere il loro Dio impararono a credere in se stessi. Masada, Sansone e Bar Kochba divennero grandi storie suicide. Alla luce dei loro antenati eroici, gli ebrei hanno imparato ad amare se stessi quanto odiano gli altri, solo che questa volta avevano a disposizione la forza militare per infliggere vero dolore al loro prossimo. Più preoccupante era il fatto che invece di un'entità soprannaturale – cioè Dio – che ordinasse loro di invadere la terra e compiere un genocidio e rubare la “terra promessa” ai suoi abitanti autoctoni adesso in questo progetto di rinascita nazionale erano essi stessi, Herzl, Jabotinsky, Weitzman, Ben Gurion, Sharon, Peres, Barak a decidere di cacciare, distruggere e uccidere. Invece di Dio erano gli ebrei a uccidere nel nome del popolo ebraico. E l'hanno fatto con i simboli ebraici dipinti sugli aerei e i carri armati. Hanno seguito degli ordini impartiti nel linguaggio appena ripristinato dei loro antenati.

È abbastanza sorprendente che Sand, che è indubbiamente uno studioso straordinario, non accenni al fatto che il dirottamento sionista della Bibbia fu di fatto una disperata risposta ebraica al primo romanticismo tedesco. Tuttavia, per quanto i filosofi, i poeti, gli architetti e gli artisti tedeschi fossero ideologicamente ed esteticamente affascinati dalla Grecia pre-socratica, sapevano benissimo di non essere esattamente i figli e le figlie dell'ellenismo. L'ebreo nazionalista invece ha fatto un passo più in là e si è legato con una fantasiosa catena di sangue ai suoi antenati mitici poco dopo aver ripristinato la loro antica lingua. Più che una lingua sacra, l'ebraico era diventato una lingua parlata. I primi romantici tedeschi non erano mai arrivati a tanto.

Gli intellettuali tedeschi del XIX secolo erano anche perfettamente consapevoli della distinzione tra Atene e Gerusalemme. Per loro Atene era universale, il capitolo epico dell'umanità e dell'umanesimo. Gerusalemme era invece il grande capitolo della barbarie tribale. Gerusalemme era una rappresentazione del Dio banale, non-universale, monoteistico e spietato che uccide vecchi e bambini. Il primo romanticismo tedesco ci ha lasciato Hegel, Nietzsche, Fichte e Heidegger e solo una manciata di ebrei che odiavano se stessi, primo tra loro Otto Weininger. I gerosolimitani non ci hanno lasciato un solo grande pensatore. Alcuni studiosi ebrei tedeschi di serie B hanno cercato di predicare Gerusalemme nell'esedra tedesca; tra questi c'erano Herman Cohen, Franz Rosenzveig e Ernst Bloch. Hanno mancato di accorgersi che i primi romantici tedeschi disprezzavano le tracce di Gerusalemme nel cristianesimo.

Nello sforzo di resuscitare “Gerusalemme”, per fornire all'epos sionista la necessaria base “scientifica” si reclutò l'archeologia. L'archeologia serviva a unire l'epoca biblica con il tempo della restaurazione. Probabilmente il momento più sorprendente di questa tendenza bizzarra fu nel 1982 la “cerimonia di sepoltura militare” delle ossa di Shimon Bar Kochba, un ribelle ebreo morto 2000 anni prima. Sotto la direzione del rabbino militare in capo si diede sepoltura militare in diretta televisiva ad alcune ossa trovate in una caverna dalle parti del Mar Morto. In pratica i sospetti resti di un ribelle ebreo del I secolo furono trattati come un soldato morto dell'esercito di difesa israeliano. Chiaramente l'archeologia aveva un ruolo nazionale, era stata reclutata per cementare il passato e il presente lasciando fuori il Galut, cioè l'esilio.

In modo alquanto sorprendente, non ci volle molto perché le cose prendessero tutta un'altra piega. Mentre la ricerca archeologica si rendeva sempre più indipendente dal dogma sionista cominciò a filtrare l'imbarazzante realtà. Era impossibile basare l'autenticità del racconto biblico su prove forensi. Di fatto l'archeologia confutò la storicità della narrazione biblica. Gli scavi misero in luce questa realtà imbarazzante. La Bibbia è un compendio di innovativi racconti letterari.

Come osserva Sand, l'antica storia biblica è piena zeppa di filistei, aramei e cammelli. Altro fatto imbarazzante è che gli scavi archeologici hanno dimostrato che i filistei sono comparsi nella regione non prima del XII secolo a.C., gli aramei un secolo dopo e i gioviali musi dei cammelli non sono spuntati prima dell'VIII secolo. Questi fatti scientifici confondono gravemente i ricercatori sionisti. Tuttavia per gli studiosi non ebrei come Thomas Thompson era piuttosto ovvio che la Bibbia “è un tardo compendio di letteratura innovativa scritto da un teologo di talento”. [10] La Bibbia appare dunque come un testo ideologico che serviva a una causa sociale e politica. Ed è imbarazzante anche che nel Sinai non sia stato trovato molto che dimostrasse la storia del leggendario Esodo dall'Egitto: parrebbe che tre milioni di uomini, donne e bambini ebrei abbiano marciato nel deserto per quarant'anni senza lasciare una sola traccia. Neanche una misera pallina di pane azzimo: ben poco ebraico, si direbbe.

La storia del re-insediamento biblico e del genocidio dei canaaniti che l'israelita contemporaneo imita con tanto successo è un altro mito. Gerico, la città fortificata che fu rasa al suolo al suono delle trombe e con onnipotente intervento soprannaturale era solo un piccolo villaggio del XIII secolo a.C.

Benché Israele si consideri la resurrezione del monumentale Regno di Davide e Salomone, gli scavi compiuti nella città vecchia di Gerusalemme negli 1970 hanno rivelato che il regno di Davide non era altro che un piccolo insediamento tribale. Le prove presentate da Yigal Yadin su Re Salomone sono state in seguito confutate da esami forensi realizzati con il Carbonio 14. Questi fatti scomodi sono stati scientificamente dimostrati. La Bibbia è un racconto di invenzione, e non contiene molto su cui possa basarsi una qualche gloriosa esistenza del popolo ebraico in Palestina in una qualche epoca.

Chi ha inventato gli ebrei?

Già all'inizio del suo testo Sand pone le domande cruciali e probabilmente più importanti. Chi sono gli ebrei? Da dove sono venuti? Come mai in diversi periodi storici appaiono in luoghi molto diversi e distanti?

Benché la maggioranza degli ebrei sia profondamente convinta che i suoi antenati siano gli israeliti biblici che si ritrovarono brutalmente esiliati dai romani, la verità va detta. Gli ebrei contemporanei non hanno niente a che fare con gli antichi israeliti, che non sono mai stati mandati in esilio perché una tale espulsione non è mai avvenuta. L'esilio romano è solo un altro mito ebraico.

“Ho cominciato a cercare tra gli studi scientifici notizie sull'esilio”, ha detto Sand in un'intervista ad Haaretz, [11] “ma con mia grande sorpresa ho scoperto che non c'è letteratura in merito. La ragione è che nessuno esiliò il popolo dal paese. I romani non esiliavano i popoli e non avrebbero potuto farlo neanche se avessero voluto. Non avevano treni né camion per deportare intere popolazioni. Quel genere di logistica non è esistito fino al XX secolo. Ed è da questo che in effetti è nato tutto il libro: dal comprendere che la società ebraica non fu dispersa e non fu esiliata”.

Anzi, alla luce della semplice intuizione di Sand, l'idea stessa dell'esilio ebraico è ridicola. Il pensiero che la flotta imperiale romana lavorasse ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette per portare faticosamente Moishele e Yankele a Cordova e a Toledo può aiutare gli ebrei a sentirsi importanti e trasportabili, ma il buon senso suggerisce che l'armata romana avesse cose più importanti da fare.

Tuttavia il risultato logico è molto più interessante: se il popolo di Israele non fu cacciato i veri discendenti degli abitanti del Regno di Giuda devono essere i palestinesi.

“Nessuna popolazione si conserva pura dopo migliaia di anni”, dice Sand. [12] “Ma le probabilità che i palestinesi siano i discendenti dell'antico popolo ebraico sono molto più grandi delle probabilità che lo siamo voi e io. I primi sionisti, fino alla Grande Rivolta Araba [1936-9], sapevano che non c'era stato nessun esilio e che i palestinesi erano i discendenti degli abitanti di quella terra. Sapevano che i contadini non se ne vanno finché non vengono cacciati. Perfino Yitzhak Ben-Zvi, il secondo presidente dello Stato di Israele, scrisse nel 1929 che ‘la vasta maggioranza dei contadini non ha le proprie origini nei conquistatori arabi ma piuttosto, prima di loro, nei contadini ebrei che erano numerosi e in maggioranza nella costruzione del territorio’”.

Nel suo libro Sand va oltre e dice che fino alla Rivolta Araba del 1929 i cosiddetti capi sionisti di sinistra tendevano a credere che i contadini palestinesi di fatto “di origine ebraica” sarebbero stati assimilati dalla nascente cultura ebraica e sarebbero infine entrati nel movimento sionista. Ber Borochov credeva che “se un falach (contadino palestinese) si veste come un ebreo e si comporta come un ebreo della classe operaia non si distingue in alcun modo da un ebreo”. Questa stessa idea ricomparve nel testo del 1918 di Ben Gurion e Ben-Zvi. Entrambi i capi sionisti si rendevano conto che la cultura palestinese era impregnata di tracce bibliche, linguisticamente e geograficamente (nomi di villaggi, città, fiumi e montagne). Sia Ben Gurion che Ben-Zvi vedevano, almeno in quella fase iniziale, i palestinesi autoctoni come parenti etnici rimasti legati alla terra e come potenziali fratelli. Consideravano inoltre l'islam come un'“religione democratica” amica. Chiaramente dopo il 1936 entrambi moderarono il loro entusiasmo “multiculturale”. Per quanto riguarda Ben Gurion, la pulizia etnica dei palestinesi era un'alternativa molto più attraente.

Ci si può ora chiedere: se i palestinesi sono i veri ebrei, chi sono questi che insistono nel chiamarsi ebrei?

La risposta di Sand è semplice, ma sensata. “Il popolo non si disseminò, ma la religione ebraica sì. L'ebraismo era una religione di convertiti. Contrariamente all'opinione popolare, nell'ebraismo delle origini c'era un grande desiderio di convertire gli altri”. [13]

Chiaramente le religioni monoteiste, essendo meno tolleranti di quelle politeiste, hanno in sé un impulso a espandersi. L'espansionismo ebraico ai suoi inizi non era solo simile al cristianesimo ma fu l'espansionismo ebraico a piantare i semi della 'diffusione' nel pensiero e nella pratica dei primi cristiani.

“Gli asmonei,” dice Sand, [14] “furono i primi a cominciare a produrre ebrei in gran numero per mezzo delle conversioni di massa, sotto l'influsso dell'ellenismo. Fu questa tradizione di conversioni che preparò il terreno per la successiva e diffusa disseminazione del cristianesimo. Dopo la vittoria del cristianesimo nel IV secolo, lo slancio delle conversioni subì una battuta d'arresto nel mondo cristiano e ci fu crollo nel numero di ebrei. Presumibilmente molti degli ebrei che apparvero attorno al Mediterraneo divennero cristiani. Ma poi l'ebraismo cominciò a permeare altre regioni, per esempio quelle pagane come lo Yemen e l'Africa Settentrionale. Se in quella fase l'ebraismo non avesse continuato ad avanzare e a convertire pagani saremmo rimasti una religione del tutto marginale, sempre che fossimo sopravvissuti”.

Pare che gli ebrei di Spagna, che ritenevamo avere legami di sangue con i primi israeliti, siano berberi convertiti. “Mi sono chiesto”, dice Sand, “come hanno fatto a comparire in Spagna comunità ebraiche così grandi. E poi mi sono accorto che Tariq ibn Ziyad, il supremo comandante dei musulmani che conquistarono la Spagna, era berbero, e che lo era anche la maggior parte dei suoi soldati. Il regno berbero ebraico di Dahia al-Kahina era stato sconfitto solo 15 anni prima. E la verità è che un certo numero di fonti cristiane afferma che molti dei conquistatori della Spagna erano ebrei convertiti. La fonte profonda della grande comunità ebraica spagnola erano quei soldati berberi che si erano convertiti all'ebraismo”.

Come c'era da aspettarsi, Sand condivide l'ipotesi ampiamente accettata che i cazari ebraizzati costituissero la principale origine delle comunità ebraiche dell'Europa Orientale, che chiama Nazione Yiddish. Quando gli si chiede come mai parlino yiddish, che è considerato un dialetto medievale tedesco, risponde che “gli ebrei erano una classe di persone che dipendeva dalla borghesia tedesca nell'Est, e così adottarono parole tedesche”.

Nel suo libro Sand riesce a fare un resoconto dettagliato della saga cazara nella storia ebraica. Spiega cosa portò il regno cazaro alla conversione. Tenendo conto che il nazionalismo ebraico è, per la maggior parte, guidato da un'élite cazara, potremmo dover ampliare la nostra intima conoscenza di questo gruppo politico così unico e influente. La traduzione del libro di Sand in altre lingue è una necessità immediata. (È in arrivo la traduzione francese, come riferito in Are the Jews an invented people?, di Eric Rouleau).

E poi?

Il professor Sand ci lascia con la conclusione inevitabile. Gli ebrei contemporanei non hanno un'origine comune e la loro origine semita è un mito. Gli ebrei non hanno in alcun modo avuto origine in Palestina, e dunque il loro cosiddetto “ritorno” alla “terra promessa” va visto come un'invasione da parte di un clan ideologico-tribale.

Tuttavia, benché gli ebrei non costituiscano in alcun modo un continuum razziale, per qualche ragione risultano etnicamente orientati. Come possiamo notare, molti ebrei considerano ancora i matrimoni misti come la minaccia peggiore e definitiva. Inoltre, nonostante la modernizzazione e la laicizzazione, la grande maggioranza di coloro che si identificano come ebrei laici soccombe ancora al rituale sanguinario della circoncisione, una pratica religiosa che comporta nientemeno che un mohel succhi il sangue del circonciso.

Per quanto concerne Sand, Israele dovrebbe diventare “uno stato dei suoi cittadini”. Come Sand, anch'io credo nella stessa visione utopica e futurista. Tuttavia al contrario di lui capisco che lo stato ebraico e i gruppi di pressione che lo sostengono devono essere ideologicamente sconfitti. La fratellanza e la riconciliazione sono estranee alla visione del mondo tribale ebraica e non trovano spazio nella concezione della rinascita nazionale ebraica. Per drammatico che possa sembrare, prima che gli israeliani possano adottare una visione moderna universale della vita civile deve aver luogo un processo di de-ebraizzazione.

Sand è senza dubbio un intellettuale straordinario, forse il più avanzato pensatore israeliano di sinistra. Rappresenta la forma più alta di pensiero che un israeliano laico può conseguire prima di invertire la rotta o di passare dalla parte dei palestinesi (una cosa che è successa ad alcuni, me compreso). L'intervistatore di Haaretz Ofri Ilani ha detto di Sand che diversamente da altri “nuovi storici” che hanno cercato di minare le basi della storiografia sionista “non si accontenta di risalire al 1948 o agli inizi del sionismo, ma torna indietro di migliaia di anni”. È proprio così: diversamente dai “nuovi storici” che “svelano” una verità che è nota a tutti i bimbi palestinesi, e cioè la verità che sono sottoposti a pulizia etnica, Sand erige un corpus di studio e di pensiero che mira a capire il significato del nazionalismo ebraico e dell'identità ebraica. È questa la vera essenza del sapere. Invece di raccogliere sporadici frammenti storici Sand cerca il significato della storia. Anziché un “nuovo storico” che cerca un nuovo frammento, è un vero storico motivato da un compito umanista. Ma soprattutto, diversamente da alcuni storici ebrei che contribuiscono al cosiddetto pensiero di sinistra, la credibilità e il successo di Sand si fondano sui suoi argomenti più che sui suoi precedenti familiari, giacché evita di condire i suoi ragionamenti con i parenti sopravvissuti all'olocausto. Leggendo i feroci argomenti di Sand si è costretti ad ammettere che il sionismo con tutti suoi torti è riuscito a creare dentro di sé un discorso dissidente fiero e autonomo che riesce a essere ben più eloquente e brutale dell'intero movimento anti-sionista mondiale.

Se Sand ha ragione, e io stesso sono convinto dalla forza dei suoi argomenti, gli ebrei non sono una razza ma piuttosto una collettività costituita da moltissime persone prese in ostaggio da un tardo movimento nazionale immaginario. Se gli ebrei non sono una razza, non formano un continuum razziale e non hanno niente a che fare con il semitismo, anche l'antisemitismo è, categoricamente, un significante vuoto. Si riferisce ovviamente a un significato che non esiste. In altre parole, la nostra critica del nazionalismo ebraico, dei gruppi di pressione ebraici e del potere ebraico può realizzarsi solo come critica legittima di un'ideologia e di una pratica.

Posso dirlo ancora una volta, non siamo e non siamo mai stati contro gli ebrei (il popolo) né contro l'ebraismo (la religione). Siamo però contro una filosofia collettiva con chiari interessi globali. Alcuni vorranno chiamarla sionismo, ma io preferisco di no. Il sionismo è un significante vago che è di gran lunga troppo ristretto per cogliere la complessità del nazionalismo ebraico, la sua brutalità, la sua ideologia e la sua pratica. Il nazionalismo ebraico è uno spirito e lo spirito non ha chiari confini. Infatti nessuno di noi sa esattamente dove finisce l'ebraicità e dove comincia il sionismo, così come non sappiamo dove finiscono gli interessi israeliani e dove cominciano gli interessi dei neocon.

Per quanto concerne la causa palestinese, il messaggio è devastante. I nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono in prima linea nella lotta contro una filosofia distruttiva. Ma è chiaro che non sono sono quegli israeliani che essi combattono con la loro fiera filosofia pragmatica a scatenare conflitti globali di proporzioni gigantesche. È una pratica tribale che impone la propria influenza nei corridoi del potere e del superpotere. L'American Jewish Committee sta premendo per una guerra contro l'Iran. Tanto per stare tranquillo, David Abrahams, “amico laburista di Israele”, dona denaro al Partito Laburista per interposta persona. Più o meno contemporaneamente due milioni di iracheni muoiono in una guerra illegittima progettata da un tizio chiamato Wolfowitz. E mentre accade tutto questo, milioni di palestinesi vengono affamati nei campi di concentramento e Gaza è sull'orlo di una crisi umanitaria. Mentre accade tutto questo gli ebrei anti-sionisti e gli ebrei di sinistra (Chomsky compreso) insistono nel neutralizzare le eloquenti critiche di Mearsheimer e Walt contro l'AIPAC, il gruppo di pressione e di potere ebraico. [15]

È solo Israele? È davvero sionismo? O dobbiamo piuttosto ammettere che si tratta di qualcosa di molto più grande di ciò che possiamo immaginare entro i confini intellettuali che ci siamo imposti? Per come stanno le cose, manchiamo del coraggio intellettuale per affrontare il progetto nazionale ebraico e i suoi molti messaggeri nel mondo. Tuttavia, visto che qui si tratta di giungere a una nuova consapevolezza, le cose stanno per cambiare. Anzi, questo testo serve a dimostrare che lo stanno già facendo.

Stare dalla parte dei palestinesi significa salvare il mondo, ma per farlo dobbiamo avere abbastanza coraggio da ammettere che non si tratta semplicemente di una battaglia politica. Non si tratta solo di Israele, del suo esercito o della sua dirigenza, non si tratta neanche di Dershowitz, di Foxman e delle loro alleanze che tutto mettono a tacere. È una guerra contro uno spirito canceroso che ha preso in ostaggio l'Occidente, almeno per ora, e lo ha dirottato dalle sue inclinazioni umaniste e dalle sue aspirazioni ateniesi. Combattere uno spirito è ben più difficile che combattere delle persone, perché può capitare di dover combattere le tracce che ha lasciato in noi. Se vogliamo affrontare Gerusalemme potremmo dover affrontare la Gerusalemme che abbiamo dentro. Potremmo doverci mettere davanti allo specchio, guardarci attorno. Andare alla ricerca dell'empatia in noi stessi, se ancora esiste.

Note

[1] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 11

[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[3] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 31

[4] Ibid pg 31

[5] Ibid pg 42

[6] Ibid

[7] Ibid pg 62

[8] Ibid

[9] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[10] When And How The Jewish People Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 117

[11] http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html

[12] Ibid

[13] Ibid

[14] Ibid

[15] http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html

Originale: http://palestinethinktank.com

Articolo originale pubblicato il 2 settembre 2008

Manuela Vittorelli è redattrice dei blog russologi http://mirumir.altervista.org/ e http://mirumir.blogspot.com/ e membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

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venerdì, agosto 29, 2008

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Jim Lobe su come l'Iran potrebbe trarre vantaggio dalle tensioni tra Russia e Stati Uniti: per ora la reazione dell'Iran alla crisi caucasica è stata misurata; il governo, compreso il presidente, ha espresso disapprovazione per l'azione russa, in particolare per il riconoscimento dell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia. Alla base ci sono questioni di principio ma anche il fatto che l'establishment iraniano non vede la Russia come un partner affidabile.
Dunque Teheran cercherà di usare tutta la sua influenza per trarre il massimo dalla crisi. Influenza che le deriva dall'essere non solo una grande potenza regionale (insieme alla Turchia), ma anche un importante produttore di risorse energetiche che potrebbe acquisire un ruolo maggiore come punto di trasporto intermedio per le risorse centro-asiatiche e caspiche dirette verso l'Europa. Tanto più che Mosca ha dimostrato di riuscire a raggiungere il Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), il solo oloeodotto che trasporti petrolio dal Mar Caspio all'Occidente senza transitare né per la Russia né per l'Iran.
L'Iran potrebbe dunque cogliere l'occasione per ricontattare le compagnie europee e rinegoziare contratti energetici.
Secondo Lobe, tuttavia, il vantaggio dell'Iran potrebbe avere vita breve, poiché se gli Stati Uniti non riuscissero a imporre nuove sanzioni a causa del veto russo potrebbero aggirare l'ONU e cercare di imporre un regime di sanzioni della "coalizione dei volonterosi".
Lobe conclude citando Michael Klare, secondo il quale le crescenti tensioni con la Russia potrebbero aver reso più bellicoso il duo Bush-Cheney.

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Saker: la Russia sta perdendo la guerra diplomatica. Di fatto la Russia non ha ricevuto dalla SCO l'appoggio sperato. Secondo il Saker, dunque, ora è completamente isolata.
Ma ha così importanza?
"In effetti penso di sì. Non credo che la NATO stia per attaccare le forze russe nella regione, ma penso che si sia il rischio concreto che il silenzio della comunità europea incoraggerà gli Stati Uniti a intraprendere della provocazioni. Cosa intendo dire? Pensoc he con l'attuale amministrazione americana e la violenta retorica anti-russa di McCaine ci sia il rischio reale che gli Stati Uniti e/o l'Europa facciano due cose: a) riarmare i georgiani; e b) mandare truppe in Georgia. Lo so, suona folle, ma suonavano folli anche l'occupazione dell'Iraq, l'attacco israeliano contro il Libano nel 2006 o il recente attacco di Saakashvili contro l'Ossezia del Sud. Ammettiamolo: ci si può e deve aspettare che la combinazione unica di arroganza, ignoranza e hubris imperiale che sono diventati il marchio distintivo della politica estera degli Stati Uniti guidino decisioni che sembrerebbero folli da un punto di vista razionale.
Sono particolarmente interdetto e deluso dall'atteggiamento alquanto debole della Cina in tutto questo. I cinesi non capiscono che la prossima volta l'ira dell'Impero colpirà loro?
È chiaro che i diplomatici russi a Dušanbe hanno mancato l'obiettivo.
[Come punto di vista alternativo molto ben argomentato, si legga questo articolo del Financial Times segnalato dal prezioso Silviu'. Inoltre, sulla Cina, ricordarsi di citofonare sempre Toni_i].

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L'Iran ha proposto che i membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO) usino le loro valute negli scambi reciproci e valutino la possibilità di usare in futuro una valuta unica per agevolare le transazioni monetarie.

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Sempre a proposito di Iran, la guerra bancaria va avanti: nel Regno Unito la Barclays Bank starebbe bloccando conti correnti di persone anche solo vagamente collegate all'Iran, come ha fatto la Citibank negli Stati Uniti. Ma la cosa interessante è che la Barclays applica le leggi americane al Regno Unito, facendo riferimento alla lista delle società bandite negli Stati Uniti e non alla lista equivalente adottata dall''Unione Europea e dal Regno Unito.

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E, per quanto riguarda la Cina, quanche giorno fa il Shurat HaDin, associazione-paravento dei ministeri degli Esteri e della Difesa israeliani, ha deciso di portare la Banca di Cina davanti alla Giustizia Californiana perché sosterrebbe Hezbollah e Hamas.

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Importante accordo sul nucleare civile tra Russia e Stati Uniti sospeso almeno fino al prossimo anno: firmato nel maggio scorso, poneva le basi per dari agli Stati Uniti l'accesso alle nuove tecnologie nucleari russe e per aiutare la Russia a creare una struttura internazionale di stoccaggio per il combustibile nucleare esaurito. Una fonte governativa russa ha dichiarato che alla Russia è stato fatto capire che il decreto è stato revocato e che sarà ripresentato sotto la nuova amministrazione. Questa settimana Condoleezza Rice ha detto che la priorità degli Stati Uniti in questo momento è rappresentata dall'accordo sul nucleare civile con l'India.

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Se c'è una nuova guerra fredda, c'è gente che ci fa su dei bei soldi. Per l'industria militare la "guerra al terrore" in confronto sarebbe poca cosa. In questo articolo Morgan Strong fa un po' di storia della guerra fredda per mostrare come le corporazioni e gli intellettuali e i politici al loro servizio abbiano esagerato paure ed esacerbato tensioni anche dopo la fine effettiva della guerra fredda segnata dalla détente inaugurata da Nixon.

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mercoledì, agosto 20, 2008

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Gli Stati Uniti incespicano nel fallimento della NATO, di Kaveh L. Afrasiabi per Asia Times: al summit di emergenza della NATO i paesi europei hanno accettato di sospendere i contatti formali con la Russia fino al ritiro completo delle truppe, ma si sono rifiutati di piegarsi alle pressioni degli americani che chiedevano sanzioni più severe, dice Afasiabi, che prevede una consistente frattura tra gli Stati Uniti e alcuni membri europei della NATO.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, la sua incapacità di offrire alla Russia un contesto adeguato alla collaborazione strategica è anch'essa all'origine dell'attuale crisi.
Contrariamente a quello che esprimeva nella sua analisi M. K. Bhadrakumar, Afasiabi si aspetta una maggiore collaborazione tra Russia e Cina attraverso la Shanghai Cooperation Organization.

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Video di Real News Network sullo scudo antimissile in Polonia, dal quale si deduce che la gente del posto non è felicissima:
"Gli americani hanno i soldi; possono difendersi, ma perché qua in Polonia? Che parlino con Putin, lì ci sono territori disabitati per migliaia di chilometri. Possono costruirlo lì".

"Certo, cominceranno a costruire, per esempio supermercati. Ma penso che avremo più benefici dal parco acquatico che stanno costruendo qui vicino che dagli scudi antimissile"

Gli esperti americani dicono che è questo è il posto migliore per difendersi dai missili iraniani.
[Come vorrei che Peter Sellers fosse ancora vivo per fargli dire questa frase. Lui troverebbe l'intonazione].

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Sappiano gli accorti ed esigenti lettori che qui non si butta via niente, neppure Monbiot, se serve. Sul Guardian troviamo un pezzo sui missili intercettori in Polonia, sulla storia del sistema antimissile americano e sui soldi che finora gli Stati Uniti ci hanno ufficialmente investito:
"Gli Stati Uniti hanno speso 120-150 miliardi di dollari nel programma da quando Reagan l'ha rilanciato nel 1983. Sotto George Bush i costi hanno avuto un'impennata. Il Pentagono ha chiesto 62 miliardi per i prossimi cinque anni, il che significa che il costo totale tra il 2003 e il 2013 sarà di 110 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inventato un sistema di finanziamento che permette al programma di difesa anti-missile di sottrarsi agli standard di contabilità del governo: si chiama sviluppo a spirale, e significa che "i requisiti allo stadio finale non sono noti all'avvio del programma" e il sistema in pratica può evolvere come a lorsignori pare meglio.

[Mi ricorda un amico che volle comprarsi la playstation. Poi si convinse che lo schermo del televisore era troppo piccolo per valorizzare il seno prorompente di Lara Croft, allora comprò un televisore più grande, e poi un mobile che contenesse il televisore, e poi. Credo che adesso, a qualche anno di distanza, sia in trattative per comprare un intero paesino del bergamasco con mutuo ereditario bisecolare. Sviluppo a spirale, si chiama, e pensare che questo aveva scopi pacifici e non si proponeva di minacciare il mondo con "57 varietà di distruzione"]

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Information Clearing House oggi segnalava due articoli, uno di Haaretz (sulla possibilità che Israele in caso di guerra possa ritrovarsi da solo) e l'altro del Wall Street Journal (sull'asse russo-iraniano), interessanti perché mostrano come come alcuni think tank si stiano muovendo per cercare di sdoganare la guerra all'Iran come mezzo per "ridimensionare" la Russia e/o impedire che grazie all'Iran possa creare una specie di alleanza per spostare gli equilibri della regione.
[Giusto per farsi un'idea di quello che ci aspetta mediaticamente, dice Andrea, a ragione].

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[E infatti] ecco un articolo di Stephen Kinzer sul Guardian, Attaccare l'Iran via Ossezia del Sud: secondo Kinzer il conflitto nel Caucaso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran:
"Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono soggiacere agli interessi americani e che non si può permettere a nessuno di emergere con uno status di 'potenza quasi alla pari', per usare un'epressione della Quadrennial Defence Review per il 2006. E questo porta al conflitto, giacché molti paesi cercheranno naturalmente di accrescere il loro potere, che gli Stati Uniti lo vogliano o no".

"Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito loro un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne il prezzo con il sangue".

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Abchazia e Ossezia del Sud: cuore del conflitto, chiave per la sua soluzione, di George Hewitt (professore di lingue caucasiche alla London's School of Oriental & African Studies su OpenDemocracy):
Questi popoli, e non solo i georgiani, o i russi, o gli americani, o chiunque sia stato coinvolto nel recente conflitto nella regione, hanno una loro storia fatta di testimonianze che sono state deliberatamente polverizzate durante questa generazione (si veda Thomas de Waal, "Abkhazia's archive: fire of war, ashes of history" [20 October 2006]). La lezione della breve guerra d'agosto è che le voci dell'Abchazia e dell'Ossezia del Sud vanno escoltate, le loro scelte vanno incluse in qualsiasi decisione sul loro futuro se si vuole che il ciclo del conflitto si spezzi anziché ripetersi".

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Questo articolo di Marc S. Ellenbogen, Lezioni perdute della Guerra Fredda ha il pregio di mettere assieme tutti i passi falsi dell'amministrazione Bush che abbiamo trovato elencati finora ed è un buon pezzo riassuntivo.
"Un rispettato dirigente di un equity fund con sedi in Austria e in Repubblica Ceca che viene da una famiglia di diplomatici mi ha detto: 'la Georgia non è altro che una portaerei degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti pensano ancora secondo i paradigmi della Guerra Freadd e, francamente, in vent'anni non hanno imparato niente'.
I miei viaggi recenti in Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud mi confermano la convinzione di molti che gli Stati Uniti abbiano sofferto un danno irreparabile con il conflitto georgiano. 'Gli Stati Uniti ne risentiranno a lungo. Adesso può non sembrare, ma mi creda: la gente ricorda che gli Stati Uniti non erano a Berlino nel '53, in Ungheria nel '56 e in Cecoslovacchia nel '68. Sono solo parole e niente azioni", mi ha detto un importante politico dell'Europa Centrale. "Molti ora vedono gli Stati Uniti come un amico incapace di stare ai patti'".
[...]
"Che agli Stati Uniti piaccia o no, ci sarà un grande riallineamento globale. L'Europa e la Russia formeranno un'alleanza strategica. Ci sono già nel mezzo. È meglio per entrambe".
[Dubbio personale: questa, Europa?]

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martedì, agosto 12, 2008

I link di oggi

L'Ossezia e la Georgia nel grande gioco tra Mosca e Washington nell'articolo di Carlo Benedetti su Altrenotizie.org.

E Giuseppe Iannello per Megachip sulla guerra mediatica.

Di guerra e media (e molto altro) si occupa anche Poganka.

Sempre a proposito di informazione, Der Spielfechter sottolinea la confusione giornalistica, l'assenza di giornalisti sul campo e di resoconti di prima mano e l'impossibilità o incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti (siano esse russe o georgiane). I servizi dei media tedeschi sulla guerra nel Caucaso, dice, sono ambigui: mentre il lavoro delle agenzie di stampa è generalmente molto buono (e, come ci segnala Stefano di Poganka, la tv tedesca con i suoi reporter in loco sta raccontando bene i risultati dell'attacco georgiano), il giornalisti e i commentatori di spicco hanno mostrato la tendenza a basarsi su notizie non verificate e su fonti che potevano essere meramente propagandistiche. È ciò che è successo con il presunto bombardamento dell'oleodotto BTC, notizia falsa e subito smentita dalla BP ma riportata e commentata, tra gli altri, dal capo redattore degli esteri della Süddeutsche Zeitung Stefan Kornelius. (È facile capire l'impatto di queste voci, dato che per l'Occidente Russia è sinonimo di "energia" e colpire un oleodotto significa danneggiare non solo gli interessi della Georgia ma dell'economia internazionale). Seguono altri esempi di articoli basati su dichiarazioni governative ma privi di fonti, di fotografie e di testimonianze (i bombardamenti a Poti, le varie richieste di cessate il fuoco, la posizione e i movimenti delle truppe).
Si chiude con una piccola perla della TAZ, che in un'intervista a Cohn-Bendit dice (per ben due volte) che la Russia ha pianificato l'attacco durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici. Russia? Georgia. Ops.

Passando ad altro, credo che Saakashvili ieri abbia battuto un bel record: chiedere aiuto nel giro di pochi giorni prima alla NATO e poi alla Cina. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

The 8th Circle confronta le posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti sulla guerra tra Georgia e Russia per scoprire che sono più o meno le stesse, con un Obama più generico e un McCain più disposto ad approfondire le eventuali azioni concrete.

Un po' Casino Royal, un po' Signor Burns, ma a quando pare ci si può fidare a mandarlo in giro: Ivanov alla CNN (video YouTube).

"Lo scontro tra Russia e Georgia sull'Ossezia del Sud, che si è intensificato drammaticamente ieri, ha più in comune con la guerra delle Falklands del 1982 che con una crisi da guerra fredda. Quando la giunta argentina si crogiolava nel pubblico consenso per essersi ripresa in modo incruento le Malvinas, Henry Kissinger predisse la reazione ampiamente inaspettata della Gran Bretagna commentando: 'Nessuna grande potenza si ritira per sempre'. Forse oggi la Russia ha interrotto la lunga ritirata verso Mosca che era cominciata con Gorbačëv".
Marc Almond, professore di storia all'Oriel College di Oxford, sul Guardian.

Anche Craig Murray fa la sua analisi, adottando una visione fondamentalmente antirussa (sostiene che la Germania è uno stato cliente della Russia, che le "rivoluzioni colorate" in fin dei conti hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nei paesi in cui sono avvenute, e che il nazionalismo russo è il maggiore pericolo per l'Europa), finisce ricordando che se ci si trova nella situazione di avere una Russia aggressiva alle porte il "merito" è della politica di accerchiamento statunitense.

Intanto gli Stati Uniti continuano a fornire armi alla Georgia, secondo il giornale israeliano Maariv.

Israele invece avrebbe deciso di smettere dopo le rimostranze di Mosca.

In Georgia, secondo round copydude si interroga sul futuro di Saakashvili:
"Finora gli Stati Uniti sono stati lieti di appoggiare l'uomo che avevano contribuito a mettere lì. Saakashvili, che ha studiato negli Stati Uniti, condivide la concezione flessibile di 'libertà' di Bush. All'interno del suo paese, Saakashvili ha fatto fuori un po' di queste libertà, togliendo diritti ai lavoratori e chiudendo i mezzi di informazione indipendenti (e perfino un canale televisivo). In perfetto stile da repubblica delle banane, i suoi successi sono un grosso esercito e i centri commerciali. Ma la disfatta in Ossezia del Sud potrebbe mettere in forse il sostegno di cui godeva. Un effetto a lungo termine già è noto: gli investitori si sono spaventati. Un amministratore delegato estone valuta che la guerra terrà lontani gli investitori per dieci anni. Il Jerusalem Post dice più o meno lo stesso a proposito degli imprenditori israeliani nel ramo immobiliare georgiano. Fitch e Standard & Poors hanno abbassato rapidamente il rating della Georgia. Intanto gli stranieri hanno lasciato il paese e i programmi sono stati annullati.
[...]
Gli Stati Uniti di solito non si preoccupano delle vittime civili - o di quello che adorano chiamare 'danni collaterali' - ma chi nuoce agli affari rischia di trovarsi presto in una posizione indifendibile".

La Georgia esce dalla Comunità degli Stati Indipendenti, ha comunicato poco fa Saakashvili.

Basta, riconosciamolo: non sappiamo distinguere tra Tskhinvali e Gori. Questa Reuters manda in giro foto strazianti di vittime, macerie e ospedali improvvisati, foto di edifici sventrati che potrebbero essere caserme o condomini (lo stile staliniano voleva così), immagini dello stesso cadavere in camicia a scacchi e diversi gradi di disperazione, e un povero giornalista dovrebbe notare la didascalia?
Dunque non ce la possiamo prendere con quelli del Berliner Kurier che pubblicano in prima pagina una scena di desolazione (medico, vecchietto morente) sopra la quale quale campeggia un Putin dallo sguardo crudele e pensoso di uno che a colazione mangia gattini e titolano "Putin: vendetta di bombe e di sangue" (traduzione libera).
La foto Reuters si riferisce a un ospedale osseto (si verifichi dall'impeccabile drugoj).

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lunedì, agosto 11, 2008

I link di oggi

Georgia-NATO-Israele
Michel Chossudovsky riassume i legami tra Georgia e NATO e i rapporti con gli israeliani, ricorda che poco prima dell'attacco si è svolta l'esercitazione militare "Immediate Response" e si chiede se si stia preparando effettivamente un conflitto più ampio tra Russia e Stati Uniti. Articolo riassuntivo con cronologia degli eventi e utili mappe.
Link

In Georgia we trust
Il rappresentante speciale di Washington in Ossezia del Sud, Matthew Bryce, ha accusato i russi di genocidio della popolazione osseta. "Mi risulta che su Tskhinvali sparavano da due parti, quella georgiana e quella russa; e allora, perché attribuire il genocidio ai georgiani?" dice Matthew Bryza, che alla capitale osseta non si è neanche avvicinato. Bello sapere che qualcuno ha le idee chiare. (Link in russo, Izvestija).
Se può interessare, Bryza è il signore che nel novembre scorso ha lodato Saakashvili dopo la durissima repressione dei manifestanti che ne chiedevano le dimissioni. Citazione: "We trust in Georgia, the people of Georgia, the leadership of Georgia" (crediamo nella Georgia, nel popolo della Georgia, nella leadership della Georgia).

Cheney
reloaded
Ma ci pare che Cheney possa starsene in vacanza a sparare per sbaglio ad avvocati repubblicani quando la minaccia russa si riaccende? No. "L'aggressione russa non deve restare senza risposta, e la sua continuazione potrebbe avere gravi conseguenze per i suoi rapporti con gli Stati Uniti e con la più ampia comunità internazionale", ha dichiarato al New York Times.

Ricordare
"I discorsi sull''uso sproporzionato della forza' [da parte dei russi, N.d.T.] sono ridicoli. Shock and awe. B-2 contro ragazzini armati di pietre a Baghdad e a Kabul. Ricordate?"
Winthrop360

La Russia, la Georgia e la Cina
Interessante post di The Oil and the Glory, che riassumo:
La Georgia non è certo un grande avversario, militarmente parlando. La reazione Russa dimostra anche che la Georgia non è al momento un attore indipendente. Putin (perché si è capito chi comanda a Mosca) ha anche ribadito che la Russia non vuole che la Georgia entri nella NATO, e la NATO ha dimostrato di non volersi opporre alla Russia.
L'obiettivo di Washington era quello di trasformare il Caucaso e l'Asia Centrale in una regione filo-occidentale finanziariamente indipendente. La Georgia ha un ruolo chiave in questa strategia, perché attraversata dall'oleodotto BTC, dal gasdotto BTE e dal più piccolo gasdotto Baku-Supsa.
Dunque questo conflitto (con una Georgia non sufficientemente forte e gli Stati Uniti che decidono di non schierarsi al suo fianco) segna la fine della sfida dell'Occidente alla Russia come grande potenza energetica regionale? No: tutte queste pipeline continueranno a funzionare. La Russia non interferirà. Perché? Perché la sua più ampia strategia economico-politica in Europa dipende dalla capacità di non terrorizzare gli europei (che potrebbero scegliere di appoggiare la costruzione di pipeline non russe).
Infatti sembra che la Russia non abbia bombardato l'oleodotto BTC.
Quelli che sembrano compromessi sono invece i progetti dell'oleodotto e del gasdotto transcaspico e del Nabucco.
Ma a questo punto entra in gioco il fattore Cina. L'obiettivo della politica americana è l'indipendenza energetica per il Caucaso e gli stati centro-asiatici, dove l'influenza della Russia è forte: e allora perché il petrolio e il gas naturale devono andare verso Ovest?
La Cina sta costruendo un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan e il Kazakistan allo Xinjiang e oltre. Visto che Washington non può evitarlo, a questo punto potrebbe decidere di contribuire alla costruzione di queste rotte energetiche. Dunque il prossimo problema della Russia potrebbe essere un tandem USA-China (l'unico mezzo con cui gli Stati Uniti potrebbero a questo punto contrastare l'influenza della Russia nel Caucaso e nell'Asia Centrale).
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E l'Iran
Secondo Stan Goff la Russia è riuscita in un colpo solo a sbugiardare le rivoluzioni colorate finanziate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment Fund, la farsa degli "interventi umanitari" usata in Jugoslavia, e si ha anche migliorato la propria posizione in vista della probabile ascesa dell'Iran come nazione più influente dell'Asia Sud-Occidentale.
L'autore si chiede inoltre che effetto potrà avere sull'Iran la profonda evidente debolezza degli Stati Uniti, e se questo spingerà il paese ulteriormente verso la Russia (ci sono già due forme importanti di collaborazione: il progetto di creare un OPEC del gas e la Shanghai Cooperation Organization.
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Gli aiuti militari
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato un file in cui sono elencati tutti i paesi che forniscono armi, addestramento o finanziamenti alla Georgia. Documento dettagliato che specifica anche di quale genere di fornitura si tratta.
Per farla breve, i paesi sono:
Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lituania, Lettonia, Turchia, Francia, Cecoslovacchia, Estonia. E questo per quanto riguarda la NATO.
Altri paesi: Israele
, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ucraina.
Il file .doc, in russo, è scaricabile qui.

Quel che è giusto è giusto
Equilibrato, informato, documentato, con la giusta cronologia degli eventi (la Georgia attacca, la Russia convoca una sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiedendo un cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza non produce una risoluzione, il presidente Medvedev dichiara il proprio dovere di difendere la vita e la dignità dei cittadini russi, infine la Russia reagisce militarmente; e poi ne approfitta per dare una lezione alla Georgia, questo sì): è l'articolo di Tony Karon (con la collaborazione di Yasha Levine di Exile) su Time Magazine, dati i tempi una piacevole sorpresa.
Link

[E poi ci sono Justin Raimondo per Antiwar e Mark Ames per The Nation. Ma, visto che la Miru ha un debole per questi due signori, vedremo di tradurli].

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La Georgia e l'Israeli connection

Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?

Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud. Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:

L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.

Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti):
Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."

E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:

Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente. Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa". Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
[...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate. La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.

L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".
Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:
Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

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sabato, agosto 02, 2008

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

di M. K. Bhadrakumar

Si suppone che gli israeliani sappiano qualcosa di più rispetto a noi dei loro impegnativi vicini. È assai probabile che i due delegati israeliani Shalom Turjeman e Yoram Turbowitz in partenza per Ankara sapessero che il governo turco non sarebbe crollato nelle successive 24 ore.

I due delegati del primo ministro (uscente) Ehud Olmert avevano il delicato compito di condurre il quarto ciclo di colloqui di pace con la Siria con la mediazione turca. La procedura dei dialoghi prevede che i rappresentanti turchi facciano la spola tra i diplomatici israeliani e siriani, senza un confronto diretto tra questi ultimi. Sembra che i turchi abbiano fatto un lavoro eccellente. Il 28 luglio l'ambasciatore della Siria negli Stati Uniti, Imad Mustafa, parlando a Washington ha detto: “Noi [Siria e Israele] desideriamo riconoscerci reciprocamente e porre fine allo stato di guerra”.

“Ci viene offerta un'occasione storica. Sediamoci allo stesso tavolo, facciamo la pace, mettiamo fine una volta per tutte allo stato di guerra”, ha aggiunto Imad riferendosi ai colloqui di pace mediati dalla Turchia. Chiaramente la stabilità politica non è più soltanto un problema nazionale per 80 milioni di Turchi, ma una questione di importanza vitale per la comunità internazionale. E il ruolo della Turchia nei colloqui di pace sirio-israeliani è solo la punta dell'iceberg. Nell'instabile situazione mediorientale, la Turchia ha anche facilitato i contatti tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Stephen Hadley e il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. (I due avversari si sono recati di recente ad Ankara). La Turchia sta anche entrando nel progetto iracheno.

Inoltre l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si accinge ad espandersi verso le sponde settentrionali del Mar Nero. La nuova guerra fredda è dunque arrivata in Turchia. Mosca è decisa a non ripetere l'errore storico di spingere la Turchia nel campo della NATO come fece negli anni Cinquanta.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha in programma una visita in Turchia. Un analista di Mosca [Andrej Fedjašin per RIA Novosti, N.d.T.] ha osservato: "Atomstrojeksport [il monopolio russo costruttore di impianti nucleari] è pronto a fornire alla Turchia un progetto per la costruzione di una centrale nucleare meno costosa e più affidabile rispetto alle controparti americane. Questa centrale nucleare consentirà alla Turchia di consolidare la sua posizione nel mercato regionale dell'energia, soprattutto tenendo conto dei problemi dell'Iran in fatto di energia nucleare. È già da molto tempo che Mosca cerca di far capire ad Ankara che è meglio dare la precedenza ai propri interessi, soprattutto nel settore dell'industria energetica”. In altre parole, la Turchia sta ancora una volta entrando nel vortice della grande politica della forza dopo una pausa durata un decennio e mezzo.

Tenendo conto di tutti i fattori, forse non conosceremo mai l'entità del ruolo che Washington può avere svolto nel far sì che il governo guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan non rischiasse di crollare per una decisione della corte costituzionale turca nel processo per la messa al bando del partito di governo, il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), accusato di “attività anti-laiche”. Gli Stati Uniti conoscono infatti assai bene il logaritmo dei giochi di potere ad Ankara.

Ciò che sappiamo per certo è che il sistema giudiziario turco non è sordo alle correnti politiche. Di fatto, se nel suo verdetto del 30 luglio la corte avesse deciso di mettere al bando il partito e di dare un giro di vite all'attività politica di Erdogan, la Turchia sarebbe piombata in una gravissima crisi politica. Ed è altrettanto evidente che Washington accogli con sollievo la prospettiva che ad Ankara continui a governare l'AKP e che Erdogan resti al comando.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Sean McCormack ha detto: “la Turchia sta attraversando una situazione difficile e noi speriamo moltissimo che la decisione della corte contribuisca a ripristinare la stabilità politica... La corte ha espresso la sua opinione e noi continueremo a collaborare con questo governo. Ci stiamo lavorando molto bene”.

La realtà geopolitica, come ha sintetizzato recentemente Cengis Candar, uno dei maggiori commentatori politici turchi, è che “la capacità della Turchia di Erdogan di diventare un protagonista attivo ed efficace nelle questioni più importanti dell'agenda internazionale è [oggi] particolarmente importante per la politica interna turca”.

Tuttavia il verdetto del 30 luglio ha sorpreso molti. Ha giudicato l'AKP colpevole ma ne ha evitato la chiusura, così come ha evitato la messa al bando di Erdogan dalla politica attiva, come si sarebbero aspettati molti osservatori. Si è limitato a penalizzare il partito con una multa, privandolo dei finanziamenti statali per un valore corrispondente a circa 20 milioni di dollari.

L'AKP può sopravvivere alla perdita, grazie al facile accesso ad altre fonti di finanziamento. La questione cruciale era se Erdogan dovesse dimettersi. Per usare il linguaggio calcistico, potremmo dire che il carismatico leader turco ha preso un cartellino giallo, mentre molti speravano e si aspettavano che prendesse un cartellino rosso, com'era nella facoltà dell'arbitro.

Il cartellino giallo costringe Erdogan a tenere una condotta estremamente prudente fino alle prossime elezioni parlamentari del luglio 2011, dato che non può permettersi un altro scontro con la corte costituzionale. Almeno sette dei giudici della corte resteranno al loro posto nei prossimi cinque anni, il che significa che la configurazione politica e ideologica della corte rimarrà la stessa per tutto il restante mandato di Erdogan.

Il capo della corte costituzionale, Hasim Kilic, è stato esplicito sulla severità del segnale dato a Erdogan. “Questo verdetto è un serio monito. Spero che il partito [AKP] ne tragga le lezioni necessarie”, ha dichiarato alla stampa. Il nocciolo è che secondo 10 giudici su 11 della corte costituzionale l'AKP è un “centro di attività anti-laica”, anche se solo uno di loro ha votato per la chiusura del partito, mentre ce ne sarebbero voluti sette per rendere efficace un verdetto di messa al bando. Indubbiamente Erdogan se l'è cavata per un pelo.

La questione ora è quale lezione Erdogan abbia tratto da questo periodo di nervosissima attesa. Con un'osservazione atipica, il primo ministro ha ammesso di recente in un'intervista di aver commesso degli “errori”. Ed è certamente così. È evidente che la massiccia vittoria dell'AKP alle elezioni parlamentari del luglio 2007, dove ha ottenuto il 47% dei voti, ha avuto uno strano effetto su Erdogan.

Invece di essere il primo ministro di tutti i turchi, come aveva promesso nell'entusiasmo della vittoria, si è lasciato sempre più circondare da una piccola cricca di consiglieri; la sua naturale spavalderia si è trasformata in autoritarismo; ha spesso reagito aggressivamente alle critiche della stampa e dell'opinione pubblica; e infine, cosa fatale per un politico turco, a un certo momento dello scorso anno deve essersi convinto che il suo incarico di governo gli venisse dai due terzi di maggioranza del suo partito al parlamento, e questa è un'interpretazione un po' miope dell'ABC del sistema democratico turco.

Infine, con una scelta di tempi disperata e una fretta quasi incomprensibile, ha trasformato la questione del diritto delle donne turche osservanti di portare il velo in un caso epico di volontà politica, stringendo inoltre una dubbia alleanza temporanea con gli ultra-nazionalisti, che politicamente avevano ben poco da perdere. Ha poi offerto uno spettacolo incredibile: a soli sei mesi dalle elezioni ha cominciato a sperperare rapidamente la buona volontà dei settori “non islamisti” della società, che si stavano già gradualmente abituando a lui e soprattutto erano intenzionati a concedergli una tregua.

Il fatto è che questo non è solo un confitto kemalisti-musulmani, per citare il noto osservatore turco Mehmet Ali Birand, e non bisogna dimenticare che una parte dell'opinione pubblica turca è comprensibilmente molto preoccupata per questa situazione. E di certo c'è anche un aspetto economico, giacché il mondo degli affari e dell'industria della capitale si sente minacciato dalla marcia delle tigri dell'Anatolia da città interne come Kayseri o Malatya, che sono riserva di caccia dell'AKP.

Quando Erdogan si è messo contro le potenti istituzioni commerciali e industriali come l'Unione delle Camere e delle Borse Merci (TOBB) e l'Associazione degli Industriali e degli Imprenditori facendo arrestare il presidente della Camera di Commercio, Sinan Aygun, accusato di aver cospirato per rovesciare il governo, si è raggiunto il punto più basso. Si è capito così che Erdogan si stava inimicando troppe persone.

Il presidente della TOBB Rifat Hisarciklioglu ha osservato aspramente: "Quando andiamo a dormire non vogliamo doverci chiedere che Turchia troveremo al risveglio. Un rispettabilissimo membro della nostra comunità è stato sottoposto a un trattamento che ricorda l'epoca dei colpi di stato, e questo ci offende profondamente. Non lo approviamo”.

Paradossalmente, il principale svantaggio di Erdogan è che non si sente minacciato da un'opposizione politica credibile. I partiti politici turchi, di destra e di sinistra, godono di cattiva reputazione e scarsa credibilità per i loro infelici trascorsi di governo. La gente non ripone in essi alcuna fiducia. In queste circostanze, la moderazione politica di Erdogan dovrà essere una sua scelta, più che derivare dalla cultura politica.

Va detto che c'è sempre il potenziale rischio che Erdogan abbia la tentazione di percepire il verdetto del 30 luglio come un trionfo sugli avversari politici e sui suoi critici: kemalisti, burocrati, militari, giudici, accademici, classe media, stampa, ecc. Resta il fatto che la Turchia attraversa una fase di stallo politico, perché anche se il paese dovesse passare per altre elezioni queste non farebbero che sancire un'altra vittoria per la piattaforma politica “islamista”.

D'altro canto Erdogan è un politico scaltro. Risentirà della sfida esistenziale che l'AKP ha dovuto affrontare nelle ultime settimane. Non sarà cosa da poco se dovrà ripartire da zero, come nel 2001 quando formò l'AKP dopo anni difficili. Né potrà illudersi che il verdetto del 30 luglio significhi che l'establishment turco si è arreso. Dovrà rendersi conto che come primo ministro sarà costretto a ridefinire le proprie collaborazioni.

Il suo grande vantaggio è che resta una figura nazionale immensamente popolare tra i turchi, surclassando in questo chiunque altro. Inoltre l'economia turca è andata bene sotto il suo governo e il paese si sta arricchendo sempre più, secondo l'ultima stima del Fondo Monetario Internazionale. La politica estera turca sta procedendo ottimamente: il suo prestigio come potenza regionale è alto, grazie alle mediazioni tra i paesi vicini, ed è fonte di influenza. La Turchia ha fatto ritorno nella regione mediorientale dopo un'assenza di quasi novant'anni.

Comunque Erdogan sarà più prudente tornare al programma del primo termine e premere per le riforme in vista della futura adesione all'Unione Europea. Potrà contare sul fatto che la popolarità dell'AKP all'interno del paese e all'estero scoraggerà i kemalisti dal rovesciare il suo governo. È chiaro che per la Turchia l'epoca dei colpi di stato è finita. Una svolta importante nella trasformazione democratica del paese è stata fatta questa settimana.

La strategia di Erdogan, dunque, dovrebbe essere segnata da un ritorno al progetto di adesione all'Unione Europea e alla fase di modernità e di liberalismo politico che questa offre, cioè agli orientamenti che caratterizzavano il suo primo governo. Può sembrare una provocazione, ma perfino per l'islamismo turco e per l'AKP il progetto europeo della Turchia è stato e resta la scelta migliore.

L'integrazione della Turchia nell'Unione Europea, oltre a essere una fonte di modernizzazione e prosperità economica, aprirebbe la Turchia ai processi socio-economici europei. Gli standard dell'Unione Europea potranno rassicurare i laici preoccupati dallo spettro dell'“islamizzazione”. Nello stesso tempo, l'accesso a una politica trans-europea porterà l'AKP a confrontarsi con la cultura democratica cristiana dell'Europa, che storicamente è riuscita con successo a interiorizzare le istanze del secolarismo e a riconciliarle con la fede.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JH02Ak03.html

Articolo originale pubblicato il 2 agosto 2008

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domenica, luglio 20, 2008

Tra singhiozzi e canti di guerra

Tra singhiozzi e canti di guerra

di Gilad Atzmon

Passando in rassegna i pornografici lamenti collettivi israeliani attualmente riportati dalla stampa ebraica, ho avuto la sorpresa di trovare un editoriale critico del dottor Mordechai Keidar, un accademico israeliano di destra.

“I nostri nemici”, scrive Keidar, “vedono una nazione frenetica, emotiva, lamentosa, corrotta, edonista, possessiva e liberale. Gente che agguanta e divora, gente priva di radici storiche, gente cui fa difetto l'ideologia, che è spogliata dei propri valori e manca del senso di solidarietà. Gente che si preoccupa solo del 'qui e ora', gente disposta a pagare qualsiasi prezzo senza tenere conto delle gravi conseguenze del proprio sfrenato e irresponsabile comportamento”. (Mordechai Keidar http://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-3568863,00.html).

È leggermente incoraggiante scoprire che qualcuno in Israele è in grado di capire la severità con cui è vista la realtà israeliana. Keidar riesce a comprendere quanto appaia penoso l'attuale pianto collettivo visto da fuori, e in particolare dai paesi vicini. Per quanto si possa simpatizzare con le famiglie dei soldati e il loro dolore, Regev e Goldwasser erano soldati in uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano al servizio di una forza armata molto ostile. Quando furono rapiti stavano pattugliando il conteso confine libanese. Per chi non l'avesse ancora capito, erano soldati e non “civili innocenti”. Erano teoricamente capaci di difendersi. Il caso di Gilad Shalit non è molto diverso. Shalit, che viene presentato dai media mondiali come una “vittima innocente”, faceva la guardia in un campo di concentramento israeliano, Gaza. Shalit, come Goldwasser e Regev, quando è stato catturato indossava un'uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano. Né Regev, né Goldwasser né Shalit erano vittime. Servivano tutti uno stato che impiega tattiche genocide: affama, compie operazioni di pulizia etnica e assassina chi considera proprio nemico.

Tuttavia è sempre sorprendente constatare quanto sia corta la memoria collettiva israeliana. La fallita liberazione da parte dell'Esercito di Difesa Israeliano di Regev e Goldwasser dopo l'imboscata riuscita di Hezbollah portò Israele a scatenare la Seconda Guerra del Libano. In un'azione di rappresaglia, punizione e vendetta Israele demolì le infrastrutture libanesi, distrusse le città e i villaggi del Libano meridionale e alcuni quartieri di Beirut. Uccise migliaia di civili libanesi. In qualche modo gli israeliani sono riusciti a dimenticarsene. Adesso vedono solo due bare nere. Sono riusciti perfino a ignorare il fatto di averle scambiate con 190 casse contenenti i resti di militanti di Hezbollah.

Gli israeliani hanno il dono di vedere solo se stessi. Ai loro occhi, il loro dolore è in qualche modo superiore al dolore degli altri. Ma c'è qualcosa che mi lascia perplesso. Davanti al necrofilo pianto collettivo israeliano sono confuso perfino io. Se Israele e gli israeliani riescono a riprendersi a fatica da due tragiche perdite militari israeliane, come faranno a gestire la guerra globale che insistono a voler scatenare contro l'Iran? Se non riescono a consolarsi per due bare, come si consoleranno quando Tel Aviv si trasformerà in una tomba collettiva? Perché i loro canti di guerra suggeriscono che è proprio lì che vogliono andare a parare a tutti i costi.

È abbastanza buffo che sia il dottor Keidar a suggerire una risposta: “Solo una nazione piena di convinzione ideologica, una nazione che creda profondamente nella giustezza della propria via, una nazione che senta di far parte di un processo storico, una nazione in grado di conquistare la propria sopravvivenza con il sangue, il sudore e le lacrime, solo una nazione simile può durare in Medio Oriente. Questa regione”, dice Keidar, “non ha spazio per post-ebrei che prima o poi si riveleranno i post-sionisti che sono”.

Devo ammettere che Keidar, lo zelota israeliano di destra, non ha tutti i torti. Gente che crolla davanti a due bare farebbe meglio a non scatenare un altro conflitto internazionale. Il fatto è che gli israeliani non hanno la stoffa giusta. Non sono esattamente una nazione di spartani. Amano infliggere dolore agli altri ma non sopportano l'idea di soffrire: chiaramente non sono pronti a sacrificarsi, sono un branco di codardi sconfitti. Farebbero meglio a scappare. Come scrive Keidar, la loro probabilità di sopravvivenza nella regione è pari a zero.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/18/caught-between-sobbing-and-war-chants-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, luglio 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, luglio 07, 2008

Uniti da un bulldozer, di Gilad Atzmon

Uniti da un bulldozer... e io penso tra me e me

di Gilad Atzmon

Secondo Haaretz, il servizio di sicurezza Shin Bet, il Procuratore Generale Militare dell'Esercito di Difesa Israeliano, il Ministro della Difesa Barak e lo stesso Primo Ministro Olmert appoggiano tutti la demolizione delle case dei terroristi.

Non c'è molto da dire; almeno gli ebrei cominciano a essere d'accordo tra loro su qualcosa, e non solo sono d'accordo, ma gareggiano in franchezza. Vogliono tutti vincere il campionato ebraico di belligeranza. Ciascuno di loro cerca di plasmare e riplasmare un'autentica immagine di vendetta. Ammettiamolo: la compassione non è una dote molto apprezzata nello Stato ebraico.

Di fatto, è quasi divertente leggere le dichiarazioni di Olmert:

“Questo è un attacco che è venuto dall'interno di Israele contro Israele”, afferma l'osservante Primo Ministro israeliano. “Crea una serie di scenari che in passato non avremmo mai pensato di dover affrontare”. E così va avanti, e non so se mettermi a ridere o a piangere. Israele investe tante energie nella discriminazione razziale dei suoi cittadini palestinesi (che si definiscono essi stessi 'arabi israeliani' più che semplici israeliani) eppure è incapace di prevedere che un giorno tutto questo può esplodere. Comunque a un certo punto Olmert mi ha quasi sorpreso. “Noi,” dice, “abbiamo investito moltissimo nella costruzione di…” Fermi un attimo. A questo punto ho bisogno di una pausa da queste fesserie. Ho bisogno di un sorso d'acqua. Ovviamente mi aspetto che Olmert rispetti il cieco mantra della destra israeliana e dica:

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di infrastrutture, nell'istruzione e negli alloggi per gli anziani in tutti quei villaggi palestinesi e loro invece di ringraziarci vengono ad ammazzarci, quegli ingrati”.

Indovinate un po': invece mi sbaglio. Olmert non lo dice: al contrario, dice la verità. Ecco le sue parole.

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di una recinzione di sicurezza. Anche se è stata molto efficace, risulta che una recinzione non può darci la risposta al problema del terrorismo che viene dall'interno”.

Eh sì, è un'amara scoperta per gli israeliani. Quel muro di cemento da megalomani, alto 12 metri, che per qualche motivo loro chiamano “recinzione”, non li ha salvati. Non ha dato loro la sicurezza. Trasformare Gaza in un campo di concentramento non ha neanche salvato Sderot e Ashkelon dai razzi Qassam. Non ci vuole un genio per intuire che quando la “recinzione” sarà completata Herzeliya, Ramat Asharon e Tel Aviv subiranno lo stesso destino. Israele farebbe meglio a prepararsi a costruire un bel tetto di cemento sulle sue aree abitate. Essendo sensibile al poetico uso delle parole degli israeliani, immagino già che il nome di quel muro sarà tipo “nuvola di difesa”, “soffitto di sicurezza” o addirittura “arcobaleno di cemento”.

Bisogna però riconoscere che alcuni non sono totalmente d'accordo con Olmert. Per esempio il Vice Premier con precedenti per stupro Haim Ramon (Kadima), il quale giovedì mattina ha detto alla Radio dell'Esercito che Israele dovrebbe trattare i quartieri di Gerusalemme Est di Jabel Mukaber e Zur Baher come villaggi palestinesi e privare dello status di residenti coloro che ci vivono.

Per chi non lo sapesse, lo Stupratore Vice Premier Ramon è il grande artefice della cosiddetta “recinzione di sicurezza”. Pare che ora voglia modificare la sua sinistra idea originale. Ora suggerisce di trasformare quel noioso muro di sicurezza di cemento in una struttura elastica dietro alla quale rinchiudere gli “arabi cattivi”. Se un “arabo” fa il cattivello o si limita a vivere accanto a un arabo cattivello, mettiamo un intero villaggio dietro al muro o priviamo tutti i suoi abitanti della residenza.

Lo Stato ebraico sta davvero diventando sempre più dinamico e innovativo con i suoi nuovi ghetti recintati da muri e le sue imbattibili misure di discriminazione razziale.

Ecco le parole di Ramon:

“Uno dei principali motivi per cui l'attacco di ieri è stato messo in atto con tanta facilità è che ci sono dei villaggi palestinesi che per qualche ragione sono chiamati Gerusalemme... Vanno trattati come trattiamo Ramallah, Betlemme, Jenin e Nablus… Questi sono villaggi palestinesi che non hanno mai fatto parte di Gerusalemnne, sono stati annessi alla città nel 1967. Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Questo dice tutto: “Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Nessuno sa definire il sentimento giudeocentrico meglio di Ramon. La cittadinanza di un palestinese che apparentemente possiede una carta di identità israeliana dovrebbe essere definita dalla sua importanza agli occhi di un ebreo israeliano. Secondo Ramon, se un “israeliano” non visita un villaggio arabo il villaggio va messo dietro un muro. Ci si potrebbe chiedere: e i villaggi palestinesi dentro Israele che non si trovano nelle vicinanze del muro ma non vengono comunque visitati da israeliani? Se aspettiamo un po', gli israeliani vorranno epurarli o circondarli di recinzioni.

Il messaggio è chiaro. Gli israeliani sono davvero uniti, ed è bene che lo siano così tanto perché questo ci permette di capire cos'è veramente lo Stato ebraico. Purtroppo nella società israeliana non c'è un vero interlocutore che sia favorevole alla pace. La soluzione dei due stati è un sogno bagnato, e l'unico stato non è una soluzione. È destinato a realizzarsi per motivi concreti, per quella che è nota come l'arma definitiva palestinese: la cosiddetta bomba demografica.

Lo Stato ebraico è nella sua estrema fase di declino. A quanto pare i suoi capi non tentano più di nascondere i loro peccati. Sarà il livello di malvagità che praticano quotidianamente a consumarli prima di qualsiasi altra cosa. Una cultura che si alimenta di odio e di vendetta è destinata a sbriciolarsi. Non resta che mantenere alta la pressione e smascherare loro e quelli tra di noi che li appoggiano.

Purtroppo, e questa sì che è una tragedia, i palestinesi sono in prima linea nella battaglia decisiva per un mondo migliore. I palestinesi sono rimasti intrappolati nello scontro con un'identità nazionale ebraica psicotica, allucinatoria, assetata di sangue ed egocentrica che non conosce la pietà.

Oggi che Israele e i suoi gruppi di pressione fanno chiaramente di tutto per trascinarci in una terza guerra mondiale, schierarci con la Palestina è il minimo che possiamo fare. Per come stanno le cose, una piccola e coraggiosa nazione sta affrontando completamente da sola quello che sembra essere il più grande nemico della pace: Israele. Dolorosa e struggente, la battaglia palestinese è la nostra battaglia. Liberare la Palestina significa salvare l'umanità.

Seconda parte: e io penso tra me e me...
Ecco un piccolo aneddoto a cui ho pensato in questi ultimi due giorni.

Tenendo conto del fatto che non una sola organizzazione militante palestinese ha rivendicato il fatto del bulldozer di due giorni fa [quando un palestinese si è lanciato con un bulldozer contro un autobus, N.d.T.], mi chiedo come gli israeliani possano essere così sicuri che si sia trattato di un attentato terroristico.

Potrebbe anche essere che il tizio fosse un po' matto, forse aveva appena litigato con la moglie o aveva avuto un diverbio con il suo datore di lavoro israeliano che l'aveva fatto schizzare.

Direi che per poter dichiarare che un incidente è un attentato terroristico si debba prima individuare un movente o uno scenario terroristico. Senza individuare questo movente siamo destinati ad ammettere che abbiamo a che fare con un crimine che va investigato. Dovremmo dunque impedirci di saltare alle conclusioni.

Gli israeliani invece sembrano parecchio convinti. Per loro non c'è un solo dubbio che l'uomo del bulldozer fosse nientemeno che un terrorista assassino.

Per gli israeliani un evento diventa un atto terroristico non appena un ebreo viene terrorizzato (idealmente da un gentile, ma non necessariamente).

Qui però c'è la parte più spaventosa.

Visto che ogni ebreo di questo pianeta può essere potenzialmente terrorizzato praticamente da tutto e da tutti, siamo condannati ad ammettere che per quanto riguarda gli ebrei l'universo e tutti i suoi abitanti possono essere considerati dei potenziali terroristi. Nella misura in cui il surriscaldamento globale e il cancro possono terrorizzare alcuni ebrei, tutti noi siamo potenziali terroristi solo per il fatto di esistere e di gridare la verità.

Tenendo conto delle parole di Olmert e delle sue squadre di demolizione, suggerisco di prepararci tutti alla demolizione delle nostre case. Se saremo fortunati, finiremo semplicemente per essere circondati da una “recinzione di sicurezza” modello Haim Ramon.

Bisogna dire la verità. Prima dell'emancipazione degli ebrei erano loro che si chiudevano volontariamente dietro dei muri; grazie all'ascesa dell'onnipotente superpotenza israeliana, adesso sono gli ebrei (israeliani) che rinchiudono i gentili (palestinesi) dietro dei muri contro la loro volontà. Dal punto di vista del nazionalismo ebraico, questo cambiamento è un importante successo.

Faremmo bene a ricordare che l'arsenale atomico israeliano, costituito da centinaia di bombe nucleari, non ha fini decorativi né umanitari. Se nel primo atto compare un'arma nucleare, prima dell'ultimo atto quell'arma è destinata ad esplodere. Se non l'avete ancora capito, ne hanno preparate abbastanza per tutti noi. E ovviamente una ragione c'è.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/07/04/united-by-a-bulldozer-and-i-think-to-myself-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, luglio 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 10 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, maggio 22, 2008

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente

di M. K. Bhadrakumar

"[I leader arabi] hanno smesso di prendere istruzioni dall'Islam e hanno deciso che la loro opzione strategica è la pace con Israele, dunque sia dannata la loro decisione" - Osama bin Laden, messaggio audio, 18 maggio.

Lo scorso martedì, mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush partiva da Washington per un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente, l'agenzia d'informazione semi-ufficiale iraniana Fars riferiva che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva alluso al fatto che Teheran potrebbe prendere in considerazione un taglio delle esportazioni petrolifere. Naturalmente il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari ha chiarito subito che Teheran stava solo valutando le proprie esportazioni, e che anche in questo settore bisognava prendere delle decisioni in merito a un aumento o a una diminuzione.

Né Ahmadinejad né Nozari hanno detto che l'Iran stava rivedendo le esportazioni di petrolio in sé (che superano i 4,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979). Ma i prezzi petroliferi statunitensi sono impazziti comunque, e mentre Bush atterrava nella regione del Golfo Persico hanno registrato il prezzo-record di 126 dollari al barile.

Ci si aspettava che Bush facesse pressione sull'OPEC perché organizzasse presto un incontro per concordare un aumento della produzione petrolifera (la prossima riunione dell'OPEC si terrà in settembre per decidere in merito alla questione). Stephen Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, aveva dichiarato che Bush avrebbe detto al re saudita Abdullah che è nell'interesse dei paesi esportatori di petrolio “tener conto della salute economica dei clienti che pagano questi prezzi”. Quando si sono incontrati, venerdì, Bush ha scoperto che non c'era modo di persuadere il re saudita.

Nel frattempo Nozari era nuovamente sotto i riflettori. Ha dichiarato all'agenzia Fars: “Credo che non ci sia bisogno di una riunione [di emergenza] dell'OPEC. Perché dovrebbe esserci questa riunione quando i prezzi del petrolio salgono? I membri dell'OPEC stanno attualmente utilizzando tutta la loro capacità e stanno rifornendo il mercato... Con il petrolio a 126 dollari al barile non è saggio che coloro che hanno il petrolio non lo forniscano”. Nozari ha poi aggiunto di ritenere che “non è il petrolio che costa di più, è il dollaro che sta diventando meno caro”.

Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che un presidente statunitense in visita ricevesse un rifiuto così netto ed esplicito in Medio Oriente. I contatti della scorsa settimana hanno rivelato fino a che punto è giunto il declino del dominio statunitense in Medio Oriente durante l'attuale amministrazione Bush. Non c'è dubbio che il petrolio si trovi proprio al centro di questo declino. L'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio ha portato a un enorme trasferimento di risorse ai paesi esportatori di petrolio. L'Iran ne è tra i principali beneficiari.

Il grande accumulo di ricchezza permette all'Iran di esercitare la propria influenza sulla regione e di far sì che gli Stati Uniti non possano fare praticamente niente per contrastarne l'ascesa. In un rapporto diffuso venerdì Goldman Sachs prevedeva che il prezzo del petrolio balzerà a 140 dollari al barile entro luglio. "La previsione a breve termine per i prezzi del petrolio continua a essere all'insegna del rialzo", ha detto Goldman. Gli investitori si stanno precipitando sul mercato petrolifero come riparo dalla caduta del dollaro. Il Wall Street Journal ha riferito che al momento gli iraniani possiedono circa 25 milioni di barili – circa il doppio delle importazioni giornaliere degli Stati Uniti – di greggio pesante in petroliere al largo del Golfo Persico.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato le realtà del nuovo ordine regionale quando ha recentemente invitato le grandi potenze ad “avanzare proposte concrete che garantiscano la sicurezza dell'Iran e assicurino all'Iran un posto equo e onorevole in un dialogo teso a risolvere tutti i problemi del Vicino e Medio Oriente”.

Lavrov non è il solo a essere previdente. Anche gli esperti statunitensi si rendono conto della necessità di un nuovo atteggiamento verso il nucleare iraniano. Tutto questo, essenzialmente, riflette i limiti della potenza americana. Un importante esperto statunitense di questioni iraniane, Ray Takeyh, senior fellow all'influente Council on Foreign Relations, ha preso il toro per le corna quando ha recentemente suggerito che era ora che gli Stati Uniti “consentissero all'Iran di sviluppare una capacità di arricchimento di dimensioni considerevoli”, concentrandosi invece sui modi e i mezzi per far sì che entro i perimetri delle sue infrastrutture nucleari non si svolgessero “attività infauste”.

Come ha scritto Takeyh la scorsa settimana, proprio mentre Bush si trovava dalle parti dell'Iran, “L'Iran ha un apparato nucleare complesso e sta arricchendo uranio. Impossibile riportare indietro le lancette dell'orologio. Invece di resuscitare un pacchetto di incentivi respinto molto tempo fa dall'Iran o invocare punizioni militari che non preoccupano nessuno nella gerarchia del paese, gli Stati Uniti e i loro alleati europei farebbero meglio a negoziare un accordo che esaudisse almeno alcune delle loro richieste”.

È vero: la proliferazione nucleare e il petrolio sono una pericolosa accoppiata. Ma non sono che una faccia del fallimento della strategia dell'amministrazione Bush riguardo all'Iran. Il crollo è assoluto. Durante il suo viaggio, Bush ha cercato continuamente consensi per la sua strategia di contenimento nei confronti dell'Iran. I vicini arabi dell'Iraq si rifiutano di farsi coinvolgere nel caos di quel paese nonostante si lamentino che l'influenza iraniana in Iraq ha raggiunto un livello intollerabile. Non permetteranno che l'amministrazione Bush li recluti in vista di uno scontro con l'Iran. Mentre criticano in privato l'Iran con i loro interlocutori americani e sollecitano contromisure statunitensi, stanno in realtà valutando pro e contro, mettendo in conto il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe anche impegnarsi in un dialogo incondizionato con l'Iran.

I fatti del Libano hanno ulteriormente messo in luce il fatto che l'amministrazione Bush non ha un piano. Se si deve credere alla newsletter di Washington Counterpunch, un intervento israeliano già programmato (con il consenso degli Stati Uniti) in Libano durante i recenti scontri è stato rinviato all'ultimo minuto perché secondo informazioni di intelligence la rappresaglia di Hezbollah sarebbe stata molto pesante. Secondo i servizi statunitensi, Tel Aviv sarebbe stata bersagliata da “circa 600 razzi di Hezbollah nelle prime 24 ore della rappresaglia”.

Secondo Counterpunch l'amministrazione Bush si sarebbe tirata indietro dopo aver dato “inizialmente il via libera” ai piani d'attacco militare di Israele al fianco delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti. “La sconfitta delle milizie da parte di Hezbollah a Beirut Ovest e il timore di rappresaglie contro Tel Aviv hanno costretto a cancellare l'attacco israeliano”.

Non sorprende che tra i signori della guerra libanesi ci siano molta rabbia e amarezza per essere stati abbandonati dall'amministrazione Bush. Il primo ministro Fuad al-Siniora voleva dimettersi e i sauditi hanno dovuto convincerlo a non farlo. Il risultato è evidente a tutti. L'equilibrio politico si è spostato a favore di Hezbollah e le milizie filo-occidentali sono state umiliate. Ma soprattutto si è formata un'improbabile alleanza tra Hezbollah e l'esercito libanese (che l'amministrazione Bush ha finanziato con ben 400 milioni di dollari negli ultimi due anni).

Le conseguenze nella regione sono altrettanto importanti. L'Arabia Saudita e l'Egitto sostengono gli sforzi di mediazione della Lega Araba, prendendo le distanze dalla denuncia statunitense di Iran e Siria. I due pesi massimi arabi sarebbero a disagio per la lunga ombra dell'influenza iraniana sul Libano, ma sanno anche che l'Iran è una potenza regionale con cui venire a patti.

Per citare il noto autore britannico ed esperto di Medio Oriente Patrick Seale, “Gli stati arabi del Golfo hanno vivaci scambi commerciali con l'Iran e accolgono una vasta popolazione iraniana. Non vogliono isolare l'Iran o minare la sua economia come sarebbe nei desideri di Israele e Stati Uniti. Appare chiaro che una maggiore comprensione e fiducia tra Arabia Saudita ed Egitto da una parte e Iran e Siria dall'altra – senza il peso delle interferenze di Stati Uniti e Israele – farebbero molto per facilitare il percorso del Libano verso la pace e la sicurezza”.

Riassumendo, l'amministrazione Bush non ha un Piano B neanche per il Libano. La mediazione della Lega Araba ha ignorato freddamente il desiderio di Washington di portare la questione del Libano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di mettere alla gogna la Siria e l'Iran. Alle autorità statunitensi non è restato che continuare a manifestare scetticismo sulla prospettiva dei colloqui intralibanesi che si terranno a Doha sotto gli auspici della Lega Araba.

Comunque il fallimento degli Stati Uniti nel contrastare l'influenza siriana e iraniana in Libano impallidisce se confrontato con quello del “processo di pace” arabo-israeliano. Quest'ultimo incombeva come un uccello del malaugurio sul tour in Medio Oriente di Bush. La credibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sofferto gravi colpi; Fatah è stata eliminata da Gaza; Hamas sta guadagnando terreno in Cisgiordania dopo il consolidamento a Gaza. E così nessuno ha raccolto le parole di Bush quando venerdì ha detto davanti a un uditorio arabo a Sharm el-Sheikh, in Egitto: “Tutte le nazioni della regione devono unirsi compatte nell'affrontare Hamas, che tenta di minare gli sforzi per la pace con continui atti di terrorismo e di violenza”.

Gli arabi sapevano che comunque la retorica anti-Hamas di Bush ha qualcosa di falso. Solo due giorni prima Hamas aveva annunciato che lunedì avrebbe mandato in Egitto una delegazione per una nuova serie di colloqui con i mediatori. Domenica il quotidiano israeliano Ha'aretz ha riferito che vari ex ufficiali della sicurezza e dell'esercito israeliani – compreso l'ex-capo del Mossad Ephraim Halevi, l'ex-capo dell'esercito Amnon Lipkin-Shahak e l'ex-comandante delle truppe israeliane a Gaza, Shmuel Zakai – un mese fa hanno scritto il governo per sollecitare colloqui indiretti con Hamas e per esprimere opposizione a un attacco militare su vasta scala contro Gaza.

Hanno scritto: “Riconoscendo che la fine del regime di Hamas a Gaza non è un obiettivo realistico e che la restaurazione di Fatah nella Striscia di Gaza per mezzo delle baionette israeliane non è auspicabile... dovrebbero svolgersi negoziati non pubblici con Hamas attraverso l'Egitto o un altro mediatore accettabile per entrambe le parti”.

Durante il viaggio in Medio Oriente di Bush ciò che a tratti emerge è questo senso tangibile che gli Stati Uniti siano stati completamente emarginati dal nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. La retorica di Bush non è riuscita a nascondere il fatto che neanche aggiungendo 300 milioni di americani a 7 milioni di israeliani è riuscito a confutare l'erosione della supremazia di Israele nella regione.

In un recente brillante articolo, l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato che il centro di gravità del potere e della politica regionale in seguito alla guerra in Iraq si è spostato verso il Golfo Persico. Per citare Fischer, “Ora è davvero praticamente impossibile mettere in pratica una qualsiasi soluzione al conflitto tra Israele e Palestina senza l'Iran e i suoi alleati locali, Hezbollah nel Libano e Hamas in Palestina”.

Il fatto è che il fallimento storico della guerra in Iraq dev'essere ancora compreso appieno. Su un piano regionale, mentre la guerra in Iraq si trascina interminabile, la situazione è gravida delle immense conseguenze dello stravolgimento dell'intero sistema di stati creato dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918. La guerra in Iraq ha innescato il potenziamento degli sciiti e ha liberato forze storiche che erano incatenate da secoli. Il suo significato geopolitico va ancora assimilato, mentre tutta la regione è spazzata dai venti del cambiamento.

Fischer ha sottolineato che la guerra in Iraq ha messo fine per sempre al nazionalismo secolare arabo, che era – storicamente parlando – di ispirazione europea. Al suo posto è comparso l'Islam politico, che coltiva il nazionalismo “anti-occidentale” e fa leva su problemi sociali, economici e culturali per affrontare con impeto rivoluzionario regimi autoritari, corrotti, ingiusti e privi di legittimità popolare. Gli islamici stanno pilotando questa tendenza alla “modernizzazione”, mentre il futuro dell'Islam politico è lungi dall'essere chiaro.

Anche la Cina ha fatto la sua comparsa sullo scacchiere mediorientale, e questo renderà il declino del dominio statunitense nella regione sempre difficilmente arrestabile. Curiosamente, alla vigilia dell'arrivo di Bush in Medio Oriente, un importante studioso cinese, Weiming Zhao, professore all'Istituto di studi sul Medio Oriente dell'Università internazionale di Shanghai scriveva: “La Cina ha un significativo interesse per il Medio Oriente, e qualsiasi cambiamento della situazione in quella regione influirà sulla sicurezza energetica della Cina... Per molto tempo dunque l'atteggiamento fondamentale della diplomazia cinese sarà caratterizzato da una maggiore attenzione per lo sviluppo della situazione in Medio Oriente, da una maggiore preoccupazione per gli affari mediorientali e dalla volontà di instaurare relazioni più strette con i paesi mediorientali”.

Il viaggio di Bush ha rivelato che gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente con la quale affrontare queste molteplici forze. Sembra che l'amministrazione Bush si limitasse a fingere di averne una. Una sfida formidabile attende il prossimo presidente degli Stati Uniti.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JE21Ak02.html


Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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martedì, marzo 04, 2008

Ilan Pappe e il Salone del Libro di Parigi

Cari Amici,

come certamente sapete, il Salone del libro di Parigi, quest'anno, è dedicato al sessantesimo anniversario di Israele. Supponevo, e speravo, che le manifestazioni organizzate dalla casa editrice "La Fabrique" non rientrassero tra le iniziative di questo Salone. Avevo torto, e mi ha rattristato apprendere che ne fanno parte integrante. La decisione di associare il Salone del libro, quest'anno, alla celebrazione dei sessanta anni d'indipendenza di Israele ha portato molti autori e artisti progressisti, palestinesi e più generalmente arabi, a ritirarsi, e boicottare questa manifestazione. È fondato supporre che le ultime aggressioni genocide di Israele contro la Striscia di Gaza possano soltanto indurre molti loro colleghi a fare la stessa cosa.
In tali circostanze non posso, per quanto mi riguarda, partecipare a
questo Salone, né da vicino, né da lontano.

Suggerisco di decidere insieme una nuova data, lontana da quella del Salone del libro, per non essere associati alla celebrazione dell'indipendenza di Israele, come pure al suo totale rifiuto della Naqba palestinese.

Tuttavia, se le edizioni "La Fabrique" e altri partecipanti non dovessero condividere questa posizione, mi ritirerò - personalmente - da queste celebrazioni.

Cordiali saluti

Ilan Pappe, 2 marzo 2008

http://www.lafabrique.fr/chronique.php3?id_article=82

[Grazie a Silvia Cattori per la segnalazione e la traduzione]

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lunedì, novembre 05, 2007

A 90 anni dalla Dichiarazione Balfour

2 novembre 1917: una data che vivrà nell'infamia.
A 90 anni dalla Dichiarazione Balfour.
di Mazin Qumsiyeh

Passo sulla dichiarazione Balfour estratto dal libro Sharing the Land of Canaan: Human Rights and the Israeli Palestinian Struggle, di Mazin Qumsiyeh, e breve commento sulla sua rilevanza per gli eventi attuali (la guerra contro l'Iraq e quella imminente contro l'Iran):

I fatti che condussero all'appoggio della Gran Bretagna e della Francia alle aspirazioni sioniste hanno ricevuto scarsa attenzione storica. Esaminando i documenti di nazioni influenti come Francia e Gran Bretagna notiamo la presenza di dichiarazioni di supporto alle aspirazioni sioniste. Cominciò la Francia, con una lettera di Jules Cambon, Segretario Generale del Ministero degli Esteri francese, a Nahum Sokolow (allora capo dell'ala politica dell'Organizzazione Sionista Mondiale con sede a Londra) datata 4 giugno 1917:

"Siete stati così gentili da informarmi del vostro piano riguardo l'espansione della colonizzazione ebraica della Palestina. Mi avete comunicato che, se le circostanze lo consentissero e se d'altro canto fosse garantita l'indipendenza dei luoghi sacri, sarebbe cosa equa e giusta se le forze alleate contribuissero alla rinascita della nazionalità ebraica sulla terra da cui il popolo ebraico fu esiliato secoli fa. Il Governo francese, che è entrato in guerra per difendere un popolo ingiustamente attaccato, e che continua a combattere per assicurare la vittoria della giustizia sulla forza, non può che simpatizzare per la vostra causa, il cui trionfo è legato a quello degli Alleati. Sono dunque felice di potervi dare questa assicurazione".

Circa cinque mesi dopo, il 2 novembre 1917, il Ministro degli Esteri britannico James Balfour fece pervenire a Lord Rothschild una simile dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste. Affermava infatti:

"Il Governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni".

I palestinesi e altre componenti del mondo arabo si allarmarono immediatamente. Questa dichiarazione fu diffusa quando la Gran Bretagna non aveva alcuna giurisdizione su quell'area, e fu fatta senza consultare gli abitanti della terra destinata a diventare un "focolare nazionale per il popolo ebraico". La dichiarazione voleva anche proteggere "i diritti e lo status politico" degli ebrei che non scegliessero di emigrare in Palestina. Ai palestinesi ci si riferiva invece semplicemente come a non-ebrei e non veniva fatta menzione dei loro diritti politici ma solo dei loro diritti "civili e religiosi". Lord Balfour scrisse in una nota privata a Lord Curzon, suo successore al Foreign Office (Curzon inizialmente si oppose al Sionismo) l'11 agosto 1919:

"Perché in Palestina non ci proponiamo di avviare consultazioni per conoscere i desideri degli attuali abitanti... Le quattro grandi potenze si sono impegnate con il Sionismo e il Sionismo, giusto o sbagliato, bene o male che sia, è radicato in una tradizione secolare, in esigenze attuali e future speranze che hanno una portata più vasta e profonda dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano quella terra antica".

Le dichiarazioni Cambon e Balfour sono due documenti che dimostrano l'appoggio dato all'entità sovranazionale sionista, un appoggio che contribuì a concederle il controllo su una terra che nessuno dei due governi all'epoca controllava. Alcuni autori britannici hanno fornito delle spiegazioni per questo appoggio motivandolo con un quid pro quo per il contributo di Weizmann all'impegno bellico britannico con mezzi come lo sviluppo di migliori sostanze chimiche per gli esplosivi. Secondo alcuni, la spiegazione va cercata semplicemente nella situazione interna della Gran Bretagna, caratterizzata da un gran numero di sionisti sia al governo sia nell'elettorato. Si potrebbe anche affermare che la Gran Bretagna e la Francia ora avevano tutto da guadagnare da un risveglio dell'idea dei primi anni Quaranta di insediare gli ebrei europei in Palestina per rimodellare la struttura della geo-politica mediorientale. L'intento di minare l'Impero Ottomano, che era ora alleato con la Germania, offre solo una spiegazione parziale e quanto meno insufficiente.

La popolazione ebraica della Palestina al tempo era a dir poco minuscola, e non certo nella condizione di resistere all'Impero Ottomano. Invece gli arabi nazionalisti della Penisola arabica erano intenzionati a opporsi all'Impero Ottomano e desiderosi di liberare le loro terre dalla morsa dei turchi. L'Inghilterra di fatto promise di appoggiare la loro indipendenza basandosi su una convergenza di interessi, come dimostrano documenti come la corrispondenza britannica con Sharif Hussain d'Arabia e le memorie di T. E. Lawrence "d'Arabia". Storici ed esperti hanno discusso a lungo sui fattori che condussero alle decisioni prese dai governi in questione. Molto viene scritto su come gli Stati Uniti entrarono in guerra e sul possibile ruolo di influenti interessi corporativi e degli sionisti statunitensi nel portare il governo e i mezzi di informazione americani ad appoggiare gli sforzi bellici.

I britannici avevano anche promesso l'indipendenza agli arabi in cambio del loro aiuto contro l'Impero Ottomano.
Era dunque una delle tante "promesse", ma era quella destinata a prevalere sulle altre, come le azioni concrete avrebbero rivelato a breve. È importante notare che questi governi dichiararono pubblicamente il loro appoggio al Sionismo pur facendo privatamente promesse agli arabi. Al supporto pubblico di Gran Bretagna e Francia si aggiunse in seguito quello degli americani.

Con il tacito consenso dell'infermo Presidente Wilson e di un'amministrazione americana che sprofondava silenziosamente nell'isolazionismo, i britannici furono liberi di applicare i loro piani in Palestina. Il 27 febbraio del 1920 i palestinesi, sia cristiani che musulmani, si ribellarono ai britannici a Gerusalemme. Il comando britannico in Palestina raccomandò la revoca della Dichiarazione Balfour. Il governo di Londra però non condivideva le idee dei soldati e dei comandanti in Palestina. Non appena la Gran Bretagna riuscì ad assicurarsi il mandato della Lega delle Nazioni, sostituì il suo governatore militare con un ebreo sionista, Sir Herbert Samuel, nel ruolo di primo Alto Commissario per la Palestina (1920-25). Samuel era colui che aveva tanto efficacemente istruito Weizmann durante i negoziati Balfour. Quando Samuel divenne Alto Commissario l'immigrazione ebraica aumentò considerevolmente, e con essa la resistenza palestinese. Herbert Samuel e le autorità coloniali in Palestina che simpatizzavano con i sionisti si misero a gettare le basi politiche, legali ed economiche per la trasformazione dell'area in un paese ebraico. La Gran Bretagna, con il consenso di altre grandi potenze, acquisì i poteri di cui aveva bisogno per la sua avventura coloniale. All'incontro dell'Organizzazione Sionista Mondiale che si svolse a Londra nel 1920 fu costituito un nuovo braccio finanziario chiamato Keren Hayesod.

Fine dell'estratto da Sharing the Land of Canaan.

Il 2 novembre del 1918, durante la parata per il primo anniversario della Dichiarazione Balfour nella Gerusalemme ebraica, Musa Kathim al-Husseini, allora sindaco della città, consegnò al governatore britannico della Palestina, Storrs, una petizione firmata da più di 100 notabili palestinesi che cominciava così:

"Ieri abbiamo notato una grande folla di ebrei che recavano manifesti e si accalcavano nelle strade gridando parole che hanno ferito i nostri sentimenti e le nostre anime. Essi [gli ebrei sionisti] a GRAN VOCE sostengono falsamente che la Palestina, che è la Terra Santa dei nostri padri e la tomba dei nostri antenati, e che è abitata da secoli dagli arabi, che l'hanno amata e sono morti per difenderla, è ORA il loro focolare nazionale". (Benny Morris, Righteous Victims , p. 90)

Lord Sydenham della Camera dei Deputati britannica replicò profeticamente a Balfour:

"... al danno fatto riversando una popolazione straniera in un paese arabo - con un entroterra completamente arabo - non si potrà mai più porre rimedio... ciò che abbiamo fatto è, con concessioni non al popolo ebraico ma a una sezione sionista estremista, aprire in Oriente una piaga infetta, e nessuno sa quanto quella piaga si estenderà" (UN: The Origins And Evolution Of Palestine Problem, section IV)

Edward Mandell House, l'assistente del Presidente degli Stati Uniti Wilson, scrisse a Lord Balfour predicendo gli esisti della futura applicazione della Dichiarazione Balfour:

"È tutto sbagliato, e l'ho detto a Balfour. Stanno trasformando [il Medio Oriente] nel terreno di coltura di una nuova guerra" (Benny Morris, Righteous Victims, p. 73)

L'AIPAC e altri sostenitori di Israele hanno spinto per la guerra in Iraq (500 miliardi di dollari e un numero incalcolabile di vittime) e stanno facendo pressioni per un conflitto con l'Iran dopo innumerevoli guerre, migliaia di vittime e milioni di profughi privati della loro terra. Dire che si è trattato di un "terreno di coltura per future guerre" è usare un eufemismo.

http://qumsiyeh.org/

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, novembre 23, 2006

La guerra di propaganda di Israele

Israele alza la posta nella guerra di propaganda
In seguito all'invasione del Libano, quest'estate, Israele pare aver perso gran parte della battaglia di pubbliche relazioni contro Hezbollah, ma forte di una massiccia offensiva sul web sta contrattaccando.

Stewart Purvis
Lunedì 20 Novembre 2006
The Guardian
Traduzione di Andrej Andreevič

Amir Gissin guida quello che chiama il "Dipartimento Israeliano delle Spiegazioni". Per questo è sorprendente sentirlo ammettere che molti israeliani pensano che "il problema è che non ci spieghiamo correttamente".

La scorsa settimana, quando al-Jazeera ha lanciato un punto di vista arabo nelle case degli anglofoni di tutto il mondo, Gissin era sotto pressione. Alla conferenza David Bar Ilan sui media e il Medio Oriente si è trovato davanti ad una platea di israeliani scontenti della maniera in cui la battaglia della propaganda con Hezbollah era stata combattuta e persa durante la guerra in Libano. Volevano sapere come avrebbero potuto fare di meglio in futuro, dato che molte persone in Israele sembrano pensare che ci sarà presto una prossima volta contro Hezbollah.
Gissin ha detto che le parole del suo portavoce di lingua inglese non potevano competere con la forza delle immagini dei civili uccisi negli attacchi israeliani su città libanesi come Qana. E il parlamento israeliano non ha intenzione di spendere soldi per una versione israeliana di al-Jazeera.

Ma Gissin non era abbattuto. Ha dichiarato che sarebbe nata una "guerra sul web" nella quale Israele aveva una nuova arma, un software chiamato "internet megaphone".
"Durante la guerra abbiamo avuto l'opportunità di fare alcune cose molto buone con la comunità del megaphone", ha rivelato alla conferenza. Tra queste, ha sostenuto, aver contribuito ad ottenere l'ammissione da parte della Reuters che un fotografia di Beirut era stata ritoccata da un fotografo libanese che aveva aggiunto del fumo all'immagine. Il primo ad averlo notato era stato il blogger americano Charles Johnson, che ha vinto un premio per "la promozione di Israele e del Sionismo".

Per provare il potere del megafono, lo scorso mercoledì pomeriggio mi sono loggato in un sito chiamato GIYUS (Give Israel Your United Support) (Date ad Israele il vostro sostegno unito). Più di 25000 utenti registrati di www.giyus.org hanno scaricato il software del megafono, che permette loro di ricevere avvisi per l'attivismo online.
Non c'è voluto molto perché mi arrivasse un avviso. Il sottosegretario agli esteri britannico, Kim Howells, aveva diffuso una dichiarazione di condanna dell'attacco palestinese che quel giorno aveva causato la morte di un anziano israeliano e il ferimento di altri civili. Il GIYUS voleva che gli utenti del sito mostrassero il proprio apprezzamento per la risposta britannica.
Un click mi ha portato ad un'e-mail preparata e indirizzata a Howells, con uno spazio nel quale potevo scrivere un mio commento. Un test mi confermava che l'email sarebbe arrivata al suo ufficio, come se gliel'avessi scritta dopo aver letto la sua dichiarazione su un sito, in questo caso Yahoo, e avessi deciso di mandargli il mio messaggio di approvazione. Nelle email non c'erano indicazioni del coinvolgimento del GIYUS, anche se Howells avrebbe potuto insospettirsi del fatto che così tante persone nel mondo avessero letto lo stessa notizia di Yahoo su di lui e deciso di mandargli un'email. Il ministero degli esteri ha confermato di aver ricevuto le email lo scorso mercoledì, ma non ha fornito altri dettagli.

Il bersaglio più popolare degli attivisti online sono i media stranieri, specialmente la BBC, l'organo di informazione che più amano odiare. Quest'anno ho fatto parte di un consiglio indipendente costituito dai dirigenti della BBC per controllare la copertura del conflitto israelo-palestinese da parte dell'emittente. Abbiamo riportato l'alto numero di e-mail che avevamo ricevuto dall'estero, principalmente dal nordamerica, e la prova del coinvolgimento di gruppi di pressione. La maggioranza delle email sostenevano che la BBC fosse anti-Israele, ma escludendo le email che potevano essere identificate come provenienti dall'estero, si confermava la tendenza opposta – la maggioranza delle persone pensava che la BBC fosse antipalestinese e proisraeliana.

La BBC ha già avuto un incontro con il GIYUS – un tentativo di influenzare il risultato di un sondaggio online. BBC History aveva notato un'impennata dei voti alla domanda se la negazione dell'Olocausto fosse da considerare reato nel Regno Unito. Ma la data finale era scaduta e i risultati erano già stati pubblicati, quindi i voti erano comunque non validi. I sostenitori del GIYUS affermano anche di essere riusciti a "bilanciare" un sondaggio su un sito arabo trasformando un voto di condanna dell'attacco di Israele contro il Libano in un voto di sostegno.
Per alcuni sostenitori di Israele un obiettivo primario della loro guerra del web consiste nel tentativo di screditare i servizi giornalisitici stranieri che considerano ostili, specialmente quelli che contengono immagini iconiche.

Un bersaglio specifico è stato lo stimato inviato televisivo francese, Charles Enderlin, il cui cameraman palestinese aveva ripreso il dodicenne Mohamed al Dura che veniva colpito e ucciso mentre suo padre tentava di proteggerlo, all'inizio della seconda intifada. Enderlin accusò le truppe israeliane di aver sparato e ucciso il ragazzo. I sostenitori francesi di Israele si sono fatti sentire in rete affermando che il racconto era una distorsione basata su una finta ripresa. Il suo network, France 2, ha risposto con un'azione legale e, il mese scorso, nel primo di quattro casi, un tribunale francese ha dichiarato colpevole di diffamazione l'organizzatore di un piccolo sito internet che si occupa del monitoraggio dei media.

Un altro obiettivo in rete è stato la ripresa televisiva di una strage sulla spiaggia di Gaza avventa quest'anno. Una bambina palestinese era stata filmata mentre piangeva accanto ai cadaveri dei suoi familiari, uccisi da quello che secondo i palestinesi era fuoco d'artiglieria israeliano. Quando ho menzionato l'impatto di queste immagini alla conferenza della scorsa settimana, i membri del pubblico hanno gridato alla messinscena.
Dopo la conferenza una persona mi ha raggiunto per suggerire che la famiglia poteva essere morta altrove e che i loro corpi potevano essere stati spostati sulla spiaggia appositamente per la ripresa. Per esempio, dov'era il sangue? Ho risposto che avevo visto il filmato completo girato dal cameraman e che alcune immagini erano troppo forti per essere mostrate.

È chiaro che il governo di Israele vuole contrastare l'impatto di immagini come queste fornite dai media stranieri. Amir Gissin ha parlato di progetti per far arrivare video israeliani su siti come YouTube, che vede come "formatori" di opinioni. E suo cugino, il Dottor Ra'anan Gissin, ex consigliere di Ariel Sharon per i media, ha fatto circolare il concetto che bisogna mettere a disposizione del paese il potere delle immagini per essere pronti ai conflitti futuri. Riferendosi agli avversari di Israele, ha formulato l'idea nella sua tipica maniera esplicita: "Devi fagli una foto prima di sparargli". ("You need to shoot a picture before you shoot them").

Stewart Purvis è professore di giornalismo televisivo alla City University di Londra. È ex capo esecutivo e redattore capo della ITN.

Originale: The Guardian

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