venerdì, gennaio 16, 2009

Il gas come arma politica avvelenata

Il gas come arma politica avvelenata

AUTORE: Pëtr Romanov

Con gli ulteriori sviluppi dello scandalo del gas tra Ucraina e Russia diventa sempre più evidente la componente politica del conflitto. Innanzitutto si tratta di un aggravamento della crisi politica interna dell'Ucraina, dove la Rada chiede già l'impeachment del presidente e le dimissioni del governo. E se la seconda ipotesi è improbabile la prima è in linea di principio possibile, perché qui si ritrovano uniti sia Janukovič, sia i comunisti ucraini, sia il blocco Julija Timošenko. Ma anche se l'idea dell'impeachment non dovesse passare, lo scandalo del gas rappresenterà il colpo di grazia per la carriera politica di Juščenko. Non so con cosa sia stato avvelenato in passato il presidente ucraino, ma adesso ha inghiottito una buona dose di gas avvelenato.

Sono sempre più evidenti i danni politici subiti anche dalla Russia, in seguito ai non meno evidenti danni economici. Considerando la vicenda dalla prospettiva di Mosca e di primo acchito si ha l'impressione che Gazprom e le autorità russe abbiano battuto l'Ucraina nel guadagnarsi le simpatie europee. Di fatto però sarebbe più accurato discutere su quale delle due – la Russia o l'Ucraina – susciti all'infreddolito e irritato consumatore europeo meno antipatia. La reazione è del tutto comprensibile: la casalinga europea vuole che nella sua cucina arrivi il gas, e poco le importa chi sia colpevole della sua assenza, se Kiev o Mosca. Per quanto riguarda i politici europei, benché comprendano la situazione su un altro livello sono comunque notevolmente orientati in senso antirusso. E restano inclini a chiudere un occhio quando si tratta di Juščenko, dato che per loro non è Mosca ma l'Ucraina a rappresentare un potenziale futuro membro dell'Unione Europea e della NATO.

In ultima analisi, si tratta già di grande politica e di un'enorme gatta da pelare per la Russia, se si immagina che una situazione in cui l'Ucraina si rifiuta di far passare il gas russo diretto in Europa. E non per una settimana o due, ma per sempre. Naturalmente anche all'Ucraina è necessario il gas russo, ma se prevarrà il corso antirusso il nostro vicino potrà decidere proprio in quel senso. Il gas e il carbone ucraini e l'acquisto in Europa del mazut [nafta pesante, N.d.T.] permetteranno all'Ucraina di sopravvivere. Simili impedimenti nella filiera energetica, naturalmente, rallenteranno lo sviluppo economico dell'Ucraina, ma in passato la psicosi antirussa ha condotto anche altri paesi fino a questo punto. In ogni caso il vecchio detto dei nazionalisti ucraini – “mi caverò un occhio perché mia suocera abbia un genero orbo” – a quanto pare non turba nessuno.

Se la situazione si evolverà in questo senso a restare sconfitte saranno sia l'Ucraina sia la Russia, che in un periodo di gravissima crisi mondiale perderà l'importantissimo mercato europeo e dunque anche un afflusso di valuta nelle proprie casse. Il gasdotto Nord Stream nel migliore dei casi sarà operativo solo nell'autunno del 2011, e per allora (se il transito attraverso l'Ucraina verso l'Europa in questo lasso di tempo verrà bloccato) i nostri clienti europei si saranno già orientati verso altre fonti energetiche e verso altri fornitori.

Naturalmente in questo scenario c'è un terzo perdente, ed è l'Europa. Rinunciare al gas russo così, all'improvviso, rappresenterebbe una grande perdita per l'economia europea e per una serie di paesi sarebbe semplicemente una catastrofe.

Chi trae beneficio da tutta questa confusione? Una possibile risposta sta in una documento appena apparso sulla stampa russa e firmato dall'Ucraina e dagli Stati Uniti. L'Izvestija è entrata in possesso di un testo firmato in dicembre dal ministro degli esterni Vladimir Ogryzko e dal Segretario di Stato americano, la “Carta sul partenariato strategico”. Nel documento si dice che Washington aiuterà l'Ucraina a modernizzare i gasdotti ampiamente logorati del paese. Naturalmente Kiev ha tutto il diritto di decidere chi rimetterà a nuovo la rete di gasdotti ucraina. Però è facile supporre che non si firmi una “Carta sul partenariato strategico” solo per dei lavori di ammodernamento. Inoltre simili documenti spesso sono semplicemente la punta dell'iceberg. I temi più importanti si discutono fuori protocollo.

Appare dunque del tutto verosimile in linea di principio l'ipotesi espressa dal vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev. Secondo Medvedev si ha l'impressione che “tutta la commedia che va in scena in Ucraina venga diretta da un paese”. In altre parole, l'apparente illogicità e irrazionalità del recente comportamento dell'Ucraina si spiegherebbe molto semplicemente: Kiev persegue coerentemente piani concordati con l'amministrazione Bush.

La logica di questa ipotesi può essere multipla. Non è solo un modo per legare a sé più strettamente l'Ucraina, ma anche una politica di contenimento della Russia. Infine potrebbe anche trattarsi di un'azione antieuropea. Nella politica dell'Unione Europea cominciano a essere troppi gli aspetti che non rispondono agli interessi degli Stati Uniti: un'economia europea competitiva – del tutto inappropriata dal punto di vista dell'amministrazione Bush – l'attività del presidente francese al tempo dei fatti di agosto nel Caucaso, l'appello agli Stati Uniti di alcuni attori europei di considerare attentamente le proposte del presidente russo sulla riforma del sistema di sicurezza europeo, e via dicendo.

La nuova amministrazione Obama vorrà continuare questo gioco antirusso ed antieuropeo? Questa è una domanda cui è ancora difficile rispondere. Giudicando dai segnali indiretti, è improbabile.

Comunque sia, è già chiara una cosa: l'arma del gas, che è stata proibita molto tempo fa a fini bellici, a quanto pare ha trovato una nuova nuova nicchia di impiego, la politica. In una situazione di crisi mondiale questo è particolarmente pericoloso e ben poco saggio. Del resto, come è noto, l'uscente amministrazione Bush non è stata caratterizzata da una grande saggezza.


Originale: Газ как отравляющее политическое оружие

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6834&lg=it

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mercoledì, ottobre 08, 2008

Crisi ucraina, un punto di vista russo

[L'analisi di Fëdorov si discosta dalle valutazioni lette in precedenza, compreso il giudizio secondo il quale le elezioni anticipate avvantaggerebbero Juščenko, ma è interessante soprattutto perché si concentra sulle priorità della Russia].

Il prezzo della questione

di Andrej Fëdorov

L'Ucraina ha cominciato a giocare alla roulette russa. E in gioco non c'è semplicemente la sua reputazione, ma anche il suo futuro di stato indipendente. La crisi della dirigenza politica in Ucraina è così evidente che non potrà essere risolta neanche dalle ennesime elezioni della Rada.
Le elezioni, se saranno indette, faranno solo il gioco di Viktor Juščenko: non sono preparati ad andare alle elezioni né il Partito delle Regioni né il Blocco Julija Timošenko, né molti altri. Le elezioni sono il frutto di una spaccatura tra gli oppositori del presidente dell'Ucraina, una spaccatura che costerà loro cara. Andare alle elezioni senza un vero programma d'azione, solo con lo slogan “Via Juščenko”, è inutile.

Ma per la Russia è molto più importante l'aspetto strategico della situazione, perché pesto dovremo prendere posizione su molte questioni.

Innanzitutto bisogna comprendere che il movimento dell'Ucraina verso la NATO e l'Unione Europea, anche se verrà un po' rallentato dalla Germania e dalla Francia, è un processo inevitabile e nessuno dei politici ucraini, tanto meno Julija Timošenko, potrà né vorrà mutare quella direzione. Bisogna cominciare a prepararsi su tutta la linea, imparare a convivere con un'Ucraina diversa, se vogliamo davvero difendere i nostri interessi nazionali.

In secondo luogo l'Ucraina ha specifici strumenti di influenza nei confronti della Russia (non è vero solo il contrario), e presto sicuramente li userà, soprattutto se l'attuale governo è in bilico e la forza decisiva è proprio Viktor Juščenko. L'Occidente in questa situazione resterà al fianco dell'Ucraina soprattutto perché gli Stati Uniti ne hanno bisogno per mettere sotto pressione la Russia.

In terzo luogo non dobbiamo scommettere su uno o due politici ucraini e pensare che giocheranno lealmente. Bisogna dimostrare che per la Russia non sono importanti i politici ucraini ma l'Ucraina stessa come paese slavo amico, e che per ottenere ciò potrebbe prendere in considerazione delle concessioni. Oggi l'errore più grande che si possa commettere è spaventare l'Ucraina con una divisione territoriale per ragioni politiche. Far ciò significherebbe perdere rapidamente l'Ucraina.

In quarto luogo, comprendere che senza l'Ucraina non ci sarà nessuna Comunità degli Stati Indipendenti e che i processi negativi nello spazio post-sovietico non faranno che accelerarsi.

Infine, dopo la crisi caucasica il mondo è effettivamente cambiato, e purtroppo non a nostro favore. La crisi globale comincia a colpire sempre più duramente la Russia. In questa situazione un conflitto con l'Ucraina infliggerebbe un altro colpo alla nostra economia, che già deve affrontare tempi difficili.

Si possono amare o no queste o quelle figure della dirigenza ucraina, in particolare quando fanno dichiarazioni antirusse, per esempio a proposito della Flotta del Mar Nero. Ma oggi non dobbiamo più dare a questi politici ulteriori vantaggi commettendo sempre più spesso errori politici nei confronti dell'Ucraina.

Andrej Fëdorov, direttore dei programmi politici del Consiglio per la politica estera e la difesa, è stato vice ministro degli esteri negli anni 1990-91.

Fonte: Kommersant'

Originale pubblicato il 6 ottobre 2008

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Timošenko vorrebbe ricostruire la coalizione con il blocco Juščenko

[Secondo articolo "Tendenza Timošenko" (ma un po' meno) che fa capire cosa sta succedendo alla Rada e aiuta a orientarsi meglio nella crisi ucraina].

Il primo ministro Julija Timošenko vorrebbe ricostruire la coalizione governativa con il blocco Juščenko.

Dottor Hans-Jürgen Falkenhagen e Brigitte Queck, Berlino

La signora Timošenko ha in parte rinunciato alle leggi votate il 2 e il 3 settembre con una maggioranza di più di due terzi del Parlamento e mirate a limitare i pieni poteri presidenziali.
Giovedì 2 ottobre i deputati del blocco Timošenko al parlamento di Kiev (la Verchovna Rada) hanno respinto con una decisa maggioranza la richiesta presidenziale di abolire la legge del 2 settembre che modificava i poteri del gabinetto ministeriale (con 152 su 156 voti dei deputati del blocco Timošenko). Questo, insieme ai 72 voti del gruppo “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo”, produceva 224 voti (sui 450 seggi che costituiscono il Parlamento) a sfavore dell'abolizione. La maggioranza semplice era di 226 voti. Per scavalcare il veto presidenziale sarebbe servita una maggioranza dei due terzi dei votanti, ossia 301 voti. Il Presidente del Parlamento, Jacenjuk, ha subito dichiarato che il veto presidenziale era valido e che le leggi che modificavano i poteri del gabinetto ministeriale erano annullate. Con il voto del Partito delle Regioni, del Partito Comunista e del Blocco Litvin La signora Timošenko avrebbe potuto facilmente invalidare il veto presidenziale, ma non si è avvalsa di questa possibilità.



Il vice dell'ex Primo Ministro ucraino nonché leader dell'opposizione pro-russa Viktor Yanukovič legge il giornale durante una seduta parlamentare a Kiev, il 16 settembre 2008
. © Reuters Pictures.

Una situazione analoga si è verificata sempre il 2 ottobre con il voto sulla richiesta presentata dal Presidente relativa a una commissione d'inchiesta parlamentare provvisoria (che riguardava tra l'altro la guerra in Georgia e il coinvolgimento dell'Ucraina nel conflitto). Solo 225 deputati hanno votato a suo favore (72 del blocco Juščenko e 153 del blocco Timošenko). Neanche lì è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi in grado di invalidare il veto presidenziale e il Presidente del Parlamento ha di conseguenza potuto ratificare la legge. Le domande del Presidente in merito all'abrogazione della legge relativa alle competenze della Corte Costituzionale e della legge relativa ai servizi di sicurezza (servizi segreti) che fissava la modalità di nomina e revoca del Direttore dei servizi nonché le modifiche alla legge in materia di competenze esecutive dei Presidenti degli enti amministrativi locali e regionali sono state adottate con la maggioranza semplice di 226 voti richiesta dalla Costituzione. Anche in questi tre casi i voti dell'opposizione avrebbero potuto invalidare il voto presidenziale.

La domanda del Presidente di annullare la legge adottata il 19 settembre con più di 301 voti e che stabiliva la convocazione di un referendum nazionale in Ucraina (che avrebbe importanza decisiva per l'ingresso dell'Ucraina nella NATO) e quella (dello stesso giorno) che stabiliva il pari trattamento delle lingue russa e ucraina non ha ottenuto la maggioranza al Parlamento. Per tali questioni la Costituzione ucraina non accorda il diritto di veto al Presidente. Il 2 ottobre le questioni relative all'avvio di una procedura di impeachment contro il Presidente non sono state proposte al voto.

Anche se il Presidente l'ha avuta vinta su alcune delle questioni che lo opponevano alla signora Timošenko, è chiaro anche quest'ultima ha risentito delle pressioni occidentali. Poco tempo prima Bush aveva incontrato Juščenko. In seguito il campo occidentale aveva negoziato anche con Timošenko.

Per ora il Presidente ha temporaneamente rinunciato a promulgare il decreto di scioglimento del Parlamento alla fine del periodo di 30 giorni concessi dalla Costituzione per formare un nuovo governo (che dunque fissava la scadenza al 7 o al massimo all'8 ottobre) e non ha dato l'ordine di procedere immediatamente a nuove elezioni, che, se si fossero svolte democraticamente, avrebbero portato all'assoluta sconfitta del blocco Juščenko.

La prossima seduta del Parlamento ucraino dovrebbe tenersi il 7 ottobre 2008. Il 3 ottobre il vice presidente dell'Assemblea, O. Lavrinovič, ha dichiarato che il Parlamento ucraino non sarebbe stato sciolto prima dell'elezione di un nuovo Parlamento. Lo scioglimento sarebbe effettivo solo il giorno della prima riunione di quest'ultimo.
Secondo i mezzi di informazione ucraini la crisi governativa rimane ancora del tutto irrisolta. Il blocco “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” non vorrebbe negoziare una nuova coalizione con il blocco Timošenko se non previa accettazione di tutte le condizioni preliminari poste da Juščenko. E il Presidente esita ancora a sciogliere il Parlamento, revocare con decreto il governo Timošenko e proclamare lo stato di emergenza per governare egli stesso.

Giovedì 2 ottobre il Primo Ministro Timošenko ha incontrato a Mosca il suo omologo russo, Vladimir Putin, per negoziare una collaborazione nel settore energetico e il prezzo del gas. In questa occasione Mosca ha concesso all'Ucraina di allineare solo gradualmente il prezzo del gas alle tariffe mondiali. Attualmente l'Ucraina compra il gas russo a tariffa ridotta (Prezzo CSI), cioè a 250 dollari per mille metri cubi invece dei 500 applicati all'Europa Occidentale.

Fonti: www.rada.kiev.ua, 3 e 4 ottobre 2008 (rapporti sulle sedute del Parlamento) e Vjesnik, Zagabria, sul prezzo del gas russo.

Originale: Tlaxcala

Originale pubblicato il 5 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, ottobre 05, 2008

L'Ucraina è minacciata da un colpo di Stato presidenziale?

[Articolo assolutamente e dichiaratamente "tendenza Timošenko", ma offre una valutazione un po' più dettagliata e approfondita della crisi ucraina e delle cause del conflitto costituzionale nel paese].

L'Ucraina è minacciata da un colpo di Stato presidenziale?

Dottor Hans-Jürgen Falkenhagen e Brigitte Queck, Berlino

Mentre l'Ossezia del Sud era teatro di una guerra, la situazione politica interna dell'Ucraina è anch'essa peggiorata. La coalizione “arancione”, messa insieme il 29 novembre 2007 dopo le elezioni parlamentari anticipate, è andata a pezzi meno di un anno dopo, il 2 settembre 2008. La coalizione poggiava su basi fragili fin dall'inizio, perché poteva contare solo su una sottilissima maggioranza con 228 deputati al Parlamento (la Verchovna Rada). In quelle elezioni, che erano anche state significativamente manipolate al fine di assicurare una maggioranza pro-occidentale, il blocco di Julija Timošenko ottenne 156 seggi e il blocco “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” del Presidente in carica, Viktor Juščenko, 72 seggi, per un totale appunto di 228 seggi. Secondo la Commissione Elettorale i partiti d'opposizione ottennero rispettivamente 175 (“Partito delle Regioni” di Viktor Janukovič, considerato a Occidente un partito pro-russo) 27 (Partito Comunista) e 20 seggi (“Blocco Popolare Litvin”), per un totale di 222 deputati. Il parlamento ucraino è costituito da 450 seggi.

Julija Timošenko era stata eletta Primo Ministro, e dunque capo del governo, succedendo così al governo Janukovič. Gli occidentali avevano allora trionfalmente annunciato che questa coalizione tra il Presidente ucraino, pro-occidentale al 100%, e la signora Timošenko avrebbe aperto all'Ucraina le porte dell'Unione Europea e della NATO, e che il processo d'adesione avrebbe perfino potuto avere tempi brevi. Ma si erano fatti i conti senza il popolo ucraino. La stessa signora Timošenko ha dovuto prendere atto dell'atteggiamento ampiamente negativo degli ucraini nei confronti dell'Unione Europea e della NATO. Per questo durante la campagna elettorale si è impegnata solennemente a subordinare l'adesione dell'Ucraina alla NATO a un referendum. Diciamo a suo merito che ha finora mantenuto la promessa. Lo stesso vale per l'ingresso del paese nell'Unione Europea.

Divergenze tra Juščenko e Timošenko
Su questo punto si è dunque opposta dall'inizio al suo alleato di coalizione. Ma le loro divergenze non si fermano qui. Derivano anche dalla politica economica e sociale della signora Timošenko, che fa da ostacolo alla rapida introduzione della politica neoliberista promossa da Juščenko. Anche qui la signora Timošenko era legata alle proprie promesse elettorali, un ampio ventaglio di proposte per una sostanziale accelerazione della ripresa economica, dalla quale doveva trarre profitto soprattutto la popolazione con l'aumento dei salari, delle pensioni, dei sussidi familiari e di altri benefici sociali. Julija Timošenko non era neanche del tutto compatibile con la politica anti-russa del Presidente, ritenendo che solo la collaborazione con la Russia, e non una politica anti-russa, avrebbe garantito all'Ucraina la prosperità. Poiché la signora Timošenko punta a succedere a Juščenko nelle prossime elezioni presidenziali (fine 2009-inizio 2010) e per questo deve adottare una posizione che la distingua dal suo avversario e le permetta di ottenere i voti degli ucraini, è per lei fondamentale continuare a ribadire che l'ingresso dell'Ucraina nella NATO e nella UE sarà deciso soltanto attraverso un referendum.

Le principali cause del disaccordo tra la signora Timošenko e l'attuale Presidente ucraino Juščenko sono da ricercare nella condotta anticostituzionale di quest'ultimo, il quale – come aveva già fatto ai tempi del governo Janukovič – ha creato un governo parallelo al gabinetto Timošenko. Si tratta del Segretariato presidenziale e del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza nazionale, sotto la direzione del Presidente: hanno personale sufficiente per funzionare come organi governativi, il che conduce di fatto a una situazione di doppio governo. Grazie ai poteri effettivamente conferitigli dalla Costituzione ucraina e a quelli che si è ulteriormente arrogato, il Presidente Juščenko ha ostacolato e reso in parte impossibile il lavoro del governo Timošenko. Per un anno le decisioni del governo sono state minate dal Presidente e il suo veto ha impedito l'adozione da parte del Parlamento di molte leggi importanti. Poiché Juščenko e il suo partito non possono contare che sul 5-8% dei voti e le probabilità di rielezione del Presidente sono prossime allo zero, Juščenko governa per mezzo di Ukaz (ordini), come l'ultimo che pone sotto il suo controllo personale il finanziamento dell'esercito.

La diffamazione sistematica di Julija Timošenko, compresa l'insinuazione che non abbia le capacità mentali necessarie a governare, e le accuse di alto tradimento che vengono dalla cerchia presidenziale e che le attribuiscono accordi segreti con la Russia, sono mirate a indebolire il governo e la grande popolarità di cui gode la signora Timošenko.

La rottura tra lei e Juščenko era da tempo prevedibile. È diventato sempre più evidente che la signora Timošenko e il suo partito erano ormai scontenti della situazione. L'ora del contrattacco parlamentare è suonata il 2 settembre, sulla scia della guerra della Georgia contro l'Ossezia del Sud, anche se non è stata questa la causa principale della rottura.

Il parlamento decide di limitare i poteri del Presidente
Dopo le vacanze parlamentari estive, il 2 settembre il Parlamento ucraino ha tenuto la prima seduta della nuova sessione (la terza). Quel giorno è riuscito per la prima volta dopo dieci mesi a eleggere i vice presidenti del Parlamento. Fino a quel momento un uomo di Juščenko, Аrsenij Jacenjuk, si era arrogato praticamente il ruolo di esclusivo portavoce (Presidente) del Parlamento. Questa volta Oleksandr Lavrinovič del “Partito delle Regioni” e il rappresentante del blocco Timošenko Mikola Tomenko hanno potuto essere eletti rispettivamente primo vice e vice del Presidente del Parlamento. (Tomenko era già stato vice di Oleksandr Moroz, Presidente del Parlamento fino al novembre 2007). Sembrava che la seduta parlamentare potesse svolgersi senza conflitti e l'attività legislativa continuare normalmente. Per esempio è stata sottoposta al voto una legge destinata ad accrescere le attrattive del lavoro in miniera, aumentando il salario minimo dei lavoratori e accordando loro altri aiuti finanziari, legge che è stata approvata con 446 voti su 450. Il giorno dopo è stata la volta di una legge che istituiva un salario minimo garantito. È passata senza problemi anche una emendamento alla legge fiscale. Poi c'è stata la rottura.

Il 2 settembre il blocco di Julija Timošenko ha sottoposto al Parlamento diversi progetti di legge mirati a limitare i poteri del Presidente, e che hanno ricevuto più dei due terzi dei voti. La signora Timošenko ha fatto riferimento a impegni e promesse fatti varie volte da Juščenko prima della sua elezione nel 2004 (che si ricorderà per la cosiddetta “rivoluzione arancione”). Un emendamento alla legge che disciplina i ministeri doveva limitare i poteri del Presidente, aumentando quelli del Parlamento e del governo nominato da quest'ultimo. In altre parole, la nuova legislazione ridistribuiva i poteri a favore del Governo, per esempio per quello che riguarda il diritto di nominare il Ministro degli Esteri, il Ministro della Difesa e il capo dei servizi segreti. Il diritto del Presidente a sciogliere il governo a proprio piacimento gli era stato già tolto nel corso della precedente legislatura (2005-2007). Il 2 e il 3 settembre è stata anche adottata una legge per la creazione di una commissione d'inchiesta incaricata di istruire una procedura di impeachment contro il Presidente, nonché una legge relativa ai servizi segreti e alcune modifiche a leggi che disciplinano la Corte Costituzionale. In questo contesto è stato anche eletto il capo dei servizi segreti. Fino a quel momento e temporaneamente il capo dei servizi segreti era stato nominato dal Presidente, che non aveva nemmeno chiesto il consenso del Parlamento previsto dalla Costituzione. Tutte le leggi e le decisioni sono state approvate dal blocco Timošenko, dal Partito delle Regioni e dal Blocco Litvin, ossia con maggioranze di più di due terzi del Parlamento (300 voti): il Partito delle Regioni, il blocco Timošenko e il Blocco Litvin hanno messo insieme tra i 370 e i 378 voti, il che secondo la Costitzione ucraina attualmente in vigore impediva il veto presidenziale.

Si è votata anche una legge per la creazione di una Commissione per la guerra nel Caucaso, con il compito di esaminare tra le altre cose le forniture d'armi alla Georgia effettuate per ordine del Presidente, iniziativa incostituzionale perché spetta al Parlamento. Le sedute del Parlamento durante le quali sono state dibattute e approvate queste leggi sono state presiedute dal primo vice Lavrinovič, poiché il Presidente del Parlamento Jaceniuk, fedele al Presidente Juščenko, si è assentato per due giorni a partire dal 2 settembre. In seguito Jaceniuk ha presentato le dimissioni, dimissioni che nel frattempo ha ritirato.

Rottura della coalizione di governo

È evidente che a questo punto c'è un'ampia maggioranza – i due terzi del Parlamento – che si oppone al Presidente e al suo partito. Solo il partito presidenziale “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” ha votato contro le leggi mirate a estendere i diritti del Parlamento e dunque a rafforzare la democrazia.

In seguito a ciò il partito «Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” ha deciso già il 2 settembre con voto maggioritario di lasciare la coalizione. Aspetto interessante, la maggioranza dei membri dell'“Autodifesa del Popolo” era contraria. Alcuni fautori della linea dura nel partito presidenziale avevano accusato la signora Timošenko di voler instaurare una dittatura. L'assurdità di questa accusa è palese: è evidente che il Parlamento vuole ampliare i diritti delle istituzioni parlamentari e dunque anzi si oppone a una dittatura presidenziale che invece Juščenko ha in animo da molto tempo. È questa la vera minaccia che pesa sull'Ucraina, con l'appoggio della NATO che difende la democrazia e i diritti umani solo a parole ma che da sempre di fatto si oppone a qualsiasi democrazia nascente, se necessario con la forza delle armi. La nuova minaccia che pesa sulla democrazia costituzionale ucraina è proprio Juščenko.

Come si è evoluta la situazione? Julija Timošenko ha lanciato vari appelli al Presidente e al suo partito, chiedendo loro di fare ritorno incondizionatamente nella coalizione. Juščenko ha respinto alcune leggi adottate dal Parlamento. Ha posto come condizione al futuro della coalizione l'annullamento delle presunte leggi dirette esclusivamente contro di lui. Ha finito poi per accettare una commissione di mediazione, che però ha fallito. Il 16 settembre il Parlamento e poi il Presidente hanno confermato la rottura della coalizione di governo (detta “coalizione democratica”). Durante tutto questo tempo è continuata la campagna di diffamazione contro la signora Timošenko e il suo governo. Il Partito delle Regioni e il Partito Comunista hanno però assicurato a Julija Timošenko il loro appoggio al fine di garantire nuovamente la maggioranza parlamentare. La signora Timošenko ha offerto la presidenza del Parlamento a Janukovič, che ha accettato. A oggi tuttavia niente è ancora deciso. Julija Timošenko si è detta decisa a non tornare indietro. Anche il Parlamento è deciso a continuare la sua attività.

Juščenko e i suoi sostenitori statunitensi vogliono impedire nuove elezioni

In caso di caduta del Governo la Costituzione ucraina prevede dieci giorni di tempo per formarne uno nuovo. Il tempo è scaduto il 12 settembre. In questo caso si dispone di 30 giorni per formare una nuova coalizione, vale a dire fino al 7 o 8 ottobre. Se non si riesce a formare un nuovo governo bisogna procedere a nuove elezioni. Sarebbero già le seconde elezioni anticipate dalle ultime legislative del 2006. Ci sono grandi probabilità di assistere alla formazione di una coalizione senza il blocco di Juščenko. Ma il Presidente e la sua cerchia lavorano febbrilmente per impedire che si realizzi questo scenario, con l'appoggio di Stati Uniti, Unione Europea e NATO. Il vice presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, e il multimiliardario e presidente di molte ONG, George Soros, si sono già recati a Kiev con il pretesto di rimettere insieme la coalizione. Ma cos'hanno concordato realmente con Juščenko? Non si sa. L'avranno indubbiamente incoraggiato a instaurare una dittatura militare, come sarebbe nell'interesse dei paesi membri della NATO.

I media occidentali hanno probabilmente ricevuto l'ordine di tacere, e dunque il grande pubblico non sa molto della situazione in Ucraina. Per esempio non sa che le navi da guerra degli Stati Uniti si trovano già là. Ma le forze da sbarco si sono scontrate con le proteste in massa della popolazione. A Sebastopoli (base della flotta militare russa) i marinai americani hanno dovuto rinunciare a occupare alcune posizioni. Un incrociatore degli Stati Uniti è stato costretto a lasciare il porto. In Parlamento il Ministro della Difesa Echanurov e al Ministro degli Esteri Ogryzko sono stati interrogati in merito, ma hanno fornito risposte evasive.

Va notato che la vera ragione del conflitto costituzionale in Ucraina non è il problema del Caucaso, anche se a Occidente i politici, gli agitatori e la propaganda cercano di far credere il contrario. La signora Timošenko ha sottolineato il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia, rifiutandosi al contempo di condannare troppo violentemente la Russia, e a Kiev la maggioranza del Parlamento l'ha seguita su questa linea. Quest'ultimo non ha votato delle risoluzioni particolari a tale proposito dopo che la maggioranza ha respinto una risoluzione, emanata dal settore presidenziale, che condannava severamente la Russia. Si è soltanto istituita una commissione d'inchiesta sul conflitto georgiano. La questione della doppia nazionalità, gonfiata dall'Occidente, non ha provocato la rottura della coalizione.

Questo disaccordo nel governo si concentra essenzialmente sulla Costituzione ucraina e sull'allargamento del processo democratico nel paese, che rendono poco verosimile un ingresso nella NATO.

È incredibile che si accusi la Russia di ingerenza negli affari interni ucraini evitando di dare spiegazioni sui problemi costituzionali del paese. Ci troviamo di fronte a una politica di disinformazione occidentale. Nelle prossime settimane dobbiamo restare vigili davanti alle future azioni di disinformazione da parte dei governi occidentali e dei media a grande diffusione, che tentano di distogliere l'attenzione dal vero problema che riguarda l'esercizio democratico del potere. Solo Juščenko fa pesare una minaccia sulla democrazia e i diritti umani, lui solo tenta di acquisire i pieni poteri dittatoriali, lui solo limita i diritti del parlamento e dei rappresentanti eletti dal popolo al punto di volerli di fatto abolire. La situazione può precipitare se l'Unione Europea e la NATO continueranno a interferire. È possibile uscire dall'attuale situazione di “doppio potere” in Ucraina?

Come potrebbe evolvere la situazione in Ucraina?
Se falliscono i tentativi di formare un nuovo governo il Presidente può dunque sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Ma le intenzioni di voto a favore del suo partito si situano tra il 5 e l'8%, e dunque Juščenko teme delle elezioni democratiche. Il suo partito potrebbe formare una coalizione con il Partito delle Regioni, ma così Janukovič diventerebbe Primo Ministro, e Juščenko considera Janukovič il suo principale nemico. Un'altra possibilità sarebbe riformare la coalizione tra blocco Timošenko e “Nostra Ucraina-Autodifesa del Popolo” cooptando il Blocco Litvin. Ma Juščenko esige l'abolizione delle leggi approvate sotto il governo Timošenko e che limitano il suo potere, mentre la signora Timošenko insiste perché entrino definitivamente in vigore. Il veto presidenziale al Parlamento può essere annullato dalla maggioranza attuale, che eccede i due terzi. Se le elezioni ucraine si svolgessero in modo ragionevolmente democratico, il Presidente Juščenko avrebbe già perso. Il suo partito non può vincere, può anzi riportare una sconfitta su tutta la linea.

Ecco perché ci si può aspettare seriamente un colpo di Stato di Juščenko!

La “benedizione” degli Stati Uniti e dell'Occidente gli sarà di certo garantita, ed etichetterà il tutto come “salvataggio della democrazia”. Sorge un'altra domanda: la Russia accetterà questa negazione della democrazia alle proprie porte e un'Ucraina membro della NATO verrà tollerata a Mosca? L'Ucraina ha finora beneficiato di condizioni preferenziali per i suoi approvvigionamenti energetici e di materie prime dalla Russia, oltre che di un ottimo raccolto agricolo. Basterebbe che la Russia applicasse i prezzi mondiali al gas e al petrolio venduti all'Ucraina e sarebbe la fine della crescita economica e della prosperità che il paese ha conosciuto sotto il governo Timošenko. Dal settembre 2007 al settembre 2008 il PIL dell'Ucraina è cresciuto del 10,9%, dal gennaio 2008 al settembre 2008 del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2007. E il reddito reale pro capite è aumentato del 13,7% tra il gennaio e il luglio 2008.

La grande domanda è ora: il popolo ucraino accetterà una dittatura presidenziale? Più del 50% della popolazione ucraina è russofono; nell'Est e nel Sud dell'Ucraina e in Crimea i russofoni costituiscono perfino la maggioranza della popolazione. In questa situazione i movimenti secessionisti nell'Est e nella Crimea potrebbero rafforzarsi e portare, nel peggiore dei casi, a una disgregazione dello Stato ucraino.

Fonti: www.rada.kiev.ua e Rossijskaja Gazeta, Mosca, informazioni sull'Ucraina dal 3 al 6 settembre 2008.

Fonte: Zeit-Fragen N. 40 e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 29 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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