domenica, ottobre 18, 2009

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia

[Ilyas Kashmiri, per alcuni analisti il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda e per altri capo dell'ala militare dell'organizzazione, a settembre è stato dichiarato morto dal Pakistan e dalla CIA, che ha parlato di "grande successo della guerra al terrore". A quanto pare è invece ancora vivo, e ha rilasciato un'intervista esclusiva ad Asia Times Online esponendo la strategia e le tattiche di al-Qaeda e la sua personale visione degli sviluppi futuri.]

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia


di Syed Saleem Shahzad

ANGORADA, Sud Waziristan, ai confini con l'Afghanistan – Un incontro ad alto livello tra i capi militari e civili pakistani svoltosi il 9 ottobre al palazzo presidenziale ha approvato un'operazione contro i taliban pakistani e al-Qaeda nell'area tribale del Sud Waziristan, che gli analisti considerano la madre di tutti i conflitti regionali.

Contemporaneamente, al-Qaeda sta mettendo in atto la sua strategia nel teatro di guerra dell'Asia meridionale, nell'ambito di una campagna più vasta contro l'egemonia globale americana inaugurata con gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

L'obiettivo di al-Qaeda restano gli Stati Uniti e i loro alleati, come l'Europa, Israele e l'India, e l'organizzazione non prevede di diluire la propria strategia accogliendo nel proprio seno movimenti di resistenza musulmani con parametri ristetti. In questo contesto, l'attività militante in Pakistan è vista più come un fattore di complessità che come parte della strategia di al-Qaeda.

Negli ultimi giorni i militanti sono stati particolarmente attivi. Giovedì scorso un'auto imbottita di esplosivo è stata lanciata contro il muro di cinta dell'Ambasciata indiana a Kabul, la capitale dell'Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone. Sabato, poi, dei militanti hanno messo in atto un audace attacco contro il quartier generale dell'esercito pakistano a Rawalpindi, città gemella della capitale Islamabad. Lunedì un attentatore si è fatto esplodere in un mercato, nella regione della Valle di Swat, uccidendo 41 persone e ferendone 45.

Il Pakistan si trova ora a un punto critico, con le forze armate raccolte in grandissimo numero (quasi un corpo, ben 60.000 soldati) attorno al Sud Waziristan per cacciare il Pakistan Tehrik-e-Taliban (PTT), al-Qaeda e i loro alleati dalle aree tribali del Pakistan.

In questi momenti difficili, Mohammad Ilyas Kashmiri, colui che secondo i servizi segreti americani è il capo delle operazioni militari di al-Qaeda e la cui morte è stata erroneamente confermata in occasione di un attacco di un drone nel Nord Waziristan, ha accettato di parlare con Asia Times Online.

Sono stato invitato in un rifugio segreto nell'area di confine tra il Sud Waziristan e l'Afghanistan, zona regolarmente sorvolata dai droni.

Questa è la prima interazione con i media di Ilyas da quando si è unito ad al-Qaeda, nel 2005. È un esperto comandante formatosi ai tempi della lotta con l'India per il Kashmir diviso.

Negli ultimi mesi i militanti sembravano essere sulla difensiva. Vari capi sono rimasti uccisi negli attacchi di droni in Pakistan. Tra questi, il keniota Osama al-Kini, capo delle operazioni esterne di al-Qaeda; Khalid Habib, comandante del Lashkar al-Zil o Esercito Fantasma, il braccio militare di al-Qaeda; Tahir Yuldashev, leader del Movimento Islamico dell'Uzbekistan, legato ad al-Qaeda; il capo del PTT Baitullah Mehsud, e molti altri.

Anche i taliban pakistani sono stati duramente colpiti dall'esercito nelle aree urbane e tribali. Erano in corso negoziati per raggiungere accordi di pace con alcuni comandanti taliban in varie province afghane.

Poi la scorsa settimana almeno nove soldati statunitensi, oltre a diverse decine di uomini dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA), sono rimasti uccisi in un'incursione in un avamposto della provincia del Nuristan. Inoltre sono stati rapiti dai taliban più di trenta ufficiali e soldati dell'ANA.

A questo attacco se ne sono aggiunti altri contro basi NATO nelle province sudorientali di Khost, Paktia e Paktika, costringendo il Generale statunitense Stanley McChrystal a ritirare tutte le truppe dalle postazioni isolate nelle aree più remote di queste province per riposizionarle in centri abitati.

Ciò ha dato ai taliban uno spazio immenso per muoversi liberamente, vale a dire che se il Pakistan conducesse operazioni in Sud Waziristan i militanti potrebbero facilmente trovare rifugio oltreconfine.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno anche dimostrato che i militanti sono ancora capaci di colpire praticamente a volontà obiettivi importanti. Comportano anche una riconfigurazione del teatro di guerra: il Pakistan dovrà riposizionare le truppe dal fronte orientale (l'India) a quello occidentale (l'Afghanistan), dato che i taliban sono ora il nemico numero uno.

Washington intende mandare almeno altri 40.000 soldati in Afghanistan, mentre l'India collaborerà a questi sforzi con la competenza del suo esercito e dei suoi servizi segreti contro il nemico comune rappresentato dai gruppi militanti musulmani.

La prossima battaglia
Ilyas Kashmiri ha espresso il suo punto di vista sulla prossima battaglia, sui suoi obiettivi e sul suo impatto sull'Occidente in relazione alla destabilizzazione di uno Stato musulmano come il Pakistan.

Il contatto con Asia Times Online è cominciato il 6 ottobre con una telefonata dei militanti, che mi hanno invitato nella città di Mir Ali nel Nord Waziristan. Non è stata fornita nessuna motivazione. Il giorno successivo sono andato a Mir Ali, una città che nell'anno passato è stata pesantemente attaccata dai droni. Dopo più di sette ore di continui spostamenti sono stato ricevuto da un gruppo di uomini armati che mi hanno condotto nella casa di un membro di una tribù locale.

“Il comandante [Ilyas Kashmiri] è vivo. Come sa, il comandante prima d'ora non ha mai parlato con i media, ma dato che tutti sono certi della sua morte nell'attacco compiuto da un drone [a settembre], la shura [concilio] di al-Qaeda ha deciso di smentire questa notizia con un'intervista a un giornale indipendente, e la shura ha scelto lei”: così mi ha detto, non appena ho raggiunto il luogo sicuro, una persona che sapevo avere un ruolo cruciale nella famosa Brigata 313 di Ilyas. La Brigata, un insieme di gruppi jihadisti, aveva combattuto per molti anni contro l'India nel Kashmir amministrato da quest'ultima.

“Dovrà rimanere in questa stanza finché non la informeremo dei prossimi movimenti. Può udire il rumore dei droni che sorvolano questa zona, dunque non lascerà questa stanza. L'area è piena di taliban, ma anche di informatori che potrebbero denunciare la presenza di stranieri e dunque provocare un attacco,” ha detto l'uomo.

Il giorno dopo mi hanno trasferito in un'altra casa in una località sconosciuta, a circa tre ore di viaggio. Per tutto questo tempo sono stato scortato da uomini armati. Non avevo il permesso di parlare con loro, e loro non potevano comunicare con me. Questo è il mondo di al-Qaeda. Il 9 ottobre, di primo mattino, sono arrivati alcuni uomini armati a bordo di un'auto bianca.

“Lasci qui tutti i suoi dispositivi elettronici, prego. Niente cellulare, niente macchina fotografica, niente. Le forniremo carta e penna per scrivere l'intervista,” sono state le istruzioni. Dopo un viaggio molto scomodo durato varie ore, per strade fangose e attraverso passi di montagna, siamo entrati in una stanza dove avrebbe dovuto attenderci Ilyas.

Dopo un paio d'ore il silenzio è stato rotto dal rumore di un veicolo potente. La scorta e gli uomini che si trovavano già lì hanno rapidamente preso posizione. Indossavano tutti dei porta-cartucce ed erano armati di AK-47.

Ilyas ha fatto il suo ingresso. Figura imponente, più di un metro e ottanta di statura, indossava un turbante color crema e un qameez shalwar (completo tradizionale composto da camicia e calzoni) bianco, portava un AK-47 a tracolla, teneva in mano un bastone di legno ed era affiancato da uomini della sua celebre Brigata 313.

Ilyas adesso porta una lunga barba bianca tinta di henné rossastro. A 45 anni ha ancora una corporatura robusta, anche se reca le cicatrici della guerra: ha perso un occhio e un dito in battaglia. Quando mi ha stretto la mano, ho sentito la forza della sua presa.

Il padrone di casa ci ha subito servito il pranzo, e ci siamo seduti a mangiare sul pavimento.
“Dunque è sopravvissuto a un terzo attacco con i droni... perché la CIA le dà così tanto la caccia?” ho chiesto.

Era una domanda retorica. È uno dei comandanti di al-Qaeda di altissimo profilo; in Pakistan ha una taglia di 50 milioni di rupie (600.000 dollari) sulla testa. La sua posizione viene descritta in modo diverso a seconda dei vari organi di stampa e intelligence. Secondo alcuni è il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda, mentre per altri sarebbe il capo dell'ala militare dell'organizzazione.

Se oggi al-Qaeda si divide in tre sfere, Osama bin Laden è indubbiamente il simbolo del movimento e il suo vice Ayman al-Zawahiri definisce l'ideologia e la più ampia visione strategica di al-Qaeda. Ilyas, con la sua ineguagliata esperienza di guerrigliero, traduce la visione strategica in realtà, fornisce le risorse e fa sì che gli obiettivi siano conseguiti, ma sceglie di restare sullo sfondo e mantiene un profilo molto basso.

Le sue basi e attività sono sempre state segrete. Tuttavia, l'arresto di cinque dei suoi uomini in Pakistan all'inizio dell'anno e gli interrogatori cui sono stati sottoposti hanno contribuito a sollevare il velo di segretezza. Le informazioni da loro fornite hanno portato agli attacchi dei droni della CIA contro di lui, il primo a maggio, il secondo il 7 settembre, quando è stato dichiarato morto dai servizi pakistani, e il terzo il 14 settembre, dopo il quale anche la CIA l'ha dichiarato morto parlando di un grande successo della “guerra al terrore”.

“Fanno bene a darmi la caccia. Conoscono bene il loro nemico. Sanno di cosa sono capace,” ha replicato fiero Ilyas.

Nato il 10 febbraio 1964 a Bimbur (già Mirpur) nella Valle di Samhani nel Kashmir amministrato dal Pakistan, Ilyas frequentò il primo anno di un corso di laurea in comunicazioni di massa alla Allama Iqbal Open University di Islamabad. Non proseguì gli studi a causa del pesante coinvolgimento nelle attività del jihad.

Il Movimento per la liberazione del Kashmir fu la sua prima esperienza nella militanza; fu poi la volta del Jihad-i-Islami (HUJI) e infine della leggendaria Brigata 313. Quest'ultima è diventata il gruppo più potente dell'Asia meridionale e dispone di una rete compatta in Afghanistan, Pakistan, Kashmir, India, Nepal e Bangladesh. Secondo alcuni dispacci della CIA, elementi della Brigata 313 si trovano ora in Europa e sono capaci del genere di attacco che ha visto una manciata di militanti terrorizzare Mumbai lo scorso novembre.

Poco si sa della vita di Ilyas, e quello che si racconta è spesso contraddittorio. Tuttavia viene invariabilmente descritto, di certo dagli organi di intelligence mondiali, come il capo guerriglia più efficace e pericoloso del mondo.

Ha lasciato la regione del Kashmir nel 2005 dopo essere stato scarcerato per la seconda volta dai servizi segreti pakistani, l'ISI, e si è diretto nel Nord Waziristan. In precedenza era stato arrestato dagli indiani, ma era riuscito a evadere. Poi era finito nelle mani dell'ISI, che lo sospettava di essere la mente di un attentato contro l'allora presidente Pervez Musharraf, nel 2003, ed era poi stato scagionato e scarcerato. L'ISI ha arrestato nuovamente Ilyas nel 2005 quando si è rifiutato di porre fine alle operazioni in Kashmir.

Il suo riposizionamento nelle turbolente aree di confine ha fatto rabbrividire Washington, dove ci si è resi conto che con la sua enorme esperienza era in grado di trasformare rozzi schemi di battaglia in Afghanistan in audaci tattiche di guerriglia moderna.

I trascorsi di Ilyas erano eloquenti. Nel 1994 lanciò l'operazione al-Hadid nella capitale indiana, Nuova Delhi, per ottenere il rilascio di alcuni compagni jihadisti. Il suo gruppo di 25 persone comprendeva lo sceicco Omar Saeed (il sequestratore del giornalista statunitense Daniel Pearl a Karachi nel 2002), suo vice. Il gruppo rapì diversi stranieri, compresi turisti americani, israeliani e britannici, e li portò a Ghaziabad, nelle vicinanze di Delhi. I sequestratori chiesero la scarcerazione dei loro colleghi, ma le forze indiane attaccarono il loro nascondiglio. Il sceicco Omar rimase ferito e fu arrestato. (Fu in seguito scarcerato grazie allo scambio con i passeggeri di un areo indiano dirottato.) Ilyas sfuggì all'attacco incolume.

Il 25 febbraio del 2000 un commando dell'esercito indiano attraversò la linea di controllo (LoC) che separa i due Kashmir e uccise 14 civili nel villaggio di Lonjot, nel Kashmir ad amministrazione pakistana. Il commando fece ritorno nel Kashmir ad amministrazione indiana dopo aver rapito delle ragazze pakistane, e gettò ai soldati pakistani le teste mozzate di tre di esse.

Il giorno dopo Ilyas condusse un'operazione di guerriglia contro l'esercito indiano a Nakyal, nel settore controllato dal Pakistan, dopo aver attraversato la LoC con 25 guerriglieri della Brigata 313. Rapirono un ufficiale dell'esercito indiano che fu poi decapitato: la sua testa fu esibita nei bazar di Kotli, in territorio pakistano.

Ma l'operazione più significativa di Ilyas fu condotta contro una base militare nel Kashmir controllato dall'India, in seguito al massacro di musulmani nella città indiana di Gujarat nel 2002. Con un'accurata pianificazione, gli uomini della Brigata 313 si divisero in due gruppi e misero in atto un primo attentato per attirare in una trappola generali e altri alti ufficiali indiani. Due generali rimasero feriti (l'esercito pakistano non è riuscito a ferire un solo generale indiano in tre guerre) e morirono diversi generali di brigata e colonnelli. Fu uno dei colpi più duri inflitti all'India nella lunga storia dell'insurrezione del Kashmir.

Nonostante quello che affermano alcune fonti, Ilyas non ha mai fatto parte delle forze speciali del Pakistan, neanche dell'esercito. Quasi 30 anni fa, quando si unì al jihad afghano contro i sovietici dalla piattaforma dell'HUJI, fece esperienza nella guerriglia e nell'uso di esplosivi.

Soli pochi mesi dopo essere giunto nel teatro di guerra afghano, nel 2005, Kashmiri riconfigurò le forze insorgenti guidate dai taliban basandosi sulla strategia di strangolamento messa in atto dal leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap. I taliban dovevano concentrarsi sulla necessità di tagliare tutte le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan e di condurre operazioni speciali simili all'attentato di Mumbai in India.

Negli anni Ilyas ha voluto mantenere un profilo basso nella gerarchia dei militanti. Le sue operazioni sono invece di alto profilo, benché non diffonda mai dichiarazioni o rivendichi gli attentati.

Si ritiene che la sua Brigata 313 sia il principale catalizzatore di operazioni d'alto profilo come quella di Mumbai e altre azioni in Afghanistan, nonché delle operazioni di al-Qaeda in Somalia e in una certa misura in Iraq.

“Crede che l'imminente operazione in Sud Waziristan sarà la 'madre di tutte le operazioni' nella regione, come sostengono alcuni analisti?” ho chiesto quando abbiamo finito di pranzare e mi sono ritrovato da solo con Ilyas e il suo uomo più fidato.

“Non sono capace di giocare con le parole in un'intervista,” ha risposto Ilyas. “Sono sempre stato un comandante e conosco il linguaggio dei campi di battaglia. Cercherò di rispondere alle sue domande nel linguaggio che mi è familiare. (Ilyas parla prevalentemente in urdu, mescolato con parole punjabi.)

"Saleem! Richiamerò la sua attenzione sugli aspetti fondamentali dell'attuale teatro di guerra e me ne servirò per spiegare la strategia delle prossime battaglie. Coloro che hanno pianificato questa battaglia miravano in realtà ad attirare il più grande Satana del mondo [gli Stati Uniti] e i suoi alleati in questa trappola e pantano [l'Afghanistan]. L'Afghanistan è un luogo unico al mondo, nel quale il cacciatore può scegliere tra tutti i tipi di trappole.

“Possono essere i deserti, i fiumi, le montagne e anche i centri urbani. Così ha pensato chi ha pianificato questa guerra, era stufo degli intrighi globali del grande Satana e mirava a sconfiggerlo per trasformare questo mondo in un luogo di pace e giustizia. Tuttavia il grande Satana era pieno d'arroganza e senso di superiorità e pensava che gli afghani fossero delle statue indifese che si sarebbero lasciate colpire dalle sue macchine da guerra da tutte le direzioni, e che non avrebbero avuto la forza o la capacità di reagire.

“Questa era l'illusione con la quale una grande alleanza di potenze mondiali venne in Afghanistan, ma a causa delle loro aspettative mal riposte queste potenze rimasero gradualmente intrappolate in Afghanistan. Oggi la NATO non ha alcun significato o rilevanza. Hanno perso la guerra in Afghanistan. Ora, una volta compresa la loro sconfitta, hanno posato l'accento sul fatto che tutta questa battaglia si combatte dall'esterno, cioè dai due Waziristan. Per me, questa tesi militare è un miraggio che ha creato una situazione complessa nella regione e ha prodotto reazioni e controreazioni. Non vorrei entrare nei dettagli, ritengo che sia stato solo un diversivo. Da comandante militare penso che in realtà la trappola dell'Afghanistan abbia successo e che i principali obiettivi militari sul terreno siano stati raggiunti,” ha detto Ilyas.

Ho replicato che il riposizionamento della Brigata 313 dal Kashmir era di per sé una dimostrazione del fatto che in Afghanistan erano coinvolte forze straniere.

“Tutta la base del suo ragionamento è sbagliata, a proposito del fatto che questa guerra viene combattuta dall'esterno. È una valutazione sganciata dal contesto dell'intera situazione. Se parliamo di me e della Brigata 313, io ho deciso di unirmi alla resistenza afghana come individuo e avevo le mie buone ragioni. Tutti sanno che solo dieci anni fa combattevo una guerra di liberazione per la mia terra natale, il Kashmir.

“Tuttavia ho capito che decenni di lotte politiche e armate non avevano contribuito a risolvere la questione. Però il problema di Timor Est è stato risolto senza perderci troppo tempo. Perché? Perché tutto il gioco stava nelle mani del grande Satana, gli Stati Uniti. Organismi come le Nazioni Unite e paesi come l'India e Israele erano una semplice estensione delle sue risorse; ecco perché non si è riusciti a risolvere la questione palestinese, quella del Kashmir e il problema dell'Afghanistan.

“Così io e molte persone sparse in tutto il mondo abbiamo capito che analizzare la situazione in una prospettiva politica regionale ristretta costituiva un approccio scorretto. Questo è un gioco completamente diverso e impone una strategia unica. La sconfitta dell'egemonia americana globale è indispensabile se voglio la liberazione del mio Kashmir, ed è questo che ha motivato la mia presenza in questo teatro di guerra.

Ha continuato Ilyas: “Quando sono giunto qui ho capito che la mia decisione era giustificata; ho compreso come le potenze mondiali operino sotto l'ombrello del grande Satana e appoggino i suoi ambiziosi piani. Qui in Afghanistan lo si può vedere.” Ha aggiunto che la strategia di guerra regionale di al-Qaeda, in base alla quale sono stati colpiti obiettivi indiani, è di fatto abbattere la potenza americana.

“Il RAW [Research and Analysis Wing, il dipartimento indiano di ricerca e analisi] ha centri di comando distaccati nelle province afghane di Kunar, Jalalabad, Khost, Argun, Helmand e Kandahar. Le attività di copertura sono costituite da compagnie che si occupano della costruzione di strade. Per esempio, il contratto per la costruzione della strada da Khost all'area tribale Tanai è in mano a un appaltatore che è attualmente un colonnello dell'esercito indiano. A Gardez la copertura è fornita dalle compagnie di telecomunicazioni. I loro uomini operano per lo più con nomi musulmani, ma di fatto i dipendenti sono hindu”.

“Dunque il mondo dovrebbe aspettarsi altri attentati come quello di Mumbai?” ho domandato.

“Non è niente se paragonato a quello che è già stato pianificato per il futuro,” ha risposto Ilyas.

“Anche contro Israele e gli Stati Uniti?” ho chiesto.

“Saleem, non sono un esponente religioso tradizionale del jihad che si occupa di slogan. Da comandante militare direi che ogni obiettivo ha un suo momento e una sua ragione specifici, e le risposte arriveranno di conseguenza,” ha detto Ilyas.

Mentre trascrivevo le risposte di Kashmiri, pensavo come anni prima fosse stato il beniamino delle forze armate pakistane, il loro orgoglio. Le più alte cariche militari erano fiere di incontrarlo nella sua base nel Kashmir, trascorrevano del tempo con lui e ascoltavano i racconti leggendari dei suoi giochi di guerra. Oggi avevo davanti una persona diversa: un uomo condannato come terrorista dal sistema militare pakistano, che lo vuole morto a tutti i costi.

“Cosa l'ha spinta a unirsi ad al-Qaeda?” ho domandato.

“Eravamo vittime dello stesso tiranno. Oggi tutto il mondo musulmano è stufo degli americani, ed è per questo che è d'accordo con lo sceicco Osama. Se a tutti i musulmani venisse chiesto di eleggere il loro capo, la loro scelta cadrebbe sul [leader taliban] Mullah Omar o sullo sceicco Osama,” ha risposto Ilyas.

“Se è così, perché una sezione di militanti vuole la guerra con Stati musulmani come il Pakistan? Ritiene che sia corretto?”

“La nostra battaglia non può essere contro i musulmani e i credenti. Come ho già detto in precedenza, attualmente il mondo musulmano è caratterizzato da una complessità causata dai giochi di potere americani che hanno prodotto reazioni e controreazioni. Ma questo è un problema completamente diverso e potrebbe distogliermi dal vero argomento della nostra discussione. Il vero gioco è la lotta contro il grande Satana e i suoi seguaci,” ha detto Ilyas.

“Cosa l'ha trasformata da amico amatissimo al nemico più inviso agli occhi dell'establishment militare pakistano?” ho chiesto.

“Il Pakistan è il mio amato paese e le persone che ci vivono sono i nostri fratelli, le nostre sorelle e i nostri congiunti. Non posso neanche pensare di andare contro i loro interessi. L'esercito pakistano non è mai stato contro di me: si tratta di elementi che mi hanno etichettato come nemico per mascherare le loro debolezze e per compiacere e acquietare i loro padroni,” ha detto Ilyas.

“Cos'è la Brigata 313?” ho chiesto.

“Non posso dirle nulla, se non che la guerra è tutta tattica e questo è la Brigata 313: leggere la mente del nemico e reagire di conseguenza. Il mondo pensava che il Profeta Maometto avesse lasciato solo donne dietro di sé. Si sono dimenticati che c'erano anche degli uomini veri che non avevano mai assaggiato la sconfitta. Il mondo conosce solo i cosiddetti musulmani che seguono la direzione del vento e sono privi di volontà, che non pensano con le loro teste né possiedono una loro dimensione. Il mondo deve ancora vederli, i veri musulmani. Finora ha visto solo Osama e il Mullah Omar, mentre ce ne sono altre migliaia. I lupi rispettano solo la zampata del leone; i leoni non colpiscono con la logica delle pecore,” ha detto Ilyas.

Il calare delle ombre della sera ha posto fine alla conversazione. Il giorno dopo sarebbe stato imposto un coprifuoco nel Nord Waziristan in vista della grande operazione militare nella regione, e dovevo lasciare l'area. Anche Ilyas doveva spostarsi verso un'altra destinazione, come fa regolarmente per sfuggire agli occhi dei droni Predator.



Originale: Al-Qaeda's guerrilla chief lays out strategy

Articolo originale pubblicato il 15/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, agosto 20, 2009

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

di M. K.
Bhadrakumar

Nei suoi quarant'anni di onorevole carriera diplomatica non c'è niente che faccia pensare che Richard Holbrooke, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Afghanistan e il Pakistan, si sia dilettato di problematiche energetiche. L'obiettivo ufficiale dell'attuale tappa in Pakistan durante il suo viaggio in Afghanistan è aiutare il paese ospite a trovare un modo per ovviare alla penuria di energia elettrica.

Lunedì a Islamabad Holbrooke ha ammesso davanti ai giornalisti pakistani che la crisi energetica del loro paese era frutto di più di vent'anni di problemi e dunque non ci si poteva aspettare che lui la risolvesse in poche settimane. Ciononostante, attraverso il loro rappresentante speciale gli Stati Uniti volevano dimostrare preoccupazione per i veri problemi del popolo pachistano e l'intenzione di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Nel frattempo Holbrooke ha rimandato la partenza per Kabul. E ha partecipato ad altri incontri: con il capo di Jamiat Ulema-e-Islam (JUI) Maulana Fazlur Rahman e il leader di Jamaat-i-Islami (JI) Qazi Hussein Ahmad. Interessante, visto che né Maulana né il Qazi possono essere degli interlocutori sul tema della sicurezza energetica. Il loro forte è altrove: Islam militante, terrorismo di frontiera e jihad in Afghanistan.

Mentre Holbrooke si dava da fare a Islamabad, il comandante delle forze USA in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è giunto nella vicina Rawalpindi – città gemella di Islamabad – per incontrare il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Ashraf Kiani.

Così la “copertura” di Holbrooke è saltata ed è emerso il suo vero fine: elaborare un approccio congiunto con il Pakistan sulle prossime mosse da compiere sulla scacchiera politica afghana. E infatti le capitali della regione attendono con in interesse la prossima mossa di Stati Uniti e Pakistan.

La vicina India si è rifiutata di ricevere Holbooke. Delhi ha le sue ragioni. Lunedì scorso in un importante discorso il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha ammonito il paese che “ci sono informazioni credibili che gruppi terroristici in Pakistan stiano pianificando nuovi attentati” in India simili a quello di Mumbai dello scorso novembre che costò la vita a quasi 200 persone. Ha anche parlato di un incremento dell'attività dei militanti spalleggiati dal Pakistan nello stato indiano di Jammu e Kashmir. Evidentemente Delhi disapprova la missione di Holbrooke: corteggiare Islamabad alla ricerca della sicurezza e della stabilità regionali.

Anche Teheran cova cattivi presentimenti. Holbrooke, fra l'altro, ha osservato poco prima della sua visita in Pakistan che Teheran ha “un legittimo ruolo da svolgere nella risoluzione della questione afghana”. Ha detto: “[Gli iraniani] sono un fattore, e fingere che non lo siano, come spesso si è fatto in passato, non ha senso”. Ma ha subito aggiunto: “Non abbiamo contatti diretti con loro a questo proposito”.

Sembra che Holbrooke si sia concesso di strizzare l'occhio ad altri interlocutori. È utile sia agli Stati Uniti che al Pakistan far intendere che il loro asse gode del “consenso regionale”. Ma Teheran ha ignorato l'offensiva di fascino di Holbrooke. Teheran ha preso nota dell'energica campagna USA-Pakistan per far sì che le elezioni presidenziali afghane, fissate per giovedì, venissero rimandate perché la situazione in fatto di sicurezza non permetteva lo svolgimento di consultazioni libere e corrette.

Teheran ha capito dove vogliono andare a parare gli Stati Uniti. Rimandare le elezioni significa allontanarle di molto. A Teheran va il merito di aver scoraggiato qualsiasi rinvio. L'Iran ora tiene le dita incrociate riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti possano orchestrare una “situazione iraniana” per confondere le acque e installare una struttura di potere surrogata a Kabul. Lunedì scorso l'ambasciatore iraniano in Afghanistan, Fadd Hossein Maleki, ha pubblicamente prospettato il rischio di manipolazioni post-elettorali da parte di potenze esterne.

Ha detto: “Siamo preoccupati per il periodo post-elettorale. Abbiamo colto segnali che indicano possibili problemi. A questo proposito, abbiamo avviato serie consultazioni con rappresentanti delle Nazioni Unite e vari ambasciatori europei in Afghanistan, oltre che con le autorità afghane”.

Maleki non si sarebbe mai espresso su un tema così delicato senza il via libera di Teheran. Ovviamente Teheran valuta che sia meglio avvisare gli Stati Uniti e il Pakistan, due paesi capaci di mettere in scena una “situazione iraniana”, che un simile tentativo non farebbe che complicare la situazione interna dell'Afghanistan.

Inoltre il quotidiano Kayhan, che viene identificato con l'establishment religioso, ha commentato: “[Il Presidente afghano] Hamid Karzai è stato messo con le spalle al muro... Le sfide lo assediano da tutte le parti... I sostenitori del candidato alla presidenza Abdullah Abdullah hanno agito molto stranamente”. L'editoriale poi esprimeva una decisa approvazione nei confronti dell'alleanza di Karzai con i cosiddetti signori della guerra, in quanto incarnerebbe un approccio “volto a impedire la disgregazione del paese”, riconoscendo che “l'Afghanistan è ed è sempre stato una federazione di province governata da uomini forti”.

E concludeva: “L'Afghanistan può essere controllato solo da un governo federale e Karzai lo capisce benissimo, ma non può dirlo espressamente ai suoi protettori occidentali. I suoi equilibrismi a volte deludono le aspettative dell'Occidente e altre volte irritano i signori della guerra afghani. E viene immediatamente criticato da entrambe le parti. L'Occidente ha cercato di 'bonificare, stabilizzare e costruire' uno Stato afghano funzionante di stampo occidentale, nel quale i cittadini danno il loro consenso a un contratto sociale che impone la disciplina sociale e politica tenendosi relativamente alla larga nella sfera personale. Questo pone gli americani, fin dall'inizio, in totale contrapposizione con gli ultimi mille anni di storia afghana, come era successo ai sovietici”.

Teheran ha tutte le ragioni per approvare la stretta alleanza di Karzai con vecchi capi mujaheddin come Ismail Khan, Mohammed Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq e Rashid Dostum. Tehran ovviamente ha avuto un ruolo nel persuadere Dostum a far ritorno dalla Turchia – sfidando il monito degli Stati Uniti – e nel galvanizzare il partito Jumbish al momento giusto per dare impulso alle speranze elettorali di Karzai nella regione dell'Amu Darya. Gli hazara sciiti e gli uzbeki costituiscono più di un quarto della popolazione afghana.

Inoltre Ismail Khan, vicino a Teheran, è alleato con Burhanuddin Rabbani. Il sostegno di Khan a Karzai in questa congiuntura insidia l'intera strategia USA-Pakistan di mettere in campo Abdullah, strategia basata sulla sua capacità di raccogliere i voti dei tagiki. Pertanto, se le prospettive di Karzai appaiono decisamente migliori alla vigilia delle elezioni è perché Teheran vi ha contribuito.

Washington paventa che l'intero stratagemma per impedire a Karzai di vincere al primo turno sia in serio pericolo. (Karzai, il candidato favorito, necessiterebbe del 51% dei voti per evitare di andare al ballottaggio).

In una straordinaria esibizione pubblica di rabbia, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato: “Abbiamo spiegato chiaramente al governo dell'Afghanistan le nostre gravi preoccupazioni riguardo al ritorno di Dostum e a un suo possibile futuro ruolo in Afghanistan”. Il Presidente Barack Obama ha già chiesto ai suoi esperti di sicurezza nazionale ulteriori informazioni sui “trascorsi” di Dostum, compreso il suo sospetto coinvolgimento nella morte di vari taliban fatti prigionieri nella guerra del 2001 durante l'invasione degli Stati Uniti.

Holbrooke ha davanti a sé una pesante sfida. Se Karzai si assicura una vittoria netta nel primo turno di giovedì, porterà al potere una coalizione che gli Stati Uniti faranno fatica a controllare perché i centri di potere saranno molteplici.

Ed è qui che potrebbe nascere la necessità di creare una “situazione iraniana”. È significativo che il noto autore pakistano Ahmed Rashid, legato al Pentagono e all'entourage di Holbrooke, lunedì abbia sottolineato che sulle elezioni afghane “incombe un vuoto di credibilità”.

Rashid prevede che le elezioni saranno compromesse dalle controversie sulla bassa affluenza e sulle accuse di brogli. “Se l'affluenza sarà bassa – sotto il 30% – probabilmente molti candidati diranno che non intendono accettare queste elezioni e ne chiederanno di nuove”.

Ma a quel punto gli iraniani diranno: “Da quando in qua gli afghani praticano così seriamente la democrazia di stampo occidentale?”. Come ha osservato il quotidiano Kayhan, “Fornicazione, nudità e discesa nella decadenza occidentale – queste definizioni afghane della democrazia rivelano quanto poco il concetto straniero abbia permeato la psiche afghana... Finché [gli afghani] avranno il permesso di fornicare liberamente, gli occidentali crederanno che abbiano abbracciato la libertà e che non badino troppo al fatto di essere schiavi... Nella società afghana – dove il clan, la tribù, la gerarchia e la tradizione vincono a man bassa – i valori democratici e un edonismo irresponsabile e finanche il nichilismo si sono confusi fino a equivalersi”.

Ma Rashid, che conosce l'Afghanistan come le sue tasche, è lapidario: “Penso che dopo queste elezioni, indipendentemente dai risultati, ci saranno pesanti accuse e contro-accuse di brogli”. Prevede poi che se si renderà necessario un ballottaggio “sarà un momento molto pericoloso per l'Afghanistan... Creerà un vuoto di due mesi, ci saranno caos e confusione politica”.

Ed è qui che assumerà un'importanza critica il “ruolo operativo” dei servizi pakistani (ISI - Inter-Services Intelligence). I servizi pakistani vedono con sfavore una vittoria di Karzai. Hanno conti da regolare con quasi tutti i “signori della guerra” che sostengono Karzai – Fahim, Khalili, Mohaqiq, Dostum, Ismail Khan – e che guarda caso anche il mondo occidentale considera propri nemici. Inoltre questi “signori della guerra” manderanno all'aria il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan per cooptare i taliban nella struttura di potere afgana, perché sanno che il leader dei taliban Mullah Omar e i suoi seguaci prima o poi gliela faranno pagare.

Inoltre l'establishment della sicurezza pakistano e l'amministrazione Obama faticheranno a digerire il fatto che a Kabul possa andare al potere un governo democraticamente eletto dominato dai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, che godevano del sostegno della Russia, dell'Iran e dell'India. Il progetto di usare l'Islam militante per riconfigurare l'Asia Centrale, l'allargamento della NATO, la presenza militare a lungo termine in Pakistan: tutti questi obiettivi vanno all'aria.

Di certo non c'è bisogno di spiegare a Holbrooke e ai suoi interlocutori pakistani che quando il destino della guerra afghana e della strategia AfPak di Obama è appeso a un filo i loro interessi coincidono. Anzi, se mai c'è stata una situazione “ora o mai più”, è proprio questa.

La grande domanda è: come intendono affrontare questa sfida comune Holbrooke e l'ISI? Rashid potrebbe aver fornito un indizio.

Originale: Powers line up to stir Afghanistan's pot

Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Mumbai sotto assedio, di Yoginder Sikand

Mumbai sotto assedio

di Yoginder Sikand

“O credenti. Siate osservanti verso Dio, siate testimoni di giustizia, e non v'induca l'odio verso taluni ad essere ingiusti. Siate giusti – che è cosa più vicina alla timoratezza – e temete Iddio, che è bene informato di ciò che voi fate”.
(Il Corano, Sura V. La Mensa: 8)

Stanno circolando molte teorie sui feroci attacchi terroristici di Mumbai. L'opinione dominante, basata su ciò che suggeriscono i mezzi di informazione, è che siano opera della temuta organizzazione terroristica con sede in Pakistan Lashkar-e Toiba, che, da quando anni fa è stata bandita dal Governo del Pakistan, ha adottato il nome di Jamaat ud-Dawah. L'ipotesi è verosimile, poiché il Lashkar negli ultimi anni ha messo in atto molti attentati terroristici, soprattutto nel Kashmir.

Il Lashkar è il braccio militare del Markaz Dawat wal Irshad, organizzazione staccatasi dal pakistano Ahl-e Hadith, gruppo con stretti legami con i wahabiti sauditi. Il suo quartier generale è situato nella città di Muridke nel distretto di Gujranwala nel Punjab pakistano. Il Markaz è stato creato nel 1986 da due professori universitari pakistani, Hafiz Muhammad Saeed e Zafar Iqbalm, coadiuvati da Abdullah Azam, stretto collaboratore di Osama bin Laden, che allora era legato all'Università Islamica Internazionale di Islamabad. Sembra che il denaro per finanziare la formazione dell'organizzazione venisse dai servizi segreti pachistani, l'Inter Services Intelligence (ISI). Risulta dunque chiaro che fin dall'inizio il Lashkar ha goduto del sostegno dell'establishment pakistano.

Il Lashkar fu creato come organizzazione paramilitare per l'addestramento di guerriglieri che combattevano contro i sovietici in Afghanistan. Presto disseminò sul territorio del Pakistan e dell'Afghanistan decine di campi d'addestramento. I militanti che uscirono da quei centri svolsero un ruolo fondamentale nelle lotte armate prima in Afghanistan e poi in Bosnia, Cecenia, Kosovo, il sud delle Filippine e il Kashmir.

Come altri gruppi estremisti islamici, il Lashkar vede l'Islam come un sistema onnicomprensivo che governa tutti gli aspetti della vita personale e collettiva, attraverso la sharia. Per l'instaurazione di un sistema islamico, insiste, è necessario uno 'stato islamico' che imponga la sharia come legge. Se, come dichiara il sito internet ufficiale del Lashkar, venisse fondato un tale stato e tutti i musulmani vivessero rispettando “le leggi stabilite da Allah”, allora “sarebbero in grado di controllare il mondo intero e di esercitare la loro supremazia”. E per questo, come pure per rispondere all'oppressione subita dai musulmani in ampie zone del mondo, insiste che tutti i musulmani ricorrano al jihad armato. Il jihad armato deve continuare, annuncia il sito internet, “finché l'Islam, come stile di vita, non dominerà tutto il mondo e finché la legge di Allah non verrà applicata ovunque”.

Il tema del jihad armato pervade gli scritti e le dichiarazioni del Lashkar ed è, di fatto, il tema principale delle sue argomentazioni. Anzi, la sua comprensione dell'Islam sembra essere determinata quasi del tutto da questa preoccupazione, tanto che la sua lettura dell'Islam sembra essere il prodotto di quel progetto politico, che finisce efficacemente per equiparare l'Islam con il terrore. Essendo nato come conseguenza della guerra in Afghanistan, la guerra è diventata la vera ragion d'essere del Lashkar, e il suo sviluppo successivo è stato quasi interamente determinato da questa preoccupazione. I contorni del suo quadro ideologico sono costruiti in modo che il tema del jihad armato appaia come l'elemento centrale del progetto. Negli scritti e nei discorsi dei portavoce del Lashkar il jihad appare come conflitto violento (qital) condotto contro “miscredenti” che sono considerati responsabili dell'oppressione dei musulmani. Anzi, il Lashkar lo rende uno degli assunti centrali dell'Islam, benché non sia stato tradizionalmente incluso tra i “cinque pilastri” della fede. Così il sito internet del Lashkar afferma che “L'enfasi posta su questo tema è così forte che alcuni commentatori e studiosi del Corano hanno osservato che l'argomento del Corano è il jihad”. Un'altra dichiarazione del Lashkar afferma: “C'è consenso tra gli studiosi del Corano sul fatto che nessun'altra azione è stata spiegata tanto dettagliatamente quanto il jihad”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il jihad contro i non-musulmani è proiettato come dovere religioso cui sono vincolati oggi tutti i musulmani. Sul sito internet del Lashkar si afferma che un musulmano che “non ha mai inteso lottare contro i miscredenti […] non è privo di tracce di ipocrisia”. Dei musulmani che hanno la capacità di partecipare o offrire il loro aiuto al jihad ma non lo fanno dice che “vivono una vita di peccato”. Non sorprende, dunque, che il Lashkar condanni tutti i musulmani che non sono d'accordo con la sua visione dannosa e gravemente distorta dell'Islam e il suo odioso travisamento del jihad – sufi, sciiti, barelvi e via dicendo – in quanto “devianti” o esterni all'Islam o perfino in combutta con “forze anti-islamiche”. Il Lashkar promette ai suoi attivisti che riceveranno grandi premi, sia in questo mondo che nell'Aldilà, se lotteranno attivamente sul cammino del jiahd. Non solo sarà loro garantito un posto in Paradiso, ma saranno anche “onorati in questo mondo”, perché il jihad, dice, è anche “il sistema per risolvere problemi politici e finanziari”.

Per estremamente bizzarro che possa sembrare, il Markaz si vede impegnato in un jihad globale finalizzato alla conquista del mondo intero. Come ha dichiarato una volta Nazir Ahmed, responsabile del dipartimento delle pubbliche relazioni del Lashkar, attraverso il cosiddetto jihad lanciato dal Lashkar “l'Islam sarà dominante in tutto il mondo”. Questa guerra globale è vista come un rimedio per tutti i mali e l'oppressione che affliggono i musulmani, e si afferma che “se vogliamo vivere con onore e dignità dobbiamo fare ritorno al jihad”. Attraverso il jihad, dice il sito web del Lashkar, “l'Islam dominerà in tutto il mondo”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il suo sedicente jihad contro l'India è considerato come nientemeno che una guerra tra due ideologie diverse e contrapposte: l'Islam e l'Induismo. Con gli induisti fa di tutta l'erba un fascio in quanto li considera tutti “nemici dell'Islam”. Dunque Hafiz Muhammad Saeed, il capo del Lashkar, può dichiarare: “Di fatto gli indù sono vili nemici e il modo giusto di trattare con loro è quello adottato dai nostri antenati, che li schiacciarono con la forza. Dobbiamo fare altrettanto”.

L'India è un importante bersaglio per i terroristi del Lashkar. Secondo Hafiz Muhammad Saeed, “Il jihad non riguarda solo il Kashmir. Abbraccia tutta l'India”. Dunque per il Lashkar il suo sedicente jihad va ben oltre i confini del Kashmir e si espande in tutta l'India. Il suo scopo finale, dice, è estendere il controllo musulmano in quella che un tempo era terra musulmana e dunque va riportata sotto il dominio musulmano, creando quello che il Lashkar definisce “Il Grande Pakistan per mezzo del jihad”. Così, a un imponente raduno di seguaci del Lashkar tenutosi nel novembre 1999, Hafiz Muhammad Saeed tuonò: “Oggi annuncio la dissoluzione dell'India, Inshallah. Non riposeremo finché tutta l'India non si dissolverà nel Pakistan”.

Il Lashkar, a quando riferiscono i media, ha cercato di far proseliti tra i musulmani indiani, e potrebbe aver reclutato qualcuno alla sua causa. Se è così, è stato sicuramente aiutato dai sanguinosi pogrom antimusulmani ispirati dall'Hindutva [lett. “Induità”, ideologia nazionalista che propugna la supremazia degli indù nella società e nelle istituzioni indiane, N.d.T.] e spesso appoggiati dallo Stato, che hanno causato diverse migliaia di vittime innocenti. Il fatto che in questi casi non si sia fatta neanche una parvenza di giustizia e che lo Stato non abbia preso alcun provvedimento per arginare il terrorismo Hindutva si aggiunge al già profondo e disperato malcontento diffuso tra molti musulmani indiani. I gruppi terroristici sedicenti islamici come il Lashkar potrebbero usare la situazione per promuovere i loro piani. È dunque ovvio che per contrastare la grave minaccia rappresentata da gruppi terroristici come il Lashkar lo Stato indiano debba necessariamente contenere anche la minaccia del terrorismo Hindutva, che ha ora assunto la forma di fascismo conclamato. I due tipi di terrorismo si alimentano a vicenda, e l'uno non può essere sconfitto se non si combatte anche l'altro.

Misericordiosamente, e nonostante a essi venga negata la giustizia, la grande maggioranza degli indiani musulmani si è rifiutata di cadere nella trappola del Lashkar. Le molte conferenze contro il terrorismo organizzate di recente da importanti gruppi islamici indiani sono la prova che considerano il travisamento dell'Islam compiuto dal Lashkar come assolutamente anti-islamico, come una perversione della loro fede. Queste voci devono essere urgentemente incoraggiate, perché potrebbero costituire l'antidoto più efficace alla propaganda del Lashkar. Molti studiosi islamici indiani che conosco e con i quali ho parlato ribadiscono che la condanna del Lashkar di tutti i non-musulmani come “nemici dell'Islam”, la sua incitazione all'odio verso gli indù e l'India e la sua interpretazione del jihad sono un completo travisamento degli insegnamenti islamici. Criticano amaramente il suo appello per un Califfato universale come sciocco pio desiderio. E sono unanimi sul fatto che, lungi dal servire la causa della fede che dicono di abbracciare, gruppi come il Lashkar hanno recato il danni più nefasto al nome dell'Islam, e vanno considerati ampiamente responsabili della crescente islamofobia globale.

Mentre i sospetti si concentrano sul Lashkar per i recenti attentati di Mumbai, in alcuni ambienti si sollevano altre dubbi. Non è passato inosservato il fatto significativo che Hemant Karkare, il coraggioso capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi di Mumbai, avesse indagato sul ruolo dei gruppi terroristici Hindutva negli attentati compiuti a Malegaon e in altre località e per questo avesse ricevuto minacce. Né è passato inosservato il fatto che gli attacchi di Mumbai siano stati messi in atto subito dopo che erano emerse inquietanti rivelazioni sul suolo degli attivisti Hindutva in attentati in diverse zone dell'India. È anche significativo che gli attentati di Mumbai abbiano completamente messo in ombra la questione del terrorismo di ispirazione Hindutva.


Cerimonia di preghiera per Hemant Karkare, capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi. Foto AP.

E poi alcuni stanno proponendo una possibile ipotesi israeliana. Il popolare tabloid di Mumbai Mid-Day, in un articolo su un edificio in cui si erano asserragliati molti militanti intitolato “Mumbai Attack: Was Nariman House the Terror Hub?” (“Attentati di Mumbai: era la Nariman House il centro del terrore?”), scrive:

“Il ruolo che la Nariman House ha preso a svolgere nel dramma degli attentati è sconcertante. L'altra sera i residenti hanno ordinato quasi 100 chili di carne e altro cibo, abbastanza per nutrire un esercito o un gruppo di persone per venti giorni. Poco dopo sono entrati i militanti, più di dieci, il che indica che il cibo e la carne erano stati ordinati in vista del loro arrivo, ha aggiunto un altro poliziotto. 'Oggi uno dei militanti ha chiamato un canale televisivo e ha espresso le sue richieste, ma quando gli è stato chiesto dove si nascondessero ha risposto alla Nariman House di Israele, e che erano in sei', ha detto uno degli inquirenti. Le sparatorie vanno avanti fin dalla mattina e i militanti sembrano ben equipaggiati per rispondere al fuoco dei poliziotti. E poi hanno cibo e riparo. Viene da chiedersi [se] abbiano l'appoggio dei residenti, ha commentato Ramrao Shanker, che abita nei paraggi”.

Ad alcuni l'ipotesi di un coinvolgimento di Israele o del Mossad nella vicenda potrà sembrare inverosimile. Ma non è così per altri, che mettono in rilievo il ruolo di agenti israeliani nella destabilizzazione di molti paesi, anche per mezzo di infiltrazioni in movimenti islamici estremisti come il gruppo yemenita che si definisce “Islamic Jihad” ed è considerato responsabile dell'attentato contro l'Ambasciata americana a Sanaa e si dice abbia stretti legami con i servizi israeliani. Alcuni si sono chiesti se il Mossad o perfino la CIA possano avere direttamente o indirettamente istigato giovani musulmani indiani, pakistani o di altre nazionalità a votarsi al terrorismo giocando sul malcontento dei musulmani e operando attraverso gruppi islamici esistenti o creandone appositamente di nuovi.

Se questa accusa è vera – anche se resta da stabilire in maniera conclusiva – lo scopo potrebbe essere quello di radicalizzare ulteriormente i musulmani per fornire ulteriori pretesti agli attacchi dell'America e di Israele contro l'Islam e i paesi musulmani. A tale proposito si ricorda anche che la CIA è stata per anni in strettissimo contatto con l'ISI pakistano e con gruppi islamici estremisti del Pakistan. In alcuni ambienti si specula anche sul possibile ruolo di queste entità straniere in attacchi terroristici che hanno colpito l'India negli ultimi anni con il fine di alimentare ulteriormente l'odio anti-musulmano e di indebolire l'India.

Va indagato adeguatamente se queste ipotesi siano vere. Resta però il fatto che pare essere nell'assoluto interesse dell'establishment israeliano e di gruppi di potere americani creare instabilità in India, alimentare il conflitto tra indù e musulmani, perfino al punto di condurre alla guerra l'India e il Pakistan e trascinare così l'india nell'abbraccio mortale dei sionisti e degli imperialisti americani.

In altre parole, indipendentemente da chi sta dietro i mortali attacchi di Mumbai, tutto ciò pare convenire agli interessi e ai programmi politici di forze multiple e ugualmente funeste: estremisti islamici e indù, infiammati da una visione manicheista del mondo ispirata dall'odio, ma anche potenze imperialiste globali che sembrano usare gli attacchi come uno strumento per trascinare ulteriormente l'India nel loro asse suicida.

Originale da: Mumbai under siege

Articolo originale pubblicato il 29/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Gli attacchi di Mumbai secondo Tariq Ali

[Nota: anche questo pezzo fa parte della prima ondata di commenti e analisi (quando gli attacchi erano ancora in corso), dunque alcune informazioni possono risultare non corrette o datate. Resta interessante per la valutazione: interessa qui offrire come sempre uno spettro abbastanza ampio di opinioni].

Gli attacchi di Mumbai


di Tariq Ali

L'assalto terroristico agli alberghi a cinque stelle di Mumbai era stato ben pianificato, ma non richiedeva una grande preparazione logistica: tutti i bersagli erano facili. Lo scopo era seminare il caos attirando l'attenzione sull'India e i suoi problemi, e in questo i terroristi hanno avuto successo. L'identità del gruppo di uomini incappucciati resta un mistero.

Quello dei Deccan Mujaheddin, che hanno rivendicato la strage in un comunicato stampa via email, è di certo un nome nuovo, probabilmente scelto per quest'unica azione. Ma le speculazioni abbondano. Un alto ufficiale della marina indiana ha affermato che gli assalitori (arrivati via mare, con la MV Alpha) avevano legami con i pirati somali, facendo intendere che si trattava di una ritorsione per l'azione vittoriosa benché cruenta della Marina Indiana contro i pirati nel Golfo Arabo che alcune settimane fa ha comportato un pesante bilancio di vittime.

Il Primo Ministro indiano, Manmohan Singh, ha insistito sulla provenienza straniera dei terroristi. I media indiani hanno riecheggiato questa versione elencando tra i soliti sospetti il Pakistan (attraverso il Lashkar-e-Toiba) e al Qaeda.

Ma queste sono solo costruzioni mentali della fantasia politica dell'India ufficiale. Servono a negare che i terroristi possano essere una varietà nostrana, un prodotto della radicalizzazione di giovani musulmani indiani che hanno infine respinto il sistema politico indigeno. Accettare questa ipotesi significherebbe ammettere che i medici politici del paese devono guarire se stessi.

Al Qaeda, come ha recentemente chiarito la CIA, è un gruppo in declino. Non è più riuscito a ripetere alcunché di vagamente simile agli attentati dell'11 settembre.

Il suo capo, Osama bin Laden, potrebbe anche essere morto (di certo non è intervenuto in video come sarebbe stato nel suo stile a proposito delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti) e il suo vice ha ripiegato sulle minacce e le spacconate.

E il Pakistan? L'esercito del paese è pesantemente impegnato in azioni sul confine nord-occidentale, che risente della guerra afghana e ne è destabilizzato. I politici pakistani attualmente al potere stanno ripetutamente aprendo all'India. Il Lashkar-e-Toiba, che solitamente non è timido quando si tratta di rivendicare i suoi attacchi, ha recisamente negato il proprio coinvolgimento nell'assedio di Mumbai.

Perché dovrebbe sorprendere se gli autori degli attacchi fossero musulmani indiani? Non è un mistero che si sia accumulata una grande rabbia tra i settori più poveri della comunità musulmana contro la sistematica discriminazione e gli atti di violenza subiti, dei quali il pogrom anti-musulmano del 2002 nel luminoso Gujarat è stato solo l'episodio più flagrante e più indagato, appoggiato dal Ministro Capo dello Stato e dagli organi statali locali.

Si aggiunga a questo la piaga del Kashmir, che è stato trattato per decenni come una colonia dalle truppe indiane con continue detenzioni arbitrarie, torture e violenze indiscriminate compiute sui suoi abitanti. Le condizioni di vita erano ben peggiori di quelle del Tibet ma hanno suscitato scarsa simpatia a Occidente, dove la difesa dei diritti umani è pesantemente strumentalizzata.

Gli organi di intelligence indiani sono ben consapevoli di tutto questo, e non dovrebbero incoraggiare le fantasie dei loro leader politici. La cosa migliore è ammettere e accettare che all'interno del paese ci sono gravi problemi. Un miliardo di indiani: l'80% è indù e il 14% musulmano. Una minoranza molto consistente che non può essere epurata etnicamente senza provocare un conflitto più ampio.

Niente di tutto questo giustifica il terrorismo, ma dovrebbe almeno costringere i governanti dell'India a concentrare lo sguardo sul loro paese e sulle sue situazioni problematiche. Le disparità economiche sono profonde. L'idea assurda che gli effetti di ricaduta del capitalismo globale avrebbero risolto la maggioranza dei problemi può essere ora vista per quello che è sempre stata: una foglia di fico per nascondere nuove modalità di sfruttamento.

Originale da: The Assault on Mumbai

Articolo originale pubblicato il 27/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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