martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, aprile 20, 2009

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

[Per i turisti virtuali del Pipelineistan].

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

di
M. K. Bhadrakumar

La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali – la Russia e l'Occidente – stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie.

Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao martedì scorso.

La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina.

Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde.

Nel suo ultimo rapporto regionale, il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato una dura previsione economica per l'Asia Centrale. L'FMI prevede che la crescita economica, che era al 12% nel 2007 e al 6% nel 2008, rallenterà per giungere sotto il 2% nel 2009 con l'instaurarsi di una “grande recessione”. Un alto rappresentante dell'FMI ha detto: “Fino a poco tempo fa la regione era inondata dai proventi dell'esportazione delle materie prime, dagli afflussi di capitale e dalle rimesse. Ciò ha portato a significativi guadagni economici negli ultimi anni con un PIL [prodotto interno lordo] pro capite in crescita impressionante”.

Tuttavia la situazione sta peggiorando. Il punto è che gli esportatori di gas e petrolio sono gravemente colpiti dal calo della domanda globale e dalla brusca caduta dei prezzi. Nello stesso tempo, i paesi dell'Asia Centrale patiscono duramente le conseguenze delle restrizioni finanziarie dei mercati finanziari internazionali, che si traducono nel difficile ottenimento di capitali stranieri.

Durante un vertice della Comunità Economica Eurasiatica tenutosi a Mosca a febbraio, la Russia ha avviato la creazione di un fondo di salvataggio di 10 miliardi di dollari finanziato dalla Russia e dal Kazakistan per aiutare le economie degli stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Ma la capacità della Russia e del Kazakistan di svolgere questo ruolo è messa gravemente in dubbio. Febbraio sembra già molto lontano ora che la crisi in Russia e in Kazakistan si è aggravata.

Le cifre riportate alla fine di marzo dall'ente statistico russo Rosstat suggeriscono chiaramente che l'economia è nei guai. A febbraio la produzione di servizi e prodotti essenziali è calata dell'11,6% mentre i proventi delle esportazioni – il cui grosso è costituito dalle esportazioni di gas e petrolio – hanno registrato un crollo del 40%. La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del 4,5% dell'economia nel 2009 e tempi di ripresa lenti. La Russia ha già impegnato 85 miliardi di dollari in tentativi di stabilizzazione.

La crisi della Russia è direttamente collegata con il netto calo dei proventi delle esportazioni di gas e petrolio. Il colosso energetico Gazprom ha rivisto recentemente la sue previsioni sui prezzi per l'esportazione del gas verso l'Europa a 257,9 dollari per mille metri cubi di gas. Nel 2008 il prezzo stava a 409 dollari per mille metri cubi. Il quotidiano russo Vedomosti stima che a un prezzo medio di 260 dollari per mille metri cubi i proventi della Russia per le esportazioni di gas quest'anno saranno di 44 miliardi contro i 73 dell'anno scorso.

Il quotidiano finanziario Kommersant ha riferito che con il calo della domanda di gas russo Gazprom si ritroverà con un problema di liquidità, il che a sua volta potrebbe colpire duramente il programma di investimenti di cui la Russia ha estremo bisogno per la prospezione di nuovi giacimenti di gas.

I maggiori giacimenti di gas dell'epoca sovietica hanno ormai fatto il loro tempo. Mosca si aspetta di riuscire a rimediare al crollo della produzione con lo sviluppo di nuovi giganteschi giacimenti. I giacimenti di Bovanenkovskoe sulla Penisola Jamal avrebbero dovuto cominciare a produrre gas entro il 2011, e Štokman entro il 2015. Ma la crisi finanziaria a Ovest influenza i nuovi investimenti.

Nel frattempo si prevede che la produzione di gas di Gazprom cali a 510 miliardi di metri cubi nel 2009 dai 550 del 2008. Dunque Gazprom potrebbe essere costretta a limitare le sue esportazioni a 170 miliardi di metri cubi nel 2009, rispetto ai 179 dello scorso anno. La caduta della produzione di gas della Russia sembra verificarsi prima del previsto.

Dunque per la Russia è aumentata l'importanza dell'Asia Centrale come fonte di energia a buon prezzo. Attualmente Gazprom sta comprando circa 50 miliardi di metri cubi di gas dal Turkmenistan, 15 dal Kazakistan e 7 dall'Uzbekistan. Lo scorso anno i produttori centroasiatici hanno inciso per circa il 14% sulla produzione totale di Gazprom. Tuttavia i produttori dell'Asia Centrale devono avere ormai capito che la Russia non ha le risorse finanziarie per onorare i propri impegni nel settore della cooperazione energetica.

Alla fine di marzo, quando il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha visitato Mosca, ci si aspettava che i colloqui avrebbero portato all'avvio dell'espansione del cosiddetto gasdotto Prikaspijskij, concordata più di due anni fa. Il progetto è fondamentale perché la Russia acquisti più gas dal Turkmenistan. Comporta l'espansione del gasdotto d'epoca sovietica lungo la costa orientale del Mar Caspio via Kazakistan verso la Russia. Ma Berdymukhamedov ha esitato.

Pechino deve aver tenuto conto delle nuove circostanze quando il 17 febbraio ha firmato un inaudito accordo “petrolio in cambio di prestiti” con la Russia. In base all'accordo la Banca cinese per lo Sviluppo presterà 25 miliardi di dollari a un tasso di interesse annuale del 6% alla compagnia statale russa Rosneft e al monopolio degli oleodotti Transneft. In cambio la Cina riceverà dalla Russia circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno a partire dal 2011 per la durata di 20 anni. Il volume totale delle forniture petrolifere russe previste da questo accordo costituisce circa il 4% dell'attuale consumo cinese di petrolio e circa l'8% delle attuali importazioni della Cina. Rosneft riceverà 15 miliardi di dollari.

Transneft riceverà i restanti 10 miliardi in cambio della costruzione del ramo cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO) da Skovorodino nella Siberia orientale allo snodo petrolchimico cinese di Daqing. La Cina aveva già finanziato lo studio di fattibilità del progetto, costato 37 milioni di dollari.

Si prevede che la prima fase dell'ESPO avrà una capacità di 30 milioni di tonnellate l'anno e la seconda fase una capacità di 80 milioni di tonnellate. Transneft dovrebbe completare la prima fase (Tajšet-Skovorodino) entro la fine di quest'anno e cominciare la costruzione della seconda fase (Skovorodino-Kazimo) a dicembre. L'intero progetto sarà completato entro la fine del 2010.

Chiaramente il prestito cinese è una boccata d'aria per le due compagnie energetiche russe, consentendo loro di realizzare i loro prestiti di rifinanziamento nel 2009 e di continuare con le loro spese in conto capitale. Il prestito va anche in una certa misura a compensare la fuga di capitali occidentali dalla Russia. Indubbiamente la Cina ha fatto una mossa intelligente.

Uno, è sempre cosa saggia assicurarsi forniture energetiche a lungo termine. Due, il prezzo del petrolio russo sarà decisamente più basso dei prezzi sul mercato a pronti, dove la Cina attualmente acquista il grosso delle sue importazioni. Tre, la Cina è riuscita a convincere la Russia a fornirle petrolio con un oleodotto a destinazione unica verso la Cina. Quattro, la Cina riduce la propria dipendenza dal petrolio mediorientale. Cinque, la Cina sta riducendo anche la propria dipendenza dalla rotta di trasporto che attraversa lo Stretto di Malacca.

Ma soprattutto la Cina ha persuaso Mosca a impegnare quantità significative del suo petrolio lontano dal suo tradizionale mercato europeo. Mosca ha spesso alluso alla prospettiva di una diversificazione del mercato asiatico, ma continuava a fissarsi sul mercato occidentale. Quell'atteggiamento sta cambiando. Inoltre la Cina potrebbe avere finalmente galvanizzato un programma completo di cooperazione energetica con la Russia. La cooperazione energetica sino-russa aveva mostrato di recente segni di stanchezza dopo gli inizi promettenti registrati durante la storica visita in Cina dell'allora presidente russo Vladimir Putin nel marzo del 2006.

Putin, ora primo ministro, aveva proposto di esportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto dell'Altai, lungo 6700 chilometri e costato 10 miliardi di dollari. Ma da allora su questo fronte non si è mosso praticamente nulla, con la scusa delle divergenze su un prezzo del gas reciprocamente vantaggioso, mentre Mosca è rimasta concentrata sul mercato europeo. Questo atteggiamento sta cambiando.

A febbraio il Cremlino ha deciso di risuscitare il progetto dell'Altai quando il Presidente Dmitrij Medvedev ha scritto al Presidente cinese Hu Jintao offrendogli la completa cooperazione in progetti energetici bilaterali. Gazprom ha da allora mostrato interesse per la creazione di una joint venture per il commercio del gas con la Corporazione Petrolifera Nazionale cinese: collaborazione che permetterebbe alla compagnia russa di partecipare alle vendite del gas al dettaglio sul mercato cinese in cambio di prezzi favorevoli.

Anche il Kazakistan, il principale produttore di energia dell'Asia Centrale, si trova a dover affrontare una crisi finanziaria simile a quella russa. Il Primo Ministro kazako Karim Masimov lo ha recentemente sottolineato paragonando la crisi a una situazione in tempo di guerra, che necessita di una risposta sul piede di guerra. Non stava esagerando.

Con il crollo del prezzo del petrolio a 50 dollari al barile rispetto ai 150 dello scorso luglio, c'è una grave stretta delle risorse. Inoltre il Kazakistan ha motivo di temere che la crisi possa andare per le lunghe. Certo, il paese sta spendendo quasi 15 miliardi o il 14% del suo PIL in pacchetti di stimolo. Ma il governo ha comunque cominciato a tagliare posti di lavoro nelle imprese statali. Si è posto il veto alle nuove assunzioni. Le speranze iniziali che i nuovi progetti per le infrastrutture potessero mantenere stabili i salari sono sfumate. La disoccupazione è in crescita, e questo è motivo di grande preoccupazione politica.

È in questo contesto che la Cina ha risposto alla richiesta d'aiuto del Kazakistan. Martedì, durante una visita di cinque giorni (15-19 aprile) di Nazarbayev, a Pechino sono stati firmati due accordi per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in cambio del diritto, tra le altre cose, a una grossa partecipazione nel settore energetico del paese centroasiatico. L'Eximbank cinese presterà alla Banca statale per lo Sviluppo del Kazakistan 5 miliardi di dollari. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese presterà a sua volta 5 miliardi di dollari a KazMunaiGas, la compagnia petrolifera nazionale.

Le due compagnie petrolifere hanno anche firmato un accordo separato che dà alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese una quota del 49% in MangistauMunaiGas (MMG), un produttore petrolifero locale. (Il Kazakistan e la Cina hanno anche firmato un accordo preliminare per costruire una “via di trasporto su strada” che colleghi la Cina occidentale all'Europa. Altri accordi prevedono schemi di cooperazione nei settori dell'agricoltura, dell'istruzione, delle finanze e delle telecomunicazioni).

La intenzioni di Pechino sono assolutamente trasparenti: la Cina attingerà ai 1950 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare diritti di prospezione in Asia Centrale, ovunque siano disponibili. Nazarbayev ha dichiarato all'agenzia d'informazione Xinhua alla vigilia della sua partenza per la Cina che il ruolo della Cina ha un'importanza globale. Il suo enorme mercato, le abbondanti riserve di valuta estera e l'“efficace risposta alla crisi” costituiscono un “sostegno enorme alla ripresa economica mondiale”, ha detto.

Il Kazakistan, inoltre, è una destinazione sicura per gli investimenti. Possiede più del 3% delle riserve di petrolio accertate del mondo. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, ha ricevuto 21 miliardi di dollari in investimenti per la prospezione e la produzione. L'aspetto interessante è che la Cina si avvia all'acquisto di MMG, sconfiggendo la Gazprom russa e l'ONGC (Oil and Natural Gas Commission, Commissione per il Petrolio e il Gas Naturale) indiana, entrambe compagnie statali. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese ha vinto offrendo il pacchetto di investimenti da 10 miliardi che né la Russia né l'India potevano eguagliare. La Cina ha evidentemente adottato una visione a lungo termine. MMG ha riserve di greggio stimate in 1,32 miliardi barili e ha anche una quota del 58% nella raffineria petrolifera di Pavlodar, oltre a gestire una catena di stazioni di servizio.

La Cina non è un nuovo investitore nel settore energetico kazako. Possiede già Aktobemunaigas, che produce 120.000 barili di petrolio al giorno, e il 67% di PetroKazakhstan, che ne produce 150.000. È anche socio alla pari, insieme alla compagnia petrolifera statale kazaka KazMunaiGas, dell'oleodotto da 200.000 barili al giorno dal Caspio al confine con lo Xinjiang.

Nel frattempo sono in programma i lavori sul progetto di un gasdotto dal Turkmenistan alla Cina via Uzbekistan. La Cina lo sta finanziando. La tratta turkmena del gasdotto è lunga 188 chilometri e sarà completata entro la fine del 2009. In Kazakistan e Uzbekistan sono già stati posati più di 1200 chilometri di gasdotto.

Non dovrebbe sorprendere che Pechino ora ricorra al proprio potere finanziario per far sì che il gasdotto consegni in maniera ottimale il gas al confine occidentale della Cina. Di fatto le forniture del gas alla Cina attraverso il nuovo gasdotto comporteranno un'importante diversificazione delle esportazioni di gas della regione centroasiatica, allontanandole dalla Russia e dall'Europa.

Originale: Cash-rich China courts the Caspian

Articolo originale pubblicato il 18/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 16, 2008

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

di M. K. Bhadrakumar

Domenica 5 ottobre, in viaggio verso Astana, in Kazakistan, dopo un “bel viaggio in India”, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha detto ai giornalisti che l'accompagnavano: “Avrei voluto potermi fermare più a lungo in India”. Nuova Delhi deve far parte di quella manciata di capitali in cui i rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush ricevono un'accoglienza speranzosa e i foschi moniti provenienti da New York e Washington non sembrano importare.

Ma la trepidazione espressa da Rice mentre il suo aereo iniziava la discesa su Astana aveva un'altra ragione: l'influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Asia Centrale e nella regione del Caspio sono di nuovo precipitati. Rice capisce che non c'è più tempo per riguadagnare il terreno perduto e che l'eredità lasciata dall'amministrazione Clinton nel Caspio e nell'Asia Centrale si è ampiamente dissipata. Il motivo principale è stato il fallimento dell'amministrazione Bush nel gestire le relazioni con la Russia. Si è già cominciato a contare i danni.

In un articolo uscito sul Washington Post mercoledì, gli ex Segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz hanno rimproverato l'amministrazione Bush per la sua “tendenza allo scontro con la Russia”, osservando che “isolare la Russia non è una politica sostenibile a lungo termine”. Hanno scritto che gran parte dell'Europa è “inquieta”. Il loro bersaglio era Condoleezza Rice, sedicente “sovietologa”, autrice dell'imperdonabile attacco al vetriolo contro il Cremlino in un discorso al German Marshall Fund di Washington il 18 settembre scorso.

La diplomazia dello scontro
Kissinger e Shultz, in particolare, mettevano in guardia l'amministrazione Bush dall'incoraggiare una diplomazia dello scontro nei confronti della Russia da parte dei suoi vicini, cosa che si rivelerebbe controproducente. Quel che è certo è che nella regione si assiste ai primi contraccolpi. L'Azerbaigian, che l'amministrazione Bush un tempo considerava uno stretto alleato regionale, ha snobbato il vice Presidente Dick Cheney durante il suo ultimo viaggio a Baku, lo scorso mese. Washington ha finto di non accorgersene, e la scorsa settimana ha mandato a Baku un altro pezzo grosso, il vice Segretario di Stato John Negroponte, che il sito del Dipartimento di Stato descrive come l'“alter ego” di Rice.

Al suo arrivo, il 2 ottobre, Negroponte ha detto di essere venuto a portare un “semplice messaggio”: che gli Stati Uniti hanno “interessi profondi e durevoli” in Azerbaigian e che si tratta di “interessi importanti”, densi di implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale. Voleva dire che Washington non intende farsi da parte e lasciare spazio a Mosca nel Caucaso meridionale.

Sullo sfondo del conflitto di agosto nel Caucaso, il Mar Caspio è diventato un punto focale. Era inevitabile. Al centro c'è la determinazione di Washington a impedire la partecipazione russa alla catena di fornitura energetica europea. Per citare Ariel Cohen, del think-tank conservatore statunitense Heritage Foundation, “Da agosto i diplomatici statunitensi sono concentrati a rafforzare la posizione geopolitica degli Stati Uniti tutt'attorno al Caspio, comprese Baku, [la capitale del Turkmenistan] Ashgabat e Astana”.

Russia sta avendo la meglio nella regione. Nonostante i notevoli sforzi diplomatici degli Stati Uniti ad Ashgabat – visitata l'anno passato da più di 15 delegazioni americane – il Turkmenistan, che già esporta circa 50 miliardi di metri cubi di gas attraverso la Russia, ha reagito positivamente alle aperture di Mosca. Ha deciso di aderire ai termini di un accordo dell'aprile 2003 in base al quale praticamente tutte le sue esportazioni verranno gestite dalla Russia “fino a tutto il 2025”, e si prevede che le esportazioni di gas turkmeno verso la Russia aumentino fino a 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2009, non lasciando praticamente alcuna eccedenza per le compagnie occidentali. Ashgabat si è anche impegnata per la costruzione di un gasdotto verso la Russia via Kazakistan lungo la costa orientale del mar Caspio.

Decisiva è stata l'offerta russa di comprare il gas turkmeno a “prezzi europei”, lo stesso approccio adottato da Mosca per assicurarsi il controllo delle esportazioni del gas kazako e uzbeko. La Russia ha poi fatto un'offerta simile all'Azerbaigian, che Baku sta prendendo in considerazione. L'Azerbaigian costituiva il vero successo della diplomazia petrolifera statunitense di era post-sovietica. Clinton l'ha letteralmente strappato dall'orbita della Russia negli anni Novanta riuscendo nell'impresa apparentemente impossibile di promuovere l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [BTC].

Adesso l'Azerbaigian sta rientrando nell'orbita di Mosca. Sta negoziando con la Russia un incremento della capacità annua dell'oleodotto Baku-Novorossiisk. La riduzione della partecipazione agli oleodotti Baku-Supsa e BTC, promossi dagli Stati Uniti, che hanno una capacità massima di 60 milioni di tonnellate annue e potrebbero facilmente gestire le esportazioni petrolifere azere, è un grande successo per la Russia.

La posizione decisa della Russia nel Caucaso ha attirato l'attenzione di Baku. Baku comprende la rinascita della Russia nel Caucaso meridionale, e il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev non ama il carattere volubile del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Ad agosto a causa del conflitto l'Azerbaigian avrebbe potuto perdere 500 milioni di dollari per la sospensione del trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti Baku-Supsa e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e il nuovo interesse di Baku per l'oleodotto russo deriva dal desiderio di proteggere le relazioni con Mosca.

Le conseguenze per Washington sono gravi. Qualsiasi riduzione delle esportazioni azere via BTC potrebbe influire sull'efficacia dell'oleodotto, che è stato un pilastro della diplomazia petrolifera statunitense nel Caspio pompando 1 milione di barili di petrolio al giorno dall'Azerbaigian alla costa mediterranea della Turchia, da dove gran parte delle forniture viene poi trasportata in Europa. L'oleodotto BTC sembra al sicuro, per ora, ma si trova sotto l'occhio sempre più vigile di Mosca.

Altri punti di domanda sono emersi in merito al futuro del gasdotto Nabucco, che, se realizzato, aggirerebbe il territorio russo e porterebbe il gas del Caspio dall'Azerbaigian al mercato europeo attraverso la Georgia e la Turchia. Cosa succede se l'Azerbaigian accetta l'offerta russa di comprare il suo gas a “prezzi europei”? Il conflitto nel Caucaso ha inferto un colpo fatale al futuro di Nabucco?

La Russia è in vantaggio
C'è invero una nuova ambivalenza nella geopolitica della regione. In tutta l'Europa Occidentale, l'Eurasia e la Cina i paesi stanno assimilando quello che è successo nel Caucaso in agosto e stanno valutando la propria posizione nei confronti di una Russia in ripresa
. Vogliono accordarsi con la Russia. La Russia ne è uscita vincitrice.

La guerra in Georgia ha in qualche modo turbato le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea. La dichiarazione finale del summit dell'Unione Europea tenutosi il 1° settembre sottolineava la necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma le possibilità di scelta dell'Unione Europea sono anch'esse limitate. L'Europa ha appuntato le proprie speranze su Nabucco, ma quest'ultimo può essere attuato solo con la partecipazione della Russia. Claude Mandil, ex capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ha detto recentemente in un'intervista con il quotidiano russo Kommersant': “C'è una grande quantità di petrolio e gas in Asia Centrale, ma comunque meno che in Russia o in Iran”.

Mandil, che consiglia il presidente francese Nicolas Sarkozy sulle questioni energetiche, ha criticato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'Europa per isolare la Russia, che ha definito “controproducenti”. Ha detto: “L'Unione Europea dovrebbe decidere da sola in merito alla sicurezza energetica. Gli Stati Uniti a loro volta dipendono ampiamente dalle esportazioni petrolifere dal Venezuela, ma nessun membro dell'Unione Europea dice a Washington che è tempo di occuparsi di quel problema”.
Anche la Cina riconosce il consolidamento della Russia nella regione del Caspio e dell'Asia Centrale. Un editoriale apparso sul People's Daily agli inizi di settembre osservava che la diplomazia centro-asiatica della Russia è stata “coronata da grande successo”. Notava che le visite dei leader russi alle capitali centro-asiatiche in agosto avevano contribuito a “consolidare e rafforzare” i legami di Mosca con la regione e avevano riportato “risultati sostanziali” nel settore della cooperazione energetica.

Così concludeva l'editoriale cinese: “Su uno sfondo globale contraddistinto da crescenti conflitti con l'Occidente, la spola diplomatica ad alto livello dei leader russi rafforzerà la posizione strategica della Russia nell'Asia Centrale, consoliderà il controllo delle risorse energetiche e contribuirà a coordinare le posizioni della Russia e dei paesi centro-asiatici sulla questione transcaucasica”. Pechino ha ovviamente compiuto una valutazione realistica delle proprie opzioni in Asia Centrale.

Di fatto, durante la visita del primo ministro russo Vladimir Putin a Tashkent l'1-2 settembre, la Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto con una capacità di 26-30 miliardi di metri cubi (bcm) annui per portare il gas turkmeno e uzbeko verso l'Europa. Un simile gasdotto minerà il piano statunitense di sviluppare una rotta energetica transcaspica che aggiri la Russia. Inoltre la russa LUKoil ha annunciato progetti per produrre 12 bcm di gas all'anno nei giacimenti uzbeki di Kandym e Gissar.

Tutto considerato, dunque, la visita di Rice in Kazakistan si è svolta in un pessimo clima. Né l'Azerbaigian né il Kazakistan sembrano sensibili alle proposte statunitensi di dirottare le esportazioni energetiche aggirando la Russia. Entrambi sperano di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma non al costo di attaccar briga con la Russia. In una conferenza stampa con Rice ad Astana, domenica 5 ottobre, il Ministro degli Esteri kazako Marat Tazhin ha sottolineato che le relazioni con la Russia resteranno una priorità. “Posso affermare che il nostro rapporto con la Russia è semplicemente eccellente. Abbiamo ottime relazioni politiche. La Russia è un nostro partner strategico. Al contempo vorrei sottolineare che il nostro rapporto con gli Stati Uniti ha uno stabile carattere strategico”.

Apparentemente né Tazhin né il presidente kazako hanno preso alcun impegno con Rice riguardo ai gasdotti e agli oleodotti che godono del sostegno degli Stati Uniti. Anzi, parlando alla stampa con il presidente russo Dmitrij Medvedev dopo il forum sulla regione di confine russo-kazaka svoltosi ad Aktyubinsk, Kazakistan, il 22 settembre, Nazarbayev ha detto che il Kazakistan nel 2009 aumenterà la propria produzione petrolifera di 12 milioni di tonnellate metriche e intende pompare il petrolio aggiuntivo attraverso la Russia. “È molto importante che il petrolio kazako passi attraverso la Russia”, ha detto.

Il rompicapo di Kashagan
Nazarbayev ha accennato al fatto che Astana vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per trasportare il greggio kazako dal giacimento di Kashagan, nel 2012-2013, al terminal russo sul Mar Nero. Nurlan Balagimbayev, consigliere di Nazarbayev, ha detto giovedì che il Kazakistan è interessato all'acquisto di un ulteriore 13,7% di quote azionarie del Consorzio che appartengono a BP e Oman, mentre la Russia dispone del 24% oltre a Chevron, Shell ed ExxonMobil.

Rice avrebbe voluto usare la sua visita ad Astana per verificare la questione di Kashagan. È previsto che il Kazakistan e un gruppo di compagnie petrolifere occidentali guidate dall'italiana Eni finalizzino i dettagli del futuro di Kashagan il 25 ottobre prossimo. Ci si aspetta la creazione di una nuova compagnia, e le singole compagnie - Eni, Shell, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings e la kazaka KazMunaiGas – probabilmente controlleranno diversi aspetti della gestione, come la produzione o il trasporto.
Si stima che Kashagan contenga 7-9 miliardi di barili ed è indubbiamente il gioiello della corona del Bacino del Mar Caspio. Probabilmente serviranno diverse rotte di trasporto per consegnare il petrolio di Kashagan ai clienti, e si renderà necessario anche costruire nuovi oleodotti. Rice potrebbe aver dato inizio alle accese rivalità che precederanno l'inizio della produzione: sta per cominciare la battaglia per Kashagan.

Le rotte di trasporto per Kashagan avranno un impatto vitale sull'efficienza economica a lungo termine dell'oleodotto BTC. Ma per ora Astana non ha mostrato alcuna fretta di affidare il petrolio di Kashagan al BTC. Kazakistan potrebbe voler prendere tempo e sincronizzarsi così con l'atteso completamento da parte della Russia dell'oleodotto dalla Siberia Orientale al Pacifico (ESPO), previsto per il 2020, che esporterà il greggio verso i mercati asiatici.

Il Ministro russo dell'Energia Sergei Šmatko ha detto mercoledì che la compagnia di stato kazaka KazTransOil è interessata a trasportare il petrolio kazako attraverso l'ESPO. “I nostri partner kazaki guardano al progetto con grande interesse ed entusiasmo. Ne siamo felici”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione della tratta dell'ESPO compresa tra Talakan e Taishet. La tratta Taishet-Talakan dell'ESPO è stata completata a settembre, mentre il completamento della restante tratta fino a Skovorodino, vicino al confine con la Cina, è previsto per la fine del 2009.

Astana deciderà di affidare la sua produzione petrolifera – stimata sui 150 milioni di tonnellate l'anno entro il 2015 – attraverso l'ESPO? Se accadrà ne trarrà un enorme beneficio la Cina, e la geopolitica della regione del Caspio subirà una trasformazione storica.

L'“alleanza del petrolio” russo-kazaka
Rice ha affermato con finta indifferenza che “Non si tratta di una specie di gara per l'amicizia del Kazakistan tra i paesi della regione”. Ma è del tutto ovvio che Washington è innervosita dagli allarmanti segnali di avvicinamento a Mosca lanciati dal Kazakistan. Astana ha dato il proprio appoggio alla campagna russa nel Caucaso e ridotto i propri investimenti in Georgia. Se Rice sperava di incoraggiare il Kzakistan a opporsi alla “prepotenza” russa, è rimasta delusa.

Alla vigilia dell'arrivo di Rice ad Astana Nazarbayev ha detto: “Sono stato personalmente testimone del fatto che la Georgia ha attaccato per prima. L'8 agosto mi trovavo a Pechino con il signor Putin quando è giunta la notizia. Credo che la copertura mediatica di quei fatti fosse distorta. Chiunque si possa incolpare del conflitto, i fatti sono già abbastanza gravi”.

Dall'inizio della sua presidenza, il 7 maggio 2008, Medvedev ha visitato il Kazakistan tre volte. Durante l'ultima visita ha fatto una promessa: “Noi [la Russia e il Kazakistan] continueremo ad accrescere la produzione ed esportazione degli idrocarburi, a costruirere nuovi gasdotti e oleodotti quando sarà vantaggioso e necessario e ad attirare investimenti su vasta scala nel settore dell'energia e del combustibile”.

Mercoledì, mentre si trovava in visita ad Almaty, la città più grande del Kazakistan, l'influente capo del comitato per la CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) del parlamento russo, Vadim Gustov, ha lanciato l'idea della creazione di un mercato energetico comune tra la Russia e il Kazakistan. Ha detto che un'“alleanza petrolifera” sarebbe reciprocamente vantaggiosa.

“Un mercato energetico comune russo-kazako contribuirebbe a sviluppare la cooperazione energetica, a fornire ai mercati domestici risorse energetiche a prezzi convenienti e a incrementare le forniture energetiche a paesi terzi”, ha detto Gustov.

Secondo Gustov la Russia e il Kazakistan dovrebbero sviluppare e adottare una concezione comune del mercato energetico, che potrebbe fare da base per lo spazio della Comunità Economica Eurasiatica.
È evidente che Washington fatica a tenere il passo con la diplomazia russa. A peggiorare le cose, la crisi finanziaria ha eroso la credibilità degli Stati Uniti. L'intera ideologia dello sviluppo economico propagandata nella regione dai diplomatici statunitensi appare ora screditata.

C'è un profondo simbolismo politico nel fatto che l'Islanda abbia espresso “disappunto” nei confronti del mondo occidentale e si sia rivolta a Mosca per un prestito di 4 miliardi di euro (5,5 miliardi di dollari) per salvare la sua economia dall'imminente bancarotta. Immagini del genere lasciano impressioni difficili da cancellare nelle steppe dell'Asia Centrale.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 10 ottobre 2008

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martedì, settembre 16, 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

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lunedì, settembre 01, 2008

La Russia resta una potenza del Mar Nero

[Il nostro diplomatico indiano preferito sulla portata militare del riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud, sugli spazi di manovra della Russia dopo il summit del Gruppo di Shanghai e sullo scacco subito dagli Stati Uniti e dalla NATO nel Mar Nero].

La Russia resta una potenza del Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Se la battaglia nel Caucaso era per il petrolio e per gli obiettivi della NATO in Asia Centrale, gli Stati Uniti questa settimana hanno subito un colossale scacco. Il Kazakistan, paese ricchissimo di risorse e importante protagonista centro-asiatico, ha deciso di schierarsi al fianco della Russia sul conflitto con la Georgia, e così il controllo di fatto della Russia sui due principali porti del Mar Nero si è consolidato.

In un incontro a Dušanbe, la capitale del Tagikistan, nell'ambito del summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), il presidente kazako Nurusultan Nazarbayev ha detto al presidente russo Dmitrij Medvedev che Mosca poteva contare sull'appoggio di Astana nell'attuale crisi.

Nella sua conferenza stampa a Dušanbe Medvedev ha sottolineato che le sue controparti della SCO, compresa la Cina, avevano mostrato comprensione nei confronti della posizione russa. Mosca sembra soddisfatta anche della dichiarazione diffusa dal summit SCO sugli sviluppi nel Caucaso, nella quale, tra le altre cose, si afferma: “I capi degli stati membri della SCO accolgono con favore la firma a Mosca dei sei principi per la risoluzione del conflitto in Ossezia del Sud e appoggiano il ruolo attivo di Mosca nell'assicurare la pace e la cooperazione nella regione”. La SCO comprende la Cina, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan.

Si è capito che qualcosa era nell'aria quando il 19 agosto il ministro degli Esteri kazako ha diffuso una dichiarazione che alludeva a un'ampia comprensione verso la posizione russa. La dichiarazione invocava una “valutazione obiettiva ed equilibrata” dei fatti e rilevava che era stato fatto un tentativo “di risolvere una complessa questione etno-territoriale con l'uso della forza”, il che aveva prodotto “gravi conseguenze”. Nella dichiarazione si affermava che Astana appoggiava “il modo in cui le autorità russe proponevano di risolvere la questione” in armonia con la carta delle Nazioni Unite, gli accordi di Helsinki del 1975 e il diritto internazionale.

La lunga dichiarazione mostrava una simpatia per la posizione russa ma offriva una articolata spiegazione per questa scelta.

Da allora il Kazakistan ha rotto gli indugi e ha appoggiato completamente la posizione russa.
È stato un punto di svolta per la diplomazia russa nello spazio post-sovietico. Ha detto Nazarbayev:

Sono sorpreso che l'Occidente abbia semplicemente ignorato il fatto che le forze armate georgiane hanno attaccato la pacifica città di Tskhinvali [nell'Ossezia del Sud]. Dunque questa è la mia interpretazione: penso che tutto sia cominciato con questo. E la Russia poteva scegliere o di stare zitta oppure di proteggere la sua gente. Penso che tutti i passi successivi intrapresi dalla Russia fossero intesi a fermare il massacro di civili in questa città martoriata. Naturalmente ci sono tanti profughi, tanti senzatetto.

Seguendo il nostro accordo bilaterale sull'amicizia e la cooperazione tra Kazakistan e Russia, abbiamo fornito aiuti umanitari: sono già state inviate 100 tonnellate. Continueremo a fornire aiuti insieme a voi.
Naturalmente ci sono state vittime tra i georgiani: la guerra è guerra. La risoluzione del conflitto con la Georgia è stata rimandata a un futuro imprecisato. Abbiamo sempre avuto buoni rapporti con la Georgia. Le compagnie del Kazakistan hanno fatto sostanziosi investimenti in quel paese. Naturalmente chi ha investito lì vuole stabilità. Le condizioni del piano che lei e [il presidente della Francia Nicolas] Sarkozy avete tracciato devono essere messe in pratica, ma alcuni hanno già cominciato a disattendere alcuni punti del piano.

Tuttavia penso che i negoziati continueranno e che ci sarà la pace: non c'è altra alternativa. Il Kazakistan dunque comprende tutte le misure che sono state prese, e le appoggia. Da parte nostra saremo pronti a fare il possibile per assicurare che tutti tornino a sedersi al tavolo dei negoziati.

Dal punto di vista di Mosca, le parole di Nazarbayev valgono tanto oro quanto pesano. Il Kazakistan è il più ricco produttore di energia dell'Asia Centrale e un peso massimo regionale. Confina con la Cina. Tutta la strategia regionale degli Stati Uniti nell'Asia Centrale mira a sostituire la Russia e la Cina come partner principali del Kazakistan. Le compagnie petrolifere americane si sono gettate sul Kazakistan subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991: tra quelle compagnie c'era anche la Chevron, con la quale aveva legami il segretario di stato americano Condoleezza Rice.

Non sorprende che il Kazakistan fosse una delle destinazioni preferite del vice presidente Dick Cheney e che il presidente George W. Bush abbia ricevuto fastosamente Nazarbayev alla Casa Bianca.

Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per coltivare Nazarbayev, sperando appassionatamente di poter persuadere in qualche modo il Kazakistan ad affidare il suo petrolio all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, la cui efficacia è altrimenti in dubbio. L'oleodotto è una componente cruciale del grande gioco degli Stati Uniti nel Caspio.

Gli Stati Uniti si erano impegnati strenuamente nella realizzazione del progetto dell'oleodotto, affrontando difficoltà apparentemente insormontabili. Di fatto Washington orchestrò la rivoluzione “colorata” in Georgia del novembre del 2003 (che catapultò Mikheil Saakashvili al potere a Tbilisi) proprio mentre veniva commissionato l'oleodotto. L'idea generale dietro il trambusto nel Caucaso meridionale era che gli Stati Uniti assumessero il controllo della Georgia, il cui territorio è attraversato dall'oleodotto.

Inoltre il Kazakistan confina per 7500 chilometri con la Russia (si tratta del confine terrestre tra due paesi più lungo del mondo). Sarebbe un incubo per la sicurezza russa se la NATO riuscisse a stabilire la propria presenza in Kazakistan. Ancora una volta la strategia degli Stati Uniti mirava al Kazakistan come preda ambita della NATO in Asia Centrale. Gli Stati Uniti intendevano puntare al Kazakistan dopo aver fatto entrare la Georgia nella NATO.

Questi sogni americani hanno subito uno scacco quando la dirigenza kazaka si è schierata con Mosca. Pare proprio che Mosca abbia messo nel sacco Washington.

La Bielorussia esprime supporto
Anche l'altro paese che confina con la Russia, la Bielorussia, ha espresso a Mosca il suo supporto. Il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha incontrato Medvedev a Soči il 19 agosto per comunicargli la sua solidarietà.

“La Russia ha agito con calma, saggiamente e molto bene. È stata una risposta pacata. Nella regione è stata ristabilita la pace, e durerà”, ha commentato.

Ma ancora più importante è il fatto che la Russia e la Bielorussia abbiano deciso di firmare un accordo, questo autunno, sulla creazione di un sistema unificato di difesa aerea. Ciò è enormemente vantaggioso per la Russia nel contesto della recente iniziativa degli Stati Uniti di posizionare elementi del loro sistema di difesa anti-missile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
Secondo le notizie diffuse dai media russi, la Bielorussia ha varie batterie di missili S-300 – il sistema avanzato della Russia – e sta attualmente negoziando per ricevere dalla Russia gli S-400, che saranno disponibili entro il 2010.

Adesso l'attenzione si sposta sull'incontro della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), in programma il 5 settembre a Mosca. La posizione della CSTO sulla crisi nel Caucaso sarà oggetto di attenta osservazione.

Pare che Mosca e il Kazakistan stiano collaborando strettamente al programma della CSTO, che è composta da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. La grande domanda è come si attrezzerà la CSTO per far fronte ai piani di espansione della NATO. La realtà geopolitica che si sta delineando è che con il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia Mosca ha praticamente messo sotto scacco la strategia degli Stati Uniti nella regione del Mar Nero, mandando all'aria il loro piano di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”. E anche i piani di espansione della NATO nel Caucaso hanno subito una battuta d'arresto.

Non molti analisti hanno compreso appieno la portata militare della decisione russa di riconoscere l'indipendenza delle repubbliche separatiste georgiane.

La Russia ha ora guadagnato il controllo di fatto di due importanti porti sul Mar Nero, Sukhumi e Poti. Anche se il regime di Viktor Yushchenko in Ucraina, appoggiato dagli Stati Uniti, crea ostacoli alla flotta russa a Sebastopoli – assai probabilmente Mosca liquiderà le tattiche di pressione ucraine – la flotta ha ora accesso ai porti alternativi sul Mar Nero. Poti, in particolare, possiede infrastrutture eccellenti che risalgono all'epoca sovietica.

La rapidità con cui la Russia ha assunto il controllo di Poti deve aver fatto diventare verdi di rabbia gli Stati Uniti, che si sono resi conto che il loro obiettivo di cancellare il ruolo storico della Russia come “potenza del Mar Nero” è diventato una vana speranza. Naturalmente, senza una flotta sul Mar Nero la Russia avrebbe cessato di essere una potenza navale nel Mediterraneo. Di conseguenza ne avrebbe anche sofferto il profilo della Russia in Medio Oriente. Gli americani avevano proprio un piano ambizioso per la Russia.

Tutto fa pensare che Mosca intenda affermare la presenza strategica della sua Flotta del Mar Nero. Sono cominciati i colloqui con la Siria per l'espansione di una base di manutenzione e assistenza navale nel porto siriano di Tartus. I mezzi di informazione mediorientali hanno recentemente suggerito nel contesto della visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Mosca che la Russia potrebbe contemplare l'ipotesi di spostare la sua Flotta del Mar Nero da Sebastopoli alla Siria. Ma è una lettura erronea, finché tutto ciò di cui ha bisogno la Russia è un centro di manutenzione e assistenza per le sue navi che operano nel Mediterraneo. Infatti, la quinta squadra navale della Marina sovietica, con base nel Mediterrano, aveva utilizzato il porto di Tartus proprio per questo.

La Cina mostra comprensione
Mosca andrà al summit della CSTO forte dell'appoggio della SCO, anche se quest'ultimo non è stato privo di riserve. Medvedev ha detto dell'incontro della SCO:

Naturalmente ho dovuto spiegare ai nostri partner quello che è realmente accaduto, giacché la versione data da alcuni mezzi di informazione occidentali sfortunatamente differiva dai fatti reali a proposito del vero aggressore, di chi ha dato inizio a tutto questo e di chi dovrebbe rispondere politicamente, moralmente e infine legalmente di cuò che è successo...

I nostri colleghi ci sono stati grati per queste informazioni e durante una serie di colloqui abbiamo concluso che simili accadimenti non rafforzano di certo l'ordine mondiale, e che chi ha scatenato l'aggressione dovrebbe rispondere delle sue conseguenze... Sono molto felice di avere potuto discutere di questo con i nostri colleghi e di avere ricevuto da loro questo genere di supporto per i nostri sforzi. Confidiamo che la posizione dei paesi membri della SCO abbia un'adeguata risonanza nella comunità della sicurezza internazionale, e spero che manderà un chiaro segnale a coloro che stanno cercando di giustificare l'aggressione commessa.

Per Mosca dev'essere stato un sollievo che la Cina abbia acconsentito ad allinearsi con una dichiarazione così positiva. Giovedì anche il Ministero degli Esteri russo sembra avere avuto il primo contatto con l'ambasciata cinese a Mosca sulla questione. È significativo che la dichiarazione del Ministero degli Esteri specificasse che l'incontro tra il vice primo ministro russo Aleksej Borodavkin e l'ambasciatore cinese Liu Guchang si sia svolto per iniziativa cinese.

La dichiarazione affermava: "La Cina è stata informata delle motivazioni legali e politiche della decisione russa e ha espresso comprensione per esse" (Corsivo dell'autore). È altamente improbabile che su un tema così sensibile Mosca possa avere unilateralmente arrischiato un'affermazione eccessiva senza un certo grado di tacito consenso preventivo da parte dei cinesi, com'è comune pratica diplomatica.

La notizia diffusa dall'agenzia di informazione ufficiale russa si spingeva un po' più in là sottolineando che “la Cina ha espresso la propria comprensione per la decisione della Russia di riconoscere le regioni separatiste della Georgia, l'Ossezia del Sud e l'Abkazia".

L'atteggiamento favorevole di Bielorussia, Kazakistan e Cina dà una notevole spinta alla posizione di Mosca. Di fatto, l'assicurazione che tre grandi paesi che circondano la Russia manterranno le relazioni amichevoli indipendentemente dalle minacce occidentali di scatenare una nuova guerra fredda fa un'enorme differenza per gli spazi di manovra di Mosca. Adesso ci possiamo aspettare in qualsiasi momento – forse durante il finesettimana – che la Bielorussia annunci il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia.

Chiaramente Mosca non è interessata a montare una campagna diplomatica per raccogliere il supporto della comunità mondiale a favore della sovranità e dell'indipendenza delle due province separatiste. Come ha scritto un commentatore russo, “Diversamente dei tempi del compagno Brežnev, adesso Mosca non sta cercando di fare pressioni perché altri paesi la sostengano sulla questione. Se lo facesse potrebbe trovare molti simpatizzanti, ma che importa?"

Serve agli scopi di Mosca solo nella misura in cui la comunità mondiale traccia un'analogia tra il Kosovo e le due province separatiste. Ma in ogni caso le due province hanno sempre dipeso dalla Russia per il sostegno economico.

Con l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia quello che importa a Mosca è che se l'Occidente adesso intende costruire un nuovo Muro di Berlino quel muro dovrà seguire un percorso a zig zag lungo la costa occidentale del Mar Nero, mentre la flotta russa resterà salda sulla costa orientale e potrà entrare e uscire dal Mar Nero a piacimento.

La Convenzione di Montreal assicura il libero passaggio delle navi da guerra russe attraverso lo Stretto del Bosforo. In queste circostanze i grandiosi progetti della NATO di occupare il Mar Nero trasformandolo in un lago privato sembrano ora remotissimi. I registi della NATO a Bruxelles e i loro protettori a Washington e a Londra devono esserci rimasti con un palmo di naso.

Orginale: Asia Times

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giovedì, agosto 21, 2008

Le esercitazioni della CSTO

[Per chi si fosse chiesto, come Andrea e me, che fine avesse fatto nel frattempo la CSTO, ecco a voi una sintesi di alcuni articoli di RIA Novosti].

Questa settimana in Armenia sono cominciate la terza e la quarta fase delle esercitazioni militari degli stati ex-sovietici della CSTO, "Rubež-2008". Secondo un alto responsabile della sicurezza armeno le esercitazioni hanno "l'obiettivo di potenziare le capacità di difesa comuni".

L'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Uzbekistan e Tagikistan.

"L'obiettivo delle esercitazioni congiunte Rubež-2008 è contribuire allo sviluppo della componente militare della CSTO" ha dichiarato Artur Bagdasaryan, segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell'Armenia.

Le esercitazioni si svolgono in quattro fasi sul territorio russo e armeno in estate e autunno, e per la prima volta nella storia della CSTO avvengono su tre livelli: strategico, operativo e tattico. Le prime due fasi, che si sono tenute nel mese di luglio in Armenia e a Mosca, sono quelle "più politiche, in cui partendo da una situazione modellata sugli studi si individuano le azioni dei paesi-membri della CSTO e dell'intera organizzazione per ridurre minacce per la sicurezza collettiva della regione messe in atto da terze forze distruttive, e si determinano i meccanismi di una risoluzione politica delle crisi", dice il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuž.

Le fasi successive, quelle "attive", riguardano la pianificazione di operazioni a livello militare. Vi prendono parte 4000 soldati di Russia, Armenia e Tagikistan. La terza fase, in particolare, ha previsto la preparazione e conduzione di un'operazione congiunta "per difendere la sovranità e l'integrità territoriale dell'Armenia".

"Queste esercitazioni permettono ai nostri paesi di rafforzare i legami diretti e accrescere il livello complessivo di cooperazione", ha dichiarato Boris Gryzlov, presidente della Duma russa.

"Possiamo verificare che i membri del blocco siano in grado di affrontare qualsiasi minaccia alla sicurezza collettiva con una risposta appropriata", ha aggiunto.

La Russia, la Bielorussia e le ex-repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale hanno già sviluppato reti comuni di difesa aerea e comunicazioni e stanno lavorando su altri sistemi di difesa.

Le esercitazioni Rubež si svolgono ogni anno dal 2005.
Oggi, giovedì, si tiene a Erevan l'incontro tra i ministri della difesa dei paesi della CSTO.

Link (RUS):
http://www.rian.ru/society/20080722/114575446.html
http://www.rian.ru/world/20080821/150546528.html
http://www.rian.ru/defense_safety/20080818/150441889.html

Link (ENG)
http://en.rian.ru/world/20080722/114629594.html

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