venerdì, agosto 07, 2009

La Cina ci prova nel Mar Nero

La Cina ci prova nel Mar Nero

M. K. Bhadrakumar

Come gli astrofili che la scorsa settimana hanno ammirato la più lunga eclissi solare totale del XXI secolo, gli osservatori diplomatici hanno avuto una giornata campale scrutando la penombra dei rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, che costituiscono uno dei fenomeni cruciali della politica mondiale di questo secolo.

Tutto è cominciato quando il Vice President degli Stati Uniti Joseph Biden ha scelto di far visita all'Ucraina e alla Georgia il 20-23 luglio per biasimare pubblicamente la Russia per la sua “idea ottocentesca di sfere di influenza”. Il viaggio di Biden nel turbolento “estero vicino” della Russia si è svolto a due settimane dalla visita epocale del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Mosca per “riavviare” le relazioni con la Russia.

Chiaramente la gita di Biden è stata presentata come un'energica dimostrazione di come l'amministrazione Barack Obama sia decisa a conservare l'impegno strategico degli Stati Uniti in Eurasia – un tirarsi su le maniche e prepararsi all'azione dopo lo scambio convenzionale di cortesie tra Obama e la sua controparte al Cremlino, Dmitrij Medvedev. Insomma, il chiaro messaggio di Biden era che l'amministrazione Obama intende sfidare energicamente la pretesa della Russia a essere la potenza dominante nello spazio post-sovietico.

Biden ha escluso qualsiasi “scambio di favori” con il Cremlino e qualsiasi forma di “riconoscimento” delle sfere di influenza della Russia. Ha impegnato l'amministrazione Obama a sostenere lo status dell'Ucraina come “parte integrante dell'Europa” e l'integrazione euro-atlantica del paese. Inoltre, in un'intervista con il Wall Street Journal, Biden ha parlato del fosco futuro della Russia in termini aspri, drammatici.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto prontamente in un'intervista al canale informativo russo Vesti, con sede a Mosca. Ha detto: “Spero che l'amministrazione del Presidente Obama darà seguito agli accordi raggiunti a Mosca. Crediamo che i tentativi di alcune persone interne all'amministrazione del Presidente Obama di riportarci tutti al passato, come ha fatto il Vice Presidente Joe Biden, noto uomo politico, non siano normativi”.

Ritorno al reaganismo
Ha aggiunto Lavrov: “L'intervista di Biden al Wall Street Journal sembrava copiata dai discorsi dei rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush”. Comunque è difficile liquidare Biden come voce falsa. Era stato Biden a parlare della necessità di “riavviare” le relazioni degli Stati Uniti con la Russia, risvegliando speranze a Mosca. E la visita a Mosca di Obama, agli inizi di luglio, era stata ampiamente interpretata come l'inizio formale del processo di “riavvio”.

Ora emerge che quel “riavvio” potrebbe riportare la politica statunitense nei confronti della Russia agli anni Ottanta e alla tesi trionfalista del presidente Ronald Reagan secondo la quale la Russia non era in grado di tener testa agli Stati Uniti, dati i suoi problemi demografici e la sua struttura economica gravemente difettosa, e che dunque maggiore fosse stata la pressione sull'economia russa e più conciliatoria Mosca sarebbe stata nei confronti degli Stati Uniti.

Come ha sintetizzato Stratfor, think-tank statunitense legato agli ambienti della sicurezza, il grande gioco sarà “spremere i russi e lasciare che la natura faccia il suo corso”.

Ci sono già segnali di questo approccio occidentale coordinato nei confronti della Russia nel progetto del “Partenariato Europeo” dell'Unione Europea che è stato svelato a Praga nel mese di maggio, che geograficamente comprende l'Armenia, l'Azerbaigian, la Georgia, la Moldova, la Bielorussia e l'Ucraina e che mira ad attirare verso Bruxelles questi stati post-sovietici di “importanza strategica” attraverso una matrice di aiuti economici, liberismo commerciale e regimi dei visti che non equivale a un ingresso nell'UE ma incoraggia efficacemente questi paesi ad allentare i legami con la Russia. Di fatto la spinta dell'Unione Europea ha già cominciato a erodere gli stretti legami della Russia con la Bielorussia e l'Armenia.

Mosca deve far fronte a una sfida immediata rappresentata dai risultati delle elezioni parlamentari in Moldova, dove l'ultimo partito comunista ancora al governo in Europa è stato spazzato via dai partiti di opposizione filo-europei. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno continuato a perseguire la tattica della pressione messa in atto con l'abortita “rivoluzione di Twitter” d'aprile in Moldova per forzare un cambiamento di regime che ponesse fine alla leadership del Presidente Vladimir Voronin, filorusso. L'Unione Europea ha fatto generose promesse di integrazione economica alla Moldova e a giugno Mosca ha fatto una controproposta offrendo un prestito di 500 milioni di dollari.

Ma, colpo di scena, la Cina questo mese si è gettata nella mischia firmando un accordo per il prestito di 1 miliardo di dollari alla Moldova al favorevolissimo tasso di interesse del 3% in 13 anni, condonando i primi cinque anni di interessi. Il denaro arriverà attraverso Covec, il colosso delle costruzioni cinese, sotto forma di progetti nei settori della modernizzazione energetica, dei sistemi idrici, degli impianti di trattamento, dell'agricoltura e delle industrie high-tech.

Curiosamente, la Cina si è detta pronta a “garantire finanziamenti per tutti i progetti considerati necessari e giustificati dai moldavi” in aggiunta a quel miliardo di dollari. In effetti Pechino ha segnalato la propria disponibilità a finanziare tutta l'economia moldava, che ha un prodotto interno lordo stimato in 8 miliardi di dollari e un misero bilancio di 1,5 miliardi. La mossa cinese equivale indubbiamente a un posizionamento geopolitico. Un interessante e ironico editoriale apparso di recente sul People's Daily osservava che “sotto l'amministrazione [Barack] Obama il significato e l'uso della 'cyber-diplomazia' è mutato in misura significativa... La dirigenza statunitense ha fomentato i tumulti in Iran attraverso siti internet come Twitter... [Il Segretario di Stato Hillary Clinton] ha detto che questa è l'essenza dello smart power, aggiungendo che questo cambiamento impone agli Stati Uniti di ampliare il loro concetto di diplomazia”.

La Moldova è un paese in cui la Cina è storicamente stata osservatrice più che protagonista. Questo è il primo grande salto di Pechino attraverso l'Asia Centrale verso gli sfilacciati bordi occidentali dell'Eurasia. Perché la Moldova sta diventando così importante? Pechino avrà calcolato l'immensa portata geopolitica dell'integrazione della Moldova nell'Occidente. Sarebbe poi stata solo una questione di tempo e la Moldova sarebbe entrata nell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), il Mar Nero sarebbe diventato un “lago della NATO” e l'alleanza si sarebbe attestata in una posizione inattaccabile per entrare nel Caucaso e marciare sull'Asia Centrale, ai confini con la Cina.
Ciò che potremmo non conoscere mai esattamente è il grado di coordinamento tra Mosca e Pechino. Recentemente entrambe le capitali hanno sottolineato un'intensificazione del coordinamento sino-russo in politica estera. La dichiarazione comune diffusa dopo la visita del Presidente cinese Hu Jintao in Russia, a giugno, esprimeva esplicitamente il supporto di Pechino a Mosca per la situazione nel Caucaso. Chiaramente, un alto grado di coordinamento si sta rendendo visibile in tutto lo spazio post-sovietico.

Estremisti islamici sulla Via della Seta
È dunque verosimile che Mosca abbia sensibilizzato Pechino sulla propria intenzione di stabilire una seconda base militare a Osh, Kirghizistan, che si trova nelle prossimità dello Xinjiang cinese ed è sulla rotta di transito per gli estremisti islamici dell'Asia Centrale con base in Afghanistan e Pakistan.
Precisi segnali indicano una rinnovata attività degli estremisti islamici in Asia Centrale e nel Caucaso Settentrionale. La Cina ne sta osservando attentamente gli effetti nello Xinjiang. Benché gli analisti occidentali facciano di tutto per caratterizzare la nuova spinta dell'estremismo islamico nell'Asia Centrale come un risultato delle operazioni militari pakistane lungo le zone di frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, che offrivano rifugio a gruppi militanti, questo resta ancora da vedere. Gli esperti cinesi hanno osservato che con l'alleviarsi delle tensioni tra la Cina e Taiwan, l'ambito di ingerenza degli Stati Uniti negli affari cinesi si è notevolmente ridotto e questo, a sua volta, ha spostato l'attenzione degli Stati Uniti sulle regioni occidentali della Cina, lo Xinjiang e il Tibet.

C'è molta ambiguità strategica su ciò che sta facendo precipitare l'ondata di estremismo islamico nell'ampia zona di terra che costituisce il “ventre molle” della Russia e della Cina. Entro 48 ore dallo scoppio delle violenze nello Xinjiang, in luglio, il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha telefonato alla sua controparte russa e Mosca ha diffuso una dichiarazione di forte supporto a Pechino.

Il 10 luglio è seguita una dichiarazione simile espressa dal segretario generale dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO), che approvava i provvedimenti presi da Pechino “in piena legalità” per riportare “la calma e ristabilire la normalità” nello Xinjiang dopo gli scontri tra gli uighuri e gli han. La dichiarazione della SCO riaffermava il proposito di “approfondire ulteriormente la cooperazione pratica nella lotta contro il terrorismo, il separatismo, l'estremismo e il crimine organizzato internazionale per il bene della [salvaguardia della] sicurezza e stabilità regionale”.

Inolte la Cina ha sottolineato che la sicurezza regionale dell'Asia Centrale e dell'Asia Meridionale è strettamente intrecciata. Commentando la dichiarazione della SCO, il People's Daily ha scritto che “dimostra che gli Stati membri della SCO hanno ben compreso che la situazione nello Xinjiang influisce pesantemente su quella di tutta la regione circostante... Alcuni paesi centro-asiatici come il Pakistan e l'Afghanistan sono anch'essi caduti in balia di queste forze malvagie... Le forze malvagie hanno superato il confine per disseminare la violenza e il terrorismo organizzando campi di addestramento. Si sono scoperti legami tra queste forze e la recente rivolta di Urumqi, capitale dello Xinjiang. La lotta contro queste forze del male porterà grande beneficio a tutti i paesi dell'Asia Centrale e Meridionale, giacché è stati provato che le 'tre forze del male' sono dannose non solo per lo Xinjiang ma anche per tutta la regione”.

Significativamente, in un altro editoriale il People's Daily ha lanciato un attacco rovente contro la strategia statunitense di alimentare i conflitti nello Xinjiang. “Per il popolo cinese non è una novità che gli Stati Uniti tacitamente o apertamente soffino sul fuoco del risentimento nei confronti della Cina... gli Stati Uniti abbracciano indiscriminatamente tutte quelle forze ostili alla Cina... Forse è pratica abituale degli Stati Uniti adottare due pesi e due misure confrontando i propri interessi con quelli altrui. O forse per far sì che la loro supremazia non venga minacciata o alterata dividono gli altri per indebolirli... Dalla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti non hanno mai moderato il loro proposito di attizzare le cosiddette 'questioni cinesi'... questa volta, nel tentativo di alimentare i conflitti tra han and uighuri offrendo rifugio e supporto alla forze separatiste, gli Stati Uniti si stanno preparando nuovamente a trarre vantaggio dalla mischia”.

Non può sorprendere, dunque, che la Cina abbia sostenuto l'iniziativa russa di convocare giovedì una quadrilaterale sulla sicurezza regionale a Dušanbe, Tagikistan, alla quale hanno preso parte i presidenti della Russia, del Pakistan, dell'Afghanistan e del Tagikistan. La mossa russa pone una sfida geopolitica agli Stati Uniti, che hanno monopolizzato la risoluzione del conflitto in Afghanistan, tenuto la Russia fuori dall'Hindu Kush, tentato di frammentare la convergenza sino-russa promossa dalla SCO sulla sicurezza regionale in Asia Centrale, intensificato gli sforzi politici e diplomatici per erodere i legami della Russia con gli Stati centro-asiatici ed esteso la loro presenza e influenza nel Pakistan, attirando stabilmente quel paese nella compagine del programma di partenariato della NATO.

Il ritmo della quadrilaterale sulla sicurezza regionale di Dušanbe è stato dato dal Presente tagiko Imomali Rakhmon quando mercoledì durante un incontro ha detto alla sua controparte pakistana Asif Ali Zardari che si aspettava di lavorare in stretta collaborazione con il Pakistan per impedire il sorgere dell'instabilità in Asia Centrale. “Abbiamo posizioni simili e vicine su queste problematiche e i nostri paesi avrebbero dovuto prendere provvedimenti coordinati contro questo fenomeno avverso”, ha detto Rakhmon.

Presumibilmente la Cina userà la sua influenza sul Pakistan per spingerlo dolcemente sulla strada della cooperazione regionale invece di ubbidire passivamente alle politiche regionali degli Stati Uniti. Le osservazioni iniziali di Zardari a Dušanbe, però, si sono tenute sul vago. Ha risposto a Rakhmon in modo blando: “Terremo testa insieme alle sfide di questo secolo”.

Nell'ordine del giorno del summit di Dušanbe Mosca aveva inserito una proposta di cooperazione regionale che comporta la vendita di elettricità della centrale idroelettrica tagika Sangtudinskaya (la Russia vi ha investito 500 milioni di dollari e detiene il 75% delle azioni) all'Afghanistan e al Pakistan. Ironicamente l'idea in origine era una trovata americana che doveva servire a rafforzare la strategia per una “Grande Asia Centrale” che aspirava a sottrarre la regione all'orbita di influenza della Russia e della Cina.

La Russia traccia una Maginot
Allo stesso tempo è chiaro che pur non essendo membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO), la Cina trarrà soddisfazione del fatto che Mosca stia rafforzando la presenza dell'alleanza in Asia Centrale come contrappeso alla NATO. Dopo i disordini nello Xinjiang, Pechino è interessata in prima persona all'idea della Russia di creare un centro anti-terrorismo nel Kirghizistan e di promuovere la forza di reazione rapida della CSTO in Asia Centrale.

Non c'è dubbio che l'esito del summit della CSTO, che si svolgerà nella città di villeggiatura di Cholpon-Ata in Kirgizstan nel fine settimana, sarà osservato attentamente da Pechino. Alla vigilia del summit, un collaboratore del presidente russo ha rivelato mercoledì a Mosca che era stato raggiunto un accordo di principio sull'apertura di una base russa a Osh sotto l'egida della CSTO. Una fonte del Cremlino ha inoltre dichiarato al giornale russo Gazeta che il summit avrebbe discusso la situazione in Afghanistan.

In questo contesto le esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, chiamate “Missione di Pace 2009” e svoltesi il 22-26 luglio, non possono essere considerate semplicemente come una ripetizione delle manovre del 2005 e del 2007. Certo, tutte e tre le esercitazioni si sono tenute nell'ambito della SCO, ma quella di quest'anno è stata in realtà un'impresa bilaterale russo-cinese con altri Stati membri nel ruolo di “osservatori”.

Il Generale Qian Lihua del Ministero della Difesa cinese ha affermato che le esercitazioni rivestivano un “profondo significato” in un momento in cui le forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo sono in “rampanti”. A detto che oltre a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionale, le esercitazioni simboleggiavano anche “la fiducia reciproca e strategica ad alto livello” tra la Cina e la Russia e diventavano “una potente mossa” per rafforzare la “cooperazione pragmatica” tra i due paesi nel settore della difesa.

Valutando la cooperazione a livello militare tra la Cina e la Russia, Qian ha detto:

Innanzitutto gli scambi ad alto livello sono divenuti frequenti. Per i due paesi è diventata una consuetudine organizzare uno scambio tra ministri della difesa o capi di stato maggiore almeno una volta l'anno. Frequenti scambi tra dipartimenti della difesa e visite militari di alto livello hanno efficacemente guidato lo sviluppo delle relazioni militari bilaterali tra la Cina e la Russia.

In secondo luogo, la consultazione strategica è diventata un meccanismo di routine. Dal 1997 gli organismi militari di Cina e Russia hanno creato un meccanismo per organizzare consultazioni annuali tra le dirigenze dei due paesi a livello di vice capi di stato maggiore. Finora si sono svolte 12 sessioni di consultazioni strategiche, e questo ha promosso la fiducia reciproca e la cooperazione amichevole.

In terzo luogo, gli scambi tra gruppi e squadre professionali sono diventati pragmatici. Gli organi militari di Cina e Russia hanno condotto scambi pragmatici e collaborazione in molti settori delle forze armate, come le comunicazioni, l'ingegneria e i rilevamenti.

Qian ha anticipato che con la Missione di Pace 2009 la “strategica fiducia reciproca e la cooperazione pragmatica tra i due eserciti entrerà in una nuova fase”.

La preoccupazione della Cina è palpabile di fronte al sorgere delle attività degli estremisti islamici in Asia Centrale. “I terroristi stanno tranquillamente cercando riparo in Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan... Hanno vissuto per molto tempo in Afghanistan”, per citare le recenti parole del Ministro degli Interni tagiko Abdurakhim Kakhkharov. La Valle Rasht nelle montagne del Pamir dove i terroristi si stanno raccogliendo si trova a breve distanza dal confine afghano (e cinese).

Ci sono notizie secondo cui il famoso comandante tagiko Mullo Abdullo sarebbe tornato dall'Afghanistan e il Pakistan con i suoi seguaci dopo quasi dieci anni e starebbe reclutando militanti nella Valle Rasht. Secondo diversi resoconti si starebbero collegando elementi militanti provenienti dal Caucaso Settentrionale russo, dall'Uzbekistan, dal Tagikistan, dal Kirghizistan e dallo Xinjiang.

Per citare il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev, “La situazione dell'Afghanistan sta avendo un impatto non solo sul Kirghizistan ma su tutta l'Asia Centrale. Qui è venuta della gente per mettere in atto attentati terroristici”. Bakiyev ha aggiunto con toni di fosco presagio: “Ci sono ancora forze là fuori delle quali non sappiamo nulla, che sono qui e che sono pronte ad abbandonarsi ad attività illegali. Hanno uno unico scopo: destabilizzare l'Asia Centrale”. Tuttavia la NATO si è detta impotente nel fermare il movimento dei taliban verso il confine tagiko.

Dunque la domanda da un milione di dollari è se gli attuali disordini siano solo un riflesso distante o equivalgano a una replica degli sforzi statunitensi per finanziare ed equipaggiare i combattenti mujaheddin e per promuovere l'Islam militante come strumento geopolitico nell'Asia Centrale sovietica negli anni Ottanta. Ecco perché le osservazioni di Biden che riecheggiano il reaganismo verranno prese molto seriamente a Mosca e a Pechino: che l'economia russa è un disastro, che la geografia russa pullula di debolezze raggelanti, e che gli Stati Uniti non dovrebbero sottovalutare le carte che hanno in mano. L'audace mossa della Cina in Moldova indica che potrebbe avere cominciato a vedere lo spazio post-sovietico come il proprio “estero vicino”.

Fine di Chimerica
Il fatto è che c'è un cospicuo risvolto economico in queste mosse. L'inviato degli Stati Uniti per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha ammesso senza mezzi termini durante un'audizione alla Commissione del Senato per le Relazioni con l'Estero, due settimane fa, che il successo della Cina nel garantirsi l'accesso alle riserve energetiche del Caspio e dell'Asia Centrale minacciava gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Aspetto interessante, la nuova ondata di disordini in Asia Centrale (compreso lo Xinjiang) – che i servizi russi avevano previsto fin dalla fine del 2008 – è scoppiata sulla rotta del gasdotto lungo 7000 chilometri dal Turkmenistan via Uzbekistan, Kirghizstan e Kazakhstan verso lo Xinjiang che dovrebbe essere commissionato entro la fine dell'anno. Di certo il gasdotto segna un punto di svolta storico nella geopolitica dell'intera regione.

Il professor Niall Ferguson, noto esperto di storia economica e finanziaria, ha paragonato “Chimerica” – la tesi secondo la quale la Cina e l'America si sarebbero efficacemente fuse per diventare una sola economia – a un “matrimonio in crisi”.

Ferguson prevede, nel contesto del “dialogo strategico” del Gruppo dei Due tra Stati Uniti e Cina che si è svolto a Washington questa settimana, che si potrebbe giungere a un punto di svolta quando invece di continuare con il “matrimonio infelice” la Cina dovesse decidere di “procedere da sola... di comprarsi il potere globale che le spetta”.

I fattori che influenzano questa mossa sono il rialzo dei tassi di risparmio negli Stati Uniti e la riduzione delle importazioni statunitensi dalla Cina; il fatto che i cinesi ormai diffidino dei bond USA, con lo spettro del crollo del prezzo dei Treasury bond o del potere d'acquisto del dollaro (o di entrambi): in un caso o nell'altro la Cina rischierebbe di perderci.

Secondo Ferguson la Cina potrebbe già aver cominciato ad agire. La sua campagna per comprare asset stranieri (come in Moldova), i suoi primi titubanti passi verso una società dei consumi, la crescente adesione all'idea di un paniere di valute che rimpiazzi il dollaro, tutto ciò indica un imminente “divorzio di Chimerica”. Ma cosa comporta per la politica mondiale? Dice Ferguson:

Immaginate una nuova Guerra Fredda nella quale però le due superpotenze siano economicamente alla pari, cosa che non è mai successa durante l'altra Guerra Fredda perché l'Unione Sovietica è sempre stata molto più povera degli Stati Uniti.

Oppure, se preferite andare più indietro nel passato, immaginate una replica dell'antagonismo anglo-tedesco del primo Novecento, con l'America nel ruolo della Gran Bretagna e la Cina nel ruolo della Germania imperiale. Quest'analogia è ancora migliore perché coglie il fatto che un alto livello di integrazione economica non impedisce necessariamente l'intensificazione della rivalità strategica e infine il conflitto.

Siamo molto lontani da uno scontro vero e proprio, naturalmente. Queste cose vanno lentamente. Ma le zolle tettoniche geopolitiche si stanno muovendo, e rapidamente. La fine di Chimerica sta facendo sì che l'India e gli Stati Uniti tendano ad allinearsi. Sta dando a Mosca l'opportunità di creare legami più stretti con Pechino.

Di certo una fondamentale differenza con l'eclissi solare di luglio sta nel fatto che mentre quest'ultima non verrà superata prima del mese di giugno del 2132, certezze di questo tipo non esistono nel mutevole mondo delle relazioni tra grandi potenze, soprattutto quella a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ma una cosa è certa. Come nel caso dell'eclissi solare osservata da tutti gli angoli possibili della Terra, lo spostamento delle zolle tettoniche geopolitiche e il conseguente riallineamento delle forze attorno all'Eurasia verranno osservati con estremo interesse da paesi dissimili come l'India e il Brasile, l'Iran e la Corea del Nord, Venezuela e Cuba, la Siria e il Sudan.

Originale: China dips its toe in the Black Sea

Articolo originale pubblicato il 31/7/2009

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martedì, settembre 16, 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

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