giovedì, ottobre 02, 2008

Intervista a Brzezinski su Obama e l'eredità di Bush

[Tanto per ripassare quello che pensa il tizio vecchio del tizio nuovo].

Intervista a Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale, sull'eredità di Bush e sul perché appoggi Obama contro McCain.


di Michael Mechanic per Mother Jones

Mother Jones: Quali sono per lei i fallimenti più rilevanti dell'amministrazione Bush?

Zbigniew Brzezinski: Ne emergono due in particolare. Il primo è la guerra totalmente auto-distruttiva in Iraq, che ha enormemente minato la posizione americana nel mondo, e, ancor peggio, l'influenza globale dell'America. Servirà molto tempo per rimediare a queste conseguenze. Il secondo è l'economia, che ha non solo danneggiato la capacità di sussistenza di migliaia di americani ma sta anche danneggiando la fiducia in sé del paese. L'insieme di questi aspetti costituisce un trascorso penoso.

MJ: A quale parte della sua eredità sarà più facile porre rimedio?

ZB: Alla percezione simbolica dell'America, perché se un nuovo presidente personalizzerà un concetto molto diverso dell'America e un senso diverso della missione americana nel mondo rispetto al presidente George W. Bush, questo contribuirà quasi automaticamente a migliorare l'immagine globale dell'America. Ma agli aspetti concreti legati alla guerra e all'economia non sarà facile porre rimedio.

MJ: C'è qualcosa di irreparabile?

ZB: È davvero difficile dirlo. È certamente possibile per l'America ridefinire il suo ruolo nel mondo, soprattutto se nel breve periodo l'America sarà capace di gestire efficacemente il dilemma mediorientale.

MJ: E per quanto riguarda la guerra al terrore interna? Come ce ne tiriamo fuori?

ZB: Diventando più razionali. Stiamo conducendo una guerra contro il terrorismo, ma abbiamo avuto la fortuna che non sia stato commesso alcun atto di terrorismo contro gli Stati Uniti dall'11 settembre. È in parte fortuna, in parte conseguenza del semi-isolamento dell'America e in parte il risultato, forse, di un buon lavoro di spionaggio e controspionaggio. Ma ben poco è dovuto alle conseguenze dell'auto-generatosi clima di terrore in questo paese, che ha prodotto reazioni ridicole, molte delle quali non sono certo servite a scoraggiare o prevenire il terrorismo. A Washington, DC, non puoi nemmeno entrare in un edificio finanziario senza che delle persone supponenti in uniforme e con mansioni di sicurezza controllino occasionalmente la tua identità e ti chiedano lo scopo della visita in un modo – e spesso con toni – che indicano un atteggiamento piuttosto flemmatico verso le loro responsabilità. E se rispondi che sei nell'edificio con lo scopo di farlo esplodere c'è il caso che ti dicano: “La suite 908 è al nono piano, gli ascensori sono sulla destra”. Siamo in una situazione in cui un qualche oscuro studio legale è protetto, ma i grandi magazzini, le sale da concerto, il Kennedy Center, le mense e i ristoranti non lo sono. Qual’è la logica?

MJ: Cosa dovrebbe fare come prima cosa il prossimo presidente per rimediare al danno dell'amministrazione Bush?

ZB: Ovviamente bisogna lavorare energicamente per porre fine alla guerra in Iraq; avviare negoziati con l'Iran su un piano ragionevole, con un senso di fiducia e apprezzamento per il fatto che la deterrenza ha funzionato in passato e non c'è ragione di ritenere che non possa funzionare con l'Iran; e infine, ma non ultimo per importanza, impegnare l'America in maniera più attiva nello sforzo di pacificazione tra gli israeliani e i palestinesi.

MJ: Cosa pensa dell'idea secondo cui dialogare con l'Iran legittimerebbe Ahmadinejad?

ZB: È un'assurdità che viene ripetuta scioccamente. Eravamo legittimati a parlare con Stalin? Con Mao? La legittimità di una leadership dipende da quello che un Paese pensa dei suoi leader. Quando allentiamo la presa notiamo che un numero sempre maggiore di iraniani tende a essere critico nei confronti di Ahmadinejad. Più siamo invasivi e più li mettiamo sotto pressione, più il nazionalismo in Iran si unisce al fondamentalismo.

MJ: In quali altri modi la posizione di Bush è sbagliata?

ZB: Abbiamo adottato una politica di sanzioni, abusi e minacce chiedendo che, per negoziare con noi, l'Iran cedesse sulla principale questione in gioco, cioè il suo diritto ad arricchire l'uranio. Questa è una posizione seria o una proscrizione?

MJ: Pensa che l'Iran arriverà alle armi nucleari?

ZB: Quasi certamente, se continueremo con la condotta attuale. L'alternativa, dunque, è una guerra più estesa nel Golfo Persico con conseguenze calamitose per gli Stati Uniti, nella regione e nel mondo.

MJ: In quali circostanze l'Iran potrebbe voler rinunciare alle armi nucleari?

ZB: Solo se si sentisse sicuro e ne ricevesse in cambio vantaggi – importanti vantaggi – economici.

MJ: Se dialoghiamo con l'Iran e questo dialogo non funziona, qual è il prossimo passo?

ZB: Se non funziona, ma nel frattempo contribuisce a ridurre le tensioni, e tuttavia l'Iran continua a voler perseguire il nucleare a fini militari, possiamo ricorrere alla deterrenza nucleare come abbiamo fatto con la Cina e l'Unione Sovietica. E anche con la Corea del Nord, il Pakistan e l'India.

MJ: Lo scorso ottobre abbiamo parlato con lei dell'Iraq. La sua idea in merito è cambiata da allora?

ZB: Le persone che hanno perpetrato questa calamità dicono che non possiamo andarcene finché le cose vanno male. E se le cose vanno meglio, per esempio grazie al surge, dicono che non possiamo andarcene proprio adesso che vanno meglio.

MJ: All'epoca era gravemente preoccupato che questa amministrazione potesse tentare di trascinarci in un conflitto con l'Iran prima delle elezioni. La pensa ancora così?

ZB: Penso che esista il rischio che l'amministrazione possa tentare di surriscaldare il clima così si crei un senso di emergenza, di crisi e perfino di paura nel paese. Perché secondo alcuni questo darebbe un vantaggio a McCain.

MJ: Come pensa che potrebbero essere influenzate le percezioni globali dell'America dal fatto di avere un presidente nero?

ZB: Penso che dimostrerebbe che quando parliamo di un'America globale veramente pluralista, tollerante e multietnica non si tratta solo di retorica e propaganda.

MJ: Che accordo ha con Obama?

ZB: Nessun accordo. Sono un suo sostenitore. Lo scorso settembre, prima di presentare un suo importante discorso sull'Iraq davanti al pubblico dello Iowa, gli ho detto che non volevo essere citato come consigliere o come parte della sua squadra perché sono attivamente impegnato in discussioni pubbliche sulla politica estera americana e non voglio dover cominciare a pensare quello che devo o non devo dire perché potrebbe influenzare in un modo o nell'altro la sua campagna.

MJ: Questo la rende troppo controverso per un ruolo nella sua amministrazione?

ZB
: Il fatto che abbia avuto dei ruoli in amministrazioni precedenti probabilmente esclude quella possibilità. Un nuovo presidente vuole accanto a sé gente nuova.

MJ
: Ma lo prenderebbe in considerazione?

ZB
: Inutile prendere in considerazione ciò che è altamente irrealistico.

MJ
: Passiamo ad altro, allora. Il prossimo presidente cosa può imparare dagli anni di Bush su quello che deve o non deve fare un leader?

ZB: La lezione principale è che non si deve fare demagogia con gli americani, perché ti si ritorce contro. In secondo luogo, si deve informare ed educare il popolo americano se si vuole ottenere il suo stabile sostegno nella politica estera, e bisogna stare molto attenti a non ingannarlo perché significa poi perdere il suo appoggio. E in terzo luogo bisogna essere preparati a ridefinire il ruolo dell'America, perché l'idea che sia abbastanza potente da dettare legge al mondo è stata screditata negli ultimi otto anni.

MJ: Può farlo, Obama?

ZB: Ha migliori probabilità di qualunque altro candidato. Pensa che Nader ne abbia di migliori?

MJ
: Lei ha consigliato McCain in passato. Perché appoggia Obama?

ZB
: Perché sento in lui un'istintiva e cerebrale comprensione di cosa sia il mondo oggi, e di come l'America debba ridefinirsi in rapporto a questo mondo così da essere una forza autenticamente costruttiva e da riuscire ad ispirarlo. Può suonare molto ambizioso, ma penso che la scelta sia tra questo o un maggiore isolamento, una sorta di gated community, una comunità recintata globale, mentre il mondo scivola verso condizioni sempre più caotiche.

MJ: Suona in effetti molto ambizioso e anche molto difficile, perché il nuovo presidente dovrà vedersela con il Pentagono.

ZB: Sarà incredibilmente difficile. Richiederà grande sapienza politica e soprattutto la capacità di educare e mobilitare il popolo americano.

MJ
: A proposito di sapienza politica, come valuterebbe la diplomazia nell'era di Bush?

ZB
: Praticamente inesistente. Voglio dire, guardi il totale fallimento degli sforzi per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.

MJ
: E per quanto riguarda le condizioni del nostro esercito all'estero? Abbiamo una grande presenza all'estero: quasi 800 basi in giro per il mondo. Siamo l'unico Paese a farlo. Crede che sia necessario o saggio?

ZB
: Potrebbe essere utile per il prossimo presidente passare in rassegna le dimensioni e l'efficacia dei nostri sforzi difensivi. C'è un che di preoccupante in una situazione in cui un solo Paese, che ha circa il 5% della popolazione mondiale, è responsabile di più del 50% della spesa militare mondiale. C'è qualcosa di bizzarro, in questo. Forse ha a che fare con il ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo, il fatto che dobbiamo avere una spesa militare molto ma molto grande. Però bisogna semplicemente chiedersi se è davvero necessario che sia così. Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l'industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

MJ
: Per quanto riguarda l'Iraq, abbiamo costruito molte di quelle che possono solo essere definite basi permanenti…

ZB
: Basi permanenti possono diventare impermanenti.

MJ
: Pensa che il piano sia questo?

ZB
: Non è il piano, ma il fatto che costruiamo qualcosa non significa che debba esistere per sempre. Penso che se vinceranno i democratici non dovremo mantenere basi permanenti in Iraq nei modi e nelle dimensioni che Bush sta forse ora progettando. Se firma degli accordi con Maliki lei pensa che il Congresso democratico li avallerà?

MJ
: Vedremo.

ZB
: Io penso che lo sappiamo.

MJ: Un'ultima domanda sulle nostre basi. Cosa pensa che potrebbe succedere se dovessimo cominciare a eliminare la nostra presenza militare?

ZB
: Non eliminerei la nostra presenza militare. Ci sono molti luoghi nel mondo in cui è nel nostro interesse essere presenti e dove siamo i benvenuti. Il problema è: abbiamo bisogno di essere presenti ovunque nelle proporzioni attuali, abbiamo bisogno di spendere nella difesa quello che stiamo spendendo? Soprattutto se guardiamo ad altri aspetti della società americana: la decadenza delle infrastrutture, il sistema ferroviario sempre più obsoleto, i servizi aerei sovraccarichi, e così via. E se aggiungiamo a questo le potenziali conseguenze della malaccorta politica nei confronti dell'Iran, di qui a non molto penseremo ai 4 dollari per gallone di benzina come a un affare. Perché ne staremo pagando 10.

Michael Mechanic è redattore capo a Mother Jones.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 4 settembre 2008

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lunedì, agosto 25, 2008

Full Spectrum Dominance

Full spectrum dominance

traduzione di Andrej Andreevič

Pepe Escobar: benvenuti nella nuova guerra fredda





Pepe Escobar, analista: Cos'è successo alla battaglia contro al-Qaeda e l'islam radicale? Quella è storia vecchia. Benvenuti nella nuova guerra fredda.

Mikhail Gorbačëv, ex presidente dell'Unione Sovietica (voce dell'interprete): Penso che i segni di una nuova guerra fredda siano presenti, ma abbiamo ancora tempo per evitarla.

Escobar: In questi ultimi giorni il Golfo Persico è diventato un'attrazione secondaria. Escono di scena il cattivo Iran e il fantasma al-Qaeda; entra la nuova versione dell'Impero del Male russo, una superpotenza reale con tanto di armi nucleari. Per anni l'establishment statunitense ha esultato per la fine della guerra fredda e trattato la Russia come la Germania di Weimar. Nel febbraio 1990 Bush senior e il suo segretario di stato, James Baker, promisero a Michail Gorbačëv che la NATO non si sarebbe espansa ad est. Così scrisse Gorbačëv quando Clinton cominciò a spingere a est la NATO: "La questione non è solo se i cechi, gli ungheresi e i polacchi si uniranno alla NATO. Il problema è più serio: il rifiuto di una strategia per un nuovo, comune sistema europeo deciso da me e tutti i leader europei quando abbiamo messo fine alla guerra fredda... Mi sento tradito dall'Occidente. L'opportunità da noi colta per il bene della pace è andata perduta. L'intera idea di un nuovo ordine mondiale è stata completamente abbandonata" (Michail Gorbačëv, citato in Hang Separately, di Leon V. Sigal, 2000).

Dunque ovviamente Gorbačëv nel suo articolo pubblicato sul Washington Post ha centrato perfettamente quello che è successo in Georgia: "Dichiarando il Caucaso, una regione lontana migliaia di chilometri dal continente americano, una sfera di 'interesse nazionale', gli Stati Uniti hanno fatto un grave passo falso". Sei nazioni del Patto di Varsavia e tre ex repubbliche sovietiche ora fanno parte della NATO. Bush, Cheney e McCain vogliono fortemente che Ucraina e Georgia entrino nella NATO. Ora, immaginate se Mosca avesse fatto entrare l'Europa occidentale nel patto di Varsavia, costruito basi militari in Messico e America Centrale, posizionato un sistema missilistico di difesa a Cuba e costruito un oleodotto assieme alla Cina per trasportare petrolio venezuelano e messicano in un porto sul Pacifico e da lì in Asia, e tutto questo tagliando fuori gli Stati Uniti. È esattamente così che gli Stati Uniti hanno trattato la Russia. Ed è proprio questo che l'establishment americano vuole. Il principale consigliere di politica estera di John McCain è il falco ultraconservatore Randy Scheunemann, fino a poco tempo fa lobbista per la Georgia e inoltre personaggio chiave nella fabbricazione di intelligence fasulla per la guerra in Iraq. Robert Scheer di truthdig.com ha avanzato la possibilità che quest'ultima guerra sia stata iniziata dalla Georgia per fare emergere McCain, cosa che effettivamente è successa. Mentre McCain stava praticamente dichiarando guerra alla Russia...

(Inizio del filmato)

Senatore John McCain, candidato presidenziale USA: Oggi siamo tutti georgiani.

(Fine del filmato)

Escobar: ... Obama stava facendo surf alle Hawaii. Scheunemann, il lobbista che ha consigliato il suo caro amico Saakashvili, ha poi consigliato McCain su come demonizzare la Russia. Zbigniew Brzezinski è un falco neoliberal, consigliere politico informale di Barack Obama. Henry Kissinger, altro realista, consiglia McCain. È stato Brzezinski, il grande guerriero della Guerra Fredda (è un polacco russofobo fanatico, già consigliere di politica estera di Jimmy Carter), ad attirare i russi in Afghanistan nel 1979. A Brzezinski sarebbe piaciuto che la Georgia fosse diventata un nuovo Afghanistan. La dottrina Brzezinski è tutta contenuta in questo libro, The Grand Chessboard, pubblicato nel 1997. Il punto centrale del suo ragionamento è che l'Eurasia è la preda finale. Per controllare l'Eurasia, bisogna controllare i cosiddetti "Balcani Eurasiatici", dove si trova proprio la Georgia. A pagina 125 dell'edizione americana del suo libro, Brzezinski scrive: "... i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale preda economica: nella regione c'è un'enorme concentrazione di riserve di gas naturale e petrolio, oltre a importanti minerali, tra cui l'oro". Ma l'argomento decisivo è nell'introduzione del libro, dove dice "È imperativo che non emerga nessun concorrente eurasiatico capace di dominare l'Eurasia e quindi di sfidare l'America". McCain, nei suoi discorsi, collega la Georgia all'Afghanistan: questo è puro stile Brzezinski. Ma è stato Brzezinski stesso, in un'intervista a un settimanale tedesco, a paragonare Putin a Hitler. Nel frattempo, dall'altra parte, l'ex segretario di stato Madeleine Albright, migrata dalla cerchia di Hillary Clinton a quella di Obama, ha ripetuto più volte lo stesso messaggio.

(Inizia il filmato)

Madeleine Albright: Penso sia importante spiegare direttamente ai russi che questo è un comportamento inaccettabile.
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Madeleine Albright, NPR, 14 agosto 2008: Dobbiamo far sapere direttamente ai russi che consideriamo questo loro comportamento inaccettabile nel XXI secolo.

(Fine del filmato)

Escobar: Un momento: non era stato McCain a dirlo?

(Inizia il filmato)

McCain: Ma nel XXI secolo le nazioni non invadono altre nazioni.

(Fine del filmato)

Escobar: Sempre nel campo di Obama, l'ambasciatore Richard Holbrooke, che nella cerchia clintoniana ha avuto un ruolo cruciale nella frammentazione dei Balcani negli anni '90, distribuiva informazioni false.

(Inizia il filmato)

Richard Holbrooke, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite: I russi stavano fornendo finanziamenti e supporto ai separatisti osseti, che a loro volta provocavano i georgiani. I russi hanno deliberatamente causato tutto questo e hanno fatto in modo che accadesse durante le Olimpiadi.

(Fine del filmato)

Escobar: Il conservatore realista Pat Buchanan e il sito di analisi geopolitica stratfor.com hanno ammesso che, in realtà, sono stati i georgiani a far coincidere la cosa con le Olimpiadi.

"Perché i georgiani hanno scelto di invadere l'Ossezia del sud la notte di giovedì?... La mossa georgiana è stata premeditata... è molto difficile immaginare che i georgiani abbiano lanciato il loro attacco contro la volontà degli Stati Uniti".

Escobar: Pochi giorni dopo, mentre tutti guardavano le Olimpiadi, gli Stati Uniti e la Polonia firmavano un accordo per dispiegare dei missili intercettori statunitensi in Polonia, il peggiore allarme rosso nucleare dai tempi della crisi dei missili a Cuba del 1962. Se Obama diventasse presidente, fermerebbe simili provocazioni statunitensi e NATO? No, se continua a fare ciò che sta facendo, cioè ascoltare Brzezinski. Ed è una cosa di famiglia: suo figlio, Ian Brzezinski, è l'attuale vice assistente segretario della difesa per gli affari europei e della NATO. La sfera di cristallo di Brzezinski ha inoltre indovinato cosa sarebbe avvenuto in Georgia. Lo scorso giugno, durante un audizione al senato USA, Brzezinski ha detto che "La Russia sta cercando di destabilizzare la Georgia per prendere controllo dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il BTC". Ha dimenticato di dire di avere "venduto" personalmente il BTC a Baku nel 1995: è una sua creatura. Ma così ha espresso chiaramente la strategia statunitense: spingere per la costruzione di un oleodotto attraverso l'Asia Centrale, attraverso l'Afghanistan verso sud, cosa che espanderà al massimo l'accesso mondiale ai mercati dell'Asia Centrale. Quindi il motto neo-conservatore "La Russia deve essere punita" e quello neo-liberale realista condiviso dal Dipartimento di Stato "La Russia deve essere isolata, specialmente in Eurasia", in un certo senso si sovrappongono. Per Brzezinski, Holbrooke e Albright, i cosiddetti realisti, si tratta di dominazione totale sull'Eurasia così come è stata teorizzata da Brzezinski. Ed è qui che McCain e Obama sono in sintonia. Questo piano di accerchiamento strategico della Russia non può funzionare in alcun modo. San Pietroburgo è a soli 96 chilometri dalla NATO: l'Estonia è un membro dell'alleanza. La contromossa di Putin sta nel ristabilire la sfera russa di influenza nell'ex Unione Sovietica. Nessuno ha fatto attenzione al suo importante discorso a Monaco lo scorso anno? McCain era lì. Robert Gates, segretario della difesa statunitense, ex cremlinologo, era lì anche lui. Putin ha detto che la Russia non avrebbe più accettato il superpotere americano. Putin ha detto: "Che cos'è un mondo unipolare? Si riferisce ad un solo tipo di situazione, un centro d'autorità, un centro di forza, un centro dove si prendono decisioni. È un mondo dove c'è un solo capo, un sovrano. Questo è pernicioso... inaccettabile... impossibile". Quindi questa è una guerra tra imperi? Sì, lo è. La Russia è stata un impero sovra-etnico per secoli. Non si tratta qui di Georgia e Ossezia meridionale: si tratta di pressioni statunitensi per spingere la NATO e la difesa missilistica verso i confini russi, una minaccia suprema alla sicurezza nazionale russa.

(Inizia il filmato)

Gorbačëv: Gli Stati Uniti non dovrebbero pensare che il loro tentativo di risolvere militarmente ogni questione funzionerà.

(Fine del filmato)

Escobar: Ma gli Stati Uniti rinunceranno al controllo brzezinskiano sull'Eurasia, che è anche il progetto della guerra al terrore? È improbabile. McCain e Obama sono sulla stessa lunghezza d'onda. Quello che l'establishment vuole, indipendentemente da chi sarà eletto a novembre, è ancora il dominio assoluto.

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, agosto 15, 2008

Non solo Brzezinski: i consiglieri di Obama



Prima parte:
Sorpresa! ... Quelli di Obama sono quelli di Clinton


Il candidato democratico alle elezioni presidenziali, il senatore Barack Obama, ha recentemente presentato il suo Senior Working Group sulla Sicurezza Nazionale, che include gli ex consiglieri di Bill Clinton Anthony Lake, Warren Christopher e Madeleine Albright. L'analista di Real News Network Pepe Escobar esplora le vere visioni di Barack Obama in materia di politica estera, spiegando che questo gruppo di nomi legati a Clinton ci dice molto sulla vera visione del mondo di Obama.

Trascrizione


(Inizio del filmato)

Sen. Barack Obama: Con questa elezione si prenderà una decisione chiara. John McCain vuole continuare la politica estera di Bush e Cheney. Io voglio girare pagina. Invece di aderire ad una ideologia rigida, voglio tornare alla tradizione pragmatica della politica estera americana, che è stata portata avanti in maniera così abile dalle persone in questa sala, una politica focalizzata ad usare tutti gli elementi del potere americano per proteggere il nostro popolo e avanzare i nostri interessi.

(Fine del filmato)

La vera politica estera di Obama


Pepe Escobar: Questo è Barack Obama mentre presenta il suo Senior Working Group sulla sicurezza nazionale. E: sorpresa! I clintoniani sono tornati. Questo è il segreto di Pulcinella della campagna estremamente pragmatica di Obama: quelli di Obama sono gli stessi di Clinton. Bill Clinton e i suoi consiglieri non erano certo dei pacifisti. La decisione di Clinton di bombardare la Serbia ha causato la morte di centinaia di civili. Clinton inoltre decise di sganciare missili cruise contro obiettivi civili in Sudan e in Afghanistan, e ha rafforzato le sanzioni contro l'Iraq che hanno ucciso centinaia di migliaia di civili.
Chiunque si intenda un po' di Iraq sa che quando Hussein Kamel, sposato ad una delle figlie di Saddam Hussein, scappò in Giordania nel 1995, disse agli ispettori delle Nazioni Unite che Saddam aveva chiuso il programma iracheno di produzione di armi di distruzione di massa. Ma Clinton e i suoi consiglieri continuarono a dire al mondo che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Questo è Clinton, nel dicembre 1998, che seguendo le raccomandazioni unanimi del suo gruppo di sicurezza nazionale, ordinava che gli Stati Uniti...

(Inizio del filmato)

Bill Clinton allora presidente degli USA: ... attacchino i programmi iracheni di produzione di armi nucleari, chimiche e biologiche e la sua capacità militare di minacciare gli stati confinanti. E badate alle mie parole: lui svilupperà armi di distruzione di massa, le dispiegherà, e le userà. Oggi stiamo agendo perché in futuro sia meno probabile trovarsi di fronte a questi pericoli.

(Fine del filmato)

Quello che Clinton e i suoi volevano è quello che alla fine Bush ha ottenuto: il cambio di regime.

(Inizio del filmato)

Clinton: La maniera migliore per mettere fine a questa minaccia una volta per tutte è con un nuovo governo iracheno.

(Fine del filmato)

I consiglieri di Clinton erano convinti tanto quanto il loro presidente che:

(Inizio del filmato)


Clinton: Non ho dubbi sul fatto che, se lasciato senza controllo, Saddam Hussein userà queste terribili armi di nuovo.

(Fine del filmato)

Tranne per il fatto che non c'erano armi. Se Obama si fida di alcuni di questi personaggi che hanno consigliato Clinton negli anni Novanta, non farà ciò che sta promettendo nella sua campagna. Questo è Obama in Iowa nel novembre 2007.

(Inizio del filmato)

Obama: Non voglio passare il prossimo anno, o i prossimi quattro anni, a combattere nuovamente le stesse battaglie che abbiamo combattuto negli anni Novanta.

(Fine del filmato)

Negli anni Novanta era Bill Clinton a personificare una visione di cambiamento? Non esattamente. Quando Clinton decise di espandere la NATO nell'Europa dell'Est, ecco come Michail Gorbačëv reagì nel marzo 1999: "La questione non è solo se i cechi, gli ungheresi e i polacchi si uniranno alla NATO. Il problema è più serio: il rifiuto di una strategia per un nuovo sistema europeo deciso da me e i leader europei quando abbiamo terminato la guerra fredda. Mi sento tradito dall'Occidente. Avevamo un'opportunità per puntare verso la pace, e l'abbiamo persa. L'intera idea di un nuovo ordine mondiale è stata completamente abbandonata". Ora vediamo chi sono quelli di Obama, o per meglio dire quelli di Clinton.

Anthony Lake, ex consigliere per la sicurezza nazionale e invitato speciale della Casa Bianca, è attualmente professore alla Georgetown University. Non è un realista come Brzezinski. È stato un grande sostenitore della strategia di contenimento, ma è più vicino all'opzione di usare tutti i mezzi possibili per arrivare alla democrazia. Secondo lui, o democrazia o niente.

Warren Christopher è un ex segretario di stato di Clinton. Definiva la Bosnia, cito le sue parole, un "problema infernale". In un discorso tenuto alla UCLA nel 2005, ha delineato sommariamente quelli che ora sono i punti chiave della strategia politica estera di Obama. Sull'Iraq Christopher ha detto: "Non penso ci sia stata una spiegazione storica soddisfacente per quello che abbiamo fatto". Christopher è fermamente favorevole a negoziazioni con l'Iran, e innanzitutto crede in un potere americano morbido: "Dobbiamo usare il nostro 'potere morbido', il nostro potere di persuadere, il nostro potere di supportare, di cercare di imporre la nostra reputazione nel mondo".

"Morbido" non è esattamente la parola che viene in mente quandosi pensa a Madeleine Albright, ex segretaria di stato di Clinton e ambasciatrice alle Nazioni Unite. Fino a qualche giorno fa era consigliera di Hillary Clinton. In un articolo sul numero di settembre/ottobre 2003 di "Foreign Affairs" Albright scriveva: "La NATO dovrebbe essere usata in Afghanistan (dove ha finalmente ottenuto un ruolo, due anni dopo l'11 settembre) e in Iraq, dove il suo ombrello potrebbe aiutare ad alleviare la pressione sulle truppe statunitensi". Bene, questo è clintonismo di base, la stessa cosa che ha colpito Gorbačëv riguardo la NATO: un'alleanza tra Stati Uniti e Europa occidentale che si espande fino a inglobare mezzo mondo. Per fare cosa? Per proteggere la democrazia. Albright ha avuto la decenza di scusarsi con gli iraniani per le recenti decisioni non democratiche della politica estera statunitense.

(Inizio del filmato)

Madeleine Albright: Come il presidente Clinton ha detto, gli Stati Uniti devono portare la propria evidente parte di responsabilità per i problemi che sono nati nelle relazioni statunitensi-iraniane.

(Fine del filmato)

Ma non ha mai chiesto scusa agli iracheni per quello che ha detto alla CBS News nel maggio 1996. Alla domanda se la morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni imposte da Stati Uniti e Nazioni Unite (più che ad Hiroshima) fosse un prezzo giusto da pagare, Albright disse "Io penso che sia una scelta molto dura, ma credo che il prezzo pagato sia giusto". Altri nomi nel gruppo di consiglieri di Obama includono un elenco di personaggi con interessi particolari, e anche alcuni di quei consiglieri interni di Washington denunciati vigorosamente da Obama stesso nel corso della sua campagna. Per incontrarli, seguite la seconda parte di questa inchiesta.



Seconda parte:
Possiamo credere nel cambiamento?

Escobar: Continuiamo a conoscere i consiglieri recentemente nominati da Barack Obama. Questi consiglieri di Obama, ma a dire il vero di Clinton, consiglieranno Obama su come gli Stati Uniti dovrebbero rapportarsi col resto del mondo. James Steinberg era consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton. Secondo il "Wall Street Journal" è coautore del discorso tenuto da Obama al congresso dell'AIPAC a Washington, discorso che ha fatto infuriare il mondo arabo. In un articolo pubblicato dall'"American Interest", scritto assieme a Ivo Daalder, Steinberg sembrava John McCain. "L'unilateralismo non è l'unica alternativa al Consiglio di Sicurezza dell'ONU: le organizzazioni regionali e una nuova coalizione di stati democratici offrono modi per legittimare l'uso della forza quando il Consiglio non riesce a far fronte alle proprie responsabilità."

David Boren è stato definito "mio mentore da una vita" nel 2003 dall'ex capo della CIA George Tenet. Era molto vicino anche all'ex direttore della CIA Robert Gates, nei fatti ha aiutato la nomina di Gates. La CIA presieduta da Gates ha esagerato enormemente il potere militare sovietico, e Gates ha ammesso successivamente che la CIA ha dato miliardi di dollari ai Mujaheddin in Afghanistan. Un contraccolpo era inevitabile: come tutti quanti sappiamo i Mujaheddin successivamente si sono rivoltati contro gli Stati Uniti.

Richard Danzig era segretario della marina, e ha incoraggiato Clinton a investire ricerche sulla guerra biologica a scopo offensivo.

Gregory Craig è un avvocato da superprocessi. Era direttore del dipartimento di stato nell'ufficio di pianificazione di Clinton, e anche coordinatore della politica statunitense sul Tibet.

Lee Hamilton è ex capo del comitato degli affari esteri. Ma soprattutto ha codiretto il comitato di investigazione sul caso Iran-Contras, l'Iraq Study Group e la commissione sull'11 settembre, che per molti americani non ha risposto alle questioni chiave. Hamilton ha la fama di essere un insider molto importante, un Saggio di Washington, ma non aspettatevi che renda noto nulla di controverso per l'amministrazione.

Tim Romer era membro della commissione sull'11 settembre e ha votato a favore dell'invasione dell'Iraq di Bush.

Eric Holder è stato nominato da Ronald Reagan giudice associato dello stato di Washington, e nel 1997 Clinton lo nominò vice ministro della giustizia.

E poi c'è l'ex senatore Sam Nunn, ex capo del potente comitato senatoriale sulle armi. Si dice possa essere un possibile compagno di corsa di Obama. Nunn è direttore del Nuclear Threat Initiative, ed ha messo in guardia dallo scenario più drammatico: terroristi dotati di armi nucleari acquistate sul mercato nero. Ma riguardo all'Iran sembra piuttosto disinformato. Ecco quello che ha detto durante un'intervista con Charlie Rose nel giugno 2007:

(Inizia il filmato)

Nunn: Gli iraniani, da quello che leggo, e non dispongo di informazioni secretate al proposito, pensiamo siano a due o tre anni, a secondo di quale versione credete, dall'avere la capacità di produrre abbastanza materiale nucleare per costruire una bomba atomica.

(Fine del filmato)

D'altra parte Nunn ha delineato quella che ora sembra la politica di Obama sull'Iran: diplomazia, e non la possiblità di usare ogni opzione disponibile, come dice Bush.

(Inizia il filmato)

Nunn: Perché non l'abbiamo fatto, questo mi sconcerta. Perché non abbiamo voglia di parlare all'Iran sul problema nucleare? Non capisco nemmeno questo [...] Questo è quello che faremo con gli iraniani: gli parleremo direttamente. Risolverà il problema? Ne dubito. Se hanno un programma che va avanti dai tempi dello Scià e hanno parlato di questo con i russi, ed abvete chiesto ai russi perché non sono rigidi con l'Iran, vi diranno "Perché non siete stati rigidi con lo Scià quando c'era, e avete cooperato con gli iraniani in quel programma nucleare?"

(Fine del filmato)

William Perry era segretario della difesa di Clinton, e ha ristrutturato l'industria della difesa statunitense. Ha lavorato come consigliere della Martin Marietta prima di Clinton. La Lockheed Martin, la più grande industria di armi statunitense, è stata creata tramite una fusione pochi mesi dopo che Perry cominciasse a ricostruzione, e la Martin Marietta diventò parte della Lockheed Martin. Perry è andato in pensione nel 1998, ed è entrato nel consiglio d'amministrazione della Boeing, nonché nel Carlyle Group, con base in Arabia Saudita, i cui partner comprendono alcuni notissimi petrolieri, come George Bush senior e James Baker. L'interesse di Perry per la Corea del Nord offre uno squarcio interessante su come la "diplomazia coercitiva" di Obama funzionerebbe con l'Iran. Questo è quello che Perry ha detto nel corso di un'intervista con "Frontline", programma della PBS, nel febbraio 2003: "Abbiamo rischiato una guerra. Non volevamo iniziare una guerra per questo motivo, e non credevamo sarebbe stato necessario. Sentivamo che se fossimo riusciti a intensificare la pressione diplomatica, probabilmente avremmo evitato che questo accadesse. Così abbiamo iniziato un percorso che potremmo ragionevolmente chiamare 'diplomazia coercitiva'. Era diplomazia, ma era diplomazia sostenuta da una credibile minaccia dell'uso della forza militare. Abbiamo seriamente considerato di risolvere il problema semplicemente colpendo il reattore e il processore a Yongbyon."

Susan Rice era assistente del segretario di stato dell'amministrazione Clinton. Quelli che sospettano che la politica estera di Bush non sia fondamentalmente diversa da quella di Clinton dovrebbero sentire ciò che la Rice ha detto all'NPR [National Public Radio, la radio nazionale statunitense N.d.T.] l'11 novembre 2002:

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Rice: Io penso che il governo americano sia stato chiaro sin dal primo governo Bush riguardo la minaccia che l'Iraq e Saddam Hussein pongono. La politica statunitense è stata quella del cambio di regime per molti anni, a partire dall'amministrazione Clinton. Quindi è una questione di tempo e tattiche, quindi non abbiamo necessariamente bisogno una nuova risoluzione del consiglio prima di mettere in atto la risoluzione precedente.

(Fine del filmato)

E questo è quello che ha detto all'NPR il 6 febbraio 2003 riguardo Colin Powell:

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Rice: Io penso che abbia provato che l'Iraq ha armi nascoste, e non penso che molte persone informate ne dubitino.

(Fine del filmato)

Rice è incaricata del cosiddetto piano "pragmatico" di controterrorismo di Obama, che secondo lei dovrebbe, cito, "prosciugare il bacino del supporto agli estremisti", in parte sostenendo negli Stati Uniti i valori che gli Stati Uniti predicano nel mondo.

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Obama: Rifiuto di essere rimproverato riguardo la sicurezza nazionale da parte di persone che sono responsabili delle più disastrose decisioni di politica estera della storia recente degli Stati Uniti.

(Fine del filmato)

Quindi per contrastare questo disastro creato dalle decisioni di politica estera, Obama è ricorso ad una galassia di addetti ai lavori dello "smart power". Dunque i nomi dei consiglieri sull'elenco del gruppo di lavoro di Obama sulle questioni estere non sembrano avere una visione molto chiara del diritto internazionale, a voler essere generosi, e alcuni sembrano non essere avversi alla guerra, almeno in termini di imperialismo umanitario, come nel caso dell'ex Jugoslavia.
Un terzo governo Clinton versione remix non sembra esattamente un primo passo radicale per distanziarsi dalla politica estera imperiale di Bush e Cheney. Gli americani si porranno di sicuro una domanda: possiamo veramente credere nel cambiamento?


[21 agosto: leggermente modificato per correggere alcuni errori]

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