sabato, febbraio 07, 2009

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

di M. K. Bhadrakumar

Ci sono diversi modi di guardare al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, o AKP, che governa la Turchia. I laicisti militanti e i kemalisti insinuano che sia un cavallo di Troia dei salafisti, i cui membri si fanno passare per democratici. Altri dicono che l'AKP è così moderato che in Iran o in Afghanistan rischierebbe l'ostracismo perché infedele.

Ma sembra che possa esserci un terzo modo: guardare cioè all'AKP come a un risultato della rivoluzione iraniana di trent'anni fa. Almeno questo è quello che pensa Ali Akbar Nateq Nouri, una delle maggiori autorità religiose iraniane che fu presidente del Majlis (il parlamento) e ora riveste la prestigiosa carica di consigliere del Leader Supremo Grande Ayatollah Ali Khamenei.

Domenica scorsa Nouri ha spiegato che “Quando gli iraniani parlavano di 'esportare' la loro rivoluzione, non si riferivano alla fabbricazione di un prodotto per poi esportarlo in altri paesi per mezzo di camion o navi; si riferivano invece alla trasmissione del messaggio della loro rivoluzione, alla comunicazione della sua dottrina”. Nouri ha detto che sentiva di poter riconoscere nell'AKP un erede della rivoluzione iraniana perché nelle ultime settimane è stato proprio in Turchia che si sono svolte “le più belle manifestazioni sulla situazione a Gaza”.

Un grande affronto
Può aver esagerato nel dire che perfino l'esercito turco, “che aveva certi trascorsi, è ora cambiato”. Comunque è vero che in Turchia “le cose sono cambiate”, per citare Nouri, come ha dimostrato il travolgente sostegno popolare ad Hamas nella sua battaglia contro Israele.

In particolare, la reazione pubblica del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan alle parole del Presidente israeliano Shimon Peres, giovedì scorso, durante un dibattito televisivo ai margini del World Economic Forum, nella località svizzera di Davos, ha colpito l'immaginazione del mondo islamico ed è riuscita a superare il divario sunniti-sciiti. All'improvviso Erdogan ha assunto le sembianze di un sultano ottomano dei nostri tempi, con un impero che si estende dalle fertili pianure mesopotamiche ai deserti dell'Arabia, dalla valle del Nilo al Levante e il Maghreb fino al cuore profondo dell'Africa.

Erdogan, un ragazzo di periferia originario del quartiere operaio di Kasimpasa a Istanbul, ne ha fatta di strada nella sua tumultuosa carriera politica. È indubbiamente uno degli uomini politici turchi più carismatici e dotati. Il suo posto nel pantheon dei leader della Turchia è dunque assicurato. Tuttavia non avrebbe mai potuto immaginare di vedersi proporre come candidato al Nobel per la pace, né che a sostenerlo sarebbe stata una riverita figura religiosa del mondo sciita.

È quello che ha fatto l'Ayatollah Naser Makarem-Shirazi, parlando a un pubblico di studenti di teologia domenica scorsa nella città iraniana di Qom. La reazione di Erdogan, ha detto l'ayatollah, ha avuto un effetto profondo sulla sicurezza regionale, e ha rafforzato la resistenza palestinese e ulteriormente isolato il “regime sionista”.

La “pretesa” di Erdogan al Nobel per la pace è appesa al filo sottile delle 56 parole pronunciate durante lo show televisivo di Davos, quando ha rimproverato duramente Peres: “Lei è più anziano di me e la sua voce è più imponente. La ragione per cui lei alza la voce è la psicologia della colpa. Io non avrò bisogno di parlare così fragorosamente. Quando si tratta di uccidere, voi sapete benissimo come uccidere. Io so molto bene come avete colpito e ucciso bambini sulle spiagge”.

Alienazione musulmana
Dice certamente qualcosa della profonda alienazione in cui è intrappolato oggi il Medio Oriente il fatto che l'eco di una semplice sequenza di 56 parole dominate dall'angoscia per la giustizia, l'onore e il diritto si rifiuti così ostinatamente di smorzarsi. Dall'oggi al domani Erdogan si unisce al libanese Hassan Nasrullah dell'Hezbollah e al Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejadnel nel superare con invidiabile slancio le storiche divisioni settarie del mondo musulmano. Di certo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà di che meditare.

Al suo rientro a Istanbul Erdogan è stato accolto come un eroe. I sondaggi d'opinione mostrano che più dell'80% dei turchi approva la sua dura replica e il suo “abbandono” del dibattito televisivo. La popolarità dell'AKP supera il 50%, tanto che i partiti d'opposizione, che nelle elezioni comunali di fine marzo contavano di trarre vantaggio dai problemi economici del paese, sono in preda all'abbattimento.

Nella stessa Gaza Erdogan è diventato da un giorno all'altro una figura iconica, tanto che i governanti arabi pro-occidentali ora sono in imbarazzo – come lo è del resto “Abu Mazen” (il Presidente palestinese Mahmoud Abbas), disinvoltamente a capo dell'Autorità Palestinese. Naturalmente l'Arabia Saudita o l'Egitto non hanno nessuna intenzione di cedere la leadership alla Turchia. Ma d'ora in poi dovranno tener conto seriamente del fatto che l'ombra della Turchia si sta addensando sul panorama musulmano sunnita del Medio Oriente.

L'Iran ne è felice. Il potente capo del Consiglio dei Guardiani, l'Ayatollah Ahmad Jannati, ha mandato un messaggio a Erdogan in cui diceva “La sua presa di posizione epica è piaciuta ad Hamas e ai suoi sostenitori e ha umiliato i leader leccapiedi di vari Stati arabi”.

Il “neo-ottomanismo” prende slancio
Nella stessa Turchia i contraccolpi di quel discorso hanno spaccato l'identità già divisa del paese. L'oligarchia delle élite turche occidentalizzate di Istanbul è scandalizzata che Erdogan possa avere guastato l'immagine del turco civile a lungo coltivata a beneficio dell'Europa. Con il suo senso della storia e della cultura, il turco anatolico, dall'altro lato, è felice che Erdogan stia reclamando il ruolo della Turchia nella casa ancestrale del Medio Oriente musulmano, un ruolo che aveva perduto da molto tempo.

Di certo la scorsa settimana il “neo-ottomanismo” che caratterizza il programma dell'AKP ha fatto un grandissimo balzo in avanti. Sta per avere inizio una fase interessante in cui un ruolo fondamentale verrà assunto dalla riscoperta dell'eredità imperiale della Turchia, mentre il paese continuerà a cercare un nuovo consenso su base nazionale che possa riconciliare le molte identità dei turchi.

Sotto il governo settennale dell'AKP la Turchia ha intrapreso il doloroso processo di scendere a patti con il proprio patrimonio musulmano e ottomano. Contrariamente alle impressioni generali, il neo-ottomanismo non è né islamista né imperialista. Si potrebbe dire che usa il comune denominatore dell'Islam per derivarne un concetto meno etnico dell'identità turca che sia più conciliabile del laicismo militante con il carattere multietnico dello Stato turco.

Ma in politica estera il “neo-ottomanismo” ha un programma più ambizioso. Come ha scritto l'importante editorialista del giornale turco Zaman, Omer Taspinar, “Il neo-ottomanismo vede la Turchia come una superpotenza regionale. La sua cultura e visione strategica riflette la portata geografica degli imperi ottomano e bizantino. La Turchia, come paese-fulcro, dovrebbe così svolgere un ruolo diplomatico e politico molto attivo nell'estesa regione di cui è il 'centro'”. Non sorprende che i detrattori di Erdogan tra le élite occidentalizzate di Istanbul e Ankara vedano queste aperture islamiche o pan-turche della politica estera come mosse rischiose e in ultima analisi nocive per gli interessi della Turchia.

Per citare un importante editorialista turco, Mehmet Ali Birand, di CNN Türk, Erdogan ha “disturbato” il delicato equilibrio della politica estera e ha “messo sé stesso e il suo paese in una posizione rischiosa... Sarà interpretato come un lento allontanamento dal campo Israele-Stati Uniti-Unione Europea-Egitto-Arabia Saudita... Anche se le relazioni con Israele non cesseranno, gli umori cominceranno a cambiare e si orienteranno verso l'antipatia. Se non verranno immediatamente riequilibrate, le relazioni tra Israele e la Turchia non si ristabiliranno facilmente. Le conseguenze si faranno sentire a Washington e sui mercati monetari”.

Tuttavia, la timorosa prognosi di Birand pare troppo presuntuosa. Non v'è alcuna base per affermare che il “neo-ottomanismo” significhi che la Turchia volterà le spalle all'Occidente. Come ha rilevato Tapinar, dopo tutto l'Impero Ottomano era noto come “il malato d'Europa”, non dell'Asia o dell'Arabia. La tradizione europea dell'apertura all'Occidente e agli influssi occidentali fu una costante dell'epoca ottomana. L'ambiziosa politica regionale di Erdogan nel Medio Oriente non dovrebbe essere vista come una deviazione dagli obiettivi rappresentati dall'ingresso nell'Unione Europea e dalle buone relazioni con Washington.

Nuvole sulle relazioni turco-israeliane
Non c'è dubbio che l'offensiva israeliana contro Gaza e l'episodio di Erdogan a Davos abbiano creato fratture nelle relazioni strategiche tra Turchia e Israele. Ma il problema è se i danni siano abbastanza gravi da dare il via a un importante riallineamento nella regione. È altamente probabile che con il raffreddarsi degli animi le relazioni turco-israeliane in quanto tali si ristabiliranno.

L'esercito turco ha fatto sapere che non ci sarà una riduzione della cooperazione con Israele. Ha detto che la cooperazione militare della Turchia con tutti i paesi, Israele compreso, si basa su interessi nazionali e non sono previste difficoltà nella consegna da parte di Israele di UAV (aerei senza pilota) Heron.

Il Ministro degli Esteri Tzipi Livni ha detto: “C'è un'incrinatura nelle nostre relazioni. Non è possibile nasconderlo. Ma queste relazioni sono molto importanti per entrambi i paesi”. Ha preso atto che Ankara stava “facendo una distinzione tra i rapporti bilaterali e il biasimo che ci stanno rivolgendo per l'operazione [di Gaza]”. Anche gruppi ebraici statunitensi stanno cercando di placare le acque nelle relazioni tra Turchia e Israele.

Si può capire che Erdogan si sia sentito tradito. Ha detto al Washington Post che la mediazione turca aveva portato Israele e la Siria “molto vicino” a negoziati di pace diretti sul futuro delle Alture del Golan. Durante la sua visita ad Ankara, il 23 dicembre, il Primo Ministro israeliano non solo ha nascosto a Erdogan il fatto che Israele prevedeva di attaccare Gaza quattro giorni dopo, ma ha assicurato al leader turco che al suo rientro avrebbe consultato i suoi colleghi per una ripresa dei negoziati con la Siria.

Quando Olmert si trovava ad Ankara, Erdogan ha telefonato a Gaza al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, e si è consultato con lui sulle questioni che avrebbe discusso con il Primo Ministro israeliano in visita. Del tutto comprensibilmente, Erdogan si è sentito tradito. “Questa operazione [a Gaza] mostra anche una mancanza di rispetto verso la Turchia”, ha detto. Israele è abituato ad agire assecondando esclusivamente i propri interessi. Ma Erdogan è un turco orgoglioso per il quale perdere la faccia è semplicemente inaccettabile.

Israele ha bisogno della Turchia
Nel frattempo in Turchia si sono svolte imponenti manifestazioni di massa contro Israele alla notizia delle atrocità commesse a Gaza. Il più alto organo esecutivo della Turchia, il Consiglio della Sicurezza Nazionale, che si trova sotto la guida del Presidente e comprende il Primo Ministro e i capi militari, ha dichiarato il 30 dicembre che Israele avrebbe dovuto cessare immediatamente le operazioni militari, dare una possibilità alla diplomazia e consentire che alla popolazione di Gaza giungessero gli aiuti umanitari.

Ma Israele ha preso con molta calma le critiche turche. Ha dichiarato che Erdogan si stava comportando in modo “emotivo”. Erdogan ha ribattuto: “Non sono emotivo. Parlo quale discendente dell'Impero Ottomano, che accolse i vostri antenati quando erano in esilio... La Storia li accuserà [Olmert e Livni] di aver macchiato l'umanità... È imperdonabile che un popolo che durante propria storia ha sofferto così profondamente abbia potuto fare una cosa del genere”.

In compenso, Israele ha più da perdere della Turchia nel deteriorarsi della fiducia reciproca. La Turchia ha molti amici nella regione, mentre Israele non ne ha praticamente nessuno. La Turchia è per Israele un alleato insostituibile non solo nel Medio Oriente ma nell'intero mondo musulmano. Con l'atteso confronto Stati Uniti-Iran e il conseguente riallineamento nella regione, Israele (e gli stati arabi pro-occidentali) hanno bisogno ora più che mai della Turchia come “elemento di equilibrio”. Come dimostra il caloroso plauso iraniano a Erdogan, anche Teheran è profondamente consapevole dei nuovi imperativi.

Oltre a tutto ciò, una questione eterna che dovrebbe allarmare Israele è che per la prima volta nell'heartland anatolico è visibile un'ondata di antisemitismo. Se i leggendari precedenti dell'era ottomana nel dare asilo agli ebrei erranti stanno davvero diventando una reliquia del passato, non chiedetevi di chi sia la colpa. Sono i leader israeliani che devono assumersene la responsabilità.

Originale da: Turkish Snub Changes Middle East Game

Articolo originale pubblicato il 4/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 03, 2009

La pace è irraggiungibile?

lunedì, gennaio 26, 2009

Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6923&lg=it

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