Monday, June 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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Saturday, June 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, in particolare della giustizia, gli interessi della popolazione sono difesi male. È dunque naturale che i cittadini non abbiano né rispetto né fiducia nei confronti di questo sistema. In questo ha assolutamente ragione. (…)


Se la situazione sembra essersi normalizzata in Cecenia, si è però aggravata in Inguscezia e in Daghestan. Qual è secondo Lei il problema maggiore?

La situazione in Cecenia è davvero migliorata. Il popolo ceceno ha scelto di sviluppare la propria repubblica nell'ambito della Federazione. Abbiamo visto come ha reagito ai tentativi di introdurre nella coscienza collettiva forme islamiche non tradizionali. Il wahabismo, in sé, è una corrente dell'Islam che non ha nulla di pericoloso. Ma esistono delle tendenze estremiste, nell'ambito del wahabismo, che si è tentato di imporre alla popolazione cecena. La gente ha capito molto bene che non si agiva nei suoi interessi, ma che la si strumentalizzava dall'esterno per destabilizzare la Federazione Russa. Questo implicava delle sofferenze per il popolo. La stabilizzazione è cominciata con questa presa di coscienza. Quando abbiamo osservato questo cambiamento di mentalità abbiamo trasmesso il potere e la responsabilità ai ceceni nei settori della sicurezza e dell'economia.

Capisce, un tempo sarebbe stato difficile immaginare che il ministro della difesa Maschadov sarebbe diventato oggi membro del parlamento ceceno. Ma così vanno le cose. E proprio questo ha creato le condizioni politiche necessarie a ricostruire Groznij e a fare i primi passi per il risanamento dell'economia. Per quello che riguarda il Daghestan e l'Inguscezia, sappiamo benissimo quello che accade: si tratta di uno scontro tra interessi economici e non politici. Può essere l'espressione di contrasti politici interni ma non è mai legato a tendenze separatiste. (…)

Qual è oggi la priorità per il Caucaso e per le repubbliche che ha menzionato? Innanzitutto la ricostruzione della sfera economico-sociale. Lì una grande fascia della popolazione vive ancora sull'orlo della povertà. Lì la gente ha soprattutto il problema della disoccupazione. Questo riguarda specialmente i giovani. E noi abbiamo un programma di sviluppo per il sud della Russia, in particolare per il Caucaso Settentrionale.

In questo programma sono previste significative risorse finanziarie per lo sviluppo della sfera economica e sociale. Ritengo che anche in questa direzione conseguiremo il successo.


Ancora una piccola domanda sul Caucaso. La Cecenia, i fatti tragici di Beslan e del teatro Nord-Ost sono le pagine nere della Sua presidenza. Oggi pensa che sarebbe stato possibile agire in un altro modo?

No. Sono convinto che se avessimo cercato di agire in un altro modo tutto questo sarebbe andato avanti ancora oggi. Noi dovevamo contrastare i tentativi di destabilizzazione della Russia. Tutti i paesi che fanno concessioni ai terroristi sperimentano alla fine delle perdite ancora maggiori di quelle subite nelle operazioni speciali. E alla fine questo distrugge lo Stato e allunga l'elenco delle vittime.


Lotta contro il terrorismo a parte, i difensori dei diritti dell'uomo deplorano i crimini contro i civili ceceni. Sarà fatta luce su questi crimini?

Innanzitutto posso assicurarle che nella Repubblica Cecena i tribunali e la procura lavorano attivamente. Sono state promosse azioni penali contro gli autori di quei crimini, a prescindere dalle loro funzioni. Questo vale per quelli che hanno combattuto dalla parte dei ceceni e anche per i militari russi. Non solo faremo luce su questi crimini, ma lo stiamo già facendo. Vari ufficiali degli organi di polizia e dell'esercito sono stati già giudicati e condannati. E devo dirle che per i nostri tribunali non è stato facile. Malgrado le prove dei crimini le giurie popolari li hanno rilasciati più volte. Questo la dice lunga sullo stato d'animo della società russa, soprattutto dopo le brutalità commesse dai terroristi contro la nostra popolazione civile. Però io sono fermamente convinto che se vogliamo ristabilire la pace civile, nessuno deve oltrepassare la linea rossa del diritto.


Cosa si aspetta dalla presidenza francese dell'Unione Europea?

La Francia è un nostro collaboratore fidato e tradizionale. Si è sempre parlato di cooperazione strategica tra Francia e Russia, e io concordo con questa definizione. La Francia ha sempre condotto una politica estera indipendente e spero che continuerà così. È nella natura dei francesi. È difficile imporre ai francesi qualcosa che viene da fuori. Tutti i governanti francesi devono tenerne conto. Noi apprezziamo questa indipendenza, ed è per questo che ci aspettiamo molto dalla presidenza francese. Contiamo su un dialogo costruttivo per stabilire una base giuridica nella cooperazione con l'Unione Europea. Il documento fondatore delle nostre relazioni è scaduto. Non c'è un vuoto giuridico perché la procedura attuale permette di prorogarlo anno dopo anno. Ma bisogna rinnovarlo. Vogliamo firmare un nuovo trattato, l'abbiamo affermato a più riprese, come i nostri partner europei. La presidenza francese dovrebbe rappresentare un'ulteriore spinta.


Una delle questioni che preoccupano l'umanità è il programma nucleare iraniano. Crede che l'Iran cerchi di fabbricare l'atomica? Ne ha parlato con Sarkozy?

Sì, ne abbiamo ricordato questo problema. Non credo che gli iraniani stiano cercando di fabbricare l'atomica. Niente lo indica. Gli iraniani sono un popolo fiero e indipendente. Vogliono godere della propria indipendenza e del proprio legittimo diritto al nucleare civile. Devo dire che da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran non ha infranto nulla. Ha anche il diritto di arricchimento [dell'uranio]. Lo dicono i documenti. Si rimprovera all'Iran di non aver mostrato tutti i suoi programmi all'AIEA. Questo punto va ancora sistemato. Nel complesso l'Iran ha, a quanto pare, rivelato i propri programmi nucleari. Lo ripeto ancora una volta: da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran ha infranto nulla. Ma ho sempre detto apertamente ai nostri partner iraniani che il loro paese non si trova in una zona asettica ma in un ambiente complesso, in una zona del mondo esplosiva. Noi chiediamo loro di tenerne conto, di non irritare i loro vicini o la comunità internazionale, di dimostrare che il governo iraniano non ha secondi fini. Abbiamo collaborato strettamente con gli iraniani e con i nostri partner del “Gruppo dei 6” e continueremo a farlo.


Pensa di poter assicurare a Nicolas Sarkozy che l'Iran non ha un programma militare nucleare?

Durante il nostro incontro non mi sono posto questo problema. Le assicuro che il Presidente della Francia non è meno informato del Presidente della Russia, o meglio dell'ex Presidente della Russia. Non abbiamo discusso questo aspetto del problema. Abbiamo discusso sul fatto che esiste e che bisogna lavorare insieme per risolverlo.


Se sapeste che l'Iran sta veramente fabbricando una bomba nucleare sarebbe un problema per la Russia?

La politica non tollera i congiuntivi. Quando avremo queste informazioni decideremo quale atteggiamento adottare.


In linea di principio, l'Iran in quanto grande potenza può aspirare alla bomba nucleare?

Noi siamo contrari. È la nostra posizione di principio. Noi siamo contrari alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Questa via è estremamente pericolosa. Non è positiva né per la regione, per per l'Iran. Utilizzare le armi nucleari in una regione così piccola come il Vicino Oriente equivarrebbe a un suicidio. A quali interessi ubbidirebbe? A quelli della Palestina? Allora i palestinesi cesserebbero di esistere. Noi conosciamo la tragedia di Černobyl. Il vento non soffia solo da una parte. Sarebbe controproducente. Abbiamo sempre mantenuto questa posizione e spero che il presidente continuerà a farlo.

Intendiamo impedire con tutti i mezzi la proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo abbiamo proposto un programma internazionale di arricchimento dell'uranio, giacché l'Iran non è che una parte del problema. Molti paesi emergenti si trovano di fronte alla scelta di utilizzare l'energia nucleare a fini civili. Avranno bisogno di arricchire l'uranio e di disporre di un proprio ciclo chiuso. Ci saranno sempre dei dubbi sul conseguimento dell'uranio a fini militari. È molto difficile da controllare. Per questo proponiamo che l'arricchimento si faccia in paesi che sono al di sopra di ogni sospetto perché già in possesso della bomba nucleare. Per partecipare a questo programma gli stati dovranno essere certi di ricevere le quantità necessarie e avere la garanzia che qualcuno ritratterà le loro scorie. La creazione di questo sistema è possibile. Sarà sufficientemente sicuro e affidabile.


In che modo un eventuale ingresso nella NATO dell'Ucraina e della Georgia può costituire una minaccia per la Russia?

Alcune considerazioni. Noi ci opponiamo all'allargamento della NATO in generale. Per principio. La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell'accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l'Unione Sovietica, per proteggersi da un'eventuale aggressione, come si riteneva all'epoca. L'URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario. L'Unione Sovietica non c'è più, non c'è più la minaccia, ma l'organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.

Pensate che si possa risolvere questi problemi nell'ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un'ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale. Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all'interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.

Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo anti-missile. Prima hanno preso la decisione, poi ne hanno dibattuto a Bruxelles in seguito alle nostre pressioni o alle nostre critiche. Noi temiamo che l'adesione di questi paesi alla NATO si traduca nell'installazione in tali paesi di sistemi missilistici che ci minacceranno. Nessuno chiederà il loro parere. Quei sistemi verranno intallati e basta. Non si fa che parlare di limitare gli armamenti in Europa. Ma noi l'abbiamo già fatto! Il risultato è che ci sono spuntate sotto il naso due basi militari. Presto ci saranno installazioni in Polonia e nella Repubblica Ceca. Come diceva Bismarck, quello che conta è il potenziale, non le dichiarazioni e le intenzioni. Noi vediamo che le installazioni militari si avvicinano ai nostri confini. Ma per quale ragione? Nessuno minaccia nessuno.

E veniamo all'ultima osservazione: abbiamo evocato la questione della democrazia. Dobbiamo sempre tenerla a mente. Non dovrebbe essere applicata anche in materia di relazioni internazionali? Si può essere un paese ben intenzionato e democratico all'interno e allo stesso tempo un mostro minaccioso all'esterno? La democrazia è il potere del popolo. In Ucraina quasi l'80% della popolazione è ostile all'ingresso nella NATO. Malgrado questo, i nostri partner dicono che vi aderirà. Le decisioni vengono prese prima, dunque, al posto dell'Ucraina. L'opinione della popolazione non interessa più a nessuno? E volete dirmi che questa è democrazia?


In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981 quando, probabilmente, la maggioranza della popolazione era contraria. A volte i governanti devono imporre le grandi scelte…

Questa responsabilità politica può essere presa tranquillamente per mezzo di un referendum. Basta domandare alla gente cosa ne pensa. Le questioni umanitarie come la pena di morte non rientrano in questo ambito. Si sente spesso dire, a proposito della cooperazione con la Russia: “Noi, i paesi occidentali, dobbiamo scegliere i nostri alleati in funzione dei valori comuni”. Abbiamo citato i fatti dolorosi avvenuti nel Caucaso qualche anno fa. Grazie a Dio è finita. Ma perfino in una situazione sull'orlo della guerra civile abbiamo di fatto abolito la pena di morte. È stata una decisione difficile ma responsabile. E questi non sono valori comuni? In certi paesi del G8, alcuni dei quali sono membri della NATO, la pena di morte esiste ancora, e i condannati vengono giustiziati. Allora perché tanta parzialità quando si tratta con la Russia? Quello che è permesso a Cesare non lo è agli altri? Questo tipo di dialogo sarebbe produttivo. Giochiamo a carte scoperte, rispettiamoci. Così faremo dei passi avanti.


A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti. Con Washington avete divergenze su molte questioni: il Kosovo, l'Iraq, lo scudo anti-missile, il nucleare iraniano. Che bilancio fa della politica estera di George W. Bush?

Se me lo permette, non esprimerò giudizi perché non mi sento in diritto di farlo. Questo spetta al popolo americano. Le esporrò il mio parere personale. Penso che il presidente degli Stati Uniti abbia una responsabilità enorme perché il suo paese svolge un ruolo importantissimo negli affari internazionali e nell'economia mondiale. È facile criticare dall'esterno. Abbiamo sempre avuto le nostre posizioni su molte questioni, e dunque delle divergenze nella risoluzione dei problemi. Non siamo i soli. La Francia, sull'Iraq, condivide il nostro punto di vista. Anzi, sono state la Germania e la Francia a prendere posizione sull'Iraq prima che noi ci unissimo a loro, e non il contrario. Si è detto che il nostro punto di vista era sbagliato. I fatti hanno dimostrato che con la forza non si risolve nulla. È impossibile. Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c'è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.

Nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti ci sono più aspetti positivi che divergenze. Per esempio gli scambi commerciali crescono di anno in anno. Abbiamo molti interessi comuni sulle grandi questioni internazionali, soprattutto in merito alla non-proliferazione delle armi nucleari. Lì siamo completamente d'accordo. La lotta contro il terrorismo viene spesso condotta in modo poco visibile, ma sta diventando sempre più efficace. Con Bush ho avuto un incontro recente, a Soči. Ho potuto così ringraziarlo per la collaborazione tra i nostri servizi nella lotta contro il terrorismo. Non abbiamo grandi divergenze sul nucleare iraniano.

La Russia è membro del Consiglio di sicurezza: agiamo in accordo con il Consiglio e votiamo all'unanimità le sue risoluzioni. Detto questo, come recita l'articolo 41 del capitolo 7 della carta delle Nazioni Unite, tutto quello che abbiamo intrapreso non presuppone l'uso della forza. A Washington si esprimono punti di vista diversi. Grazie a dio non è stata decisa alcuna azione militare. Speriamo che non vi si arrivi mai. Comprendiamo che dobbiamo risolvere insieme questo problema. Dunque sì, abbiamo delle divergenze, ma l'atmosfera di cooperazione e la fiducia reciproca sono tali da darci delle speranze per il futuro. Ed è proprio questo, tra l'altro, che ci ha permesso di firmare a Soči una dichiarazione sulla collaborazione a lungo termine tra i nostri paesi.


La Russia non ha riconosciuto l'indipendenza dell'Ossezia Meridionale e dell'Abchazia, ma ha rafforzato il controllo sulle due regioni separatiste. Perché non siete soddisfatti dell'attuale stato delle cose? Forse è la soluzione migliore.

Ha detto “separatiste”? Perché non usa questa parola per il Kosovo? Non risponde? Non risponde perché non è in grado di rispondere.

Ma in Abchazia ci sono stati molti profughi georgiani. In Kosovo è il contrario.

No, non è affatto il contrario. Migliaia, centinaia di migliaia di serbi non possono rientrare nel Kosovo. È la stessa cosa. O lei forse ha visto un ritorno dei profughi nel Kosovo? Stanno cacciando gli ultimi serbi. Non racconti storie, io so cosa succede veramente. Non siete in grado di garantire ai profughi la sicurezza e delle condizioni di vita dignitose. Dunque è esattamente la stessa cosa. Per quanto riguarda l'allontanamento della popolazione georgiana, è vero. Ma 55.000 georgiani hanno già fatto ritorno nel distretto di Gali in Abchazia. Questo processo avrebbe potuto continuare, se non ci fossero state pressioni militari da parte di Tbilisi. Sa, quando c'è stata la cosiddetta rivoluzione socialista del 1919, la Georgia si è costituita come Stato indipendente. L'Ossezia invece ha dichiarato che non voleva essere parte integrante della Georgia, che voleva restare nella Federazione Russa. Le autorità georgiane hanno intrapreso delle spedizione punitive che gli osseti ancora oggi considerano dei massacri, dei stermini. Questi conflitti hanno un carattere antico e profondo. Per risolverli bisogna armarsi di pazienza e di rispetto verso i diversi gruppi etnici del Caucaso invece di impiegare la forza.

Oggi si dice che vari aerei spia georgiani sono stati abbattuti sull'Abchazia dal sistema di difesa russo. Ma perché non si ricorda la proibizione di sorvolare queste zone? Far volare questi aerei è spionaggio. Perché fare dello spionaggio? Perché si prevedono operazioni militari. Allora cos'è, una delle due parti si prepara a uno spargimento di sangue. Vogliamo questo? Nessuno lo vuole. Perché i vari gruppi etnici abbiano voglia di convivere in un unico Stato è necessario il dialogo. Non finiremo mai di ripeterlo ai nostri interlocutori georgiani.


Il presidente georgiano Michail Saakašvili ha proposto un piano di pace per l'Abchazia con la concessione di un'ampia autonomia e la carica di vice presidente a un abchazo. Questa proposta vi trova d'accordo?

Bisogna innanzitutto che vada bene agli abchazi. Com'è cominciato il conflitto etnico? Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tbilisi ha soppresso l'autonomia di queste repubbliche. Cosa l'ha spinta a farlo? Perché l'ha fatto? Così hanno avuto inizio il conflitto etnico e la guerra. Adesso [i georgiani] dicono che sono pronti a fare marcia indietro: “Vi restituiamo l'autonomia che vi abbiamo tolto anni fa”. Ma è chiaro che gli abchazi diffidano. Pensano che tra qualche anno li priveranno nuovamente di qualcosa. Noi abbiamo aiutato quei 55.000 profughi georgiani a ritornare in Abchazia, nel distretto di Gali. L'abbiamo fatto. Abbiamo convinto gli abchazi a lasciarli passare e a garantire loro condizioni di vita normali. È la Russia che l'ha chiesto alle autorità abchaze. Ve lo dico in tutta sincerità, me ne sono occupato personalmente. Ho rivolto personalmente la richiesta alle autorità abchaze, e loro l'hanno fatto. Abbiamo elaborato un piano comune di sviluppo energetico, di cooperazione transfrontaliera, di costruzioni, di infrastrutture. Abbiamo perfino deciso di ricostruire le ferrovie. Dopo le ultime dimostrazioni di forza si è fermato tutto. Le elezioni [in Georgia] si avvicinavano, bisognava dimostrare che si poteva risolvere tutto. Questo genere di cose, che dura da secoli, non si adatta ai tempi e ai modi della politica interna. Non ne può uscire niente di buono. Spero che il piano proposto da Michail Saakašvili entrerà gradualmente in vigore, perché nell'insieme è giusto. Però bisogna che l'altra parte sia d'accordo. È necessario il dialogo.


Un'ultima domanda, di carattere generale: come vorrebbe vedere la Russia del futuro, ha un piano in mente?

Abbiamo già proposto un piano concreto di sviluppo della Russia fino al 2020. Abbiamo contato sul fatto che la struttura della nostra economia possa cambiare in maniera sostanziale e che l'innovazione svolga un ruolo molto più rilevante. Tenendo conto della quantità delle nostre risorse minerarie, la sfera dell'innovazione dovrà avere un ruolo ben maggiore, se non predominante. Contiamo sul fatto che le stesse infrastrutture del potere e della finanza si possano conformare ai nuovi tempi. Che saremo in grado di creare un sistema politico efficace e vitale capace di reagire a tutto ciò che accade nel paese e nel mondo. Che saremo in grado di creare con la politica estera condizioni tali da permettere al nostro paese di svilupparsi in modo efficace e intensivo, di essere competitivo, per far sì che i nostri cittadini si sentano al sicuro e possano programmare con fiducia il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Molte grazie.


Fonte russa:

http://www.government.ru

Fonte francese:

http://www.lemonde.fr

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Saturday, May 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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Wednesday, May 07, 2008

I sogni irrealizzabili dei media occidentali

Sogni irrealizzabili: i media occidentali e la transizione in Russia
di Andrej Arešev

Dmitrij Medvedev assumerà la carica di presidente della Russia il 7 maggio. Alla vigilia dell'insediamento il tono dei commenti nei media occidentali e in alcuni media nazionali sulla configurazione del potere in Russia dopo la transizione dimostra che certi ambienti sono estremamente interessati a istigare un conflitto tra Putin e il suo successore.

Se non ci sono notizie reali, bisogna inventarsele: è questa la regola dei mezzi di informazione, soprattutto quando si tratta del principale evento politico dell'anno in un paese che ha un ruolo così importante sul piano internazionale. È già chiaro che i tentativi mirati a dividere il presidente e il primo ministro avranno la forma di una campagna mediatica attentamente orchestrata.

“Finora l'ex presidente e il suo successore sembrano andare d'amore e d'accordo”, ammette la britannica BBC. Tuttavia, il desiderio di intravedere possibili conflitti tra Putin e Medvedev sulla politica interna ed estera della Russia e la ricerca di situazioni in cui tali conflitti potrebbero emergere sono un tema ricorrente nei media tradizionali e in quelli elettronici (compresi i blog politicizzati), che ricorrono regolarmente a vecchi trucchi presi dall'arsenale della guerra mediatica e perfino ad allusioni dirette. “L'epoca di Putin è stata caratterizzata dal ritorno al potere dei siloviki, che attualmente svolgono un ruolo predominante nella politica e nell'economia russe. Contende loro il potere un clan 'liberale' al quale si dice Medvedev appartenga”, così, per esempio, ha scritto lo svizzero Le Temps, riassumendo alcuni pettegolezzi.

Incapaci di citare dati reali, gli immaginifici autori di queste previsioni attingono abbondantemente alla fantasia e all'emotività. “La lotta per la poltrona presidenziale è stata segreta ma violenta, e la lotta per il potere è destinata a continuare in Russia, paese lacerato da una serie di conflitti irrisolti”, ammonisce il Wall Street Journal, senza chiarire però come si sia manifestata tutta questa “violenza”. Un giornalista iperattivo ha perfino sostenuto di avere visto una bozza del discorso di Krasnojarsk di Medvedev in cui – liberali, esultate! – avrebbe notato che era stata cancellata una frase sul ruolo di Putin nel rafforzamento del sistema dei partiti russo. Naturalmente il giornalista si è affrettato a comunicarlo al mondo. Altri cercano di rilevare contraddizioni nascoste tra i discorsi di Putin e Medvedev, sperando chiaramente di distinguere i contorni del futuro “scisma”.

Un altro leitmotiv dalla stampa occidentale è che il nuovo presidente russo dovrebbe respingere quanto prima l'eredità politica del suo predecessore e adottare posizioni occidentali su questioni cruciali di sicurezza internazionale. Questa sarebbe, si dice, la scelta migliore per la Russia. Per quanto riguarda la politica interna, l'Occidente auspica una sorta di “trasformazione in senso liberale dall'alto”. La “trasformazione in senso liberale” implicherebbe ovviamente un indebolimento della struttura del potere in Russia e darebbe il via libera all'opposizione radicale con i suoi piani di rovesciamento del potere. Coloro che promuovono simili modelli di sviluppo per la Russia ricorderanno certamente la storia. Le lezioni della storia recente della Russia - soprattutto l'epoca gorbačëviana, quando la perestrojka diede il colpo di grazia a molte istituzioni dello stato, e i primi anni Novanta, quando scoppiò un grave conflitto tra il presidente e il parlamento – sono ben note. Le istituzioni travolte dal caos permanente e spesso in conflitto l'una con l'altra sono facilmente manipolabili, come la storia ci insegna. La Russia non ha alcun motivo per ricadere negli stessi problemi.

L'autorità in Russia è e rimarrà stabile, e il fatto che Putin e Medvedev abbiano lavorato fianco a fianco per anni garantisce la continuità politica e l'efficacia della loro collaborazione futura. Nei suoi discorsi di Nižnij Novgorod e Krasnojarsk, Medvedev ha detto: “Se mi sarà affidata la guida del paese mi impegno a mantenere la rotta che si è dimostrata efficace, la rotta intrapresa dal presidente Putin… Dobbiamo conservare i principi basilari che sono stati formulati negli ultimi otto anni… per me questo è insieme un onore e una sfida”. In seguito il nuovo presidente ha ribadito questi punti in varie occasioni.

La stabilità e un progressivo sviluppo economico sono necessari a mettere in atto i piani di modernizzazione a lungo termine della Russia. Tuttavia nei prossimi anni non c'è ragione di aspettarsi che forze esterne non tentino di destabilizzare la Russia. Molto probabilmente lo faranno. Per esempio, il possibile futuro presidente degli Stati Uniti John McCain recentemente ha sollecitato il riconoscimento dell'indipendenza dalla Russia del Caucaso Settentrionale, riflettendo con ciò ben più delle proprie opinioni personali. L'intenzione della Russia di trasformare il rublo in valuta regionale e poi in valuta di riserva mondiale e di respingere gradualmente il dollaro come moneta di scambio per il mercato petrolifero1 non sarà ben accolta. Il Financial Times suggerisce che i paesi occidentali adottino una posizione comune: su base anti-russa, naturalmente. Dunque è anche probabile che sorgano problemi nelle relazioni tra la Russia e l'Europa: gli esperti dei maggiori partiti politici tedeschi hanno già cominciato a evocare “i conflitti emergenti” tra Mosca e Berlino2. La verità è che i conflitti esisteranno sempre e ovunque, ma essere in grado di risolverli in modo intelligente e rispettando gli interessi nazionali è il compito cruciale del governo di ogni paese. La collaborazione tra il presidente Dmitrij Medvedev e il primo ministro Vladimir Putin contribuirà certamente ad assicurare la configurazione politica stabile che è necessaria alla Russia per raggiungere i suoi obiettivi strategici.

1 Russia to Export Oil for Rubles, Voice of Russia, May 5, 2008

2 http://www.dw-world.de

Originale da: Fondsk.ru

Articolo originale pubblicato il 6 maggio 2008

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Saturday, March 01, 2008

In Russia si avvicina il momento di Medvedev

In Russia si avvicina il momento di Medvedev
di
Nicolai N. Petro

Coloro che cercano di categorizzare Dmitrij Medvedev, il probabile prossimo presidente della Russia (le elezioni si svolgeranno il 2 marzo), si sono rapidamente suddivisi in due campi: i pessimisti, che lo liquidano come un fantoccio di Vladimir Putin, e gli ottimisti che si aggrappano all'esile speranza che possa un giorno elaborare una condotta autonoma.

Un'attenta lettura delle 2000 e passa dichiarazioni pubbliche fatte da Medvedev negli ultimi sette anni, però, suggerisce che nessuna delle due descrizioni è esatta. I suoi trascorsi indicano che Medvedev intende effettivamente imprimere alla politica russa una svolta liberale, non come alternativa al Piano di Putin, ma come la logica fase successiva della sua evoluzione.

Professore di legge per formazione, Medvedev (43 anni) è stato inizialmente incaricato di occuparsi della riforma giudiziaria. In soli quattro anni è riuscito a eliminare la maggior parte delle leggi locali che contraddicevano la Costituzione russa e ha promosso l'introduzione di un nuovo codice penale, di un sistema giudiziario per i minori, di una corte dei giurati, dell'habeas corpus e di un sistema nazionale di ufficiali giudiziari.

In seguito, pur supervisionando quattro nuovi Progetti Nazionali Prioritari nei settori della sanità, dell'istruzione, dell'edilizia abitativa e dell'agricoltura, ha continuato a occuparsi attivamente delle riforme legali, promuovendo una nuova rete nazionale di centri di assistenza legale gratuita e rendendo più liberale la politica governativa sull'immigrazione.

Secondo alcuni, è stato questo tentativo di riforma dell'ingombrante sistema legale sovietico a portarlo a formulare un semplice credo economico: “Se la partecipazione del governo non è essenziale, il governo non dovrebbe essere coinvolto”.

Secondo Medvedev lo stato ha solo due obblighi economici concreti. Primo, aiutare le compagnie russe a diventare globalmente più competitive. Secondo, combattere la povertà. Oltre a questo, secondo Medvedev, che a volte pare esprimersi come un sostenitore dell'economia dell'offerta, le sole tasse che il governo può legittimamente riscuotere sono quelle necessarie al funzionamento della stato e quelle in grado di far sì che gli affari in Russia diventino i più vantaggiosi del mondo.

Le soluzioni che Medvedev ha proposto per i problemi sociali della Russia riflettono costantemente una chiara preferenza per le risposte basate sul mercato. Ha costretto le regioni a competere per ricevere i finanziamenti federali. Nell'istruzione, nella sanità e nella riforma pensionistica ha sostenuto l'idea che il finanziamento dello stato deve seguire gli individui più che le istituzioni. Ha fatto forti pressioni per permettere alle università di operare come imprese e di costituire lasciti per garantirsi finanziamenti indipendenti dallo stato.

Anche quando lo stato mantiene il controllo su una corporazione, Medvedev ha insistito che essa venga ricostituita come public company e costretta a competere sul piano globale per ottenere investimenti privati. Il suo modello è Gazprom, dove negli ultimi sette anni è stato presidente del consiglio d'amministrazione e la cui capitalizzazione in quel periodo è aumentata di 50 volte. Ora propone cambiamenti in altre corporazioni statali per attirare nell'infrastruttura russa ormai in rovina investimenti per un trilione di dollari.

La terminologia legale ed economica ispira anche l'approccio di Medvedev nei confronti della società civile. Ha descritto il rapporto tra il governo e la società civile come un contratto che il governo “offre” alla società civile sotto forma di specifiche priorità nazionali. Se l'offerta viene accettata i risultati saranno positivi e se non viene accettata va cambiata. La società civile, dice, serve splendidamente “a evitare gli stupidi eccessi” del governo.

Le organizzazioni non governative devono svolgere un ruolo chiave in ogni sana società civile, e per questo motivo Medvedev insiste affinché lo stato a tutti i livelli “faccia assolutamente tesoro dell'esperienza delle ONG e delle organizzazioni pubbliche, che, tra le altre cose, hanno imparato meglio del governo a tenere sotto controllo le spese”. I funzionari del governo devono stabilire un saldo sistema di “contatti diretti e permanenti le ONG”. Senza questo feedback, dice, “Il governo è cieco e finisce per lavorare solo per sé”.

Per incoraggiare la crescita delle ONG ha promosso una legislazione che sostiene la filantropia e ha concesso l'esenzione fiscale alle imprese che finanziano le ONG. Gli enti di volontariato, dice, non solo fanno un buon lavoro, ma “sono un antidoto alla dipendenza e al paternalismo, ai quali siamo storicamente soggetti”.

Altre iniziative degne di nota comprendono: una televisione pubblica indipendente e un controllo giudiziario e parlamentare indipendente sul potere esecutivo. Diversamente da Putin, Medvedev ha detto che i futuri presidenti russi dovrebbero essere membri di un partito politico, e che dei partiti politici forti sono “l'unico sistema per rendere i politici responsabili delle proprie idee”.

Rivolgendosi alla comunità imprenditoriale russa, che vorrebbe più coinvolta nella politica, Medvedev ha creato un Consiglio di Esperti che contribuisca a generare nuove idee per i Progetti Nazionali. La sua politica di “mutua compenetrazione” di impresa e governo è in evidente contrapposizione con l'atteggiamento di Putin, tendente ad “allontanare in modo equidistante” i grandi interessi finanziari dal governo.

Sguardo sul mondo
È nella politica estera, però, che l'enfasi di Medvedev sul pragmatismo è più evidente: qui non fa che mettere in luce le aree in cui l'Occidente e la Russia dovrebbero collaborare.


La Russia si conquisterà il rispetto del mondo “non con la forza, ma con un comportamento responsabile e con il successo”, dice Medvedev; fino ad allora, propone che gli europei imparino dalla storia della formazione della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (precursore dell'Unione Europea) e prendano in considerazione un "asset swap" con la Russia che garantirà la sicurezza energetica all'intero continente e promuoverà la “forma migliore di collaborazione”.

Permettere uno scambio tra gli investimenti russi nella raffinazione e nella distribuzione in Europa e gli investimenti europei nell'estrazione del gas e del greggio in Russia, dice Medvedev, creerebbe un “circolo virtuoso” in grado di rafforzare l'efficienza economica e la sicurezza energetica in tutto il continente. “Gli europei dicono che li mettiamo all'angolo perché finiscono per dipendere troppo dalle forniture di gas russo. Allora facciamo uno scambio di asset, e anche noi dipenderemo da loro”.
È già evidente un probabile tema ricorrente della politica estera sotto Medvedev: quando i paesi si spartiscono i rischi la sicurezza ci guadagna. Questo modello può anche estendersi dal settore economico a quello politico e militare.

Allora l'Occidente cosa dovrebbe aspettarsi da un'amministrazione Medvedev?

I suoi più recenti discorsi, fatti durante la campagna elettorale, sono stati sempre coerenti con il suo passato. Ha proposto un nuovo canale televisivo nazionale dedicato all'educazione in materia legale, un sostegno “aggressivo” alle imprese, il trasferimento di una parte “significativa” delle funzioni del governo locale alle ONG, un piano nazionale per combattere la burocrazia ed esenzioni fiscali per le cure sanitarie, l'istruzione e gli schemi pensionistici.
Tuttavia, anche se si è tentati di considerare questa retorica liberale come una drastica rottura con il passato, Medvedev non la vede così. Secondo Medvedev, durante il caos degli anni Novanta il governo doveva concentrarsi sul ripristino dell'autorità centrale, sulla creazione di uno “spazio legale unico”, sul sostegno all'economia, e impegnarsi a liberare la politica e i media dal controllo degli oligarchi e gettare le basi di una politica estera indipendente. In tutti questi campi Medvedev non si è limitato a condividere i piani di Putin, ma ha svolto un ruolo centrale nel formularli.

Adesso che la situazione nel paese si è stabilizzata è ora di passare dal consolidamento alla svolta liberale. Se negli anni Novanta "le viti erano, forse, troppo strette", adesso si possono allentare. Le parole chiave dell'approccio di Medvedev alla politica, allora come oggi, sono “flessibilità” e “pragmatismo”.

La visione di Medvedev come un lacchè che esegue ciecamente gli ordini di Putin è dunque chiaramente infondata, come lo è l'idea che Medvedev possa elaborare una condotta in contrasto con quella che ha seguito negli ultimi sette anni.

Sembra, piuttosto, che la maggioranza degli osservatori abbia sottovalutato la capacità del governo russo di concepire e attuare la propria strategia di modernizzazione democratica, ora comunemente nota come Piano di Putin, e che sia stata completamente incapace di comprendere il suo scopo, che Medvedev riassume come “una società civile efficiente... composta da individui maturi pronti alla democrazia”. Così, secondo colui che ormai è da molto tempo il consulente politico di Medvedev, Gleb Pavlovskij, in pratica l'Occidente “durante la rinascita della Russia ha dormito”.

L'ascesa di Medvedev è dunque un presagio della sfida storica che la prima vera generazione russa post-sovietica sta per affrontare: la creazione della prima società russa autenticamente liberale.

Per l'Occidente questo presidente giovane, dinamico, liberale e patriottico rappresenta una singolare opportunità per impegnarsi nuovamente con la Russia, un'opportunità che si realizzerà però solo se ci sveglieremo dal nostro lunghissimo sonno post-sovietico.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.

(Copyright 2008 Nicolai N. Petro.)

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JC01Ag01.html

Articolo pubblicato il 1° marzo 2008

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Tuesday, January 29, 2008

Il candidato della stabilità

Il candidato della stabilità
da The Ivanov Report di Eugene Ivanov

Il discorso tenuto da Dmitrij Medvedev al Forum Civico Russo il 22 gennaio scorso era un classico discorso da campagna elettorale: pieno di frasi generali e poco specifico. Ma perché mai Medvedev - ormai irraggiungibile, con una percentuale di consenso dell'82% - dovrebbe aver bisogno di discutere delle "questioni"?

Medvedev può saltare i dibattiti televisivi (cosa che avrebbe deciso di fare) o starsene zitto per tutto il tempo: anche così potrà contare su una valanga di voti alla prima tornata elettorale delle presidenziali del 2 marzo, perché è esattamente quello che gli elettori russi vogliono dal loro prossimo presidente.

Otto anni fa il paese dissanguato aveva bisogno di un cambiamento, e il cambiamento arrivò con un Vladimir Putin giovane e atletico. (E, ragazzi, quei russi fortunati non ebbero neanche l'imbarazzo di dover scelgiere tra "cambiamento" ed "esperienza"!) Oggi tutto quello che il paese vuole è la continuità (forse un termine migliore di "stabilità"), ed è esattamente la continuità/stabilità ciò di cui Medvedev è portatore.

Medvedev corre sulla fortunata scia del suo predecessore, il presidente Putin. Il discorso di Medvedev ha lasciato pochi dubbi sul fatto che si prenderà pienamente i meriti delle riforme politiche ed economiche dell'era Putin.

Molti pensano che a Michail Kas'janov, leader dell'anemica Unione Democratica Popolare, sia stato impedito di correre alle elezioni perché il Cremlino teme che userebbe il podio elettorale per criticare Putin.

È più probabile un'altra spiegazione. Kas'janov è stato primo ministro sotto Putin negli anni 2000-2004, e come tale era coinvolto nell'applicazione delle riforme economiche liberali che portarono al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di russi. La partecipazione di Kas'janov alla corsa elettorale avrebbe tolto a Medvedev il monopolio su questi meriti.

Eppure, in un certo senso profondo, la presidenza di Medvedev sarà molto diversa da quella di Putin.

Uno degli aspetti più frustranti della presidenza di Putin è stato accettare i risultati della privatizzazione degli anni Novanta, che la maggior parte dei russi considerava e considera ingiusta, iniqua e francamente criminale. La distruzione della Jukos e l'arresto e la prigionia di Michail Chodorkovskij andrebbero visti come un tentativo consapevole da parte di Putin di mitigare il danno causato dalla privatizzazione alla fiducia che la società russa nutriva nei confronti dello stato.

Non sorprende che la privatizzazione sia stata un argomento ricorrente nei discorsi pubblici di Putin e del suo principale ideologo, Vladislav Surkov. È dunque tipico che nel suo discorso Medvedev non abbia nominato la privatizzazione una sola volta.

Né deve farlo. Il lavoro "sporco" di strappare il potere economico e politico agli oligarchi è stato svolto da Putin. Medvedev ha invece il lusso di costruire un rapporto amichevole con i cittadini russi coordinando i populisti "progetti nazionali" e distribuendo porzioni dei ricavi degli idrocarburi. Non ci sarebbe da sorprendersi se il 2 marzo Medvedev ricevesse più voti di Putin nel 2004.

Alcuni analisti trovano ironico e perfino blasfemo che Medvedev si sia fatto sosteniture dell'ulteriore sviluppo di un sistema multipartitico in Russia, visto che è stato candidato da Russia Unita, il partito che di fatto domina la vita politica russa.

Medvedev ovviamente sa quello che fa. La sua presidenza assisterà a una drammatica ristrutturazione del panorama dei partiti politici del paese. Cosa succederà alle attuali forze in gioco è un altro discorso. Ma attenzione: la creazione di quattro sotto-gruppi all'interno della rappresentanza di Russia Unita alla Duma è ben più di un caso burocratico. Qualcosa bolle in pentola nel "partito di Putin".

Si è cercato di interpretare il discorso di Medvedev come un'indicazione della sua intenzione di condurre una politica estera più "liberale". Queste interpretazioni o sono pessimi casi di pio desiderio o, peggio ancora, il risultato di un equivoco sul significato di "liberale" in politica estera.

Medvedev difenderà gli interessi nazionali della Russia con la stessa forza e la stessa passione del suo predecessore, il presidente Putin. La sola cosa a cui Medvedev può avere alluso nel suo discorso è che l'Occidente può avere una seconda occasione per capire gli obiettivi, le obiezioni e le contrarietà della Russia negli affari globali.

In questo senso Medvedev sarà pronto a incontrare tutti i leader stranieri che vorranno incontrare lui. Medvedev si presenterà a questi incontri a occhi aperti e lascerà che i suoi interlocutori sbircino nella sua anima.

Originale da: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 29 gennaio 2008

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