mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 08, 2008

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

di Peter Symonds

L'amministrazione Bush sta esercitando un'intensa pressione sul Pakistan perché prenda provvedimenti contro i gruppi islamisti presunti responsabili degli attacchi terroristici del mese scorso a Mumbai. Invece di placare le tensioni tra Pakistan e India, il sostegno di Washington a Nuova Delhi minaccia di destabilizzare ulteriormente il Pakistan e di causare un'escalation tra i due rivali regionali.

Il segretario di Stato USA Condoleeza Rice, che la scorsa settimana si è recata a Nuova Delhi e successivamente a Islamabad, ha dichiarato ieri alla ABC NEWS che il Pakistan deve impegnarsi a "sradicare il terrorismo e i terroristi". Ha detto di avere scartato l'ipotesi secondo la quale gli attacchi di Mumbai sarebbero stati eseguiti da "agenti non legati allo stato" in quanto "non accettabile", dicendo alle autorità pakistane che la situazione era "comunque vostra responsabilità".

Rice ha sottolineato che questo "è un momento in cui il Pakistan deve agire. E deve agire di concerto con l'India e gli Stati Uniti." Alla domanda se l'India avesse il diritto di intraprendere un'azione militare, ha risposto che capiva la rabbia e la frustrazione indiana, aggiungendo: "Ma in questo caso le azioni compiute dall'India che potrebbero peggiorare la situazione. E non abbiamo bisogno di una crisi in Asia meridionale".

Secondo un articolo apparso sabato sul pakistano Dawn, la Rice avrebbe minacciato il Pakistan di ritorsioni internazionali se quest'ultimo non avesse preso i necessari provvedimenti. Durante un incontro al quale hanno preso parte il primo ministro, il presidente e il capo dell'esercito pakistani, il segretario di Stato USA avrebbe "fatto pressioni affinché i leader pakistani intraprendessero azioni contro gli esecutori dell'attentato, oppure sarebbero stati gli USA ad agire". Ha inoltre sottolineato "l'urgenza di andare a fondo" e il bisogno di una risposta "efficace e mirata".

In un resoconto successivamente smentito dalle autorità statunitensi e pakistane, il Washington Post ha scritto, citando un alto funzionario pakistano, che Islamabad avrebbe concordato con Nuova Delhi un ultimatum di 48 ore chiesto dall'India e dagli Stati Uniti per formulare un piano d'azione contro le basi dei separatisti kashmiri di Lashkar-e-Taiba, accusati di aver effettuato gli attacchi di Mumbai. Secondo l'alto funzionario la Rice avrebbe anche insistito per l'arresto di almeno tre pakistani con presunti collegamenti con gli attacchi.

Washington sta chiaramente usando la minaccia dell'azione militare indiana e di non precisate azioni punitive americane per spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste USA e indiane. Da parte sua, l'India sta sfruttando le atrocità di Mumbai per spingere per un'azione armata contro i gruppi separatisti islamisti e kashmiri opposti alla presenza indiana nel Kashmir.

Quanto agli Stati Uniti, certamente vogliono evitare "una crisi" tra due potenze nucleari, che potrebbe minacciare i suoi interessi nella regione e in particolare minare gli sforzi per stabilizzare l'occupazione dell'Afghanistan. Rice ha indubbiamente colto al volo l'opportunità per chiedere all'esercito pakistano un aumento delle operazioni contro gli insorti che operano lungo la frontiera con l'Afghanistan. Gli Stati Uniti vogliono evitare lo spostamento di truppe pakistane dal confine afghano a quello indiano in risposta alla minaccia militare dell'India.

Quanto siano tese le relazioni tra Nuova Delhi e Islamabad è stato sottolineato dalla notizia che le forze aeree pakistane sarebbero state poste per 24 ore al più alto livello di allerta in seguito a una telefonata di minacce ricevuta dal presidente pakistano Asif Ali Zardari il 28 novembre. Il giornale Dawn ha riferito questo sabato che la chiamata, effettuata da qualcuno che sosteneva di essere il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee, ha provocato riunioni di crisi a Islamabad e la minaccia di spostare le truppe sul confine indiano.

La conversazione telefonica, riconosciuta da entrambe le parti come uno scherzo, ha provocato uno scambio di accuse e controaccuse. Mukherjee ha negato di aver mai fatto la telefonata e rigettato le accuse pakistane secondo cui sarebbe stata fatta dal ministero indiano degli affari esteri. Gli ufficiali indiani hanno invece accusato i servizi militari pakistani (Inter Services Intelligence, ISI), di avere effettuato la chiamata per distogliere l'attenzione dagli attacchi di Mumbai. Non è chiaro chi abbia fatto la telefonata, ma non può essere escluso il coinvolgimento di elementi estremisti degli apparati statali (indiani o pakistani) con l'intento di provocare un conflitto militare.

Il pericolo di sconti tra India e Pakistan è tutt'altro che scongiurato. Il governo indiano, che l'anno prossimo affronterà le elezioni, è sottoposto alle pressioni di gruppi e partiti estremisti indù, che chiedono ritorsioni contro il Pakistan. Le autorità indiane sostengono di aver identificato gli agenti di Lashkar-e-Taiba che hanno pianificato gli attacchi di Mumbai e di avere le prove del coinvolgimento dell'ISI: Nuova Delhi ha già congelato il dialogo con Islamabad non ha escluso la possibilità di attacchi militari contro i "campi di addestramento dei terroristi".

Il pakistano Daily Times ha riportato ieri i commenti del senatore statunitense John McCain, membro della delegazione del Senato USA che ha incontrato venerdì i leader pakistani. McCain, appena tornato da Nuova Delhi, ha dichiarato al giornale che se il Pakistan non prenderà provvedimenti, e anche rapidamente, l'India condurrà attacchi aerei all'interno del paese. "Il governo democratico indiano è sotto pressione, e una volta presentate le prove al Pakistan sarà solo questione di giorni prima che l'India scelga di usare la forza, se Islamabad non prenderà provvedimenti contro i terroristi", ha detto.

Un articolo pubblicato sabato su Asia Times ha citato la dichiarazione di un funzionario del ministero degli interni indiano secondo il quale ad alti livelli si sarebbe deciso che l'impegno diretto dell'India nell'"annientare" uomini e infrastrutture dei terroristi con base in Pakistan. L'ufficiale ha parlato di attacchi sotto copertura da parte di reparti d'élite con l'appoggio dei servizi segreti per tentare di prevenire una risposta pakistana e la guerra totale. Le operazioni sarebbero estese, e colpirebbero non solo il Kashmir pakistano ma anche le aree di confine nella provincia del Punjab, così come la sorveglianza della zona costiera pakistana.

Cosa accadrà non è chiaro. Alla domanda se gli USA avrebbero reagito agli attacchi indiani contro il Pakistan, McCain ha dichiarato al Daily Times che Washington non sarebbe stata in grado di fare molto. Riferendosi all'invasione americana dell'Afghanistan in seguito agli attacchi dell'11 settembre, ha detto: "Non possiamo dire all'India di non agire, visto che noi l'abbiamo fatto". Se è vero che McCain non parla per conto dell'amministrazione Bush, indubbiamente le sue parole riecheggiano gli umori della della Casa Bianca, i quali a loro volta non fanno che incoraggiare l'India ad assumere una posizione più bellicosa.

Dopo un attacco dei separatisti kashmiri al parlamento indiano nel dicembre 2001, l'India ha posizionato mezzo milione di soldati pesantemente armati sul confine col Pakistan, portando il continente sull'orlo della quarta guerra indo-pakistana a partire dal 1947. Un articolo apparso ieri sul giornale Hindu notava che per mobilitarsi le forze indiane non avevano più bisogno di un ovvio e costoso potenziamento. Dopo lo scontro del 2001-2002, l'esercito indiano ha adottato la nuova dottrina dell'"Avvio a freddo" per reagire ancora più rapidamente senza preavviso.

Le pressioni degli Stati Uniti sul Pakistan potrebbero facilmente causare contraccolpi. L'ostilità e la rabbia dei pakistani in seguito all'occupazione statunitense di Iraq e Afghanistan sono ora rafforzate dai ripetuti attacchi statunitensi alle aree tribali di confine. Dopo decenni di tensioni con l'India, molti pakistani diffidano della raffica di insinuazioni indiane sui bombardamenti di Mumbai. Spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste indiane e statunitensi minerà ulteriormente la sua fragile base di consenso e rischierà di causare una nuova crisi politica.

Per più di 60 anni dall'indipendenza, gli establishment politici di India e Pakistan hanno fatto ripetutamente ricorso allo sciovinismo e al militarismo per distogliere l'attenzione dalla loro incapacità di risolvere i profondi problemi sociali ed economici cui la vasta maggioranza della popolazione si trova di fronte. Davanti alla attuale crisi economica globale, i governi di entrambi i paesi stanno sfruttando la tesa situazione del dopo Mumbai per gli stessi identici scopi. Lungi dal calmare le tensioni, l'intervento di Washington non farà che aumentare il pericolo di conflitto militare.

Originale: Tense India-Pakistan standoff continues

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008

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martedì, dicembre 02, 2008

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

di M. K. Bhadrakumar

Non appena a Mumbai le armi hanno smesso di sparare e la carneficina ha avuto fine si è avviata un'intensa mischia diplomatica tra India, Pakistan e Stati Uniti. Le due potenze dell'Asia Meridionale sono infatti entrate in gara per portare dalla propria parte gli Stati Uniti.

Per gli Stati Uniti, però, non si tratta più di agire come mediatori imparziali e neutrali. Oggi Washington partecipa a tutti gli effetti e con i propri interessi ai rapporti strategici sud-asiatici grazie alla guerra in Afghanistan, che sta attraversando una fase critica. Di fatto il garbuglio sud-asiatico non potrebbe essere più strano.

Come direbbe “Il Vecchio” nel Macbeth di Shakespeare,

“Settant'anni io posso ben ricordare:
in un giro di tempo come questo ho visto
ore tremende e cose strane: ma questa notte atroce
ha ridotto a un'inezia tutto quello che sapevo finora”.*

Washington sembra comprendere che l'intensificazione delle tensioni in Asia Meridionale può sfuggirle di mano. Secondo gli ultimi indizi, il Segretario di Stato Condoleezza Rice giungerà a New Delhi mercoledì in missione di mediazione.

Ancora una volta il Mossad osserva nell'ombra. I fidayeen (guerriglieri) apparentemente pakistani che hanno attaccato Mumbai sono stati particolarmente attenti a prendere di mira degli ebrei, cittadini israeliani inclusi, per sottoporli alle violenze più raccapriccianti. Tra le vittime ci sono nove ebrei. A Mumbai sono giunti esperti israeliani. La furia di Israele non conosce limiti.

Nel frattempo la Cina si sta cautamente avvicinando all'occhio del ciclone. Sabato il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha discusso a telefono la crisi con la sua controparte pakistana, Shah Mehmood Qureshi. Hanno naturalmente condannato gli attacchi terroristici di Mumbai. Ma poi Yang ha anche espresso la speranza che “il Pakistan e l'India possano continuare a rafforzare la cooperazione, mantenere vivo il processo di pace e intensificare i legami bilaterali in modo stabile e salutare”, per citare l'agenzia di informazione Xinhua.

Yang ha detto: “Queste misure sono nel fondamentale interesse di entrambi i paesi”. Curiosamente, Yang e Qureshi hanno “promesso sforzi congiunti per promuovere i legami bilaterali”. Essenzialmente, Yang ha espresso solidarietà con il Pakistan e ha consigliato moderazione da parte dell'India. Non è chiaro se Washington abbia suggerito a Pechino di usare i propri buoni uffici per calmare le acque o se Pechino abbia voluto sottolineare la propria rilevanza per la sicurezza sud-asiatica.

Ma una cosa è chiara. Mentre a Mumbai il bilancio dei morti continua a salire e sta per superare le 200 vittime innocenti, l'India è percorsa e travolta da ondate di dolore e di rabbia. Il governo di Delhi è stato scosso fino alle fondamenta dallo sdegno dell'opinione pubblica per il colossale fallimento della dirigenza politica. Il partito di governo, il Congresso Nazionale Indiano, che è il vecchio grande partito che guidò la lotta per l'indipendenza, si trova di fronte a una grave minaccia per il suo futuro sulla scacchiera della politica interna indiana. I rappresentanti di tutte le correnti politiche si sono riuniti per ore, fino alla mezzanotte di domenica, nella residenza del Primo Ministro alla ricerca di un modo per affrontare nuovamente la luce del giorno e un'opinione pubblica che sta perdendo rapidamente fiducia in loro e nei loro intrighi.

Il Ministro degli Interni è stato costretto dalla leadership del partito a dimettersi, assumendosi l'enorme responsabilità di non aver saputo impedire ai fidayeen di attaccare con tale impunità la capitale finanziaria indiana. Curiosamente, non mancavano informazioni di intelligence sul fatto che bisognasse prevenire esattamente un simile attacco dal Mare Arabico.

La testa dell'azzimato ministro è caduta, ma l'opinione pubblica non ne è impressionata. Le ferite prodotte nella psiche indiana sono profonde. E c'è una crescente possibilità che la rabbia possa portare a una selvaggia oscillazione dell'opinione pubblica verso il nazionalismo di destra nelle elezioni per il rinnovo delle assemblee provinciali e nelle prossime elezioni parlamentari.

Il governo punta il dito contro il Pakistan, sospettando che da lì sia partito l'attacco accuratamente pianificato dei fidayeen. La percezione popolare in India è che debba esserci stato un sostanziale grado di coinvolgimento di elementi della dirigenza politica pakistana per permettere un'operazione così meticolosamente orchestrata e con un supporto logistico tanto preciso.

Il governo mantiene faticosamente la posizione ufficiale, che distingue tra gruppi terroristici che fanno base in Pakistan e potrebbero aver compiuto l'attacco e il governo pakistano in quanto tale. L'opinione pubblica non crede a questa distinzione, ma il governo non ha molte possibilità di scelta.

Di fatto, la dirigenza indiana non sembra convinta di quello che dice quando assolve gli organi di sicurezza pakistani da un coinvolgimento negli attentati. L'alternativa per il governo equivarrebbe però a chiamare l'attacco con il suo nome: un atto di guerra, date le sue proporzioni gigantesche, compiuto dell'establishment pakistano. Ma questo obbligherebbe l'India a rispondere militarmente a quella che percepisce come un'aggressione, il che è impensabile perché significherebbe giungere rapidamente al punto critico dello scontro nucleare.

Il fatto è che il rapporto tra India e Pakistan, con le sue correnti sotterranee di sospetti e reciproche accuse e irto di innumerevoli rancori che sconfinano nell'ostilità, si trova in un equilibrio così precario che in poche ore potrebbe degenerare in una situazione di conflitto solo a causa di un passo falso, pur essendo mascherato da strati di cordialità come lo è stato negli ultimi tre o quattro anni.

Islamabad, naturalmente, respinge ostinatamente tutte le accuse di coinvolgimento nell'attacco terroristico. Messa sotto pressione da Washington, ha accettato frettolosamente l'idea che il Tenente Generale Ahmad Shuja Pasha, direttore generale dell'Inter-Service Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani, si rechi in India per discutere della questione.

Ma questa decisione, frutto di una conversazione telefonica tra Rice e il Presidente pakistano Asif Ali Zardari, sembra essere stata uno scaltro tentativo di arginare diplomaticamente la crescente rabbia indiana ed è stata successivamente annacquata dall'esercito pakistano. Evidentemente il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Kiani, già capo dell'ISI, ha pensato che fosse potenzialmente demoralizzante per l'esercito essere visti vacillare sotto le pressioni indiane.

I riflessi si stanno irrigidendo da entrambe le parti. Nel clima politico interno indiano, con le elezioni nazionali alle porte, per il governo è un suicidio politico farsi vedere debole perfino nei tentativi di persuadere Islamabad a dialogare. Se i partiti indiani di sinistra hanno messo da parte le acrimoniose divergenze con il governo e hanno fatto appello all'“unità nazionale”, i politici di destra non sentono l'impulso di fare altrettanto giacché intravedono la possibilità di essere catapultati al potere da un'ondata popolare di sdegno nazionalistico.

Nel frattempo Delhi chiede aiuto a Washington. E, prevenendo ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti, l'esercito pakistano ha cominciato a minacciare velatamente che a meno che Washington e Delhi non facciano marcia indietro la sua partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan è in dubbio. Questo può aver messo in difficoltà Washington, e spiega forse l'affrettato viaggio di Rice nella regione.

L'esercito pakistano sa fin troppo bene che mettendo in gioco il “fattore Afghanistan” i calcoli cambiano completamente. Con una presenza stimata di 32.000 soldati statunitensi sul campo e una forza di combattimento e supporto di più di 20.000 uomini forse già in arrivo su richiesta dei comandanti in Afghanistan, il gioco per Washington si fa rischioso.

Dalla prospettiva di Washington la crisi si presenta in un momento delicato, con vari dipartimenti e organi dell'amministrazione degli Stati Uniti impegnati a elaborare una nuova strategia per la guerra in Afghanistan: il coordinatore della Casa Bianca per l'Iraq e l'Afghanistan Generale Douglas Lute, il comandante di CENTCOM Generale Petraeus, il capo dei Joint Chiefs of Staff (Comandi Congiunti del Personale) Ammiraglio Mike Mullen, il Dipartimento di Stato e la CIA devono ancora portare a termine il loro compito.

Il fattore afghano influisce sugli interessi statunitensi in vari modi.
Innanzitutto, in caso di intensificazione delle tensioni tra India e Pakistan nei prossimi giorni e settimane, gli Stati Uniti devono aspettarsi che il Pakistan decida di spostare le sue divisioni scelte dalle regioni che confinano con l'Afghanistan, per un totale di circa 100.000 uomini, per posizionarle al confine occidentale con l'India. La dinamica della guerra in Afghanistan ne risentirebbe quasi immediatamente.

In un recente discorso a Washington il Generale David McKiernen, comandante supremo delle forze NATO in Afghanistan, ha sottolineato quanto sia importante che l'esercito pakistano continui così in Afghanistan. Ha detto che Kiani era atteso a breve a Kabul e ha aggiunto: “abbiamo cominciato con il parlarci e oggi coordiniamo la cooperazione a livello tattico lungo il confine”.

McKiernen ha poi detto che vedeva “un cambiamento nel modo di pensare delle autorità pakistane, che si stanno convincendo che l'insorgenza è un problema che minaccia l'esistenza stessa del Pakistan e che devono occuparsene forse in modi che non avevano contemplato anni fa sul loro lato del confine. Dunque vedo una volontà e una capacità, anche se devono fare ancora molta strada nelle operazioni di contro-insorgenza sul lato pakistano del confine”.

Ha espresso “cauto ottimismo” a proposito della guerra, in considerazione della disponibilità dell'esercito pakistano a collaborare. Adesso la peggiore paura di McKiernen sarà che la leadership militare pakistana dica che vuole sì combattere al-Qaeda e i taliban, ma non dispone delle risorse e della capacità per farlo a causa della necessità urgente di schierare le truppe al confine con l'India.

Un secondo fattore che peserà sugli Stati Uniti sarà la pressione che il tutto potrà esercitare sulle vie di rifornimento alle truppe in Afghanistan. Circa il 75% dei rifornimenti per i soldati americani passa per il Pakistan e non ci sono rotte alternative praticabili – oltre all'Iran – per rifornire i reparti posizionati nelle critiche regioni meridionali e sud-orientali dell'Afghanistan.
In terzo luogo, se l'appoggio pakistano verrà a mancare i taliban si scateneranno nelle regioni di confine. E le perdite per la NATO aumenteranno, il che avrà gravi conseguenze politiche per le capitali europee.

Dunque il primo compito di Washington sarà quello di raffreddare gli animi ed evitare un confronto diretto tra i due avversari nucleari sud-asiatici. Sarà l'ultima grande mossa della politica estera dell'amministrazione Bush e un'interessante prova generale per la presidenza entrante di Barack Obama.

Il Pakistan è interessato a imporre agli Stati Uniti un ruolo di mediazione al fine di “contenere” l'India. L'esercito pakistano è innervosito dalla rapida evoluzione del partenariato strategico USA-India e vorrebbe da Washington una politica sud-asiatica imparziale. Curiosamente l'attacco dei fidayeen a Mumbai sottolinea efficacemente proprio l'affermazione pakistana secondo cui Washington non può isolare la guerra afghana senza affrontare le questioni centrali delle tensioni tra India e Pakistan.

Ma tutto ciò non tiene conto della possibilità che l'esercito pakistano possa avere un grande motivo per alimentare le tensioni con l'India proprio in questo momento, e cioè trovare un alibi per sbrogliarsi dalla partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan. Il fatto è che l'esercito pakistano ha brutti presentimenti sulla politica afghana dell'amministrazione Obama. Obama ha lasciato intendere più volte che userà la linea dura con l'esercito pakistano per la sua doppia politica di combattere la guerra e contemporaneamente usare i taliban come strumento di influenza geopolitica in Afghanistan.

L'attuale linea di pensiero degli Stati Uniti tenderebbe ad armare delle tribù pashtun per farle combattere contro i taliban e al-Qaeda. È una mossa controversa che preoccupa l'esercito pakistano, poiché potrebbe innescare violenze nelle regioni pashtun all'interno del Pakistan e alimentare le pretese del Pashtunistan. Inoltre Obama ha ammonito duramente che ordinerebbe alle Forze Speciali americane di colpire il territorio del Pakistan se la situazione lo richiedesse. Queste mosse sarebbero uno smacco per l'esercito pakistano.

Ciò che più sconcerta l'esercito pakistano è la probabilità che la “strategia di uscita” di Obama incoraggi la rapida formazione di un esercito nazionale afgano di 134.000 uomini. Si tratta di un'idea cara al Segretario della Difesa Robert Gates e può ampiamente spiegare la decisione di Obama di confermarlo nell'incarico.

Comunque, non appena un esercito nazionale afghano entrerà a regime, per l'esercito pakistano entrerà in azione la legge di riduzione dei profitti. Il futuro esercito afghano sarà certamente comandato da ufficiali di etnia tagika. Attualmente i tagiki costituiscono più dei tre quarti del corpo ufficiale afghano. Ma i tagiki sono sempre stati fuori dei confini dell'influenza pakistana, perfino durante il jihad afghano negli anni Ottanta. Il nazionalismo tagiko sfida le aspirazioni del Pakistan a controllare l'Afghanistan. Riassumendo i dilemmi che si porranno all'esercito pakistano, l'ex Ministro degli Esteri del Pakistan Najmuddin Sheikh ha recentemente osservato: “Con [la politica afghana di Obama] si avvererebbero in effetti le peggiori paure del Pakistan in materia di sicurezza”.

*Macbeth, Atto II, scena 4. Traduzione di Mario Praz.

Originale: Strange storm brews in South Asia

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

di Yoichi Shimatsu

L'assalto notturno coordinato contro sette importanti bersagli a Mumbai ricorda le bombe del 1993 che devastarono la Borsa di Bombay. I recenti attacchi recano la firma della stessa mente criminale: preparazione meticolosa, spietata esecuzione e assenza di richieste e rivendicazioni.

Il pauroso silenzio che ha accompagnato le esplosioni è la firma di Dawood Ibrahim, ora proprietario multimilionario di una società di costruzioni a Karachi, Pakistan. Il suo nome non è un marchio di fabbrica conosciuto in tutto il mondo come Osama bin Laden. Nell'Asia Meridionale, tuttavia, Dawood è molto temuto e, con una morale un po' contorta, ammirato per la sua tardiva trasformazione da boss del crimine a sedicente vendicatore.

La sua ascesa ai ranghi più alti della criminalità indiana ha avuto un inizio improbabile: era il diligente figlio di un agente di polizia nella popolosa capitale commerciale allora nota come Bombay.

La sua familiarità infantile con la routine poliziesca e con gli ingranaggi della giustizia donarono all'ambizioso adolescente l'impareggiabile capacità di sconfiggere le autorità con piani criminali sempre più ingegnosi. Nel mondo poco istruito delle bande criminali di Bombay, Ibrahim emerse come leader credibile di una mafia multi-religiosa, non solo grazie alla sua abilità nell'organizzare campagne di estorsione e nel gestire il libro paga ma anche per lo spietato sterminio dei rivali.

Ibrahim DawoodIbrahim, noto come uno che risolveva problemi in modo professionale, si guadagnò l'amicizia di ambiziosi ufficiali dei servizi segreti indiani noti come Research and Analysis Wing (RAW, Ramo Analisi e Ricerca). Attirò presto l'attenzione di agenti segreti americani che allora appoggiavano i mujaheddin islamici contro gli occupanti sovietici in Afghanistan. Ibrahim contribuì personalmente a molte operazioni segrete degli Stati Uniti, convogliando soldi ai ribelli afghani attraverso casinò gestiti da americani a Kathmandu, nel Nepal.

Avido di piacere a tutti, Dawood ogni tanto fece un po' di confusione, per esempio fornendo documenti di viaggio e altri servizi a dirottatori islamici. Così i vertici dei servizi a Washington tentarono di “sequestrare” ufficiosamente i suo investimento nei casinò nepalesi. La furia di Ibrahim è leggendaria tra la gente del posto. Uomo d'affari d'onore, credeva fermamente che un contratto era un contratto e che per nessun motivo ci si poteva rimangiare la parola data.

Mentre Bombay si apprestava a diventare una delle maggiori metropoli asiatiche – le tariffe degli alberghi e gli affitti sono i più alti della regione –Ibrahim avrebbe potuto fare la vita comoda del boss. Invece ebbe un sussulto di coscienza, uno scatto di ritrovata indignazione morale, quando nel 1992 i nazionalisti di destra indù distrussero una moschea nel nord dell'India, massacrando 2000 fedeli musulmani, per la maggior parte donne e bambini.

Nel successivo mese di maggio i suoi uomini fecero scoppiare una serie di bombe a Bombay, uccidendo più di 300 persone. Le sue convinzioni personali avevano – stranamente – avuto la meglio sulla sua imparziale etica professionale. Sconvolto, il suo braccio destro indù tentò di ucciderlo. Seguì una cruenta guerra intestina, ma come sempre Ibrahim trionfò, anche se in esilio a Dubai e Karachi.

Nel decennio successivo, al culmine delle violenze nel Kashmir, Ibrahim mandò in barca da Karachi i suoi uomini ben addestrati e pesantemente armati per farli sbarcare in segreto sulle spiagge indiane. Lo stesso metodo usato nell'assalto di Mumbai con un maggior numero di barche: sette secondo le prime dichiarazioni della marina.

Perché questa azione è avvenuta proprio all'alba di quello che in America è il Giorno del Ringraziamento? Il capo dell'opposizione indiana ed ex vice Primo Ministro L. K. Advani aveva chiesto a lungo l'estradizione di Ibrahim dal Pakistan, una mossa avversata dall'allora governo militare di Islamabad. Con il ritorno di un governo a guida civile, il nuovo Primo Ministro pakistano (Gillani) aveva acconsentito alla richiesta di estradizione di New Delhi.

Washington e Londra si erano dette d'accordo con la richiesta legale dell'India e avevano tolto la “protezione ufficiale” accordata a Ibrahim per i passati servigi offerti ai servizi segreti occidentali. I diplomatici statunitensi, tuttavia, non avrebbero mai potuto permettere il ritorno di Dawood: sa troppe cose dei più oscuri segreti dell'America in Asia Meridionale e nel Golfo, segreti che se rivelati potrebbero affossare le relazioni tra Stati Uniti e India. Alla fine di giugno Dawood è stato portato in una casa sicura a Quetta, nei pressi dell'area tribale del Waziristan, ed è poi scomparso, probabilmente di nuovo in Medio Oriente.

Come nel caso del beniamino americano della guerra afghana, Osama bin Laden, il contraccolpo delle secrete manovre statunitensi è giunto all'improvviso, questa volta con effetti spettacolari a Mumbai. L'assalto al Taj Mahal Palace Hotel verrà probabilmente ricordato come il primo colpo letale inflitto all'entrante amministrazione Obama. Gli assalitori, che parlavano punjabi e non il dialetto del Deccan, hanno faticato parecchio per incendiare il prestigioso albergo, di proprietà del Gruppo Tata. Questo gigante industriale è tra i maggiori sostenitori dell'accordo di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e India, e sta ora progettando di diventare un importante fornitore di energia nucleare. I Clinton, in qualità di emissari di Enron, furono i primi a suggerire l'accordo nucleare con New Delhi, dunque Obama eredita la catastrofe di Mumbai ancor prima di insediarsi alla presidenza.

Dawood Ibrahim è quarto sulla lista di Forbes dei 10 uomini più ricercati del mondo. Dopo la nuova serie di attacchi che hanno ucciso più di 100 persone e devastato prestigiosi alberghi di lusso Ibrahim può ora ambire al primo posto. Contrariamente al fanatico e spesso inefficace bin Laden, Ibrahim è un professionista sotto tutti gli aspetti e dunque un avversario ancor più formidabile. Tuttavia nei servizi segreti militari pakistani gira voce che Dawood sia morto, assassinato a luglio. Questa versione degli eventi ricorda una variante della storia di bin Laden. Se è vera, i tirapiedi di Dawood stanno continuando la missione di un fuorilegge diventato leggenda.

Originale da: Dawood - Did Criminal Mastermind Stage Mumbai Nightmare?

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Mumbai sotto assedio, di Yoginder Sikand

Mumbai sotto assedio

di Yoginder Sikand

“O credenti. Siate osservanti verso Dio, siate testimoni di giustizia, e non v'induca l'odio verso taluni ad essere ingiusti. Siate giusti – che è cosa più vicina alla timoratezza – e temete Iddio, che è bene informato di ciò che voi fate”.
(Il Corano, Sura V. La Mensa: 8)

Stanno circolando molte teorie sui feroci attacchi terroristici di Mumbai. L'opinione dominante, basata su ciò che suggeriscono i mezzi di informazione, è che siano opera della temuta organizzazione terroristica con sede in Pakistan Lashkar-e Toiba, che, da quando anni fa è stata bandita dal Governo del Pakistan, ha adottato il nome di Jamaat ud-Dawah. L'ipotesi è verosimile, poiché il Lashkar negli ultimi anni ha messo in atto molti attentati terroristici, soprattutto nel Kashmir.

Il Lashkar è il braccio militare del Markaz Dawat wal Irshad, organizzazione staccatasi dal pakistano Ahl-e Hadith, gruppo con stretti legami con i wahabiti sauditi. Il suo quartier generale è situato nella città di Muridke nel distretto di Gujranwala nel Punjab pakistano. Il Markaz è stato creato nel 1986 da due professori universitari pakistani, Hafiz Muhammad Saeed e Zafar Iqbalm, coadiuvati da Abdullah Azam, stretto collaboratore di Osama bin Laden, che allora era legato all'Università Islamica Internazionale di Islamabad. Sembra che il denaro per finanziare la formazione dell'organizzazione venisse dai servizi segreti pachistani, l'Inter Services Intelligence (ISI). Risulta dunque chiaro che fin dall'inizio il Lashkar ha goduto del sostegno dell'establishment pakistano.

Il Lashkar fu creato come organizzazione paramilitare per l'addestramento di guerriglieri che combattevano contro i sovietici in Afghanistan. Presto disseminò sul territorio del Pakistan e dell'Afghanistan decine di campi d'addestramento. I militanti che uscirono da quei centri svolsero un ruolo fondamentale nelle lotte armate prima in Afghanistan e poi in Bosnia, Cecenia, Kosovo, il sud delle Filippine e il Kashmir.

Come altri gruppi estremisti islamici, il Lashkar vede l'Islam come un sistema onnicomprensivo che governa tutti gli aspetti della vita personale e collettiva, attraverso la sharia. Per l'instaurazione di un sistema islamico, insiste, è necessario uno 'stato islamico' che imponga la sharia come legge. Se, come dichiara il sito internet ufficiale del Lashkar, venisse fondato un tale stato e tutti i musulmani vivessero rispettando “le leggi stabilite da Allah”, allora “sarebbero in grado di controllare il mondo intero e di esercitare la loro supremazia”. E per questo, come pure per rispondere all'oppressione subita dai musulmani in ampie zone del mondo, insiste che tutti i musulmani ricorrano al jihad armato. Il jihad armato deve continuare, annuncia il sito internet, “finché l'Islam, come stile di vita, non dominerà tutto il mondo e finché la legge di Allah non verrà applicata ovunque”.

Il tema del jihad armato pervade gli scritti e le dichiarazioni del Lashkar ed è, di fatto, il tema principale delle sue argomentazioni. Anzi, la sua comprensione dell'Islam sembra essere determinata quasi del tutto da questa preoccupazione, tanto che la sua lettura dell'Islam sembra essere il prodotto di quel progetto politico, che finisce efficacemente per equiparare l'Islam con il terrore. Essendo nato come conseguenza della guerra in Afghanistan, la guerra è diventata la vera ragion d'essere del Lashkar, e il suo sviluppo successivo è stato quasi interamente determinato da questa preoccupazione. I contorni del suo quadro ideologico sono costruiti in modo che il tema del jihad armato appaia come l'elemento centrale del progetto. Negli scritti e nei discorsi dei portavoce del Lashkar il jihad appare come conflitto violento (qital) condotto contro “miscredenti” che sono considerati responsabili dell'oppressione dei musulmani. Anzi, il Lashkar lo rende uno degli assunti centrali dell'Islam, benché non sia stato tradizionalmente incluso tra i “cinque pilastri” della fede. Così il sito internet del Lashkar afferma che “L'enfasi posta su questo tema è così forte che alcuni commentatori e studiosi del Corano hanno osservato che l'argomento del Corano è il jihad”. Un'altra dichiarazione del Lashkar afferma: “C'è consenso tra gli studiosi del Corano sul fatto che nessun'altra azione è stata spiegata tanto dettagliatamente quanto il jihad”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il jihad contro i non-musulmani è proiettato come dovere religioso cui sono vincolati oggi tutti i musulmani. Sul sito internet del Lashkar si afferma che un musulmano che “non ha mai inteso lottare contro i miscredenti […] non è privo di tracce di ipocrisia”. Dei musulmani che hanno la capacità di partecipare o offrire il loro aiuto al jihad ma non lo fanno dice che “vivono una vita di peccato”. Non sorprende, dunque, che il Lashkar condanni tutti i musulmani che non sono d'accordo con la sua visione dannosa e gravemente distorta dell'Islam e il suo odioso travisamento del jihad – sufi, sciiti, barelvi e via dicendo – in quanto “devianti” o esterni all'Islam o perfino in combutta con “forze anti-islamiche”. Il Lashkar promette ai suoi attivisti che riceveranno grandi premi, sia in questo mondo che nell'Aldilà, se lotteranno attivamente sul cammino del jiahd. Non solo sarà loro garantito un posto in Paradiso, ma saranno anche “onorati in questo mondo”, perché il jihad, dice, è anche “il sistema per risolvere problemi politici e finanziari”.

Per estremamente bizzarro che possa sembrare, il Markaz si vede impegnato in un jihad globale finalizzato alla conquista del mondo intero. Come ha dichiarato una volta Nazir Ahmed, responsabile del dipartimento delle pubbliche relazioni del Lashkar, attraverso il cosiddetto jihad lanciato dal Lashkar “l'Islam sarà dominante in tutto il mondo”. Questa guerra globale è vista come un rimedio per tutti i mali e l'oppressione che affliggono i musulmani, e si afferma che “se vogliamo vivere con onore e dignità dobbiamo fare ritorno al jihad”. Attraverso il jihad, dice il sito web del Lashkar, “l'Islam dominerà in tutto il mondo”.

Nelle argomentazioni del Lashkar, il suo sedicente jihad contro l'India è considerato come nientemeno che una guerra tra due ideologie diverse e contrapposte: l'Islam e l'Induismo. Con gli induisti fa di tutta l'erba un fascio in quanto li considera tutti “nemici dell'Islam”. Dunque Hafiz Muhammad Saeed, il capo del Lashkar, può dichiarare: “Di fatto gli indù sono vili nemici e il modo giusto di trattare con loro è quello adottato dai nostri antenati, che li schiacciarono con la forza. Dobbiamo fare altrettanto”.

L'India è un importante bersaglio per i terroristi del Lashkar. Secondo Hafiz Muhammad Saeed, “Il jihad non riguarda solo il Kashmir. Abbraccia tutta l'India”. Dunque per il Lashkar il suo sedicente jihad va ben oltre i confini del Kashmir e si espande in tutta l'India. Il suo scopo finale, dice, è estendere il controllo musulmano in quella che un tempo era terra musulmana e dunque va riportata sotto il dominio musulmano, creando quello che il Lashkar definisce “Il Grande Pakistan per mezzo del jihad”. Così, a un imponente raduno di seguaci del Lashkar tenutosi nel novembre 1999, Hafiz Muhammad Saeed tuonò: “Oggi annuncio la dissoluzione dell'India, Inshallah. Non riposeremo finché tutta l'India non si dissolverà nel Pakistan”.

Il Lashkar, a quando riferiscono i media, ha cercato di far proseliti tra i musulmani indiani, e potrebbe aver reclutato qualcuno alla sua causa. Se è così, è stato sicuramente aiutato dai sanguinosi pogrom antimusulmani ispirati dall'Hindutva [lett. “Induità”, ideologia nazionalista che propugna la supremazia degli indù nella società e nelle istituzioni indiane, N.d.T.] e spesso appoggiati dallo Stato, che hanno causato diverse migliaia di vittime innocenti. Il fatto che in questi casi non si sia fatta neanche una parvenza di giustizia e che lo Stato non abbia preso alcun provvedimento per arginare il terrorismo Hindutva si aggiunge al già profondo e disperato malcontento diffuso tra molti musulmani indiani. I gruppi terroristici sedicenti islamici come il Lashkar potrebbero usare la situazione per promuovere i loro piani. È dunque ovvio che per contrastare la grave minaccia rappresentata da gruppi terroristici come il Lashkar lo Stato indiano debba necessariamente contenere anche la minaccia del terrorismo Hindutva, che ha ora assunto la forma di fascismo conclamato. I due tipi di terrorismo si alimentano a vicenda, e l'uno non può essere sconfitto se non si combatte anche l'altro.

Misericordiosamente, e nonostante a essi venga negata la giustizia, la grande maggioranza degli indiani musulmani si è rifiutata di cadere nella trappola del Lashkar. Le molte conferenze contro il terrorismo organizzate di recente da importanti gruppi islamici indiani sono la prova che considerano il travisamento dell'Islam compiuto dal Lashkar come assolutamente anti-islamico, come una perversione della loro fede. Queste voci devono essere urgentemente incoraggiate, perché potrebbero costituire l'antidoto più efficace alla propaganda del Lashkar. Molti studiosi islamici indiani che conosco e con i quali ho parlato ribadiscono che la condanna del Lashkar di tutti i non-musulmani come “nemici dell'Islam”, la sua incitazione all'odio verso gli indù e l'India e la sua interpretazione del jihad sono un completo travisamento degli insegnamenti islamici. Criticano amaramente il suo appello per un Califfato universale come sciocco pio desiderio. E sono unanimi sul fatto che, lungi dal servire la causa della fede che dicono di abbracciare, gruppi come il Lashkar hanno recato il danni più nefasto al nome dell'Islam, e vanno considerati ampiamente responsabili della crescente islamofobia globale.

Mentre i sospetti si concentrano sul Lashkar per i recenti attentati di Mumbai, in alcuni ambienti si sollevano altre dubbi. Non è passato inosservato il fatto significativo che Hemant Karkare, il coraggioso capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi di Mumbai, avesse indagato sul ruolo dei gruppi terroristici Hindutva negli attentati compiuti a Malegaon e in altre località e per questo avesse ricevuto minacce. Né è passato inosservato il fatto che gli attacchi di Mumbai siano stati messi in atto subito dopo che erano emerse inquietanti rivelazioni sul suolo degli attivisti Hindutva in attentati in diverse zone dell'India. È anche significativo che gli attentati di Mumbai abbiano completamente messo in ombra la questione del terrorismo di ispirazione Hindutva.


Cerimonia di preghiera per Hemant Karkare, capo della squadra antiterrorismo rimasto ucciso negli attacchi. Foto AP.

E poi alcuni stanno proponendo una possibile ipotesi israeliana. Il popolare tabloid di Mumbai Mid-Day, in un articolo su un edificio in cui si erano asserragliati molti militanti intitolato “Mumbai Attack: Was Nariman House the Terror Hub?” (“Attentati di Mumbai: era la Nariman House il centro del terrore?”), scrive:

“Il ruolo che la Nariman House ha preso a svolgere nel dramma degli attentati è sconcertante. L'altra sera i residenti hanno ordinato quasi 100 chili di carne e altro cibo, abbastanza per nutrire un esercito o un gruppo di persone per venti giorni. Poco dopo sono entrati i militanti, più di dieci, il che indica che il cibo e la carne erano stati ordinati in vista del loro arrivo, ha aggiunto un altro poliziotto. 'Oggi uno dei militanti ha chiamato un canale televisivo e ha espresso le sue richieste, ma quando gli è stato chiesto dove si nascondessero ha risposto alla Nariman House di Israele, e che erano in sei', ha detto uno degli inquirenti. Le sparatorie vanno avanti fin dalla mattina e i militanti sembrano ben equipaggiati per rispondere al fuoco dei poliziotti. E poi hanno cibo e riparo. Viene da chiedersi [se] abbiano l'appoggio dei residenti, ha commentato Ramrao Shanker, che abita nei paraggi”.

Ad alcuni l'ipotesi di un coinvolgimento di Israele o del Mossad nella vicenda potrà sembrare inverosimile. Ma non è così per altri, che mettono in rilievo il ruolo di agenti israeliani nella destabilizzazione di molti paesi, anche per mezzo di infiltrazioni in movimenti islamici estremisti come il gruppo yemenita che si definisce “Islamic Jihad” ed è considerato responsabile dell'attentato contro l'Ambasciata americana a Sanaa e si dice abbia stretti legami con i servizi israeliani. Alcuni si sono chiesti se il Mossad o perfino la CIA possano avere direttamente o indirettamente istigato giovani musulmani indiani, pakistani o di altre nazionalità a votarsi al terrorismo giocando sul malcontento dei musulmani e operando attraverso gruppi islamici esistenti o creandone appositamente di nuovi.

Se questa accusa è vera – anche se resta da stabilire in maniera conclusiva – lo scopo potrebbe essere quello di radicalizzare ulteriormente i musulmani per fornire ulteriori pretesti agli attacchi dell'America e di Israele contro l'Islam e i paesi musulmani. A tale proposito si ricorda anche che la CIA è stata per anni in strettissimo contatto con l'ISI pakistano e con gruppi islamici estremisti del Pakistan. In alcuni ambienti si specula anche sul possibile ruolo di queste entità straniere in attacchi terroristici che hanno colpito l'India negli ultimi anni con il fine di alimentare ulteriormente l'odio anti-musulmano e di indebolire l'India.

Va indagato adeguatamente se queste ipotesi siano vere. Resta però il fatto che pare essere nell'assoluto interesse dell'establishment israeliano e di gruppi di potere americani creare instabilità in India, alimentare il conflitto tra indù e musulmani, perfino al punto di condurre alla guerra l'India e il Pakistan e trascinare così l'india nell'abbraccio mortale dei sionisti e degli imperialisti americani.

In altre parole, indipendentemente da chi sta dietro i mortali attacchi di Mumbai, tutto ciò pare convenire agli interessi e ai programmi politici di forze multiple e ugualmente funeste: estremisti islamici e indù, infiammati da una visione manicheista del mondo ispirata dall'odio, ma anche potenze imperialiste globali che sembrano usare gli attacchi come uno strumento per trascinare ulteriormente l'India nel loro asse suicida.

Originale da: Mumbai under siege

Articolo originale pubblicato il 29/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Gli attacchi di Mumbai secondo Tariq Ali

[Nota: anche questo pezzo fa parte della prima ondata di commenti e analisi (quando gli attacchi erano ancora in corso), dunque alcune informazioni possono risultare non corrette o datate. Resta interessante per la valutazione: interessa qui offrire come sempre uno spettro abbastanza ampio di opinioni].

Gli attacchi di Mumbai


di Tariq Ali

L'assalto terroristico agli alberghi a cinque stelle di Mumbai era stato ben pianificato, ma non richiedeva una grande preparazione logistica: tutti i bersagli erano facili. Lo scopo era seminare il caos attirando l'attenzione sull'India e i suoi problemi, e in questo i terroristi hanno avuto successo. L'identità del gruppo di uomini incappucciati resta un mistero.

Quello dei Deccan Mujaheddin, che hanno rivendicato la strage in un comunicato stampa via email, è di certo un nome nuovo, probabilmente scelto per quest'unica azione. Ma le speculazioni abbondano. Un alto ufficiale della marina indiana ha affermato che gli assalitori (arrivati via mare, con la MV Alpha) avevano legami con i pirati somali, facendo intendere che si trattava di una ritorsione per l'azione vittoriosa benché cruenta della Marina Indiana contro i pirati nel Golfo Arabo che alcune settimane fa ha comportato un pesante bilancio di vittime.

Il Primo Ministro indiano, Manmohan Singh, ha insistito sulla provenienza straniera dei terroristi. I media indiani hanno riecheggiato questa versione elencando tra i soliti sospetti il Pakistan (attraverso il Lashkar-e-Toiba) e al Qaeda.

Ma queste sono solo costruzioni mentali della fantasia politica dell'India ufficiale. Servono a negare che i terroristi possano essere una varietà nostrana, un prodotto della radicalizzazione di giovani musulmani indiani che hanno infine respinto il sistema politico indigeno. Accettare questa ipotesi significherebbe ammettere che i medici politici del paese devono guarire se stessi.

Al Qaeda, come ha recentemente chiarito la CIA, è un gruppo in declino. Non è più riuscito a ripetere alcunché di vagamente simile agli attentati dell'11 settembre.

Il suo capo, Osama bin Laden, potrebbe anche essere morto (di certo non è intervenuto in video come sarebbe stato nel suo stile a proposito delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti) e il suo vice ha ripiegato sulle minacce e le spacconate.

E il Pakistan? L'esercito del paese è pesantemente impegnato in azioni sul confine nord-occidentale, che risente della guerra afghana e ne è destabilizzato. I politici pakistani attualmente al potere stanno ripetutamente aprendo all'India. Il Lashkar-e-Toiba, che solitamente non è timido quando si tratta di rivendicare i suoi attacchi, ha recisamente negato il proprio coinvolgimento nell'assedio di Mumbai.

Perché dovrebbe sorprendere se gli autori degli attacchi fossero musulmani indiani? Non è un mistero che si sia accumulata una grande rabbia tra i settori più poveri della comunità musulmana contro la sistematica discriminazione e gli atti di violenza subiti, dei quali il pogrom anti-musulmano del 2002 nel luminoso Gujarat è stato solo l'episodio più flagrante e più indagato, appoggiato dal Ministro Capo dello Stato e dagli organi statali locali.

Si aggiunga a questo la piaga del Kashmir, che è stato trattato per decenni come una colonia dalle truppe indiane con continue detenzioni arbitrarie, torture e violenze indiscriminate compiute sui suoi abitanti. Le condizioni di vita erano ben peggiori di quelle del Tibet ma hanno suscitato scarsa simpatia a Occidente, dove la difesa dei diritti umani è pesantemente strumentalizzata.

Gli organi di intelligence indiani sono ben consapevoli di tutto questo, e non dovrebbero incoraggiare le fantasie dei loro leader politici. La cosa migliore è ammettere e accettare che all'interno del paese ci sono gravi problemi. Un miliardo di indiani: l'80% è indù e il 14% musulmano. Una minoranza molto consistente che non può essere epurata etnicamente senza provocare un conflitto più ampio.

Niente di tutto questo giustifica il terrorismo, ma dovrebbe almeno costringere i governanti dell'India a concentrare lo sguardo sul loro paese e sulle sue situazioni problematiche. Le disparità economiche sono profonde. L'idea assurda che gli effetti di ricaduta del capitalismo globale avrebbero risolto la maggioranza dei problemi può essere ora vista per quello che è sempre stata: una foglia di fico per nascondere nuove modalità di sfruttamento.

Originale da: The Assault on Mumbai

Articolo originale pubblicato il 27/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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