martedì, novembre 10, 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak

Sotto il vulcano dell'AfPak

di Pepe Escobar

There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower

Benvenuti nel Pashtunistan
PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

(Non) è così difficile lasciarsi
“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni.

Originale: Under the AfPak Volcano: Welcome to Pashtunistan e Breaking up is (not) hard to do

Articolo originale pubblicato in due parti il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 01, 2009

L'America, i preservativi e i taliban

[Articolo del 23 ottobre, ancora interessante dopo l'annuncio del ritiro di Abdullah dal ballottaggio in Afghanistan.]

L'America, i preservativi e i taliban
di M. K. Bhadrakumar

I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.

Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:

Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.

Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

Originale: America, condoms and the Taliban

Articolo originale pubblicato il 23/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, ottobre 18, 2009

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia

[Ilyas Kashmiri, per alcuni analisti il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda e per altri capo dell'ala militare dell'organizzazione, a settembre è stato dichiarato morto dal Pakistan e dalla CIA, che ha parlato di "grande successo della guerra al terrore". A quanto pare è invece ancora vivo, e ha rilasciato un'intervista esclusiva ad Asia Times Online esponendo la strategia e le tattiche di al-Qaeda e la sua personale visione degli sviluppi futuri.]

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia


di Syed Saleem Shahzad

ANGORADA, Sud Waziristan, ai confini con l'Afghanistan – Un incontro ad alto livello tra i capi militari e civili pakistani svoltosi il 9 ottobre al palazzo presidenziale ha approvato un'operazione contro i taliban pakistani e al-Qaeda nell'area tribale del Sud Waziristan, che gli analisti considerano la madre di tutti i conflitti regionali.

Contemporaneamente, al-Qaeda sta mettendo in atto la sua strategia nel teatro di guerra dell'Asia meridionale, nell'ambito di una campagna più vasta contro l'egemonia globale americana inaugurata con gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

L'obiettivo di al-Qaeda restano gli Stati Uniti e i loro alleati, come l'Europa, Israele e l'India, e l'organizzazione non prevede di diluire la propria strategia accogliendo nel proprio seno movimenti di resistenza musulmani con parametri ristetti. In questo contesto, l'attività militante in Pakistan è vista più come un fattore di complessità che come parte della strategia di al-Qaeda.

Negli ultimi giorni i militanti sono stati particolarmente attivi. Giovedì scorso un'auto imbottita di esplosivo è stata lanciata contro il muro di cinta dell'Ambasciata indiana a Kabul, la capitale dell'Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone. Sabato, poi, dei militanti hanno messo in atto un audace attacco contro il quartier generale dell'esercito pakistano a Rawalpindi, città gemella della capitale Islamabad. Lunedì un attentatore si è fatto esplodere in un mercato, nella regione della Valle di Swat, uccidendo 41 persone e ferendone 45.

Il Pakistan si trova ora a un punto critico, con le forze armate raccolte in grandissimo numero (quasi un corpo, ben 60.000 soldati) attorno al Sud Waziristan per cacciare il Pakistan Tehrik-e-Taliban (PTT), al-Qaeda e i loro alleati dalle aree tribali del Pakistan.

In questi momenti difficili, Mohammad Ilyas Kashmiri, colui che secondo i servizi segreti americani è il capo delle operazioni militari di al-Qaeda e la cui morte è stata erroneamente confermata in occasione di un attacco di un drone nel Nord Waziristan, ha accettato di parlare con Asia Times Online.

Sono stato invitato in un rifugio segreto nell'area di confine tra il Sud Waziristan e l'Afghanistan, zona regolarmente sorvolata dai droni.

Questa è la prima interazione con i media di Ilyas da quando si è unito ad al-Qaeda, nel 2005. È un esperto comandante formatosi ai tempi della lotta con l'India per il Kashmir diviso.

Negli ultimi mesi i militanti sembravano essere sulla difensiva. Vari capi sono rimasti uccisi negli attacchi di droni in Pakistan. Tra questi, il keniota Osama al-Kini, capo delle operazioni esterne di al-Qaeda; Khalid Habib, comandante del Lashkar al-Zil o Esercito Fantasma, il braccio militare di al-Qaeda; Tahir Yuldashev, leader del Movimento Islamico dell'Uzbekistan, legato ad al-Qaeda; il capo del PTT Baitullah Mehsud, e molti altri.

Anche i taliban pakistani sono stati duramente colpiti dall'esercito nelle aree urbane e tribali. Erano in corso negoziati per raggiungere accordi di pace con alcuni comandanti taliban in varie province afghane.

Poi la scorsa settimana almeno nove soldati statunitensi, oltre a diverse decine di uomini dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA), sono rimasti uccisi in un'incursione in un avamposto della provincia del Nuristan. Inoltre sono stati rapiti dai taliban più di trenta ufficiali e soldati dell'ANA.

A questo attacco se ne sono aggiunti altri contro basi NATO nelle province sudorientali di Khost, Paktia e Paktika, costringendo il Generale statunitense Stanley McChrystal a ritirare tutte le truppe dalle postazioni isolate nelle aree più remote di queste province per riposizionarle in centri abitati.

Ciò ha dato ai taliban uno spazio immenso per muoversi liberamente, vale a dire che se il Pakistan conducesse operazioni in Sud Waziristan i militanti potrebbero facilmente trovare rifugio oltreconfine.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno anche dimostrato che i militanti sono ancora capaci di colpire praticamente a volontà obiettivi importanti. Comportano anche una riconfigurazione del teatro di guerra: il Pakistan dovrà riposizionare le truppe dal fronte orientale (l'India) a quello occidentale (l'Afghanistan), dato che i taliban sono ora il nemico numero uno.

Washington intende mandare almeno altri 40.000 soldati in Afghanistan, mentre l'India collaborerà a questi sforzi con la competenza del suo esercito e dei suoi servizi segreti contro il nemico comune rappresentato dai gruppi militanti musulmani.

La prossima battaglia
Ilyas Kashmiri ha espresso il suo punto di vista sulla prossima battaglia, sui suoi obiettivi e sul suo impatto sull'Occidente in relazione alla destabilizzazione di uno Stato musulmano come il Pakistan.

Il contatto con Asia Times Online è cominciato il 6 ottobre con una telefonata dei militanti, che mi hanno invitato nella città di Mir Ali nel Nord Waziristan. Non è stata fornita nessuna motivazione. Il giorno successivo sono andato a Mir Ali, una città che nell'anno passato è stata pesantemente attaccata dai droni. Dopo più di sette ore di continui spostamenti sono stato ricevuto da un gruppo di uomini armati che mi hanno condotto nella casa di un membro di una tribù locale.

“Il comandante [Ilyas Kashmiri] è vivo. Come sa, il comandante prima d'ora non ha mai parlato con i media, ma dato che tutti sono certi della sua morte nell'attacco compiuto da un drone [a settembre], la shura [concilio] di al-Qaeda ha deciso di smentire questa notizia con un'intervista a un giornale indipendente, e la shura ha scelto lei”: così mi ha detto, non appena ho raggiunto il luogo sicuro, una persona che sapevo avere un ruolo cruciale nella famosa Brigata 313 di Ilyas. La Brigata, un insieme di gruppi jihadisti, aveva combattuto per molti anni contro l'India nel Kashmir amministrato da quest'ultima.

“Dovrà rimanere in questa stanza finché non la informeremo dei prossimi movimenti. Può udire il rumore dei droni che sorvolano questa zona, dunque non lascerà questa stanza. L'area è piena di taliban, ma anche di informatori che potrebbero denunciare la presenza di stranieri e dunque provocare un attacco,” ha detto l'uomo.

Il giorno dopo mi hanno trasferito in un'altra casa in una località sconosciuta, a circa tre ore di viaggio. Per tutto questo tempo sono stato scortato da uomini armati. Non avevo il permesso di parlare con loro, e loro non potevano comunicare con me. Questo è il mondo di al-Qaeda. Il 9 ottobre, di primo mattino, sono arrivati alcuni uomini armati a bordo di un'auto bianca.

“Lasci qui tutti i suoi dispositivi elettronici, prego. Niente cellulare, niente macchina fotografica, niente. Le forniremo carta e penna per scrivere l'intervista,” sono state le istruzioni. Dopo un viaggio molto scomodo durato varie ore, per strade fangose e attraverso passi di montagna, siamo entrati in una stanza dove avrebbe dovuto attenderci Ilyas.

Dopo un paio d'ore il silenzio è stato rotto dal rumore di un veicolo potente. La scorta e gli uomini che si trovavano già lì hanno rapidamente preso posizione. Indossavano tutti dei porta-cartucce ed erano armati di AK-47.

Ilyas ha fatto il suo ingresso. Figura imponente, più di un metro e ottanta di statura, indossava un turbante color crema e un qameez shalwar (completo tradizionale composto da camicia e calzoni) bianco, portava un AK-47 a tracolla, teneva in mano un bastone di legno ed era affiancato da uomini della sua celebre Brigata 313.

Ilyas adesso porta una lunga barba bianca tinta di henné rossastro. A 45 anni ha ancora una corporatura robusta, anche se reca le cicatrici della guerra: ha perso un occhio e un dito in battaglia. Quando mi ha stretto la mano, ho sentito la forza della sua presa.

Il padrone di casa ci ha subito servito il pranzo, e ci siamo seduti a mangiare sul pavimento.
“Dunque è sopravvissuto a un terzo attacco con i droni... perché la CIA le dà così tanto la caccia?” ho chiesto.

Era una domanda retorica. È uno dei comandanti di al-Qaeda di altissimo profilo; in Pakistan ha una taglia di 50 milioni di rupie (600.000 dollari) sulla testa. La sua posizione viene descritta in modo diverso a seconda dei vari organi di stampa e intelligence. Secondo alcuni è il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda, mentre per altri sarebbe il capo dell'ala militare dell'organizzazione.

Se oggi al-Qaeda si divide in tre sfere, Osama bin Laden è indubbiamente il simbolo del movimento e il suo vice Ayman al-Zawahiri definisce l'ideologia e la più ampia visione strategica di al-Qaeda. Ilyas, con la sua ineguagliata esperienza di guerrigliero, traduce la visione strategica in realtà, fornisce le risorse e fa sì che gli obiettivi siano conseguiti, ma sceglie di restare sullo sfondo e mantiene un profilo molto basso.

Le sue basi e attività sono sempre state segrete. Tuttavia, l'arresto di cinque dei suoi uomini in Pakistan all'inizio dell'anno e gli interrogatori cui sono stati sottoposti hanno contribuito a sollevare il velo di segretezza. Le informazioni da loro fornite hanno portato agli attacchi dei droni della CIA contro di lui, il primo a maggio, il secondo il 7 settembre, quando è stato dichiarato morto dai servizi pakistani, e il terzo il 14 settembre, dopo il quale anche la CIA l'ha dichiarato morto parlando di un grande successo della “guerra al terrore”.

“Fanno bene a darmi la caccia. Conoscono bene il loro nemico. Sanno di cosa sono capace,” ha replicato fiero Ilyas.

Nato il 10 febbraio 1964 a Bimbur (già Mirpur) nella Valle di Samhani nel Kashmir amministrato dal Pakistan, Ilyas frequentò il primo anno di un corso di laurea in comunicazioni di massa alla Allama Iqbal Open University di Islamabad. Non proseguì gli studi a causa del pesante coinvolgimento nelle attività del jihad.

Il Movimento per la liberazione del Kashmir fu la sua prima esperienza nella militanza; fu poi la volta del Jihad-i-Islami (HUJI) e infine della leggendaria Brigata 313. Quest'ultima è diventata il gruppo più potente dell'Asia meridionale e dispone di una rete compatta in Afghanistan, Pakistan, Kashmir, India, Nepal e Bangladesh. Secondo alcuni dispacci della CIA, elementi della Brigata 313 si trovano ora in Europa e sono capaci del genere di attacco che ha visto una manciata di militanti terrorizzare Mumbai lo scorso novembre.

Poco si sa della vita di Ilyas, e quello che si racconta è spesso contraddittorio. Tuttavia viene invariabilmente descritto, di certo dagli organi di intelligence mondiali, come il capo guerriglia più efficace e pericoloso del mondo.

Ha lasciato la regione del Kashmir nel 2005 dopo essere stato scarcerato per la seconda volta dai servizi segreti pakistani, l'ISI, e si è diretto nel Nord Waziristan. In precedenza era stato arrestato dagli indiani, ma era riuscito a evadere. Poi era finito nelle mani dell'ISI, che lo sospettava di essere la mente di un attentato contro l'allora presidente Pervez Musharraf, nel 2003, ed era poi stato scagionato e scarcerato. L'ISI ha arrestato nuovamente Ilyas nel 2005 quando si è rifiutato di porre fine alle operazioni in Kashmir.

Il suo riposizionamento nelle turbolente aree di confine ha fatto rabbrividire Washington, dove ci si è resi conto che con la sua enorme esperienza era in grado di trasformare rozzi schemi di battaglia in Afghanistan in audaci tattiche di guerriglia moderna.

I trascorsi di Ilyas erano eloquenti. Nel 1994 lanciò l'operazione al-Hadid nella capitale indiana, Nuova Delhi, per ottenere il rilascio di alcuni compagni jihadisti. Il suo gruppo di 25 persone comprendeva lo sceicco Omar Saeed (il sequestratore del giornalista statunitense Daniel Pearl a Karachi nel 2002), suo vice. Il gruppo rapì diversi stranieri, compresi turisti americani, israeliani e britannici, e li portò a Ghaziabad, nelle vicinanze di Delhi. I sequestratori chiesero la scarcerazione dei loro colleghi, ma le forze indiane attaccarono il loro nascondiglio. Il sceicco Omar rimase ferito e fu arrestato. (Fu in seguito scarcerato grazie allo scambio con i passeggeri di un areo indiano dirottato.) Ilyas sfuggì all'attacco incolume.

Il 25 febbraio del 2000 un commando dell'esercito indiano attraversò la linea di controllo (LoC) che separa i due Kashmir e uccise 14 civili nel villaggio di Lonjot, nel Kashmir ad amministrazione pakistana. Il commando fece ritorno nel Kashmir ad amministrazione indiana dopo aver rapito delle ragazze pakistane, e gettò ai soldati pakistani le teste mozzate di tre di esse.

Il giorno dopo Ilyas condusse un'operazione di guerriglia contro l'esercito indiano a Nakyal, nel settore controllato dal Pakistan, dopo aver attraversato la LoC con 25 guerriglieri della Brigata 313. Rapirono un ufficiale dell'esercito indiano che fu poi decapitato: la sua testa fu esibita nei bazar di Kotli, in territorio pakistano.

Ma l'operazione più significativa di Ilyas fu condotta contro una base militare nel Kashmir controllato dall'India, in seguito al massacro di musulmani nella città indiana di Gujarat nel 2002. Con un'accurata pianificazione, gli uomini della Brigata 313 si divisero in due gruppi e misero in atto un primo attentato per attirare in una trappola generali e altri alti ufficiali indiani. Due generali rimasero feriti (l'esercito pakistano non è riuscito a ferire un solo generale indiano in tre guerre) e morirono diversi generali di brigata e colonnelli. Fu uno dei colpi più duri inflitti all'India nella lunga storia dell'insurrezione del Kashmir.

Nonostante quello che affermano alcune fonti, Ilyas non ha mai fatto parte delle forze speciali del Pakistan, neanche dell'esercito. Quasi 30 anni fa, quando si unì al jihad afghano contro i sovietici dalla piattaforma dell'HUJI, fece esperienza nella guerriglia e nell'uso di esplosivi.

Soli pochi mesi dopo essere giunto nel teatro di guerra afghano, nel 2005, Kashmiri riconfigurò le forze insorgenti guidate dai taliban basandosi sulla strategia di strangolamento messa in atto dal leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap. I taliban dovevano concentrarsi sulla necessità di tagliare tutte le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan e di condurre operazioni speciali simili all'attentato di Mumbai in India.

Negli anni Ilyas ha voluto mantenere un profilo basso nella gerarchia dei militanti. Le sue operazioni sono invece di alto profilo, benché non diffonda mai dichiarazioni o rivendichi gli attentati.

Si ritiene che la sua Brigata 313 sia il principale catalizzatore di operazioni d'alto profilo come quella di Mumbai e altre azioni in Afghanistan, nonché delle operazioni di al-Qaeda in Somalia e in una certa misura in Iraq.

“Crede che l'imminente operazione in Sud Waziristan sarà la 'madre di tutte le operazioni' nella regione, come sostengono alcuni analisti?” ho chiesto quando abbiamo finito di pranzare e mi sono ritrovato da solo con Ilyas e il suo uomo più fidato.

“Non sono capace di giocare con le parole in un'intervista,” ha risposto Ilyas. “Sono sempre stato un comandante e conosco il linguaggio dei campi di battaglia. Cercherò di rispondere alle sue domande nel linguaggio che mi è familiare. (Ilyas parla prevalentemente in urdu, mescolato con parole punjabi.)

"Saleem! Richiamerò la sua attenzione sugli aspetti fondamentali dell'attuale teatro di guerra e me ne servirò per spiegare la strategia delle prossime battaglie. Coloro che hanno pianificato questa battaglia miravano in realtà ad attirare il più grande Satana del mondo [gli Stati Uniti] e i suoi alleati in questa trappola e pantano [l'Afghanistan]. L'Afghanistan è un luogo unico al mondo, nel quale il cacciatore può scegliere tra tutti i tipi di trappole.

“Possono essere i deserti, i fiumi, le montagne e anche i centri urbani. Così ha pensato chi ha pianificato questa guerra, era stufo degli intrighi globali del grande Satana e mirava a sconfiggerlo per trasformare questo mondo in un luogo di pace e giustizia. Tuttavia il grande Satana era pieno d'arroganza e senso di superiorità e pensava che gli afghani fossero delle statue indifese che si sarebbero lasciate colpire dalle sue macchine da guerra da tutte le direzioni, e che non avrebbero avuto la forza o la capacità di reagire.

“Questa era l'illusione con la quale una grande alleanza di potenze mondiali venne in Afghanistan, ma a causa delle loro aspettative mal riposte queste potenze rimasero gradualmente intrappolate in Afghanistan. Oggi la NATO non ha alcun significato o rilevanza. Hanno perso la guerra in Afghanistan. Ora, una volta compresa la loro sconfitta, hanno posato l'accento sul fatto che tutta questa battaglia si combatte dall'esterno, cioè dai due Waziristan. Per me, questa tesi militare è un miraggio che ha creato una situazione complessa nella regione e ha prodotto reazioni e controreazioni. Non vorrei entrare nei dettagli, ritengo che sia stato solo un diversivo. Da comandante militare penso che in realtà la trappola dell'Afghanistan abbia successo e che i principali obiettivi militari sul terreno siano stati raggiunti,” ha detto Ilyas.

Ho replicato che il riposizionamento della Brigata 313 dal Kashmir era di per sé una dimostrazione del fatto che in Afghanistan erano coinvolte forze straniere.

“Tutta la base del suo ragionamento è sbagliata, a proposito del fatto che questa guerra viene combattuta dall'esterno. È una valutazione sganciata dal contesto dell'intera situazione. Se parliamo di me e della Brigata 313, io ho deciso di unirmi alla resistenza afghana come individuo e avevo le mie buone ragioni. Tutti sanno che solo dieci anni fa combattevo una guerra di liberazione per la mia terra natale, il Kashmir.

“Tuttavia ho capito che decenni di lotte politiche e armate non avevano contribuito a risolvere la questione. Però il problema di Timor Est è stato risolto senza perderci troppo tempo. Perché? Perché tutto il gioco stava nelle mani del grande Satana, gli Stati Uniti. Organismi come le Nazioni Unite e paesi come l'India e Israele erano una semplice estensione delle sue risorse; ecco perché non si è riusciti a risolvere la questione palestinese, quella del Kashmir e il problema dell'Afghanistan.

“Così io e molte persone sparse in tutto il mondo abbiamo capito che analizzare la situazione in una prospettiva politica regionale ristretta costituiva un approccio scorretto. Questo è un gioco completamente diverso e impone una strategia unica. La sconfitta dell'egemonia americana globale è indispensabile se voglio la liberazione del mio Kashmir, ed è questo che ha motivato la mia presenza in questo teatro di guerra.

Ha continuato Ilyas: “Quando sono giunto qui ho capito che la mia decisione era giustificata; ho compreso come le potenze mondiali operino sotto l'ombrello del grande Satana e appoggino i suoi ambiziosi piani. Qui in Afghanistan lo si può vedere.” Ha aggiunto che la strategia di guerra regionale di al-Qaeda, in base alla quale sono stati colpiti obiettivi indiani, è di fatto abbattere la potenza americana.

“Il RAW [Research and Analysis Wing, il dipartimento indiano di ricerca e analisi] ha centri di comando distaccati nelle province afghane di Kunar, Jalalabad, Khost, Argun, Helmand e Kandahar. Le attività di copertura sono costituite da compagnie che si occupano della costruzione di strade. Per esempio, il contratto per la costruzione della strada da Khost all'area tribale Tanai è in mano a un appaltatore che è attualmente un colonnello dell'esercito indiano. A Gardez la copertura è fornita dalle compagnie di telecomunicazioni. I loro uomini operano per lo più con nomi musulmani, ma di fatto i dipendenti sono hindu”.

“Dunque il mondo dovrebbe aspettarsi altri attentati come quello di Mumbai?” ho domandato.

“Non è niente se paragonato a quello che è già stato pianificato per il futuro,” ha risposto Ilyas.

“Anche contro Israele e gli Stati Uniti?” ho chiesto.

“Saleem, non sono un esponente religioso tradizionale del jihad che si occupa di slogan. Da comandante militare direi che ogni obiettivo ha un suo momento e una sua ragione specifici, e le risposte arriveranno di conseguenza,” ha detto Ilyas.

Mentre trascrivevo le risposte di Kashmiri, pensavo come anni prima fosse stato il beniamino delle forze armate pakistane, il loro orgoglio. Le più alte cariche militari erano fiere di incontrarlo nella sua base nel Kashmir, trascorrevano del tempo con lui e ascoltavano i racconti leggendari dei suoi giochi di guerra. Oggi avevo davanti una persona diversa: un uomo condannato come terrorista dal sistema militare pakistano, che lo vuole morto a tutti i costi.

“Cosa l'ha spinta a unirsi ad al-Qaeda?” ho domandato.

“Eravamo vittime dello stesso tiranno. Oggi tutto il mondo musulmano è stufo degli americani, ed è per questo che è d'accordo con lo sceicco Osama. Se a tutti i musulmani venisse chiesto di eleggere il loro capo, la loro scelta cadrebbe sul [leader taliban] Mullah Omar o sullo sceicco Osama,” ha risposto Ilyas.

“Se è così, perché una sezione di militanti vuole la guerra con Stati musulmani come il Pakistan? Ritiene che sia corretto?”

“La nostra battaglia non può essere contro i musulmani e i credenti. Come ho già detto in precedenza, attualmente il mondo musulmano è caratterizzato da una complessità causata dai giochi di potere americani che hanno prodotto reazioni e controreazioni. Ma questo è un problema completamente diverso e potrebbe distogliermi dal vero argomento della nostra discussione. Il vero gioco è la lotta contro il grande Satana e i suoi seguaci,” ha detto Ilyas.

“Cosa l'ha trasformata da amico amatissimo al nemico più inviso agli occhi dell'establishment militare pakistano?” ho chiesto.

“Il Pakistan è il mio amato paese e le persone che ci vivono sono i nostri fratelli, le nostre sorelle e i nostri congiunti. Non posso neanche pensare di andare contro i loro interessi. L'esercito pakistano non è mai stato contro di me: si tratta di elementi che mi hanno etichettato come nemico per mascherare le loro debolezze e per compiacere e acquietare i loro padroni,” ha detto Ilyas.

“Cos'è la Brigata 313?” ho chiesto.

“Non posso dirle nulla, se non che la guerra è tutta tattica e questo è la Brigata 313: leggere la mente del nemico e reagire di conseguenza. Il mondo pensava che il Profeta Maometto avesse lasciato solo donne dietro di sé. Si sono dimenticati che c'erano anche degli uomini veri che non avevano mai assaggiato la sconfitta. Il mondo conosce solo i cosiddetti musulmani che seguono la direzione del vento e sono privi di volontà, che non pensano con le loro teste né possiedono una loro dimensione. Il mondo deve ancora vederli, i veri musulmani. Finora ha visto solo Osama e il Mullah Omar, mentre ce ne sono altre migliaia. I lupi rispettano solo la zampata del leone; i leoni non colpiscono con la logica delle pecore,” ha detto Ilyas.

Il calare delle ombre della sera ha posto fine alla conversazione. Il giorno dopo sarebbe stato imposto un coprifuoco nel Nord Waziristan in vista della grande operazione militare nella regione, e dovevo lasciare l'area. Anche Ilyas doveva spostarsi verso un'altra destinazione, come fa regolarmente per sfuggire agli occhi dei droni Predator.



Originale: Al-Qaeda's guerrilla chief lays out strategy

Articolo originale pubblicato il 15/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, ottobre 13, 2009

Afghanistan: il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

Il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

di M. K. Bhadrakumar

L'ambasciata indiana a Kabul ha subito il secondo attacco terroristico in 15 mesi. Nello scoppio di giovedì, quando un'auto carica di esplosivi è stata lanciata contro il muro dell'ambasciata, hanno perso la vita 17 persone.

L'ambasciata indiana non è distante dal palazzo presidenziale e, ironicamente, si trova sull'altro lato della strada rispetto al ministero degli interni afghano. Inutile dire che i taliban, che hanno rivendicato l'azione, hanno dimostrato di essere capaci di colpire ovunque e in qualsiasi momento, messaggio che è già arrivato a destinazione.

Tuttavia, visto che il bersaglio è l'ambasciata indiana, deve esserci anche un messaggio politico. A Delhi si è inclini a sospettare lo zampino dell'ISI, i servizi segreti Pakistani. Gli organi di sicurezza hanno i loro codici segreti per comunicare i segnali, e l'attentato di giovedì sembra trasmettere un segnale complicato che va decifrato. Presumibilmente il messaggio è che l'India deve farsi da parte e rinunciare a espandere la propria presenza in Afghanistan.

Il Pakistan non ha nascosto il suo profondo scontento per il fatto che l'India mantiene ancora dei consolati in due città-chiave vicine alle regioni che confinano con il Pakistan – Jalalabad e Kandahar. Sospetta che l'India usi questi avamposti per attività di spionaggio elettronico volte a insidiare la stabilità del Pakistan e mettere in qualche modo le mani sugli asset nucleari pakistani.

Mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, lunedì scorso, il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha lanciato un monito dichiarando che gli indiani “devono giustificare i loro interessi” a Kabul. Ha detto al Los Angeles Times che il “livello di coinvolgimento [dell'India a Kabul] dev'essere proporzionale [al fatto che] non confinano con l'Afghanistan, mentre noi sì... Se non c'è un'imponente ricostruzione [in Afghanistan], se a Delhi la gente non si mette in coda per ottenere il visto per andare a Kabul, perché c'è una presenza [indiana] così massiccia in Afghanistan? A volte questo ci preoccupa.”

Di fatto, il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, nel suo rapporto consegnato lo scorso mese al Presidente Obama sottolineava che l'India con le sue attività in Afghanistan sta “esacerbando le tensioni regionali”. Prevedeva anche che il Pakisan avrebbe preso delle “contromisure”.

Collusione USA-India?
Per appianare la questione, le autorità indiane hanno inutilmente sottolineato il “potere morbido” del Paese in Afghanistan. Certo, l'India è un importante Stato donatore, essendosi impegnata a spendere 1,2 miliardi di dollari in assistenza in Afghanistan. I programmi di aiuto di Delhi spaziano dalla sfera dell'istruzione a quella della salute, dalle telecomunicazioni alla costruzione di strade e ad altri settori, e ha fatto molto per dare impulso al prestigio e all'influenza indiani a Kabul.

Il Pakistan vede l'iperattivo programma di aiuti indiano in un'ottica a somma zero, e cioè come essenzialmente mirato a insidiare la sua influenza. L'India non migliora le cose. La posizione di Delhi è che l'India ha storici e profondi legami di amicizia con il popolo afghano, e in ogni caso chi sono questi pakistani per dire all'India quello che deve o non deve fare?

L'India si rifiuta categoricamente di riconoscere che il Pakistan possa avere “interessi speciali” in Afghanistan simili o affini a quelli che l'India dice di avere nel Nepal o nello Sri Lanka. Anzi, i commentatori indiani ribadiscono che Delhi ha il diritto e il dovere di farsi valere in Afghanistan, considerando la posta in gioco nella lotta al terrorismo e il “fardello” dell'India in quanto potenza regionale. L'argomentazione è ineccepibile benché la tracotanza sia offensiva.

Nella guerra afghana si sta avvicinando un punto di svolta. Tutti gli sguardi sono puntati sulla nuova strategia di Obama. Il dibattito si concentra sul livello di truppe, ma trascura l'enorme tensione che è è andata creandosi in Pakistan nelle ultime settimane. L'esercito pakistano sembra paventare che Washington possa intensificare gli attacchi dei drone contro la dirigenza taliban.

La campagna di assassinii di Washington è stata premiata negli ultimi tempi da uno straordinario successo. Si stanno eliminando terroristi di alto profilo. La campagna è stata estesa dalle aree tribali alla Provincia della Frontiera di Nord-Ovest. L'ambasciatore americano a Islamabad ha recentemente accennato al fatto che i drone potrebbero presto colpire la shura (il concilio) dei taliban guidato dal Mullah Omar, che si ritiene possa nascondersi nel Belucistan.

Sembra che gli americani abbiano sviluppato risorse di intelligence che consentono loro di intensificare gli attacchi dei drone. Se vi è una collusione tra la CIA e gli organi di sicurezza pakistani, gli Stati Uniti condividono informazioni anche con altri paesi, India compresa.

Di certo, nel futuro prossimo la dirigenza taliban potrebbe finire nel mirino dei drone. Se succederà, il cosiddetto “asset strategico” del Pakistan nell'Hindu Kush verrà distrutto e la capacità di Islamabad di proiettare potere in Afghanistan ne risulterà drasticamente ridotta.

Su questo sfondo, l'ISI diffida fortemente di qualsiasi penetrazione dei servizi indiani nelle regioni meridionali e sudorientali dell'Afghanistan. Basta dare un'occhiata ai media pakistani, un giorno qualsiasi, per cogliere il paranoico sospetto che gli Stati Uniti stiano segretamente collaborando con l'India. Si sospetta che gli Stati Uniti stiano inutilmente rafforzando la loro presenza fisica in Pakistan. I comandanti dei corpi riunitisi mercoledì al Quartier Generale dell'esercito a Rawalpindi hanno preso l'insolita iniziativa di esprimere le “preoccupazioni” riguardo le implicazioni per la “sicurezza nazionale” delle clausole contenute nella legge Kerry-Lugar, recentemente approvata dal Congresso degli Stati Uniti, che triplica l'entità degli aiuti non-militari al Pakistan portandoli a 1,5 miliardi di dollari l'anno.

I “signori della guerra” a caccia dei taliban...
Aspetto interessante, i commentatori pakistani legati all'ambiente militare pakistano hanno concluso che nella legge Kerry-Lugar c'è lo zampino dell'India.

Attualmente, quello che preoccupa davvero l'esercito pakistano è che, nonostante abbia affermato il contrario, Washington possa alla fine accettare la nuova configurazione di alleanze che sta prendendo forma a Kabul sotto il Presidente Hamid Karzai e che comprende influenti “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, i quali avevano collaborato strettamente con l'India nella seconda metà degli anni Novanta fino al rovesciamento del regime dei taliban da parte degli Stati Uniti nel 2001.

Si può presumere che questi “signori della guerra” possano svolgere un ruolo molto utile per gli Stati Uniti nella stabilizzazione dell'Afghanistan e nell'“afghanizzazione” della guerra in tempi brevi, alleviando significativamente le pressioni sulle truppe della NATO. Di fatto, potrebbe trattarsi di una variante afghana del “Risveglio” sunnita che gli Stati Uniti hanno attuato con considerevole successo in un breve lasso di tempo in Iraq. Obama è infatti alla ricerca di un modo per ristabilire rapidamente la sicurezza in Afghanistan e sta lavorando entro margini di tempo ristrettissimi.

L'esercito pakistano è preoccupato che gli Stati Uniti possano avvicinarsi ai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord. Inutile dire che l'influenza dell'India in Afghanistan farà un balzo da gigante se i “signori della guerra” verranno risuscitati dagli Stati Uniti e incaricati della sicurezza afghana per combattere i tenaci taliban. Da nemici di vecchia data dei taliban, i “signori della guerra” sono fautori della linea dura contro gli insorti. Come ha dichiarato al New York Times Mohammed Fahim, che probabilmente sarà vice-presidente nel nuovo governo di Karzai, “Ritengo che il tempo per la pace verrà quando noi saremo forti e i taliban deboli. Questo non è un buon momento perché l'Afghanistan faccia la pace.”

Fahim ha detto che le forze del governo e della coalizione dovrebbero colpire le basi dei taliban nel Pakistan e nell'Afghanistan meridionale. “Le tattiche di combattimento dovrebbero essere studiate molto attentamente; dovrebbe esserci una nuova strategia,” ha aggiunto Fahim. Non è contrario al permanere delle truppe straniere in Afghanistan, essendo esse ormai una “realtà”.

In breve, se ai “signori della guerra” viene affidato il comando delle operazioni anti-taliban, l'ISI rischia di subire l'estrema umiliazione di assistere passivamente mentre i “signori della guerra” distruggono sistematicamente la dirigenza taliban – come può fare efficacemente qualsiasi milizia locale afghana – e li riducono a una marmaglia inutile o, ancora peggio, costringono gli elementi superstiti a cercare riparo oltreconfine presso i loro protettori in Pakistan.

con l'aiuto indiano?
L'India, naturalmente, può far molto per aiutare gli Stati Uniti e la NATO in un simile scenario addestrando le milizie comandate dai “signori della guerra” e fornendo loro le armi. Insomma, pur senza uno spiegamento di truppe in Afghanistan, Delhi può svolgere un ruolo decisivo nella repressione degli insorti taliban, e questo rende l'ambiente militare pakistano estremamente preoccupato per la situazione politica che si sta delineando sullo scacchiere afghano.

Non stupisce che l'esercito pakistano stia cercando nervosamente di individuare segnali di un cambiamento di rotta a Washington nel senso di un coinvolgimento dei “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord nella lotta contro i taliban. Quella degli Stati Uniti è una decisione difficile. A Washington le opinioni sono contrastanti. La percezione complessiva delle realtà afghane da parte degli occidentali fa sì che i “signori della guerra” appaiano come un'entità troppo sgradevole anche solo per collaborarvi nell'attuale disperata situazione. L'Occidente ha un grave blocco mentale da superare, nella comprensione delle realtà afghane. Il Pakistan conta su questo.

In secondo luogo, il Pakistan si aspetta che l'amministrazione Obama sia sensibile alle sue preoccupazioni riguardo a una presenza indiana in Afghanistan. E Washington deve davvero camminare sul filo senza infastidire l'esercito pakistano pur attingendo a qualsiasi tipo di aiuto l'India sia in grado di dare. La NATO ha appena invitato Mosca a collaborare all'“afghanizzazione” del conflitto malgrado i trascorsi dell'intervento sovietico in Afghanistan. L'India, al contrario, in Afghanistan sarebbe considerata una potenza benevola e amica. Tuttavia Washington deve fare una scelta che le permetta di ricevere in modo ottimale l'aiuto dell'esercito pakistano, che ha importanza cruciale, piuttosto che trattare sottobanco con l'India.

Tutto sommato, tenendo conto della concreta probabilità che nei prossimi cinque anni Kabul sia governata da un'amministrazione amica guidata da Karzai, la sensazione prevalente a Delhi è che l'India debba adottare nei confronti del terrorismo una “forward policy”, cioè una strategia militare in avanti [L'Autore fa riferimento alla strategia adottata da Nehru all'epoca del conflitto sino-cinese per impedire ulteriori avanzate cinesi, N.d.T.], piuttosto che lasciarsi dissanguare periodicamente da terroristi con base in Pakistan.

Settori influenti dell'opinione pubblica indiana chiedono a gran voce un intervento dell'India in Afghanistan senza attendere i convenevoli e una formale lettera di invito degli americani. Il fatto è che si è tremendamente esasperati dal fatto che il Pakistan non ha né agito in alcun modo contro i responsabili degli attentati di Mumbai né smantellato l'infrastruttura terroristica sul suolo Pakistano. Neanche l'alibi di Islamabad secondo cui i responsabili sarebbero “attori non statali” riesce a convinere Delhi.

È interessante che, nonostante tutto questo manovrare che è destinato a raggiungere il culmine nelle prossime settimane, Delhi abbia appena ospitato una conferenza internazionale sul tema “Pace e stabilità in Afghanistan”, alla quale ha partecipato tra gli altri il Tenente Generale David W. Barno, che dirige la National Defense University di Washington.

Barno, esperto di controinsurrezione, ha trascorso 19 mesi in Afghanistan a partire dall'ottobre del 2003 come comandante delle forze statunitensi e della coalizione. Si dà al caso che i “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord ricordino nostalgicamente quei mesi come il loro periodo di splendore nella struttura di potere di Kabul.

La conferenza di due giorni a Delhi, alla quale hanno partecipato alti rappresentanti del Ministero degli Esteri e dell'Ufficio del Primo Ministro, si è conclusa mercoledì. I taliban hanno colpito l'ambasciata indiana a Kabul giovedì. Forse è solo una coincidenza, forse no. Nel mondo di George Smiley, il grande spymaster di John Le Carré, non si sa mai.


Originale da: Pakistan warns India to 'back off'

Articolo originale pubblicato il 10/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, settembre 19, 2009

Il missile di Obama

Obama sgancia un missile

di M. K. Bhadrakumar

All'ottavo mese di una presidenza che va apparentemente indebolendosi, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha colpito ancora. Si sta ripetendo uno schema ricorrente nella sua carriera politica. La sua decisione di giovedì di revocare i piani del predecessore George W. Bush per la costruzione di uno scudo antimissile nel cuore dell'Europa affacciato sui confini occidentali della Russia potrà apparire giustificabile ma è comunque un notevole rovesciamento della politica statunitense in materia di sicurezza nazionale.

Avrebbe dovuto trattarsi di un sistema di difesa missilistica basato su una tecnologia non ancora collaudata, finanziato con soldi che l'America non poteva permettersi di sperperare e concepito per contrastare una minaccia che probabilmente non esiste. Ma la difesa antimissile è un'ossessione repubblicana che risale a Ronald Reagan e al sistema delle “Guerre Stellari”. I repubblicani non demorderanno né verranno meno, e procederanno fino alla fine. Combatteranno sui mari e sugli oceani, nell'aria, sulle spiagge e nei luoghi di sbarco, sulle colline e non si arrenderanno mai. Attaccheranno Obama per aver ceduto al ricatto russo.

Obama ha aperto un altro fronte proprio mentre la riforma sanitaria è sulla graticola e la sua amministrazione fatica a gestire la guerra in Afghanistan. Forse può ricavare un certo capitale finanziario e diplomatico dall'abbandono del piano di difesa antimissile. Lo scudo antimissile avrebbe dovuto essere sviluppato a un costo enorme, e Obama può usare altrove quel denaro. Il piano era il pomo della discordia con la Russia, e ora Obama può rilanciare i colloqui con Mosca per la riduzione degli armamenti nucleari e perfino contare sul fatto che il Cremlino non ponga il veto a una nuova ondata di sanzioni contro l'Iran nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non saranno solo l'Europa Centrale e l'Ucraina e la Georgia a guardare con ansia crescente alle implicazioni di ciò che Obama ha fatto, ma anche l'Iran. La decisione del presidente americano poggia sulla considerazione che la minaccia rappresentata dall'Iran riguardi attualmente i missili a medio e breve raggio e possa essere meglio contrastata riconfigurando un sistema di missili SM-3, più piccoli e basati su tecnologie collaudate ed economiche, che posso essere impiegati già nel 2011 usando il sistema Aegis basato a mare.

Questo approccio riveduto e corretto prevede che le minacce future vengano affrontate gradualmente e di pari passo con l'evoluzione delle tecnologie, mentre attualmente gli Stati Uniti sono in grado di contrastare qualsiasi minaccia più rapidamente rispetto al programma precedente.

È significativo che Obama abbia concluso facendo una proposta a Mosca. “Ora questo approccio è anche coerente con la difesa missilistica della NATO e fornisce occasioni per il proseguimento e il consolidamento della collaborazione internazionale”, ha detto. L'annuncio arriva a meno di una settimana dal previsto incontro “privato” di Obama con la sua controparte russa Dmitrij Medvedev a New York ai margini della sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Analogamente, alla vigilia dell'annuncio di Obama, il nuovo segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha sollecitato un “dialogo aperto e senza precedenti” con la Russia per ridurre le tensioni in Europa in fatto di sicurezza e per affrontare le minacce comuni. Ha rivelato che alcuni rappresentanti della NATO si sarebbero recati a Mosca per conoscere le idee del Cremlino su come la NATO dovrebbe evolvere strategicamente nel lungo periodo.

“Dovremmo dialogare con la Russia e ascoltare le posizioni russe”, ha detto. Ha sottolineato la necessità di una “conversazione aperta e franca [con Mosca] che crei una nuova atmosfera” e conduca a un “vero partenariato strategico” in cui l'Alleanza e la Russia possano collaborare su questioni come l'Afghanistan, il terrorismo e la pirateria.

Ha concluso Rasmussen: “La Russia dovrebbe capire che la NATO è qui e che la NATO è un quadro di riferimento per le nostre relazioni transatlantiche. Ma noi dovremo anche tenere conto del fatto che la Russia ha legittime preoccupazioni in materia di sicurezza”. Ha dichiarato che la NATO è pronta a discutere la proposta di Medvedev relativa a una nuova architettura della sicurezza in Europa. Rasmussen si era appena recato in visita a Washington.

Il Ministero degli Esteri russo non ha tardato a rispondere all'annuncio di Obama sulla difesa antimissile. “Un simile sviluppo sarebbe in linea con gli interessi delle nostre relazioni con gli Stati Uniti”, ha detto un portavoce. Poi ha escluso che dietro la decisione statunitense vi sia un qualche tipo di quid pro quo. Ha detto che un grande patto di scambio con gli Stati Uniti non sarebbe stato “coerente né con la nostra politica [russa] né con il nostro approccio alla risoluzione dei problemi con le altre nazioni, indipendentemente da quanto siano sensibili o complessi”.

Resta però il fatto che la decisione di Obama, se dà un impulso significativo alle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, mette anche sotto pressione il Cremlino. I colloqui del “5+1” [1] con l'Iran sul programma nucleare di quest'ultimo entreranno in una nuova fase il prossimo 1° ottobre. La grande domanda è se quando la situazione si farà critica Mosca porrà il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il momento cruciale giungerà solo una settimana dopo l'incontro Obama-Medvedev, con il faccia a faccia tra il Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici William Burns e il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Saeed Jalili.

Certo, la posizione russa esposta dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov una settimana fa non lasciava spazio a equivoci. Ha messo in chiaro che Mosca non avrebbe appoggiato una nuova ondata di dure sanzioni contro l'Iran e ha respinto la tabella di marcia statunitense per far sì che l'Iran ponga fine al programma di arricchimento dell'uranio.

Lavrov ha dichiarato: “Non credo che queste sanzioni verranno approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite... Loro [l'Iran] hanno bisogno di dialogare alla pari in questi colloqui regionali. L'Iran è un partner che non ha mai in alcun modo fatto del male alla Russia”. Lavrov ha aggiunto che anche l'attesa mossa statunitense di abbandonare i piani di posizionamento di un sistema di difesa antimissile in Europa Orientale non verrebbe vista come una concessione alla Russia, poiché una simile mossa non farebbe che correggere un precedente errore degli Stati Uniti.

Ma in politica una settimana è molto tempo. Quattro giorni dopo le dichiarazioni di Lavrov – e due prima di quelle di Obama – Medvedev ha detto: “Le sanzioni complessivamente non sono molto efficaci, ma talvolta bisogna scegliere la strada delle sanzioni ed è la cosa giusta da fare”. Gli esperti di Russia in Occidente hanno subito perceputo un “sottile cambiamento” nelle posizioni del Cremlino, benché le differenze tra Stati Uniti e Russia sull'Iran siano troppo profonde e fondamentali per essere facilmente accantonate.

La decisione di Obama farà riflettere il teorici cremliniani del multipolarismo. Come ha mitemente osservato Vladimir Štol, esperto di NATO all'Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo, qualsiasi ripensamento statunitense del sistema di difesa antimissile sarebbe probabilmente il risultato di pressioni economiche legate alla crisi globale, e non di un patto politico con la Russia. “Non credo che gli Stati Uniti si ritirerebbero mai del tutto dallo scudo antimissile, perché rientra nei loro interessi sul lungo periodo ed è strettamente legato alla loro strategia in Europa”, ha detto Štol.

A Mosca i realisti noteranno che durante le dichiarazioni di Obama a Washington Dennis Blair, il capo dell'intelligence statunitense, rendeva pubblico l'ultimo National Intelligence Strategy Report, che viene compilato ogni quattro anni. Il documento avvertiva in particolare che la Russia “può continuare a cercare strade per riaffermare potere e influenza complicando gli interessi degli Stati Uniti”.

Martedì la Russia ha firmato con le regioni separatiste della Georgia, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, accordi militari che le permettono di mantenere basi militari in quei territori per i prossimi cinquant'anni. Il quartier militare russo in Abkhazia avrà sede nel porto di Gudauta, sul Mar Nero, e questo farà sì che anche se il regime pro-americano di Kiev imporrà la chiusura di Sebastopoli Mosca sarà in grado di neutralizzare i tentativi statunitensi di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”.

In prospettiva, dunque, Mosca soppeserà attentamente l'“apertura” di Obama. La cartina al tornasole sarà la disponibilità degli Stati Uniti a rinunciare all'allargamento della NATO. L'integrazione dei paesi dell'Europa Orientale nelle strutture euro-atlantiche occidentali contrastava con la promessa fatta al leader sovietico Michail Gorbačëv [di non allargare l'Alleanza agli ex Stati satelliti dell'URSS e all'Europa dell'Est se la nuova Germania unificata fosse entrata nella NATO, N.d.T.] . E poi la Russia non è l'Unione Sovietica, ma i veterani della guerra fredda non riescono a capirlo. Il concetto di sovranità nazionale di Mosca e il fatto che rivendichi interessi speciali nello spazio post-sovietico suscitano a Ovest sentimenti negativi.

Mosca non vede alcuna ragione per accontentarsi del ruolo di socio minoritario, stimando che gli Stati Uniti sono una potenza in declino e che il centro della politica mondiale si sta spostando a est. Inoltre Washington persegue una politica di “dialogo selettivo, contenimento selettivo”. Per l'Afghanistan o l'Iran Washington ha bisogno del sostegno russo, mentre il problema dello spazio post-sovietico resta grave e la Russia si sente esclusa dagli accordi per la sicurezza euro-atlantica in attesa di approvazione, mentre la “smilitarizzazione” delle relazioni tra la Russia e l'Occidente resta una questione ambigua.

La cosa più intelligente che potrà fare Obama sarà inserire la sua decisione sulla difesa antimissile nell'ambito di una serie di iniziative volte a “resettare” le relazioni con la Russia invece di farne una mossa isolata che richiede un quid pro quo sull'Iran. Mosca non farà che valutare la decisione di Obama come un passo pragmatico reso necessario dalla crisi economica degli Stati Uniti. Nel frattempo la Russia collaborerà al rilancio dei colloqui START (Strategic Arms Reduction Treaty) per la riduzione delle armi strategiche o darà una mano agli Stati Uniti in Afghanistan, cosa che è anche nel suo interesse.

Note:
1. Le nazioni del “5+1” sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russa e Cina – più la Germania.

Originale: Obama drops a missile bombshell

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

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venerdì, settembre 11, 2009

Enduring Freedom fino al 2050

Enduring Freedom fino al 2050

di Pepe Escobar

And it's one, two, three
what are we fighting for?
Don't ask me, I don't give a damn
next stop is Vietnam*

Country Joe and the Fish, 1969

Dopo otto lunghi anni, ora più che mai l'invasione e la parziale occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti va a pieno ritmo, grazie alla “nuova strategia” del Presidente Barack Obama.

Questa strategia – che secondo il capo del Pentagono Robert Gates “sta funzionando” - prevede che gli Stati Uniti e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) mettano in scena delle mini-Guernica, ispirandosi al bombardamento di Guernica, Spagna, compiuto dagli aerei tedeschi e italiani nel 1937 e rappresentato nel quadro di Pablo Picasso.

Prevede anche che il Generale Stanley McChrystal – ex sicario numero uno del Generale David Petraeus in Iraq – vada all'assalto di Washington per chiedere (serve altro?) altri 45.000 soldati.

Aggiungeteci 52.000 soldati americani e niente meno che l'impressionante cifra di 68.000 mercenari a partire dalla fine di marzo – senza tener conto della NATO – e presto ci saranno più americani a voltolarsi nel pantano afghano di quanti fossero i sovietici al culmine della loro occupazione negli anni Ottanta. In soli 450 giorni le truppe di Enduring Freedom più NATO sono passate da 67.000 a 118.000 unità.

Importa forse che, secondo un sondaggio McClatchy/Ipsos, a quasi otto anni dai bombardamenti della “guerra al terrore” contro i taliban il 54% degli americani pensi che gli Stati Uniti stiano “perdendo” la guerra mentre il 56% è contrario all'invio di altre truppe? Certo che no.

Vogliamo la nostra fetta
L'ultima mini-Guernica è il raid aereo compiuto contro due autocisterne di carburante sequestrate dai taliban e incastrate nel letto di un fiume nei pressi di un mercato nel distretto di Ali Abad, nella provincia di Kunduz. Il raid è stato ordinato da un minus habens, un incapace colonnello tedesco, sotto la bandiera della NATO, ed è ora degenerato in una caustica guerra verbale tra Washington e Berlino.

La “missione” della NATO in Afghanistan è estremamente impopolare in Germania. Secondo gli abitanti di Kunduz, il raid aereo NATO ha ucciso più di 100 civili; secondo la NATO non più di 25; e tutto questo continuando a dire che prima di colpire ci si era accertati che nell'area non si trovassero civili. Lo scenario di questa mini-Guernica è lo stesso di Herat nell'agosto del 2008 e di Farah nel maggio del 2009.

Niente di tutto questo rallenta la marcia inarrestabile di Gates/Mullen/McChrystal – il trio superstar del Pentagono ossessionato dall'idea di sfruttare un'escalation in stile Vietnam della sedicente “guerra necessaria” di Obama, il cui obiettivo finale, secondo il super-inviato Richard Holbrooke, è del genere “sapremo riconoscerlo quando lo vedremo”.

Per quanto riguarda la United States Agency for International Development, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, si è appena “scoperto” che i taliban – come racket di protezione – si prendono una parte degli aiuti allo sviluppo internazionale che si riversano in Afghanistan. Ma quella fetta impallidisce se confrontata con le somme che il governo di Hamid Karzai e dei signori della guerra suoi compari distraggono dalle casse dell'Unione Europea sotto la supervisione delle Nazioni Unite – con una baldoria dopo l'altra in nome della “ricostruzione afghana” (Tokyo 2002, Berlino 2004, Londra 2006, Parigi 2008).

Forse non quanto gli americani, ma anche i contribuenti europei vengono derubati. In un fantastico post sul blog italiano byebyeunclesam, Giancarlo Chetoni spiega come l'Afghanistan stia costando ai contribuenti italiani 1000 euro (1433 dollari) al minuto, o 525,6 milioni di euro all'anno, per “liberare il paese dal terrorismo e dalle droghe”. Il surrealismo è la regola. È rimasta famosa la decisione dell'Italia di destinare 52 milioni di euro alla “riforma del sistema giudiziario dell’Afghanistan”, quando in Italia “sono attualmente pendenti 3,5 milioni di processi penali e 5,4 milioni di processi civili”. Nei prossimi quattro anni l'Italia praticamente raddoppierà il suo contingente, che passerà dagli attuali 3250 militari a più di 6000.

Il nuovo segretario generale della NATO, il danese Anders Rasmussen amico dell'ex presidente George W. Bush, ha cercato di spiegare la nuova “strategia” agli scettici europei usando un “natese” pirotecnico. Ma la vera trama di questa tragicommedia senza fine non viene mai svelata. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO faranno – e spenderanno – tutto quello che serve per piazzare le loro basi militari sulla soglia della Russia e della Cina e – lo sa Allah – riportare in carreggiata il Trans-Afghan Pipeline.

Dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l'amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi. L'ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l'Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40. Potete contare sul fatto che nel 2050 i taliban – “cattivi”, in forma e immuni al surriscaldamento globale – combatteranno ancora contro Enduring Freedom.

* E uno, due, tre
ma si combatte perché?
Frega niente, non chiederlo a me
prossima fermata Vietnam

---

Originale da: Enduring Freedom until 2050

Articolo originale pubblicato l'8/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 03, 2009

Pepe Escobar sul Nuovo Grande Gioco in America Latina e l'esportabilità del "Piano Colombia"

L'“arco di instabilità” degli Stati Uniti non fa che ampliarsi

di Pepe Escobar

Il Nuovo Grande Gioco non si concentra solo sullo scontro tra gli Stati Uniti e gli antagonisti strategici Russia e Cina, con il Pipelineistan a fare da elemento determinante.

La dottrina del dominio ad ampio spettro impone il controllo di quello che il Pentagono ha battezzato “arco di instabilità” dal Corno d'Africa alla Cina occidentale. In prima pagina qui c'è l'ex “guerra globale al terrore”, ora “operazioni d'emergenza oltremare” sotto la gestione dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto la logica basilare resta quella del divide et impera. Per quanto riguarda il dividere, Pechino lo definirebbe, senza traccia di ironia, “scissionismo”. Scissionismo in Iraq – bloccando l'accesso della Cina al petrolio iracheno. Scissionismo in Pakistan – con un Belucistan indipendente che impedisca alla Cina di accedere al porto strategico di Gwadar. Scissionismo in Afghanistan – con un Pashtunistan indipendente che permetta la costruzione del Trans-Afghanistan Pipeline, oleodotto che aggirerebbe il territorio russo. Scissionismo in Iran – finanziando la sovversione nel Khuzestan e nel Sistan-Belucistan. E, perché no, scissionismo in Bolivia (il tentativo risale all'anno scorso) a vantaggio dei colossi energetici statunitensi. Chiamatelo modello (scissionista) Kosovo.

Il Kosovo, a proposito, è noto come la Colombia dei Balcani. Quello che Washington chiama “emisfero occidentale” è una sottosezione del Nuovo Grande Gioco. Il legame tra il recente colpo di Stato militare in Honduras, il ritorno dei morti viventi – cioè la resurrezione della Quarta Flotta statunitense nel luglio del 2008 – e ora la sovralimentazione di sette basi militari americane in Colombia non può essere attribuito solo alla continuità tra George W. Bush e Obama. Niente affatto. Tutto questo ha a che fare con la logica interna del Dominio ad Ampio Spettro.

La conquista delle basi
Dodici nazioni sudamericane, sotto l'ombrello dell'Unione delle Nazioni Sudamericane, la scorsa settimana si sono date appuntamento a Bariloche, in Argentina, e dopo un'animata discussione di sette ore sono riuscite solo a sottolineare, alquanto umilmente, che “le truppe straniere non possono costituire una minaccia per la regione”, facendo riferimento alla presenza militare statunitense in Colombia. Almeno il Presidente brasiliano Lula da Silva chiederà a Obama di incontrare i presidenti sudamericani e di rivelare la vera sostanza di questo nuovo patto militare con la Colombia.

La propaganda, naturalmente, ha prevalso. L'influente quotidiano conservatore brasiliano O Globo, che da tutti i punti di vista sembra redatto a Washington, praticamente ha incolpato di tutto il Presidente venezuelano Hugo Chavez.

È istruttivo esaminare il modo in cui vedono la questione alcune delle migliori menti sudamericane. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (il cui libro Le vene aperte dell'America Latina è stato donato a Obama da Chavez al recente summit dell'Organizzazione degli Stati Americani) in un'intervista a un giornale ecuadoregno ha sottolineato come gli Stati Uniti, che hanno trascorso un secolo a fabbricare dittature militari in America Latina, restino a corto di parole quando si verifica un colpo di Stato come quello dell'Honduras.

Per quanto riguarda le basi militari in Colombia, Galeano ha detto che “offendono non solo la dignità collettiva dell'America Latina ma anche la nostra intelligenza”.

Gli Stati Uniti hanno già costruito tre basi militari in Colombia, più una dozzina di stazioni radar. Il governo colombiano porterà il numero delle basi a sette, una delle quali – Palanquero – con accesso aereo a tutto l'emisfero. Sette basi in Colombia è la naturale risposta del Pentagono alla perdita della base di Manta in Ecuador e alla perdita del controllo sul Paraguay, dove governa ora la sinistra. Washington già addestra le forze armate, le forze speciali e la polizia nazionale della Colombia.

La famigerata Scuola delle Americhe con sede a Fort Benning, il campo d'addestramento americano per eccellenza per le dittature militari ultra-repressive, cioè la “Scuola degli Assassini” ribattezzata nel 2001 Western Hemisphere Institute of Security Cooperation, Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza, ha addestrato non solo più di 10.000 colombiani ma anche gli autori del colpo di Stato in Honduras.

L'esperto di scienze politiche argentino Atilio Boron attacca senza pietà; per lui “Pensare che quelle truppe e quei sistemi d'arma si trovino in America Latina per ragioni diverse da quella di assicurare il controllo politico di una regione che gli esperti considerano la più ricca del pianeta in termini di risorse naturali – acqua, energia, biodiversità, minerali, agricoltura, ecc. – sarebbe di una stupidità imperdonabile”.

L'autore e attivista politico americano Noam Chomsky, in un'intervista concessa all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger durante la sua recente visita in Venezuela, ha spiegato come l'“ondata rosa” della sinistra sudamericana stia spaventando così tanto Washington da costringerla a collaborare con governi che solo pochi decenni fa avrebbe deposto sommariamente. Chomsky si riferisce al governo di Joao Goulart in Brasile, che fu rovesciato nel 1964 aprendo la strada, sotto la supervisione degli Stati Uniti, al “primo stato di sicurezza nazionale di stampo neonazista”. La politica di Lula, oggi, non è diversa da quella di Goulart.

Entra in gioco la NATO
La Colombia ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari dal Pentagono da quando il presidente Bill Clinton lanciò il Piano Colombia nel lontano... 2000. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe governa su una terra ammaliante infestata di paramilitari e di omicidi extragiudiziali – decine di contadini e di sindacalisti uccisi a sangue freddo. Ma a Washington lo elogiano come un eroe dei diritti umani.

Non è magnifico? In un documento dei servizi segreti del Pentagono che risale al 1991 ed è ora di pubblico dominio, l'allora senatore Alvaro Uribe Velez viene descritto come “dedito alla collaborazione con il cartello di Medellin ad alti livelli governativi”. Il documento evidenzia che Uribe “ha lavorato con il cartello di Medellin ed è amico intimo di Pablo Escobar Gaviria”, l'archetipico e ora defunto signore della droga colombiano. Non c'è da meravigliarsi che Uribe abbia sempre combattuto ferocemente ogni possibile forma di trattato di estradizione.

Boron definisce Uribe “il Cavallo di Troia dell'impero”. È questo Cavallo di Troia che permette di presentare come “guerra alla droga” quella che di fatto è un'operazione di controinsurrezione. Inutile dire che la Colombia resta il fornitore numero uno di cocaina degli Stati Uniti, Piano Colombia o no.

La controinsurrezione è anche in gran parte diretta contro il venezuelano Chavez (chi se non lui), che nei suoi tanti momenti di disinvolta sincerità non fa mistero di “conoscere molto bene Uribe e anche la sua psicologia”. Eva Golinger, autrice di un essenziale libro sulla strategia complessiva di Washington, Bush vs Chavez: Washington's war on Venezuela (Bush contro Chavez: la guerra di Washington al Venezuela), ha detto a Russia Today che “Il vero obiettivo del Piano Colombia non è affrontare direttamente la guerra alle droghe”; è piuttosto il “controllo delle risorse naturali e delle risorse strategiche”.

Ben al di là del Venezuela, qui si tratta della militarizzazione delle Ande e oltre. La Colombia è effettivamente il Cavallo di Troia con il compito di presidiare praticamente tutto il Sudamerica, per non parlare dell'America Centrale, adesso che l'egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti si va riducendo a vista d'occhio.

La bellezza del Piano Colombia è la sua versatilità: può essere applicato dall'AfPak al Messico. Pochi sanno che nell'aprile del 2007 l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, William Wood, fu mandato in Afghanistan a mettere in atto... un Piano Colombia, cioè controinsurrezione mascherata da lotta alle droghe. La Colombia è uno specchio dell'Afghanistan, e viceversa. Inutile dire che l'Afghanistan della controinsurrezione – ora sotto il tacco supremo dell'ex organizzatore degli squadroni della morte in Iraq per conto del Generale Petraeus, il Generale Stanley McChrystal – produce ancora più del 90% dell'oppio mondiale.

Ed è qui che inevitabilmente entra in gioco la NATO. L'unica parte del mondo in cui la NATO non è attiva è il... Sudamerica. Pochi inoltre sanno che alcuni mesi fa il capo del Comando Sud del Pentagono, l'Ammiraglio James Stavridis, è diventato il comandante supremo della NATO. Tre degli ultimi cinque comandanti supremi della NATO – Stavridis, Bantz Craddock e Wesley Clark – venivano proprio dal Comando Sud, aggiungendo un ulteriore significato alla tetra espressione “Scuola delle Americhe”.

Non meraviglia che a metà luglio a Cuba il Presidente boliviano Evo Morales abbia detto di ritenere “sulla base di informazioni affidabili che l'impero, attraverso il Comando Sud degli Stati Uniti, abbia fatto il golpe in Honduras”. E tutto questo mentre non solo il Messico e l'Argentina – ma anche il Brasile e l'Ecuador – si accingono a legalizzare gli stupefacenti.

Guerra alla droga? Va bene per i titoli di prima pagina. Pare piuttosto che il Pentagono si sia messo all'opera, come dice Galeano, per insultare l'intelligenza dell'America Latina per molto tempo a venire.

Originale: US 'arc of instability' just gets bigger

Articolo originale pubblicato il 2/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, settembre 02, 2009

Mogli, maghi e le elezioni afghane

Le elezioni afghane sotto l'influsso di mogli e maghi

di M. K. Bhadrakumar

Il dottor Abdullah Abdullah, il “volto moderno” dell'Afghanistan, è un raro prodotto finito uscito dal jihad degli anni Ottanta: un mujahid attraente, ben vestito e anglofono capace di portare evocativamente nei salotti occidentali il pericolo e l'eccitazione dell'Hindu Kush.

Il capo dell'Alleanza del Nord assassinato nel 2001, Ahmad Shah Massoud, non avrebbe mai rinunciato a lui, suo portavoce ed esperto di pubbliche relazioni. Chiunque stringa le morbide mani di Abdullah si accorge subito che non ha mai toccato un kalashnikov, anche se di certo parlerebbe con grande slancio della vita e dei tempi dei mujaheddin. Tutto ciò pone Abdullah in una posizione unica per vantare un pedigree da mujahid pur evitando di essere etichettato come un “signore della guerra”.

Attualmente non c'è un mujahid che sappia meglio di lui promuovere la campagna degli Stati Uniti contro il Presidente Hamid Karzai. Se Abdullah riesce nell'intento di disgregare l'alleanza tra Karzai e i “signori della guerra” mujaheddin e costringe l'ostinato presidente a un ballottaggio, per lui sarà senz'altro un gran momento.

Abdullah ha però una gatta da pelare. Karzai, che è noto tra gli afghani come il “mago” per l'abilità con cui sa mettere politicamente fuori gioco i suoi avversari, non abdicherà. Con i risultati attuali, basati sullo spoglio del 35% dei voti, l'Associated Press dà Karzai in testa con il 46,2% e Abdullah al 31,4%. Karzai deve ottenere più della metà dei voti per evitare il ballottaggio.

Con il passare dei giorni il testa a testa appare sempre più confuso. Il risultato – che si saprà solo quando verranno resi noti i dati definitivi, il 17 settembre – è destinare a lasciare dietro di sé molte macerie.

'Le mogli di Bush'
Per ora chi ride ultimo è Karzai. Contrariamente alla prognosi degli esperti statunitensi, i quali avevano previsto che le elezioni presidenziali avrebbero acuito il divario etnico afghano e che l'elezione di Karzai avrebbe prodotto un “contraccolpo” nelle aree a maggioranza pashtun, non è accaduto niente di simile. I pashtun hanno respinto Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale nonché favorito degli americani.

Nonostante Ghani sia un ahmadzai di sangue blu, cioè appartenga a una delle maggiori tribù dell'Afghanistan orientale, i risultati della provincia di Nangarhar dimostrano che i pashtun non lo gradiscono, banché probabilmente esista anche un sentimento pashtun anti-Karzai in attesa di scatenarsi. In altre parole, gli americani hanno giocato la carta dei pashtun e non ha funzionato.

Adesso gli Stati Uniti saranno costretti a infilare Ghani nella struttura di potere di un regime guidato da Abdullah. Ma una mossa chirurgica di questo tipo necessita di un ballottaggio, e Karzai si sta avvicinando alla vittoria.

Ciò che ha complicato il piano statunitense è che il “mago” se l'è cavata meglio di quanto Washington avesse previsto nelle regioni non-pashtun in cui si pensava che Abdullah avesse un “vantaggio” in virtù del suo essere per metà tagiko. Karzai ha colto letteralmente di sorpresa Washington facendo tornare dalla Turchia Rashid Dostum giusto in tempo per raccogliere il suo 10% di voti uzbeki, che si sono dimostrati decisivi per Karzai. (Dostum ha poi fatto ritorno in Turchia, affinché gli Stati Uniti non possano usare la sua presenza per infamare Karzai.)

Inoltre il “mago” ha colpito nel segno quando ha reclutato il capo tagiko Mohammed Fahim e il leader hazara sciita Karim Khalili come candidati alla vicepresidenza. I risultati che giungono dalle province settentrionali e centrali (Takhar, Badakhshan, Kunduz, Baghlan, Balkh, Jowzjan, Sar-e-Pol, Bamyan, Parwan e Kabul) indicano che Abdullah è indietro del 10% rispetto a Karzai. Il risultato di Abdullah è stato eccellente solo nella provincia natale di Panjshir, dove si è assicurato l'87% del voto, e nella vicina provincia di Parwan, dove ha preso il 63%.

Il mandato di Karzai va visto nella sua qualità interetnica; anche Abdullah ha messo in campo un candidato di etnia hazara, Charagh Ali Charagh, e un pashtun, Humayoon Wasefi. È evidente che Fahim ha raccolto molti volti tra i tagiki per Karzai, mentre Khalili e Mohammed Mohaqiq gli hanno portato i voti hazara, così come Dostum ha portato i voti uzbeki. (Nelle elezioni del 2004 Dostum si candidò e prese l'11%.)

Tutto sommato la ragnatela di alleanze di Karzai con i “signori della guerra” delle province del nord, del nord-ovest e del centro non rappresentava un problema per Abdullah. Quello che ha mandato all'aria i piani degli Stati Uniti, evidentemente, è stato sopravvalutare la “base pashtun” di Ghani e la “base tagika” di Abdullah. Nella squadra del rappresentante speciale per l'AfPak Richard Holbrooke dovrebbero rotolare un po' di teste.

Gli Stati Uniti sbagliavano a pensare che con i suoi trascorsi nella Banca Mondiale Ghani si sarebbe rivelato irresistibile per i pashtun. Al contrario, i pashtun non amano gli afghani ricchi che si allontanano per far carriera nelle capitali occidentali, e in ogni caso respingono chiunque considerino imposto da Washington.

Jeffrey Stern, il cui dispaccio da Jalalabad è apparso sulla rivista Slate, ha scritto:


La sua [di Ghani] reputazione come accademico, tecnocrate e riformatore è ottima, ma la sua fama internazionale contribuisce a una storia personale che gli afghani sono portati inevitabilmente a respingere. In un paese che è stato un trampolino di lancio per gli imperi e una scacchiera per gli interessi stranieri, i politici con legami all'estero vengono guardati con sospetto. Per le strade di Kabul ho variamente sentito liquidare Ghani perché “non afghano”; “straniero”; e, più caritatevolmente, “un intellettuale, sì, ma non presidenziale”. Il suo congedo in Occidente lo ha automaticamente relegato al purgatorio politico che gli afghani descrivono in modo pittoresco come Zana-e-Bush, letteralmente “mogli di Bush”; o sag-shuyan, “lavacani”, per gli incarichi umili che di sicuro toccano alle classi privilegiate all'estero.

Abdullah, da parte sua, ha sfruttato efficacemente il suo legame con Massoud (“Leone del Panjshir”), ma tutto qui. Abdullah non ha offerto alcun programma, né i suoi trascorsi dimostrano che può fare meglio di Karzai o è capace di assicurarsi un mandato unanime per guidare il paese.

Diversamente dal caso di Ghani, tuttavià, l'“afghanità” di Abdullah difficilmente può essere messa in discussione. Ma soprattutto il seguito di Abdullah tra i panjshir è dimostrato. Mohammed Atta, Il “signore della guerra” governatore di Balkh (che è un rivale di Dostum) appoggia Abdullah. Dunque se in qualche modo tutti i voti “anti-Karzai” si aggregano attorno a lui, e se si riesce a tenere lontano Dostum, non tutto è perduto e Abdullah può ancora dare del filo da torcere a Karzai al secondo turno.

Almeno questo è ciò che pensano Holbrooke e la sua squadra. Ma perché questa possibilità si realizzi serve un ballottaggio. Al momento si attendono ancora i risultati dall'Afghanistan occidentale e meridionale. Abdullah se la caverà male in queste regioni. Ismail Khan, il leggendario “signore della guerra” noto come l'“emiro” dell'Afghanistan occidentale, appoggia in tutto e per tutto Karzai. Per quanto riguarda le province meridionali, sono territorio di Karzai. E le tribù di Kandahar sono notoriamente campaniliste.

'Le mogli di Obama'
Non sorprende, dunque, che Washington sia giunta alla conclusione che l'unico modo per impedire la vittoria di Karzai sia contestare il processo elettorale. Washington ha bruscamente preso le distanze da quella che il Presidente Barack Obama ha salutato come “questa storica elezione”. Adesso si mira a denigrare il processo elettorale e a “delegittimare” il risultato. Ogni parola pronunciata da Abdullah serve a preparare il terreno per l'annullamento del risultato elettorale.

Gli Stati Uniti sperano che la cosiddetta Commissione Elettorale per i Reclami (Election Complaints Commission, ECC), che è piena di loro uomini, decida “quanto sia stata sostanziale la frode elettorale”, per citare il New York Times. L'ECC è un organo nominato dalle Nazioni Unite, ma si tratta di una foglia di fico, come nel caso del mandato ONU sotto il quale operano le truppe straniere in Afghanistan. Vista la composizione della ECC, non ignorerà i reclami di Abdullah.

Nelle prossime due settimane potrebbe verificarsi un grave attrito se la Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission, IEC), un organo afghano, dichiarasse vincitore Karzai e l'ECC, dominata dagli Stati Uniti, annullasse il risultato sulla base delle accuse di Abdullah. Gli Stati Uniti mirano a rimpiazzare l'IEC e a condurre il ballottaggio sotto la supervisione della “comunità internazionale” e delle Nazioni Unite: si tornerebbe così al 2004 e si dichiarerebbe poi che in Afghanistan ha vinto la “democrazia”, correggendo i risultati per assicurare la vittoria del tandem Abdullah-Ghani.

Ottima pensata. Il fatto è che l'amministrazione Obama non può tollerare una vittoria di Karzai. Non si sa se Karzai abbia effettivamente dato una strigliata a Holbrooke e quest'ultimo abbia abbandonato il pranzo presidenziale della scorsa settimana a Kabul. Se entrambe le parti hanno diffuso diverse versioni – secondo fonti di Kabul Karzai avrebbe messo Holbrooke al tappeto, mentre Washington ha messo in chiaro che “nessuno ha alzato la voce, nessuno se n'è andato” – ciò che emerge è che le schermaglie amorose Obama-Karzai sono tutt'altro che finite.

Helene Cooper del New York Times ha scritto “Comunque sia andata [durante il pranzo], il clima tra Stati Uniti e Karzai potrebbe essere così avvelenato che l'amministrazione Obama rischia di venire ostacolata qualsiasi direzione prenda”. Il Sunday Times ha commentato che il pranzo “infuocato” “avrebbe fatto precipitare le relazioni americano-afghane a un minimo storico del periodo post-taliban”. Il quotidiano riferiva che Holbrooke mercoledì avrebbe incontrato le sue controparti britannica, francese e tedesca a Parigi, e secondo un anonimo funzionario francese “Holbrooke voleva il ballottaggio per punire Karzai e dimostrargli che il suo potere era limitato”.

Ma il tempo è agli sgoccioli. Il comandante delle operazioni statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, questa settimana dovrebbe riferire a Obama le sue valutazioni sulla situazione afghana. McChrystal sta preparando il terreno per la richiesta di altre truppe. Nel frattempo le perduranti condizioni di stallo politico a Kabul significa che in questa fase cruciale della guerra il governo afghano non è della partita.

Ironicamente, è stato lasciato a Lord “Paddy” Ashdown, che è quasi subentrato a Holbrooke come referente dell'alleanza occidentale a Kabul, il compito di affermare in un'intervista con la BBC, venerdì scorso, che ogni sforzo americano di “delegittimare” le elezioni afghane significa che la “capacità del nostro sforzo di riconquistare le tribù pashtun strappandole ai taliban diminuisce. E probabilmente saranno i taliban a trarne il vantaggio maggiore”. Ha aggiunto Ashdown:

L'essenza del nostro fallimento in Afghanistan, e dobbiamo essere ormai preparati a guardare in faccia il fallimento, non stava nelle inadeguatezze di Karzai. Sta nella nostra totale incapacità nella comunità internazionale di agire insieme e di parlare con una sola voce; di avere un piano chiaro... e un serie chiara di priorità. Se vogliamo esaminare il fallimento in Afghanistan, dobbiamo allora incolpare noi stessi [piuttosto che] il Presidente Karzai.

Karzai continua a sostenere di essere il vincitore di diritto delle elezioni presidenziali afghane e non è disposto a sostenere un ballottaggio per soddisfare le richieste degli americani. E i “signori della guerra” mujaheddin sostengono Karzai. In simili circostanze, se l'amministrazione Obama forza la situazione il grande pericolo è che possa emergere una dinamica politica del tutto nuova, ad aggravare il rischio già concreto di una sollevazione a tutti gli effetti.

Di certo un tandem Abdullah-Ghani non può tenere insieme l'Afghanistan. I due “tecnocrati” potranno essere bravi nei loro settori di competenza, gestione dei media ed economia dello sviluppo. Ma non sono uomini del destino che possano comandare dalle barricate quando il nemico è alle porte. L'amministrazione Obama deve dimostrare di essere così intelligente da cooperare con la strategia di Karzai di coinvolgere i gruppi di potere tradizionali, dato che nessun altro ha oggi la capacità di controllare il sistema afghano e di governare su uno Stato disgregato e nello stesso tempo proseguire la lotta contro al-Qaeda e i taliban.

Tempi pericolosi si profilano all'orizzonte. L'amministrazione Obama dovrebbe sapere che a lasciar fare Holbrooke nel suo intento di “punire” Karzai si avrebbe un presidente afghano che non vale niente. Gli afghani soprannomineranno Abdullah e Ghani Zana-e-Obama, “le mogli di Obama”, e questo come contribuirà alla strategia bellica di McChrystal?

Originale: Wizards and wives drive Afghan election

Articolo originale pubblicatol'1/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, agosto 20, 2009

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

di M. K.
Bhadrakumar

Nei suoi quarant'anni di onorevole carriera diplomatica non c'è niente che faccia pensare che Richard Holbrooke, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Afghanistan e il Pakistan, si sia dilettato di problematiche energetiche. L'obiettivo ufficiale dell'attuale tappa in Pakistan durante il suo viaggio in Afghanistan è aiutare il paese ospite a trovare un modo per ovviare alla penuria di energia elettrica.

Lunedì a Islamabad Holbrooke ha ammesso davanti ai giornalisti pakistani che la crisi energetica del loro paese era frutto di più di vent'anni di problemi e dunque non ci si poteva aspettare che lui la risolvesse in poche settimane. Ciononostante, attraverso il loro rappresentante speciale gli Stati Uniti volevano dimostrare preoccupazione per i veri problemi del popolo pachistano e l'intenzione di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Nel frattempo Holbrooke ha rimandato la partenza per Kabul. E ha partecipato ad altri incontri: con il capo di Jamiat Ulema-e-Islam (JUI) Maulana Fazlur Rahman e il leader di Jamaat-i-Islami (JI) Qazi Hussein Ahmad. Interessante, visto che né Maulana né il Qazi possono essere degli interlocutori sul tema della sicurezza energetica. Il loro forte è altrove: Islam militante, terrorismo di frontiera e jihad in Afghanistan.

Mentre Holbrooke si dava da fare a Islamabad, il comandante delle forze USA in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è giunto nella vicina Rawalpindi – città gemella di Islamabad – per incontrare il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Ashraf Kiani.

Così la “copertura” di Holbrooke è saltata ed è emerso il suo vero fine: elaborare un approccio congiunto con il Pakistan sulle prossime mosse da compiere sulla scacchiera politica afghana. E infatti le capitali della regione attendono con in interesse la prossima mossa di Stati Uniti e Pakistan.

La vicina India si è rifiutata di ricevere Holbooke. Delhi ha le sue ragioni. Lunedì scorso in un importante discorso il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha ammonito il paese che “ci sono informazioni credibili che gruppi terroristici in Pakistan stiano pianificando nuovi attentati” in India simili a quello di Mumbai dello scorso novembre che costò la vita a quasi 200 persone. Ha anche parlato di un incremento dell'attività dei militanti spalleggiati dal Pakistan nello stato indiano di Jammu e Kashmir. Evidentemente Delhi disapprova la missione di Holbrooke: corteggiare Islamabad alla ricerca della sicurezza e della stabilità regionali.

Anche Teheran cova cattivi presentimenti. Holbrooke, fra l'altro, ha osservato poco prima della sua visita in Pakistan che Teheran ha “un legittimo ruolo da svolgere nella risoluzione della questione afghana”. Ha detto: “[Gli iraniani] sono un fattore, e fingere che non lo siano, come spesso si è fatto in passato, non ha senso”. Ma ha subito aggiunto: “Non abbiamo contatti diretti con loro a questo proposito”.

Sembra che Holbrooke si sia concesso di strizzare l'occhio ad altri interlocutori. È utile sia agli Stati Uniti che al Pakistan far intendere che il loro asse gode del “consenso regionale”. Ma Teheran ha ignorato l'offensiva di fascino di Holbrooke. Teheran ha preso nota dell'energica campagna USA-Pakistan per far sì che le elezioni presidenziali afghane, fissate per giovedì, venissero rimandate perché la situazione in fatto di sicurezza non permetteva lo svolgimento di consultazioni libere e corrette.

Teheran ha capito dove vogliono andare a parare gli Stati Uniti. Rimandare le elezioni significa allontanarle di molto. A Teheran va il merito di aver scoraggiato qualsiasi rinvio. L'Iran ora tiene le dita incrociate riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti possano orchestrare una “situazione iraniana” per confondere le acque e installare una struttura di potere surrogata a Kabul. Lunedì scorso l'ambasciatore iraniano in Afghanistan, Fadd Hossein Maleki, ha pubblicamente prospettato il rischio di manipolazioni post-elettorali da parte di potenze esterne.

Ha detto: “Siamo preoccupati per il periodo post-elettorale. Abbiamo colto segnali che indicano possibili problemi. A questo proposito, abbiamo avviato serie consultazioni con rappresentanti delle Nazioni Unite e vari ambasciatori europei in Afghanistan, oltre che con le autorità afghane”.

Maleki non si sarebbe mai espresso su un tema così delicato senza il via libera di Teheran. Ovviamente Teheran valuta che sia meglio avvisare gli Stati Uniti e il Pakistan, due paesi capaci di mettere in scena una “situazione iraniana”, che un simile tentativo non farebbe che complicare la situazione interna dell'Afghanistan.

Inoltre il quotidiano Kayhan, che viene identificato con l'establishment religioso, ha commentato: “[Il Presidente afghano] Hamid Karzai è stato messo con le spalle al muro... Le sfide lo assediano da tutte le parti... I sostenitori del candidato alla presidenza Abdullah Abdullah hanno agito molto stranamente”. L'editoriale poi esprimeva una decisa approvazione nei confronti dell'alleanza di Karzai con i cosiddetti signori della guerra, in quanto incarnerebbe un approccio “volto a impedire la disgregazione del paese”, riconoscendo che “l'Afghanistan è ed è sempre stato una federazione di province governata da uomini forti”.

E concludeva: “L'Afghanistan può essere controllato solo da un governo federale e Karzai lo capisce benissimo, ma non può dirlo espressamente ai suoi protettori occidentali. I suoi equilibrismi a volte deludono le aspettative dell'Occidente e altre volte irritano i signori della guerra afghani. E viene immediatamente criticato da entrambe le parti. L'Occidente ha cercato di 'bonificare, stabilizzare e costruire' uno Stato afghano funzionante di stampo occidentale, nel quale i cittadini danno il loro consenso a un contratto sociale che impone la disciplina sociale e politica tenendosi relativamente alla larga nella sfera personale. Questo pone gli americani, fin dall'inizio, in totale contrapposizione con gli ultimi mille anni di storia afghana, come era successo ai sovietici”.

Teheran ha tutte le ragioni per approvare la stretta alleanza di Karzai con vecchi capi mujaheddin come Ismail Khan, Mohammed Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq e Rashid Dostum. Tehran ovviamente ha avuto un ruolo nel persuadere Dostum a far ritorno dalla Turchia – sfidando il monito degli Stati Uniti – e nel galvanizzare il partito Jumbish al momento giusto per dare impulso alle speranze elettorali di Karzai nella regione dell'Amu Darya. Gli hazara sciiti e gli uzbeki costituiscono più di un quarto della popolazione afghana.

Inoltre Ismail Khan, vicino a Teheran, è alleato con Burhanuddin Rabbani. Il sostegno di Khan a Karzai in questa congiuntura insidia l'intera strategia USA-Pakistan di mettere in campo Abdullah, strategia basata sulla sua capacità di raccogliere i voti dei tagiki. Pertanto, se le prospettive di Karzai appaiono decisamente migliori alla vigilia delle elezioni è perché Teheran vi ha contribuito.

Washington paventa che l'intero stratagemma per impedire a Karzai di vincere al primo turno sia in serio pericolo. (Karzai, il candidato favorito, necessiterebbe del 51% dei voti per evitare di andare al ballottaggio).

In una straordinaria esibizione pubblica di rabbia, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato: “Abbiamo spiegato chiaramente al governo dell'Afghanistan le nostre gravi preoccupazioni riguardo al ritorno di Dostum e a un suo possibile futuro ruolo in Afghanistan”. Il Presidente Barack Obama ha già chiesto ai suoi esperti di sicurezza nazionale ulteriori informazioni sui “trascorsi” di Dostum, compreso il suo sospetto coinvolgimento nella morte di vari taliban fatti prigionieri nella guerra del 2001 durante l'invasione degli Stati Uniti.

Holbrooke ha davanti a sé una pesante sfida. Se Karzai si assicura una vittoria netta nel primo turno di giovedì, porterà al potere una coalizione che gli Stati Uniti faranno fatica a controllare perché i centri di potere saranno molteplici.

Ed è qui che potrebbe nascere la necessità di creare una “situazione iraniana”. È significativo che il noto autore pakistano Ahmed Rashid, legato al Pentagono e all'entourage di Holbrooke, lunedì abbia sottolineato che sulle elezioni afghane “incombe un vuoto di credibilità”.

Rashid prevede che le elezioni saranno compromesse dalle controversie sulla bassa affluenza e sulle accuse di brogli. “Se l'affluenza sarà bassa – sotto il 30% – probabilmente molti candidati diranno che non intendono accettare queste elezioni e ne chiederanno di nuove”.

Ma a quel punto gli iraniani diranno: “Da quando in qua gli afghani praticano così seriamente la democrazia di stampo occidentale?”. Come ha osservato il quotidiano Kayhan, “Fornicazione, nudità e discesa nella decadenza occidentale – queste definizioni afghane della democrazia rivelano quanto poco il concetto straniero abbia permeato la psiche afghana... Finché [gli afghani] avranno il permesso di fornicare liberamente, gli occidentali crederanno che abbiano abbracciato la libertà e che non badino troppo al fatto di essere schiavi... Nella società afghana – dove il clan, la tribù, la gerarchia e la tradizione vincono a man bassa – i valori democratici e un edonismo irresponsabile e finanche il nichilismo si sono confusi fino a equivalersi”.

Ma Rashid, che conosce l'Afghanistan come le sue tasche, è lapidario: “Penso che dopo queste elezioni, indipendentemente dai risultati, ci saranno pesanti accuse e contro-accuse di brogli”. Prevede poi che se si renderà necessario un ballottaggio “sarà un momento molto pericoloso per l'Afghanistan... Creerà un vuoto di due mesi, ci saranno caos e confusione politica”.

Ed è qui che assumerà un'importanza critica il “ruolo operativo” dei servizi pakistani (ISI - Inter-Services Intelligence). I servizi pakistani vedono con sfavore una vittoria di Karzai. Hanno conti da regolare con quasi tutti i “signori della guerra” che sostengono Karzai – Fahim, Khalili, Mohaqiq, Dostum, Ismail Khan – e che guarda caso anche il mondo occidentale considera propri nemici. Inoltre questi “signori della guerra” manderanno all'aria il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan per cooptare i taliban nella struttura di potere afgana, perché sanno che il leader dei taliban Mullah Omar e i suoi seguaci prima o poi gliela faranno pagare.

Inoltre l'establishment della sicurezza pakistano e l'amministrazione Obama faticheranno a digerire il fatto che a Kabul possa andare al potere un governo democraticamente eletto dominato dai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, che godevano del sostegno della Russia, dell'Iran e dell'India. Il progetto di usare l'Islam militante per riconfigurare l'Asia Centrale, l'allargamento della NATO, la presenza militare a lungo termine in Pakistan: tutti questi obiettivi vanno all'aria.

Di certo non c'è bisogno di spiegare a Holbrooke e ai suoi interlocutori pakistani che quando il destino della guerra afghana e della strategia AfPak di Obama è appeso a un filo i loro interessi coincidono. Anzi, se mai c'è stata una situazione “ora o mai più”, è proprio questa.

La grande domanda è: come intendono affrontare questa sfida comune Holbrooke e l'ISI? Rashid potrebbe aver fornito un indizio.

Originale: Powers line up to stir Afghanistan's pot

Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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mercoledì, agosto 19, 2009

Spire di nebbia nell'Hindu Kush

Spire di nebbia nell'Hindu Kush
di M. K. Bhadrakumar

Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua celebre opera, Della guerra, “La grande incertezza di tutti i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché tutte le azioni devono – in una certa misura – essere pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente – come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”. Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush sia spesso avvolta in una fitta nebbia.

Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.

Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.

I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.

Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.

Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti lo permettono.

Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington, DC.

Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congress. E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan. Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello scorso anno.

Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che “vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno. E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.

Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato, "mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.

Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze. Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.

La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà dunque un eccezionale governo parallelo.

Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan. Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000 soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.

È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia AfPak.

L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi mentori a Washington.

L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate) sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le forze NATO in Afghanistan.

Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi acquisiti.

La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.

Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per il ritiro delle truppe NATO.

Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre morbido” di Russia e Cina.

È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”. La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti: chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione afghana.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.

In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali. Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché la nebbia l'abbia celata alla vista.

Originale: A fog swirls in the Hindu Kush

Articolo originale pubblicato il 18/8/2009

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martedì, luglio 28, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte

L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta

di Pepe Escobar


HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

Originale: Iran, China and the New Silk Road

Articolo originale pubblicato il 24/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, luglio 06, 2009

Momento della verità per Obama a Mosca

Momento della verità per Obama a Mosca

di M. K. Bhadrakumar

Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due paesi si apprestano a dialogare.

Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale. È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.

Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.

Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.

Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica, difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.

Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”. La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra “Caucaso - 2009”.

È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli analisti occidentali sulla questione se il “riavvio” delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.

Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov, l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto di un “riavvio” è già di per sé “estremamente fragile”.

“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”, ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione” completa.

Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza, prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”, secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento di Stato da più di otto anni.

Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio di lavoro”?

Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione più positiva.

In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.

Con un “preludio” insolitamente duro alla visita di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi” tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può rafforzare noi e indebolire la Russia”.

Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri interessi nazionali”.

Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche, la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti prima del summit.

È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5 dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense, in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione del 100%.

Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato, a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione” che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.

Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.

Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12 maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza [NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà un qualche tipo di “progresso” – probabilmente una sorta di “pagella” – nei negoziati che condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo finale potrebbe comunque venire ostacolato.

Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze USA-Russia sulla situazione iraniana.

L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.

Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché la Russia “presume” che i conflitti “verranno risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono per questo”.

In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come “complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.

Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”. La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata “per vie legali” (e questa è anche la posizione ufficiale di Teheran).

Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle 'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa sotto questo aspetto”.

Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico iraniano, più forte e solido che mai”.

Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran, le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan. Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan. Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati Uniti-Russia.

Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali. Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.

Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.

La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.

Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere, lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale, l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro “interazione su aspetti di interesse reciproco” in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo nella regione”.

In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia “AfPak” statunitense.

Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese, durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.

Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.

Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan. Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito” preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme pagate al governo kirghizo saranno triplicate.

Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante della lotta contro il terrorismo internazionale.

Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia, gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.

Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato: “Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa degli attacchi dei militanti contro i convogli.

La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.

I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan] porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una regione strategica dell'Asia Centrale”.

Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile e “aiutare concretamente” Washington a risolvere il problema afghano.

Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov agli inizi di giugno.

Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.

Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo... La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo. Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso. Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.

Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.

Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.

Originale da: A moment of truth for Obama in Moscow

Articolo originale pubblicato il 4/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, maggio 04, 2009

Il mito del Talibanistan

Il mito del Talibanistan

di Pepe Escobar

Apocalypse Now. Si salvi chi può. Arrivano i turbanti. È questo oggi lo stato del Pakistan, a dare ascolto all'isteria diffusa dall'amministrazione Barack Obama e dai media statunitensi, dal Segretario di Stato Hillary Clinton al New York Times. Perfino il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che il Talibanistan pakistano è una minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna.

Ma diversamente da San Pietroburgo nel 1917 o Teheran alla fine del 1978, Islamabad non cadrà domani stesso in mano a una rivoluzione in turbante.

Il Pakistan non è un'ingovernabile Somalia. I numeri dicono tutto. Almeno il 55% dei 170 milioni di abitanti del Pakistan è costituito da punjabi. Non ci sono indicazioni che stiano per abbracciare il
Talibanistan; sono essenzialmente sciiti, sufi o un misto di entrambi. Circa 50 milioni sono sindhi, fedeli seguaci della defunta Benazir Bhutto e di suo marito, l'attuale Presidente Asif Ali Zardari del centrista e laicissimo Partito del Popolo Pakistano. I fanatici del Talibanistan in queste due province – che raccolgono l'85% della popolazione pakistana, con una pesante concentrazione della classe media urbana – sono una minoranza infinitesimale.

I taliban che fanno base in Pakistan – suddivisi approssimativamente in tre grandi gruppi e costituiti da meno di 10.000 combattenti privi di un'aviazione, di drone Predator, di carri armati e di veicoli pesanti da combattimento – si concentrano nelle aree tribali pashtun, in alcuni distretti della Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP), e in alcune piccole zone del Punjab.

Credere che quest'armata Brancaleone possa sconfiggere i 550.000 soldati dell'esercito pakistano, ben equipaggiati e molto professionali, cioè il sesto esercito più grande del mondo già scontratosi in battaglia con il colosso indiano, è un'idea ridicola.

Inoltre non c'è alcuna indicazione che i taliban, in Afghanistan e in Pakistan, abbiano la capacità di colpire un bersaglio al di fuori di “Af-Pak”(Afghanistan e Pakistan). Quello è il mitico territorio privilegiato di al-Qaeda. Per quanto riguarda l'isteria nucleare secondo cui i taliban sarebbero capaci di violare i codici dell'arsenale nucleare pakistano (la maggioranza dei taliban, tra l'altro, è semianalfabeta), ricordiamo che perfino Obama, durante il discorso dei suoi primi cento giorni, ha sottolineato che l'arsenale nucleare è sicuro.

Naturalmente ci sono alcuni ufficiali pashtun, e anche sezioni significative dei potenti servizi segreti pakistani, che simpatizzano con i taliban. Ma l'istituzione militare è spalleggiata niente meno che dall'esercito americano – al quale è strettamente legata fin dagli anni Settanta. Zardari sarebbe uno sciocco a scatenare un'uccisione di massa di pashtun pakistani; anzi, i pashtun possono risultare molto utili ai piani di Islamabad.

Questa settimana il governo di Zardari ha dovuto inviare l'aviazione e le truppe di terra a occuparsi del problema di Buner, nel distretto di Malakand della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, che confina con la provincia di Kunar in Afghanistan ed è dunque relativamente vicina alle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Hanno a che fare con meno di 500 membri del Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP). Ma per l'esercito pakistano la possibilità che l'area si unisca al Talibanistan è un gran dono, perché questo fa salire alle stelle il controllo del Pakistan sull'Afghanistan meridionale pashtun, sempre secondo l'eterna dottrina della “profondità strategica” che prevale a Islamabad.

Portatemi la testa di Baitullah Mehsud
Dunque se Islamabad non è destinata a bruciare domani stesso, qual è il motivo di questa isteria? I motivi sono vari. Per cominciare, quello che Washington – con la nuova strategia “Af-Pak” di Obama – non riesce a digerire è una democrazia autentica e un vero governo civile a Islamabad; rappresenterebbero una minaccia per gli “interessi statunitensi” ben più dei taliban, con i quali l'amministrazione Bill Clinton andava d'amore e d'accordo alla fine degli anni Novanta.

Quello che potrebbe invece piacere a Washington è un altro colpo di stato militare – e delle fonti hanno raccontato ad Asia Times Online che dietro questa isteria c'è l'ex dittatore Generale Pervez Musharraf (Busharraf, come era derisoriamente chiamato).

È fondamentale ricordare che ogni colpo di stato militare in Pakistan è stato condotto dal capo di stato maggiore dell'esercito. Dunque l'uomo del momento – e dei prossimi momenti, giorni e mesi – è il discreto Generale Ashfaq Kiani, l'ex capo dell'esercito di Benazir. È in ottimi rapporti con il capo dell'esercito statunitense Ammiraglio Mike Mullen, e decisamente non va pazzo per i taliban.

Inoltre certi anfratti della burocrazia militare e della sicurezza pakistana sarebbero ben felici di ottenere altri dollari da Washington per combattere i neo-taliban pashtun che nel frattempo stanno armando perché combattano gli americani e la NATO. Sta funzionando. Washington è ora in preda a una smania contro-insurrezionale, con il Pentagono che non vede l'ora di insegnare queste tattiche a qualsiasi ufficiale pakistano in circolazione.

Quello a cui i media statunitensi non accennano mai sono i tremendi problemi sociali che il Pakistan deve gestire a causa del pasticcio nelle aree tribali. Islamabad ritiene che tra le Aree Tribali ad Amministrazione Federale (Federally Administered Tribal Areas, FATA) e la Provincia della Frontiera del Nord Ovest siano almeno un milione gli sfollati (oltretutto disperatamente bisognosi di cibo). La popolazione delle FATA è di circa 3,5 milioni di persone, soprattutto poveri contadini pashtun. E ovviamente la guerra nelle FATA si traduce in insicurezza e paranoia nella leggendaria capitale della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, Peshawar.

Il mito del Talibanistan, comunque, è solo un diversivo, una rotella nel grande lento ingranaggio regionale che a sua volta fa parte del nuovo grande gioco in Eurasia.

Durante una prima fase – chiamiamola branding del male – i think-tank e i media di Washington hanno martellato incessantemente sulla “minaccia di al-Qaeda” per il Pakistan e gli Stati Uniti. Le aree tribali sono state etichettate come la base dei terroristi, il luogo più pericoloso del mondo dove “i terroristi” e un esercito di attentatori suicidi venivano addestrati per poi essere riversati in Afghanistan a uccidere i “liberatori” di USA/NATO.

Nella seconda fase la nuova amministrazione Obama ha accelerato la guerra dei drone “inferno dall'alto” Predator sui contadini pashtun. Adesso arriva la fase in cui i soldati degli Stati Uniti e della NATO, che presto saranno più di 100.000, vengono dipinti come i veri liberatori della povera gente dell'Af-Pak (loro, e non i “cattivi” taliban) – un espediente essenziale nella nuova versione dei fatti che serve a legittimare il surge di Obama nell'Af-Pak.

Perché tutti i pezzi vadano al loro posto serve un super-spauracchio. Ed è il leader del Tehrik-e Taliban-e Pakistan Baitullah Mehsud, che curiosamente non è mai stato colpito neanche da un finto drone americano finché non ha ufficializzato, agli inizi di marzo, la propria lealtà al leader storico dei taliban Mullah Omar, “L'Ombra” in persona, che si dice viva indisturbato nei dintorni di Quetta, nel Belucistan pakistano.

Adesso c'è una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Baitullah. I Predator hanno diligentemente colpito le basi della famiglia Mehsud nel Waziristan meridionale. Ma – e la storia si fa sempre più strana – non una ma due volte i servizi segreti pakistani hanno inoltrato al loro cugino, la CIA, un particolareggiato dossier sul luogo in cui si trova Baitullah. Eppure i Predator non hanno colpito.

E forse non lo faranno mai, soprattutto adesso che un disorientato governo Zardari sta cominciando a pensare che il precedente super-spauracchio, un certo Osama bin Laden, non sia altro che un fantasma. I drone possono incenerire un matrimonio pashtun dopo l'altro. Ma gli spauracchi internazionali del mistero – Osama, Baitullah, il Mullah Omar – protagonisti d'eccezione delle nuove OCO (Overseas Contingency Operations, operazioni d'emergenza d'oltremare), già note come GWOT (“Global War on Terror”, guerra globale al terrore), naturalmente meritano un trattamento a cinque stelle.

Originale: The myth of Talibanistan

Articolo originale pubblicato il 30/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 07, 2009

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

di M. K. Bhadrakumar

I faccia a faccia tra i presidenti degli Stati Uniti e della Russia hanno alle spalle una storia di ottimismo carico di promesse che poi si rivela illusorio e fugace. L'incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, ne è stato un perfetto esempio. Il summit di Soči produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione strategica tra le due grandi potenze.

Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USA-Russia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo. Un'atmosfera di sfiducia, dovuta a tutti questi contrasti, scese sui legami USA-Russia.

Inoltre continuava a saltar fuori una questione fondamentale: quanto è centrale la Russia per gli interessi globali degli Stati Uniti? È dunque facile comprendere perché l'intensità retorica dell'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente russo Dmitrij Medvedev svoltasi in margine al summit del G20 di Londra, il 1° aprile, venga valutata con prudenza dalla maggior parte dei commentatori. È vero disgelo? Il “riavvio” delle relazioni USA-Russia è destinato a prendere velocità? Sono queste le domande all'ordine del giorno.

Una cosa è certa: le relazioni USA-Russia hanno toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda e potrebbero solo migliorare. Di certo, a giudicare dal disagio evidente nelle valutazioni dell'incontro di Londra da parte dei fautori della Guerra Fredda, potrebbe apparire un nuovo tono nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che il rapporto ha acquisito una “qualità nuova”.

Lavrov, eccellente diplomatico non portato per l'iperbole, ha detto che ai colloqui di Londra si è creato un “nuovo clima nelle relazioni”. “C'è interesse reciproco, e soprattutto disponibilità ad ascoltarsi a vicenda, cosa che mancava da molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.

Chiaramente, l'incontro è stato ben più di quello che Lavrov ha modestamente riassunto. Le due parti evidentemente hanno fatto un grande lavoro preparatorio per far sì che il colloquio fosse produttivo.

Prima del faccia a faccia Obama-Medvedev, oltre alle consultazioni di Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel.

Nel frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la Russia”, diffuso il 16 marzo. La commissione faceva tre fondamentali osservazioni: Uno, negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Russia avevano toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Due, un impegno americano volto a migliorare le relazioni USA-Russia non è né un premio da offrire in cambio della buona condotta di Mosca in campo internazionale né un sostegno alla politica interna del governo russo. Tre, è un riconoscimento dell'importanza della cooperazione russa nel raggiungimento di obiettivi americani essenziali: dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee.

Le principali raccomandazioni della Commissione comprendevano: primo, cercare la cooperazione della Russia con l'Iran; secondo, lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di non-proliferazione; terzo, rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca e compiere un autentico sforzo per sviluppare un approccio collaborativo alla minaccia comune rappresentata dai missili iraniani; quarto, accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare l'impegno a difendere la loro sovranità; e quinto, lanciare un serio dialogo sul controllo degli armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Il proposito della Commissione, nelle parole di Hart, è stato quello di “costruire nel nostro paese una base limitata che offrirà sostegno alla nuova amministrazione [Obama] nei suoi sforzi per migliorare le relazioni [USA-Russia]”. Prima di andare a Mosca, Hart e Hagel hanno incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jim Jones e altri rappresentanti dell'amministrazione Obama. È un fatto che, ricevendoli al Cremlino il 10 marzo, Medvedev ha sottolineato che i segnali provenienti da Washington erano incoraggianti. “Purtroppo le nostre relazioni sono deteriorate in misura significativa negli ultimi anni. Questo fatto ci rattrista”, ha detto Medvedev. “Crediamo di avere ogni opportunità per aprire una pagina nuova nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti. I segnali che riceviamo oggi dagli Stati Uniti – mi riferisco ai segnali che sto ricevendo dal Presidente Obama – mi sembrano assolutamente positivi”.

E di fatto le dichiarazioni (e le azioni) di Washington e Mosca nelle ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite dalla Commissione Hart-Hagel. La Commissione affermava:
Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili – e i nostri interessi nel gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera, concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa economica globale.
Con straordinario candore la Commissione proponeva: “Dobbiamo anche significativamente migliorare la nostra comprensione degli interessi russi come i russi li definiscono”. Con il senno di poi, la commissione praticamente delineava i punti all'ordine del giorno dell'incontro di Londra. Dunque, se i risultati concreti di Londra possono sembrare scarsi, ciò che conta è che è stato avviato uno sforzo sostenuto e coerente per creare una massa critica nelle relazioni USA-Russia, che potrebbe benissimo sostanziarsi nei prossimi due o tre mesi.

Chiaramente la decisione dell'incontro Obama-Medvedev di perseguire un nuovo accordo per la riduzione delle armi nucleari segnala già di per sé un drammatico ribaltamento dell'ostinata posizione dell'amministrazione George W. Bush. Per citare Obama, la decisione ha segnato l'“inizio di una nuova fase di progresso nelle relazioni USA-Russia” dopo anni di stallo. La prevista visita di Obama a Mosca entro i prossimi tre mesi – prima del summit del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.

Le due parti non si sono ancora accordate su un nuovo limite, ma è ovvio che l'accordo andrà oltre il Trattato per la Riduzione delle Offese Strategiche del 2002, che impegnava entrambe le parti a mantenere i rispettivi arsenali nucleari sotto il limite delle 2200 testate entro il 2012.

I fautori della Guerra Fredda potranno dire che i colloqui sulla riduzione delle armi costituiscono un'importante concessione da parte di Obama, giacché “eleva” lo status della Russia nella comunità internazionale a quello di pari degli Stati Uniti. Del resto Obama sa che senza una profonda cooperazione da parte della Russia tutti i suoi piani in materia di non-proliferazione non riuscirebbero a decollare. Per citare Obama, “Sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri passi per ridurre l'arsenale nucleare”.

È vero che i due presidenti hanno ammesso che permangono divergenze sulla dibattuta questione del dispiegamento di elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa. Ma presumibilmente si rendono anche conto che non è più una questione pressante, e che la cooperazione USA-Russia è fattibile. In ogni caso, Mosca sa che Obama non ha l'entusiasmo di Bush nel promuovere la cosa imponendo le condizioni americane, e inoltre l'opinione pubblica ceca è sempre più contraria al dispiegamento statunitense.

Anche le tensioni per l'allargamento della NATO si sono alleggerite, mentre trapela che l'ingresso dell'Ucraina o della Georgia nell'alleanza è semplicemente escluso per almeno 15-20 anni. Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008 nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia.

Invece ciò che ha dato uno slancio sostanziale all'incontro di Londra tra Obama e Medvedev aveva a che fare con la cooperazione USA-Russia in Afghanistan. La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi, Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le Nazioni Unite in un ruolo chiave”. (Corsivo dell'Autore)

È molto significativo che i russi abbiano deciso di calare l'asso offrendo agli americani alla vigilia dell'incontro di Londra il transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei rifornimenti militari degli Stati Uniti (e della NATO) diretti in Afghanistan. Essenzialmente i russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di transito come il problematico Pakistan.

Ciò che emerge è che Mosca ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan. E che non c'è niente di meglio, per stabilizzare le relazioni USA-Russia, che offrire piena cooperazione agli Stati Uniti nell'Hindu Kush. (A proposito, questo approccio è in linea con la prognosi della Commissione Hart-Hagel)

Bella pensata da parte di Mosca. Si basa sull'attenta analisi del fatto che non esiste alcun reale conflitto di interessi tra la Russia e gli Stati Uniti in Afghanistan finché la relazione USA-Russia si basa sulla sensibilità verso i reciproci interessi vitali.

Ciò risulta evidente se passiamo in rassegna i postulati fondamentali della nuova strategia afghana di Obama. Questa nuova strategia tanto reclamizzata – “più forte, più intelligente e completa” - si basa essenzialmente su nove principi.

Uno, c'è un collegamento fondamentale tra il futuro dell'Afghanistan e quello del Pakistan. Due, al-Qaeda rappresenta una minaccia per l'esistenza del Pakistan. Tre, la capacità del Pakistan di affrontare la minaccia di al-Qaeda è legata alla sua forza e alla sua sicurezza. Quattro, il Pakistan ha bisogno dell'aiuto degli Stati Uniti, ma dev'essere responsabilizzato. Cinque, le conquiste dei taliban in Afghanistan devono essere azzerate e bisogna promuovere un governo afghano più capace e responsabile. Sei, il “surge” dovrebbe avere componenti sia militari che civili, e queste dovrebbero essere integrate. Sette, la precondizione di una pace duratura è che deve esserci riconciliazione tra gli ex nemici. Otto, al-Qaeda può essere isolata e colpita seguendo lo schema del Risveglio Sunnita intrapreso con successo in Iraq. Nove, è necessaria la partecipazione internazionale, soprattutto quella della NATO.

Mosca non ha problemi con nessuno di questi parametri. Dunque il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati Uniti a stabilizzare l'Afghanistan. La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice, diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno dell'aiuto di chiunque.

Se la Russia riesce a capitalizzare sul conseguente favore degli Stati Uniti per creare un positivo clima di collaborazione nelle relazioni USA-Russia, questo avrà un impatto profondo sul sistema internazionale. Le potenze regionali osserveranno con molta attenzione, e forse hanno già cominciato a pensare come calibrare le loro mosse in Afghanistan. La posta è alta soprattutto per l'Iran e per il Pakistan.

Originale: US-Russia ties on a new trajectory

Articolo originale pubblicato il 4/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 20, 2009

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

di M. K. Bhadrakumar

Tutto indica che si stiano apportando gli ultimi ritocchi alla nuova strategia afghana dell'amministrazione Barack Obama. “Ci siamo quasi”, ha detto il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Mike Mullen. In base alle informazioni disponibili, l'obiettivo chiave è duplice: ottenere l'aiuto del Pakistan nella lotta contro il terrorismo e, in secondo luogo, ridimensionare le speranze americane in una vittoria militare.

Ma già emergono le contraddizioni. Di certo il ruolo del Pakistan diventa critico, e l'incertezza politica a Islamabad complica le cose. I vigorosi tentativi compiuti negli ultimi giorni dagli americani per persuadere gli ostinati protagonisti della vita politica pakistana a trovare un accordo vanno visti in questa prospettiva. Ma le turbolente affermazioni del leader dell'opposizione Nawaz Sharif, che reclama il posto che gli spetta ai vertici della politica nazionale, introducono un elemento del tutto nuovo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan. Basti dire che questi ultimi hanno davanti a sé un territorio inesplorato.

Dunque gli ultimi comunicati emanati da Washington sulla possibilità che l'amministrazione degli Stati Uniti decida di estendere le operazioni militari nelle aree tribali del Pakistan alla provincia del Belucistan infiammerà di certo l'opinione pubblica pakistana. Le notizie ipotizzavano anche che gli Stati Uniti potrebbero fare ricorso a operazioni di terra in aggiunta agli attacchi con i velivoli senza pilota Predator sulle aree tribali. È altamente improbabile che Sharif approvi questa intensificazione degli attacchi da parte degli Stati Uniti, cosa che gli permette di cavalcare l'onda del consenso popolare. Ma altrettanto contrariata dalla decisione americana è la fazione del governo civile pakistano guidata dal Primo Ministro Yousuf Raza Gilani, e questo anche ipotizzando che il Presidente Asif Ali Zardari possa scegliere di assistere in silenzio.

Senza dubbio il sistema della sicurezza pakistana non ha niente a che fare con una politica americana che si assume la prerogativa di violare l'integrità territoriale del Pakistan. È superfluo dire che l'opinione pubblica pakistana, compresa la classe compradora che fa parte della sua élite, si opporrà alla mossa statunitense. L'“anti-americanismo” pakistano sta già tracimando.

In sintesi, un allargamento della guerra afghana al territorio pakistano farà deragliare qualsiasi progetto di apertura di un dialogo politico da parte dell'amministrazione degli Stati Uniti. Di fatto, appare sempre più chiaro che l'amministrazione del Presidente Barack Obama è priva di una strategia chiara e lucida per questa guerra. E questa è anche la crescente percezione nella regione, anche se forse solo gli iraniani hanno articolato apertamente tale prospettiva a livello governativo.

Nel frattempo l'amministrazione Obama ha preso l'iniziativa di convocare una conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si terrà il 31 marzo all'Aia. È previsto che vi partecipi il Segretario di Stato Hillary Clinton, in attesa del summit dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) che si svolgerà il 3-4 aprile. In altre parole, si preparano le condizioni per il lancio formale della nuova strategia di guerra statunitense in Afghanistan.

Questa strategia, stilata dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, apparentemente espone 15 “obiettivi”: ci si propone, tra le altre cose, di eliminare i rifugi sicuri dei terroristi nelle aree tribali del Pakistan, rafforzare la capacità del governo di Kabul di contrastare la minaccia dei taliban per mezzo di un sostanzioso incremento del contingente afghano, assicurare una migliore governabilità a Kabul e far sì che l'Afghanistan rimanga stabile. È un paniere di “obiettivi” impegnativi da perseguire in un arco temporale di tre-cinque anni. Evidentemente gli Stati Uniti hanno ridimensionato il grandioso progetto di trasformare l'Afghanistan in una democrazia di stampo occidentale.

Il presupposto della nuova strategia è che l'esercito da solo non può vincere la guerra. Con una stupefacente ammissione pubblica, Obama ha osservato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra, mentre il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che il Presidente americano ha incontrato di recente, si è perfino spinto a dubitare che la guerra possa mai essere vinta. Si ha sempre più l'impressione che il massimo cui si possa aspirare sia contenere l'insurrezione. Dunque, come si è espresso un recente commento della BBC, lo scopo della componente militare nella nuova strategia sarà essenzialmente quello di prendere tempo mentre vengono prendono piede “tattiche contro-insurrezionali meno tangibili”.

La più importante di queste tattiche sarà la spinosa questione del dialogo con i taliban. Obama ha fatto un audace salto in avanti sottolineando la necessità di distinguere i taliban “moderati” e di dialogare con loro anziché etichettare tutta l'opposizione afghana come “fondamentalisti islamici”. È un ripensamento positivo.

L'islam politico è una cosa meravigliosamente sfaccettata. L'attuale spettro politico del Grande Medio Oriente, dal Levante alle steppe dell'Asia Centrale, si compone di islamisti di diverse sfumature che vanno dai Salafisti in Turchia ai Fratelli Musulmani e ai loro vari affiliati, al regime iraniano e alle frange violente ispirate da Osama bin Laden.

L'idea di aprire alla possibilità di un avvicinamento ai taliban non è nuova. In tutta la seconda metà degli anni Novanta fino all'ottobre del 2001 l'Arabia Saudita e il Pakistan ritenevano che con una politica del bastone e della carota gli Stati Uniti avrebbero potuto convincere i taliban a consegnare i capi di al-Qaeda, Bin Laden compreso.

Di fatto, negli Stati Uniti c'è un coro di opinioni secondo cui elementi dei taliban potrebbero essere sensibili alla riconciliazione. Anche gli europei, soprattutto i britannici, hanno per qualche tempo promosso questa linea. Anche Russia e China sono aperte all'idea. L'Iran tergiversa. Dunque Obama ha essenzialmente riecheggiato un'idea che già era nell'aria e per la quale potrebbe essere giunto il momento.

Ma i “taliban” sono un fenomeno molto complesso. Il loro islamismo è radicato nell'Islam tradizionale e nell'ideologia “anti-modernista” e corrisponde a una forma innovativa di sharia che unisce codici tribali pashtun, o pashtunwali, con estreme interpretazioni deobandi dell'Islam. Questa mescolanza comprende inoltre tracce di wahhabismo introdotte dai finanziatori sauditi dei taliban e il pan-islamismo dei movimenti contemporanei del “jihad”. L'ideologia dei taliban è radicalmente diversa dall'islamismo dei mujaheddin afghani, che traevano ispirazione dal sufismo mistico afghano e dai Fratelli Musulmani o Ikhwan.

Dunque, benché possa esserci una distinzione tra taliban “moderati” ed “estremisti”, la questione è se praticare quella distinzione serva a qualcosa. Insomma, come ha detto il Mullah Abdul Salam Zaeef, già ministro dei taliban e prigioniero a Guantanamo Bay, “Se gli americani pensano... di voler distinguere tra i taliban duri e quelli moderati non sarà accettabile per nessuno, perché è come dire a due fratelli che ne ami uno e vuoi giocare con lui mentre vuoi uccidere l'altro.”.

Inoltre i “taliban” comprendono, oltre a quelli più intransigenti, anche un assortimento composto da elementi delle tribù pashtun, delle sub-tribù e dei clan che possono essere o no alleati dei taliban, più la mafia locale, le bande criminali, semplici signori della guerra e perfino i mujaheddin di un tempo. E alcuni di loro, che non rientrano tra i neo-taliban, possono essere interlocutori molto importanti.

Per esempio il Partito Islamico dell'Afghanistan di Gulbuddin Hekmatyar. Il suo partito resta una forza politica molto importante. Per citare un commentatore di Mosca, la posizione di Hekmatyar differisce notevolmente da quella dei taliban: “Mentre [il leader dei taliban] Mullah Mohammad Omar insiste sul completo ritiro delle forze internazionali di peacekeeping dall'Afghanistan, Hekmatyar chiede che vengano sostituite da truppe di paesi musulmani. Questa idea è popolare in alcuni strati dell'opinione pubblica, e andrebbe presa in considerazione.”.

Ci sono poi altri aspetti.

- Uno, parlare con i taliban – anche se “moderati” – verrà percepito dall'opinione pubblica afghana come una ricerca di compromesso con i neo-taliban. Trasmette un segnale ambiguo in una guerra dove “conquistare i cuori” della popolazione è estremamente importante. Da un lato gli Stati Uniti inviano altre truppe, armano tribù locali e addestrano un esercito afghano a combattere contro i taliban, e dall'altro parlano di pace.

- Due, i taliban capiscono che non stanno perdendo la guerra, e questo equivale a vincerla. Perché dovrebbero negoziare? Che genere di offerta impossibile da rifiutare potrebbero ricevere?

- Tre, anche se teoricamente può essere possibile separare dagli altri i taliban “moderati”, non v'è certezza che siano dei collaboratori abbastanza forti da garantire la stabilizzazione dell'Afghanistan. Anzi, è altamente probabile che i taliban più intransigenti continuino a destabilizzare il paese.

- Quattro, gli intransigenti sono più che mai vicini ad al-Qaeda. Per citare le parole di Peter Bergen del think-tank statunitense New America: “La dirigenza dei taliban si è fusa ideologicamente e tatticamente con al-Qaeda”.

Non c'è dubbio che nella retorica dei taliban risuonino sempre più spesso riferimenti all'Iraq e alla Palestina. E poi una parte consistente della dirigenza dei taliban si trova in Pakistan. I negoziati diventano significativi solo se vi viene coinvolta la shura [il Concilio, N.d.T.] dei taliban. Ma l'elusiva shura probabilmente non si lascerà impressionare, considerato che gli Stati Uniti stanno negoziando da una posizione di debolezza o di stallo.

Così è nata l'idea che debba esserci una “smart policy”, una “strategia intelligente” in cui gli Stati Uniti innanzitutto intensificheranno i bombardamenti sulle aree tribali del Pakistan infliggendo molti danni ai taliban. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti Richard Holbrooke, che pilota questa strategia “intelligente”, ha incaricato Barnett Rubin, esperto di Afghanistan, di coordinare l'approccio con i taliban.

Sembra che il processo di dialogo con i taliban non sarà bello da vedere. In un recente articolo per Foreign Affairs Rubin ha scritto che in un “grande patto” gli Stati Uniti avrebbero posto fine all'azione militare quando e se i taliban gravemente colpiti ne avessero compreso la sensatezza acconsentendo a “proibire l'uso del territorio afghano (o pakistano) per il terrorismo internazionale”, e che il conseguente accordo avrebbe “costituito una sconfitta strategica per al-Qaeda”.

Un approccio pesante degli Stati Uniti, come quello delineato da Holbrooke, può solo fare il gioco dei taliban, poiché sicuramente infiammerà il nazionalismo dei pashtun. Se l'obiettivo è quello di assicurare una maggiore partecipazione dei pashtun ai governo, poteva essere conseguito agevolando un aperto dialogo intra-afghano a livello nazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso al collaudato metodo di raggiungere un'intesa nazionale, il che significa convocare una loya jirga, o grande concilio. Non c'è alcuna vera alternativa, visto che l'élite politica del paese manca disperatamente di unità e non vi sono nella società una forza consolidatrice o un partito nazionale.

Il governo di Kabul del Presidente Hamid Karzai annaspa, mandato alla deriva dall'amministrazione Obama, e né l'opposizione dei mujaheddin né i taliban sono in grado di rimpiazzarlo. Questa è una profonda crisi sistemica. Dialogare con i taliban moderati è necessario, ma è non più sufficiente come lo sarebbe stato nel 2002 o nel 2003.

Originale: US spills Afghan war into Pakistan

Articolo originale pubblicato il 20/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 18, 2009

La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar

I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?

di Pepe Escobar

Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.

Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.

Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.

Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.

La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.

Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.

Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.

Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.

Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.

Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.

Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.

Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.

"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.

Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.

Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.

Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.

Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.

E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).

Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.

Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).

Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.

Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.

E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.

Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?

Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.

Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.

E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.

E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.

A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.

Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.

Originale: Taliban set to burn the Reichstag?

Articolo originale pubblicato il 13/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 11, 2009

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

di M.K. Bhadrakumar

Tradotto da Manuela Vittorelli


Con la probabilità che gli Stati Uniti scelgano la strada del dialogo con l'Iran e con la decisione di “resettare” le relazioni tra Washington e Mosca, si fa ora un gran parlare di compromessi imminenti. Ed è inevitabile, date le correnti che si intersecano attorno ai rapporti USA-Iran-Russia.

Gli iraniani sono sensibili ai compromessi, e sui compromessi si basava storicamente la distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dunque potrebbe aprirsi una stagione di compromessi. Ma non si sa mai, perché spesso essi recano il marchio dell'opportunismo e sono negabili perfino quando si basano evidentemente su un equilibrio legittimo di interessi.

Nelle settimane recenti Teheran ha osservato con disagio il gioco condotto dall'amministrazione Obama per isolare l'Iran tentando la Russia (e la Siria) a un compromesso. Ma pare che sul fronte russo di tale accordo non vi sia traccia. La posizione ufficiale della Russia è che non c'è stata alcuna proposta di compromesso da parte degli americani.

Questo smentisce la notizia, diffusa dai media americani e russi, che a febbraio Obama avesse mandato una lettera alla sua controparte russa Dmitrij Medvedev proponendo di abbandonare il piano americano di posizionamento di elementi del sistema di difesa antimissile in Europa Centrale in cambio dell'aiuto russo nel cercare di bloccare le attività nucleari iraniane.

Se ci fosse stata una simile offerta da parte degli Stati Uniti, sarebbe stata “fin dall'inizio insensata e rozzamente semplicistica”, per citare un commentatore di Mosca. Il fatto è che l'Iran è un attore chiave in un vasto panorama geopolitico in cui la Russia ha profondi interessi in materia di sicurezza e che va dal Medio Oriente al Caspio, all'Asia Centrale e all'Afghanistan: dunque la Russia non può mettere in pericolo le sue eccellenti relazioni con l'Iran, e non lo farà.
Inoltre gli esperti russi vedono la questione dello scudo antimissile all'interno di uno schema molto diverso: le relazioni della Russia con l'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) e la sicurezza in Europa, compreso il problema fondamentale dell'equilibrio strategico o mantenimento della parità nucleare e missilistica tra la Russia e gli Stati Uniti.

Inoltre la Russia sa che l'amministrazione Obama potrebbe non avere altra scelta che scartare (o almeno mettere in naftalina) il programma di difesa antimissile, dato che fatica a sbloccare i fondi per finanziare un progetto così ambizioso. Dunque perché mai la Russia dovrebbe scendere a compromessi quando il piano di difesa antimissile degli Stati Uniti potrebbe essere lasciato cadere dall'albero come una mela marcia? È un ragionamento fondato.

Si può star certi che i russi non hanno vacillato sulla questione nucleare iraniana. Non si stanno solo accordando per la costruzione dell'impianto nucleare di Bushehr, ma sono anche in corso negoziati per la fornitura di combustibile a lungo termine per l'impianto.

Inoltre la scorsa settimana il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto: “Gli americani dovrebbero sposare la posizione dei 5+1 [i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non solo sulla carta, ma anche in colloqui con l'Iran come è stato proposto dal gruppo... Si tratta anche di coinvolgere l'Iran su base degna e paritaria negli sforzi per risolvere i conflitti in Iraq e in Afghanistan, nonché in tutti gli aspetti della questione mediorientale”.

Una settimana dopo, in seguito a colloqui con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a Ginevra, lo scorso venerdì, Lavrov ha aggiunto: “Oltre a stimoli economici seri e tangibili, abbiamo bisogno di un dialogo con l'Iran con il coinvolgimento di tutti i paesi della regione per assicurare condizioni di sicurezza stabili e affidabili in cui tutti i paesi della zona, compreso Israele, possano convivere in pace e in sicurezza”.

Anche sulla questione della fornitura russa di missili a lungo raggio all'Iran Lavrov ha rintuzzato gli attacchi dicendo che, benché la Russia tenga ampiamente conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti e di Israele, “Tali questioni... si decidono esclusivamente nell'ambito del diritto e degli obblighi nazionali della Russia... Stiamo fornendo armi difensive, non-destabilizzanti”. Prima dell'incontro di venerdì, Clinton aveva annunciato che avrebbe chiesto a Lavrov di bloccare il trasferimento di missili all'Iran in quanto rappresentano “una minaccia sia per la Russia che per l'Europa e i paesi vicini della regione”. Ma sembra che Lavrov non abbia fornito questa assicurazione. L'ambiguità costruttiva della posizione russa permane.

Nel frattempo le divergenze tra Russia e Stati Uniti sulla questione iraniana sono sotto gli occhi di tutti. Nel corso di una visita in Israele, la scorsa settimana, Clinton ha detto che gli Stati Uniti e e Israele “condividono la valutazione della minaccia rappresentata dall'Iran. Intendiamo fare tutto il possibile per dissuadere l'Iran e impedirgli di ottenere le armi nucleari. Questa è la nostra politica dichiarata. Questo è l'obiettivo di ogni tattica da noi impiegata”.

Clinton ha anche citato “il continuo finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas [a Gaza] e Hezbollah [in Libano]” da parte dell'Iran e ha annunciato “una stretta consultazione” con i paesi arabi pro-occidentali e Israele su “come l'Iran oggi ponga una minaccia e come questa minaccia potrebbe aumentare se mai riuscisse ad ottenere le armi nucleari”. Clinton ha sottolineato che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele e il nostro impegno per la sicurezza di Israele e la sua democrazia in quanto Stato ebraico restano fondamentali, incrollabili, e perennemente validi”.

Evidentemente, dato il contesto, a questo punto c'è poco spazio per eventuali compromessi USA-Russia che coinvolgano i legami della Russia con l'Iran. Ma, d'altro canto, potrebbe essere anche perché la Russia ha un'intesa con l'Iran? Dopotutto entrambi i paesi vantano una grande tradizione scacchistica.

La scorsa settimana, durante la sua visita in Germania, l'influente presidente della Commissione Affari Esteri del Majlis (parlamento) iraniano, Alaeddin Broujerdi, ha seccamente escluso che l'Iran possa fornire strutture di transito per i rifornimenti NATO in Afghanistan. “L'Iran non è interessato a diventare un ponte logistico per la NATO verso l'Afghanistan”, ha detto ribadendo l'opposizione di principio di Teheran alla presenza in Afghanistan dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti. Broujerdi ha detto che la NATO non ha campo libero per una “presenza permanente” in Afghanistan e dovrebbe procurarsi una strategia d'uscita, giacché la sua presenza produrrebbe solo “ulteriore estremismo e terrorismo”.

Teheran sta anche dando una mano alla Russia: la sua ferma posizione giunge in un momento in cui, dopo aver garantito alle forze NATO le rotte di transito verso l'Afghanistan, la Russia ha cominciato a discutere del trasporto di attrezzature militari dell'alleanza. Lo scorso martedì a Mosca i ministri della difesa di Russia e Germania hanno discusso del transito di forniture ed equipaggiamenti militari per il contingente tedesco in Afghanistan attraverso la Russia, anche su rotaia.

Di primo acchito le posizioni di Iran e Russia sono in contraddizione, ed è questo a renderle sospette. Il punto è che Mosca e Teheran hanno un alto livello di intesa sulla situazione afghana, ed è improbabile che possano permettere alle contraddizioni di emergere proprio ora che la guerra in Afghanistan attraversa una fase critica. Anzi, l'Iran sta aiutando indirettamente la Russia rifiutandosi di concedere alla NATO rotte di transito. Una rotta di transito iraniana avrebbe ridotto in misura significativa la crescente dipendenza dei paesi NATO dal corridoio settentrionale, che attraversa il territorio russo.

Da parte sua, però, Mosca ha tutte le ragioni per incoraggiare la NATO a diventare sempre più dipendente dal corridoio settentrionale. Questa cooperazione costituisce già un fattore significativo nei complicati rapporti della Russia con la NATO. Le grandi potenze europee come la Germania adesso contrasteranno ogni iniziativa della NATO che possa provocare la Russia, come l'allargamento dell'alleanza o la questione del sistema di difesa antimissile statunitense.

Abbiamo dunque un curioso paradigma: di certo non può esserci alcun compromesso USA-Russia sull'Iran, ma un'intesa Russia-Iran sulle rotte di transito verso l'Afghanistan permette a Mosca di sfruttare la dipendenza della NATO dal corridoio settentrionale, il che a sua volta costringe l'alleanza a essere sensibile agli interessi e alle preoccupazioni della Russia in tema di sicurezza e apre la strada a un maggiore ruolo della Russia nella stabilizzazione dell'Afghanistan. E questo a sua volta sta bene all'Iran.

Come ha ben riassunto il Ministro degli Esteri russo martedì scorso, Mosca è favorevole a una “collaborazione pratica e realistica” con la NATO, e “ la lotta al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al narcotraffico e ad altre minacce e la cooperazione sull'Afghanistan possono essere efficaci solo se tutti i paesi dell'area euro-atlantica uniranno le forze”. L'incontro Lavrov-Clinton di venerdì a Ginevra ha prospettato esattamente questo.

Secondo Lavrov, la Russia e gli Stati Uniti adesso considerano come un “obiettivo comune” la stabilizzazione della situazione afghana. Inoltre i due paesi sono interessati alla “cooperazione pratica”. In terzo luogo, svilupperanno “nuove aree di cooperazione” sul problema afghano. In quarto luogo, hanno concordato un compromesso virtuale: Washington “agevolerà il buon esito” della conferenza sull'Afghanistan che si terrà a Mosca il 27 marzo sotto gli auspici della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), mentre Mosca “agevolerà lo svolgimento” di una conferenza simile sull'Afghanistan su iniziativa degli Stati Uniti, che si svolgerà il 31 marzo all'Aia.

Il compromesso USA-Russia sulle conferenze sull'Afghanistan sembra garantire che le due iniziative non siano in contrasto. La conferenza di Mosca si incentrerà sulle “minacce della droga e del terrorismo che hanno origine in Afghanistan”, mentre la conferenza voluta dagli Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite si proporrà l'intento più ampio di stabilizzare l'Afghanistan. Essenzialmente gli Stati Uniti hanno rinunciato a opporsi con le unghie e con i denti alla conferenza della SCO a Mosca, mentre la Russia accetta di contenere l'ambito delle questioni trattate in modo da non rendere la vita difficile alla strategia afghana di Obama.

D'altro canto, la Russia è riuscita a imporsi come partner chiave degli Stati Uniti in Afghanistan, grazie alla cooperazione offerta alla NATO sulle rotte di transito. E inoltre il corridoio settentrionale pone la Russia nella condizione di chiedere una contropartita: che si ponga fine all'allargamento della NATO e al posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti.

E infine la Russia torna in grande stile in Afghanistan dopo un'assenza di due decenni. Gli impulsi apparentemente contraddittori della politica russa – se Mosca sia interessata alla riuscita, al fallimento o allo stallo della guerra guidata dagli Stati Uniti – potrebbero semplicemente dissiparsi. A quanto pare, la Russia potrebbe non avere alcun problema se la NATO riuscisse a evitare una sconfitta in Afghanistan.

Originale: The trade-off season begins on Afghanistan

Articolo originale pubblicato l'11/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Gli Stati Uniti e i piani per una NATO asiatica

È davvero nei piani degli Stati Uniti una "NATO asiatica"?

José Miguel Alonso Trabanco

Si è parlato delle intenzioni americane di creare una NATO asiatica, cioè un'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti finalizzata a promuovere gli interessi geopolitici dei suoi membri nella regione.

Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti crearono la Southeast Asia Treaty Organization (SEATO, Organizzazione del Trattato per il Sud-Est Asiatico) che comprendeva la Francia, il Regno Unito e Stati pro-occidentali della regione come l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia, il Pakistan e le Filippine. Questa organizzazione fu però sciolta nel 1977.

Inoltre dobbiamo anche tenere conto dell'esistenza del Trattato per la Sicurezza di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, meglio conosciuto come ANZUS. Entrambi gli alleati americani combatterono insieme durante la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e l'Operazione Enduring Freedom (in Afghanistan). Canberra ha anche dato il proprio appoggio e partecipato all'invasione anglo-americana dell'Iraq del 2003. L'Australia fornisce poi un importante contributo al Sistema di Difesa Anti-Missile Nazionale. Dunque si può dare per scontato che una potenziale versione asiatica o pacifica della NATO comprenderà questi fidi alleati americani. Il Giappone si è avvicinato ulteriormente alla NATO, e un accresciuto livello di dialogo tra NATO e Giappone indica che le due parti hanno acconsentito a rafforzare i loro legami politici e militari.

Per capire se Washington stia davvero cercando di creare un'alleanza nella regione Asia-Pacifico (più o meno analoga alla sua controparte atlantica) bisogna esaminare quali potrebbero essere le motivazioni americane. Alcuni politici americani si sono fatti promotori di tali piani. Per esempio, Rudolph Giuliani ha proposto che la NATO accetti l'Australia, Israele, l'India, il Giappone e Singapore. Forse è questo che il Senatore John McCain aveva in mente quando ha raccomandato la creazione di una Lega di Democrazie guidata dagli Stati Uniti, un eufemismo che significa che gli alleati non-europei dovevano essere inclusi in una coalizione militare globale (contro chi?, ci si potrebbe chiedere).

Come vedremo, sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti sono interessati a creare una simile organizzazione. I geostrateghi americani devono aver prestato molta attenzione a questi fattori:
  • Il programma nucleare della Corea del Nord.
  • L'ascesa rapidissima della Cina come centro di potere economico. O meglio, per usare la definizione dell'US National Intelligence Council, “l'inaudito trasferimento di ricchezza da Ovest a Est”. Il PIL della Cina ha già sorpassato quello della Germania portandosi al terzo posto. Pechino ha le riserve valutarie più consistenti del mondo e il fatto che siano per la maggior parte denominate in dollari conferisce un notevole potere alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Altre economie regionali hanno registrato una crescita impressionante: si tratta in particolare della Corea del Sud, di Singapore, della Malaysia, dell'Indonesia, di Taiwan e di Hong Kong. Questo significa che l'Asia ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo sempre più importante nella politica internazionale.
  • L'ascesa della Cina ha anche rafforzato il potere militare, geopolitico, diplomatico e tecnologico dell'“Regno di Mezzo”. La Cina è verosimilmente la più grande potenza dell'Asia Orientale. Pechino sta migliorando e modernizzando le sue attrezzature militari e sta cercando di sviluppare la propria capacità di proiettarsi come potenza marittima nel lungo periodo.
  • La Cina e la Russia hanno avviato una cooperazione più stretta attraverso la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o Gruppo di Shanghai). Le due potenze hanno acconsentito a spartirsi l'influenza in Asia Centrale e a impedire agli americani di avanzare ulteriormente nel Grande Turkestan. Inoltre hanno compiuto esercitazioni militari congiunte.
  • Pechino ha corteggiato diversi regimi apertamente ostili alla potenza americana. Di fatto la Cina è il principale destinatario delle esportazioni petrolifere dell'Iran, ed è stata esplorata l'idea di costruire un oleodotto che colleghi i due paesi. Inoltre Myanmar è diventata uno degli alleati più stretti della Cina. Il “Regno di Mezzo” è un grande importatore di risorse myanmaresi (combustibili fossili, pietre preziose, legname, e così via) e il regime di Myanmar ha permesso ai cinesi di aprirvi e gestire strutture di intelligence. La Repubblica Popolare Cinese, per assicurarsi le forniture di materie prime, è diventata un importante partner commerciale anche per molti paesi africani.
  • La rinascita della Russia quale grande potenza è un fattore importante. Il Cremlino ha mostrato interesse verso progetti relativi allo sviluppo di risorse energetiche. Per esempio, al fine di diversificare i suoi partner commerciali, la Russia ha preso seriamente in considerazione l'ipotesi di fornire combustibili fossili alle maggiori economie dell'Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea del Sud). Inoltre la Federazione Russa prevede di aumentare la propria compartecipazione ai mercati degli armamenti dell'Est e del Sud-Est asiatico.
  • Benché la Corea del Sud accolga ancora molti militari statunitensi, Seoul (diversamente da Tokyo) ha messo in atto una politica estera che è stata piuttosto attenta a non infastidire Pechino.
  • Benché alcune Rivoluzioni Colorate orchestrate dagli americani siamo inizialmente riuscite a produrre cambiamenti di regime, sembra che sia i cinesi che i russi abbiano meticolosamente studiato questo modus operandi; Pechino è riuscita a contrastare questa metodologia nella Rivoluzione Zafferano di Myanmar e durante le rivolte del 2008 in Tibet.

Dunque gli strateghi statunitensi hanno deciso che l'America deve aumentare la propria presenza in Asia se Washington mira davvero all'egemonia (cioè al “Nuovo Secolo Americano”). Washington ha posizionato truppe in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Diego Garcia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Malaysia, Guam e Australia. Questi spiegamenti militari, sembrano pensare i pianificatori americani, devono essere amplificati mediante una versione asiatica della NATO.

Il fine ultimo di una NATO asiatica sarebbe quello di impedire alla Cina di diventare una sfida formidabile. Dunque gli strateghi americani hanno concluso che l'America deve mantenere la sua posizione di maggiore potenza marittima mondiale così da conservare la propria capacità di controllare le rotte marittime strategiche (come lo Stretto di Malacca e il Mare Cinese Meridionale) e mettere in atto un blocco navale nell'eventualità dello scoppio di una guerra. In questo caso le economie asiatiche sarebbero costrette a fare significative concessioni agli Stati Uniti per garantire la continuità dei propri flussi commerciali via mare.

Dopo i passi falsi commessi in Iraq e in Afghanistan, si può supporre che gli Stati Uniti abbiano compreso che anche se l'America è la maggiore potenza mondiale è tuttavia ancora incapace di far prevalere i propri interessi unilateralmente. Washington ha capito che avrà bisogno di diversi alleati per conservare il proprio primato. Dunque gli americani si sono dati da fare per approfondire la cooperazione strategica con gli alleati tradizionali (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e via dicendo). Inoltre gli Stati Uniti hanno cercato di sedurre l'India e di coinvolgerla in una NATO asiatica, fatto che trasformerebbe drammaticamente l'intero equilibrio delle forze in Eurasia.

Per l'Impero Britannico l'India era la colonia più preziosa perché portava grandi profitti e soprattutto la sua posizione geografica era strategicamente significativa. Secondo il CIA World Factbook, l'India nel 2008 è salita al dodicesimo posto nella classifica delle maggiori economie mondiali grazie alla crescita del suo PIL. Inoltre l'India è situata strategicamente nella parte meridionale del continente eurasiatico e il suo territorio è molto vasto. La popolazione indiana è un altro bene prezioso, perché il paese ha una classe professionale molto competitiva a livello internazionale. Ultimo ma non meno importante aspetto, non va dimenticato che l'India ha un arsenale nucleare.

Sembra che l'India abbia abbandonato la sua politica di non allineamento dei tempi della Guerra Fredda. Pare infatti che Delhi si sia lentamente avvicinata all'orbita angloamericana e ai suoi alleati. Alcuni membri della dirigenza politica indiana sono apertamente ostili alla Cina. Per esempio, l'ex Ministro della Difesa indiano George Fernandes disse che la Cina era “il nemico numero uno dell'India”, e questa affermazione conferma che almeno alcuni dirigenti politici di Delhi sono realmente convinti che la Repubblica Popolare Cinese sia una sorta di rivale strategico, anche se la maggioranza di essi non esprime questo punto di vista per timore di ripercussioni diplomatiche.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) è una forza politica indiana che, tra le altre cose, promuove una politica estera più aggressiva e appoggia anche un programma fortemente nazionalista. Se gli attentati di Mumbai del 2008 fossero stati davvero un'operazione clandestina condotta dall'affiliato della CIA, l'ISI (i servizi segreti pakistani, cui si è fatto ricorso in Cecenia, in Afghanistan, nei Balcani e ovunque fosse necessaria una plausibile smentita) uno dei suoi obiettivi sarebbe il consolidamento politico delle forze indiane (come il BJP) ben più disposte dell'attuale amministrazione guidata dal Partito del Congresso ad accettare un'alleanza con gli Stati Uniti.

La dice lunga il fatto che il Dalai Lama (che è ancora probabilmente un uomo della CIA) continui a operare indisturbato da Dharamsala (soprannominata “piccola Lhasa”), in India, il che dimostra che Delhi politicamente non vede l'ora di contenere l'ascesa della Cina. L'India è anche interessata ad avere accesso alle abbondanti riserve di risorse naturali del Tibet, in particolare l'acqua e l'uranio.

Alcuni anni fa, l'India era disposta a negoziare con l'Iran per garantire la propria sicurezza energetica. Sembra però che Washington sia riuscita a mandare all'aria quei colloqui. Ci si può solo chiedere cosa sia stato promesso o concesso a Delhi in cambio di ciò. È anche interessante il fatto che gli Stati Uniti prevedano un trasferimento di tecnologia nucleare all'India.

L'India ha anche cercato contatti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti. Per esempio Delhi è diventata un grande compratore di armi e di sistemi di difesa di fabbricazione israeliana.

D'altro canto, però, l'India è Stato osservatore della SCO. Tuttavia Delhi non avrebbe chiesto di potervi entrare come membro a tutti gli effetti in seguito alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti. L'India è un importante acquirente di mezzi militari di fabbricazione russa, compresi aerei e carri armati. Inoltre la Russia e l'India stanno collaborando allo sviluppo di un caccia stealth di quinta generazione.

Durante la Guerra Fredda le relazioni tra la Russia e l'India erano strette. Il Cremlino sa che le due potenze non hanno interessi nazionali reciprocamente esclusivi, cosa che non si può dire delle relazioni sino-indiane. Mosca e Delhi condividono il desiderio di contrastare l'irrequietezza islamica in Asia Centrale. Il Presidente Medvedev ha recentemente annunciato che il Governo russo prenderà in considerazione la possibilità di condividere la propria tecnologia nucleare con l'India per dare impulso ai legami bilaterali, impegno chiaramente volto a mettere fuori gioco gli americani.

Insomma, gli americani sono molto interessati a creare una “NATO asiatica”; ciononostante, una tale organizzazione non avrebbe senso se l'India non ne facesse parte. Questo spiega perché gli Stati Uniti si siano dimostrati piuttosto favorevoli a fare una serie di concessioni all'India in cambio della lealtà geopolitica e strategica di quest'ultima. A questo punto non si sa se l'India aderirà a una simile alleanza. Forse le élite politiche indiane devono ancora decidere se si allineeranno con gli atlantisti (gli americani e gli europei), con gli eurasiatisti (i russi e i cinesi) oppure... con nessuno dei due. In fin dei conti Delhi può anche metterli gli uni contro gli altri per ottenere il maggior numero possibile di concessioni da entrambi senza essere per forza costretta a schierarsi. Comunque, se l'India deciderà a favore di uno dei due campi, produrrà un terremoto geopolitico in tutta l'Eurasia.

Originale: Is an "Asian NATO" Really On The US Agenda?

Articolo originale pubblicato il 28/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Preciso, rapido, mortale: sono solo queste le competenze richieste a un soldato. Ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il Generale David Petraeus, è più di un soldato. Il mondo si sta abituando a considerarlo quasi uno statista. Certo, la seduzione della guerra fa ancora presa su di lui, ma ci si aspetta anche che sia consapevole delle realtà politiche delle due guerre che sta conducendo, in Iraq e in Afghanistan.

Ecco perché ha fatto un passo falso, lo scorso martedì, quando durante una visita in Pakistan ha detto che l'esercito americano si era assicurato degli accordi per far transitare i rifornimenti verso l'Afghanistan da nord, allentando la pesante dipendenza dalla rotta pakistana. “Sono stati raggiunti degli accordi, e adesso ci sono linee di transito e accordi di transito per rifornimenti e servizi che coinvolgono diversi paesi centro-asiatici e la Russia”, ha dichiarato Petraeus.

È stato inutilmente preciso, come un soldato. Forse doveva impressionare i generali pakistani facendo loro capire che non avrebbero potuto continuare ancora a lungo a tenere in ostaggio le forze statunitensi in Afghanistan. Oppure era semplicemente esasperato dall'ambiguità e la doppiezza dei generali del sud-ovest asiatico.

Un'impressionante valutazione dell'intelligence russa resa nota da Mosca rivela che quasi la metà dei rifornimenti statunitensi che passano attraverso il Pakistan viene rubata da un miscuglio di militanti talebani, venditori ambulanti e semplici ladri. L'esercito degli Stati Uniti viene rapinato alla luce del sole e non può farci molto. Quasi l'80% di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Il bazar di Peshawar ospita un florido commercio di articoli militari statunitensi rubati, come negli anni Ottanta durante il jihad afghano contro l'Unione Sovietica. Questo volume di affari registrerà un poderoso balzo in avanti con il raddoppio dei soldati americani in Afghanistan, che saliranno a 60.000. Le guerre sono essenzialmente delle tragedie, ma non mancano di lati comici.

Mosca smentisce
In ogni caso, un giorno dopo le affermazioni di Petraeus Mosca si è affrettata a correggerlo. Il vice ministro degli Esteri Aleksej Maslov ha dichiarato all'Itar-Tass: “Alla missione permanente della Russia alla NATO non è stato sottoposto alcun documento ufficiale che certifichi che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti e la NATO a trasportare merci militari attraverso il paese”.

Il giorno dopo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha aggiunto da Bruxelles: “Non sappiamo niente del presunto accordo della Russia sul transito dei rifornimenti militari degli americani o della NATO. Ci sono state indicazioni in tal senso, ma non sono state formalizzate”. E con un tocco di ironia Rogozin ha insistito che la Russia desiderava il successo dell'alleanza militare in Afghanistan.

“Posso responsabilmente dire che, nel caso di una sconfitta della NATO in Afghanistan, i fondamentalisti ispirati da questa vittoria punteranno a nord. Prima colpiranno il Tagikistan, poi cercheranno di entrare nell'Uzbekistan... Se le cose vanno male, nel giro di dieci anni i nostri ragazzi dovranno combattere estremisti islamici ben armati e ben organizzati da qualche parte del Kazakistan”, ha aggiunto il popolare politico moscovita passato alla carriera diplomatica.

Gli esperti russi hanno fatto sapere che Mosca guarda con inquietudine alle trattative degli Stati Uniti con i paesi centro-asiatici per la firma di accordi di transito bilaterali che escludano la Russia. Sono stati raggiunti accordi con la Georgia, l'Azerbaigian e il Kazakistan. Mosca capisce che gli Stati Uniti continuano a mirare a una nuova rotta di transito caspica che comporti il passaggio dei rifornimenti attraverso la Georgia verso l'Azerbaigian, da lì al porto kazako di Aktau e attraverso il territorio uzbeko all'Amu Darya fino all'Afghanistan settentrionale.

Gli esperti russi stimano che la rotta di transito caspica possa diventare una rotta energetica nella direzione opposta, e questo equivarrebbe a una sconfitta strategica per la Russia nella decennale lotta per le riserve di idrocarburi della regione.

La Russia preme per avere un ruolo a Kabul
Effettivamente l'Uzbekistan è il paese-chiave dell'Asia Centrale nel grande gioco per la rotta di transito settentrionale verso l'Afghanistan. Durante la visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Taškent, la scorsa settimana, l'Afghanistan è stato un argomento cruciale. Medvedev ha caratterizzato le relazioni russo-uzbeke come un'“alleanza e partenariato strategico” e ha detto che sulle questioni relative all'Afghanistan la cooperazione di Mosca con Taškent assume un'“importanza eccezionale”.
Ha anche detto che con il Presidente uzbeko Islam Karimov c'è accordo sul fatto che non possa esserci alcuna “soluzione unilaterale” al problema afghano e che “non è possibile risolvere nulla senza prendere in considerazione l'opinione collettiva di stati che hanno un interesse nella risoluzione della situazione”.

Ma soprattutto Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha obiezioni in merito all'idea del Presidente Barack Obama di collegare i problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, ma per una ragione del tutto diversa, in quanto “non è possibile esaminare la creazione e lo sviluppo di un sistema politico moderno in Afghanistan isolandolo dal contesto della normalizzazione delle relazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan nelle regioni di confine tra i due paesi, mettendo in moto gli adeguati meccanismi internazionali e via dicendo”.

Mosca tocca raramente la delicata questione della Linea Durand, cioè il controverso confine che separa l'Afghanistan e il Pakistan. Medvedev ha sottolineato che la Russia resta parte in causa, in quanto “è necessario far sì che questi problemi vengano risolti su base collettiva”.

In secondo luogo, Medvedev ha messo in chiaro che Mosca resisterà ai tentativi degli Stati Uniti di espandere la propria presenza politica e militare nelle regioni centro-asiatiche e del Caspio. Ha affermato infatti: “Questa è una regione-chiave, una regione in cui si svolgono diversi processi e nella quale la Russia ha un lavoro cruciale da svolgere per coordinare le nostre posizioni con i nostri colleghi e contribuire a trovare soluzioni comuni ai problemi più complessi”.

In parole povere, Mosca non consentirà che si ripeta la tattica degli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, quando vollero imporre una presenza militare in Asia Centrale come misura temporanea e poi procedettero freddamente a trasformarla in una base d'appoggio a lungo termine.

Karzai guarda a Mosca
È interessante che le affermazioni di Medvedev coincidano con la notizia secondo la quale Washington starebbe abbandonando il Presidente afghano Hamid Karzai e progettando di istallare un nuovo “dream team” a Kabul.

Medvedev aveva scritto a Karzai offrendogli assistenza militare. Karzai ha apparentemente accettato l'offerta russa, ignorando le obiezioni degli Stati Uniti secondo cui in base ad accordi segreti tra USA e Afghanistan Kabul doveva ottenere il consenso di Washington prima accordarsi con paesi terzi.

Una dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal Cremlino diceva che la Russia è “pronta a fornire ampia assistenza a un paese indipendente e democratico [l'Afghanistan] che conviva con i suoi vicini in un'atmosfera pacifica. La cooperazione nel settore della difesa... contribuirà efficacemente a instaurare la pace nella regione”. Per Kabul ha senso stringere accordi militari con la Russia, dato che le forze armate afghane usano sistemi d'arma sovietici. Ma Washington non vuole una “presenza” russa a Kabul.

Ovviamente Mosca e Kabul hanno sfidato il segreto potere di veto degli Stati Uniti sulle relazioni esterne dell'Afghanistan. Lo scorso venerdì a Mosca si sono incontrati diplomatici russi e afghani, i quali si sono “impegnati a continuare a sviluppare la cooperazione russo-afghana in ambito politico, commerciale ed economico, nonché nella sfera umanitaria”. Significativamente, hanno anche “rilevato l'importanza della Shanghai Cooperation Organization [SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, anche nota come Gruppo di Shanghai, N.d.T.]”, che è dominata dalla Russia e dalla Cina.

La SCO vuole un ruolo nella risoluzione del problema afghano
Washington non può censurare apertamente Karzai impedendogli di avvicinarsi alla Russia (e alla Cina), giacché l'Afghanistan è teoricamente un paese sovrano. Nel frattempo, Mosca sta assumendo un ruolo nelle aspirazioni di Kabul all'indipendenza. Mosca ha intensificato i propri sforzi per ospitare una conferenza internazionale sull'Afghanistan sotto l'egida della SCO. Gli Stati Uniti non vogliono che Karzai legittimi un ruolo della SCO nel problema afghano. Ed è qui che sorge l'attrito.

Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un incontro tra i vice ministri degli Esteri dei paesi membri della SCO (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Il ministero degli Esteri russo ha in seguito annunciato una conferenza prevista per la fine di marzo. L'iniziativa russa ha ricevuto grande impulso grazie alla decisione di Iran e India di partecipare alla conferenza.

Nuova Delhi ha accolto con favore l'opportunità di svolgere un ruolo più importante come membro osservatore della SCO e intende “partecipare maggiormente” alle attività dell'organizzazione. In particolare, Nuova Delhi ha “espresso interesse a prendere parte alle attività” del gruppo di contatto della SCO sull'Afghanistan.

La grande domanda ora è: Karzai coglierà queste tendenze regionali e risponderà all'apertura della SCO, liberando Kabul dalla morsa di Washington? Di certo Washington è in corsa contro il tempo per produrre un “cambiamento di regime” a Kabul.

Il fatto è che un numero sempre maggiore di paesi della regione trovano difficile accettare il monopolio statunitense sulla risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington faticherà a dissociarsi dalla conferenza della SCO prevista a marzo e avrebbe idealmente voluto che anche Karzai se ne fosse tenuto lontano, pur trattandosi di una iniziativa regionale a pieno titolo che coinvolge tutti i vicini dell'Afghanistan.

Sicuramente la SCO metterà l'Afghanistan all'ordine del giorno del vertice annuale che si terrà ad agosto a Ekaterinburg, in Russia. Pare che in questa fase Washington non sia in grado di distogliere la SCO dal suo proposito, a meno di coinvolgere le potenze regionali nella ricerca di una soluzione del problema afghano e consentire loro di parteciparvi appieno com'è loro legittimo interesse.

L'attuale linea di pensiero statunitense, d'altro canto, è orientata a stringere “grandi accordi” bilaterali trattando separatamente con le potenze regionali e impedendo loro di coordinarsi collettivamente sulla base di preoccupazioni e interessi condivisi. Ma le potenze regionali vedono il piano degli Stati Uniti per quello che è: un'astuta mossa del solito divide et impera..

Mosca respinge l'impegno selettivo
Senza dubbio queste manovre diplomatiche rivelano anche il deficit di fiducia nelle relazioni russo-americane. Mosca esprime ottimismo sulla capacità d Obama di affrontare in modo costruttivo i problemi accumulatisi nei rapporti USA-Russia. Ma non si è parlato di Russia né nel discorso di insediamento di Obama né nel documento sulla politica estera che espone il suo programma.

Lo scorso martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha così sintetizzato le aspettative minime di Mosca: “Spero che gli elementi controversi delle nostre relazioni, come la difesa anti-missile, l'opportunità dell'allargamento della NATO... verranno risolti sulla base del pragmatismo, senza la presa di posizione ideologica che ha caratterizzato l'amministrazione uscente... Ci siamo accorti che... Obama era disposto a prendersi una pausa sulla questione della difesa anti-missile... e a valutare la sua efficacia e la sua efficienza in termini di costi”.

Ma la Russia non è tra le priorità della nuova amministrazione statunitense. Inoltre, come osservava la scorsa settimana l'influente quotidiano Nezavisimaja Gazeta, “Un consistente numero di congressisti [statunitensi] di entrambi i partiti ritengono che la Russia abbia bisogno di una lavata di capo”. L'attuale priorità della Russia sarà di organizzare presto un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton, e prima di questo incontro tutte le questioni – compresa quella spinosa della rotta di transito verso l'Afghanistan – resteranno in sospeso.

Pertanto, nella conferenza stampa di Taškent Medvedev ha acconsentito in linea di principio a concedere agli Stati Uniti il permesso di usare una rotta di transito verso l'Afghanistan che passi per il territorio russo, ma al contempo ha precisato che “Questa dev'essere una cooperazione a tutti gli effetti e su base paritaria”. Ha ricordato a Obama che la strategia del “surge” – l'aumento del livello di truppe in Afghanistan – potrebbe non sortire gli effetti auspicati. “Speriamo che la nuova amministrazione abbia maggiore successo di quella che l'ha preceduta nelle questioni relative all'Afghanistan”, ha detto Medvedev.

Evidentemente Petraeus ha trascurato il fatto che l'inutile ostinazione con cui gli Stati Uniti mantengono il controllo geopolitico dell'Hindu Kush, proprio nel cuore dell'Asia, è diventata una questione controversa. Indipendentemente dai bei discorsi, l'amministrazione Obama troverà difficile sostenere il mito che la guerra afghana serva esclusivamente a sconfiggere una volta per tutte al-Qaeda e i taliban.

Originale: Russia stops US on road to Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 27/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, dicembre 12, 2008

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio
di M. K. Bhadrakumar

La visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Nuova Delhi la scorsa settimana si è rivelata per il Governo indiano una buona occasione per ristabilire l'importanza strategica del tradizionale partenariato India-Russia. Senza dubbio la visita si è svolta in un momento cruciale della storia e della politica contemporanee, sullo sfondo di enormi trasformazioni nel sistema internazionale.

Medvedev è giunto in India immediatamente dopo gli orrendi attentati di Mumbai. La situazione della sicurezza regionale – e in particolare dell'Afghanistan – ha naturalmente assunto un ruolo di primo piano nei colloqui.

La Dichiarazione Congiunta firmata dal Primo Ministro Manmohan Singh e Medvedev dopo estesi colloqui a Nuova Delhi dimostra che le due parti si sono seriamente impegnate a comprendere i reciproci interessi vitali e a trovare il modo di conciliarli. Hanno anche consapevolmente tentato di ampliare il terreno comune nel sistema internazionale. Dopo un lasso di tempo considerevole, la relazione russo-indiana sembra ora ripartire.

Si sono presi in considerazione i contenziosi che hanno turbato i rapporti tra i due paesi negli ultimi anni. Il maggiore è la questione dell'aumento dei costi per la portaerei russa Admiral Gorškov, che l'India si è impegnata ad acquistare. Alla vigilia della visita di Medvedev il gabinetto indiano ha preso la decisione di approvare il pagamento degli ulteriori 2,2 miliardi di dollari chiesti dalla Russia. Il governo ha anche approvato l'acquisizione dalla Russia di 80 elicotteri multiruolo Mi-17 del valore di 1,3 miliardi di dollari.

Mani tese in un mondo in transizione
Medvedev aveva anche il compito di discutere l'affitto alla marina indiana di un sottomarino nucleare. La cooperazione militare India-Russia torna a pieno regime con tutta una serie di progetti in cantiere. La Russia ha consolidato la propria posizione di primo fornitore di armi per l'India. Ma la ciliegina sulla torta è stata la proposta di collaborazione nei settori spaziale e nucleare. In base agli accordi firmati, la Russia costruirà in India quattro nuovi impianti nucleari e assisterà un volo spaziale con equipaggio indiano. La Russia ha offerto un nuovo impianto nucleare AES-2006, che incorpora un reattore WER-1200 di terza generazione da 1170MW. La Russia ha anche concordato di fornire uranio per un valore di 700 milioni di dollari per soddisfare i bisogni dell'India.

Manmohan ha descritto questi accordi come una “nuova pietra miliare nella storia della cooperazione con la Russia”. Ha aggiunto: “È una relazione che ha superato la prova del tempo”. Ha riconosciuto che il dialogo dell'India con la Russia si è “intensificato in misura considerevole”. Significativamente, ha affermato che gli attacchi terroristici di Mumbai “costituiscono una minaccia per le società pluraliste” [leggasi Russia] e che “c'è molto che la Russia e l'India possono fare per promuovere la pace globale”.

Chiaramente i due paesi hanno riscoperto il vecchio slancio della loro amicizia. Si tendono la mano ancora una volta in un mondo che appare in transizione. Oltre la mutevolezza della situazione internazionale, sia l'India che la Russia sentono l'imminenza di un cambiamento nelle politiche globali degli Stati Uniti, ma nessuna delle due scommetterebbe sulla direzione e le proporzioni di quel cambiamento. Entrambe sono acutamente consapevoli dell'inesorabile declino dell'influenza degli Stati Uniti nella politica mondiale e dell'urgente necessità di adeguarsi alle realtà emergenti del multipolarismo.

Nello stesso tempo, gli Stati uniti rimangono l'interlocutore unico più importante sia per l'India che per la Russia nel vicino futuro. Nessuna delle due vorrebbe che il partenariato russo-indiano fosse diretto contro gli Stati Uniti. Proprio mentre Medvedev giungeva a Delhi, un alto funzionario indiano prendeva contatti con i consiglieri del presidente eletto Barack Obama per informarli delle prospettive e delle politiche di Delhi. Anche lo stato d'animo di Mosca è di attesa nei confronti della presidenza Obama, benché mitigato da un cauto ottimismo.

Il bilanciamento dei rispettivi interessi russo-indiani che emerge nella Dichiarazione Congiunta mette in luce questi delicati impulsi che interessano vari settori. La dichiarazione è priva di retorica anti-americana in quanto tale ma è ovvio che i due paesi stanno riorganizzando il loro partenariato in armonia con un “secolo post-americano”. L'India si è identificata con la posizione russa sulla necessità di riformare i sistemi economico e finanziario internazionali per adattarli a “nuove realtà” e promuovere un “ordine economico mondiale più giusto basato sui principi del multipolarismo, dello stato di diritto, dell'uguaglianza, del reciproco rispetto e della responsabilità comune”.

La Russia promuove i rapporti sino-indiani
L'India si trova anche a sottolineare l'“interazione crescente e più concentrata” della trilaterale Russia, Cina e India, nonostante lo scarso entusiasmo mostrato nel passato recente per un processo che Washington non approva considerandolo un'iniziativa superflua da parte dell'India.

È significativo che la Dichiarazione Congiunta affermi che la trilaterale “acquista importanza nel quadro dei meccanismi di dialogo multilaterale, contribuisce in maniera sostanziale al rafforzamento dell'emergente multipolarismo e promuove la leadership collettiva di grandi potenze mondiali”. Questa formula accuratamente studiata è indicativa dell'intenzione di iniettare nuovo dinamismo nell'intesa. Presumibilmente Mosca ha convinto Delhi a riaffermare la portata della trilaterale nella mutevole situazione internazionale. La Russia ha visto con crescente sconforto la propria incapacità di promuovere l'intesa sino-indiana.

La Russia deve anche avere sollecitato l'India a svolgere un ruolo più attivo e “a contribuire e partecipare in modo più costruttivo” alla Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Da parte sua, l'India ha abbandonato un'ambivalenza attentamente coltivata per esprimere apertamente il proprio incondizionato appoggio alla posizione russa sulla situazione nella regione caucasica. È una notevole vittoria per il Cremlino essere infine riuscito a tirare l'India dalla propria parte, trattandosi di una questione sensibile che ha un ruolo di primo piano nella politica estera russa ed sarà di fatto un motivo conduttore delle relazioni della Russia con gli Stati Uniti nei prossimi tempi. La dichiarazione comune sottolinea che “L'India appoggia l'importante ruolo svolto dalla Federazione Russa nella promozione della pace e della cooperazione nella regione caucasica”.

L'espressione chiave qui è “caucasica”: tutto ciò che riguarda la regione del Caucaso. Il sostegno dell'India è senza limiti ed esplicito.

Inoltre l'India ha espresso il proprio sostegno al desiderio della Russia di entrare nei meccanismi dell'incontro Asia-Europa e del vertice dell'Asia Orientale, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno alla richiesta dell'India di diventare membro permanente in un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allargato.

Dalla prospettiva indiana, indubbiamente, ha un valore inestimabile il fatto che Mosca abbia espresso “appoggio e solidarietà” totali a New Delhi per gli attacchi terroristici di Mumbai. Il gesto russo supera di gran lunga le parole di solidarietà offerte da Washington. Naturalmente Mosca non deve affrontare il dilemma di Washington, che comporta la necessità di tenersi in equilibrio tra Nuova Delhi e Islamabad. In parole semplici, ciò che gli attacchi di Mumbai hanno messo in luce è che per quanto il terrorismo sia una preoccupazione condivisa da Stati Uniti e India, le loro priorità in questo frangente differiscono ampiamente.

L'India si aspetterebbe che Washington punisse severamente Islamabad costringendola a prendere seriamente le ipotesi indiane secondo cui l'attacco terroristico di Mumbai sarebbe stato perpetrato da elementi con base in Pakistan e forse legati ai servizi di sicurezza del paese. Evidentemente Washington non è nella condizione di soddisfare le aspettative indiane. La sua priorità numero uno è la guerra in Afghanistan e la stabile cooperazione del Pakistan in tale guerra. Washington non può permettersi un Pakistan “distratto”, e il suo principale obiettivo politico e diplomatico è dunque quello di far sì che il Pakistan continui a “concentrarsi” sulla guerra nelle aree tribali alla frontiera con l'Afghanistan.

Nuova Delhi percepisce che con il passare del tempo finirà per trovare frustrante questo paradigma. Non che sia nuovo, come paradigma. Ma le alternative di Delhi sono limitate, benché il governo sia sottoposto a enormi pressioni per far sì che non solo agisca ma lo faccia in modo visibile e attivo. Il delicato equilibrio strategico tra l'India e il Pakistan prefigura perfino l'opzione di una guerra “limitata” per le due potenze nucleari. La sola alternativa praticabile per l'India è quella di rivalutare le proprie opzioni diplomatiche. Ma per questo Nuova Delhi deve elaborare nuove idee.

Ed è qui che entra in gioco la collaborazione con Mosca. La comunità strategica di Nuova Dehli si rende conto con grande sconforto che tutto l'insieme di presupposti su cui si fondava il partenariato strategico Stati Uniti-India nel periodo post-Guerra Fredda attualmente non è di alcun uso all'India nella sua formidabile impresa di mettere sotto pressione il Pakistan. La supposizione che gli Stati Uniti si sarebbero occupati del “problema pakistano” dell'India permettendo a quest'ultima di concentrarsi sull'appuntamento con il proprio destino di superpotenza o di “garante dell'equilibrio” nel sistema internazionale si sta rivelando un grottesco errore di giudizio da parte dei guru strategici indiani. E lo stesso vale per le loro supposizioni in materia di “sicurezza assoluta”.

La dichiarazione congiunta russo-indiana suggerisce che Nuova Delhi si sta rapidamente adattando alla necessità di diversificare i muscoli della cooperazione e rivitalizzare i partenariati con diversi paesi sulla base di preoccupazioni condivise e interessi comuni invece di perseguire una politica estera il cui principale obiettivo è stato quello di armonizzare le politiche regionali indiane con quelle degli Stati Uniti. Ciò è evidente soprattutto nel rivelatore paragrafo della Dichiarazione Congiunta dedicato all'Afghanistan.

Riallineamento sull'Afghanistan
Ironicamente Nuova Delhi sembra aver deciso che se è la guerra afghana a mettere a disagio Washington quando si tratta di sostenere apertamente l'India a proposito degli attacchi di Mumbai, è proprio sull'Afghanistan che la politica regionale indiana dovrà ricominciare sganciandosi per la prima volta dopo tanto tempo dalle aspettative e dai parametri statunitensi.

Il colpo di scena della Dichiarazione Congiunta arriva in maniera quasi innocua. Condividendo la preoccupazione per l'“aggravamento della situazione in materia di sicurezza” in Afghanistan, l'India e la Russia chiedono “un impegno internazionale globale e compatto” nella gestione delle minacce che vengono da quel paese. La critica implicita della guerra guidata dagli Stati Uniti è ovvia, come lo è il rifiuto della politica degli Stati Uniti tesa a mantenere la strategia della guerra come propria prerogativa esclusiva. La Dichiarazione Congiunta afferma poi: “Entrambe le parti accolgono favorevolmente l'iniziativa russa di organizzare una conferenza internazionale nel quadro della Shanghai Cooperation Organization, coinvolgendo i suoi Membri e Osservatori”.

Nuova Delhi ha deciso di appoggiare apertamente un'iniziativa regionale della SCO sull'Afghanistan che Washington avrebbe tanto voluto soffocare nella culla. La posizione indiana è significativa per varie ragioni. L'India ha deciso che non è necessario segnare il passo in attesa che l'amministrazione Obama metta a punto la propria strategia afghana. Sta stabilendo i propri interessi e i propri rischi indipendentemente dalla strategia degli Stati Uniti. In secondo luogo, l'India si sta identificando con la Russia, la Cina e l'Iran, e questo ha un significato immenso nella politica regionale. In terzo luogo, l'India si sta schierando con un'iniziativa regionale sull'Afghanistan guidata dalla Russia in un momento in cui vari influenti opinionisti americani hanno ipotizzato un “approccio regionale” a una soluzione afghana sotto la guida degli Stati Uniti.

È certo che l'India sta implicitamente riconoscendo l'importanza della SCO per la sicurezza sud-asiatica. L'Afghanistan è membro del SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation, Associazione Sud-Asiatica per la Cooperazione Regionale) e potrebbe fare da ponte tra l'Asia Meridionale e l'Asia Centrale. Essenzialmente, dunque, l'India sta disdegnando la tanto pubblicizzata strategia degli Stati Uniti per una “Grande Asia Centrale” che mira a sminuire il suolo della SCO nell'Asia Centrale e appunta le proprie speranza sull'India come contrappeso all'influenza regionale della Russia e della Cina.

È evidente che l'India si sta dissociando dalla politica concepita dagli Stati Uniti per tenere fuori dall'Afghanistan la SCO. Mosca ha cercato invano di creare un punto d'appoggio per la SCO come organo regionale mentre Washington persuadeva il Presidente afghano Karzai a non dar peso al Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan. Ma soprattutto resta il fatto che l'iniziativa russa per una conferenza della SCO è intesa come una sfida al monopolio arrogatosi da Washington nel decidere i contorni di qualsiasi soluzione afghana.

Questo offre a Karzai maggiori possibilità di ampliare l'“autonomia strategica” nei confronti di Washington, autonomia che è stato incline a esercitare, benché timidamente, negli ultimi tempi. Karzai ha tutte le ragioni per collaborare con un'iniziativa regionale che coinvolga le maggiori potenze che circondano l'Afghanistan come la Russia, la Cina, l'India e l'Iran. Agli Stati Uniti e al Pakistan l'onere di spiegare perché intendano dissociarsi.

Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero preferito incoraggiare l'iniziativa turca di mediazione dei colloqui afghano-pakistani. Ad Ankara si è appena concluso l'ultimo incontro a tre tra Turchia, Pakistan e Afghanistan. Washington è stata ben lieta che la Turchia le desse una mano a mantenere il processo di pace afghano in un ambito ristretto, escludendo paesi “esterni” come la Russia o l'Iran. Dal punto di vista turco-statunitense l'iniziativa della SCO è un'intrusione indesiderata.

La posizione della SCO sull'Afghanistan
Un aspetto estremamente significativo della Dichiarazione Congiunta russo-indiana è il suo silenzio assordante sui colloqui con i taliban promossi dagli Stati Uniti. La posizione russa e indiana è che non esistono capi taliban moderati, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un approccio in base al quale finché la leadership talebana si disimpegna e disconosce al-Qaeda, non dovrebbero esserci problemi ad assimilarla in un governo di coalizione a Kabul. Di fatto, a breve si svolgerà la seconda sessione di colloqui con i taliban con la mediazione saudita.

Nel contesto degli attacchi di Mumbai, l'atteggiamento indiano nei confronti dei taliban può solo irrigidirsi, entrando in conflitto con la strategia attuale degli Stati Uniti. Per così dire, la convergenza russo-iraniano-indiana nel potenziare la resistenza anti-taliban alla fine degli anni Novanta sta cercando di ricrearsi, anche se sotto una forma completamente nuova. È interessante notare che anche le autorità iraniane hanno svolto recenti consultazioni a Nuova Delhi sull'Afghanistan.

Senza alcun dubbio l'India ha riflettuto sulla posizione collettiva della SCO sul problema afghano prima di concedere il proprio sostegno all'iniziativa dell'organismo regionale di convocare una conferenza internazionale. Il discorso per conto della SCO tenuto dall'ambasciatore russo Vitalij Čurkin il 10 novembre alla sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato per Nuova Delhi un banco di prova. Evidentemente Delhi si trova in armonia con i principali elementi del discorso di Čurkin, che sono:

  • È necessaria un'“azione concertata” della comunità internazionale per arrestare il “costante aggravarsi della situazione politica e militare” in Afghanistan.
  • La politica di isolare i capi taliban estremisti non va ammorbidita, e la riconciliazione dovrebbe limitarsi a includere “i membri dei taliban che non si sono macchiati di crimini militari”.
  • Bisognerebbe instaurare un sistema di “cinture di sicurezza anti-droga e finanziarie” attorno all'Afghanistan con il coordinamento delle Nazioni Unite e il coinvolgimento dei paesi vicini.
  • La NATO deve cessare operazioni che comportino “un indiscriminato o eccessivo uso della forza, compresi i bombardamenti” che causano pesanti perdite civili. Il livello di danno collaterale nelle operazioni militari ostacola la stabilizzazione a lungo termine dell'Afghanistan.
  • Una durevole soluzione afghana è “impossibile senza un approccio integrato da parte della comunità internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, e al contempo senza delegare a Kabul una maggiore autonomia nella risoluzione dei problemi inter-afghani”.
  • “La situazione in Afghanistan non può essere risolta con metodi esclusivamente militari”. Dunque la sicurezza dev'essere sostenuta da “provvedimenti concreti” per la ripresa socio-economica.
  • “È essenziale assicurare un atteggiamento rispettoso nei confronti di valori nazionali e religiosi, di tradizioni e usi secolari del popolo multi-etnico e multi-religioso dell'Afghanistan e su questa base conseguire la riconciliazione delle forze antagoniste dell'Afghanistan”.

In sintesi, gli attacchi di Mumbai possono rivelarsi un punto di svolta nelle politiche regionali indiane. Nelle strategie regionali di Nuova Delhi le relazioni con la Russia, la Cina e l'Iran assumono un nuovo livello di importanza. L'avvicinamento all'orbita della SCO è indice di una nuova concezione. Non troppo tempo fa, l'India vedeva la SCO essenzialmente come un “club dell'energia”. Infatti agli incontri della SCO l'India era abitualmente rappresentata dal suo ministro del petrolio. Nuova Delhi ne ha fatta di strada, per giungere a comprendere il ruolo fondamentale di un'iniziativa sull'Afghanistan guidata dalla SCO. Di certo Medvedev dev'essere tornato a Mosca con la quieta soddisfazione di avere incontrato un amico perduto da molto tempo.

Originale: India, Russia regain elan of friendship

Articolo originale pubblicato il 9 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 02, 2008

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

di M. K. Bhadrakumar

Non appena a Mumbai le armi hanno smesso di sparare e la carneficina ha avuto fine si è avviata un'intensa mischia diplomatica tra India, Pakistan e Stati Uniti. Le due potenze dell'Asia Meridionale sono infatti entrate in gara per portare dalla propria parte gli Stati Uniti.

Per gli Stati Uniti, però, non si tratta più di agire come mediatori imparziali e neutrali. Oggi Washington partecipa a tutti gli effetti e con i propri interessi ai rapporti strategici sud-asiatici grazie alla guerra in Afghanistan, che sta attraversando una fase critica. Di fatto il garbuglio sud-asiatico non potrebbe essere più strano.

Come direbbe “Il Vecchio” nel Macbeth di Shakespeare,

“Settant'anni io posso ben ricordare:
in un giro di tempo come questo ho visto
ore tremende e cose strane: ma questa notte atroce
ha ridotto a un'inezia tutto quello che sapevo finora”.*

Washington sembra comprendere che l'intensificazione delle tensioni in Asia Meridionale può sfuggirle di mano. Secondo gli ultimi indizi, il Segretario di Stato Condoleezza Rice giungerà a New Delhi mercoledì in missione di mediazione.

Ancora una volta il Mossad osserva nell'ombra. I fidayeen (guerriglieri) apparentemente pakistani che hanno attaccato Mumbai sono stati particolarmente attenti a prendere di mira degli ebrei, cittadini israeliani inclusi, per sottoporli alle violenze più raccapriccianti. Tra le vittime ci sono nove ebrei. A Mumbai sono giunti esperti israeliani. La furia di Israele non conosce limiti.

Nel frattempo la Cina si sta cautamente avvicinando all'occhio del ciclone. Sabato il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha discusso a telefono la crisi con la sua controparte pakistana, Shah Mehmood Qureshi. Hanno naturalmente condannato gli attacchi terroristici di Mumbai. Ma poi Yang ha anche espresso la speranza che “il Pakistan e l'India possano continuare a rafforzare la cooperazione, mantenere vivo il processo di pace e intensificare i legami bilaterali in modo stabile e salutare”, per citare l'agenzia di informazione Xinhua.

Yang ha detto: “Queste misure sono nel fondamentale interesse di entrambi i paesi”. Curiosamente, Yang e Qureshi hanno “promesso sforzi congiunti per promuovere i legami bilaterali”. Essenzialmente, Yang ha espresso solidarietà con il Pakistan e ha consigliato moderazione da parte dell'India. Non è chiaro se Washington abbia suggerito a Pechino di usare i propri buoni uffici per calmare le acque o se Pechino abbia voluto sottolineare la propria rilevanza per la sicurezza sud-asiatica.

Ma una cosa è chiara. Mentre a Mumbai il bilancio dei morti continua a salire e sta per superare le 200 vittime innocenti, l'India è percorsa e travolta da ondate di dolore e di rabbia. Il governo di Delhi è stato scosso fino alle fondamenta dallo sdegno dell'opinione pubblica per il colossale fallimento della dirigenza politica. Il partito di governo, il Congresso Nazionale Indiano, che è il vecchio grande partito che guidò la lotta per l'indipendenza, si trova di fronte a una grave minaccia per il suo futuro sulla scacchiera della politica interna indiana. I rappresentanti di tutte le correnti politiche si sono riuniti per ore, fino alla mezzanotte di domenica, nella residenza del Primo Ministro alla ricerca di un modo per affrontare nuovamente la luce del giorno e un'opinione pubblica che sta perdendo rapidamente fiducia in loro e nei loro intrighi.

Il Ministro degli Interni è stato costretto dalla leadership del partito a dimettersi, assumendosi l'enorme responsabilità di non aver saputo impedire ai fidayeen di attaccare con tale impunità la capitale finanziaria indiana. Curiosamente, non mancavano informazioni di intelligence sul fatto che bisognasse prevenire esattamente un simile attacco dal Mare Arabico.

La testa dell'azzimato ministro è caduta, ma l'opinione pubblica non ne è impressionata. Le ferite prodotte nella psiche indiana sono profonde. E c'è una crescente possibilità che la rabbia possa portare a una selvaggia oscillazione dell'opinione pubblica verso il nazionalismo di destra nelle elezioni per il rinnovo delle assemblee provinciali e nelle prossime elezioni parlamentari.

Il governo punta il dito contro il Pakistan, sospettando che da lì sia partito l'attacco accuratamente pianificato dei fidayeen. La percezione popolare in India è che debba esserci stato un sostanziale grado di coinvolgimento di elementi della dirigenza politica pakistana per permettere un'operazione così meticolosamente orchestrata e con un supporto logistico tanto preciso.

Il governo mantiene faticosamente la posizione ufficiale, che distingue tra gruppi terroristici che fanno base in Pakistan e potrebbero aver compiuto l'attacco e il governo pakistano in quanto tale. L'opinione pubblica non crede a questa distinzione, ma il governo non ha molte possibilità di scelta.

Di fatto, la dirigenza indiana non sembra convinta di quello che dice quando assolve gli organi di sicurezza pakistani da un coinvolgimento negli attentati. L'alternativa per il governo equivarrebbe però a chiamare l'attacco con il suo nome: un atto di guerra, date le sue proporzioni gigantesche, compiuto dell'establishment pakistano. Ma questo obbligherebbe l'India a rispondere militarmente a quella che percepisce come un'aggressione, il che è impensabile perché significherebbe giungere rapidamente al punto critico dello scontro nucleare.

Il fatto è che il rapporto tra India e Pakistan, con le sue correnti sotterranee di sospetti e reciproche accuse e irto di innumerevoli rancori che sconfinano nell'ostilità, si trova in un equilibrio così precario che in poche ore potrebbe degenerare in una situazione di conflitto solo a causa di un passo falso, pur essendo mascherato da strati di cordialità come lo è stato negli ultimi tre o quattro anni.

Islamabad, naturalmente, respinge ostinatamente tutte le accuse di coinvolgimento nell'attacco terroristico. Messa sotto pressione da Washington, ha accettato frettolosamente l'idea che il Tenente Generale Ahmad Shuja Pasha, direttore generale dell'Inter-Service Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani, si rechi in India per discutere della questione.

Ma questa decisione, frutto di una conversazione telefonica tra Rice e il Presidente pakistano Asif Ali Zardari, sembra essere stata uno scaltro tentativo di arginare diplomaticamente la crescente rabbia indiana ed è stata successivamente annacquata dall'esercito pakistano. Evidentemente il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Kiani, già capo dell'ISI, ha pensato che fosse potenzialmente demoralizzante per l'esercito essere visti vacillare sotto le pressioni indiane.

I riflessi si stanno irrigidendo da entrambe le parti. Nel clima politico interno indiano, con le elezioni nazionali alle porte, per il governo è un suicidio politico farsi vedere debole perfino nei tentativi di persuadere Islamabad a dialogare. Se i partiti indiani di sinistra hanno messo da parte le acrimoniose divergenze con il governo e hanno fatto appello all'“unità nazionale”, i politici di destra non sentono l'impulso di fare altrettanto giacché intravedono la possibilità di essere catapultati al potere da un'ondata popolare di sdegno nazionalistico.

Nel frattempo Delhi chiede aiuto a Washington. E, prevenendo ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti, l'esercito pakistano ha cominciato a minacciare velatamente che a meno che Washington e Delhi non facciano marcia indietro la sua partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan è in dubbio. Questo può aver messo in difficoltà Washington, e spiega forse l'affrettato viaggio di Rice nella regione.

L'esercito pakistano sa fin troppo bene che mettendo in gioco il “fattore Afghanistan” i calcoli cambiano completamente. Con una presenza stimata di 32.000 soldati statunitensi sul campo e una forza di combattimento e supporto di più di 20.000 uomini forse già in arrivo su richiesta dei comandanti in Afghanistan, il gioco per Washington si fa rischioso.

Dalla prospettiva di Washington la crisi si presenta in un momento delicato, con vari dipartimenti e organi dell'amministrazione degli Stati Uniti impegnati a elaborare una nuova strategia per la guerra in Afghanistan: il coordinatore della Casa Bianca per l'Iraq e l'Afghanistan Generale Douglas Lute, il comandante di CENTCOM Generale Petraeus, il capo dei Joint Chiefs of Staff (Comandi Congiunti del Personale) Ammiraglio Mike Mullen, il Dipartimento di Stato e la CIA devono ancora portare a termine il loro compito.

Il fattore afghano influisce sugli interessi statunitensi in vari modi.
Innanzitutto, in caso di intensificazione delle tensioni tra India e Pakistan nei prossimi giorni e settimane, gli Stati Uniti devono aspettarsi che il Pakistan decida di spostare le sue divisioni scelte dalle regioni che confinano con l'Afghanistan, per un totale di circa 100.000 uomini, per posizionarle al confine occidentale con l'India. La dinamica della guerra in Afghanistan ne risentirebbe quasi immediatamente.

In un recente discorso a Washington il Generale David McKiernen, comandante supremo delle forze NATO in Afghanistan, ha sottolineato quanto sia importante che l'esercito pakistano continui così in Afghanistan. Ha detto che Kiani era atteso a breve a Kabul e ha aggiunto: “abbiamo cominciato con il parlarci e oggi coordiniamo la cooperazione a livello tattico lungo il confine”.

McKiernen ha poi detto che vedeva “un cambiamento nel modo di pensare delle autorità pakistane, che si stanno convincendo che l'insorgenza è un problema che minaccia l'esistenza stessa del Pakistan e che devono occuparsene forse in modi che non avevano contemplato anni fa sul loro lato del confine. Dunque vedo una volontà e una capacità, anche se devono fare ancora molta strada nelle operazioni di contro-insorgenza sul lato pakistano del confine”.

Ha espresso “cauto ottimismo” a proposito della guerra, in considerazione della disponibilità dell'esercito pakistano a collaborare. Adesso la peggiore paura di McKiernen sarà che la leadership militare pakistana dica che vuole sì combattere al-Qaeda e i taliban, ma non dispone delle risorse e della capacità per farlo a causa della necessità urgente di schierare le truppe al confine con l'India.

Un secondo fattore che peserà sugli Stati Uniti sarà la pressione che il tutto potrà esercitare sulle vie di rifornimento alle truppe in Afghanistan. Circa il 75% dei rifornimenti per i soldati americani passa per il Pakistan e non ci sono rotte alternative praticabili – oltre all'Iran – per rifornire i reparti posizionati nelle critiche regioni meridionali e sud-orientali dell'Afghanistan.
In terzo luogo, se l'appoggio pakistano verrà a mancare i taliban si scateneranno nelle regioni di confine. E le perdite per la NATO aumenteranno, il che avrà gravi conseguenze politiche per le capitali europee.

Dunque il primo compito di Washington sarà quello di raffreddare gli animi ed evitare un confronto diretto tra i due avversari nucleari sud-asiatici. Sarà l'ultima grande mossa della politica estera dell'amministrazione Bush e un'interessante prova generale per la presidenza entrante di Barack Obama.

Il Pakistan è interessato a imporre agli Stati Uniti un ruolo di mediazione al fine di “contenere” l'India. L'esercito pakistano è innervosito dalla rapida evoluzione del partenariato strategico USA-India e vorrebbe da Washington una politica sud-asiatica imparziale. Curiosamente l'attacco dei fidayeen a Mumbai sottolinea efficacemente proprio l'affermazione pakistana secondo cui Washington non può isolare la guerra afghana senza affrontare le questioni centrali delle tensioni tra India e Pakistan.

Ma tutto ciò non tiene conto della possibilità che l'esercito pakistano possa avere un grande motivo per alimentare le tensioni con l'India proprio in questo momento, e cioè trovare un alibi per sbrogliarsi dalla partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan. Il fatto è che l'esercito pakistano ha brutti presentimenti sulla politica afghana dell'amministrazione Obama. Obama ha lasciato intendere più volte che userà la linea dura con l'esercito pakistano per la sua doppia politica di combattere la guerra e contemporaneamente usare i taliban come strumento di influenza geopolitica in Afghanistan.

L'attuale linea di pensiero degli Stati Uniti tenderebbe ad armare delle tribù pashtun per farle combattere contro i taliban e al-Qaeda. È una mossa controversa che preoccupa l'esercito pakistano, poiché potrebbe innescare violenze nelle regioni pashtun all'interno del Pakistan e alimentare le pretese del Pashtunistan. Inoltre Obama ha ammonito duramente che ordinerebbe alle Forze Speciali americane di colpire il territorio del Pakistan se la situazione lo richiedesse. Queste mosse sarebbero uno smacco per l'esercito pakistano.

Ciò che più sconcerta l'esercito pakistano è la probabilità che la “strategia di uscita” di Obama incoraggi la rapida formazione di un esercito nazionale afgano di 134.000 uomini. Si tratta di un'idea cara al Segretario della Difesa Robert Gates e può ampiamente spiegare la decisione di Obama di confermarlo nell'incarico.

Comunque, non appena un esercito nazionale afghano entrerà a regime, per l'esercito pakistano entrerà in azione la legge di riduzione dei profitti. Il futuro esercito afghano sarà certamente comandato da ufficiali di etnia tagika. Attualmente i tagiki costituiscono più dei tre quarti del corpo ufficiale afghano. Ma i tagiki sono sempre stati fuori dei confini dell'influenza pakistana, perfino durante il jihad afghano negli anni Ottanta. Il nazionalismo tagiko sfida le aspirazioni del Pakistan a controllare l'Afghanistan. Riassumendo i dilemmi che si porranno all'esercito pakistano, l'ex Ministro degli Esteri del Pakistan Najmuddin Sheikh ha recentemente osservato: “Con [la politica afghana di Obama] si avvererebbero in effetti le peggiori paure del Pakistan in materia di sicurezza”.

*Macbeth, Atto II, scena 4. Traduzione di Mario Praz.

Originale: Strange storm brews in South Asia

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, novembre 04, 2008

Le armi a bordo della Faina

Le armi a bordo della Faina

di Il'ja Kramnik

La nave ucraina carica di carri armati, altri armamenti e munizioni che si trova nelle mai dei pirati somali nel porto di Hobyo è stata sequestrata già il 25 settembre 2008. In seguito il capitano della nave – un cittadino russo – è morto per attacco cardiaco. L'equipaggio della Faina ha ora gravi problemi di cibo e di acqua potabile. Come è stato riferito, i pirati, che all'inizio avevano chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari e in seguito hanno ripetutamente cambiato la cifra (il limite inferiore era di 5 milioni) adesso chiedono 8 milioni per liberare la nave e l'equipaggio. Inoltre non sono intenzionati a consegnare il carico: secondo quanto ha comunicato la compagnia Tomex, i pirati intendono “distruggere gli armamenti” o gettarli in mare. Ma sono solo parole. E poi “distruggere un carro armato a mazzate non è affatto semplice.
Nella vicenda finora ci sono più domande che risposte. Innanzitutto non è chiara la composizione del carico. Si sa che a bordo si trovano 33 carri armati Т-72, un numero indeterminato di armi leggere e munizioni. In base ad alcune informazioni la Faina trasportava anche sistemi lanciarazzi multipli “Град” e perfino elementi di difesa aerea. Per molto tempo è rimasta irrisolta la questione del destinatario finale del carico: si è detto che i Т-72 e le altre armi erano diretti in Sudan, che attualmente si trova sotto un regime di sanzioni internazionali. Tuttavia il ministero della difesa del Kenia, ammettendo aver commissionato gli equipaggiamenti militari trasportati dalla Faina, ha sollevato l'Ucraina dalla responsabilità di avere infranto le sanzioni.
Ciononostante il destino delle armi rimane incerto. Se i pirati riusciranno a portare a riva i carri armati e le altre armi, teoricamente un acquirente in questa travagliata regione potrà essere trovato. Una tale quantità di armamenti relativamente avanzati potrebbe influire seriamente sull'equilibrio delle forze in Somalia, minacciando la stabilità del governo di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre va notato che lo scarico, che necessita di tempi lunghi e di un porto attrezzato, è già di per sé problematico, ed è improbabile che i pirati riusciranno a metterlo in pratica, tenendo conto della presenza nelle acque territoriali della Somalia delle molte navi da guerra della “coalizione antipirateria”. Però, come minimo, i pirati potranno scaricare dalla Faina le armi leggere e le munizioni, che non contribuiranno certo alla tranquillità del paese già afflitto dalla guerra civile.

Va tenuto conto di un altro fattore. I pirati non possono non capire che non appena gli ostaggi saranno al sicuro le forze internazionali faranno il possibile chi ha sequestrato la nave e ha incassato i soldi del riscatto. Ne consegue che i pirati potrebbero cercare di trattenere parte degli ostaggi a garanzia della propria incolumità fino a quando non si troveranno fuori portata.
In ogni caso, indipendentemente dall'esito della vicenda, la storia della pirateria somala è lungi dal concludersi, e il ristabilimento dell'ordine nelle acque circostanti richiede grandi sforzi. Alla fregata russa Neustrašimyj, che sta cominciando il pattugliamento del golfo di Aden, di sicuro toccherà in sorte un bel po' di lavoro.

Originale: Оружие на борту "Фаины", RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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martedì, ottobre 21, 2008

Ideologia e politica: il discorso di Medvedev a Evian

[Breve analisi di Laughland sul discorso di Evian di Medvedev (che effettivamente a Ovest è quasi passato sotto silenzio e contiene elementi molto importanti: appena ho tempo lo traduco)]

Ideologia e politica

di John Laughland

Il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev al forum politico di Evian, l'8 ottobre, è stato accolto con un silenzio pressoché totale dai commentatori europei. In quel discorso Medvedev proponeva la creazione di una struttura di sicurezza pan-europea che comprenda l'attuale organizzazione euro-atlantica, la NATO.

La ragione dell'assenza di reazioni potrebbe essere che l'attenzione era tutta rivolta alla crisi finanziaria mondiale. Forse il silenzio si spiega anche con il fatto che i politici e i commentatori occidentali non sapevano che dire.

Su un livello, il discorso può essere visto nel contesto della lunga continuità storica che caratterizza la politica estera russa, in quanto rinnova il pluridecennale desiderio di Mosca di essere ufficialmente ammessa negli affari mondiali, dalla firma degli accordi di Helsinki nel 1975 da parte di Brežnev all'appello di Gorbačëv per una “Casa europea comune” durante gli anni Ottanta. La Russia è un membro entusiasta delle Nazioni Unite fin dalla creazione dell'Organizzazione nel 1945, e dunque è naturale che Medvedev inviti al rispetto e al rafforzamento di quella istituzione.

A un livello più profondo, tuttavia, il discorso esprime una frustrazione nei confronti della politica occidentale che al momento è particolarmente sentita, e per ben noti motivi. Contiene una battuta eccellente, “La sovietologia, come la paranoia, è una malattia pericolosa” (e le decisioni politiche dell'Occidente in rapporto alla Russia risentono di entrambe), ma anche un riferimento a qualcosa che perfino il presidente russo potrebbe sottovalutare.

Medvedev ha espresso rammarico per il fatto che in passato si sia persa un'occasione per “de-ideologizzare le relazioni internazionali”. Si riferiva al modo in cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta russa di contribuire alla guerra contro il terrorismo. Ha proposto un nuovo modo per giungere allo stesso risultato, e cioè un nuovo patto europeo per la sicurezza basato sul rispetto reciproco dei diritti degli stati. Il problema di Medvedev è che de-ideologizzare le relazioni internazionali è esattamente quello che la maggioranza dei politici occidentali è assolutamente decisa a evitare.

Naturalmente la politica estera americana è dominata dall'ideologia, quella del neo-conservatorismo. È uno strano ibrido di nazionalismo militarista e millenarismo da Chiesa Bassa vecchio stampo, con una buona dose di fantasie neo-trozkiste sulla rivoluzione democratica mondiale. Di fatto, è esattamente questo il motivo per cui la politica estera statunitense è così pericolosa: l'ideologia distrugge la politica perché incoraggia i capi a pensare di essere i portatori di un'idea universale, non i rappresentanti di uno stato con interessi particolari e circoscritti. Quest'ultima concezione presuppone che anche gli altri stati abbiano legittimi interessi che possono bilanciarsi con i propri nel dare e avere della negoziazione internazionale. Invece le idee universali non tollerano alcun dissenso, e gli stati che non le condividono sono considerati non solo nemici da sconfiggere ma perfino una minaccia all'umanità che va completamente distrutta.

Tuttavia lo stesso vale anche per quei leader europei che Medvedev ha evidentemente cercato di corteggiare. L'esistenza stessa dell'Unione Europea è fondata sull'ideologia, sulla concezione che le asperità della “vecchia politica” possano essere superate grazie a una nuova e più morbida “ideologia europea”, e che i ristretti interessi nazionali possano essere superati e trasfigurati in interessi universali nella post-moderna, post-nazionale e apolitica struttura europea. La sola cosa in grado di provocare sussulti di ostilità e paura in ogni politico europeo è un qualsiasi accenno all'idea di equilibrio del potere: in Europa potere è una parolaccia perché i capi europei, come gli americani, vedono con ipocrisia se stessi impegnati a perseguire l'ideologia, non la politica.

L'atteggiamento mentale dei leader politici russi non potrebbe essere più diverso. Se l'esperienza comunista ha insegnato qualcosa agli uomini di Mosca, è che l'ideologia è fatale sia alla politica interna che alle relazioni internazionali. Sanno che l'ideologia del socialismo e della lotta di classe internazionale ha messo la Russia in ginocchio. Nel 2007 Vladimir Putin ha attaccato Lenin proprio per aver distrutto la Russia anteponendo a tutto l'ideologia della rivoluzione mondiale. I capi russi post-sovietici hanno imparato che la politica è meglio, molto meglio, dell'ideologia.

Poiché la fiducia nell'ideologia dei politici americani ed europei è incrollabile, essi manifestano un odio per la politica nel vero senso della parola. E dunque odiano la Russia. Come Marx ed Engels consideravano la Russia cristiana una minaccia alla loro ideologia, i leader dell'Unione Europea comprendono che la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev si comporta politicamente, non ideologicamente. Inoltre, visto che la Russia è sì indiscutibilmente uno stato europeo ma anche un'entità fisicamente troppo grande e potente per essere “integrata” nell'Unione Europea o nella NATO (parola che esprime appieno l'ottusa abolizione di tutte le differenze nazionali all'interno di una sola anonima euro-tecnocrazia), i politici europei le si scagliano contro per frustrazione perché la sua stessa esistenza minaccia le loro più profonde convinzioni sul mondo.

Dunque quando Dmitrij Medvedev dice di volere una de-ideologizzazione delle relazioni internazionali chiede qualcosa a cui i politici occidentali (soprattutto europei) non hanno mai pensato, o alla quale reagiscono con rabbia. De-ideologizzare le relazioni internazionali vorrebbe dire abbandonare l'ideologia europea. Significherebbe reintrodurre la politica, l'arte delicata di riconciliare quelli che vengono riconosciuti come legittimi interessi nazionali in competizione. L'Unione Europea, basata com'è sulla negazione ideologica della nozione stessa di stato-nazione (e perfino di nazione), ha trascorso gli ultimi cinquant'anni cercando di fare il contrario. Finché Mosca non capirà appieno questo e la strana mentalità dei leader europei, i suoi tentativi di superarli saranno condannati a fallire.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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giovedì, settembre 18, 2008

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

[Articolo sufficientemente documentato da risultare affidabile e credibile. Lo raccomando per la ricostruzione che fornisce e per capire quali concrete valutazioni stiano nascoste dietro le dichiarazioni retoriche di Europa e Stati Uniti].

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

Der Spiegel (Ralf Beste, Uwe Klussmann, Cordula Meyer, Christian Neef, Matthias Scheep, Hans-Jürgen Schlamp, Holger Stark)

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Hillary Clinton ha l'aria stanca. È martedì della scorsa settimana e siede, esausta, al Senato degli Stati Uniti. Perfino i suoi abiti, una giacca beige su una maglietta nera, appaiono sottotono.

Se n'è andato lo sfavillio della convention democratica di Denver, nella quale il partito ha candidato Barack Obama alle presidenziali, e se n'è andato anche il suo sogno presidenziale. Per Clinton è un ritorno alla normalità. La Commissione per i Servizi Armati del Senato discute il conflitto tra la Russia e il suo piccolo vicino, la Georgia.

È tardi, quando Clinton prende la parola. Perfino la sua voce suona stanca. Ma politicamente è ancora la vecchia Hillary, e va diritta al punto.

“Abbiamo incoraggiato i georgiani in qualche modo” a usare la forza militare?, chiede ai membri della commissione. L'amministrazione Bush ha davvero ammonito Mosca e la Georgia sulle conseguenze di una guerra? E com'è potuto essere che gli Stati Uniti siano stati colti di sorpresa dallo scoppio delle ostilità? Queste domande, dice Clinton, dovrebbero essere esaminate da una commissione statunitense, che dovrebbe in “primo luogo determinare i fatti reali”.

Anche se Clinton parla solo per pochi minuti, le sue parole ci dicono che negli Stati Uniti l'atteggiamento verso la Georgia sta cambiando.

Per gli americani questa guerra nel remoto Caucaso – laggiù nel Vecchio Mondo – non è forse stata altro che una lotta tra un paese gigantesco ed espansionista e una nazione piccola e democratica che stava cercando di soggiogare? E la Georgia non è stata attaccata semplicemente “perché vogliamo essere liberi”, come ripeteva quasi ogni ora davanti alle telecamere della CNN il presidente Mikhail Saakashvili?

“Oggi siamo tutti georgiani”, ha dichiarato il candidato repubblicano alla presidenza John McCain. L'editorialista neo-conservatore Robert Kagan ha paragonato l'azione russa all'invasione nazista dei Sudeti. E durante un incontro con il vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney a Saakashvili è stato assicurato il sostegno di Washington per il suo più fervido desiderio: l'ammissione nella NATO.

Ma ora, a cinque settimane dalla guerra nel Caucaso in America il vento ha cambiato direzione. Perfino Washington comincia a sospettare che Saakashvili, amico e alleato, abbia in effetti giocato d'azzardo, cioè abbia scatenato quella sanguinosa e breve guerra e poi vergognosamente mentito all'Occidente. “Le preoccupazioni che riguardano la Russia permangono”, dice Paul Sanders, esperto di Russia e direttore del conservatore Nixon Center di Washington. Le sue parole continuano a riflettere la valutazione occidentale secondo la quale la ritorsione militare russa contro la piccola Georgia sarebbe stata sproporzionata, Mosca avrebbe violato il diritto internazionale riconoscendo le repubbliche separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e infine avrebbe usato la Georgia per sfoggiare la propria rinascita imperiale.

Ma poi Saunders precisa: “Un numero sempre maggiore di persone si rende conto che in questo conflitto ci sono due parti, e che la Georgia non è stata tanto una vittima, ma ha partecipato di sua volontà”. Anche alcuni membri dell'amministrazione presidenziale di George W. Bush stanno riconsiderando la propria posizione. La Georgia “ha mosso contro la capitale dell'Ossezia del Sud” dopo una serie di provocazioni, dice l'assistente segretario di stato per l'Europa e l'Eurasia Daniel Fried.

Tutto questo suggerisce forse che le dichiarazioni americane di solidarietà con Saakashvili erano premature quanto quelle europee? Il primo ministro britannico Gordon Brown ha chiesto una revisione “radicale” delle relazioni con Mosca, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha deprecato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha promesso alla Georgia che prima o poi potrà “diventare membro della NATO, se lo vorrà”.

Ma il volume della retorica anti-Mosca si sta abbassando. La scorsa settimana il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha chiesto pubblicamente un chiarimento su chi sia responsabile della guerra nel Caucaso. “Abbiamo bisogno di maggiori informazioni su chi abbia quale parte di responsabilità per l'escalation militare e fino a che punto”, ha detto Steinmeier a un incontro degli ambasciatori tedeschi, più di 200, convenuti a Berlino. L'Unione Europea, ha affermato, deve ora “definire le nostre relazioni con le parti del conflitto nel medio e lungo termine”, ed è giunto il momento di ottenere informazioni concrete.

Chi ha attaccato per primo?

Molto dipende dal chiarimento di questa responsabilità. Dopo questa guerra l'Occidente deve chiedersi se voglia davvero accettare un paese come la Georgia nella NATO, soprattutto se ciò significa dover intervenire militarmente nel Caucaso nell'eventualità di un conflitto analogo. E quale genere di rapporto di collaborazione vorrà avere con la Russia, che per la prima volta è diventata insistente quanto gli Stati Uniti nel proteggere le proprie sfere di influenza?

Il tentativo di ricostruire la guerra dei cinque giorni continua a girare attorno a una domanda principale: chi ha cominciato per primo l'attacco militare? Le informazioni che giungono dalla NATO e dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) adesso forniscono un quadro diverso da quello emerso durante i primi giorni della battaglia per Tskhinvali, e stanno alimentando i dubbi dei politici europei.

Il governo georgiano continua a sostenere che la guerra è cominciata giovedì 7 agosto alle 23.30. Secondo questa versione, in quel momento ha ricevuto diversi rapporti dei servizi segreti secondo i quali circa 150 mezzi dell'esercito russo erano entrati in territorio georgiano, nella repubblica separatista dell'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, che passa sotto la principale catena montuosa caucasica. Il loro obiettivo, dicono i georgiani, era Tskhinvali, e alle 3 del mattino sono stati seguiti da altre colonne militari.

“Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero raggiungere i villaggi georgiani”, ha dichiarato recentemente Saakashvili a Der Spiegel, spiegando gli ordini dati al suo esercito. “Quando i nostri carri armati si sono diretti a Tskhinvali i russi hanno bombardato la città. Sono stati loro, non noi, a distruggere la città”. Ma i rapporti dell'OSCE descrivono una situazione diversa in quelle ore critiche.

In Ossezia del Sud è presente una missione OSCE, che si è trovata tra i due fronti quando è scoppiata la guerra. Secondo il cosiddetto spot report, un rapporto immediato che gli ufficiali OSCE hanno compilato alle 11 dell'8 agosto (ora georgiana), “Poco prima della mezzanotte, il centro di Tskhinvali è stato sottoposto a fuoco d'artiglieria pesante, parte del quale presumibilmente veniva da sistemi di lancio posizionati all'esterno della zona del conflitto. La sede della missione a Tskhinvali è stata colpita, e i tre restanti membri del personale internazionale hanno cercato rifugio nel seminterrato”.

Gli spot report vengono regolarmente mandati alle sedi di Vienna dei 56 paesi membri dell'OSCE. Il rapporto dell'8 agosto si mantiene neutrale, visto che sia la Georgia che la Russia fanno parte dell'organizzazione: dunque le informazioni contenute sono inizialmente prive di giudizi di valore. Il rapporto si limita a identificare dove i russi abbiano violato lo spazio aereo georgiano o dove i georgiani abbiano occupato villaggi sudosseti, per esempio.

Come è stato appreso da Der Spiegel, la NATO a quel punto aveva già azzardato una conclusione ben più definitiva. Il suo International Military Staff (IMS), che svolge il lavoro preparatorio per il Comitato Militare, la più alta autorità militare dell'alleanza, ha rapidamente valutato il materiale a disposizione. Il Comitato Militare comprende ufficiali di tutti i 26 paesi membri.

L'8 agosto, a mezzogiorno, gli esperti della NATO non potevano già aver dedotto l'intera portata dell'avanzata russa, descritta in seguito da Saakashvili come un attacco mentre Mosca l'ha definita un'operazione per “assicurare la pace”. Tuttavia stavano già emettendo comunicazioni interne sul fatto che, alla luce degli attacchi iniziali russi con aerei militari e missili a breve raggio, non ci si poteva aspettare che Mosca rimanesse passiva.

La calcolata offensiva georgiana

Una cosa era già chiara agli ufficiali del quartier generale della NATO a Bruxelles: pensavano che i georgiani avessero scatenato il conflitto e che le loro azioni fossero più calcolate di una semplice autodifesa o di una reazione alla provocazione russa. Di fatto, gli ufficiali della NATO ritenevano che l'attacco georgiano fosse una calcolata offensiva contro le posizioni sudossete e consideravano le schermaglie dei giorni precedenti come eventi minori. Ancora più chiaramente, gli ufficiali della NATO pensavano, retrospettivamente, che in nessun modo queste schermaglie potessero essere viste come una giustificazione per i preparativi di guerra georgiani.

Gli esperti della NATO non hanno messo in dubbio l'affermazione dei georgiani che i russi li avessero provocati mandando le loro truppe attraverso il tunnel di Roki. Ma nella loro valutazione dei fatti predomina lo scetticismo sul fatto che queste fossero le vere ragioni delle azioni di Saakashvili.

I dati raccolti dai servizi segreti occidentali concordano con le valutazioni della NATO. Secondo queste informazioni, la mattina del 7 agosto i georgiani hanno ammassato circa 12.000 soldati al confine con l'Ossezia del Sud. Settantacinque carri armati e veicoli corazzati per il trasporto truppe – un terzo dell'arsenale militare georgiano – sono stati posizionati nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era di avanzare verso il tunnel di Roki con un blitz di 15 ore e chiudere il collegamento tra le regioni del Caucaso settentrionale e meridionale, separando efficacemente l'Ossezia del Sud dalla Russia.

Alle 22.35 del 7 agosto, meno di un'ora prima che i carri armati russi entrassero nel tunnel di Roki, secondo Saakashvili, le forze georgiane hanno cominciato ad attaccare Tskhinvali con l'artiglieria. I georgiani hanno usato 27 sistemi lanciarazzi, cannoni da 152 millimetri e bombe a grappolo. L'assalto notturno è stato condotto da tre brigate.

I servizi segreti controllavano le richieste russe d'aiuto via radio. La 58ª Armata, parte della quale stazionava nell'Ossezia del Nord, non era apparentemente pronta a combattere, almeno non durante quella prima notte.

L'esercito georgiano, d'altra parte, consisteva soprattutto di gruppi di fanteria, che sono stati costretti a muoversi lungo le strade principali: si è presto impantanato e non è stato in grado di andare oltre Tskhinvali. I servizi occidentali hanno appreso che i georgiani avevano problemi “a maneggiare” le armi. Se ne è dedotto che i georgiani non combattevano bene.

I servizi segreti concludono che l'esercito russo non ha cominciato a sparare prima delle 7.30 dell'8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sud-ovest di Gori. Apparentemente il missile ha colpito postazioni militari. Gli aerei militari russi hanno cominciato ad attaccare l'esercito georgiano poco dopo. All'improvviso le onde radio si sono animate, così come l'esercito russo.

Le truppe russe provenienti dall'Ossezia del Nord non hanno cominciato a marciare attraverso il tunnel di Roki prima delle 11 circa. Questa sequenza temporale è ora vista come prova del fatto che quella di Mosca non è stata un'offensiva, ma una semplice reazione. In seguito sono stati spostati a sud altri SS-21. I russi hanno posizionato 5500 soldati a Gori e 7000 al confine tra la Georgia e l'altra regione separatista, l'Abkhazia.

In Europa si chiede un'indagine internazionale

Wolfgang Richter, colonnello dello Stato Maggiore della Germania e consigliere militare presso la missione OSCE tedesca, è un altro esperto della situazione. Richter, che in quei giorni si trovava a Tbilisi, conferma che già a luglio i georgiani avevano ammassato truppe al confine con l'Ossezia del Sud. In una seduta a porte chiuse svoltasi mercoledì scorso a Berlino, ha detto al ministro della Difesa Franz-Josef Jung e ai rappresentanti delle commissioni per gli esteri e la difesa del parlamento tedesco che i georgiani avevano, in una certa misura, “mentito” sui movimenti di truppe. Richter ha detto che non era riuscito a trovare alcuna prova delle affermazioni di Saakashvili secondo cui i russi avevano marciato nel tunnel di Roki prima che Tbilisi lanciasse l'attacco, ma che non poteva escluderle. Ad alcuni membri del parlamento è parso che le sue affermazioni assecondassero la versione russa. “Non ha lasciato spazio all'interpretazione”, ha concluso uno dei membri delle commissioni. “È chiaro che la responsabilità sta più dalla parte della Georgia che da quella della Russia”, ha aggiunto un altro membro.

Sulla base di questi rapporti, agli osservatori occidentali è apparso evidente chi avesse dato fuoco alla polveriera dell'Ossezia del Sud. Nell'infuriare della battaglia gli analisti, comprensibilmente, non hanno tenuto conto dei precedenti del conflitto, che comprendono anni di provocazioni russe nei confronti di Tbilisi.

Ma è giunto il momento che l'Unione Europea concentri l'attenzione sulle ragioni di questa guerra. Mosca è rimasta sconcertata e delusa dal rifiuto europeo di condannare l'attacco di Saakashvili contro Tskhinvali e dall'insistenza a incolpare la Russia. Gli europei, come ha lamentato un diplomatico del ministero degli Esteri russo, apparentemente non hanno il “coraggio di tener testa a Washington e ai suoi alleati a Tbilisi”.

Durante un incontro informale svoltosi un paio di settimane fa ad Avignone, nel sud della Francia, i ministri degli esteri europei hanno chiesto “un'indagine internazionale” sul conflitto. La logica di questa decisione è che chiunque speri di fare da mediatore non debba peccare di parzialità nel valutare ciò che è accaduto nel Caucaso. Pare che perfino i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Svezia, Stati baltici e altri paesi dell'Europa Orientale si siano detti d'accordo. Prima dell'incontro di Avignone erano stati fautori della linea dura con Mosca e di una maggiore solidarietà con Tbilisi, malgrado i fatti parlassero chiaro.

I 27 ministri degli esteri prevedono di adottare all'inizio di questa settimana una risoluzione formale per chiedere un'indagine internazionale. Ma rimane del tutto senza risposta la questione di chi debba ricevere questo delicato incarico: le Nazioni Unite, l'OSCE, organizzazioni non governative, accademici, o un insieme di tutti questi gruppi? Una cosa sola è chiara: l'Unione Europea non intende accollarsi la questione. Gli europei temono che non farebbe che allargare il divario tra i fautori della linea dura e coloro che sono favorevoli a una cauta riconciliazione con Mosca.

Saakashvili, il collerico presidente georgiano, segue questo cambiamento di prospettiva dell'Occidente con crescente disagio. Ribadisce la propria versione tutti i giorni alla televisione, una società internazionale di pubbliche relazioni inonda costantemente i media occidentali di materiale attentamente selezionato e Tbilisi sta già portando il proprio caso al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra dell'Aia, accusando i russi di “pulizia etnica”.

Ma Saakashvili non si fida più così tanto del sostegno dei suoi alleati. Prima della visita a Tbilisi del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, questa settimana, Saakashvili ha chiesto all'alleanza occidentale di mostrare la propria determinazione, osservando che un'esibizione di debolezza nei confronti di Mosca avrebbe portato a “una storia infinita di aggressioni russe”.

Saakashvili è già politicamente morto?

Il presidente georgiano deve anche subire pressioni all'interno del suo paese, giacché il fronte unanime che si era creato durante l'invasione russa si sta sbriciolando. Chi soleva criticare il “regime autoritario” di Saakashvili si sta facendo nuovamente sentire. Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che Saakashvili e i suoi sono persone “per le quali il potere è tutto”. Poche settimane prima Saakashvili aveva spiegato a Tbilisi i corpi speciali per reprimere le proteste dell'opposizione e aveva dichiarato lo stato d'emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine indebolita con una “piccola guerra vittoriosa”: quella contro l'Ossezia del Sud.

Già nel maggio 2006 l'ex ministro degli Esteri Salomé Surabishvili aveva espresso allarme per le intenzioni di Saakashvili. L'“enorme potenziamento militare” da lui intrapreso era “senza senso”, disse Surabishvili, aggiungendo che faceva pensare che intendesse risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud.

La scorsa settimana i capi dei due maggiori partiti politici georgiani hanno chiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un “governo né pro-russo né pro-americano, ma pro-georgiano”. A Mosca l'ex vice ministro degli Interni georgiano Temur Khachishzili, che ha scontato anni di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili, Eduard Shevardnadze, sta raccogliendo supporto per un cambio di regime in Georgia tra il milione e più di georgiani che vivono sul suolo russo.

Siamo già alla morte politica di Saakashvili, che solo cinque settimane fa si era conquistato la simpatia dell'Occidente come vittima dell'invasione russa? Lo scorso finesettimana il presidente georgiano ha ricevuto un aiuto inaspettato da Krasnaja Zvezda, giornale pubblicato dal ministero della Difesa russo. Il giornale ha pubblicato alcune dichiarazioni, finora smentite da Mosca, di un ufficiale della 58ª Armata. Ironicamente, l'ufficiale metteva in dubbio le conclusioni dei servizi occidentali e della NATO che i reparti dell'esercito russo non avessero raggiunto Tskhinvali prima del 9 agosto.

Su Krasnaja Zvezda il capitano Denis Sidristij, comandante di una compagnia del 135° reggimento di fanteria motorizzato, descrive come lui e il suo reparto si trovassero già nel tunnel di Roki, diretti a Tskhinvali, la notte precedente l'8 agosto. L'invasione di Mosca è forse cominciata prima di quando dicono i russi?

La scorsa settimana gli inquirenti moscoviti hanno anche ammesso per la prima volta che il numero delle vittime civili dell'assalto georgiano contro Tskhinvali non era 2000, come hanno affermato ripetutamente le autorità russe, ma 134.

Interrogato a proposito delle affermazioni su Krasnaja Zvezda, un portavoce del ministero della Difesa russo ha detto a Der Spiegel che erano il risultato di un errore tecnico. Inoltre, ha detto il portavoce, l'ufficiale in questione era rimasto ferito e dunque “non riusciva più a ricordare con chiarezza la situazione”.

Lo scorso venerdì il capitano Sidristij, da allora decorato dal ministero della Difesa russo, ha avuto una seconda possibilità di descrivere la sua versione dei fatti alla Krasnaja Zvezda. Il suo reparto, ha detto nella versione riveduta, si era diretto a Tskhinvali un po' più tardi di quello che aveva detto al giornale la prima volta.

Sembra che per quanto riguarda la breve guerra del Caucaso sia ancora difficile separare la verità dalle bugie.

Fonte: http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,578273,00.html

Articolo originale pubblicato il 15 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

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Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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domenica, settembre 07, 2008

Train and equip: come gli Stati Uniti hanno armato e addestrato i georgiani

Ieri il Financial Times ha pubblicato un articolo sull'addestramento fornito dagli Stati Uniti (esercito e corporazioni mercenarie) ai reparti speciali georgiani. Naturalmente si scoprono cose molto interessanti, tipo che una delle due società mercenarie, la MPRI (Military Professional Resources Incorporated), nel 1994 aveva firmato (grazie alla mediazione del Pentagono) un contratto con la Croazia per addestrare l'esercito croato in vista dell'invasione della Krajina e della massiccia pulizia etnica ai danni della popolazione serba nell'estate del 1995 (Operacija Oluja, Operazione Tempesta).
Traduco e sintetizzo le parti salienti:

L'esercito americano ha fornito addestramento ai reparti speciali georgiani solo pochi mesi prima dell'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud. La rivelazione, che si basa su documenti di reclutamento e interviste con addestratori militari ottenuti dal Financial Times, potrebbe confermare le affermazioni di Putin, che nell'intervista alla CNN ha accusato gli Stati Uniti di aver "orchestrato" la guerra nell'enclave georgiana.

"L'addestramento è stato fornito da ufficiali statunitensi e da due compagnie mercenarie. Non ci sono prove che i contractor o il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che i reparti che stavano addestrando potessero essere impiegati nell'aggressione contro l'Ossezia del Sud.
Un portavoce dell'esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del programma era di addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan, come parte dell'International Security Assist­ance Force NATO. Il programma, tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso involontarie dei programmi train and equip degli Stati Uniti in paesi stranieri.

I contractor – MPRI e American Systems, entrambi con sede in Virginia – avevano reclutato una squadra composta da 15 ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani alla base di Vashlijvari, nei dintorni di Tbilisi, nell'ambito di un programma del ministero della difesa degli Stati Uniti.

La MPRI è entrata al servizio del Pentagono nel 1995 per addestrare l'esercito militare croato prima dell'invasione della Krajina, regione a maggioranza serba, che ha causato 200.000 profughi e ed è stato uno dei peggiori casi di pulizia etnica delle guerre balcaniche. La MPRI nega qualsiasi responsabilità in atti illeciti.

L'addestramento dell'esercito georgiano fornito dagli Stati Uniti è un grosso punto critico nei rapporti tra Washington e Mosca. Il 29 agosto Putin ha dichiarato alla CNN: 'La questione non è semplicemente che gli americani non hanno impedito alla dirigenza georgiana di commettere questo crimine [di intervenire in Ossezia del Sud]. Gli americani hanno in effetti armato e addestrato l'esercito georgiano'".

La prima fase dell'addestramento dei reparti speciali si è svolta tra gennaio e aprile di quest'anno e si è concentrata sulle 'competenze base delle forze speciali', ha detto un dipendente di American Systems contattato telefonicamente.

La seconda fase, di 70 giorni, doveva cominciare l'11 agosto, pochi giorni dopo l'inizio della guerra in Ossezia del Sud. Gli addestratori sono arrivati il 3 agosto, quattro giorni prima dello scoppio del conflitto.

Né la MPRI né l'American Systems hanno voluto parlare al Financial Times dei dettagli del programma:

"L'American Systems ha girato le domande alla Security Assistance Training Management Organisation (Satmo) di Fort Bragg, che fa parte della Special Warfare Center School dell'esercito degli Stati Uniti. La Satmo manda addestratori (contractor e forze speciali) in paesi come Yemen, Colombia e Filippine. Gli addestratori della Satmo generalmente lavorano con forze che si occupano di contro-insorgenza, anti-terrorismo o guerre civili. Un portavoce della Satmo si è rifiutato di commentare.

Un ufficiale statunitense al corrente del programma ha detto che era l'esito di una proposta fatta nel dicembre del 2006 dalla Georgia agli Stati Uniti di inviare in Afghanistan reparti speciali georgiani che avrebbero affiancato le forze speciali americane.

Secondo questa persona, gli Stati Uniti dissero alla Georgia che l'offerta doveva passare attraverso la NATO, che la accolse ma informò la Georgia che le sue forze dovevano sottoporsi a un addestramento supplementare per soddisfare i criteri dell'alleanza.

Benché il programma non sia secretato, le circostanze che lo riguardano mancano di trasparenza, anche se secondo le fonti dell'esercito statunitense questa mancanza di trasparenza non era intesa a mantenere segreto il programma. Altri programmi di addestramento militare degli Stati Uniti in Georgia dispongono di siti internet e gallerie fotografiche".

Tra la documentazione di cui è in possesso il Financial Times c'è un'e-mail spedita dai reclutatori della MPRI. Secondo questa e-mail, che non nomina le operazioni NATO, gli ex-membri delle forze speciali USA avrebbero ricevuto 2.000 dollari alla settimana più i costi come addestatori.

Fonte: Financial Times

***

Come ben ricorda Sean's Russia Blog, la MPRI e l'American Systems non sono le prime corporazioni mercenarie a operare in quella regione: i mercenari americani erano arrivati in Georgia e nella regione del Mar Caspio già nel 2003.
Nel suo libro sulla Blackwater, Jeremy Scahill scrive che il governo americano aveva lanciato un programma chiamato "Caspian Guard" in Azerbaigian e in Kazakistan. Un progetto simile era stato creato in Georgia, e prevedeva l'investimento di 135 milioni di dollari per creare una rete di reparti speciali che proteggessero le attività di prospezione di gas e petrolio condotta dalle grandi corporazioni. Agli inizi del 2003 la Cubic, un contractor militare di Washington, ha ricevuto una commessa triennale da 15 milioni di dollari per armare e offrire consulenza al vacillante esercito dell'ex-repubblica sovietica, un modo per mascherare un movimento verso est che già allora faceva infuriare la Russia. All'epoca il pretesto era costituito dalla presunta presenza di 'terroristi ceceni', ma un ufficiale della sicurezza georgiana disse: "la Cubic migliorerà la protezione dell'oleodotto che trasporterà il petrolio del Caspio da Baku alla Turchia attraverso la Georgia. La Georgia ha già espresso la sua gratitudine acconsentendo all'invio di 500 soldati in Iraq".
La Blackwater, la madre di tutte le corporazioni mercenarie, era entrata nella regione del Caspio agli inizi del 2004, con lo scopo di formare una squadra di SEAL per l'Azerbaigian per difendere gli interessi petroliferi.
Conclude Sean's Russia Blog: "dati questi presupposti, è forse troppo suggerire o almeno interrogarsi sulla questione del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questa guerra? Dopo tutto, forse Putin non è affatto pazzo".
[L'autore è tra coloro che avevano giudicato le affermazioni di Putin alla CNN a metà tra un passo falso (prodotto da informazioni errate, teoria del complotto e vecchia paranoia russa di stampo sovietico) e un velato favore a McCain].

***

E visto che Google è sempre il migliore amico di una wannabe war nerd, eccovi questo articolo di giugno-luglio 2002 (c'era ancora Shevardnadze, la "rivoluzione delle rose" è del novembre 2003) in cui si diceva che "il presidente George Bush ha definito l'invio a maggio di circa 150 consulenti statunitensi in Georgia 'l'ultimo fronte della guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo'. Come i loro colleghi nelle Filippine, le forze speciali americane stanno insegnando ai soldati georgiani come meglio combattere gli estremisti musulmani nel loro paese".
Si trattava di un programma da 64 milioni di dollari per addestrare quattro battaglioni georgiani di rapido intervento (circa 1500 soldati) per operazioni anti-terrorismo e contro-insorgenza, in particolare nella Gola di Pankisi.
"Finché c'è al Qaeda ovunque, aiuteremo i paesi ospiti a sradicarli e assicurarli alla giustizia", già allora rimasticava Bush con il solito fiuto per la concordanza soggetto-predicato.
E già allora il Baltimora Sun (articolo del 2 marzo 2002 riportato da Johnson's Russia List, qui) osservava che "alla Georgia non importa niente di Pankisi - le importa dei separatisti dall'altra parte del paese. Ed è probabile che neanche a Washington importi qualcosa di Pankisi: gli interessi degli Stati Uniti nella Georgia cominciano e finiscono con l'oleodotto che porterà il petrolio del Caspio a ovest verso i paesi sviluppati".

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lunedì, settembre 01, 2008

La Russia resta una potenza del Mar Nero

[Il nostro diplomatico indiano preferito sulla portata militare del riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud, sugli spazi di manovra della Russia dopo il summit del Gruppo di Shanghai e sullo scacco subito dagli Stati Uniti e dalla NATO nel Mar Nero].

La Russia resta una potenza del Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Se la battaglia nel Caucaso era per il petrolio e per gli obiettivi della NATO in Asia Centrale, gli Stati Uniti questa settimana hanno subito un colossale scacco. Il Kazakistan, paese ricchissimo di risorse e importante protagonista centro-asiatico, ha deciso di schierarsi al fianco della Russia sul conflitto con la Georgia, e così il controllo di fatto della Russia sui due principali porti del Mar Nero si è consolidato.

In un incontro a Dušanbe, la capitale del Tagikistan, nell'ambito del summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), il presidente kazako Nurusultan Nazarbayev ha detto al presidente russo Dmitrij Medvedev che Mosca poteva contare sull'appoggio di Astana nell'attuale crisi.

Nella sua conferenza stampa a Dušanbe Medvedev ha sottolineato che le sue controparti della SCO, compresa la Cina, avevano mostrato comprensione nei confronti della posizione russa. Mosca sembra soddisfatta anche della dichiarazione diffusa dal summit SCO sugli sviluppi nel Caucaso, nella quale, tra le altre cose, si afferma: “I capi degli stati membri della SCO accolgono con favore la firma a Mosca dei sei principi per la risoluzione del conflitto in Ossezia del Sud e appoggiano il ruolo attivo di Mosca nell'assicurare la pace e la cooperazione nella regione”. La SCO comprende la Cina, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan.

Si è capito che qualcosa era nell'aria quando il 19 agosto il ministro degli Esteri kazako ha diffuso una dichiarazione che alludeva a un'ampia comprensione verso la posizione russa. La dichiarazione invocava una “valutazione obiettiva ed equilibrata” dei fatti e rilevava che era stato fatto un tentativo “di risolvere una complessa questione etno-territoriale con l'uso della forza”, il che aveva prodotto “gravi conseguenze”. Nella dichiarazione si affermava che Astana appoggiava “il modo in cui le autorità russe proponevano di risolvere la questione” in armonia con la carta delle Nazioni Unite, gli accordi di Helsinki del 1975 e il diritto internazionale.

La lunga dichiarazione mostrava una simpatia per la posizione russa ma offriva una articolata spiegazione per questa scelta.

Da allora il Kazakistan ha rotto gli indugi e ha appoggiato completamente la posizione russa.
È stato un punto di svolta per la diplomazia russa nello spazio post-sovietico. Ha detto Nazarbayev:

Sono sorpreso che l'Occidente abbia semplicemente ignorato il fatto che le forze armate georgiane hanno attaccato la pacifica città di Tskhinvali [nell'Ossezia del Sud]. Dunque questa è la mia interpretazione: penso che tutto sia cominciato con questo. E la Russia poteva scegliere o di stare zitta oppure di proteggere la sua gente. Penso che tutti i passi successivi intrapresi dalla Russia fossero intesi a fermare il massacro di civili in questa città martoriata. Naturalmente ci sono tanti profughi, tanti senzatetto.

Seguendo il nostro accordo bilaterale sull'amicizia e la cooperazione tra Kazakistan e Russia, abbiamo fornito aiuti umanitari: sono già state inviate 100 tonnellate. Continueremo a fornire aiuti insieme a voi.
Naturalmente ci sono state vittime tra i georgiani: la guerra è guerra. La risoluzione del conflitto con la Georgia è stata rimandata a un futuro imprecisato. Abbiamo sempre avuto buoni rapporti con la Georgia. Le compagnie del Kazakistan hanno fatto sostanziosi investimenti in quel paese. Naturalmente chi ha investito lì vuole stabilità. Le condizioni del piano che lei e [il presidente della Francia Nicolas] Sarkozy avete tracciato devono essere messe in pratica, ma alcuni hanno già cominciato a disattendere alcuni punti del piano.

Tuttavia penso che i negoziati continueranno e che ci sarà la pace: non c'è altra alternativa. Il Kazakistan dunque comprende tutte le misure che sono state prese, e le appoggia. Da parte nostra saremo pronti a fare il possibile per assicurare che tutti tornino a sedersi al tavolo dei negoziati.

Dal punto di vista di Mosca, le parole di Nazarbayev valgono tanto oro quanto pesano. Il Kazakistan è il più ricco produttore di energia dell'Asia Centrale e un peso massimo regionale. Confina con la Cina. Tutta la strategia regionale degli Stati Uniti nell'Asia Centrale mira a sostituire la Russia e la Cina come partner principali del Kazakistan. Le compagnie petrolifere americane si sono gettate sul Kazakistan subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991: tra quelle compagnie c'era anche la Chevron, con la quale aveva legami il segretario di stato americano Condoleezza Rice.

Non sorprende che il Kazakistan fosse una delle destinazioni preferite del vice presidente Dick Cheney e che il presidente George W. Bush abbia ricevuto fastosamente Nazarbayev alla Casa Bianca.

Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per coltivare Nazarbayev, sperando appassionatamente di poter persuadere in qualche modo il Kazakistan ad affidare il suo petrolio all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, la cui efficacia è altrimenti in dubbio. L'oleodotto è una componente cruciale del grande gioco degli Stati Uniti nel Caspio.

Gli Stati Uniti si erano impegnati strenuamente nella realizzazione del progetto dell'oleodotto, affrontando difficoltà apparentemente insormontabili. Di fatto Washington orchestrò la rivoluzione “colorata” in Georgia del novembre del 2003 (che catapultò Mikheil Saakashvili al potere a Tbilisi) proprio mentre veniva commissionato l'oleodotto. L'idea generale dietro il trambusto nel Caucaso meridionale era che gli Stati Uniti assumessero il controllo della Georgia, il cui territorio è attraversato dall'oleodotto.

Inoltre il Kazakistan confina per 7500 chilometri con la Russia (si tratta del confine terrestre tra due paesi più lungo del mondo). Sarebbe un incubo per la sicurezza russa se la NATO riuscisse a stabilire la propria presenza in Kazakistan. Ancora una volta la strategia degli Stati Uniti mirava al Kazakistan come preda ambita della NATO in Asia Centrale. Gli Stati Uniti intendevano puntare al Kazakistan dopo aver fatto entrare la Georgia nella NATO.

Questi sogni americani hanno subito uno scacco quando la dirigenza kazaka si è schierata con Mosca. Pare proprio che Mosca abbia messo nel sacco Washington.

La Bielorussia esprime supporto
Anche l'altro paese che confina con la Russia, la Bielorussia, ha espresso a Mosca il suo supporto. Il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha incontrato Medvedev a Soči il 19 agosto per comunicargli la sua solidarietà.

“La Russia ha agito con calma, saggiamente e molto bene. È stata una risposta pacata. Nella regione è stata ristabilita la pace, e durerà”, ha commentato.

Ma ancora più importante è il fatto che la Russia e la Bielorussia abbiano deciso di firmare un accordo, questo autunno, sulla creazione di un sistema unificato di difesa aerea. Ciò è enormemente vantaggioso per la Russia nel contesto della recente iniziativa degli Stati Uniti di posizionare elementi del loro sistema di difesa anti-missile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
Secondo le notizie diffuse dai media russi, la Bielorussia ha varie batterie di missili S-300 – il sistema avanzato della Russia – e sta attualmente negoziando per ricevere dalla Russia gli S-400, che saranno disponibili entro il 2010.

Adesso l'attenzione si sposta sull'incontro della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), in programma il 5 settembre a Mosca. La posizione della CSTO sulla crisi nel Caucaso sarà oggetto di attenta osservazione.

Pare che Mosca e il Kazakistan stiano collaborando strettamente al programma della CSTO, che è composta da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. La grande domanda è come si attrezzerà la CSTO per far fronte ai piani di espansione della NATO. La realtà geopolitica che si sta delineando è che con il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia Mosca ha praticamente messo sotto scacco la strategia degli Stati Uniti nella regione del Mar Nero, mandando all'aria il loro piano di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”. E anche i piani di espansione della NATO nel Caucaso hanno subito una battuta d'arresto.

Non molti analisti hanno compreso appieno la portata militare della decisione russa di riconoscere l'indipendenza delle repubbliche separatiste georgiane.

La Russia ha ora guadagnato il controllo di fatto di due importanti porti sul Mar Nero, Sukhumi e Poti. Anche se il regime di Viktor Yushchenko in Ucraina, appoggiato dagli Stati Uniti, crea ostacoli alla flotta russa a Sebastopoli – assai probabilmente Mosca liquiderà le tattiche di pressione ucraine – la flotta ha ora accesso ai porti alternativi sul Mar Nero. Poti, in particolare, possiede infrastrutture eccellenti che risalgono all'epoca sovietica.

La rapidità con cui la Russia ha assunto il controllo di Poti deve aver fatto diventare verdi di rabbia gli Stati Uniti, che si sono resi conto che il loro obiettivo di cancellare il ruolo storico della Russia come “potenza del Mar Nero” è diventato una vana speranza. Naturalmente, senza una flotta sul Mar Nero la Russia avrebbe cessato di essere una potenza navale nel Mediterraneo. Di conseguenza ne avrebbe anche sofferto il profilo della Russia in Medio Oriente. Gli americani avevano proprio un piano ambizioso per la Russia.

Tutto fa pensare che Mosca intenda affermare la presenza strategica della sua Flotta del Mar Nero. Sono cominciati i colloqui con la Siria per l'espansione di una base di manutenzione e assistenza navale nel porto siriano di Tartus. I mezzi di informazione mediorientali hanno recentemente suggerito nel contesto della visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Mosca che la Russia potrebbe contemplare l'ipotesi di spostare la sua Flotta del Mar Nero da Sebastopoli alla Siria. Ma è una lettura erronea, finché tutto ciò di cui ha bisogno la Russia è un centro di manutenzione e assistenza per le sue navi che operano nel Mediterraneo. Infatti, la quinta squadra navale della Marina sovietica, con base nel Mediterrano, aveva utilizzato il porto di Tartus proprio per questo.

La Cina mostra comprensione
Mosca andrà al summit della CSTO forte dell'appoggio della SCO, anche se quest'ultimo non è stato privo di riserve. Medvedev ha detto dell'incontro della SCO:

Naturalmente ho dovuto spiegare ai nostri partner quello che è realmente accaduto, giacché la versione data da alcuni mezzi di informazione occidentali sfortunatamente differiva dai fatti reali a proposito del vero aggressore, di chi ha dato inizio a tutto questo e di chi dovrebbe rispondere politicamente, moralmente e infine legalmente di cuò che è successo...

I nostri colleghi ci sono stati grati per queste informazioni e durante una serie di colloqui abbiamo concluso che simili accadimenti non rafforzano di certo l'ordine mondiale, e che chi ha scatenato l'aggressione dovrebbe rispondere delle sue conseguenze... Sono molto felice di avere potuto discutere di questo con i nostri colleghi e di avere ricevuto da loro questo genere di supporto per i nostri sforzi. Confidiamo che la posizione dei paesi membri della SCO abbia un'adeguata risonanza nella comunità della sicurezza internazionale, e spero che manderà un chiaro segnale a coloro che stanno cercando di giustificare l'aggressione commessa.

Per Mosca dev'essere stato un sollievo che la Cina abbia acconsentito ad allinearsi con una dichiarazione così positiva. Giovedì anche il Ministero degli Esteri russo sembra avere avuto il primo contatto con l'ambasciata cinese a Mosca sulla questione. È significativo che la dichiarazione del Ministero degli Esteri specificasse che l'incontro tra il vice primo ministro russo Aleksej Borodavkin e l'ambasciatore cinese Liu Guchang si sia svolto per iniziativa cinese.

La dichiarazione affermava: "La Cina è stata informata delle motivazioni legali e politiche della decisione russa e ha espresso comprensione per esse" (Corsivo dell'autore). È altamente improbabile che su un tema così sensibile Mosca possa avere unilateralmente arrischiato un'affermazione eccessiva senza un certo grado di tacito consenso preventivo da parte dei cinesi, com'è comune pratica diplomatica.

La notizia diffusa dall'agenzia di informazione ufficiale russa si spingeva un po' più in là sottolineando che “la Cina ha espresso la propria comprensione per la decisione della Russia di riconoscere le regioni separatiste della Georgia, l'Ossezia del Sud e l'Abkazia".

L'atteggiamento favorevole di Bielorussia, Kazakistan e Cina dà una notevole spinta alla posizione di Mosca. Di fatto, l'assicurazione che tre grandi paesi che circondano la Russia manterranno le relazioni amichevoli indipendentemente dalle minacce occidentali di scatenare una nuova guerra fredda fa un'enorme differenza per gli spazi di manovra di Mosca. Adesso ci possiamo aspettare in qualsiasi momento – forse durante il finesettimana – che la Bielorussia annunci il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia.

Chiaramente Mosca non è interessata a montare una campagna diplomatica per raccogliere il supporto della comunità mondiale a favore della sovranità e dell'indipendenza delle due province separatiste. Come ha scritto un commentatore russo, “Diversamente dei tempi del compagno Brežnev, adesso Mosca non sta cercando di fare pressioni perché altri paesi la sostengano sulla questione. Se lo facesse potrebbe trovare molti simpatizzanti, ma che importa?"

Serve agli scopi di Mosca solo nella misura in cui la comunità mondiale traccia un'analogia tra il Kosovo e le due province separatiste. Ma in ogni caso le due province hanno sempre dipeso dalla Russia per il sostegno economico.

Con l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia quello che importa a Mosca è che se l'Occidente adesso intende costruire un nuovo Muro di Berlino quel muro dovrà seguire un percorso a zig zag lungo la costa occidentale del Mar Nero, mentre la flotta russa resterà salda sulla costa orientale e potrà entrare e uscire dal Mar Nero a piacimento.

La Convenzione di Montreal assicura il libero passaggio delle navi da guerra russe attraverso lo Stretto del Bosforo. In queste circostanze i grandiosi progetti della NATO di occupare il Mar Nero trasformandolo in un lago privato sembrano ora remotissimi. I registi della NATO a Bruxelles e i loro protettori a Washington e a Londra devono esserci rimasti con un palmo di naso.

Orginale: Asia Times

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mercoledì, agosto 27, 2008

Alcune opinioni russe sulle conseguenze del riconoscimento

Expert Online fa una rassegna di opinioni di politici, esperti e diplomatici russi sul riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, sulle conseguenze sui rapporti con paesi lontani e vicini e sul futuro delle repubbliche appena riconosciute dalla Russia. Le riassumo:

Aleksej Ostrovskij, capo della commissione per i rapporti con la CSI della Duma: con la decisione presa da Medvedev non cambierà praticamente nulla, tutte le tensioni con i paesi europei e con l'America resteranno tali e quali almeno fino al 5 novembre, data delle elezoni negli Stati Uniti. Va ricordato che i partner occidentali sono interessati alla Russia più di quanto lo sia la Russia a loro. Dunque se ci dovrà essere una totale rottura della cooperazione con la NATO e con il WTO a perderci saranno soprattutto Unione Europea e Stati Uniti. Secondo Ostrovskij è giunto il momento in cui la Russia può difendere i suoi interessi nazionali senza guardare ai "cosiddetti partner". Ritiene inoltre che per i due nuovi stati il riconoscimento arriverà non solo dai paesi che sono in buoni rapporti con la Russia (Bielorussia, Moldavia, Venezuela, Cuba) ma anche da molti altri stati. Questo, però, dopo il 5 novembre.

Alekrandr Rahr, direttore del programma Russia/Eurasia del consiglio tedesco per la politica estera: a Occidente non ci si aspettava il riconoscimento dell'indipendenza. A Occidente si vede ancora la Russia con gli occhi degli anni Novanta, e si pensava che non avrebbe oltrepassato la "linea rossa". Dunque l'Occidente interpreterà questa decisione della Federazione Russa come un tentativo di ristabilire un impero. Per questo la reazione della NATO sarà particolarmente dura. Secondo Rahr la NATO adotterà la posizione degli Stati baltici e della Polonia, che ha sempre gridato istericamente al neoimperialismo russo. Il pericolo è che l'America e le altre potenze occidentali facciano di tutto per isolare la Russia. Per esempio minacceranno di sanzioni tutti i paesi che intendono appoggiare l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. L'Occidente userà tutti questi ricatti.
Se la NATO dovesse fare troppe pressioni la Russia potrebbe rispondere: oggi le sue potenzialità sono ben diverse da quelle di dieci anni fa. Mosca potebber ricordare all'Occidente che su alcuni problemi mondiali - come la Corea del Nord e l'Iran - c'è bisogno anche della sua collaborazione. Rahr ritiene che non ci sarà un conflitto, anche se la situazione è tesa.
La Russia ricorrerà ora all'appoggio dei paesi islamici, giocando la carta anti-israeliana (Saakashvili ha detto che il suo ministro della difesa è cittadino israeliano, Israele ha fornito armi alla Georgia). Per quanto riguarda le reazioni dei paesi Occidentali, senza ulteriori provocazioni la situazione potrebbe calmarsi. A questo proposito Rahr cita l'esempio della Repubblica di Cipro del Nord: la Turchia ha riconosciuto la sua indipendenza e non per questo è stata cacciata dalla NATO. Anzi, entrerà nell'Unione Europea.
Per quanto concerne le prospettive di sviluppo tra Federazione Russa e Georgia, Rahr dubita che Saakashvili tenterà di riprendersi con la forza l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Però i rapporti continueranno a essere pessimi.

Aleksej Makarin, vice direttore del Centro di tecnologie politiche: quello che bisogna aspettarsi ora è l'ammissione di Ucraina e Georgia nel Membership Action Plan, il piano di pre-adesione alla NATO, al summit di dicembre. Poi possiamo prevedere tempi più brevi per l'ingresso vero e proprio: non 5-10 anni come si pensava prima ma molti di meno, soprattutto perché adesso i paesi che si erano dimostrati più moderati si stanno compattando con gli altri in uno sforzo dissuasivo nei confronti della Russia. In Georgia l'ingresso nel MAP sarà accolto con entusiasmo perché il filo-americanismo è sempre stato forte. In Ucraina potrebbe svolgersi un referendum ma anche lì ci si può attendere un consenso.
Gli altri paesi della CSI saranno cauti, sia nel riconoscimento dell'indipendenza sia nei confronti della Russia. Perfino la Bielorussia, prima di firmare il riconoscimento, potrebbe imporre delle condizioni come il congelamento dei prezzi del gas.
Un atteggiamento massimamente pragmatico caratterizzerà anche i paesi dell'America Latina.
Con gli Stati Uniti ci sarà un forte raffreddamento delle relazioni: una vera guerra no, ma una guerra fredda sarà inevitabile. Se la Russia non verrà espulsa dal G8 sarà progressivamente emarginata. A peggiorare le cose interverrà il summit della NATO di dicembre.

Konstantin Sivkov, primo vice presidente dell'Accademia dei problemi geopolitici: probabilmente presto avverrà una spaccatura in seno alla NATO. La vecchia Europa è legata più strettamente degli Stati Uniti alla Russia.
Se la Federazione Russa rompe i rapporti con la NATO il contingente NATO in Afghanistan avrà gravi problemi di rifornimento, tenuto conto che si sta prospettando una situazione difficile anche nel Pakistan post-Musharraf. La NATO può continuare a premere ai confini della Russia e la Russia di conseguenza dovrà rispondere. Ma con le forze armate attuali non può farlo: è necessaria una trasformazione economica interna, una nazionalizzazione nel campo delle materie prime e delle infrastrutture, e bisogna impedire che i proventi della vendita delle materie prime finiscano all'estero sui conti degli oligarchi.
Per quanto riguarda la Georgia, Sivkov prevede un'ondata di isteria e di dichiarazioni politico-diplomatiche da parte di Tbilisi, forse una rottura dei rapporti diplomatici. Ci sarà una seduta d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
I georgiani, secondo Sivkov, sanno benissimo chi ha perso la guerra; molti a Tbilisi cominceranno a pensare che sia stato lo stesso Saakashvili a spingere la Russia al riconoscimento.

Nikita Belych, capo del partito "Unione delle forze di destra": il riconoscimento non porterà niente di buono alla Russia. I due nuovi stati verranno probabilmente riconosciuti subito da Cuba e Venezuela e anche dalla Bielorussia. Però la Russia può mettersi il cuore in pace non solo sull'ingresso nella WTO ma anche sulla permanenza nel G8. Il rischio è quello di sanzioni anche socio-economiche. Bisogna poi aspettarsi che la Georgia (con l'Ucraina) entri nella NATO in tempi molto brevi.

Vladimir Stupišin, diplomatico, ex ambasciatore in Armenia (1992-94): nel rapporto Russia-NATO pesa il corridoio di rifornimento per il contingente in Afghanistan. La NATO ha avvicinato le proprie infrastrutture ai confini russi, ma è improbabile che riesca a posizionale elementi del sistema anti-missile in Turchia.
Non si prevede il rischio di sanzioni economiche: i paesi europei non possono fare a meno del gas e del petrolio russi. Altri commerci importanti non ce ne sono, e gli europei continueranno a comprare e vendere quello che già comprano e vendono. E adesso alla Russia non conviene nemmeno entrare nella WTO.
Per quanto riguarda la Georgia, Saakashvili è imprevedibile, può rompere le relazioni diplomatiche. Ma non gli conviene riprendere le armi, anche se da lui ci si può aspettare di tutto.

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Dall'intervista di Medvedev a TF1

[Lungo estratto dall'intervista a Medvedev di TF1 (ne ha rilasciate altre a BBC, CNN, Russia Today e Al Jazeera, traduco questa perché è la più sintetica e la Francia ha avuto un ruolo di "mediazione", per quanto poco chiaro; inoltre qui Medvedev lancia i soliti segnali agli europei)].

DOMANDA: Sei mesi fa l'America, la Francia e altri paesi europei hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Allora Vladimir Putin, vostro attuale primo ministro, disse che era un boomerang che "avrebbe potuto tornare indietro e colpirli in piena fronte". Che ne pensa, l'Abkhazia è quel boomerang?

D. MEDVEDEV: Se anche lo è, sarebbe meglio non fosse tornato indietro, ma ormai è successo, dobbiamo tutti convivere con questa realtà.

DOMANDA: Adesso sulla scena internazionale ci sono la guerra con la Georgia, le tensioni con la NATO e relazioni instabili con alcuni paesi europei. Come vede il futuro? È una frattura nel partenariato strategico con i paesi europei, con tutto il mondo e, forse, una nuova "guerra fredda"?

D. MEDVEDEV: Non vorrei nessuna "guerra fredda". Ha portato solo problemi all'umanità. Per questo faremo tutto ciò che dipende da noi. In questa situazione la palla passa agli europei: se vogliono un raffreddamento dei rapporti ovviamente lo otterrano. Ma se vogliono conservare le relazioni strategiche - e questo a mio parere è assolutamente negli interessi della Russia e dell'Europa – andrà tutto bene.

DOMANDA: Ma gli europei la vedono così: in Ossezia del Sud parlano russo, spendono rubli russi e molti cittadini hanno il passaporto russo. Questo non è riconoscere l'indipendenza di un altro paese, questo significa disintegrazione e discordia con la Georgia e forse in futuro assorbimento nella Federazione Russa. È un ritorno della Russia ai modi imperiali, un ritorno all'impero?

D. MEDVEDEV: Gli imperi normalmente non ritornano, e rimpiangere il passato imperiale è un gravissimo errore. Nello stesso tempo è naturale che non possiamo non pensare a quei cittadini che possiedono il passaporto russo e che vivono nelle regioni limitrofe. E tutte le decisioni che abbiamo preso erano volte a ottenere un solo risultato: che potessero vivere umanamente, che potessero realizzare quel diritto che spetta loro secondo la Carta delle Nazioni Unite. Non sono riusciti a convivere con la Georgia. Un tempo anche lo stato russo era composto separatamente da osseti, abkhazi e georgiani. Ma non sono riusciti ad andare d'accordo, e la colpa di ciò è tutta della Georgia.

DOMANDA: Signor presidente, due settimane fa ha concordato con il signor Sarkozy che avreste ritirato le truppe dalla Georgia. Tuttavia a oggi sono ancora presenti soldati russi e si trova sotto il vostro controllo il porto che rappresenta il cuore economico del paese. Questo non corrisponde all'accordo che avete sottoscritto. Perché non rispettate le sue condizioni?

D. MEDVEDEV: Le rispettiamo al 100% e infatti i soldati russi non ci sono più, come avevamo detto nell'ultimo colloquio con il presidente Sarkozy. I soldati russi si trovano solo nella zona di sicurezza che è stata concordata nei sei punti dell'accordo. Per quanto riguarda il porto georgiano di Poti, non lo controlliamo né lo blocchiamo: sono sciocchezze.

DOMANDA: Ma il porto non figura nell'accordo?

D. MEDVEDEV: Ma noi non controlliamo il porto di Poti. Nel porto di Poti si scaricano merci, arrivano i cacciatopediniere americani, portano armi ai georgiani, è tutto a posto: fanno ciò che vogliono. Se ho capito bene, poche ore fa nel porto di Poti è arrivato il cacciatorpediniere McFaul. Il porto è vivo e vegeto.

DOMANDA: Pensa che dopo questa guerra la Georgia avrà diritto solo a una sovranità limitata?

D. MEDVEDEV: Penso che la Georgia debba essere uno stato normale, a pieno diritto. Per quanto riguarda la sua sovranità, ovviamente è una questione complessa determinata dalle sue relazioni con i paesi vicini. Ma naturalmente dopo quanto è accaduto la situazione è mutata, e per la Georgia in questo senso i tempi stanno cambiato. La Georgia, io credo, dovrebbe trarre delle conclusioni precise da quello che è successo: è una buona lezione su come costruire le relazioni con i paesi vicini e con i popoli che facevano parte della Georgia.

DOMANDA: Cosa intende dire, esattamente?

D. MEDVEDEV: Solo ciò che ho detto.

DOMANDA: Signor presidente, avete vinto la guerra con la Georgia e ci siete riusciti con relativa facilità, ma ogni medaglia ha due facce. Con questa mossa avete spaventato tutti i paesi vicini: per esempio la Polonia ha firmato l'accordo con gli Stati Uniti sullo scudo antimissile, l'Ucraina vuole entrare nella NATO, la Germania appoggia le operazioni militari in Georgia. Vi è costato caro, non pensa? E non dimentichi il crollo della borsa di Mosca.

D. MEDVEDEV: Comincio dall'ultima cosa. Certo, l'economia è una componente molto importante, ma il problema del mercato azionario non deriva solo dalle azioni militari ma anche dalle crisi del mercato globale, anche e soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Per questo è meglio che lì si impegnino nel miglioramento del clima economico. Per quanto riguarda i nostri amici che si preoccupano, alcuni si sono preoccupati già molto tempo fa, e questo non ha niente a che fare con il conflitto, io credo che si tratti semplicemente di fantasmi storici.

Per quanto riguarda la situazione penso che si calmerà e spero che i nostri partner europei sappiano distinguere, come si suol dire, la pula dal grano, e che riusciamo a costruire rapporti normali e produttivi. E in questa medaglia non esistono due facce.

Fonte: Kremlin.ru (RUS)

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Link/Punto di non ritorno

[Dato l'affollarsi di eventi torniamo a tradurre e sintetizzare opinioni e commenti, occasionalmente riportando per intero gli articoli che ci sembrano più importanti o rappresentativi. Per comodità di lettura faremo post più brevi, ciascuno dedicato a uno o pochi link.
Cominciamo citando ampi estratti di un post di Eugene Ivanov che sintetizza bene alcuni punti fondamentali e tenta alcune risposte:]


Punto di non ritorno
, Ivanov Report.
"Il conflitto militare e politico nel Caucaso ha raggiunto un punto di non ritorno: Medvedev ha firmato i due decreti che riconoscono l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia.
Va ancora compreso appieno il significato di questo evento. È tuttavia già chiaro che la mossa russa è un punto di non ritorno nelle relazioni con i paesi vicini, l'Occidente e il resto del mondo.
[...]

Non è del tutto chiaro se la firma dei decreti sia stata la prima scelta di Medvedev. Molti esperti concordano sul fatto che il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, per quanto alla lunga inevitabile, non sarebbe dovuto giungere così presto: poteva servire come contropartita nei negoziati con l'Occidente.

Tuttavia non c'è dubbio che politicamente parlando Medvedev non avesse scelta. L'alternativa sarebbe stata l'isolamento interno, al quale la sua giovane presidenza non sarebbe sopravvissuta.

Sembrano esserci almeno due ragioni fondamentali per il tempestivo riconoscimento. Innanzitutto lo status indipendente delle due repubbliche - seguito da inevitabili trattati bilaterali con la Russia - permetterebbe quest'ultima di tenere lì le proprie truppe (cosa che vogliono sia russi che osseti e abkhazi e che una svolta imprevedibile degli eventi non garantirebbe).
In secondo luogo il costo della ricostruzione, dopo le distruzioni causate dall'esercito georgiano in Ossezia del Sud, ammonterebbe a 1 miliardo di dollari. Se i paesi europei stanno esprimendo la loro disponibilità a contribuire alla ricostruzione della Georgia, è implicitamente inteso che all'Ossezia del Sud penserà soltanto la Russia. Non sorprende che la Russia non intenda spendere quel denaro senza essere sicura che i frutti della sua generosità non finiranno prima o poi nelle mani dei georgiani.

La decisione di Medvedev è un intenzionale schiaffo all'amministrazione Bush: e non sorprende del tutto, dato il scarso entusiasmo di Medvedev per le relazioni con il presidente americano uscente. E la sua valutazione che i rapporti con il successore di Bush andranno comunque costruiti partendo da zero non è infondata.

Il futuro delle relazioni della Russia con l'Europa però è un'altra questione. Le reazioni iniziali delle capitali europee sono state prevedibilmente dure e la Russia ha ovviamente molto da perdere guastando i rapporti con i suoi importanti partner commerciali.
È però concepibile che quando si placherà la prima ondata di indignazione i leader europei riconosceranno che nella risoluzione del conflitto la Russia ha fatto tutto il lavoro pesante.
Non serve più discutere quale interpretazione del piano Sarkozy-Medvedev in sei punti sia quella corretta; quel piano è morto e defunto. Non c'è più motivo di considerare seriamente se la Georgia sia pronta a entrare nella NATO; con la sua integrità territoriale a pezzi l'ingresso nella NATO è ormai una barzelletta. Non serve più bisticciare per decidere quale paese europeo manderà peacekeeper in Ossezia del Sud e Abkhazia, e quanti uomini serviranno; ci penseranno le truppe russe.

Ah, sì, e poi c'è un accordo Russia-NATO sul corridoio di rifornimento per il contingente NATO in Afghanistan. L'accordo è ancora in piedi. Per ora.
Il Cremlino ci sta contando?"

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sabato, agosto 23, 2008

Russia, NATO e meccanismi di pressione

Meccanismo di pressione

di Evgenija Novikova, corrispondente speciale di Expert Online

La Russia sospende la cooperazione militare con la NATO ma di certo manterrà i contatti militari bilaterali con i paesi della vecchia Europa, secondo Anatolij Cyganok, direttore del Centro Previsioni Militari. In un'intervista a Ekspert Online sostiene che la questione del transito sul territorio russo di merci della NATO dirette in Afghanistan è stata lasciata aperta da Mosca appositamente per conservare uno strumento di pressione sull'alleanza.

- Anatolij Dmitrevič, la Russia ha comunicato la sospensione della cooperazione militare con la NATO. Cosa significa?

- Significa che sospendiamo le esercitazioni “Active endeavour” nel Mediterraneo. Forse la Federazione Russa non coopererà con la Turchia nell'operazione “Blackseafor” nel Mar Nero, un'esercitazione cui prendono parte i paesi che si affacciano sul Mar Nero: la Georgia, l'Ucraina, la Turchia, la Burgaria, la Romania e la Russia. E poi sono sospese anche molte simulazioni militari, cioè tutte quelle esercitazioni che non si svolgono sul territorio ma sulla carta. La Russia potrebbe congelare la cooperazione con l'alleanza anche in Afghanistan. Ma pur interrompendo i contatti militari con la NATO nel suo complesso, Mosca non interromperà quelli con la vecchia Europa: Francia, Italia, Germania.

- Nell'ambito di quali progetti è possibile una simile cooperazione bilaterale?

- Abbiamo molti progetti di questo tipo. Per esempio con la Francia collaboriamo sul problema della difesa spaziale. Con la Germania e la Francia sul salvataggio in mare e nell'Oceano Pacifico.

- E per quanto riguarda il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan?

- Noi abbiamo interesse che la NATO combatta contro i talebani. I nostri uomini in Tagikistan non risolvono tutti i problemi. Riescono solo ad arginare il narcotraffico. Dunque abbiamo interesse che la NATO regoli i conti con i talebani, anche se per ora non riesce ad avere la meglio sulle loro minacce. Se è per questo, non ci riescono neanche in Iraq, né in Kosovo con i narcotrafficanti.

Sarebbe tuttavia preferibile rifiutare anche il transito dei rifornimenti verso l'Afghanistan.

- Ma perché nella notifica inviata dal ministero della Federazione Russa alla NATO non si fa menzione della cooperazione sull'Afghanistan? Ci conviene lasciare “sospesa” quella questione? Oggi la Russia ritira le truppe, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha accettato la variante russa della risoluzione. Forse abbiamo bisogno di meccanismi di pressione sulla NATO?

- Noi sospendiamo la situazione. Penso che il principio della pressione verrà mantenuto, ma che la Russia cercherà di salvare il transito verso l'Afghanistan. Il fatto è che non ci è vantaggioso “lasciare scoperti” i paesi della vecchia Europa. Il nord dell'Afghanistan è controllato dalle truppe di questi paesi: Germania, Francia, Benelux. Il sud è invece controllato dai paesi anglosassoni. Gli Stati Uniti hanno già lasciato abbastanza “scoperti” gli europei decidendo di posizionare gli elementi dello scudo di difesa anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca.

Due anni fa la Russia ha permesso il transito delle forniture sulla rotta fluviale interna che collega il Baltico con il Caspio. Un anno e mezzo fa ha consentito il transito su rotaia di merci militari [ci si riferisce qui ad accordi bilaterali, N.d.T.]. Si tratta del 65−70% delle forniture militari, pezzi di ricambio, farmaci per i soldati della coalizione in Afghanistan.

Originale: Expert.ru

Articolo pubblicato il 22 agosto 2008

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venerdì, agosto 22, 2008

Perché semplicemente non abolire la NATO?

Perché semplicemente non abolire la NATO?

di Rodrigue Tremblay


[L'obiettivo della NATO è] “tenere i russi fuori, gli americani dentro, i tedeschi sotto”.
Lord Ismay, primo segretario generale della NATO


Dovremmo immediatamente convocare una seduta del Consiglio Nord Atlantico per accertare la sicurezza della Georgia e rivedere le misure che la NATO può prendere per stabilizzare questa situazione pericolosissima”.
Sen. John McCain (8 agosto 2008)

Se avessimo lavorato in maniera preventiva con la Russia, con la Georgia, facendo sì che la NATO avesse il genere di abilità, presenza e impegno adatti, forse saremmo riusciti a evitare tutto questo [l'invasione dell'Ossezia del Sud e la successiva reazione russa].
Tom Daschle, ex leader di maggioranza al senato e consigliere del senatore Barack Obama (17 agosto 2008)

Tra tutti i nemici delle libertà pubbliche la guerra è forse il più temibile perché comprende e sviluppa i germi di tutti gli altri”.
James Madison (1751-1836), quarto presidente americano

L'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) è una reliquia della Guerra Fredda. Fu costituita il 4 aprile del 1949 come alleanza difensiva dei paesi dell'Europa Occidentale con il Canada e gli Stati Uniti per proteggere quei paesi dagli sconfinamenti dell'Unione Sovietica.

Dal 1991, però, l'impero sovietico con esiste più e la Russia ha cooperato economicamente con i paesi dell'Europa Occidentale fornendo loro gas, petrolio e tutti i tipi di materie prime. Ciò ha accresciuto l'interdipendenza economica europea e ha dunque ridotto la necessità di una simile alleanza militare difensiva al di sopra e al di là dei sistemi militari di auto-difesa dei singoli paesi europei.

Ma il governo degli Stati Uniti non la vede così. Preferirebbe conservare il proprio ruolo di sussiegoso protettore dell'Europa e di unica superpotenza del mondo. In questo senso la NATO è uno strumento che si adatta bene allo scopo. Ma forse il mondo dovrebbe preoccuparsi di chi se ne va in giro per il pianeta con una tanica di petrolio in una mano e una scatola di fiammiferi nell'altra, fingendo di vendere assicurazioni contro gli incendi.

Ora come ora, è un dato di fatto che il governo e la nomenklatura degli affari esteri degli Stati Uniti vedono la NATO come un importante strumento di intervento della politica estera americana nel mondo. Dato che di fatto molti politici americani non appoggiano più le Nazioni Unite come organo internazionale supremo dedicato al mantenimento della pace nel mondo, una NATO controllata dagli Stati Uniti è ai loro occhi un sostituto più attraente dell'ONU per fornire una copertura legale alle offensive militari altrimenti illegali da loro intraprese in tutto il mondo. Preferiscono controllare completamente un'organizzazione come la NATO, anche se è diventata un'istituzione ridondante, piuttosto che dover scendere a compromessi alle Nazioni Unite, dove gli Stati Uniti dispongono comunque di uno dei cinque veti al Consiglio di Sicurezza.

È questa la ferrea logica che sta dietro ai propositi di riorganizzazione, riorientamento e allargamento della NATO per trasformarla in uno strumento flessibile della politica estera americana. Ed è un'altra dimostrazione del fatto che le istituzioni ridondanti vivono di vita propria. E infatti quando lo scopo per il quale sono state inizialmente create non esiste più si inventano nuovi scopi per farle andare avanti.

Per quanto riguarda la NATO, il piano è quello di ingrandirla e trasformarla in un'alleanza politico-militare imperiale e offensiva contro il resto del mondo dominata dagli Stati Uniti. Secondo questo piano, la NATO si espanderebbe nell'Europa centro-orientale a includere non solo gli ex-membri del Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Romania, Albania e Ungheria) e molte delle ex-repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania, Lettonia, Georgia e Ucraina), ma anche in Asia a includere il Giappone, l'Australia, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud e forse anche in Medio Oriente per ammettere Israele. Oggi la NATO, che all'inizio contava 12 membri, è passata a 26 membri. In futuro, se gli Stati Uniti raggiungeranno il loro obiettivo, potrebbe arrivare a 40 membri.

Negli Stati Uniti sia i Repubblicani che i Democratici vedono la trasformazione della vecchia NATO in questa nuova alleanza militare offensiva come una buona idea (neocon) per promuovere nel mondo gli interessi americani e quelli dei loro stretti alleati come Israele. È un'idea promossa attivamente non solo dall'amministrazione neocon Bush-Cheney, ma anche dai consiglieri neo-conservatori di entrambi i candidati alle presidenziali americane del 2008, John McCain e il senatore Barack Obama. Infatti entrambi i candidati sostengono con entusiasmo l'interventismo militare, e questo essenzialmente perché i loro consiglieri vengono dallo stesso ambiente neo-conservatore.

Per esempio, la precipitazione con cui i Bush-Cheney hanno imprudentemente promesso l'ingresso nella NATO all'ex-repubblica sovietica della Georgia e le hanno fornito appoggio e rifornimenti militari è un buon esempio di come viene vista la NATO a Washington da entrambi i maggiori partiti politici americani. Da una parte, il candidato presidenziale repubblicano John McCain progetta un nuovo ordine mondiale costruito attorno a una “Lega delle Democrazie” di ispirazione neo-conservatrice che sostituirebbe di fatto le Nazioni Unite e attraverso la quale gli Stati Uniti dominerebbero il mondo. Dall'altra, la posizione del senatore Barack Obama non è poi così diversa dalle proposte del senatore McCain in fatto di politica estera. Infatti il senatore Obama promuove l'impiego della forza militare degli Stati Uniti e degli interventi militari multilaterali nelle crisi regionali a “scopi umanitari”, anche se significa aggirare le Nazioni Unite. Dunque, se mai dovesse andare al potere, possiamo tranquillamente scommettere che il senatore Obama non avrebbe alcuno scrupolo ad adottare la visione del mondo del senatore McCain. Per esempio, entrambi i candidati probabilmente appoggerebbero l'eliminazione della clausola “no first strike” dalla convenzione della NATO. Si può stare certi che con l'uno o l'altro alla Casa Bianca il mondo sarebbe meno basato sul diritto e meno sicuro, e certo non migliore di come è stato sotto la sfrenata amministrazione Bush-Cheney.

È tuttavia difficile capire come questo nuovo ruolo offensivo della NATO possa essere negli interessi dei paesi europei o del Canada. L'Europa Occidentale in particolare ha tutto da temere da un ritorno alla Guerra Fredda con la Russia e forse con la Cina. La trasformazione della NATO da organizzazione militare difensiva nord-atlantica a organizzazione militare offensiva guidata dagli Stati Uniti avrà profonde conseguenze geopolitiche internazionali in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa. L'Europa ha una forte attrazione economica per la Russia. Dunque perché imbarcarsi nella politica aggressiva dell'amministrazione Bush-Cheney, basata sull'accerchiamento militare della Russia attraverso l'espansione della NATO fino ai confini russi e l'installazione di uno scudo anti-missile proprio lì accanto? Non sarebbe meglio per l'Europa sviluppare relazioni politiche ed economiche armoniose con la Russia? Perché preparare la prossima guerra?

Per quanto riguarda il Canada, sotto il governo minoritario del neocon Harper il paese è diventato di fatto una colonia americana in materia di politica estera, e questo senza che si sia svolto alcun dibattito o referendum. L'ultima cosa di cui il Canada ha bisogno è proseguire su quella strada minata.

In conclusione, parrebbe che l'idea umanistica che vede la pace, il libero scambio e il diritto internazionale alle basi dell'ordine mondiale venga messa da parte a favore di un ritorno alla grande politica della forza e alla diplomazia delle cannoniere. Così si torna indietro di cent'anni.

È una vergogna.

Originale: http://www.thenewamericanempire.com/tremblay=1093

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, agosto 21, 2008

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Dall'intervista a Gerhard Schröder di Spiegel Online, nella quale si parla di Russia, America, NATO, ruolo dell'Europa, errori di percezione dell'Occidente e mondo multipolare:

"Non c'è un solo problema critico nella politica mondiale o nell'economia globale che possa essere risolto senza la Russia: né il conflitto nucleare con l'Iran, né la questione della Corea del Nord né di certo la pace in Medio Oriente. Anche i problemi legati ai cambiamenti climatici possono solo essere affrontati tutti insieme. A proposito, Mosca ha ratificato il Protocollo di Kyoto per combattere il surriscaldamento globale, mentre stiamo ancora aspettando che lo faccia anche Washington. E per quanto riguarda la politica energetica, solo i sognatori possono pensare che l'Europa Occidentale possa rendersi indipendente dal petrolio e dal gas naturale della Russia. E dall'altro lato i russi hanno bisogno di acquirenti affidabili per le loro risorse energetiche".

[...]

SPIEGEL: Il candidato presidenziale repubblicano, John McCain, ha detto: 'Oggi siamo tutti georgiani'.

Schröder: Io no.

Link (ING)

***

Andrej Cygankov, Professore di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche, approfondice su Russia Profile la questione delle responsabilità nel conflitto caucasico della lobby anti-russa americana: diversamente dall'amministrazione Bush, i gruppi anti-russi non fingono neanche di considerare la Russia un partner in materia di sicurezza, e presentano il comportamento della Russia come incompatibile con i valori e gli interessi americani. Questi gruppi sono fautori dell'allargamento della NATO come mezzo cruciale per controllare la regione eurasiatica con le sue enormi risorse e la sua potenziale minaccia al dominio americano. I lobbisti anti-russi e i politici simpatizzanti, come Dick Cheney e John McCain, hanno sempre visto la NATO come uno strumento per contenere la Russia.
La lobby anti-russa ha lavorato direttamente con potenziali nuovi membri NATO in Europa Orientale fornendo loro garanzie di sicurezza contro la Russia in cambio del loro sostegno politico totale alla politica estera americana.

Cygankov fa un esempio illuminante, l'invasione dell'Iraq:

"Membri della lobby come Bruce Jackson hanno fatto pressioni su paesi dell'Europa Orientale perché appoggiassero la politica statunitense in Iraq. Ex-ufficiale dei servizi segreti militari che aveva lavorato con Richard Pearle, Paul Wolfowitz e Dick Cheney nelle amministrazioni Reagan e George Bush padre, Jackson era anche vice presidente della maggiore industria militare del mondo, la Lockheed Martin. Sotto l'amministrazione di Bush figlio è emerso come presidente sia del Project on Transitional Democracies (Progetto per le Democrazie in Transizione) che per l'US Committee on NATO. Impegnato attivamente nella promozione dell'allargamento della NATO prima dell'invasione dell'Iraq, Jackson mobilitò i cosiddetti Dieci di Vilnius (Albania, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) per contrastare la posizione della Francia nel febbraio del 2003. Ha convinto i governi dei Dieci di Vilnius a firmare la dichiarazione di supporto della guerra in Iraq - spesso andando contro la loro opinione pubblica interna - in cambio del'approvazione da parte del Senato statunitense del loro ingresso nella NATO. Subito dopo la guerra Jackson riprese a decantare le virtù dell'ammissione di Georgia e Ucraina nell'alleanza, in questo appoggiato dai governi dell'Europa Orientale.

Ed era proprio un bel dare e avere: la piccola Georgia mandò il terzo contingente più grosso in Iraq e pagò lobbisti anti-russi a Washington. In cambio Jackson e altri fecero pressioni per fare entrare la Georgia nella NATO. Per esempio, negli ultimi anni il consigliere del senatore John McCain Randy Scheunemann e il suo socio Mike Mitchell sono stati pagati più di 2 milioni di dollari da Georgia, Lettonia, Romania e Macedonia perché perorassero il loro ingresso nella NATO.

Verso l'ottobre del 2004 Saakashvili respinse l'offerta della Russia di un trattato di buon vicinato e decise di risolvere le dispute territoriali contando sull'appoggio politico degli Stati Uniti. Nell'ultimo decennio Washington ha fornito a Tbilisi aiuti per 1,2 miliardi di dollari e ha mandato i suoi consiglieri militari in Georgia con il compito ufficiale di addestrare ed equipaggiare le truppe georgiane perché sradicassero il terrorismo nella Gola di Pankisi. All'inizio del 2005 il senatore John McCain e la senatrice Hillary Clinton 'premiarono' Saakashvili per la sua scelta strategica suggerendo la sua candidatura con Viktor Yushchenko al Premio Nobel per la Pace per 'aver guidato movimenti per la libertà nei rispettivi paesi' e 'aver guadagnato l'appoggio popolare ai valori universali di democrazia, libertà individuale e diritti civili'. Così incoraggiato, Saakashvili divenne ancor più anti-russo".

Il link è qui, ma l'articolo diventa accessibile solo agli utenti registrati dopo un paio di giorni.

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"Germania: la scelta di Merkel e il futuro dell'Europa": l'articolo è di Stratfor, ma accessibile solo a utenti registrati; viene tuttavia riportato per intero qui.
Sintesi approfondita (perché è un articolo importante):

Mentre tutti i paesi stanno ripensando le proprie posizioni e i propri legami con la Russia in ripresa e gli Stati Uniti in difficoltà, la Germania (per storia, posizione geografica e rapporti con Mosca) si trova alle prese con il dilemma più grande: Berlino deve decidere se vuole continuare ad agire come uno stato occupato costretto a contare sulla NATO come garanzia di sicurezza, o agire da sola e stringere un patto di sicurezza con Mosca. In passato, quando non erano in guerra, Germania e Russia hanno cooperato: il che geopoliticamente ha senso ma terrorizza il resto d'Europa.
L'8 agosto il mondo è cambiato: la Russia ha dimostrato la propria forza e l'Occidente non è intervenuto al fianco di Tbilisi. I vari paesi hanno reagito o rafforzando i loro legami con Mosca (come Armenia e Bielorussia) o guardando a Washington come garanzia di sicurezza (come la Polonia).
La Germania però è un caso particolare. La Germania durante la Guerra Fredda era divisa tra la NATO e il Patto di Varsavia: sconfitta, divisa e occupata, non ebbe la possibilità di esprimere una politica militare o estera indipendente né significativa. Nel decennio successivo alla riunificazione la Germania è tornata a essere uno stato normale con il diritto ad avere voce in capitolo.
La Germania di oggi ricorda da vicino quella del periodo precedente la seconda guerra mondiale; è economicamente e politicamente forte, unita e libera, il che significa che può decidere dove schierarsi. Questa Germania che si sta svegliando è una delle tre grandi potenze oggi rimaste in Europa (le altre due sono la Francia e il Regno Unito) e desidera riguadagnare il suo ruolo di leader naturale dell'Europa, che ritiene competerle per demografia, posizione geografica ed economia.
Dunque tra le maggiori potenze europee la Germania è quella che ha di fronte la scelta più difficile. È membro della NATO, ma non ha mai davvero preso la decisione di entrarvi: solo una metà della Germania faceva parte dell'alleanza durante la Guerra Fredda (per decisione statunitense); dopo la riunificazione la Germania dell'Est è entrata nella NATO quando la Russia era debole e disastrata. Non aveva altra scelta. Ma adesso la Russia è nuovamente forte. Così la Germania deve ripensare le sue alleanze: la fedeltà a Washington e alla NATO la terrebbe legata a un passato di occupazione, un patto con la Russia provocherebbe una frattura nella NATO.
Berlino non deve decidere adesso, ma deve cominciare a valutare opzioni e conseguenze.
A Mosca gira voce che il Cremlino e Berlino ne stiano già parlando. Il 15 agosto Angela Merkel ha incontrato il presidente russo Dmitrij Medvedev a Soči, ma l'atmosfera era tesa.
La Germania comunque ha avuto un comportamento enigmatico durante tutto il conflitto russo-georgiano. All'inizio della guerra ha diffuso una generica dichiarazione sulla "necessità di trovare una soluzione" tra i due stati; con l'intensificazione del conflitto Merkel ha poi mantenuto il silenzio.
Merkel è il primo cancelliere tedesco nato in Germania Est. Questo la porta a essere più critica e ferma con i russi, e tuttavia capisce quanto sia ora vulnerabile il suo paese. La Germania può essere forte economicamente ma è militarmente debole, dunque la sua priorità è la sicurezza.
Fonti di Stratfor a Mosca dicono che Medvedev ha offerto a Merkel un patto per la sicurezza tra i loro due paesi. L'offerta non è confermata e i dettagli non sono noti. Tuttavia avrebbe senso che la Russia avesse proposto un patto simile: sa infatti che tra tutti i paesi europei è con la Germania che bisogna insistere, non solo perché è più vulnerabile ma per i trascorsi storici dei due paesi.
Se un'alleanza può sembrare impensabile in un mondo dominato dagli Stati Uniti, ci sono due aspetti da tenere in considerazione:
- primo, come la Russia la Germania è preoccupata dal rafforzamento della presenza degli Stati Uniti in Europa. Dunque è possibile che Berlino desideri controbilanciare quella presenza.
- due, quasi tutti ritenevano impossibile un'alleanza tra Germania e Russia negli anni 1930, eppure ci fu il Patto Molotov-Ribbentrop, che non era il primo trattato russo-tedesco ma ben il terzo e confermava la tradizione dei due paesi di far lega quando non sono in guerra tra loro.

La conclusione è che "la Germania non è più la roccia incrollabile della NATO e dell'Unione Europea che crede l'Occidente": "la scelta di Berlino deciderà il futuro dell'Europa e forse del mondo".

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E questa è la lettera ricevuta oggi dal ministero della difesa della Norvegia in cui si comunica che la Russia ha deciso di sospendere la cooperazione militare con i paesi della NATO. Eh.


***

Seri problemi logistici in vista per le truppe in Afghanistan, osserva Moon of Alabama, che cita anche la decisione degli Stati Uniti di mandare altri 12.000-15.000 uomini. Secondo il comandante uscente dell'ISAF, McNeill, in Afghanistan di soldati ne servono 400.000. Attualmente ce ne sono 60.000-70.000, dunque il nuovo contingente non farà molta differenza.
Ma le truppe aggiuntive creeranno un ulteriore problema: un aumento dei consumi di carburante.
La maggior parte del carburante usato in Afghanistan oggi viene dal Pakistan. Se la Russia non collabora dovrà arrivare tutto dal Pakistan. Il Pakistan ha capacità di raffinazione che bastano solo per la metà del suo carburante, così i prodotti raffinati che servono alle truppe in Afghanistan devono essere importati attraverso il porto di Karachi. Da lì il carburante viene portato o via Quetta e la città di confine Chaman fino a Kandahar, o via Peshawar e Torkham fino al Passo di Khyber e poi a Kabul e alla base statunitense di Bagram a nord Kabul (mappa).
Con le nuove truppe i consumi aumenteranno di 240.000 galloni al giorno, dunque (risparmio i calcoli, che MoB però fa diligentemente) 50 autocisterne in più al giorno, diciamo 40 a Kabul e 10 a Kandahar.
Un viaggio andata e ritorno Karachi-Kabul però dura 10 giorni, Karachi-Kabul 5. Insomma, in totale serviranno circa 500 autocisterne in più, e tanti autisti pakistani che abbiano voglia di rischiare la vita su quelle strade. E un numero imprecisato di uomini di scorta.
Ecco dimostrato perché le forze occidentali in Afghanistan hanno un grave problema logistico.
E con la Russia che ha il controllo del corridoio di rifornimento che passa sul suo territorio, anche più di uno.

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mercoledì, agosto 20, 2008

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Gli Stati Uniti incespicano nel fallimento della NATO, di Kaveh L. Afrasiabi per Asia Times: al summit di emergenza della NATO i paesi europei hanno accettato di sospendere i contatti formali con la Russia fino al ritiro completo delle truppe, ma si sono rifiutati di piegarsi alle pressioni degli americani che chiedevano sanzioni più severe, dice Afasiabi, che prevede una consistente frattura tra gli Stati Uniti e alcuni membri europei della NATO.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, la sua incapacità di offrire alla Russia un contesto adeguato alla collaborazione strategica è anch'essa all'origine dell'attuale crisi.
Contrariamente a quello che esprimeva nella sua analisi M. K. Bhadrakumar, Afasiabi si aspetta una maggiore collaborazione tra Russia e Cina attraverso la Shanghai Cooperation Organization.

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Video di Real News Network sullo scudo antimissile in Polonia, dal quale si deduce che la gente del posto non è felicissima:
"Gli americani hanno i soldi; possono difendersi, ma perché qua in Polonia? Che parlino con Putin, lì ci sono territori disabitati per migliaia di chilometri. Possono costruirlo lì".

"Certo, cominceranno a costruire, per esempio supermercati. Ma penso che avremo più benefici dal parco acquatico che stanno costruendo qui vicino che dagli scudi antimissile"

Gli esperti americani dicono che è questo è il posto migliore per difendersi dai missili iraniani.
[Come vorrei che Peter Sellers fosse ancora vivo per fargli dire questa frase. Lui troverebbe l'intonazione].

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Sappiano gli accorti ed esigenti lettori che qui non si butta via niente, neppure Monbiot, se serve. Sul Guardian troviamo un pezzo sui missili intercettori in Polonia, sulla storia del sistema antimissile americano e sui soldi che finora gli Stati Uniti ci hanno ufficialmente investito:
"Gli Stati Uniti hanno speso 120-150 miliardi di dollari nel programma da quando Reagan l'ha rilanciato nel 1983. Sotto George Bush i costi hanno avuto un'impennata. Il Pentagono ha chiesto 62 miliardi per i prossimi cinque anni, il che significa che il costo totale tra il 2003 e il 2013 sarà di 110 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inventato un sistema di finanziamento che permette al programma di difesa anti-missile di sottrarsi agli standard di contabilità del governo: si chiama sviluppo a spirale, e significa che "i requisiti allo stadio finale non sono noti all'avvio del programma" e il sistema in pratica può evolvere come a lorsignori pare meglio.

[Mi ricorda un amico che volle comprarsi la playstation. Poi si convinse che lo schermo del televisore era troppo piccolo per valorizzare il seno prorompente di Lara Croft, allora comprò un televisore più grande, e poi un mobile che contenesse il televisore, e poi. Credo che adesso, a qualche anno di distanza, sia in trattative per comprare un intero paesino del bergamasco con mutuo ereditario bisecolare. Sviluppo a spirale, si chiama, e pensare che questo aveva scopi pacifici e non si proponeva di minacciare il mondo con "57 varietà di distruzione"]

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Information Clearing House oggi segnalava due articoli, uno di Haaretz (sulla possibilità che Israele in caso di guerra possa ritrovarsi da solo) e l'altro del Wall Street Journal (sull'asse russo-iraniano), interessanti perché mostrano come come alcuni think tank si stiano muovendo per cercare di sdoganare la guerra all'Iran come mezzo per "ridimensionare" la Russia e/o impedire che grazie all'Iran possa creare una specie di alleanza per spostare gli equilibri della regione.
[Giusto per farsi un'idea di quello che ci aspetta mediaticamente, dice Andrea, a ragione].

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[E infatti] ecco un articolo di Stephen Kinzer sul Guardian, Attaccare l'Iran via Ossezia del Sud: secondo Kinzer il conflitto nel Caucaso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran:
"Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono soggiacere agli interessi americani e che non si può permettere a nessuno di emergere con uno status di 'potenza quasi alla pari', per usare un'epressione della Quadrennial Defence Review per il 2006. E questo porta al conflitto, giacché molti paesi cercheranno naturalmente di accrescere il loro potere, che gli Stati Uniti lo vogliano o no".

"Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito loro un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne il prezzo con il sangue".

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Abchazia e Ossezia del Sud: cuore del conflitto, chiave per la sua soluzione, di George Hewitt (professore di lingue caucasiche alla London's School of Oriental & African Studies su OpenDemocracy):
Questi popoli, e non solo i georgiani, o i russi, o gli americani, o chiunque sia stato coinvolto nel recente conflitto nella regione, hanno una loro storia fatta di testimonianze che sono state deliberatamente polverizzate durante questa generazione (si veda Thomas de Waal, "Abkhazia's archive: fire of war, ashes of history" [20 October 2006]). La lezione della breve guerra d'agosto è che le voci dell'Abchazia e dell'Ossezia del Sud vanno escoltate, le loro scelte vanno incluse in qualsiasi decisione sul loro futuro se si vuole che il ciclo del conflitto si spezzi anziché ripetersi".

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Questo articolo di Marc S. Ellenbogen, Lezioni perdute della Guerra Fredda ha il pregio di mettere assieme tutti i passi falsi dell'amministrazione Bush che abbiamo trovato elencati finora ed è un buon pezzo riassuntivo.
"Un rispettato dirigente di un equity fund con sedi in Austria e in Repubblica Ceca che viene da una famiglia di diplomatici mi ha detto: 'la Georgia non è altro che una portaerei degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti pensano ancora secondo i paradigmi della Guerra Freadd e, francamente, in vent'anni non hanno imparato niente'.
I miei viaggi recenti in Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud mi confermano la convinzione di molti che gli Stati Uniti abbiano sofferto un danno irreparabile con il conflitto georgiano. 'Gli Stati Uniti ne risentiranno a lungo. Adesso può non sembrare, ma mi creda: la gente ricorda che gli Stati Uniti non erano a Berlino nel '53, in Ungheria nel '56 e in Cecoslovacchia nel '68. Sono solo parole e niente azioni", mi ha detto un importante politico dell'Europa Centrale. "Molti ora vedono gli Stati Uniti come un amico incapace di stare ai patti'".
[...]
"Che agli Stati Uniti piaccia o no, ci sarà un grande riallineamento globale. L'Europa e la Russia formeranno un'alleanza strategica. Ci sono già nel mezzo. È meglio per entrambe".
[Dubbio personale: questa, Europa?]

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Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

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Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, agosto 19, 2008

La Russia e il sistema anti-missile americano

[Analisi preccupata e preoccupante dal versante russo]


Il sistema anti-missile americano è già in Polonia. E adesso?

di Jurij Zajcev, consulente dell'Accademia russa delle scienze ingegneristiche

Il 14 agosto la Polonia e gli Stati Uniti hanno firmato un accordo per l'installazione di dieci missili intercettori sul territorio polacco.

La scelta dei tempi lascia pochi dubbi sul collegamento con il recente conflitto nel Caucaso. Come Washington, Varsavia ha sostenuto Tbilisi a tutti i livelli e senza riserve, e infine ha accettato di accogliere sul proprio territorio il sistema di difesa anti-missile statunitense. Dunque il terzo settore di posizionamento dei missili non è più un rischio: è diventato realtà, ed esige un nuovo modo di pensare e di agire.

Malgrado i ripetuti appelli della Russia agli Stati Uniti per chiarire la situazione della difesa anti-missile, Mosca non ha ancora ricevuto alcuna risposta significativa. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che “la trasparenza e le misure atte a costruire la fiducia promesse dagli Stati Uniti non sono ancora diventate realtà”.

In materia di difesa anti-missile la Russia ha gravi divergenze con la NATO, che non ha ancora deciso quale formula essa debba avere in Europa. La Russia sarà inclusa nella difesa anti-missile europea o quest'ultima sarà solo un segmento della difesa nazionale anti-missile degli Stati Uniti?

Tali questioni sono diventate pressanti nel 2007, quando gli americani hanno cominciato a mettere in atto i progetti di installazione di radar e missili intercettori avviando sopralluoghi e rilevamenti geodetici nei luoghi designati in Polonia e Repubblica Ceca. Hanno anche avviato colloqui intergovernativi per stilare accordi sul loro statuto legale.

La Repubblica Ceca ospiterà una stazione radar, in cambio della quale spera di ricevere alcuni benefici, in particolare la partecipazione alla ricerca e allo sviluppo di tecnologia militare e l'accesso alle informazioni ricevute attraverso il radar.

Varsavia è riuscita a ottenere da Washington l'impegno a contribuire alla modernizzazione delle forze armate polacche in cambio del permesso di installare 10 missili intercettori sul proprio territorio. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha chiesto agli Stati Uniti anche ulteriori garanzie di sicurezza per il suo paese.

Washington non esiterà a dare queste garanzie, ma quanto valgono veramente? I sistemi di difesa anti-missile russi non saranno in grado di riconoscere i missili intercettori dai missili balistici lanciati dal territorio polacco. Ogni lancio di un intercettore porterà automaticamente a una reazione, e non solo al settore di posizionamento dei missili intercettori. Il sistema di allarme immediato sovietico una volta scambiò un razzo meteorologico norvegese per un missile balistico.

È chiaro che gli americani non si limiteranno alla Polonia e alla Repubblica Ceca. Secondo gli esperti, dopo aver raffinato la tecnologia di installazione di una base missilistica in Polonia gli Stati Uniti saranno in grado di costruire un'area di posizionamento all'anno. In un futuro non lontano la Russia avrà dunque decine di aree di posizionamento distribuite sul territorio lungo i propri confini.

La Russia è anche preoccupata per il possibile spiegamento di elementi della difesa anti-missile statunitense in Ucraina. Come dicono le stesse autorità statunitensi, l'Ucraina è sempre considerata un paese che ha maturato una grande competenza nelle tecnologie missilistiche. Questo la differenzia qualitativamente dalla Polonia e dalla Repubblica Ceca e la rende ancora più appetibile come futuro sito. Questo porterebbe il sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti ancora più vicino ai confini russi.

Analizzando il sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti, si giunge volenti o nolenti alla conclusione che oggi la principale priorità di Washington è lo spiegamento dei suoi elementi proprio nell'Europa Orientale e non per esempio in Asia, in Alaska, in Giappone o in Australia, benché si stia lavorando anche in queste direzioni.

Non è escluso che la ragione di ciò sia il timore dell'amministrazione americana di contrariare la Cina, che potrebbe rispondere accelerando lo sviluppo del suo programma missilistico e aumentando il numero di missili balistici intercontinentali. Invece l'opinione della Russia, in linea con lo stereotipo degli ultimi 15 anni, può essere ignorata: nel peggiore dei casi ci si può aspettare “l'ennesimo serio” monito. Sempre in linea con questo stereotipo appare perfino strano che il governo russo, nonostante la reazione dell'Occidente, abbia infine deciso di dare una risposta adeguata all'aggressione georgiana in Ossezia del Sud.

La Russia teme di essere trascinata in un'altra corsa agli armamenti, ma non sarebbe giusto restare inermi di fronte alle nuove minacce. Tra le risposte più ovvie allo spiegamento del sistema anti-missile americano potrebbero esserci l'equipaggiamento dei missili Topol-M con testate ipersoniche ad alta manovrabilità, l'impiego di stazioni di disturbo e la riduzione della fase di spinta dei missili russi. Non meno importante è equipaggiare le forze armate di nuovi complessi missilistici con testate multiple indipendenti. La Russia potrebbe anche riavviare il programma di sviluppo di missili globali, che in periodi di minaccia potrebbero essere messi in orbite circumterrestri e puntati sul territorio nemico aggirando le difese anti-missile.

Forse, date le nuove circostanze, bisognerebbe anche rivedere il ruolo delle armi nucleari tattiche. Innanzitutto la Russia dovrebbe rinunciare al suo impegno unilaterale di ridurle, di smantellare le testate o di ritirarle nel proprio territorio. Forse dovrebbe perfino posizionarle il più esternamente possibile, per esempio nell'enclave baltica della regione di Kaliningrad, dove sono attualmente posizionati i missili tattici Tochka-U, con un raggio di 120 chilometri. La Russia potrebbe anche aggiungerci gli Iskander, con un raggio fino a 500 chilometri. All'inizio senza testate nucleari. Poi, quando la Polonia ospiterà gli intercettori e il radar ceco comincerà a monitorare il territorio russo, gli Iskander potrebbero essere equipaggiati di testate nucleari.

START-I, il trattato per il controllo delle armi strategiche tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, scade alla fine del prossimo anno. Il ministro degli Esteri Lavrov ritiene vada evitato un vuoto nell'importantissima sfera della stabilità strategica. Tuttavia, per ragioni che appaiono ovvie, con la riduzione delle armi strategiche offensive aumenta il ruolo dei sistemi di difesa anti-missile: la loro efficacia bellica è inversamente proporzionale al numero di testate missilistiche dalle quali devono difendere. Dunque il mantenimento nei prossimi decenni di un adeguato potere di deterrenza nucleare dovrebbe essere uno dei più importanti compiti militari e politici della Federazione Russa. Il nuovo trattato non dovrebbe essere unilaterale come è successo con lo START-I.

Oggi le minacce all'esistenza stessa della Russia non sono in alcun modo fantasiose. Il fatto che siamo tollerati e a volte perfino presi in considerazione si spiega innanzitutto con l'esistenza del nostro scudo missilistico nucleare. Indipendentemente da ciò che affermano le autorità statunitensi, né la Russia né gli Stati Uniti sono in grado di difendersi completamente da un attacco missilistico. Dunque, adesso che gli Stati Uniti stanno schierando la propria difesa anti-missile in altri paesi e nello spazio, la Russia dovrebbe assicurarsi che la sua risposta sia in grado di infliggere un danno comunque inaccettabile al nemico.

Originale: RIA Novosti

Pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, agosto 18, 2008

I link di oggi (in aggiornamento)

Non diamo inizio a una nuova guerra fredda, di Mike Jackson per il britannico Telegraph, si sofferma sugli errori dell'Occidente dalla fine della Guerra Fredda:

"Credo che si sarebbe potuto fare di più per accogliere la nuova Russia nella compagine internazionale, per rassicurarla sul fatto che avrebbe conservato la sua importante posizione come membro permanente del Consiglio di Sicurezza e come protagonista sulla scena mondiale".

"Per me, la giusta via per l'Occidente - senza compromettere le sue posizioni e i suoi valori - è mostrare più comprensione per il comportamento della Russia e accettare con maggiore buona volontà le preoccupazioni della Russia per le ex-repubbliche sovietiche*.
Mentre per alcune azioni non c'è possibilità di ammenda, le percezioni russe esistono e ci vorrà del tempo perché possano cambiare.
Questa è la grande sfida che si presenta ai politici e i diplomatici: l'ostilità e lo scontro militare devono restare una cosa del passato".

*gli inglesi traducono near abroad, estero vicino, quello che i russi chiamano ближнее зарубежье, bližnee zarubeže: i paesi stranieri vicini, appunto le ex-repubbliche sovietiche.

***

Bush fa in Georgia quello che aveva fatto in Iraq: accusa i russi di prepotenza ma ha paura di affrontare il loro esercito
, di Ramesh Sinha per l'India Daily:

"La Russia è cambiata. Non è la stessa Russia che ha permesso che accadesse l''Iraq'. Bush non è cambiato. Il presidente degli Stati Uniti noto per le sue menzogne e per i suoi inganni si trova davanti una Russia diversa e inattesa".

"Cacciare i russi dal G8 o attirare la Georgia e l'Ukraina nella NATO non risolverà il problema. Gli americani di buon senso devono capire che Bush ha demolito il rispetto del mondo per l'America. La strategia delle bombe di Bush-McCain contro paesi come l'Iraq può funzionare. Ma quando la vera sfida viene da paesi come Russia o Cina è tutta un'altra storia".

***

Siamo tutti georgiani? Andiamoci piano, dice Michael Dobbs per il Washington Post. Oh, tra l'altro qui abbiamo una specie rara, un giornalista americano che parla della complessità etnica del Caucaso e che è perfino stato a Tskhinvali (nel 1991).

"La decisione di Saakashvili di scommettere tutto su un blitzkrieg per prendere Tskhinvali riporta alla mente il commento di Talleyrand: 'fu peggio di un crimine, fu un errore".

"Gli eventi degli ultimi giorni servono a ricordare che le nostre ambizioni ideologiche hanno di molto superato il nostro raggio d'azione militare, soprattutto in aree come il Caucaso, che ha importanza periferica per gli Stati Uniti ma è un interesse vitale per la Russia".

***

Ma non basta. Il Washington Post dedica un articolo alla descrizione dettagliata della distruzione di Tskhnivali, scrivendo che "le proporzioni della distruzione sono innegabili".

***

Mentre il Financial Times si accorge dei profughi osseti e del loro risentimento per Saakashvili e raccoglie testimonianze al campo profughi di Alagir.

***

Mark MacKinnon dedica un lungo articolo a Saakashvili sul Globe and Mail, chiedendosi quello che che ci chiediamo in tanti, insistentemente, da giorni: cosa gli è passato per la testa? [articolo che andrebbe tradotto con calma, perché ricostruisce vita, fatti e pasticci dello spavaldo quanto imprevedibile presidente georgiano].

***

Alertnet di Reuters ha un servizio sul monastero di Novy Afon, in Abchazia: tecnicamente i 50 monaci appartengono alla Chiesa Ortodossa georgiana, ma anche loro si sono dichiarati indipendenti. Dice Padre Vissarion, a capo della chiesa dello stato ribelle:

"Cosa significa dunque separatismo? Significa che ci si vuole separare. E da chi ci vogliamo separare? Da degli assassini. Se un uomo picchia sua moglie il tribunale le permette di lasciarlo. La gente dice che siamo separatisti, ma cosa vuol dire? Ci si aspetta che siamo georgiani? Non abbiamo niente in comune con loro".
Agli abchazi non è sfuggito che il patriarca georgiano Ilia II non ha condannato la guerra:
"Purtroppo Ilia II vede i problemi attraverso il prisma della politica, e la politica è quella di Saakashvili", dice un altro monaco "ribelle".

***

Mike Whitney rivisita il concetto di "Battaglia per Tskhinvali":

"Non c'è stata nessuna 'Battaglia per Tskhinvali'; questa è un'altra invenzione. Una battaglia implica che ci sia una forza che resiste o reagisce. Ma non è questo il caso. L'esercito georgiano è entrato in città senza incontrare resistenza; come possono dei civili inermi fermare reparti armati. La maggioranza degli abitanti è scappata o si è nascosta negli scantinati mentre i carri armati e i veicoli blindati entravano sparando a tutto ciò che si muoveva.
Quello che è successo nell'Ossezia del Sud il 7 agosto non è stato un invasione o un assedio; è stato un massacro. La gente non aveva modo di difendersi da un esercito moderno equipaggiato di tutto punto. È stato un crimine di guerra".

***

Il presidente dell'Ossezia del Sud Eduard Kokoity ha sciolto il governo. La notizia è stata data dal canale Vesti. Il presidente ha dichiarato di aver firmato una serie di decreti, tra cui la dichiarazione dello stato di emergenza.
Kokoity ha criticato i ministri dell'Ossezia del Sud accusandoli di negligenza: ha aspramente rimproverato il governo per aver ritardato la consegna degli aiuti umanitari e per la sua inefficienza. Secondo Kokoity, l'attutale stato di paralisi del governo lo ha costretto a "ricorrere a misure molto drastiche":
"Voglio creare un governo senza intrighi; le autorità dovrebbero lavorare per la gente, e non per i propri interessi personali", ha concluso il presidente dell'Ossezia del Sud.
Link (RUS)

***

Il quotidiano russo Trud ha stimato i costi della guerra.
La Russia nel periodo delle operazioni militari in Ossezia del Sud ha speso 7 miliardi di dollari, secondo il ministro delle Finanze Kudrin: questa la valuta che è uscita dalla Russia.
Facendo i conti in tasca alla Georgia emerge che la Georgia ha perso non meno di 200 milioni di dollari al giorno. Ma c'è un aspetto importante: l'esercito georgiano è finanziato dagli Stati Uniti e la Georgia acquista armi e tecnologia militare non a prezzo di mercato, ma con uno sconto del 50-80%. Per esempio l'Ucraina ha venduto alla Georgia i modelli Su-25 ("Mimino" secondo la classificazione georgiana) per 3 milioni di dollari, mentre il prezzo reale è di 8-10 milioni di dollari.
Le maggiore spesa del conflitto comunque è stata il carburante: non meno di 49 milioni di dollari.
[Non so quanto siano affidabili queste valutazioni, mi limito ad allargare le braccia, fare 'boh' e riportarle]
Link (RUS)

***

Secondo Silvio Pitter, che si occupa di nation branding (e dunque di comunicazione, e di gestire e collocare sul mercato mondiale l'immagine di un paese, come si fa con un prodotto: semplifico), "Il recente conflitto nel Caucaso ha dimostrato che la Russia non è pronta per la competizione globale. Malgrado la sua posizione politica rafforzata, la rinascita militare e il crescente potere economico, la leadership russa non ha ancora sviluppato meccanismi e strategie efficienti per conquistare il riconoscimento sul piano mondiale dei suoi interessi e delle sue azioni".
I motivi li sappiamo: Saakshavili grazie alla CNN ha creato un filo diretto con il pubblico globale, mentre la Russia, insomma, con questa storia del tandem Medvedev-Putin avrebbe prodotto più che altro confusione. Dunque, per rendere la Russia veramente efficace si sarebbero dovute seguire queste quattro indicazioni:
1. selezionare pochi messaggi da ripetere nelle dichiarazioni ufficiali - molto prima dell'inizio del conflitto - per cercare di fornire una visione "convincente".
2. affidare a pochissime persone il compito di farsi portavoce di questi messaggi durante il conflitto (e tutte brave in inglese, ci si raccomanda: bene Ivanov alla CNN).
3. creazione un media center, organizzare frequenti conferenze stampa e spiegare (dopo la prima apparizione sulla CNN a Saakshvili è stato consigliato di appendere una bella mappa dietro alla scrivania e di indicarla ogni tanto).
4. formazione di un piccolo pool di esperti di comunicazione che valutassero le reazioni dei media internazionali nel corso del conflitto.
Russia Profile (in inglese, ma i testi dopo qualche giorno diventano accessibili solo agli abbonati)

***

[continua, se ce n'è]

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domenica, agosto 17, 2008

I paesi della CSTO e della SCO devono dire la loro

[Questo articolo russo, che richiama l'attenzione su un episodio allarmante poi finito in secondo piano con il conflitto caucasico, può essere interpretato, più che come un'analisi, come un segnale lanciato alla Cina sui tentativi di accerchiamento/contenimento di Russia e Cina da parte della NATO.
Per gli approfondimenti su SCO e CSTO,
rimandiamo al materiale raccolto e tradotto in queste pagine].

I paesi della CSTO e della SCO devono dire la loro

Leonid Bondarec, esperto di sicurezza regionale, per RIA Novosti

Agli inizi di agosto si è saputo che nella capitale del Kirghizistan, in una casa affittata da cittadini statunitensi, è stata trovata e sequestrata una grande quantità di armi e di munizioni. Si trovavano lì anche due dipendenti dell'ambasciata degli Stati Uniti e dieci soldati americani.

L'ambasciata degli Stati Uniti ha subito reagito dicendo che i militari si trovavano in Kirghizistan su invito del governo del paese con il compito di tenere esercitazioni anti-terrorismo per vari ministeri del paese.

La maggioranza dei ministeri della repubblica ha tuttavia smentito l'informazione su presunte esercitazioni anti-terrorismo in programma.

Solo un paio di giorni dopo il governo ha ammesso che il gruppo di specialisti americani era giunto a Biškek con compiti di addestramento per rafforzare le capacità anti-terrorismo del paese. Le armi trovate sarebbero dovute restare in Kirghizistan.

In seguito su un giornale è apparsa la notizia che era già la terza volta dal 2003 che a Biškek venivano organizzate esercitazioni del genere. Si afferma che nei casi precedenti si sono svolte in totale segretezza, come si conviene all'attività dei servizi speciali.

Ma le domande restano, e non sono poche. Per esempio, perché i servizi speciali kirghisi hanno bisogno di armi americane? Hanno forse già intrapreso un processo di riarmo per il prossimo passaggio agli standard NATO? Oppure: perché la collaborazione con gli americani per il rafforzamento delle capacità anti-terrorismo del paese si svolge in segreto? Non significa forse che le autorità politico-militari che guidano il paese preferiscono la cooperazione con gli americani alla cooperazione all'interno della CSTO [Collective Security Treaty Organization, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della quale fanno parte Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan; Azerbaigian e Georgia, membri del Trattato per la Sicurezza Collettiva della CSI, non hanno aderito, N.d.T.] e alla SCO [Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, in Italia nota anche come Gruppo di Shanghai, fondata nel 2001 dai capi di stato di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Russia e Cina; Mongolia, Pakistan, India e Iran godono dello status di osservatori, N.d.T.]?

Un tale trasferimento segreto di armi al Kirghizistan suscita una certa diffidenza. Solitamente gli americani pubblicizzano ampiamente il loro “aiuto”. Viene da pensare dunque che le armi trovate non abbiano niente a che fare con il rafforzamento delle capacità anti-terrorismo del Kirghizistan. Ma se è così, perché il governo di quel paese induce in errore, per usare un eufemismo, gli alleati di CSTO e SCO?

Alla luce degli avvenimenti in Ossezia del Sud la scoperta di un deposito di armi americane appare sotto una luce diversa. L'appoggio degli Stati Uniti all'operazione del governo georgiano, la partecipazione di esperti militari nelle azioni militari per la distruzione del popolo dell'Ossezia Meridionale ci dice che Washington è molto interessata allo scoppio di conflitti armati ai confini russi. Non si può escludere che un simile scenario sia stato elaborato anche per il Kirghizistan.

Gli esperti prevedono che qui in autunno ci si possa aspettare manifestazioni di protesta di massa per il brusco rincaro dei generi alimentari, le frequenti e massicce interruzioni della corrente elettrica e altri fattori. A tale proposito va ricordato che nel periodo dei tragici fatti del 2002 nel sud del Kirghizistan [quando dove una rivolta popolare per l’ingiusta carcerazione di un rappresentante parlamentare fu soffocata nel sangue: la polizia sparò contro una folla di circa 1500 persone, uccidendone cinque, N.d.T.] per sparare alla folla furono usate anche armi che non risultavano registrate nella repubblica.

Inoltre anche gli estremisti islamici potrebbero approfittare della situazione. In questa eventualità potrebbe presto spuntare l'arsenale americano. È assolutamente possibile, tenuto conto del coinvolgimento degli Stati Uniti nei fatti di Andijan [nell'Uzbekistan orientale, dove nel 2005 una rivolta è stata soffocata nel sangue; i morti furono centinaia, N.d.T.]. Non molto tempo fa i servizi speciali uzbeki hanno diffuso i materiali dell'indagine, dai quali risulta che gli Stati Uniti avevano contribuito alla preparazione dei partecipanti più attivi allo scontro.

Merita attenzione anche il fatto che negli ultimi tempi è ripresa con grande forza l'attività dei separatisti uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang, che confina con il Kirghizistan. Secondo varie agenzie di informazione, dall'inizio di quest'anno a Kashgar, situata nella parte nord-occidentale dello Xinjiang, vicino alla congiunzione tra le due frontiere di Uzbekistan e Kirghizistan, la polizia ha smantellato 12 cellule terroristiche finanziate dall'estero e inviate dai gruppi “Turkestan Orientale” e “Hizb-ut-Tahrir”. Secondo fonti cinesi le armi sequestrate ai terroristi erano americane.

Tuttavia, a giudicare dalla condotta delle autorità kirghise, questi fatti non sono diventati oggetto di indagini o esami dettagliati. Colpisce anche che a livello ufficiale la situazione in Ossezia Meridionale non sia stata sottoposta a valutazione. E non solo in Kirghizistan, ma in tutti i paesi-membri della CSTO e della SCO. Si ha l'impressione che i loro governi stiano attendendo di vedere chi è il più forte prima di schierarsi dalla sua parte.

Oggi, tenendo conto dell'estrema gravità della situazione che si sta creando, si fa pressante la necessità di una revisione dei rapporti tra i paesi membri della CSTO e della SCO per renderli conformi alle esigenze statutarie. Appare assolutamente necessario escludere le ingerenze di governi ostili nelle attività dei paesi che fanno parte di queste organizzazioni. Vanno evidentemente rivisti e corretti i rapporti dei paesi della CSTO e della SCO con la NATO nell'ambito del Partenariato per la pace.

Originale: RIA Novosti

Pubblicato 13 agosto 2008

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sabato, agosto 16, 2008

War Nerd: Ossezia del Sud, la guerra dei miei sogni

[Per chiudere la settimana (e che settimana), perché a questo punto credo sia superfluo mettere un disclaimer sul tono cinico e sarcastico (che cela osservazioni interessantissime, come il mancato bombardamento del tunnel di Roki), e perché semplicemente il War Nerd è il War Nerd ed è molto divertente tradurlo, e forse anche leggerlo].

War Nerd: Ossezia del Sud, la guerra dei miei sogni

di Gary Brecher

Ci sono tre cose fondamentali da ricordare a proposito di questa fumante piccola guerra in Ossezia:

1. L'hanno cominciata i georgiani.
2. Hanno perso.
3. Che meravigliosa piccola guerra!

Per me la cosa più importante è la numero 3, la pura bellezza dei filmati che sono già usciti da questa guerra. Sto in paradiso.

Naturalmente, se volete prenderla sul serio e studiarvi un po' l'Ossezia, il Nord e il Sud, e la Georgia e quell'eterno conflitto chiamato Caucaso, potete dare un'occhiata all'articolo che scrissi sulla carneficina di Beslan, Ossezia del Nord, pochi anni fa.

Ma per quanto mi riguarda, adesso, diciamo pure che mi fermo al presente. Questa è la guerra dei miei sogni: entrambe le parti usano l'aviazione! Quanto spesso la vedete una cosa del genere, di questi tempi? E così salterò la parte storica. Ricordate solo che l'Ossezia del Sud è una piccola bolla a forma di mela che pende dal territorio russo giù nella Georgia, e che negli ultimi anni è stata per la maggior parte sotto il controllo di truppe irregolari di osseti spalleggiati dai “peacekeeper” russi.

Ai georgiani questo non è piaciuto. Da quelle parti del mondo i territori non si cedono, mai. I georgiani sono sempre stati gente fiera, buoni guerrieri, mica tanto misericordiosi. Anzi, qui non riesco a fare a meno di un po' di storia: ricordate quando i mongoli spazzarono via Baghdad nel 1258, il più grande massacro tra tutte le loro conquiste? Nessuno conosce il numero dei morti, ma furono almeno 200.000: un numero altino per un'epoca in cui non c'erano gli antibiotici. L'odore era così forte che i mongoli dovettero spostare l'accampamento sopravvento. Insomma, i macellai più entusiasti erano i soldati cristiani georgiani dell'esercito di Hulagu Khan. Si sono consumati le braccia sugli abitanti di Baghdad.

E così: gente dura da tutte le parti, in quelle zone. Nessuna pietà. Non buoni. Soprattutto non i georgiani. Hanno la reputazione di brava gente, a tu per tu, ma non è il caso di mettersi contro di loro e soprattutto di portargli via della terra.

I georgiani hanno preso tempo, poi sono passati all'offensiva, stile caucasico, facendo finta di fare pace mentre continuavano a programmare l'attacco a sorpresa contro l'Ossezia del Sud. Avevano appena firmato un trattato che garantiva l'autonomia all'Ossezia del Sud, questa settimana, e poi hanno attaccato, alla Corleone. I lanciarazzi multipli georgiani hanno messo a ferro e fuoco Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud; le truppe georgiane si sono riversate sui posti di blocco osseti; e insomma, è stata una partenza notevole, ma come disse Petraeus a proposito dell'Iraq nel lontano 2003, com'è che va a finire la storia? Nel senso: com'è che si invade un territorio che i russi tengono d'occhio e proteggono senza pensare come reagiranno?

Saakashvili non ci ha proprio pensato. Uno dei motivi per cui può aver calcato troppo la mano è che è stato fortunato l'ultima volta che ha avuto a che fare con una regione separatista: l'Ajara, una strisciolina di costa del Mar Nero nella Georgia Meridionale. Un posto più piccolo di certe città della Central Valley, ma si dichiarò repubblica “autonoma” per preservare le sue sacre tradizioni tipo artigianato in vimini e cose del genere. Va accettato che la gente del Caucaso è fatta così: morirebbe pur di non salutare quelli che abitano oltre la collina, e non cambierà mai. Gli agiari non sono neanche etnicamente diversi dai georgiani: sono georgiani anche loro. Ma sono musulmani, il che significa che anche loro devono avere il loro parlamento di Lego e il loro esercitino e tutte questa robaccia vittoriana, e un leader, un coso chiamato Abashidze (accidenti ai nomi georgiani!) li ha offerti volontari per combattere fino alla morte per un'indipendenza inutile. Solo che era un tale pazzo, e così corrotto, e gli agiari erano così simili ai georgiani, e il loro piccolo paese era così minuscolo e ridicolo che per una volta ha prevalso il buon senso e gli agiari si sono rifiutati di lottare e si sono lasciati assorbire dal Colosso del Nord, la possente Georgia.

Insomma, come ho già detto, non c'è niente di più pericoloso della vittoria. Fa impazzire la gente. Saakashvili ha cominciato a pensare di potersi prendere qualsiasi regione separatista: tipo, diciamo, l'Ossezia Meridionale. Ma si è dimenticato di alcune differenze, tipo il fatto che l'Ossezia Meridionale non è georgiana, confina con la Russia ed è legata all'Ossezia del Nord. La strada che porta dalla Russia all'Ossezia del Sud è piuttosto fragile come linea di rifornimento: passa attraverso il Tunnel di Roki, una galleria nella montagna 10.000 piedi di altitudine. Sono costretto a chiedermi perché l'aviazione georgiana – che è buona, a quanto pare – come prima cosa non ha bombardato l'uscita del tunnel in Ossezia del Sud. Insomma, se non vi fidate dei ragazzi dell'aviazione mandate le forze speciali con gli zainetti pieni di esplosivo. Ci sono tanti modi per bloccare un tunnel. Insomma, non servono le alte tecnologie: prendete un'autocisterna piena di carburante, la fate seguire da una macchina, l'autista lascia l'autocisterna (che verrà fatta saltare con un telecomando o un timer) a metà del tunnel, sale sull'auto e torna indietro giusto in tempo per vedere una grande palla di fuoco. E ricostruire una galleria dentro le montagne non è un lavoro facile né veloce. Certo, i russi potevano rifornire via aerea, ma è più difficile e si sarebbe almeno rallentato l'inevitabile. Strano, dunque, che per quanto ne so i georgiani non abbiano neanche tentato di far saltare quel tunnel. Non mi piace analizzare a distanza la gestione dei dettagli in questo modo, perché solitamente le decisioni prese sul terreno hanno le loro buone ragioni; sono le decisioni strategiche ad essere quasi sempre folli. Eppure io questa cosa non riesco proprio a capirla.

Probabilmente i georgiani hanno semplicemente pensato che i russi non avrebbero reagito. Facevano come avevano imparato da Bush e Cheney: pensare positivo, restare fedeli allo scenario più ottimistico. Il piano georgiano era classico shock’n’awe senza alcuna riflessione matura sul lungo periodo. L'esercito nuovo di zecca avrebbe bombardato gli osseti del sud in doposbronza da tregua (quello peggiore) e poi... oh, sarebbero stati accolti come liberatori? Ma certo, come noi in Iraq. Ragazzo, si paga un prezzo per aver creduto in Bush. I georgiani l'hanno fatto. Pensavano che li avrebbe aiutati. Guardavo il piccolo mostro alla TV, che sedeva in tribuna a guardare la partita di basket USA-China. (Strana partita: i cinesi erano più alti e muscolosi, segnavano sotto canestro ma non riuscivano a tirare da lontano. Non quello che ci aspetta da squadre di basket straniere). Sulle prime non l'ho neanche riconosciuto, Bush, mi chiedevo perché continuassero a fare dei primi piani di questo tizio che sembrava il papà senza gambe di Hank Hill. E poi hanno detto che era il presidente. Sapete quando si dice che uno è “cresciuto in statura”; lui si è ristretto.

E più si restringe, più alto è il prezzo da pagare per avere creduto in lui. I georgiani sono stati ingenui perché erano così contenti di liberarsi dei sovietici che gli Stati Uniti devono essergli sembrati il paradiso. E così hanno fatto i leccapiedi recitando la parte del perfetto e ubbidiente piccolo alleato. Poi noi li avremmo fatti entrare nella NATO e bombardati a tappeto con i SUV e gli Ipod.

La loro parte era semplice: hanno mandato truppe in Iraq. Prima un contingente di 850 soldati, poi ben 2000, un'enormità. Se si pensa che la popolazione della Georgia conta meno di cinque milioni, sono un sacco di soldati. Infatti la Georgia, per contingente, è il terzo paese della “Coalizione dei volonterosi” dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.

Adesso starete pensando: uau, non un bel momento per avere tanti dei tuoi uomini migliori in Iraq, eh? Be', è vero e vale per un sacco di paesi – come noi, per esempio – ma almeno noi non dobbiamo affrontare un'invasione russa. I georgiani erano così spaventati da annunciare che metà del loro contingente sarebbe tornato a casa, e, per favore, l'USAF non poteva mica dagli un passaggio?

Un passaggio magari sì, ma è tutto. Abbiamo già fatto moltissimo, non perché amiamo i georgiani ma per controbilanciare l'influenza russa là dove va tenuto d'occhio il nuovo oleodotto. Il maggiore progetto di assistenza americano è stato il GTEP, “Georgia Train and Equip” (addestramento ed equipaggiamento, 64 milioni di dollari). Prevedeva che 200 istruttori delle forze speciali insegnassero ai bei ragazzi georgiani tutte le lezioni imparate di recente dall'esercito degli Stati Uniti. E questa è la barzelletta: la storia militare è solo una lunga serie di scherzi da prete. Noi ci concentravamo sulle tattiche contro-insorgenza: coesione di piccole unità, abilità nel tiro, intelligence. L'idea era mettere al sicuro la Georgia dai ceceni o da altri pazzerelli musulmani che potevano entrare dalla Gola di Pankisi nella Georgia nord-orientale. E abbiamo fatto un buon lavoro. L'esercito georgiano ha stabilizzato la zona nel classico stile dei Berretti Verdi. Insomma i georgiani si sono così imbaldanziti per quel successo e per la loro storia d'amore con quelli di Washington che pensavano di poter sfidare chiunque. Quello che stanno scoprendo è che la fanteria leggera che gli abbiamo dato non è moltissimo quando una gigantesca forza armata russa ha appena superato il tuo confine.

La risposta militare americana finora è stata tutta a parole, e parole anche stupide. Una specie di portavoce del Pentagono ha definito “sproporzionata” la reazione russa. Ma cosa diavolo dicono? Hanno guardato troppi show sul lavoro della polizia. I poliziotti hanno questa dottrina della “minima forza necessaria”, ma la applicano solo se ci sono videocamere nei paraggi. Gli eserciti non hanno mai, mai adottato quella politica, perché è un ottimo modo per farti ammazzare inutilmente i soldati. L'idea della guerra è combattere nel modo più sleale e sproporzionato possibile. Se ce l'hai, lo usi. Grazie a Dio non abbiamo mai combattuto in modo “proporzionato” in Viet Nam. Ci hanno provato i francesi perché non avevano un'aviazione forte, e sono stati spazzati via. Quando i francesi si sono ritirati dall'Indocina, il loro primo ministro Mendès France fece tanto di promettere la pace entro 30 giorni dall'inizio del suo mandato. E i suoi comandanti in Indocina gli dissero in privato: “Non credo che riusciremo a resistere così tanto”. Ecco cosa ti porta il combattere in modo “proporzionato”: Dien Bien Phu.

Se volete che vi faccia una traduzione siete fortunati perché parlo benissimo il pentagonese. Ecco cosa significa “sproporzionato”: be', immaginate di andarvene in giro con un tizio e che questo le prenda da un bullo, e voi diciate “Oh, inappropriato!” Voglio dire, invece di aiutarlo. Ecco quello che significa “sproporzionato” per il Pentagono: “Non intendiamo alzare un dito per aiutarti, ma guarda che siamo spiritualmente con te, amichetto!”

Il modo più veloce per capire chi sta vincendo una guerra è vedere chi chiede prima il cessate il fuoco. E questa volta sono stati i georgiani. Quando è stato chiaro che i russi avrebbero appoggiato gli Osseti, la guerra era finita. Perfino i georgiani dicevano: “Combattere la Russia da soli è da pazzi”. Questo significa che pensavano che la Russia non avrebbe soccorso i suoi alleati. E non era male, come scommessa, perché la Russia ha una lunga e imprevedibile storia di fregature riservate ai suoi amici. Ma non l'ha fatto sempre. I georgiani dovrebbero sapere meglio di chiunque altro che ogni tanto i russi arrivano davvero, perché sono stati i soldati russi a salvare la Georgia da un'invasione persiana nel 1805, nella battaglia Zagam. Naturalmente i russi avevano permesso ai persiani di saccheggiare Tbilisi solo una decina di giorni prima di intervenire. È questo il fatto: 'sti bastardi sono imprevedibili. Non puoi nemmeno contare sul fatto che tradiscano i loro amici (benché il più delle volte sia la scommessa più sicura, diciamo 6 contro 5).

Questa volta i russi sono arrivati. Per tante ragioni, a cominciare dal fatto che Bush è debole e loro lo sanno; che gli Stati Uniti stanno incastrati in quella maledetta guerra in Iraq e non possono fare un accidenti; e soprattutto perché il Kosovo ha appena dichiarato l'indipendenza dalla Serbia, vecchio alleato della Russia. È l'ora di rendere pan per focaccia, dove il pane e la focaccia sono il Kosovo e l'Ossezia del Sud. Per come la vede Putin, se noi possiamo immischiarci nelle faccende dei loro alleati e lasciare che piccole enclavi etniche come il Kosovo si dichiarino indipendenti, i russi possono fare lo stesso con i nostri alleati, specie se sono stupidi e ingenui come la Georgia.

Per fortuna l'Ossezia del Sud non è questa gran cosa. Qui voglio essere onesto. Tra un anno a nessuno importerà molto chi governa quel piccolo grumo di terra. Ben più serio è il fatto che un altro, più grande e più strategico pezzo di Georgia chiamato Abchazia, sul Mar Nero, sta approfittando dell'occasione per cacciare le ultime truppe georgiane dal suo territorio. La Georgia potrebbe perdere quasi tutta la sua costa, ma del resto i georgiani sono gente dell'entroterra, che vive nelle valli fluviali, mica un popolo di pescatori.

Ciò che accade qui alla Georgia è la versione piccina-picciò della Germania nel XX secolo: calca troppo la mano e perdi tutto. Se sei un nazionalista georgiano, questa guerra è una tragedia; se sei un nazionalista russo o osseto, è un trionfo, una vittoria per la giustizia, cose così. Per tutti noi è solo divertente da guardare. E cavoli, questa è stata TANTO divertente! I filmati che ne sono venuti fuori! Sapete, il DVD è la cosa più bella che sia accaduta alla guerra da un sacco di tempo. Solo divertimento, niente angoscia: è l'equivalente bellico della Diet Coke.

Capite, questa è la guerra che ero solito vedere nelle illustrazioni di Aviation Week e AFJ commissionate dalle aziende della Difesa: una guerra tra due eserciti convenzionali, che usano entrambi l'aviazione e colonne blindate, su un terreno di conifere. Ecco quello che mostravano quelle illustrazioni, con il dettaglio ravvicinato dell'arma che volevano promuovere mentre si dirigeva su un convoglio del Patto di Varsavia sbucato da una foresta di pini tedesca. Naturalmente una vera guerra tra la NATO e il Patto di Varsavia non sarebbe mai e poi mai andata così. Si sarebbe passati al nucleare in una o due ore, ed entrambe le parti lo sapevano: il che spiega perché non sia successo. E così tutte quelle bellissime armi erano una farsa, se dovevano essere usate solo nel Fulda Gap. Ma accidenti, Dio è buono, perché riecco tutto qui, sullo stesso tipo di terreno, eccole tutte qui le nostre vecchie illustrazioni: carri armati di fabbricazione russa incendiati, un caccia di fabbricazione sovietica che cade a pezzi dal cielo, soldati in mimetica russa che combattono contro altri soldati in mimetica russa, in una schermaglia nei pressi di un tugurio di campagna.

E niente sfumature razziali a rompere le scatole: sono tutti bianchi! E vengono da posti di cui non sappiamo niente e non ce ne frega un cazzo!

Tutto questa agitazione, e il clamore, e le cavolate sulla fine del mondo passeranno, e la conclusione sarà semplice: i georgiani hanno calcato la mano e si sono presi delle sberle, e noi siamo riusciti a vedere un po' di conseguenze, che sono quello che succede quando sprechi le tue truppe migliori – quelle della Georgia, peraltro – in una guerra stupida nel posto sbagliato. Abbiamo tolto il Kosovo a un alleato russo; hanno tolto l'Ossezia del Sud a un alleato americano. Scambio di pedoni. Se mai segnala qualcosa di più grande, è il fatto che gli Stati Uniti sono più deboli di dieci anni fa e la Russia è molto, molto più forte che ai tempi di El'cin. Ma chiunque abbia un po' di buon senso lo sapeva già.

A durare saranno quei meravigliosi filmati, come un sogno di epoca NATO, come Dio che mi ha dato per l'ultima volta l'occasione di osservare le armi che al tempo dei miei vent'anni sognavo di vedere in azione. Perfino i video sui civili feriti sono interessanti, perché un sacco di quei feriti sono grassi e vecchi, cosa che non si vede spesso nei filmati classici ambientati in Corea, Normandia o Viet Nam. Saranno anche gente normale, ma sant'Iddio, come vittime sono proprio brutte. La gente magra riesce meglio in mezzo alle macerie con la faccia insanguinata, devo essere sincero.

Mentre la guerra finisce – e lo farà, perché in quest'epoca i paesi non combattono fino alla morte – ci sarà tutto il tempo per capire come si sono comportati i vari sistemi d'arma. Mi interessano soprattutto i missili di difesa aerea georgiani, ottimi e recenti modelli russi. Ma avremo tempo. Per ora andiamo su LiveLeak o YouTube (LiveLeak ha la roba migliore, per ora) e divertiamoci. In questi momenti noi nerd di guerra possiamo avere tutto il porno gratis che desideriamo. Datevi malati, chiedete ore libere in cambio dei soldi degli straordinari, insomma: non perdetevi quei filmati.

Originale: ExileD online

Pubblicato l'11 agosto 2008

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venerdì, agosto 15, 2008

Espansionismo statunitense, più che aggressione russa

[Articolo dai toni piuttosto decisi che riassume cose lette e rilette in questi giorni, almeno nelle analisi che tendono a mettere in luce la responsabilità degli Stati Uniti e pongono il conflitto georgiano in un contesto più ampio in cui hanno un certo peso l'allargamento della NATO e l'installazione di basi militari americane e dello scudo di difesa anti-missile in Europa Orientale. Ma visto che la fonte è britannico Guardian, che esattamente filo-russo non è, ho pensato di tradurlo nel'ambito dell'iniziativa 'adotta un giornalista britannico non russofobo'. Gli aggiornamenti continuano nel post sottostante, e richiamo ancora la vostra attenzione sulla traduzione di Andrea del videodocumentario di Escobar sui consiglieri di Obama].

Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa
La guerra nel Caucaso è il prodotto dell'imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri.

di Seumas Milne

L'esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti. Mentre i commentatori tuonavano contro l'imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l'aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. George Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”.

Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato – insieme alla Georgia, guarda caso – lo stato sovrano dell'Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell'estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Libano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l'uccisione di cinque soldati?

Dopo tutta questa indignazione per l'aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l'Ossezia del Sud per “ristabilire l'ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un'area che non ha mai controllato dal crollo dell'Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c'è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali. Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta. “Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov.

Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”. Be', sarà certo piccola e bella, ma sia l'attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall'Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose". Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l'International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l'opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi "democratico" sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull'Ossezia del Sud – e sull'Abchazia, l'altra regione contestata della Georgia – è una conseguenza inevitabile del crollo dell'Unione Sovietica. Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall'altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli Stati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche. Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell'indipendenza del Kosovo – il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia. Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo.

Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l'amministrazione Bush il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele. Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c'era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell'amministrazione Bush di imporre l'egemonia globale degli Stati Uniti e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta.

Nell'ultimo decennio l'inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l'alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell'ex-territorio sovietico. Nell'Europa Orientale e nell'Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l'altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate. Adesso l'amministrazione Bush si prepara a installare nell'Europa dell'Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia.

La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un'aggressione russa, ma dell'espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell'Ossezia per limitare quell'espansione. Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l'attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione. Finché viene rispettata l'indipendenza della Georgia – e qui l'opzione migliore è quella della neutralità – non dovrebbe essere un male. Il dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un'escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell'Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea. Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l'Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2008

Originale: http://www.guardian.co.uk/

Articolo originale pubblicato il 14 agosto 2008

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giovedì, agosto 14, 2008

Scacco matto all'Occidente

[Questo articolo di Michael Binyon è uscito oggi sul Times e, insieme a un pezzo di Simon Sebag Montefiore che fa anche un po' di storia del Caucaso, dimostra come le opinioni della stampa occidentale - perfino quella britannica - stiano componendo un quadro più vario, complesso e sfumato dell'interpretazione del conflitto, adottando un punto di vista non inutilmente russofilo ma soprattutto non russofobo a tutti i costi].

La maestria di Vladimir Putin dà scacco matto all'Occidente

La Russia ha aspettato il momento giusto, ma la sua vittoria in Georgia è stata brutale, e brillante

di Michael Binyon

Le vignette satiriche hanno mostrato la Russia come un orso infuriato che allungava una zampa per ghermire la Georgia. La Russia è di certo infuriata, e come una bestia provocata ha mostrato i denti. Ma è lo stereotipo sbagliato. Quello che il mondo ha visto, la scorsa settimana, è una brillante e brutale esibizione dello sport nazionale della Russia, gli scacchi. E Mosca ha appena dichiarato scacco matto.


Gli scacchi sono un gioco lento. Bisogna essere disposti a ignorare le provocazioni, a perdere qualche pedone e a trasformare la boria dell'altro nella sua rovina. Per anni in Russia è maturato il risentimento. Parte di esso era inevitabile: la perdita di un impero, una sofferenza bruciante e il timore che negli anni Novanta, in mezzo al caos interno e alla crisi economica, il punto di vista della Russia non contasse più nulla.

Uno scontento dapprima generalizzato, simile al risentimento sotterraneo della Germania di Weimar, cominciò a concentrarsi su questioni specifiche: la disinvoltura dell'Amministrazione Clinton riguardo ad alcuni punti sensibili per la Russia, in particolare i Balcani e l'apertura della NATO a paesi dell'ex-patto di Varsavia; il programma neo-conservatore dei primi anni della presidenza Bush, nel quale non c'era spazio per la Russia; e l'ingratitudine di Washington dopo l'11 settembre verso il vitale contributo del Cremlino nella lotta contro il terrorismo, in Afghanistan e nel settore dell'intelligence.

Ancora più esasperante fu l'incoraggiamento offerto dall'Occidente alle “libertà” negli ex-stati satelliti sovietici, che diede carta bianca a forze da lungo tempo ostili alla Russia. Negli Stati baltici l'occupazione sovietica poteva essere definita peggiore di quella nazista. I commissari dell'Unione Europea appartenenti ai nuovi stati membri potevano attaccare la condotta russa. Nell'Europa Orientale dei populisti potevano salire al potere grazie a una retorica anti-russa incoraggiati dall'approvazione dell'Occidente che si complimentava per il loro buon inglese.

E quest'umiliazione fu quanto mai dolorosa in Ucraina e Georgia, due paesi dell'Impero Russo la cui storia, cultura e religione erano così intrecciate con quelle russe. Mosca cercò, disastrosamente, di tenere a bada l'influenza occidentale, soprattutto quella americana, in Ucraina. Queste goffe interferenze condussero alla Rivoluzione Arancione.

La Georgia era un'altra cosa. I rapporti erano sempre stati volubili, ma Eduard Shevardnadze, lo scaltro ex-ministro degli Esteri sovietico, sapeva come tenere sotto controllo le animosità ataviche. Non è stato così per il suo avventato successore, Mikheil Saakashvili. Da quel momento la boria di Tbilisi è stata la sua rovina.

Non si è trattato solo della retorica, della porta aperta ai consiglieri statunitensi o all'incompetenza economica che ha fatto dimenticare la dipendenza dall'energia russa e dalle rimesse da oltreconfine; è stato il deciso tentativo di rendere la Georgia un alleato regionale degli Stati Uniti e un avamposto della loro influenza.

Le grandi potenze non gradiscono gli sconfinamenti delle altre grandi potenze. Può non essere morale o giusto, ma è la realtà, e sta alla base del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. La Dottrina Monroe, “giù le mani dalle Americhe”, ha guidato la politica di Washington per 200 anni. Gli Stati Uniti sono pronti a rischiare una guerra per tenere lontane non solo le altre potenze ma anche le ideologie ostili, come a Cuba e in Nicaragua.

Vladimir Putin ha perso diversi pedoni sulla scacchiera: il Kosovo, l'Iraq, l'ingresso nella NATO degli Stati baltici, l'uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM, i missili statunitensi in Polonia e nella Repubblica Ceca. Ma ha saputo aspettare.

La trappola è scattata in Georgia. Quando il presidente Saakashvili ha fatto un tragico passo falso in Ossezia del Sud, mandando un esercito a bombardare, uccidere e mutilare su vasta scala (contro i consigli degli Stati Uniti e la parola appena data), la Russia stava aspettando.

Saakashvili non era il solo a pensare che la distrazione delle Olimpiadi l'avrebbe coperto; anche il Cremlino sapeva che Bush stava seguendo il basket, e nel lungo termine che gli Stati Uniti erano impegnati con tutte le forze in Iraq e in Afghanistan. Dal giorno in cui i carri armati russi hanno attraversato il tunnel per entrare nell'Ossezia del Sud, la Russia non ha sbagliato una sola mossa. Nonostante le osservazioni espresse ieri da Bush, in cinque giorni è riuscita a trasformare il passo falso di un avversario appoggiato dai paesi occidentali nel devastante smascheramento dell'impotenza e della titubanza dell'Occidente e dei due pesi e due misure da esso applicati al rispetto della sovranità nazionale (si veda l'Iraq).

L'attacco è stato breve, secco e mortale: è bastato a costringere i georgiani a una fuga umiliante nel panico, a una rotta ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. La distruzione è stata sufficiente a ferire, ma non tale da suscitare la furia del mondo. Anche la tempistica del cessate il fuoco è stata calcolata con precisione: solo poche ore prima che il presidente Sarkozy potesse esprimere l'ira dell'Occidente. Mosca ha fatto capire chiaramente di avere in mano l'iniziativa. E nonostante gli screzi sporadici da entrambe le parti la Russia ha spuntato le accuse georgiane che si tratti di una guerra di annientamento.

Mosca riesce anche a contrastare la propaganda georgiana, l'ultima arma di Tbilisi. Diritti Umani? Guardate cos'ha fatto la Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Sovranità nazionale? Guardate al distacco del Kosovo dalla Serbia. Falsi pretesti? Guardate l'invasione di Grenada di Ronald Reagan, con il pretesto di “salvare” gli studenti americani. L'indignazione dell'Occidente? Ma guardate la confusione di voci discordanti.

Qui ci sono lezioni per tutti. Per le ex-repubbliche sovietiche: ricordate la geografia. Per la NATO: volete ancora incorporare nella vostra alleanza le faide caucasiche? Per Tbilisi: volete ancora un presidente che vi ha fatto questo? Per Washington: non conta ancora niente, la voce della Russia? Che vi piaccia o no, conta moltissimo.

Originale: timesonline

Articolo pubblicato il 14 agosto 2008

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mercoledì, agosto 13, 2008

I link di oggi

Si comincia anche oggi con Benedetti: Ossezia: muore anche la verità.

***

Punto di vista georgiano espresso dal giornalista Oleg Panfilov (del Centro per il giornalismo in situazioni estreme) sul suo blog, da Tbilisi:
"Oggi è stata la giornata dell'emozione.
Prima, una grande manifestazione nel centro di Tbilisi e gente che piangeva durante il discorso di Saakashvili. Poi una giornata di attesa, mentre i politici discutevano ed esprimevano le loro idee sulla Georgia e i suoi rapporti con la Russia.
E infine l'uscita della Georgia dalla Comunità degli Stati Indipendenti. Per ora sotto forma di dichiarazione politica, ma tra qualche giorno la Russia si trasformerà automaticamente in una forza d'occupazione non solo formalmente, ma anche dal punto di vista legale, perché perderà lo status di 'peacekeeper' per conto della CSI. E poi, conformemente a tutte le leggi internazionali, la presenza di truppe russe sul territorio dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia potrà essere riconosciuta come illegale.
In altre parole, un'altra avventura militare è finita in nulla.
Non so quali pensieri possano essere passati per la testa dei capi militari russi (sempre che di pensieri si possa parlare), ma la Georgia è riuscita a resistere e ha evitato di tornare a essere lo stato che era ai tempi sovietici, e cioè una 'grande kebabberia' per la nomenclatura russa.
Se analizziamo quello che è successo, troveremo molti argomenti a favore sia della Georgia, sia dei metodi imperiali del Cremlino. Una cosa è chiara, però: la Georgia non cambierà. Negli ultimi cinque anni ha assaggiato la libertà e la democrazia, anche se questo a molti non è piaciuto.
Adesso spetta agli altri resti dell'impero sovietico decidere se continuare a vivere come prima o imparare dalla Georgia.
Domani sarà un'altra giornata di attesa".

Dai commenti a questo post:
"La Georgia ha perso l'Ossezia del Sud e l'Abchazia. Spentasi l'euforia si ritornerà al grigiore quotidiano: senza rimesse di denaro [dai parenti] di Mosca, senza collegamenti via mare e via aerea [con la Russia], con le banche senza lavoro. E allora le dimensioni della catastrofe supereranno quelle della folla ingenua ed eccitata di quella manifestazione.
Questa guerra non ha giusti né colpevoli, vincitori né perdenti. Ma c'è la colpa, un senso schiacciante di colpa davanti ai morti".

"Oleg, purtroppo lei si sbaglia.

1) I paesi della NATO e gli alleati in generale non intendono farsi coinvolgere in una guerra con la Russia, e se accadrà di nuovo sarà controproducente per tutti.

2) L'Abchazia e l'Ossezia del Sud non faranno più parte della Georgia, neanche come regioni autonome: è molto probabile che la Russia riconosca la loro indipendenza.

3) Se verrà dimostrato che i civili di Tskhinvali sono morti per l'uso di sistemi lanciarazzi multipli Grad, Saakashvili non avrà proprio la possibilità di aderire a niente.

E comunque, Oleg, lei sta facendo propaganda. I blog vengono letti per avere un'idea di quello che succede sul campo. Quando racconta che hanno bombardato l'oleodotto, citi cortesemente le fonti. Perché poi, quando si legge da fonti più o meno indipendenti che i gestori dell'oleodotto smentiscono la notizia, è ben triste trovare conferma che le sue fonti mancano di obiettività".

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Dichiarazione del Comitato di Pace Georgiano: protesta contro la militarizzazione (con l'aiuto statunitense) del paese, solidarietà alle vittime ossete, denuncia del regime di Saakashvili.

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Piano di pace russo-francese, la Georgia chiede l'"aiuto militare" della NATO (in particolare per sostituire i sistemi radar andati distrutti nell'attacco russo).

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Dal blog di Antiwar.com:
"Esiste o è mai esistito un governo più ipocrita di quello statunitense? Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di punire la Russia per le operazioni militari in Georgia cancellando la propria partecipazione alle annuali esercitazioni navali Russia-NATO. [...] il Segretario di Stato Condoleezza Rice insiste che 'i russi devono bloccare le operazioni militari come hanno apparentemente promesso, ma quelle operazioni devono assolutamente fermarsi perché bisogna ristabilire la calma'.
Be', che ne dicono gli Stati Uniti di interrompere le operazioni militari in Iraq per permettere di ristabilire la calma? La semplice idea che il governo degli Stati Uniti voglia dare lezioni alla Russia sulle operazioni militari in Georgia è ridicola. Zio Sam non si vergogna del genocidio scatenato dal suo esercito in Iraq?"

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The Independent Institute si interroga sui Semi di una nuova guerra fredda (decisamente nessuna tenerezza per la Russia, ma si sofferma sulla responsabilità degli Stati Uniti e sulla vera consistenza della "democrazia" georgiana).

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La guerra russo-georgiana e l'equilibrio dei poteri, di George Friedman su Stratfor:
"L'invasone russa della Georgia non ha cambiato l'equilibrio dei poteri in Eurasia. Ha semplicemente annunciato che quell'equilibrio si era già spostato. Gli Stati Uniti devono occuparsi delle guerre in Iraq e Afghanistan, del conflitto potenziale con l'Iran e di una situazione destabilizzante in Pakistan. Non hanno una riserva di forze strategiche di terra e non sono in grado di intervenire sulla periferia russa. Questo ha permesso ai russi di riaffermare la loro influenza nella sfera ex-sovietica. [...] L'invasione non ha spostato l'equilibrio dei poteri. Questo equilibrio era già cambiato, e stava ai russi scegliere quando farlo capire pubblicamente. Lo hanno fatto l'8 agosto".
Friedman si chiede poi quello che ci siamo probabilmente chiesti tutti: perché i georgiani hanno deciso di invadere l'Ossezia del Sud. Innanzitutto è difficile non pensare a una forma di coinvolgimento degli Stati Uniti, che almeno dovevano essere al corrente delle intenzioni georgiane. Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a non capire che Mosca avrebbe reagito?
Due sono le ipotesi:
1. un fallimento totale dell'intelligence;
2. una visione della Russia ancora ferma agli anni Novanta, con un esercito a pezzi e un governo in piena paralisi, una Russia che non faceva mosse decisive al di fuori dei propri confini dalla guerra sovietica in Afghanistan.
Ma la Russia nel frattempo è cambiata.
Per capire la mentalità russa secondo Friedman bisogna avere presenti due fatti: la rivoluzione arancione in Ucraina (che Mosca considera orchestrata dalla CIA per attirare l'Ucraina nella NATO e accerchiare la Russia) e la decisione dell'Europa e degli Stati Uniti di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, che la Russia ha visto come una violazione del principio europeo del secondo dopoguerra sull'inalterabilità dei confini nazionali al fine di prevenire i conflitti.
Infine Friedman si sofferma sul conflitto come dimostrazione del ritorno della Russia allo status di grande potenza, processo che è in atto da anni.
"La guerra è stata tutt'altro che una sorpresa; era nell'aria da mesi. Ma le basi geopolitiche della guerra si stavano formando dal 1992. La Russia è stata un impero per secoli. Gli ultimi 15 anni non erano la nuova realtà, ma una semplice aberrazione non ancora corretta. E ora è stata corretta", conclude.

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"La 'democrazia del libero mercato' georgiana esiste nello stesso universo parallelo delle 'armi di distruzione di massa' e dell'Uomo di Piltdown, ma non troverete molti altri mezzi di informazione disposti a dirvelo": Justin Raimondo strapazza un po' Bill Kristol, Saakashvili e il mito della Georgia democratica.

***

Da Sean's Russia Blog, mai tenero con il Cremlino, sempre obiettivo e informato:
"Dmitrij Medvedev ha così annunciato il termine di quella che ha definito 'operazione per costringere le autorità georgiane alla pace', mettendo ufficialmente fine a cinque giorni di combattimenti. I combattimenti non si sono del tutto fermati, e non sorprende. Le macchine da guerra si mettono in moto facilmente ma sono difficili da spegnere.

Il bilancio finale (preliminare)? La Russia dichiara circa 2000 civili uccisi dalle forze georgiane; 18 soldati morti e 52 feriti. La Russia ha impiegato 9000 soldati e 350 veicoli armati. I georgiani dichiarano 150 morti e centinaia di feriti. Robert Guliye, il sindato di Tskhinvali, riferisce che il 70% degli edifici della città è stato danneggiato o distrutto. Dei 30.000 abitanti ne è rimasta solo la metà. Per ora non ci sono dati sulla quantità di armi e munizioni impiegati nel conflitto.

Grande giorno per Dima. La sua prima vittoria militare da presidente. Come, niente tuta di volo, niente bandiera, niente slogan? Ma di certo riuscirà a tirar fuori un po' di capitale politico da tutto questo?

Sono certo che lo farà, appena uscito dall'ombra politica di Putin. Putin, almeno per la stampa occidentale, è stato il volto della guerra, il piccolo demone cattivo che tutti amano odiare. Un titolo del NY Times dice già tutto: 'Russia, and Putin, Assert Authority' ('La Russia e Putin affermano la loro autorità'). Come giunge a questa sorprendente conclusione, il Times? Be', usa una nuova teoria per comprendere la politica russa: 'La teoria delle maniche arrotolate'.

Ultimamente Putin è apparso alla televisione con le maniche arrotolate, mescolandosi ai profughi al confine con l'Ossezia del Sud: l'immagine dell'uomo d'azione.
All'opposto, Medvedev viene mostrato seduto alla sua scrivania a Mosca, mentre impartisce gli ordini di rito al ministro della difesa.

Putin è un duro, Medvedev un burocrate seduto dietro a una scrivania. Mentre Putin parla schiettamente con Bush a Pechino, Medvedev fa una crociera sul Volga. Viene da chiedersi se la continua insistenza su Putin della stampa occidentale sia davvero dovuta al fatto che è al potere o se Putin sia al potere proprio perché è diventato il perfetto cattivo, una specie di action figure dell''Uomo d'Azione'. A quanto pare la risposta per il NY Times sta tutta nelle maniche arrotolate.

Un altro modo di vedere la diarchia è chiedersi se l'equilibrio conti poi così tanto. Chiaramente ciascuno ha il suo ruolo, e Dima, con il suo sorriso dolce e l'aspetto da ragazzino, non ha (ancora) l'immagine giusta per ricevere la condanna internazionale. Ma c'è Putin. Metterlo di fronte alle telecamere è stata un'ottima mossa. Sono sicuro che i russi sapessero dall'inizio che si sarebbero presi la colpa di tutto comunque. E allora perché rischiare il nuovo presidente? Dima è troppo fine e sensibile per meritarselo. Putin se ne frega di Bush e Cheney, figuriamoci di McCain e Obama. Fondamentalmente la posizione di Putin di fronte a tanto clamore è “queste cose risparmiatele per quelli che ci badano”.

Si può davvero biasimare i russi? La macchina propagandistica anti-russa è entrata a pieno regime da subito, come se i dibattiti, i video, le interviste e i commenti fossero già pronti. La propaganda nera era già assemblata. La Reuters e altre agenzie hanno usato foto manipolate. Adesso la CNN è accusata di aver usato immagini di carri armati ed edifici distrutti a Tskhinvali dicendo che si trattava di Gori. Le voci e la propaganda georgiana sui movimenti dei russi sono stati creduti acriticamente (perfino da me). L'invenzione è diventata realtà.

***

Information Dissemination offre la sua analisi diplomatico-militare che vede gli Stati Uniti estromessi dal gioco mentre l'Unione Europea riporta una vittoria diplomatica, e individua la strategia russa basata sul "divide et impera":

"All'inizio del conflitto Putin e Bush si sono parlati in Cina, prima che Putin volasse al fronte per diventare il volto del conflitto. Alcuni hanno descritto il rapporto Medvedev-Putin in questo conflitto come “poliziotto buono/poliziotto cattivo". Crediamo che questa interpretazione sia valida, ma non nel senso convenzionale. Vediamo Medvedev come il poliziotto buono per l'Europa e Putin come il poliziotto cattivo per gli Stati Uniti.

Basandoci sulle mosse di Bush dopo l'incontro con Putin (restare in Cina) e le sue non-mosse (non fare quasi nulla per la Georgia), possiamo concludere che la Russia ha essenzialmente ricevuto il via libera per conseguire tutti i suoi obiettivi. Qui non esistono successi parziali.

L'obiettivo della Russia fin dall'inizio è stato assicurare gli interessi russi per l'Ossezia del Sud e l'Anchazia. Possiamo supporre, basandoci sulla conferenza stampa di Bush alla Casa Bianca, che Bush si aspettava che la Russia si limitasse a riempire quelle regioni di truppe e basta. Possiamo anche ipotizzare che l'amministrazione non credesse che gli obiettivi tattici della Russia comprendessero Senaki, Zugdidi, Gori e Poti".

Date queste premesse, perché la Russia è passata ad altri obiettivi tattici? Perché si è posizionata nei pressi delle città e si è fermata, ha creato linee difensive e non ha occupato le città? Sembra che che la Russia abbia posizionato le sue forze proprio dove voleva, per essere in grado di colpire le città georgiane se le sue condizioni (tra le quali la legittimazione dell'azione militare russa) non saranno soddisfatte.

"La Russia a questo punto ha solo bisogno di un mediatore. E arriva la Francia. Ecco cosa scriveva ieri la stampa russa:

Gli Stati Uniti non sono adatti al ruolo di mediatori nella risoluzione del conflitto tra Georgia e Ossezia. La dichiarazione è stata fatta dal ministro francese degli Affari Europei ed Esteri Bernard Kouchner.

Secondo Kouchner's opinion gli Stati Uniti fanno attualmente parte del conflitto, giacché sono presenti in Georgia ed equipaggiano il suo esercito.

È una coincidenza che il poliziotto buono Medvedev abbia ricevuto Sarkozy e abbia elaborato un cessate il fuoco? Ci aspettiamo che la Francia proponga una risoluzione del conflitto che affidi la Georgia all'Unione Europea. Questo assicurerà a Germania e Francia che la Georgia non entri mai nella NATO e darà all'Unione Europa una vittoria pubblica sul terreno della politica estera e della diplomazia. La Russia ha le nuove province, riceve legittimazione per la sua azione militare, e la Georgia riesce a sopravvivere, probabilmente senza cambio di regime anche se le prossime elezioni potrebbero punire Saakashvili".

E gli Stati Uniti? "Gli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere fondamentali, e probabilmente questa situazione adesso non è destinata a cambiare".

"Nel XXI secolo le superpotenze pagano un costo molto alto per le proprie azioni, ma è anche vero che il costo è molto alto anche per l'inazione. Quando Bush ha escluso l'ipotesi dell'intervento militare, anche se non l'avrebbe mai usata neanche in un milione di anni, la Georgia è stata spacciata. Da allora la Russia non si è più preoccupata degli Stati Uniti. L'amministrazione Bush ha giocato a poker con Putin, ma ha fatto vedere le carte. Questo tipo di gioco avrà delle conseguenze.

Quando parliamo di strategia 'divide ed impera' della Russia capite senz'altro che non ci riferiamo alla Georgia. La Russia userà questo incidente per dividere l'Europa e gli Stati Uniti, e l'inazione americana produrrà umiliazione. La strategia d'uscita della Russia prevede che l'Europa butti a mare gli Stati Uniti per garantire la sopravvivenza della Georgia. Al tavolo diplomatico ci sono la Russia e la Francia, cosa vi aspettavate? In quella stanza gli interessi degli Stati Uniti stanno all'ultimo posto".

***

"Adesso questa è probabilmente l'area più instabile del pianeta, perché gli Stati Uniti e l'amministrazione Bush hanno cercato strenuamente di far entrare nella NATO la Repubblica della Georgia, ripeteranno il tentativo il prossimo dicembre chiedendo l'ammissione di Georgia e Ucraina, e la Russia ha messo in chiaro che si tratterebbe di una minaccia alla sua sicurezza nazionale e alla sua sovranità. Teniamo poi conto del fatto che gli Stati Uniti continuano a voler installare in Polonia e Repubblica Ceca missili che potenzialmente possono essere missili nucleari, e che ciò li metterebbe in grado di colpire per primi, costringendo la Russia a mettersi in ginocchio e a chiedere la resa... La Russia lo sa, Washington lo sa, non viene detto all'opinione pubblica americana né a quella europea ma è questa la posta in gioco in Georgia".
F. William Engdal, The Geopolitics of Georgia (video).

***

E se la "sorpresa di ottobre", cioè la mossa che porterà i repubblicani alla Casa Bianca, fosse stata anticipata ad agosto? Se fosse la piccola Georgia?
È l'ipotesi di Robert Scheer, che ricorda il ruolo di un certo Randy Scheunemann, per quattro anni lobbysta sul libro paga del governo georgiano divenuto consigliere per la politica estera di John McCain (e noto come uno dei neoconservatori che hanno orchestrato l'intervento in Iraq quando dirigeva il Project for a New American Century).

***

World Socialist Website: Le mosse strategiche russe per contrastare gli USA in futuro: rafforzamento militare e alleanza con la Cina.

***

Altra analisi dal World Socialist Website: seguendo l'orientamento prevalente della sinistra socialista britannica non è per niente tenera con la Russia ("non c'è niente di progressista nell'intervento militare della Russia in Georgia. L'élite di governo russa persegue i propri obiettivi predatori nel Caucaso, regione dominata per due secoli da Mosca prima del crollo dell'Unione Sovieticanel 1991"), ma trova le responsabilità della guerra nella politica statunitense, che favorendo un'informazione non obiettiva ha cercato di scatenare sentimenti antirussi e guadagnare il consenso dell'opinione pubblica con il fine ultimo di imporre la propria egemonia sul Caucaso").

[continua]

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martedì, agosto 12, 2008

I link di oggi

L'Ossezia e la Georgia nel grande gioco tra Mosca e Washington nell'articolo di Carlo Benedetti su Altrenotizie.org.

E Giuseppe Iannello per Megachip sulla guerra mediatica.

Di guerra e media (e molto altro) si occupa anche Poganka.

Sempre a proposito di informazione, Der Spielfechter sottolinea la confusione giornalistica, l'assenza di giornalisti sul campo e di resoconti di prima mano e l'impossibilità o incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti (siano esse russe o georgiane). I servizi dei media tedeschi sulla guerra nel Caucaso, dice, sono ambigui: mentre il lavoro delle agenzie di stampa è generalmente molto buono (e, come ci segnala Stefano di Poganka, la tv tedesca con i suoi reporter in loco sta raccontando bene i risultati dell'attacco georgiano), il giornalisti e i commentatori di spicco hanno mostrato la tendenza a basarsi su notizie non verificate e su fonti che potevano essere meramente propagandistiche. È ciò che è successo con il presunto bombardamento dell'oleodotto BTC, notizia falsa e subito smentita dalla BP ma riportata e commentata, tra gli altri, dal capo redattore degli esteri della Süddeutsche Zeitung Stefan Kornelius. (È facile capire l'impatto di queste voci, dato che per l'Occidente Russia è sinonimo di "energia" e colpire un oleodotto significa danneggiare non solo gli interessi della Georgia ma dell'economia internazionale). Seguono altri esempi di articoli basati su dichiarazioni governative ma privi di fonti, di fotografie e di testimonianze (i bombardamenti a Poti, le varie richieste di cessate il fuoco, la posizione e i movimenti delle truppe).
Si chiude con una piccola perla della TAZ, che in un'intervista a Cohn-Bendit dice (per ben due volte) che la Russia ha pianificato l'attacco durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici. Russia? Georgia. Ops.

Passando ad altro, credo che Saakashvili ieri abbia battuto un bel record: chiedere aiuto nel giro di pochi giorni prima alla NATO e poi alla Cina. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

The 8th Circle confronta le posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti sulla guerra tra Georgia e Russia per scoprire che sono più o meno le stesse, con un Obama più generico e un McCain più disposto ad approfondire le eventuali azioni concrete.

Un po' Casino Royal, un po' Signor Burns, ma a quando pare ci si può fidare a mandarlo in giro: Ivanov alla CNN (video YouTube).

"Lo scontro tra Russia e Georgia sull'Ossezia del Sud, che si è intensificato drammaticamente ieri, ha più in comune con la guerra delle Falklands del 1982 che con una crisi da guerra fredda. Quando la giunta argentina si crogiolava nel pubblico consenso per essersi ripresa in modo incruento le Malvinas, Henry Kissinger predisse la reazione ampiamente inaspettata della Gran Bretagna commentando: 'Nessuna grande potenza si ritira per sempre'. Forse oggi la Russia ha interrotto la lunga ritirata verso Mosca che era cominciata con Gorbačëv".
Marc Almond, professore di storia all'Oriel College di Oxford, sul Guardian.

Anche Craig Murray fa la sua analisi, adottando una visione fondamentalmente antirussa (sostiene che la Germania è uno stato cliente della Russia, che le "rivoluzioni colorate" in fin dei conti hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nei paesi in cui sono avvenute, e che il nazionalismo russo è il maggiore pericolo per l'Europa), finisce ricordando che se ci si trova nella situazione di avere una Russia aggressiva alle porte il "merito" è della politica di accerchiamento statunitense.

Intanto gli Stati Uniti continuano a fornire armi alla Georgia, secondo il giornale israeliano Maariv.

Israele invece avrebbe deciso di smettere dopo le rimostranze di Mosca.

In Georgia, secondo round copydude si interroga sul futuro di Saakashvili:
"Finora gli Stati Uniti sono stati lieti di appoggiare l'uomo che avevano contribuito a mettere lì. Saakashvili, che ha studiato negli Stati Uniti, condivide la concezione flessibile di 'libertà' di Bush. All'interno del suo paese, Saakashvili ha fatto fuori un po' di queste libertà, togliendo diritti ai lavoratori e chiudendo i mezzi di informazione indipendenti (e perfino un canale televisivo). In perfetto stile da repubblica delle banane, i suoi successi sono un grosso esercito e i centri commerciali. Ma la disfatta in Ossezia del Sud potrebbe mettere in forse il sostegno di cui godeva. Un effetto a lungo termine già è noto: gli investitori si sono spaventati. Un amministratore delegato estone valuta che la guerra terrà lontani gli investitori per dieci anni. Il Jerusalem Post dice più o meno lo stesso a proposito degli imprenditori israeliani nel ramo immobiliare georgiano. Fitch e Standard & Poors hanno abbassato rapidamente il rating della Georgia. Intanto gli stranieri hanno lasciato il paese e i programmi sono stati annullati.
[...]
Gli Stati Uniti di solito non si preoccupano delle vittime civili - o di quello che adorano chiamare 'danni collaterali' - ma chi nuoce agli affari rischia di trovarsi presto in una posizione indifendibile".

La Georgia esce dalla Comunità degli Stati Indipendenti, ha comunicato poco fa Saakashvili.

Basta, riconosciamolo: non sappiamo distinguere tra Tskhinvali e Gori. Questa Reuters manda in giro foto strazianti di vittime, macerie e ospedali improvvisati, foto di edifici sventrati che potrebbero essere caserme o condomini (lo stile staliniano voleva così), immagini dello stesso cadavere in camicia a scacchi e diversi gradi di disperazione, e un povero giornalista dovrebbe notare la didascalia?
Dunque non ce la possiamo prendere con quelli del Berliner Kurier che pubblicano in prima pagina una scena di desolazione (medico, vecchietto morente) sopra la quale quale campeggia un Putin dallo sguardo crudele e pensoso di uno che a colazione mangia gattini e titolano "Putin: vendetta di bombe e di sangue" (traduzione libera).
La foto Reuters si riferisce a un ospedale osseto (si verifichi dall'impeccabile drugoj).

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Quello che ci insegna la Georgia

[Intanto Medvedev ha annunciato la conclusione dell'operazione in Georgia; in attesa di un post con i link del giorno, ecco una breve analisi di Stratfor (che, lo ricordiamo, è un'agenzia privata di intelligence statunitense); un po' perché qui non ci facciamo mai mancare nulla, un po' perché è effettivamente valida anche in considerazione degli ultimi sviluppi]

Diario geopolitico: quello che ci insegna la Georgia

commento di Stratfor

La guerra tra Georgia e Russia sembra avvicinarsi a una conclusione. Domenica ci sono stati alcuni attacchi aerei della Russia contro la Georgia e ancora combattimenti in Ossezia del Sud, e i russi hanno affondato una vedetta anti-missili georgiana. Ma alla fine della giornata i russi si sono detti pronti a fare la pace con la Georgia, mentre i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno detto che i georgiani erano pronti a completare il ritiro delle loro truppe dall'Ossezia del Sud.

A questo punto i russi hanno ottenuto quello che volevano, oltre ad assicurare l'autonomia dell'Ossezia del Sud. Innanzitutto hanno fatto capire di essere la potenza dominante non solo nel Caucaso ma attorno a tutta la loro periferia. L'alleanza con gli Stati Uniti o l'addestramento con i consulenti stranieri in fin dei conti significa poco; non è neanche chiaro cosa sarebbero stati in grado di fare gli Stati Uniti e la NATO se la Georgia fosse stata un paese-membro dell'alleanza. Questa lezione non è diretta alla Georgia, ma all'Ucraina, al Kazakistan, alla Lituania, all'Azerbaigian e perfino alla Polonia e alla Repubblica Ceca. I russi hanno messo in chiaro che, almeno in questo momento storico, possono intervenire efficacemente sulla propria periferia e che dunque i loro vicini non dovrebbero restare indifferenti alla volontà e ai desideri russi.

La seconda lezione serve agli americani e agli europei. I russi avevano chiesto che al Kosovo non fosse concessa l'indipendenza. Erano disposti ad accettare l'autonomia, ma non volevano che la mappa dell'Europa fosse ridisegnata; hanno fatto chiaramente capire non solo che questo processo, una volta iniziato, non finirà, ma anche che i russi potrebbero sentirsi liberi di ridisegnare a loro volta le mappe. Gli americani e gli europei sono andati avanti comunque, stimando che i russi non potessero fare altro che rassegnarsi a quella decisione. La reazione russa all'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud mette in chiaro che i russi sono nuovamente una forza con cui è necessario fare i conti.

Dalle autorità americane ed europee sono giunte taglienti dichiarazioni retoriche, ma la retorica non può può essere paragonata all'azione militare. Gli europei sono militarmente troppo deboli per avere alternative, e gli americani hanno già troppa carne sul fuoco per farsi coinvolgere in una guerra in Georgia. In un certo senso la retorica fa sembrare i russi perfino più forti di quanto siano in realtà. È notevole il contrasto tra l'intensità della retorica e la pochezza dell'azione.

Gli americani, in particolare, hanno un altro problema. L'Iran è infinitamente più importante della Georgia, e loro hanno bisogno dell'aiuto della Russia in Iran. Cioè hanno bisogno che i russi non vendano armi agli iraniani. In particolare non vogliono che agli iraniani vengano forniti i missili russi terra-aria S-300. E poi vogliono che i russi si uniscano a possibili sanzioni contro l'Iran. La Russia adesso ha varie possibilità di ostacolare la condotta degli Stati Uniti non solo in Iran ma anche in Afghanistan e in Siria. Sono, queste, aree di grande preoccupazione per gli Stati Uniti, e scontrarsi con la Russia per la Georgia è una faccenda rischiosa. Le ritorsioni russe potrebbero costare moltissimo agli Stati Uniti.

Si dice che i russi potrebbero imporre un nuovo governo in Georgia. Probabilmente è così, ma i russi hanno già raggiunto i loro obiettivi principali. Hanno fatto capire ai loro vicini che una relazione con l'Occidente non garantisce alcuna sicurezza se gli interessi della Russia sono a rischio. Hanno fatto capire all'Occidente che ignorare la volontà della Russia ha un prezzo. E infine hanno fatto capire a tutti che la macchina militare russa, che cinque anni fa era in condizioni catastrofiche, è stata rimessa abbastanza in sesto da riuscire a condurre un'operazione complessa con componenti terrestri, aeree e navali. Certo, è stata un'operazione contro un paese piccolo, ma tante cose potevano andare storte. Non è successo. La Russia non è una superpotenza, ma di certo non è più menomata sul piano militare. Trasmettere questo messaggio, in fin dei conti, potrebbe essere stata la cosa più importante per la Russia.

Originale: Stratfor (su abbonamento, ma l'articolo è riportato qui: http://www.warandpeace.ru)

Originale pubblicato l'11 agosto 2008

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lunedì, agosto 11, 2008

I link di oggi

Georgia-NATO-Israele
Michel Chossudovsky riassume i legami tra Georgia e NATO e i rapporti con gli israeliani, ricorda che poco prima dell'attacco si è svolta l'esercitazione militare "Immediate Response" e si chiede se si stia preparando effettivamente un conflitto più ampio tra Russia e Stati Uniti. Articolo riassuntivo con cronologia degli eventi e utili mappe.
Link

In Georgia we trust
Il rappresentante speciale di Washington in Ossezia del Sud, Matthew Bryce, ha accusato i russi di genocidio della popolazione osseta. "Mi risulta che su Tskhinvali sparavano da due parti, quella georgiana e quella russa; e allora, perché attribuire il genocidio ai georgiani?" dice Matthew Bryza, che alla capitale osseta non si è neanche avvicinato. Bello sapere che qualcuno ha le idee chiare. (Link in russo, Izvestija).
Se può interessare, Bryza è il signore che nel novembre scorso ha lodato Saakashvili dopo la durissima repressione dei manifestanti che ne chiedevano le dimissioni. Citazione: "We trust in Georgia, the people of Georgia, the leadership of Georgia" (crediamo nella Georgia, nel popolo della Georgia, nella leadership della Georgia).

Cheney
reloaded
Ma ci pare che Cheney possa starsene in vacanza a sparare per sbaglio ad avvocati repubblicani quando la minaccia russa si riaccende? No. "L'aggressione russa non deve restare senza risposta, e la sua continuazione potrebbe avere gravi conseguenze per i suoi rapporti con gli Stati Uniti e con la più ampia comunità internazionale", ha dichiarato al New York Times.

Ricordare
"I discorsi sull''uso sproporzionato della forza' [da parte dei russi, N.d.T.] sono ridicoli. Shock and awe. B-2 contro ragazzini armati di pietre a Baghdad e a Kabul. Ricordate?"
Winthrop360

La Russia, la Georgia e la Cina
Interessante post di The Oil and the Glory, che riassumo:
La Georgia non è certo un grande avversario, militarmente parlando. La reazione Russa dimostra anche che la Georgia non è al momento un attore indipendente. Putin (perché si è capito chi comanda a Mosca) ha anche ribadito che la Russia non vuole che la Georgia entri nella NATO, e la NATO ha dimostrato di non volersi opporre alla Russia.
L'obiettivo di Washington era quello di trasformare il Caucaso e l'Asia Centrale in una regione filo-occidentale finanziariamente indipendente. La Georgia ha un ruolo chiave in questa strategia, perché attraversata dall'oleodotto BTC, dal gasdotto BTE e dal più piccolo gasdotto Baku-Supsa.
Dunque questo conflitto (con una Georgia non sufficientemente forte e gli Stati Uniti che decidono di non schierarsi al suo fianco) segna la fine della sfida dell'Occidente alla Russia come grande potenza energetica regionale? No: tutte queste pipeline continueranno a funzionare. La Russia non interferirà. Perché? Perché la sua più ampia strategia economico-politica in Europa dipende dalla capacità di non terrorizzare gli europei (che potrebbero scegliere di appoggiare la costruzione di pipeline non russe).
Infatti sembra che la Russia non abbia bombardato l'oleodotto BTC.
Quelli che sembrano compromessi sono invece i progetti dell'oleodotto e del gasdotto transcaspico e del Nabucco.
Ma a questo punto entra in gioco il fattore Cina. L'obiettivo della politica americana è l'indipendenza energetica per il Caucaso e gli stati centro-asiatici, dove l'influenza della Russia è forte: e allora perché il petrolio e il gas naturale devono andare verso Ovest?
La Cina sta costruendo un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan e il Kazakistan allo Xinjiang e oltre. Visto che Washington non può evitarlo, a questo punto potrebbe decidere di contribuire alla costruzione di queste rotte energetiche. Dunque il prossimo problema della Russia potrebbe essere un tandem USA-China (l'unico mezzo con cui gli Stati Uniti potrebbero a questo punto contrastare l'influenza della Russia nel Caucaso e nell'Asia Centrale).
Link

E l'Iran
Secondo Stan Goff la Russia è riuscita in un colpo solo a sbugiardare le rivoluzioni colorate finanziate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment Fund, la farsa degli "interventi umanitari" usata in Jugoslavia, e si ha anche migliorato la propria posizione in vista della probabile ascesa dell'Iran come nazione più influente dell'Asia Sud-Occidentale.
L'autore si chiede inoltre che effetto potrà avere sull'Iran la profonda evidente debolezza degli Stati Uniti, e se questo spingerà il paese ulteriormente verso la Russia (ci sono già due forme importanti di collaborazione: il progetto di creare un OPEC del gas e la Shanghai Cooperation Organization.
Link

Gli aiuti militari
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato un file in cui sono elencati tutti i paesi che forniscono armi, addestramento o finanziamenti alla Georgia. Documento dettagliato che specifica anche di quale genere di fornitura si tratta.
Per farla breve, i paesi sono:
Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lituania, Lettonia, Turchia, Francia, Cecoslovacchia, Estonia. E questo per quanto riguarda la NATO.
Altri paesi: Israele
, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ucraina.
Il file .doc, in russo, è scaricabile qui.

Quel che è giusto è giusto
Equilibrato, informato, documentato, con la giusta cronologia degli eventi (la Georgia attacca, la Russia convoca una sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiedendo un cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza non produce una risoluzione, il presidente Medvedev dichiara il proprio dovere di difendere la vita e la dignità dei cittadini russi, infine la Russia reagisce militarmente; e poi ne approfitta per dare una lezione alla Georgia, questo sì): è l'articolo di Tony Karon (con la collaborazione di Yasha Levine di Exile) su Time Magazine, dati i tempi una piacevole sorpresa.
Link

[E poi ci sono Justin Raimondo per Antiwar e Mark Ames per The Nation. Ma, visto che la Miru ha un debole per questi due signori, vedremo di tradurli].

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domenica, agosto 10, 2008

Attaccare l'Ossezia significa attaccare la Russia

[Ancora un punto di vista russo incentrato sull'interesse strategico nazionale e sul timore della destabilizzazione e dell'indebolimento del paese, percepiti come una minaccia costante, incalzante e concreta. Non si pone dunque il problema di condividerlo o di rigettarlo, direi, quanto di capire l'entità della posta in gioco in una prospettiva non Occidentale che agisce da comune denominatore tra fazioni anche molto distanti. È inoltre particolarmente interessante il riferimento critico alla dirigenza russa (i "burocrati di tutti i livelli" e la loro ricattabilità)]

Attaccare l'Ossezia significa attaccare la Russia

Di Gurija Murklinskaja

L'attacco contro l'Ossezia del Sud, che equivale ad attaccare l'intera repubblica di Ossezia (perché comunque gli osseti del Nord si trovano sotto la sovranità della Federazione Russa), è un evento tragico ma non inaspettato. Sotto il regime fantoccio di Saakashvili la Georgia non ha scelta. Ma c'è un'altra questione, molto più importante e complicata. E la questione è: la dirigenza russa ha libertà di scelta? Cosa influisce veramente sulla linea di Mosca riguardo alla guerra in Ossezia, la paura dei burocrati russi di tutti i livelli di perdere quello hanno rubato e nascosto in compagnie offshore (perché il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sa dei fondi accantonati all'estero, e può in qualsiasi momento congelare i conti bancari) o la continuità nella difesa degli interessi strategici nazionali della Russia? I primissimi passi delle massime autorità russe fanno sperare che sviluppino il secondo scenario.

Va fatta una dichiarazione netta e responsabile sul fatto che l'attacco contro l'Ossezia è stato un attacco contro la Russia. Alcuni suggeriscono che l'Ossezia andrebbe aiutata con volontari e armi, ma bisognava farlo prima, in Jugoslavia. E non è stato fatto. E adesso chiediamo in ginocchio agli Stati Uniti di non installare i loro missili troppo vicino ai nostri confini. Non è stato un caso che al governo della Georgia sia stata indicata l'Ossezia, considerandola un anello debole che geograficamente si prestava a un blitzkrieg (cominciando con l'Ossezia del Sud) di poche ore e contando che Mosca non interferisse e si limitasse alle proteste di rito. Ma non è andata così. Come ha detto Dmitrij Medvedev, il popolo multinazionale del Caucaso Settentrionale appoggia la nazione osseta. In queste condizioni si possono inviare volontari e armi, ma come prima cosa è necessario dichiarare la presenza militare russa nella zona di questo conflitto militare per poter respingere l'aggressore.

L'attacco georgiano contro l'Ossezia è stato un tentativo di usare le mani e i coltelli georgiani per strappare un altro pezzo allo spazio geopolitico russo per offrirlo agli americani. La trasformazione di vasti territori geopolitici nel processo di “espansione” a est della NATO è dolorosa. La tragedia dell'Ossezia è la testimonianza dell'esistenza sul territorio dell'ex-URSS di repubbliche di fatto indipendenti ma formalmente non riconosciute dalla comunità internazionale: repubbliche che vanno protette contro la violenza etnica, nell'interesse delle persone che vivono in questi stati, e che non devono diventare gli strumenti di una destabilizzazione della Federazione Russa su vasta scala.

In seguito allo smembramento dell'Unione Sovietica che concluse quattro decenni di “guerra fredda” praticamente tutti gli stati post-sovietici tranne la Russia cominciarono a orientarsi verso una rapida e violenta assimilazione di piccoli gruppi etnici non autoctoni e verso la costituzione di stati mono-nazionali e mono-confessionali. Nell'ambito della politica di unificazione dello spazio geopolitico globale la questione del riconoscimento/non riconoscimento dell'Abchazia, dell'Ossezia del Sud e di altri stati di fatto sul territorio dell'ex-URSS non si pone, è già decisa: questi stati verranno riconosciuti. Il solo problema è chi li riconoscerà per primo: la Russia o l'Occidente?

Oggi alla Russia viene quasi apertamente rivolta la minaccia di destabilizzare i suoi territori meridionali se dovesse entrare nella zona “proibita” che circonda le repubbliche post-sovietiche non riconosciute. Gli strateghi occidentali concordano nell'attribuire a Mosca il ruolo di stato incapace di proteggere i propri cittadini permettendo agli stati occidentali di avere l'ultima parola sul destino degli abchazi, degli osseti e di altre nazioni della Russia.

Parlando esclusivamente in termini di confini nazionali, molti popoli caucasici – compresi gli armeni, gli azeri, alcuni gruppi etnici del Daghestan – furono divisi dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Ci sono anche nazioni divise dai confini amministrativi dei “soggetti” della Federazione Russa. Se la Russia dovesse perdere una guerra nel Caucaso Settentrionale, tutti i confini amministrativi sarebbero annullati. Poi gli stati membri della NATO si spartirebbero i territori limitrofi, e molto probabilmente il Caucaso diventerebbe un protettorato turco.

La Georgia potrebbe trarre vantaggio da una guerra? Senz'altro no, a meno che non si consideri vantaggiosa per l'attuale regime di Tbilisi la perdita di un gran numero di giovani disoccupati e male addestrati che Saakashvili ha indirizzato all'arruolamento e che verranno stritolati dalla macchina bellica.

Nessuna potenza attualmente responsabile del futuro del fallito stato georgiano è interessata al mantenimento dell'“integrità territoriale” e della “sovranità nazionale” della Georgia entro i confini dell'ex-Repubblica Socialista Sovietica georgiana. Nell'ipotesi di uno scontro di grandi proporzioni la Georgia andrebbe in pezzi per diventare una formazione di piccoli semi-stati mono-etnici a disposizione dei vincitori.

Probabilmente è ora che i georgiani si rendano conto per chi stanno combattendo le loro battaglie.

Originale da: http://fondsk.ru/article.php?id=1533

Articolo originale pubblicato il 10 agosto 2008

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sabato, agosto 09, 2008

Allarme rosso nel Caucaso

[Analisi approfondita e ben contestualizzata del conflitto e delle sue possibili motivazioni: anche qui si sottolinea il probabile consenso degli Stati Uniti, la politica di accerchiamento e contenimento della Russia e la questione delle risorse energetiche. Si ricorda inoltre come l'Ossezia del Sud fosse ormai da molto tempo indipendente di fatto, e come in epoca sovietica godesse dello statuto di regione autonoma all'interno della Georgia. Infine Bleitrach ricorda il ruolo di Soros nelle cosiddette rivoluzioni colorate e l'innesto di una leadership di fabbricazione statunitense nel paese-chiave del Caucaso]

Allarme rosso nel Caucaso (cosa vogliono gli Stati Uniti?)

di Danielle Bleitrach

Ci sono stati scontri militari gravissimi tra le truppe del regime fantoccio di Washington che governa la Georgia (il Caucaso del Nord) e la repubblica autonoma dell'Ossezia del Sud appoggiata dalla Russia, compreso il bombardamento di ieri della capitale autonoma dell'Ossezia del Sud Tskhinvali. L'attacco della Georgia, che ha causato 15 morti tra le forze di interposizione russe, ha suscitato la reazione della Russia: si può dunque già parlare di guerra, con l'arrivo dall'Ossezia del Nord di carri armati, dell'aviazione e di numerosi volontari russi.

Nell'attacco georgiano contro l'Ossezia ci sarebbero stati 1400 morti, in maggioranza civili, secondo l'agenzia russa Interfax che cita il capo dei separatisti osseti, Eduard Kokoity.

Notizie contraddittorie sul numero delle vittime
La capitale dell'Ossezia del Sud, Tskhinvali, è stata attaccata dalla Georgia che ha dichiarato l'intenzione di reprimere le “tendenze separatiste”. Si contano molte vittime, ma i comunicati diffusi dalle due parti sono contraddittori. Un portavoce dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati che si trova in Ossezia del Sud ha riportato anche la distruzione di molti edifici.

La Russia non ha tardato a reagire, tanto più che sotto i colpi georgiani sono morti dieci soldati russi che si trovavano in una caserma della forza di peacekeeping, a Tskhinvali. Nell'Ossezia Meridionale sono entrati centocinquanta carri e veicoli blindati russi, mentre a Mosca si teneva un consiglio di sicurezza presieduto da Medvedev. La Georgia ha riportato il bombardamento della sua base aerea di Vaziani, a 25 km da Tbilisi, da parte dell'aviazione russa.

A Occidente si dice che l'Ossezia ha scelto la strada del separatismo, ma si dimentica che l'Ossezia del Sud in epoca sovietica godeva dello statuto di “regione autonoma” all'interno della Repubblica Socialista della Georgia, che è abitata da una popolazione che ha spesso il doppio passaporto e che è vicina all'Ossezia del Nord (rimasta in Russia).

Nel 1991 ha proclamato l'indipendenza da Tbilisi dopo l'abolizione della sua autonomia per iniziativa del primo presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. Tbilisi ha perduto il controllo del territorio dell'Ossezia Meridionale nel 1992 in seguito a un sanguinoso conflitto. La pace nella zona di conflitto osseto-georgiana è attualmente mantenuta da un contingente composto da tre battaglioni (russo, georgiano e osseto), ciascuno costituito da 500 soldati di pace. Nel suo attacco contro l'Ossezia la Georgia ha ucciso soldati russi che avevano il compito di mantenere la pace.

La Georgia è diventata il burattino degli Stati Uniti
In questo conflitto ci troviamo di fronte alle conseguenze dello smembramento dell'ex-URSS, smembramento orchestrato dagli Stati Uniti e in particolare dal miliardario Soros, uomo della CIA, che ha finanziato una gran massa di ONG per provocare guerre civili e movimenti sociali approfittando dello sbando delle istituzioni e dei poteri. Il tutto durante la decomposizione del vecchio apparato di Stato sovietico e la corsa degli apparatčik per impadronirsi delle risorse nazionali.

Il miliardario americano George Soros ha sostenuto finanziariamente i movimenti studenteschi georgiani e il partito di Saakashvili, finanziando la carriera politica di Saakashvili fin dall'inizio. La sua influenza sul nuovo governo georgiano è ancora molto forte. Alcuni ministri del governo attuale hanno collaborato con il finanziere americano nell'ambito della sua fondazione. Inoltre vari giovani consiglieri di Saakashvili hanno studiato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambi universitari creato e gestito dalla fondazione privata di Soros. Il governo americano, da parte sua, ha raddoppiato gli aiuti economici bilaterali alla Georgia dopo la rivoluzione. Questi finanziamenti annuali raggiungono oggi la cifra di 185 milioni di dollari. Inoltre la Casa Bianca è coinvolta in un programma di formazione delle forze speciali dell'esercito georgiano nel quadro della lotta contro il terrorismo islamico nella regione e con la collaborazione di Israele. Gli Stati Uniti hanno anche stanziato delle somme per pagare le fatture energetiche della Georgia all'indomani della rivoluzione del novembre 2003. È evidente il ruolo di Soros, che ha qui i propri interessi finanziari e che ha lavorato a stretto contatto della CIA per favorire l'acquisizione del controllo su questa regione da parte degli Stati Uniti, soprattutto nel settore dell'energia ma non solo. (1)

Abbiamo visto questo scenario all'opera in ben altri contesti. Questa “balcanizzazione”, o asservimento, presente ovunque (in America Latina, in Asia, in Europa) è il mezzo per affermare il predominio della potenza statunitense e far fronte ai paesi ribelli. Oggi è rappresentata dall'avanzata della NATO, dall'installazione dei missili puntati contro l'Iran ma di fatto contro la Russia. Ma perché invadere l'Ossezia, indipendente di fatto da molti anni? Si vuole creare una situazione irreversibile prima che termini il mandato dell'attuale presidente degli Stati Uniti? Se l'influenza di Soros resta determinante, si tratta al contrario di giocare la carta – proposta da Obama – del rafforzamento dell'intervento in l'Afghanistan e nella zona irano-orientale?

Recentemente Condolezza Rice è stata a Tbilisi, e si stenta a immaginare che l'operazione si sia svolta senza il suo avallo. Sotto l'influenza di Washington, che auspica l'integrazione della Georgia nella NATO.

Inoltre la Georgia è totalmente asservita agli Stati Uniti e dal punto di vista militare molto legata a Israele. È dunque poco probabile che abbia lanciato l'attacco contro l'Ossezia, uccidendo nella loro caserma dei soldati russi del contingente di pace, senza il consenso degli Stati Uniti.

In un primo tempo la Georgia, potentemente armata e addestrata da Israele, ha contestato l'organismo incaricato di risolvere il conflitto – la Commissione mista di controllo composta dalla Russia, dalla Georgia e dalle due Ossezie. Poi c'è stato il 7 agosto, l'attacco contro l'Ossezia, il bombardamento della capitale, la popolazione civile in fuga, il disastro umanitario e infine lo scontro diretto con le forze russe.

Un attacco contro l'Ossezia ma anche contro la Russia
Oggi i dirigenti politici georgiani fingono di condurre un'operazione di pacificazione. Tbilisi si dice pronta ad arrestare il bagno di sangue se Tskhinvali [la capitale dell'Ossezia Meridionale] accetterà il negoziato diretto [senza la mediazione russa], il che equivarrebbe a una capitolazione degli osseti. Tbilisi promette d'altronde di concedere alla repubblica “un'ampia autonomia all'interno della Georgia e un finanziamento umanitario di 35 milioni di dollari per la ricostruzione”. Il primo ministro georgiano Vladimir Gurgenidze ha offerto a sua volta “un'amnistia giuridico-politica per tutti gli alti funzionari dell'autoproclamata repubblica”, reiterando comunque la volontà di Tbilisi di “perseguire [l'azione militare] fino al ristabilimento dell'ordine.

Nel suo discorso alla nazione, citato dall'agenzia di informazione georgiana Akhali Ambebi Sakartvelo, il presidente georgiano Saakashvili ha annunciato che la mattina dell'8 agosto “la maggior parte dell'Ossezia del Sud è stata liberata e si trova sotto il controllo delle forze governative georgiane”. Ha poi accusato Mosca di avere inviato dei bombardieri SU-24 a colpire i dintorni della città georgiana di Gori [a una cinquantina di chilometri da Tskhinvali] e le regioni di Kareli e di Variani. Informazione categoricamente smentita dalla Russia: “È un delirio, un'ennesima provocazione nauseabonda di Tbilisi”, ha replicato un alto funzionario del ministero degli Esteri russo, citato da Izvestija.

In giornata questo “delirio” sul bombardamento di Gori è stato ripreso da tutte le agenzie di stampa occidentali, che unanimemente hanno trasformato la Russia nell'aggressore.

Il primo leader russo a reagire all'intensificazione delle violenze è stato il capo del governo Vladimir Putin. Da Pechino si è rammaricato per il mancato rispetto georgiano della tregua olimpica e ha promesso “una risposta all'aggressione georgiana, come riferisce il quotidiano russo online Vzgljad. Secondo l'agenzia di stampa russa RIA Novosti, davanti a Bush Vladimir Putin ha affermato che il popolo russo e in particolare quelli del Caucaso non accetteranno una simile aggressione contro i loro compatrioti. Pare che Bush abbia manifestato un po' di imbarazzo. Da parte sua, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha promesso di proteggere la popolazione civile osseta, la cui maggioranza possiede un passaporto russo, informa Vzgljad. “Non accetteremo la morte impunita di nostri connazionali, ovunque essi si trovino, ha ribadito. Secondo Vzgljad, quello stesso giorno truppe e veicoli blindati russi hanno attraversato la frontiera russo-georgiana e si sono diretti verso Tskhinvali.

Gli Stati Uniti per bocca di Condoleezza Rice hanno chiesto la fine delle ostilità, mentre la vera questione è il loro coinvolgimento nell'attacco. Per quanto riguarda la comunità internazionale, la NATO, l'ONU e il Consiglio Europeo hanno di fatto chiesto a entrambe le parti di cessare il fuoco e di sedersi al tavolo dei negoziati. Al momento la pacificazione sembra però essere un pio desiderio.

Il Caucaso in fiamme?
Sul versante russo la tensione stale, in particolare nel Caucaso. L'agenzia di stampa RIA Novosti ci informa che “i cosacchi hanno formato battaglioni di volontari per fare fronte a un eventuale aggravarsi della situazione in Ossezia del Sud, ha annunciato martedì ai giornalisti il capo (ataman) dell'armata dei cosacchi del Don, Viktor Vodolackij. 'I battaglioni sono pronti a interventire in Ossezia del Sud', ha dichiarato l’ataman. Secondo Vodolackij i battaglioni sono formati da cosacchi che hanno fatto parte dell'esercito. 'Vogliamo che ne facciano parte i migliori cosacchi che difenderanno l'Ossezia del Sud e la Russia', ha sottolineato l'ataman.
Secondo i responsabili dell'Ossezia del Sud, se la Georgia scatenerà una guerra contro l'autoprocalamata repubblica si ricorrerà a questi battaglioni. 'In tal caso i cosacchi avranno lo statuto di militari sud-osseti', ha precisato Anatolij Barankevič, segretario del Consiglio di sicurezza della repubblica. In questi ultimi giorni, ha proseguito, la Georgia ha moltiplicato le provocazioni, 'uccidendo negli attacchi sei persone e ferendone altre 13'.
'Dei sei uccisi, tre sono dei civili', ha ricordato, aggiungendo che l'evacuazione delle donne e dei bambini dalle zone sotto tiro era stata ordinata il 2 agosto
”.

Al di là del fatto
Come sempre non è possibile comprendere il vero significato di un fatto – e a maggior ragione chi ne uscirà vittorioso – se non rifacendosi alla totalità storica che gli dà senso.

La sostanza è quella che abbiamo descritto: l'indebolimento dell'ex-URSS e il tentativo di proseguire questo assalto in particolare per mezzo della NATO che tenta di integrare la Georgia e l'Ucraina. Un po' ovunque sono state organizzate pseudo-rivoluzioni popolari ed elezioni vendute e manipolate che hanno portato al potere degli uomini di paglia la cui politica consiste nell'appropriarsi delle risorse del paese per mezzo delle privatizzazioni, aggravando la situazione della popolazione. Bisogna anche ricordare che questo processo è cominciato con Gorbačëv, che con il pretesto di creare il multipartitismo ha incoraggiato la nascita di partiti “nazionalisti” o meglio regionalisti con una propaganda a favore dell'autonomismo e dell'indipendenza.

La Georgia era una delle repubbliche dove il livello di vita era più alto, insieme ai paesi baltici e ad alcune regioni della Russia occidentale. Pochi anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica la Georgia si trovava agli ultimi posti tra le repubbliche post-sovietiche. Se si considera il reddito pro capite, la Georgia è oggi tra gli ultimi tre o quattro paesi dell'ex-Unione Sovietica. Il PIL è sceso in maniera spettacolare: il PIL del 1993 costituiva il 17% di quello del 1989. All'indomani del crollo dell'URSS c'è stato dunque un disfacimento totale del tessuto economico. A partire dal 1995-1996 la crescita è ridiventata positiva. A partire dal 1998 la Georgia è stata segnata dalla crisi finanziaria russa. Alla fine degli anni Novanta sono entrate in gioco anche la corruzione e la criminalizzazione dell'economia, mettendo in grave pericolo lo sviluppo economico. Nel settore economico la Georgia è così diventata preda di gruppi politico-mafiosi che ostacolavano gli investimenti stranieri. Le sole imprese straniere che sono riuscite ad avviarsi nel paese, soprattutto nei settori della distribuzione dell'elettricità o della produzione di vini o di acque minerali, hanno dovuto andarsene nel giro di due o tre anni per la pressione dei gruppi criminali. Si sono anche verificati dei rapimenti di uomini d'affari.

La rivoluzione di velluto, gestita di fatto direttamente dagli Stati Uniti per mezzo di “esperti” e politici importati da lì, è stata condotta contro la corruzione e le bande mafiose. Ha richiamato una grande attenzione sull'arresto di qualche responsabile politico coinvolto nella corruzione dell'ex-regime. I ministri dell'Energia e dei Trasporti, il direttore delle ferrovie, il presidente della Federazione calcistica georgiana sono finiti tutti sulla lista nera della squadra di Saakashvili. Ma in realtà c'era stata un accordo tra i vecchi e nuovi, e chi aveva accolto con sollievo il cambiamento di squadra è rimasto presto deluso.

Come si spiega allora questa offensiva contro una regione autonoma ormai da molto tempo, e soprattutto contro l'esercito russo?
Bisogna tenere presente che il Caucaso meridionale è una regione strategica etnicamente molto eterogenea che fa da collegamento tra la Russia e l'Asia Minore, e che dopo il crollo dell'URSS si è trasformata in una zona di tensione e di conflitti armati. Il presidente georgiano Saakashvili è un agente nord-americano, un avvocato newyorkese di origine georgiana; questa situazione creata da zero è uno dei principali fattori di instabilità, a causa di una politica interna di privatizzazione e di ostilità verso i russofoni. Sul versante russo la difesa della dignità nazionale da parte di Putin è consistita essenzialmente nel contenere lo smembramento, e questa politica è stata condotta anche facendo leva sulla resistenza delle popolazioni russofone alla sottomissione agli Stati Uniti. In Ucraina possiamo osservare un caso simile. Si sa anche come la Russia sia stata portata a creare attorno a sé uno scudo di alleanze, la più celebre delle quali è la Shangai Cooperation Organization, (ma va anche ricordata l'organizzazione dei paesi caspici). Ovunque la Russia ha sollecitato alleanze difensive contro gli attacchi combinati di pseudo-terroristi e separatisti comandati da uomini di paglia che ambiscono a entrare nella NATO.

L'altro fattore di destabilizzazione è il ruolo che gli Stati Uniti e il loro alleato, Israele, attribuiscono alla Georgia. La Georgia, in effetti, è un pezzo dell'ingranaggio messo in campo contro l'Iran e anche uno dei fattori di smantellamento dell'ex-Unione Sovietica o della stessa Russia. È una catena di polveriere che comprende la Cecenia, il Daghestan con le sue riserve e l'enclave armena del Nagorno-Karabach in territorio azero. Per meglio comprendere l'insieme bisogna infine tenere presente che si stanno anche moltiplicando le aggressioni della Turchia contro i curdi, e il tutto nel contesto esplosivo dell'Iran.

Dietro questi conflitti etnici c'è in effetti il grande gioco per il controllo dei gasdotti e degli oleodotti. È il gas del Turkmenistan e sono le riserve petrolifere dell'Azerbaigian. Gli americani si danno da fare da molto tempo in questa regione per le risorse energetiche del Mar Caspio. Stanno anche per spostare le loro basi militari dall'Europa Occidentale a quella Orientale e all'Asia Centrale, ufficialmente nel contesto della lotta contro il terrorismo. In particolare, Washington prevede di installare delle nuove basi in Georgia o in Azerbaigian. La Georgia è il vero fulcro strategico del Caucaso, perché è il solo paese ad avere un accesso al mare aperto e che confina per un lungo tratto con il Caucaso russo. La Georgia è un paese chiave per la stabilità regionale nel Caucaso.

Sembra dunque che sia stato deciso un conflitto armato che sembrava improbabile, il che suscita inquietudine per il destino di tutta la regione. Si sta appiccando il fuoco a una polveriera (che sarebbe rappresentata dall'Iran)? Dagli Stati Uniti ci si può aspettare di tutto.


(1) Detto questo, Soros (il cui ruolo nella destabilizzazione non può essere negato) è attualmente in crisi aperta con il governo Bush e uno dei maggiori finanziatori di Obama. Il complesso militare-industriale statunitense non si fida di questo avventuriero, si limita a usarlo.

Originale da: Changement de société

Articolo originale pubblicato l'8 agosto 2008

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La "nuova guerra fredda" si intensifica

La "nuova guerra fredda" si intensifica

da Lenin's Tomb, traduzione di Andrej Andreevič

La notte scorsa, mentre i giornali annunciavano drammaticamente che la Russia aveva invaso la Georgia, dev’esserci stata parecchia e diffusa perplessità. In realtà la situazione è un po' più complicata, dal momento che le truppe russe erano già nell'Ossezia del Sud, in quanto parte di una fragile coalizione di "peacekeeping". Il governo russo sostiene (disonestamente) che le proprie azioni sono solamente l'estensione del compito di peacekeeping, anche quando ha colpito obiettivi a sud dei confini dell'Ossezia Meridionale. I titoli devono essere stati cambiati leggermente per togliere i riferimenti all'invasione. Anche con questi cambiamenti sembra esserci una strana riluttanza ad ammettere il fatto più strano dell’intera faccenda: la Georgia sembra avere 'invaso' l'Ossezia meridionale in un atto di deliberata provocazione e, secondo quanto riporta la Reuters, sta attaccando i separatisti osseti con aerei ed esercito. Si può solo immaginare che la leadership georgiana, che ambisce a entrare nella NATO, abbia avuto un qualche genere di via libera da Washington prima di un attacco di questo tipo. Dopo tutto, se davvero intende ritirare 1000 soldati dal suo contingente iracheno per attaccare il movimento indipendentista osseto, penso che prima abbiano dovuto chiedere a Bush (a proposito, se la Georgia dovesse entrare effettivamente nella NATO, questo impegnerebbe altri paesi dell'Alleanza Atlantica a difendere le frontiere georgiane, anche se i movimenti indipendentisti di Ossezia Meridionale, Abchazia - che hanno dichiarato entrambe l'indipendenza dalla Georgia - e Ajaria dovessero staccarsi). Questo non significa che la Russia non si stia comportando aggressivamente - ha rafforzato per anni il proprio potere in Ossezia Meridionale, appoggiando i secessionisti e così via -, significa solo che la Georgia è cliente di un potere più grande dell'Ossezia meridionale.

L'immagine complessiva ci mostra una battaglia tra Washington e Mosca per il controllo politico dei territori ricchi di petrolio e gas in Asia centrale. Il processo di riforma di Clinton e del Fondo Monetario Internazionale ha portato alla creazione di un blocco di stati filo-occidentali in Asia centrale, mentre lo status dell'Ossezia Meridionale in quanto territorio autonomo è stato difeso da un contingente di peacekeeping russo-georgiano. Bush ha usato l'opportunità fornita dall'11 settembre per progettare basi militari nella regione, accerchiando così la parte meridionale della Russia con una nuova cortina di ferro e dando agli Stati Uniti un cruciale vantaggio contro i movimenti popolari (principalmente islamisti) potenzialmente ostili. Uno dei maggiori imbarazzi causati da questa strategia sono state le rivelazioni di Craig Murray sulle pratiche di tortura di Islam Karimov, alleato di Washington, e il fatto che le informazioni di 'intelligence' ottenute con questi metodi siano state prese per buone dai servizi segreti occidentali. È poi seguito il grandissimo imbarazzo di Karimov, che ha cacciato gli americani dal paese e stretto un patto con Putin. Quanto alla Georgia, l'amministrazione Bush ha appoggiato la "Rivoluzione delle Rose" del filoamericano Saakashvili contro un decrepito e nepotistico leader di epoca sovietica, Edvard Shevardnadze. Il National Endowment for Democracy è stato pesantemente coinvolto nella campagna di opposizione, e il Dipartimento di Stato ha dato aiuti al paese prima delle elezioni per poter fare pressioni finanziarie sulla leadership.

Ma, come le altre “rivoluzioni” colorate, anche questa rappresentava il cambiamento superficiale di una classe dirigente orientata verso Washington, non un cambiamento sostanziale nella società. In realtà il movimento popolare spontaneo uscito dalla rivolta preoccupava profondamente la squadra di governo di Saakashvili, che ha ordinato ai suoi sostenitori di tornare a casa (v. l'articolo di Neal Ascherson). Il governo Saakashvili è presto diventato noto per la tendenza a reprimere le manifestazioni pacifiche con l'uso dell'esercito mentre la crisi economica peggiorava, il debito nazionale saliva e l'autoritarismo e la corruzione che caratterizzavano il vecchio regime persistevano. La sua popolarità è crollata da uno stupefacente 94% nell'autunno 2003 al 23% di due anni dopo. Washington ha ripetutamente salvato la leadership "delle rose" con aiuti in denaro, ufficialmente per aiutare le riforme "democratiche". Solo nel 2006 l'ex-stato sovietico ha ricevuto 565 milioni di dollari in programmi di aiuto, gentilmente offerti dal Senato degli Stati Uniti, per proteggerli dalla "Russia autoritaria". Gli Stati Uniti sono più che entusiasti di stroncare le tendenze indipendentiste in Georgia, dato che potrebbero andare a beneficio del governo Putin-Medvedev. Tutto ciò, come ha osservato Stephen Cohen, fa parte di una nuova "guerra fredda" diretta dagli Stati Uniti contro la Russia.

L'attuale presidente della Russia, Dmitrij Medvedev, è un miliardario già capo del consiglio di amministratore di Gazprom. Un oligarca reso potente, tra l’altro, dalle politiche del FMI, ora è, assieme a Putin, a capo di un governo nazionalista determinato a riassicurare l'egemonia russa nella regione. Gazprom è il monopolio di Stato russo che è diventato protagonista di una battaglia con l'Ucraina che ha stimolato la retorica della nuova Guerra Fredda nei giornali occidentali nel 2005. Essenzialmente, per punire l'Ucraina per la sua "Rivoluzione colorata" e per cercare l'integrazione con l'Unione Europea, il governo russo ha minacciato di alzare i prezzi a meno che il governo ucraino non avesse venduto parte della rete di oleodotti a Gazprom. Nel 2006 Gazprom è stata di nuovo al centro di una crisi geopolitica minacciando di raddoppiare i prezzi alla Georgia, proprio mentre veniva ultimato un oleodotto che avrebbe portato il gas direttamente alla secessionista Ossezia Meridionale. Ogni volta che Gazprom agiva in questo modo, un'informazione ipocrita lamentava, in Europa e in America, l'arroganza russa. Ma la Russia non sta facendo nulla di stupefacente: il controllo su gas e petrolio è una delle sue poche forze, e lo sta usando alla stessa maniera in cui il Pentagono si affida alla forza militare statunitense per rimediare alle proprie carenze energetiche in altre aree. L'altra forza della Russia sta nel suo arsenale atomico. Come ha fatto notare Chomsky, il sabotaggio da parte dell'amministrazione Bush degli sforzi di ridurre e ridimensionare l'arsenale russo come parte di sforzi multilaterali si è rivelato estremamente pericoloso:

"Nel febbraio 2004 la Russia ha tenuto le sue più grandi esercitazioni militare da due decenni a questa parte, esibendo soprattutto avanzate armi di distruzione di massa. I generali russi e il ministro della Difesa Sergei Lavrov hanno annunciato che stavano rispondendo ai piani di Washington di 'fare delle armi atomiche uno strumento per risolvere le questioni militari', compreso lo sviluppo di armi atomiche a basso potenziale, 'tendenza estremamente pericolosa che sta minando le fondamenta della stabilità regionale e globale... abbassando i livelli di improbabilità di un loro uso'. L'analista strategico Bruce Blair ha scritto che la Russia si rende perfettamente conto che le nuove bombe 'bunker buster' sono progettate per colpire i 'bunker dei comandi nucleari' che controllano l'arsenale atomico russo. Ivanov e i generali russi dicono che in risposta all'escalation statunitense impiegheranno 'i missili più avanzati e all’avanguardia del mondo', forse impossibili da distruggere, cosa che 'per il Pentagono sarebbe molto allarmante', come ha detto l'ex-vice segretario alla Difesa Phil Coyle. Gli analisti statunitensi sospettano che la Russia stia anche costruendo un veicolo di crociera ipersonico di sviluppo statunitense che sarebbe in grado di rientrare nell'atmosfera e di lanciare attacchi devastanti senza preavviso, e farebbe parte di un piano statunitense per ridurre la dipendenza dalle basi di oltremare o l'accesso negoziato alle traiettorie via aerea.

Gli analisti statunitensi stimano che le spese militari russe siano triplicate durante gli anni Bush-Putin, in larga misura come prevedibile reazione alla militanza e all'aggressività dell'amministrazione Bush. Putin e Ivanov hanno citato la dottrina dell''attacco preventivo' dell'amministrazione Bush (la nuova 'rivoluzionaria' dottrina della Strategia di Sicurezza Nazionale"), ma 'aggiungendo un punto chiave, e cioè dicendo che la forza militare può essere usata per cercare di limitare l'accesso russo alle regioni che sono essenziali alla sua sopravvivenza', adattando così alla Russia la dottrina Clinton che gli Stati Uniti avevano inaugurato ricorrendo all''uso unilaterale della potenza militare' per assicurarsi 'accesso senza restrizioni ai mercati chiave, alle forniture di energia e alle risorse strategiche'. Il mondo 'è un posto molto più insicuro' ora che la Russia ha deciso di seguire la stessa strada statunitense, ha detto Fiona Hill del Brookings Institution, aggiungendo che altri paesi probabilmente 'la seguiranno a ruota'".

Da quando il governo statunitense ha preferito "neutralizzare" il vantaggio nucleare russo nella regione costruendo un "sistema missilistico di difesa" attorno al perimetro del paese, la Russia sta lavorando aggressivamente per migliorare il proprio sistema di armi (che è poca cosa rispetto all'equivalente americano), intimidire gli avversari e guadagnarsi supporto nella regione creando nuove relazioni, ad esempio col Turkmenistan, grazie ad un nuovo oleodotto per importare gas dal paese, aumentando così il controllo sui rifornimenti all'Europa.

Questo scontro potrebbe essere di breve durata: gli investitori russi sono scontenti e le compagnie statali di gas e petrolio stanno perdendo rapidamente valore. Comunque dipende da quello che la classe governante russa ritiene sia la posta in gioco. Washington potrebbe facilmente far precipitare ulteriormente la situazione, e una nuova amministrazione Obama, consigliata da Brzezinski, si concentrerebbe di sicuro molto di più sull'espansione del dominio statunitense in Asia Centrale che sulla guerra ormai persa in Iraq. E la classe governante statunitense, nel perseguire la sua "nuova Guerra Fredda", ha innescato una logica infernale di escalation: anche se questa crisi dovesse calmarsi ne emergerebbe presto una nuova. Il tanto evocato nuovo ordine mondiale somiglia sempre di più a quello vecchio, ma con più armi nucleari e meno stabilità.

Originale da: http://leninology.blogspot.com/2008/08/new-cold-war-escalates.html

Post originale pubblicato il 9 agosto 2008

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Update:

Il ruolo dell'America

Un rapido aggiornamento al post precedente. Ricorderete che ho scritto:

Si può solo immaginare che la leadership georgiana, che ambisce a entrare nella NATO, abbia avuto un qualche genere di via libera da Washington prima di un attacco di questo tipo. Dopo tutto, se davvero intende ritirare 1000 soldati dal suo contingente iracheno per attaccare il movimento indipendentista osseto, penso che prima abbia dovuto chiedere a Bush.


Beh, sembra che sia stato troppo ottimista, per così dire. L'amministrazione Bush non solo ha dato il permesso, ma sta trasportando i soldati georgiani dall'Iraq per questo motivo. Merita di essere fatto notare.

Originale: http://leninology.blogspot.com/2008/08/americas-role.html

Post originale pubblicato il 9 agosto 2008

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martedì, agosto 05, 2008

La grande politica e il conflitto caucasico

La grande politica e il conflitto caucasico

di Fëdor Lukjanov per RIA Novosti

L'Ossezia Meridionale è nuovamente sull'orlo di una guerra. Dall'Abchazia giungono già da mesi notizie allarmanti e le relazioni russo-georgiane continuano a far scintille.

Perché questi due conflitti irrisolti sul territorio georgiano sono peggiorati così tanto? Il loro status confuso è per definizione instabile, e talvolta dei fatti secondari possono trasformare un conflitto da “congelato” a “bollente”. In questo caso, però, osserviamo dei cambiamenti sostanziali che riflettono alcuni processi fondamentali.

La proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, lo scorso febbraio, ha svolto un ruolo cruciale nell'evoluzione di questi eventi. Si può discutere all'infinito se questo abbia creato un precedente giuridico o no, ma la realpolitik in ogni caso segue la propria strada.

Mosca e non poche altre capitali hanno visto in questa mossa un altro grave passo verso lo degradazione del diritto internazionale e il trionfo degli approcci arbitrari nella risoluzione dei problemi globali.

La Russia ha scelto una linea che al Cremlino viene considerata di compromesso. I leader russi non potevano non reagire a quello che è accaduto nei Balcani, ma hanno deciso di non rispondere con il riconoscimento dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale, pur ritenendo di averne il pieno diritto dopo la dichiarazione di dipendenza del Kosovo.

Riluttante a complicare una situazione già difficile, la Russia è pronta a continuare a riconoscere la formale integrità territoriale della Georgia. Ma ha anche scelto di avere rapporti con entrambi i territori separatisti. Questo approccio e testimoniato dalla decisione di Mosca di ritirarsi dalle sanzioni contro l'Abchazia e dal decreto di aprile del presidente russo sugli “aiuti concreti” agli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale.

Tbilisi capisce che dopo il Kosovo la prospettiva di ristabilire l'integrità territoriale della Georgia è diventata ancora più vaga. Se lo status che prenderà forma dopo la mossa russa verrà accettato e tutto rimarrà com'è, tra un anno o due non avrà senso parlare anche solo teoricamente di reintegrazione. L'Abchazia entrerà a far parte di un enorme progetto economico chiamato "Giochi Olimpici di Soči". L'Ossezia Meridionale è già una regione de facto della Federazione Russa, da questa sovvenzionata.

Tbilisi deve mostrare la propria risolutezza se vuole arrestare questa tendenza. Può prendere iniziative diplomatiche, esercitare pressioni militari e attirare l'attenzione degli alleati occidentali esasperando le tensioni. I leader georgiani ritengono che legami più stretti con la NATO e il futuro ingresso nel blocco contribuiranno ad assicurare la loro integrità territoriale. Washington è della stessa idea. Secondo questa logica, il fatto che la NATO non sia riuscita ad ammettere la Georgia e l'Ucraina al Membership Action Plan (la procedura di pre-adesione alla NATO) è stato un segno di debolezza che ha spinto la Russia a intensificare i piani di "annessione" dei territori. Se a Mosca venisse fatto capire chiaramente che quella decisione verrà presa, ne conseguirebbe un processo di stabilizzazione.

Ma la posizione della Russia è l'esatto opposto: più la Georgia è vicina alla NATO, più decisi saranno i passi di Mosca verso il riconoscimento dei territori che la Georgia non controlla, perché Tbilisi potrebbe vedere qualsiasi obbligo formale preso dall'alleanza nord-atlantica come una possibilità per risolvere i conflitti militarmente.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo fondamentale, soprattutto destabilizzante. Sei mesi prima del termine del suo mandato presidenziale, George W. Bush ha bisogno di successi internazionali, altrimenti verrà ricordato per una serie di fallimenti. L'approvazione del Membership Action Plan per l'Ucraina e la Georgia (o almeno una delle due) durante l'incontro a livello ministeriale della NATO che si terrà a dicembre sta diventando la sua ultima occasione per lasciare dietro di sé un successo tangibile. Ecco perché Washington sta esercitando pressioni sugli alleati europei che mettono in dubbio la saggezza di queste decisioni e l'appoggio offerto alla Georgia appare ancora più evidente di prima. Lo testimonia in particolare una recente visita a Tbilisi del Segretario di Stato Rice. Ovviamente la Georgia interpreta l'esplicita posizione di Washington come un via libera ad agire più attivamente.

È prevedibile che le tensioni raggiungano il culmine alla fine dell'autunno. In dicembre l'attuale amministrazione statunitense si impegnerà per far approvare il Membership Action Plan. Nel frattempo avrà intensificato la propria attività politica, aumentando – come spesso succede in questi casi – il rischio di conflitti armati nella regione.

Fëdor Lukjanov è direttore responsabile della rivista Rossija v Global'noj Politike-Russia in Global Affairs.

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080804/115673688.html

Articolo originale pubblicato il 4 agosto 2008

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martedì, luglio 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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venerdì, luglio 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

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lunedì, giugno 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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domenica, giugno 08, 2008

Il discorso di Berlino di Medvedev

Discorso di Dmitrij Medvedev a Berlino, 5 giugno 2008

Signore e signori, colleghi,

Vi prego di essere pazienti perché il mio discorso sarà piuttosto lungo, anche se spero non noioso.

Vi ringrazio per avermi dato questa possibilità di rivolgermi alle autorità civili e politiche tedesche. Oggi sono qui presenti persone che hanno alle proprie spalle anni di cooperazione con la Russia, persone che con progetti creativi, iniziative personali e qualità professionali stanno sviluppando lo spirito di cooperazione e collaborazione tra i nostri popoli e i nostri paesi.

È in gran parte grazie al vostro impegno che oggi abbiamo contatti così ampi, regolari e sostanziosi. Spero che la mia prima visita in Germania come Presidente della Federazione Russia contribuirà alla crescita e allo sviluppo di questi rapporti.

La Russia e la Germania sono due paesi europei che hanno attraversato momenti storici difficili, Passo dopo passo abbiamo costruito un clima di fiducia reciproca e così facendo abbiamo costituito un esempio unico per l'Europa, e abbiamo fatto molto per l'instaurazione di un clima di crescente fiducia in tutto il continente europeo.

Nonostante la tragedia di due guerre mondiali siamo riusciti a risolvere la complessa questione della riconciliazione tra i nostri due paesi. Per questo serviva tempo, ma è stato molto importante il ruolo degli ideali e dei valori democratici condivisi da tutta l'Europa e parte integrante della cultura russa e della Germania unita. Concordo con il mio collega, il vice cancelliere Steinmeyer, sul fatto che le relazioni tra Russia e Germania rappresentano in larga misura le relazioni tra la Russia e l'Europa.

Molti oggi si chiedono quale linea politica sia possibile aspettarsi dalla Russia. Ho risposto in molte diverse occasioni a questa domanda. Voglio dire da subito che sia negli affari internazionali che in quelli interni noi mettiamo al di sopra di tutto lo stato di diritto e il rispetto del diritto internazionale come obbligo di tutti i paesi, soprattutto delle grandi potenze. Non può esserci alcun dubbio che questa sia la condizione essenziale per gestire e conservare lo sviluppo mondiale. Ed è tanto più importante ora che il sistema artificiale bipolare cede il passo a un sistema internazionale policentrico imperniato sulle Nazioni Unite.

I fondatori delle Nazioni Unite hanno dimostrato grande lungimiranza quando hanno concepito l'ONU come un'organizzazione in cui i paesi potessero cooperare alla pari. Non c'è un'altra organizzazione simile al mondo, e questo probabilmente vale anche per il futuro. I tentativi di sostituire l'ONU con gruppi “esclusivi” (come si propone talvolta) avrebbe un effetto disastroso sull'attuale ordine mondiale.

Naturalmente le Nazioni Unite devono modernizzarsi per riuscire a rispondere meglio alle realtà dell'attuale mondo multipolare. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite va riformato sulla base di un ampio consenso tra i paesi membri dell'ONU. E noi valutiamo positivamente i tentativi della Germania di cercare soluzioni di compromesso che non producano divisioni all'interno dell'organizzazione.

Il futuro ordine mondiale è direttamente collegato al futuro dell'Europa, dell'intera regione euro-atlantica e della civiltà europea nella sua interezza.

Sono certo che non potremo risolvere i problemi dell'Europa finché non riusciremo ad acquisire un senso di identità e un'unità organica tra tutti i suoi componenti, compresa la Federazione Russa. Dopo aver messo da parte il sistema sovietico e ogni velleità di restaurarlo, la Russia ha gettato le basi di uno stato che è completamente compatibile con il resto dell'Europa, o per meglio dire con il meglio di tutto ciò che costituisce il patrimonio comune della civiltà europea.

Per citare John Le Carré, la Russia è “venuta dal freddo” dopo quasi un secolo di isolamento e di auto-isolamento. La Russia sta ora tornando attivamente alla politica e all'economia globali, portando con sé tutte le sue risorse e possibilità naturali, finanziarie e intellettuali.

La Russia scommette il proprio futuro sull'innovazione. Gli indicatori macroeconomici e l'alto livello di stabilità politica schiudono nuovi orizzonti per gli investimenti affidabili degli partner europei e mondiali.

Il nostro obiettivo oggi non è solo quello di conseguire una crescita economica di alta qualità ma anche di trasformare l'intera struttura sociale, offrendo supporto a una classe media in rapida crescita. Sarà la classe media a fornire le solide basi su cui costruire la democrazia e assicurare uno sviluppo sostenibile.

Le linee guida della nostra nuova politica economica a lungo termine sono chiare. Questa politica si incentra su un'ampia e complessa modernizzazione di tutte le aree-chiave dell'industria e delle infrastrutture. Quello di cui stiamo parlando è una rivoluzione tecnologica e in questo contesto una delle nostre chiare priorità è cooperare con i paesi europei in questo settore.

Oggi mi dilungherò maggiormente su questi aspetti, ma ora voglio dire che una cosa è chiara: la scelta del libero mercato e l'apertura al mondo esterno garantiscono che i nostri cambiamenti non sono reversibili.

La fine della Guerra Fredda ha reso possibile costruire un rapporto di collaborazione alla pari tra la Russia, l'Unione Europea e l'America del Nord come tre diramazioni della civiltà europea.

Sono convinto che l'atlantismo come principio storico unico abbia fatto il suo tempo. Oggi dobbiamo parlare di unità tra l'intera area euro-atlantica da Vancouver a Vladivostok. Sono i fatti a dettare la necessità di questo tipo di cooperazione.

Ma guardando alla futura costruzione di relazioni tra i paesi europei vediamo una preoccupante tendenza ad assumere un atteggiamento selettivo e politicizzato nei confronti della nostra storia comune.

Sotto questo aspetto penso che serva semplicemente un normale e onesto dibattito accademico. Il significato della riconciliazione russo-tedesca è chiaramente sottovalutato. È importante per il futuro pacifico dell'Europa quanto, per esempio, la riconciliazione tra Francia e Germania.

In particolare, dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze dell'emarginazione e dell'isolamento di alcuni paesi, con la creazione di zone con diversi livelli di sicurezza e la rinuncia a creare sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. Sfortunatamente questo è ciò che si osserva oggi in Europa.

Inoltre non possiamo lasciare che ci privino del patrimonio spirituale e morale comune che è stato la grande vittoria sul nazismo. Non possiamo dimenticare che la conservazione della cultura materiale dell'Europa in quegli anni di guerra è costata molti milioni di vite sacrificate dai popoli dell'Unione Sovietica e dell'Europa.

Esaminiamo più attentamente l'attuale situazione dell'Europa. È difficile non concludere che l'attuale architettura europea porti ancora il marchio di un'ideologia ereditata dal passato. Un'organizzazione come l'OSCE potrebbe, a quanto sembra, incarnare la ritrovata unità della civiltà europea, ma le si impedisce di farlo, le si impedisce di diventare un'organizzazione unitaria a tutti gli effetti.

Ciò non è dovuto solo all'incompleto sviluppo istituzionale dell'organizzazione, ma anche all'ostruzionismo di altri gruppi intenti a perseguire la vecchia linea della politica dei blocchi.

Neanche la NATO è riuscita finora a dare un nuovo scopo alla propria esistenza. Oggi sta cercando di trovare questo scopo globalizzando le proprie missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, che ho citato poco fa, e allargandosi a nuovi membri. Ma neanche questa è la soluzione.

Si parla di scambiare l'ulteriore espansione della NATO verso est con “qualcos'altro”, ma credo che siano solo illusioni. Penso che in questo caso le nostre relazioni con la NATO sarebbero completamente compromesse, e lo resterebbero a lungo. Naturalmente non si arriverebbe a uno scontro, ma il prezzo sarebbe comunque molto alto e produrrebbe gravi danni.

L'Afghanistan fornisce uno degli esempi più chiari di come la NATO e la Russia condividano gli stessi fondamentali interessi in materia di sicurezza. Stiamo attivamente aiutando i nostri partner in questo paese. Al summit Russia-NATO di Bucarest abbiamo preso l'importante decisione di concedere il transito attraverso il territorio della Federazione Russia di rifornimenti non militari. Stiamo concludendo i lavori sull'impiego dei nostri velivoli militari da trasporto. La Russia sta ampliando le possibilità formative per il personale da impiegare in operazioni anti-droga e anti-terrorismo in Afghanistan. Sono tutte aree in cui dobbiamo continuare a lavorare insieme.

Tutto ciò è estremamente importante per conseguire gli obiettivi che la comunità internazionale stabilisce attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha senso mettere a rischio questa cooperazione con una politica dei blocchi che continua per inerzia?

Penso che solo condividendo apertamente e onestamente le nostre preoccupazioni potremo fare progressi nella costruzione di un'Europa davvero più grande. I nostri predecessori durante gli anni della Guerra Fredda sono riusciti a stilare l'Atto Finale di Helsinki (che, come base legale del sistema europeo, ha superato la prova del tempo malgrado tutte le difficoltà incontrate), e dunque perché oggi non dovremmo essere in grado di fare il passo successivo? E cioè stilare e firmare un trattato reciprocamente vincolante sulla sicurezza europea a cui possano partecipare le organizzazioni che attualmente agiscono nell'area euro-atlantica.

In passato si è già tentato di concludere un accordo di questo tipo. Basti ricordare il Patto Briand-Kellogg del 1928. Ma quel patto non funzionò e seguì il triste destino della Lega delle Nazioni. Nel mondo attuale, in cui nessuno vuole la guerra in Europa e siamo stati resi tutti più saggi dalle lezioni del XX secolo, un tale accordo ha maggiori speranze di successo.

Potremmo pensare a un patto regionale basato naturalmente sui principi della Carta delle Nazioni Unite, che definisse chiaramente il ruolo della forza come fattore delle relazioni all'interno della comunità euro-atlantica. Questo patto potrebbe dare una risposta complessa e unitaria alle questioni dell'indivisibilità della sicurezza e del controllo delle armi in Europa, questioni che stanno a cuore a tutti noi.

Propongo anche di prendere in considerazione la possibilità di tenere un summit europeo per avviare la stesura di questo patto. Dovrebbero assolutamente prendervi parte tutti i paesi europei, ma come paesi a sé stanti, lasciando da parte l'appartenenza a blocchi o altri raggruppamenti. Gli interessi nazionali liberi dalle distorsioni delle motivazioni ideologiche dovrebbero essere il punto di partenza per la partecipazione di tutti i paesi.

Ritengo che se non tagliamo la spesa militare non saremo in grado di trovare le risorse necessarie a rispondere alle vere sfide che dobbiamo affrontare, come l'immigrazione illegale, i cambiamenti climatici e la povertà globale.

Queste sfide non possono essere risolte con l'uso della forza. Vanno risolte alla fonte, affrontando innanzitutto i problemi che causano queste minacce.

Mi riferisco anche alla crisi alimentare mondiale, che non solo influisce sull'esistenza materiale delle persone ma solleva anche questioni etiche quando con scarsa efficienza energetica i raccolti vengono usati per produrre combustibile.

Mi riferisco anche alla sicurezza energetica, che possiamo assicurare solo attraverso l'impegno collettivo di tutti i partecipanti alla filiera dell'energia.

È stata la Russia a sollevare la questione al summit dei paesi del G8 a San Pietroburgo. Ma oggi dobbiamo andare oltre e procedere dai principi su cui ci siamo trovati d'accordo allora. Siamo pronti a lavorare con l'Unione Europea per creare un meccanismo di allarme preventivo nel settore energetico, naturalmente con la partecipazione dei paesi di transito.

Siamo anche pronti a esaminare la possibilità di creare consorzi internazionali che gestiscano rotte di transito con la partecipazione di compagnie della Russia, dell'Unione Europea e dei paesi di transito. È un esempio dell'interdipendenza in Europa e nel mondo globalizzato della quale parlavamo.

Insieme a questo lavoro, per mettere a punto una strategia europea comune dobbiamo anche collaborare al progresso innovativo, sviluppare insieme uno spazio tecnologico comune.

L'integrazione europea non deve fermarsi sulle sponde del Baltico o ai confini dell'Europa Orientale. Sono necessari maggiori investimenti nei settori delle alte tecnologie.

L'Europa unita ha un interesse oggettivo ad aumentare il volume e la qualità degli investimenti russi. Offriremo un serio sostegno alle compagnie che intendono esportare capitali in modo serio e civile e partecipare nell'organizzazione congiunta di nuovi e importanti progetti produttivi. Abbiamo già esempi di cooperazione riuscita perfino in aree sensibili come l'energia nucleare, lo spazio, l'aviazione e la costruzione di mezzi di trasporto.

Ma oggi nelle compagnie e nei progetti europei si pongono restrizioni agli investimenti russi che sono ingiustificate da un punto di vista economico e politico. Vogliamo stabilire regole chiare e creare le condizioni più favorevoli per gli imprenditori stranieri che vogliano sviluppare la produzione ad alta-tecnologia nel nostro paese, e vorremmo lo stesso atteggiamento dai nostri interlocutori europei.

Signore e signori, nel mondo di oggi la Russia non ha bisogno di caos e di incertezza. Non abbiamo interessi che debbano essere garantiti attraverso mezzi così perversi.

Spesso Mosca si sente invitare alla moderazione. Abbiamo tutti la necessità di mostrare moderazione per impedire l'escalation su qualsiasi questione e spezzare il circolo vizioso dell'azione unilaterale e della conseguente reazione. Dobbiamo smettere di cercare di forzare gli eventi e di perseguire la politica del fatto compiuto. Come inizio sarebbe già qualcosa se ci limitassimo semplicemente a concederci una pausa per considerare a che punto siamo arrivati e in cosa stiamo sprofondando, che si tratti del Kosovo, dell'allargamento della NATO o della difesa anti-missile.

È altamente sintomatico che le divergenze attuali con la Russia siano interpretate da molti, in Occidente, come una necessità di rendere le posizioni della Russia più vicine a quelle dell'Occidente. Ma noi non vogliamo essere “abbracciati” in questo modo. È necessario trovare soluzioni comuni. A volte si limitano a dirci: se la smettete di essere così caustici, così scontrosi negli affari internazionali, le questioni legate allo sviluppo democratico e ai diritti umani diventeranno secondarie. Ci fanno capire che possono chiudere un occhio su queste cose, e ci citano gli esempi di altri paesi che si comportano esattamente così e con i quali vanno d'amore e d'accordo.

Ma vorrei dirvi che questo atteggiamento non ci va bene, soprattutto perché anche noi pensiamo che i diritti umani siano valori fondamentali e basilari. I diritti umani non dovrebbero essere merce di scambio. Ciò che auspichiamo dunque è una pacata e onesta discussione su una base comune e paritaria.

Al proposito vorrei osservare ancora una volta che la democrazia russa e quella europea condividono radici comuni. Condividiamo gli stessi valori e le stesse fonti giuridiche: il diritto romano, germanico e francese. Ho detto in passato che la democrazia è sempre plasmata dalla storia e dal contesto nazionale. Noi abbiamo una storia comune e condividiamo gli stessi valori umanitari. Tale pensiero comune è il fondamento che oggi ci permette di parlare la stessa lingua non solo nel diritto e nella finanza, ma anche nella politica.

Egregi colleghi, con riferimento a quanto ho appena detto c'è un'altra serie di questioni che vorrei approfondire, e precisamente le questioni riguardanti lo sviluppo del sistema politico russo. È un argomento che attualmente suscita molto interesse, e credo che sia comprensibile.

Sfortunatamente, tuttavia, osserviamo anche una comprensione incompleta e a volte perfino distorta di ciò che sta accadendo nel nostro paese.

Attribuiamo un significato enorme al miglioramento del nostro sistema politico e allo sviluppo delle istituzioni della nostra società civile.

Vorrei dire alcune parole sul nostro operato, che mira a creare un sistema partitico maturo ed efficace. È stato uno degli obiettivi fin dall'inizio della trasformazione del nostro paese. La strada non è stata facile. Siamo passati da tanti piccoli partiti, partiti di un solo giorno, partiti costruiti attorno a una sola persona, alla creazione di ampie, influenti e responsabili organizzazioni di partito.

Questo processo è naturalmente ancora in corso. Quando parliamo della creazione di partiti politici dimentichiamo che in molti paesi, compresa la Germania, questo processo è durato decenni. Noi ci siamo lavorando solo da dieci anni. Ma il fatto che negli ultimi due Parlamenti quattro partiti politici abbiano rappresentato i loro elettori è già motivo di ottimismo.

La riforma della legge elettorale ha avuto un ruolo immenso, contribuendo a creare un sistema partitico stabile e prevedibile. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto per mezzo di elezioni basate su liste di partito e su soglie di sbarramento più alte. Si è trattato di decisioni consapevoli mirate a rafforzare il sistema partitico del nostro paese e a impedirgli di polverizzarsi.

Ritengo che questi passi non fossero solo giustificati, ma anche necessari. Sono in sintonia con i nostri obiettivi, con i valori internazionali e con le esigenze del sistema politico russo.

L'appoggio offerto alle organizzazioni non governative è una delle nostre priorità. Fino al 2006 molte di queste organizzazioni sono state prevalentemente finanziate dall'estero. Dubito che qualsiasi paese occidentale sviluppato potesse tollerare un tale afflusso di capitali stranieri nel proprio “settore terziario”. Abbiamo dunque deciso di mettere a disposizione le nostre risorse per finanziare le organizzazioni della società civile russa. È stato un passo logico. Adesso spendiamo sempre più per appoggiare l'attività delle organizzazioni non governative, anche con soldi del bilancio. Vorrei anche citare il buon lavoro della Camera Pubblica. I fatti hanno dimostrato che c'era bisogno di questa organizzazione, che sta essenzialmente gettando le basi per lo sviluppo della società civile russa.

Siamo profondamente interessati alla nascita di quante più organizzazioni non governative possibili che lavorino su questioni come l'autogoverno locale e una maggiore tolleranza e armonia interetnica.

Il dialogo in corso tra le diverse religioni sta svolgendo un ruolo molto positivo. Al proposito, il numero delle organizzazioni religiose registrate in Russia negli ultimi anni si è quintuplicato.

Ma siamo anche consapevoli che questioni come le tensioni interetniche stanno assumendo una natura sempre più globale e sono già un problema concreto in molti paesi europei. Ritengo dunque che dovremmo unire le forze per identificare approcci comuni nella ricerca di soluzioni a questi complessi problemi.

Ora vorrei spendere alcune parole su un altro argomento oggi alla ribalta: quello dei mezzi di informazione di massa e della libertà di stampa. Concordo pienamente sul fatto che la libertà di stampa va protetta, che questa protezione va sancita dalla legge. Anni fa la stampa andava protetta dall'asservimento a compagnie private, e ora va protetta dalla pressione amministrativa a vari livelli.

Ma nel complesso, come ho discusso oggi con il Cancelliere Federale, siamo già sulla soglia di una completa libertà di stampa – qui non parlo della situazione russa ma di quella mondiale – che deriva dal progresso tecnologico e soprattutto dallo sviluppo inarrestabile di internet. Per fare solo un esempio, in Russia nel 2000 c'erano circa 3 milioni di utenti internet. Lo scorso anno questa cifra era già salita a 30-35 milioni di persone – un russo su tre o quattro – e secondo gli esperti è destinata a crescere rapidamente.

Questa situazione porta in primo piano non solo l'idea della libertà di stampa, che è già garantita dalla moderna e inarrestabile tecnologia digitale, ma la necessità di conservare i valori culturali e morali in questo spazio comune. Non è solo una questione nazionale ma un problema che tutta l'Europa e il mondo devono affrontare. È una delle sfide più serie per tutta la civiltà.

Signore e signori, avete preso parte alla discussione sui piani di sviluppo a lungo termine della Russia e sul suo posto in Europa e nel mondo, e continuerete a farlo, anche nel Forum Economico di San Pietroburgo. Spero di rivedere molti di voi proprio domani nella nostra capitale del nord.

Lo sottolineo: sappiamo bene quanto sarà difficile la strada dello sviluppo innovativo che abbiamo scelto per il nostro paese. Non è una strada facile neanche per una grande potenza economica come la Germania. Per questo cerchiamo di intensificare la nostra cooperazione scientifica, tecnologica e formativa, a sostegno delle piccole e medie imprese come nell'operato delle nostre grandi compagnie.

Un operato coerente, di sistema, per migliorare il nostro clima imprenditoriale, abolire le barriere amministrative eccessive, prevenire la corruzione (che nel nostro paese è un grave problema), fornire il massimo sostegno alle piccole imprese (le mie prime decisioni hanno riguardato proprio tali questioni), rafforzare il ruolo della legge nella nostra società e nel nostro stato e creare un sistema giudiziario efficace: tutto questo costituisce la base del nostro programma economico.

Oggi stiamo lavorando attivamente su questi e altri obiettivi complessi ed estremamente importanti. La soluzione di questi problemi, lo ripeto, è legata all'avanzamento del ruolo della legge, che serve a proteggere gli interessi delle persone e a difendere il loro onore e la loro dignità.

Ritengo che dovremmo prendere in considerazione anche progetti congiunti nei settori che ho appena nominato. Uno di questi potrebbe consistere nell'organizzazione di stage per avvocati e giuristi nei reciproci paesi. Oppure la formazione dei funzionari pubblici. Il decennale contributo tedesco al Programma Presidenziale di formazione dei funzionari dell’Amministrazione pubblica è una buona base da cui partire. In questo periodo la Russia ha formato circa 3500 specialisti con questo programma, e dal 2006 cento stagisti tedeschi vengono ogni anno in Russia a imparare nuove competenze attraverso i programmi di cooperazione Russia-Germania.

Nelle regioni russe questi specialisti sono molto richiesti. Anche la creazione in Russia di macroregioni ha aperto nuove prospettive di cooperazione con gli stati federati della Germania. Le nostre regioni devono imparare a parlare una lingua comune, come hanno fatto con successo San Pietroburgo e le regioni di Novgorod, Kaliningrad, Kaluga e le regioni tedesche corrispondenti.

Vogliamo anche continuare a collaborare concretamente in aree importanti per lo sviluppo globale. La Russia appoggia coerentemente l'impegno della Germania nell'ambito della Comunità Europea in questioni ambientali come la riduzione delle emissioni di carbonio. Siamo pronti al dialogo su tutta una serie di tematiche ambientali, comprese quelle relative all'Artico. Oggi molti paesi, comprese la Germania e la Russia, celebrano la Giornata Mondiale dell'Ambiente. Il nostro paese celebra per la prima volta anche la Giornata dell'Ecologia. Dunque vorrei approfittare di questa occasione per congratularmi con tutti coloro che lavorano in questi settori. Solo due giorni fa ho presieduto un incontro su questo tema e firmato un decreto speciale che emana istruzioni sulla difesa dell'ambiente.

Signore e signori, il commercio bilaterale tra la Russia e la Germania negli ultimi sei anni si è quadruplicato. Lo scorso anno ha registrato la cifra record di più di 52 miliardi di dollari. La Germania è per la Russia il maggiore fornitore di beni importati, il 90% dei quali è costituito da veicoli, macchinari e prodotti metallici. Il nostro paese si appresta nei prossimi anni a diventare il secondo maggiore importatore dalla Germania dopo gli Stati Uniti, superando perfino la Cina. La Germania è anche leader in Russia nel settore degli investimenti, che già ammontano a 28 miliardi di euro.

Sono evidenti anche le eccellenti prospettive di progetti congiunti tra scienziati e ricercatori russi e tedeschi. Particolarmente importanti sotto questo aspetto saranno la diffusione degli sviluppi applicati e l'uso efficace della proprietà intellettuale comune.

Spetterà ai giovani di entrambi i paesi continuare la cooperazione russo-tedesca e arricchirla con nuove iniziative. Come sapete i contatti tra i giovani sono già diventati una parte importante della nostra cooperazione. Come scrisse il poeta e pensatore tedesco Schiller, la crescita di una persona è legata alla crescita dei suoi obiettivi.

E tutto ciò che oggi noi diamo ai giovani, naturalmente, ci ripagherà nel futuro. Sono certo che il nostro contributo alla loro formazione e allo sviluppo delle loro menti, dei loro talenti e della loro ricchezza spirituale sia un contributo al progresso e al futuro sicuro non solo dei nostri due popoli ma dell'Europa tutta.

Un'altra ovvia risorsa che può avvicinarci è quella dei nostri connazionali, soprattutto i tedeschi russi. Le loro idee e opinioni sullo sviluppo delle nostre relazioni sono una sorta di cartina di tornasole della cooperazione tra i nostri paesi e possono contribuire a disfarci di vecchi stereotipi.

Sotto questo aspetto sono molto favorevole alla modernizzazione dei nostri legami umanitari. Naturalmente su questo dobbiamo lavorare insieme, e abbiamo bisogno dell'appoggio dell'opinione pubblica, dell'interesse dei mezzi di informazione e dell'infrastruttura delle relazioni tra le diverse regioni e religioni che abbiamo alle spalle.

Egregi collegi, qui a Berlino si sente acutamente quanto si intreccino storia e modernità, ricordi del passato e visioni del futuro. Berlino è una città che tutti i russi conoscono, e molti russi qui hanno i loro reconditi luoghi speciali.

Berlino è oggi una città vivace ed eccitante che guarda avanti. In questo senso è simile a Mosca, che ha anch'essa una propria natura specifica, una dinamica e un'energia caratteristiche. Qui si ha la sensazione tangibile che la storia ci unisce, più che dividerci. Sono convinto che chi capisce questa verità è destinato a non essere mai sconfitto.

Vi ringrazio.

Originale: http://www.kremlin.ru/

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lunedì, aprile 21, 2008

“Kraj” - documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” - al limite, sull’orlo del baratro - è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie - costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi - ha perso ogni significato geografico.

Le sette parti del documentario, tradotte dal russo e sottotitolate in italiano, sono sul blog Bye Bye Uncle Sam a questo indirizzo.

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lunedì, aprile 07, 2008

Niente Monaco a Bucarest

Niente Monaco a Bucarest
di Dmitrij Kosyrev, commentatore politico di RIA Novosti

Chi ha seguito il vertice NATO a Bucarest aveva tutte le ragioni per aspettarsi una “seconda Monaco”, cioè un altro discorso in cui il presidente Putin dicesse al pubblico mondiale cosa pensa la Russia dell'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti.
Ma non c'è stata nessuna Monaco a Bucarest, e non era nei piani. Nel suo ultimo discorso presidenziale davanti a un pubblico globale, Putin ha voluto fin dall'inizio controbilanciare lo scontento russo nei confronti delle azioni della NATO con alcune proposte sulle future relazioni tra le due parti.
La conferenza di Monaco era, a differenza di Bucarest, un incontro relativamente aperto. Questa volta Putin non ha tenuto un discorso pubblico. Si è rivolto all'incontro del Consiglio NATO-Russia, che la sua presenza ha trasformato in un summit. I media cercavano di scoprire cosa avrebbe detto. Una delle fonti era il Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer; altre venivano dalla delegazione russa.
Ma insomma, cosa ha detto il presidente russo? Ecco la prima parte del discorso, quella che riguarda il malcontento di Mosca. Putin ha definito l'allargamento dell'alleanza una “diretta minaccia” alla Russia, un monito molto serio. La Russia non ha il diritto di veto e non lo vuole. Gli stati dovrebbero essere in grado di comprendere le reciproche preoccupazioni senza la necessità di alcun veto. La NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella di altri paesi, Russia compresa. La NATO è un'alleanza militare, e come tale dovrebbe mostrare prudenza nella sfera militare. Se continuerà ad avvicinarsi ai confini russi, Mosca ricorrerà alle “misure necessarie”. La Russia ha assistito a ripetute violazioni della legge internazionale: basti citare il bombardamento della Jugoslavia, o il riconoscimento unilaterale del Kosovo.
Come possiamo notare, niente sorprese, tutto ovvio. Adesso vediamo la seconda parte del discorso, nella quale Putin ha esposto le proposte russe di cooperazione con la NATO. Dopo aver sospeso il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) lo scorso dicembre, la Russia è pronta ad adottarlo nuovamente, sulla base della reciprocità. Il problema iraniano andrebbe risolto con trasparenza: nessuno può pensare che l'Iran possa attaccare gli Stati Uniti. Invece di mettere gli iraniani con le spalle al muro, la comunità mondiale dovrebbe individuare un altro approccio. La NATO e la Russia potrebbero cooperare in Afghanistan. Putin ha anche valutato molto positivamente la partecipazione della Flotta russa del Mar Nero all'Operazione Active Endeavor nel Mediterraneo, e ha osservato che per Mosca la cooperazione con la NATO è una scelta consapevole e informata.
È praticamente tutto qui, o almeno questi sono i punti principali. Non un solo imprevisto: la Russia dice queste cose alla NATO da molti anni, ma la NATO ha sempre fatto orecchie da mercante continuando ad avvicinarsi inesorabilmente ai confini russi.
Mosca non dovrebbe provare alcun senso di trionfo per le decisioni prese dal summit di Bucarest. La sospensione del Membership Action Plan per Ucraina e Georgia è una sciocchezza, perché a dicembre questo processo riprenderà. Inoltre le parole di Scheffer sull'inevitabile espansione della NATO sono pesanti, e la decisione della NATO di considerare il sistema di difesa anti-missile come una propria creatura più che come un'iniziativa americana imposta all'Europa è un grave sintomo.
Il vertice di Bucarest ha dimostrato che la NATO e l'Europa o l'Occidente in generale hanno addirittura più problemi di quanto sembrasse a prima vista. L'ingresso nella NATO della musulmana Albania rientra nel conflitto tra l'Occidente e il mondo islamico, la cui soluzione è ancora molto lontana. Le ben celate contraddizioni sul coinvolgimento della NATO in Afghanistan sono sintomatiche dell'inconsistenza militare dell'Alleanza, e del suo ambiguo ruolo accessorio rispetto alla macchina da guerra americana.
Ha ragione chi ha chiamato quello di Bucarest il vertice della crisi. La NATO è afflitta da molti problemi: Parigi e Berlino diffidano di Washington a causa dell'Iraq (nonostante i cambiamenti al vertice in Francia e in Germania), le relazioni polacco-tedesche e greco-macedoni restano complicate, la NATO è riluttante a peggiorare i rapporti con il presidente eletto Dmitrij Medvedev e l'Ucraina e la Georgia non rispondono ai criteri della NATO in tutta una serie di parametri.
Oggi è dura essere americani o europei. Per secoli la civiltà occidentale ha nutrito l'illusione di poter prevalere in eterno su tutte le altre civiltà e gli altri continenti, relegati a un ruolo subordinato. Questa epoca sta giungendo al termine, ed è ora che l'Occidente si adatti alla nuova realtà.
Per il momento, tuttavia, la reazione sembra caratterizzata dal panico di fronte all'attacco imminente contro una fortezza scarsamente fortificata: bisogna tirar dentro tutti coloro che sono in grado di combattere, e alzare il ponte levatoio, non ha senso rispondere ai segnali dell'altro, di chi sta fuori, indipendentemente dalla sue proposte. È così che la NATO si è comportata con la Russia sotto El'cin e fa lo stesso sotto Putin. I problemi interni della NATO non contano quando si tratta di relazioni con la Russia. Non le si prestava ascolto allora e non lo si fa adesso. Questo era il ragionamento di chi si opponeva alla visita di Putin a Bucarest, ma l'altro punto di vista ha vinto nonostante il grande scetticismo.
Ecco perché a Bucarest non c'è stato un nuovo discorso di Monaco: uno è bastato.

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 4 aprile 2008

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domenica, marzo 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

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giovedì, marzo 06, 2008

Basi, non baci

Su Bye Bye Uncle Sam, l'elenco aggiornato a marzo 2008 delle 115 basi USA-NATO presenti in Italia:

1. Cima Gallina (BZ): stazione telecomunicazioni e radar US Air Force (USAF).
2. Aviano (PN): base USAF, ospita la 16° Forza Aerea ed il 31° Gruppo da Caccia nonché uno squadrone di F-18 dei Marines.
3. Roveredo in Piano (PN): deposito armi e munizioni USAF.
4. Monte Paganella (TN): stazione telecomunicazioni USAF.
5. Rivolto (UD): base dell’Aeronautica Militare Italiana (d’ora in poi, AMI), base USAF saltuaria.
6. Maniago (UD): poligono di tiro USAF.
7. S. Bernardo (UD): deposito munizioni US Army.
8. Istrana (TV): base dell’AMI “Vittorio Bragadin”, base USAF saltuaria.
9. Ciano (TV): stazione telecomunicazioni e radar USA.
10. Solbiate Olona (MI): base US Army.
11. Sorico (CO): sede di sistemi di sorveglianza elettronici della National Security Agency (NSA) e del Government Communications Head Quarters.
12. Ghedi (BS): base dell’AMI “Luigi Olivari”, base USAF ospitante anche il Munitions Support Squadron per la conservazione degli armamenti atomici.
13. Montichiari (BS): base USAF, ospita le testate nucleari per missili antiaerei Nike-Hercules dislocati in varie località del Nord-est.
14. Remondò (PV): stazione radar dell’AMI e USA, sotto copertura NATO.
15. Vicenza: base US Army presso la Caserma Ederle, ospita il comando della Southern Europe Task Force (SETAF).
16. Torri di Quartesolo (VI): centro autoveicoli US Army.
17. Lerino (VI): centro logistico gestione strutture US Army.
18. Tormeno - Fontega di Arcugnano (VI): base in parte sotterranea, con deposito di armi e munizioni.
19. Longare (VI): deposito sotterraneo di armamenti, noto come Site Pluto, dove almeno fino al 1992 erano custodite 200 testate nucleari e 1.000 kg di plutonio, facendone il più importante deposito d’armi atomiche in Italia ed uno dei più importanti d’Europa.
Continua qui.

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mercoledì, febbraio 27, 2008

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo
di Jeremy Scahill

Ultim'ora: L'amministrazione Bush ammette l'esistenza di una cosa chiamata diritto internazionale.

Com'era prevedibile, tuttavia, il diritto internazionale non viene invocato a proposito del campo di prigionia di Guantanamo, dell'esteso uso della tortura, dell'invasione e occupazione di paesi sovrani, delle consegne straordinarie. No, viene tirato fuori per condannare il governo serbo all'indomani dell'assalto all'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado in seguito al fulmineo riconoscimento da parte dell'amministrazione Bush della dichiarazione di indipendenza della provincia serba meridionale del Kosovo. Circa mille persone si sono staccate da una manifestazione di massa ampiamente pacifica nel centro di Belgrado e hanno preso di mira l'ambasciata. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel complesso, dove hanno appiccato il fuoco e sostituito la bandiera americana con quella serba.

Qui sono in gioco due importanti questioni. Una è la situazione del Kosovo (ci arriveremo tra poco), l'altra è l'attacco all'ambasciata degli Stati Uniti. Sì, il governo serbo aveva l'obbligo di proteggere l'ambasciata dall'irruzione. Se c'è stata in questo la complicità della polizia o delle autorità serbe, il problema è serio. Ma gli Stati Uniti hanno ben poca autorità morale non solo quando invocano il diritto internazionale (cosa che fanno solo quando conviene ai piani di Washington) ma quando lo invocano in merito agli assalti alle ambasciate di Belgrado.

"Sono indignato dall'attacco della folla contro l'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado", ha protestato Zalmay Khalilzad, ambasciatore americano alle Nazioni Unite. "L'ambasciata è territorio sovrano degli Stati Uniti. Il governo della Serbia ha la responsabilità, secondo il diritto internazionale, di proteggere gli edifici diplomatici, in particolare le ambasciate”. I suoi commenti sono stati riecheggiati da una sorta di annuario virtuale delle personalità dell'amministrazione Bill Clinton. Gente come Jamie Rubin, il vice dell'allora segretario di stato Madeleine Albright, uno dei principali artefici della politica statunitense nei confronti della Serbia. "È territorio sovrano degli Stati Uniti secondo il diritto internazionale", ha dichiarato Rubin. "Il fatto che la Serbia permetta a questi manifestanti di rompere le finestre e di fare irruzione nell'ambasciata americana è un segnale piuttosto drammatico". Hillary Clinton, il cui consorte orchestrò e guidò i 78 giorni di bombardamento della Serbia nel 1999, ha detto: "Tenderei molto aggressivamente a ritenere il governo serbo responsabile, con le sue forze di sicurezza, della protezione della nostra ambasciata. In base al diritto internazionale è tenuto a farlo".

Quello che è forse il crimine più grande commesso contro un'ambasciata nella storia della Jugoslavia non è stato perpetrato dai malvagi manifestanti serbi, ma dalle forze armate statunitensi.

Il 7 maggio del 1999, al culmine dei 78 giorni di bombardamento della Jugoslavia sotto il comando degli Stati Uniti e della NATO, gli Stati Uniti bombardarono l'ambasciata cinese a Belgrado uccidendo tre cittadini cinesi, due dei quali giornalisti, e ferendone altri 20. L'amministrazione Clinton in seguito disse che il bombardamento era stato il risultato di mappe approssimative fornite dalla CIA (vi ricorda qualcosa?). Pechino respinse quella spiegazione e disse che era stato intenzionale. Alla fine, sotto le pressioni della Cina, gli Stati Uniti si scusarono e pagarono 28 milioni di dollari di risarcimento alle famiglie delle vittime. Se gli Stati Uniti facessero sul serio a proposito del diritto internazionale e della protezione delle ambasciate, i responsabili di quel bombardamento sarebbero stati giudicati all'Aia insieme ad altri presunti criminali di guerra. Ma “criminale di guerra” è una definizione riservata a chi perde le guerre fomentate dagli Stati Uniti, non a chi è mandato da Washington a sganciare bombe umanitarie su un “territorio sovrano”.

Al di là dell'ovvia ipocrisia della condanna della Serbia da parte degli Stati Uniti e l'improvvisa ammissione che il diritto internazionale esiste, la storia del Kosovo è importante nel contesto della campagna elettorale attualmente in corso negli Stati Uniti. Forse più di ogni altro conflitto internazionale, la Jugoslavia ha definito la politica estera del presidente Bill Clinton. Sotto la sua amministrazione la Jugoslavia è stata distrutta, smantellata e frammentata in para-stati etnicamente puri. L'immediato riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush è stato la ciliegina sulla torta della distruzione della Jugoslavia, e Hillary Clinton vi ha aderito entusiasticamente. “Ho appoggiato l'indipendenza del Kosovo perché ritengo che sia imperativo continuare a promuovere l'indipendenza e la democrazia nel cuore dell'Europa”, ha detto la Clinton al recente dibattito dei democratici a Austin, nel Texas.

Alcuni giorni prima dell'assalto all'ambasciata di Belgrado, la Clinton ha elogiato la dichiarazione di indipendenza, riferendosi al Kosovo usando l'albanese “Kosova” e dicendo che l'indipendenza “permetterà al popolo del Kosova di vivere finalmente in un proprio stato democratico. Permetterà al Kosova e alla Serbia di lasciarsi alle spalle un capitolo difficile della loro storia e di andare avanti”. Ha poi aggiunto: “Voglio sottolineare la necessità di evitare qualsiasi forma di violenza o provocazioni nei giorni e nelle settimane che seguiranno”. Come sanno i più esperti osservatori della politica serba, c'erano poche cose che gli Stati Uniti potessero fare per alimentare la rabbia serba causata dalla dichiarazione di indipendenza – “provocazioni”, se volete – come far rilasciare a un leader politico di nome Clinton una dichiarazione che elogiasse l'indipendenza e si riferisse al Kosovo usando la denominazione albanese.

Durante la campagna elettorale la squadra Clinton ha presentato il Kosovo come un successo della politica estera statunitense, e Hillary Clinton ha criticato Bush per averci messo “così tanto per arrivare a questo momento storico”.

Forse qui serve davvero un po' di storia. Se il Kosovo è la sua idea di buona politica estera, questo la dice lunga sul tipo di presidente che Hillary Clinton si propone di essere. La realtà è che ci sono grandi somiglianze tra l'atteggiamento di Clinton nei confronti del Kosovo e l'atteggiamento di Bush nei confronti dell'Iraq.

Il 24 marzo del 1999 il presidente presidente Bill Clinton diede inizio a una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia destinata a durare 11 settimane. Come Bush con l'Iraq, Clinton non aveva il mandato delle Nazioni Unite (usò la NATO), e la sua cosiddetta “diplomazia” volta a evitare i bombardamenti era insincera e ingannevole. Proprio come Bush con l'Iraq.

Un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, l'amministrazione Clinton lanciò al presidente Slobodan Milošević un ultimatum da accettare incondizionatamente, pena il bombardamento del suo paese. Noto come l'accordo di Rambouillet, era un documento che nessun paese sovrano avrebbe mai accettato. Conteneva una disposizione che garantiva alle forze degli Stati Uniti e della NATO il “passaggio libero senza restrizioni e un accesso illimitato in tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia”, non solo nel Kosovo. Mirava inoltre ad assicurare alle forze di occupazione l'immunità “da ogni forma di arresto, inquisizione e detenzione da parte delle autorità della Repubblica Federale Jugoslava”e a garantire agli occupanti “l'uso di aeroporti, strade, ferrovie e porti senza il pagamento di dazi, tributi, pedaggi, tasse o spese determinati dal mero uso”. Inoltre fu detto a Milošević che avrebbe dovuto “concedere tutti i servizi di telecomunicazioni, inclusi i servizi di radiodiffusione, necessari all'Operazione, come determinato dalla Nato”. Analogamente al piano di Bush per l'Iraq, Rambouillet prescriveva che l'economia del Kosovo dovesse funzionare “in accordo con i principi del libero mercato”.

Non si è mai discusso di ciò che a Milošević fu chiesto di firmare. Il fatto che significasse la fine della sovranità del paese era una non-storia. La versione dominante degli ultimi nove anni, ripetuta questa settimana da William Cohen, segretario alla difesa di Clinton al tempo dei bombardamenti, è questa: “Abbiamo cercato di raggiungere una soluzione pacifica per quanto stava accadendo in Kosovo. E Slobodan a Milošević rifiutò”. Rifiutò la pace? Diciamo che invece fu così avventato da rifiutare una proposta alla Don Corleone. Washington sapeva che l'avrebbe respinta, ma doveva creare un'impressione di diplomazia per ottenere la “legittimazione” internazionale”.

E così sulla Serbia piovvero le bombe umanitarie. Tra le missioni: il bombardamento degli studi della Radio Televisione serba, dove un raid aereo uccise 16 dipendenti; le bombe a frammentazione sganciate sul mercato di Niš e la conseguente carneficina; un treno passeggeri colpito deliberatamente; l'uso di munizioni all'uranio impoverito; gli attacchi agli impianti petrolchimici, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche nel Danubio. E anche il bombardamento dei profughi albanesi, proprio quelli che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente dovuto proteggere.

Come Bush con le armi di distruzione di massa irachene prima dell'invasione statunitense, nel 1999 l'amministrazione Clinton lanciò con intenti propagandistici pesanti accuse sul livello di violenza presente in Kosovo. “Sono scomparsi circa 100.000 uomini in età militare... Potrebbero essere stati uccisi”, disse Cohen a cinque settimane dall'inizio dei bombardamenti. Disse che erano stati giustiziati circa 4600 kosovari, e aggiunse: “Sospetto che la cifra effettiva sia molto più alta”. Quei numeri erano completamente falsi. Alla fine le cifre furono sensibilmente ridimensionate, come ha osservato recentemente Justin Raimondo nella sua rubrica su Antiwar.com, da 100.000 a 50.000 a 10.000 e “a quel punto il Partito della Guerra ha smesso di parlare di numeri e si è limitato a celebrare la gloriosa vittoria degli 'interventi umanitari'”. Come risultò, “non ci fu alcun 'genocidio': lo stesso Tribunale Internazionale riferì che in Kosovo furono disseppelliti più di 2000 corpi di serbi, rom e kosovari, tutti ugualmente vittime di una perversa guerra civile nella quale siamo intervenuti al fianco dei kosovari. L'intera fantastica storia di un altro 'olocausto' nel cuore dell'Europa era un falso”, dice Raimondo.

In seguito all'invasione NATO del Kosovo nel giugno del 1999, gli Stati Uniti e i loro alleati si schierarono con la mafia, le bande criminali e i gruppi paramilitari albanesi che ripulirono sistematicamente il Kosovo di centinaia di migliaia di serbi, rom e altre minoranze etniche. Incendiarono abitazioni, negozi e chiese e misero in atto una campagna vergognosa per espellere a forza i non-albanesi dalla provincia. Nel frattempo gli Stati Uniti collaboravano con l'Esercito di Liberazione del Kosovo e contribuivano all'ascesa al potere di criminali di guerra. Oggi il Kosovo è diventato un crocevia del traffico di droga e di esseri umani e del crimine organizzato. In breve, è uno stato-mafia. È questa la “democrazia” che Hillary Clinton dichiara di voler “promuovere” nel cuore dell'Europa?

Non c'è voluto molto perché gli Stati Uniti cominciassero a costruire una gigantesca base militare, Camp Bondsteel, che è opportunamente situata in un'area di enorme interesse geopolitico per Washington. (Tra i servizi più bizzarri, Bondsteel offre anche corsi presso il centro educativo Laura Bush, massaggi thailandesi e tutta la spazzatura multinazionale che si possa mai desiderare). Nel novembre del 2005 Alvaro Gil-Robles, l'inviato per i diritti umani del Consiglio Europeo, ha descritto Bondsteel come “una versione più piccola di Guantanamo”. Oh, e Bondsteel è stata costruita dalla KBR, sussidiaria della Halliburton.

E qui c'è un aspetto interessante. Il governo serbo è ampiamente orientato verso l'Europa, non gli verso Stati Uniti. Il primo ministro, Vojislav Kostunica, è un conservatore isolazionista altrettanto poco entusiasta di una base militare statunitense sul suolo serbo quanto lo è Cuba con Gitmo. La sua accusa è che con il riconoscimento del Kosovo Washington sia stata “pronta a mettere in pericolo violentemente e senza alcuno scrupolo l'ordine internazionale per i propri interessi militari”. Per il governo del Kosovo indipendente, invece, Bondsteel non è un problema.

La Russia e alcune altre nazioni si stanno opponendo al riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, ma sono probabilmente destinate alla sconfitta. Tuttavia, le conseguenze di questa azione si faranno sentire per anni. “In Serbia abbiamo una situazione in cui gli Stati Uniti hanno imposto un'azione – la proclamazione di indipendenza da parte degli albanesi del Kosovo – che è una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale dopo la seconda guerra mondiale”, dice Robert Hayden, direttore del Centro per gli Studi sulla Russia e l'Europa dell'Est dell'Università di Pittsburgh. “I confini non si cambiano con la forza e senza consenso: questo principio è stato la principale giustificazione ufficiale dell'attacco statunitense del 1991 contro l'Iraq”.

E qui il cerchio si chiude. Il diritto internazionale ha valore solo quando conviene agli Stati Uniti. Lo stesso può dirsi degli “interventi umanitari”. E nonostante l'estremismo dell'amministrazione Bush questo non è affatto un fenomeno esclusivamente americano. In un mondo giusto ci sarebbe un intervento umanitario contro l'occupazione statunitense dell'Iraq – con le sue uccisioni indiscriminate di civili, le sue camere di tortura e le sue estese violazioni dei diritti umani. Un intervento del genere ci sarebbe sicuramente stato durante il massacro bipartisan, per mezzo di bombe e sanzioni, del popolo iracheno negli ultimi 18 anni. Ma questo è quello che accade, quando i poliziotti e i giudici sono i criminali. La politica statunitense ha sempre agito su un sistema vittima degna/vittima indegna, un sistema la cui prima preoccupazione non è mai quella di salvare le vittime. L'umanitarismo è la giustificazione ufficiale e raramente, se non mai, la motivazione primaria. Con l'Iraq Bush ricorse alla giustificazione umanitaria – la brutalità del regime di Saddam – solo quando le menzogne sulle armi di distruzione di massa furono apertamente smascherate. In Jugoslavia Clinton la usò fin dall'inizio. In entrambi i casi suonava insincera.

Se sei una vittima e condividi una geografia comune con gli interessi statunitensi, il diritto internazionale è dalla tua parte finché sarà conveniente. Altrimenti, be', è dura. Le Nazioni Unite, comunque, sono solo un club di discussione. Basta chiederlo alle decine di migliaia di curdi massacrati dai turchi con armi vendute loro dall'amministrazione Clinton negli anni Novanta. O ai palestinesi che vivono sotto la brutalità dell'occupazione israeliana. In alcuni casi le “vittime” che gli Stati Uniti dicono di voler proteggere finiscono a loro volta bombardate, come è successo alla fine degli anni Novanta quando le bombe “umanitarie” dell'amministrazione Clinton colpivano ogni tre giorni il nord e il sud dell'Iraq.

In un contesto più ampio, il rapido riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush ci ricorda un fatto che ultimamente viene troppo spesso trascurato: l'impero è bipartisan, come lo sono le tattiche, la retorica e le bombe usate per difenderlo ed espanderlo.

Jeremy Scahill, giornalista indipendente, è l'autore del bestseller Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army. Può essere contattato all'indirizzo jeremy(AT)democracynow.org.

Articolo originale pubblicato il 23 febbraio 2008
Originale da: http://www.alternet.org/audits/77546/?page=1

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lunedì, febbraio 04, 2008

La Russia, la NATO e i radar ucraini

La Russia, la NATO e i radar ucraini

di Nikita
Petrov, esperto militare di RIA Novosti

Il Consiglio Federale, la camera alta del parlamento russo, il 25 gennaio ha approvato la delibera della camera bassa di porre fine all'accordo con l'Ucraina per l'impiego dei suoi radar.
Il decreto passerà al presidente per l'approvazione. Se il presidente lo firmerà e il documento verrà pubblicato sulla gazzetta ufficiale, a Kiev verrà comunicato che il Cremlino interromperà l'utilizzo dei radar Dnepr di Beregovo, vicino a Mukačevo, e Nikolaevka nei pressi di Sebastopoli.
In un lasso di tempo dai sei ai dodici mesi, come specificato nell'accordo intergovernativo, i radar ucraini cesseranno di fornire alla Russia informazioni sui lanci di missili strategici nelle zone occidentali e sud-occidentali.

Il Generale dell'Esercito Nikolaj Pankov, segretario di stato e vice ministro della difesa russo, ha detto che una delle ragioni della decisione è stata l'intenzione di Kiev di entrare nella NATO.

Non si tratta però della ragione principale. Innanzitutto, l'Ucraina può entrare nel blocco atlantico solo dopo un referendum nazionale per conoscere il parere dell'opinione pubblica, che non sembra condividere le intenzioni del presidente, del primo ministro e del presidente del parlamento.

In secondo luogo, il Cremlino non può interrompere la propria collaborazione con l'Ucraina nel sistema di avvistamento a distanza, presumibilmente perché l'Ucraina vuole entrare nella NATO, e allo stesso tempo invocare relazioni reciprocamente vantaggiose nella sfera missilistica.

La sessione parlamentare del 25 gennaio, che ha approvato la cessazione dell'accordo con l'Ucraina, ha deciso anche di prolungare l'accordo con Kiev nel campo dell'assistenza per i più grandi missili strategici russi, l'R-36M (classificazione NATO SS-18 Satan) e l'R-36M2 (Voevoda).

Il Satan, che è in grado di portare 10 testate nucleari, è stato progettato nel laboratorio Južnoe di Dnepropetrovsk, nell'Ucraina centro-meridionale. In base al trattato di Lisbona del 1992 tra Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Stati Uniti, l'Ucraina non può produrre questi missili o avere altri tipi di armi strategiche.

Per questo motivo ha parzialmente demolito i bombardieri strategici Tu-160 Blackjack e Tu-95MS Bear e ha consegnato il resto alla Russia per l'appianamento del debito.

L'impianto di Dnepropetrovsk, dove in epoca sovietica era costruito il Voevoda, adesso produce autobus, ma i suoi progettisti forniscono ancora assistenza di routine e servizi di riparazione per i Satan, quando e se necessario, in base all'accordo prorogato dal parlamento russo. La Russia ha ora solo 75 missili di questo tipo, ma essi costituiscono il nocciolo della sua forza di deterrenza strategica.

La decisione di interrompere la cooperazione sull'avvistamento a distanza con l'Ucraina è stata presa per ragioni pragmatiche. Il Generale Vladimir Popovkin, comandante delle forze spaziali russe, ha detto che i radar ucraini, per le cui informazioni la Russia paga 1,3 milioni di dollari l'anno, nel 2005 sono usciti dal periodo di garanzia e la loro modernizzazione costerebbe almeno 20 milioni. Ne vale la pena?

Diversamente dai radar in Azerbaijan, Bielorussia e Kazakistan, i sistemi ucraini non sono operati da personale militare russo. Sia le qualifiche del personale civile ucraino sia i dati forniti alla Russia sono dubbi.

Il radar di Sebastopoli rappresenta il problema maggiore perché le stazioni radio non autorizzate di imbarcazioni che svolgono attività di pesca nel Mar Nero usano le stesse frequenze. E se non per le informazioni dai satelliti che sorvegliano la regione, i dati di quella stazione potrebbero essere interpretati per indicare l'arrivo di un missile strategico diretto verso la Russia. Le forze spaziali russe devono ricontrollare le informazioni di quel radar perdendo tempo e denaro, e questo aspetto diventa fondamentale quando si tratta di organizzare una risposta rapida in caso di attacco reale.

La Russia cesserà di usare i radar ucraini anche perché adesso possiede un radar che fornisce lo stesso tipo di informazioni, ma migliore. Lo scorso anno a Lechtusi, nei pressi di San Pietroburgo, è stato messo in prova il radar Voronež-MD, la cui manutenzione è più economica. I radar ucraini sono operati da 80 specialisti, mentre per il Voronež ne bastano 15.

Inoltre la portata delle stazioni ucraine è di 4000 km, mentre la portata effettiva del Voronež è di 6000 km.

Quando sarà messo in funzione un altro radar Voronež, attualmente in costruzione nei pressi di Armavir nella Russia meridionale, la Russia non avrà più bisogno dei radar ucraini. Il ministero degli esteri russo molto probabilmente notificherà all'Ucraina la cessazione dell'utilizzo dei radar di Mukačevo e Sebastopoli quando l'Armavir entrerà nella fase di collaudo.

Il Generale Popovkin ha detto che la Russia è destinata a interrompere l'uso dei radar in Bielorussia (il Volga a Ganceviči, vicino a Baranoviči), Azerbaijan (il Darjal a Gabala, nei pressi di Mingečaur) e in Kazakistan (il Dnepr, il Darjal-U e il Dnestr vicino al lago Balchaš), benché non nel 2008 o nel 2009.

Il radar di Gabala recentemente ha fatto parlare di sé. Innanzitutto è ormai al termine della sua vita operativa, e la Russia paga all'Azerbaijan 7 milioni di dollari l'anno per affittare la stazione operata da militari russi, le cui famiglie vivono in un insediamento vicino. Il radar di Armavir coprirà l'area operativa di Gabala, e così la Russia potrebbe cessare di usarlo.

Ma il Cremlino ha proposto al Pentagono di usare il radar di Gabala per monitorare i lanci missilistici nel Medio Oriente, in particolare dall'Iran, a condizione che Washington rinunci a posizionare elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa Orientale.

Se Washington accettasse l'offerta, il radar di Gabala verrebbe modernizzato e la sua garanzia di assistenza prolungata.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20080201/98196438.html

Articolo originale pubblicato il 1° febbraio 2008

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venerdì, gennaio 18, 2008

L'uomo degli USA a Tbilisi

Il nostro uomo a Tbilisi

The Ivanov Report

È ormai ufficiale: Mikheil Saakashvili è il presidente della Georgia per i prossimi cinque anni. La Commissione Elettorale Centrale della Georgia ha dichiarato Saakashvili il vincitore delle elezioni lampo del 5 gennaio. Seconda la CEC, Saakashvili ha ricevuto il 53,5% dei voti; il candidato più votato dell'opposizione, Levan Gachechiladze, è arrivato secondo con il 25,7%.

L'opposizione afferma - e l'affermazione suona molto credibile - che questi risultati elettorali sono stati truccati per risparmiare a Saakashvili la fatica di andare al ballottaggio con Gachechiladze. Ma nenche i detrattori di Saakashvili possono negare che sia lui il politico georgiano più popolare. Pur avendo perso voti a vantaggio dell'opposizione a Tbilisi, Saakashvili continua a godere del fondamentale appoggio delle aree rurali. Questo appoggio gli avrebbe comunque assicurato la vittoria al secondo turno.

Il Presidente Bush si è già congratulato con Saakashvili, umiliando l'opposizione e rendendo inutili le manifestazioni di protesta organizzate a Tbilisi. È verosimile, comunque, che i leader dell'opposizione in cerca di visibilità continuino a protestare almeno fino al 20 di gennaio, giorno della proclamazione, quando a Tbilisi confluirà una folla di personalità straniere.

E allora, perché tutte queste storie su Misha?

Le elezioni presidenziali georgiane hanno seguito fedelmente lo schema tipico dei paesi dello spazio ex-sovietico: un leader nazionale molto popolare - economicamente liberale con inconfondibili accenti autoritari - vince le elezioni presidenziali sfruttando ampiamente le famigerate "risorse amministrative", il dominio della TV di stato e l'assenza di un'opposizione unitaria. Concettualmente, Saakashvili non è molto diverso da altri fortunati leader post-sovietici come Vladimir Putin in Russia o Nursultan Nazarbayev in Kazakistan.

Il clamore attorno a Saakashvili deriva dal fatto che in Occidente è stato pubblicizzato molto diversamente. Nel 2005 il Presidente Bush, impressionato dalla retorica filo-occidentale di Saakashvili, chiamò la Georgia "un faro di libertà". Due senatori degli Stati Uniti, Hillary Clinton (D-NY) e John McCain (R-AZ) si sono messi in ridicolo proponendo la candidatura di Saakashvili al Premio Nobel. E sull'"esperienza" in politica estera che entrambi sostengono di possedere nella corsa per le presidenziali del 2008 abbiamo detto tutto.

Il primo colpo all'immagine di perfetto democratico di Saakashvili è giunto in novembre, quando corpi di polizia in assetto anti-rivolta, armati di manganelli e di gas lacrimogeno sono stati spediti a disperdere una cosiddetta manifestazione pacifica contro il governo. Lo shock è stato così grande che i media occidentali - come sempre poco interessati all'essenza dei fatti - hanno trascurato il fatto che la "manifestazione pacifica" era una consapevole provocazione orchestrata dall'opposizione preoccupata che le proteste di piazza si stessero sgonfiando.

Poi sono arrivate le elezioni lampo e le accuse di brogli.

E allora? Perché l'amministrazione Bush dovrebbe interrompere la sua storia d'amore con Saakashvili?

Niente di quello che Saakashvili ha fatto nel passato vicino o lontano scalfisce le sue attrattive agli occhi di Washington: è filo-americano, filo-NATO (in un referendum svoltosi contemporaneamente alle elezioni presidenziali più del 70% dei votanti ha approvato il piano di adesione alla NATO della Georgia), anti-russo e anti-Putin. E poi ha studiato negli Stati Uniti e parla un ottimo inglese.

Quando valutano le credenziali dei leader stranieri, le élite americane prestano enorme attenzione (a volte mal riposta) al fatto che qualcuno si sia laureato negli Stati Uniti. Questo spiega perché Benazir Bhutto, laureata ad Harvard, sia sempre stata considerata più "democratica" di Nawaz Sharif, laureatosi in legge all'Universita del Punjab. Spiega anche l'entusiasmo di molti a Washington per il Generale Kayani, che ha sostituito Pervez Musharraf alla guida dell'esercito pakistano: la carriera professionale di Kayani comprende un addestramento militare compiuto negli Stati Uniti.

Dunque, finché Saakashvili resterà il nostro uomo a Tbilisi, la Georgia continuerà a splendere come un "faro di libertà".

E lasciate agli osservatori OSCE - con la loro impareggiabile capacità di chiamare il bianco nero, il nero bianco e il grigio... be', dipende - il lavoro sporco di spiegare perché le elezioni del 5 gennaio "sono state... conformi alla maggior parte dei parametri delle elezioni democratiche" malgrado "una carenza di fiducia e diffuse accuse di violazioni".

Originale: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008.

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giovedì, gennaio 17, 2008

L'alleanza nord-ucraina

L'alleanza nord-ucraina

di Marija Krivych

Ieri i media russi sono stati scossi dalla notizia che l'Ucraina si sta muovendo attivamente per entrare nella NATO: il presidente Viktor Jušenko, il primo ministro Julija Timošenko e il presidente del parlamento Arsenij Jacenjuk hanno firmato una richiesta perché l'Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro dell'Alleanza Atlantica al vertice NATO che si terrà a Bucarest nell'aprile del 2008. Il documento è stato inviato al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, noto sostenitore dell'ingresso dell'Ucraina nell'alleanza.

Dopo le elezioni parlamentari d'autunno in Ucraina, quando gli "arancioni" hanno formalmente ottenuto la maggioranza alla Rada (formalmente, visto che non è un mistero l'enorme opposizione rappresentata da Janukovič e dai suoi alleati) e hanno cominciato alla meno peggio a mettere in atto le promesse fatte prima delle elezioni, si è posta una ennesima questione fondamentale per la "coalizione arancione": l'adesione dell'Ucraina alla NATO.

"Condividendo appieno i valori democratici europei, lo stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euro-atlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO e agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza", è scritto nel comunicato ufficiale. Nella lettera i leader ucraini esprimono la speranza che "il progresso fatto dall'Ucraina nell'ambito di un intensificato dialogo sulle questioni dell'adesione e delle conseguenti future riforme venga riconosciuto in termini di alleanza. L'Ucraina oggi è interessata a essere accolta nel piano d'azione per diventare membro della NATO".

La reazione a questa mossa è stata immediata: i "regionali" hanno accusato gli "arancioni" di violare la Costituzione (che sancisce la neutralità del paese), la Russia si è dichiarata pronta a "rivedere" - per usare le parole di Černomyrdin - le relazioni con l'Ucraina, gli americani hanno manifestato il proprio entusiasmo.

In particolare, il copresidente della commissione per le relazioni estere del senato degli Stati Uniti Richard Lugar ha spiegato che per decidere di aderire alla NATO l'Ucraina non ha bisogno di un referendum popolare, visto che esistono anche altri modi per esprimere la volontà dei cittadini. Ha poi detto che se in un referendum nazionale gli ucraini si diranno favorevoli all'ingresso nella NATO, questa decisione riceverà anche l'appoggio del presidente degli Stati Uniti, chiunque occupi tale carica in quel momento. A sua volta il Partito delle regioni ha ricordato che la richiesta di adesione all'alleanza può essere presentata solo se esiste il consenso del popolo ucraino, espresso attraverso un referendum. Il cui risultato è del tutto prevedibile: da molto tempo la maggioranza degli ucraini si dichiara contraria all'adesione alla NATO. In particolare, alla fine del 2006 in Crimea si è svolto un referendum non autorizzato sulla questione. Il 98,7% dei cittadini si è dichiarato contrario all'ingresso nell'alleanza atlantica. Il referendum in Crimea si è svolto perché ne era stato respinto un altro, che avrebbe dovuto coinvolgere tutta l'Ucraina con la partecipazione di oltre 4 milioni di cittadini.

Le ragioni per cui gli "arancioni" desiderano tanto entrare nella NATO stanno in superficie, così come le ragioni dello scontento di Mosca. Alla fin fine, chi garantisce che con l'ingresso nella NATO non comparirà una base militare nella filorussa Crimea?

L'atmosfera si è fatta incandescente anche al Ministero degli Esteri ucraino. Il ministro Vladimir Ogryzko ha dichiarato che l'Ucraina non ha fatto alcuna richiesta di entrare nella NATO: "Si tratta di una nuova fase di cooperazione tra l'Ucraina e la NATO. Se si parlerà di adesione alla NATO, allora, come sta scritto in questa lettera, le autorità dello stato si consulteranno con il popolo ucraino", ha detto, osservando che nella lettera non si fa parola della richiesta di entrare nell'alleanza.

Nondimeno il documento in questione è un altro passo verso l'adesione alla NATO. Ricordiamo che la procedura di ingresso dura in media cinque anni, durante i quali il paese candidato deve rendere il proprio esercito e la propria legislazione conformi agli standard del blocco atlantico, e soddisfare anche altri requisiti.

Ma tutto questo serve all'Ucraina (lasciando da parte gli interessi della Russia, degli Stati Uniti, dei "regionali" e degli "arancioni")? La cooperazione con la NATO serve, forse, nella misura in cui la stessa Russia collabora con l'alleanza. Per quanto riguarda l'ingresso vero e proprio, secondo l'ex presidente Leonid Kučma oggi per l'Ucraina risulta ottimale lo status neutrale, e anche l'ingresso nell'Unione Europea, ma non nella NATO. Oltretutto in entrambi i casi è necessario avere uno stato efficiente, un'economia competitiva e una nazione matura: politologi ed esperti non fanno che discutere dell'assenza di questi requisiti.

Una sola cosa è ovvia: indipendentemente dal fatto che si tratti una "buona" o di una "cattiva" idea, l'Ucraina non è pronta a diventare membro della NATO e difficilmente lo sarà tra cinque anni. Inoltre la preparazione forzata all'ingresso nel blocco può solo approfondire i contrasti già forti non solo tra le élite politiche, ma in tutto il paese.

Originale da: http://expert.ru/articles/2008/01/16/nato/print

Articolo originale pubblicato il 16 gennaio 2008

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venerdì, gennaio 04, 2008

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e in Europa nell'analisi della fase attuale degli sviluppi mondiali, anche se per ora solo al livello della comunità degli specialisti. È al contempo ovvio che i nostri partner pensano che il processo di elaborazione sia cominciato. Una delle conclusioni è il riconoscimento del carattere fondamentalmente non ostile della politica estera russa".

Con l'assassinio di Bhutto Washington deve ora affrettare il "processo di elaborazione". Va presa una decisione importante. Sia l'Iran, sia la Russia sarebbero partner ragionevoli nella "guerra al terrore" in Afghanistan. Ma nessuno dei due risponderebbe a un impegno selettivo di Washington. L'amministrazione Bush avrà bisogno dello shakespeariano Shylock per soppesare il vantaggio relativo di ingaggiare l'Iran o Mosca. È qui che il prossimo viaggio di Bush in Israele, nei territori palestinesi e tra gli alleati del Golfo Persico potrebbe tornare utile.

Una cosa è già chiara. La questione nucleare iraniana non se uscirà di scena. Ultimamente può avere avuto una svolta positiva, ma, come ha notato il cinese People's Daily, questo è lungi dall'essere un epilogo. Gli Stati Uniti "dovranno far fermentare nuovi piani ed elaborare nuove strategie in merito alla questione nucleare iraniana sia durante che dopo l'amministrazione Bush... L'Iran potrebbe trarre vantaggio dalla disparità tra le potenze mondiali: potrebbe cercare di ottenere un clima internazionale e una posizione strategica più favorevoli. In conclusione, le parti interessate nella questione iraniana stanno attualmente considerando i propri interessi in rapporto alle condizioni attuali in preparazione di una nuova tornata di confronti strategici".

Punto interrogativo sulla strategia globale degli Stati Uniti
Ma Mosca pone delle difficoltà ancor più fondamentali. Nella fase preparatoria dell'incontro di Bruxelles, in esaurienti commenti riportati dai media, un portavoce del ministero degli esteri russo a Mosca ha sottolineato a dicembre che i rapporti di Mosca con l'alleanza atlantica erano caratterizzati "sia da successi che da complicazioni". Ha detto che il lavoro che li attendeva non sarebbe stato facile.

Tra le aree problematiche, ha elencato le "implicazioni legali internazionali" della trasformazione della NATO come organizzazione politica globale fuori dal controllo delle Nazioni Unite; le strutture militari della NATO che "si avvicinano ai nostri confini"; gli ulteriori piani di allargamento della NATO; le divergenze sul Trattato CFE sulle Forze Armate Convenzionali in Europa; e "lo sviluppo di un terzo sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa e il suo coordinamento con la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa anti-missile nell'ambito della NATO".

In altre parole, nello scenario post-Bhutto, è necessario che Washington riveda i propri piani in vista del prossimo summit della NATO a Bucarest, in aprile. La terza fase dei piani di allargamento della NATO era tra i principali punti di discussione a Bucarest. Adesso il Pakistan e l'Afghanistan li faranno inevitabilmente passare in secondo piano.

Washington andrà avanti con i vecchi piani perché la NATO appoggi l'ingresso di Ucraina e Georgia? Nell'attuale situazione di crisi in Afghanistan e in Pakistan, può l'amministrazione Bush permettersi di contrariare il Cremlino? Come ha ammonito un portavoce russo: "Noi [Mosca] siamo convinti che il processo di allargamento della NATO non abbia alcuna attinenza con la modernizzazione dell'alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza dell'Europa. Anzi, è un grave fattore di provocazione, che porterà ad altre divisioni e abbasserà il livello di fiducia reciproca".

Il Cremlino si è espresso chiaramente, non sarà soddisfatto neanche se gli Stati Uniti e l'Europa non insisteranno sull'indipendenza del Kosovo, o procederanno al dispiegamento della NATO nella repubblica separatista ponendosi fuori dal contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lavrov ha sottolineato che "La cosa principale è tentare di lavorare insieme su una base di reciproco rispetto, e di rispetto per le altrui analisi delle minacce oggi a noi comuni". Ha enfatizzato il fatto che al summit di Bucarest, se la NATO dovesse andare avanti con la sua politica di allargamento parallelamente alla trasformazione dell'alleanza "[a Mosca] siamo convinti che ciò non contribuirebbe a rafforzare la nostra sicurezza comune o a combattere le comuni minacce". Il monito implicito è che la collaborazione nella "guerra al terrore" potrebbe avere come condizione la rinuncia da parte di Washington alla politica di contenimento nei confronti della Russia.

È ovvio che sia Mosca che Teheran ora giudicano che la crisi in Afghanistan e in Pakistan influisca direttamente sulle strategie globali statunitensi. Se la NATO fallisse in Afghanistan, sul futuro dell'alleanza sorgerebbe un grande punto interrogativo. Come osservava un rapporto compilato in ottobre dal Congressional Research Service degli Stati Uniti, la missione della NATO in Afghanistan è "un test della volontà politica e delle capacità militari dell'alleanza". Ma non è tutto. Quello che i think-tank americani oscurano è che a essere in dubbio è la capacità stessa degli Stati Uniti di mantenere il proprio ruolo di leader dell'alleanza atlantica nell'era post-Guerra Fredda.

Sia Mosca che Teheran hanno da guadagnare da un mondo multipolare in cui la loro influenza regionale possa avere un ruolo maggiore. Se Washington fallisce nella sua strategia post-Guerra Fredda, che consiste nel potenziare la NATO improvvisando ed esagerando l'importanza di un nemico (come al-Qaeda), la strada verso il multipolarismo si appianerà in misura consistente. È significativo che Teheran e Mosca si rifiutino di caratterizzare l'assassinio di Bhutto come opera di al-Qaeda.

La reazione di Pechino è stata ugualmente cauta. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha inizialmente condannato l'assassinio di Bhutto come "atto di terrorismo". Ma il vice ministro degli esteri He Yafei, che il giorno successivo ha fatto visita all'ambasciata del Pakistan per firmare il libro delle condoglianze, non ha neanche nominato il terrorismo, limitandosi a esprimere la speranza che il popolo pakistano "riuscisse a superare l'attuale difficoltà quanto prima, salvaguardando la stabilità sociale e lo sviluppo del paese".

I commentatori cinesi hanno osservato che "la situazione in Afghanistan si è dimostrata molto più complessa del previsto" e che per la NATO era diventato difficile "coprire la posizione imbarazzante delle truppe nel paese". Lo scorso anno un articolo del People's Daily osservava che la sconfitta in Afghanistan, unita al deterioramento dei rapporti della NATO con la Russia e al fallimento dei tentativi compiuti a Bruxelles per assicurarsi un punto d'appoggio nell'Asia Centrale, ha impedito all'alleanza di realizzare il proprio obiettivo in base al quale il 2007 sarebbe dovuto essere l'anno della "trasformazione".

Secondo l'articolo, "l'influsso degli Stati Uniti nella NATO è diminuito e il ruolo transatlantico degli Stati Uniti sta diventando incerto. Si era sperato che il cambiamento di vertici in Germania, Francia e Gran Bretagna potesse iniettare nuova vitalità nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Ma è ancora difficile capire se la nuova 'troika' possa portare alla situazione ottimisticamente prevista da Washington".

I tre paesi - Russia, Cina e Iran - condividono apertamente l'interesse a verificare che la Shanghai Cooperation Organization e la Collective Security Treaty Organization abbiano un ruolo significativo nella stabilizzazione della situazione afghana. Nessuno dei tre paesi ha gradito il monopolio degli Stati Uniti (o della NATO) sulla soluzione del conflitto in una regione così importante per la loro sicurezza, anche se appoggiano la "guerra al terrore" in Afghanistan in quanto tale.

Chiaramente con l'assassinio di Bhutto e con il Pakistan sull'orlo dell'abisso, l'amministrazione Bush si trova di fronte alla possibilità che la strategia globale attorno alla "guerra al terrore" e all'"islamofascismo" vada a monte. Una facile via d'uscita consisterebbe nel convincere il Generale Kiani a diventare il "nuovo uomo di Washington in Pakistan", così che la caccia ad al-Qaeda possa continuare.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://atimes.com/atimes/South_Asia/JA05Df02.html

Articolo originale pubblicato il 4 gennaio 2008

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