Tuesday, July 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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Friday, July 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

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Monday, June 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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Sunday, June 08, 2008

Il discorso di Berlino di Medvedev

Discorso di Dmitrij Medvedev a Berlino, 5 giugno 2008

Signore e signori, colleghi,

Vi prego di essere pazienti perché il mio discorso sarà piuttosto lungo, anche se spero non noioso.

Vi ringrazio per avermi dato questa possibilità di rivolgermi alle autorità civili e politiche tedesche. Oggi sono qui presenti persone che hanno alle proprie spalle anni di cooperazione con la Russia, persone che con progetti creativi, iniziative personali e qualità professionali stanno sviluppando lo spirito di cooperazione e collaborazione tra i nostri popoli e i nostri paesi.

È in gran parte grazie al vostro impegno che oggi abbiamo contatti così ampi, regolari e sostanziosi. Spero che la mia prima visita in Germania come Presidente della Federazione Russia contribuirà alla crescita e allo sviluppo di questi rapporti.

La Russia e la Germania sono due paesi europei che hanno attraversato momenti storici difficili, Passo dopo passo abbiamo costruito un clima di fiducia reciproca e così facendo abbiamo costituito un esempio unico per l'Europa, e abbiamo fatto molto per l'instaurazione di un clima di crescente fiducia in tutto il continente europeo.

Nonostante la tragedia di due guerre mondiali siamo riusciti a risolvere la complessa questione della riconciliazione tra i nostri due paesi. Per questo serviva tempo, ma è stato molto importante il ruolo degli ideali e dei valori democratici condivisi da tutta l'Europa e parte integrante della cultura russa e della Germania unita. Concordo con il mio collega, il vice cancelliere Steinmeyer, sul fatto che le relazioni tra Russia e Germania rappresentano in larga misura le relazioni tra la Russia e l'Europa.

Molti oggi si chiedono quale linea politica sia possibile aspettarsi dalla Russia. Ho risposto in molte diverse occasioni a questa domanda. Voglio dire da subito che sia negli affari internazionali che in quelli interni noi mettiamo al di sopra di tutto lo stato di diritto e il rispetto del diritto internazionale come obbligo di tutti i paesi, soprattutto delle grandi potenze. Non può esserci alcun dubbio che questa sia la condizione essenziale per gestire e conservare lo sviluppo mondiale. Ed è tanto più importante ora che il sistema artificiale bipolare cede il passo a un sistema internazionale policentrico imperniato sulle Nazioni Unite.

I fondatori delle Nazioni Unite hanno dimostrato grande lungimiranza quando hanno concepito l'ONU come un'organizzazione in cui i paesi potessero cooperare alla pari. Non c'è un'altra organizzazione simile al mondo, e questo probabilmente vale anche per il futuro. I tentativi di sostituire l'ONU con gruppi “esclusivi” (come si propone talvolta) avrebbe un effetto disastroso sull'attuale ordine mondiale.

Naturalmente le Nazioni Unite devono modernizzarsi per riuscire a rispondere meglio alle realtà dell'attuale mondo multipolare. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite va riformato sulla base di un ampio consenso tra i paesi membri dell'ONU. E noi valutiamo positivamente i tentativi della Germania di cercare soluzioni di compromesso che non producano divisioni all'interno dell'organizzazione.

Il futuro ordine mondiale è direttamente collegato al futuro dell'Europa, dell'intera regione euro-atlantica e della civiltà europea nella sua interezza.

Sono certo che non potremo risolvere i problemi dell'Europa finché non riusciremo ad acquisire un senso di identità e un'unità organica tra tutti i suoi componenti, compresa la Federazione Russa. Dopo aver messo da parte il sistema sovietico e ogni velleità di restaurarlo, la Russia ha gettato le basi di uno stato che è completamente compatibile con il resto dell'Europa, o per meglio dire con il meglio di tutto ciò che costituisce il patrimonio comune della civiltà europea.

Per citare John Le Carré, la Russia è “venuta dal freddo” dopo quasi un secolo di isolamento e di auto-isolamento. La Russia sta ora tornando attivamente alla politica e all'economia globali, portando con sé tutte le sue risorse e possibilità naturali, finanziarie e intellettuali.

La Russia scommette il proprio futuro sull'innovazione. Gli indicatori macroeconomici e l'alto livello di stabilità politica schiudono nuovi orizzonti per gli investimenti affidabili degli partner europei e mondiali.

Il nostro obiettivo oggi non è solo quello di conseguire una crescita economica di alta qualità ma anche di trasformare l'intera struttura sociale, offrendo supporto a una classe media in rapida crescita. Sarà la classe media a fornire le solide basi su cui costruire la democrazia e assicurare uno sviluppo sostenibile.

Le linee guida della nostra nuova politica economica a lungo termine sono chiare. Questa politica si incentra su un'ampia e complessa modernizzazione di tutte le aree-chiave dell'industria e delle infrastrutture. Quello di cui stiamo parlando è una rivoluzione tecnologica e in questo contesto una delle nostre chiare priorità è cooperare con i paesi europei in questo settore.

Oggi mi dilungherò maggiormente su questi aspetti, ma ora voglio dire che una cosa è chiara: la scelta del libero mercato e l'apertura al mondo esterno garantiscono che i nostri cambiamenti non sono reversibili.

La fine della Guerra Fredda ha reso possibile costruire un rapporto di collaborazione alla pari tra la Russia, l'Unione Europea e l'America del Nord come tre diramazioni della civiltà europea.

Sono convinto che l'atlantismo come principio storico unico abbia fatto il suo tempo. Oggi dobbiamo parlare di unità tra l'intera area euro-atlantica da Vancouver a Vladivostok. Sono i fatti a dettare la necessità di questo tipo di cooperazione.

Ma guardando alla futura costruzione di relazioni tra i paesi europei vediamo una preoccupante tendenza ad assumere un atteggiamento selettivo e politicizzato nei confronti della nostra storia comune.

Sotto questo aspetto penso che serva semplicemente un normale e onesto dibattito accademico. Il significato della riconciliazione russo-tedesca è chiaramente sottovalutato. È importante per il futuro pacifico dell'Europa quanto, per esempio, la riconciliazione tra Francia e Germania.

In particolare, dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze dell'emarginazione e dell'isolamento di alcuni paesi, con la creazione di zone con diversi livelli di sicurezza e la rinuncia a creare sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. Sfortunatamente questo è ciò che si osserva oggi in Europa.

Inoltre non possiamo lasciare che ci privino del patrimonio spirituale e morale comune che è stato la grande vittoria sul nazismo. Non possiamo dimenticare che la conservazione della cultura materiale dell'Europa in quegli anni di guerra è costata molti milioni di vite sacrificate dai popoli dell'Unione Sovietica e dell'Europa.

Esaminiamo più attentamente l'attuale situazione dell'Europa. È difficile non concludere che l'attuale architettura europea porti ancora il marchio di un'ideologia ereditata dal passato. Un'organizzazione come l'OSCE potrebbe, a quanto sembra, incarnare la ritrovata unità della civiltà europea, ma le si impedisce di farlo, le si impedisce di diventare un'organizzazione unitaria a tutti gli effetti.

Ciò non è dovuto solo all'incompleto sviluppo istituzionale dell'organizzazione, ma anche all'ostruzionismo di altri gruppi intenti a perseguire la vecchia linea della politica dei blocchi.

Neanche la NATO è riuscita finora a dare un nuovo scopo alla propria esistenza. Oggi sta cercando di trovare questo scopo globalizzando le proprie missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, che ho citato poco fa, e allargandosi a nuovi membri. Ma neanche questa è la soluzione.

Si parla di scambiare l'ulteriore espansione della NATO verso est con “qualcos'altro”, ma credo che siano solo illusioni. Penso che in questo caso le nostre relazioni con la NATO sarebbero completamente compromesse, e lo resterebbero a lungo. Naturalmente non si arriverebbe a uno scontro, ma il prezzo sarebbe comunque molto alto e produrrebbe gravi danni.

L'Afghanistan fornisce uno degli esempi più chiari di come la NATO e la Russia condividano gli stessi fondamentali interessi in materia di sicurezza. Stiamo attivamente aiutando i nostri partner in questo paese. Al summit Russia-NATO di Bucarest abbiamo preso l'importante decisione di concedere il transito attraverso il territorio della Federazione Russia di rifornimenti non militari. Stiamo concludendo i lavori sull'impiego dei nostri velivoli militari da trasporto. La Russia sta ampliando le possibilità formative per il personale da impiegare in operazioni anti-droga e anti-terrorismo in Afghanistan. Sono tutte aree in cui dobbiamo continuare a lavorare insieme.

Tutto ciò è estremamente importante per conseguire gli obiettivi che la comunità internazionale stabilisce attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha senso mettere a rischio questa cooperazione con una politica dei blocchi che continua per inerzia?

Penso che solo condividendo apertamente e onestamente le nostre preoccupazioni potremo fare progressi nella costruzione di un'Europa davvero più grande. I nostri predecessori durante gli anni della Guerra Fredda sono riusciti a stilare l'Atto Finale di Helsinki (che, come base legale del sistema europeo, ha superato la prova del tempo malgrado tutte le difficoltà incontrate), e dunque perché oggi non dovremmo essere in grado di fare il passo successivo? E cioè stilare e firmare un trattato reciprocamente vincolante sulla sicurezza europea a cui possano partecipare le organizzazioni che attualmente agiscono nell'area euro-atlantica.

In passato si è già tentato di concludere un accordo di questo tipo. Basti ricordare il Patto Briand-Kellogg del 1928. Ma quel patto non funzionò e seguì il triste destino della Lega delle Nazioni. Nel mondo attuale, in cui nessuno vuole la guerra in Europa e siamo stati resi tutti più saggi dalle lezioni del XX secolo, un tale accordo ha maggiori speranze di successo.

Potremmo pensare a un patto regionale basato naturalmente sui principi della Carta delle Nazioni Unite, che definisse chiaramente il ruolo della forza come fattore delle relazioni all'interno della comunità euro-atlantica. Questo patto potrebbe dare una risposta complessa e unitaria alle questioni dell'indivisibilità della sicurezza e del controllo delle armi in Europa, questioni che stanno a cuore a tutti noi.

Propongo anche di prendere in considerazione la possibilità di tenere un summit europeo per avviare la stesura di questo patto. Dovrebbero assolutamente prendervi parte tutti i paesi europei, ma come paesi a sé stanti, lasciando da parte l'appartenenza a blocchi o altri raggruppamenti. Gli interessi nazionali liberi dalle distorsioni delle motivazioni ideologiche dovrebbero essere il punto di partenza per la partecipazione di tutti i paesi.

Ritengo che se non tagliamo la spesa militare non saremo in grado di trovare le risorse necessarie a rispondere alle vere sfide che dobbiamo affrontare, come l'immigrazione illegale, i cambiamenti climatici e la povertà globale.

Queste sfide non possono essere risolte con l'uso della forza. Vanno risolte alla fonte, affrontando innanzitutto i problemi che causano queste minacce.

Mi riferisco anche alla crisi alimentare mondiale, che non solo influisce sull'esistenza materiale delle persone ma solleva anche questioni etiche quando con scarsa efficienza energetica i raccolti vengono usati per produrre combustibile.

Mi riferisco anche alla sicurezza energetica, che possiamo assicurare solo attraverso l'impegno collettivo di tutti i partecipanti alla filiera dell'energia.

È stata la Russia a sollevare la questione al summit dei paesi del G8 a San Pietroburgo. Ma oggi dobbiamo andare oltre e procedere dai principi su cui ci siamo trovati d'accordo allora. Siamo pronti a lavorare con l'Unione Europea per creare un meccanismo di allarme preventivo nel settore energetico, naturalmente con la partecipazione dei paesi di transito.

Siamo anche pronti a esaminare la possibilità di creare consorzi internazionali che gestiscano rotte di transito con la partecipazione di compagnie della Russia, dell'Unione Europea e dei paesi di transito. È un esempio dell'interdipendenza in Europa e nel mondo globalizzato della quale parlavamo.

Insieme a questo lavoro, per mettere a punto una strategia europea comune dobbiamo anche collaborare al progresso innovativo, sviluppare insieme uno spazio tecnologico comune.

L'integrazione europea non deve fermarsi sulle sponde del Baltico o ai confini dell'Europa Orientale. Sono necessari maggiori investimenti nei settori delle alte tecnologie.

L'Europa unita ha un interesse oggettivo ad aumentare il volume e la qualità degli investimenti russi. Offriremo un serio sostegno alle compagnie che intendono esportare capitali in modo serio e civile e partecipare nell'organizzazione congiunta di nuovi e importanti progetti produttivi. Abbiamo già esempi di cooperazione riuscita perfino in aree sensibili come l'energia nucleare, lo spazio, l'aviazione e la costruzione di mezzi di trasporto.

Ma oggi nelle compagnie e nei progetti europei si pongono restrizioni agli investimenti russi che sono ingiustificate da un punto di vista economico e politico. Vogliamo stabilire regole chiare e creare le condizioni più favorevoli per gli imprenditori stranieri che vogliano sviluppare la produzione ad alta-tecnologia nel nostro paese, e vorremmo lo stesso atteggiamento dai nostri interlocutori europei.

Signore e signori, nel mondo di oggi la Russia non ha bisogno di caos e di incertezza. Non abbiamo interessi che debbano essere garantiti attraverso mezzi così perversi.

Spesso Mosca si sente invitare alla moderazione. Abbiamo tutti la necessità di mostrare moderazione per impedire l'escalation su qualsiasi questione e spezzare il circolo vizioso dell'azione unilaterale e della conseguente reazione. Dobbiamo smettere di cercare di forzare gli eventi e di perseguire la politica del fatto compiuto. Come inizio sarebbe già qualcosa se ci limitassimo semplicemente a concederci una pausa per considerare a che punto siamo arrivati e in cosa stiamo sprofondando, che si tratti del Kosovo, dell'allargamento della NATO o della difesa anti-missile.

È altamente sintomatico che le divergenze attuali con la Russia siano interpretate da molti, in Occidente, come una necessità di rendere le posizioni della Russia più vicine a quelle dell'Occidente. Ma noi non vogliamo essere “abbracciati” in questo modo. È necessario trovare soluzioni comuni. A volte si limitano a dirci: se la smettete di essere così caustici, così scontrosi negli affari internazionali, le questioni legate allo sviluppo democratico e ai diritti umani diventeranno secondarie. Ci fanno capire che possono chiudere un occhio su queste cose, e ci citano gli esempi di altri paesi che si comportano esattamente così e con i quali vanno d'amore e d'accordo.

Ma vorrei dirvi che questo atteggiamento non ci va bene, soprattutto perché anche noi pensiamo che i diritti umani siano valori fondamentali e basilari. I diritti umani non dovrebbero essere merce di scambio. Ciò che auspichiamo dunque è una pacata e onesta discussione su una base comune e paritaria.

Al proposito vorrei osservare ancora una volta che la democrazia russa e quella europea condividono radici comuni. Condividiamo gli stessi valori e le stesse fonti giuridiche: il diritto romano, germanico e francese. Ho detto in passato che la democrazia è sempre plasmata dalla storia e dal contesto nazionale. Noi abbiamo una storia comune e condividiamo gli stessi valori umanitari. Tale pensiero comune è il fondamento che oggi ci permette di parlare la stessa lingua non solo nel diritto e nella finanza, ma anche nella politica.

Egregi colleghi, con riferimento a quanto ho appena detto c'è un'altra serie di questioni che vorrei approfondire, e precisamente le questioni riguardanti lo sviluppo del sistema politico russo. È un argomento che attualmente suscita molto interesse, e credo che sia comprensibile.

Sfortunatamente, tuttavia, osserviamo anche una comprensione incompleta e a volte perfino distorta di ciò che sta accadendo nel nostro paese.

Attribuiamo un significato enorme al miglioramento del nostro sistema politico e allo sviluppo delle istituzioni della nostra società civile.

Vorrei dire alcune parole sul nostro operato, che mira a creare un sistema partitico maturo ed efficace. È stato uno degli obiettivi fin dall'inizio della trasformazione del nostro paese. La strada non è stata facile. Siamo passati da tanti piccoli partiti, partiti di un solo giorno, partiti costruiti attorno a una sola persona, alla creazione di ampie, influenti e responsabili organizzazioni di partito.

Questo processo è naturalmente ancora in corso. Quando parliamo della creazione di partiti politici dimentichiamo che in molti paesi, compresa la Germania, questo processo è durato decenni. Noi ci siamo lavorando solo da dieci anni. Ma il fatto che negli ultimi due Parlamenti quattro partiti politici abbiano rappresentato i loro elettori è già motivo di ottimismo.

La riforma della legge elettorale ha avuto un ruolo immenso, contribuendo a creare un sistema partitico stabile e prevedibile. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto per mezzo di elezioni basate su liste di partito e su soglie di sbarramento più alte. Si è trattato di decisioni consapevoli mirate a rafforzare il sistema partitico del nostro paese e a impedirgli di polverizzarsi.

Ritengo che questi passi non fossero solo giustificati, ma anche necessari. Sono in sintonia con i nostri obiettivi, con i valori internazionali e con le esigenze del sistema politico russo.

L'appoggio offerto alle organizzazioni non governative è una delle nostre priorità. Fino al 2006 molte di queste organizzazioni sono state prevalentemente finanziate dall'estero. Dubito che qualsiasi paese occidentale sviluppato potesse tollerare un tale afflusso di capitali stranieri nel proprio “settore terziario”. Abbiamo dunque deciso di mettere a disposizione le nostre risorse per finanziare le organizzazioni della società civile russa. È stato un passo logico. Adesso spendiamo sempre più per appoggiare l'attività delle organizzazioni non governative, anche con soldi del bilancio. Vorrei anche citare il buon lavoro della Camera Pubblica. I fatti hanno dimostrato che c'era bisogno di questa organizzazione, che sta essenzialmente gettando le basi per lo sviluppo della società civile russa.

Siamo profondamente interessati alla nascita di quante più organizzazioni non governative possibili che lavorino su questioni come l'autogoverno locale e una maggiore tolleranza e armonia interetnica.

Il dialogo in corso tra le diverse religioni sta svolgendo un ruolo molto positivo. Al proposito, il numero delle organizzazioni religiose registrate in Russia negli ultimi anni si è quintuplicato.

Ma siamo anche consapevoli che questioni come le tensioni interetniche stanno assumendo una natura sempre più globale e sono già un problema concreto in molti paesi europei. Ritengo dunque che dovremmo unire le forze per identificare approcci comuni nella ricerca di soluzioni a questi complessi problemi.

Ora vorrei spendere alcune parole su un altro argomento oggi alla ribalta: quello dei mezzi di informazione di massa e della libertà di stampa. Concordo pienamente sul fatto che la libertà di stampa va protetta, che questa protezione va sancita dalla legge. Anni fa la stampa andava protetta dall'asservimento a compagnie private, e ora va protetta dalla pressione amministrativa a vari livelli.

Ma nel complesso, come ho discusso oggi con il Cancelliere Federale, siamo già sulla soglia di una completa libertà di stampa – qui non parlo della situazione russa ma di quella mondiale – che deriva dal progresso tecnologico e soprattutto dallo sviluppo inarrestabile di internet. Per fare solo un esempio, in Russia nel 2000 c'erano circa 3 milioni di utenti internet. Lo scorso anno questa cifra era già salita a 30-35 milioni di persone – un russo su tre o quattro – e secondo gli esperti è destinata a crescere rapidamente.

Questa situazione porta in primo piano non solo l'idea della libertà di stampa, che è già garantita dalla moderna e inarrestabile tecnologia digitale, ma la necessità di conservare i valori culturali e morali in questo spazio comune. Non è solo una questione nazionale ma un problema che tutta l'Europa e il mondo devono affrontare. È una delle sfide più serie per tutta la civiltà.

Signore e signori, avete preso parte alla discussione sui piani di sviluppo a lungo termine della Russia e sul suo posto in Europa e nel mondo, e continuerete a farlo, anche nel Forum Economico di San Pietroburgo. Spero di rivedere molti di voi proprio domani nella nostra capitale del nord.

Lo sottolineo: sappiamo bene quanto sarà difficile la strada dello sviluppo innovativo che abbiamo scelto per il nostro paese. Non è una strada facile neanche per una grande potenza economica come la Germania. Per questo cerchiamo di intensificare la nostra cooperazione scientifica, tecnologica e formativa, a sostegno delle piccole e medie imprese come nell'operato delle nostre grandi compagnie.

Un operato coerente, di sistema, per migliorare il nostro clima imprenditoriale, abolire le barriere amministrative eccessive, prevenire la corruzione (che nel nostro paese è un grave problema), fornire il massimo sostegno alle piccole imprese (le mie prime decisioni hanno riguardato proprio tali questioni), rafforzare il ruolo della legge nella nostra società e nel nostro stato e creare un sistema giudiziario efficace: tutto questo costituisce la base del nostro programma economico.

Oggi stiamo lavorando attivamente su questi e altri obiettivi complessi ed estremamente importanti. La soluzione di questi problemi, lo ripeto, è legata all'avanzamento del ruolo della legge, che serve a proteggere gli interessi delle persone e a difendere il loro onore e la loro dignità.

Ritengo che dovremmo prendere in considerazione anche progetti congiunti nei settori che ho appena nominato. Uno di questi potrebbe consistere nell'organizzazione di stage per avvocati e giuristi nei reciproci paesi. Oppure la formazione dei funzionari pubblici. Il decennale contributo tedesco al Programma Presidenziale di formazione dei funzionari dell’Amministrazione pubblica è una buona base da cui partire. In questo periodo la Russia ha formato circa 3500 specialisti con questo programma, e dal 2006 cento stagisti tedeschi vengono ogni anno in Russia a imparare nuove competenze attraverso i programmi di cooperazione Russia-Germania.

Nelle regioni russe questi specialisti sono molto richiesti. Anche la creazione in Russia di macroregioni ha aperto nuove prospettive di cooperazione con gli stati federati della Germania. Le nostre regioni devono imparare a parlare una lingua comune, come hanno fatto con successo San Pietroburgo e le regioni di Novgorod, Kaliningrad, Kaluga e le regioni tedesche corrispondenti.

Vogliamo anche continuare a collaborare concretamente in aree importanti per lo sviluppo globale. La Russia appoggia coerentemente l'impegno della Germania nell'ambito della Comunità Europea in questioni ambientali come la riduzione delle emissioni di carbonio. Siamo pronti al dialogo su tutta una serie di tematiche ambientali, comprese quelle relative all'Artico. Oggi molti paesi, comprese la Germania e la Russia, celebrano la Giornata Mondiale dell'Ambiente. Il nostro paese celebra per la prima volta anche la Giornata dell'Ecologia. Dunque vorrei approfittare di questa occasione per congratularmi con tutti coloro che lavorano in questi settori. Solo due giorni fa ho presieduto un incontro su questo tema e firmato un decreto speciale che emana istruzioni sulla difesa dell'ambiente.

Signore e signori, il commercio bilaterale tra la Russia e la Germania negli ultimi sei anni si è quadruplicato. Lo scorso anno ha registrato la cifra record di più di 52 miliardi di dollari. La Germania è per la Russia il maggiore fornitore di beni importati, il 90% dei quali è costituito da veicoli, macchinari e prodotti metallici. Il nostro paese si appresta nei prossimi anni a diventare il secondo maggiore importatore dalla Germania dopo gli Stati Uniti, superando perfino la Cina. La Germania è anche leader in Russia nel settore degli investimenti, che già ammontano a 28 miliardi di euro.

Sono evidenti anche le eccellenti prospettive di progetti congiunti tra scienziati e ricercatori russi e tedeschi. Particolarmente importanti sotto questo aspetto saranno la diffusione degli sviluppi applicati e l'uso efficace della proprietà intellettuale comune.

Spetterà ai giovani di entrambi i paesi continuare la cooperazione russo-tedesca e arricchirla con nuove iniziative. Come sapete i contatti tra i giovani sono già diventati una parte importante della nostra cooperazione. Come scrisse il poeta e pensatore tedesco Schiller, la crescita di una persona è legata alla crescita dei suoi obiettivi.

E tutto ciò che oggi noi diamo ai giovani, naturalmente, ci ripagherà nel futuro. Sono certo che il nostro contributo alla loro formazione e allo sviluppo delle loro menti, dei loro talenti e della loro ricchezza spirituale sia un contributo al progresso e al futuro sicuro non solo dei nostri due popoli ma dell'Europa tutta.

Un'altra ovvia risorsa che può avvicinarci è quella dei nostri connazionali, soprattutto i tedeschi russi. Le loro idee e opinioni sullo sviluppo delle nostre relazioni sono una sorta di cartina di tornasole della cooperazione tra i nostri paesi e possono contribuire a disfarci di vecchi stereotipi.

Sotto questo aspetto sono molto favorevole alla modernizzazione dei nostri legami umanitari. Naturalmente su questo dobbiamo lavorare insieme, e abbiamo bisogno dell'appoggio dell'opinione pubblica, dell'interesse dei mezzi di informazione e dell'infrastruttura delle relazioni tra le diverse regioni e religioni che abbiamo alle spalle.

Egregi collegi, qui a Berlino si sente acutamente quanto si intreccino storia e modernità, ricordi del passato e visioni del futuro. Berlino è una città che tutti i russi conoscono, e molti russi qui hanno i loro reconditi luoghi speciali.

Berlino è oggi una città vivace ed eccitante che guarda avanti. In questo senso è simile a Mosca, che ha anch'essa una propria natura specifica, una dinamica e un'energia caratteristiche. Qui si ha la sensazione tangibile che la storia ci unisce, più che dividerci. Sono convinto che chi capisce questa verità è destinato a non essere mai sconfitto.

Vi ringrazio.

Originale: http://www.kremlin.ru/

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Monday, April 21, 2008

“Kraj” - documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” - al limite, sull’orlo del baratro - è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie - costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi - ha perso ogni significato geografico.

Le sette parti del documentario, tradotte dal russo e sottotitolate in italiano, sono sul blog Bye Bye Uncle Sam a questo indirizzo.

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Monday, April 07, 2008

Niente Monaco a Bucarest

Niente Monaco a Bucarest
di Dmitrij Kosyrev, commentatore politico di RIA Novosti

Chi ha seguito il vertice NATO a Bucarest aveva tutte le ragioni per aspettarsi una “seconda Monaco”, cioè un altro discorso in cui il presidente Putin dicesse al pubblico mondiale cosa pensa la Russia dell'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti.
Ma non c'è stata nessuna Monaco a Bucarest, e non era nei piani. Nel suo ultimo discorso presidenziale davanti a un pubblico globale, Putin ha voluto fin dall'inizio controbilanciare lo scontento russo nei confronti delle azioni della NATO con alcune proposte sulle future relazioni tra le due parti.
La conferenza di Monaco era, a differenza di Bucarest, un incontro relativamente aperto. Questa volta Putin non ha tenuto un discorso pubblico. Si è rivolto all'incontro del Consiglio NATO-Russia, che la sua presenza ha trasformato in un summit. I media cercavano di scoprire cosa avrebbe detto. Una delle fonti era il Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer; altre venivano dalla delegazione russa.
Ma insomma, cosa ha detto il presidente russo? Ecco la prima parte del discorso, quella che riguarda il malcontento di Mosca. Putin ha definito l'allargamento dell'alleanza una “diretta minaccia” alla Russia, un monito molto serio. La Russia non ha il diritto di veto e non lo vuole. Gli stati dovrebbero essere in grado di comprendere le reciproche preoccupazioni senza la necessità di alcun veto. La NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella di altri paesi, Russia compresa. La NATO è un'alleanza militare, e come tale dovrebbe mostrare prudenza nella sfera militare. Se continuerà ad avvicinarsi ai confini russi, Mosca ricorrerà alle “misure necessarie”. La Russia ha assistito a ripetute violazioni della legge internazionale: basti citare il bombardamento della Jugoslavia, o il riconoscimento unilaterale del Kosovo.
Come possiamo notare, niente sorprese, tutto ovvio. Adesso vediamo la seconda parte del discorso, nella quale Putin ha esposto le proposte russe di cooperazione con la NATO. Dopo aver sospeso il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) lo scorso dicembre, la Russia è pronta ad adottarlo nuovamente, sulla base della reciprocità. Il problema iraniano andrebbe risolto con trasparenza: nessuno può pensare che l'Iran possa attaccare gli Stati Uniti. Invece di mettere gli iraniani con le spalle al muro, la comunità mondiale dovrebbe individuare un altro approccio. La NATO e la Russia potrebbero cooperare in Afghanistan. Putin ha anche valutato molto positivamente la partecipazione della Flotta russa del Mar Nero all'Operazione Active Endeavor nel Mediterraneo, e ha osservato che per Mosca la cooperazione con la NATO è una scelta consapevole e informata.
È praticamente tutto qui, o almeno questi sono i punti principali. Non un solo imprevisto: la Russia dice queste cose alla NATO da molti anni, ma la NATO ha sempre fatto orecchie da mercante continuando ad avvicinarsi inesorabilmente ai confini russi.
Mosca non dovrebbe provare alcun senso di trionfo per le decisioni prese dal summit di Bucarest. La sospensione del Membership Action Plan per Ucraina e Georgia è una sciocchezza, perché a dicembre questo processo riprenderà. Inoltre le parole di Scheffer sull'inevitabile espansione della NATO sono pesanti, e la decisione della NATO di considerare il sistema di difesa anti-missile come una propria creatura più che come un'iniziativa americana imposta all'Europa è un grave sintomo.
Il vertice di Bucarest ha dimostrato che la NATO e l'Europa o l'Occidente in generale hanno addirittura più problemi di quanto sembrasse a prima vista. L'ingresso nella NATO della musulmana Albania rientra nel conflitto tra l'Occidente e il mondo islamico, la cui soluzione è ancora molto lontana. Le ben celate contraddizioni sul coinvolgimento della NATO in Afghanistan sono sintomatiche dell'inconsistenza militare dell'Alleanza, e del suo ambiguo ruolo accessorio rispetto alla macchina da guerra americana.
Ha ragione chi ha chiamato quello di Bucarest il vertice della crisi. La NATO è afflitta da molti problemi: Parigi e Berlino diffidano di Washington a causa dell'Iraq (nonostante i cambiamenti al vertice in Francia e in Germania), le relazioni polacco-tedesche e greco-macedoni restano complicate, la NATO è riluttante a peggiorare i rapporti con il presidente eletto Dmitrij Medvedev e l'Ucraina e la Georgia non rispondono ai criteri della NATO in tutta una serie di parametri.
Oggi è dura essere americani o europei. Per secoli la civiltà occidentale ha nutrito l'illusione di poter prevalere in eterno su tutte le altre civiltà e gli altri continenti, relegati a un ruolo subordinato. Questa epoca sta giungendo al termine, ed è ora che l'Occidente si adatti alla nuova realtà.
Per il momento, tuttavia, la reazione sembra caratterizzata dal panico di fronte all'attacco imminente contro una fortezza scarsamente fortificata: bisogna tirar dentro tutti coloro che sono in grado di combattere, e alzare il ponte levatoio, non ha senso rispondere ai segnali dell'altro, di chi sta fuori, indipendentemente dalla sue proposte. È così che la NATO si è comportata con la Russia sotto El'cin e fa lo stesso sotto Putin. I problemi interni della NATO non contano quando si tratta di relazioni con la Russia. Non le si prestava ascolto allora e non lo si fa adesso. Questo era il ragionamento di chi si opponeva alla visita di Putin a Bucarest, ma l'altro punto di vista ha vinto nonostante il grande scetticismo.
Ecco perché a Bucarest non c'è stato un nuovo discorso di Monaco: uno è bastato.

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 4 aprile 2008

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Sunday, March 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

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Thursday, March 06, 2008

Basi, non baci

Su Bye Bye Uncle Sam, l'elenco aggiornato a marzo 2008 delle 115 basi USA-NATO presenti in Italia:

1. Cima Gallina (BZ): stazione telecomunicazioni e radar US Air Force (USAF).
2. Aviano (PN): base USAF, ospita la 16° Forza Aerea ed il 31° Gruppo da Caccia nonché uno squadrone di F-18 dei Marines.
3. Roveredo in Piano (PN): deposito armi e munizioni USAF.
4. Monte Paganella (TN): stazione telecomunicazioni USAF.
5. Rivolto (UD): base dell’Aeronautica Militare Italiana (d’ora in poi, AMI), base USAF saltuaria.
6. Maniago (UD): poligono di tiro USAF.
7. S. Bernardo (UD): deposito munizioni US Army.
8. Istrana (TV): base dell’AMI “Vittorio Bragadin”, base USAF saltuaria.
9. Ciano (TV): stazione telecomunicazioni e radar USA.
10. Solbiate Olona (MI): base US Army.
11. Sorico (CO): sede di sistemi di sorveglianza elettronici della National Security Agency (NSA) e del Government Communications Head Quarters.
12. Ghedi (BS): base dell’AMI “Luigi Olivari”, base USAF ospitante anche il Munitions Support Squadron per la conservazione degli armamenti atomici.
13. Montichiari (BS): base USAF, ospita le testate nucleari per missili antiaerei Nike-Hercules dislocati in varie località del Nord-est.
14. Remondò (PV): stazione radar dell’AMI e USA, sotto copertura NATO.
15. Vicenza: base US Army presso la Caserma Ederle, ospita il comando della Southern Europe Task Force (SETAF).
16. Torri di Quartesolo (VI): centro autoveicoli US Army.
17. Lerino (VI): centro logistico gestione strutture US Army.
18. Tormeno - Fontega di Arcugnano (VI): base in parte sotterranea, con deposito di armi e munizioni.
19. Longare (VI): deposito sotterraneo di armamenti, noto come Site Pluto, dove almeno fino al 1992 erano custodite 200 testate nucleari e 1.000 kg di plutonio, facendone il più importante deposito d’armi atomiche in Italia ed uno dei più importanti d’Europa.
Continua qui.

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Wednesday, February 27, 2008

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo
di Jeremy Scahill

Ultim'ora: L'amministrazione Bush ammette l'esistenza di una cosa chiamata diritto internazionale.

Com'era prevedibile, tuttavia, il diritto internazionale non viene invocato a proposito del campo di prigionia di Guantanamo, dell'esteso uso della tortura, dell'invasione e occupazione di paesi sovrani, delle consegne straordinarie. No, viene tirato fuori per condannare il governo serbo all'indomani dell'assalto all'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado in seguito al fulmineo riconoscimento da parte dell'amministrazione Bush della dichiarazione di indipendenza della provincia serba meridionale del Kosovo. Circa mille persone si sono staccate da una manifestazione di massa ampiamente pacifica nel centro di Belgrado e hanno preso di mira l'ambasciata. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel complesso, dove hanno appiccato il fuoco e sostituito la bandiera americana con quella serba.

Qui sono in gioco due importanti questioni. Una è la situazione del Kosovo (ci arriveremo tra poco), l'altra è l'attacco all'ambasciata degli Stati Uniti. Sì, il governo serbo aveva l'obbligo di proteggere l'ambasciata dall'irruzione. Se c'è stata in questo la complicità della polizia o delle autorità serbe, il problema è serio. Ma gli Stati Uniti hanno ben poca autorità morale non solo quando invocano il diritto internazionale (cosa che fanno solo quando conviene ai piani di Washington) ma quando lo invocano in merito agli assalti alle ambasciate di Belgrado.

"Sono indignato dall'attacco della folla contro l'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado", ha protestato Zalmay Khalilzad, ambasciatore americano alle Nazioni Unite. "L'ambasciata è territorio sovrano degli Stati Uniti. Il governo della Serbia ha la responsabilità, secondo il diritto internazionale, di proteggere gli edifici diplomatici, in particolare le ambasciate”. I suoi commenti sono stati riecheggiati da una sorta di annuario virtuale delle personalità dell'amministrazione Bill Clinton. Gente come Jamie Rubin, il vice dell'allora segretario di stato Madeleine Albright, uno dei principali artefici della politica statunitense nei confronti della Serbia. "È territorio sovrano degli Stati Uniti secondo il diritto internazionale", ha dichiarato Rubin. "Il fatto che la Serbia permetta a questi manifestanti di rompere le finestre e di fare irruzione nell'ambasciata americana è un segnale piuttosto drammatico". Hillary Clinton, il cui consorte orchestrò e guidò i 78 giorni di bombardamento della Serbia nel 1999, ha detto: "Tenderei molto aggressivamente a ritenere il governo serbo responsabile, con le sue forze di sicurezza, della protezione della nostra ambasciata. In base al diritto internazionale è tenuto a farlo".

Quello che è forse il crimine più grande commesso contro un'ambasciata nella storia della Jugoslavia non è stato perpetrato dai malvagi manifestanti serbi, ma dalle forze armate statunitensi.

Il 7 maggio del 1999, al culmine dei 78 giorni di bombardamento della Jugoslavia sotto il comando degli Stati Uniti e della NATO, gli Stati Uniti bombardarono l'ambasciata cinese a Belgrado uccidendo tre cittadini cinesi, due dei quali giornalisti, e ferendone altri 20. L'amministrazione Clinton in seguito disse che il bombardamento era stato il risultato di mappe approssimative fornite dalla CIA (vi ricorda qualcosa?). Pechino respinse quella spiegazione e disse che era stato intenzionale. Alla fine, sotto le pressioni della Cina, gli Stati Uniti si scusarono e pagarono 28 milioni di dollari di risarcimento alle famiglie delle vittime. Se gli Stati Uniti facessero sul serio a proposito del diritto internazionale e della protezione delle ambasciate, i responsabili di quel bombardamento sarebbero stati giudicati all'Aia insieme ad altri presunti criminali di guerra. Ma “criminale di guerra” è una definizione riservata a chi perde le guerre fomentate dagli Stati Uniti, non a chi è mandato da Washington a sganciare bombe umanitarie su un “territorio sovrano”.

Al di là dell'ovvia ipocrisia della condanna della Serbia da parte degli Stati Uniti e l'improvvisa ammissione che il diritto internazionale esiste, la storia del Kosovo è importante nel contesto della campagna elettorale attualmente in corso negli Stati Uniti. Forse più di ogni altro conflitto internazionale, la Jugoslavia ha definito la politica estera del presidente Bill Clinton. Sotto la sua amministrazione la Jugoslavia è stata distrutta, smantellata e frammentata in para-stati etnicamente puri. L'immediato riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush è stato la ciliegina sulla torta della distruzione della Jugoslavia, e Hillary Clinton vi ha aderito entusiasticamente. “Ho appoggiato l'indipendenza del Kosovo perché ritengo che sia imperativo continuare a promuovere l'indipendenza e la democrazia nel cuore dell'Europa”, ha detto la Clinton al recente dibattito dei democratici a Austin, nel Texas.

Alcuni giorni prima dell'assalto all'ambasciata di Belgrado, la Clinton ha elogiato la dichiarazione di indipendenza, riferendosi al Kosovo usando l'albanese “Kosova” e dicendo che l'indipendenza “permetterà al popolo del Kosova di vivere finalmente in un proprio stato democratico. Permetterà al Kosova e alla Serbia di lasciarsi alle spalle un capitolo difficile della loro storia e di andare avanti”. Ha poi aggiunto: “Voglio sottolineare la necessità di evitare qualsiasi forma di violenza o provocazioni nei giorni e nelle settimane che seguiranno”. Come sanno i più esperti osservatori della politica serba, c'erano poche cose che gli Stati Uniti potessero fare per alimentare la rabbia serba causata dalla dichiarazione di indipendenza – “provocazioni”, se volete – come far rilasciare a un leader politico di nome Clinton una dichiarazione che elogiasse l'indipendenza e si riferisse al Kosovo usando la denominazione albanese.

Durante la campagna elettorale la squadra Clinton ha presentato il Kosovo come un successo della politica estera statunitense, e Hillary Clinton ha criticato Bush per averci messo “così tanto per arrivare a questo momento storico”.

Forse qui serve davvero un po' di storia. Se il Kosovo è la sua idea di buona politica estera, questo la dice lunga sul tipo di presidente che Hillary Clinton si propone di essere. La realtà è che ci sono grandi somiglianze tra l'atteggiamento di Clinton nei confronti del Kosovo e l'atteggiamento di Bush nei confronti dell'Iraq.

Il 24 marzo del 1999 il presidente presidente Bill Clinton diede inizio a una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia destinata a durare 11 settimane. Come Bush con l'Iraq, Clinton non aveva il mandato delle Nazioni Unite (usò la NATO), e la sua cosiddetta “diplomazia” volta a evitare i bombardamenti era insincera e ingannevole. Proprio come Bush con l'Iraq.

Un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, l'amministrazione Clinton lanciò al presidente Slobodan Milošević un ultimatum da accettare incondizionatamente, pena il bombardamento del suo paese. Noto come l'accordo di Rambouillet, era un documento che nessun paese sovrano avrebbe mai accettato. Conteneva una disposizione che garantiva alle forze degli Stati Uniti e della NATO il “passaggio libero senza restrizioni e un accesso illimitato in tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia”, non solo nel Kosovo. Mirava inoltre ad assicurare alle forze di occupazione l'immunità “da ogni forma di arresto, inquisizione e detenzione da parte delle autorità della Repubblica Federale Jugoslava”e a garantire agli occupanti “l'uso di aeroporti, strade, ferrovie e porti senza il pagamento di dazi, tributi, pedaggi, tasse o spese determinati dal mero uso”. Inoltre fu detto a Milošević che avrebbe dovuto “concedere tutti i servizi di telecomunicazioni, inclusi i servizi di radiodiffusione, necessari all'Operazione, come determinato dalla Nato”. Analogamente al piano di Bush per l'Iraq, Rambouillet prescriveva che l'economia del Kosovo dovesse funzionare “in accordo con i principi del libero mercato”.

Non si è mai discusso di ciò che a Milošević fu chiesto di firmare. Il fatto che significasse la fine della sovranità del paese era una non-storia. La versione dominante degli ultimi nove anni, ripetuta questa settimana da William Cohen, segretario alla difesa di Clinton al tempo dei bombardamenti, è questa: “Abbiamo cercato di raggiungere una soluzione pacifica per quanto stava accadendo in Kosovo. E Slobodan a Milošević rifiutò”. Rifiutò la pace? Diciamo che invece fu così avventato da rifiutare una proposta alla Don Corleone. Washington sapeva che l'avrebbe respinta, ma doveva creare un'impressione di diplomazia per ottenere la “legittimazione” internazionale”.

E così sulla Serbia piovvero le bombe umanitarie. Tra le missioni: il bombardamento degli studi della Radio Televisione serba, dove un raid aereo uccise 16 dipendenti; le bombe a frammentazione sganciate sul mercato di Niš e la conseguente carneficina; un treno passeggeri colpito deliberatamente; l'uso di munizioni all'uranio impoverito; gli attacchi agli impianti petrolchimici, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche nel Danubio. E anche il bombardamento dei profughi albanesi, proprio quelli che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente dovuto proteggere.

Come Bush con le armi di distruzione di massa irachene prima dell'invasione statunitense, nel 1999 l'amministrazione Clinton lanciò con intenti propagandistici pesanti accuse sul livello di violenza presente in Kosovo. “Sono scomparsi circa 100.000 uomini in età militare... Potrebbero essere stati uccisi”, disse Cohen a cinque settimane dall'inizio dei bombardamenti. Disse che erano stati giustiziati circa 4600 kosovari, e aggiunse: “Sospetto che la cifra effettiva sia molto più alta”. Quei numeri erano completamente falsi. Alla fine le cifre furono sensibilmente ridimensionate, come ha osservato recentemente Justin Raimondo nella sua rubrica su Antiwar.com, da 100.000 a 50.000 a 10.000 e “a quel punto il Partito della Guerra ha smesso di parlare di numeri e si è limitato a celebrare la gloriosa vittoria degli 'interventi umanitari'”. Come risultò, “non ci fu alcun 'genocidio': lo stesso Tribunale Internazionale riferì che in Kosovo furono disseppelliti più di 2000 corpi di serbi, rom e kosovari, tutti ugualmente vittime di una perversa guerra civile nella quale siamo intervenuti al fianco dei kosovari. L'intera fantastica storia di un altro 'olocausto' nel cuore dell'Europa era un falso”, dice Raimondo.

In seguito all'invasione NATO del Kosovo nel giugno del 1999, gli Stati Uniti e i loro alleati si schierarono con la mafia, le bande criminali e i gruppi paramilitari albanesi che ripulirono sistematicamente il Kosovo di centinaia di migliaia di serbi, rom e altre minoranze etniche. Incendiarono abitazioni, negozi e chiese e misero in atto una campagna vergognosa per espellere a forza i non-albanesi dalla provincia. Nel frattempo gli Stati Uniti collaboravano con l'Esercito di Liberazione del Kosovo e contribuivano all'ascesa al potere di criminali di guerra. Oggi il Kosovo è diventato un crocevia del traffico di droga e di esseri umani e del crimine organizzato. In breve, è uno stato-mafia. È questa la “democrazia” che Hillary Clinton dichiara di voler “promuovere” nel cuore dell'Europa?

Non c'è voluto molto perché gli Stati Uniti cominciassero a costruire una gigantesca base militare, Camp Bondsteel, che è opportunamente situata in un'area di enorme interesse geopolitico per Washington. (Tra i servizi più bizzarri, Bondsteel offre anche corsi presso il centro educativo Laura Bush, massaggi thailandesi e tutta la spazzatura multinazionale che si possa mai desiderare). Nel novembre del 2005 Alvaro Gil-Robles, l'inviato per i diritti umani del Consiglio Europeo, ha descritto Bondsteel come “una versione più piccola di Guantanamo”. Oh, e Bondsteel è stata costruita dalla KBR, sussidiaria della Halliburton.

E qui c'è un aspetto interessante. Il governo serbo è ampiamente orientato verso l'Europa, non gli verso Stati Uniti. Il primo ministro, Vojislav Kostunica, è un conservatore isolazionista altrettanto poco entusiasta di una base militare statunitense sul suolo serbo quanto lo è Cuba con Gitmo. La sua accusa è che con il riconoscimento del Kosovo Washington sia stata “pronta a mettere in pericolo violentemente e senza alcuno scrupolo l'ordine internazionale per i propri interessi militari”. Per il governo del Kosovo indipendente, invece, Bondsteel non è un problema.

La Russia e alcune altre nazioni si stanno opponendo al riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, ma sono probabilmente destinate alla sconfitta. Tuttavia, le conseguenze di questa azione si faranno sentire per anni. “In Serbia abbiamo una situazione in cui gli Stati Uniti hanno imposto un'azione – la proclamazione di indipendenza da parte degli albanesi del Kosovo – che è una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale dopo la seconda guerra mondiale”, dice Robert Hayden, direttore del Centro per gli Studi sulla Russia e l'Europa dell'Est dell'Università di Pittsburgh. “I confini non si cambiano con la forza e senza consenso: questo principio è stato la principale giustificazione ufficiale dell'attacco statunitense del 1991 contro l'Iraq”.

E qui il cerchio si chiude. Il diritto internazionale ha valore solo quando conviene agli Stati Uniti. Lo stesso può dirsi degli “interventi umanitari”. E nonostante l'estremismo dell'amministrazione Bush questo non è affatto un fenomeno esclusivamente americano. In un mondo giusto ci sarebbe un intervento umanitario contro l'occupazione statunitense dell'Iraq – con le sue uccisioni indiscriminate di civili, le sue camere di tortura e le sue estese violazioni dei diritti umani. Un intervento del genere ci sarebbe sicuramente stato durante il massacro bipartisan, per mezzo di bombe e sanzioni, del popolo iracheno negli ultimi 18 anni. Ma questo è quello che accade, quando i poliziotti e i giudici sono i criminali. La politica statunitense ha sempre agito su un sistema vittima degna/vittima indegna, un sistema la cui prima preoccupazione non è mai quella di salvare le vittime. L'umanitarismo è la giustificazione ufficiale e raramente, se non mai, la motivazione primaria. Con l'Iraq Bush ricorse alla giustificazione umanitaria – la brutalità del regime di Saddam – solo quando le menzogne sulle armi di distruzione di massa furono apertamente smascherate. In Jugoslavia Clinton la usò fin dall'inizio. In entrambi i casi suonava insincera.

Se sei una vittima e condividi una geografia comune con gli interessi statunitensi, il diritto internazionale è dalla tua parte finché sarà conveniente. Altrimenti, be', è dura. Le Nazioni Unite, comunque, sono solo un club di discussione. Basta chiederlo alle decine di migliaia di curdi massacrati dai turchi con armi vendute loro dall'amministrazione Clinton negli anni Novanta. O ai palestinesi che vivono sotto la brutalità dell'occupazione israeliana. In alcuni casi le “vittime” che gli Stati Uniti dicono di voler proteggere finiscono a loro volta bombardate, come è successo alla fine degli anni Novanta quando le bombe “umanitarie” dell'amministrazione Clinton colpivano ogni tre giorni il nord e il sud dell'Iraq.

In un contesto più ampio, il rapido riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush ci ricorda un fatto che ultimamente viene troppo spesso trascurato: l'impero è bipartisan, come lo sono le tattiche, la retorica e le bombe usate per difenderlo ed espanderlo.

Jeremy Scahill, giornalista indipendente, è l'autore del bestseller Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army. Può essere contattato all'indirizzo jeremy(AT)democracynow.org.

Articolo originale pubblicato il 23 febbraio 2008
Originale da: http://www.alternet.org/audits/77546/?page=1

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Monday, February 04, 2008

La Russia, la NATO e i radar ucraini

La Russia, la NATO e i radar ucraini

di Nikita
Petrov, esperto militare di RIA Novosti

Il Consiglio Federale, la camera alta del parlamento russo, il 25 gennaio ha approvato la delibera della camera bassa di porre fine all'accordo con l'Ucraina per l'impiego dei suoi radar.
Il decreto passerà al presidente per l'approvazione. Se il presidente lo firmerà e il documento verrà pubblicato sulla gazzetta ufficiale, a Kiev verrà comunicato che il Cremlino interromperà l'utilizzo dei radar Dnepr di Beregovo, vicino a Mukačevo, e Nikolaevka nei pressi di Sebastopoli.
In un lasso di tempo dai sei ai dodici mesi, come specificato nell'accordo intergovernativo, i radar ucraini cesseranno di fornire alla Russia informazioni sui lanci di missili strategici nelle zone occidentali e sud-occidentali.

Il Generale dell'Esercito Nikolaj Pankov, segretario di stato e vice ministro della difesa russo, ha detto che una delle ragioni della decisione è stata l'intenzione di Kiev di entrare nella NATO.

Non si tratta però della ragione principale. Innanzitutto, l'Ucraina può entrare nel blocco atlantico solo dopo un referendum nazionale per conoscere il parere dell'opinione pubblica, che non sembra condividere le intenzioni del presidente, del primo ministro e del presidente del parlamento.

In secondo luogo, il Cremlino non può interrompere la propria collaborazione con l'Ucraina nel sistema di avvistamento a distanza, presumibilmente perché l'Ucraina vuole entrare nella NATO, e allo stesso tempo invocare relazioni reciprocamente vantaggiose nella sfera missilistica.

La sessione parlamentare del 25 gennaio, che ha approvato la cessazione dell'accordo con l'Ucraina, ha deciso anche di prolungare l'accordo con Kiev nel campo dell'assistenza per i più grandi missili strategici russi, l'R-36M (classificazione NATO SS-18 Satan) e l'R-36M2 (Voevoda).

Il Satan, che è in grado di portare 10 testate nucleari, è stato progettato nel laboratorio Južnoe di Dnepropetrovsk, nell'Ucraina centro-meridionale. In base al trattato di Lisbona del 1992 tra Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Stati Uniti, l'Ucraina non può produrre questi missili o avere altri tipi di armi strategiche.

Per questo motivo ha parzialmente demolito i bombardieri strategici Tu-160 Blackjack e Tu-95MS Bear e ha consegnato il resto alla Russia per l'appianamento del debito.

L'impianto di Dnepropetrovsk, dove in epoca sovietica era costruito il Voevoda, adesso produce autobus, ma i suoi progettisti forniscono ancora assistenza di routine e servizi di riparazione per i Satan, quando e se necessario, in base all'accordo prorogato dal parlamento russo. La Russia ha ora solo 75 missili di questo tipo, ma essi costituiscono il nocciolo della sua forza di deterrenza strategica.

La decisione di interrompere la cooperazione sull'avvistamento a distanza con l'Ucraina è stata presa per ragioni pragmatiche. Il Generale Vladimir Popovkin, comandante delle forze spaziali russe, ha detto che i radar ucraini, per le cui informazioni la Russia paga 1,3 milioni di dollari l'anno, nel 2005 sono usciti dal periodo di garanzia e la loro modernizzazione costerebbe almeno 20 milioni. Ne vale la pena?

Diversamente dai radar in Azerbaijan, Bielorussia e Kazakistan, i sistemi ucraini non sono operati da personale militare russo. Sia le qualifiche del personale civile ucraino sia i dati forniti alla Russia sono dubbi.

Il radar di Sebastopoli rappresenta il problema maggiore perché le stazioni radio non autorizzate di imbarcazioni che svolgono attività di pesca nel Mar Nero usano le stesse frequenze. E se non per le informazioni dai satelliti che sorvegliano la regione, i dati di quella stazione potrebbero essere interpretati per indicare l'arrivo di un missile strategico diretto verso la Russia. Le forze spaziali russe devono ricontrollare le informazioni di quel radar perdendo tempo e denaro, e questo aspetto diventa fondamentale quando si tratta di organizzare una risposta rapida in caso di attacco reale.

La Russia cesserà di usare i radar ucraini anche perché adesso possiede un radar che fornisce lo stesso tipo di informazioni, ma migliore. Lo scorso anno a Lechtusi, nei pressi di San Pietroburgo, è stato messo in prova il radar Voronež-MD, la cui manutenzione è più economica. I radar ucraini sono operati da 80 specialisti, mentre per il Voronež ne bastano 15.

Inoltre la portata delle stazioni ucraine è di 4000 km, mentre la portata effettiva del Voronež è di 6000 km.

Quando sarà messo in funzione un altro radar Voronež, attualmente in costruzione nei pressi di Armavir nella Russia meridionale, la Russia non avrà più bisogno dei radar ucraini. Il ministero degli esteri russo molto probabilmente notificherà all'Ucraina la cessazione dell'utilizzo dei radar di Mukačevo e Sebastopoli quando l'Armavir entrerà nella fase di collaudo.

Il Generale Popovkin ha detto che la Russia è destinata a interrompere l'uso dei radar in Bielorussia (il Volga a Ganceviči, vicino a Baranoviči), Azerbaijan (il Darjal a Gabala, nei pressi di Mingečaur) e in Kazakistan (il Dnepr, il Darjal-U e il Dnestr vicino al lago Balchaš), benché non nel 2008 o nel 2009.

Il radar di Gabala recentemente ha fatto parlare di sé. Innanzitutto è ormai al termine della sua vita operativa, e la Russia paga all'Azerbaijan 7 milioni di dollari l'anno per affittare la stazione operata da militari russi, le cui famiglie vivono in un insediamento vicino. Il radar di Armavir coprirà l'area operativa di Gabala, e così la Russia potrebbe cessare di usarlo.

Ma il Cremlino ha proposto al Pentagono di usare il radar di Gabala per monitorare i lanci missilistici nel Medio Oriente, in particolare dall'Iran, a condizione che Washington rinunci a posizionare elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa Orientale.

Se Washington accettasse l'offerta, il radar di Gabala verrebbe modernizzato e la sua garanzia di assistenza prolungata.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20080201/98196438.html

Articolo originale pubblicato il 1° febbraio 2008

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Friday, January 18, 2008

L'uomo degli USA a Tbilisi

Il nostro uomo a Tbilisi

The Ivanov Report

È ormai ufficiale: Mikheil Saakashvili è il presidente della Georgia per i prossimi cinque anni. La Commissione Elettorale Centrale della Georgia ha dichiarato Saakashvili il vincitore delle elezioni lampo del 5 gennaio. Seconda la CEC, Saakashvili ha ricevuto il 53,5% dei voti; il candidato più votato dell'opposizione, Levan Gachechiladze, è arrivato secondo con il 25,7%.

L'opposizione afferma - e l'affermazione suona molto credibile - che questi risultati elettorali sono stati truccati per risparmiare a Saakashvili la fatica di andare al ballottaggio con Gachechiladze. Ma nenche i detrattori di Saakashvili possono negare che sia lui il politico georgiano più popolare. Pur avendo perso voti a vantaggio dell'opposizione a Tbilisi, Saakashvili continua a godere del fondamentale appoggio delle aree rurali. Questo appoggio gli avrebbe comunque assicurato la vittoria al secondo turno.

Il Presidente Bush si è già congratulato con Saakashvili, umiliando l'opposizione e rendendo inutili le manifestazioni di protesta organizzate a Tbilisi. È verosimile, comunque, che i leader dell'opposizione in cerca di visibilità continuino a protestare almeno fino al 20 di gennaio, giorno della proclamazione, quando a Tbilisi confluirà una folla di personalità straniere.

E allora, perché tutte queste storie su Misha?

Le elezioni presidenziali georgiane hanno seguito fedelmente lo schema tipico dei paesi dello spazio ex-sovietico: un leader nazionale molto popolare - economicamente liberale con inconfondibili accenti autoritari - vince le elezioni presidenziali sfruttando ampiamente le famigerate "risorse amministrative", il dominio della TV di stato e l'assenza di un'opposizione unitaria. Concettualmente, Saakashvili non è molto diverso da altri fortunati leader post-sovietici come Vladimir Putin in Russia o Nursultan Nazarbayev in Kazakistan.

Il clamore attorno a Saakashvili deriva dal fatto che in Occidente è stato pubblicizzato molto diversamente. Nel 2005 il Presidente Bush, impressionato dalla retorica filo-occidentale di Saakashvili, chiamò la Georgia "un faro di libertà". Due senatori degli Stati Uniti, Hillary Clinton (D-NY) e John McCain (R-AZ) si sono messi in ridicolo proponendo la candidatura di Saakashvili al Premio Nobel. E sull'"esperienza" in politica estera che entrambi sostengono di possedere nella corsa per le presidenziali del 2008 abbiamo detto tutto.

Il primo colpo all'immagine di perfetto democratico di Saakashvili è giunto in novembre, quando corpi di polizia in assetto anti-rivolta, armati di manganelli e di gas lacrimogeno sono stati spediti a disperdere una cosiddetta manifestazione pacifica contro il governo. Lo shock è stato così grande che i media occidentali - come sempre poco interessati all'essenza dei fatti - hanno trascurato il fatto che la "manifestazione pacifica" era una consapevole provocazione orchestrata dall'opposizione preoccupata che le proteste di piazza si stessero sgonfiando.

Poi sono arrivate le elezioni lampo e le accuse di brogli.

E allora? Perché l'amministrazione Bush dovrebbe interrompere la sua storia d'amore con Saakashvili?

Niente di quello che Saakashvili ha fatto nel passato vicino o lontano scalfisce le sue attrattive agli occhi di Washington: è filo-americano, filo-NATO (in un referendum svoltosi contemporaneamente alle elezioni presidenziali più del 70% dei votanti ha approvato il piano di adesione alla NATO della