martedì, novembre 10, 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak

Sotto il vulcano dell'AfPak

di Pepe Escobar

There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower

Benvenuti nel Pashtunistan
PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

(Non) è così difficile lasciarsi
“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni.

Originale: Under the AfPak Volcano: Welcome to Pashtunistan e Breaking up is (not) hard to do

Articolo originale pubblicato in due parti il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 01, 2009

L'America, i preservativi e i taliban

[Articolo del 23 ottobre, ancora interessante dopo l'annuncio del ritiro di Abdullah dal ballottaggio in Afghanistan.]

L'America, i preservativi e i taliban
di M. K. Bhadrakumar

I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.

Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:

Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.

Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

Originale: America, condoms and the Taliban

Articolo originale pubblicato il 23/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, ottobre 18, 2009

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia

[Ilyas Kashmiri, per alcuni analisti il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda e per altri capo dell'ala militare dell'organizzazione, a settembre è stato dichiarato morto dal Pakistan e dalla CIA, che ha parlato di "grande successo della guerra al terrore". A quanto pare è invece ancora vivo, e ha rilasciato un'intervista esclusiva ad Asia Times Online esponendo la strategia e le tattiche di al-Qaeda e la sua personale visione degli sviluppi futuri.]

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia


di Syed Saleem Shahzad

ANGORADA, Sud Waziristan, ai confini con l'Afghanistan – Un incontro ad alto livello tra i capi militari e civili pakistani svoltosi il 9 ottobre al palazzo presidenziale ha approvato un'operazione contro i taliban pakistani e al-Qaeda nell'area tribale del Sud Waziristan, che gli analisti considerano la madre di tutti i conflitti regionali.

Contemporaneamente, al-Qaeda sta mettendo in atto la sua strategia nel teatro di guerra dell'Asia meridionale, nell'ambito di una campagna più vasta contro l'egemonia globale americana inaugurata con gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

L'obiettivo di al-Qaeda restano gli Stati Uniti e i loro alleati, come l'Europa, Israele e l'India, e l'organizzazione non prevede di diluire la propria strategia accogliendo nel proprio seno movimenti di resistenza musulmani con parametri ristetti. In questo contesto, l'attività militante in Pakistan è vista più come un fattore di complessità che come parte della strategia di al-Qaeda.

Negli ultimi giorni i militanti sono stati particolarmente attivi. Giovedì scorso un'auto imbottita di esplosivo è stata lanciata contro il muro di cinta dell'Ambasciata indiana a Kabul, la capitale dell'Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone. Sabato, poi, dei militanti hanno messo in atto un audace attacco contro il quartier generale dell'esercito pakistano a Rawalpindi, città gemella della capitale Islamabad. Lunedì un attentatore si è fatto esplodere in un mercato, nella regione della Valle di Swat, uccidendo 41 persone e ferendone 45.

Il Pakistan si trova ora a un punto critico, con le forze armate raccolte in grandissimo numero (quasi un corpo, ben 60.000 soldati) attorno al Sud Waziristan per cacciare il Pakistan Tehrik-e-Taliban (PTT), al-Qaeda e i loro alleati dalle aree tribali del Pakistan.

In questi momenti difficili, Mohammad Ilyas Kashmiri, colui che secondo i servizi segreti americani è il capo delle operazioni militari di al-Qaeda e la cui morte è stata erroneamente confermata in occasione di un attacco di un drone nel Nord Waziristan, ha accettato di parlare con Asia Times Online.

Sono stato invitato in un rifugio segreto nell'area di confine tra il Sud Waziristan e l'Afghanistan, zona regolarmente sorvolata dai droni.

Questa è la prima interazione con i media di Ilyas da quando si è unito ad al-Qaeda, nel 2005. È un esperto comandante formatosi ai tempi della lotta con l'India per il Kashmir diviso.

Negli ultimi mesi i militanti sembravano essere sulla difensiva. Vari capi sono rimasti uccisi negli attacchi di droni in Pakistan. Tra questi, il keniota Osama al-Kini, capo delle operazioni esterne di al-Qaeda; Khalid Habib, comandante del Lashkar al-Zil o Esercito Fantasma, il braccio militare di al-Qaeda; Tahir Yuldashev, leader del Movimento Islamico dell'Uzbekistan, legato ad al-Qaeda; il capo del PTT Baitullah Mehsud, e molti altri.

Anche i taliban pakistani sono stati duramente colpiti dall'esercito nelle aree urbane e tribali. Erano in corso negoziati per raggiungere accordi di pace con alcuni comandanti taliban in varie province afghane.

Poi la scorsa settimana almeno nove soldati statunitensi, oltre a diverse decine di uomini dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA), sono rimasti uccisi in un'incursione in un avamposto della provincia del Nuristan. Inoltre sono stati rapiti dai taliban più di trenta ufficiali e soldati dell'ANA.

A questo attacco se ne sono aggiunti altri contro basi NATO nelle province sudorientali di Khost, Paktia e Paktika, costringendo il Generale statunitense Stanley McChrystal a ritirare tutte le truppe dalle postazioni isolate nelle aree più remote di queste province per riposizionarle in centri abitati.

Ciò ha dato ai taliban uno spazio immenso per muoversi liberamente, vale a dire che se il Pakistan conducesse operazioni in Sud Waziristan i militanti potrebbero facilmente trovare rifugio oltreconfine.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno anche dimostrato che i militanti sono ancora capaci di colpire praticamente a volontà obiettivi importanti. Comportano anche una riconfigurazione del teatro di guerra: il Pakistan dovrà riposizionare le truppe dal fronte orientale (l'India) a quello occidentale (l'Afghanistan), dato che i taliban sono ora il nemico numero uno.

Washington intende mandare almeno altri 40.000 soldati in Afghanistan, mentre l'India collaborerà a questi sforzi con la competenza del suo esercito e dei suoi servizi segreti contro il nemico comune rappresentato dai gruppi militanti musulmani.

La prossima battaglia
Ilyas Kashmiri ha espresso il suo punto di vista sulla prossima battaglia, sui suoi obiettivi e sul suo impatto sull'Occidente in relazione alla destabilizzazione di uno Stato musulmano come il Pakistan.

Il contatto con Asia Times Online è cominciato il 6 ottobre con una telefonata dei militanti, che mi hanno invitato nella città di Mir Ali nel Nord Waziristan. Non è stata fornita nessuna motivazione. Il giorno successivo sono andato a Mir Ali, una città che nell'anno passato è stata pesantemente attaccata dai droni. Dopo più di sette ore di continui spostamenti sono stato ricevuto da un gruppo di uomini armati che mi hanno condotto nella casa di un membro di una tribù locale.

“Il comandante [Ilyas Kashmiri] è vivo. Come sa, il comandante prima d'ora non ha mai parlato con i media, ma dato che tutti sono certi della sua morte nell'attacco compiuto da un drone [a settembre], la shura [concilio] di al-Qaeda ha deciso di smentire questa notizia con un'intervista a un giornale indipendente, e la shura ha scelto lei”: così mi ha detto, non appena ho raggiunto il luogo sicuro, una persona che sapevo avere un ruolo cruciale nella famosa Brigata 313 di Ilyas. La Brigata, un insieme di gruppi jihadisti, aveva combattuto per molti anni contro l'India nel Kashmir amministrato da quest'ultima.

“Dovrà rimanere in questa stanza finché non la informeremo dei prossimi movimenti. Può udire il rumore dei droni che sorvolano questa zona, dunque non lascerà questa stanza. L'area è piena di taliban, ma anche di informatori che potrebbero denunciare la presenza di stranieri e dunque provocare un attacco,” ha detto l'uomo.

Il giorno dopo mi hanno trasferito in un'altra casa in una località sconosciuta, a circa tre ore di viaggio. Per tutto questo tempo sono stato scortato da uomini armati. Non avevo il permesso di parlare con loro, e loro non potevano comunicare con me. Questo è il mondo di al-Qaeda. Il 9 ottobre, di primo mattino, sono arrivati alcuni uomini armati a bordo di un'auto bianca.

“Lasci qui tutti i suoi dispositivi elettronici, prego. Niente cellulare, niente macchina fotografica, niente. Le forniremo carta e penna per scrivere l'intervista,” sono state le istruzioni. Dopo un viaggio molto scomodo durato varie ore, per strade fangose e attraverso passi di montagna, siamo entrati in una stanza dove avrebbe dovuto attenderci Ilyas.

Dopo un paio d'ore il silenzio è stato rotto dal rumore di un veicolo potente. La scorta e gli uomini che si trovavano già lì hanno rapidamente preso posizione. Indossavano tutti dei porta-cartucce ed erano armati di AK-47.

Ilyas ha fatto il suo ingresso. Figura imponente, più di un metro e ottanta di statura, indossava un turbante color crema e un qameez shalwar (completo tradizionale composto da camicia e calzoni) bianco, portava un AK-47 a tracolla, teneva in mano un bastone di legno ed era affiancato da uomini della sua celebre Brigata 313.

Ilyas adesso porta una lunga barba bianca tinta di henné rossastro. A 45 anni ha ancora una corporatura robusta, anche se reca le cicatrici della guerra: ha perso un occhio e un dito in battaglia. Quando mi ha stretto la mano, ho sentito la forza della sua presa.

Il padrone di casa ci ha subito servito il pranzo, e ci siamo seduti a mangiare sul pavimento.
“Dunque è sopravvissuto a un terzo attacco con i droni... perché la CIA le dà così tanto la caccia?” ho chiesto.

Era una domanda retorica. È uno dei comandanti di al-Qaeda di altissimo profilo; in Pakistan ha una taglia di 50 milioni di rupie (600.000 dollari) sulla testa. La sua posizione viene descritta in modo diverso a seconda dei vari organi di stampa e intelligence. Secondo alcuni è il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda, mentre per altri sarebbe il capo dell'ala militare dell'organizzazione.

Se oggi al-Qaeda si divide in tre sfere, Osama bin Laden è indubbiamente il simbolo del movimento e il suo vice Ayman al-Zawahiri definisce l'ideologia e la più ampia visione strategica di al-Qaeda. Ilyas, con la sua ineguagliata esperienza di guerrigliero, traduce la visione strategica in realtà, fornisce le risorse e fa sì che gli obiettivi siano conseguiti, ma sceglie di restare sullo sfondo e mantiene un profilo molto basso.

Le sue basi e attività sono sempre state segrete. Tuttavia, l'arresto di cinque dei suoi uomini in Pakistan all'inizio dell'anno e gli interrogatori cui sono stati sottoposti hanno contribuito a sollevare il velo di segretezza. Le informazioni da loro fornite hanno portato agli attacchi dei droni della CIA contro di lui, il primo a maggio, il secondo il 7 settembre, quando è stato dichiarato morto dai servizi pakistani, e il terzo il 14 settembre, dopo il quale anche la CIA l'ha dichiarato morto parlando di un grande successo della “guerra al terrore”.

“Fanno bene a darmi la caccia. Conoscono bene il loro nemico. Sanno di cosa sono capace,” ha replicato fiero Ilyas.

Nato il 10 febbraio 1964 a Bimbur (già Mirpur) nella Valle di Samhani nel Kashmir amministrato dal Pakistan, Ilyas frequentò il primo anno di un corso di laurea in comunicazioni di massa alla Allama Iqbal Open University di Islamabad. Non proseguì gli studi a causa del pesante coinvolgimento nelle attività del jihad.

Il Movimento per la liberazione del Kashmir fu la sua prima esperienza nella militanza; fu poi la volta del Jihad-i-Islami (HUJI) e infine della leggendaria Brigata 313. Quest'ultima è diventata il gruppo più potente dell'Asia meridionale e dispone di una rete compatta in Afghanistan, Pakistan, Kashmir, India, Nepal e Bangladesh. Secondo alcuni dispacci della CIA, elementi della Brigata 313 si trovano ora in Europa e sono capaci del genere di attacco che ha visto una manciata di militanti terrorizzare Mumbai lo scorso novembre.

Poco si sa della vita di Ilyas, e quello che si racconta è spesso contraddittorio. Tuttavia viene invariabilmente descritto, di certo dagli organi di intelligence mondiali, come il capo guerriglia più efficace e pericoloso del mondo.

Ha lasciato la regione del Kashmir nel 2005 dopo essere stato scarcerato per la seconda volta dai servizi segreti pakistani, l'ISI, e si è diretto nel Nord Waziristan. In precedenza era stato arrestato dagli indiani, ma era riuscito a evadere. Poi era finito nelle mani dell'ISI, che lo sospettava di essere la mente di un attentato contro l'allora presidente Pervez Musharraf, nel 2003, ed era poi stato scagionato e scarcerato. L'ISI ha arrestato nuovamente Ilyas nel 2005 quando si è rifiutato di porre fine alle operazioni in Kashmir.

Il suo riposizionamento nelle turbolente aree di confine ha fatto rabbrividire Washington, dove ci si è resi conto che con la sua enorme esperienza era in grado di trasformare rozzi schemi di battaglia in Afghanistan in audaci tattiche di guerriglia moderna.

I trascorsi di Ilyas erano eloquenti. Nel 1994 lanciò l'operazione al-Hadid nella capitale indiana, Nuova Delhi, per ottenere il rilascio di alcuni compagni jihadisti. Il suo gruppo di 25 persone comprendeva lo sceicco Omar Saeed (il sequestratore del giornalista statunitense Daniel Pearl a Karachi nel 2002), suo vice. Il gruppo rapì diversi stranieri, compresi turisti americani, israeliani e britannici, e li portò a Ghaziabad, nelle vicinanze di Delhi. I sequestratori chiesero la scarcerazione dei loro colleghi, ma le forze indiane attaccarono il loro nascondiglio. Il sceicco Omar rimase ferito e fu arrestato. (Fu in seguito scarcerato grazie allo scambio con i passeggeri di un areo indiano dirottato.) Ilyas sfuggì all'attacco incolume.

Il 25 febbraio del 2000 un commando dell'esercito indiano attraversò la linea di controllo (LoC) che separa i due Kashmir e uccise 14 civili nel villaggio di Lonjot, nel Kashmir ad amministrazione pakistana. Il commando fece ritorno nel Kashmir ad amministrazione indiana dopo aver rapito delle ragazze pakistane, e gettò ai soldati pakistani le teste mozzate di tre di esse.

Il giorno dopo Ilyas condusse un'operazione di guerriglia contro l'esercito indiano a Nakyal, nel settore controllato dal Pakistan, dopo aver attraversato la LoC con 25 guerriglieri della Brigata 313. Rapirono un ufficiale dell'esercito indiano che fu poi decapitato: la sua testa fu esibita nei bazar di Kotli, in territorio pakistano.

Ma l'operazione più significativa di Ilyas fu condotta contro una base militare nel Kashmir controllato dall'India, in seguito al massacro di musulmani nella città indiana di Gujarat nel 2002. Con un'accurata pianificazione, gli uomini della Brigata 313 si divisero in due gruppi e misero in atto un primo attentato per attirare in una trappola generali e altri alti ufficiali indiani. Due generali rimasero feriti (l'esercito pakistano non è riuscito a ferire un solo generale indiano in tre guerre) e morirono diversi generali di brigata e colonnelli. Fu uno dei colpi più duri inflitti all'India nella lunga storia dell'insurrezione del Kashmir.

Nonostante quello che affermano alcune fonti, Ilyas non ha mai fatto parte delle forze speciali del Pakistan, neanche dell'esercito. Quasi 30 anni fa, quando si unì al jihad afghano contro i sovietici dalla piattaforma dell'HUJI, fece esperienza nella guerriglia e nell'uso di esplosivi.

Soli pochi mesi dopo essere giunto nel teatro di guerra afghano, nel 2005, Kashmiri riconfigurò le forze insorgenti guidate dai taliban basandosi sulla strategia di strangolamento messa in atto dal leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap. I taliban dovevano concentrarsi sulla necessità di tagliare tutte le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan e di condurre operazioni speciali simili all'attentato di Mumbai in India.

Negli anni Ilyas ha voluto mantenere un profilo basso nella gerarchia dei militanti. Le sue operazioni sono invece di alto profilo, benché non diffonda mai dichiarazioni o rivendichi gli attentati.

Si ritiene che la sua Brigata 313 sia il principale catalizzatore di operazioni d'alto profilo come quella di Mumbai e altre azioni in Afghanistan, nonché delle operazioni di al-Qaeda in Somalia e in una certa misura in Iraq.

“Crede che l'imminente operazione in Sud Waziristan sarà la 'madre di tutte le operazioni' nella regione, come sostengono alcuni analisti?” ho chiesto quando abbiamo finito di pranzare e mi sono ritrovato da solo con Ilyas e il suo uomo più fidato.

“Non sono capace di giocare con le parole in un'intervista,” ha risposto Ilyas. “Sono sempre stato un comandante e conosco il linguaggio dei campi di battaglia. Cercherò di rispondere alle sue domande nel linguaggio che mi è familiare. (Ilyas parla prevalentemente in urdu, mescolato con parole punjabi.)

"Saleem! Richiamerò la sua attenzione sugli aspetti fondamentali dell'attuale teatro di guerra e me ne servirò per spiegare la strategia delle prossime battaglie. Coloro che hanno pianificato questa battaglia miravano in realtà ad attirare il più grande Satana del mondo [gli Stati Uniti] e i suoi alleati in questa trappola e pantano [l'Afghanistan]. L'Afghanistan è un luogo unico al mondo, nel quale il cacciatore può scegliere tra tutti i tipi di trappole.

“Possono essere i deserti, i fiumi, le montagne e anche i centri urbani. Così ha pensato chi ha pianificato questa guerra, era stufo degli intrighi globali del grande Satana e mirava a sconfiggerlo per trasformare questo mondo in un luogo di pace e giustizia. Tuttavia il grande Satana era pieno d'arroganza e senso di superiorità e pensava che gli afghani fossero delle statue indifese che si sarebbero lasciate colpire dalle sue macchine da guerra da tutte le direzioni, e che non avrebbero avuto la forza o la capacità di reagire.

“Questa era l'illusione con la quale una grande alleanza di potenze mondiali venne in Afghanistan, ma a causa delle loro aspettative mal riposte queste potenze rimasero gradualmente intrappolate in Afghanistan. Oggi la NATO non ha alcun significato o rilevanza. Hanno perso la guerra in Afghanistan. Ora, una volta compresa la loro sconfitta, hanno posato l'accento sul fatto che tutta questa battaglia si combatte dall'esterno, cioè dai due Waziristan. Per me, questa tesi militare è un miraggio che ha creato una situazione complessa nella regione e ha prodotto reazioni e controreazioni. Non vorrei entrare nei dettagli, ritengo che sia stato solo un diversivo. Da comandante militare penso che in realtà la trappola dell'Afghanistan abbia successo e che i principali obiettivi militari sul terreno siano stati raggiunti,” ha detto Ilyas.

Ho replicato che il riposizionamento della Brigata 313 dal Kashmir era di per sé una dimostrazione del fatto che in Afghanistan erano coinvolte forze straniere.

“Tutta la base del suo ragionamento è sbagliata, a proposito del fatto che questa guerra viene combattuta dall'esterno. È una valutazione sganciata dal contesto dell'intera situazione. Se parliamo di me e della Brigata 313, io ho deciso di unirmi alla resistenza afghana come individuo e avevo le mie buone ragioni. Tutti sanno che solo dieci anni fa combattevo una guerra di liberazione per la mia terra natale, il Kashmir.

“Tuttavia ho capito che decenni di lotte politiche e armate non avevano contribuito a risolvere la questione. Però il problema di Timor Est è stato risolto senza perderci troppo tempo. Perché? Perché tutto il gioco stava nelle mani del grande Satana, gli Stati Uniti. Organismi come le Nazioni Unite e paesi come l'India e Israele erano una semplice estensione delle sue risorse; ecco perché non si è riusciti a risolvere la questione palestinese, quella del Kashmir e il problema dell'Afghanistan.

“Così io e molte persone sparse in tutto il mondo abbiamo capito che analizzare la situazione in una prospettiva politica regionale ristretta costituiva un approccio scorretto. Questo è un gioco completamente diverso e impone una strategia unica. La sconfitta dell'egemonia americana globale è indispensabile se voglio la liberazione del mio Kashmir, ed è questo che ha motivato la mia presenza in questo teatro di guerra.

Ha continuato Ilyas: “Quando sono giunto qui ho capito che la mia decisione era giustificata; ho compreso come le potenze mondiali operino sotto l'ombrello del grande Satana e appoggino i suoi ambiziosi piani. Qui in Afghanistan lo si può vedere.” Ha aggiunto che la strategia di guerra regionale di al-Qaeda, in base alla quale sono stati colpiti obiettivi indiani, è di fatto abbattere la potenza americana.

“Il RAW [Research and Analysis Wing, il dipartimento indiano di ricerca e analisi] ha centri di comando distaccati nelle province afghane di Kunar, Jalalabad, Khost, Argun, Helmand e Kandahar. Le attività di copertura sono costituite da compagnie che si occupano della costruzione di strade. Per esempio, il contratto per la costruzione della strada da Khost all'area tribale Tanai è in mano a un appaltatore che è attualmente un colonnello dell'esercito indiano. A Gardez la copertura è fornita dalle compagnie di telecomunicazioni. I loro uomini operano per lo più con nomi musulmani, ma di fatto i dipendenti sono hindu”.

“Dunque il mondo dovrebbe aspettarsi altri attentati come quello di Mumbai?” ho domandato.

“Non è niente se paragonato a quello che è già stato pianificato per il futuro,” ha risposto Ilyas.

“Anche contro Israele e gli Stati Uniti?” ho chiesto.

“Saleem, non sono un esponente religioso tradizionale del jihad che si occupa di slogan. Da comandante militare direi che ogni obiettivo ha un suo momento e una sua ragione specifici, e le risposte arriveranno di conseguenza,” ha detto Ilyas.

Mentre trascrivevo le risposte di Kashmiri, pensavo come anni prima fosse stato il beniamino delle forze armate pakistane, il loro orgoglio. Le più alte cariche militari erano fiere di incontrarlo nella sua base nel Kashmir, trascorrevano del tempo con lui e ascoltavano i racconti leggendari dei suoi giochi di guerra. Oggi avevo davanti una persona diversa: un uomo condannato come terrorista dal sistema militare pakistano, che lo vuole morto a tutti i costi.

“Cosa l'ha spinta a unirsi ad al-Qaeda?” ho domandato.

“Eravamo vittime dello stesso tiranno. Oggi tutto il mondo musulmano è stufo degli americani, ed è per questo che è d'accordo con lo sceicco Osama. Se a tutti i musulmani venisse chiesto di eleggere il loro capo, la loro scelta cadrebbe sul [leader taliban] Mullah Omar o sullo sceicco Osama,” ha risposto Ilyas.

“Se è così, perché una sezione di militanti vuole la guerra con Stati musulmani come il Pakistan? Ritiene che sia corretto?”

“La nostra battaglia non può essere contro i musulmani e i credenti. Come ho già detto in precedenza, attualmente il mondo musulmano è caratterizzato da una complessità causata dai giochi di potere americani che hanno prodotto reazioni e controreazioni. Ma questo è un problema completamente diverso e potrebbe distogliermi dal vero argomento della nostra discussione. Il vero gioco è la lotta contro il grande Satana e i suoi seguaci,” ha detto Ilyas.

“Cosa l'ha trasformata da amico amatissimo al nemico più inviso agli occhi dell'establishment militare pakistano?” ho chiesto.

“Il Pakistan è il mio amato paese e le persone che ci vivono sono i nostri fratelli, le nostre sorelle e i nostri congiunti. Non posso neanche pensare di andare contro i loro interessi. L'esercito pakistano non è mai stato contro di me: si tratta di elementi che mi hanno etichettato come nemico per mascherare le loro debolezze e per compiacere e acquietare i loro padroni,” ha detto Ilyas.

“Cos'è la Brigata 313?” ho chiesto.

“Non posso dirle nulla, se non che la guerra è tutta tattica e questo è la Brigata 313: leggere la mente del nemico e reagire di conseguenza. Il mondo pensava che il Profeta Maometto avesse lasciato solo donne dietro di sé. Si sono dimenticati che c'erano anche degli uomini veri che non avevano mai assaggiato la sconfitta. Il mondo conosce solo i cosiddetti musulmani che seguono la direzione del vento e sono privi di volontà, che non pensano con le loro teste né possiedono una loro dimensione. Il mondo deve ancora vederli, i veri musulmani. Finora ha visto solo Osama e il Mullah Omar, mentre ce ne sono altre migliaia. I lupi rispettano solo la zampata del leone; i leoni non colpiscono con la logica delle pecore,” ha detto Ilyas.

Il calare delle ombre della sera ha posto fine alla conversazione. Il giorno dopo sarebbe stato imposto un coprifuoco nel Nord Waziristan in vista della grande operazione militare nella regione, e dovevo lasciare l'area. Anche Ilyas doveva spostarsi verso un'altra destinazione, come fa regolarmente per sfuggire agli occhi dei droni Predator.



Originale: Al-Qaeda's guerrilla chief lays out strategy

Articolo originale pubblicato il 15/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, ottobre 13, 2009

Afghanistan: il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

Il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

di M. K. Bhadrakumar

L'ambasciata indiana a Kabul ha subito il secondo attacco terroristico in 15 mesi. Nello scoppio di giovedì, quando un'auto carica di esplosivi è stata lanciata contro il muro dell'ambasciata, hanno perso la vita 17 persone.

L'ambasciata indiana non è distante dal palazzo presidenziale e, ironicamente, si trova sull'altro lato della strada rispetto al ministero degli interni afghano. Inutile dire che i taliban, che hanno rivendicato l'azione, hanno dimostrato di essere capaci di colpire ovunque e in qualsiasi momento, messaggio che è già arrivato a destinazione.

Tuttavia, visto che il bersaglio è l'ambasciata indiana, deve esserci anche un messaggio politico. A Delhi si è inclini a sospettare lo zampino dell'ISI, i servizi segreti Pakistani. Gli organi di sicurezza hanno i loro codici segreti per comunicare i segnali, e l'attentato di giovedì sembra trasmettere un segnale complicato che va decifrato. Presumibilmente il messaggio è che l'India deve farsi da parte e rinunciare a espandere la propria presenza in Afghanistan.

Il Pakistan non ha nascosto il suo profondo scontento per il fatto che l'India mantiene ancora dei consolati in due città-chiave vicine alle regioni che confinano con il Pakistan – Jalalabad e Kandahar. Sospetta che l'India usi questi avamposti per attività di spionaggio elettronico volte a insidiare la stabilità del Pakistan e mettere in qualche modo le mani sugli asset nucleari pakistani.

Mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, lunedì scorso, il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha lanciato un monito dichiarando che gli indiani “devono giustificare i loro interessi” a Kabul. Ha detto al Los Angeles Times che il “livello di coinvolgimento [dell'India a Kabul] dev'essere proporzionale [al fatto che] non confinano con l'Afghanistan, mentre noi sì... Se non c'è un'imponente ricostruzione [in Afghanistan], se a Delhi la gente non si mette in coda per ottenere il visto per andare a Kabul, perché c'è una presenza [indiana] così massiccia in Afghanistan? A volte questo ci preoccupa.”

Di fatto, il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, nel suo rapporto consegnato lo scorso mese al Presidente Obama sottolineava che l'India con le sue attività in Afghanistan sta “esacerbando le tensioni regionali”. Prevedeva anche che il Pakisan avrebbe preso delle “contromisure”.

Collusione USA-India?
Per appianare la questione, le autorità indiane hanno inutilmente sottolineato il “potere morbido” del Paese in Afghanistan. Certo, l'India è un importante Stato donatore, essendosi impegnata a spendere 1,2 miliardi di dollari in assistenza in Afghanistan. I programmi di aiuto di Delhi spaziano dalla sfera dell'istruzione a quella della salute, dalle telecomunicazioni alla costruzione di strade e ad altri settori, e ha fatto molto per dare impulso al prestigio e all'influenza indiani a Kabul.

Il Pakistan vede l'iperattivo programma di aiuti indiano in un'ottica a somma zero, e cioè come essenzialmente mirato a insidiare la sua influenza. L'India non migliora le cose. La posizione di Delhi è che l'India ha storici e profondi legami di amicizia con il popolo afghano, e in ogni caso chi sono questi pakistani per dire all'India quello che deve o non deve fare?

L'India si rifiuta categoricamente di riconoscere che il Pakistan possa avere “interessi speciali” in Afghanistan simili o affini a quelli che l'India dice di avere nel Nepal o nello Sri Lanka. Anzi, i commentatori indiani ribadiscono che Delhi ha il diritto e il dovere di farsi valere in Afghanistan, considerando la posta in gioco nella lotta al terrorismo e il “fardello” dell'India in quanto potenza regionale. L'argomentazione è ineccepibile benché la tracotanza sia offensiva.

Nella guerra afghana si sta avvicinando un punto di svolta. Tutti gli sguardi sono puntati sulla nuova strategia di Obama. Il dibattito si concentra sul livello di truppe, ma trascura l'enorme tensione che è è andata creandosi in Pakistan nelle ultime settimane. L'esercito pakistano sembra paventare che Washington possa intensificare gli attacchi dei drone contro la dirigenza taliban.

La campagna di assassinii di Washington è stata premiata negli ultimi tempi da uno straordinario successo. Si stanno eliminando terroristi di alto profilo. La campagna è stata estesa dalle aree tribali alla Provincia della Frontiera di Nord-Ovest. L'ambasciatore americano a Islamabad ha recentemente accennato al fatto che i drone potrebbero presto colpire la shura (il concilio) dei taliban guidato dal Mullah Omar, che si ritiene possa nascondersi nel Belucistan.

Sembra che gli americani abbiano sviluppato risorse di intelligence che consentono loro di intensificare gli attacchi dei drone. Se vi è una collusione tra la CIA e gli organi di sicurezza pakistani, gli Stati Uniti condividono informazioni anche con altri paesi, India compresa.

Di certo, nel futuro prossimo la dirigenza taliban potrebbe finire nel mirino dei drone. Se succederà, il cosiddetto “asset strategico” del Pakistan nell'Hindu Kush verrà distrutto e la capacità di Islamabad di proiettare potere in Afghanistan ne risulterà drasticamente ridotta.

Su questo sfondo, l'ISI diffida fortemente di qualsiasi penetrazione dei servizi indiani nelle regioni meridionali e sudorientali dell'Afghanistan. Basta dare un'occhiata ai media pakistani, un giorno qualsiasi, per cogliere il paranoico sospetto che gli Stati Uniti stiano segretamente collaborando con l'India. Si sospetta che gli Stati Uniti stiano inutilmente rafforzando la loro presenza fisica in Pakistan. I comandanti dei corpi riunitisi mercoledì al Quartier Generale dell'esercito a Rawalpindi hanno preso l'insolita iniziativa di esprimere le “preoccupazioni” riguardo le implicazioni per la “sicurezza nazionale” delle clausole contenute nella legge Kerry-Lugar, recentemente approvata dal Congresso degli Stati Uniti, che triplica l'entità degli aiuti non-militari al Pakistan portandoli a 1,5 miliardi di dollari l'anno.

I “signori della guerra” a caccia dei taliban...
Aspetto interessante, i commentatori pakistani legati all'ambiente militare pakistano hanno concluso che nella legge Kerry-Lugar c'è lo zampino dell'India.

Attualmente, quello che preoccupa davvero l'esercito pakistano è che, nonostante abbia affermato il contrario, Washington possa alla fine accettare la nuova configurazione di alleanze che sta prendendo forma a Kabul sotto il Presidente Hamid Karzai e che comprende influenti “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, i quali avevano collaborato strettamente con l'India nella seconda metà degli anni Novanta fino al rovesciamento del regime dei taliban da parte degli Stati Uniti nel 2001.

Si può presumere che questi “signori della guerra” possano svolgere un ruolo molto utile per gli Stati Uniti nella stabilizzazione dell'Afghanistan e nell'“afghanizzazione” della guerra in tempi brevi, alleviando significativamente le pressioni sulle truppe della NATO. Di fatto, potrebbe trattarsi di una variante afghana del “Risveglio” sunnita che gli Stati Uniti hanno attuato con considerevole successo in un breve lasso di tempo in Iraq. Obama è infatti alla ricerca di un modo per ristabilire rapidamente la sicurezza in Afghanistan e sta lavorando entro margini di tempo ristrettissimi.

L'esercito pakistano è preoccupato che gli Stati Uniti possano avvicinarsi ai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord. Inutile dire che l'influenza dell'India in Afghanistan farà un balzo da gigante se i “signori della guerra” verranno risuscitati dagli Stati Uniti e incaricati della sicurezza afghana per combattere i tenaci taliban. Da nemici di vecchia data dei taliban, i “signori della guerra” sono fautori della linea dura contro gli insorti. Come ha dichiarato al New York Times Mohammed Fahim, che probabilmente sarà vice-presidente nel nuovo governo di Karzai, “Ritengo che il tempo per la pace verrà quando noi saremo forti e i taliban deboli. Questo non è un buon momento perché l'Afghanistan faccia la pace.”

Fahim ha detto che le forze del governo e della coalizione dovrebbero colpire le basi dei taliban nel Pakistan e nell'Afghanistan meridionale. “Le tattiche di combattimento dovrebbero essere studiate molto attentamente; dovrebbe esserci una nuova strategia,” ha aggiunto Fahim. Non è contrario al permanere delle truppe straniere in Afghanistan, essendo esse ormai una “realtà”.

In breve, se ai “signori della guerra” viene affidato il comando delle operazioni anti-taliban, l'ISI rischia di subire l'estrema umiliazione di assistere passivamente mentre i “signori della guerra” distruggono sistematicamente la dirigenza taliban – come può fare efficacemente qualsiasi milizia locale afghana – e li riducono a una marmaglia inutile o, ancora peggio, costringono gli elementi superstiti a cercare riparo oltreconfine presso i loro protettori in Pakistan.

con l'aiuto indiano?
L'India, naturalmente, può far molto per aiutare gli Stati Uniti e la NATO in un simile scenario addestrando le milizie comandate dai “signori della guerra” e fornendo loro le armi. Insomma, pur senza uno spiegamento di truppe in Afghanistan, Delhi può svolgere un ruolo decisivo nella repressione degli insorti taliban, e questo rende l'ambiente militare pakistano estremamente preoccupato per la situazione politica che si sta delineando sullo scacchiere afghano.

Non stupisce che l'esercito pakistano stia cercando nervosamente di individuare segnali di un cambiamento di rotta a Washington nel senso di un coinvolgimento dei “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord nella lotta contro i taliban. Quella degli Stati Uniti è una decisione difficile. A Washington le opinioni sono contrastanti. La percezione complessiva delle realtà afghane da parte degli occidentali fa sì che i “signori della guerra” appaiano come un'entità troppo sgradevole anche solo per collaborarvi nell'attuale disperata situazione. L'Occidente ha un grave blocco mentale da superare, nella comprensione delle realtà afghane. Il Pakistan conta su questo.

In secondo luogo, il Pakistan si aspetta che l'amministrazione Obama sia sensibile alle sue preoccupazioni riguardo a una presenza indiana in Afghanistan. E Washington deve davvero camminare sul filo senza infastidire l'esercito pakistano pur attingendo a qualsiasi tipo di aiuto l'India sia in grado di dare. La NATO ha appena invitato Mosca a collaborare all'“afghanizzazione” del conflitto malgrado i trascorsi dell'intervento sovietico in Afghanistan. L'India, al contrario, in Afghanistan sarebbe considerata una potenza benevola e amica. Tuttavia Washington deve fare una scelta che le permetta di ricevere in modo ottimale l'aiuto dell'esercito pakistano, che ha importanza cruciale, piuttosto che trattare sottobanco con l'India.

Tutto sommato, tenendo conto della concreta probabilità che nei prossimi cinque anni Kabul sia governata da un'amministrazione amica guidata da Karzai, la sensazione prevalente a Delhi è che l'India debba adottare nei confronti del terrorismo una “forward policy”, cioè una strategia militare in avanti [L'Autore fa riferimento alla strategia adottata da Nehru all'epoca del conflitto sino-cinese per impedire ulteriori avanzate cinesi, N.d.T.], piuttosto che lasciarsi dissanguare periodicamente da terroristi con base in Pakistan.

Settori influenti dell'opinione pubblica indiana chiedono a gran voce un intervento dell'India in Afghanistan senza attendere i convenevoli e una formale lettera di invito degli americani. Il fatto è che si è tremendamente esasperati dal fatto che il Pakistan non ha né agito in alcun modo contro i responsabili degli attentati di Mumbai né smantellato l'infrastruttura terroristica sul suolo Pakistano. Neanche l'alibi di Islamabad secondo cui i responsabili sarebbero “attori non statali” riesce a convinere Delhi.

È interessante che, nonostante tutto questo manovrare che è destinato a raggiungere il culmine nelle prossime settimane, Delhi abbia appena ospitato una conferenza internazionale sul tema “Pace e stabilità in Afghanistan”, alla quale ha partecipato tra gli altri il Tenente Generale David W. Barno, che dirige la National Defense University di Washington.

Barno, esperto di controinsurrezione, ha trascorso 19 mesi in Afghanistan a partire dall'ottobre del 2003 come comandante delle forze statunitensi e della coalizione. Si dà al caso che i “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord ricordino nostalgicamente quei mesi come il loro periodo di splendore nella struttura di potere di Kabul.

La conferenza di due giorni a Delhi, alla quale hanno partecipato alti rappresentanti del Ministero degli Esteri e dell'Ufficio del Primo Ministro, si è conclusa mercoledì. I taliban hanno colpito l'ambasciata indiana a Kabul giovedì. Forse è solo una coincidenza, forse no. Nel mondo di George Smiley, il grande spymaster di John Le Carré, non si sa mai.


Originale da: Pakistan warns India to 'back off'

Articolo originale pubblicato il 10/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, settembre 04, 2009

Sangue di spie nell'Hindu Kush

Sangue di spie nell'Hindu Kush

di M. K. Bhadrakumar

Come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, l'omicidio del Dottor Abdullah Laghmani, il vice capo del Direttorato Nazionale per la Sicurezza dell'Afghanistan, era una morte annunciata. Ma la feroce brutalità dell'assassinio, messo in atto mercoledì scorso nel sacro mese del Ramadan da un terrorista suicida davanti a una moschea nella città di Mehtarlam nell'Afghanistan orientale, rivela un'ostilità viscerale non facilmente comprensibile.

Un sedicente portavoce taliban ha rivendicato l'attentato: “Lo cercavamo da molto tempo, oggi ce l'abbiamo fatta”. Gli analisti si affretteranno di certo a sottolineare che l'uccisione di Laghmani dimostra la crescente “sofisticatezza” delle operazioni dei taliban. Di fatto Laghmani era un personaggio ben protetto nel cuore del sanctum sanctorum della struttura di potere di Kabul. È stato violato il primo cerchio dell'establishment della sicurezza afghana. L'operazione è stata contrassegnata da una grande professionalità.

Ma è la vicenda è complicato. In momenti critici dell'evoluzione del movimento taliban una mano invisibile ha spesso fatto ricorso all'assassinio per sgombrare il cammino o rovesciare la situazione a proprio favore. La cronaca è agghiacciante: l'Ayatollah Mazari, la massima autorità religiosa sciita dell'Afghanistan (1994); Mohammad Najibullah, presidente dell'Afghanistan (1996); Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord che si opponeva ai taliban (2001); Haji Abdul Qadir, altro membro dell'Alleanza del Nord (2002). L'elenco sembra essere infinito. “Il mobile dito scrive; e, dopo aver scritto, continua a muoversi... ” [1]

L'Inter-Services Intelligence (ISI), cioè i servizi segreti pakistani, seguivano Laghmani da una decina d'anni. È raro che un organo di intelligence elegga un singolo individuo proprio nemico mortale e lo avverta pubblicamente. L'ISI aveva concesso a Laghmani quel raro onore apertamente e più di una volta.

Potendo tornare indietro nel tempo a sbirciare negli organi di intelligence dell'Alleanza del Nord durante la resistenza anti-taliban nella seconda metà degli anni Novanta, si scoprirebbe che, nascosto nell'ombra, Laghmani era un agente straordinariamente brillante.

Di etnia pashtun, aveva una profonda conoscenza della cultura politica del movimento taliban e della mentalità dei suoi capi dell'ISI, dono inestimabile per l'Alleanza del Nord. Il Pakistan aveva avuto un'avvisaglia di ciò che Laghmani era in grado di fare quando nel luglio del 2008 scoprì il legame tra i terroristi suicidi che avevano attaccato l'Ambasciata indiana a Kabul e l'ISI facendo risalire un telefono cellulare trovato tra le macerie a un intermediario di Kabul che era in diretto contatto telefonico con un funzionario dei servizi pakistani a Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del Nord-Ovest del Pakistan.
Aveva dato parecchio filo da torcere all'ISI soprattutto nella sua regione natale, l'Afghanistan orientale, data la complessità della situazione dovuta a fattori come la tradizionale incapacità dei taliban di mettere radici profonde tra le tribù Ghilzai, la presenza della rete di Jalaluddin Haqqani e al-Qaeda e la perdurante influenza di Gulbuddin Hekmatyar e del suo Hezb-e Islami.

Insomma, Laghmani non è una figura facilmente rimpiazzabile per i servizi segreti di Kabul dominati dai tagiki, sia per la sua conoscenza enciclopedica degli allineamenti tribali pashtun e delle segrete manovre dei taliban e dell'ISI, sia per le sue capacità operative.

La scelta dei tempi è significativa. Laghmani è stato un importante alleato del Presidente Hamid Karzai. Il Pakistan ha deciso di ostentare indifferenza per l'esito delle elezioni presidenziali afghane, ma l'ansia sotterranea è tangibile. Tanto più che si sta profilando la possibilità che Karzai conquisti un altro mandato quinquennale.
Adesso tutto si impernia sullo sforzo americano di imbrigliare Karzai facendo in modo che i principali contendenti accettino di formare una sorta di governo nazionale e di includere dei tecnici tra i ministri. Ma Karzai potrebbe benissimo respingere questa proposta. Karzai ha assaggiato l'indipendenza e potrebbe cominciare a gradirla.

Per citare Ahmed Rashid, l'informato autore pakistano che fornisce i propri consigli al Pentagono, “Karzai, naturalmente, sta dimostrando sempre più la sua indipendenza dagli americani e non vuole essere visto in alcun modo come un agente dell'Occidente”.

Con l'equilibrio dei poteri che va formandosi a Kabul, l'ISI deve prepararsi al ritorno di Mohammed Fahim – il capo di Laghmani, comandante dei servizi segreti dell'Alleanza del Nord nonché ex ministro della difesa – ai vertici del governo di Karzai come primo vice presidente. È una situazione difficile. Oggi in Afghanistan non c'è nessuno con l'esperienza di Fahim nelle operazioni militari e di intelligence.

Il Pakistan è riuscito a far sì che gli Stati Uniti premessero su Karzai perché nel 2005 rimuovesse Fahim dal potente incarico di ministro della difesa destinandolo all'oblio politico. (Anche gli Stati Uniti avevano probabilmente il loro tornaconto geopolitico.) Adesso il Pakistan deve affrontare lo spettro di Fahim, che per così dire risorge dalle ceneri come una fenice più potente che mai. Contro Fahim si è scatenata un'enorme campagna mediatica fin da quando è stato presentato come candidato alla vicepresidenza. Non meraviglia che susciti forti sentimenti partigiani. Ma per la costernazione dei suoi detrattori Karzai rimane saldo al suo posto.

Bisogna sapere che Fahim era il mentore di Laghmani. Anzi, il tandem Fahim-Laghmani avrebbe messo sulla graticola i taliban e l'ISI dal primo giorno della nuova presidenza Karzai. Fahim, con la sua vasta esperienza operativa è capacissimo di dare battagli all'ISI, e Laghmani sarebbe stato un “moltiplicatore di forza” per lui nelle regioni pashtun. In agosto c'è stato già un attentato contro Fahim, e l'omicidio di Laghmani va certamente inteso come un avvertimento.

A prima vista il Pakistan non dovrebbe avere niente da temere da una presidenza Karzai. Karzai ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a lavorare per una transizione politica che accolga i taliban come gruppo afghano, purché si astenga dalla violenza. Ma nello schema di Karzai la riconciliazione con i taliban dovrebbe avvenire preferibilmente attraverso un processo di pace inter-afghano e una loya jirga (concilio tribale).

E non c'è alcuna garanzia che gli altri gruppi afghani intendano concedere un ruolo dominante ai taliban. Inoltre l'afghanità del processo politico potrebbe allentare sempre più la morsa dell'ISI sui taliban. Di fatto Laghmani, con la sua impeccabile conoscenza della leadership afghana e degli allineamenti tribali pashtun, avrebbe rappresentato un problema costante per l'ISI se si fosse instaurato un processo di pace inter-afghano.

L'assassinio di Laghmani mette in luce il perdurare delle interferenze in Afghanistan. Nei prossimi tempi potremmo assistere a un'intensificazione di queste interferenze. Il Pakistan, da parte sua, sarà tentato di sfruttare le differenze sorte tra Karzai e Washington.

I pakistani vedono gli americani “soffiare sul collo [di Karzai] più che mai”. Prevedono che nel nome di una crociata contro la corruzione pubblica e a favore della governabilità gli Stati Uniti mireranno all'esclusione di importanti alleati politici di Karzai che appartenevano all'Alleanza del Nord, come Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq, Rashid Dostum e Ismail Khan. Di fatto questi membri della vecchia guardia dell'Alleanza del Nord (“signori della guerra”) rifiuteranno caparbiamente una struttura di potere a Kabul dominata dai taliban.
Dunque, nel mondo oscuro delle spie, il secondo mandato presidenziale di Karzai potrebbe avere un inizio sanguinario. Tutto indica che Laghmani fosse una figura popolare nell'establishment dei servizi afghani; faceva inoltre parte della cerchia più vicina a Karzai. Ci si aspettava che fosse destinato a occupare un posto chiave nel nuovo governo sotto Karzai. Potrebbero essere in molti, a Kabul, a voler vendicare la sua prematura morte.

[1] La Quartina 71 del Rubaiyat del poeta persiano Omar Khayyam (circa 1048-1143) recita:

Il dito in movimento scrive e, avendo scritto, avanza:
né tutta la tua Pietà né il tuo Ingegno
lo indurranno a cancellare mezza Riga,
né tutte le tue lacrime laveranno via una sola Parola.


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Originale: Spooks spill blood in the Hindu Kush

Articolo pubblicato il 3/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, agosto 20, 2009

Allucinazioni da oppio in Afghanistan

Allucinazioni da oppio in Afghanistan

di Pepe Escobar

PARIGI – La contorta interpretazione americana alla Alice nel Paese delle Meraviglie dello show politico estivo dell'estate – la “libera espressione del popolo” nelle elezioni afghane – ha tutte le caratteristiche di un sogno fatto sotto l'effetto dell'oppio. Di fatto, è un sogno oppiaceo che non vale un tubo. E comunque qui nessuno parla del tubo, quello attraverso cui passa il gas del Pipelineistan.

Come in un sogno da oppio, regna l'allucinazione. Le probabilità che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama elabori la vera sostanza della sua strategia AfPak sono le stesse di vedere il suo super-inviato Richard Holbrooke passarsi la pipa con l'über-signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar.

Obama dice che il “successo in Afghanistan” comporta “diplomazia, sviluppo e buon governo”. Ma quello che la disorientata e confusa opinione pubblica mondiale sta vedendo è l'impiego di vagonate di marines per “combattere i taliban”.

L'ex capo del jihad waziro Baitullah Mehsud, un taliban “Pak” e non “Af”, sarà anche stato fatto fuori da un bel Predator americano. Ma c'è un certo Osama bin Laden che – come in un sogno da oppio – si aggira ancora spettrale nell' Hindu Kush, otto anni dopo l'11 settembre. Visione o sogno lucido, potrebbe interpretare Il ritorno dei morti viventi in “Pak”, non in “Af”: e allora perché tutti questi altri marines a setacciare le terre afghane?

O dovremmo credere al Ministro dell'Informazione pakistano Qamar Zaman Kaira quando dice che “nulla dimostra che Osama bin Laden si trovi in Pakistan” e che “chi afferma che si trova nel paese dovrebbe fornirne valide prove”?

Inoltre l'idea statunitense che un'armata Brancaleone composta da pastori pashtun, giovani religiosi arrabbiati, gangster, grassatori e agitatori anti-governativi sparsi sul territorio pashtun in Afghanistan all'improvviso possa accogliere a braccia aperte ambigui nuovi al-qaedisti decisi a distruggere la civiltà occidentale come noi la conosciamo, be', questo è proprio un sogno da oppio.

E per quanto riguarda le elezioni fasulle, a chi importa chi vince – se il Presidente pashtun Hamid Karzai detto “il kebabbaro”, Tajik Abdullah Abdullah o un altro ancora? L'Afghanistan sarà governato da Barack Hussein Obama in ogni caso. “I taliban” – questa entità spettrale e immateriale – magari cominceranno a ricevere meno soldi dai loro ex padroni dei servizi pakistani; ma i devoti potentati salafiti del Golfo Persico faranno sì che possano continuare ad arrotondare il bilancio – diversamente da certe potenze occidentali. Non potevano restare più indifferenti alla campagna recentemente annunciata dal super-inviato Holbrooke per congelare i trasferimenti di denaro ai “taliban”.

Incapace di licenziare Karzai, Washington lo osserva impotente mentre arruola per la sua campagna elettorale l'assassino psicopatico uzbeko Generale Rashid Dostum – come se esibire tra le proprie fila il comandante tagiko Muhammad Fahim non fosse già abbastanza. A Kabul è in corso il Ballo dei Signori della Guerra, e il premio in palio sono soldi del narcotraffico per tutti: questo significa che la libertà di finanziare milizie private continuerà serenamente, come la costante fornitura d'oppio all'economia mondiale.

E alla fine i signori della guerra troveranno una scorciatoia per disfarsi comunque di Karzai.

Chiedetelo all'eterno Hekmatyar – che combatte non solo Karzai ma anche gli Stati Uniti e le truppe della coalizione (come se avesse letto troppo la storia recente dell'Iraq, insiste sui tempi di ritiro delle truppe occidentali). A proposito, il caro vecchio amico dei sauditi Hekmatyar non è un “taliban” ma un nazionalista pashtun.

E veniamo all'uomo di George W. Bush, Karzai: sarà anche un aristocratico americanizzato della tribù minore dei Popolzai che conosce bene il Pashtunwali, l'inflessibile codice tribale pashtun, ma è anche un opportunista senza quartiere che ha studiato in India, e dunque scommette sulla possibilità che l'India contrasti l'influenza del Pakistan sull'Afghanistan. Non vuole che il “Pak” domini l'“Af”, mentre per Washington adesso è tutto “AfPak”. Sa che “i taliban” controllano il giorno e praticamente anche la notte in più di metà dell'Afghanistan. Sa di dover fare qualcosa per cercare di porre fine all'eccidio di pashtun da parte degli occidentali. Ecco un altro burattino americano che si rivolta contro i suoi padroni.

Ich bin ein Talibanistaner
E che dire dello spettacolo messo su da McChrystal, Gates e Mullen, uno spettacolo degno dei Fratelli Marx? Per divertire il loggione, il Segretario della Difesa Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen hanno messo a terra il comandante dell'International Security Assistance Force in Afghanistan, l'inimitabile Dottor Stranamore impersonato dal Generale Stanley McChyrstal, chiedendogli di prendersela comoda con il nuovo rapporto sull'Afghanistan e di consegnarlo a Obama solo dopo le elezioni afghane.

Iron Gates vuole un'orgia di nuove truppe; il super-inviato Holbrooke, da parte sua, vuole una potente squadra di nation building e sta mettendo su un bel governo ombra afghano condannato in partenza. Il nocciolo è che, perso in un sogno allucinato in cui tutti gli afghani adorano l'occupazione NATO del loro paese, il Pentagono vuole un nuovo spettacolo AfPak zeppo di gente famosa che resti in cartellone per decenni.

All'inizio McChrystal aveva detto che i taliban stavano vincendo. Adesso dice di no. Poi ha chiesto – guarda un po' – altre truppe e altri civili. Alla fine del 2009 in Aghanistan ci saranno 68.000 soldati statunitensi. Per ora ci sono già 96.500 soldati USA e NATO, compresi 4050 tedeschi, 485 norvegesi, 470 bulgari e 2378 soldati di “altri paesi”.

Qui si sconfina nel ridicolo. I 4050 membri della Bundeswehr che combattono i “taliban” nell'Afghanistan settentrionale nei pressi di Kunduz adesso devono urlare un avvertimento in tre lingue prima di andare al dunque. In inglese è “Nazioni Unite: fermi o sparo!” Poi c'è il pashto remix: “Melgaero Mellatuna-Dreesch, ka ne se dasee kawum!” e poi il dari remix. Scordatevi il simpatico e frizzante Achtung! Qui siamo più dalle parti dello sketch dei Monty Python sulla Commissione Europea a Bruxelles. Perfino il comandante tedesco, il Generale Wolfgang Schneiderhahn, ne è imbarazzato.

Mentre si svolge questa fantastica sciarada, praticamente nessuno – tranne l'economista canadese John Foster, in un editoriale pubblicato dal quotidiano di Toronto The Star – parla del (vero) sogno oppiaceo afghano. Ancora una volta, fin dalla fine degli anni Novanta, tutto ci riporta al TAPI – il gasdotto Turkmenistan/Afghanistan/Pakistan/India, la ragione fondamentale per cui l'Afghanistan (come corridoio di transito dell'energia) è strategicamente importante per gli Stati Uniti, oltre a essere usato come una portaerei stazionata ai confini di rivali geopolitici come la Cina e la Russia. I lavori di costruzione del TAPI, finanziato dalla Banca asiatica di Sviluppo, dovrebbero teoricamente partire nel 2010.

La Russia e l'Iran, ottimi maestri del gioco degli scacchi, stanno affinando le loro mosse per rendere impraticabile il TAPI. Nel frattempo il teatro AfPak in pratica si riduce a Stati Uniti e NATO che fanno la guerra ai nazionalisti pashtun. L'isteria di Washington continuerà a dominare – come con i “taliban” sul punto di prendere il controllo delle armi nucleari di Islamabad e di trasformare gli Stati Uniti in TalibanUStan. E infine, ma non meno importante, ricordatevi di mettete da parte l'ultima ciotola d'oppio per quell'accortissima sporca dozzina: i signori della guerra.

Originale: The Afghan pipe dream


Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

di M. K.
Bhadrakumar

Nei suoi quarant'anni di onorevole carriera diplomatica non c'è niente che faccia pensare che Richard Holbrooke, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Afghanistan e il Pakistan, si sia dilettato di problematiche energetiche. L'obiettivo ufficiale dell'attuale tappa in Pakistan durante il suo viaggio in Afghanistan è aiutare il paese ospite a trovare un modo per ovviare alla penuria di energia elettrica.

Lunedì a Islamabad Holbrooke ha ammesso davanti ai giornalisti pakistani che la crisi energetica del loro paese era frutto di più di vent'anni di problemi e dunque non ci si poteva aspettare che lui la risolvesse in poche settimane. Ciononostante, attraverso il loro rappresentante speciale gli Stati Uniti volevano dimostrare preoccupazione per i veri problemi del popolo pachistano e l'intenzione di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Nel frattempo Holbrooke ha rimandato la partenza per Kabul. E ha partecipato ad altri incontri: con il capo di Jamiat Ulema-e-Islam (JUI) Maulana Fazlur Rahman e il leader di Jamaat-i-Islami (JI) Qazi Hussein Ahmad. Interessante, visto che né Maulana né il Qazi possono essere degli interlocutori sul tema della sicurezza energetica. Il loro forte è altrove: Islam militante, terrorismo di frontiera e jihad in Afghanistan.

Mentre Holbrooke si dava da fare a Islamabad, il comandante delle forze USA in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è giunto nella vicina Rawalpindi – città gemella di Islamabad – per incontrare il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Ashraf Kiani.

Così la “copertura” di Holbrooke è saltata ed è emerso il suo vero fine: elaborare un approccio congiunto con il Pakistan sulle prossime mosse da compiere sulla scacchiera politica afghana. E infatti le capitali della regione attendono con in interesse la prossima mossa di Stati Uniti e Pakistan.

La vicina India si è rifiutata di ricevere Holbooke. Delhi ha le sue ragioni. Lunedì scorso in un importante discorso il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha ammonito il paese che “ci sono informazioni credibili che gruppi terroristici in Pakistan stiano pianificando nuovi attentati” in India simili a quello di Mumbai dello scorso novembre che costò la vita a quasi 200 persone. Ha anche parlato di un incremento dell'attività dei militanti spalleggiati dal Pakistan nello stato indiano di Jammu e Kashmir. Evidentemente Delhi disapprova la missione di Holbrooke: corteggiare Islamabad alla ricerca della sicurezza e della stabilità regionali.

Anche Teheran cova cattivi presentimenti. Holbrooke, fra l'altro, ha osservato poco prima della sua visita in Pakistan che Teheran ha “un legittimo ruolo da svolgere nella risoluzione della questione afghana”. Ha detto: “[Gli iraniani] sono un fattore, e fingere che non lo siano, come spesso si è fatto in passato, non ha senso”. Ma ha subito aggiunto: “Non abbiamo contatti diretti con loro a questo proposito”.

Sembra che Holbrooke si sia concesso di strizzare l'occhio ad altri interlocutori. È utile sia agli Stati Uniti che al Pakistan far intendere che il loro asse gode del “consenso regionale”. Ma Teheran ha ignorato l'offensiva di fascino di Holbrooke. Teheran ha preso nota dell'energica campagna USA-Pakistan per far sì che le elezioni presidenziali afghane, fissate per giovedì, venissero rimandate perché la situazione in fatto di sicurezza non permetteva lo svolgimento di consultazioni libere e corrette.

Teheran ha capito dove vogliono andare a parare gli Stati Uniti. Rimandare le elezioni significa allontanarle di molto. A Teheran va il merito di aver scoraggiato qualsiasi rinvio. L'Iran ora tiene le dita incrociate riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti possano orchestrare una “situazione iraniana” per confondere le acque e installare una struttura di potere surrogata a Kabul. Lunedì scorso l'ambasciatore iraniano in Afghanistan, Fadd Hossein Maleki, ha pubblicamente prospettato il rischio di manipolazioni post-elettorali da parte di potenze esterne.

Ha detto: “Siamo preoccupati per il periodo post-elettorale. Abbiamo colto segnali che indicano possibili problemi. A questo proposito, abbiamo avviato serie consultazioni con rappresentanti delle Nazioni Unite e vari ambasciatori europei in Afghanistan, oltre che con le autorità afghane”.

Maleki non si sarebbe mai espresso su un tema così delicato senza il via libera di Teheran. Ovviamente Teheran valuta che sia meglio avvisare gli Stati Uniti e il Pakistan, due paesi capaci di mettere in scena una “situazione iraniana”, che un simile tentativo non farebbe che complicare la situazione interna dell'Afghanistan.

Inoltre il quotidiano Kayhan, che viene identificato con l'establishment religioso, ha commentato: “[Il Presidente afghano] Hamid Karzai è stato messo con le spalle al muro... Le sfide lo assediano da tutte le parti... I sostenitori del candidato alla presidenza Abdullah Abdullah hanno agito molto stranamente”. L'editoriale poi esprimeva una decisa approvazione nei confronti dell'alleanza di Karzai con i cosiddetti signori della guerra, in quanto incarnerebbe un approccio “volto a impedire la disgregazione del paese”, riconoscendo che “l'Afghanistan è ed è sempre stato una federazione di province governata da uomini forti”.

E concludeva: “L'Afghanistan può essere controllato solo da un governo federale e Karzai lo capisce benissimo, ma non può dirlo espressamente ai suoi protettori occidentali. I suoi equilibrismi a volte deludono le aspettative dell'Occidente e altre volte irritano i signori della guerra afghani. E viene immediatamente criticato da entrambe le parti. L'Occidente ha cercato di 'bonificare, stabilizzare e costruire' uno Stato afghano funzionante di stampo occidentale, nel quale i cittadini danno il loro consenso a un contratto sociale che impone la disciplina sociale e politica tenendosi relativamente alla larga nella sfera personale. Questo pone gli americani, fin dall'inizio, in totale contrapposizione con gli ultimi mille anni di storia afghana, come era successo ai sovietici”.

Teheran ha tutte le ragioni per approvare la stretta alleanza di Karzai con vecchi capi mujaheddin come Ismail Khan, Mohammed Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq e Rashid Dostum. Tehran ovviamente ha avuto un ruolo nel persuadere Dostum a far ritorno dalla Turchia – sfidando il monito degli Stati Uniti – e nel galvanizzare il partito Jumbish al momento giusto per dare impulso alle speranze elettorali di Karzai nella regione dell'Amu Darya. Gli hazara sciiti e gli uzbeki costituiscono più di un quarto della popolazione afghana.

Inoltre Ismail Khan, vicino a Teheran, è alleato con Burhanuddin Rabbani. Il sostegno di Khan a Karzai in questa congiuntura insidia l'intera strategia USA-Pakistan di mettere in campo Abdullah, strategia basata sulla sua capacità di raccogliere i voti dei tagiki. Pertanto, se le prospettive di Karzai appaiono decisamente migliori alla vigilia delle elezioni è perché Teheran vi ha contribuito.

Washington paventa che l'intero stratagemma per impedire a Karzai di vincere al primo turno sia in serio pericolo. (Karzai, il candidato favorito, necessiterebbe del 51% dei voti per evitare di andare al ballottaggio).

In una straordinaria esibizione pubblica di rabbia, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato: “Abbiamo spiegato chiaramente al governo dell'Afghanistan le nostre gravi preoccupazioni riguardo al ritorno di Dostum e a un suo possibile futuro ruolo in Afghanistan”. Il Presidente Barack Obama ha già chiesto ai suoi esperti di sicurezza nazionale ulteriori informazioni sui “trascorsi” di Dostum, compreso il suo sospetto coinvolgimento nella morte di vari taliban fatti prigionieri nella guerra del 2001 durante l'invasione degli Stati Uniti.

Holbrooke ha davanti a sé una pesante sfida. Se Karzai si assicura una vittoria netta nel primo turno di giovedì, porterà al potere una coalizione che gli Stati Uniti faranno fatica a controllare perché i centri di potere saranno molteplici.

Ed è qui che potrebbe nascere la necessità di creare una “situazione iraniana”. È significativo che il noto autore pakistano Ahmed Rashid, legato al Pentagono e all'entourage di Holbrooke, lunedì abbia sottolineato che sulle elezioni afghane “incombe un vuoto di credibilità”.

Rashid prevede che le elezioni saranno compromesse dalle controversie sulla bassa affluenza e sulle accuse di brogli. “Se l'affluenza sarà bassa – sotto il 30% – probabilmente molti candidati diranno che non intendono accettare queste elezioni e ne chiederanno di nuove”.

Ma a quel punto gli iraniani diranno: “Da quando in qua gli afghani praticano così seriamente la democrazia di stampo occidentale?”. Come ha osservato il quotidiano Kayhan, “Fornicazione, nudità e discesa nella decadenza occidentale – queste definizioni afghane della democrazia rivelano quanto poco il concetto straniero abbia permeato la psiche afghana... Finché [gli afghani] avranno il permesso di fornicare liberamente, gli occidentali crederanno che abbiano abbracciato la libertà e che non badino troppo al fatto di essere schiavi... Nella società afghana – dove il clan, la tribù, la gerarchia e la tradizione vincono a man bassa – i valori democratici e un edonismo irresponsabile e finanche il nichilismo si sono confusi fino a equivalersi”.

Ma Rashid, che conosce l'Afghanistan come le sue tasche, è lapidario: “Penso che dopo queste elezioni, indipendentemente dai risultati, ci saranno pesanti accuse e contro-accuse di brogli”. Prevede poi che se si renderà necessario un ballottaggio “sarà un momento molto pericoloso per l'Afghanistan... Creerà un vuoto di due mesi, ci saranno caos e confusione politica”.

Ed è qui che assumerà un'importanza critica il “ruolo operativo” dei servizi pakistani (ISI - Inter-Services Intelligence). I servizi pakistani vedono con sfavore una vittoria di Karzai. Hanno conti da regolare con quasi tutti i “signori della guerra” che sostengono Karzai – Fahim, Khalili, Mohaqiq, Dostum, Ismail Khan – e che guarda caso anche il mondo occidentale considera propri nemici. Inoltre questi “signori della guerra” manderanno all'aria il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan per cooptare i taliban nella struttura di potere afgana, perché sanno che il leader dei taliban Mullah Omar e i suoi seguaci prima o poi gliela faranno pagare.

Inoltre l'establishment della sicurezza pakistano e l'amministrazione Obama faticheranno a digerire il fatto che a Kabul possa andare al potere un governo democraticamente eletto dominato dai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, che godevano del sostegno della Russia, dell'Iran e dell'India. Il progetto di usare l'Islam militante per riconfigurare l'Asia Centrale, l'allargamento della NATO, la presenza militare a lungo termine in Pakistan: tutti questi obiettivi vanno all'aria.

Di certo non c'è bisogno di spiegare a Holbrooke e ai suoi interlocutori pakistani che quando il destino della guerra afghana e della strategia AfPak di Obama è appeso a un filo i loro interessi coincidono. Anzi, se mai c'è stata una situazione “ora o mai più”, è proprio questa.

La grande domanda è: come intendono affrontare questa sfida comune Holbrooke e l'ISI? Rashid potrebbe aver fornito un indizio.

Originale: Powers line up to stir Afghanistan's pot

Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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mercoledì, agosto 19, 2009

Spire di nebbia nell'Hindu Kush

Spire di nebbia nell'Hindu Kush
di M. K. Bhadrakumar

Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua celebre opera, Della guerra, “La grande incertezza di tutti i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché tutte le azioni devono – in una certa misura – essere pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente – come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”. Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush sia spesso avvolta in una fitta nebbia.

Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.

Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.

I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.

Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.

Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti lo permettono.

Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington, DC.

Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congress. E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan. Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello scorso anno.

Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che “vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno. E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.

Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato, "mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.

Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze. Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.

La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà dunque un eccezionale governo parallelo.

Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan. Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000 soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.

È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia AfPak.

L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi mentori a Washington.

L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate) sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le forze NATO in Afghanistan.

Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi acquisiti.

La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.

Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per il ritiro delle truppe NATO.

Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre morbido” di Russia e Cina.

È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”. La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti: chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione afghana.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.

In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali. Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché la nebbia l'abbia celata alla vista.

Originale: A fog swirls in the Hindu Kush

Articolo originale pubblicato il 18/8/2009

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venerdì, agosto 07, 2009

La Cina ci prova nel Mar Nero

La Cina ci prova nel Mar Nero

M. K. Bhadrakumar

Come gli astrofili che la scorsa settimana hanno ammirato la più lunga eclissi solare totale del XXI secolo, gli osservatori diplomatici hanno avuto una giornata campale scrutando la penombra dei rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, che costituiscono uno dei fenomeni cruciali della politica mondiale di questo secolo.

Tutto è cominciato quando il Vice President degli Stati Uniti Joseph Biden ha scelto di far visita all'Ucraina e alla Georgia il 20-23 luglio per biasimare pubblicamente la Russia per la sua “idea ottocentesca di sfere di influenza”. Il viaggio di Biden nel turbolento “estero vicino” della Russia si è svolto a due settimane dalla visita epocale del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Mosca per “riavviare” le relazioni con la Russia.

Chiaramente la gita di Biden è stata presentata come un'energica dimostrazione di come l'amministrazione Barack Obama sia decisa a conservare l'impegno strategico degli Stati Uniti in Eurasia – un tirarsi su le maniche e prepararsi all'azione dopo lo scambio convenzionale di cortesie tra Obama e la sua controparte al Cremlino, Dmitrij Medvedev. Insomma, il chiaro messaggio di Biden era che l'amministrazione Obama intende sfidare energicamente la pretesa della Russia a essere la potenza dominante nello spazio post-sovietico.

Biden ha escluso qualsiasi “scambio di favori” con il Cremlino e qualsiasi forma di “riconoscimento” delle sfere di influenza della Russia. Ha impegnato l'amministrazione Obama a sostenere lo status dell'Ucraina come “parte integrante dell'Europa” e l'integrazione euro-atlantica del paese. Inoltre, in un'intervista con il Wall Street Journal, Biden ha parlato del fosco futuro della Russia in termini aspri, drammatici.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto prontamente in un'intervista al canale informativo russo Vesti, con sede a Mosca. Ha detto: “Spero che l'amministrazione del Presidente Obama darà seguito agli accordi raggiunti a Mosca. Crediamo che i tentativi di alcune persone interne all'amministrazione del Presidente Obama di riportarci tutti al passato, come ha fatto il Vice Presidente Joe Biden, noto uomo politico, non siano normativi”.

Ritorno al reaganismo
Ha aggiunto Lavrov: “L'intervista di Biden al Wall Street Journal sembrava copiata dai discorsi dei rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush”. Comunque è difficile liquidare Biden come voce falsa. Era stato Biden a parlare della necessità di “riavviare” le relazioni degli Stati Uniti con la Russia, risvegliando speranze a Mosca. E la visita a Mosca di Obama, agli inizi di luglio, era stata ampiamente interpretata come l'inizio formale del processo di “riavvio”.

Ora emerge che quel “riavvio” potrebbe riportare la politica statunitense nei confronti della Russia agli anni Ottanta e alla tesi trionfalista del presidente Ronald Reagan secondo la quale la Russia non era in grado di tener testa agli Stati Uniti, dati i suoi problemi demografici e la sua struttura economica gravemente difettosa, e che dunque maggiore fosse stata la pressione sull'economia russa e più conciliatoria Mosca sarebbe stata nei confronti degli Stati Uniti.

Come ha sintetizzato Stratfor, think-tank statunitense legato agli ambienti della sicurezza, il grande gioco sarà “spremere i russi e lasciare che la natura faccia il suo corso”.

Ci sono già segnali di questo approccio occidentale coordinato nei confronti della Russia nel progetto del “Partenariato Europeo” dell'Unione Europea che è stato svelato a Praga nel mese di maggio, che geograficamente comprende l'Armenia, l'Azerbaigian, la Georgia, la Moldova, la Bielorussia e l'Ucraina e che mira ad attirare verso Bruxelles questi stati post-sovietici di “importanza strategica” attraverso una matrice di aiuti economici, liberismo commerciale e regimi dei visti che non equivale a un ingresso nell'UE ma incoraggia efficacemente questi paesi ad allentare i legami con la Russia. Di fatto la spinta dell'Unione Europea ha già cominciato a erodere gli stretti legami della Russia con la Bielorussia e l'Armenia.

Mosca deve far fronte a una sfida immediata rappresentata dai risultati delle elezioni parlamentari in Moldova, dove l'ultimo partito comunista ancora al governo in Europa è stato spazzato via dai partiti di opposizione filo-europei. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno continuato a perseguire la tattica della pressione messa in atto con l'abortita “rivoluzione di Twitter” d'aprile in Moldova per forzare un cambiamento di regime che ponesse fine alla leadership del Presidente Vladimir Voronin, filorusso. L'Unione Europea ha fatto generose promesse di integrazione economica alla Moldova e a giugno Mosca ha fatto una controproposta offrendo un prestito di 500 milioni di dollari.

Ma, colpo di scena, la Cina questo mese si è gettata nella mischia firmando un accordo per il prestito di 1 miliardo di dollari alla Moldova al favorevolissimo tasso di interesse del 3% in 13 anni, condonando i primi cinque anni di interessi. Il denaro arriverà attraverso Covec, il colosso delle costruzioni cinese, sotto forma di progetti nei settori della modernizzazione energetica, dei sistemi idrici, degli impianti di trattamento, dell'agricoltura e delle industrie high-tech.

Curiosamente, la Cina si è detta pronta a “garantire finanziamenti per tutti i progetti considerati necessari e giustificati dai moldavi” in aggiunta a quel miliardo di dollari. In effetti Pechino ha segnalato la propria disponibilità a finanziare tutta l'economia moldava, che ha un prodotto interno lordo stimato in 8 miliardi di dollari e un misero bilancio di 1,5 miliardi. La mossa cinese equivale indubbiamente a un posizionamento geopolitico. Un interessante e ironico editoriale apparso di recente sul People's Daily osservava che “sotto l'amministrazione [Barack] Obama il significato e l'uso della 'cyber-diplomazia' è mutato in misura significativa... La dirigenza statunitense ha fomentato i tumulti in Iran attraverso siti internet come Twitter... [Il Segretario di Stato Hillary Clinton] ha detto che questa è l'essenza dello smart power, aggiungendo che questo cambiamento impone agli Stati Uniti di ampliare il loro concetto di diplomazia”.

La Moldova è un paese in cui la Cina è storicamente stata osservatrice più che protagonista. Questo è il primo grande salto di Pechino attraverso l'Asia Centrale verso gli sfilacciati bordi occidentali dell'Eurasia. Perché la Moldova sta diventando così importante? Pechino avrà calcolato l'immensa portata geopolitica dell'integrazione della Moldova nell'Occidente. Sarebbe poi stata solo una questione di tempo e la Moldova sarebbe entrata nell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), il Mar Nero sarebbe diventato un “lago della NATO” e l'alleanza si sarebbe attestata in una posizione inattaccabile per entrare nel Caucaso e marciare sull'Asia Centrale, ai confini con la Cina.
Ciò che potremmo non conoscere mai esattamente è il grado di coordinamento tra Mosca e Pechino. Recentemente entrambe le capitali hanno sottolineato un'intensificazione del coordinamento sino-russo in politica estera. La dichiarazione comune diffusa dopo la visita del Presidente cinese Hu Jintao in Russia, a giugno, esprimeva esplicitamente il supporto di Pechino a Mosca per la situazione nel Caucaso. Chiaramente, un alto grado di coordinamento si sta rendendo visibile in tutto lo spazio post-sovietico.

Estremisti islamici sulla Via della Seta
È dunque verosimile che Mosca abbia sensibilizzato Pechino sulla propria intenzione di stabilire una seconda base militare a Osh, Kirghizistan, che si trova nelle prossimità dello Xinjiang cinese ed è sulla rotta di transito per gli estremisti islamici dell'Asia Centrale con base in Afghanistan e Pakistan.
Precisi segnali indicano una rinnovata attività degli estremisti islamici in Asia Centrale e nel Caucaso Settentrionale. La Cina ne sta osservando attentamente gli effetti nello Xinjiang. Benché gli analisti occidentali facciano di tutto per caratterizzare la nuova spinta dell'estremismo islamico nell'Asia Centrale come un risultato delle operazioni militari pakistane lungo le zone di frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, che offrivano rifugio a gruppi militanti, questo resta ancora da vedere. Gli esperti cinesi hanno osservato che con l'alleviarsi delle tensioni tra la Cina e Taiwan, l'ambito di ingerenza degli Stati Uniti negli affari cinesi si è notevolmente ridotto e questo, a sua volta, ha spostato l'attenzione degli Stati Uniti sulle regioni occidentali della Cina, lo Xinjiang e il Tibet.

C'è molta ambiguità strategica su ciò che sta facendo precipitare l'ondata di estremismo islamico nell'ampia zona di terra che costituisce il “ventre molle” della Russia e della Cina. Entro 48 ore dallo scoppio delle violenze nello Xinjiang, in luglio, il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha telefonato alla sua controparte russa e Mosca ha diffuso una dichiarazione di forte supporto a Pechino.

Il 10 luglio è seguita una dichiarazione simile espressa dal segretario generale dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO), che approvava i provvedimenti presi da Pechino “in piena legalità” per riportare “la calma e ristabilire la normalità” nello Xinjiang dopo gli scontri tra gli uighuri e gli han. La dichiarazione della SCO riaffermava il proposito di “approfondire ulteriormente la cooperazione pratica nella lotta contro il terrorismo, il separatismo, l'estremismo e il crimine organizzato internazionale per il bene della [salvaguardia della] sicurezza e stabilità regionale”.

Inolte la Cina ha sottolineato che la sicurezza regionale dell'Asia Centrale e dell'Asia Meridionale è strettamente intrecciata. Commentando la dichiarazione della SCO, il People's Daily ha scritto che “dimostra che gli Stati membri della SCO hanno ben compreso che la situazione nello Xinjiang influisce pesantemente su quella di tutta la regione circostante... Alcuni paesi centro-asiatici come il Pakistan e l'Afghanistan sono anch'essi caduti in balia di queste forze malvagie... Le forze malvagie hanno superato il confine per disseminare la violenza e il terrorismo organizzando campi di addestramento. Si sono scoperti legami tra queste forze e la recente rivolta di Urumqi, capitale dello Xinjiang. La lotta contro queste forze del male porterà grande beneficio a tutti i paesi dell'Asia Centrale e Meridionale, giacché è stati provato che le 'tre forze del male' sono dannose non solo per lo Xinjiang ma anche per tutta la regione”.

Significativamente, in un altro editoriale il People's Daily ha lanciato un attacco rovente contro la strategia statunitense di alimentare i conflitti nello Xinjiang. “Per il popolo cinese non è una novità che gli Stati Uniti tacitamente o apertamente soffino sul fuoco del risentimento nei confronti della Cina... gli Stati Uniti abbracciano indiscriminatamente tutte quelle forze ostili alla Cina... Forse è pratica abituale degli Stati Uniti adottare due pesi e due misure confrontando i propri interessi con quelli altrui. O forse per far sì che la loro supremazia non venga minacciata o alterata dividono gli altri per indebolirli... Dalla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti non hanno mai moderato il loro proposito di attizzare le cosiddette 'questioni cinesi'... questa volta, nel tentativo di alimentare i conflitti tra han and uighuri offrendo rifugio e supporto alla forze separatiste, gli Stati Uniti si stanno preparando nuovamente a trarre vantaggio dalla mischia”.

Non può sorprendere, dunque, che la Cina abbia sostenuto l'iniziativa russa di convocare giovedì una quadrilaterale sulla sicurezza regionale a Dušanbe, Tagikistan, alla quale hanno preso parte i presidenti della Russia, del Pakistan, dell'Afghanistan e del Tagikistan. La mossa russa pone una sfida geopolitica agli Stati Uniti, che hanno monopolizzato la risoluzione del conflitto in Afghanistan, tenuto la Russia fuori dall'Hindu Kush, tentato di frammentare la convergenza sino-russa promossa dalla SCO sulla sicurezza regionale in Asia Centrale, intensificato gli sforzi politici e diplomatici per erodere i legami della Russia con gli Stati centro-asiatici ed esteso la loro presenza e influenza nel Pakistan, attirando stabilmente quel paese nella compagine del programma di partenariato della NATO.

Il ritmo della quadrilaterale sulla sicurezza regionale di Dušanbe è stato dato dal Presente tagiko Imomali Rakhmon quando mercoledì durante un incontro ha detto alla sua controparte pakistana Asif Ali Zardari che si aspettava di lavorare in stretta collaborazione con il Pakistan per impedire il sorgere dell'instabilità in Asia Centrale. “Abbiamo posizioni simili e vicine su queste problematiche e i nostri paesi avrebbero dovuto prendere provvedimenti coordinati contro questo fenomeno avverso”, ha detto Rakhmon.

Presumibilmente la Cina userà la sua influenza sul Pakistan per spingerlo dolcemente sulla strada della cooperazione regionale invece di ubbidire passivamente alle politiche regionali degli Stati Uniti. Le osservazioni iniziali di Zardari a Dušanbe, però, si sono tenute sul vago. Ha risposto a Rakhmon in modo blando: “Terremo testa insieme alle sfide di questo secolo”.

Nell'ordine del giorno del summit di Dušanbe Mosca aveva inserito una proposta di cooperazione regionale che comporta la vendita di elettricità della centrale idroelettrica tagika Sangtudinskaya (la Russia vi ha investito 500 milioni di dollari e detiene il 75% delle azioni) all'Afghanistan e al Pakistan. Ironicamente l'idea in origine era una trovata americana che doveva servire a rafforzare la strategia per una “Grande Asia Centrale” che aspirava a sottrarre la regione all'orbita di influenza della Russia e della Cina.

La Russia traccia una Maginot
Allo stesso tempo è chiaro che pur non essendo membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO), la Cina trarrà soddisfazione del fatto che Mosca stia rafforzando la presenza dell'alleanza in Asia Centrale come contrappeso alla NATO. Dopo i disordini nello Xinjiang, Pechino è interessata in prima persona all'idea della Russia di creare un centro anti-terrorismo nel Kirghizistan e di promuovere la forza di reazione rapida della CSTO in Asia Centrale.

Non c'è dubbio che l'esito del summit della CSTO, che si svolgerà nella città di villeggiatura di Cholpon-Ata in Kirgizstan nel fine settimana, sarà osservato attentamente da Pechino. Alla vigilia del summit, un collaboratore del presidente russo ha rivelato mercoledì a Mosca che era stato raggiunto un accordo di principio sull'apertura di una base russa a Osh sotto l'egida della CSTO. Una fonte del Cremlino ha inoltre dichiarato al giornale russo Gazeta che il summit avrebbe discusso la situazione in Afghanistan.

In questo contesto le esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, chiamate “Missione di Pace 2009” e svoltesi il 22-26 luglio, non possono essere considerate semplicemente come una ripetizione delle manovre del 2005 e del 2007. Certo, tutte e tre le esercitazioni si sono tenute nell'ambito della SCO, ma quella di quest'anno è stata in realtà un'impresa bilaterale russo-cinese con altri Stati membri nel ruolo di “osservatori”.

Il Generale Qian Lihua del Ministero della Difesa cinese ha affermato che le esercitazioni rivestivano un “profondo significato” in un momento in cui le forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo sono in “rampanti”. A detto che oltre a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionale, le esercitazioni simboleggiavano anche “la fiducia reciproca e strategica ad alto livello” tra la Cina e la Russia e diventavano “una potente mossa” per rafforzare la “cooperazione pragmatica” tra i due paesi nel settore della difesa.

Valutando la cooperazione a livello militare tra la Cina e la Russia, Qian ha detto:

Innanzitutto gli scambi ad alto livello sono divenuti frequenti. Per i due paesi è diventata una consuetudine organizzare uno scambio tra ministri della difesa o capi di stato maggiore almeno una volta l'anno. Frequenti scambi tra dipartimenti della difesa e visite militari di alto livello hanno efficacemente guidato lo sviluppo delle relazioni militari bilaterali tra la Cina e la Russia.

In secondo luogo, la consultazione strategica è diventata un meccanismo di routine. Dal 1997 gli organismi militari di Cina e Russia hanno creato un meccanismo per organizzare consultazioni annuali tra le dirigenze dei due paesi a livello di vice capi di stato maggiore. Finora si sono svolte 12 sessioni di consultazioni strategiche, e questo ha promosso la fiducia reciproca e la cooperazione amichevole.

In terzo luogo, gli scambi tra gruppi e squadre professionali sono diventati pragmatici. Gli organi militari di Cina e Russia hanno condotto scambi pragmatici e collaborazione in molti settori delle forze armate, come le comunicazioni, l'ingegneria e i rilevamenti.

Qian ha anticipato che con la Missione di Pace 2009 la “strategica fiducia reciproca e la cooperazione pragmatica tra i due eserciti entrerà in una nuova fase”.

La preoccupazione della Cina è palpabile di fronte al sorgere delle attività degli estremisti islamici in Asia Centrale. “I terroristi stanno tranquillamente cercando riparo in Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan... Hanno vissuto per molto tempo in Afghanistan”, per citare le recenti parole del Ministro degli Interni tagiko Abdurakhim Kakhkharov. La Valle Rasht nelle montagne del Pamir dove i terroristi si stanno raccogliendo si trova a breve distanza dal confine afghano (e cinese).

Ci sono notizie secondo cui il famoso comandante tagiko Mullo Abdullo sarebbe tornato dall'Afghanistan e il Pakistan con i suoi seguaci dopo quasi dieci anni e starebbe reclutando militanti nella Valle Rasht. Secondo diversi resoconti si starebbero collegando elementi militanti provenienti dal Caucaso Settentrionale russo, dall'Uzbekistan, dal Tagikistan, dal Kirghizistan e dallo Xinjiang.

Per citare il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev, “La situazione dell'Afghanistan sta avendo un impatto non solo sul Kirghizistan ma su tutta l'Asia Centrale. Qui è venuta della gente per mettere in atto attentati terroristici”. Bakiyev ha aggiunto con toni di fosco presagio: “Ci sono ancora forze là fuori delle quali non sappiamo nulla, che sono qui e che sono pronte ad abbandonarsi ad attività illegali. Hanno uno unico scopo: destabilizzare l'Asia Centrale”. Tuttavia la NATO si è detta impotente nel fermare il movimento dei taliban verso il confine tagiko.

Dunque la domanda da un milione di dollari è se gli attuali disordini siano solo un riflesso distante o equivalgano a una replica degli sforzi statunitensi per finanziare ed equipaggiare i combattenti mujaheddin e per promuovere l'Islam militante come strumento geopolitico nell'Asia Centrale sovietica negli anni Ottanta. Ecco perché le osservazioni di Biden che riecheggiano il reaganismo verranno prese molto seriamente a Mosca e a Pechino: che l'economia russa è un disastro, che la geografia russa pullula di debolezze raggelanti, e che gli Stati Uniti non dovrebbero sottovalutare le carte che hanno in mano. L'audace mossa della Cina in Moldova indica che potrebbe avere cominciato a vedere lo spazio post-sovietico come il proprio “estero vicino”.

Fine di Chimerica
Il fatto è che c'è un cospicuo risvolto economico in queste mosse. L'inviato degli Stati Uniti per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha ammesso senza mezzi termini durante un'audizione alla Commissione del Senato per le Relazioni con l'Estero, due settimane fa, che il successo della Cina nel garantirsi l'accesso alle riserve energetiche del Caspio e dell'Asia Centrale minacciava gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Aspetto interessante, la nuova ondata di disordini in Asia Centrale (compreso lo Xinjiang) – che i servizi russi avevano previsto fin dalla fine del 2008 – è scoppiata sulla rotta del gasdotto lungo 7000 chilometri dal Turkmenistan via Uzbekistan, Kirghizstan e Kazakhstan verso lo Xinjiang che dovrebbe essere commissionato entro la fine dell'anno. Di certo il gasdotto segna un punto di svolta storico nella geopolitica dell'intera regione.

Il professor Niall Ferguson, noto esperto di storia economica e finanziaria, ha paragonato “Chimerica” – la tesi secondo la quale la Cina e l'America si sarebbero efficacemente fuse per diventare una sola economia – a un “matrimonio in crisi”.

Ferguson prevede, nel contesto del “dialogo strategico” del Gruppo dei Due tra Stati Uniti e Cina che si è svolto a Washington questa settimana, che si potrebbe giungere a un punto di svolta quando invece di continuare con il “matrimonio infelice” la Cina dovesse decidere di “procedere da sola... di comprarsi il potere globale che le spetta”.

I fattori che influenzano questa mossa sono il rialzo dei tassi di risparmio negli Stati Uniti e la riduzione delle importazioni statunitensi dalla Cina; il fatto che i cinesi ormai diffidino dei bond USA, con lo spettro del crollo del prezzo dei Treasury bond o del potere d'acquisto del dollaro (o di entrambi): in un caso o nell'altro la Cina rischierebbe di perderci.

Secondo Ferguson la Cina potrebbe già aver cominciato ad agire. La sua campagna per comprare asset stranieri (come in Moldova), i suoi primi titubanti passi verso una società dei consumi, la crescente adesione all'idea di un paniere di valute che rimpiazzi il dollaro, tutto ciò indica un imminente “divorzio di Chimerica”. Ma cosa comporta per la politica mondiale? Dice Ferguson:

Immaginate una nuova Guerra Fredda nella quale però le due superpotenze siano economicamente alla pari, cosa che non è mai successa durante l'altra Guerra Fredda perché l'Unione Sovietica è sempre stata molto più povera degli Stati Uniti.

Oppure, se preferite andare più indietro nel passato, immaginate una replica dell'antagonismo anglo-tedesco del primo Novecento, con l'America nel ruolo della Gran Bretagna e la Cina nel ruolo della Germania imperiale. Quest'analogia è ancora migliore perché coglie il fatto che un alto livello di integrazione economica non impedisce necessariamente l'intensificazione della rivalità strategica e infine il conflitto.

Siamo molto lontani da uno scontro vero e proprio, naturalmente. Queste cose vanno lentamente. Ma le zolle tettoniche geopolitiche si stanno muovendo, e rapidamente. La fine di Chimerica sta facendo sì che l'India e gli Stati Uniti tendano ad allinearsi. Sta dando a Mosca l'opportunità di creare legami più stretti con Pechino.

Di certo una fondamentale differenza con l'eclissi solare di luglio sta nel fatto che mentre quest'ultima non verrà superata prima del mese di giugno del 2132, certezze di questo tipo non esistono nel mutevole mondo delle relazioni tra grandi potenze, soprattutto quella a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ma una cosa è certa. Come nel caso dell'eclissi solare osservata da tutti gli angoli possibili della Terra, lo spostamento delle zolle tettoniche geopolitiche e il conseguente riallineamento delle forze attorno all'Eurasia verranno osservati con estremo interesse da paesi dissimili come l'India e il Brasile, l'Iran e la Corea del Nord, Venezuela e Cuba, la Siria e il Sudan.

Originale: China dips its toe in the Black Sea

Articolo originale pubblicato il 31/7/2009

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martedì, luglio 28, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte

L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta

di Pepe Escobar


HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

Originale: Iran, China and the New Silk Road

Articolo originale pubblicato il 24/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, luglio 06, 2009

Momento della verità per Obama a Mosca

Momento della verità per Obama a Mosca

di M. K. Bhadrakumar

Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due paesi si apprestano a dialogare.

Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale. È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.

Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.

Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.

Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica, difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.

Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”. La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra “Caucaso - 2009”.

È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli analisti occidentali sulla questione se il “riavvio” delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.

Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov, l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto di un “riavvio” è già di per sé “estremamente fragile”.

“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”, ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione” completa.

Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza, prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”, secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento di Stato da più di otto anni.

Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio di lavoro”?

Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione più positiva.

In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.

Con un “preludio” insolitamente duro alla visita di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi” tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può rafforzare noi e indebolire la Russia”.

Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri interessi nazionali”.

Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche, la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti prima del summit.

È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5 dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense, in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione del 100%.

Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato, a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione” che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.

Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.

Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12 maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza [NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà un qualche tipo di “progresso” – probabilmente una sorta di “pagella” – nei negoziati che condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo finale potrebbe comunque venire ostacolato.

Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze USA-Russia sulla situazione iraniana.

L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.

Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché la Russia “presume” che i conflitti “verranno risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono per questo”.

In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come “complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.

Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”. La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata “per vie legali” (e questa è anche la posizione ufficiale di Teheran).

Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle 'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa sotto questo aspetto”.

Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico iraniano, più forte e solido che mai”.

Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran, le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan. Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan. Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati Uniti-Russia.

Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali. Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.

Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.

La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.

Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere, lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale, l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro “interazione su aspetti di interesse reciproco” in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo nella regione”.

In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia “AfPak” statunitense.

Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese, durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.

Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.

Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan. Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito” preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme pagate al governo kirghizo saranno triplicate.

Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante della lotta contro il terrorismo internazionale.

Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia, gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.

Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato: “Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa degli attacchi dei militanti contro i convogli.

La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.

I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan] porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una regione strategica dell'Asia Centrale”.

Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile e “aiutare concretamente” Washington a risolvere il problema afghano.

Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov agli inizi di giugno.

Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.

Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo... La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo. Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso. Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.

Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.

Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.

Originale da: A moment of truth for Obama in Moscow

Articolo originale pubblicato il 4/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, maggio 04, 2009

Il mito del Talibanistan

Il mito del Talibanistan

di Pepe Escobar

Apocalypse Now. Si salvi chi può. Arrivano i turbanti. È questo oggi lo stato del Pakistan, a dare ascolto all'isteria diffusa dall'amministrazione Barack Obama e dai media statunitensi, dal Segretario di Stato Hillary Clinton al New York Times. Perfino il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che il Talibanistan pakistano è una minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna.

Ma diversamente da San Pietroburgo nel 1917 o Teheran alla fine del 1978, Islamabad non cadrà domani stesso in mano a una rivoluzione in turbante.

Il Pakistan non è un'ingovernabile Somalia. I numeri dicono tutto. Almeno il 55% dei 170 milioni di abitanti del Pakistan è costituito da punjabi. Non ci sono indicazioni che stiano per abbracciare il
Talibanistan; sono essenzialmente sciiti, sufi o un misto di entrambi. Circa 50 milioni sono sindhi, fedeli seguaci della defunta Benazir Bhutto e di suo marito, l'attuale Presidente Asif Ali Zardari del centrista e laicissimo Partito del Popolo Pakistano. I fanatici del Talibanistan in queste due province – che raccolgono l'85% della popolazione pakistana, con una pesante concentrazione della classe media urbana – sono una minoranza infinitesimale.

I taliban che fanno base in Pakistan – suddivisi approssimativamente in tre grandi gruppi e costituiti da meno di 10.000 combattenti privi di un'aviazione, di drone Predator, di carri armati e di veicoli pesanti da combattimento – si concentrano nelle aree tribali pashtun, in alcuni distretti della Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP), e in alcune piccole zone del Punjab.

Credere che quest'armata Brancaleone possa sconfiggere i 550.000 soldati dell'esercito pakistano, ben equipaggiati e molto professionali, cioè il sesto esercito più grande del mondo già scontratosi in battaglia con il colosso indiano, è un'idea ridicola.

Inoltre non c'è alcuna indicazione che i taliban, in Afghanistan e in Pakistan, abbiano la capacità di colpire un bersaglio al di fuori di “Af-Pak”(Afghanistan e Pakistan). Quello è il mitico territorio privilegiato di al-Qaeda. Per quanto riguarda l'isteria nucleare secondo cui i taliban sarebbero capaci di violare i codici dell'arsenale nucleare pakistano (la maggioranza dei taliban, tra l'altro, è semianalfabeta), ricordiamo che perfino Obama, durante il discorso dei suoi primi cento giorni, ha sottolineato che l'arsenale nucleare è sicuro.

Naturalmente ci sono alcuni ufficiali pashtun, e anche sezioni significative dei potenti servizi segreti pakistani, che simpatizzano con i taliban. Ma l'istituzione militare è spalleggiata niente meno che dall'esercito americano – al quale è strettamente legata fin dagli anni Settanta. Zardari sarebbe uno sciocco a scatenare un'uccisione di massa di pashtun pakistani; anzi, i pashtun possono risultare molto utili ai piani di Islamabad.

Questa settimana il governo di Zardari ha dovuto inviare l'aviazione e le truppe di terra a occuparsi del problema di Buner, nel distretto di Malakand della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, che confina con la provincia di Kunar in Afghanistan ed è dunque relativamente vicina alle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Hanno a che fare con meno di 500 membri del Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP). Ma per l'esercito pakistano la possibilità che l'area si unisca al Talibanistan è un gran dono, perché questo fa salire alle stelle il controllo del Pakistan sull'Afghanistan meridionale pashtun, sempre secondo l'eterna dottrina della “profondità strategica” che prevale a Islamabad.

Portatemi la testa di Baitullah Mehsud
Dunque se Islamabad non è destinata a bruciare domani stesso, qual è il motivo di questa isteria? I motivi sono vari. Per cominciare, quello che Washington – con la nuova strategia “Af-Pak” di Obama – non riesce a digerire è una democrazia autentica e un vero governo civile a Islamabad; rappresenterebbero una minaccia per gli “interessi statunitensi” ben più dei taliban, con i quali l'amministrazione Bill Clinton andava d'amore e d'accordo alla fine degli anni Novanta.

Quello che potrebbe invece piacere a Washington è un altro colpo di stato militare – e delle fonti hanno raccontato ad Asia Times Online che dietro questa isteria c'è l'ex dittatore Generale Pervez Musharraf (Busharraf, come era derisoriamente chiamato).

È fondamentale ricordare che ogni colpo di stato militare in Pakistan è stato condotto dal capo di stato maggiore dell'esercito. Dunque l'uomo del momento – e dei prossimi momenti, giorni e mesi – è il discreto Generale Ashfaq Kiani, l'ex capo dell'esercito di Benazir. È in ottimi rapporti con il capo dell'esercito statunitense Ammiraglio Mike Mullen, e decisamente non va pazzo per i taliban.

Inoltre certi anfratti della burocrazia militare e della sicurezza pakistana sarebbero ben felici di ottenere altri dollari da Washington per combattere i neo-taliban pashtun che nel frattempo stanno armando perché combattano gli americani e la NATO. Sta funzionando. Washington è ora in preda a una smania contro-insurrezionale, con il Pentagono che non vede l'ora di insegnare queste tattiche a qualsiasi ufficiale pakistano in circolazione.

Quello a cui i media statunitensi non accennano mai sono i tremendi problemi sociali che il Pakistan deve gestire a causa del pasticcio nelle aree tribali. Islamabad ritiene che tra le Aree Tribali ad Amministrazione Federale (Federally Administered Tribal Areas, FATA) e la Provincia della Frontiera del Nord Ovest siano almeno un milione gli sfollati (oltretutto disperatamente bisognosi di cibo). La popolazione delle FATA è di circa 3,5 milioni di persone, soprattutto poveri contadini pashtun. E ovviamente la guerra nelle FATA si traduce in insicurezza e paranoia nella leggendaria capitale della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, Peshawar.

Il mito del Talibanistan, comunque, è solo un diversivo, una rotella nel grande lento ingranaggio regionale che a sua volta fa parte del nuovo grande gioco in Eurasia.

Durante una prima fase – chiamiamola branding del male – i think-tank e i media di Washington hanno martellato incessantemente sulla “minaccia di al-Qaeda” per il Pakistan e gli Stati Uniti. Le aree tribali sono state etichettate come la base dei terroristi, il luogo più pericoloso del mondo dove “i terroristi” e un esercito di attentatori suicidi venivano addestrati per poi essere riversati in Afghanistan a uccidere i “liberatori” di USA/NATO.

Nella seconda fase la nuova amministrazione Obama ha accelerato la guerra dei drone “inferno dall'alto” Predator sui contadini pashtun. Adesso arriva la fase in cui i soldati degli Stati Uniti e della NATO, che presto saranno più di 100.000, vengono dipinti come i veri liberatori della povera gente dell'Af-Pak (loro, e non i “cattivi” taliban) – un espediente essenziale nella nuova versione dei fatti che serve a legittimare il surge di Obama nell'Af-Pak.

Perché tutti i pezzi vadano al loro posto serve un super-spauracchio. Ed è il leader del Tehrik-e Taliban-e Pakistan Baitullah Mehsud, che curiosamente non è mai stato colpito neanche da un finto drone americano finché non ha ufficializzato, agli inizi di marzo, la propria lealtà al leader storico dei taliban Mullah Omar, “L'Ombra” in persona, che si dice viva indisturbato nei dintorni di Quetta, nel Belucistan pakistano.

Adesso c'è una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Baitullah. I Predator hanno diligentemente colpito le basi della famiglia Mehsud nel Waziristan meridionale. Ma – e la storia si fa sempre più strana – non una ma due volte i servizi segreti pakistani hanno inoltrato al loro cugino, la CIA, un particolareggiato dossier sul luogo in cui si trova Baitullah. Eppure i Predator non hanno colpito.

E forse non lo faranno mai, soprattutto adesso che un disorientato governo Zardari sta cominciando a pensare che il precedente super-spauracchio, un certo Osama bin Laden, non sia altro che un fantasma. I drone possono incenerire un matrimonio pashtun dopo l'altro. Ma gli spauracchi internazionali del mistero – Osama, Baitullah, il Mullah Omar – protagonisti d'eccezione delle nuove OCO (Overseas Contingency Operations, operazioni d'emergenza d'oltremare), già note come GWOT (“Global War on Terror”, guerra globale al terrore), naturalmente meritano un trattamento a cinque stelle.

Originale: The myth of Talibanistan

Articolo originale pubblicato il 30/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 07, 2009

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

di M. K. Bhadrakumar

I faccia a faccia tra i presidenti degli Stati Uniti e della Russia hanno alle spalle una storia di ottimismo carico di promesse che poi si rivela illusorio e fugace. L'incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, ne è stato un perfetto esempio. Il summit di Soči produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione strategica tra le due grandi potenze.

Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USA-Russia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo. Un'atmosfera di sfiducia, dovuta a tutti questi contrasti, scese sui legami USA-Russia.

Inoltre continuava a saltar fuori una questione fondamentale: quanto è centrale la Russia per gli interessi globali degli Stati Uniti? È dunque facile comprendere perché l'intensità retorica dell'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente russo Dmitrij Medvedev svoltasi in margine al summit del G20 di Londra, il 1° aprile, venga valutata con prudenza dalla maggior parte dei commentatori. È vero disgelo? Il “riavvio” delle relazioni USA-Russia è destinato a prendere velocità? Sono queste le domande all'ordine del giorno.

Una cosa è certa: le relazioni USA-Russia hanno toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda e potrebbero solo migliorare. Di certo, a giudicare dal disagio evidente nelle valutazioni dell'incontro di Londra da parte dei fautori della Guerra Fredda, potrebbe apparire un nuovo tono nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che il rapporto ha acquisito una “qualità nuova”.

Lavrov, eccellente diplomatico non portato per l'iperbole, ha detto che ai colloqui di Londra si è creato un “nuovo clima nelle relazioni”. “C'è interesse reciproco, e soprattutto disponibilità ad ascoltarsi a vicenda, cosa che mancava da molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.

Chiaramente, l'incontro è stato ben più di quello che Lavrov ha modestamente riassunto. Le due parti evidentemente hanno fatto un grande lavoro preparatorio per far sì che il colloquio fosse produttivo.

Prima del faccia a faccia Obama-Medvedev, oltre alle consultazioni di Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel.

Nel frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la Russia”, diffuso il 16 marzo. La commissione faceva tre fondamentali osservazioni: Uno, negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Russia avevano toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Due, un impegno americano volto a migliorare le relazioni USA-Russia non è né un premio da offrire in cambio della buona condotta di Mosca in campo internazionale né un sostegno alla politica interna del governo russo. Tre, è un riconoscimento dell'importanza della cooperazione russa nel raggiungimento di obiettivi americani essenziali: dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee.

Le principali raccomandazioni della Commissione comprendevano: primo, cercare la cooperazione della Russia con l'Iran; secondo, lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di non-proliferazione; terzo, rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca e compiere un autentico sforzo per sviluppare un approccio collaborativo alla minaccia comune rappresentata dai missili iraniani; quarto, accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare l'impegno a difendere la loro sovranità; e quinto, lanciare un serio dialogo sul controllo degli armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Il proposito della Commissione, nelle parole di Hart, è stato quello di “costruire nel nostro paese una base limitata che offrirà sostegno alla nuova amministrazione [Obama] nei suoi sforzi per migliorare le relazioni [USA-Russia]”. Prima di andare a Mosca, Hart e Hagel hanno incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jim Jones e altri rappresentanti dell'amministrazione Obama. È un fatto che, ricevendoli al Cremlino il 10 marzo, Medvedev ha sottolineato che i segnali provenienti da Washington erano incoraggianti. “Purtroppo le nostre relazioni sono deteriorate in misura significativa negli ultimi anni. Questo fatto ci rattrista”, ha detto Medvedev. “Crediamo di avere ogni opportunità per aprire una pagina nuova nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti. I segnali che riceviamo oggi dagli Stati Uniti – mi riferisco ai segnali che sto ricevendo dal Presidente Obama – mi sembrano assolutamente positivi”.

E di fatto le dichiarazioni (e le azioni) di Washington e Mosca nelle ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite dalla Commissione Hart-Hagel. La Commissione affermava:
Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili – e i nostri interessi nel gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera, concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa economica globale.
Con straordinario candore la Commissione proponeva: “Dobbiamo anche significativamente migliorare la nostra comprensione degli interessi russi come i russi li definiscono”. Con il senno di poi, la commissione praticamente delineava i punti all'ordine del giorno dell'incontro di Londra. Dunque, se i risultati concreti di Londra possono sembrare scarsi, ciò che conta è che è stato avviato uno sforzo sostenuto e coerente per creare una massa critica nelle relazioni USA-Russia, che potrebbe benissimo sostanziarsi nei prossimi due o tre mesi.

Chiaramente la decisione dell'incontro Obama-Medvedev di perseguire un nuovo accordo per la riduzione delle armi nucleari segnala già di per sé un drammatico ribaltamento dell'ostinata posizione dell'amministrazione George W. Bush. Per citare Obama, la decisione ha segnato l'“inizio di una nuova fase di progresso nelle relazioni USA-Russia” dopo anni di stallo. La prevista visita di Obama a Mosca entro i prossimi tre mesi – prima del summit del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.

Le due parti non si sono ancora accordate su un nuovo limite, ma è ovvio che l'accordo andrà oltre il Trattato per la Riduzione delle Offese Strategiche del 2002, che impegnava entrambe le parti a mantenere i rispettivi arsenali nucleari sotto il limite delle 2200 testate entro il 2012.

I fautori della Guerra Fredda potranno dire che i colloqui sulla riduzione delle armi costituiscono un'importante concessione da parte di Obama, giacché “eleva” lo status della Russia nella comunità internazionale a quello di pari degli Stati Uniti. Del resto Obama sa che senza una profonda cooperazione da parte della Russia tutti i suoi piani in materia di non-proliferazione non riuscirebbero a decollare. Per citare Obama, “Sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri passi per ridurre l'arsenale nucleare”.

È vero che i due presidenti hanno ammesso che permangono divergenze sulla dibattuta questione del dispiegamento di elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa. Ma presumibilmente si rendono anche conto che non è più una questione pressante, e che la cooperazione USA-Russia è fattibile. In ogni caso, Mosca sa che Obama non ha l'entusiasmo di Bush nel promuovere la cosa imponendo le condizioni americane, e inoltre l'opinione pubblica ceca è sempre più contraria al dispiegamento statunitense.

Anche le tensioni per l'allargamento della NATO si sono alleggerite, mentre trapela che l'ingresso dell'Ucraina o della Georgia nell'alleanza è semplicemente escluso per almeno 15-20 anni. Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008 nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia.

Invece ciò che ha dato uno slancio sostanziale all'incontro di Londra tra Obama e Medvedev aveva a che fare con la cooperazione USA-Russia in Afghanistan. La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi, Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le Nazioni Unite in un ruolo chiave”. (Corsivo dell'Autore)

È molto significativo che i russi abbiano deciso di calare l'asso offrendo agli americani alla vigilia dell'incontro di Londra il transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei rifornimenti militari degli Stati Uniti (e della NATO) diretti in Afghanistan. Essenzialmente i russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di transito come il problematico Pakistan.

Ciò che emerge è che Mosca ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan. E che non c'è niente di meglio, per stabilizzare le relazioni USA-Russia, che offrire piena cooperazione agli Stati Uniti nell'Hindu Kush. (A proposito, questo approccio è in linea con la prognosi della Commissione Hart-Hagel)

Bella pensata da parte di Mosca. Si basa sull'attenta analisi del fatto che non esiste alcun reale conflitto di interessi tra la Russia e gli Stati Uniti in Afghanistan finché la relazione USA-Russia si basa sulla sensibilità verso i reciproci interessi vitali.

Ciò risulta evidente se passiamo in rassegna i postulati fondamentali della nuova strategia afghana di Obama. Questa nuova strategia tanto reclamizzata – “più forte, più intelligente e completa” - si basa essenzialmente su nove principi.

Uno, c'è un collegamento fondamentale tra il futuro dell'Afghanistan e quello del Pakistan. Due, al-Qaeda rappresenta una minaccia per l'esistenza del Pakistan. Tre, la capacità del Pakistan di affrontare la minaccia di al-Qaeda è legata alla sua forza e alla sua sicurezza. Quattro, il Pakistan ha bisogno dell'aiuto degli Stati Uniti, ma dev'essere responsabilizzato. Cinque, le conquiste dei taliban in Afghanistan devono essere azzerate e bisogna promuovere un governo afghano più capace e responsabile. Sei, il “surge” dovrebbe avere componenti sia militari che civili, e queste dovrebbero essere integrate. Sette, la precondizione di una pace duratura è che deve esserci riconciliazione tra gli ex nemici. Otto, al-Qaeda può essere isolata e colpita seguendo lo schema del Risveglio Sunnita intrapreso con successo in Iraq. Nove, è necessaria la partecipazione internazionale, soprattutto quella della NATO.

Mosca non ha problemi con nessuno di questi parametri. Dunque il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati Uniti a stabilizzare l'Afghanistan. La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice, diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno dell'aiuto di chiunque.

Se la Russia riesce a capitalizzare sul conseguente favore degli Stati Uniti per creare un positivo clima di collaborazione nelle relazioni USA-Russia, questo avrà un impatto profondo sul sistema internazionale. Le potenze regionali osserveranno con molta attenzione, e forse hanno già cominciato a pensare come calibrare le loro mosse in Afghanistan. La posta è alta soprattutto per l'Iran e per il Pakistan.

Originale: US-Russia ties on a new trajectory

Articolo originale pubblicato il 4/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 20, 2009

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

di M. K. Bhadrakumar

Tutto indica che si stiano apportando gli ultimi ritocchi alla nuova strategia afghana dell'amministrazione Barack Obama. “Ci siamo quasi”, ha detto il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Mike Mullen. In base alle informazioni disponibili, l'obiettivo chiave è duplice: ottenere l'aiuto del Pakistan nella lotta contro il terrorismo e, in secondo luogo, ridimensionare le speranze americane in una vittoria militare.

Ma già emergono le contraddizioni. Di certo il ruolo del Pakistan diventa critico, e l'incertezza politica a Islamabad complica le cose. I vigorosi tentativi compiuti negli ultimi giorni dagli americani per persuadere gli ostinati protagonisti della vita politica pakistana a trovare un accordo vanno visti in questa prospettiva. Ma le turbolente affermazioni del leader dell'opposizione Nawaz Sharif, che reclama il posto che gli spetta ai vertici della politica nazionale, introducono un elemento del tutto nuovo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan. Basti dire che questi ultimi hanno davanti a sé un territorio inesplorato.

Dunque gli ultimi comunicati emanati da Washington sulla possibilità che l'amministrazione degli Stati Uniti decida di estendere le operazioni militari nelle aree tribali del Pakistan alla provincia del Belucistan infiammerà di certo l'opinione pubblica pakistana. Le notizie ipotizzavano anche che gli Stati Uniti potrebbero fare ricorso a operazioni di terra in aggiunta agli attacchi con i velivoli senza pilota Predator sulle aree tribali. È altamente improbabile che Sharif approvi questa intensificazione degli attacchi da parte degli Stati Uniti, cosa che gli permette di cavalcare l'onda del consenso popolare. Ma altrettanto contrariata dalla decisione americana è la fazione del governo civile pakistano guidata dal Primo Ministro Yousuf Raza Gilani, e questo anche ipotizzando che il Presidente Asif Ali Zardari possa scegliere di assistere in silenzio.

Senza dubbio il sistema della sicurezza pakistana non ha niente a che fare con una politica americana che si assume la prerogativa di violare l'integrità territoriale del Pakistan. È superfluo dire che l'opinione pubblica pakistana, compresa la classe compradora che fa parte della sua élite, si opporrà alla mossa statunitense. L'“anti-americanismo” pakistano sta già tracimando.

In sintesi, un allargamento della guerra afghana al territorio pakistano farà deragliare qualsiasi progetto di apertura di un dialogo politico da parte dell'amministrazione degli Stati Uniti. Di fatto, appare sempre più chiaro che l'amministrazione del Presidente Barack Obama è priva di una strategia chiara e lucida per questa guerra. E questa è anche la crescente percezione nella regione, anche se forse solo gli iraniani hanno articolato apertamente tale prospettiva a livello governativo.

Nel frattempo l'amministrazione Obama ha preso l'iniziativa di convocare una conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si terrà il 31 marzo all'Aia. È previsto che vi partecipi il Segretario di Stato Hillary Clinton, in attesa del summit dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) che si svolgerà il 3-4 aprile. In altre parole, si preparano le condizioni per il lancio formale della nuova strategia di guerra statunitense in Afghanistan.

Questa strategia, stilata dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, apparentemente espone 15 “obiettivi”: ci si propone, tra le altre cose, di eliminare i rifugi sicuri dei terroristi nelle aree tribali del Pakistan, rafforzare la capacità del governo di Kabul di contrastare la minaccia dei taliban per mezzo di un sostanzioso incremento del contingente afghano, assicurare una migliore governabilità a Kabul e far sì che l'Afghanistan rimanga stabile. È un paniere di “obiettivi” impegnativi da perseguire in un arco temporale di tre-cinque anni. Evidentemente gli Stati Uniti hanno ridimensionato il grandioso progetto di trasformare l'Afghanistan in una democrazia di stampo occidentale.

Il presupposto della nuova strategia è che l'esercito da solo non può vincere la guerra. Con una stupefacente ammissione pubblica, Obama ha osservato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra, mentre il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che il Presidente americano ha incontrato di recente, si è perfino spinto a dubitare che la guerra possa mai essere vinta. Si ha sempre più l'impressione che il massimo cui si possa aspirare sia contenere l'insurrezione. Dunque, come si è espresso un recente commento della BBC, lo scopo della componente militare nella nuova strategia sarà essenzialmente quello di prendere tempo mentre vengono prendono piede “tattiche contro-insurrezionali meno tangibili”.

La più importante di queste tattiche sarà la spinosa questione del dialogo con i taliban. Obama ha fatto un audace salto in avanti sottolineando la necessità di distinguere i taliban “moderati” e di dialogare con loro anziché etichettare tutta l'opposizione afghana come “fondamentalisti islamici”. È un ripensamento positivo.

L'islam politico è una cosa meravigliosamente sfaccettata. L'attuale spettro politico del Grande Medio Oriente, dal Levante alle steppe dell'Asia Centrale, si compone di islamisti di diverse sfumature che vanno dai Salafisti in Turchia ai Fratelli Musulmani e ai loro vari affiliati, al regime iraniano e alle frange violente ispirate da Osama bin Laden.

L'idea di aprire alla possibilità di un avvicinamento ai taliban non è nuova. In tutta la seconda metà degli anni Novanta fino all'ottobre del 2001 l'Arabia Saudita e il Pakistan ritenevano che con una politica del bastone e della carota gli Stati Uniti avrebbero potuto convincere i taliban a consegnare i capi di al-Qaeda, Bin Laden compreso.

Di fatto, negli Stati Uniti c'è un coro di opinioni secondo cui elementi dei taliban potrebbero essere sensibili alla riconciliazione. Anche gli europei, soprattutto i britannici, hanno per qualche tempo promosso questa linea. Anche Russia e China sono aperte all'idea. L'Iran tergiversa. Dunque Obama ha essenzialmente riecheggiato un'idea che già era nell'aria e per la quale potrebbe essere giunto il momento.

Ma i “taliban” sono un fenomeno molto complesso. Il loro islamismo è radicato nell'Islam tradizionale e nell'ideologia “anti-modernista” e corrisponde a una forma innovativa di sharia che unisce codici tribali pashtun, o pashtunwali, con estreme interpretazioni deobandi dell'Islam. Questa mescolanza comprende inoltre tracce di wahhabismo introdotte dai finanziatori sauditi dei taliban e il pan-islamismo dei movimenti contemporanei del “jihad”. L'ideologia dei taliban è radicalmente diversa dall'islamismo dei mujaheddin afghani, che traevano ispirazione dal sufismo mistico afghano e dai Fratelli Musulmani o Ikhwan.

Dunque, benché possa esserci una distinzione tra taliban “moderati” ed “estremisti”, la questione è se praticare quella distinzione serva a qualcosa. Insomma, come ha detto il Mullah Abdul Salam Zaeef, già ministro dei taliban e prigioniero a Guantanamo Bay, “Se gli americani pensano... di voler distinguere tra i taliban duri e quelli moderati non sarà accettabile per nessuno, perché è come dire a due fratelli che ne ami uno e vuoi giocare con lui mentre vuoi uccidere l'altro.”.

Inoltre i “taliban” comprendono, oltre a quelli più intransigenti, anche un assortimento composto da elementi delle tribù pashtun, delle sub-tribù e dei clan che possono essere o no alleati dei taliban, più la mafia locale, le bande criminali, semplici signori della guerra e perfino i mujaheddin di un tempo. E alcuni di loro, che non rientrano tra i neo-taliban, possono essere interlocutori molto importanti.

Per esempio il Partito Islamico dell'Afghanistan di Gulbuddin Hekmatyar. Il suo partito resta una forza politica molto importante. Per citare un commentatore di Mosca, la posizione di Hekmatyar differisce notevolmente da quella dei taliban: “Mentre [il leader dei taliban] Mullah Mohammad Omar insiste sul completo ritiro delle forze internazionali di peacekeeping dall'Afghanistan, Hekmatyar chiede che vengano sostituite da truppe di paesi musulmani. Questa idea è popolare in alcuni strati dell'opinione pubblica, e andrebbe presa in considerazione.”.

Ci sono poi altri aspetti.

- Uno, parlare con i taliban – anche se “moderati” – verrà percepito dall'opinione pubblica afghana come una ricerca di compromesso con i neo-taliban. Trasmette un segnale ambiguo in una guerra dove “conquistare i cuori” della popolazione è estremamente importante. Da un lato gli Stati Uniti inviano altre truppe, armano tribù locali e addestrano un esercito afghano a combattere contro i taliban, e dall'altro parlano di pace.

- Due, i taliban capiscono che non stanno perdendo la guerra, e questo equivale a vincerla. Perché dovrebbero negoziare? Che genere di offerta impossibile da rifiutare potrebbero ricevere?

- Tre, anche se teoricamente può essere possibile separare dagli altri i taliban “moderati”, non v'è certezza che siano dei collaboratori abbastanza forti da garantire la stabilizzazione dell'Afghanistan. Anzi, è altamente probabile che i taliban più intransigenti continuino a destabilizzare il paese.

- Quattro, gli intransigenti sono più che mai vicini ad al-Qaeda. Per citare le parole di Peter Bergen del think-tank statunitense New America: “La dirigenza dei taliban si è fusa ideologicamente e tatticamente con al-Qaeda”.

Non c'è dubbio che nella retorica dei taliban risuonino sempre più spesso riferimenti all'Iraq e alla Palestina. E poi una parte consistente della dirigenza dei taliban si trova in Pakistan. I negoziati diventano significativi solo se vi viene coinvolta la shura [il Concilio, N.d.T.] dei taliban. Ma l'elusiva shura probabilmente non si lascerà impressionare, considerato che gli Stati Uniti stanno negoziando da una posizione di debolezza o di stallo.

Così è nata l'idea che debba esserci una “smart policy”, una “strategia intelligente” in cui gli Stati Uniti innanzitutto intensificheranno i bombardamenti sulle aree tribali del Pakistan infliggendo molti danni ai taliban. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti Richard Holbrooke, che pilota questa strategia “intelligente”, ha incaricato Barnett Rubin, esperto di Afghanistan, di coordinare l'approccio con i taliban.

Sembra che il processo di dialogo con i taliban non sarà bello da vedere. In un recente articolo per Foreign Affairs Rubin ha scritto che in un “grande patto” gli Stati Uniti avrebbero posto fine all'azione militare quando e se i taliban gravemente colpiti ne avessero compreso la sensatezza acconsentendo a “proibire l'uso del territorio afghano (o pakistano) per il terrorismo internazionale”, e che il conseguente accordo avrebbe “costituito una sconfitta strategica per al-Qaeda”.

Un approccio pesante degli Stati Uniti, come quello delineato da Holbrooke, può solo fare il gioco dei taliban, poiché sicuramente infiammerà il nazionalismo dei pashtun. Se l'obiettivo è quello di assicurare una maggiore partecipazione dei pashtun ai governo, poteva essere conseguito agevolando un aperto dialogo intra-afghano a livello nazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso al collaudato metodo di raggiungere un'intesa nazionale, il che significa convocare una loya jirga, o grande concilio. Non c'è alcuna vera alternativa, visto che l'élite politica del paese manca disperatamente di unità e non vi sono nella società una forza consolidatrice o un partito nazionale.

Il governo di Kabul del Presidente Hamid Karzai annaspa, mandato alla deriva dall'amministrazione Obama, e né l'opposizione dei mujaheddin né i taliban sono in grado di rimpiazzarlo. Questa è una profonda crisi sistemica. Dialogare con i taliban moderati è necessario, ma è non più sufficiente come lo sarebbe stato nel 2002 o nel 2003.

Originale: US spills Afghan war into Pakistan

Articolo originale pubblicato il 20/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 18, 2009

La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar

I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?

di Pepe Escobar

Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.

Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.

Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.

Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.

La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.

Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.

Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.

Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.

Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.

Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.

Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.

Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.

"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.

Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.

Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.

Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.

Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.

E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).

Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.

Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).

Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.

Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.

E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.

Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?

Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.

Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.

E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.

E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.

A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.

Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.

Originale: Taliban set to burn the Reichstag?

Articolo originale pubblicato il 13/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Preciso, rapido, mortale: sono solo queste le competenze richieste a un soldato. Ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il Generale David Petraeus, è più di un soldato. Il mondo si sta abituando a considerarlo quasi uno statista. Certo, la seduzione della guerra fa ancora presa su di lui, ma ci si aspetta anche che sia consapevole delle realtà politiche delle due guerre che sta conducendo, in Iraq e in Afghanistan.

Ecco perché ha fatto un passo falso, lo scorso martedì, quando durante una visita in Pakistan ha detto che l'esercito americano si era assicurato degli accordi per far transitare i rifornimenti verso l'Afghanistan da nord, allentando la pesante dipendenza dalla rotta pakistana. “Sono stati raggiunti degli accordi, e adesso ci sono linee di transito e accordi di transito per rifornimenti e servizi che coinvolgono diversi paesi centro-asiatici e la Russia”, ha dichiarato Petraeus.

È stato inutilmente preciso, come un soldato. Forse doveva impressionare i generali pakistani facendo loro capire che non avrebbero potuto continuare ancora a lungo a tenere in ostaggio le forze statunitensi in Afghanistan. Oppure era semplicemente esasperato dall'ambiguità e la doppiezza dei generali del sud-ovest asiatico.

Un'impressionante valutazione dell'intelligence russa resa nota da Mosca rivela che quasi la metà dei rifornimenti statunitensi che passano attraverso il Pakistan viene rubata da un miscuglio di militanti talebani, venditori ambulanti e semplici ladri. L'esercito degli Stati Uniti viene rapinato alla luce del sole e non può farci molto. Quasi l'80% di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Il bazar di Peshawar ospita un florido commercio di articoli militari statunitensi rubati, come negli anni Ottanta durante il jihad afghano contro l'Unione Sovietica. Questo volume di affari registrerà un poderoso balzo in avanti con il raddoppio dei soldati americani in Afghanistan, che saliranno a 60.000. Le guerre sono essenzialmente delle tragedie, ma non mancano di lati comici.

Mosca smentisce
In ogni caso, un giorno dopo le affermazioni di Petraeus Mosca si è affrettata a correggerlo. Il vice ministro degli Esteri Aleksej Maslov ha dichiarato all'Itar-Tass: “Alla missione permanente della Russia alla NATO non è stato sottoposto alcun documento ufficiale che certifichi che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti e la NATO a trasportare merci militari attraverso il paese”.

Il giorno dopo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha aggiunto da Bruxelles: “Non sappiamo niente del presunto accordo della Russia sul transito dei rifornimenti militari degli americani o della NATO. Ci sono state indicazioni in tal senso, ma non sono state formalizzate”. E con un tocco di ironia Rogozin ha insistito che la Russia desiderava il successo dell'alleanza militare in Afghanistan.

“Posso responsabilmente dire che, nel caso di una sconfitta della NATO in Afghanistan, i fondamentalisti ispirati da questa vittoria punteranno a nord. Prima colpiranno il Tagikistan, poi cercheranno di entrare nell'Uzbekistan... Se le cose vanno male, nel giro di dieci anni i nostri ragazzi dovranno combattere estremisti islamici ben armati e ben organizzati da qualche parte del Kazakistan”, ha aggiunto il popolare politico moscovita passato alla carriera diplomatica.

Gli esperti russi hanno fatto sapere che Mosca guarda con inquietudine alle trattative degli Stati Uniti con i paesi centro-asiatici per la firma di accordi di transito bilaterali che escludano la Russia. Sono stati raggiunti accordi con la Georgia, l'Azerbaigian e il Kazakistan. Mosca capisce che gli Stati Uniti continuano a mirare a una nuova rotta di transito caspica che comporti il passaggio dei rifornimenti attraverso la Georgia verso l'Azerbaigian, da lì al porto kazako di Aktau e attraverso il territorio uzbeko all'Amu Darya fino all'Afghanistan settentrionale.

Gli esperti russi stimano che la rotta di transito caspica possa diventare una rotta energetica nella direzione opposta, e questo equivarrebbe a una sconfitta strategica per la Russia nella decennale lotta per le riserve di idrocarburi della regione.

La Russia preme per avere un ruolo a Kabul
Effettivamente l'Uzbekistan è il paese-chiave dell'Asia Centrale nel grande gioco per la rotta di transito settentrionale verso l'Afghanistan. Durante la visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Taškent, la scorsa settimana, l'Afghanistan è stato un argomento cruciale. Medvedev ha caratterizzato le relazioni russo-uzbeke come un'“alleanza e partenariato strategico” e ha detto che sulle questioni relative all'Afghanistan la cooperazione di Mosca con Taškent assume un'“importanza eccezionale”.
Ha anche detto che con il Presidente uzbeko Islam Karimov c'è accordo sul fatto che non possa esserci alcuna “soluzione unilaterale” al problema afghano e che “non è possibile risolvere nulla senza prendere in considerazione l'opinione collettiva di stati che hanno un interesse nella risoluzione della situazione”.

Ma soprattutto Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha obiezioni in merito all'idea del Presidente Barack Obama di collegare i problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, ma per una ragione del tutto diversa, in quanto “non è possibile esaminare la creazione e lo sviluppo di un sistema politico moderno in Afghanistan isolandolo dal contesto della normalizzazione delle relazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan nelle regioni di confine tra i due paesi, mettendo in moto gli adeguati meccanismi internazionali e via dicendo”.

Mosca tocca raramente la delicata questione della Linea Durand, cioè il controverso confine che separa l'Afghanistan e il Pakistan. Medvedev ha sottolineato che la Russia resta parte in causa, in quanto “è necessario far sì che questi problemi vengano risolti su base collettiva”.

In secondo luogo, Medvedev ha messo in chiaro che Mosca resisterà ai tentativi degli Stati Uniti di espandere la propria presenza politica e militare nelle regioni centro-asiatiche e del Caspio. Ha affermato infatti: “Questa è una regione-chiave, una regione in cui si svolgono diversi processi e nella quale la Russia ha un lavoro cruciale da svolgere per coordinare le nostre posizioni con i nostri colleghi e contribuire a trovare soluzioni comuni ai problemi più complessi”.

In parole povere, Mosca non consentirà che si ripeta la tattica degli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, quando vollero imporre una presenza militare in Asia Centrale come misura temporanea e poi procedettero freddamente a trasformarla in una base d'appoggio a lungo termine.

Karzai guarda a Mosca
È interessante che le affermazioni di Medvedev coincidano con la notizia secondo la quale Washington starebbe abbandonando il Presidente afghano Hamid Karzai e progettando di istallare un nuovo “dream team” a Kabul.

Medvedev aveva scritto a Karzai offrendogli assistenza militare. Karzai ha apparentemente accettato l'offerta russa, ignorando le obiezioni degli Stati Uniti secondo cui in base ad accordi segreti tra USA e Afghanistan Kabul doveva ottenere il consenso di Washington prima accordarsi con paesi terzi.

Una dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal Cremlino diceva che la Russia è “pronta a fornire ampia assistenza a un paese indipendente e democratico [l'Afghanistan] che conviva con i suoi vicini in un'atmosfera pacifica. La cooperazione nel settore della difesa... contribuirà efficacemente a instaurare la pace nella regione”. Per Kabul ha senso stringere accordi militari con la Russia, dato che le forze armate afghane usano sistemi d'arma sovietici. Ma Washington non vuole una “presenza” russa a Kabul.

Ovviamente Mosca e Kabul hanno sfidato il segreto potere di veto degli Stati Uniti sulle relazioni esterne dell'Afghanistan. Lo scorso venerdì a Mosca si sono incontrati diplomatici russi e afghani, i quali si sono “impegnati a continuare a sviluppare la cooperazione russo-afghana in ambito politico, commerciale ed economico, nonché nella sfera umanitaria”. Significativamente, hanno anche “rilevato l'importanza della Shanghai Cooperation Organization [SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, anche nota come Gruppo di Shanghai, N.d.T.]”, che è dominata dalla Russia e dalla Cina.

La SCO vuole un ruolo nella risoluzione del problema afghano
Washington non può censurare apertamente Karzai impedendogli di avvicinarsi alla Russia (e alla Cina), giacché l'Afghanistan è teoricamente un paese sovrano. Nel frattempo, Mosca sta assumendo un ruolo nelle aspirazioni di Kabul all'indipendenza. Mosca ha intensificato i propri sforzi per ospitare una conferenza internazionale sull'Afghanistan sotto l'egida della SCO. Gli Stati Uniti non vogliono che Karzai legittimi un ruolo della SCO nel problema afghano. Ed è qui che sorge l'attrito.

Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un incontro tra i vice ministri degli Esteri dei paesi membri della SCO (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Il ministero degli Esteri russo ha in seguito annunciato una conferenza prevista per la fine di marzo. L'iniziativa russa ha ricevuto grande impulso grazie alla decisione di Iran e India di partecipare alla conferenza.

Nuova Delhi ha accolto con favore l'opportunità di svolgere un ruolo più importante come membro osservatore della SCO e intende “partecipare maggiormente” alle attività dell'organizzazione. In particolare, Nuova Delhi ha “espresso interesse a prendere parte alle attività” del gruppo di contatto della SCO sull'Afghanistan.

La grande domanda ora è: Karzai coglierà queste tendenze regionali e risponderà all'apertura della SCO, liberando Kabul dalla morsa di Washington? Di certo Washington è in corsa contro il tempo per produrre un “cambiamento di regime” a Kabul.

Il fatto è che un numero sempre maggiore di paesi della regione trovano difficile accettare il monopolio statunitense sulla risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington faticherà a dissociarsi dalla conferenza della SCO prevista a marzo e avrebbe idealmente voluto che anche Karzai se ne fosse tenuto lontano, pur trattandosi di una iniziativa regionale a pieno titolo che coinvolge tutti i vicini dell'Afghanistan.

Sicuramente la SCO metterà l'Afghanistan all'ordine del giorno del vertice annuale che si terrà ad agosto a Ekaterinburg, in Russia. Pare che in questa fase Washington non sia in grado di distogliere la SCO dal suo proposito, a meno di coinvolgere le potenze regionali nella ricerca di una soluzione del problema afghano e consentire loro di parteciparvi appieno com'è loro legittimo interesse.

L'attuale linea di pensiero statunitense, d'altro canto, è orientata a stringere “grandi accordi” bilaterali trattando separatamente con le potenze regionali e impedendo loro di coordinarsi collettivamente sulla base di preoccupazioni e interessi condivisi. Ma le potenze regionali vedono il piano degli Stati Uniti per quello che è: un'astuta mossa del solito divide et impera..

Mosca respinge l'impegno selettivo
Senza dubbio queste manovre diplomatiche rivelano anche il deficit di fiducia nelle relazioni russo-americane. Mosca esprime ottimismo sulla capacità d Obama di affrontare in modo costruttivo i problemi accumulatisi nei rapporti USA-Russia. Ma non si è parlato di Russia né nel discorso di insediamento di Obama né nel documento sulla politica estera che espone il suo programma.

Lo scorso martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha così sintetizzato le aspettative minime di Mosca: “Spero che gli elementi controversi delle nostre relazioni, come la difesa anti-missile, l'opportunità dell'allargamento della NATO... verranno risolti sulla base del pragmatismo, senza la presa di posizione ideologica che ha caratterizzato l'amministrazione uscente... Ci siamo accorti che... Obama era disposto a prendersi una pausa sulla questione della difesa anti-missile... e a valutare la sua efficacia e la sua efficienza in termini di costi”.

Ma la Russia non è tra le priorità della nuova amministrazione statunitense. Inoltre, come osservava la scorsa settimana l'influente quotidiano Nezavisimaja Gazeta, “Un consistente numero di congressisti [statunitensi] di entrambi i partiti ritengono che la Russia abbia bisogno di una lavata di capo”. L'attuale priorità della Russia sarà di organizzare presto un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton, e prima di questo incontro tutte le questioni – compresa quella spinosa della rotta di transito verso l'Afghanistan – resteranno in sospeso.

Pertanto, nella conferenza stampa di Taškent Medvedev ha acconsentito in linea di principio a concedere agli Stati Uniti il permesso di usare una rotta di transito verso l'Afghanistan che passi per il territorio russo, ma al contempo ha precisato che “Questa dev'essere una cooperazione a tutti gli effetti e su base paritaria”. Ha ricordato a Obama che la strategia del “surge” – l'aumento del livello di truppe in Afghanistan – potrebbe non sortire gli effetti auspicati. “Speriamo che la nuova amministrazione abbia maggiore successo di quella che l'ha preceduta nelle questioni relative all'Afghanistan”, ha detto Medvedev.

Evidentemente Petraeus ha trascurato il fatto che l'inutile ostinazione con cui gli Stati Uniti mantengono il controllo geopolitico dell'Hindu Kush, proprio nel cuore dell'Asia, è diventata una questione controversa. Indipendentemente dai bei discorsi, l'amministrazione Obama troverà difficile sostenere il mito che la guerra afghana serva esclusivamente a sconfiggere una volta per tutte al-Qaeda e i taliban.

Originale: Russia stops US on road to Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 27/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, dicembre 12, 2008

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio
di M. K. Bhadrakumar

La visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Nuova Delhi la scorsa settimana si è rivelata per il Governo indiano una buona occasione per ristabilire l'importanza strategica del tradizionale partenariato India-Russia. Senza dubbio la visita si è svolta in un momento cruciale della storia e della politica contemporanee, sullo sfondo di enormi trasformazioni nel sistema internazionale.

Medvedev è giunto in India immediatamente dopo gli orrendi attentati di Mumbai. La situazione della sicurezza regionale – e in particolare dell'Afghanistan – ha naturalmente assunto un ruolo di primo piano nei colloqui.

La Dichiarazione Congiunta firmata dal Primo Ministro Manmohan Singh e Medvedev dopo estesi colloqui a Nuova Delhi dimostra che le due parti si sono seriamente impegnate a comprendere i reciproci interessi vitali e a trovare il modo di conciliarli. Hanno anche consapevolmente tentato di ampliare il terreno comune nel sistema internazionale. Dopo un lasso di tempo considerevole, la relazione russo-indiana sembra ora ripartire.

Si sono presi in considerazione i contenziosi che hanno turbato i rapporti tra i due paesi negli ultimi anni. Il maggiore è la questione dell'aumento dei costi per la portaerei russa Admiral Gorškov, che l'India si è impegnata ad acquistare. Alla vigilia della visita di Medvedev il gabinetto indiano ha preso la decisione di approvare il pagamento degli ulteriori 2,2 miliardi di dollari chiesti dalla Russia. Il governo ha anche approvato l'acquisizione dalla Russia di 80 elicotteri multiruolo Mi-17 del valore di 1,3 miliardi di dollari.

Mani tese in un mondo in transizione
Medvedev aveva anche il compito di discutere l'affitto alla marina indiana di un sottomarino nucleare. La cooperazione militare India-Russia torna a pieno regime con tutta una serie di progetti in cantiere. La Russia ha consolidato la propria posizione di primo fornitore di armi per l'India. Ma la ciliegina sulla torta è stata la proposta di collaborazione nei settori spaziale e nucleare. In base agli accordi firmati, la Russia costruirà in India quattro nuovi impianti nucleari e assisterà un volo spaziale con equipaggio indiano. La Russia ha offerto un nuovo impianto nucleare AES-2006, che incorpora un reattore WER-1200 di terza generazione da 1170MW. La Russia ha anche concordato di fornire uranio per un valore di 700 milioni di dollari per soddisfare i bisogni dell'India.

Manmohan ha descritto questi accordi come una “nuova pietra miliare nella storia della cooperazione con la Russia”. Ha aggiunto: “È una relazione che ha superato la prova del tempo”. Ha riconosciuto che il dialogo dell'India con la Russia si è “intensificato in misura considerevole”. Significativamente, ha affermato che gli attacchi terroristici di Mumbai “costituiscono una minaccia per le società pluraliste” [leggasi Russia] e che “c'è molto che la Russia e l'India possono fare per promuovere la pace globale”.

Chiaramente i due paesi hanno riscoperto il vecchio slancio della loro amicizia. Si tendono la mano ancora una volta in un mondo che appare in transizione. Oltre la mutevolezza della situazione internazionale, sia l'India che la Russia sentono l'imminenza di un cambiamento nelle politiche globali degli Stati Uniti, ma nessuna delle due scommetterebbe sulla direzione e le proporzioni di quel cambiamento. Entrambe sono acutamente consapevoli dell'inesorabile declino dell'influenza degli Stati Uniti nella politica mondiale e dell'urgente necessità di adeguarsi alle realtà emergenti del multipolarismo.

Nello stesso tempo, gli Stati uniti rimangono l'interlocutore unico più importante sia per l'India che per la Russia nel vicino futuro. Nessuna delle due vorrebbe che il partenariato russo-indiano fosse diretto contro gli Stati Uniti. Proprio mentre Medvedev giungeva a Delhi, un alto funzionario indiano prendeva contatti con i consiglieri del presidente eletto Barack Obama per informarli delle prospettive e delle politiche di Delhi. Anche lo stato d'animo di Mosca è di attesa nei confronti della presidenza Obama, benché mitigato da un cauto ottimismo.

Il bilanciamento dei rispettivi interessi russo-indiani che emerge nella Dichiarazione Congiunta mette in luce questi delicati impulsi che interessano vari settori. La dichiarazione è priva di retorica anti-americana in quanto tale ma è ovvio che i due paesi stanno riorganizzando il loro partenariato in armonia con un “secolo post-americano”. L'India si è identificata con la posizione russa sulla necessità di riformare i sistemi economico e finanziario internazionali per adattarli a “nuove realtà” e promuovere un “ordine economico mondiale più giusto basato sui principi del multipolarismo, dello stato di diritto, dell'uguaglianza, del reciproco rispetto e della responsabilità comune”.

La Russia promuove i rapporti sino-indiani
L'India si trova anche a sottolineare l'“interazione crescente e più concentrata” della trilaterale Russia, Cina e India, nonostante lo scarso entusiasmo mostrato nel passato recente per un processo che Washington non approva considerandolo un'iniziativa superflua da parte dell'India.

È significativo che la Dichiarazione Congiunta affermi che la trilaterale “acquista importanza nel quadro dei meccanismi di dialogo multilaterale, contribuisce in maniera sostanziale al rafforzamento dell'emergente multipolarismo e promuove la leadership collettiva di grandi potenze mondiali”. Questa formula accuratamente studiata è indicativa dell'intenzione di iniettare nuovo dinamismo nell'intesa. Presumibilmente Mosca ha convinto Delhi a riaffermare la portata della trilaterale nella mutevole situazione internazionale. La Russia ha visto con crescente sconforto la propria incapacità di promuovere l'intesa sino-indiana.

La Russia deve anche avere sollecitato l'India a svolgere un ruolo più attivo e “a contribuire e partecipare in modo più costruttivo” alla Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Da parte sua, l'India ha abbandonato un'ambivalenza attentamente coltivata per esprimere apertamente il proprio incondizionato appoggio alla posizione russa sulla situazione nella regione caucasica. È una notevole vittoria per il Cremlino essere infine riuscito a tirare l'India dalla propria parte, trattandosi di una questione sensibile che ha un ruolo di primo piano nella politica estera russa ed sarà di fatto un motivo conduttore delle relazioni della Russia con gli Stati Uniti nei prossimi tempi. La dichiarazione comune sottolinea che “L'India appoggia l'importante ruolo svolto dalla Federazione Russa nella promozione della pace e della cooperazione nella regione caucasica”.

L'espressione chiave qui è “caucasica”: tutto ciò che riguarda la regione del Caucaso. Il sostegno dell'India è senza limiti ed esplicito.

Inoltre l'India ha espresso il proprio sostegno al desiderio della Russia di entrare nei meccanismi dell'incontro Asia-Europa e del vertice dell'Asia Orientale, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno alla richiesta dell'India di diventare membro permanente in un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allargato.

Dalla prospettiva indiana, indubbiamente, ha un valore inestimabile il fatto che Mosca abbia espresso “appoggio e solidarietà” totali a New Delhi per gli attacchi terroristici di Mumbai. Il gesto russo supera di gran lunga le parole di solidarietà offerte da Washington. Naturalmente Mosca non deve affrontare il dilemma di Washington, che comporta la necessità di tenersi in equilibrio tra Nuova Delhi e Islamabad. In parole semplici, ciò che gli attacchi di Mumbai hanno messo in luce è che per quanto il terrorismo sia una preoccupazione condivisa da Stati Uniti e India, le loro priorità in questo frangente differiscono ampiamente.

L'India si aspetterebbe che Washington punisse severamente Islamabad costringendola a prendere seriamente le ipotesi indiane secondo cui l'attacco terroristico di Mumbai sarebbe stato perpetrato da elementi con base in Pakistan e forse legati ai servizi di sicurezza del paese. Evidentemente Washington non è nella condizione di soddisfare le aspettative indiane. La sua priorità numero uno è la guerra in Afghanistan e la stabile cooperazione del Pakistan in tale guerra. Washington non può permettersi un Pakistan “distratto”, e il suo principale obiettivo politico e diplomatico è dunque quello di far sì che il Pakistan continui a “concentrarsi” sulla guerra nelle aree tribali alla frontiera con l'Afghanistan.

Nuova Delhi percepisce che con il passare del tempo finirà per trovare frustrante questo paradigma. Non che sia nuovo, come paradigma. Ma le alternative di Delhi sono limitate, benché il governo sia sottoposto a enormi pressioni per far sì che non solo agisca ma lo faccia in modo visibile e attivo. Il delicato equilibrio strategico tra l'India e il Pakistan prefigura perfino l'opzione di una guerra “limitata” per le due potenze nucleari. La sola alternativa praticabile per l'India è quella di rivalutare le proprie opzioni diplomatiche. Ma per questo Nuova Delhi deve elaborare nuove idee.

Ed è qui che entra in gioco la collaborazione con Mosca. La comunità strategica di Nuova Dehli si rende conto con grande sconforto che tutto l'insieme di presupposti su cui si fondava il partenariato strategico Stati Uniti-India nel periodo post-Guerra Fredda attualmente non è di alcun uso all'India nella sua formidabile impresa di mettere sotto pressione il Pakistan. La supposizione che gli Stati Uniti si sarebbero occupati del “problema pakistano” dell'India permettendo a quest'ultima di concentrarsi sull'appuntamento con il proprio destino di superpotenza o di “garante dell'equilibrio” nel sistema internazionale si sta rivelando un grottesco errore di giudizio da parte dei guru strategici indiani. E lo stesso vale per le loro supposizioni in materia di “sicurezza assoluta”.

La dichiarazione congiunta russo-indiana suggerisce che Nuova Delhi si sta rapidamente adattando alla necessità di diversificare i muscoli della cooperazione e rivitalizzare i partenariati con diversi paesi sulla base di preoccupazioni condivise e interessi comuni invece di perseguire una politica estera il cui principale obiettivo è stato quello di armonizzare le politiche regionali indiane con quelle degli Stati Uniti. Ciò è evidente soprattutto nel rivelatore paragrafo della Dichiarazione Congiunta dedicato all'Afghanistan.

Riallineamento sull'Afghanistan
Ironicamente Nuova Delhi sembra aver deciso che se è la guerra afghana a mettere a disagio Washington quando si tratta di sostenere apertamente l'India a proposito degli attacchi di Mumbai, è proprio sull'Afghanistan che la politica regionale indiana dovrà ricominciare sganciandosi per la prima volta dopo tanto tempo dalle aspettative e dai parametri statunitensi.

Il colpo di scena della Dichiarazione Congiunta arriva in maniera quasi innocua. Condividendo la preoccupazione per l'“aggravamento della situazione in materia di sicurezza” in Afghanistan, l'India e la Russia chiedono “un impegno internazionale globale e compatto” nella gestione delle minacce che vengono da quel paese. La critica implicita della guerra guidata dagli Stati Uniti è ovvia, come lo è il rifiuto della politica degli Stati Uniti tesa a mantenere la strategia della guerra come propria prerogativa esclusiva. La Dichiarazione Congiunta afferma poi: “Entrambe le parti accolgono favorevolmente l'iniziativa russa di organizzare una conferenza internazionale nel quadro della Shanghai Cooperation Organization, coinvolgendo i suoi Membri e Osservatori”.

Nuova Delhi ha deciso di appoggiare apertamente un'iniziativa regionale della SCO sull'Afghanistan che Washington avrebbe tanto voluto soffocare nella culla. La posizione indiana è significativa per varie ragioni. L'India ha deciso che non è necessario segnare il passo in attesa che l'amministrazione Obama metta a punto la propria strategia afghana. Sta stabilendo i propri interessi e i propri rischi indipendentemente dalla strategia degli Stati Uniti. In secondo luogo, l'India si sta identificando con la Russia, la Cina e l'Iran, e questo ha un significato immenso nella politica regionale. In terzo luogo, l'India si sta schierando con un'iniziativa regionale sull'Afghanistan guidata dalla Russia in un momento in cui vari influenti opinionisti americani hanno ipotizzato un “approccio regionale” a una soluzione afghana sotto la guida degli Stati Uniti.

È certo che l'India sta implicitamente riconoscendo l'importanza della SCO per la sicurezza sud-asiatica. L'Afghanistan è membro del SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation, Associazione Sud-Asiatica per la Cooperazione Regionale) e potrebbe fare da ponte tra l'Asia Meridionale e l'Asia Centrale. Essenzialmente, dunque, l'India sta disdegnando la tanto pubblicizzata strategia degli Stati Uniti per una “Grande Asia Centrale” che mira a sminuire il suolo della SCO nell'Asia Centrale e appunta le proprie speranza sull'India come contrappeso all'influenza regionale della Russia e della Cina.

È evidente che l'India si sta dissociando dalla politica concepita dagli Stati Uniti per tenere fuori dall'Afghanistan la SCO. Mosca ha cercato invano di creare un punto d'appoggio per la SCO come organo regionale mentre Washington persuadeva il Presidente afghano Karzai a non dar peso al Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan. Ma soprattutto resta il fatto che l'iniziativa russa per una conferenza della SCO è intesa come una sfida al monopolio arrogatosi da Washington nel decidere i contorni di qualsiasi soluzione afghana.

Questo offre a Karzai maggiori possibilità di ampliare l'“autonomia strategica” nei confronti di Washington, autonomia che è stato incline a esercitare, benché timidamente, negli ultimi tempi. Karzai ha tutte le ragioni per collaborare con un'iniziativa regionale che coinvolga le maggiori potenze che circondano l'Afghanistan come la Russia, la Cina, l'India e l'Iran. Agli Stati Uniti e al Pakistan l'onere di spiegare perché intendano dissociarsi.

Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero preferito incoraggiare l'iniziativa turca di mediazione dei colloqui afghano-pakistani. Ad Ankara si è appena concluso l'ultimo incontro a tre tra Turchia, Pakistan e Afghanistan. Washington è stata ben lieta che la Turchia le desse una mano a mantenere il processo di pace afghano in un ambito ristretto, escludendo paesi “esterni” come la Russia o l'Iran. Dal punto di vista turco-statunitense l'iniziativa della SCO è un'intrusione indesiderata.

La posizione della SCO sull'Afghanistan
Un aspetto estremamente significativo della Dichiarazione Congiunta russo-indiana è il suo silenzio assordante sui colloqui con i taliban promossi dagli Stati Uniti. La posizione russa e indiana è che non esistono capi taliban moderati, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un approccio in base al quale finché la leadership talebana si disimpegna e disconosce al-Qaeda, non dovrebbero esserci problemi ad assimilarla in un governo di coalizione a Kabul. Di fatto, a breve si svolgerà la seconda sessione di colloqui con i taliban con la mediazione saudita.

Nel contesto degli attacchi di Mumbai, l'atteggiamento indiano nei confronti dei taliban può solo irrigidirsi, entrando in conflitto con la strategia attuale degli Stati Uniti. Per così dire, la convergenza russo-iraniano-indiana nel potenziare la resistenza anti-taliban alla fine degli anni Novanta sta cercando di ricrearsi, anche se sotto una forma completamente nuova. È interessante notare che anche le autorità iraniane hanno svolto recenti consultazioni a Nuova Delhi sull'Afghanistan.

Senza alcun dubbio l'India ha riflettuto sulla posizione collettiva della SCO sul problema afghano prima di concedere il proprio sostegno all'iniziativa dell'organismo regionale di convocare una conferenza internazionale. Il discorso per conto della SCO tenuto dall'ambasciatore russo Vitalij Čurkin il 10 novembre alla sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato per Nuova Delhi un banco di prova. Evidentemente Delhi si trova in armonia con i principali elementi del discorso di Čurkin, che sono:

  • È necessaria un'“azione concertata” della comunità internazionale per arrestare il “costante aggravarsi della situazione politica e militare” in Afghanistan.
  • La politica di isolare i capi taliban estremisti non va ammorbidita, e la riconciliazione dovrebbe limitarsi a includere “i membri dei taliban che non si sono macchiati di crimini militari”.
  • Bisognerebbe instaurare un sistema di “cinture di sicurezza anti-droga e finanziarie” attorno all'Afghanistan con il coordinamento delle Nazioni Unite e il coinvolgimento dei paesi vicini.
  • La NATO deve cessare operazioni che comportino “un indiscriminato o eccessivo uso della forza, compresi i bombardamenti” che causano pesanti perdite civili. Il livello di danno collaterale nelle operazioni militari ostacola la stabilizzazione a lungo termine dell'Afghanistan.
  • Una durevole soluzione afghana è “impossibile senza un approccio integrato da parte della comunità internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, e al contempo senza delegare a Kabul una maggiore autonomia nella risoluzione dei problemi inter-afghani”.
  • “La situazione in Afghanistan non può essere risolta con metodi esclusivamente militari”. Dunque la sicurezza dev'essere sostenuta da “provvedimenti concreti” per la ripresa socio-economica.
  • “È essenziale assicurare un atteggiamento rispettoso nei confronti di valori nazionali e religiosi, di tradizioni e usi secolari del popolo multi-etnico e multi-religioso dell'Afghanistan e su questa base conseguire la riconciliazione delle forze antagoniste dell'Afghanistan”.

In sintesi, gli attacchi di Mumbai possono rivelarsi un punto di svolta nelle politiche regionali indiane. Nelle strategie regionali di Nuova Delhi le relazioni con la Russia, la Cina e l'Iran assumono un nuovo livello di importanza. L'avvicinamento all'orbita della SCO è indice di una nuova concezione. Non troppo tempo fa, l'India vedeva la SCO essenzialmente come un “club dell'energia”. Infatti agli incontri della SCO l'India era abitualmente rappresentata dal suo ministro del petrolio. Nuova Delhi ne ha fatta di strada, per giungere a comprendere il ruolo fondamentale di un'iniziativa sull'Afghanistan guidata dalla SCO. Di certo Medvedev dev'essere tornato a Mosca con la quieta soddisfazione di avere incontrato un amico perduto da molto tempo.

Originale: India, Russia regain elan of friendship

Articolo originale pubblicato il 9 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, dicembre 10, 2008

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale

L'“Arco di Crisi” e la destabilizzazione del Medio Oriente e dell'Asia Centrale
Gli attacchi di Mumbai e la “Strategia della tensione”

di Andrew G. Marshall

Introduzione

I recenti attacchi di Mumbai, se ampiamente attribuiti a gruppi militanti sponsorizzati dal Pakistan, rappresentano l'ultima fase di una “strategia della tensione” ben più complessa e a lungo termine impiegata nella regione dall'Asse anglo-americano-israeliano per dividere e conquistare definitivamente il Medio Oriente e l'Asia Centrale. L'obiettivo è quello di destabilizzare l'area, sovvertire e sottomettere i paesi della regione e controllare le loro economie, il tutto per conservare l’egemonia dell’Occidente sull’“Arco di crisi”.

Gli attacchi in India non sono un caso isolato slegato dalle crescenti tensioni della regione. Fanno parte di un processo di propagazione del caos che minaccia di sommergere l'intera regione, dal Corno d'Africa all'India: l'“Arco di crisi”, com'era noto in passato.

I moventi e il modus operandi degli attentatori vanno esaminati e indagati, e prima di incolpare frettolosamente il Pakistan è necessario fare un passo indietro e chiedersi:

Chi ne trae vantaggio? Chi ne aveva i mezzi? E chi il movente? Chi ha interesse a destabilizzare la regione? In ultima analisi è necessario esaminare più attentamente il ruolo di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna.

Gli attacchi di Mumbai: 26/11/08

Il 26 novembre 2008 la principale città commerciale dell'India, Mumbai, è stata colpita da una serie di attacchi terroristici coordinati che si sono protratti fino al 29 novembre. Gli attacchi e i tre giorni di assedio hanno causato centinaia di morti e 295 feriti. Tra i morti c'erano un britannico, cinque americani e sei israeliani. [1]

Le rivendicazioni

L'assedio di 60 ore sarebbe stato attuato da un “commando” di assassini ben addestrati. Molti hanno incolpato il gruppo noto come Lashkar-e-Taiba. [2]

Inizialmente era stata un'organizzazione sconosciuta, i Deccan Mujahideen, a rivendicare gli attacchi inviando email a diversi media solo sei ore dopo l'inizio dei combattimenti. Tuttavia si è guardato con scetticismo alla rivendicazione, mettendo perfino in dubbio l'effettiva esistenza del gruppo. [3]

I servizi britannici hanno poi dichiarato che gli attacchi recavano il “marchio” di Al-Qaeda nel loro tentativo di colpire occidentali, come a Bali nel 2002. I britannici hanno suggerito che gli attacchi potessero rappresentare una “ritorsione” per i recenti bombardamenti aerei degli Stati Uniti contro sospetti campi di addestramento di Al-Qaeda nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, e che l'India sarebbe stata scelta perché è lì che Al-Qaeda ha le “risorse sufficienti per condurre un attacco”. [4]

Il 28 novembre il Ministro degli Esteri indiano ha detto che gli attentatori erano coordinati “all'esterno del paese”, facendo un velato riferimento al Pakistan. [5] Anche il Primo Ministro indiano ha attribuito gli attacchi a gruppi militanti che fanno base in Pakistan e godono del sostegno del governo pakistano. [6]

Poi ci si è concentrati direttamente sul gruppo Lashkar-e-Taiba, organizzazione militante con base in Pakistan già responsabile di passati attentati in India. I servizi americani hanno ben presto puntato il dito contro questo gruppo, identificando alle sue spalle l'ISI, cioè i servizi segreti pakistani. [7]

Il Lashkar-e Taiba (LeT)

È importante identificare cosa sia il LeT e come abbia agito finora. Il gruppo opera dai territori contesi tra l'India e il Pakistan, il Jammu e Kashmir. Ha stretti legami con l'ISI pakistano, ed è noto per il suo ricorso agli attacchi suicidi. Tuttavia, a parte i legami con l'ISI, è anche uno stretto alleato dei taliban e di Al-Qaeda. Il LeT viene addirittura considerato “la manifestazione più visibile” di Al-Qaeda in India. Ha diramazioni in gran parte dell'India, in Pakistan e in Arabia Saudita, in Bangladesh, nel Sud-est asiatico e nel Regno Unito. È finanziato soprattutto da imprenditori pakistani, l'ISI e l'Arabia Saudita. Il LeT ha anche partecipato alle operazioni bosniache contro i serbi negli anni Novanta. [8]

Tutti questi legami fanno del LeT l'organizzazione perfetta da incolpare per gli attacchi di Mumbai, e i suoi contatti con Al-Qaeda, la sua presenza internazionale e i suoi trascorsi terroristici lo rendono il bersaglio ideale. Analogamente a quello che è successo con Al-Qaeda, la portata internazionale del LeT potrebbe giustificare la decisione di portare la “guerra contro il LeT” sulla soglia di molti paesi, facendo ulteriormente gli interessi della “Guerra al terrore” degli anglo-americani.

Islam militante e servizi segreti occidentali: il caso della Jugoslavia

Il LeT non ha agito indipendentemente dall'influenza e dai finanziamenti pakistani. I suoi legami con l'ISI vanno visti in questo contesto: l'ISI ha stretti contatti con i servizi segreti occidentali, soprattutto quelli britannici e statunitensi. L'ISI ha efficacemente fatto da tramite per le operazioni di intelligence anglo-americane nella regione fin dalla fine degli anni Settanta, quando in collusione con la CIA furono creati i mujaheddin afghani. Da questa collusione, che durò per tutti gli anni Ottanta fino alla fine della guerra sovietico-afghana nel 1989, nacquero Al-Qaeda e varie altre organizzazioni militanti islamiche.

Si dice spesso che la CIA interruppe poi i legami con l'ISI e che a loro volta le organizzazioni militanti islamiche ruppero con i servizi segreti occidentali per dichiarare guerra all'Occidente. Tuttavia i fatti non confortano questa tesi. I contatti rimasero, fu la strategia a cambiare. Ciò che cambiò fu che all'inizio degli anni Novanta finì la Guerra Fredda e la Russia cessò di essere l'“Impero del Male”, e dunque venne a mancare la scusa per una spesa militare esasperata e una politica estera imperialista. Come dichiarò George H.W. Bush, fu allora che andò formandosi un “Nuovo Ordine Mondiale”: e con questo si rese necessario un nuovo elusivo nemico, non sotto forma di nazione ma di nemico apparentemente invisibile, internazionale, che permettesse di trasferire la guerra sulla scena mondiale.

Così nei primi anni Novanta i servizi occidentali mantennero i legami con i gruppi terroristici islamici. La Jugoslavia è un caso di studio molto interessante e utile a comprendere gli eventi attuali. La dissoluzione della Jugoslavia fu un processo avviato da interessi segreti anglo-americani con l'obiettivo di assecondare le loro ambizioni imperiali nella regione. All'inizio degli anni Ottanta il Fondo Monetario Internazionale preparò il terreno in Jugoslavia con i suoi Programmi di Riforma Strutturale che ebbero l'effetto di creare una crisi economica che a sua volta produsse una crisi politica. Questo esacerbò le rivalità etniche, e nel 1991 la CIA appoggiò l'istanza indipendentista croata.

Nel 1992, con l'inizio della guerra in Bosnia, al fianco della minoranza bosniaca musulmana che combatteva contro i serbi cominciarono a operare terroristi affiliati ad Al-Qaeda. A loro volta questi gruppi affiliati ad Al-Qaeda ricevevano addestramento, armi e finanziamenti dai servizi segreti di Germania, Turchia, Iran e Stati Uniti, e aiuti finanziari anche dall'Arabia Saudita. Nel 1997 cominciò la guerra del Kosovo, nella quale l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (UCK), organizzazione militante dedita al terrorismo e al narcotraffico, cominciò a combattere contro la Serbia ricevendo addestramento, armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO. La CIA, i servizi segreti tedeschi, la DIA, l'MI6 e i Reparti Speciali britannici (SAS) fornirono tutti addestramento e appoggio all'UCK.

L'obiettivo era quello di fare a pezzi la Jugoslavia, sfruttando le rivalità etniche come innesco per i conflitti e infine la guerra e per portare alla divisione della Jugoslavia in vari paesi giustificando una presenza militare permanente di Stati Uniti e NATO nella regione. [Si veda: Breaking Yugoslavia, by Andrew G. Marshall, Geopolitical Monitor, July 21, 2008]

La partecipazione del Lashkar-e Taiba alla guerra in Bosnia contro la Serbia sarebbe stata a sua volta finanziata e supportata da questi stessi servizi segreti occidentali, nell'interesse degli stati imperialisti occidentali, in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il LeT e i servizi occidentali

Il LeT ha sordidi trascorsi che parlano di coinvolgimento con i servizi segreti occidentali, innanzitutto quelli britannici.

Negli attentati di Londra del 7 luglio 2005 che colpirono tre stazioni della metropolitana e un autobus a due piani, molti dei sospetti terroristi avevano interessanti legami con il Pakistan. Per esempio emerse che uno dei sospettati, Shehzad Tanweer, aveva “frequentato una scuola religiosa gestita dal gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT)” quando si trovava in Pakistan. Dati i legami del LeT con Al-Qaeda, ciò permise di concludere che Al-Qaeda doveva avere avuto un ruolo negli attentati di Londra, che furono inizialmente attribuiti all'organizzazione terroristica internazionale. Il LeT aveva anche stretti legami con la Jemaah Islamiyyah (JI), [9] un gruppo terroristico indonesiano ritenuto colpevole degli attentati di Bali nel 2002 che avevano preso di mira i turisti occidentali.

Gli attentati di Bali

È interessante notare, tuttavia, che all'inizio degli anni Novanta, quando la Jemaah Islamiyyah (JI) divenne ufficialmente un'organizzazione terroristica, instaurò stretti legami con Osama bin Laden e Al-Qaeda. Inoltre i fondatori e i capi del gruppo svolsero un ruolo importante nel reclutamento di musulmani perché combattessero al fianco dei mujaheddin afghani nella guerra degli anni Ottanta contro i sovietici, che fu segretamente diretta e supportata dai servizi segreti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali. La JI non sarebbe esistita “senza le operazioni sporche della CIA in Afghanistan”. Un ex Presidente indonesiano disse che uno dei personaggi chiave della JI era anche una spia dei servizi segreti indonesiani, e che questi ultimi svolsero nell'attentato di Bali un ruolo ancora maggiore della stessa JI.

La JI sarebbe stata infiltrata dalla CIA e dal Mossad, e “la CIA e il Mossad, con l'aiuto della SAP (i corpi speciali della polizia) australiana e l'M15, starebbero tutti operando per minare le organizzazioni musulmane e indebolire così i musulmani a livello globale”. Inoltre una delle menti dell'attentato di Bali, Omar al-Faruq, appartenente alla JI, sarebbe stato un uomo della CIA, e perfino gli alti ufficiali dei servizi israeliani ritenevano che dietro l'attentato ci fosse la CIA. La CIA poi “pilotò” le indagini indonesiane, che dichiararono colpevole dell'attentato solo ed esclusivamente la JI. [Si veda: Andrew G. Marshall, The Bali Bombings. Geopolitical Monitor, November 15, 2008]

Gli attentati del 7 luglio a Londra

A proposito degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'attenzione si concentrò soprattutto sulla “pista pakistana”. I sospettati erano tutti stati in Pakistan ed erano apparentemente entrati in contatto con gruppi come il Jaish-e-Mohammed e il Lashkar-e Taiba. Tuttavia un legame meno noto e meno pubblicizzato offre informazioni molto interessanti. La presunta mente degli attentati di Londra, Haroon Rashid Aswat, aveva fatto visita a tutti i sospetti terroristi prima degli attacchi. Le registrazioni telefoniche rivelarono che c'erano state “circa 20 chiamate tra lui e la banda di terroristi, proprio prima degli attentati”. Perché questo è importante? Perché Haroon Rashid Aswat, oltre a essere un uomo di Al-Qaeda, era anche un agente dell'MI6 e dunque lavorava per i servizi britannici. Haroon era anche apparso sulla scena del terrorismo islamico negli anni Novanta in Kosovo, quando “lavorava per i servizi britannici” [10]

Il complotto degli esplosivi liquidi

Un altro fatto che portò alla ribalta la “pista pakistana” fu il complotto degli esplosivi liquidi dell'agosto del 2006 a Londra, quando si pensò che dei terroristi stessero progettando di far esplodere sull'Atlantico una dozzina di aerei diretti nelle principali città americane.

L'ISI pakistano apparentemente contribuì a “sventare” il piano, aiutando la polizia a radunare i sospettati e “fece delle soffiate all'MI5”. Uno dei gruppi pakistani accusati di coinvolgimento nel piano era il Lashkar-e Taiba.[11]

Tuttavia i sospetti terroristi erano stati “infiltrati” e spiati dai servizi segreti britannici per più di un anno. Inoltre, sia i servizi segreti britannici che quelli pakistani indicarono come presunta mente del piano Rashid Rauf, che aveva la doppia cittadinanza britannica e pakistana e forniva il collegamento tra il piano e Al-Qaeda. Rauf aveva anche stretti legami con l'ISI e apparentemente il suo piano ottenne l'approvazione del numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che aveva lavorato per conto della CIA durante la guerra sovietico-afghana. L'ISI aveva arrestato Rashid Rauf dopo che era stato “sventato” il complotto degli esplosivi liquidi, ma nel 2006 le accuse contro di lui caddero e nel 2007 riuscì a evadere da un carcere pakistano dopo “essere riuscito ad aprire le manette e a eludere due guardie”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Liquid Bomb Plot. Geopolitical Monitor: October 27, 2008]

Chiaramente, se si scoprirà che il LeT è responsabile degli attacchi di Mumbai, i suoi legami con i servizi occidentali dovranno essere esaminati e indagati più attentamente. Nella sua storia, l'ISI non ha svolto un ruolo chiave nel supportare varie organizzazioni terroristiche: potrebbe essere più esattamente descritto come un tramite dei servizi segreti occidentali per finanziare e appoggiare segretamente organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e Asia Centrale.

Terrorizzare l'India

Dobbiamo esaminare gli attacchi di Mumbai sullo sfondo degli attentati terroristici messi in atto in India negli ultimi quindici anni.

Gli attentati del 1993 a Bombay

Il 12 marzo 1993 Bombay (oggi Mumbai) subì un attacco coordinato costituito da 13 esplosioni che uccisero più di 250 persone. Si ritenne che la mente degli attentati fosse Dawood Ibrahim, che aveva stretti legami con Osama bin Laden. Ibrahim aveva anche finanziato diverse operazioni del Lashkar-e Taiba, e si pensava che si nascondesse in Pakistan dove riceveva appoggio e protezione dall'ISI, che nel 2007 l'avrebbe arrestato. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008].

Gli attentati di Mumbai dell'11 luglio 2006

A Mumbai morirono più di 200 persone nell'esplosione di sette bombe a 11 minuti di distanza l'una dall'altra su diversi treni. Furono incolpati il Movimento indiano degli Studenti Islamici (SIMI) e il Lashkar-e Taiba (LeT): entrambi hanno stretti legami con l'ISI. Dunque l'ISI fu giudicato responsabile di avere organizzato gli attentati eseguiti dal LeT e dal SIMI. Gli attentati causarono il rinvio dei colloqui di pace India-Pakistan, che dovevano svolgersi la settimana successiva. [Ibid]

Attentato all'Ambasciata indiana di Kabul, Afghanistan: 7 luglio 2008

Il 7 luglio 2008 esplose una bomba all'Ambasciata indiana di Kabul, in Afghanistan, uccidendo più di 50 persone e ferendone più di 100. Il governo afghano e i servizi indiani puntarono subito il dito contro l'ISI, che in collaborazione con i taliban e Al-Qaeda avrebbe pianificato ed eseguito l'attentato. I resoconti dell'attentato suggerirono che lo scopo era quello di “accrescere la sfiducia tra il Pakistan e l'Afghanistan e minare le relazioni del Pakistan con l'India, malgrado i recenti segnali di distensione tra Islamabad e New Delhi facessero pensare all'avvio di un processo di pace”.

Agli inizi di agosto, i servizi segreti americani confermarono i sospetti sui membri dell'ISI basandosi su “intercettazioni”, e “le autorità americane affermarono che le comunicazioni erano state intercettate prima dell'attentato del 7 luglio, e che l'emissario della CIA, Stephen R. Kappes, vice direttore dell'agenzia, era stato mandato a Islamabad, la capitale del Pakistan, già prima dell'attentato”. Fatto interessante, “Un alto funzionario della CIA andò in Pakistan [in agosto] per presentare alle autorità pakistane informazioni sul sostegno dato da membri dell'ISI a gruppi militanti”. Tuttavia la CIA sapeva di questi legami, dato che aveva finanziato e supportato attivamente questi contatti dell'ISI con le organizzazioni terroristiche. Dunque qual era il vero scopo della visita dell'alto funzionario della CIA in Pakistan?

Giorni dopo la CIA passò questa informazione al the New York Times, gli Stati Uniti accusarono il Pakistan di minare l'impegno della NATO in Afghanistan supportando Al-Qaeda e i taliban, e inoltre “Mike Mc-Connell, il direttore dell'intelligence nazionale, e [il direttore della CIA] Hayden chiesero a Musharraf di concedere alla CIA una maggiore libertà di operare nelle aree tribali” e lo minacciarono di “ritorsioni” se non avesse accettato. [Si veda: Andrew G.Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia: The Role of the CIA-ISI Terror Network. Global Research: September 17, 2008]

L'ISI e la CIA

Ancora una volta, se l'ISI dev'essere incolpato dei recenti attacchi di Mumbai, così come ha avuto un ruolo in diversi attacchi e nel sostegno a gruppi terroristici in passato, è importante identificare i suoi rapporti con la CIA.

The CIA sviluppò stretti legami con l'ISI alla fine degli anni Settanta e lo usò come “intermediario” nel sostegno ai mujaheddin afghani. Questo rapporto fu cruciale anche nel supportare il narcotraffico afghano, oggi nuovamente rampante. La relazione tra i due servizi segreti continuò per tutti gli anni Novanta in aree come la Cecenia, la Jugoslavia e l'India. [Si veda: Michel Chossudovsky, Al Qaeda and the "War on Terrorism". Global Research: January 20, 2008]

Una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, il capo dell'ISI andò in visita a Washington, dove incontrò vari politici importanti, come il vice Segretario di Stato Richard Armitage, il Senatore Joseph Biden, che sarà il vice Presidente di Obama, e le sue controparti alla CIA e al Pentagono e altre autorità. Era dunque a Washington prima e subito dopo l'11 settembre, ebbe vari colloqui ufficiali e si impegnò istantaneamente a offrire sostegno alla Guerra al Terrore degli Stati Uniti. Tuttavia, quello stesso capo dell'ISI aveva anche approvato un bonifico di 100.000 dollari al capo dei terroristi dell'11 settembre, Mohammed Atta, cosa confermata anche dall'FBI. Così l'ISI divenne all'improvviso un finanziatore degli attentati dell'11 settembre. Eppure non fu intrapresa nessuna azione contro l'ISI o il Pakistan; il capo dell'ISI fu semplicemente licenziato quando la rivelazione trapelò sui media.

È estremamente significativo che questo capo dell'ISI, il Tenente Generale Mahmoud Ahmad, fosse stato approvato come tale dagli Stati Uniti nel 1999. Da allora era stato in stretto contatto con le più alte cariche della CIA, la DIA (i servizi della Difesa) e il Pentagono. [Si veda: Michel Chossudovsky, Cover-up or Complicity of the Bush Administration? Global Research: November 2, 2001]

La collaborazione tra ISI e CIA non cessò in seguito a queste rivelazioni. Nel 2007 si scrisse che la CIA stava armando e finanziando un'organizzazione terroristica chiamata Jundullah, con base nelle aree tribali del Pakistan, al fine di “seminare il caos” in Iran. Jundullah non solo è finanziata e armata dalla CIA, ma ha consistenti legami con Al-Qaeda e anche con l'ISI, giacché i finanziamenti della CIA vengono convogliati al gruppo tramite l'ISI, così da rendere più difficile stabilire un legame tra la CIA e il gruppo terroristico. [Si veda: Andrew G. Marshall, Political Destabilization in South and Central Asia, op cit.]

Come rivela Michel Chossudovsky nel suo articolo, India’s 9/11, “A settembre Washington aveva fatto pressioni su Islamabad usando la 'guerra al terrorismo' come pretesto per licenziare il capo dell'ISI, il Tenente Generale Nadeem Taj”, e il “Presidente pakistano Asif Ali Zardari alla fine di settembre si era incontrato con il direttore della CIA Michael Hayden”. In seguito a questi incontri, “il capo dell'esercito, Generale Kayani, aveva nominato il nuovo capo dell'ISI, il Tenente Generale Ahmed Shuja Pasha, approvato dagli Stati Uniti”.

I servizi anglo-americano-israeliani e l'India

Alla metà di ottobre i servizi segreti americani hanno messo in guardia l'India da un attacco “dal mare contro alberghi e centri finanziari a Mumbai”. Tra gli obiettivi era perfino citato il Taj Hotel, divenuto poi la principale area dei combattimenti. [12] Alla fine di novembre “i servizi segreti indiani avevano emesso almeno tre dettagliati allarmi a proposito dell'imminenza di un attacco terroristico a Mumbai”. [13]

Subito dopo gli attacchi è stato riferito che “Si è avviata una cooperazione senza precedenti a livello di intelligence che coinvolge le agenzie investigative e i servizi segreti di India, Stati Uniti, Regno Unito e Israele al fine di individuare metodo e movente del massacro terroristico di Mumbai, ora ampiamente attribuito a estremisti islamici sbarcati in India con l'apparente intento di colpire tutti e quatto i paesi”. In particolare, “Investigatori, analisti forensi, esperti di contro-terrorismo e alti funzionari dei servizi segreti dei quattro paesi si stanno recando a Nuova Delhi e Mumbai dove uniranno menti, risorse e competenze per comprendere la natura in evoluzione del fenomeno”.

Inoltre, “Washington ha proposto di mandare le Forze Speciali a svolgere operazioni sul campo a Mumbai, ma Nuova Delhi ha declinato l'offerta dicendo di essere in grado di occuparsene con le proprie forze”. Questa cooperazione senza precedenti a livello di intelligence si basa sulla comprensione che “il modo in cui i terroristi che hanno attaccato Mumbai avrebbero scelto come obiettivi gli americani e i britannici, in aggiunta all'occupazione intenzionale di un centro ebraico, ha rivelato che il loro movente andava ben oltre lo scontento per la situazione interna indiana o la questione del Kashmir”. [14]

Subito dopo l'inizio degli attacchi è stato riferito che degli agenti dell'FBI erano partiti immediatamente alla volta di Mumbai per offrire la loro collaborazione agli inquirenti. [15] Anche Israele ha offerto di inviare le sue “squadre speciali per salvare gli israeliani tenuti in ostaggio nel centro ebraico”: offerta rifiutata dall'India, il che ha fatto sì che i media israeliani criticassero la risposta indiana agli attacchi giudicandola “lenta, confusa e inefficiente”. [16]

I terroristi

Qualche ora dopo l'inizio degli attacchi, il 26 novembre, è stato riferito che due terroristi erano stati uccisi e altri due arrestati. [17] In seguito è emersa la notizia che la polizia indiana aveva ucciso quattro terroristi e ne aveva arrestati nove. [18] I media internazionali hanno tutti ampiamente ripreso la notizia dei nove arresti.

È interessante notare che il 29 novembre la storia era già cambiata. All'improvviso i poliziotti di Mumbai avevano “preso” solo un terrorista. Questa persona è stata decisiva per incolpare il Pakistan. Non appena è stato catturato, l'uomo ha cominciato a cantare come un canarino e ha detto che “tutti i terroristi sono stati addestrati nelle tecniche di sbarco e combattimento con il corso speciale Daura-e-Shifa condotto dal Lashkar-e Taiba, trasformando la natura del piano da un attentato terroristico di routine nell'incursione di un reparto speciale”. Ha detto anche che “i capi del Lashkar avevano fatto credere ai terroristi che non si trattava di una missione suicida e che sarebbero tornati vivi”. Ha poi fatto i nomi degli altri terroristi, tutti cittadini pakistani. [19]

Un altro mistero molto interessante del massacro di Mumbai è costituito dalle iniziali notizie di un coinvolgimento britannico. Subito dopo lo scoppio delle violenze, le autorità indiane avevano dichiarato che “sette dei terroristi di Mumbai erano britannici di origini pakistane” e che “erano stati arrestati due britannici e altri cinque sospetti venivano dal Regno Unito”. In seguito, nei telefoni blackberry trovati addosso ai sospettati è stato scoperto “molto materiale” che li collegava con il Regno Unito. [20] Il Ministro Capo di Mumbai aveva inizialmente riferito che “tra gli otto uomini armati catturati dai reparti speciali indiani che avevano fatto irruzione negli edifici per liberare gli ostaggi c'erano due pakistani nati in Gran Bretagna”. [21]

Il 1° dicembre il Daily Mail scriveva che “Ben sette terroristi potrebbero avere legami con la Gran Bretagna e alcuni potrebbero essere di Leeds e Bradford, dove risiedevano gli autori degli attentati di Londra del 7 luglio 2005”. In seguito a queste rivelazioni, degli investigatori della squadra anti-terrorismo di Scotland Yard sono stati mandati a Mumbai “per prestare aiuto nelle indagini”. Si è anche speculato che alla preparazione dell'assalto potesse aver contribuito un sospetto membro britannico di Al-Qaeda, guarda caso assassinato una settimana prima in Pakistan dalla CIA. Quell'uomo era Rashid Rauf.[ 22] Quel Rashid Rauf che era stato inizialmente considerato la mente del complotto degli esplosivi liquidi di Londra, che aveva stretti legami con l'ISI e Al-Qaeda, era stato arrestato dall'ISI ed era poi miracolosamente “fuggito” dalle carceri pakistane. Solo una settimana prima del massacro di Mumbai Rauf sarebbe stato ucciso da un drone della CIA durante un attacco contro una base di militanti islamici nelle aree tribali del Pakistan.

In precedenza a Mumbai era saltato in aria un taxi, e l'autista e il passeggero erano morti. Quando è esplosa la bomba il taxi era partito con il semaforo rosso, circostanza che ha salvato la vita a “centinaia” di persone, che sarebbero morte se l'auto fosse passata con il verde e l'incrocio fosse stato affollato di macchine. Questo ha fatto sì che le uniche vittime fossero gli occupanti del taxi. [23] Si è dunque indagato sulla possibilità che l'autista “sapesse che la sua auto era imbottita di esplosivo”. [24]

Perché è così importante? Perché ricorda da vicino tattiche usate in Iraq durante l'occupazione anglo-americana del paese e impiegate da forze speciali e servizi segreti statunitensi e britannici nel tentativo di seminare il caos e creare scontri e un conflitto tra i civili. [Si veda: Andrew G. Marshall, State-Sponsored Terror: British and American Black Ops in Iraq. Global Research, June 25, 2008]

Mezzi, modus operandi e movente

Mezzi

Se va considerata la possibilità che il Pakistan e l'ISI (o il Lashkar-e Taiba) siano responsabili degli attacchi di Mumbai, dati i loro trascorsi e i mezzi a disposizione, dobbiamo permetterci di contemplare anche altre ipotesi.

Mentre l'India e l'Occidente incolpano l'ISI e il Lashkar-e Taiba, la stampa pakistana sta esponendo un'altra possibilità.

Il 29 novembre il Pakistan Daily ha riferito in toni anti-israeliani che l'attacco di Mumbai sarebbe stato usato “per giustificare un'invasione statunitense del Pakistan”. Ha scritto che il Mossad “a partire dal 2000 si è mobilitato nel Jammu e Kashmir, dove il governo indiano si è occupato di una questione di 'sicurezza' relativamente alla popolazione del Kashmir”. Citava inoltre un articolo del Times of India secondo il quale “esperti di contro-terrorismo israeliani stanno visitando il Jammu e Kashmir e altri stati indiani su invito del Ministro degli Interni Lal Krishna Advani per valutare le necessità di Nuova Delhi in materia di sicurezza. La squadra israeliana, capeggiata da Eli Katzir dell'Unità di Combattimento del contro-terrorismo israeliano, comprende ufficiali dei servizi segreti militari e un alto ufficiale di polizia”. Sarebbe anche stato concluso un accordo su una “più stretta cooperazione tra India e Israele su tutte le questioni relative alla sicurezza”. [25]

Modus Operandi

Subito dopo l'inizio degli attacchi di Mumbai, un inviato presidenziale russo esperto in contro-terrorismo ha dichiarato che “Nella città indiana di Mumbai i terroristi, che hanno ucciso più di 150 persone e ne hanno ferite più di 300, hanno usato la stessa tattica impiegata dai militanti ceceni nel Caucaso Settentrionale”. Ha poi spiegato che “Queste tattiche sono state usate durante le incursioni dei comandanti ceceni Shamil Basayev e Salman Raduyev contro le città di Buddyonnovsk e Pervomaiskoye. Per la prima volta nella storia le città sono cadute in balia del terrore, con la presa di case e ospedali. I terroristi di Mumbai hanno imparato bene quelle tattiche”. [26]

Shamil Basayev, uno dei capi dei ribelli ceceni, così come molti altri capi ceceni, era stato addestrato dalla CIA e dall'ISI in Afghanistan, in campi di addestramento della CIA, durante la guerra sovietico-afghana degli anni Ottanta. [27]

Movente

Il 2 dicembre l'ex capo dell'ISI Hameed Gul ha detto che “L'incidente di Mumbai è un complotto internazionale per privare il Pakistan dell'energia atomica”. In un'intervista a un canale televisivo privato, venerdì, ha detto che il coinvolgimento del Pakistan nell'incidente rifletteva l'intenzione di alcune forze di “dichiarare il Pakistan uno stato fallito in quanto in qualche modo era divenuto necessario mettere il Pakistan in ginocchio per strappargli l'energia nucleare”. Ha poi precisato che la modalità e l'esecuzione degli attacchi “sembrano impossibili senza appoggio interno”. Ha poi detto che “Gli Stati Uniti volevano vedere l'esercito indiano in Afghanistan per disintegrare il paese”, e ha fatto riferimento a recenti mappe statunitensi che mostrano il Pakistan diviso in quattro parti: Secondo Gul, mettere il Pakistan “in ginocchio” davanti al Fondo Monetario Internazionale faceva parte di uno “stratagemma premeditato”. [28]

Per quanto strane e sorprendenti possano sembrare queste affermazioni, è una vecchia abitudine degli Stati Uniti quella di voltare le spalle ai propri alleati quando tentano di diventare autosufficienti e sviluppati, com'è successo con Saddam Hussein e l'Iraq agli inizi degli anni Novanta. È anche importante notare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale nella creazione di crisi economiche e dunque instabilità politico-etnico-sociale, cosa che ha invariabilmente condotto a guerre etniche, genocidi e “interventi internazionali” in paesi come la Jugoslavia e il Ruanda.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) creano spesso le condizioni per l'instabilità politica, mentre il sostegno segretamente offerto dai servizi occidentali a gruppi estremisti o ostili crea i mezzi per la ribellione; la quale diventa poi il pretesto per l'intervento militare straniero; il che assicura nella regione una presenza militare imperiale, la quale acquisisce il controllo delle risorse e della posizione strategica di quella particolare regione. È il vecchio schema di conquista dell'impero: dividere e conquistare.

È interessante notare che nel 2008 “Il Pakistan ha nuovamente chiesto l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Il 25 novembre ha ottenuto l'approvazione di un pacchetto di prestiti da 7,6 miliardi di dollari dopo che le riserve straniere sono sprofondate del 74% a 3,5 miliardi nei 12 mesi precedenti l'8 novembre”. [29] Il prestito è stato approvato un giorno prima dell'inizio degli attacchi di Mumbai. Il 4 dicembre è stato riferito che “Hanno cominciato a emergere le dure condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale: l'FMI e il Governo del Pakistan hanno concordato l'interruzione degli aiuti per l'importazione del petrolio, l'eliminazione dei sussidi per l'energia e la riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti. FMI e Governo pakistano hanno concordato di eliminare gradualmente il fondo di valuta estera per le importazioni petrolifere della Banca Centrale pakistana”. Inoltre “saranno intrapresi ulteriori provvedimenti nella restante parte dell'anno fiscale per ridurre il deficit fiscale. Inoltre i prezzi del combustibile continueranno a subire un adeguamento che li porterà ad allinearsi ai prezzi internazionali”. Infine “Il programma prevede un significativo inasprimento della politica monetaria”. [30]

Le conseguenze di queste condizioni sono prevedibili: il Pakistan perderà tutti i sussidi; i prezzi del combustibile aumenteranno drasticamente, così come quelli del cibo e di tutti gli altri beni di consumo di prima necessità. Al contempo un inasprimento della politica monetaria e il controllo della Banca Mondiale e dell'FMI sulla Banca Centrale del Pakistan impediranno al Pakistan di prendere provvedimenti per contenere l'inflazione, e il costo della vita si impennerà mentre la valuta precipiterà. Il tutto accompagnato da un aumento delle tasse e dal ridimensionamento o soppressione di posti di lavori pubblici (nel settore della burocrazia, della scuola, ecc.). Probabilmente all'ISI e all'Esercito i soldi continueranno ad arrivare, il che creerà scontento tra chi sta peggio. Sarà possibile un colpo di stato militare, seguito da una ribellione di massa, il che finirà col mettere l'una contro l'altra le varie etnie. Ciò potrebbe condurre o a una guerra con l'India, che finirebbe con uno stato di sicurezza nazionale consolidato, tramite ideale per le ambizioni imperiali anglo-americane, sul modello del Ruanda; oppure potrebbe portare a conflitti e guerre etniche, con conseguente divisione del Pakistan in stati più piccoli a base etnica, sul modello della Jugoslavia. Oppure potrebbe verificarsi una combinazione delle due ipotesi: una regione divisa, in guerra, soffocata dalla crisi.

La disintegrazione del Pakistan non è un'idea campata in aria, dal punto di vista della strategia anglo-americana. Di fatto, il piano per la destabilizzazione e infine balcanizzazione del Pakistan è nato negli ambienti strategici anglo-americano-israeliani. Come avevo precedentemente documentato in Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project [Global Research, 10 luglio 2008], la destabilizzazione e balcanizzazione di quasi tutto il Medio Oriente e l'Asia Centrale è una vecchia strategia dell'Asse anglo-americano-israeliano dalla fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

Dividi e conquista

Il concetto è stato elaborato negli ambienti strategici alla fine degli anni Settanta come reazione alle tendenze nazionaliste e regionaliste in Medio Oriente e Asia Centrale, e a quella che veniva percepita come la minaccia di una crescente influenza sovietica nella regione. L'obiettivo centrale di questi teorici strategici era quello di assicurare al controllo americano le riserve di gas e petrolio e le rotte strategiche del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Il controllo su queste risorse energetiche vitali è una preoccupazione economica e strategica, visto che la maggior parte del mondo prende la propria energia da quest'area: chi controlla l'energia controlla chi la riceve e dunque controlla gran parte del mondo. I vantaggi economici del controllo della regione per gli anglo-americani non possono essere disgiunti dagli interessi strategici. Le compagnie petrolifere anglo-americane acquisiscono il controllo del petrolio e del gas, mentre i governi britannico e americano instaurano regimi fantoccio che si prendano cura dei loro interessi e facciano loro da tramite nei conflitti e nelle guerre con paesi della regione che agiscono in base ai loro interessi nazionali invece di farlo sotto la guida e il dominio degli anglo-americani.

Arco di crisi

Dopo la crisi petrolifera del 1973, di fatto promossa e segretamente orchestrata da interessi petroliferi e bancari anglo-americani, i paesi produttori di petrolio come l'Iran si arricchirono. Intanto paesi come l'Afghanistan diventavano sempre più progressisti e di sinistra. Temendo possibili alleanze tra i paesi mediorientali e centro-asiatici e l'Unione Sovietica, nonché l'ancor più grande minaccia che questi paesi diventassero davvero indipendenti, riprendendo il controllo totale delle loro risorse per il bene dei loro popoli, gli strateghi anglo-americani fecero ricorso al cosiddetto “Arco di crisi”.

L'“Arco di Crisi” si riferisce ai “paesi che si estendono lungo il fianco meridionale dell'Unione Sovietica dal subcontinente indiano alla Turchia, e verso sud attraverso la Penisola Arabica fino al Corno d'Africa”. Inoltre il “centro di gravità di quest'arco è l'Iran”. Nel 1978 Zbigniew Brzezinski in un discorso disse: “Lungo le coste dell'Oceano Indiano si estende un arco di crisi, con fragili strutture politiche e sociali che rischiano la frammentazione in una regione per noi di importanza vitale. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e amichevoli nei confronti dei nostri avversari”. [36]

Allora la strategia anglo-americana nella regione si sviluppò e mutò, dato che “Si riteneva che le forze islamiche potessero essere usate contro l'Unione Sovietica. La teoria era che ci fosse un arco di crisi, e che si potesse dunque mobilitare un arco dell'Islam per contenere i sovietici. Era un concetto di Brzezinski”. [37] Bernard Lewis, membro del Bilderberg, presentò alla Conferenza del 1979 del Gruppo una strategia britannico-americana “approvata dal movimento estremista Fratellanza Musulmana che stava dietro a Khomeini, con lo scopo di promuovere la balcanizzazione dell'intero Vicino Oriente musulmano lungo linee di divisione tribali e religiose. Secondo Lewis l'Occidente avrebbe dovuto incoraggiare gruppi autonomisti come i crudi, gli armeni, i maroniti del Libano, i copti etiopici, i turchi dell'Azerbaigian e così via. In quello che definiva 'Arco di crisi' sarebbe dilagato il caos, che si sarebbe poi esteso nelle regioni musulmane dell'Unione Sovietica”. [38] Dato che l'Unione Sovietica veniva vista come un regime laico e ateo, avendo schiacciato la religione nella sua sfera di influenza, l'ascesa dell'influenza e dei governi islamici nel Medio Oriente e in Asia Centrale avrebbe impedito all'Unione Sovietica di esercitare la propria influenza nella regione, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dei sovietici ancor più di quanto diffidassero degli americani. Gli anglo-americani si presentarono come il male minore.

Bernard Lewis era un ex ufficiale dei servizi segreti britannici e uno storico tristemente noto per avere individuato le radici dello scontento arabo nei confronti dell'Occidente non in una reazione all'imperialismo ma nell'Islam, in quanto l'Islam sarebbe incompatibile con l'Occidente ed è destinato a scontrarsi con esso, secondo la teoria dello “Scontro di civiltà”. Per decenni “Lewis svolse un ruolo fondamentale come professore, guru e mentore per due generazioni di orientalisti, accademici, esperti dei servizi segreti statunitensi e britannici, membri di think tank e un assortimento di neo-conservatori”. Negli anni Ottanta Lewis “frequentava i pezzi grossi del Dipartimento della Difesa”. [39] Nel 1992 scrisse un articolo per Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Estere), intitolato “Ripensare il Medio Oriente”. In questo articolo Lewis prospettò un'altra politica nei confronti del Medio Oriente dopo la fine della Guerra Fredda e agli inizi del Nuovo Ordine Mondiale: una “possibilità che potrebbe addirittura essere accelerata dal fondamentalismo, [...] e che negli ultimi tempi è di moda chiamare 'libanizzazione'. La maggior parte degli stati del Medio Oriente – l'Egitto è un'evidente eccezione – sono di recente e artificiale costituzione e vulnerabili a questo processo. Se il potere centrale viene sufficientemente indebolito non c'è una vera società civile che possa tenere insieme la vita politica, né alcun vero senso di identità nazionale comune o di prioritaria lealtà allo stato-nazione. Lo stato allora si disintegra – come è accaduto in Libano – in un caos di fazioni, tribù e partiti litigiosi, rissosi e in perenne conflitto”. [40]

Un articolo di Foreign Affairs del 1979 così descriveva l'Arco di Crisi: “Il Medio Oriente costituisce il suo nucleo centrale. La sua posizione strategica è incomparabile: è l'ultima grande regione del Mondo Libero direttamente adiacente all'Unione Sovietica, ha nel proprio sottosuolo circa tre quarti delle riserve mondiali stimate e dimostrate di petrolio ed è sede di uno dei più spinosi conflitti del XX secolo: quello tra il sionismo e il nazionalismo arabo”. Spiegava che la strategia degli Stati Uniti nella regione si concentrava sul “contenimento” dell'Unione Sovietica e sull'accesso al petrolio di quelle regioni. [41]

Fu in questo contesto che, come ammise in seguito Zbigniew Brzezinski, “Secondo la versione ufficiale della storia, l'appoggio offerto dalla CIA ai mujaheddin cominciò nel 1980, cioè dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta ben nascosta fino a ora, è completamente diversa. Infatti fu il 3 luglio 1979 che il Presidente Carter firmò la prima direttiva per fornire segretamente aiuti agli oppositori del regime pro-sovietico di Kabul. E quello stesso giorno scrissi una nota al presidente in cui gli spiegai che secondo me questi aiuti avrebbero provocato un intervento militare dei sovietici”. Affermò Brzezinski: “Non spingemmo i russi a intervenire, ma aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero”. In altre parole, li “spinsero” a intervenire. [42]

Fu allora che furono creati i mujaheddin e attraverso questo Al-Qaeda e vari altri gruppi estremisti islamici che hanno afflitto la geopolitica globale fino a oggi. Il terrorismo non può essere visto, come spesso accade, semplicisticamente come “attori non statali” che reagiscono alla geopolitica di nazioni e corporazioni. Di fatto, molti gruppi terroristici, soprattutto i più grandi, estremisti, violenti e meglio organizzati, sono “attori per conto di uno stato” segretamente supportati – attraverso la fornitura di armi e addestramento – da vari servizi segreti. Non si limitano a “reagire” alla geopolitica ma hanno un ruolo di spicco sullo scacchiere geopolitico. Rappresentano il perfetto pretesto per l'avventurismo militarista straniero e la guerra; i regimi tirannici, sotto forma di stati di polizia per tenere a bada le popolazioni, soffocano il dissenso e creano una base di controllo totalitaria.

Balcanizzare il Medio Oriente

Come scrisse il San Francisco Chronicle nel settembre del 2001, subito dopo gli attentati dell'11 settembre, “La mappa dei covi e dei bersagli terroristici in Medio Oriente e nell'Asia Centrale è anche, in misura straordinaria, una mappa delle principali risorse energetiche mondiali del XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche – più che un semplice scontro tra l'Islam e l'Occidente – a costituire il primo punto di innesco di un conflitto globale per decenni a venire”. Affermava poi: “Inevitabilmente la guerra contro il terrorismo verrà vista da molti come una guerra per conto delle americane Chevron, ExxonMobil e Arco, della francese TotalFinaElf, della British Petroleum, della Royal Dutch Shell e di altre multinazionali che hanno investimenti da centinaia di miliardi di dollari nella regione”. [43] Di fatto, ovunque sia presente Al-Qaeda l'esercito degli Stati Uniti la segue a ruota, e dietro l'esercito aspettano e spingono le compagnie petrolifere; e dietro le compagnie petrolifere ci sono le banche.

Nel 1982 il giornalista israeliano Oded Yinon scrisse un articolo per una pubblicazione della World Zionist Organization (Organizzazione Sionista Mondiale) in cui propugnava “La dissoluzione della Siria e dell'Iraq in aree etnicamente o religiosamente omogenee come in Libano [che] è il principale obiettivo di Israele sul fronte orientale. L'Iraq, da un lato ricco di petrolio e dall'altro internamente diviso si candida a rientrare tra gli obiettivi israeliani. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria. L'Iraq è più forte della Siria. Nel breve termine, è la potenza dell'Iraq a costituire la minaccia maggiore per Israele”.

Nel 1996 un think tank israeliano che contava tra i suoi membri molti importanti neo-conservatori americani, pubblicò un documento in cui si auspicava che Israele “Collaborasse più strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e respingere alcune delle sue peggiori minacce”, in particolare per deporre Saddam Hussein.

Nel 2000 il Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano), un think tank neo-conservatore, pubblicò un documento dal titolo “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese dell'America), in cui si propugnava apertamente un impero americano nel Medio Oriente e in particolare l'eliminazione delle “minacce” rappresentate da Iraq e Iran.

Subito dopo l'invasione statunitense dell'Iraq, membri di spicco del Council on Foreign Relations avevano cominciato a promuovere la divisione dell'Iraq in almeno tre stati più piccoli, prendendo a modello la Jugoslavia.

Nel 2006 l'Armed Force Journal pubblicò un articolo del Tenente Colonnello in congedo Ralph Peters sulla necessità di ridisegnare i confini del Medio Oriente. Innanzitutto Peters propugnava la divisione dell'Iraq; poi “l'Arabia Saudita avrebbe subito uno smembramento esteso come quello del Pakistan” e “l'Iran, uno stato dai confini capricciosi, avrebbe perso gran parte del suo territorio a vantaggio di un Azerbaigian unificato, un Kurdistan libero, uno Stato arabo sciita e un libero Beluchistan, ma avrebbe guadagnato le province che circondano Herat nell'attuale Afghanistan.”

Descrivendo il Pakistan come “uno stato innaturale”, disse che “le tribù della frontiera nord-occidentale del Pakistan si sarebbero riunite con i loro fratelli afghani” e che “la provincia pakistana del Beluchistan sarebbe passata nel libero Beluchistan. Il restante Pakistan 'naturale' si sarebbe esteso unicamente a est dell'Indo, tranne che per una piccola sporgenza verso Karachi”. Peters compilò anche una breve utile lista di “perdenti” e “vincitori” di questo nuovo grande gioco: chi guadagnava territorio e chi lo perdeva. Tra i perdenti c'erano l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, Israele, il Kuwait, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi, la Cisgiordania e il Pakistan. Inoltre Peters esprimeva l'allarmante convinzione secondo cui il ridisegno dei confini si ottiene spesso unicamente per mezzo di guerre e violenze e che “un'altro piccolo segreto insegnatoci da 5000 anni di storia è che la pulizia etnica funziona”. [Si veda: Andrew G. Marshall, Divide and Conquer: The Anglo-American Imperial Project. Global Research, July 10, 2008]

Conclusioni

In definitiva, lo scopo degli attacchi di Mumbai era quello di colpire il Pakistan per balcanizzarlo. La questione di chi sia il responsabile – che si tratti dell'ISI, sganciato dal governo civile pakistano e sotto l'autorità dei servizi segreti anglo-americani; oppure di terroristi indiani spalleggiati da quella stessa intelligence anglo-americana – benché importante, è in fondo una considerazione secondaria se confrontata alla domanda centrale: “Perché?”

Il Chi, Cosa, Dove e Quando sono uno spettacolo a uso e consumo dell'opinione pubblica; uno spettacolo ammantato di confusione e mezze verità, teso a disorientare e infine frustrare l'osservatore creando un senso di disagio e paura dell'ignoto. Il PERCHÉ, invece, è la domanda più importante. Una volta scoperto il perché, tornano anche il chi, il dove, il cosa e il quando, e il quadro è completo.

Se gli attacchi di Mumbai servivano a incolparne il Pakistan – com'è probabile – e possibilmente a innescare una guerra tra Pakistan e India – e questa è una crescente realtà – fondamentalmente che importa sapere se sono stati l'ISI o elementi indiani? Certo, è importante; ma impallidisce se paragonato alla necessità di capire il movente degli attacchi.

Il Pakistan è un fulcro strategico della regione. Confina con l'Iran, l'Afghanistan, l'India e la Cina. È situato proprio sotto le repubbliche centro-asiatiche dell'ex Unione Sovietica, che sono ricche di risorse naturali. Con la guerra della NATO in Afghanistan, gli anglo-americani in Iraq, le forze americane in Arabia Saudita e Kuwait, l'occupazione del Pakistan posizionerebbe gli eserciti imperiali occidentali attorno all'Iran, l'obiettivo centrale del Medio Oriente. Con la balcanizzazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Pakistan, forze destabilizzanti si trasmetterebbero all'Iran creando le condizioni per il crollo politico e sociale del paese.

Un conflitto tra il Pakistan e l'India non si limiterebbe a causare una frammentazione del Pakistan ma ostacolerebbe enormemente il rapido sviluppo economico e sociale dell'India in quanto più grande democrazia del mondo, e la costringerebbe a sottomettersi all'influenza o “protezione” degli eserciti occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Lo stesso varrebbe probabilmente per la Cina, perché la destabilizzazione attraverserebbe i confini del Pakistan per riversarsi nel paese più popoloso della terra, esacerbando differenze etniche e disparità sociali.

Una consistente presenza militare anglo-americana in Pakistan o, in alternativa, una forza della NATO o delle Nazioni Unite in aggiunta alla forza NATO già presente in Afghanistan, costituirebbe una massiccia roccaforte strategica contro l'avanzamento nella regione della Cina, della Russia o dell'India. Con la crescente influenza in Africa della Cina, che minaccia il dominio anglo-americano ed europeo del continente, una massiccia presenza militare sul confine cinese costituirebbe un potente monito.

Gli attacchi di Mumbai non aiutano l'India, il Pakistan, l'Afghanistan né alcuna altra nazione della regione. I beneficiari del massacro di Mumbai si trovano a Londra e New York, nei consigli di amministrazione e negli azionariati delle maggiori banche internazionali, che mirano al controllo totale del mondo. Dopo aver dominato il Nord America e l'Europa per gran parte della storia recente, questi banchieri, soprattutto anglo-americani ma anche europei, vogliono esercitare il controllo totale sulle risorse, valute e popolazioni mondiali. Le strategie che impiegano per raggiungere questo obiettivo sono molte e parallele: tra di esse, la crisi finanziaria globale, per controllare e tenere a freno l'economia mondiale; e una “guerra totale” nel Medio Oriente, con probabilità che si trasformi in una guerra mondiale con la Russia e la Cina, strumento perfetto per terrorizzare la popolazione mondiale quanto basta perché accetti una struttura di governo sovranazionale che impedisca la possibilità di guerre future e assicuri la stabilità dell'economia mondiale, visione utopica di un unico ordine mondiale.

Il problema delle utopie è che sono “ideali definitivi”, e se l'umanità ha imparato qualcosa dalla propria storia su questo pianeta è che la perfezione è impossibile, sia che assuma la forma di una “persona ideale” o di un “governo ideale”; l'umanità è afflitta da imperfezioni ed emozioni. Accettare le imperfezioni della nostra specie è ciò che può renderci davvero grandi, e comprendere che un ideale utopico è impossibile da raggiungere è ciò che può permetterci di creare la “migliore società possibile”. Tutte le utopie tentate nella storia si sono trasformate in distopie. Dobbiamo imparare dai sordidi errori della storia; e solo quando accetteremo che non siamo perfetti e non potremo mai diventarlo – come individui o entità politiche – saremo liberi di farci umanità nel senso più nobile e progredito del termine.

Note

[1] Damien McElroy and Rahul Bedi, Mumbai attacks: 300 feared dead as full horror of the terrorist attacks emerges. The Telegraph: November 30, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/3536220/Mumbai-siege-300-feared-dead-as-full-horror-of-the-terrorist-attacks-emerges.html

[2] Andrew Buncombe and Jonathan Owen, Just ten trained terrorists caused carnage. The Independent: November 30, 2008: http://www.independent.co.uk/news/world/asia/just-ten-trained-terrorists-caused-carnage-1041639.html

[3] Maseeh Rahman, Mumbai terror attacks: Who could be behind them? The Guardian: November 27, 2008: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/27/mumbai-terror-attacks-india8

[4] Hasan Suroor, U.K. intelligence suspects Al-Qaeda hand. The Hindu: November 28, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/28/stories/2008112860481700.htm

[5] Press TV, India links Mumbai attackers to Pakistan. Press TV: November 28, 2008: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=76797&sectionid=351020402

[6] Agencies, India blames Pakistan for Mumbai attacks. Gulf News: November 28, 2008:
http://www.gulfnews.com/world/India/10263289.html

[7] Mark Mazzetti, U.S. Intelligence Focuses on Pakistani Group. The New York Times: November 28, 2008:
http://www.nytimes.com/2008/11/29/world/asia/29intel.html?_r=3&em

[8] SATP, Lashkar-e-Toiba: 'Army of the Pure'. South Asia Terrorism Portal: 2001: http://www.satp.org/satporgtp/countries/india/states/jandk/terrorist_outfits/lashkar_e_toiba.htm

[9] Gethin Chamberlain, Attacker 'was recruited' at terror group's religious school. The Scotsman: July 14, 2005: http://news.scotsman.com/londonbombings/Attacker-was-recruited-at-terror.2642907.jp

[10] Michel Chossudovsky, London 7/7 Terror Suspect Linked to British Intelligence? Global Research: August 1, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=782

[11] Michel Chossudovsky, The Foiled UK Terror Plot and the "Pakistani Connection". Global Research: August 14, 2006: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=2960

[12] Richard Esposito, et. al., US Warned India in October of Potential Terror Attack. ABC News: December 1, 2008: http://abcnews.go.com/Blotter/story?id=6368013&page=1

[13] Praveen Swami, Pointed intelligence warnings preceded attacks. The Hindu: November 30, 2008: http://www.hindu.com/2008/11/30/stories/2008113055981500.htm

[14] Chidanand Rajghatta, US, UK, Israel ramp up intelligence aid to India. The Times of India: November 28, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/World/India_gets_intelligence_aid_from_US_UK/articleshow/3770950.cms

[15] Foster Klug and Lara Jakes Jordan, US sends FBI agents to India to investigate attack. AP: November 30, 2008: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gsTS09Q-pwO8Q0F_68FHwrmhCJOgD94OA5A80

[16] IANS, Israeli daily critical of India’s ’slow’ response to terror strike. Thaindian News: November 28, 2008:
http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/israeli-daily-critical-of-indias-slow-response-to-terror-strike_100124946.html

[17] IANS, Two terrorists killed, two arrested in Mumbai. Thaindian News: November 27, 2008: http://www.thaindian.com/newsportal/world-news/two-terrorists-killed-two-arrested-in-mumbai_100124003.html

[18] Agencies, Four terrorists killed, nine arrested. Express India: November 27, 2008: http://www.expressindia.com/latest-news/Four-terrorists-killed-nine-arrested/391103/

[19] ToI, Arrested terrorist says gang hoped to get away. The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Arrested_terrorist_says_gang_hoped_to_get_away/articleshow/3771598.cms

[20] Mark Jefferies, Mumbai attacks: Seven terrorists were British, claims Indian government. Daily Record: November 29, 2008: http://www.dailyrecord.co.uk/news/uk-world-news/2008/11/29/mumbai-attacks-seven-terrorists-were-british-claims-indian-government-86908-20932992/

[21] Jon Swaine, Mumbai attack: 'British men among terrorists'. The Telegraph: November 28, 2008: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/3533472/Mumbai-attack-British-men-among-terrorists.html

[22] Justin Davenport, et. al., Massacre in Mumbai: Up to SEVEN gunmen were British and 'came from same area as 7/7 bombers'. The Daily Mail: December 1, 2008: http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1089711/Massacre-Mumbai-Up-SEVEN-gunmen-British-came-area-7-7-bombers.html

[23] Debasish Panigrahi, Taxi with bomb jumped signal, saving many lives. The Hindustan Times: November 28, 2008: http://www.hindustantimes.com/StoryPage/FullcoverageStoryPage.aspx?id=505311b6-974c-4d7b-87bb-8b5e29333299Mumbaiunderattack_Special&&Headline=Taxi+with+bomb+jumped+signal%2c+saving+many+lives

[24] Vijay V Singh, Was taxi driver aware of bomb in car? The Times of India: November 29, 2008: http://timesofindia.indiatimes.com/Cities/Mumbai/Was_taxi_driver_aware_of_bomb_in_car/articleshow/3770989.cms

[25] PD, The Israeli Mossad False Flag Opperation Strikes In Mumbai. Pakistan Daily: November 29, 2008:
http://www.daily.pk/world/asia/8383-the-israeli-mossad-false-flag-opperation-strikes-in-mumbai.html

[26] RT, Mumbai terrorists used Chechen tactics. Russia Today: November 29, 2008: http://www.russiatoday.com/news/news/33921

[27] Michel Chossudovsky, Who Is Osama Bin Laden? Global Research: September 12, 2001: http://www.globalresearch.ca/articles/CHO109C.html

[28] PD, Former ISI Chief Mumbai incident international conspiracy to deprive Pakistan of atomic power. Pakistan Daily: December 2, 2008:
http://www.daily.pk/local/other-local/8426-former-isi-chief-mumbai-incident-international-conspiracy-to-deprive-pakistan-of-atomic-power.html

[29] Yoolim Lee and Naween A. Mangi, Pakistan’s Richest Man Defies Terrorism to Expand Bank Empire. Bloomberg: December 3, 2008:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601109&sid=aI3f99JIujV4&refer=home

[30] Sajid Chaudhry, Inevitable conditionalities of IMF start surfacing. The Daily Times: December 4, 2008:
http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2008\12\04\story_4-12-2008_pg5_1

[31] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 21-22

[32] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: page 22

[33] Niall Ferguson, Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. Perseus, 2002: pages 193-194

[34] Herbert R. Lottman, Return of the Rothschilds: The Great Banking Dynasty Through Two Turbulent Centuries. I.B. Tauris, 1995: page 81

[35] Patricia Goldstone, Aaronsohn's Maps: The Untold Story of the Man who Might Have Created Peace in the Middle East. Harcourt Trade, 2007: pages 22-23

[36] HP-Time, The Crescent of Crisis. Time Magazine: January 15, 1979:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919995-1,00.html

[37] Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America. University of California Press: 2007: page 67

[38] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order. London: Pluto Press, 2004: page 171

[39] Robert Dreyfuss, Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam. Owl Books, 2005: page 332-333

[40] Bernard Lewis, Rethinking the Middle East. Foreign Affairs, Fall 1992: pages 116-117

[41] George Lenczowski, The Arc of Crisis: It’s Central Sector. Foreign Affairs: Summer, 1979: page 796

[42] Le Nouvel Observateur, The CIA's Intervention in Afghanistan. Global Research: October 15, 2001:
http://www.globalresearch.ca/articles/BRZ110A.html

[43] Frank Viviano, Energy future rides on U.S. war: Conflict centered in world's oil patch. The San Francisco Chronicle: September 26, 2001:
http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2001/09/26/MN70983.DTL


Originale:
Creating an "Arc of Crisis": The Destabilization of the Middle East and Central Asia

Articolo originale pubblicato il 7/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 08, 2008

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

di Peter Symonds

L'amministrazione Bush sta esercitando un'intensa pressione sul Pakistan perché prenda provvedimenti contro i gruppi islamisti presunti responsabili degli attacchi terroristici del mese scorso a Mumbai. Invece di placare le tensioni tra Pakistan e India, il sostegno di Washington a Nuova Delhi minaccia di destabilizzare ulteriormente il Pakistan e di causare un'escalation tra i due rivali regionali.

Il segretario di Stato USA Condoleeza Rice, che la scorsa settimana si è recata a Nuova Delhi e successivamente a Islamabad, ha dichiarato ieri alla ABC NEWS che il Pakistan deve impegnarsi a "sradicare il terrorismo e i terroristi". Ha detto di avere scartato l'ipotesi secondo la quale gli attacchi di Mumbai sarebbero stati eseguiti da "agenti non legati allo stato" in quanto "non accettabile", dicendo alle autorità pakistane che la situazione era "comunque vostra responsabilità".

Rice ha sottolineato che questo "è un momento in cui il Pakistan deve agire. E deve agire di concerto con l'India e gli Stati Uniti." Alla domanda se l'India avesse il diritto di intraprendere un'azione militare, ha risposto che capiva la rabbia e la frustrazione indiana, aggiungendo: "Ma in questo caso le azioni compiute dall'India che potrebbero peggiorare la situazione. E non abbiamo bisogno di una crisi in Asia meridionale".

Secondo un articolo apparso sabato sul pakistano Dawn, la Rice avrebbe minacciato il Pakistan di ritorsioni internazionali se quest'ultimo non avesse preso i necessari provvedimenti. Durante un incontro al quale hanno preso parte il primo ministro, il presidente e il capo dell'esercito pakistani, il segretario di Stato USA avrebbe "fatto pressioni affinché i leader pakistani intraprendessero azioni contro gli esecutori dell'attentato, oppure sarebbero stati gli USA ad agire". Ha inoltre sottolineato "l'urgenza di andare a fondo" e il bisogno di una risposta "efficace e mirata".

In un resoconto successivamente smentito dalle autorità statunitensi e pakistane, il Washington Post ha scritto, citando un alto funzionario pakistano, che Islamabad avrebbe concordato con Nuova Delhi un ultimatum di 48 ore chiesto dall'India e dagli Stati Uniti per formulare un piano d'azione contro le basi dei separatisti kashmiri di Lashkar-e-Taiba, accusati di aver effettuato gli attacchi di Mumbai. Secondo l'alto funzionario la Rice avrebbe anche insistito per l'arresto di almeno tre pakistani con presunti collegamenti con gli attacchi.

Washington sta chiaramente usando la minaccia dell'azione militare indiana e di non precisate azioni punitive americane per spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste USA e indiane. Da parte sua, l'India sta sfruttando le atrocità di Mumbai per spingere per un'azione armata contro i gruppi separatisti islamisti e kashmiri opposti alla presenza indiana nel Kashmir.

Quanto agli Stati Uniti, certamente vogliono evitare "una crisi" tra due potenze nucleari, che potrebbe minacciare i suoi interessi nella regione e in particolare minare gli sforzi per stabilizzare l'occupazione dell'Afghanistan. Rice ha indubbiamente colto al volo l'opportunità per chiedere all'esercito pakistano un aumento delle operazioni contro gli insorti che operano lungo la frontiera con l'Afghanistan. Gli Stati Uniti vogliono evitare lo spostamento di truppe pakistane dal confine afghano a quello indiano in risposta alla minaccia militare dell'India.

Quanto siano tese le relazioni tra Nuova Delhi e Islamabad è stato sottolineato dalla notizia che le forze aeree pakistane sarebbero state poste per 24 ore al più alto livello di allerta in seguito a una telefonata di minacce ricevuta dal presidente pakistano Asif Ali Zardari il 28 novembre. Il giornale Dawn ha riferito questo sabato che la chiamata, effettuata da qualcuno che sosteneva di essere il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee, ha provocato riunioni di crisi a Islamabad e la minaccia di spostare le truppe sul confine indiano.

La conversazione telefonica, riconosciuta da entrambe le parti come uno scherzo, ha provocato uno scambio di accuse e controaccuse. Mukherjee ha negato di aver mai fatto la telefonata e rigettato le accuse pakistane secondo cui sarebbe stata fatta dal ministero indiano degli affari esteri. Gli ufficiali indiani hanno invece accusato i servizi militari pakistani (Inter Services Intelligence, ISI), di avere effettuato la chiamata per distogliere l'attenzione dagli attacchi di Mumbai. Non è chiaro chi abbia fatto la telefonata, ma non può essere escluso il coinvolgimento di elementi estremisti degli apparati statali (indiani o pakistani) con l'intento di provocare un conflitto militare.

Il pericolo di sconti tra India e Pakistan è tutt'altro che scongiurato. Il governo indiano, che l'anno prossimo affronterà le elezioni, è sottoposto alle pressioni di gruppi e partiti estremisti indù, che chiedono ritorsioni contro il Pakistan. Le autorità indiane sostengono di aver identificato gli agenti di Lashkar-e-Taiba che hanno pianificato gli attacchi di Mumbai e di avere le prove del coinvolgimento dell'ISI: Nuova Delhi ha già congelato il dialogo con Islamabad non ha escluso la possibilità di attacchi militari contro i "campi di addestramento dei terroristi".

Il pakistano Daily Times ha riportato ieri i commenti del senatore statunitense John McCain, membro della delegazione del Senato USA che ha incontrato venerdì i leader pakistani. McCain, appena tornato da Nuova Delhi, ha dichiarato al giornale che se il Pakistan non prenderà provvedimenti, e anche rapidamente, l'India condurrà attacchi aerei all'interno del paese. "Il governo democratico indiano è sotto pressione, e una volta presentate le prove al Pakistan sarà solo questione di giorni prima che l'India scelga di usare la forza, se Islamabad non prenderà provvedimenti contro i terroristi", ha detto.

Un articolo pubblicato sabato su Asia Times ha citato la dichiarazione di un funzionario del ministero degli interni indiano secondo il quale ad alti livelli si sarebbe deciso che l'impegno diretto dell'India nell'"annientare" uomini e infrastrutture dei terroristi con base in Pakistan. L'ufficiale ha parlato di attacchi sotto copertura da parte di reparti d'élite con l'appoggio dei servizi segreti per tentare di prevenire una risposta pakistana e la guerra totale. Le operazioni sarebbero estese, e colpirebbero non solo il Kashmir pakistano ma anche le aree di confine nella provincia del Punjab, così come la sorveglianza della zona costiera pakistana.

Cosa accadrà non è chiaro. Alla domanda se gli USA avrebbero reagito agli attacchi indiani contro il Pakistan, McCain ha dichiarato al Daily Times che Washington non sarebbe stata in grado di fare molto. Riferendosi all'invasione americana dell'Afghanistan in seguito agli attacchi dell'11 settembre, ha detto: "Non possiamo dire all'India di non agire, visto che noi l'abbiamo fatto". Se è vero che McCain non parla per conto dell'amministrazione Bush, indubbiamente le sue parole riecheggiano gli umori della della Casa Bianca, i quali a loro volta non fanno che incoraggiare l'India ad assumere una posizione più bellicosa.

Dopo un attacco dei separatisti kashmiri al parlamento indiano nel dicembre 2001, l'India ha posizionato mezzo milione di soldati pesantemente armati sul confine col Pakistan, portando il continente sull'orlo della quarta guerra indo-pakistana a partire dal 1947. Un articolo apparso ieri sul giornale Hindu notava che per mobilitarsi le forze indiane non avevano più bisogno di un ovvio e costoso potenziamento. Dopo lo scontro del 2001-2002, l'esercito indiano ha adottato la nuova dottrina dell'"Avvio a freddo" per reagire ancora più rapidamente senza preavviso.

Le pressioni degli Stati Uniti sul Pakistan potrebbero facilmente causare contraccolpi. L'ostilità e la rabbia dei pakistani in seguito all'occupazione statunitense di Iraq e Afghanistan sono ora rafforzate dai ripetuti attacchi statunitensi alle aree tribali di confine. Dopo decenni di tensioni con l'India, molti pakistani diffidano della raffica di insinuazioni indiane sui bombardamenti di Mumbai. Spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste indiane e statunitensi minerà ulteriormente la sua fragile base di consenso e rischierà di causare una nuova crisi politica.

Per più di 60 anni dall'indipendenza, gli establishment politici di India e Pakistan hanno fatto ripetutamente ricorso allo sciovinismo e al militarismo per distogliere l'attenzione dalla loro incapacità di risolvere i profondi problemi sociali ed economici cui la vasta maggioranza della popolazione si trova di fronte. Davanti alla attuale crisi economica globale, i governi di entrambi i paesi stanno sfruttando la tesa situazione del dopo Mumbai per gli stessi identici scopi. Lungi dal calmare le tensioni, l'intervento di Washington non farà che aumentare il pericolo di conflitto militare.

Originale: Tense India-Pakistan standoff continues

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008

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martedì, dicembre 02, 2008

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

di M. K. Bhadrakumar

Non appena a Mumbai le armi hanno smesso di sparare e la carneficina ha avuto fine si è avviata un'intensa mischia diplomatica tra India, Pakistan e Stati Uniti. Le due potenze dell'Asia Meridionale sono infatti entrate in gara per portare dalla propria parte gli Stati Uniti.

Per gli Stati Uniti, però, non si tratta più di agire come mediatori imparziali e neutrali. Oggi Washington partecipa a tutti gli effetti e con i propri interessi ai rapporti strategici sud-asiatici grazie alla guerra in Afghanistan, che sta attraversando una fase critica. Di fatto il garbuglio sud-asiatico non potrebbe essere più strano.

Come direbbe “Il Vecchio” nel Macbeth di Shakespeare,

“Settant'anni io posso ben ricordare:
in un giro di tempo come questo ho visto
ore tremende e cose strane: ma questa notte atroce
ha ridotto a un'inezia tutto quello che sapevo finora”.*

Washington sembra comprendere che l'intensificazione delle tensioni in Asia Meridionale può sfuggirle di mano. Secondo gli ultimi indizi, il Segretario di Stato Condoleezza Rice giungerà a New Delhi mercoledì in missione di mediazione.

Ancora una volta il Mossad osserva nell'ombra. I fidayeen (guerriglieri) apparentemente pakistani che hanno attaccato Mumbai sono stati particolarmente attenti a prendere di mira degli ebrei, cittadini israeliani inclusi, per sottoporli alle violenze più raccapriccianti. Tra le vittime ci sono nove ebrei. A Mumbai sono giunti esperti israeliani. La furia di Israele non conosce limiti.

Nel frattempo la Cina si sta cautamente avvicinando all'occhio del ciclone. Sabato il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha discusso a telefono la crisi con la sua controparte pakistana, Shah Mehmood Qureshi. Hanno naturalmente condannato gli attacchi terroristici di Mumbai. Ma poi Yang ha anche espresso la speranza che “il Pakistan e l'India possano continuare a rafforzare la cooperazione, mantenere vivo il processo di pace e intensificare i legami bilaterali in modo stabile e salutare”, per citare l'agenzia di informazione Xinhua.

Yang ha detto: “Queste misure sono nel fondamentale interesse di entrambi i paesi”. Curiosamente, Yang e Qureshi hanno “promesso sforzi congiunti per promuovere i legami bilaterali”. Essenzialmente, Yang ha espresso solidarietà con il Pakistan e ha consigliato moderazione da parte dell'India. Non è chiaro se Washington abbia suggerito a Pechino di usare i propri buoni uffici per calmare le acque o se Pechino abbia voluto sottolineare la propria rilevanza per la sicurezza sud-asiatica.

Ma una cosa è chiara. Mentre a Mumbai il bilancio dei morti continua a salire e sta per superare le 200 vittime innocenti, l'India è percorsa e travolta da ondate di dolore e di rabbia. Il governo di Delhi è stato scosso fino alle fondamenta dallo sdegno dell'opinione pubblica per il colossale fallimento della dirigenza politica. Il partito di governo, il Congresso Nazionale Indiano, che è il vecchio grande partito che guidò la lotta per l'indipendenza, si trova di fronte a una grave minaccia per il suo futuro sulla scacchiera della politica interna indiana. I rappresentanti di tutte le correnti politiche si sono riuniti per ore, fino alla mezzanotte di domenica, nella residenza del Primo Ministro alla ricerca di un modo per affrontare nuovamente la luce del giorno e un'opinione pubblica che sta perdendo rapidamente fiducia in loro e nei loro intrighi.

Il Ministro degli Interni è stato costretto dalla leadership del partito a dimettersi, assumendosi l'enorme responsabilità di non aver saputo impedire ai fidayeen di attaccare con tale impunità la capitale finanziaria indiana. Curiosamente, non mancavano informazioni di intelligence sul fatto che bisognasse prevenire esattamente un simile attacco dal Mare Arabico.

La testa dell'azzimato ministro è caduta, ma l'opinione pubblica non ne è impressionata. Le ferite prodotte nella psiche indiana sono profonde. E c'è una crescente possibilità che la rabbia possa portare a una selvaggia oscillazione dell'opinione pubblica verso il nazionalismo di destra nelle elezioni per il rinnovo delle assemblee provinciali e nelle prossime elezioni parlamentari.

Il governo punta il dito contro il Pakistan, sospettando che da lì sia partito l'attacco accuratamente pianificato dei fidayeen. La percezione popolare in India è che debba esserci stato un sostanziale grado di coinvolgimento di elementi della dirigenza politica pakistana per permettere un'operazione così meticolosamente orchestrata e con un supporto logistico tanto preciso.

Il governo mantiene faticosamente la posizione ufficiale, che distingue tra gruppi terroristici che fanno base in Pakistan e potrebbero aver compiuto l'attacco e il governo pakistano in quanto tale. L'opinione pubblica non crede a questa distinzione, ma il governo non ha molte possibilità di scelta.

Di fatto, la dirigenza indiana non sembra convinta di quello che dice quando assolve gli organi di sicurezza pakistani da un coinvolgimento negli attentati. L'alternativa per il governo equivarrebbe però a chiamare l'attacco con il suo nome: un atto di guerra, date le sue proporzioni gigantesche, compiuto dell'establishment pakistano. Ma questo obbligherebbe l'India a rispondere militarmente a quella che percepisce come un'aggressione, il che è impensabile perché significherebbe giungere rapidamente al punto critico dello scontro nucleare.

Il fatto è che il rapporto tra India e Pakistan, con le sue correnti sotterranee di sospetti e reciproche accuse e irto di innumerevoli rancori che sconfinano nell'ostilità, si trova in un equilibrio così precario che in poche ore potrebbe degenerare in una situazione di conflitto solo a causa di un passo falso, pur essendo mascherato da strati di cordialità come lo è stato negli ultimi tre o quattro anni.

Islamabad, naturalmente, respinge ostinatamente tutte le accuse di coinvolgimento nell'attacco terroristico. Messa sotto pressione da Washington, ha accettato frettolosamente l'idea che il Tenente Generale Ahmad Shuja Pasha, direttore generale dell'Inter-Service Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani, si rechi in India per discutere della questione.

Ma questa decisione, frutto di una conversazione telefonica tra Rice e il Presidente pakistano Asif Ali Zardari, sembra essere stata uno scaltro tentativo di arginare diplomaticamente la crescente rabbia indiana ed è stata successivamente annacquata dall'esercito pakistano. Evidentemente il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Kiani, già capo dell'ISI, ha pensato che fosse potenzialmente demoralizzante per l'esercito essere visti vacillare sotto le pressioni indiane.

I riflessi si stanno irrigidendo da entrambe le parti. Nel clima politico interno indiano, con le elezioni nazionali alle porte, per il governo è un suicidio politico farsi vedere debole perfino nei tentativi di persuadere Islamabad a dialogare. Se i partiti indiani di sinistra hanno messo da parte le acrimoniose divergenze con il governo e hanno fatto appello all'“unità nazionale”, i politici di destra non sentono l'impulso di fare altrettanto giacché intravedono la possibilità di essere catapultati al potere da un'ondata popolare di sdegno nazionalistico.

Nel frattempo Delhi chiede aiuto a Washington. E, prevenendo ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti, l'esercito pakistano ha cominciato a minacciare velatamente che a meno che Washington e Delhi non facciano marcia indietro la sua partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan è in dubbio. Questo può aver messo in difficoltà Washington, e spiega forse l'affrettato viaggio di Rice nella regione.

L'esercito pakistano sa fin troppo bene che mettendo in gioco il “fattore Afghanistan” i calcoli cambiano completamente. Con una presenza stimata di 32.000 soldati statunitensi sul campo e una forza di combattimento e supporto di più di 20.000 uomini forse già in arrivo su richiesta dei comandanti in Afghanistan, il gioco per Washington si fa rischioso.

Dalla prospettiva di Washington la crisi si presenta in un momento delicato, con vari dipartimenti e organi dell'amministrazione degli Stati Uniti impegnati a elaborare una nuova strategia per la guerra in Afghanistan: il coordinatore della Casa Bianca per l'Iraq e l'Afghanistan Generale Douglas Lute, il comandante di CENTCOM Generale Petraeus, il capo dei Joint Chiefs of Staff (Comandi Congiunti del Personale) Ammiraglio Mike Mullen, il Dipartimento di Stato e la CIA devono ancora portare a termine il loro compito.

Il fattore afghano influisce sugli interessi statunitensi in vari modi.
Innanzitutto, in caso di intensificazione delle tensioni tra India e Pakistan nei prossimi giorni e settimane, gli Stati Uniti devono aspettarsi che il Pakistan decida di spostare le sue divisioni scelte dalle regioni che confinano con l'Afghanistan, per un totale di circa 100.000 uomini, per posizionarle al confine occidentale con l'India. La dinamica della guerra in Afghanistan ne risentirebbe quasi immediatamente.

In un recente discorso a Washington il Generale David McKiernen, comandante supremo delle forze NATO in Afghanistan, ha sottolineato quanto sia importante che l'esercito pakistano continui così in Afghanistan. Ha detto che Kiani era atteso a breve a Kabul e ha aggiunto: “abbiamo cominciato con il parlarci e oggi coordiniamo la cooperazione a livello tattico lungo il confine”.

McKiernen ha poi detto che vedeva “un cambiamento nel modo di pensare delle autorità pakistane, che si stanno convincendo che l'insorgenza è un problema che minaccia l'esistenza stessa del Pakistan e che devono occuparsene forse in modi che non avevano contemplato anni fa sul loro lato del confine. Dunque vedo una volontà e una capacità, anche se devono fare ancora molta strada nelle operazioni di contro-insorgenza sul lato pakistano del confine”.

Ha espresso “cauto ottimismo” a proposito della guerra, in considerazione della disponibilità dell'esercito pakistano a collaborare. Adesso la peggiore paura di McKiernen sarà che la leadership militare pakistana dica che vuole sì combattere al-Qaeda e i taliban, ma non dispone delle risorse e della capacità per farlo a causa della necessità urgente di schierare le truppe al confine con l'India.

Un secondo fattore che peserà sugli Stati Uniti sarà la pressione che il tutto potrà esercitare sulle vie di rifornimento alle truppe in Afghanistan. Circa il 75% dei rifornimenti per i soldati americani passa per il Pakistan e non ci sono rotte alternative praticabili – oltre all'Iran – per rifornire i reparti posizionati nelle critiche regioni meridionali e sud-orientali dell'Afghanistan.
In terzo luogo, se l'appoggio pakistano verrà a mancare i taliban si scateneranno nelle regioni di confine. E le perdite per la NATO aumenteranno, il che avrà gravi conseguenze politiche per le capitali europee.

Dunque il primo compito di Washington sarà quello di raffreddare gli animi ed evitare un confronto diretto tra i due avversari nucleari sud-asiatici. Sarà l'ultima grande mossa della politica estera dell'amministrazione Bush e un'interessante prova generale per la presidenza entrante di Barack Obama.

Il Pakistan è interessato a imporre agli Stati Uniti un ruolo di mediazione al fine di “contenere” l'India. L'esercito pakistano è innervosito dalla rapida evoluzione del partenariato strategico USA-India e vorrebbe da Washington una politica sud-asiatica imparziale. Curiosamente l'attacco dei fidayeen a Mumbai sottolinea efficacemente proprio l'affermazione pakistana secondo cui Washington non può isolare la guerra afghana senza affrontare le questioni centrali delle tensioni tra India e Pakistan.

Ma tutto ciò non tiene conto della possibilità che l'esercito pakistano possa avere un grande motivo per alimentare le tensioni con l'India proprio in questo momento, e cioè trovare un alibi per sbrogliarsi dalla partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan. Il fatto è che l'esercito pakistano ha brutti presentimenti sulla politica afghana dell'amministrazione Obama. Obama ha lasciato intendere più volte che userà la linea dura con l'esercito pakistano per la sua doppia politica di combattere la guerra e contemporaneamente usare i taliban come strumento di influenza geopolitica in Afghanistan.

L'attuale linea di pensiero degli Stati Uniti tenderebbe ad armare delle tribù pashtun per farle combattere contro i taliban e al-Qaeda. È una mossa controversa che preoccupa l'esercito pakistano, poiché potrebbe innescare violenze nelle regioni pashtun all'interno del Pakistan e alimentare le pretese del Pashtunistan. Inoltre Obama ha ammonito duramente che ordinerebbe alle Forze Speciali americane di colpire il territorio del Pakistan se la situazione lo richiedesse. Queste mosse sarebbero uno smacco per l'esercito pakistano.

Ciò che più sconcerta l'esercito pakistano è la probabilità che la “strategia di uscita” di Obama incoraggi la rapida formazione di un esercito nazionale afgano di 134.000 uomini. Si tratta di un'idea cara al Segretario della Difesa Robert Gates e può ampiamente spiegare la decisione di Obama di confermarlo nell'incarico.

Comunque, non appena un esercito nazionale afghano entrerà a regime, per l'esercito pakistano entrerà in azione la legge di riduzione dei profitti. Il futuro esercito afghano sarà certamente comandato da ufficiali di etnia tagika. Attualmente i tagiki costituiscono più dei tre quarti del corpo ufficiale afghano. Ma i tagiki sono sempre stati fuori dei confini dell'influenza pakistana, perfino durante il jihad afghano negli anni Ottanta. Il nazionalismo tagiko sfida le aspirazioni del Pakistan a controllare l'Afghanistan. Riassumendo i dilemmi che si porranno all'esercito pakistano, l'ex Ministro degli Esteri del Pakistan Najmuddin Sheikh ha recentemente osservato: “Con [la politica afghana di Obama] si avvererebbero in effetti le peggiori paure del Pakistan in materia di sicurezza”.

*Macbeth, Atto II, scena 4. Traduzione di Mario Praz.

Originale: Strange storm brews in South Asia

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

di Yoichi Shimatsu

L'assalto notturno coordinato contro sette importanti bersagli a Mumbai ricorda le bombe del 1993 che devastarono la Borsa di Bombay. I recenti attacchi recano la firma della stessa mente criminale: preparazione meticolosa, spietata esecuzione e assenza di richieste e rivendicazioni.

Il pauroso silenzio che ha accompagnato le esplosioni è la firma di Dawood Ibrahim, ora proprietario multimilionario di una società di costruzioni a Karachi, Pakistan. Il suo nome non è un marchio di fabbrica conosciuto in tutto il mondo come Osama bin Laden. Nell'Asia Meridionale, tuttavia, Dawood è molto temuto e, con una morale un po' contorta, ammirato per la sua tardiva trasformazione da boss del crimine a sedicente vendicatore.

La sua ascesa ai ranghi più alti della criminalità indiana ha avuto un inizio improbabile: era il diligente figlio di un agente di polizia nella popolosa capitale commerciale allora nota come Bombay.

La sua familiarità infantile con la routine poliziesca e con gli ingranaggi della giustizia donarono all'ambizioso adolescente l'impareggiabile capacità di sconfiggere le autorità con piani criminali sempre più ingegnosi. Nel mondo poco istruito delle bande criminali di Bombay, Ibrahim emerse come leader credibile di una mafia multi-religiosa, non solo grazie alla sua abilità nell'organizzare campagne di estorsione e nel gestire il libro paga ma anche per lo spietato sterminio dei rivali.

Ibrahim DawoodIbrahim, noto come uno che risolveva problemi in modo professionale, si guadagnò l'amicizia di ambiziosi ufficiali dei servizi segreti indiani noti come Research and Analysis Wing (RAW, Ramo Analisi e Ricerca). Attirò presto l'attenzione di agenti segreti americani che allora appoggiavano i mujaheddin islamici contro gli occupanti sovietici in Afghanistan. Ibrahim contribuì personalmente a molte operazioni segrete degli Stati Uniti, convogliando soldi ai ribelli afghani attraverso casinò gestiti da americani a Kathmandu, nel Nepal.

Avido di piacere a tutti, Dawood ogni tanto fece un po' di confusione, per esempio fornendo documenti di viaggio e altri servizi a dirottatori islamici. Così i vertici dei servizi a Washington tentarono di “sequestrare” ufficiosamente i suo investimento nei casinò nepalesi. La furia di Ibrahim è leggendaria tra la gente del posto. Uomo d'affari d'onore, credeva fermamente che un contratto era un contratto e che per nessun motivo ci si poteva rimangiare la parola data.

Mentre Bombay si apprestava a diventare una delle maggiori metropoli asiatiche – le tariffe degli alberghi e gli affitti sono i più alti della regione –Ibrahim avrebbe potuto fare la vita comoda del boss. Invece ebbe un sussulto di coscienza, uno scatto di ritrovata indignazione morale, quando nel 1992 i nazionalisti di destra indù distrussero una moschea nel nord dell'India, massacrando 2000 fedeli musulmani, per la maggior parte donne e bambini.

Nel successivo mese di maggio i suoi uomini fecero scoppiare una serie di bombe a Bombay, uccidendo più di 300 persone. Le sue convinzioni personali avevano – stranamente – avuto la meglio sulla sua imparziale etica professionale. Sconvolto, il suo braccio destro indù tentò di ucciderlo. Seguì una cruenta guerra intestina, ma come sempre Ibrahim trionfò, anche se in esilio a Dubai e Karachi.

Nel decennio successivo, al culmine delle violenze nel Kashmir, Ibrahim mandò in barca da Karachi i suoi uomini ben addestrati e pesantemente armati per farli sbarcare in segreto sulle spiagge indiane. Lo stesso metodo usato nell'assalto di Mumbai con un maggior numero di barche: sette secondo le prime dichiarazioni della marina.

Perché questa azione è avvenuta proprio all'alba di quello che in America è il Giorno del Ringraziamento? Il capo dell'opposizione indiana ed ex vice Primo Ministro L. K. Advani aveva chiesto a lungo l'estradizione di Ibrahim dal Pakistan, una mossa avversata dall'allora governo militare di Islamabad. Con il ritorno di un governo a guida civile, il nuovo Primo Ministro pakistano (Gillani) aveva acconsentito alla richiesta di estradizione di New Delhi.

Washington e Londra si erano dette d'accordo con la richiesta legale dell'India e avevano tolto la “protezione ufficiale” accordata a Ibrahim per i passati servigi offerti ai servizi segreti occidentali. I diplomatici statunitensi, tuttavia, non avrebbero mai potuto permettere il ritorno di Dawood: sa troppe cose dei più oscuri segreti dell'America in Asia Meridionale e nel Golfo, segreti che se rivelati potrebbero affossare le relazioni tra Stati Uniti e India. Alla fine di giugno Dawood è stato portato in una casa sicura a Quetta, nei pressi dell'area tribale del Waziristan, ed è poi scomparso, probabilmente di nuovo in Medio Oriente.

Come nel caso del beniamino americano della guerra afghana, Osama bin Laden, il contraccolpo delle secrete manovre statunitensi è giunto all'improvviso, questa volta con effetti spettacolari a Mumbai. L'assalto al Taj Mahal Palace Hotel verrà probabilmente ricordato come il primo colpo letale inflitto all'entrante amministrazione Obama. Gli assalitori, che parlavano punjabi e non il dialetto del Deccan, hanno faticato parecchio per incendiare il prestigioso albergo, di proprietà del Gruppo Tata. Questo gigante industriale è tra i maggiori sostenitori dell'accordo di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e India, e sta ora progettando di diventare un importante fornitore di energia nucleare. I Clinton, in qualità di emissari di Enron, furono i primi a suggerire l'accordo nucleare con New Delhi, dunque Obama eredita la catastrofe di Mumbai ancor prima di insediarsi alla presidenza.

Dawood Ibrahim è quarto sulla lista di Forbes dei 10 uomini più ricercati del mondo. Dopo la nuova serie di attacchi che hanno ucciso più di 100 persone e devastato prestigiosi alberghi di lusso Ibrahim può ora ambire al primo posto. Contrariamente al fanatico e spesso inefficace bin Laden, Ibrahim è un professionista sotto tutti gli aspetti e dunque un avversario ancor più formidabile. Tuttavia nei servizi segreti militari pakistani gira voce che Dawood sia morto, assassinato a luglio. Questa versione degli eventi ricorda una variante della storia di bin Laden. Se è vera, i tirapiedi di Dawood stanno continuando la missione di un fuorilegge diventato leggenda.

Originale da: Dawood - Did Criminal Mastermind Stage Mumbai Nightmare?

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

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Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Gli attacchi di Mumbai secondo Tariq Ali

[Nota: anche questo pezzo fa parte della prima ondata di commenti e analisi (quando gli attacchi erano ancora in corso), dunque alcune informazioni possono risultare non corrette o datate. Resta interessante per la valutazione: interessa qui offrire come sempre uno spettro abbastanza ampio di opinioni].

Gli attacchi di Mumbai


di Tariq Ali

L'assalto terroristico agli alberghi a cinque stelle di Mumbai era stato ben pianificato, ma non richiedeva una grande preparazione logistica: tutti i bersagli erano facili. Lo scopo era seminare il caos attirando l'attenzione sull'India e i suoi problemi, e in questo i terroristi hanno avuto successo. L'identità del gruppo di uomini incappucciati resta un mistero.

Quello dei Deccan Mujaheddin, che hanno rivendicato la strage in un comunicato stampa via email, è di certo un nome nuovo, probabilmente scelto per quest'unica azione. Ma le speculazioni abbondano. Un alto ufficiale della marina indiana ha affermato che gli assalitori (arrivati via mare, con la MV Alpha) avevano legami con i pirati somali, facendo intendere che si trattava di una ritorsione per l'azione vittoriosa benché cruenta della Marina Indiana contro i pirati nel Golfo Arabo che alcune settimane fa ha comportato un pesante bilancio di vittime.

Il Primo Ministro indiano, Manmohan Singh, ha insistito sulla provenienza straniera dei terroristi. I media indiani hanno riecheggiato questa versione elencando tra i soliti sospetti il Pakistan (attraverso il Lashkar-e-Toiba) e al Qaeda.

Ma queste sono solo costruzioni mentali della fantasia politica dell'India ufficiale. Servono a negare che i terroristi possano essere una varietà nostrana, un prodotto della radicalizzazione di giovani musulmani indiani che hanno infine respinto il sistema politico indigeno. Accettare questa ipotesi significherebbe ammettere che i medici politici del paese devono guarire se stessi.

Al Qaeda, come ha recentemente chiarito la CIA, è un gruppo in declino. Non è più riuscito a ripetere alcunché di vagamente simile agli attentati dell'11 settembre.

Il suo capo, Osama bin Laden, potrebbe anche essere morto (di certo non è intervenuto in video come sarebbe stato nel suo stile a proposito delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti) e il suo vice ha ripiegato sulle minacce e le spacconate.

E il Pakistan? L'esercito del paese è pesantemente impegnato in azioni sul confine nord-occidentale, che risente della guerra afghana e ne è destabilizzato. I politici pakistani attualmente al potere stanno ripetutamente aprendo all'India. Il Lashkar-e-Toiba, che solitamente non è timido quando si tratta di rivendicare i suoi attacchi, ha recisamente negato il proprio coinvolgimento nell'assedio di Mumbai.

Perché dovrebbe sorprendere se gli autori degli attacchi fossero musulmani indiani? Non è un mistero che si sia accumulata una grande rabbia tra i settori più poveri della comunità musulmana contro la sistematica discriminazione e gli atti di violenza subiti, dei quali il pogrom anti-musulmano del 2002 nel luminoso Gujarat è stato solo l'episodio più flagrante e più indagato, appoggiato dal Ministro Capo dello Stato e dagli organi statali locali.

Si aggiunga a questo la piaga del Kashmir, che è stato trattato per decenni come una colonia dalle truppe indiane con continue detenzioni arbitrarie, torture e violenze indiscriminate compiute sui suoi abitanti. Le condizioni di vita erano ben peggiori di quelle del Tibet ma hanno suscitato scarsa simpatia a Occidente, dove la difesa dei diritti umani è pesantemente strumentalizzata.

Gli organi di intelligence indiani sono ben consapevoli di tutto questo, e non dovrebbero incoraggiare le fantasie dei loro leader politici. La cosa migliore è ammettere e accettare che all'interno del paese ci sono gravi problemi. Un miliardo di indiani: l'80% è indù e il 14% musulmano. Una minoranza molto consistente che non può essere epurata etnicamente senza provocare un conflitto più ampio.

Niente di tutto questo giustifica il terrorismo, ma dovrebbe almeno costringere i governanti dell'India a concentrare lo sguardo sul loro paese e sulle sue situazioni problematiche. Le disparità economiche sono profonde. L'idea assurda che gli effetti di ricaduta del capitalismo globale avrebbero risolto la maggioranza dei problemi può essere ora vista per quello che è sempre stata: una foglia di fico per nascondere nuove modalità di sfruttamento.

Originale da: The Assault on Mumbai

Articolo originale pubblicato il 27/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 30, 2008

Cosa c'è dietro i colloqui tra Stati Uniti e taliban?

[Se già in questo articolo di M. K. Bhadrakumar si analizzava la nuova fase della politica statunitense in Afghanistan mettendone in luce le implicazioni e la complessa rete di rapporti e di alleanze, il pezzo più sintetico di Alex Lantier si concentra soprattutto sui negoziati USA-taliban e sui probabili orientamenti della politica estera della prossima amministrazione].

Cosa c'è dietro i colloqui tra Stati Uniti e taliban?

di Alex Lantier

Ieri il Wall Street Journal ha riferito dei piani degli Stati Uniti di aprire negoziati diretti con i leader taliban in Afghanistan. Il fatto che la notizia sia stata data dal Journal, un giornale finanziario conservatore, dimostra che non si è trattato di uno scoop giornalistico ma di una dichiarazione pubblica sul nuovo orientamento della politica estera statunitense.

Secondo il Journal, “Gli Stati Uniti stanno attivamente prendendo in considerazione un dialogo con elementi dei taliban, il gruppo islamico armato che un tempo governava l'Afghanistan e ha offerto rifugio ad al Qaeda, segnalando un cambiamento che sarebbe stato impensabile pochi mesi fa”. Il giornale ha riferito che questi colloqui erano inclusi nella “bozza di una raccomandazione contenuta in una valutazione riservata della strategia degli Stati Uniti in Afghanistan”.

Questi piani cercano di porre rimedio al grave peggioramento della posizione degli Stati Uniti in Afghanistan. La violenza si è estesa nel paese e nelle vicine aree tribali del Pakistan, il cui governo appoggiato dagli Stati Uniti è stato screditato dall'acquiescienza con cui ha affrontato i bombardamenti degli Stati Uniti e le incursioni nel suo territorio contro i militanti taliban. La guerra degli Stati Uniti contro i taliban ha anche contrapposto importanti alleati degli Stati Uniti, che hanno aiutato questi ultimi a organizzare le milizie dei taliban a vantaggio della politica americana degli oleodotti alla metà degli anni Novanta: il regime saudita e i potenti servizi segreti militari pakistani, l'Inter-Service Intelligence (ISI).

Nonostante la retorica americana della “guerra al terrore”, che ritrae i taliban come mostri, i colloqui USA-taliban non sono una novità. L'invasione dell'Afghanistan, nel 2001, vide uno spiegamento relativamente limitato di truppe e l'occupazione statunitense del paese dipendeva dalla capacità di manipolare la frammentata élite tribale afghana. Un rappresentante del Dipartimento di Stato ha dichiarato al Journal: “Noi e gli afghani negoziamo con le tribù tutti i giorni, a livello distrettuale. A volte sono taliban, o loro sostenitori. Spesso dicono: 'Se ci date quello che vogliamo deponiamo le armi'”.

Il Journal ha anche riferito che “nelle ultime settimane in Arabia Saudita” funzionari del regime afghano (controllato dagli Stati Uniti) hanno negoziato con rappresentanti taliban.

I tentativi delle autorità statunitensi di creare una politica afghana efficace, tuttavia, sono stati limitati dalle restrizioni ai negoziati con i taliban. Un funzionario dei servizi ha detto al Journal: “alcuni rappresentanti degli Stati Uniti hanno condotto tranquillamente contatti informali con i leader taliban, ma i militari erano più interessati ad arrestarli”. La fuga di notizie sui colloqui USA-taliban è un segnale agli opinionisti e agli osservatori stranieri, soprattutto in Afghanistan e Pakistan, ai quali si vuole fare capire che Washington non accetterà più queste limitazioni.

Il cambio della guardia ai vertici dell'impero statunitense – con le imminenti elezioni presidenziali e la promozione del Generale David Petraeus a capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, che gli dà autorità sulle forze statunitensi in Afghanistan – fornisce ai decisori politici statunitensi l'opportunità di condurre una certa ricalibrazione della “guerra al terrore”.

La storia di Petraeus è particolarmente significativa a tale proposito. È stato mandato in Afghanistan per replicarvi il “surge” attuato come comandante delle forze statunitensi in Iraq.

In Iraq, Petraeus ha comprato gli intermediari locali: i membri delle tribù sunnite della provincia di Anbar, parte delle milizie del Mahdi e milizie sunnite nelle città più grandi. Poi, con un incremento delle truppe statunitensi in tutto l'Iraq – la provincia di Anbar, poi Baqubah, Baghdad, Basra, ecc. - le forze americane hanno massacrato chi si rifiutava di allearsi con loro. Dopo la morte di innumerevoli migliaia di iracheni e centinaia di soldati americani, la resistenza irachena all'occupazione statunitense è diminuita e i media e gli ambienti politici hanno osannato il “surge” come un grandissimo successo.

Adesso il “surge” sta per arrivare in Afghanistan. Almeno 12.000 altri soldati americani sono stati destinati laggiù. Il Journal osserva che Petraeus ha pubblicamente approvato la politica di dialogo con i taliban. In un discorso dell'8 ottobre sulla politica afghana alla Heritage Foundation, ha detto: “Con i nemici bisogna parlare. Bisogna cercare di riconciliarsi con il maggior numero possibile di essi per poi identificare quelli che sono davvero irreconciliabili”.

Petraeus dunque supervisionerà una politica basata su un'attenta selezione dei leader tribali afghani per poi fare a ciascuno di essi la proverbiale proposta che è impossibile rifiutare. Per i capi della milizia che si allineeranno con gli Stati Uniti ci saranno premi adeguati. Per gli irriducibili, gli “irreconciliabili” ci saranno bombardamenti, incursioni e operazioni speciali.

Questo cambiamento di strategia è particolarmente importante per il fatto che il candidato che è ora considerato il probabile vincitore, il democratico Barack Obama, ha accusato per molto tempo l'amministrazione Bush di essersi distratta dalla guerra in Afghanistan, e ha sollecitato attacchi contro obiettivi in Pakistan.

Il Journal osservava che entrambi i candidati presidenziali, Obama e il repubblicano John McCain, hanno appoggiato i colloqui USA-taliban, contribuendo ad “far sì che questa condotta venga attuata indipendentemente da chi vincerà le elezioni”.

Tutto questo sottolinea una realtà essenziale delle elezioni USA 2008: con la probabile vittoria di Obama andranno al potere rappresentanti della classe dirigente statunitense tatticamente più competenti, ma non meno implacabili.

Originale: World Socialist Web Site

Originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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martedì, settembre 23, 2008

Chi c'è dietro l'esplosione di Islamabad?

Chi c'è dietro l'esplosione di Islamabad?

da Moon of Alabama

Quello a cui non possiamo sfuggire”, ci ha detto uno degli strateghi del Pentagono , “è uno scontro con il Pakistan. Il Pakistan ha la chiave del nostro successo in Afghanistan”.
Afghanistan: How Does This End?, Swoop, 20 settembre 2008.

Se si vuole capire l'attentato al Marriott di Islamabad bisogna guardare al più ampio contesto strategico.

A credere ai soliti media “occidentali” gli Stati Uniti sono ancora un alleato del Pakistan e l'India è ancora un paese neutrale. In realtà gli Stati Uniti e l'India sono alleati in una guerra contro il Pakistan e la Cina.

In India e negli Stati Uniti ci sono alcuni elementi della politica estera che considerano la Cina il grande nemico strategico. Ma entrambi i paesi vogliono per ora evitare lo scontro aperto. Il centro di gravità in questa guerra silenziosa contro la Cina sono i giacimenti di idrocarburi in Asia Centrale, Medio Oriente e Africa e le relative rotte di trasporto.

La guerra in Afghanistan e la guerra in Pakistan possono essere viste come guerre per procura tra queste tre grandi potenze sulla questione energetica.

La Cina sta sviluppando il porto di Gwader nel Belucistan sulla costa meridionale e le rotte di trasporto da lì verso l'interno. Il porto permetterà il flusso dell'energia dall'Africa e dal Medio Oriente alla Cina evitando l'interferenza navale indiana.

Così come la Cina è strategicamente alleata con il Pakistan, l'India è strategicamente alleata con l'Afghanistan, e sta sviluppando una strada che collegherà Herat a un porto nel sud dell'Iran. Mentre il Pakistan appoggia alcuni gruppi talebani nella guerra contro l'occupazione statunitense dell'Afghanistan, l'India e gli Stati Uniti appoggiano altri gruppi talebani che combattono contro Islamabad all'interno del Pakistan.

Attualmente l'obiettivo sembra essere quello di smembrare il Pakistan.

Oh, come: non è questo che dicono i media? Sono tutte frottole?

Ecco una collezione di estratti di notizie e documenti strategici. Leggeteli tenendo presente quanto ho appena scritto.

Dagli Stati Uniti:

[I] pashtun, concentrati nelle aree tribali nord-occidentali, si unirebbero ai loro fratelli etnici dall'altra parte del confine afghano (insieme costituirebbero una popolazione di circa 40 milioni di persone) per formare un “Pashtunistan” indipendente. I sindhi a sud-est, in tutto 23 milioni, si unirebbero ai sei milioni di beluci del sud-ovest per creare una federazione lungo il Mar Arabico dall'India all'Iran. Il Pakistan” diverrebbe allora un rimasuglio di stato nucleare punjabi.
Drawn and Quartered, editoriale del New York Times, 1° febbraio 2008.

Dall'India:

Se mai gli interessi nazionali sono definiti con chiarezza e resi prioritari, la principale (secolare) minaccia all'Unione si è sempre materializzata alla periferia occidentale. Per difendersi da questa grave minaccia all'Unione, Nuova Delhi dovrebbe estendere la propria influenza, impiegando sia il potere morbido che quello duro, verso l'Asia Centrale, da dove sono storicamente giunte le invasioni. La cessazione del Pakistan come stato facilita la realizzazione di questo cruciale obiettivo nazionale.
...
Con il braccio della Cina, cioè il Pakistan, neutralizzato, i suoi piani espansionistici subiranno un grave colpo. Pechino continua a rappresentare una grave minaccia per Nuova Dehli. Anche continuando a intrattenere con la Cina rapporti il più possibile costruttivi dobbiamo cercare di togliere di mezzo il suo stato mandatario. È al contempo prudente estendere il supporto morale al popolo del Tibet per immobilizzare l'espansionismo cinese nel pantano dell'insorgenza.
Stable Pakistan not in India’s interest, Indian Defence Review, settembre 2008.

Dal Pakistan:

Gli analisti politici pakistani sono convinti che gli Stati Uniti negli ultimi sette anni siano stati un alleato ambiguo che ha usato la sincera cooperazione del Pakistan riguardo all'Afghanistan per trasformare quel paese in una base militare da cui lanciare una sofisticata campagna psicologica, militare e di intelligence per destabilizzare lo stesso Pakistan.
L'obiettivo è indebolire il controllo dell'esercito pakistano sul territorio del paese e innescare una guerra civile etnica e settaria che porti a cambiare lo status del Belucistan e della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, e forse anche a facilitare il distacco di entrambe le province dalla federazione pakistana.
Pakistan Reverses 9/11 Appeasement, Ahmed Quraishi, 13 settembre 2008.

Fonti varie:

La semplice risposta retorica alla crescente prepotenza americana non basta, visto che questo avventurismo ha motivazioni diaboliche molto più profonde.
...
È per il fallimento dell'ex generale, che amava recitare la parte dello schiavo dei signori della guerra americani, nel chiedere questa azione alle forze della coalizione in Afghanistan che la nostra regione tribale è diventata un covo di militanti finanziati con soldi stranieri, che agli ordini dei loro padroni hanno trasformato le nostre periferie tribali un tempo pacifiche in un luogo violento e il resto del nostro paese nella loro zona di caccia.
Mullen’s betrayal, The Frontier Post, Peshawar, Editoriale, 19 settembre 2008

***

L'India sta acquistando armi che grandi potenze come gli Stati Uniti usano per operare lontano da casa: portaerei, grandi aerei da trasporto C-130J e aerocisterne per rifornimenti in volo. Intanto l'India ha contribuito alla costruzione di una piccola base aerea in Tagikistan nella quale opererà in condivisione con il paese ospite. È la prima base militare dell'India moderna su suolo straniero.
...
“Sembra esserci una nascente competizione a lungo termine tra India e Cina per il predominio nella regione”, ha detto Jacqueline Newmyer, presidente del Long Term Strategy Group, un istituto di ricerca di Cambridge, Mass., e consulente per la sicurezza per il governo degli Stati Uniti. “L'India si sta lentamente preparando a reclamare il suo posto di potenza dominante, e nel frattempo la Cina sta lavorando per ostacolarla”.
Land of Gandhi Asserts Itself as Global Military Power, New York Times, 22 settembre 2008.
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Armato di una licenza di commercio nucleare globale, il primo ministro indiano parte la prossima settimana per gli Stati Uniti e la Francia sperando di firmare contratti per l'energia atomica e di discutere di cooperazione nei settori della difesa e della lotta al terrorismo.
Atomic trade high on India PM's U.S., France tour, Reuters, 19 settembre 2008.
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L'alto ufficiale militare cinese Guo Boxiong ha chiesto lunedì di rafforzare ulteriormente gli scambi militari tra la Cina e il Pakistan.
Nell'incontro con il Capo di Stato Maggiore pakistano Ashfaq PervezKiyani, Guo, vice presidente della Commissione Militare Centrale, ha apprezzato la fruttuosa collaborazione sviluppatasi negli anni tra le due parti.
...
La Cina assegna un grande valore al partenariato strategico con il Pakistan, ha detto Guo, promettendo di unire le forze con il paese per dare un ulteriore impulso ai legami bilaterali e portarli a un nuovo livello.
Kiyani ha risposto dicendo che il suo paese fa tesoro della tradizionale amicizia con la Cina ed è pronto a intensificare la cooperazione con la Cina.
China eyes closer military exchanges with Pakistan, Xinhua, 22 settembre 2008.
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Gli insorti talebani hanno attaccato un progetto di costruzione indiano nella provincia occidentale afghana di Herat, uccidendo 11 poliziotti afghani e ferendone altri durante un fine settimana in cui la maggior parte dei combattenti ha deposto le armi per il Giorno della Pace delle Nazioni Unite.
Indian construction project targeted by Taliban, Globe and Mail, 21 settembre 2008.

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ISLAMABAD, Pakistan – Due ufficiali dell'intelligence dicono che i soldati e gli abitanti del villaggio hanno aperto il fuoco quando due elicotteri degli Stati Uniti provenienti dall'Afghanistan sono entrati nello spazio aereo pakistano .
Intel officials: US copters cross Pakistan border, Reuters, 22 settembre 2008.

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Le forze militari pakistane hanno compiuto ripetute missioni in elicottero in Afghanistan per rifornire i talebani durante un'aspra battaglia, nel giugno del 2007, secondo un tenente colonnello degli US Marine che dice di basare le sue informazioni su diversi rapporti dei servizi segreti afghani e statunitensi.
U.S. Officer: Pakistani Forces Aided Taliban, Defense News, 19 settembre 2008.

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Questa campagna mediatica degli Stati Uniti si è accompagnata negli ultimi diciotto mesi a un'ondata di terrorismo in Pakistan che ha preso di mira i civili e il governo del paese. La colpa di queste azioni è stata attribuita ai cosiddetti “talebani pakistani”, che sono, per la maggior parte, una creazione dei servizi indiani e di Karzai in Afghanistan.
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Ma la situazione tra Islamabad e Washington non deve arrivare a questo. Islamabad può pesare contro i falchi di Washington che vogliono la guerra con il Pakistan. Non tutti nel governo degli Stati Uniti accettano questa idea e questo va sfruttato. Il Pakistan deve mettere in chiaro che ci sarà una ritorsione.
...
L'unico modo per intrappolare il Pakistan è orchestrare un attentato terroristico spettacolare negli Stati Uniti e attribuirne la responsabilità al Pakistan, o assassinare una personalità di alto profilo in Pakistan e generare un conflitto interno che renda impossibile ai militari resistere agli attacchi degli Stati Uniti.
Pakistan Reverses 9/11 Appeasement, Ahmed Quraishi, 13 settembre 2008.

Allora:

  • Chi potrebbe essere/è responsabile della bomba di Islamabad?
  • La Cina può avere altre condizioni, oltre a Taiwan, per il grande salvataggio? Queste condizioni hanno a che fare con il Pakistan?
Fonte: Moon of Alabama

Originale pubblicato il 22 settembre 2008

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giovedì, agosto 21, 2008

Link

Dall'intervista a Gerhard Schröder di Spiegel Online, nella quale si parla di Russia, America, NATO, ruolo dell'Europa, errori di percezione dell'Occidente e mondo multipolare:

"Non c'è un solo problema critico nella politica mondiale o nell'economia globale che possa essere risolto senza la Russia: né il conflitto nucleare con l'Iran, né la questione della Corea del Nord né di certo la pace in Medio Oriente. Anche i problemi legati ai cambiamenti climatici possono solo essere affrontati tutti insieme. A proposito, Mosca ha ratificato il Protocollo di Kyoto per combattere il surriscaldamento globale, mentre stiamo ancora aspettando che lo faccia anche Washington. E per quanto riguarda la politica energetica, solo i sognatori possono pensare che l'Europa Occidentale possa rendersi indipendente dal petrolio e dal gas naturale della Russia. E dall'altro lato i russi hanno bisogno di acquirenti affidabili per le loro risorse energetiche".

[...]

SPIEGEL: Il candidato presidenziale repubblicano, John McCain, ha detto: 'Oggi siamo tutti georgiani'.

Schröder: Io no.

Link (ING)

***

Andrej Cygankov, Professore di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche, approfondice su Russia Profile la questione delle responsabilità nel conflitto caucasico della lobby anti-russa americana: diversamente dall'amministrazione Bush, i gruppi anti-russi non fingono neanche di considerare la Russia un partner in materia di sicurezza, e presentano il comportamento della Russia come incompatibile con i valori e gli interessi americani. Questi gruppi sono fautori dell'allargamento della NATO come mezzo cruciale per controllare la regione eurasiatica con le sue enormi risorse e la sua potenziale minaccia al dominio americano. I lobbisti anti-russi e i politici simpatizzanti, come Dick Cheney e John McCain, hanno sempre visto la NATO come uno strumento per contenere la Russia.
La lobby anti-russa ha lavorato direttamente con potenziali nuovi membri NATO in Europa Orientale fornendo loro garanzie di sicurezza contro la Russia in cambio del loro sostegno politico totale alla politica estera americana.

Cygankov fa un esempio illuminante, l'invasione dell'Iraq:

"Membri della lobby come Bruce Jackson hanno fatto pressioni su paesi dell'Europa Orientale perché appoggiassero la politica statunitense in Iraq. Ex-ufficiale dei servizi segreti militari che aveva lavorato con Richard Pearle, Paul Wolfowitz e Dick Cheney nelle amministrazioni Reagan e George Bush padre, Jackson era anche vice presidente della maggiore industria militare del mondo, la Lockheed Martin. Sotto l'amministrazione di Bush figlio è emerso come presidente sia del Project on Transitional Democracies (Progetto per le Democrazie in Transizione) che per l'US Committee on NATO. Impegnato attivamente nella promozione dell'allargamento della NATO prima dell'invasione dell'Iraq, Jackson mobilitò i cosiddetti Dieci di Vilnius (Albania, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) per contrastare la posizione della Francia nel febbraio del 2003. Ha convinto i governi dei Dieci di Vilnius a firmare la dichiarazione di supporto della guerra in Iraq - spesso andando contro la loro opinione pubblica interna - in cambio del'approvazione da parte del Senato statunitense del loro ingresso nella NATO. Subito dopo la guerra Jackson riprese a decantare le virtù dell'ammissione di Georgia e Ucraina nell'alleanza, in questo appoggiato dai governi dell'Europa Orientale.

Ed era proprio un bel dare e avere: la piccola Georgia mandò il terzo contingente più grosso in Iraq e pagò lobbisti anti-russi a Washington. In cambio Jackson e altri fecero pressioni per fare entrare la Georgia nella NATO. Per esempio, negli ultimi anni il consigliere del senatore John McCain Randy Scheunemann e il suo socio Mike Mitchell sono stati pagati più di 2 milioni di dollari da Georgia, Lettonia, Romania e Macedonia perché perorassero il loro ingresso nella NATO.

Verso l'ottobre del 2004 Saakashvili respinse l'offerta della Russia di un trattato di buon vicinato e decise di risolvere le dispute territoriali contando sull'appoggio politico degli Stati Uniti. Nell'ultimo decennio Washington ha fornito a Tbilisi aiuti per 1,2 miliardi di dollari e ha mandato i suoi consiglieri militari in Georgia con il compito ufficiale di addestrare ed equipaggiare le truppe georgiane perché sradicassero il terrorismo nella Gola di Pankisi. All'inizio del 2005 il senatore John McCain e la senatrice Hillary Clinton 'premiarono' Saakashvili per la sua scelta strategica suggerendo la sua candidatura con Viktor Yushchenko al Premio Nobel per la Pace per 'aver guidato movimenti per la libertà nei rispettivi paesi' e 'aver guadagnato l'appoggio popolare ai valori universali di democrazia, libertà individuale e diritti civili'. Così incoraggiato, Saakashvili divenne ancor più anti-russo".

Il link è qui, ma l'articolo diventa accessibile solo agli utenti registrati dopo un paio di giorni.

***

"Germania: la scelta di Merkel e il futuro dell'Europa": l'articolo è di Stratfor, ma accessibile solo a utenti registrati; viene tuttavia riportato per intero qui.
Sintesi approfondita (perché è un articolo importante):

Mentre tutti i paesi stanno ripensando le proprie posizioni e i propri legami con la Russia in ripresa e gli Stati Uniti in difficoltà, la Germania (per storia, posizione geografica e rapporti con Mosca) si trova alle prese con il dilemma più grande: Berlino deve decidere se vuole continuare ad agire come uno stato occupato costretto a contare sulla NATO come garanzia di sicurezza, o agire da sola e stringere un patto di sicurezza con Mosca. In passato, quando non erano in guerra, Germania e Russia hanno cooperato: il che geopoliticamente ha senso ma terrorizza il resto d'Europa.
L'8 agosto il mondo è cambiato: la Russia ha dimostrato la propria forza e l'Occidente non è intervenuto al fianco di Tbilisi. I vari paesi hanno reagito o rafforzando i loro legami con Mosca (come Armenia e Bielorussia) o guardando a Washington come garanzia di sicurezza (come la Polonia).
La Germania però è un caso particolare. La Germania durante la Guerra Fredda era divisa tra la NATO e il Patto di Varsavia: sconfitta, divisa e occupata, non ebbe la possibilità di esprimere una politica militare o estera indipendente né significativa. Nel decennio successivo alla riunificazione la Germania è tornata a essere uno stato normale con il diritto ad avere voce in capitolo.
La Germania di oggi ricorda da vicino quella del periodo precedente la seconda guerra mondiale; è economicamente e politicamente forte, unita e libera, il che significa che può decidere dove schierarsi. Questa Germania che si sta svegliando è una delle tre grandi potenze oggi rimaste in Europa (le altre due sono la Francia e il Regno Unito) e desidera riguadagnare il suo ruolo di leader naturale dell'Europa, che ritiene competerle per demografia, posizione geografica ed economia.
Dunque tra le maggiori potenze europee la Germania è quella che ha di fronte la scelta più difficile. È membro della NATO, ma non ha mai davvero preso la decisione di entrarvi: solo una metà della Germania faceva parte dell'alleanza durante la Guerra Fredda (per decisione statunitense); dopo la riunificazione la Germania dell'Est è entrata nella NATO quando la Russia era debole e disastrata. Non aveva altra scelta. Ma adesso la Russia è nuovamente forte. Così la Germania deve ripensare le sue alleanze: la fedeltà a Washington e alla NATO la terrebbe legata a un passato di occupazione, un patto con la Russia provocherebbe una frattura nella NATO.
Berlino non deve decidere adesso, ma deve cominciare a valutare opzioni e conseguenze.
A Mosca gira voce che il Cremlino e Berlino ne stiano già parlando. Il 15 agosto Angela Merkel ha incontrato il presidente russo Dmitrij Medvedev a Soči, ma l'atmosfera era tesa.
La Germania comunque ha avuto un comportamento enigmatico durante tutto il conflitto russo-georgiano. All'inizio della guerra ha diffuso una generica dichiarazione sulla "necessità di trovare una soluzione" tra i due stati; con l'intensificazione del conflitto Merkel ha poi mantenuto il silenzio.
Merkel è il primo cancelliere tedesco nato in Germania Est. Questo la porta a essere più critica e ferma con i russi, e tuttavia capisce quanto sia ora vulnerabile il suo paese. La Germania può essere forte economicamente ma è militarmente debole, dunque la sua priorità è la sicurezza.
Fonti di Stratfor a Mosca dicono che Medvedev ha offerto a Merkel un patto per la sicurezza tra i loro due paesi. L'offerta non è confermata e i dettagli non sono noti. Tuttavia avrebbe senso che la Russia avesse proposto un patto simile: sa infatti che tra tutti i paesi europei è con la Germania che bisogna insistere, non solo perché è più vulnerabile ma per i trascorsi storici dei due paesi.
Se un'alleanza può sembrare impensabile in un mondo dominato dagli Stati Uniti, ci sono due aspetti da tenere in considerazione:
- primo, come la Russia la Germania è preoccupata dal rafforzamento della presenza degli Stati Uniti in Europa. Dunque è possibile che Berlino desideri controbilanciare quella presenza.
- due, quasi tutti ritenevano impossibile un'alleanza tra Germania e Russia negli anni 1930, eppure ci fu il Patto Molotov-Ribbentrop, che non era il primo trattato russo-tedesco ma ben il terzo e confermava la tradizione dei due paesi di far lega quando non sono in guerra tra loro.

La conclusione è che "la Germania non è più la roccia incrollabile della NATO e dell'Unione Europea che crede l'Occidente": "la scelta di Berlino deciderà il futuro dell'Europa e forse del mondo".

***

E questa è la lettera ricevuta oggi dal ministero della difesa della Norvegia in cui si comunica che la Russia ha deciso di sospendere la cooperazione militare con i paesi della NATO. Eh.


***

Seri problemi logistici in vista per le truppe in Afghanistan, osserva Moon of Alabama, che cita anche la decisione degli Stati Uniti di mandare altri 12.000-15.000 uomini. Secondo il comandante uscente dell'ISAF, McNeill, in Afghanistan di soldati ne servono 400.000. Attualmente ce ne sono 60.000-70.000, dunque il nuovo contingente non farà molta differenza.
Ma le truppe aggiuntive creeranno un ulteriore problema: un aumento dei consumi di carburante.
La maggior parte del carburante usato in Afghanistan oggi viene dal Pakistan. Se la Russia non collabora dovrà arrivare tutto dal Pakistan. Il Pakistan ha capacità di raffinazione che bastano solo per la metà del suo carburante, così i prodotti raffinati che servono alle truppe in Afghanistan devono essere importati attraverso il porto di Karachi. Da lì il carburante viene portato o via Quetta e la città di confine Chaman fino a Kandahar, o via Peshawar e Torkham fino al Passo di Khyber e poi a Kabul e alla base statunitense di Bagram a nord Kabul (mappa).
Con le nuove truppe i consumi aumenteranno di 240.000 galloni al giorno, dunque (risparmio i calcoli, che MoB però fa diligentemente) 50 autocisterne in più al giorno, diciamo 40 a Kabul e 10 a Kandahar.
Un viaggio andata e ritorno Karachi-Kabul però dura 10 giorni, Karachi-Kabul 5. Insomma, in totale serviranno circa 500 autocisterne in più, e tanti autisti pakistani che abbiano voglia di rischiare la vita su quelle strade. E un numero imprecisato di uomini di scorta.
Ecco dimostrato perché le forze occidentali in Afghanistan hanno un grave problema logistico.
E con la Russia che ha il controllo del corridoio di rifornimento che passa sul suo territorio, anche più di uno.

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martedì, maggio 20, 2008

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

Il gasdotto iraniano: miti e realtà

G. Parthasarathy

L'India non ha motivo di esitare a perseguire il progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India solo perché preoccupata per le possibili sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, gli si può dire che per le nostre necessità energetiche non abbiamo altra scelta che cercare l'accesso al gas naturale, dice G. Parthasarathy.

La discussione sul gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI), più che far luce sulla questione, ha scaldato gli animi. Si è creato un grande divario tra retorica e realtà e il pubblico dibattito è stato scarso e poco informato. È indiscutibile che l'economia indiana, in fase di esplosione ma fortemente affamata di energia, ha bisogno di attingere a ogni possibile fonte di energia economicamente accessibile, la cui sicurezza e continuità sia garantita in modo appropriato. Si stima che nel 2020 la domanda di gas naturale dell'India sarà triplicata e raggiungerà i 270 milioni di metri cubi al giorno, con 200 milioni di metri cubi provenienti dalle fonti esistenti attualmente (domestiche e straniere). L'India adesso ha solo un contratto significativo con il Qatar per l'importazione di LNG, gas naturale liquefatto, che attualmente prevede cinque milioni di tonnellate all'anno, con altri due milioni all'anno disponibili dal 2009. La carenza di gas naturale ha fatto sì che negli ultimi anni centrali elettriche e impianti di fertilizzazione siano rimasti sottoutilizzati.

L'accordo con l'Iran
Nel giugno del 2005 l'India ha firmato un contratto da 22 miliardi di dollari con l'Iran per la fornitura di cinque milioni di tonnellate di LNG all'anno; l'Iran si impegnava a prendere in considerazione la fornitura di ulteriori 2,5 milioni di tonnellate annuali. L'Iran ha ripudiato uniltateralmente questo accordo e ha chiesto prezzi più alti, mettendo in discussione la propria credibilità di fornitore di energia affidabile.

Adesso si parla di rinegoziare questo accordo. Ma l'India non si lasci ingannare: nonostante la retorica sentimentale sui “legami di civiltà” con l'Iran, gli iraniani sono dei negoziatori duri, scarsamente portati per il sentimentalismo, malgrado le nostre autorità dicano che l'India ospita un'estesa popolazione sciita.

Nello scenario globale attuale, tre paesi – Russia, Iran e Qatar – concentrano il 58% delle riserve di gas mondiali. Il Giappone importa l'LNG principalmente dall'Australia e dai paesi vicini. Con il gas naturale che corrisponde al 20% dei loro bisogni energetici, la crescente domanda degli Stati Uniti viene soddisfatta principalmente dal Canada e in misura inferiore dai paesi del Medio Oriente. Nell'Unione Europea, solo la Norvegia ha un surplus di gas naturale esportabile, un surplus che è comunque relativamente limitato. Gli analisti strategici russi vorrebbero usare le loro risorse energetiche per rendere l'Europa ampiamente dipendente dalla Russia, per contrastare la penetrazione della NATO nello spazio strategico russo di ex-repubbliche sovietiche come l'Ucraina e la Georgia. La Russia, dunque, è favorevole al fatto che l'Iran cerchi i propri mercati a est, in paesi come Cina e India. La cinese Sinopec, compagnia di proprietà dello stato, nel 2004 ha firmato un accordo da 60 milioni di dollari per acquistare dall'Iran 250 milioni di tonnellate di LNG in 30 anni e per sviluppare il gigantesco giacimento di Yadavaran gas. L'Iran si è anche impegnato a esportare 150.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina per 25 anni. Dato l'interesse strategico russo per il dominio dei mercati energetici dell'Unione Europea, la Russia vede sostanzialmente di buon occhio il fatto che il gas iraniano venga venduto a economie asiatiche invece che ai mercati europei.

Le pressioni degli Stati Uniti
L'India ha ragione di preoccuparsi per le pressioni degli Stati Uniti in merito al gasdotto IPI? Nell'agosto del 1996 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato all'unanimità l'ILSA, l'”“Iran, Libya Sanctions Act” (ILSA), che sanciva l'imposizione di sanzioni su compagnie, indipendentemente dalla loro nazionalità, che investissero più di 20 milioni di dollari all'anno nel settore del gas e del petrolio iraniano. Nonostante questa legislazione, l'Iran ha attirato più di 30 miliardi di dollari in investimenti stranieri nel suo settore energetico da quando sono state imposte queste sanzioni. L'Unione Europea si è opposta alle sanzioni dell'ILSA e il 22 novembre 1996 ha passato una Risoluzione che istruisce le sue compagnie a non conformarsi alle sanzioni.

Varie compagnie europee, compresa la francese TOTAL e l'italiana ENI, hanno ignorato le sanzioni. Lo stesso hanno fatto la malese Petronas e il colosso russo GAZPROM.

In queste circostanze l'India non ha motivo di esitare a procedere con il gasdotto IPI sulla base della preoccupazione per eventuali sanzioni americane. Se Washington esprime contrarietà, le si potrà spiegare educatamente che, dato il nostro bisogno di fonti di energia ecocompatibili, non possiamo far altro che cercare attingere al gas naturale per soddisfare le nostre necessità energetiche.

Convenienza economica
Secondo stime russe, il gasdotto IPI, lungo 2700 km, avrà una capacità di 54 miliardi di metri cubi di gas all'anno, con 32 miliardi di metri cubi forniti all'India e 22 miliardi di metri cubi forniti al Pakistan. Si valuta che costo del progetto sia di 7,6 miliardi di dollari. La Cina non ha ancora espresso interesse a espandere il gasdotto alla sua provincia dello Xingjian. Nonostante il parere pakistano, la convenienza economica di far passare il gasdotto per l'Himalaya è discutibile. Il presidente Ahmedinejad trasuda ottimismo sulla possibilità che la conclusione delle trattative per il gasdotto IPI siano questione di mesi. Il ministro degli esteri indiano, Shivshankar Menon, ha tuttavia osservato che bisogna ancora lavorare molto per far sì che il progetto sia commercialmente fattibile e finanziariamente accettabile e che le preoccupazioni energetiche indiane ricevano una valida risposta.

Nel 1996, l'allora presidente del Pakistan Farooq Leghari ha detto all'Alto Commissario indiano Satish Chandra che era del tutto concepibile che il Pakistan interrompesse le forniture in momenti di tensione, aggiungendo con disinvoltura che i conflitti tra India e Pakistan raramente duravano più di qualche settimana e che dunque l'India non doveva preoccuparsi per i blocchi temporanei delle forniture di gas!

C'è poi da dire che il gasdotto attraverserà il Belucistan iraniano e pakistano.

Negli ultimi tre anni i gasdotti pakistani sono stati sistematicamente oggetto di attentati da parte dei separatisti beluci. Nel Belucistan iraniano una misteriosa organizzazione sunnita (che si ritiene goda dell'appoggio degli Stati Uniti) chiamata Jundullah ha compiuto attacchi contro obiettivi del governo iraniano. Il nuovo governo pakistano sembra più realistico del generale Musharraf nel trattare con le aspirazioni dei beluci.

Ma è prudente per Nuova Dheli diventare ampiamente dipendente da un gasdotto che attraversi il Belucistan finché non avrà la certezza che i problemi in quella provincia siano risolti e le aspirazioni dei beluci soddisfatte? Finanziariamente, dati i costi in vertiginosa crescita del petrolio e visto che i prezzi del gas sono collegati a quelli del petrolio, quand'è che gli impianti energetici basati sul gas smetteranno di convenire all'India? E infine, un accordo dovrà prevedere delle penali per la mancata fornitura e delle riserve di gas che provvedano in caso di interruzione della fornitura.

La preoccupazione per la sicurezza
Nei colloqui con Iran e Pakistan questi sono tutti temi che vanno affrontati. Allo stesso tempo, gli interessi dell'India impongono che negli investimenti e nella costruzione del gasdotto sia coinvolta una grande potenza come la Russia, che garantisca la continuità delle forniture. GAZPROM sarebbe un partner ideale in questo senso. Probabilmente GAZPROM potrebbe essere convinta a entrare in un progetto di gasdotto sottomarino dall'Iran che aggirasse il Pakistan, rispondendo così alle preoccupazioni per la sicurezza energetica.

Inoltre Nuova Delhi dovrebbe essere cauta nel procedere con il progetto del gasdotto dal Turkmenistan, attraverso l'Afghanistan e il Pakistan, per la fornitura di gas all'India. La situazione nell'Afghanistan meridionale, dove i talebani controllano ampi tratti della campagna, è troppo turbolenta per garantire la sicurezza delle rotte energetiche.

Infine, data la grande influenza di Mosca in Asia Centrale, è come minimo prudente consultare i russi su questo progetto. Il governo di Manmohan Singh non è stato abbastanza trasparente nello spiegare tali questioni all'opinione pubblica indiana. In assenza di un dibattito informato, i demagoghi che danno voce alla vuota retorica della Guerra Fredda sono destinati inevitabilmente a dominare la discussione pubblica.

L'autore è stato Alto Commissario per il Pakistan.

Originale da: The Hindu Business Line

Articolo originale pubblicato il 15 maggio 2008

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lunedì, maggio 19, 2008

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

M.K. Bhadrakumar

Le Cassandre indiane avevano ammonito il paese che il mondo ci avrebbe considerati volubili e poco seri se avessimo dialogato con l'Iran. Dicevano che l'immagine dell'India era destinata a crollare se avessimo discusso con l'Iran in modo costruttivo e in uno spirito di cooperazione. Questo succedeva poco più di una settimana fa e sembra già distante anni luce. Sarà interessante osservare quello che accadrà nelle prossime settimane. È altamente probabile che la comunità internazionale capirà la correzione di rotta della nostra politica nei confronti dell'Iran.

La visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad a Delhi, per quanto breve, è stata determinante. Innanzitutto l'India e l'Iran si gettano alle spalle l'indifferenza che ha caratterizzato le loro relazioni bilaterali negli anni 2005-2007. La visita di Ahmadinejad segnala il desiderio dell'Iran di incentivare i propri legami con l'India e sottolinea la nostra decisione di porre fine a un infelice interregno caratterizzato da una visione neoconservatrice dell'Iran filtrata attraverso il prisma della nostra “alleanza di valori” con gli Stati Uniti.

Naturalmente sarebbe stato preferibile che il presidente si fermasse più a lungo in India e che le leadership dei due paesi tenessero una conferenza stampa congiunta. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per questo. Ciò che importa per ora è che Nuova Delhi si è riavvicinata in punta di piedi alla comunità internazionale, secondo la quale si dovrebbe permettere all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di terminare il suo lavoro sulla questione nucleare iraniana. Gli Stati Uniti sono così ostacolati nella loro volontà di imporre sanzioni punitive all'Iran.

Anzi, perfino negli Stati Uniti si sta facendo strada un ripensamento. A una tavola rotonda svoltasil il 27 marzo scorso, cinque ex-segretari di stato – Henry Kissinger, James Baker, Warren Christopher, Madeline Albright e Colin Powell – hanno raggiunto il consenso sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero aprire una linea di dialogo con l'Iran. Albright ha enfatizzato l'importanza di trovare un “terreno comune”; Christopher ha sollecitato i diplomatici americani a esplorare i possibili contatti; Baker ha suggerito che il dialogo potrebbe incentrarsi su un dilemma comune – “un Iraq disfunzionale non sarebbe nell'interesse dell'Iran, hanno tutti i motivi per aiutarci come hanno fatto in Afghanistan”; Kissinger ha invocato una linea di comunicazione aperta e “incondizionata”; Powell ha paragonato il potenziale dialogo con le difficili visite da lui compiute in Iran – “Non sono sempre visite piacevoli, ma va fatto”. Un altro ex-segretario di stato, Zbigniew Brzezinski, sostiene da molto tempo la necessità di dialogare in modo costruttivo con l'Iran.

Gli opinionisti indiani, dunque, non devono temere gli Stati Uniti se l'India decide di instaurare rapporti di amicizia con l'Iran. Di fatto, lo stratagemma statunitense volto a isolare l'Iran si è dimostrato inefficace. I regimi arabi “filoamericani” hanno cercato un accordo con l'Iran. La Turchia collabora con l'Iran sulle questioni della sicurezza regionale. L'Iran ha sventato i tentativi americani di provocare un cambio di regime a Teheran. Nel frattempo la posizione difficile degli Stati Uniti in Iraq ha aumentato l'influenza dell'Iran nella regione. Nuova Delhi ha dunque valutato bene la correlazione tra le forze nella regione.

Un secondo aspetto emerso durante la visita di Ahmadinejad è il riconoscimento da parte dell'India della “fattibilità” del progetto del gasdotto iraniano. Ed era ora. C'è poi ragione di credere che l'accordo LNG [per l'importazione di gas naturale liquefatto, N.d.T.] con l'Iran sia ancora realizzabile. L'accorgo LNG ha un ruolo cruciale nel dare slancio alla cooperazione indo-iraniana. Teheran dovrebbe rendersi conto che non si tratta solo di cooperazione energetica. Senza dubbio l'accordo incentiverà l'espansione della cooperazione economica bilaterale. Dunque è possibile dire, in una prospettiva storica, che tenendo conto di tutti i fattori – l'innalzamento del prezzo del greggio; il crescente surplus di capitali dell'Iran per gli investimenti; il suo programma di privatizzazioni; il consolidamento e la stabilità del regime iraniano; le preoccupazioni dell'India in materia di sicurezza energetica; e la comparsa di compagnie indiane come entità multinazionali – la cooperazione indo-iraniana si trova a un punto di svolta.

L'Iran è una figura fondamentale sullo scacchiere della sicurezza energetica. Il paradosso è che la diminuzione della dipendenza dell'Europa dall'energia russa è uno dei pilastri della politica transatlantica di Washington. Ma questo non è possibile a meno che l'Europa non acceda all'energia iraniana. Qui il tempo è un fattore essenziale, giacché l'Iran nei prossimi mesi si troverà a prendere decisioni molto importanti. Proprio il progetto Nabucco appoggiato dagli Stati Uniti – che prevede di trasportare il gas europeo attraverso la Turchia – potrebbe garantire all'Iran l'integrazione con l'Occidente. Al contempo, Ahmadinejad è interessato al progetto di una rete energetica che coinvolga Russia, Cina, India e Pakistan.

Nel frattempo, i paesi centro-asiatici produttori di gas – Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan – si sono accordati per passare ai prezzi europei nei loro contratti con la russa Gazprom. E ancora: di recente l'Iran ha chiesto formalmente di aderire alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO). Inoltre ha preso l'iniziativa di creare un cartello di paesi produttori di gas sul modello dell'OPEC. Questo cartello potrebbe essere costituito al settimo incontro ministeriale del Forum dei paesi produttori di gas che si terrà a Mosca questo mese. Lo scenario peggiore per gli Stati Uniti sarebbe che l'Iran e la Russia si accordassero per coordinare le proprie politiche energetiche e magari dividersi il mercato del gas. Qui è in ballo niente meno che il ruolo di leader transatlantico degli Stati Uniti. Di certo l'Iran gioca una posta molto alta nella strategia globale statunitense. Questo spiega perché Washington insista sul fatto che l'Iran può avere interessi in gioco nel sistema internazionale solo se ciò avviene nell'ambito della strategia statunitense.

Un terzo aspetto è che la visita di Ahmadinejad dovrebbe ispirarci un po' di lungimiranza. Abbiamo sempre riconosciuto che l'Iran è una potenza regionale. Il numero di abitanti dell'Iran e il suo tasso di crescita demografica, l'attuale stadio di sviluppo economico e le profonde capacità intellettuali sono tutti fattori che aumentano il suo prestigio in quanto potenza regionale. Inoltre la posizione geografica dell'Iran lo rende un protagonista di peso nelle regioni circostanti: il Golfo Persico e l'Asia Occidentale, il Caucaso, il Caspio, l'Asia Centrale e Meridionale. Ecco perché gli scambi indo-iraniani hanno sempre assunto un carattere molto ampio. Quella tradizione va ripristinata.

Valutando i colloqui con Ahmadinejad, il ministro degli esteri Shiv Shankar Menon ha detto con la tipica moderazione che il progetto del gasdotto tra Iran, Pakistan e India ha le potenzialità per essere uno strumento di costruzione della fiducia tra i tre paesi. È una valutazione puntuale, senza orgoglio né pregiudizio, della geopolitica della regione. Ma come dovrebbe fare in simili circostanze ogni seria potenza regionale, l'India deve anche saper guardare avanti e individuare il modo per imprimere un effetto moltiplicatore alla spinta fornita dal progetto IPI. La proposta di Pechino a Tokyo di creare un gasdotto sottomarino estendendo il cosiddetto “Corridoio energetico Est-Ovest” (tra lo Xinjiang e Shanghai), attualmente in fase di costruzione, dall'Asia Caspica e Centrale alla Cina, è un esempio affascinante di come sia possibile pianificare con lungimiranza il futuro. L'idea è che due paesi potenzialmente rivali cooperino nel settore della sicurezza energetica in un'iniziativa di stabilità regionale. Forse i nostri vicini – lo Sri Lanka, il Nepal, il Bhutan e la China – possono essere coinvolti nel gasdotto Iran-Pakistan-India. In ogni caso, l'India deve sfruttare il suo ruolo di paese di transito per l'energia. È un'opportunità troppo buona per lasciarsela scappare.

Insomma, è tempo che New Delhi comprenda che la SCO ha guadagnato una notevole forza di attrazione. L'Ucraina, la Bielorussia, il Nepal, lo Sri Lanka, l'Australia e la Nuova Zelanda, tra gli altri, fanno la fila per instaurare legami con la SCO. La Turchia mira a farne parte. L'Iran e il Pakistan, che hanno già lo status di “osservatori”, sono interessati a diventarne membri a tutti gli effetti. Anche noi dobbiamo considerare seriamente la questione dell'adesione. La nostra politica per l'Asia Centrale non dovrebbe continuare a essere un'appendice della strategia per la “Grande Asia Centrale” degli Stati Uniti, altro lascito neoconservatore.

L'IPI può creare un nuovo contesto di cooperazione regionale tra India e Pakistan. Dovremmo elaborare progetti all'interno della SCO per sviluppare rotte di trasporto tra l'Asia Centrale e l'Asia Meridionale. La SCO è desiderosa di infondere nuove energie al suo “Gruppo di Contatto” con l'Afghanistan. È probabile che la Cina e gli stati centro-asiatici siano molto interessati a questi progetti della SCO. L'Afghanistan potrebbe diventare il fulcro dei collegamenti della SCO. Una ricaduta politica potrebbe essere un'iniziativa regionale sotto gli aspici della SCO per stabilizzare la situazione afghana. È spaventoso che gli stati della regione abbiano lasciato che gli Stati Uniti trasformassero l'Afghanistan in un laboratorio per testare l'efficienza della NATO.

Queste modalità di cooperazione tra India e Iran rafforzerebbero la stabilità e la sicurezza regionale, oltre ad archiviare episodi negativi del nostro passato. Naturalmente questo comporta che si abbandonino le ossessioni “euro-atlantiste” e ci si concentri invece sulla regione nella quale viviamo. Le nostre Cassandre devono abituarsi all'idea che il dialogo India-Iran ha grandi potenzialità. Il problema è che, come rospi in un pozzo, vedono solo un piccolo lembo di cielo: lo vedono pieno di stelle e strisce, e pensano che tutto il cielo sia così.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: The Hindu

Articolo originale pubblicato il 10 maggio 2008.

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domenica, marzo 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

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venerdì, gennaio 04, 2008

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e in Europa nell'analisi della fase attuale degli sviluppi mondiali, anche se per ora solo al livello della comunità degli specialisti. È al contempo ovvio che i nostri partner pensano che il processo di elaborazione sia cominciato. Una delle conclusioni è il riconoscimento del carattere fondamentalmente non ostile della politica estera russa".

Con l'assassinio di Bhutto Washington deve ora affrettare il "processo di elaborazione". Va presa una decisione importante. Sia l'Iran, sia la Russia sarebbero partner ragionevoli nella "guerra al terrore" in Afghanistan. Ma nessuno dei due risponderebbe a un impegno selettivo di Washington. L'amministrazione Bush avrà bisogno dello shakespeariano Shylock per soppesare il vantaggio relativo di ingaggiare l'Iran o Mosca. È qui che il prossimo viaggio di Bush in Israele, nei territori palestinesi e tra gli alleati del Golfo Persico potrebbe tornare utile.

Una cosa è già chiara. La questione nucleare iraniana non se uscirà di scena. Ultimamente può avere avuto una svolta positiva, ma, come ha notato il cinese People's Daily, questo è lungi dall'essere un epilogo. Gli Stati Uniti "dovranno far fermentare nuovi piani ed elaborare nuove strategie in merito alla questione nucleare iraniana sia durante che dopo l'amministrazione Bush... L'Iran potrebbe trarre vantaggio dalla disparità tra le potenze mondiali: potrebbe cercare di ottenere un clima internazionale e una posizione strategica più favorevoli. In conclusione, le parti interessate nella questione iraniana stanno attualmente considerando i propri interessi in rapporto alle condizioni attuali in preparazione di una nuova tornata di confronti strategici".

Punto interrogativo sulla strategia globale degli Stati Uniti
Ma Mosca pone delle difficoltà ancor più fondamentali. Nella fase preparatoria dell'incontro di Bruxelles, in esaurienti commenti riportati dai media, un portavoce del ministero degli esteri russo a Mosca ha sottolineato a dicembre che i rapporti di Mosca con l'alleanza atlantica erano caratterizzati "sia da successi che da complicazioni". Ha detto che il lavoro che li attendeva non sarebbe stato facile.

Tra le aree problematiche, ha elencato le "implicazioni legali internazionali" della trasformazione della NATO come organizzazione politica globale fuori dal controllo delle Nazioni Unite; le strutture militari della NATO che "si avvicinano ai nostri confini"; gli ulteriori piani di allargamento della NATO; le divergenze sul Trattato CFE sulle Forze Armate Convenzionali in Europa; e "lo sviluppo di un terzo sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa e il suo coordinamento con la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa anti-missile nell'ambito della NATO".

In altre parole, nello scenario post-Bhutto, è necessario che Washington riveda i propri piani in vista del prossimo summit della NATO a Bucarest, in aprile. La terza fase dei piani di allargamento della NATO era tra i principali punti di discussione a Bucarest. Adesso il Pakistan e l'Afghanistan li faranno inevitabilmente passare in secondo piano.

Washington andrà avanti con i vecchi piani perché la NATO appoggi l'ingresso di Ucraina e Georgia? Nell'attuale situazione di crisi in Afghanistan e in Pakistan, può l'amministrazione Bush permettersi di contrariare il Cremlino? Come ha ammonito un portavoce russo: "Noi [Mosca] siamo convinti che il processo di allargamento della NATO non abbia alcuna attinenza con la modernizzazione dell'alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza dell'Europa. Anzi, è un grave fattore di provocazione, che porterà ad altre divisioni e abbasserà il livello di fiducia reciproca".

Il Cremlino si è espresso chiaramente, non sarà soddisfatto neanche se gli Stati Uniti e l'Europa non insisteranno sull'indipendenza del Kosovo, o procederanno al dispiegamento della NATO nella repubblica separatista ponendosi fuori dal contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lavrov ha sottolineato che "La cosa principale è tentare di lavorare insieme su una base di reciproco rispetto, e di rispetto per le altrui analisi delle minacce oggi a noi comuni". Ha enfatizzato il fatto che al summit di Bucarest, se la NATO dovesse andare avanti con la sua politica di allargamento parallelamente alla trasformazione dell'alleanza "[a Mosca] siamo convinti che ciò non contribuirebbe a rafforzare la nostra sicurezza comune o a combattere le comuni minacce". Il monito implicito è che la collaborazione nella "guerra al terrore" potrebbe avere come condizione la rinuncia da parte di Washington alla politica di contenimento nei confronti della Russia.

È ovvio che sia Mosca che Teheran ora giudicano che la crisi in Afghanistan e in Pakistan influisca direttamente sulle strategie globali statunitensi. Se la NATO fallisse in Afghanistan, sul futuro dell'alleanza sorgerebbe un grande punto interrogativo. Come osservava un rapporto compilato in ottobre dal Congressional Research Service degli Stati Uniti, la missione della NATO in Afghanistan è "un test della volontà politica e delle capacità militari dell'alleanza". Ma non è tutto. Quello che i think-tank americani oscurano è che a essere in dubbio è la capacità stessa degli Stati Uniti di mantenere il proprio ruolo di leader dell'alleanza atlantica nell'era post-Guerra Fredda.

Sia Mosca che Teheran hanno da guadagnare da un mondo multipolare in cui la loro influenza regionale possa avere un ruolo maggiore. Se Washington fallisce nella sua strategia post-Guerra Fredda, che consiste nel potenziare la NATO improvvisando ed esagerando l'importanza di un nemico (come al-Qaeda), la strada verso il multipolarismo si appianerà in misura consistente. È significativo che Teheran e Mosca si rifiutino di caratterizzare l'assassinio di Bhutto come opera di al-Qaeda.

La reazione di Pechino è stata ugualmente cauta. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha inizialmente condannato l'assassinio di Bhutto come "atto di terrorismo". Ma il vice ministro degli esteri He Yafei, che il giorno successivo ha fatto visita all'ambasciata del Pakistan per firmare il libro delle condoglianze, non ha neanche nominato il terrorismo, limitandosi a esprimere la speranza che il popolo pakistano "riuscisse a superare l'attuale difficoltà quanto prima, salvaguardando la stabilità sociale e lo sviluppo del paese".

I commentatori cinesi hanno osservato che "la situazione in Afghanistan si è dimostrata molto più complessa del previsto" e che per la NATO era diventato difficile "coprire la posizione imbarazzante delle truppe nel paese". Lo scorso anno un articolo del People's Daily osservava che la sconfitta in Afghanistan, unita al deterioramento dei rapporti della NATO con la Russia e al fallimento dei tentativi compiuti a Bruxelles per assicurarsi un punto d'appoggio nell'Asia Centrale, ha impedito all'alleanza di realizzare il proprio obiettivo in base al quale il 2007 sarebbe dovuto essere l'anno della "trasformazione".

Secondo l'articolo, "l'influsso degli Stati Uniti nella NATO è diminuito e il ruolo transatlantico degli Stati Uniti sta diventando incerto. Si era sperato che il cambiamento di vertici in Germania, Francia e Gran Bretagna potesse iniettare nuova vitalità nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Ma è ancora difficile capire se la nuova 'troika' possa portare alla situazione ottimisticamente prevista da Washington".

I tre paesi - Russia, Cina e Iran - condividono apertamente l'interesse a verificare che la Shanghai Cooperation Organization e la Collective Security Treaty Organization abbiano un ruolo significativo nella stabilizzazione della situazione afghana. Nessuno dei tre paesi ha gradito il monopolio degli Stati Uniti (o della NATO) sulla soluzione del conflitto in una regione così importante per la loro sicurezza, anche se appoggiano la "guerra al terrore" in Afghanistan in quanto tale.

Chiaramente con l'assassinio di Bhutto e con il Pakistan sull'orlo dell'abisso, l'amministrazione Bush si trova di fronte alla possibilità che la strategia globale attorno alla "guerra al terrore" e all'"islamofascismo" vada a monte. Una facile via d'uscita consisterebbe nel convincere il Generale Kiani a diventare il "nuovo uomo di Washington in Pakistan", così che la caccia ad al-Qaeda possa continuare.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://atimes.com/atimes/South_Asia/JA05Df02.html

Articolo originale pubblicato il 4 gennaio 2008

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martedì, dicembre 04, 2007

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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giovedì, novembre 22, 2007

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Da Lenin's Tomb

traduzione di Andrej Andreevič


Il think tank pro-occupazione, il Senlis Council, ha diffuso un altro rapporto (in pdf) sull'Afghanistan. Sostiene che la presenza dei Taliban copre ormai almeno il 54% del territorio dell'Afghanistan, e si stanno avvicinando a Kabul. Ignorato dagli opinionisti e dai media, il rapporto suggerisce che i Taliban starebbero rapidamente riscuotendo credibilità politica tra quanti sei anni fa li odiavano. I combattenti internazionali di 'al-Qaeda', si dice, starebbero appoggiando l'insorgenza, ma la gente comune li sostiene sempre di più. Una parte del problema, dice il rapporto, è la catastrofe umanitaria che si sta consumando nonostante le massicce iniezioni monetarie all'interno del paese, che si trova in condizioni peggiori di quelle delle zone più disastrate dell'Africa Subsahariana. Questa mappa descrive la presenza dei Taliban nelle varie parti dell'Afghanistan:




Comunque ciò che è più interessante è il sostegno del Senlis a una politica estremamente dura, come quella che viene imposta dagli imperialisti di entrambe le parti al Congresso statunitense. La proposta è semplice: visto che non c'è intenzione di ritirarsi, a tutti i membri della NATO verrà richiesto un enorme aumento nell'impegno dell'esercito, e la guerra verrà estesa al Pakistan. I Taliban sono conosciuti per la loro capacità di operare attraverso le frontiere, e l'esercito pakistano è riluttante a entrare in battaglia con loro per una serie di motivi. Ovviamente parte della pressione statunitense su Musharraf punta alla sua incapacità di essere una marionetta affidabile, mentre la retorica di Benazir Bhutto sugli 'estremisti' ha chiaramente lo scopo di catturare il vitale elettorato statunitense. Ci sono già stati attacchi attraverso le frontiere, ma un eventuale governo Bhutto o un qualsiasi altro governo pakistano permetterà agli Stati Uniti di operare estesamente in Pakistan? Queste azioni rafforzeranno il movimento popolare di resistenza alla dittatura di Musharraf? Il rapporto non analizza queste domande, né le loro ovvie risposte.

Forse più importante, il rapporto afferma che i 'combattenti stranieri' provenienti da quelli che Brzezinski chiama "i Balcani globali", compresi Pakistan, Uzbekistan e Xinjiang, stanno funzionando come moltiplicatori di forza per l'insorgenza dei Taliban. Quanto di questo è realtà e quanto è frutto di informazioni di 'intelligence' ottenute attraverso tortura o più semplicemente propaganda? A differenza di altre parti del rapporto, che comprende tra le fonti anche alcune ricerche indipendenti, sembra che molto sia stato distillato da think tank e giornali filo-imperialisti occidentali. Ad ogni modo, benché il rapporto prenda una coloritura tecnocratica, il contesto rende chiaro che la soluzione "Nato+" sarebbe un colpo mirato a portare l'Asia meridionale sotto l'egemonia statunitense. Quando sia Obama sia Clinton parlano con insistenza di una potenziale aggressione contro il Pakistan, dobbiamo prenderlo come un segnale di allarme. Questa guerra potrebbe mandare in fiamme l'intera regione.


Originale da:
http://leninology.blogspot.com/2007/11/afghanistan-54-taliban-coverage-and.html

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lunedì, ottobre 29, 2007

Un paese in guerra

Un paese in guerra

di Ziauddin Sardar

New Statesman, 25 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Il Pakistan, paese in prima fila nella guerra al terrore, sta precipitando sempre più nella violenza e nel caos, mentre prepara un'offensiva totale contro i militanti jihaddisti trincerati nel Waziristan, l'anarchica provincia settentrionale del paese. Nel tentativo di lanciare una guerra totale contro i taliban e al-Qaeda, il presidente Musharraf sta progettando di portare l'intera regione sotto controllo militare. Questa è una strategia ad alto rischio, dal momento che le conseguenze di un fallimento potrebbero essere devastanti per il Pakistan. Potrebbero addirittura portare alla distruzione del paese.

Dietro le quinte, le contraddizioni e le tensioni sono giunte all'estremo. L'arrivo di Benazir Bhutto, che avrebbe dovuto aiutare le forze moderate e riformiste, ha invece aumentato l'instabilità politica. I sostenitori dell'altro ex primo ministro, Nawaz Sharif (che sta progettando un secondo tentativo di ritornare in Pakistan dal suo esilio nella prima settimana di novembre), stanno preparando una campagna di massa contro Musharraf che potrebbe portare a un blocco politico. Inoltre lo stesso presidente ha dichiarato un'amnistia generale per i politici corrotti, atto che è stato interpretato come la concessione di una tabula rasa a ladri e assassini.

Bhutto è tornata in Pakistan sulla base di un "patto per la divisione dei poteri" mediato da Washington e salutato dai media internazionali come un passo concreto verso la democrazia. Ma in realtà è poco più che un intreccio di interessi personali. Musharraf descrive l'accordo come una "troika" che coinvolge il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito. I poteri del presidente, compreso quello di rimuovere a proprio piacimento il primo ministro, dovrebbero rimanere tali per il prossimo mandato di cinque anni. Qualsiasi primo ministro avrebbe dunque scarso potere effettivo e sarebbe costretto ad assecondare gli altri due membri della troika. Un primo ministro docile e partiti politici selezionati significano quindi che Musharraf rimarrà in carica. L'attuale status quo rimane intatto.

In cambio della disponibilità a prendere parte all'accordo, sono state esaudite le due principali richieste di Bhutto: i suoi conti bancari in Svizzera sono stati sbloccati, potrà tenersi il grattacielo a Dubai e le proprietà in Inghilterra e negli Stati Uniti, e la legge che impedisce un terzo mandato come primo ministro è stata abrogata.

I piani di Musharraf per il prossimo futuro hanno due componenti. Primo, ora che Bhutto è tornata, è deciso a far svolgere le elezioni nella prima metà di gennaio. Saranno "gestite", così come lo sono state le elezioni del 2002, tramite "assegnazione dei seggi", questa volta a vantaggio del partito di Bhutto. Musharraf si aspetta che Bhutto possa portare i voti dei suoi più convinti sostenitori delle province del Sind e del Punjab, in gran parte contadini poveri alle dipendenze dei padroni terrieri feudali. I servizi e l'esercito faranno il resto e assicureranno i risultati desiderati.

Comunque, dopo il bagno di sangue a Karachi per il ritorno di Bhutto il 19 ottobre, è difficile immaginare che, visto l'attuale clima, le elezioni si potranno tenere. "Le manifestazioni politiche saranno aperte sia agli attacchi dei militanti che ai sabotaggi degli elementi deviati dei servizi", dice Rashed Rahman, editore del Post, il quotidiano di Lahore. "E visto che i servizi sono il principale sospettato degli attacchi, tutte le ipotesi di un probabile ritorno al potere di Bhutto sono incerte".

La paura di attentati suicidi condizionerà pesantemente gli elettori che vorranno recarsi ai seggi. E dal momento che ampie parti della Provincia del Nord sono zone a rischio, sarà quasi impossibile che si possano tenere elezioni in quella regione. "Con una percentuale di votanti attorno al 20% delle elezioni non possono essere considerate credibili", dice Rahman, indipendentemente da come le elezioni saranno "gestite".

In secondo luogo, da giorni è previsto un attacco in grande stile contro il Waziristan. "Ora è diventato inevitabile", ha dichiarato un alto ufficiale militare al New Statesman. "Ogni giorno abbiamo delle vittime. Se non togliamo di mezzo con la forza i militanti, il morale dell'esercito diminuirà ulteriormente". A differenza delle operazioni precedenti, che avevano per obiettivo preciso basi dei militanti o cercavano di bloccare i movimenti della guerriglia tra Pakistan e Afghanistan, "ora l'obiettivo è di pacificare l'intera provincia".

Le forze armate saranno dispiegate in tutte le più grandi città, come Mir Ali, Angor Ada e Magaroti, con lo scopo di stabilire basi militari permanenti attrezzate per ospitare migliaia di militari e paramilitari. L'intera regione cadrà sotto il controllo militare pakistano e sarà amministrata sotto il comando diretto del nuovo vice-capo dell'esercito, il generale Ashfaq Pervez Kiani (quando e se Musharraf lascerà l'uniforme, Kiani ne prenderà il posto come capo dell'esercito). "Stimiamo che un assalto totale distruggerà la struttura centrale di comando di al-Qaeda e dei taliban, rendendo le loro operazioni sporadiche e largamente inefficaci", ha detto l'ufficiale militare.

Il linguaggio della liberazione

Comunque, dati i precedenti cattivi risultati dell'esercito pakistano in Waziristan, la previsione sembra eccessivamente ottimistica. I militanti quasi certamente resisteranno e combatteranno fino all'ultimo. Il Pakistan ha perso quasi più di mille soldati; più di trecento sono tenuti ostaggio. I combattenti Pashtun, inclusi i taliban afghani, conoscono molto bene la regione. Sono abituati alla guerriglia e considerano la morte in battaglia un grande onore e una strada diretta per il paradiso. La maggior parte della popolazione locale li supporta. Le possibilità che l'esercito pakistano "pacifichi" la regione sono bassissime.

Non si tratta solo di terrorismo. L'orgoglioso e indipendente popolo Pashtun vede le forze americane e britanniche nel confinante Afghanistan come invasori. Una guerra civile si trasformerà in una guerra di "liberazione nazionale". Molti leader tribali parlano spesso di liberarsi dall'"amministrazione pakistana". Il risultato finale potrebbe essere una nuova ondata di attacchi suicidi e atti di sabotaggio in tutto il Pakistan.

Musharraf ha cominciato ad attuare la propria strategia due settimane fa. Il 5 ottobre si è assicurato che passasse la cosiddetta Ordinanza di Riconciliazione Nazionale (ORN), che ha fatto cadere tutte le imputazioni di corruzione contro i politici di "tutti i partiti". "Abbiamo deciso di condonare tutti i casi pendenti degli ultimi quindici anni", ha detto Musharraf, sostenendo che avrebbe posto fine alle politiche di vendetta e vittimizzazione del paese. L'ORN ha sgomberato la strada per il ritorno di Bhutto e tolto ogni residua imputazione contro suo marito, Asif Ali Zardani, rilasciato su cauzione nel 2004 dopo otto anni trascorsi in prigione. Il giorno successivo Musharraf è stato rieletto presidente per un altro mandato dall'attuale parlamento-fantoccio.

Ma l'amnistia garantita dall'ORN non riguarda Nawaz Sharif, capo della Lega Musulmana, il secondo più grande partito politico pakistano. Politico conservatore e fortemente antiamericano, Sharif crede che democrazia e dittatori militari non vadano d'accordo. Gode di un enorme supporto sia tra la classe media sia tra i gruppi religiosi ed è il più probabile vincitore di eventuali elezioni libere. Sharif, deposto nel 1999 da un colpo di stato incruento, è determinato a far cadere Musharraf. Durante il suo primo tentativo di tornare in Pakistan, il 10 settembre, è stato arrestato all'aeroporto di Karachi e gli sono state date due opzioni: la prigione o ritornare in esilio in Arabia Saudita. Le accuse contro Sharif sono ancora in piedi davanti alla Corte Suprema. Però, nonostante gli sforzi di Musharraf, la Corte ha rifiutato di emettere nuovi mandati di arresto contro di lui. Se Sharif dovesse farcela e tornare, l'accordo Bhutto/Musharraf potrebbe avere grandi problemi.

"Le probabilità che un'alleanza del genere tenga sono scarse", dice Rahman. Per cominciare, i due si detestano. Il Partito Popolare Pakistano non è tanto un partito quanto un'istituzione feudale che Bhutto governa come fosse una sua proprietà, e il suo prossimo problema potrebbe essere soffocare il dissenso tra le fila più importanti del partito. Molti sostenitori del PPP credono che il patto di condivisione dei poteri con Musharraf stia rovinando la reputazione del partito e le sue possibilità elettorali. Un certo numero di membri della famiglia Bhutto ha espresso apertamente le proprie critiche. La poetessa e opinionista Fatima Bhutto, nipote di Benazir, ritene la zia responsabile delle morti a Karachi, dovute alla sua predilezione per il "teatro politico".

Le percentuali di gradimento di Bhutto nei sondaggi tenuti dopo l'emanazione della ORN sono crollate. Alcuni alti membri del PPP speravano che il suo ritorno avrebbe dato una nuova vita al partito, se si fosse comportata come una statista matura, capace di lasciare la guida nelle mani dei politici più giovani. C'è quindi una seria possibilità che il PPP possa dividersi, come è già successo alle scorse elezioni. E se Bhutto non dovesse vincere queste elezioni, anche dopo le "manipolazioni dei seggi", Musharraf la abbandonerà con la stessa facilità con la quale ha abbandonato gli altri partiti.

Finora Musharraf ha fatto a modo suo. L'unico ostacolo che gli resta è un processo attualmente in atto alla Corte Suprema riguardo alla possibilità di continuare a fare il presidente senza abbandonare l'uniforme. Questo però non è poi un ostacolo tanto grande, dal momento che l'attuale situazione gli permetterebbe di conservare il potere anche se dovesse abbandonare la propria posizione militare.

L'accordo per la divisione dei poteri è stato percepito come un tentativo di nascondere le divisioni nel paese. Dopo gli avvenimenti di Karachi, invece, sembra preludere a un'altra fase pericolosa e turbolenta per il Pakistan. I servizi segreti, alcuni elementi dei quali potrebbero essere responsabili dell'attacco contro il corteo di Bhutto, sono fuori controllo. I bombardamenti suicidi sono diventati parte della strategia militante in Waziristan, sia per minare le fondamenta del processo politico, sia per demoralizzare l'esercito. Se uno dei protagonisti (entrambi decisamente filoamericani) della spartizione dei poteri sia in grado di mantenere il controllo di questa situazione esplosiva, è un punto controverso.


Originale da: http://www.newstatesman.com/200710250025


Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, ottobre 15, 2007

Come non farsi degli amici e influenzare la gente

Come non farsi degli amici e influenzare la gente
di Zia Mian

3 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti vendono morte, distruzione e terrore come strumento fondamentale della loro politica estera. Vedono le armi come una maniera per fare e mantenere amicizie strategiche e legare i paesi più direttamente ai piani e alle operazioni militari statunitensi. Questo ha dichiarato nel 2006 al New York Times il Tenente Generale Jeffrey B. Kohler, direttore della Defense Security Cooperation Agency; molto semplicemente, agli Stati Uniti piace il commercio di armi perché "ci da' accesso e influenza e costruisce amicizie." L'Asia meridionale è stata un'importante arena per questa teoria, ed ha dato alcune lezioni che gli Stati Uniti non dovrebbero ignorare.

Un recente rapporto del Congressional Research Service sulla vendita internazionale di armi riporta che l'anno scorso gli Stati Uniti hanno fornito quasi 8 miliardi di dollari in armi al terzo mondo, cioè all'incirca il 40% del commercio complessivo di armi. Hanno anche firmato accordi per vendere armi per oltre 10 miliardi di dollari, un terzo dei quali con paesi del terzo mondo.

È facile vedere l'importanza di questo dato paragonandolo ad altri: dieci miliardi di dollari all'anno è il costo stimato per soddisfare il Millenium Development Goal per l'acqua e la salute dell'ONU, un obiettivo di sviluppo che si propone di dimezzare entro il 2015 il numero di persone prive di accesso adeguato all'acqua potabile e ai servizi sanitari di base. Oggi circa un miliardo e cento milioni di persone non hanno accesso alla quantità minima di acqua pulita e circa due miliardi e seicento milioni di persone non hanno accesso ai servizi sanitari di base.

Le dimensioni delle recenti vendite di armi statunitensi non dovrebbero essere una novità. Gli Stati Uniti hanno venduto oltre 61 miliardi di dollari in armi a paesi del terzo mondo tra il 1999 e il 2006, diventando così il maggiore fornitore a livello internazionale. La Russia, il secondo più grande venditore, ne ha vendute meno della metà.

Armi in cambio di influenza in Pakistan
Il maggiore acquirente di armi nel mondo nel 2006 è stato il Pakistan. Ha acquistato oltre cinque miliardi di dollari in armi. Quasi tre miliardi di dollari sono stati usati per l'acquisto di jet F-16 di fabbricazione statunitense, versioni migliorate degli F-16 che il Pakistan ha acquistato negli anni '80, e bombe e missili per armare gli aerei. Un portavoce dell'ufficio stampa della Casa Bianca ha spiegato che la vendita dei jet da combattimento "dimostra il nostro impegno in una relazione a lungo termine con il Pakistan".

L'abitudine di vendere armi per mostrare vicinanza al Pakistan va avanti da oltre 50 anni. Gli Stati Uniti hanno usato l'aiuto militare per reclutare e armare il paese come alleato durante la Guerra Fredda. Secondo quanto riporta un memorandum del dipartimento di stato del 1953, c'era grande paura per "un notevole incremento delle attività dei mullah in Pakistan. Ci sono ragioni per credere che di fronte ai crescenti dubbi riguardo il fatto che lo stato del Pakistan abbia dei veri amici, un numero sempre maggiore di pakistani si stia spostando sotto la guida dei mullah. Se l'andamento dovesse essere confermato, questo governo di leader illuminati e orientati verso l'occidente potrebbe essere a rischio, e i membri di un successivo governo potrebbero mostrarsi molto meno favorevoli alla cooperazione con l'occidente rispetto a quelli attuali". Questo memorandum potrebbe essere stato scritto oggi.

Gli Stati Uniti non hanno imparato che pagare le spese militari del Pakistan dimostra vicinanza e amicizia solo all'esercito pakistano, ma non fa nulla per la popolazione pakistana. Gli Usa hanno sostenuto il generale Ayub Khan, il primo leader militare pakistano, per un decennio (1958-1969), pagando un prezzo molto alto; questi è stato poi rovesciato da una ondata di pubbliche proteste.

Gli Stati Uniti hanno supportato anche il generale Zia (che ha governato dal 1977 al 1988), dopo aver concordato che il Pakistan avrebbe aiutato gli statunitensi contro l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. Adesso ne vediamo ovunque le conseguenze.

A partire dall'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno dato oltre 10 miliardi di dollari al Pakistan per comprare o assicurare il sostegno del generale Musharraf per questa nuova guerra, la "guerra contro il terrore". Il Pakistan ha speso oltre un miliardo e mezzo di dollari di questa somma per comprare nuove armi. Per capire le proporzioni di questo aiuto, bisogna considerare il budget militare totale del Pakistan nel 2006, stimato in circa quattro miliardi e mezzo di dollari. Ora gli Stati Uniti stanno dando al Pakistan aiuti per pagare la nuova fornitura di F-16, bombe e missili. Probabilmente non si faranno molti amici.

Oggi ci sono pochi dubbi sulla scarsa popolarità degli Stati Uniti in Pakistan. Un sondaggio della Pew pubblicato nel settembre del 2006 ha rivelato che in Pakistan gli Stati Uniti sono visti meno favorevolmente dell'India (contro la quale il Pakistan ha combattuto quattro guerre). Il 25% vedeva favorevolmente gli Stati Uniti, mentre un terzo sosteneva lo stesso riguardo l'India.

L'atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti è peggiorato. Un sondaggio del 2007 ha rivelato che solo il 15% dei pakistani ha una visione positiva degli Stati Uniti. Un sondaggio dell'agosto 2007 ha rilevato che il generale Musharraf è meno popolare di Osama Bin Laden; Musharraf ha il supporto del 38% dei pakistani, Bin Laden del 46%, e il presidente Bush solo del 9%. È difficile pensare ad un fallimento peggiore per una politica che avrebbe dovuto creare amicizia verso gli Stati Uniti e costruire supporto attorno ad essi.

L'ostilità verso gli Stati Uniti non farà altro che accentuarsi, visto il loro sostegno alle azioni del generale Musharraf per rimanere presidente del Pakistan.

Relazioni strategiche con l'India
L'India, la vicina del Pakistan, rivale storica e spesso acerrima nemica, è il secondo più grande acquirente di armi nel terzo mondo. Ha acquistato armi per tre miliardi e mezzo di dollari nel 2006. È responsabile per il 12% circa di tutti gli acquisti di armi nel terzo mondo. Tradizionalmente l'India ha acquistato armi russe, ma ora è interessata a quello che altri paesi, specialmente gli Stati Uniti, hanno da offrire.

L'India potrebbe spendere circa 40 miliardi di dollari in armi durante i prossimi cinque anni. In cima alla lista c'è un contratto per 126 jet da combattimento, con una possibile spesa di oltre dieci miliardi di dollari. Un ufficiale del Dipartimento di Stato ha annunciato che il governo cercherà di far aggiudicare l'ordine ad una compagnia statunitense. Le fabbriche di armi statunitensi sono già pronte. Richard G. Kirkland, presidente della Lockheed Martin per l'Asia del sud, ha sostenuto che "l'India è il nostro più grande mercato" se si parla di "potenziale di crescita". Il presidente della Raytheron Asia, Walet F. Doran, sostiene che l'India potrebbe essere "uno dei più grandi, se non il più grande, partner in crescita per il prossimo decennio".

Ci sono buone ragioni che giustificano la fiducia statunitense. Nel 2005, il segretario della difesa degli Stati Uniti e l'India hanno firmato il "Nuovo Piano delle Relazioni di Difesa tra Usa e India". Questo "indica un possibile percorso per la relazione difensiva tra Usa e India per i prossimi dieci anni" e "supporterà e sarà un elemento della sempre più stretta alleanza Usa-India". Comprende l'impegno a "espandere un commercio di difesa bilaterale". Questi scambi di armi, sostiene il piano, devono essere visti "non solo come scambi in sé, ma anche come un mezzo per rafforzare la sicurezza dei nostri paesi, rinforzare la nostra relazione strategica, realizzare grandi interazioni tra le nostre forze armate e costruire una maggiore comprensione tra i nostri sistemi di difesa".

Più armi, minore influenza
Come col Pakistan, queste vendite di armi potrebbero non garantire agli Stati Uniti l'influenza che desiderano esercitare in India. L'accordo nucleare Usa-India offre un esempio di come le cose potrebbero andare. Nel 2005 gli Stati Uniti e l'India hanno trovato un accordo per esonerare l'India dalle leggi statunitensi di trent'anni fa che impediscono agli stati di usare importazioni commerciali di tecnologia nucleare e di combustibile per alimentare le proprie ambizioni nel settore delle armi nucleari. Nel 2006 il congresso ha approvato e il presidente Bush ha firmato una legislazione che toglie ogni ostacolo al commercio nucleare con l'India. I due paesi negli scorsi anni hanno anche negoziato un accordo di cooperazione nucleare.

La più chiara esposizione di ciò che gli Stati Uniti vogliono in cambio è rappresentata dalla relazione al Congresso di Ashton Carter ( che è stato assistente del segretario della difesa nell'amministrazione Clinton) in appoggio all'accordo nucleare tra India e Stati Uniti, e dall'articolo del 2006 intitolato "Il nuovo partner strategico dell'America?" sulla rivista Foreign Affairs. Carter ha affermato che Washington ha bisogno del sostegno dell'India contro l'atomica iraniana, in caso di futuri conflitti col Pakistan e come contrappeso alla Cina. Ha notato che c'erano "vari benefici diretti", che includono "l'intensificazione dei contatti tra eserciti" e "la cooperazione dell'India nelle operazioni di soccorso dopo disastri naturali, interventi umanitari, missioni di pace, e piani per la ricostruzione post-bellica", e "operazioni senza mandato o non richieste dalle Nazioni Unite, operazioni alle quali l'India ha storicamente rifiutato di partecipare."

E infine Carter ha citato il punto più interessante: "le forze militari statunitensi potrebbero anche cercare l'accesso alle postazioni strategiche all'interno del territorio indiano e forse stabilirsi là. Infine, l'India potrebbe anche fornire alle forze statunitensi basi a distanza in caso di imprevisti in Medio Oriente".

Carter ha riconosciuto che ci sono anche altri interessi, che per altri potrebbero costituire delle priorità. Ha riconosciuto che "sul fronte economico, mentre l'India espande le proprie capacità nucleari civili e modernizza il suo esercito, gli Stati Uniti premono per ottenere un trattamento preferenziale per le proprie industrie".

Si è già cominciato a esercitare pressioni sull'India. Nel maggio 2007 alcuni importanti membri del Congresso statunitense hanno scritto una lettera al primo ministro indiano avvertendolo di essere "profondamente preoccupati" per le relazioni dell'India con l'Iran, e che se l'India non avesse affrontato questo punto ci sarebbe stato " il presupposto per nuocere gravemente all'alleanza globale tra Stati Uniti e India". In breve, all'India è stato chiesto di scegliere: o l'Iran o gli Stati Uniti e l'accordo nucleare.

Comunque, nelle scorse settimane c'è stata una crescente crisi in India riguardo il patto nucleare e riguardo quanto l'India dovrebbe avvicinarsi agli Stati Uniti. I partiti comunisti indiani, che fanno parte della coalizione di governo, hanno chiesto di fermare il patto nucleare Usa-India per dare al paese il tempo di elaborare le sue implicazioni per la politica estera indiana, minacciando di far cadere il governo. La loro paura è che il patto permetta agli Stati Uniti di influenzare le capacità decisionali indiane.

I movimenti sociali progressisti indiani si sono inoltre opposti al patto nucleare. Sono preoccupati che "direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti possano entrare nel subcontinente indiano, e organizzare le relazioni inter-regionali e internazionali". Vedono questo come "non solo antidemocratico ma anche contro la pace, e contro la produzione di energia sostenibile per l'ambiente e uno sviluppo economico autonomo". Queste preoccupazioni basilari su democrazia, pace, sostenibilità e indipendenza sono quello che porrà l'India in contrasto con la politica statunitense, non importa quante armi offrirà di venderle.

Zia Mian è un fisico del Programma per la Scienza e la Sicurezza Globale alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs della Princeton University e opinionista per Foreign Policy In Focus.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Originale: Foreign Policy in Focus

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domenica, agosto 05, 2007

La SCO è carica e pronta a fare fuoco

La SCO è carica e pronta a fare fuoco
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/IH04Ag01.html

Può sembrare strano che un'organizzazione di cooperazione regionale cominci il proprio summit annuale sullo sfondo di esercitazioni militari. L'Unione Europea, l'Associazione degli Stati dell'Asia del Sud Est, l'Unione Africana, l'Organizzazione degli Stati dell'America Latina – nessuna di queste l'ha mai fatto.

Di conseguenza, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) sta attirando enorme interesse, tenendo le sue esercitazioni militari su ampia scala tra il 9 e il 17 agosto. La SCO sta dicendo forte e chiaro alla comunità internazionale che non c'è nessun "vuoto" nello spazio strategico dell'Asia Centrale che debba essere riempito da organizzazioni di sicurezza provenienti dall'esterno della regione.

Le esercitazioni, col nome in codice "Missione di Pace 2007", saranno tenute a Čeljabinsk, nel distretto militare russo del Volga-Urali ed a Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang-Uyghur. L'incontro della SCO è previsto a Bishkek, capitale del Kirgyzstan, il 16 agosto. Dopo l'incontro, in un gesto altamente simbolico, i capi di stato e i ministri della difesa di tutti i paesi membri della SCO - Cina, Russia, Kazakhstan, Kirgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan - assisteranno alla conclusione dell'esercitazione militare congiunta a Urumqi.

La SCO non ha mai tenuto un'esercitazione militare completa che coinvolgesse tutti gli stati membri. Vi parteciperanno circa 6500 militari, compresi 2000 russi e 1600 cinesi. È la prima volta che la Cina invia le proprie truppe aviotrasportate in un'esercitazione militare all'estero. Russia e Cina schiereranno rispettivamente 36 e 46 velivoli ciascuna e forniranno sei aerei militari da trasporto Il-76 per realizzare simulazioni di assalti condotti da unità aviotrasportate.

Un esperto militare cinese, Peng Guangqian dell'Accademia Cinese delle Scienze Militari, citato dal People's Daily, ha dichiarato che "L'esercitazione ha principalmente la scopo di dimostrare che la cooperazione in materia di sicurezza tra gli stati membri della SCO è aumentata, le loro capacità anti-terroristiche si sono rafforzate, le relazioni sino-russe sono migliorate e le forze armate dei paesi membri si sono modernizzate".

Il China Daily, pubblicazione di proprietà dello stato, ha sottolineato che le esercitazioni mostrano che "la cooperazione della SCO sulla sicurezza è andata oltre le questioni del disarmo regionale e dei confini, estendendosi alla gestione di minacce non tradizionali come il terrorismo, le forze secessioniste ed i gruppi religiosi estremisti".

Il Ministero della Difesa cinese ha sottolineato che le esercitazioni "non sono dirette contro altri paesi e non coinvolgono gli interessi di paesi esterni alla SCO". Il vice comandante delle Forze di Terra russe, il Generale Vladimir Moltenskoj, ha inoltre informato i media che le esercitazioni "non sono mirate contro paesi terzi".

L'OTSC abbraccia la Cina
Malgrado queste precisazioni, è fin troppo evidente che la cooperazione strategica sino-russa sta raggiungendo un livello qualitativamente nuovo. L'indicatore più importante in questo senso è che l'incontro a Bishkek potrebbe vedere la firma di un protocollo formale di cooperazione fra la SCO e l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Il documento dovrebbe definire chiaramente le tendenze di cooperazione fra le due organizzazioni di sicurezza regionale nel futuro prossimo.

Si tratta indubbiamente di uno sviluppo importante nello spazio strategico eurasiatico. La collaborazione formale proposta fra la OTSC e la SCO coinvolge in sostanza la OTSC più la Cina, poiché gli Stati membri della SCO sono già membri dell'OTSC, tranne la Cina (gli Stati membri della OTSC sono quindi la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan ed il Tajikistan).

Non può essere sfuggito a nessuno che la collaborazione di OTSC e SCO è stata formalizzata il 14 luglio, appena un mese dopo la decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione al Trattato sulle Forze armate Convenzionali in Europa (FCE). L'FCE è il primo trattato per la riduzione delle armi convenzionali stipulato fra Est e Ovest dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L'influente analista strategico russo Gleb Pavlovskij ha avvertito il 14 luglio che "la decisione di oggi non è propaganda, è una transizione ad una nuova seria fase nella costruzione di nuova struttura di sicurezza della Russia contro lo scenario del riarmo dei paesi alle nostre frontiere".

Riferendosi all'implacabile accerchiamento della Russia da parte degli Stati Uniti ha aggiunto che "praticamente tutti i paesi lungo i confini meridionali e occidentali della Russia sono pieni di missili… Nel Caucaso, nelle regioni del Mar Nero e in quelle del Caspio è in corso una folle corsa agli armamenti, supportata da paesi europei e non europei, nessuno dei quali si sente limitato dal FCE".

In questo contesto, dice Pavlovskij, Mosca preferirà optare per "nuovi equilibri contrattuali" in Europa ed in Asia. "Se i paesi di Europa e Asia sono pronti a questo, la Russia sarà la prima ad acconsentire a questi negoziati".

Nella presa di contatti istituzionali tra OTSC e SCO possiamo vedere la prima prova dei "nuovi equilibri contrattuali" cui Pavlovskij ha accennato. L'idea russa di rafforzare la OTSC per controbilanciare la NATO è ormai evidente da mesi.

La scorso dicembre, parlando al Forum sui Media della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e degli stati baltici, il vice primo ministro (contemporaneamente ministro della Difesa della Russia) Sergej Ivanov ha detto, "la prossima cosa logica da fare seguendo la strada del rafforzamento della sicurezza internazionale può essere lo sviluppo di un meccanismo di cooperazione fra la NATO e la OTSC, seguito da una chiara divisione delle sfere di responsabilità. Questo metodo ci darebbe un potere contrattuale sufficientemente affidabile ed efficace per prendere provvedimenti collettivi nelle situazioni di crisi nelle varie regioni del mondo". [corsivo aggiunto dall'autore dell'articolo]

Ivanov era di certo consapevole che la NATO non è minimamente interessata a dialogare con la OTSC (i paesi della OTSC coprono approssimativamente il 70% del territorio della ex Unione Sovietica). Da tre anni a questa parte la Russia propone una cooperazione limitata fra OTSC e NATO nel controllo del traffico di droga provenente dall'Afghanistan. Ma la NATO, su ordine di Washington, sta temporeggiando. Una coerente politica della NATO (e di Washington) è sempre stata quella di non riconoscere lo status della OTSC come organizzazione di sicurezza regionale e di dialogare piuttosto con gli Stati membri di questa su base bilaterale.

Di conseguenza, ciò che Ivanov sottolineava è che Mosca sarà assolutamente determinata a resistere all'invasione della NATO nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Mosca valuta infatti che la NATO non esiterà a espandersi ulteriormente, proponendo ad alcuni stati della CSI di entrare a far parte dell'organizzazione. La Russia si oppone a tale espansione, ma i suoi sforzi diplomatici non funzionano. L'opzione militare è diventata necessaria. Nel suo discorso, Ivanov non solo ha messo in chiaro il ruolo della OTSC in Europa, ma ha anche suggerito che Mosca vede i paesi dell'Asia Centrale della SCO, in particolare la Cina, come suoi potenziali alleati nel blocco.

Alcuni mesi dopo, in maggio, parlando ad un congresso a Bishkek sulle minacce e sulle sfide per la sicurezza nel ventunesimo secolo, il segretario generale della OTSC Nikolaij Bordjuzha ha attaccato frontalmente la NATO dicendo che questa persegue "una politica di espansione e consolidamento della propria presenza militare-politica nel Caucaso ed in Asia Centrale". Ha aggiunto che queste attività comportano "sfide e rischi" ed insidiano la stabilità dello spazio post-sovietico.

Bordjuzha ha sviluppato il discorso dicendo che la strategia statunitense per l'Asia centrale punta a causare "fratture" fra i paesi della regione da un lato e la Russia e la OTSC dall'altro. Ha detto che Washington sta tentando di riorientare gli stati centro-asiatici verso gli Stati Uniti "in una nuova formazione che comprende, oltre agli stati dell'Asia Centrale, l'Afghanistan, il Pakistan e, in futuro, l'India".

Effettivamente di recente la Russia non è riuscita a disturbare più di tanto la strategia della NATO per l'Asia Centrale. D'altra parte la NATO ha sottostimato la propria capacità di intrufolarsi in una regione dove l'influenza tradizionale della Russia era predominante e dove Mosca è determinata a mantenere quella situazione a tutti i costi.

In questi ultimi due anni, Mosca ha dato rapido impulso alla OTSC considerandola il proprio bastione contro la NATO nell'Asia Centrale. Alcuni commentatori russi prevedono che la OTSC sia destinata a trasformarsi in un nuovo Patto di Varsavia. Sia come sia, in misura quasi direttamente proporzionale all'enfasi posta da Mosca sull'OTSC, i paesi dell'Asia centrale si sono affrettati a riunirsi sotto il suo ombrello; tra essi spicca il Kazakhstan , che era tra gli "obiettivi" principali identificati dalla NATO. L'entrata dell'Uzbekistan nell'OTSC ha consolidato significativamente la portata dell'organizzazione nella regione centro-asiatica.


Convergenza Sino-Russa
Chiaramente la Cina apprezza che le contraddizioni e la lotta fra la Russia e le potenze occidentali negli anni successivi alla guerra fredda attraversino un momento di definizione. Scrivendo recentemente sul People's Daily, Wang Baofu, vice direttore dell'Istituto degli Studi Strategici affiliati all'Università Cinese della Difesa Nazionale, ha detto che "Questa mossa della Russia [la sospensione del FCE] indica in primo luogo la sua riluttanza a scendere a ulteriori compromessi unilaterali sull'importante questione della sicurezza nazionale… e, secondariamente, il suo rifiuto di rimanere indifferente mentre gli Stati Uniti tentano di schierare un sistema antimissile in Europa orientale allo scopo di spostare seriamente l'equilibrio strategico Russia-USA".

Wang ha notato che i problemi di sicurezza della Russia sono destinati a moltiplicarsi nel prevalente scenario "di squilibrio", dove gli Stati Uniti "sono impegnati a prendere o usare l'Europa per rafforzare la propria superiorità strategica nei confronti della Russia". Il 19 luglio un portavoce del ministro degli affari esteri cinese "ha preso nota della dichiarazione della Russia [sul FCE] e del suo problema di sicurezza". Il portavoce ha aggiunto che lo schieramento del sistema anti-missilistico degli Stati Uniti "insidierà la stabilità e l'equilibrio strategici internazionali. Questo non condurrà certo alla sicurezza regionale ed alla fiducia reciproca fra i paesi".

Nel frattempo, i commentatori cinesi hanno osservato che "la Russia ultimamente sembra inasprire la propria posizione diplomatica" e "il proprio atteggiamento" verso l'occidente. Quello che le valutazioni cinesi sottintendono è che la posizione "netta" di Mosca punta a mettere la Russia su una base di parità con le potenze occidentali.

A proposito dell'Asia Centrale (e dell'Afghanistan) la Cina condivide le stesse preoccupazioni della Russia, in particolare su due aspetti. In primo luogo, anche la Cina nutre gli stessi dubbi circa i disegni della NATO nell'Asia centrale. La Cina continua ad apprezzare gli sforzi russi per mantenere la NATO fuori dall'Asia centrale. Per citare un commento recente del People's Daily, "conoscendo bene l'importanza strategica dell'Asia Centrale, negli ultimi anni la NATO non ha risparmiato i propri sforzi per promuovere le relazioni con i paesi della regione. Ma per la NATO non è facile fare progressi, data la tradizionale influenza predominante della Russia in questa regione, un'influenza che Stati Uniti e l'Europa non potranno mai sperare di eguagliare.

"Concentrandosi sul potenziamento della OTSC la Russia ha mostrato una forte opposizione alla NATO. Ora ai rapporti poco amichevoli tra la Russia e la NATO si deve aggiungere la difficoltà di quest'ultima a mettere in atto la propria strategia in Asia Centrale".

Gli interessi della Cina coincidono con l'approccio russo, che mira ad aumentare l'influenza della OTSC in Asia Centrale. Il legame OTSC- SCO permette ai russi di "limitare" la NATO ai bordi sud-occidentali dell'Eurasia. E questo va nella stessa direzione degli interessi cinesi.

In secondo luogo, sta diventando sempre più evidente che sia la Russia che la Cina stanno pensando molto al concetto di Asia Centrale. Il fatto è che non sarebbe realistico per la Russia e la Cina (e per la SCO) occuparsi dei processi in atto nella regione senza prendere in considerazione gli sviluppi in Afghanistan, Iran e Pakistan. Un commentatore russo ha recentemente scritto sulla Nezavisimaja Gazeta che i vicini meridionali dell'Asia Centrale (Afghanistan, Iran e Pakistan) hanno "per il Tajikistan un'importanza molto maggiore dei battibecchi con l'élite kazaka".

Probabilmente la SCO è già portata a ritenere che l'Asia Centrale come comunità distinta ha più a che fare con la storia - la sua storia antica, medioevale e sovietica - che con le attuali realtà politiche. La SCO ha fatto i conti con il fatto che anche se l'Asia Centrale e del Sud hanno fatto parte per molto tempo di realtà geopolitiche diversissime, ora non è più così, specialmente dopo che l'11 settembre 2001 ha fornito agli Stati Uniti l'occasione per stabilire una presenza a lungo termine in Afghanistan e fare un significativo salto in avanti nei propri rapporti con gli stati centroasiatici.

Dopo aver consolidato la propria presenza in Afghanistan, la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Asia Centrale ha cambiato forma. Gli Stati Uniti sperano di modificare la regione impiegando metodi diversi, più flessibili, fondati sulla cooperazione nei campi della sicurezza, dei trasporti e dell'energia, così come attraverso continui sforzi volti a determinare "cambi di regime".

Nel frattempo, si è rivelata utile anche la continua espansione dell'influenza degli Stati Uniti nell'Asia Meridionale, poiché l'Afghanistan è un collegamento vitale che può legare l'Asia Centrale con quella del Sud. Di recente Washington ha cercato un coinvolgimento maggiore nella cooperazione regionale dell'Asia Meridionale, mirando a ottenere lo status di stato osservatore nella SAARC, l'Associazione dell'Asia del Sud per la Cooperazione Regionale che include l'India, il Pakistan, il Bangladesh, lo Sri Lanka, il Nepal, le Maldive, il Bhutan e l'Afghanistan. Sembra anche che Washington abbia incontrato un certo grado di successo nel persuadere l'India a raffreddare la propria passione iniziale verso la SCO.


L'Iran cerca la SCO
La SCO tende a sentire sempre di più l'esigenza di evolvere la propria strategia della "Grande Asia Centrale", che include anche l'Iran e l'Afghanistan e in certa misura anche il Pakistan.

Questo sta forse già accadendo, e potrebbe riflettersi in vari modi al vertice della SCO a Bishkek. In primo luogo, l'Iran sta facendo una decisa offerta per assicurarsi l'appartenenza a tutti gli effetti alla SCO. Teheran ha presentato la domanda formale al paese ospitante, il Kirgyzstan, in aprile. Solitamente, una simile azione sarebbe dovuta avvenire dopo consultazioni preliminari con gli stati membri di SCO. Probabilmente si sta lentamente sviluppando un consenso all'interno della SCO, se non esiste già, sull'ingresso dell'Iran.

Significativamente, il delegato del ministro degli Esteri iraniano Mahdi Safari la settimana scorsa ha rivelato che il presidente Mahmud Ahmadinejad avrebbe assistito all'incontro della SCO. Safari da allora ha visitato Pechino, dove si è incontrato, tra l'altro, con Li Hui, il delegato del ministro degli Affari esteri cinesi sulle questioni dell'Europa dell'Est, dell'Asia Centrale e della SCO.

Da Pechino, Safari si è poi diretto a Mosca. I rapporti russo-iraniani stanno dichiaratamente passando un momento difficile a causa del ritardo della Russia nel completare la centrale nucleare di Bushehr in Iran. Effettivamente, la Russia ha "politicizzato" la questione ed è improbabile che fornisca combustibile nucleare a Bushehr finché il dossier atomico dell'Iran rimarrà aperto. Nonostante il raffreddamento nei rapporti Russia-USA, Washington e Mosca si sono sempre trovate d'accordo sulle questioni che riguardano l'appartenenza al "club nucleare".

Inoltre, la Russia ha molto da guadagnare sfruttando l'accordo sulla cooperazione per il nucleare civile con gli Stati Uniti, firmato in margine all'incontro informale fra i presidenti George W. Bush e Vladimir Putin il 2 luglio; è una concessione importante da parte di Washington, perché permette alla Russia di installare le attrezzature per il ritrattamento del combustibile nucleare esausto di origine statunitense per scopi commerciali, e questo è un affare davvero vantaggioso. Nei termini immediati, la concessione di Washington ha spianato la strada affinché la Russia possa ritrattare il combustibile di origine statunitense usato della Corea del Sud e di Taiwan.

Ma allo stesso tempo, il clamore a proposito di Bushehr dà curiosamente alla Russia la chiave per bloccare ogni possibile nuovo tentativo degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per spingere verso una nuova risoluzione o a sanzioni contro l'Iran perché non ha sospeso il suo programma di arricchimento dell'uranio. Commentatori moscoviti hanno evidenziato che la recente visita degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica all'impianto ad acqua pesante di Arak è stata "un vero passo avanti" e la prova che "gli iraniani sono pronti a dare all'AIEA risposte esaurienti".

Evidentemente, Bushehr non è l'unico elemento dei rapporti Russia-Iran. Entrambi i paesi sono abbastanza pragmatici da realizzarlo. Effettivamente, entrambi i paesi devono essere certi che non ci sia il minimo ostacolo alla loro cooperazione bilaterale. La Russia condivide con l'Iran gli interessi nell'Asia Caspica e Centrale. L'Iran è l'unica potenza del Caspio, probabilmente, con cui la Russia ha identità totale di vedute per quanto riguarda l'inammissibilità della partecipazione di poteri extra-regionali (leggi gli Stati Uniti e la NATO) sulle questioni che riguardano la sicurezza della regione caspica. La Russia dovrà collaborare strettamente con l'Iran all'incontro dei paesi del litorale caspico che si terrà a Teheran quest'anno.

Bordyuzha dell'OTSC potrebbe aver sfoggiato una spavalderia eccessiva quando recentemente ha invitato l'Iran ad aderire all'associazione come stato membro. Ma la proposta non mancava di una sua serietà. Durante la visita del ministro degli affari esteri kirghiso Kadyrbek Sarbayev a Teheran il 15 luglio, l'influente presidente del Comitato per la Sicurezza e del Comitato per le Politiche Estere del Majlis (parlamento) Iraniano, Ala'eddin Broujerdi, ha criticato pesantemente le intrusive politiche regionali degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Ha apertamente accusato gli Stati Uniti di aver complottato per destabilizzare la regione dell'Asia Centrale. Cosa interessante, Broujerdi ha richiesto l'esclusione delle organizzazioni di sicurezza extra-regionali dall'Asia centrale. La posizione di Broujerdi sulla sicurezza dell'Asia Centrale è quasi la stessa di Russia e Cina.

Un punto chiave da tenere d'occhio all'incontro di Bishkek sarà il ruolo dell'Iran nella cooperazione energetica, oggetto di interesse comune da parte di Russia e Cina. Da parte sua, la Russia sarebbe avvantaggiata se l'Iran dirottasse i propri flussi di energia verso i mercati asiatici piuttosto che verso quello europeo (martedì Safari avrebbe detto a Pechino, "l'Iran è disposto ad elaborare un piano energetico per coprire l'intero fabbisogno dell'Asia").

La Russia guarda con disagio ai rinnovati sforzi di Turchia e Unione Europea (malgrado le apparenti riserve degli Stati Uniti) per schierare l'Iran sia come fornitore del gas, sia come paese nel quale far passare il gas turkmeno nell'ambito del proposto oleodotto "Nabucco", che rivaleggia con i progetti energetici russi nei Balcani e nell'Europa meridionale. Il mese scorso, Turchia e Iran hanno firmato un memorandum d'intesa a tale proposito. La settimana scorsa, la Turchia ha stretto un accordo con Italia e Grecia, che saranno i fruitori del gas iraniano.

La Russia sta guardando attentamente e spera che l'Iran non entri nel progetto Nabucco. La Russia ha un ulteriore interesse nell'incoraggiare l'Iran a diventare un fornitore di energia per la Cina, se questo può rendere meno probabile un qualsiasi conflitto di interessi tra Russia e Cina riguardo le riserve energetiche dell'Asia Centrale (particolarmente in Turkmenistan). Infatti, il proposto gasdotto cinese verso il Turkmenistan può essere facilmente esteso all'Iran. Per concludere, l'Iran ha un ruolo importante nella grande strategia russa che implica una variante dell'idea di un cartello mondiale del gas.

La sfida afghana della SCO
Da questo punto di vista, sembra giunto il tempo affinché la SCO rifletta seriamente sui propri futuri rapporti con l'Iran. Senza dubbio, due grandi domande attendono il vertice della SCO: l'ammissione dell'Iran come membro titolare e la direzione della collaborazione della SCO con il Turkmenistan.

Parallelamente alla strategia SCO della "Grande Asia Centrale" che coinvolge l'Iran, ci si può aspettare che il vertice proponga nuove iniziative nei confronti dell'Afghanistan. Di nuovo, sia la Cina che la Russia vedono con crescente preoccupazione la sempre più profonda crisi in quel paese.

Per citare un commento del People's Daily di giugno, "il 'fenomeno dei Taliban ' ha prodotto grave preoccupazione… il loro ritorno ha sfidato pesantemente l'autorità del governo afgano… i Taliban si sono sviluppati e sono più forti... traggono massimo vantaggio dal malcontento degli abitanti per le condizioni di vita e dai sentimenti anti-americani… i Taliban hanno stimolato i loro contatti con i superstiti di al-Qaeda… l'Afghanistan rischia di trasformarsi in un secondo Iraq".

Il pensiero russo a riguardo va nella stessa direzione
. Anzi, Mosca è andata oltre ed ha apertamente messo in discussione la logica del monopolio degli Stati Uniti sulla soluzione del conflitto in Afghanistan. Mosca, come Pechino, è incline all'adozione di un approccio "a doppio binario". In primo luogo, tenterà di collaborare strettamente e su basi bilaterali con il governo presieduto dal presidente Hamid Karzai. La visita dal ministro degli affari esteri Sergej Lavrov a Kabul ha indicato un intensificato lavoro della diplomazia russa sul problema afgano. Allo stesso tempo, Mosca sta anche cercando un metodo multilaterale che coinvolga la OTSC.

Significativamente, Bordyuzha ha suggerito questa settimana che "noi [OTSC e SCO] dovremmo collaborare per impedire ai Taliban di tornare al potere, altrimenti avremo per molti anni gravi problemi in Afghanistan".

Bordjuzha ha fatto cenno alla possibilità di un vasto conivolgimento della SCO in Afghanistan. Ha detto che "il lavoro dovrebbe essere condotto in tutte le sfere, in quella politica e in quella economica, e nel fornire assistenza al governo nella formazione di forze armate e di forze di polizia, così come nella lotta contro il traffico di droga".

L'incontro della SCO fornirà di certo proposte mirate ad intensificare le azioni dello SCO-Afghanistan Contact Group.


Emicranie americane
Il vertice della SCO quindi sfida gli Stati Uniti sotto vari aspetti. L'unione di OTSC e SCO è una doppia battuta d'arresto inflitta alle politiche regionali degli Stati Uniti. Entrambe le entità sono bestie nere per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Questi si sono impegnati a soffocare queste due organizzazioni nella culla, e invece ora le vedono riunirsi dotate di nuova forza.

Il piano tattico degli Stati Uniti che proietta la NATO nella regione asiatica centrale si trova di fronte un ostacolo arduo. Il dilemma degli Stati Uniti è intenso. A meno che la NATO non inglobi altri paesi dell'Asia Centrale, non ci può essere un "accerchiamento" completo della Russia o della Cina. Ed è privo di senso che la NATO rimanga bloccata nel Caucaso Meridionale.

Effettivamente è in gioco anche la credibilità della NATO. Mentre le cose seguono il proprio corso, la "trasformazione" dell'organizzazione non sta progredendo senza problemi. L'Afghanistan si è trasformato in un boccone amaro per la NATO, che non può sputarlo né inghiottirlo, e ne sta sfigurando il volto. Nessuna campagna propagandistica può nascondere il fatto che la popolazione afghana vede la NATO sempre più come una forza di occupazione. Oltre alle truppe insufficienti, i comandanti lamentano un disperato bisogno di intelligence.

Inoltre la "forza trascinante" degli Stati Uniti all'interno della NATO è in diminuzione. Questa settimana, il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha richiesto apertamente la cessazione di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Afghanistan, a meno che non siano strettamente sotto il comando della NATO. Il cambiamento di leadership in Francia, Germania e Gran Bretagna non sembra funzionare nel senso previsto da Washington.

Di conseguenza, Washington farà del suo meglio per evitare che la SCO "invada" il territorio afgano. Washington conterà su Karzai per soffocare le aperture della SCO. Il problema degli Stati Uniti sarà che l'iniziativa SCO sull'Afghanistan non potrà essere messa in questione. Karzai farebbe la figura del pazzo se dovesse respingere un'offerta di aiuto dalla SCO. Dopo tutto questa ha un legittimo interesse nella stabilizzazione della situazione afghana, poiché la stabilità della regione è collegata ad essa per molti aspetti.

D'altra parte, la morsa di Washington su Kabul si indebolirà sempre di più una volta che l'Afghanistan svilupperà la "SCO connection". Washington dovrà essere estremamente prudente, poiché gli afgani conoscono e svolgono bene il proprio ruolo nel "Grande Gioco". Più importante, gli Stati Uniti si troveranno sempre più costretti a fare lavoro di squadra, cosa che non sdi addice né alla loro strategia geopolitica né alla condizione di unica superpotenza.

In tutto questo, il Pakistan rimane un giocatore imprevedibile, data la fluidità della sua situazione interna, anche se Islamabad dovrebbe lavorare assieme a SCO e Cina. La maggior parte dei rifornimenti per le forze NATO in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Sarà ironico se gli Stati Uniti si ritroveranno a dover sostenere i combattimenti in Afghanistan, mentre la SCO guadagnerà l'adulazione pubblica fra la popolazione afgana e in tutta la regione come "costruttrice di nazioni".

Secondariamente, Washington sa che la partecipazione della SCO al problema afghano significa che la Russia farà il suo grande rientro nel Hindu Kush, oltre a sventare il grande disegno degli Stati Uniti per manovrare la NATO come un'organizzazione mondiale di sicurezza con membri in tutto il mondo. Stranamente, il 17 luglio, il Tajikistan ha annunciato di aver concluso un accordo per lo schieramento di velivoli da combattimento russi nella base aerea di Ayni, fuori da Dushanbe. Le indicazioni sono che anzitutto la Russia schiererà jet Su-25 ed elicotteri Mi-24 e Mi-8. Lo schieramento russo avverrà secondo le disposizioni della OTSC. Mosca ha appena deluso l'ultima speranza degli Stati Uniti di guadagnarsi l'appoggio del Tajikistan.

Ma tutto questo sembrerà insignificante a Washington se il vertice SCO dovesse decidere di ammettere l'Iran come membro titolare. C'è una sola possibilità che la SCO decida di guadare le feroci correnti contrarie nella regione del Golfo Persico. Ma Washington la osserverà con nervosismo.

Il punto è che Iran, Russia e Cina hanno tutte "perso", in maniere diverse, dopo il contratto statunitense da 63 milioni di dollari nella regione del Golfo. Washington ancora una volta ha mostrato che "il vincitore prende tutto".

Così "i perdenti" non possono essere incolpati se imparano velocemente e vedono che la logica di creare una rete interna per diminuire le proprie "perdite" potrebbe persino far riguadagnare un territorio oramai fuori dal loro controllo. Certamente, Ahmadinejad sarà una delle attrazioni principali del vertice della SCO e la sua presenza a Bishkek avrà altri significati che non semplici questioni di protocollo.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreing Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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venerdì, luglio 13, 2007

Il Pakistan si prepara per la repressione

Il Pakistan si prepara per la repressione
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IG13Df01.html

Quando il comandante del Comando centrale dell'Aeronautica degli Stati Uniti, il Generale di Squadra Aerea Gary L. North, è atterrato martedì alla base dell'Aeronautica Pakistana a Sargodha, a nord est di Lahore nella provincia pakistana centrale del Punjab, l'intensità del momento non gli sarà sicuramente sfuggita.

Il Capo di stato maggiore dell'Aeronautica Pakistana, il Generale di Armata Aerea Tanvir Mehmood Ahmed, e l'ambasciatrice statunitense in Pakistan Anne W. Peterson, lo stavano aspettando sulla pista di atterraggio.

North è arrivato dopo un viaggio di otto ore senza scali sorvolando l'Atlantico. Era su un F-16 Fighter Falcon in grado di trasportare missili nucleari. Un altro F-16 lo accompagnava. Erano i primi di una flottiglia di una dozzina di aerei che l'AP riceverà nei prossimi mesi "a prezzi puramente nominali" (per citare Ahmed). Il Pakistan, inoltre, potrà ottenere un'ulteriore partita di sedici F-16, portando il totale a ventotto.

Per coincidenza, la cerimonia di consegna di Sargodha è avvenuta quasi contemporaneamente alla calcolata decisione del Presidente del Pakistan, il Generale Pervez Musharraf, di ordinare all'esercito pakistano di attaccare Lal Masjid (la Moschea Rossa) a Islamabad. La scorsa settimana, il Segretario di Stato statunitense John Negroponte ha annunciato, in un'intervista all'edizione urdu di Voice of America, che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare il Pakistan "in ogni maniera possibile".

In sostanza, stanno rimediando i ventotto F-16 che il Pakistan ha già pagato nei primi anni '90 e che Washington non è stata in grado di consegnare una volta che il paese perse la sua importanza come stato cardine nella politica regionale statunitense nel periodo post guerra fredda.


La Shanghai Cooperation Organisation si unisce nella lotta
L'enorme gesto statunitense ha le sue origini nella congiuntura critica della regione. Ciò che emerge è che l'incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO), programmato a Bishkek, Kyrgyzstan, tra poco più di un mese, sta già gettando la propria ombra sul ruolo regionale del Pakistan. Islamabad non ha nascosto il proprio interesse riguardo lo stringere legami con la SCO, e l'incontro fornirebbe questa opportunità. La SCO comprende Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan.

Dagli atti dell'incontro del Consiglio dei Ministri degli Esteri (CME) della SCO tenutosi a Bishkek lunedì in preparazione dell'incontro del 16 agosto, sono state messe sul tavolo opzioni che possono dare fastidio a Washington. E' ormai certo che la SCO si sta muovendo verso Afghanistan e Pakistan con un'irresistibile offerta di mutuo impegno in termini di interessi comuni di sicurezza regionale e stabilità.

Il CME ha messo l'accento in particolare sull'"importanza di intensificare ulteriori collaborazioni con gli stati osservatori della SCO come con la Repubblica Islamica dell'Afghanistan all'interno del Gruppo di Contatto sull'Afghanistan della SCO." Più importante, ha deciso di "creare meccanismi di cooperazione da parte dei soci internazionali della SCO, in particolare sotto gli auspici della SATR (Struttura Anti-Terroristica Regionale).

L'incontro della SCO, secondo tutti gli indicatori, potrebbe diventare uno dei più produttivi della storia dell'organizzazione. Svolgendosi sullo sfondo del sempre maggiore raffreddamento dei rapporti USA-Russia, l'incontro acquista ulteriori significati. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che ha preso parte all'incontro dei CME di lunedì a Bishkek, ha messo sotto i riflettori la "ricerca di un nuovo ordine mondiale, che si baserà sulla legge internazionale e sull'azione collettiva per risolvere problemi globali, regionali e di altro genere" da parte della SCO.

Il CME ha deciso di raccomandare durante l'incontro della SCO che i paesi osservatori come il Pakistan debbano essere coinvolti "più attivamente" nelle attività e nei progetti dell'organizzazione. Ha concluso che la stabilità della regione dell'Asia centrale è direttamente collegata alla stabilizzazione dell'Afghanistan.

Per la prima volta, la SCO potrebbe sfidare il monopolio degli Stati Uniti sulla risoluzione del conflitto afghano. Il CME ha sostenuto che il modello attuale di coinvolgimento da parte della comunità internazionale è limitato a specifici problemi settoriali in Afghanistan. Ha concluso che un approccio tanto ristretto da parte della comunità internazionale non servirà allo scopo di stabilizzare il paese.

La SCO, inoltre, intende promuovere un "approccio comprensivo" che includerà la sua partecipazione non solo nei lavori di ricostruzione dell'Afghanistan e nel contrastare il traffico di droga, ma anche attraverso il "supporto del consenso nazionale all'interno dell'Afghanistan basato sul principio di impedire l'accesso al potere ai leader taliban che, con il sostegno di al-Qaeda, hanno portato l'Afghanistan in condizioni in cui non è mai stato", per citare Lavrov.


Guerra fredda nell'Hindu Kush
Insomma, la SCO sta proclamando senza ambiguità la sua intenzione di lavorare con Kabul e Islamabad, territorio che finora le potenze regionali avevano accettato più o meno tacitamente essere campo esclusivo di Stati Uniti e NATO. Questo va contro l'approccio statunitense basato sul tenere la Russia fuori dall'Afghanistan, e intralciare ogni possibile politica combinata sino-russa nel paese.

Washington, nei fatti, ha soffocato la proposta francese avanzata all'incontro della NATO a Riga, l'anno scorso, di formare un "gruppo di contatto" di paesi interessati a una risoluzione al problema afghano. I diplomatici americani hanno nascosto a stento la loro contrarietà riguardo le mosse fattive di Mosca verso Kabul nei mesi scorsi.

Washington ha diffuso una strategia a favore di una "Grande Asia Centrale" con lo scopo di diminuire l'influenza di Russia e Cina nella regione e incoraggiando
piuttosto gli stati dell'Asia centrale ad associarsi con la regione del sud Asia. La strategia è un tentativo appena mascherato di sminuire la raison d'etre della SCO.

Infatti l'incontro di lunedì del CME sembra aver tenuto conto dell'intero ventaglio di possibili sviluppi regionali e internazionali. Il suo messaggio nascosto è che la SCO sta cominciando a tener conto dei piani statunitensi per lo sviluppo di un sistema di difesa missilistico in Europa e Asia. Lavrov ha detto, "Noi [il CME] non abbiamo discusso specificatamente i piani statunitensi… ma ovviamente vediamo che le conseguenze delle azioni unilaterali in questa sfera si faranno sentire anche qui [in Asia centrale], specialmente considerando non solo la composizione della SCO, ma anche la composizione degli osservatori che lavorano all'interno della SCO".

Significativamente, la posizione della Cina nei piani statunitensi di sviluppo di sistemi missilistici anti-balistici nella regione Asia-Pacifico è sempre più dura. Un commento sul quotidiano People's Daily di mercoledì ha criticato aspramente gli Stati Uniti per la ricerca di un'"assoluta superiorità nucleare":

Il bilanciamento nucleare strategico è molto importante. Oggi, solo le armi nucleari strategiche possono produrre una minaccia reale per gli Stati Uniti… il bilanciamento aiuta a mantenere la stabilità. Senza bilanciamento strategico, l'ordine di un mondo multipolare sarebbe difficile da mantenere. Per questo la questione del bilanciamento strategico non riguarda semplicemente l'eventualità di uno scontro militare. Riguarda in realtà il tipo di ordine mondiale che deve essere stabilito, e la lotta tra l'ordine mondiale unipolare e multipolare.

L'incontro della SCO dovrebbe adottare un "trattato a lungo termine di buon vicinato, amicizia e cooperazione". Non si può negare il fatto che le iniziative precedenti della SCO provengono principalmente da comuni accordi russo-cinesi. Subito dopo le consultazioni sino-russe a margine del CME di lunedì a Bishkek, i ministri degli esteri di Russia e Cina avranno un'opportunità per estendere ulteriormente le discussioni durante la prevista visita del ministro degli esteri cinese Yang Jiechi a Mosca a partire da giovedì.

L'aquila è atterata
Come interagiscono tra di loro tutti questi fatti? Senza dubbio, dalla prospettiva statunitense, l'importanza strategica del Pakistan sta diventando importantissima. Washington ha disperatamente bisogno a Islamabad di una struttura di potere manipolabile e abbastanza stabile da assicurare la continuità delle scelte politiche. Questa sfida è indiscutibilmente difficile.

Nuovi fattori sono all'opera rispetto al periodo della Guerra Fredda. A differenza che negli anni '70 e '80, Cina e Russia stanno sempre più coordinando le loro politiche regionali e internazionali, anche se i due paesi non stanno pensando ad alcun tipo di alleanza formale.

A proposito di questo, a differenza che nel periodo della Guerra Fredda, Washington sta sviluppando intensamente i propri legami con l'India. Stringendo relazioni "separate" con i due rivali sudasiatici, Washington finora ha fatto in maniera di avere le parti migliori dei due mondi. Ma è un'azione delicata, specialmente se il Pakistan dovesse riassumere il suo ruolo di stato cardine della politica regionale USA.

Inoltre, la strada verso il potere in Pakistan passa attraverso l'esercito, ma lo spirito dei tempi richiede che questo debba essere visto come al servizio dei leader civili. Una cosa del genere, comunque, è difficile da mettere in pratica a Islamabad. E' già stato provato in passato, ed è risultato impraticabile.

Nel frattempo, lo spettro che ossessiona il Pakistan non è quello di una presa di potere da parte degli islamisti. Agli islamisti manca, molto semplicemente, supporto sostanziale. La schiacciante maggioranza dei pakistani è avversa all'estremismo religioso e alla militanza. La vera sfida che Musharraf (e gli USA) si trova davanti è quella di una sollevazione popolare. Una simile minaccia è incombente, e si risolverebbe in una complessiva diminuzione dell'influenza statunitense sul Pakistan, dato il pervasivo "anti-americanismo" nel paese. Ma sembra sempre più probabile che una repressione militare possa divenire necessaria per prevenire una sollevazione popolare.

Rispetto all'atteggiamento piuttosto vago di cinque giorni prima, il portavoce del Dipartimento di Stato USA ha a questo scopo deciso un cambio di marcia martedì, appoggiando i metodi usati da Musharraf per risolvere la situazione di stallo creatasi nella Moschea Rossa. Ha detto "Le forze di sicurezza pakistane sono entrate [nella moschea] dopo aver dimostrato pazienza e controllo nell'offrire ogni possibile opportunità perché gli innocenti che erano ancora nella moschea potessero lasciarla, nonché proponendo a quelli che avevano minacciato di fare uso di violenza, e che nei fatti l'hanno usata, di risolvere la situazione pacificamente.

"Ovviamente, tutti vorrebbero vedere questo genere di situazioni risolversi pacificamente. E' la soluzione ottimale per tutti. Ma fondamentalmente è un affare del governo decidere quando le negoziazioni sono finite e quando c'è bisogno di intraprendere azioni per risolvere in qualsiasi modo la situazione. Da quanto ho capito, era una situazione nella quale avevano messo in pratica ogni genere di opportunità per risolvere la cosa pacificamente con questi individui, ma loro sono andati avanti, al punto da usare i bambini come scudi umani."

La seconda settimana di luglio sarà quindi un momento di definizione della politica regionale statunitense. L'atterraggio di North sull'F-16 a Sargodha è più che una semplece istantanea delle transazioni di difesa tra USA e Pakistan. Washington sta, per i propri scopi, sostenedo il largamente impopolare e assediato capo dell'esercito pakistano. Sta implorando corpi militari vacillanti di tenere la posizione.


M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di caarriera nell'Indian Foreing Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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mercoledì, luglio 11, 2007

Pakistan: il colpo di mano dei Taliban

Pakistan: il colpo di mano dei Taliban

di Ziauddin Sardar
30 aprile 2007

Originale: http://www.newstatesman.com/200704300025

"Dovete capire" dice Maulana Sami Ul-Haq, "che Pakistan ed islam sono sinonimi". Il principale di Darul Uloom Haqqania, un seminario nella provincia di frontiera nord-occidentale (PFNO) è un uomo alto e gioviale. Mi prende per mano e mi porta in giro per il seminario. Maulana Ul-Haq ride quando gli chiedo il suo punto di vista sul jihad. "E' dovere di tutti i musulmani supportare questi gruppi che combattono contro l'oppressione" dice.

Haqqania è una della più grandi madrasse del Pakistan. Produce circa 3000 diplomati, la maggioranza dei quali di origini incredibilmente povere, ogni anno. Le mura dei dormitori degli studenti sono decorate con carri armati e kalashnikov. Un gruppo di studenti, tutti con barbe nere, turbanti bianchi e vestiti neri, mi circondano. Sono curiosi e estremamente educati. Discutiamo sotto l'occhio vigile di due ufficiali dei servizi di intelligence pakistani. Cosa farete dopo il diploma, chiedo. "Serviremo l'islam", ripetono all'unisono. "Dedicheremo le nostre vite al jihad".

Il Pakistan sta rispondendo al richiamo del jihad. Per più di due mesi, la capitale, Islamabad, è stata presa ostaggio da un gruppo di donne avvolte nel burqa, armate di bastoni e che gridavano: "al-jihad, al-jihad". Queste studentesse appartengono a due madrasse legate a Lal Masjid, una grande moschea vicina ad uno dei principali supermercati della città. Ho trovato l'atmosfera attorno a Masjid tesa, con poliziotti armati attorno al palazzo. Benché agli studenti fosse permesso entrare e uscire liberamente, nessun altro poteva entrare nella moschea. Le donne chiedevano l'imposizione della sharia e l'abolizione istantanea dei "covi del vizio". Allontanandosi dal Masjid, Islamabad sembrava una città sotto assedio.

Una nuova generazione di militanti sta emergendo in Pakistan. Benché ci si riferisca loro chiamandoli "Taliban", sono un fenomeno recente. I Taliban originali, che hanno governato brevemente l'Afghanistan durante gli anni '90, erano combattenti afghani, un prodotto dell'invasione sovietica del loro paese. Erano stati creati e plasmati dall'esercito pakistano, col supporto attivo e il denaro di Stati Uniti e Arabia Saudita e l'uso deliberato delle madrasse per sostenere i leader religiosi. Molti leader Taliban sono stati educati alla Haqqania da Maulana Sami Ul-Haq. Le nuove generazioni di militanti invece sono tutte pakistane; sono emerse dopo l'invasione statunitense dell'Afghanistan e rappresentano una rivolta contro il supporto agli Stati Uniti del governo. In maggioranza sono disoccupati, ma non tutti hanno ricevuto un'educazione nelle madrasse. Sono guidati da giovani mullah che, a differenza dei Taliban afghani, sono esperti di tecnologia e media, e sono anche influenzati da vari nazionalismi tribali indigeni, onorando il codice tribale che governa la vita sociale delle aree rurali pakistane. "Sono taliban nel senso che condividono la stessa ideologia dei Taliban afghani", dice Rahimullah Yusufzai, colonnista del giornale di Peshawar "News". "Ma sono completamente pakistani, ed hanno una migliore comprensione di come funziona il mondo". La loro jihad è diretta non solo contro "gli infedeli che occupano l'Afghanistan", ma anche gli "infedeli" che comandano e guidano il Pakistan e mantengono i valori secolari della società pakistana. "Il loro scopo è di ripulire il Pakistan e trasformarlo in uno stato islamico puro", dice Rashed Rahman, direttore esecutivo del giornale di Lahore "Post".

I Taliban pakistani ora dominano le province meridionali del Waziristan, adiacente all'Afghanistan. "Sono de facto i governatori della regione" dice Yusufzai. Il Waziristan è una regione tribale che storicamente è sempre stata governata dalle tribù. Il Pakistan ha seguito la politica applicata dal Raj britannico alla regione. I britannici concessero ai leader tribali, conosciuti come Malik, poteri semi-autonomi in cambio della lealtà alla corona. Il Pakistan da' loro gli stessi poteri ma chiede lealtà al governo federale, e ha sostenuto anche i Taliban. I Malik progovernativi che avevano resistito all'offensiva dei Taliban sono stati brutalmente uccisi e i loro corpi appesi come lezione per gli altri. I Taliban hanno dichiarato il Waziristan "Emirato Islamico" e stanno cercando di stabilire un'amministrazione parallela, completa di tribunali basati sulla sharia e sistema fiscale.

Milizie in stile Taliban hanno preso controllo anche di parti adiacenti alla PFNO. A Peshawar, una delle più aperte e accessibili aree della provincia, si può sentire la tensione nelle strade. Difficilmente ci sono donne in pubblico. La città, che ha sofferto numerosi attacchi suicidi, è affollata da ufficiali dei servizi segreti. A meno di un'ora dal mio arrivo a Peshawar, sono stato avvicinato da un ufficiale dei servizi segreti che mi ha avvertito che ero sotto controllo. E' praticamente impossibile per chi venga da fuori o da altre città della PFNO come Tank, Darra Adam Khel e Dera Ismail Khan. A Dera Ismail Khan, i forestieri (cioè pakistani che provengono da altre zone del paese) hanno bisogno di scorte della polizia per andare in giro. E' permesso solo se si riesce a provare di avere affari o parenti nella zona. Le scuole femminili sono state chiuse, i negozi di video e musica distrutti da bombe, ai barbieri proibito di radere barbe. I partiti religiosi hanno passato una legge sulla moralità pubblica che da' loro poteri per perseguire chiunque non segua il loro ristretto codice morale. E' stata pianificata una legislazione per bandire danza e musica. Anche la campagna dell'amministrazione per la vaccinazione antipoliomelitica è stata bloccata con la pretesa che si tratterebbe di un complotto statunitense per sterilizzare le future generazioni.

Perché l'ostentatamente secolare governo del presidente Pervez Musharraf non prende provvedimenti contro i militanti Taliban e i partiti che li sostengono? Parte della risposta poggia sul fatto che i militanti e i partiti religiosi sono serviti moltissimo al regime militare. Dopo la sua salita al potere nel 1999, Musharraf li ha usati per neutralizzare i principali partiti politici, il Partito Popolare di Benazir Bhutto e la Lega Musulmana, guidata da Nawaz Sharif. "I militari e i mullah sono tradizionalmente alleati", dice l'analista di sicurezza Ayesha Siddiqa, di Islamabad. "L'alleanza di partiti religiosi che comanda la PFNO è entrata nella politica grazie a questo supporto". Musharraf ha usato i militanti religiosi per destabilizzare per proprio tornaconto il Kashmir indiano. Ha incoraggiato gli estremisti a predicare il jihad e infiltrare l'India per atti di sabotaggio.

Lo stesso vale per i Taliban. I Taliban afghani sono stati un utile alleato contro il governo non amico di Kabul. Anche se Musharraf è stato costretto ad agire contro di loro sotto pressione degli americani, la sua strategia è stata tentare di contenerli piuttosto che sconfiggerli. Ha cercato di regolare le madrasse nella PFNO e altrove nel Pakistan che forniscono reclute ai Taliban, sequestrando i loro fondi e vietando loro di ammettere studenti stranieri. Ma fin qui siamo dove il governo è voluto arrivare. Costanti pressioni statunitensi lo hanno forzato a mandare l'esercito, con gravi conseguenze. Ogni volta che l'esercito pakistano entra nel Waziristan paga un altissimo prezzo. Dal 2003, quando le truppe pakistane sono entrate per la prima volta nella regione tribale, più di settecento soldati sono stati uccisi. Non è sorprendente che Musharraf abbia firmato un frettoloso accordo di pace il 5 settembre 2006 permettendo ai Taliban afghani di continuare le proprie azioni. "I militari guardano ai taliban come ad una risorsa", dice Siddiqa. "Quindi perché distruggere una risorsa? Specialmente se potrebbe essere utile in futuro".

Quel futuro potrebbe non essere troppo lontano. La politica estera pakistana verso l'Afghanistan è basata sul presupposto che le forze Nato all'interno del paese presto o tardi si ritireranno, lasciando il regime di Ahmed Karzai a doversi difendere da solo. Il governo Karzai è fortemente antipakistano. Ma l'esercito pakistano ha bisogno di un governo afghano amichevole che faccia funzionare oleodotti e gasdotti, che riforniranno il porto appena inaugurato di Gwadar, attraverso le province afghane. Così il Pakistan ha bisogno che i Taliban afghani esistano come gruppo forte abbastanza da stabilire il prossimo governo afghano. Inoltre, un governo filo Islamabad sullo stile dei Taliban in Afghanistan aiuterebbe a stabilire la pace nelle regioni tribali meridionali del Pakistan. Anche se Karzai stesso è un pashtun, la maggioranza delle persone al potere a Kabul è tagika, una tribù minoritaria. Una considerevole maggioranza di afghani appartengono al gruppo etnico pashtun, che ha guidato l'Afghanistan per secoli. La posizione di squilibrio dell'esercito pakistano, che va "contro la storia politica e la cultura tribale dell'Afghanistan", come mi ha detto un ufficiale dell'esercito, è destinata a non terminare. La maggioranza dei Taliban pakistani, cioè la larga maggioranza delle persone del Waziristan, sono anche loro pashtun. E non avranno pace finché i loro fratelli al di là della frontiera non avranno le redini del potere. In questo scenario, la pace in questa parte del Pakistan dipende da chi governa l'Afghanistan.

La strategia di Musharraf è di contenere i Taliban afghani e gruppi pakistani simili, e contemporaneamente eliminare i jihaddisti di al-Qaeda, o gli "elementi stranieri", come sono conosciuti nei circoli militari pakistani. Gli stranieri sono un'eredità della guerra sovietico-afghana. Quando la guerra è finita, molti degli asiatici che erano andati a combattere i sovietici al ritorno nei propri paesi non erano benvenuti. Senza altre alternative, dovettero stabilirsi in Pakistan. La maggioranza di questi jihaddisti stranieri sono uzbeki. Musharraf ha semplicemente corrotto le tribù locali spingendole ad attaccare e sradicare i jihaddisti uzbeki. La battaglia tra uomini delle tribù pashtun e al-Qaeda a Wana, nel Waziristan del sud, nella quale più di 200 combattenti di al-Qaeda e circa 50 combattenti delle tribù sono stati uccisi una quindicina di giorni fa è stato un prodotto di questa politica.

Il problema di Musharraf che i Taliban non possono essere contenuti. I Taliban pakistani hanno ora acquistato abbastanza sicurezza per uscire dal Waziristan e la PFNO verso altre parti del paese. "Quello che sta accadendo al Lal Masjid a Islamabad è una prova per il resto del paese", dice Rahman, "se i Taliban ce la dovessero fare a Islamabad, trasformeranno il Pakistan nel Talibanistan".


Giudici in tumulto

Mentre Musharraf continua a placare i propri Taliban, il resto del Pakistan si alza contro la talibanizzazione. Grandi dimostrazioni si sono tenute a Lahore, Karachi e altre città in tutto il Pakistan. All'inizio le proteste erano state organizzate per supportare il massimo giudice pakistano Iftikhar Mohammed Chaudhry, cacciato da Musharraf a marzo. Chaudhry, diventato un eroe nazionale, aveva cercato di evitare che l'esercito vendesse le acciaierie nazionali per quattro soldi. L'affare era l'ultimo di una lunga lista di scandali che hanno coinvolto l'esercito. L'atto apertamente incostituzionale ha causato una sollevazione, portando a proteste in tutto il paese da parte dei giudici. Ma ora hanno piani più importanti. Sono diventati un movimento di resistenza nazionale, supportato da tutte le sezioni della società, contro il governo militare e i Taliban.

La risposta di Musharraf alle dimostrazioni e alla sfida dei Taliban è di cercare di trincerarsi e radicarsi al potere ancora di più. Mentre il paese unisce le proprie forze sotto la pressione di bombardamenti suicidi, rapimenti e atti di sabotaggio, la sua principale preoccupazione è la propria sopravvivenza. Costituzionalmente, nel corso di quest'anno dovrebbero tenersi le elezioni, una cosa che aveva promesso di fare, ma l'intera questione sarà organizzata in maniera da assicurare che continui ad essere presidente per altri cinque anni.

Il suo piano per essere "rieletto" ha due varianti. L'opzione più semplice è di prendere in mano e spingere l'attuale parlamento a sostenerlo per un secondo mandato cercando di manipolare questa votazione, per assicurarsi una florida maggioranza dei due terzi, come l'attuale costituzione-patacca impone. I capi dell'intelligence, servizi segreti e polizia, sono già pronti per assicurare "risultati positivi".


Bhutto alla riscossa?

L'altra opzione è un po' più complessa. Comprenderebbe la stipula di un patto con l'ex primo ministro Benazir Bhutto, capo del Partito Popolare del Pakistan. Bhutto, che era stata allontanata dal potere dai militari due volte, sta cercando disperatamente di tornarci. Ha molto in comune col generale. Guida il Partito Popolare come fosse una sua proprietà, e le sue politiche sociali e economiche (radicate come sono nel feudalesimo e nell'opportunismo) non sono troppo distanti da quelle dell'esercito. La sua politica estera sarebbe la stessa di Musharraf; infatti è ancora più filoamericana del generale.

Quindi Bhutto e Musharraf, che hanno negoziato l'uno con l'altra per circa tre anni, sono una coppia ideale. "Il problema", dice Rahman "è che Musharraf non vuole lasciare la sua uniforme militare. E' la fonte della sua forza. E l'idea che Musharraf rimanga capo militare è un anatema per Bhutto."

Ma lo stato in cui si trova la nazione, sull'orlo del collasso politico e religioso, potrebbe forzare la mano a Musharraf. Un patto tra il generale e l'autoproclamata "Figlia dell'Est" in base al quale Musharraf manterrebbe gran parte del suo potere come presidente civile e Bhutto avrebbe il ruolo di primo ministro potrebbe essere accettabile per entrambi. A Islamabad circolano voci a per le quali un patto del genere sarebbe imminente.

Il ritorno di Bhutto farebbe poco per fermare lo scivolamento del Pakistan verso l'anarchia, comunque. I Taliban sentono di avere la vittoria in tasca e non saranno soddisfatti a meno di non avere un Pakistan governato dalla sharia, o uno spargimento di sangue di ampio raggio. Come Asma Jahangir, donna a capo della Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, mette in chiaro, il paese non può sopravvivere alla sua "decomposizione profondamente radicata" a meno che "gli organi non rappresentativi dello stato, i militari, i mullah e i servizi segreti, non siano messi sotto controllo". E' difficile non essere d'accordo con la sua affermazione. Ma è anche più difficile immaginare come poter impedire che questi "organi non rappresentativi" spingano il Pakistan ancora più verso l'abisso, con gravissime conseguenze per il resto del mondo.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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