lunedì, marzo 09, 2009

Sergei Roy su crisi economica russa, governo e opposizione

[Le analisi di Roy - scrittore, traduttore, filologo e analista politico, nonché un cosiddetto "democratico della prima ondata" - sulla situazione politica ed sociale russa, con particolare attenzione per le pecche e i limiti dell'"opposizione" amata più a Ovest che in patria, meritano sempre una lettura attenta.]

Déjà vu in arancione
di Sergei Roy

tradotto da Manuela Vittorelli


Circa quattro anni fa in Russia ci fu un po' di tensione sociale. Michail Zurabov, allora ministro della salute e dello sviluppo sociale, mise in atto una riforma che colpì i pensionati sostituendo le agevolazioni (come i farmaci gratis) con il loro equivalente in denaro. Questi sussidi però si rivelarono tutt'altro che equi e non portarono vantaggi a nessuno, tranne – come notarono duramente alcuni – che alle compagnie private controllate dallo stesso Zurabov, che non si prese nemmeno la briga di smentire le accuse.

Alcuni pensionati allora scesero in piazza per protestare, ma le manifestazioni furono molto modeste e si limitarono alle grandi città per poi smorzarsi quando il governo reagì con efficacia, per quanto goffamente. Per appianare i divari e placare i perdenti fu versato altro denaro. Molti pensionati delle aree rurali, che non avevano mai goduto di alcuni dei cosiddetti sussidi che conoscevano solo vagamente – soggiorni gratuiti in case di vacanza di lusso, viaggi in autobus gratuiti (in luoghi in cui gli autobus erano inesistenti), chiamate telefoniche gratuite (dove telefoni non ce n'erano, né gratis né d'altro tipo), ecc. – accolsero questi contributi come una manna inattesa. Infine, Michail Zurabov, il terzo politico russo più odiato (dopo Čubais e Gajdar), fu sbattuto fuori dal governo, e questo placò decisamente la rabbia dei pensionati. La tensione era acqua passata, non interessava più a nessuno con l'eccezione di qualche occasionale analista.

Per me l'aspetto più interessante di quell'episodio fu il seguente. Mentre i manifestanti facevano appello alla dirigenza – leggasi Putin – perché rimediasse all'ingiustizia che era stata inflitta loro da un membro odiato del governo, certe forze in questo paese e altrove non vedevano l'ora di usare le proteste per rovesciare il “regime di Putin”. Sergej Kurginjan, un regista teatrale divenuto esperto di scienze politiche, disse allora di sapere per certo che i manifestanti di Chimki, la città satellite di Mosca, erano ben pagati per la loro “azione spontanea” da fautori che preferivano rimanere nell'ombra.

L'identità di quei fautori non era però un segreto. Gli oligarchi, che si erano arricchiti oscenamente negli anni di El'cin insieme ai politici e ai burocrati al loro servizio, si vedevano allora pestare i calli dai siloviki di Putin. E ovviamente speravano di cavalcare le proteste sociali e arrecare quanti più danni possibili al “regime di Putin”, se non rovesciarlo del tutto.

Ricorderete che era il tempo delle “rivoluzioni colorate”, in particolare della “rivoluzione arancione” in Ucraina. Boris Nemcov, capo della pro-oligarchica Unione delle Forze di Destra, si annodò al collo una sciarpa arancione e si pavoneggiò nei panni di consulente del Presidente ucraino “arancione” Juščenko, alimentando in molti oligarchi la speranza che le fiamme arancione potessero estendersi anche alla Russia. I media meglio pagati non risparmiarono questi pii desideri, in quei giorni.

E non solo in Russia. In quell'anno di proteste, il Carnegie Endowment for International Peace (Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale) pubblicò il suo Policy Brief n. 41 intitolato “Putin’s Decline and America’s Response,” (“Il declino di Putin e la risposta dell'America”) di Anders Eslund (Aslund). In quel documento Aslund sognava una “sollevazione popolare attraverso l'intensificazione delle proteste spontanee” di una popolazione russa “straordinariamente irritata” e “ispirata dalle recenti rivoluzioni in Ucraina e nella Repubblica del Kirghizistan”. Tra le fantasie di Aslund c'era anche un colpo di stato anti-Putin: “nella cerchia del KGB di Putin, Putin non è considerato il leader... i potenti che lo circondano potrebbero complottare contro di lui”. E Aslund scriveva anche molto altro, sempre con questo tono di rancida insensatezza.

Be', sono passati quattro anni e Putin è ancora alla guida della Russia, in tandem con Dmitrij Medvedev, il presidente da lui scelto, mentre Anders Aslund, sospetto, starà ancora prevedendo la caduta di Putin – tanto più che la Russia attualmente assiste a tensioni sociali più forti di allora, perché le proporzioni della crisi che ci sta colpendo sono infinitamente maggiori della calcolata idiozia di Zurabov.

Tuttavia secondo me le crisi del 2005 e del 2009 sono identiche almeno sotto un aspetto. In questi giorni, come allora, le masse colpite dalla disoccupazione e dalla paura del crollo della qualità della vita fanno affidamento su Putin, Medvedev e sul “regime” in generale perché le guidino in questi tempi difficili, mantengano la stabilità politica e soprattutto quel minimo di prosperità economica che erano giunte a dare per scontate negli otto anni di Putin. Dall'altro lato, i “detrattori del Cremlino”, l'“Altra Russia”, i falliti degli anni Novanta e gli “arancioni” di tutte le tonalità stanno nuovamente sperando di usare lo scontento delle masse – organizzato da quegli stessi “arancioni” – per gettare il paese nello scompiglio politico e tentare di impossessarsi del potere nel caos successivo.

Un altro aspetto comune è che le principali critiche degli “arancioni” sono ancora una volta dirette a Vladimir Putin, allora presidente e oggi premier. Putin ha gestito male l'attuale crisi economica, dunque deve dimettersi o essere estromesso dal Presidente Medvedev, ecco il loro attuale tema ricorrente.

La rivista Kommersant-Vlast’ (n. 6, febbraio 2009) ha chiesto a una decina di personaggi pubblici “Medvedev licenzierà Putin?” e ha pubblicato le loro risposte; in prevalenza negative, ma alcune erano positive e molto rivelatrici. Il tema è allora stato entusiasticamente ripreso da quel letterato e importante rappresentante della Scuola delle Chiacchiere Politiche che è Dmitrij Bykov nella rivista Sobesednik (n. 7, Febbraio 2009). A ciò si aggiungano i tanti articoli – prodotti da un prolifico artigianato analitico – che in Russia e all'estero si sono messi a cercare o piuttosto inventare di sana pianta divisioni tra il premier “autoritario” e il presidente “liberale”.

Tra gli “arancioni” che hanno risposto alla domanda del Kommersant' vorrei ricordarne giusto un paio. Uno è Boris Nemcov, che sventolava quella stessa sciarpa arancione del 2004-2005 e insisteva che liberarsi di Putin è la cosa più facile che ci sia: “Basta trovare il dattilografo che scriva il decreto”. Niente da dire, si rabbrividisce al pensiero che uomini di questo calibro intellettuale vengano visti in alcuni ambienti come i rappresentanti del liberalismo russo. L'altro è Nikolaj Zlobin dello US Defense Information Center (Centro di Informazione sulla Difesa), che pare essere un degno erede di Anders Aslund e ha affermato compiaciuto: “È ora di cominciare a pensarci”.

Be', i signori Nemcov, Zlobin e i loro simili possono pensare e dire ciò che vogliono. Ritengo che il Presidente Medvedev non sia un idiota, e tanto meno un perfetto idiota. Indipendentemente da come la pensa sulla gestione di quella che viene eufemisticamente definita “flessione economica”, certamente si rende conto che deporre un premier che guida il partito di maggioranza in parlamento e nel paese (si vedano i risultati delle elezioni del 1° marzo) è leggermente suicida. Nella migliore delle ipotesi, porterebbe alla situazione da operetta dell'Ucraina, dove il premier e il presidente si insultano pubblicamente, il Parlamento (la Rada) si compiace a sua volta delle risse verbali e non disdegna le zuffe. Nella peggiore delle ipotesi... Per uno che si è gingillato con le Molotov in due colpi di stato negli allegri anni Novanta, il solo pensiero di quel “peggio” è insopportabile.

È questo il problema degli “arancioni” – Nemcov, Hakamada, Kas'janov, Berezovskij, Kasparov e i tanti altri appoggiati dalle forze russofobe occidentali che li considerano l'unica vera opposizione al Cremlino: vogliono una sollevazione politica in un momento in cui solo una struttura politica stabile, per quanto insoddisfacente, può controllare il caos economico che sta infuriando. Aggiungere l'instabilità politica a quella economica è la ricetta perfetta per portare la Russia all'autodistruzione. Ma a loro che importa? Peggio per la Russia, meglio per loro. Di fatto, solo il crollo economico e la sollevazione politica possono offrire loro una possibilità di riguadagnare il potere, il prestigio e la prosperità che avevano prima che Putin e i suoi li mettessero da parte.

Permettete che mi esprima nei termini più crudi possibili: chiunque adesso chieda le dimissioni di Putin, o dipinga fantasiosi scenari di improbabili macchinazioni politiche di Putin o Medvedev, è un nemico della Russia, oppure dovrebbe farsi curare. Tutto qui.

Parlando per me, sono stato estremamente critico nei confronti della politica economica e, in certi casi, sociale di Putin. Ho definito la sua affermazione “la Russia è una superpotenza energetica” come esempio di politichese in un momento in cui il petrolio costava 140 dollari al barile. Di recente mi sono concentrato sugli aspetti più comici della gestione della crisi economica da parte del governo Putin (si veda il mio “Crisis as Circus”, “La crisi come circo”). Tuttavia, anche mentre scrivevo questa presa in giro, ero perfettamente consapevole del fatto che è facile fare i cinici con questi strafalcioni. Ma cosa avreste fatto al posto loro, considerato il clima oligarchico-burocratico e le endemiche deficienze dell'economia russa?

In fin dei conti questa economia non è dissimile da quella del Brasile di qualche anno fa, quando il suo benessere dipendeva solo da un prodotto, il caffè. Il mondo si mette a bere più tè e meno caffè e l'economia del Brasile va a pezzi, ecco com'era. Nel nostro caso si tratta delle materie prime – petrolio, gas, metalli, legname – che sono state il pilastro della nostra economia non solo sotto Putin o El'cin, ma da molto prima. Anche con tanta buona volontà, ci vorranno decenni per cambiare questa situazione, e se qualcuno dice che questa crisi è il momento migliore per avviare il cambiamento permettetemi di dubitare della sua saggezza.

Insomma: cosa farei al posto di Putin adesso? Sarebbe difficile resistere all'impulso di dare un bel calcio nel sedere al Ministro delle Finanze Kudrin, non fosse che per la sua commovente fiducia negli omologhi di Fanny Mae e Freddy Mac. Ma chi metterei al suo posto? Un altro membro del dipartimento economico dell'attuale governo? Ma farebbe le stesse mosse di Kudrin, forse con minore scaltrezza. O – non sia mai – il comunista Sergej Glaz'ev? Economista brillante, non c'è dubbio, ma vorrebbe sicuramente tentare qualcosa di rivoluzionario, i comunisti hanno questa tendenza... No, grazie, magari un'altra volta.

Naturalmente c'è l'onnipresente Boris Nemcov che ora parla di negoziati segreti con il Presidente Medvedev per estromettere il premier Putin. Se questa fosse una tragedia di Goethe, a questo punto una Voce dal Cielo si metterebbe a sghignazzare: Boris Nemcov era stato cacciato dal suo posto di vice premier, circa dieci anni fa, proprio dal defunto e non troppo compianto Boris El'cin, e il paese non riuscì comunque a evitare il default...

No, preferisco lasciare questi problemi all'attuale duumvirato e oppormi strenuamente a qualsiasi tentativo di rimpiazzarlo. Con la penna o una molotov o quello che serve.

Originale: Déjà vu in Orange

Articolo originale pubblicato il 6/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7173&lg=it

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lunedì, settembre 01, 2008

Tigri dell'Amur, aeroporti tagiki e gas uzbeko

Mentre il servizio fotografico "Putin e la tigre" faceva il suo lavoro circolando a Ovest con tutto quello schietto carico simbolico che sappiamo e accontentava nello stesso tempo gli animalisti e i nostalgici della memorabile partita di pesca a Tuva (quella in cui Putin mostrava il possente torace e dimostrava di saper camminare sull'acqua), il presidente e il primo ministro russi si dividevano i compiti in due visite interessanti, che riporto e riassumo qui perché magari tornano utili:

Dmitrij
Medvedev e il presidente tagiko Emomali Rakhmon si sono accordati per consentire al Ministero della Difesa russo di usare l'aeroporto di Gissar, nel Tagikistan. La nuova base aerea è destinata a cambiare l'equilibrio delle forze nell'Asia Centrale e la politica estera di Dushanbe.
Gli esperi hanno collegato questo accordo con un trasferimento di armi per il valore di 1 miliardo di dollari al Tagikistan.
La base di Gissar, risalente all'epoca sovietica, e la base russa di Kant nel vicino Kirgizistan possono ricevere elicotteri, aerei d'attacco al suolo e velivoli da trasporto militare.
L'aeronautica militare russa attualmente usa tre aeroporti tagiki a Kulyab, Dushanbe e Kurgan-Tyube.
Grazie alla base di Gissar, la Russia sarà in grado di condurre operazioni di ricognizione più efficaci e di posizionare le sue forze regionali più rapidamente. Secondo Andrej Grozin, capo del dipartimento per il Kazakistan e l'Asia Centrale all'Istituto di Studi della CSI, Gissar potrebbe anche accogliere i bombardieri strategici russi se venissero allungate le piste e aggiunti altri depositi di carburante. Lo scorso inverno il Tagikistan aveva preferito politiche di cooperazione militari multivettoriali. Un reparto francese di stanza a Dushanbe fornisce supporto logistico a elementi dell'aeronautica francese in Afghanistan. Inoltre il governo tagiko non ha ancora deciso se permettere all'aeronautica indiana di usare un aereoporto ad Aini.
Sulla nuova politica tagika ha pesato il trasferimento di vecchie armi russe a Dushanbe, che permetterebbe alle forze armate tagike di disporre di uno dei più grandi arsenali della regione.
"I presidenti Rakhmon e Medvedev hanno ripetutamente negoziato faccia a faccia all'ultimo summit della Shanghai Cooperation Organization, e il leader tagiko ha appoggiato le azioni russe nel Caucaso", ha dichiarato Grozin al giornale. Pare che i mutamenti delle relazioni con l'Occidente abbiano reso la Russia meno esitante nella sua politica in Asia Centrale.
Fonte: RBK daily (RUS)

***

Missione più difficile per Vladimir Putin, che oggi è arrivato in Uzbekistan per tentare di riportare il paese nella sfera di influenza russa e assicurarsi che gli Stati Uniti non tornino a usare le loro basi militari sul suolo uzbeko. L'incontro tra E. Dempsey, del comando centrale statunitense, e il Ministro della Difesa uzbeko Ruslan Mirzayev, svoltosi a Tashkent alla fine di agosto, ha aumentato i timori di Mosca, preoccupata per la convergenza tra l'Uzbekistan e l'Occidente che si è accelerata dopo il conflitto nel Caucaso. Lo scontento del Cremlino è accresciuto dal fatto che il presidente uzbeko Islam Karimov non ha approvato pubblicamente le recenti azioni russe nel Caucaso [si veda qui, per le reazioni delle repubbliche dell'Asia Centrale] né il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud.
Dunque, per impedire a Tashkent di cercare alleati a Ovest, Mosca intende fare all'Uzbekistan una proposta che non può rifiutare: un contratto a lungo termine (2009-2020) per l'acquisto di gas naturale uzbeko a prezzi europei.
Putin intende anche convincere Islam Karimov ad acconsentire alla costruzione di un gasdotto tra Uzbekistan e Russia, mirato ad accrescere la capacità del sistema attuale portandola dai 45 miliardi di metri cubi l'anno attuali a 80-90 miliardi di metri cubi. Per riuscirci Putin non proporrà solo un nuovo prezzo per il gas, ma rinnoverà le offerte di investimento di Gazprom nel programma di prospezione nel distretto di Ustyurtsky.
Se Tashkent rifiuta l'offerta Mosca ha un piano B, stando a una voce di Gazprom. A luglio, Aleksej Miller di Gazprom ha infatti discusso con il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov la costruzione del gasdotto caspico, con una capacità di 20 miliardi di metri cubi l'anno e un altro gasdotto principale in grado di trasportare fino a 3 miliardi di metri cubi.
Fonte: Kommersant' (RUS)

[Meno attraenti del fascino stregatigri dell'uomo che tutti amano odiare e odiano amare, ma, ripensandoci: un bel po' interessanti, queste notizie centroasiatiche].

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domenica, agosto 10, 2008

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

[Il punto di vista russo sul conflitto]

Il conflitto tra Russia e Stati Uniti nel Caucaso

di Andrej Arešev

“La Georgia ha commesso un crimine contro il suo stesso popolo, ha inferto un colpo mortale alla propria integrità territoriale e causato un danno tremendo allo stato”: sono state queste le parole pronunciate dal primo ministro russo Vladimir Putin al suo arrivo a Vladikavkaz da Pechino, il 9 agosto. “Date le circostanze è difficile immaginare”, ha aggiunto, “come adesso l'Ossezia del Sud potrà essere convinta a diventare parte della Georgia, considerato che l'attacco georgiano, che è stato un crimine contro il popolo osseto, ha causato molte vittime tra la popolazione civile e una catastrofe umanitaria”. In seguito, durante la visita a un campo profughi nel distretto di Alagit, Putin ha definito “genocidio” il dramma dell'Ossezia Meridionale.

Dunque con queste parole Putin ha espresso la sua valutazione sui recenti sviluppi da un punto di vista politico-legale. Nella prima fase di gestione della crisi la Russia fornirà tutta l'assistenza necessaria all'Ossezia del Sud. Vladimir Putin ha promesso ai profughi che faranno ritorno alle loro case e ha dichiarato che come prima cosa la Russia stanzierà 10 miliardi di rubli per la ricostruzione di Tskhinvali.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha detto che darà istruzioni al procuratore militare affinché documenti i crimini contro i civili in Ossezia del Sud.

La fermezza delle dichiarazioni fatte dalle due autorità russe contrastano nettamente con quelle del presidente georgiano, che ovviamente si aspettava uno sviluppo della situazione molto diverso. Ha continuato a ordinare infuriato nuovi devastanti attacchi contro Tskhinvali e i villaggi dell'Ossezia Meridionale, applicando la tattica della terra bruciata, e ha chiesto aiuto ai suoi protettori occidentali. Il ministro georgiano per la Reintegrazione Temur Yakobashvili ha valutato che l'Occidente avrebbe certamente fatto pressioni su Mosca permettendo alla Georgia di uscire vittoriosa dal conflitto. Saakashvili e la sua squadra hanno incomprensibilmente concluso che l'aggressione e il genocidio di cui si sono resi responsabili sarebbe rimasto impunito.

La reazione della Russia alla tragedia dell'Ossezia del Sud ha dimostrato che il tandem Medvedev-Putin funziona in maniera chiara e affiatata. È evidente che i tentativi compiuti da forze esterne per destabilizzare la situazione politica interna in Russia insinuando fratture e divisioni nella leadership sono falliti.

Secondo i media occidentali il presidente georgiano (molti politici già lo definiscono un criminale di guerra) si è rivolto direttamente al presidente russo Dmitrij Medvedev per offrirgli un cessate il fuoco. Il Cremlino ha smentito questa notizia definendola disinformazione. È del tutto evidente che non potrà esserci una tregua con Saakashvili finché l'Ossezia del Sud non sarà liberata dalle forze georgiane e le infrastrutture del terrorismo di stato georgiano (comprese le basi e le installazioni militari e le basi aeree) non saranno eliminate.

È emerso che le notizie riguardanti il ritiro dell'esercito georgiano dall'Ossezia del Sud erano false. È probabile che la disinformazione venga diffusa dai rappresentanti georgiani per guadagnare tempo e riorganizzare le forze. La completa sconfitta dell'avversario è necessaria ad assicurare la pace e la stabilità nel Caucaso. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto: “Per secoli la Russia ha svolto nella regione un ruolo di stabilizzazione altamente positivo, facendosi garante della collaborazione e del progresso. Così è sempre stato e così sarà, nessuno ne dubiti”

Vladimir Putin ha assolutamente ragione quando dice che i russi continueranno a nutrire sentimenti d'amicizia verso il popolo georgiano. La gravità dei combattimenti in cui sono attualmente impegnati l'esercito russo, le forze di peacekeeping e quelle ossete dimostra che la Russia sta affrontando un nemico perfido e feroce che non riconosce alcun limite morale nel perseguire i propri obiettivi criminali. Ma di certo questo discorso non si applica alla nazione georgiana, che è stata trascinata in avventure sanguinose per le quali dovrà pagare un prezzo altissimo e che deve ancora trarre le sue conclusioni da questa esperienza. Nella cronologia dei fatti che precedono l'aggressione c'è un aspetto che merita particolare attenzione: il 31 luglio si è conclusa l'esercitazione militare congiunta di Georgia e Stati Uniti chiamata “Immediate Response 2008”, durante la quale gli istruttori statunitensi hanno addestrato le forze armate georgiane a compiere “operazioni di pulizia” contro i terroristi in zone residenziali. Le esercitazioni comprendevano attività come ripulire i villaggi dei terroristi (presumibilmente in vista dell'impiego dei soldati georgiani in Iraq) e mettere in sicurezza la popolazione civile. Le atrocità perpetrate dalle forze georgiane a Tskhinvali sono frutto dell'addestramento ricevuto dagli istruttori occidentali sotto la cinica copertura della “lotta contro il terrorismo”. I veri obiettivi sono naturalmente completamente diversi. L'ex-ministro degli Esteri georgiano Salome Zurabishvili, che è di certo persona bene informata, ha detto che la presenza degli Stati Uniti in Georgia comprende una vasta gamma di attività, tra cui l'addestramento delle forze armate georgiane e il controllo del corridoio di grande importanza strategica che passa attraverso il Caucaso: l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ne fa parte. Secondo Zurabishvili l'obiettivo principale dell'attuale conflitto con la Russia è rafforzare la lealtà della Georgia verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e garantire loro il controllo del paese e di conseguenza del Caucaso Meridionale.

Va notato che l'intensificazione del conflitto ai confini con la Russia ha coinciso con le tensioni nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, dove nei giorni delle Olimpiadi è stato compiuto un altro attacco terroristico. Pochi giorni prima a Bishkek, la capitale del Kirghizistan, è stato scoperto un deposito illegale di armi presso il quale si trovavano dieci militari statunitensi e diversi diplomatici dell'ambasciata americana nel paese. L'aggressione della Georgia contro l'Ossezia del Sud è una guerra nell'interesse di altri, una guerra in cui i georgiani sono destinati al ruolo di carne da cannone. Se all'aggressione contro la piccola regione del Caucaso non verrà posta immediatamente fine, saranno inevitabili altri conflitti regionali molto più estesi di questo.

Oggi, come al tempo della seconda guerra mondiale, l'esercito russo sta combattendo eroicamente per proteggere dalla nuova peste fascista non solo il Caucaso ma l'intero spazio post-sovietico.

Originale da: http://fondsk.ru/article.php?id=1535

Articolo originale pubblicato il 10 agosto 2008

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lunedì, giugno 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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sabato, giugno 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, in particolare della giustizia, gli interessi della popolazione sono difesi male. È dunque naturale che i cittadini non abbiano né rispetto né fiducia nei confronti di questo sistema. In questo ha assolutamente ragione. (…)


Se la situazione sembra essersi normalizzata in Cecenia, si è però aggravata in Inguscezia e in Daghestan. Qual è secondo Lei il problema maggiore?

La situazione in Cecenia è davvero migliorata. Il popolo ceceno ha scelto di sviluppare la propria repubblica nell'ambito della Federazione. Abbiamo visto come ha reagito ai tentativi di introdurre nella coscienza collettiva forme islamiche non tradizionali. Il wahabismo, in sé, è una corrente dell'Islam che non ha nulla di pericoloso. Ma esistono delle tendenze estremiste, nell'ambito del wahabismo, che si è tentato di imporre alla popolazione cecena. La gente ha capito molto bene che non si agiva nei suoi interessi, ma che la si strumentalizzava dall'esterno per destabilizzare la Federazione Russa. Questo implicava delle sofferenze per il popolo. La stabilizzazione è cominciata con questa presa di coscienza. Quando abbiamo osservato questo cambiamento di mentalità abbiamo trasmesso il potere e la responsabilità ai ceceni nei settori della sicurezza e dell'economia.

Capisce, un tempo sarebbe stato difficile immaginare che il ministro della difesa Maschadov sarebbe diventato oggi membro del parlamento ceceno. Ma così vanno le cose. E proprio questo ha creato le condizioni politiche necessarie a ricostruire Groznij e a fare i primi passi per il risanamento dell'economia. Per quello che riguarda il Daghestan e l'Inguscezia, sappiamo benissimo quello che accade: si tratta di uno scontro tra interessi economici e non politici. Può essere l'espressione di contrasti politici interni ma non è mai legato a tendenze separatiste. (…)

Qual è oggi la priorità per il Caucaso e per le repubbliche che ha menzionato? Innanzitutto la ricostruzione della sfera economico-sociale. Lì una grande fascia della popolazione vive ancora sull'orlo della povertà. Lì la gente ha soprattutto il problema della disoccupazione. Questo riguarda specialmente i giovani. E noi abbiamo un programma di sviluppo per il sud della Russia, in particolare per il Caucaso Settentrionale.

In questo programma sono previste significative risorse finanziarie per lo sviluppo della sfera economica e sociale. Ritengo che anche in questa direzione conseguiremo il successo.


Ancora una piccola domanda sul Caucaso. La Cecenia, i fatti tragici di Beslan e del teatro Nord-Ost sono le pagine nere della Sua presidenza. Oggi pensa che sarebbe stato possibile agire in un altro modo?

No. Sono convinto che se avessimo cercato di agire in un altro modo tutto questo sarebbe andato avanti ancora oggi. Noi dovevamo contrastare i tentativi di destabilizzazione della Russia. Tutti i paesi che fanno concessioni ai terroristi sperimentano alla fine delle perdite ancora maggiori di quelle subite nelle operazioni speciali. E alla fine questo distrugge lo Stato e allunga l'elenco delle vittime.


Lotta contro il terrorismo a parte, i difensori dei diritti dell'uomo deplorano i crimini contro i civili ceceni. Sarà fatta luce su questi crimini?

Innanzitutto posso assicurarle che nella Repubblica Cecena i tribunali e la procura lavorano attivamente. Sono state promosse azioni penali contro gli autori di quei crimini, a prescindere dalle loro funzioni. Questo vale per quelli che hanno combattuto dalla parte dei ceceni e anche per i militari russi. Non solo faremo luce su questi crimini, ma lo stiamo già facendo. Vari ufficiali degli organi di polizia e dell'esercito sono stati già giudicati e condannati. E devo dirle che per i nostri tribunali non è stato facile. Malgrado le prove dei crimini le giurie popolari li hanno rilasciati più volte. Questo la dice lunga sullo stato d'animo della società russa, soprattutto dopo le brutalità commesse dai terroristi contro la nostra popolazione civile. Però io sono fermamente convinto che se vogliamo ristabilire la pace civile, nessuno deve oltrepassare la linea rossa del diritto.


Cosa si aspetta dalla presidenza francese dell'Unione Europea?

La Francia è un nostro collaboratore fidato e tradizionale. Si è sempre parlato di cooperazione strategica tra Francia e Russia, e io concordo con questa definizione. La Francia ha sempre condotto una politica estera indipendente e spero che continuerà così. È nella natura dei francesi. È difficile imporre ai francesi qualcosa che viene da fuori. Tutti i governanti francesi devono tenerne conto. Noi apprezziamo questa indipendenza, ed è per questo che ci aspettiamo molto dalla presidenza francese. Contiamo su un dialogo costruttivo per stabilire una base giuridica nella cooperazione con l'Unione Europea. Il documento fondatore delle nostre relazioni è scaduto. Non c'è un vuoto giuridico perché la procedura attuale permette di prorogarlo anno dopo anno. Ma bisogna rinnovarlo. Vogliamo firmare un nuovo trattato, l'abbiamo affermato a più riprese, come i nostri partner europei. La presidenza francese dovrebbe rappresentare un'ulteriore spinta.


Una delle questioni che preoccupano l'umanità è il programma nucleare iraniano. Crede che l'Iran cerchi di fabbricare l'atomica? Ne ha parlato con Sarkozy?

Sì, ne abbiamo ricordato questo problema. Non credo che gli iraniani stiano cercando di fabbricare l'atomica. Niente lo indica. Gli iraniani sono un popolo fiero e indipendente. Vogliono godere della propria indipendenza e del proprio legittimo diritto al nucleare civile. Devo dire che da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran non ha infranto nulla. Ha anche il diritto di arricchimento [dell'uranio]. Lo dicono i documenti. Si rimprovera all'Iran di non aver mostrato tutti i suoi programmi all'AIEA. Questo punto va ancora sistemato. Nel complesso l'Iran ha, a quanto pare, rivelato i propri programmi nucleari. Lo ripeto ancora una volta: da un punto di vista formale, sul piano giuridico, l'Iran ha infranto nulla. Ma ho sempre detto apertamente ai nostri partner iraniani che il loro paese non si trova in una zona asettica ma in un ambiente complesso, in una zona del mondo esplosiva. Noi chiediamo loro di tenerne conto, di non irritare i loro vicini o la comunità internazionale, di dimostrare che il governo iraniano non ha secondi fini. Abbiamo collaborato strettamente con gli iraniani e con i nostri partner del “Gruppo dei 6” e continueremo a farlo.


Pensa di poter assicurare a Nicolas Sarkozy che l'Iran non ha un programma militare nucleare?

Durante il nostro incontro non mi sono posto questo problema. Le assicuro che il Presidente della Francia non è meno informato del Presidente della Russia, o meglio dell'ex Presidente della Russia. Non abbiamo discusso questo aspetto del problema. Abbiamo discusso sul fatto che esiste e che bisogna lavorare insieme per risolverlo.


Se sapeste che l'Iran sta veramente fabbricando una bomba nucleare sarebbe un problema per la Russia?

La politica non tollera i congiuntivi. Quando avremo queste informazioni decideremo quale atteggiamento adottare.


In linea di principio, l'Iran in quanto grande potenza può aspirare alla bomba nucleare?

Noi siamo contrari. È la nostra posizione di principio. Noi siamo contrari alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Questa via è estremamente pericolosa. Non è positiva né per la regione, per per l'Iran. Utilizzare le armi nucleari in una regione così piccola come il Vicino Oriente equivarrebbe a un suicidio. A quali interessi ubbidirebbe? A quelli della Palestina? Allora i palestinesi cesserebbero di esistere. Noi conosciamo la tragedia di Černobyl. Il vento non soffia solo da una parte. Sarebbe controproducente. Abbiamo sempre mantenuto questa posizione e spero che il presidente continuerà a farlo.

Intendiamo impedire con tutti i mezzi la proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo abbiamo proposto un programma internazionale di arricchimento dell'uranio, giacché l'Iran non è che una parte del problema. Molti paesi emergenti si trovano di fronte alla scelta di utilizzare l'energia nucleare a fini civili. Avranno bisogno di arricchire l'uranio e di disporre di un proprio ciclo chiuso. Ci saranno sempre dei dubbi sul conseguimento dell'uranio a fini militari. È molto difficile da controllare. Per questo proponiamo che l'arricchimento si faccia in paesi che sono al di sopra di ogni sospetto perché già in possesso della bomba nucleare. Per partecipare a questo programma gli stati dovranno essere certi di ricevere le quantità necessarie e avere la garanzia che qualcuno ritratterà le loro scorie. La creazione di questo sistema è possibile. Sarà sufficientemente sicuro e affidabile.


In che modo un eventuale ingresso nella NATO dell'Ucraina e della Georgia può costituire una minaccia per la Russia?

Alcune considerazioni. Noi ci opponiamo all'allargamento della NATO in generale. Per principio. La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell'accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l'Unione Sovietica, per proteggersi da un'eventuale aggressione, come si riteneva all'epoca. L'URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario. L'Unione Sovietica non c'è più, non c'è più la minaccia, ma l'organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.

Pensate che si possa risolvere questi problemi nell'ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un'ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale. Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all'interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.

Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo anti-missile. Prima hanno preso la decisione, poi ne hanno dibattuto a Bruxelles in seguito alle nostre pressioni o alle nostre critiche. Noi temiamo che l'adesione di questi paesi alla NATO si traduca nell'installazione in tali paesi di sistemi missilistici che ci minacceranno. Nessuno chiederà il loro parere. Quei sistemi verranno intallati e basta. Non si fa che parlare di limitare gli armamenti in Europa. Ma noi l'abbiamo già fatto! Il risultato è che ci sono spuntate sotto il naso due basi militari. Presto ci saranno installazioni in Polonia e nella Repubblica Ceca. Come diceva Bismarck, quello che conta è il potenziale, non le dichiarazioni e le intenzioni. Noi vediamo che le installazioni militari si avvicinano ai nostri confini. Ma per quale ragione? Nessuno minaccia nessuno.

E veniamo all'ultima osservazione: abbiamo evocato la questione della democrazia. Dobbiamo sempre tenerla a mente. Non dovrebbe essere applicata anche in materia di relazioni internazionali? Si può essere un paese ben intenzionato e democratico all'interno e allo stesso tempo un mostro minaccioso all'esterno? La democrazia è il potere del popolo. In Ucraina quasi l'80% della popolazione è ostile all'ingresso nella NATO. Malgrado questo, i nostri partner dicono che vi aderirà. Le decisioni vengono prese prima, dunque, al posto dell'Ucraina. L'opinione della popolazione non interessa più a nessuno? E volete dirmi che questa è democrazia?


In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981 quando, probabilmente, la maggioranza della popolazione era contraria. A volte i governanti devono imporre le grandi scelte…

Questa responsabilità politica può essere presa tranquillamente per mezzo di un referendum. Basta domandare alla gente cosa ne pensa. Le questioni umanitarie come la pena di morte non rientrano in questo ambito. Si sente spesso dire, a proposito della cooperazione con la Russia: “Noi, i paesi occidentali, dobbiamo scegliere i nostri alleati in funzione dei valori comuni”. Abbiamo citato i fatti dolorosi avvenuti nel Caucaso qualche anno fa. Grazie a Dio è finita. Ma perfino in una situazione sull'orlo della guerra civile abbiamo di fatto abolito la pena di morte. È stata una decisione difficile ma responsabile. E questi non sono valori comuni? In certi paesi del G8, alcuni dei quali sono membri della NATO, la pena di morte esiste ancora, e i condannati vengono giustiziati. Allora perché tanta parzialità quando si tratta con la Russia? Quello che è permesso a Cesare non lo è agli altri? Questo tipo di dialogo sarebbe produttivo. Giochiamo a carte scoperte, rispettiamoci. Così faremo dei passi avanti.


A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti. Con Washington avete divergenze su molte questioni: il Kosovo, l'Iraq, lo scudo anti-missile, il nucleare iraniano. Che bilancio fa della politica estera di George W. Bush?

Se me lo permette, non esprimerò giudizi perché non mi sento in diritto di farlo. Questo spetta al popolo americano. Le esporrò il mio parere personale. Penso che il presidente degli Stati Uniti abbia una responsabilità enorme perché il suo paese svolge un ruolo importantissimo negli affari internazionali e nell'economia mondiale. È facile criticare dall'esterno. Abbiamo sempre avuto le nostre posizioni su molte questioni, e dunque delle divergenze nella risoluzione dei problemi. Non siamo i soli. La Francia, sull'Iraq, condivide il nostro punto di vista. Anzi, sono state la Germania e la Francia a prendere posizione sull'Iraq prima che noi ci unissimo a loro, e non il contrario. Si è detto che il nostro punto di vista era sbagliato. I fatti hanno dimostrato che con la forza non si risolve nulla. È impossibile. Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c'è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.

Nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti ci sono più aspetti positivi che divergenze. Per esempio gli scambi commerciali crescono di anno in anno. Abbiamo molti interessi comuni sulle grandi questioni internazionali, soprattutto in merito alla non-proliferazione delle armi nucleari. Lì siamo completamente d'accordo. La lotta contro il terrorismo viene spesso condotta in modo poco visibile, ma sta diventando sempre più efficace. Con Bush ho avuto un incontro recente, a Soči. Ho potuto così ringraziarlo per la collaborazione tra i nostri servizi nella lotta contro il terrorismo. Non abbiamo grandi divergenze sul nucleare iraniano.

La Russia è membro del Consiglio di sicurezza: agiamo in accordo con il Consiglio e votiamo all'unanimità le sue risoluzioni. Detto questo, come recita l'articolo 41 del capitolo 7 della carta delle Nazioni Unite, tutto quello che abbiamo intrapreso non presuppone l'uso della forza. A Washington si esprimono punti di vista diversi. Grazie a dio non è stata decisa alcuna azione militare. Speriamo che non vi si arrivi mai. Comprendiamo che dobbiamo risolvere insieme questo problema. Dunque sì, abbiamo delle divergenze, ma l'atmosfera di cooperazione e la fiducia reciproca sono tali da darci delle speranze per il futuro. Ed è proprio questo, tra l'altro, che ci ha permesso di firmare a Soči una dichiarazione sulla collaborazione a lungo termine tra i nostri paesi.


La Russia non ha riconosciuto l'indipendenza dell'Ossezia Meridionale e dell'Abchazia, ma ha rafforzato il controllo sulle due regioni separatiste. Perché non siete soddisfatti dell'attuale stato delle cose? Forse è la soluzione migliore.

Ha detto “separatiste”? Perché non usa questa parola per il Kosovo? Non risponde? Non risponde perché non è in grado di rispondere.

Ma in Abchazia ci sono stati molti profughi georgiani. In Kosovo è il contrario.

No, non è affatto il contrario. Migliaia, centinaia di migliaia di serbi non possono rientrare nel Kosovo. È la stessa cosa. O lei forse ha visto un ritorno dei profughi nel Kosovo? Stanno cacciando gli ultimi serbi. Non racconti storie, io so cosa succede veramente. Non siete in grado di garantire ai profughi la sicurezza e delle condizioni di vita dignitose. Dunque è esattamente la stessa cosa. Per quanto riguarda l'allontanamento della popolazione georgiana, è vero. Ma 55.000 georgiani hanno già fatto ritorno nel distretto di Gali in Abchazia. Questo processo avrebbe potuto continuare, se non ci fossero state pressioni militari da parte di Tbilisi. Sa, quando c'è stata la cosiddetta rivoluzione socialista del 1919, la Georgia si è costituita come Stato indipendente. L'Ossezia invece ha dichiarato che non voleva essere parte integrante della Georgia, che voleva restare nella Federazione Russa. Le autorità georgiane hanno intrapreso delle spedizione punitive che gli osseti ancora oggi considerano dei massacri, dei stermini. Questi conflitti hanno un carattere antico e profondo. Per risolverli bisogna armarsi di pazienza e di rispetto verso i diversi gruppi etnici del Caucaso invece di impiegare la forza.

Oggi si dice che vari aerei spia georgiani sono stati abbattuti sull'Abchazia dal sistema di difesa russo. Ma perché non si ricorda la proibizione di sorvolare queste zone? Far volare questi aerei è spionaggio. Perché fare dello spionaggio? Perché si prevedono operazioni militari. Allora cos'è, una delle due parti si prepara a uno spargimento di sangue. Vogliamo questo? Nessuno lo vuole. Perché i vari gruppi etnici abbiano voglia di convivere in un unico Stato è necessario il dialogo. Non finiremo mai di ripeterlo ai nostri interlocutori georgiani.


Il presidente georgiano Michail Saakašvili ha proposto un piano di pace per l'Abchazia con la concessione di un'ampia autonomia e la carica di vice presidente a un abchazo. Questa proposta vi trova d'accordo?

Bisogna innanzitutto che vada bene agli abchazi. Com'è cominciato il conflitto etnico? Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tbilisi ha soppresso l'autonomia di queste repubbliche. Cosa l'ha spinta a farlo? Perché l'ha fatto? Così hanno avuto inizio il conflitto etnico e la guerra. Adesso [i georgiani] dicono che sono pronti a fare marcia indietro: “Vi restituiamo l'autonomia che vi abbiamo tolto anni fa”. Ma è chiaro che gli abchazi diffidano. Pensano che tra qualche anno li priveranno nuovamente di qualcosa. Noi abbiamo aiutato quei 55.000 profughi georgiani a ritornare in Abchazia, nel distretto di Gali. L'abbiamo fatto. Abbiamo convinto gli abchazi a lasciarli passare e a garantire loro condizioni di vita normali. È la Russia che l'ha chiesto alle autorità abchaze. Ve lo dico in tutta sincerità, me ne sono occupato personalmente. Ho rivolto personalmente la richiesta alle autorità abchaze, e loro l'hanno fatto. Abbiamo elaborato un piano comune di sviluppo energetico, di cooperazione transfrontaliera, di costruzioni, di infrastrutture. Abbiamo perfino deciso di ricostruire le ferrovie. Dopo le ultime dimostrazioni di forza si è fermato tutto. Le elezioni [in Georgia] si avvicinavano, bisognava dimostrare che si poteva risolvere tutto. Questo genere di cose, che dura da secoli, non si adatta ai tempi e ai modi della politica interna. Non ne può uscire niente di buono. Spero che il piano proposto da Michail Saakašvili entrerà gradualmente in vigore, perché nell'insieme è giusto. Però bisogna che l'altra parte sia d'accordo. È necessario il dialogo.


Un'ultima domanda, di carattere generale: come vorrebbe vedere la Russia del futuro, ha un piano in mente?

Abbiamo già proposto un piano concreto di sviluppo della Russia fino al 2020. Abbiamo contato sul fatto che la struttura della nostra economia possa cambiare in maniera sostanziale e che l'innovazione svolga un ruolo molto più rilevante. Tenendo conto della quantità delle nostre risorse minerarie, la sfera dell'innovazione dovrà avere un ruolo ben maggiore, se non predominante. Contiamo sul fatto che le stesse infrastrutture del potere e della finanza si possano conformare ai nuovi tempi. Che saremo in grado di creare un sistema politico efficace e vitale capace di reagire a tutto ciò che accade nel paese e nel mondo. Che saremo in grado di creare con la politica estera condizioni tali da permettere al nostro paese di svilupparsi in modo efficace e intensivo, di essere competitivo, per far sì che i nostri cittadini si sentano al sicuro e possano programmare con fiducia il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Molte grazie.


Fonte russa:

http://www.government.ru

Fonte francese:

http://www.lemonde.fr

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sabato, maggio 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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mercoledì, maggio 07, 2008

I sogni irrealizzabili dei media occidentali

Sogni irrealizzabili: i media occidentali e la transizione in Russia
di Andrej Arešev

Dmitrij Medvedev assumerà la carica di presidente della Russia il 7 maggio. Alla vigilia dell'insediamento il tono dei commenti nei media occidentali e in alcuni media nazionali sulla configurazione del potere in Russia dopo la transizione dimostra che certi ambienti sono estremamente interessati a istigare un conflitto tra Putin e il suo successore.

Se non ci sono notizie reali, bisogna inventarsele: è questa la regola dei mezzi di informazione, soprattutto quando si tratta del principale evento politico dell'anno in un paese che ha un ruolo così importante sul piano internazionale. È già chiaro che i tentativi mirati a dividere il presidente e il primo ministro avranno la forma di una campagna mediatica attentamente orchestrata.

“Finora l'ex presidente e il suo successore sembrano andare d'amore e d'accordo”, ammette la britannica BBC. Tuttavia, il desiderio di intravedere possibili conflitti tra Putin e Medvedev sulla politica interna ed estera della Russia e la ricerca di situazioni in cui tali conflitti potrebbero emergere sono un tema ricorrente nei media tradizionali e in quelli elettronici (compresi i blog politicizzati), che ricorrono regolarmente a vecchi trucchi presi dall'arsenale della guerra mediatica e perfino ad allusioni dirette. “L'epoca di Putin è stata caratterizzata dal ritorno al potere dei siloviki, che attualmente svolgono un ruolo predominante nella politica e nell'economia russe. Contende loro il potere un clan 'liberale' al quale si dice Medvedev appartenga”, così, per esempio, ha scritto lo svizzero Le Temps, riassumendo alcuni pettegolezzi.

Incapaci di citare dati reali, gli immaginifici autori di queste previsioni attingono abbondantemente alla fantasia e all'emotività. “La lotta per la poltrona presidenziale è stata segreta ma violenta, e la lotta per il potere è destinata a continuare in Russia, paese lacerato da una serie di conflitti irrisolti”, ammonisce il Wall Street Journal, senza chiarire però come si sia manifestata tutta questa “violenza”. Un giornalista iperattivo ha perfino sostenuto di avere visto una bozza del discorso di Krasnojarsk di Medvedev in cui – liberali, esultate! – avrebbe notato che era stata cancellata una frase sul ruolo di Putin nel rafforzamento del sistema dei partiti russo. Naturalmente il giornalista si è affrettato a comunicarlo al mondo. Altri cercano di rilevare contraddizioni nascoste tra i discorsi di Putin e Medvedev, sperando chiaramente di distinguere i contorni del futuro “scisma”.

Un altro leitmotiv dalla stampa occidentale è che il nuovo presidente russo dovrebbe respingere quanto prima l'eredità politica del suo predecessore e adottare posizioni occidentali su questioni cruciali di sicurezza internazionale. Questa sarebbe, si dice, la scelta migliore per la Russia. Per quanto riguarda la politica interna, l'Occidente auspica una sorta di “trasformazione in senso liberale dall'alto”. La “trasformazione in senso liberale” implicherebbe ovviamente un indebolimento della struttura del potere in Russia e darebbe il via libera all'opposizione radicale con i suoi piani di rovesciamento del potere. Coloro che promuovono simili modelli di sviluppo per la Russia ricorderanno certamente la storia. Le lezioni della storia recente della Russia - soprattutto l'epoca gorbačëviana, quando la perestrojka diede il colpo di grazia a molte istituzioni dello stato, e i primi anni Novanta, quando scoppiò un grave conflitto tra il presidente e il parlamento – sono ben note. Le istituzioni travolte dal caos permanente e spesso in conflitto l'una con l'altra sono facilmente manipolabili, come la storia ci insegna. La Russia non ha alcun motivo per ricadere negli stessi problemi.

L'autorità in Russia è e rimarrà stabile, e il fatto che Putin e Medvedev abbiano lavorato fianco a fianco per anni garantisce la continuità politica e l'efficacia della loro collaborazione futura. Nei suoi discorsi di Nižnij Novgorod e Krasnojarsk, Medvedev ha detto: “Se mi sarà affidata la guida del paese mi impegno a mantenere la rotta che si è dimostrata efficace, la rotta intrapresa dal presidente Putin… Dobbiamo conservare i principi basilari che sono stati formulati negli ultimi otto anni… per me questo è insieme un onore e una sfida”. In seguito il nuovo presidente ha ribadito questi punti in varie occasioni.

La stabilità e un progressivo sviluppo economico sono necessari a mettere in atto i piani di modernizzazione a lungo termine della Russia. Tuttavia nei prossimi anni non c'è ragione di aspettarsi che forze esterne non tentino di destabilizzare la Russia. Molto probabilmente lo faranno. Per esempio, il possibile futuro presidente degli Stati Uniti John McCain recentemente ha sollecitato il riconoscimento dell'indipendenza dalla Russia del Caucaso Settentrionale, riflettendo con ciò ben più delle proprie opinioni personali. L'intenzione della Russia di trasformare il rublo in valuta regionale e poi in valuta di riserva mondiale e di respingere gradualmente il dollaro come moneta di scambio per il mercato petrolifero1 non sarà ben accolta. Il Financial Times suggerisce che i paesi occidentali adottino una posizione comune: su base anti-russa, naturalmente. Dunque è anche probabile che sorgano problemi nelle relazioni tra la Russia e l'Europa: gli esperti dei maggiori partiti politici tedeschi hanno già cominciato a evocare “i conflitti emergenti” tra Mosca e Berlino2. La verità è che i conflitti esisteranno sempre e ovunque, ma essere in grado di risolverli in modo intelligente e rispettando gli interessi nazionali è il compito cruciale del governo di ogni paese. La collaborazione tra il presidente Dmitrij Medvedev e il primo ministro Vladimir Putin contribuirà certamente ad assicurare la configurazione politica stabile che è necessaria alla Russia per raggiungere i suoi obiettivi strategici.

1 Russia to Export Oil for Rubles, Voice of Russia, May 5, 2008

2 http://www.dw-world.de

Originale da: Fondsk.ru

Articolo originale pubblicato il 6 maggio 2008

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lunedì, aprile 28, 2008

Nashi: è davvero la fine?

Nashi: è davvero la fine?
di Sean Guillory

Quest'anno la stampa russa ha speculato a lungo sullo scioglimento dell'organizzazione giovanile del Cremlino "Nashi," che è stata la pupilla del governo russo e la rovina dell'opposizione interna e dei media occidentali.

Ma la situazione non è semplice come limitarsi a sciogliere Nashi.

Con un nuovo presidente che si accinge ad assumere il potere, alcuni ipotizzano che il compito di Nashi sia ormai compiuto e che non ci sia più bisogno del movimento. Per una serie di ragioni forse questo è solo un pio desiderio. Per capire dove Nashi stia andando nell'era post-Putin, bisogna capire da dove viene e qual è stato il suo ruolo.

* * *

"Vuoi realizzare il tuo piano? Vuoi cambiare il mondo che ti circonda? Vuoi influenzare il futuro del tuo paese? Vuoi che il mondo si ricordi di te? Stai cercando il tuo posto nel mondo? Se hai risposto 'sì' a una qualsiasi di queste domande, non disperare, c'è una risposta".

In America un simile approccio farebbe venire in mente Tony Robbins, il guru dei seminari motivazionali, ma in Russia è un'organizzazione ben più sinistra a offrire risposte alle tue domande: il Movimento Giovanile Democratico Antifascista "Nashi", che ti aspetta a braccia aperte.

Tutto quello che devi fare, come prima cosa, è cliccare sul loro sito e compilare il modulo di adesione. Pochi giorni dopo, Nashi promette di invitarti a una riunione “per conoscerci”. Se accetti, Nashi promette di darti "una possibilità per cambiare la tua vita, influenzare la politica mondiale ed entrare a far parte dell'élite intellettuale".

Dato il clima esigente ed estremamente competitivo della Russia di Putin è facile capire come la proposta di Nashi possa sembrare allettante. Sito web vistoso, raduni spettacolari e manifestazioni a passo di marcia producono immagini di potere e successo, proiettando un'immagine di unità e di dedizione a una causa. Nashi si considera in prima linea nella difesa della tempra morale, politica e culturale della Russia. Nel resto del mondo una simile organizzazione evocherebbe soprattutto i peggiori aspetti del totalitarismo, con giovani chiamati a eseguire ciecamente i capricci di un regime repressivo.

Ma Nashi è molto di più. È emblematico di un nuovo tipo di movimento giovanile che non è né un'organizzazione spontanea né qualcosa di legato ufficialmente a un partito. Nashi è una creazione dello stato russo, in particolare dell'ufficio del Presidente, per fare da forza controrivoluzionaria ostinatamente decisa a proteggere l'“idea nazionale” di Putin. Attraverso l'attivismo, l'ideologia e l'addestramento politico e professionale, i suoi membri imparano che il Piano di Putin è indivisibile dal Piano di Nashi. In parole povere, Nashi è il tentativo di mettere in pratica la massima di Martin Luther King: "Chi ha la gioventù ha il futuro!"

Le origini

Nashi fu costituito a partire da un precedente gruppo giovanile filo-putiniano, "Camminare insieme", dal Karl Rove di Putin al Cremlino, Vladislav Surkov. Pochi mesi prima l'ultima di una serie di “rivoluzioni colorate” aveva portato l'Ucraina a un punto morto. La gioventù ucraina, come quella del Kirgizistan e della Georgia, era in prima linea contro il regime. Alla Russia questo non doveva succedere. Così Surkov e Vasilij Jakemenko passarono all'attacco preventivo. Formarono dall'alto un movimento che si opponeva alle rivoluzioni colorate.

Una volta costituito, Nashi si dichiarò subito in lotta contro il “fascismo”. Ma i “fascisti” dei suoi membri non erano quelli contro i quali avevano combattuto i loro nonni. I loro fascisti erano i fautori delle rivoluzioni colorate: oligarchi in esilio, liberali, oppositori politici, stati stranieri, ONG occidentali e chiunque altro intendesse sfidare l'egemonia di Putin. Come recita il manifesto di Nashi, "La lotta contro il fascismo oggi è parte integrante della lotta per l'integrità e la sovranità della Russia". La formula di Nashi per identificare i propri nemici è bellissima nella sua semplicità, che è geneticamente impressa nel suo stesso nome. Ci sono “i nostri”, o nashi, e ci sono "i loro" o ne nashi, non nostri.

Nashi ha sperimentato una modesta crescita negli ultimi tre anni. Ha tra i 60.000 e i 100.000 membri. Ha almeno da 3000 a 5000 attivisti a tempo pieno e parziale. I suoi quadri si concentrano nelle due capitali e nei centri provinciali di Tula, Ivanovo, Vladimir, Voronež e Jaroslavl. Il bilancio complessivo di Nashi non è noto, ma a giudicare dalle spese dev'essere consistente. Lo scorso luglio Kommersant riferì che il campo estivo Seliger 2007 era costato più di 20 milioni di dollari. Perfino le sue campagne più piccole sono molto costose. L'azione "Nonno Gelo" sarebbe costata circa 1,5 milioni di dollari. I dirigenti di Nashi definiscono queste cifre esagerate: probabilmente lo sono, ma non credo di molto.

La provenienza del grosso del denaro di Nashi è anch'essa avvolta nel mistero. Si suppone la maggior parte dei soldi arrivi dall'ufficio di Surkov, probabilmente dopo essere stata risciacquata attraverso varie agenzie dello stato. Tra i finanziatori ci sono corporazioni come Gazprom e fondazioni come il Club Civico. Quest'ultimo è una fondazione costituita da Russia Unita che ha già assicurato a Nashi 400.000 dollari per Camp Seliger 2008. Il futuro finanziario di Nashi sembra altrettanto sicuro. Ha buoni alleati in due agenzie di stato che finanziano associazioni giovanili. Boris Jakemenko, l'ideologo di Nashi nonché fratello del leader del movimento Vasilij Jakemenko, e Irina Pleščeeva, commissario di Nashi, sono membri della Camera Pubblica russa, che controlla 62 milioni di dollari di sovvenzioni per sviluppare la “società civile” russa. Nashi ha anche accesso diretto ai più di 6 milioni di dollari assegnati alla Commissione per gli Affari Giovanili. La Commissione è guidata dagli ex nashisti Vasilij Yakemenko, Pavel Tarakanov (presidente) e Sergej Belokonev (vice presidente). Grazie a queste entrature e all'accesso ai fondi statali il futuro di Nashi sembra davvero roseo.

I muscoli

Nashi sarà anche una creatura dello stato, ma sta sul campo, ha i muscoli. Comanda un quadro di ragazzi di strada che sono stati coinvolti in vari attacchi violenti contro i rivali della gioventù “fascista”: i Nazional-Bolscevichi, l'Avanguardia Rossa, e perfino la Gioventù Comunista. L'incidente più tristemente noto avvenne nell'agosto del 2005, quando 40 nashisti armati di mazze fecero irruzione in un raduno di NazBol, Giovani Comunisti e Avanguardia Rossa che si teneva a Mosca in una sede del Partito Comunista. Le aggressioni mandarono all'ospedale con contusioni e ossa rotte decine di giovani attivisti di sinistra.

Mentre i nashisti se ne andavano su un pullmino a noleggio, la polizia locale, che chiaramente non era stata avvertita prima dell'attacco, arrestò 24 aggressori per poi lasciarli andare poche ore dopo. “È arrivata una telefonata dall'alto che ci ha ordinato di rilasciare i fermati", disse un poliziotto al Kommersant. "Mentre li stavamo interrogando ci hanno detto che era inutile che ci prendessimo questa briga perché tanto sarebbero stati rilasciati presto".

L'aggressione fu seguita da quella del gennaio del 2006, quando trenta sospetti nashisti attaccarono un raduno di Nazional-Bolscevichi armati di mazze e di pistole ad aria. I media russi hanno registrato decine di altri attacchi. A oggi, non un solo nashista è stato incriminato.

Agli avversari invece non è andata così bene. Poche settimane fa sette giovani attivisti anti-cremliniani – Roman Popkov, Nazir Magomedov, Vladimir Titov, Elena Parovskaja, Aleksej Makarov, Dmitrij Elezarov e Sergej Medvedev – sono stati condannati a pene comprese tra i 18 e i 36 mesi di reclusione per essersi difesi dagli aggressori nashisti nell'aprile del 2007.

Contrariamente alla generazione del Komsomol che fece la Guerra Civile e i cui giovani furono stroncati, torturati e imprigionati da veri nemici, i nashisti combattono i loro avversari per interposta persona. Il sospetto è che quando vuole massacrare i suoi rivali Nashi assoldi teppisti delle tifoserie calcistiche, che sono ben lieti di offrire i loro servigi. Vasilij Jakemenko l'ha praticamente ammesso in un'intervista alla Novaja Gazeta nel 2005. Quando gli è stato chiesto se avrebbe usato dei teppisti contro i manifestanti, ha risposto: "Se un gruppo di alcune migliaia di persone dotate di forza fisica [fosse stato] portato da Mosca per contrastare le manifestazioni di Kiev [durante la Rivoluzione arancione], non sarebbe rimasta più traccia dei manifestanti... Se abbiamo bisogno di [teppisti delle tifoserie] per qualche motivo, non vi vedo alcun problema". Anche se Jakemenko afferma di essere contrario alla violenza, non ha problemi a rivolgersi a chi non lo è. Per questo “antifascista” gli skinheads sono 'solo persone socialmente disadattate' con cui è possibile e bisogna collaborare".

Lo scorso autunno Nashi ha organizzato alcune delle sue "persone socialmente disadattate" nella Milizia Giovanile Volontaria (DMD). Lo scopo ufficiale della DMD è quello di pattugliare le strade con la polizia, mantenere l'ordine pubblico e organizzare eventi sportivi (sembra che il rugby sia lo sport preferito). La DMD fa praticamente da servizio di sicurezza per gli eventi e le manifestazioni di Nashi. Lo scopo ufficioso è quello di fornire a Nashi i propri muscoli. Come ha spiegato la scorsa estate in un'intervista a Kommersant un nashista scontento, “Ivan”:

“La milizia volontaria, be', si occupa di una specie di 'pulizia'. Ci sono già stati casi in cui hanno picchiato persone che hanno diffuso informazioni contro Nashi. Probabilmente possono trovarti ovunque. Sono tifosi, sportivi e delinquenti comuni. Mettono in pratica l'ideologia e fanno il proprio dovere con piacere.

[Il loro dovere comprende] mantenere l'ordine nel movimento e ai suoi confini, creare il caos nei raduni e nelle marce che non sono stati approvati dal Cremlino. In primavera la DMD ha organizzato provocazioni praticamente in tutte le 'Marce dei Dissenzienti' contro il Cremlino. Provocavano la polizia, lanciavano bombe fumogene e poi infilavano di nascosto le bombe nelle borse dei manifestanti”.

Non c'è motivo di dubitare della testimonianza di “Ivan”, soprattutto tenendo conto del fatto che il Coordinatore Federale della DMD è Roman Verbitskij. Secondo i testimoni oculari, Verbitskij fu coinvolto nell'attacco dell'aprile 2005 contro la riunione della gioventù comunista. All'epoca Verbitskij era a capo dei Gladiatori, una banda di teppisti della tifoseria dello Spartak.

La Milizia Volontaria (DMD) negli ultimi sei mesi è cresciuta costantemente. Dice di avere diciannove distaccamenti con circa 5-6000 membri. Documenti forniti da “Ivan” mostrano che la DMD è stata sostanziosamente finanziata nel periodo immediatamente precedente le elezioni parlamentari. Nell'agosto del 2007 il bilancio della sezione moscovita della DMD era di circa 30.000 dollari al mese. Il finanziamento dei distaccamenti regionali era di dieci volte inferiore.

L'abc della propaganda nera

Nashi è specializzato in “proteste” e “campagne”. Negli ultimi tre anni le sue “campagne” sono state varie. Le azioni di Nashi possono essere irritanti, come quando bracca costantemente l'ambasciatore britannico Anthony Brenton; o semplicemente imbarazzanti, come la campagna del Soldato di Bronzo contro il “fascismo di stato estone”; e perfino argute, come la presentazione del libro di cucina “1000 ricette della Zuppa di Cavolo” all'Ambasciata americana. L'intento della maggior parte di queste iniziative è quello di infastidire gli avversari.

Le campagne in grado di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sono l'asso nella manica di tutte le organizzazioni giovanili. E possono anche essere molto divertenti per coloro che vi prendono parte. Si marcia per la cità, si fa casino, si ciondola, si vede gente e soprattutto ci crede di fare la differenza. L'attenzione dei media trasforma ragazzini eccitati in piccole star. Le azioni di Nashi sono spesso messe in scena come grandi carnevalate che mescolano elementi umoristici con una sfumatura di violenza e con la politica. Ma non è facile fare commedia politica. Servono i comici. E Nashi è il posto giusto in cui addestrare i futuri padroni della Russia alle arti della propaganda nera.

Ironicamente, queste tattiche sono le stesse degli avversari fascisti di Nashi, i rivoluzionari colorati. A Belgrado, Tbilisi e Kiev i movimenti giovanili impiegavano spettacoli carnevaleschi per screditare i regimi; qui in Russia i nashisti ne hanno capovolto il senso, usando queste messinscene per screditare l'opposizione.

Niente rivela meglio il crescente uso nashista della propaganda nera quanto la recente azione contro il Kommersant. Nell'ultimo anno il popolare quotidiano economico ha pubblicato vari articoli che esponevano la parte oscura di Nashi. Dopo la pubblicazione di un articolo intitolato “Nashi è diventato un estraneo”, alla fine di gennaio, i nashisti hanno deciso che fosse giunta l'ora di fargliela pagare. Ciò che li offendeva di più era l'allusione al fatto che le autorità del Cremlino si fossero stancate delle buffonate di Nashi e intendessero abbandonarlo al suo destino. Per la classe dirigente russa la vittoria di Medvedev segnalava un cambiamento del clima politico. Le “rivoluzioni colorate” non rappresentavano più una minaccia, rendendo superflui quei “giubilanti delinquenti”, secondo una fonte anonima del Cremlino. Da allora su tutta la stampa russa si sparse la voce dell'imminente caduta in disgrazia di Nashi. Era in pericolo il futuro stesso dell'organizzazione, almeno agli occhi dell'opinione pubblica.

Nashi volle vendicare questa “calunnia”. Secondo una lettera interna dell'addetta stampa del movimento, Kristina Potupčik, Nashi decise di sferrare una campagna per “creare condizioni intollerabili per il Kommersant. Bloccare il loro lavoro. Rovinarli psicologicamente e fisicamente. È necessaria la vendetta”. Lo scopo era quello di sporcare la buona reputazione del giornale.

Il 4 marzo circa mille attivisti di Nashi si sono mobilitati a Mosca fingendo di essere dipendenti del Kommersant, distribuendo decine di migliaia di rotoli di carta igienica con il logo del Kommersant, una finta lettera del suo direttore, Andrej Vasilev, che annunciava il nuovo formato carta igienica e il numero di cellulare di Julija Taratuta, coautrice dell'articolo offensivo. Gli attivisti di Nashi hanno raccontato ai passanti che i rotoli facevano parte di una campagna per pubblicizzare il nuovo formato multifunzione del quotidiano. Gli attivisti li hanno fatti arrivare perfino nei bagni della Duma. Sono sicuro che più di un deputato è stato felice di inaugurare il nuovo prodotto. L'azione è stata accompagnata da una campagna mediatica ben coordinata. Sulle maggiori strade moscovite sono apparsi dodici cartelloni pubblicitari del Kommersant con le scritte “Non temete le novità. Ora su carta igienica!”, “Tutto per i nostri soldi”, “Possiamo tutto” e “Non nascondiamo compagnie segrete”.

L'assalto scatologico di Nashi non si è fermato qui. I suoi hacker hanno attaccato il sito internet del Kommersant chiudendolo per cinque ore, hanno bombardato Vasilev di spam e, forse in uno sfoggio di genio comico nashista, hanno costruito una link bomb. Cercando su Google o Jandex la parola zarancy (porci, bastardi) il primo risultato era il sito del Kommersant. Il cyber-attacco è costato al quotidiano circa 155.000 dollari.

Il presente, il futuro

Perché uno dovrebbe entrare in Nashi? Qual è il suo futuro nella Russia dopo Putin? La maggior parte dei suoi membri non sono delinquenti violenti, ma piuttosto carrieristi ambiziosi. Come Maksim Novikov, 18 anni, che studia all'Istituto Statale per le Relazioni Internazionali di Mosca. In un'intervista alla Nezavisimaja Gazeta, Novikov appare come uno studente e un nashista modello, ha con sé una copia del libro di Vladislav Surkov, La cultura politica russa: una visione utopica, con sottolineature a penna. Anche se concorda con i principi fondamentali della cosiddetta “democrazia sovrana” delineata da Surkov non mostra adesione emotiva a questa idea. Spera di poter studiare all'estero, in futuro, ma alla domanda se resterà all'estero una volta lasciata la Russia risponde che intende servire il suo paese. “Dopo tutto sono un patriota”.

Nashi non però è stato la sua prima scelta. Novikov spiega che all'inizio aveva pensato di entrare nei giovani comunisti, ma che era stato deluso dalla loro ostilità nei confronti del libero mercato. Ha trovato Nashi “quasi per caso”. Ha trovato in rete l'indirizzo e-mail di Vasilij Jakemenko, che gli ha proposto subito un incontro con uno dei commissari di Nashi a Mosca. Dopo averci parlato, ha deciso di aderire. Adesso Novikov parla di Nashi usando il pronome “noi”.

Per giovani orientati alla carriera come Novikov entrare in Nashi è naturale. L'organizzazione ha già dimostrato la sua potente amicizia con L'Uomo. Ora però sta passando allo stadio successivo: le opportunità di avanzamento professionale. Proprio come il suo predecessore, il Komsomol, Nashi sta cominciando a sviluppare programmi per istruire le élite. Alcuni dei suoi nuovi “progetti” comprendono la creazione di una scuola di economia, un istituto politico e programmi per reclutare neo-laureati nelle imprese. Un esempio di quest'ultima iniziativa è il progetto chiamato “I nostri costruttori”, dove gli studenti e i giovani professionisti vengono assunti per prendere parte a progetti edilizi in vista delle Olimpiadi del 2014 a Sochi. Altri progetti Nashi si concentrano sulla promozione del Cristianesimo ortodosso, il patriottismo, l'addestramento paramilitare, il turismo e perfino una linea di abbigliamento concepita dal commissario Nashi Antonia Šapavolova.

Ma i giovani nashisti come Novikov non sono gli unici ad entrare nel movimento. Lui è tra “quelli che ci credono”, secondo Andrej Dmitrievskij, un Nazional-Bolscevico che si è infiltrato nel movimento nel 2006. Dmitrievskij ha scoperto che ci sono tre tipi di nashisti: “quelli che ci credono” sono i giovani che entrano in Nashi per ottenere un'istruzione e far carriera, ma ne condividono anche la politica. Poi ci sono i “carrieristi”: sono simili al primo gruppo ma non credono alle cavolate politiche. Per loro Nashi è semplicemente un mezzo per raggiungere uno scopo. E infine ci sono “quelli che fanno scena”. Sono d'accordo con la politica, ma per lo più considerano Nashi un movimento per rimorchiare, divertirsi e godersi gli extra.

Data la sua infrastruttura in espansione, è chiaro che Nashi non svanirà nel prossimo futuro come hanno ipotizzato i media negli ultimi due mesi. Sta gettando una rete abbastanza grande da includere tutti, dai fanatici putiniani ai carrieristi, dagli sfrenati sostenitori della democrazia sovrana ai “socialmente disadattati” o ai ragazzini che mirano solo a rimorchiare. (C'è bisogno anche di loro. Uno degli slogan di Nashi è “Ne voglio tre”, intendendo tre figli). Come tutti i movimenti giovanili, per restare sulla cresta dell'onda deve evolversi. Questo significa creare nuovi metodi, nuove guerre e nuovi nemici da combattere. Soprattutto nemici. Senza nemici interni, Nashi non ha più ragione di esistere.

In questo senso, articoli come quello del Kommersant sono in realtà una vera manna. Permettono a Nashi di trasformare a colpi di propaganda un articolo negativo in una guerra, chiamando i fedeli alla battaglia, lanciando una “campagna mediatica” con tutti i crismi per infliggere “colpi” al “sistema politico russo”, come scrive uno dei documenti pubblicati dalla Novaya Gazeta.

Dopo le elezioni, il nuovo nemico di Nashi ha una sfumatura ancora più inquietante. In un sinistro recupero del concetto stalinista di “nemici con la tessera del partito”, i nuovi nemici di Nashi vengono dagli “elementi intellettuali dell'élite politica” che hanno partecipato alla campagna elettorale ma vogliono invertire la rotta di Putin. Nashi sta ridefinendo la propria missione nel mondo dopo Putin. La battaglia adesso è per un nuovo tipo di purezza od ortodossia: restare fedeli al Piano di Putin, costruire una nuova élite e continuare a combattere con i nemici interni ed esterni della Russia. Lo scopo di tutto questo è mandare al Presidente eletto Medvedev un chiaro messaggio: “Senza Nashi niente è possibile”.

Sean Guillory gestisce Sean's Russia Blog

Originale: http://exile.ru/articles/detail.php?ARTICLE_ID=18776&IBLOCK_ID=35

Articolo originale pubblicato il 22 aprile 2008

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lunedì, aprile 07, 2008

Niente Monaco a Bucarest

Niente Monaco a Bucarest
di Dmitrij Kosyrev, commentatore politico di RIA Novosti

Chi ha seguito il vertice NATO a Bucarest aveva tutte le ragioni per aspettarsi una “seconda Monaco”, cioè un altro discorso in cui il presidente Putin dicesse al pubblico mondiale cosa pensa la Russia dell'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti.
Ma non c'è stata nessuna Monaco a Bucarest, e non era nei piani. Nel suo ultimo discorso presidenziale davanti a un pubblico globale, Putin ha voluto fin dall'inizio controbilanciare lo scontento russo nei confronti delle azioni della NATO con alcune proposte sulle future relazioni tra le due parti.
La conferenza di Monaco era, a differenza di Bucarest, un incontro relativamente aperto. Questa volta Putin non ha tenuto un discorso pubblico. Si è rivolto all'incontro del Consiglio NATO-Russia, che la sua presenza ha trasformato in un summit. I media cercavano di scoprire cosa avrebbe detto. Una delle fonti era il Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer; altre venivano dalla delegazione russa.
Ma insomma, cosa ha detto il presidente russo? Ecco la prima parte del discorso, quella che riguarda il malcontento di Mosca. Putin ha definito l'allargamento dell'alleanza una “diretta minaccia” alla Russia, un monito molto serio. La Russia non ha il diritto di veto e non lo vuole. Gli stati dovrebbero essere in grado di comprendere le reciproche preoccupazioni senza la necessità di alcun veto. La NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella di altri paesi, Russia compresa. La NATO è un'alleanza militare, e come tale dovrebbe mostrare prudenza nella sfera militare. Se continuerà ad avvicinarsi ai confini russi, Mosca ricorrerà alle “misure necessarie”. La Russia ha assistito a ripetute violazioni della legge internazionale: basti citare il bombardamento della Jugoslavia, o il riconoscimento unilaterale del Kosovo.
Come possiamo notare, niente sorprese, tutto ovvio. Adesso vediamo la seconda parte del discorso, nella quale Putin ha esposto le proposte russe di cooperazione con la NATO. Dopo aver sospeso il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) lo scorso dicembre, la Russia è pronta ad adottarlo nuovamente, sulla base della reciprocità. Il problema iraniano andrebbe risolto con trasparenza: nessuno può pensare che l'Iran possa attaccare gli Stati Uniti. Invece di mettere gli iraniani con le spalle al muro, la comunità mondiale dovrebbe individuare un altro approccio. La NATO e la Russia potrebbero cooperare in Afghanistan. Putin ha anche valutato molto positivamente la partecipazione della Flotta russa del Mar Nero all'Operazione Active Endeavor nel Mediterraneo, e ha osservato che per Mosca la cooperazione con la NATO è una scelta consapevole e informata.
È praticamente tutto qui, o almeno questi sono i punti principali. Non un solo imprevisto: la Russia dice queste cose alla NATO da molti anni, ma la NATO ha sempre fatto orecchie da mercante continuando ad avvicinarsi inesorabilmente ai confini russi.
Mosca non dovrebbe provare alcun senso di trionfo per le decisioni prese dal summit di Bucarest. La sospensione del Membership Action Plan per Ucraina e Georgia è una sciocchezza, perché a dicembre questo processo riprenderà. Inoltre le parole di Scheffer sull'inevitabile espansione della NATO sono pesanti, e la decisione della NATO di considerare il sistema di difesa anti-missile come una propria creatura più che come un'iniziativa americana imposta all'Europa è un grave sintomo.
Il vertice di Bucarest ha dimostrato che la NATO e l'Europa o l'Occidente in generale hanno addirittura più problemi di quanto sembrasse a prima vista. L'ingresso nella NATO della musulmana Albania rientra nel conflitto tra l'Occidente e il mondo islamico, la cui soluzione è ancora molto lontana. Le ben celate contraddizioni sul coinvolgimento della NATO in Afghanistan sono sintomatiche dell'inconsistenza militare dell'Alleanza, e del suo ambiguo ruolo accessorio rispetto alla macchina da guerra americana.
Ha ragione chi ha chiamato quello di Bucarest il vertice della crisi. La NATO è afflitta da molti problemi: Parigi e Berlino diffidano di Washington a causa dell'Iraq (nonostante i cambiamenti al vertice in Francia e in Germania), le relazioni polacco-tedesche e greco-macedoni restano complicate, la NATO è riluttante a peggiorare i rapporti con il presidente eletto Dmitrij Medvedev e l'Ucraina e la Georgia non rispondono ai criteri della NATO in tutta una serie di parametri.
Oggi è dura essere americani o europei. Per secoli la civiltà occidentale ha nutrito l'illusione di poter prevalere in eterno su tutte le altre civiltà e gli altri continenti, relegati a un ruolo subordinato. Questa epoca sta giungendo al termine, ed è ora che l'Occidente si adatti alla nuova realtà.
Per il momento, tuttavia, la reazione sembra caratterizzata dal panico di fronte all'attacco imminente contro una fortezza scarsamente fortificata: bisogna tirar dentro tutti coloro che sono in grado di combattere, e alzare il ponte levatoio, non ha senso rispondere ai segnali dell'altro, di chi sta fuori, indipendentemente dalla sue proposte. È così che la NATO si è comportata con la Russia sotto El'cin e fa lo stesso sotto Putin. I problemi interni della NATO non contano quando si tratta di relazioni con la Russia. Non le si prestava ascolto allora e non lo si fa adesso. Questo era il ragionamento di chi si opponeva alla visita di Putin a Bucarest, ma l'altro punto di vista ha vinto nonostante il grande scetticismo.
Ecco perché a Bucarest non c'è stato un nuovo discorso di Monaco: uno è bastato.

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 4 aprile 2008

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sabato, marzo 01, 2008

In Russia si avvicina il momento di Medvedev

In Russia si avvicina il momento di Medvedev
di
Nicolai N. Petro

Coloro che cercano di categorizzare Dmitrij Medvedev, il probabile prossimo presidente della Russia (le elezioni si svolgeranno il 2 marzo), si sono rapidamente suddivisi in due campi: i pessimisti, che lo liquidano come un fantoccio di Vladimir Putin, e gli ottimisti che si aggrappano all'esile speranza che possa un giorno elaborare una condotta autonoma.

Un'attenta lettura delle 2000 e passa dichiarazioni pubbliche fatte da Medvedev negli ultimi sette anni, però, suggerisce che nessuna delle due descrizioni è esatta. I suoi trascorsi indicano che Medvedev intende effettivamente imprimere alla politica russa una svolta liberale, non come alternativa al Piano di Putin, ma come la logica fase successiva della sua evoluzione.

Professore di legge per formazione, Medvedev (43 anni) è stato inizialmente incaricato di occuparsi della riforma giudiziaria. In soli quattro anni è riuscito a eliminare la maggior parte delle leggi locali che contraddicevano la Costituzione russa e ha promosso l'introduzione di un nuovo codice penale, di un sistema giudiziario per i minori, di una corte dei giurati, dell'habeas corpus e di un sistema nazionale di ufficiali giudiziari.

In seguito, pur supervisionando quattro nuovi Progetti Nazionali Prioritari nei settori della sanità, dell'istruzione, dell'edilizia abitativa e dell'agricoltura, ha continuato a occuparsi attivamente delle riforme legali, promuovendo una nuova rete nazionale di centri di assistenza legale gratuita e rendendo più liberale la politica governativa sull'immigrazione.

Secondo alcuni, è stato questo tentativo di riforma dell'ingombrante sistema legale sovietico a portarlo a formulare un semplice credo economico: “Se la partecipazione del governo non è essenziale, il governo non dovrebbe essere coinvolto”.

Secondo Medvedev lo stato ha solo due obblighi economici concreti. Primo, aiutare le compagnie russe a diventare globalmente più competitive. Secondo, combattere la povertà. Oltre a questo, secondo Medvedev, che a volte pare esprimersi come un sostenitore dell'economia dell'offerta, le sole tasse che il governo può legittimamente riscuotere sono quelle necessarie al funzionamento della stato e quelle in grado di far sì che gli affari in Russia diventino i più vantaggiosi del mondo.

Le soluzioni che Medvedev ha proposto per i problemi sociali della Russia riflettono costantemente una chiara preferenza per le risposte basate sul mercato. Ha costretto le regioni a competere per ricevere i finanziamenti federali. Nell'istruzione, nella sanità e nella riforma pensionistica ha sostenuto l'idea che il finanziamento dello stato deve seguire gli individui più che le istituzioni. Ha fatto forti pressioni per permettere alle università di operare come imprese e di costituire lasciti per garantirsi finanziamenti indipendenti dallo stato.

Anche quando lo stato mantiene il controllo su una corporazione, Medvedev ha insistito che essa venga ricostituita come public company e costretta a competere sul piano globale per ottenere investimenti privati. Il suo modello è Gazprom, dove negli ultimi sette anni è stato presidente del consiglio d'amministrazione e la cui capitalizzazione in quel periodo è aumentata di 50 volte. Ora propone cambiamenti in altre corporazioni statali per attirare nell'infrastruttura russa ormai in rovina investimenti per un trilione di dollari.

La terminologia legale ed economica ispira anche l'approccio di Medvedev nei confronti della società civile. Ha descritto il rapporto tra il governo e la società civile come un contratto che il governo “offre” alla società civile sotto forma di specifiche priorità nazionali. Se l'offerta viene accettata i risultati saranno positivi e se non viene accettata va cambiata. La società civile, dice, serve splendidamente “a evitare gli stupidi eccessi” del governo.

Le organizzazioni non governative devono svolgere un ruolo chiave in ogni sana società civile, e per questo motivo Medvedev insiste affinché lo stato a tutti i livelli “faccia assolutamente tesoro dell'esperienza delle ONG e delle organizzazioni pubbliche, che, tra le altre cose, hanno imparato meglio del governo a tenere sotto controllo le spese”. I funzionari del governo devono stabilire un saldo sistema di “contatti diretti e permanenti le ONG”. Senza questo feedback, dice, “Il governo è cieco e finisce per lavorare solo per sé”.

Per incoraggiare la crescita delle ONG ha promosso una legislazione che sostiene la filantropia e ha concesso l'esenzione fiscale alle imprese che finanziano le ONG. Gli enti di volontariato, dice, non solo fanno un buon lavoro, ma “sono un antidoto alla dipendenza e al paternalismo, ai quali siamo storicamente soggetti”.

Altre iniziative degne di nota comprendono: una televisione pubblica indipendente e un controllo giudiziario e parlamentare indipendente sul potere esecutivo. Diversamente da Putin, Medvedev ha detto che i futuri presidenti russi dovrebbero essere membri di un partito politico, e che dei partiti politici forti sono “l'unico sistema per rendere i politici responsabili delle proprie idee”.

Rivolgendosi alla comunità imprenditoriale russa, che vorrebbe più coinvolta nella politica, Medvedev ha creato un Consiglio di Esperti che contribuisca a generare nuove idee per i Progetti Nazionali. La sua politica di “mutua compenetrazione” di impresa e governo è in evidente contrapposizione con l'atteggiamento di Putin, tendente ad “allontanare in modo equidistante” i grandi interessi finanziari dal governo.

Sguardo sul mondo
È nella politica estera, però, che l'enfasi di Medvedev sul pragmatismo è più evidente: qui non fa che mettere in luce le aree in cui l'Occidente e la Russia dovrebbero collaborare.


La Russia si conquisterà il rispetto del mondo “non con la forza, ma con un comportamento responsabile e con il successo”, dice Medvedev; fino ad allora, propone che gli europei imparino dalla storia della formazione della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (precursore dell'Unione Europea) e prendano in considerazione un "asset swap" con la Russia che garantirà la sicurezza energetica all'intero continente e promuoverà la “forma migliore di collaborazione”.

Permettere uno scambio tra gli investimenti russi nella raffinazione e nella distribuzione in Europa e gli investimenti europei nell'estrazione del gas e del greggio in Russia, dice Medvedev, creerebbe un “circolo virtuoso” in grado di rafforzare l'efficienza economica e la sicurezza energetica in tutto il continente. “Gli europei dicono che li mettiamo all'angolo perché finiscono per dipendere troppo dalle forniture di gas russo. Allora facciamo uno scambio di asset, e anche noi dipenderemo da loro”.
È già evidente un probabile tema ricorrente della politica estera sotto Medvedev: quando i paesi si spartiscono i rischi la sicurezza ci guadagna. Questo modello può anche estendersi dal settore economico a quello politico e militare.

Allora l'Occidente cosa dovrebbe aspettarsi da un'amministrazione Medvedev?

I suoi più recenti discorsi, fatti durante la campagna elettorale, sono stati sempre coerenti con il suo passato. Ha proposto un nuovo canale televisivo nazionale dedicato all'educazione in materia legale, un sostegno “aggressivo” alle imprese, il trasferimento di una parte “significativa” delle funzioni del governo locale alle ONG, un piano nazionale per combattere la burocrazia ed esenzioni fiscali per le cure sanitarie, l'istruzione e gli schemi pensionistici.
Tuttavia, anche se si è tentati di considerare questa retorica liberale come una drastica rottura con il passato, Medvedev non la vede così. Secondo Medvedev, durante il caos degli anni Novanta il governo doveva concentrarsi sul ripristino dell'autorità centrale, sulla creazione di uno “spazio legale unico”, sul sostegno all'economia, e impegnarsi a liberare la politica e i media dal controllo degli oligarchi e gettare le basi di una politica estera indipendente. In tutti questi campi Medvedev non si è limitato a condividere i piani di Putin, ma ha svolto un ruolo centrale nel formularli.

Adesso che la situazione nel paese si è stabilizzata è ora di passare dal consolidamento alla svolta liberale. Se negli anni Novanta "le viti erano, forse, troppo strette", adesso si possono allentare. Le parole chiave dell'approccio di Medvedev alla politica, allora come oggi, sono “flessibilità” e “pragmatismo”.

La visione di Medvedev come un lacchè che esegue ciecamente gli ordini di Putin è dunque chiaramente infondata, come lo è l'idea che Medvedev possa elaborare una condotta in contrasto con quella che ha seguito negli ultimi sette anni.

Sembra, piuttosto, che la maggioranza degli osservatori abbia sottovalutato la capacità del governo russo di concepire e attuare la propria strategia di modernizzazione democratica, ora comunemente nota come Piano di Putin, e che sia stata completamente incapace di comprendere il suo scopo, che Medvedev riassume come “una società civile efficiente... composta da individui maturi pronti alla democrazia”. Così, secondo colui che ormai è da molto tempo il consulente politico di Medvedev, Gleb Pavlovskij, in pratica l'Occidente “durante la rinascita della Russia ha dormito”.

L'ascesa di Medvedev è dunque un presagio della sfida storica che la prima vera generazione russa post-sovietica sta per affrontare: la creazione della prima società russa autenticamente liberale.

Per l'Occidente questo presidente giovane, dinamico, liberale e patriottico rappresenta una singolare opportunità per impegnarsi nuovamente con la Russia, un'opportunità che si realizzerà però solo se ci sveglieremo dal nostro lunghissimo sonno post-sovietico.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.

(Copyright 2008 Nicolai N. Petro.)

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JC01Ag01.html

Articolo pubblicato il 1° marzo 2008

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domenica, febbraio 17, 2008

Schiavo del potere?

Schiavo del potere?
di Vilhelm Konnander

Durante la sua conferenza stampa annuale il presidente russo Vladimir Putin ha rivelato di non avere mai avuto la tentazione di correre per un terzo mandato. Fin dall'inizio aveva deciso che non avrebbe mai violato la costituzione russa, che fissa a due il numero massimo di mandati presidenziali consecutivi.
Come sempre a questa pseudo-notizia è stato dato grande risalto nei commenti dei media internazionali sulla conferenza stampa. Come si è già detto, il Cremlino è riuscito a tener vive per anni le speculazioni su un potenziale terzo mandato di Putin, e i media sono stati ben felici di esser presi all'amo. Il fatto che giornalisti non siano stati capaci di credere a Putin quando ha datto la sua parola testimonia il successo dei politecnologi nel manipolare ugualmente bene i media russi e quelli occidentali. Dovrebbe anche rappresentare un monito per l'opinione pubblica mondiale, che corre il rischio di essere ingannata a causa della parzialità e della miopia dei media internazionali a proposito della Russia.

Alla conferenza stampa Putin ha affermato: "In tutti questi anni ho faticato come uno schiavo nelle galere da mattina a sera, e l'ho fatto mettendoci tutte le mie forze". Molto probabilmente questa affermazione è del tutto sincera, ed è anche in linea con ciò che Putin ha ripetuto in passato. La gente del Cremlino, inoltre, non ha fatto mistero del fatto che il presidente russo negli ultimi anni era molto stanco e sentiva il peso dei propri doveri. Dunque nel caso di Putin essere schiavo del potere non significa avere una fissazione per il potere, ma essere schiavo dei propri doveri. Eppure i media non sono riusciti a capirlo.

A volte è spaventoso accorgersi di come sia mediocre la conoscenza della Russia che possiedono i giornalisti occidentali, che continuano a non capire neanche i fatti fondamentali. Per esempio, lo scorso martedì la BBC si è occupata dell'incontro tra il presidente ucraino Jušenko e Putin a Mosca. Con malcelata indignazione, il giornalista così commentava la prevista partecipazione di Putin alla conferenza della NATO che si terrà in aprile a Bucarest: "Putin non sarà più presidente della Russia, in aprile. Le elezioni per il suo successore si terranno il prossimo mese". Si suggerisce così che Putin e la sua cricca non sanno quando si concluderà il suo mandato presidenziale o che se ne fregano, visto che le cose non cambieranno comunque. Be', ho una notizia per la BBC: il secondo mandato di Putin è cominciato nel maggio del 2004, il che significa che ha il diritto costituzionale di restare in carica per gli interi quattro anni del suo mandato, cioè fino a maggio di quest'anno. Che Putin intenda esercitare i propri poteri presidenziali al massimo e fino all'ultimo minuto è chiaro anche dalle sue dichiarazioni. Eppure, non si può fare a meno di rammaricarsi quando neanche la BBC riesce a interpretare correttamente alcuni fatti basilari.

Il rischio è che si perda un'informazione buona e oggettiva sugli sviluppi in Russia. Mentre la situazione sta diventando sempre più grave e complessa in molti campi della politica e della società, l'informazione giornalistica si fa sempre più tendenziosa e incline ai pregiudizi. Più le cose peggiorano, più c'è bisogno di integrità e professionalità. Altrimenti non solo l'opinione pubblica verrà tratta in inganno, ma perfino i leader mondiali potrebbero finire per basare le proprie decisioni in merito alla Russia su una cattiva informazione o immagini fuorvianti. Riuscire a capire i fatti fondamentali contribuirebbe a cambiare le proprie valutazioni e riuscire meglio ad affrontare le sfide future. Queste sfide sono grandi, e la più grande consiste nel fare i conti con il mito della Russia come grande potenza riemergente. Ma finché non riusciremo a vedere la realtà per quello che è, e finché non sfidiamo i nostri stessi pregiudizi, continueremo a vivere in un mondo di illusioni sulla Russia.

Link: http://vilhelmkonnander.blogspot.com/2008/02/slave-for-power.html

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martedì, gennaio 29, 2008

Il candidato della stabilità

Il candidato della stabilità
da The Ivanov Report di Eugene Ivanov

Il discorso tenuto da Dmitrij Medvedev al Forum Civico Russo il 22 gennaio scorso era un classico discorso da campagna elettorale: pieno di frasi generali e poco specifico. Ma perché mai Medvedev - ormai irraggiungibile, con una percentuale di consenso dell'82% - dovrebbe aver bisogno di discutere delle "questioni"?

Medvedev può saltare i dibattiti televisivi (cosa che avrebbe deciso di fare) o starsene zitto per tutto il tempo: anche così potrà contare su una valanga di voti alla prima tornata elettorale delle presidenziali del 2 marzo, perché è esattamente quello che gli elettori russi vogliono dal loro prossimo presidente.

Otto anni fa il paese dissanguato aveva bisogno di un cambiamento, e il cambiamento arrivò con un Vladimir Putin giovane e atletico. (E, ragazzi, quei russi fortunati non ebbero neanche l'imbarazzo di dover scelgiere tra "cambiamento" ed "esperienza"!) Oggi tutto quello che il paese vuole è la continuità (forse un termine migliore di "stabilità"), ed è esattamente la continuità/stabilità ciò di cui Medvedev è portatore.

Medvedev corre sulla fortunata scia del suo predecessore, il presidente Putin. Il discorso di Medvedev ha lasciato pochi dubbi sul fatto che si prenderà pienamente i meriti delle riforme politiche ed economiche dell'era Putin.

Molti pensano che a Michail Kas'janov, leader dell'anemica Unione Democratica Popolare, sia stato impedito di correre alle elezioni perché il Cremlino teme che userebbe il podio elettorale per criticare Putin.

È più probabile un'altra spiegazione. Kas'janov è stato primo ministro sotto Putin negli anni 2000-2004, e come tale era coinvolto nell'applicazione delle riforme economiche liberali che portarono al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di russi. La partecipazione di Kas'janov alla corsa elettorale avrebbe tolto a Medvedev il monopolio su questi meriti.

Eppure, in un certo senso profondo, la presidenza di Medvedev sarà molto diversa da quella di Putin.

Uno degli aspetti più frustranti della presidenza di Putin è stato accettare i risultati della privatizzazione degli anni Novanta, che la maggior parte dei russi considerava e considera ingiusta, iniqua e francamente criminale. La distruzione della Jukos e l'arresto e la prigionia di Michail Chodorkovskij andrebbero visti come un tentativo consapevole da parte di Putin di mitigare il danno causato dalla privatizzazione alla fiducia che la società russa nutriva nei confronti dello stato.

Non sorprende che la privatizzazione sia stata un argomento ricorrente nei discorsi pubblici di Putin e del suo principale ideologo, Vladislav Surkov. È dunque tipico che nel suo discorso Medvedev non abbia nominato la privatizzazione una sola volta.

Né deve farlo. Il lavoro "sporco" di strappare il potere economico e politico agli oligarchi è stato svolto da Putin. Medvedev ha invece il lusso di costruire un rapporto amichevole con i cittadini russi coordinando i populisti "progetti nazionali" e distribuendo porzioni dei ricavi degli idrocarburi. Non ci sarebbe da sorprendersi se il 2 marzo Medvedev ricevesse più voti di Putin nel 2004.

Alcuni analisti trovano ironico e perfino blasfemo che Medvedev si sia fatto sosteniture dell'ulteriore sviluppo di un sistema multipartitico in Russia, visto che è stato candidato da Russia Unita, il partito che di fatto domina la vita politica russa.

Medvedev ovviamente sa quello che fa. La sua presidenza assisterà a una drammatica ristrutturazione del panorama dei partiti politici del paese. Cosa succederà alle attuali forze in gioco è un altro discorso. Ma attenzione: la creazione di quattro sotto-gruppi all'interno della rappresentanza di Russia Unita alla Duma è ben più di un caso burocratico. Qualcosa bolle in pentola nel "partito di Putin".

Si è cercato di interpretare il discorso di Medvedev come un'indicazione della sua intenzione di condurre una politica estera più "liberale". Queste interpretazioni o sono pessimi casi di pio desiderio o, peggio ancora, il risultato di un equivoco sul significato di "liberale" in politica estera.

Medvedev difenderà gli interessi nazionali della Russia con la stessa forza e la stessa passione del suo predecessore, il presidente Putin. La sola cosa a cui Medvedev può avere alluso nel suo discorso è che l'Occidente può avere una seconda occasione per capire gli obiettivi, le obiezioni e le contrarietà della Russia negli affari globali.

In questo senso Medvedev sarà pronto a incontrare tutti i leader stranieri che vorranno incontrare lui. Medvedev si presenterà a questi incontri a occhi aperti e lascerà che i suoi interlocutori sbircino nella sua anima.

Originale da: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 29 gennaio 2008

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