martedì, aprile 28, 2009

Gli Stati Uniti, l'Iran e il mercato dell'energia

Gli Stati Uniti promuovono l'Iran sul mercato dell'energia

di M. K. Bhadrakumar

La scorsa settimana l'amministrazione Barack Obama ha fatto la sua prima mossa nella geopolitica dell'Eurasia con la nomina di Richard Morningstar a inviato speciale per l'energia eurasiatica. Il brillante e straordinariamente efficace diplomatico dell'amministrazione Bill Clinton torna dunque alla sua specialità.

Curiosamente, malgrado i consistenti legami con Big Oil, le prestazioni dell'amministrazione George G. Bush nella sfera della politica energetica sono state mediocri, e il russo Vladimir Putin ha battuto gli Stati Uniti nel Caspio. Adesso entra in scena Morningstar. Durante l'amministrazione Bush è stato consigliere speciale sull'ex Unione Sovietica del presidente e del segretario di stato, consulente speciale sulla diplomazia energetica nel bacino del Caspio e ambasciatore all'Unione Europea. Ha avuto un ruolo cruciale nella promozione – in condizioni di assoluta inferiorità – dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che emerge come una conquista duratura della diplomazia energetica degli Stati Uniti nel periodo post-sovietico.

Mosca dovrebbe prendere nota del rientro in campo di un formidabile avversario. Con quell'esperienza nell'Unione Europea e nella diplomazia energetica nel Caspio, la nomina di Morningstar significa che Washington intende fare un altro tentativo con il progetto del gasdotto Nabucco. Per agire con decisione e per mettere in moto il progetto bisogna procurarsi i finanziamenti, assicurarsi le necessarie forniture di gas, neutralizzare le contromosse russe e garantirsi il sostegno europeo. Il progetto Nabucco potrebbe riscrivere le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea e consolidare la leadership transatlantica degli Stati Uniti. Il gasdotto lungo 3300 chilometri dal Caspio all'Austria attraverso la Turchia ridurrebbe la crescente dipendenza dell'Unione Europea dall'energia russa.

Nel 1998, in un importante discorso strategico, Morningstar disse: “L'obiettivo fondamentale della politica statunitense nel Caspio non è semplicemente quello di costruire gasdotti e oleodotti. Consiste piuttosto nell'usare quegli oleodotti e quei gasdotti, che devono essere validi sul piano commerciale, come strumenti per creare un quadro politico ed economico che rafforzi la cooperazione e la stabilità regionale e incoraggi le riforme per i prossimi decenni”.

Da allora la situazione è molto cambiata. Oggi la Russia sta risorgendo ed è molto diversa dal paese debole e traballante con cui aveva a che fare Morningstar negli anni Novanta. Neanche gli altri paesi produttori d'energia dello spazio post-sovietico – l'Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan e l'Uzbekistan – possono più essere presi sottogamba. Sanno come funziona il mercato, sono abili nella negoziazione e non si fanno intimidire dalla diplomazia internazionale. La Cina è apparsa all'orizzonte come attore geopolitico dagli istinti assassini e dagli impareggiabili muscoli finanziari. Anche l'Iran si appresta a scendere in campo, e la Turchia non segue più docilmente i desideri americani.

Grandi potenze europee come la Germania, l'Italia, i Paesi Bassi e l'Austria hanno estesi legami energetici con la Russia e sono poco inclini a veder tracciare linee di divisione tra Occidente e Oriente. Purtroppo c'è una totale disunione nei tentativi di formulare la politica estera europea. I paesi membri non confidano nella capacità dell'Unione Europea di proteggere i loro interessi e preferiscono invece iniziative nazionali bilaterali su questioni di sicurezza energetica. La crisi finanziaria ed economica scoraggia progetti dalla lunga gestazione e che necessitano di pesanti investimenti.

Inoltre Nabucco pone dei problemi. Come gasdotto che punta a trasportare il gas del Caspio verso l'Europa meridionale deve affrontare la forte rivalità del progetto South Stream voluto dalla Russia. Questa rivalità si è vista a Sofia, in Bulgaria, alla conferenza sul “Gas naturale per l'Europa” di venerdì, alla quale hanno presenziato 28 paesi europei, caspici e centro-asiatici, nonché Morningstar. La conferenza ha accuratamente evitato di appoggiare l'uno o l'altro progetto.

Inoltre c'è una triplice divisione tra i paesi europei riguardo a Nabucco. Né la Germania né l'Italia – che si sono assicurate rapporti energetici bilaterali con la Russia – sono inclini a fare ulteriori investimenti in progetti di diversificazione energetica, mentre i paesi della “Nuova Europa” vedono Nabucco come un modo per sottrarsi alla dipendenza dal gas russo. Nel frattempo gli Stati balcanici vogliono sia Nabucco che South Stream, dato che hanno l'occasione di intascare pesanti tariffe di transito. E la Turchia, che ambisce a diventare lo snodo energetico dell'Europa se Nabucco verrà realizzato, spera di usare questa carta per conquistarsi l'ingresso nell'Unione Europea, prospettiva invisa alla “Vecchia Europa”.

Un'altra spinosa questione è rappresentata dalla necessità di assicurarsi le riserve upstream per Nabucco. L'Azerbaigian, che è un potenziale fornitore per Nabucco, si è recentemente avvicinato a Mosca e ha firmato un contratto per fornire gas azero ai gasdotti russi. Morningstar dovrà persuadere Baku a tornare all'ovile. Ha contatti eccellenti a Baku, ma Baku ha una forte tendenza a compiacere Mosca.

I legami fraterni tra l'Azerbaigian e la Turchia recentemente si sono allentati a causa del riavvicinamento (incoraggiato da Washington) tra Turchia e Armenia. Baku ha avvertito che la prevista apertura della frontiera turco-armena “potrebbe provocare tensioni e sarebbe contraria agli interessi dell'Azerbaigian”. Conta sull'appoggio di Mosca per il ritiro delle truppe armene dalle regioni che circondano il Nagorno-Karabach, insistendo che la “normalizzazione delle relazioni turco-armene deve procedere parallelamente al ritiro delle truppe armene dalle terre occupate dell'Azerbaigian”.

Se Mosca riesce a ottenere un ritiro delle truppe armene il grande gioco caucasico muterà radicalmente. È significativo che durante la sua visita a Mosca del 17 aprile il Presidente azero Ilham Aliyev abbia detto di non vedere ostacoli a un contratto per la fornitura di gas alla maggiore compagnia energetica russa, Gazprom.

Senza il gas azero Nabucco potrebbe venir meno. Questo ha spinto gli Stati Uniti ad assicurarsi le riserve di gas del Turkmenistan. Non sorprende che Bruxelles e Washington si siano entusiasmate quando durante la conferenza sull'energia svoltasi giovedì ad Ašgabat il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov ha detto: “Oggi stiamo alla ricerca di condizioni che ci permettano di diversificare le rotte energetiche e di includere nuovi paesi e regioni nella geografia delle rotte... Una componente cruciale per assicurare l'affidabilità delle consegne energetiche internazionali è la diversificazione delle rotte, la creazione di un'infrastruttura ramificata per la consegna ai consumatori”.

Ma è troppo presto per festeggiare. Per citare Ana Jelenkovic, analista del think tank londinese con sede a Londra Eurasia Group, “Penso che molti europei e gli Stati Uniti stiano cercando di sfruttare quella che vedono come una flessione nelle relazioni tra la Russia e il Turkmenistan, ma io non mi affretterei a definirla una frattura geopolitica significativa”.

Gli Stati Uniti stanno in effetti studiando tutte le opzioni. Con una mossa sorprendente, durante l'incontro con i giornalisti dopo la conferenza di Sofia Morningstar ha parlato dell'Iran come di un potenziale fornitore di gas per Nabucco. “Ovviamente adesso ricevere gas dall'Iran crea delle difficoltà per gli Stati Uniti e per altri paesi coinvolti”, ha ammesso.

“Ci [gli Stati Uniti] siamo rivolti all'Iran, vogliamo dialogare con l'Iran, ma per ballare bisogna essere in due e speriamo che riceveremo dall'Iran riscontri positivi”, ha detto Morningstar. Avrebbe anche detto che Nabucco potrebbe benissimo esistere senza il gas iraniano, ma che gli Stati Uniti stanno realmente cercando di dialogare con Teheran. Era speranzoso sull'esito, dato che in caso di disgelo una possibile “carota” sarebbe lo sviluppo del settore energetico iraniano con tecnologia occidentale. Ha fatto capire che l'Iran è destinato a trarre enormi vantaggi dal profondo impegno dell'amministrazione Obama a favore della sicurezza energetica dell'Europa.

Fatto interessante, proprio mentre Morningstar parlava a Sofia, il delegato degli Stati Uniti alla conferenza di Ašgabat, il vice assistente del Segretario di Stato George Krol, nel suo discorso ha fatto un'altra proposta che coinvolge l'Iran. Ha detto che gli Stati Uniti restano aperti alla prospettiva di esportare gas dall'Asia Centrale verso l'Europa attraverso l'Iran, che confina a sud con il Turkmenistan. Il pubblico di Krol comprendeva delegati iraniani.

Evidentemente l'Iran aveva previsto l'inevitabilità di questo cambiamento di mentalità degli Stati Uniti. A febbraio aveva firmato una bozza d'accordo per lo sviluppo dei giganteschi giacimenti di gas di Yolotan-Osman, vicino al Turkmenistan orientale. L'Iran ha anche firmato un contratto per aumentare l'acquisto annuale di gas turkmeno a 10 miliardi di metri cubi, un quinto di quello che la Russia compra dal Turkmenistan. L'Iran ha anche discusso con la Turchia il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa attraverso il gasdotto Iran-Turchia già esistente. Gli Stati Uniti inizialmente si erano opposti alla cooperazione turca con l'Iran su questo fronte, ma ora c'è uno spostamento di paradigma, con Washington a promuovere proprio questa cooperazione e a premere perché il gas iraniano assicuri la sicurezza energetica degli alleati europei.

Sorge però un interrogativo a proposito del testa a testa tra gli Stati Uniti e la Cina, in gara per accedere al gas turkmeno (e iraniano). La Cina è prossima a completare un gasdotto attraverso il Kazakistan e l'Uzbekistan verso il Turkmenistan (che può anche essere esteso all'Iran) che permetterà di esportare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno entro i prossimi due anni. Pechino si dice fiduciosa sulla possibilità che i lavori sul gasdotto da 7000 chilometri terminino entro la fine di quest'anno. Il Turkmenistan ha promesso di fornire 40 miliardi di metri cubi di gas attraverso questo gasdotto.

Curiosamente, Morningstar ha adottato un atteggiamento differenziato con la Cina. Per quanto riguarda South Stream, ha espresso il proprio scontento senza mezze misure. Ha affermato con durezza: “Abbiamo dubbi su South Stream... Abbiamo dei gravi problemi”. Ma passando a parlare di Cina il suo atteggiamento è mutato completamente.

“Vogliamo sviluppare relazioni di collaborazione con tutti i paesi coinvolti”, ha detto Morningstar. “Viviamo un momento di crisi finanziaria che rappresenta davvero un problema per tutti noi. Non possiamo permetterci di litigare su questi argomenti e dobbiamo tentare di essere costruttivi e di di occuparci tutti insieme dei problemi comuni.

“La Cina è un paese con il quale ritengo che noi negli Stati Uniti vogliamo dialogare, a proposito di questioni energetiche. Non penso che sia una cattiva idea che la Cina sia coinvolta in Asia Centrale. Penso che questo sia d'aiuto ai paesi centroasiatici. Forse ci sono possibilità di cooperazione che riguardano le compagnie europee, le compagnie americane, i paesi europei, gli Stati Uniti – forse possiamo cooperare con la Cina in quella parte del mondo ed è un'occasione che dobbiamo almeno esplorare in quanto area di possibile cooperazione”.

A una sola settimana dall'inizio del suo nuovo incarico Morningstar ha già cominciato ad attaccare la volata. Ha delineato un ambizioso piano per la diplomazia energetica degli Stati Uniti nel Caspio che pone la sicurezza energetica europea sotto l'ala degli Stati Unitie punta a neutralizzare le conquiste russe nel Caspio risalenti all'era Bush. Ma vede positivamente le incursioni cinesi nell'Asia Centrale in quanto rispondono agli interessi geopolitici degli Stati Uniti di isolare la Russia e di stroncare le pretese di Mosca di considerare la regione come propria sfera di influenza.

Chiaramente Washington adotterà con l'Iran un approccio estremamente pragmatico. Sta segnalando la propria disponibilità a rinunciare alle sanzioni contro l'Iran e a promuovere invece l'Iran come rivale della Russia nel mercato europeo del gas sia come fornitore che come paese di transito per il gas centroasiatico. Pochi annali della storia diplomatica moderna eguaglierebbero il realismo degli Stati Uniti.

Washington spera dunque di ricostruire anche le relazioni USA-Iran. Teheran ha un disperato bisogno di modernizzare la sua industria energetica e di sviluppare il suo settore del gas naturale liquefatto, che fornisce lucrosissime opportunità di lavoro per le compagnie petrolifere hi-tech statunitensi. Non c'è dubbio che si tratti di una situazione favorevole sia a Washington che a Teheran.

Originale: US promotes Iran in energy market

Articolo originale pubblicato il 27/04/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, aprile 20, 2009

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

[Per i turisti virtuali del Pipelineistan].

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

di
M. K. Bhadrakumar

La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali – la Russia e l'Occidente – stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie.

Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao martedì scorso.

La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina.

Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde.

Nel suo ultimo rapporto regionale, il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato una dura previsione economica per l'Asia Centrale. L'FMI prevede che la crescita economica, che era al 12% nel 2007 e al 6% nel 2008, rallenterà per giungere sotto il 2% nel 2009 con l'instaurarsi di una “grande recessione”. Un alto rappresentante dell'FMI ha detto: “Fino a poco tempo fa la regione era inondata dai proventi dell'esportazione delle materie prime, dagli afflussi di capitale e dalle rimesse. Ciò ha portato a significativi guadagni economici negli ultimi anni con un PIL [prodotto interno lordo] pro capite in crescita impressionante”.

Tuttavia la situazione sta peggiorando. Il punto è che gli esportatori di gas e petrolio sono gravemente colpiti dal calo della domanda globale e dalla brusca caduta dei prezzi. Nello stesso tempo, i paesi dell'Asia Centrale patiscono duramente le conseguenze delle restrizioni finanziarie dei mercati finanziari internazionali, che si traducono nel difficile ottenimento di capitali stranieri.

Durante un vertice della Comunità Economica Eurasiatica tenutosi a Mosca a febbraio, la Russia ha avviato la creazione di un fondo di salvataggio di 10 miliardi di dollari finanziato dalla Russia e dal Kazakistan per aiutare le economie degli stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Ma la capacità della Russia e del Kazakistan di svolgere questo ruolo è messa gravemente in dubbio. Febbraio sembra già molto lontano ora che la crisi in Russia e in Kazakistan si è aggravata.

Le cifre riportate alla fine di marzo dall'ente statistico russo Rosstat suggeriscono chiaramente che l'economia è nei guai. A febbraio la produzione di servizi e prodotti essenziali è calata dell'11,6% mentre i proventi delle esportazioni – il cui grosso è costituito dalle esportazioni di gas e petrolio – hanno registrato un crollo del 40%. La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del 4,5% dell'economia nel 2009 e tempi di ripresa lenti. La Russia ha già impegnato 85 miliardi di dollari in tentativi di stabilizzazione.

La crisi della Russia è direttamente collegata con il netto calo dei proventi delle esportazioni di gas e petrolio. Il colosso energetico Gazprom ha rivisto recentemente la sue previsioni sui prezzi per l'esportazione del gas verso l'Europa a 257,9 dollari per mille metri cubi di gas. Nel 2008 il prezzo stava a 409 dollari per mille metri cubi. Il quotidiano russo Vedomosti stima che a un prezzo medio di 260 dollari per mille metri cubi i proventi della Russia per le esportazioni di gas quest'anno saranno di 44 miliardi contro i 73 dell'anno scorso.

Il quotidiano finanziario Kommersant ha riferito che con il calo della domanda di gas russo Gazprom si ritroverà con un problema di liquidità, il che a sua volta potrebbe colpire duramente il programma di investimenti di cui la Russia ha estremo bisogno per la prospezione di nuovi giacimenti di gas.

I maggiori giacimenti di gas dell'epoca sovietica hanno ormai fatto il loro tempo. Mosca si aspetta di riuscire a rimediare al crollo della produzione con lo sviluppo di nuovi giganteschi giacimenti. I giacimenti di Bovanenkovskoe sulla Penisola Jamal avrebbero dovuto cominciare a produrre gas entro il 2011, e Štokman entro il 2015. Ma la crisi finanziaria a Ovest influenza i nuovi investimenti.

Nel frattempo si prevede che la produzione di gas di Gazprom cali a 510 miliardi di metri cubi nel 2009 dai 550 del 2008. Dunque Gazprom potrebbe essere costretta a limitare le sue esportazioni a 170 miliardi di metri cubi nel 2009, rispetto ai 179 dello scorso anno. La caduta della produzione di gas della Russia sembra verificarsi prima del previsto.

Dunque per la Russia è aumentata l'importanza dell'Asia Centrale come fonte di energia a buon prezzo. Attualmente Gazprom sta comprando circa 50 miliardi di metri cubi di gas dal Turkmenistan, 15 dal Kazakistan e 7 dall'Uzbekistan. Lo scorso anno i produttori centroasiatici hanno inciso per circa il 14% sulla produzione totale di Gazprom. Tuttavia i produttori dell'Asia Centrale devono avere ormai capito che la Russia non ha le risorse finanziarie per onorare i propri impegni nel settore della cooperazione energetica.

Alla fine di marzo, quando il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha visitato Mosca, ci si aspettava che i colloqui avrebbero portato all'avvio dell'espansione del cosiddetto gasdotto Prikaspijskij, concordata più di due anni fa. Il progetto è fondamentale perché la Russia acquisti più gas dal Turkmenistan. Comporta l'espansione del gasdotto d'epoca sovietica lungo la costa orientale del Mar Caspio via Kazakistan verso la Russia. Ma Berdymukhamedov ha esitato.

Pechino deve aver tenuto conto delle nuove circostanze quando il 17 febbraio ha firmato un inaudito accordo “petrolio in cambio di prestiti” con la Russia. In base all'accordo la Banca cinese per lo Sviluppo presterà 25 miliardi di dollari a un tasso di interesse annuale del 6% alla compagnia statale russa Rosneft e al monopolio degli oleodotti Transneft. In cambio la Cina riceverà dalla Russia circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno a partire dal 2011 per la durata di 20 anni. Il volume totale delle forniture petrolifere russe previste da questo accordo costituisce circa il 4% dell'attuale consumo cinese di petrolio e circa l'8% delle attuali importazioni della Cina. Rosneft riceverà 15 miliardi di dollari.

Transneft riceverà i restanti 10 miliardi in cambio della costruzione del ramo cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO) da Skovorodino nella Siberia orientale allo snodo petrolchimico cinese di Daqing. La Cina aveva già finanziato lo studio di fattibilità del progetto, costato 37 milioni di dollari.

Si prevede che la prima fase dell'ESPO avrà una capacità di 30 milioni di tonnellate l'anno e la seconda fase una capacità di 80 milioni di tonnellate. Transneft dovrebbe completare la prima fase (Tajšet-Skovorodino) entro la fine di quest'anno e cominciare la costruzione della seconda fase (Skovorodino-Kazimo) a dicembre. L'intero progetto sarà completato entro la fine del 2010.

Chiaramente il prestito cinese è una boccata d'aria per le due compagnie energetiche russe, consentendo loro di realizzare i loro prestiti di rifinanziamento nel 2009 e di continuare con le loro spese in conto capitale. Il prestito va anche in una certa misura a compensare la fuga di capitali occidentali dalla Russia. Indubbiamente la Cina ha fatto una mossa intelligente.

Uno, è sempre cosa saggia assicurarsi forniture energetiche a lungo termine. Due, il prezzo del petrolio russo sarà decisamente più basso dei prezzi sul mercato a pronti, dove la Cina attualmente acquista il grosso delle sue importazioni. Tre, la Cina è riuscita a convincere la Russia a fornirle petrolio con un oleodotto a destinazione unica verso la Cina. Quattro, la Cina riduce la propria dipendenza dal petrolio mediorientale. Cinque, la Cina sta riducendo anche la propria dipendenza dalla rotta di trasporto che attraversa lo Stretto di Malacca.

Ma soprattutto la Cina ha persuaso Mosca a impegnare quantità significative del suo petrolio lontano dal suo tradizionale mercato europeo. Mosca ha spesso alluso alla prospettiva di una diversificazione del mercato asiatico, ma continuava a fissarsi sul mercato occidentale. Quell'atteggiamento sta cambiando. Inoltre la Cina potrebbe avere finalmente galvanizzato un programma completo di cooperazione energetica con la Russia. La cooperazione energetica sino-russa aveva mostrato di recente segni di stanchezza dopo gli inizi promettenti registrati durante la storica visita in Cina dell'allora presidente russo Vladimir Putin nel marzo del 2006.

Putin, ora primo ministro, aveva proposto di esportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto dell'Altai, lungo 6700 chilometri e costato 10 miliardi di dollari. Ma da allora su questo fronte non si è mosso praticamente nulla, con la scusa delle divergenze su un prezzo del gas reciprocamente vantaggioso, mentre Mosca è rimasta concentrata sul mercato europeo. Questo atteggiamento sta cambiando.

A febbraio il Cremlino ha deciso di risuscitare il progetto dell'Altai quando il Presidente Dmitrij Medvedev ha scritto al Presidente cinese Hu Jintao offrendogli la completa cooperazione in progetti energetici bilaterali. Gazprom ha da allora mostrato interesse per la creazione di una joint venture per il commercio del gas con la Corporazione Petrolifera Nazionale cinese: collaborazione che permetterebbe alla compagnia russa di partecipare alle vendite del gas al dettaglio sul mercato cinese in cambio di prezzi favorevoli.

Anche il Kazakistan, il principale produttore di energia dell'Asia Centrale, si trova a dover affrontare una crisi finanziaria simile a quella russa. Il Primo Ministro kazako Karim Masimov lo ha recentemente sottolineato paragonando la crisi a una situazione in tempo di guerra, che necessita di una risposta sul piede di guerra. Non stava esagerando.

Con il crollo del prezzo del petrolio a 50 dollari al barile rispetto ai 150 dello scorso luglio, c'è una grave stretta delle risorse. Inoltre il Kazakistan ha motivo di temere che la crisi possa andare per le lunghe. Certo, il paese sta spendendo quasi 15 miliardi o il 14% del suo PIL in pacchetti di stimolo. Ma il governo ha comunque cominciato a tagliare posti di lavoro nelle imprese statali. Si è posto il veto alle nuove assunzioni. Le speranze iniziali che i nuovi progetti per le infrastrutture potessero mantenere stabili i salari sono sfumate. La disoccupazione è in crescita, e questo è motivo di grande preoccupazione politica.

È in questo contesto che la Cina ha risposto alla richiesta d'aiuto del Kazakistan. Martedì, durante una visita di cinque giorni (15-19 aprile) di Nazarbayev, a Pechino sono stati firmati due accordi per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in cambio del diritto, tra le altre cose, a una grossa partecipazione nel settore energetico del paese centroasiatico. L'Eximbank cinese presterà alla Banca statale per lo Sviluppo del Kazakistan 5 miliardi di dollari. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese presterà a sua volta 5 miliardi di dollari a KazMunaiGas, la compagnia petrolifera nazionale.

Le due compagnie petrolifere hanno anche firmato un accordo separato che dà alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese una quota del 49% in MangistauMunaiGas (MMG), un produttore petrolifero locale. (Il Kazakistan e la Cina hanno anche firmato un accordo preliminare per costruire una “via di trasporto su strada” che colleghi la Cina occidentale all'Europa. Altri accordi prevedono schemi di cooperazione nei settori dell'agricoltura, dell'istruzione, delle finanze e delle telecomunicazioni).

La intenzioni di Pechino sono assolutamente trasparenti: la Cina attingerà ai 1950 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare diritti di prospezione in Asia Centrale, ovunque siano disponibili. Nazarbayev ha dichiarato all'agenzia d'informazione Xinhua alla vigilia della sua partenza per la Cina che il ruolo della Cina ha un'importanza globale. Il suo enorme mercato, le abbondanti riserve di valuta estera e l'“efficace risposta alla crisi” costituiscono un “sostegno enorme alla ripresa economica mondiale”, ha detto.

Il Kazakistan, inoltre, è una destinazione sicura per gli investimenti. Possiede più del 3% delle riserve di petrolio accertate del mondo. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, ha ricevuto 21 miliardi di dollari in investimenti per la prospezione e la produzione. L'aspetto interessante è che la Cina si avvia all'acquisto di MMG, sconfiggendo la Gazprom russa e l'ONGC (Oil and Natural Gas Commission, Commissione per il Petrolio e il Gas Naturale) indiana, entrambe compagnie statali. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese ha vinto offrendo il pacchetto di investimenti da 10 miliardi che né la Russia né l'India potevano eguagliare. La Cina ha evidentemente adottato una visione a lungo termine. MMG ha riserve di greggio stimate in 1,32 miliardi barili e ha anche una quota del 58% nella raffineria petrolifera di Pavlodar, oltre a gestire una catena di stazioni di servizio.

La Cina non è un nuovo investitore nel settore energetico kazako. Possiede già Aktobemunaigas, che produce 120.000 barili di petrolio al giorno, e il 67% di PetroKazakhstan, che ne produce 150.000. È anche socio alla pari, insieme alla compagnia petrolifera statale kazaka KazMunaiGas, dell'oleodotto da 200.000 barili al giorno dal Caspio al confine con lo Xinjiang.

Nel frattempo sono in programma i lavori sul progetto di un gasdotto dal Turkmenistan alla Cina via Uzbekistan. La Cina lo sta finanziando. La tratta turkmena del gasdotto è lunga 188 chilometri e sarà completata entro la fine del 2009. In Kazakistan e Uzbekistan sono già stati posati più di 1200 chilometri di gasdotto.

Non dovrebbe sorprendere che Pechino ora ricorra al proprio potere finanziario per far sì che il gasdotto consegni in maniera ottimale il gas al confine occidentale della Cina. Di fatto le forniture del gas alla Cina attraverso il nuovo gasdotto comporteranno un'importante diversificazione delle esportazioni di gas della regione centroasiatica, allontanandole dalla Russia e dall'Europa.

Originale: Cash-rich China courts the Caspian

Articolo originale pubblicato il 18/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 07, 2009

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

di M. K. Bhadrakumar

I faccia a faccia tra i presidenti degli Stati Uniti e della Russia hanno alle spalle una storia di ottimismo carico di promesse che poi si rivela illusorio e fugace. L'incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, ne è stato un perfetto esempio. Il summit di Soči produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione strategica tra le due grandi potenze.

Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USA-Russia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo. Un'atmosfera di sfiducia, dovuta a tutti questi contrasti, scese sui legami USA-Russia.

Inoltre continuava a saltar fuori una questione fondamentale: quanto è centrale la Russia per gli interessi globali degli Stati Uniti? È dunque facile comprendere perché l'intensità retorica dell'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente russo Dmitrij Medvedev svoltasi in margine al summit del G20 di Londra, il 1° aprile, venga valutata con prudenza dalla maggior parte dei commentatori. È vero disgelo? Il “riavvio” delle relazioni USA-Russia è destinato a prendere velocità? Sono queste le domande all'ordine del giorno.

Una cosa è certa: le relazioni USA-Russia hanno toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda e potrebbero solo migliorare. Di certo, a giudicare dal disagio evidente nelle valutazioni dell'incontro di Londra da parte dei fautori della Guerra Fredda, potrebbe apparire un nuovo tono nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che il rapporto ha acquisito una “qualità nuova”.

Lavrov, eccellente diplomatico non portato per l'iperbole, ha detto che ai colloqui di Londra si è creato un “nuovo clima nelle relazioni”. “C'è interesse reciproco, e soprattutto disponibilità ad ascoltarsi a vicenda, cosa che mancava da molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.

Chiaramente, l'incontro è stato ben più di quello che Lavrov ha modestamente riassunto. Le due parti evidentemente hanno fatto un grande lavoro preparatorio per far sì che il colloquio fosse produttivo.

Prima del faccia a faccia Obama-Medvedev, oltre alle consultazioni di Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel.

Nel frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la Russia”, diffuso il 16 marzo. La commissione faceva tre fondamentali osservazioni: Uno, negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Russia avevano toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Due, un impegno americano volto a migliorare le relazioni USA-Russia non è né un premio da offrire in cambio della buona condotta di Mosca in campo internazionale né un sostegno alla politica interna del governo russo. Tre, è un riconoscimento dell'importanza della cooperazione russa nel raggiungimento di obiettivi americani essenziali: dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee.

Le principali raccomandazioni della Commissione comprendevano: primo, cercare la cooperazione della Russia con l'Iran; secondo, lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di non-proliferazione; terzo, rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca e compiere un autentico sforzo per sviluppare un approccio collaborativo alla minaccia comune rappresentata dai missili iraniani; quarto, accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare l'impegno a difendere la loro sovranità; e quinto, lanciare un serio dialogo sul controllo degli armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Il proposito della Commissione, nelle parole di Hart, è stato quello di “costruire nel nostro paese una base limitata che offrirà sostegno alla nuova amministrazione [Obama] nei suoi sforzi per migliorare le relazioni [USA-Russia]”. Prima di andare a Mosca, Hart e Hagel hanno incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jim Jones e altri rappresentanti dell'amministrazione Obama. È un fatto che, ricevendoli al Cremlino il 10 marzo, Medvedev ha sottolineato che i segnali provenienti da Washington erano incoraggianti. “Purtroppo le nostre relazioni sono deteriorate in misura significativa negli ultimi anni. Questo fatto ci rattrista”, ha detto Medvedev. “Crediamo di avere ogni opportunità per aprire una pagina nuova nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti. I segnali che riceviamo oggi dagli Stati Uniti – mi riferisco ai segnali che sto ricevendo dal Presidente Obama – mi sembrano assolutamente positivi”.

E di fatto le dichiarazioni (e le azioni) di Washington e Mosca nelle ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite dalla Commissione Hart-Hagel. La Commissione affermava:
Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili – e i nostri interessi nel gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera, concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa economica globale.
Con straordinario candore la Commissione proponeva: “Dobbiamo anche significativamente migliorare la nostra comprensione degli interessi russi come i russi li definiscono”. Con il senno di poi, la commissione praticamente delineava i punti all'ordine del giorno dell'incontro di Londra. Dunque, se i risultati concreti di Londra possono sembrare scarsi, ciò che conta è che è stato avviato uno sforzo sostenuto e coerente per creare una massa critica nelle relazioni USA-Russia, che potrebbe benissimo sostanziarsi nei prossimi due o tre mesi.

Chiaramente la decisione dell'incontro Obama-Medvedev di perseguire un nuovo accordo per la riduzione delle armi nucleari segnala già di per sé un drammatico ribaltamento dell'ostinata posizione dell'amministrazione George W. Bush. Per citare Obama, la decisione ha segnato l'“inizio di una nuova fase di progresso nelle relazioni USA-Russia” dopo anni di stallo. La prevista visita di Obama a Mosca entro i prossimi tre mesi – prima del summit del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.

Le due parti non si sono ancora accordate su un nuovo limite, ma è ovvio che l'accordo andrà oltre il Trattato per la Riduzione delle Offese Strategiche del 2002, che impegnava entrambe le parti a mantenere i rispettivi arsenali nucleari sotto il limite delle 2200 testate entro il 2012.

I fautori della Guerra Fredda potranno dire che i colloqui sulla riduzione delle armi costituiscono un'importante concessione da parte di Obama, giacché “eleva” lo status della Russia nella comunità internazionale a quello di pari degli Stati Uniti. Del resto Obama sa che senza una profonda cooperazione da parte della Russia tutti i suoi piani in materia di non-proliferazione non riuscirebbero a decollare. Per citare Obama, “Sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri passi per ridurre l'arsenale nucleare”.

È vero che i due presidenti hanno ammesso che permangono divergenze sulla dibattuta questione del dispiegamento di elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa. Ma presumibilmente si rendono anche conto che non è più una questione pressante, e che la cooperazione USA-Russia è fattibile. In ogni caso, Mosca sa che Obama non ha l'entusiasmo di Bush nel promuovere la cosa imponendo le condizioni americane, e inoltre l'opinione pubblica ceca è sempre più contraria al dispiegamento statunitense.

Anche le tensioni per l'allargamento della NATO si sono alleggerite, mentre trapela che l'ingresso dell'Ucraina o della Georgia nell'alleanza è semplicemente escluso per almeno 15-20 anni. Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008 nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia.

Invece ciò che ha dato uno slancio sostanziale all'incontro di Londra tra Obama e Medvedev aveva a che fare con la cooperazione USA-Russia in Afghanistan. La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi, Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le Nazioni Unite in un ruolo chiave”. (Corsivo dell'Autore)

È molto significativo che i russi abbiano deciso di calare l'asso offrendo agli americani alla vigilia dell'incontro di Londra il transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei rifornimenti militari degli Stati Uniti (e della NATO) diretti in Afghanistan. Essenzialmente i russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di transito come il problematico Pakistan.

Ciò che emerge è che Mosca ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan. E che non c'è niente di meglio, per stabilizzare le relazioni USA-Russia, che offrire piena cooperazione agli Stati Uniti nell'Hindu Kush. (A proposito, questo approccio è in linea con la prognosi della Commissione Hart-Hagel)

Bella pensata da parte di Mosca. Si basa sull'attenta analisi del fatto che non esiste alcun reale conflitto di interessi tra la Russia e gli Stati Uniti in Afghanistan finché la relazione USA-Russia si basa sulla sensibilità verso i reciproci interessi vitali.

Ciò risulta evidente se passiamo in rassegna i postulati fondamentali della nuova strategia afghana di Obama. Questa nuova strategia tanto reclamizzata – “più forte, più intelligente e completa” - si basa essenzialmente su nove principi.

Uno, c'è un collegamento fondamentale tra il futuro dell'Afghanistan e quello del Pakistan. Due, al-Qaeda rappresenta una minaccia per l'esistenza del Pakistan. Tre, la capacità del Pakistan di affrontare la minaccia di al-Qaeda è legata alla sua forza e alla sua sicurezza. Quattro, il Pakistan ha bisogno dell'aiuto degli Stati Uniti, ma dev'essere responsabilizzato. Cinque, le conquiste dei taliban in Afghanistan devono essere azzerate e bisogna promuovere un governo afghano più capace e responsabile. Sei, il “surge” dovrebbe avere componenti sia militari che civili, e queste dovrebbero essere integrate. Sette, la precondizione di una pace duratura è che deve esserci riconciliazione tra gli ex nemici. Otto, al-Qaeda può essere isolata e colpita seguendo lo schema del Risveglio Sunnita intrapreso con successo in Iraq. Nove, è necessaria la partecipazione internazionale, soprattutto quella della NATO.

Mosca non ha problemi con nessuno di questi parametri. Dunque il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati Uniti a stabilizzare l'Afghanistan. La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice, diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno dell'aiuto di chiunque.

Se la Russia riesce a capitalizzare sul conseguente favore degli Stati Uniti per creare un positivo clima di collaborazione nelle relazioni USA-Russia, questo avrà un impatto profondo sul sistema internazionale. Le potenze regionali osserveranno con molta attenzione, e forse hanno già cominciato a pensare come calibrare le loro mosse in Afghanistan. La posta è alta soprattutto per l'Iran e per il Pakistan.

Originale: US-Russia ties on a new trajectory

Articolo originale pubblicato il 4/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, aprile 02, 2009

Guerra Liquida: benvenuti nel Pipelineistan

Guerra liquida: benvenuti nel Pipelineistan

di Pepe Escobar

Quello che accade sull'immenso campo di battaglia per il controllo dell'Eurasia fornirà gli elementi decisivi nella corsa sfrenata verso un nuovo, policentrico ordine mondiale, il cosiddetto Nuovo Grande Gioco.

La cara vecchia insensata “ guerra globale al terrore” che il Pentagono ha astutamente ricommercializzato come “la guerra lunga”, ha una gemella ben più importante anche se semi-nascosta: una guerra globale per l'energia. Mi piace definirla la Guerra Liquida, perché il suoi vasi sanguigni sono gli oleodotti e i gasdotti che attraversano i potenziali campi di battaglia imperiali del pianeta. In altre parole, se la sua assediata e cruciale frontiera in questi giorni è il Bacino del Caspio, la sua scacchiera è la totalità dell'Eurasia. La definiremo, geograficamente, Pipelinestan.

Tutti i drogati di geopolitica hanno bisogno della loro dose. Io ho la fissa di gasdotti e oleodotti fin dalla seconda metà degli anni Novanta. Ho attraversato il Caspio su un cargo azero solo per seguire l'oleodotto da 4 miliardi di dollari Baku-Tblisi-Ceyhan, meglio noto in questo gioco degli scacchi con l'acronimo BTC, nel Caucaso. (Oh, a proposito, la mappa del Pipelineistan pullula di acronimi, fateci l'abitudine!)

Ho anche percorso alcune delle moderne e accavallate Strade della Seta, o forse Pipeline della Seta, i possibili flussi energetici futuri da Shanghai a Istanbul, prendendo nota delle mie rotte fai-da-te per il GNL (gas naturale liquefatto). Seguivo avidamente, manco fosse un eroe conradiano, le avventure del già Re Sole dell'Asia Centrale, l'ora defunto Turkmenbaši o “capo dei turkmeni”, Saparmurat Nijazov, il presidente della Repubblica del Turkmenistan immensamente ricca di gas.

Ad Almaty, allora capitale del Kazakistan (prima che la capitale fosse spostata ad Astana, nel mezzo del mezzo del nulla), la gente del posto era disorientata quando esprimevo l'impulso irrefrenabile di andare ad Aktau, la boomtown del petrolio. (“Perché? Lì non c'è niente”) Entrare nella stanza delle mappe in stile 2001 Odissea nello Spazio della sede del gigante energetico russo Gazprom a Mosca – con la dettagliata rappresentazione digitale di ogni singolo gasdotto e oleodotto in Eurasia – o nel quartier generale della Compagnia Petrolifera Nazionale iraniana a Teheran, con le sue file ordinate di esperte in chador, era per me come entrare nella grotta di Aladino. E non leggere mai le parola “Afghanistan” e “petrolio” nella stessa frase è ancora per me fonte di inesauribile divertimento.

Lo scorso anno il petrolio costava una follia. Quest'anno è relativamente a buon mercato. Ma non lasciatevi ingannare. Il punto qui non è il prezzo. Che piaccia o no, l'energia è ancora quello su cui vogliono mettere le mani tutti quelli che contano. Dunque considerate questo articolo semplicemente la prima puntata di un lungo, lungo resoconto delle mosse che sono state, o saranno, fatte nell'esasperante complessità del Nuovo Grande Gioco, che continua incessante a prescindere da quello che riesce a finire sulle prime pagine.

Dimenticatevi l'ossessione dei grandi media per al-Qaeda, Osama “vivo o morto” bin Laden, i taliban – neo, light, o classici – o la “guerra il terrore”, comunque la chiamino. Sono solo dei diversivi, se paragonati al gioco geopolitico dalla posta altissima che segue ciò che passa per i gasdotti e gli oleodotti del pianeta.

Chi lo dice che il Pipelineistan non può essere divertente?

Citofonare Dottor Zbig
Nel suo fondamentale libro del 1997, La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski – teorico straordinario della realpolitik ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, il presidente che avviò gli Stati Uniti alle loro moderne guerre per l'energia – espose piuttosto dettagliatamente come poteva essere conservato il “primato globale” americano. In seguito il suo piano sarebbe stato diligentemente copiato da quel mucchio letale di Dottor No riuniti nel Project for a New American Century (PNAC, nel caso aveste dimenticato l'acronimo quando i suoi creatori e il sito web sono tramontati) di Bill Kristol.

Per il Dottor Zbig, che come me si procura le dosi in Eurasia – e cioè pensando in grande – tutto si riduce a promuovere la giusta serie di “partner strategicamente compatibili” per Washington in luoghi dove i flussi energetici sono più forti. Questo, come disse allora molto garbatamente, servirebbe a plasmare “un sistema di sicurezza trans-eurasiatico più collaborativo”.

Ormai il Dottor Zbig – tra i cui ammiratori spicca il Presidente Barack Obama – deve essersi accorto che il treno eurasiatico che doveva consegnare le forniture energetiche è stato leggermente dirottato. Il settore asiatico dell'Eurasia, a quanto pare, si permette di dissentire.

Crisi finanziaria globale o no, il gas naturale e il petrolio sono le chiavi a lungo termine di un trasferimento inesorabile di potere economico dall'Occidente all'Asia. Chi controllerà il Pipelineistan – e, nonostante tutti i suoi sogni e i suoi piani, è improbabile che si tratti di Washington – avrà la meglio in tutto ciò che accadrà poi, e non un solo terrorista al mondo, né una “guerra lunga”, potranno cambiare questa realtà.

L'esperto di energia Michael Klare è stato fondamentale per identificare i vettori chiave nella lotta selvaggia e globale per il potere attualmente in corso sul Pipelineistan. Questi vettori vanno dalle sempre più scarse (e difficili da raggiungere) forniture di energia primaria allo “sviluppo dolorosamente lento di alternative energetiche”. Anche se non ve ne siete accorti, le prime schermaglie della Guerra Liquida del Pipelineistan sono già cominciate, e perfino nel momento peggiore per l'economia il rischio è sempre più alto, data la feroce competizione tra l'Occidente e l'Asia, che si svolga in Medio Oriente o nel teatro caspico o negli stati africani ricchissimi di petrolio come l'Angola, la Nigeria e il Sudan.

In queste prime schermaglie del XXI secolo, la Cina ha reagito prontamente. Già prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, i suoi leader formulavano una risposta a ciò che vedevano come una strisciante intrusione dell'Occidente nei territori del petrolio e del gas dell'Asia Centrale, soprattutto nella regione del Mar Caspio. In particolare, nel giugno del 2001 i suoi leader formarono insieme alla Russia la Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, nota come SCO: altro acronimo che vi conviene memorizzare, perché ne sentiremo parlare per un bel po'.

All'epoca i membri minori della SCO erano, significativamente, gli “Stan”, cioè le ex repubbliche dell'Unione Sovietica ricche di risorse – Kirghizistan, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan – su cui l'amministrazione Bill Clinton e poi la nuova amministrazione George W. Bush, guidate da uomini che avevano fatto i soldi con l'energia, avevano messo gli occhi. L'organizzazione doveva essere una società di cooperazione regionale economica e militare a vari livelli che, negli intenti dei russi e dei cinesi, avrebbe funzionato come una sorta di coperta di sicurezza attorno all'estremità superiore dell'Afghanistan.

L'Iran è, naturalmente, un nodo energetico cruciale dell'Asia Occidentale, e anche i suoi leader hanno dimostrato di saper darsi da fare nel Nuovo Grande Gioco. Servono almeno 200 miliardi di dollari in investimenti stranieri per modernizzare concretamente le favolose riserve iraniane di gas e petrolio, e dunque vendere molto di più all'Occidente di quanto ora lo consentano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Non sorprende che l'Iran sia stato presto preso di mira da Washington. Non sorprende che un attacco aereo contro quel paese sia ancora il sogno bagnato definitivo di vari likudnik assortiti come dell'ex vice presidente Dick (“Lenza”) Cheney e i suoi ciambellani e compagni di merende neo-conservatori. Dal punto di vista delle dirigenze da Teheran a Delhi a Pechino e a Mosca, un simile attacco, ora probabilmente escluso almeno fino al 2012, sarebbe una guerra non solo contro la Russia e la Cina, ma contro tutto il progetto di integrazione asiatica che la SCO si propone di rappresentare.

BRIC-a-brac globale
Nel frattempo, mentre l'amministrazione Obama tenta di mettere a punto le sue strategie iraniana, afghana e centro-asiatica, Pechino continua a sognare una versione energetica sicura e veloce della vecchia Strada della Seta che si estenda dal Bacino del Caspio (gli Stan ricchi di energia più l'Iran e la Russia) fino alla provincia dello Xinjiang, il suo Far West.

Dal 2001 la SCO ha ampliato i suoi obiettivi e il suo ambito. Oggi l'Iran, l'India e il Pakistan godono dello status di “osservatori” in un'organizzazione che mira sempre più a controllare e proteggere non solo le forniture energetiche regionali, ma il Pipelineistan in tutte le direzioni. Questo, naturalmente, è il ruolo che nelle intenzioni della dirigenza di Washington dovrebbe spettare all'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico in Eurasia. Visto che la Russia e la Cina si aspettano che la SCO svolga un ruolo simile in Asia, sono inevitabili scontri di vario tipo.

Consultate qualunque esperto dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali di Pechino, e vi dirà che la SCO dovrebbe essere intesa come un'alleanza storicamente unica tra cinque civiltà non occidentali – russa, cinese, musulmana, hindu e buddhista – e grazie a questo in grado di fare da base per la creazione di un sistema di sicurezza collettivo in Eurasia. È certamente un'idea destinata a contrariare gli strateghi globali dell'establishment americano come il Dottor Zbig e il consigliere per la sicurezza nazionale di George H. W. Bush Brent Scowcroft.

Dal punto di vista di Pechino, il nascente ordine mondiale del XXI secolo sarà determinato in misura significativa da un quadrilatero di paesi del BRIC – per quelli di voi che fanno collezione di acronimi da Nuovo Grande Gioco, BRIC sta per Brasile, Russia, India e Cina – più il futuro triangolo islamico di Iran, Arabia Saudita e Turchia. Aggiungeteci un Sudamerica unificato, non più schiavo di Washington, e avrete una SCO-plus globale. Almeno sulla carta, è un sogno ad alto numero di ottani.

La chiave di tutto è la continuazione dell'intesa cordiale sino-russa.

Già nel 1999, osservando l'aggressiva espansione nei Balcani della NATO e degli Stati Uniti, Pechino identificò questo nuovo gioco per quello che era: l'evoluzione di una guerra per l'energia. E la posta in gioco erano i giacimenti di petrolio e di gas naturale di quello che gli americani avrebbero presto cominciato a chiamare “arco di instabilità”, cioè un arco di territori che si estendeva dal Nordafrica alla frontiera cinese.

Non meno importanti sarebbero state le rotte seguite da oleodotti e gasdotti per portare all'Occidente l'energia sepolta in quelle terre. I luoghi in cui sarebbero state costruite e i paesi attraversati avrebbero determinato molte cose, in futuro. E qui l'impero delle basi militari degli Stati Uniti (pensate, per esempio, a Camp Bondsteel in Kosovo) incontrava il Pipelineistan (rappresentato, nel 1999, dall'oleodotto AMBO).

L'AMBO, cioè Albanian Macedonian Bulgarian Oil Corporation (Corporazione Petrolifera Albanese Macedone Bulgara), società registrata negli Stati Uniti, sta costruendo un oleodotto da 1,1 miliardi di dollari, il “Trans-Balkan”. La fine dei lavori è prevista per il 2011. Porterà il petrolio del Caspio all'Occidente senza farlo passare né per la Russia né per l'Iran. Come oleodotto, l'AMBO rientrerà alla perfezione nella strategia geopolitica di creare una griglia di sicurezza energetica controllata dagli Stati Uniti, idea che fu sviluppata per la prima volta dal segretario all'energia del presidente Bill Clinton, Bill Richardson, e in seguito da Cheney.

Dietro l'idea di quella “griglia” c'era la militarizzazione a tutti i costi di un corridoio energetico che si sarebbe esteso dal Mar Caspio in Asia Centrale, attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche ora indipendenti, fino alla Turchia, e da lì nei Balcani (e in Europa). Era pensato per sabotare i più ambiziosi piani energetici di Russia e Iran. L'AMBO avrebbe portato il petrolio dal bacino caspico a un terminal nell'ex repubblica sovietica della Georgia, nel Caucaso, da lì il greggio sarebbe stato trasportato in petroliera attraverso il Mar Nero fino al porto bulgaro di Burgas, dove un altro oleodotto lo avrebbe portato in Macedonia e poi al porto albanese di Vlora.

Per quanto riguarda Camp Bondsteel, era la base militare “duratura” che Washington aveva guadagnato dalle guerre per le spoglie della Jugoslavia. Sarebbe stata la più grande base su territorio straniero costruita dagli Stati Uniti dai tempi della Guerra del Vietnam. La controllata della Halliburton Kellogg Brown & Root l'avrebbe costruita, con il Corpo dei Genieri dell'esercito statunitense, su 400 ettari di terra agricola nei pressi del confine con la Macedonia nel Kosovo meridionale.

Immaginate una versione a cinque stelle di Guantanamo con incentivi per il personale che comprendevano massaggi thailandesi e cibo spazzatura a volontà. Bondsteel è l'equivalente balcanico di una gigantesca portaerei immobile, capace di sorvegliare non semplicemente i Balcani ma anche la Turchia e la regione del Mar Nero (considerata nella lingua neocon degli anni di Bush “la nuova interfaccia” tra la “comunità euro-atlantica” e il “Grande Medio Oriente”).

Come potevano la Russia, la Cina e l'Iran non interpretare la guerra in Kosovo e poi l'invasione dell'Afghanistan (dove in precedenza Washington aveva cercato di far coppia con i taliban e di incoraggiare la costruzione di un altro di quegli oleodotti che escludessero l'Iran e la Russia), l'invasione dell'Iraq (paese dalle vaste riserve petrolifere) e infine il recente scontro in Georgia (snodo cruciale per il trasporto energetico) come esplicite guerre per il Pipelineistan?

Anche se raramente i nostri media hanno valutato le cose da questo punto di vista, le dirigenze russa e cinese hanno visto una chiara “continuità” tra l'imperialismo umanitario di Bill Clinton e la “guerra globale al terrore” di George W. Bush. Il contraccolpo, come ricordò pubblicamente l'allora presidente russo Vladimir Putin, era inevitabile. Ma questa è un'altra storia, in questa grotta ci entreremo un'altra volta.

Notte di pioggia in Georgia
Se volete comprendere la versione americana del Pipelineistan dovete cominciare con la Georgia, un paese dominato dalla Mafia. Benché il suo esercito sia stato travolto nel recente conflitto con la Russia, la Georgia resta fondamentale per la politica energetica di Washington in quello che è ormai diventato un vero arco di instabilità, parzialmente per l'ossessione di escludere l'Iran dal flusso energetico.

La strategia americana si è coagulata attorno all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), come ho osservato nel mio libro del 2007, Globalistan. Lo stesso Zbig Brzezinski volò a Baku nel 1995 come “consulente per l'energia”, a meno di quattro anni dall'indipendenza dell'Azerbaigian, e illustrò l'idea alla dirigenza azera. Il BTC doveva andare dal terminale di Sangachal, a circa mezz'ora a sud di Baku, e passare attraverso la vicina Georgia per arrivare al terminal marino nel porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.

Ora operativo, quel serpente di acciaio lungo 1767 chilometri e largo 44 metri attraversa non meno di sei zone di guerra, in corso o potenziale: il Nagorno-Karabach (enclave armena in Azerbaigian), la Cecenia e il Daghestan (entrambe regioni di conflitto della Russia), l'Ossezia del Sud e l'Abchazia (su cui si è incentrata la guerra russo-georgiana del 2008) e il Kurdistan turco.

Da un punto di vista puramente economico, il BTC non aveva senso. Un oleodotto “BTK” da Baku all'isola iraniana di Kharg attraverso Teheran sarebbe costato, relativamente, quasi niente – e avrebbe avuto anche il vantaggio di escludere la Georgia corrosa dalla mafia e l'instabile Anatolia orientale popolata dai curdi. Quello sarebbe stato il modo più economico per portare in Europa il petrolio e il gas del Caspio.

Il Nuovo Grande Gioco fece sì che ciò non fosse, e quella decisione ebbe molte conseguenze. Anche se Mosca non aveva mai inteso occupare a lungo termine la Georgia nella guerra del 2008, né assumere il controllo dell'oleodotto BTC che la attraversa, l'analista energetico di Alfa Bank Konstantin Batunin ha osservato l'ovvio: interrompendo brevemente il flusso di petrolio che passa per il BTC, l'esercito russo ha fatto capire sin troppo chiaramente agli investitori globali che la Georgia non era un paese di transito energetico affidabile. In altre parole, i russi si sono presi gioco del mondo di Zbig.

Fino a poco tempo fa l'Azerbaigian aveva rappresentato un successo nella versione statunitense del Pipelineistan. Consigliato da Zbig, Bill Clinton letteralmente “sottrasse” Baku alla sfera russa promuovendo il BTC e le ricchezze che ne sarebbero derivate. Adesso, invece, interiorizzato il messaggio della guerra russo-georgiana, Baku si concede nuovamente di farsi sedurre dalla Russia. E poi il presidente azero Ilham Alijev non sopporta lo spavaldo presidente della Georgia Michail Saakašvili. E questo non sorprende. Dopo tutto, le avventate mosse militari di Saakašvili hanno fatto perdere all'Azerbaigian almeno 500 milioni di dollari quando il BTC è stato chiuso durante il conflitto.

Il blitzkrieg di seduzione energetica della Russia punta anche sull'Asia Centrale. (Ne parleremo nella prossima puntata sul Pipelineistan) Si incentra sull'offerta di acquistare gas kazako, uzbeko e turkmeno a prezzi europei anziché ai precedenti e molto più bassi prezzi russi. I russi, di fatto, hanno fatto la stessa proposta agli azeri: dunque ora Baku sta negoziando un accordo che comporta una maggiore capacità per l'oleodotto Baku-Novorossijsk, diretto verso le coste russe del Mar Nero, e sta prendendo in considerazione l'ipotesi di pompare meno petrolio per il BTC.

Obama deve capire le spaventose implicazioni di tutto questo. Meno petrolio azero nel BTC – la sua capacità massima è di 1 milione di barili al giorno, per la maggior parte diretti in Europa – significa che l'oleodotto rischia il fallimento, il che è esattamente ciò che vuole la Russia.

In Asia Centrale alcune delle poste più alte ruotano attorno al mostruoso giacimento petrolifero di Kashagan nel “leopardo delle nevi”, il Kazakistan: è l'indiscutibile gioiello della corona caspica con le sue riserve di 9 miliardi di barili. Come sovente accade nel Pipelineistan, tutto dipende da quali rotte consegneranno il petrolio di Kashagan al mondo dopo l'inizio della produzione nel 2013. Questo significa, naturalmente, Guerra Liquida. L'astuto presidente kazako Nursultan Nazarbajev vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per pompare il greggio di Kashagan verso il Mar Nero.

In questo caso i kazaki sono i padroni del gioco. La rotta che seguirà il petrolio di Kashagan deciderà se il BTC – un tempo spacciato da Washington come la via di fuga definitiva dalla dipendenza dal petrolio del Golfo Persico – dovrà vivere o morire.

Benvenuti, allora, nel Pipelineistan! Che ci piaccia o no, nella buona o nella cattiva sorte, possiamo ragionevolmente scommettere che diventeremo tutti turisti dell'oleodotto. Dunque seguite la corrente. Imparate gli acronimi cruciali, tenete d'occhio quello che succede a tutte quelle basi americane nelle heartland petrolifere del pianeta, fate caso a dove vengono costruiti oleodotti e gasdotti, e fate del vostro meglio per osservare attentamente il prossimo pacchetto di mostruosi contratti energetici cinesi e le favolose mosse della russa Gazprom.

E, già che ci siete, ricordate che questa è solo la prima cartolina dal Pipelineistan: torneremo (per adattare una battuta di Terminator). Immaginate una porta che si apre su un futuro in cui le direzioni dei flussi energetici e i loro beneficiari potrebbero rivelarsi la questione più importante del pianeta.

Originale: Liquid war: Welcome to Pipelineistan


Pubblicato il 26/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 11, 2009

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

di M.K. Bhadrakumar

Tradotto da Manuela Vittorelli


Con la probabilità che gli Stati Uniti scelgano la strada del dialogo con l'Iran e con la decisione di “resettare” le relazioni tra Washington e Mosca, si fa ora un gran parlare di compromessi imminenti. Ed è inevitabile, date le correnti che si intersecano attorno ai rapporti USA-Iran-Russia.

Gli iraniani sono sensibili ai compromessi, e sui compromessi si basava storicamente la distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dunque potrebbe aprirsi una stagione di compromessi. Ma non si sa mai, perché spesso essi recano il marchio dell'opportunismo e sono negabili perfino quando si basano evidentemente su un equilibrio legittimo di interessi.

Nelle settimane recenti Teheran ha osservato con disagio il gioco condotto dall'amministrazione Obama per isolare l'Iran tentando la Russia (e la Siria) a un compromesso. Ma pare che sul fronte russo di tale accordo non vi sia traccia. La posizione ufficiale della Russia è che non c'è stata alcuna proposta di compromesso da parte degli americani.

Questo smentisce la notizia, diffusa dai media americani e russi, che a febbraio Obama avesse mandato una lettera alla sua controparte russa Dmitrij Medvedev proponendo di abbandonare il piano americano di posizionamento di elementi del sistema di difesa antimissile in Europa Centrale in cambio dell'aiuto russo nel cercare di bloccare le attività nucleari iraniane.

Se ci fosse stata una simile offerta da parte degli Stati Uniti, sarebbe stata “fin dall'inizio insensata e rozzamente semplicistica”, per citare un commentatore di Mosca. Il fatto è che l'Iran è un attore chiave in un vasto panorama geopolitico in cui la Russia ha profondi interessi in materia di sicurezza e che va dal Medio Oriente al Caspio, all'Asia Centrale e all'Afghanistan: dunque la Russia non può mettere in pericolo le sue eccellenti relazioni con l'Iran, e non lo farà.
Inoltre gli esperti russi vedono la questione dello scudo antimissile all'interno di uno schema molto diverso: le relazioni della Russia con l'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) e la sicurezza in Europa, compreso il problema fondamentale dell'equilibrio strategico o mantenimento della parità nucleare e missilistica tra la Russia e gli Stati Uniti.

Inoltre la Russia sa che l'amministrazione Obama potrebbe non avere altra scelta che scartare (o almeno mettere in naftalina) il programma di difesa antimissile, dato che fatica a sbloccare i fondi per finanziare un progetto così ambizioso. Dunque perché mai la Russia dovrebbe scendere a compromessi quando il piano di difesa antimissile degli Stati Uniti potrebbe essere lasciato cadere dall'albero come una mela marcia? È un ragionamento fondato.

Si può star certi che i russi non hanno vacillato sulla questione nucleare iraniana. Non si stanno solo accordando per la costruzione dell'impianto nucleare di Bushehr, ma sono anche in corso negoziati per la fornitura di combustibile a lungo termine per l'impianto.

Inoltre la scorsa settimana il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto: “Gli americani dovrebbero sposare la posizione dei 5+1 [i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non solo sulla carta, ma anche in colloqui con l'Iran come è stato proposto dal gruppo... Si tratta anche di coinvolgere l'Iran su base degna e paritaria negli sforzi per risolvere i conflitti in Iraq e in Afghanistan, nonché in tutti gli aspetti della questione mediorientale”.

Una settimana dopo, in seguito a colloqui con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a Ginevra, lo scorso venerdì, Lavrov ha aggiunto: “Oltre a stimoli economici seri e tangibili, abbiamo bisogno di un dialogo con l'Iran con il coinvolgimento di tutti i paesi della regione per assicurare condizioni di sicurezza stabili e affidabili in cui tutti i paesi della zona, compreso Israele, possano convivere in pace e in sicurezza”.

Anche sulla questione della fornitura russa di missili a lungo raggio all'Iran Lavrov ha rintuzzato gli attacchi dicendo che, benché la Russia tenga ampiamente conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti e di Israele, “Tali questioni... si decidono esclusivamente nell'ambito del diritto e degli obblighi nazionali della Russia... Stiamo fornendo armi difensive, non-destabilizzanti”. Prima dell'incontro di venerdì, Clinton aveva annunciato che avrebbe chiesto a Lavrov di bloccare il trasferimento di missili all'Iran in quanto rappresentano “una minaccia sia per la Russia che per l'Europa e i paesi vicini della regione”. Ma sembra che Lavrov non abbia fornito questa assicurazione. L'ambiguità costruttiva della posizione russa permane.

Nel frattempo le divergenze tra Russia e Stati Uniti sulla questione iraniana sono sotto gli occhi di tutti. Nel corso di una visita in Israele, la scorsa settimana, Clinton ha detto che gli Stati Uniti e e Israele “condividono la valutazione della minaccia rappresentata dall'Iran. Intendiamo fare tutto il possibile per dissuadere l'Iran e impedirgli di ottenere le armi nucleari. Questa è la nostra politica dichiarata. Questo è l'obiettivo di ogni tattica da noi impiegata”.

Clinton ha anche citato “il continuo finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas [a Gaza] e Hezbollah [in Libano]” da parte dell'Iran e ha annunciato “una stretta consultazione” con i paesi arabi pro-occidentali e Israele su “come l'Iran oggi ponga una minaccia e come questa minaccia potrebbe aumentare se mai riuscisse ad ottenere le armi nucleari”. Clinton ha sottolineato che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele e il nostro impegno per la sicurezza di Israele e la sua democrazia in quanto Stato ebraico restano fondamentali, incrollabili, e perennemente validi”.

Evidentemente, dato il contesto, a questo punto c'è poco spazio per eventuali compromessi USA-Russia che coinvolgano i legami della Russia con l'Iran. Ma, d'altro canto, potrebbe essere anche perché la Russia ha un'intesa con l'Iran? Dopotutto entrambi i paesi vantano una grande tradizione scacchistica.

La scorsa settimana, durante la sua visita in Germania, l'influente presidente della Commissione Affari Esteri del Majlis (parlamento) iraniano, Alaeddin Broujerdi, ha seccamente escluso che l'Iran possa fornire strutture di transito per i rifornimenti NATO in Afghanistan. “L'Iran non è interessato a diventare un ponte logistico per la NATO verso l'Afghanistan”, ha detto ribadendo l'opposizione di principio di Teheran alla presenza in Afghanistan dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti. Broujerdi ha detto che la NATO non ha campo libero per una “presenza permanente” in Afghanistan e dovrebbe procurarsi una strategia d'uscita, giacché la sua presenza produrrebbe solo “ulteriore estremismo e terrorismo”.

Teheran sta anche dando una mano alla Russia: la sua ferma posizione giunge in un momento in cui, dopo aver garantito alle forze NATO le rotte di transito verso l'Afghanistan, la Russia ha cominciato a discutere del trasporto di attrezzature militari dell'alleanza. Lo scorso martedì a Mosca i ministri della difesa di Russia e Germania hanno discusso del transito di forniture ed equipaggiamenti militari per il contingente tedesco in Afghanistan attraverso la Russia, anche su rotaia.

Di primo acchito le posizioni di Iran e Russia sono in contraddizione, ed è questo a renderle sospette. Il punto è che Mosca e Teheran hanno un alto livello di intesa sulla situazione afghana, ed è improbabile che possano permettere alle contraddizioni di emergere proprio ora che la guerra in Afghanistan attraversa una fase critica. Anzi, l'Iran sta aiutando indirettamente la Russia rifiutandosi di concedere alla NATO rotte di transito. Una rotta di transito iraniana avrebbe ridotto in misura significativa la crescente dipendenza dei paesi NATO dal corridoio settentrionale, che attraversa il territorio russo.

Da parte sua, però, Mosca ha tutte le ragioni per incoraggiare la NATO a diventare sempre più dipendente dal corridoio settentrionale. Questa cooperazione costituisce già un fattore significativo nei complicati rapporti della Russia con la NATO. Le grandi potenze europee come la Germania adesso contrasteranno ogni iniziativa della NATO che possa provocare la Russia, come l'allargamento dell'alleanza o la questione del sistema di difesa antimissile statunitense.

Abbiamo dunque un curioso paradigma: di certo non può esserci alcun compromesso USA-Russia sull'Iran, ma un'intesa Russia-Iran sulle rotte di transito verso l'Afghanistan permette a Mosca di sfruttare la dipendenza della NATO dal corridoio settentrionale, il che a sua volta costringe l'alleanza a essere sensibile agli interessi e alle preoccupazioni della Russia in tema di sicurezza e apre la strada a un maggiore ruolo della Russia nella stabilizzazione dell'Afghanistan. E questo a sua volta sta bene all'Iran.

Come ha ben riassunto il Ministro degli Esteri russo martedì scorso, Mosca è favorevole a una “collaborazione pratica e realistica” con la NATO, e “ la lotta al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al narcotraffico e ad altre minacce e la cooperazione sull'Afghanistan possono essere efficaci solo se tutti i paesi dell'area euro-atlantica uniranno le forze”. L'incontro Lavrov-Clinton di venerdì a Ginevra ha prospettato esattamente questo.

Secondo Lavrov, la Russia e gli Stati Uniti adesso considerano come un “obiettivo comune” la stabilizzazione della situazione afghana. Inoltre i due paesi sono interessati alla “cooperazione pratica”. In terzo luogo, svilupperanno “nuove aree di cooperazione” sul problema afghano. In quarto luogo, hanno concordato un compromesso virtuale: Washington “agevolerà il buon esito” della conferenza sull'Afghanistan che si terrà a Mosca il 27 marzo sotto gli auspici della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), mentre Mosca “agevolerà lo svolgimento” di una conferenza simile sull'Afghanistan su iniziativa degli Stati Uniti, che si svolgerà il 31 marzo all'Aia.

Il compromesso USA-Russia sulle conferenze sull'Afghanistan sembra garantire che le due iniziative non siano in contrasto. La conferenza di Mosca si incentrerà sulle “minacce della droga e del terrorismo che hanno origine in Afghanistan”, mentre la conferenza voluta dagli Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite si proporrà l'intento più ampio di stabilizzare l'Afghanistan. Essenzialmente gli Stati Uniti hanno rinunciato a opporsi con le unghie e con i denti alla conferenza della SCO a Mosca, mentre la Russia accetta di contenere l'ambito delle questioni trattate in modo da non rendere la vita difficile alla strategia afghana di Obama.

D'altro canto, la Russia è riuscita a imporsi come partner chiave degli Stati Uniti in Afghanistan, grazie alla cooperazione offerta alla NATO sulle rotte di transito. E inoltre il corridoio settentrionale pone la Russia nella condizione di chiedere una contropartita: che si ponga fine all'allargamento della NATO e al posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti.

E infine la Russia torna in grande stile in Afghanistan dopo un'assenza di due decenni. Gli impulsi apparentemente contraddittori della politica russa – se Mosca sia interessata alla riuscita, al fallimento o allo stallo della guerra guidata dagli Stati Uniti – potrebbero semplicemente dissiparsi. A quanto pare, la Russia potrebbe non avere alcun problema se la NATO riuscisse a evitare una sconfitta in Afghanistan.

Originale: The trade-off season begins on Afghanistan

Articolo originale pubblicato l'11/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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lunedì, marzo 09, 2009

Sergei Roy su crisi economica russa, governo e opposizione

[Le analisi di Roy - scrittore, traduttore, filologo e analista politico, nonché un cosiddetto "democratico della prima ondata" - sulla situazione politica ed sociale russa, con particolare attenzione per le pecche e i limiti dell'"opposizione" amata più a Ovest che in patria, meritano sempre una lettura attenta.]

Déjà vu in arancione
di Sergei Roy

tradotto da Manuela Vittorelli


Circa quattro anni fa in Russia ci fu un po' di tensione sociale. Michail Zurabov, allora ministro della salute e dello sviluppo sociale, mise in atto una riforma che colpì i pensionati sostituendo le agevolazioni (come i farmaci gratis) con il loro equivalente in denaro. Questi sussidi però si rivelarono tutt'altro che equi e non portarono vantaggi a nessuno, tranne – come notarono duramente alcuni – che alle compagnie private controllate dallo stesso Zurabov, che non si prese nemmeno la briga di smentire le accuse.

Alcuni pensionati allora scesero in piazza per protestare, ma le manifestazioni furono molto modeste e si limitarono alle grandi città per poi smorzarsi quando il governo reagì con efficacia, per quanto goffamente. Per appianare i divari e placare i perdenti fu versato altro denaro. Molti pensionati delle aree rurali, che non avevano mai goduto di alcuni dei cosiddetti sussidi che conoscevano solo vagamente – soggiorni gratuiti in case di vacanza di lusso, viaggi in autobus gratuiti (in luoghi in cui gli autobus erano inesistenti), chiamate telefoniche gratuite (dove telefoni non ce n'erano, né gratis né d'altro tipo), ecc. – accolsero questi contributi come una manna inattesa. Infine, Michail Zurabov, il terzo politico russo più odiato (dopo Čubais e Gajdar), fu sbattuto fuori dal governo, e questo placò decisamente la rabbia dei pensionati. La tensione era acqua passata, non interessava più a nessuno con l'eccezione di qualche occasionale analista.

Per me l'aspetto più interessante di quell'episodio fu il seguente. Mentre i manifestanti facevano appello alla dirigenza – leggasi Putin – perché rimediasse all'ingiustizia che era stata inflitta loro da un membro odiato del governo, certe forze in questo paese e altrove non vedevano l'ora di usare le proteste per rovesciare il “regime di Putin”. Sergej Kurginjan, un regista teatrale divenuto esperto di scienze politiche, disse allora di sapere per certo che i manifestanti di Chimki, la città satellite di Mosca, erano ben pagati per la loro “azione spontanea” da fautori che preferivano rimanere nell'ombra.

L'identità di quei fautori non era però un segreto. Gli oligarchi, che si erano arricchiti oscenamente negli anni di El'cin insieme ai politici e ai burocrati al loro servizio, si vedevano allora pestare i calli dai siloviki di Putin. E ovviamente speravano di cavalcare le proteste sociali e arrecare quanti più danni possibili al “regime di Putin”, se non rovesciarlo del tutto.

Ricorderete che era il tempo delle “rivoluzioni colorate”, in particolare della “rivoluzione arancione” in Ucraina. Boris Nemcov, capo della pro-oligarchica Unione delle Forze di Destra, si annodò al collo una sciarpa arancione e si pavoneggiò nei panni di consulente del Presidente ucraino “arancione” Juščenko, alimentando in molti oligarchi la speranza che le fiamme arancione potessero estendersi anche alla Russia. I media meglio pagati non risparmiarono questi pii desideri, in quei giorni.

E non solo in Russia. In quell'anno di proteste, il Carnegie Endowment for International Peace (Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale) pubblicò il suo Policy Brief n. 41 intitolato “Putin’s Decline and America’s Response,” (“Il declino di Putin e la risposta dell'America”) di Anders Eslund (Aslund). In quel documento Aslund sognava una “sollevazione popolare attraverso l'intensificazione delle proteste spontanee” di una popolazione russa “straordinariamente irritata” e “ispirata dalle recenti rivoluzioni in Ucraina e nella Repubblica del Kirghizistan”. Tra le fantasie di Aslund c'era anche un colpo di stato anti-Putin: “nella cerchia del KGB di Putin, Putin non è considerato il leader... i potenti che lo circondano potrebbero complottare contro di lui”. E Aslund scriveva anche molto altro, sempre con questo tono di rancida insensatezza.

Be', sono passati quattro anni e Putin è ancora alla guida della Russia, in tandem con Dmitrij Medvedev, il presidente da lui scelto, mentre Anders Aslund, sospetto, starà ancora prevedendo la caduta di Putin – tanto più che la Russia attualmente assiste a tensioni sociali più forti di allora, perché le proporzioni della crisi che ci sta colpendo sono infinitamente maggiori della calcolata idiozia di Zurabov.

Tuttavia secondo me le crisi del 2005 e del 2009 sono identiche almeno sotto un aspetto. In questi giorni, come allora, le masse colpite dalla disoccupazione e dalla paura del crollo della qualità della vita fanno affidamento su Putin, Medvedev e sul “regime” in generale perché le guidino in questi tempi difficili, mantengano la stabilità politica e soprattutto quel minimo di prosperità economica che erano giunte a dare per scontate negli otto anni di Putin. Dall'altro lato, i “detrattori del Cremlino”, l'“Altra Russia”, i falliti degli anni Novanta e gli “arancioni” di tutte le tonalità stanno nuovamente sperando di usare lo scontento delle masse – organizzato da quegli stessi “arancioni” – per gettare il paese nello scompiglio politico e tentare di impossessarsi del potere nel caos successivo.

Un altro aspetto comune è che le principali critiche degli “arancioni” sono ancora una volta dirette a Vladimir Putin, allora presidente e oggi premier. Putin ha gestito male l'attuale crisi economica, dunque deve dimettersi o essere estromesso dal Presidente Medvedev, ecco il loro attuale tema ricorrente.

La rivista Kommersant-Vlast’ (n. 6, febbraio 2009) ha chiesto a una decina di personaggi pubblici “Medvedev licenzierà Putin?” e ha pubblicato le loro risposte; in prevalenza negative, ma alcune erano positive e molto rivelatrici. Il tema è allora stato entusiasticamente ripreso da quel letterato e importante rappresentante della Scuola delle Chiacchiere Politiche che è Dmitrij Bykov nella rivista Sobesednik (n. 7, Febbraio 2009). A ciò si aggiungano i tanti articoli – prodotti da un prolifico artigianato analitico – che in Russia e all'estero si sono messi a cercare o piuttosto inventare di sana pianta divisioni tra il premier “autoritario” e il presidente “liberale”.

Tra gli “arancioni” che hanno risposto alla domanda del Kommersant' vorrei ricordarne giusto un paio. Uno è Boris Nemcov, che sventolava quella stessa sciarpa arancione del 2004-2005 e insisteva che liberarsi di Putin è la cosa più facile che ci sia: “Basta trovare il dattilografo che scriva il decreto”. Niente da dire, si rabbrividisce al pensiero che uomini di questo calibro intellettuale vengano visti in alcuni ambienti come i rappresentanti del liberalismo russo. L'altro è Nikolaj Zlobin dello US Defense Information Center (Centro di Informazione sulla Difesa), che pare essere un degno erede di Anders Aslund e ha affermato compiaciuto: “È ora di cominciare a pensarci”.

Be', i signori Nemcov, Zlobin e i loro simili possono pensare e dire ciò che vogliono. Ritengo che il Presidente Medvedev non sia un idiota, e tanto meno un perfetto idiota. Indipendentemente da come la pensa sulla gestione di quella che viene eufemisticamente definita “flessione economica”, certamente si rende conto che deporre un premier che guida il partito di maggioranza in parlamento e nel paese (si vedano i risultati delle elezioni del 1° marzo) è leggermente suicida. Nella migliore delle ipotesi, porterebbe alla situazione da operetta dell'Ucraina, dove il premier e il presidente si insultano pubblicamente, il Parlamento (la Rada) si compiace a sua volta delle risse verbali e non disdegna le zuffe. Nella peggiore delle ipotesi... Per uno che si è gingillato con le Molotov in due colpi di stato negli allegri anni Novanta, il solo pensiero di quel “peggio” è insopportabile.

È questo il problema degli “arancioni” – Nemcov, Hakamada, Kas'janov, Berezovskij, Kasparov e i tanti altri appoggiati dalle forze russofobe occidentali che li considerano l'unica vera opposizione al Cremlino: vogliono una sollevazione politica in un momento in cui solo una struttura politica stabile, per quanto insoddisfacente, può controllare il caos economico che sta infuriando. Aggiungere l'instabilità politica a quella economica è la ricetta perfetta per portare la Russia all'autodistruzione. Ma a loro che importa? Peggio per la Russia, meglio per loro. Di fatto, solo il crollo economico e la sollevazione politica possono offrire loro una possibilità di riguadagnare il potere, il prestigio e la prosperità che avevano prima che Putin e i suoi li mettessero da parte.

Permettete che mi esprima nei termini più crudi possibili: chiunque adesso chieda le dimissioni di Putin, o dipinga fantasiosi scenari di improbabili macchinazioni politiche di Putin o Medvedev, è un nemico della Russia, oppure dovrebbe farsi curare. Tutto qui.

Parlando per me, sono stato estremamente critico nei confronti della politica economica e, in certi casi, sociale di Putin. Ho definito la sua affermazione “la Russia è una superpotenza energetica” come esempio di politichese in un momento in cui il petrolio costava 140 dollari al barile. Di recente mi sono concentrato sugli aspetti più comici della gestione della crisi economica da parte del governo Putin (si veda il mio “Crisis as Circus”, “La crisi come circo”). Tuttavia, anche mentre scrivevo questa presa in giro, ero perfettamente consapevole del fatto che è facile fare i cinici con questi strafalcioni. Ma cosa avreste fatto al posto loro, considerato il clima oligarchico-burocratico e le endemiche deficienze dell'economia russa?

In fin dei conti questa economia non è dissimile da quella del Brasile di qualche anno fa, quando il suo benessere dipendeva solo da un prodotto, il caffè. Il mondo si mette a bere più tè e meno caffè e l'economia del Brasile va a pezzi, ecco com'era. Nel nostro caso si tratta delle materie prime – petrolio, gas, metalli, legname – che sono state il pilastro della nostra economia non solo sotto Putin o El'cin, ma da molto prima. Anche con tanta buona volontà, ci vorranno decenni per cambiare questa situazione, e se qualcuno dice che questa crisi è il momento migliore per avviare il cambiamento permettetemi di dubitare della sua saggezza.

Insomma: cosa farei al posto di Putin adesso? Sarebbe difficile resistere all'impulso di dare un bel calcio nel sedere al Ministro delle Finanze Kudrin, non fosse che per la sua commovente fiducia negli omologhi di Fanny Mae e Freddy Mac. Ma chi metterei al suo posto? Un altro membro del dipartimento economico dell'attuale governo? Ma farebbe le stesse mosse di Kudrin, forse con minore scaltrezza. O – non sia mai – il comunista Sergej Glaz'ev? Economista brillante, non c'è dubbio, ma vorrebbe sicuramente tentare qualcosa di rivoluzionario, i comunisti hanno questa tendenza... No, grazie, magari un'altra volta.

Naturalmente c'è l'onnipresente Boris Nemcov che ora parla di negoziati segreti con il Presidente Medvedev per estromettere il premier Putin. Se questa fosse una tragedia di Goethe, a questo punto una Voce dal Cielo si metterebbe a sghignazzare: Boris Nemcov era stato cacciato dal suo posto di vice premier, circa dieci anni fa, proprio dal defunto e non troppo compianto Boris El'cin, e il paese non riuscì comunque a evitare il default...

No, preferisco lasciare questi problemi all'attuale duumvirato e oppormi strenuamente a qualsiasi tentativo di rimpiazzarlo. Con la penna o una molotov o quello che serve.

Originale: Déjà vu in Orange

Articolo originale pubblicato il 6/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, febbraio 25, 2009

I sindacati russi e la politica

[Questo prendiamolo come un primo breve pezzo di ricognizione sulle realtà sindacali russe, un tema che volevo seguire già alla fine del 2007 con gli scioperi dei lavoratori della Ford di San Pietroburgo. Il momento di crisi esige una maggiore attenzione per il sociale e il mondo del lavoro a Est e in Russia, dunque vorrei dedicarmici meglio e più spesso (tempo permettendo)].

I sindacati russi entrano in politica?

di Sergei Balashov

Tradotto da Manuela Vittorelli

Gli ormai logori dissenzienti russi potrebbero presto lasciare il posto a una forza emergente che probabilmente assumerà un ruolo centrale nel crescente scontento, dato che le risposte che lo stato e l'opposizione riescono a dare alle necessità della popolazione sono troppo poche. È probabile che i sindacati troveranno sostegno tra l'elettorato, giacché sono in molti ad avere perso il lavoro e lottano fin dagli inizi della crisi. Benché finora abbiano esitato ad assumere una posizione politica, i sindacati hanno cominciato a fare richieste politiche e ora si dicono pronti addirittura a collaborare con l'opposizione.

La campagna anticrisi dello stato non è riuscita finora a ottenere risultati tangibili, e ha lasciato insoddisfatte molte persone. Mentre nell'elettorato persiste la confusione, non è ancora emersa un'alternativa credibile ai partiti, visti per lo più come apatici o controllati dallo stato. Nessuna delle forze all'opposizione sembra essere capace di porsi alla testa dell'ondata di agitazione sociale, malgrado l'ingegnosità con cui riescono a organizzare manifestazioni di protesta sfidando la costante disapprovazione delle autorità.

I movimenti e i partiti della coalizione Altra Russia hanno chiesto le immediate dimissioni del governo e il ripristino di ciò che considerano i valori democratici soffocati dall'attuale regime. Ma con i loro trascorsi e i loro obiettivi non hanno un sufficiente sostegno popolare per trasformarsi in una forza politica a tutti gli effetti. Neanche gli automobilisti che protestano in massa contro l'aumento delle tasse sulle auto d'importazione riescono a farsi interpreti dello scontento della maggioranza. “La maggior parte dell'opposizione offre slogan vaghi e astratti, come 'La Russia senza Putin'”, ha detto Pavel Salin, un esperto del Centro Tendenze Politiche russo.

I sindacati hanno anche preso parte a manifestazioni di protesta a livello nazionale, ma le loro rivendicazioni si sono limitate alla difesa dei diritti dei licenziati del settore automobilistico e di chi si è visto ridurre i salari. Ma il loro potenziale attrattivo va ben oltre questi gruppi. “Sembrano essere la forza che meglio rappresenta le rivendicazioni delle masse: si limitano a schierarsi con i diritti dei lavoratori senza sbandierare slogan politici. Gente come [il leader sindacale della Ford] Aleksej Etmanov aspira ad avere sufficiente appoggio a livello nazionale, ma in questo caso specifico non ha ancora espresso ambizioni politiche”, ha detto Salin.

Non tutti i sindacati vanno interpretati in termini di peso politico, visto che la maggior parte dei principali gruppi organizzati si è apertamente schierata con il governo. La più grande organizzazione dei lavoratori della Russia – la Federazione dei Sindacati Indipendenti – è percepita come parte dell'élite al potere fin dai tempi dell'Unione Sovietica, come un strumento che è sempre servito allo stato per calmare lo scontento della forza lavoro. Il partito di governo, Russia Unita, lo scorso novembre ha deciso di ampliare la propria base di supporto tra i sindacati, e ha stretto un accordo di cooperazione con un'altra grande coalizione sindacale, Sotsprof, che vanta più di un milione e mezzo di adesioni. Ma benché i restanti sindacati non siano altrettanto organizzati, la situazione sta cambiando e le loro ambizioni politiche stanno diventando più evidenti.

Fino ad ora, i sindacati si sono generalmente posti all'esterno dei partiti politici. I sindacati dei lavoratori automobilistici e i loro capi hanno ottenuto un riconoscimento su scala nazionale durante gli scioperi alla Ford di San Pietroburgo e nelle successive battaglie legali tra la fabbrica e i suoi dipendenti. Ma in alcuni casi sia i sindacati che gli automobilisti hanno agito per conto proprio, attingendo supporto dai partiti politici, in particolare i comunisti. Prima dell'ondata di proteste della scorsa settimana, Etmanov, che è anche copresidente del Sindacato Interregionale dei Lavoratori dell'Industria Automobilistica, ha detto ha la collaborazione con i dissenzienti sarebbe stata ben accetta. Ha anche fatto appello a tutte le organizzazioni pubbliche desiderose di prendere posizione contro “il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori russi”, invitandole ad aderire. “Alcuni sindacati si stanno già schierando con i dissenzienti e partecipano alle loro manifestazioni. Nessuno ci ha mai fatto queste proposte; se lo faranno, le prenderemo in considerazione”, ha dichiarato Etmanov secondo l'Agenzia di Informazione Baltica.

Ed è probabile che queste proposte arrivino, dato che le critiche dell'opposizione politica al governo di Putin cominciano lentamente a riecheggiare quelle dei lavoratori sindacalizzati. È anche molto probabile che riescano a coalizzare varie forze politiche in nome di una causa comune. “Se emergerà una nuova organizzazione politica, per esempio un partito, sarà probabilmente qualcosa di nuovo, dato che la maggior parte degli attuali leader dell'opposizione gode di un consenso molto basso. Vengono percepiti come non necessariamente interessati ai bisogni della popolazione, ma questo generalmente non succede con i capi sindacali”, ha detto Aleksandr Kynev, esperto di scienze politiche della Fondazione per la Politica dell'Informazione.

I sindacati indipendenti hanno già suscitato controversie prima di guadagnarsi visibilità politica, e questo può testimoniare della loro risolutezza di fronte alle pressioni esterne. Domenica scorsa i sindacati non hanno protestato solo per i licenziamenti ma anche per difendere i loro capi, vittime di molte aggressioni. Etmanov è stato aggredito due volte, e a febbraio anche il capo sindacale della GM Evgenij Ivanov ha subito un'aggressione. Gli attivisti sindacati chiedono anche il rilascio del capo del sindacato dei lavoratori di ALROSA Valentin Urusov, che sta scontando una condanna di sei anni di carcere per possesso di droga: secondo loro Urusov è stato incastrato con false prove.

I membri dei sindacati dicono che queste aggressioni, che sono avvenute in momenti di conflitto con i datori di lavoro, sono collegate direttamente alle attività dei capi sindacali, ma dicono anche che nessun sindacato ha ceduto a queste minacce. “Se i sindacati supereranno l'ambito locale potranno acquisire rilevanza. Non si può fondare un partito sul nulla, mentre la possibilità che un'organizzazione pubblica si trasformi in un partito è abbastanza comune, se si guarda alle democrazie sviluppate”, ha dichiarato Kynev.

Originale: Are labour unions moving into politics?

Articolo originale pubblicato il 19/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, febbraio 11, 2009

Il Kirghizistan, la base, gli USA, la Russia e i soldi

Torniamo per un momento al Kirghizistan che avrebbe messo alla porta gli Stati Uniti negando loro l'uso della base aerea di Manas. Ne ha scritto il sublime Bhadrakumar nel suo pezzo dominato dalla metafora scacchistica, e il tema è stato ripreso da vari commentatori. Dovendo scegliere, riporto due interventi interessanti che fanno luce sui diversi aspetti della decisione kirghiza.

L'articolo di di Peter Lavelle, opinionista di Russia Today, è utile perché riassume schematicamente alcuni punti probabilmente azzeccati.

Traduco e sintetizzo (traduzione libera del titolo):

Washington, l'uscita è da quella parte
di Peter Lavelle

Dunque il Kirghizistan ha deciso di mettere alla porta gli americani: Washington non è più ospite gradito alla base militare di Manas. Al contempo il Kirghizistan ha deciso di rafforzare i legami con la Russia. Non dovrebbe sorprenderci: per come vanno le cose, a Washington non potrebbe importare meno degli interessi del Kirghizistan in fatto di sicurezza o delle preoccupazioni di Russia e Asia Centrale sotto questo aspetto.

Cerchiamo di essere realistici. Perché Bishkek ha deciso di chiudere il contratto di affitto della base firmato subito dopo l'11 settembre? Secondo me ci sono vari motivi. E ricordiamoci che gli americani avevano detto di aver bisogno di Manas solo “temporaneamente”. Be', temporaneamente cominciava a diventare “per sempre”. E il Kirghizistan non aveva firmato per questo.

Ecco una serie di possibili motivi del cambiamento di rotta kirghizo:

1. Il Kirghizistan naviga in cattive acque: la sua economia è in gravi difficoltà e questo alimenta l'estremismo islamico. Il Kirghizistan ha semplicemente bisogno di aiuti finanziari, e Mosca ha fatto un'offerta a Bishkek, un affare che vale il doppio del suo attuale PIL annuo. Non è stato esattamente un quid pro quo, ma il fatto è che nella politica internazionale gli stati devono fare degli scambi. Comunque gli americani non erano mai stati ben accetti in Kirghizistan: due donne kirghize erano state investite da soldati americani e un uomo era stato ucciso senza alcun motivo a colpi d'arma da fuoco. Secondo l'accordo in vigore tra Stati Uniti e Kirghizistan per l'uso della base, il personale militare americano gode dell'immunità rispetto alla legge kirghiza.

2. Il Kirghizistan non vuole più stare in prima linea nella fallita “guerra al terrorismo” dell'America. Il disastro in Afghanistan non si sistemerà ancora per un bel po' e Bishkek non vuole più essere associata agli sforzi di guerra americani.

3. Il Kirghizistan capisce che gli Stati Uniti potrebbero cambiare atteggiamento con l'Iran, ma anche no. Ancora una volta, non vuole schierarsi pubblicamente solo per i pochi soldi che riceve per l'affitto di Manas. Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo.

4. Il Kirghizistan è semplicemente troppo piccolo, fragile e debole per ignorare le realtà geopolitiche. Vuole fare parte della regione e ha la necessità di armonizzarsi con i suoi vicini. E Manas era un punto dolente nei rapporti con i russi e i cinesi. Manas aveva concesso all'esercito statunitense la capacità di “osservare” i movimenti delle operazioni militari di Russia e Cina.

5. Il Kirghizistan è profondamente preoccupato per quello che sta succedendo in Afghanistan, e lo stesso vale per la Russia. Chiedere agli americani di lasciare Manas rafforza la posizione della Russia a scapito di Washington.

6. Non credo che la decisione di Bishkek sia un voluto affronto a Washington. Essenzialmente il messaggio è: “Possiamo esservi utili, ma come partner di Mosca. Che Mosca vada avanti, noi seguiremo”.

Si spera che Washington e Bruxelles capiranno i ragionamenti di Bishkek. La NATO è nei guai fino alla punta dei capelli in Afghanistan. Deve volgersi a Mosca per elaborare una nuova strategia per l'Afghanistan. Come ho scritto ripetutamente, dipende da Washington. Il Kirghizistan ha deciso di uscire dal “grande gioco”.

Link: Peter Lavelle's weblog

"Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo", scrive Peter Lavelle. Bene, a quanto pare quei soldi non erano così facili. O meglio, non erano finiti nelle casse dello Stato ma nelle tasche dei familiari dell'ex presidente. Insomma, alla base della decisione del Kirghizistan ci sarebbe una faccenda di soldi.
Ecco cosa scrive Laura Rozen su Foreign Policy:

Guai in Kirghizistan
di Laura Rozen

Mentre la Repubblica del Kirghizistan minaccia di cacciare gli Stati Uniti dalla base di Manas, da loro utilizzata come importante punto logistico e di rifornimento verso l'Afghanistan, fonti a conoscenza degli eventi dicono che sotto c'è una storia di pagamenti precedentemente fatti dagli Stati Uniti e che non sarebbero arrivati nelle casse del governo di Bishkek ma nelle tasche di imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente Askar Akayev.

Nel 2006 la NBC riferì che il governo degli Stati Uniti aveva pagato più di 100 milioni di dollari a imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente:
“L'esercito degli Stati Uniti ha indirizzato più di 100 milioni di dollari in contratti di subfornitura al monopolio del combustibile della famiglia Akaev, secondo compagnie statunitensi che hanno presieduto ai pagamenti e alle transazioni”.

Un rapporto dell'FBI ottenuto dal giornalista Aram Roston “suggerisce che la famiglia del presidente [kirghizo]... controllava una vasta rete criminale internazionale che comprendeva anche tutta una serie di compagnie di facciata negli Stati Uniti”.

“Fondamentalmente si è sempre trattato di soldi”, dice Alexander Cooley, professore di scienze politiche al Barnard College ed esperto di basi militari statunitensi. Quando la Rivoluzione dei Tulipani del marzo 2005 costrinse Akayev alla fuga per Mosca, il nuovo governo chiese agli Stati Uniti di pagare per l'utilizzo della base. “Arriva il tizio nuovo, Bakiyev, e prevedibilmente capisce subito che Akayev traeva profitto personalmente dalla base e che bisognava doveva rinegoziare le riscossioni in modo da beneficiare il Kirghizistan”.

Aggiornamento: Una fonte del Kirghizistan coinvolta nei negoziati ha raccontato a The Cable che l'amministrazione Obama sta ereditando la crisi della base kirghiza, una crisi che cova da molto tempo ed è stata trascurata per anni dall'amministrazione Bush.

“Il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarlo se fosse stato sensibile alle lamentele kirghize”, ha detto la fonte. “Quando [a Bishkek] il nuovo governo è salito in carica e ha scoperto l'imbroglio, ha chiesto agli americani un risarcimento per le perdite. Ma gli americani hanno esitato a riconoscere che ci fosse qualcosa di sbagliato”.

Secondo la fonte, il governo kirghizo aveva sollevato la questione con l'ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex Segretario di Stato Condi Rice e il Segretario della Difesa Robert Gates.
“Torna a merito di Gates l'aver detto di non conoscere la questione e che avrebbe fatto loro sapere. Ma non l'ha mai fatto”.

Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto: “I negoziati iniziali e le discussioni attuali [sulla base] sono stati tutti condotti dal Dipartimento di Stato... per quanto ne so, [il Pentagono] normalmente non parla agli organi di governo. Ci rivolgiamo al Dipartimento di Stato e all'ambasciata”.

Lo scorso mese il comandante di Centcom Generale David Petraeus è stato a Bishkek, ma gli è stato negato un faccia a faccia con il Presidente kirghizo, anche se ha incontrato funzionari del suo ufficio che hanno risollevato la questione dei pagamenti.

Secondo la fonte, la settimana scorsa l'ambasciatore del Kirghizistan a Washington ha parlato della faccenda con Hillary Clinton. Ha fatto capire che venivano prese in considerazione varie opzioni per “salvare la faccia” a tutte le parti coinvolte. Tra queste opzioni c'è forse la possibilità che gli Stati Uniti annuncino che lasceranno la base dopo un certo numero di anni. Probabilmente si sta discutendo anche di qualche forma di pagamento. (Le fonti dicono che il Kirghizistan inizialmente aveva chiesto 150 milioni di dollari all'anno per l'uso della base, ma i costi per la permanenza sono destinati a lievitare).

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che avrebbe fatto le necessarie verifiche. Nel frattempo, ha dichiarato, la posizione del governo degli Stati Uniti è che non ha ricevuto dai kirghizi alcuna notifica sulla chiusura della base.

Fonte: Trouble in Kyrgyzstan

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Gli Stati Uniti e i piani per una NATO asiatica

È davvero nei piani degli Stati Uniti una "NATO asiatica"?

José Miguel Alonso Trabanco

Si è parlato delle intenzioni americane di creare una NATO asiatica, cioè un'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti finalizzata a promuovere gli interessi geopolitici dei suoi membri nella regione.

Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti crearono la Southeast Asia Treaty Organization (SEATO, Organizzazione del Trattato per il Sud-Est Asiatico) che comprendeva la Francia, il Regno Unito e Stati pro-occidentali della regione come l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia, il Pakistan e le Filippine. Questa organizzazione fu però sciolta nel 1977.

Inoltre dobbiamo anche tenere conto dell'esistenza del Trattato per la Sicurezza di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, meglio conosciuto come ANZUS. Entrambi gli alleati americani combatterono insieme durante la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e l'Operazione Enduring Freedom (in Afghanistan). Canberra ha anche dato il proprio appoggio e partecipato all'invasione anglo-americana dell'Iraq del 2003. L'Australia fornisce poi un importante contributo al Sistema di Difesa Anti-Missile Nazionale. Dunque si può dare per scontato che una potenziale versione asiatica o pacifica della NATO comprenderà questi fidi alleati americani. Il Giappone si è avvicinato ulteriormente alla NATO, e un accresciuto livello di dialogo tra NATO e Giappone indica che le due parti hanno acconsentito a rafforzare i loro legami politici e militari.

Per capire se Washington stia davvero cercando di creare un'alleanza nella regione Asia-Pacifico (più o meno analoga alla sua controparte atlantica) bisogna esaminare quali potrebbero essere le motivazioni americane. Alcuni politici americani si sono fatti promotori di tali piani. Per esempio, Rudolph Giuliani ha proposto che la NATO accetti l'Australia, Israele, l'India, il Giappone e Singapore. Forse è questo che il Senatore John McCain aveva in mente quando ha raccomandato la creazione di una Lega di Democrazie guidata dagli Stati Uniti, un eufemismo che significa che gli alleati non-europei dovevano essere inclusi in una coalizione militare globale (contro chi?, ci si potrebbe chiedere).

Come vedremo, sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti sono interessati a creare una simile organizzazione. I geostrateghi americani devono aver prestato molta attenzione a questi fattori:
  • Il programma nucleare della Corea del Nord.
  • L'ascesa rapidissima della Cina come centro di potere economico. O meglio, per usare la definizione dell'US National Intelligence Council, “l'inaudito trasferimento di ricchezza da Ovest a Est”. Il PIL della Cina ha già sorpassato quello della Germania portandosi al terzo posto. Pechino ha le riserve valutarie più consistenti del mondo e il fatto che siano per la maggior parte denominate in dollari conferisce un notevole potere alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Altre economie regionali hanno registrato una crescita impressionante: si tratta in particolare della Corea del Sud, di Singapore, della Malaysia, dell'Indonesia, di Taiwan e di Hong Kong. Questo significa che l'Asia ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo sempre più importante nella politica internazionale.
  • L'ascesa della Cina ha anche rafforzato il potere militare, geopolitico, diplomatico e tecnologico dell'“Regno di Mezzo”. La Cina è verosimilmente la più grande potenza dell'Asia Orientale. Pechino sta migliorando e modernizzando le sue attrezzature militari e sta cercando di sviluppare la propria capacità di proiettarsi come potenza marittima nel lungo periodo.
  • La Cina e la Russia hanno avviato una cooperazione più stretta attraverso la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o Gruppo di Shanghai). Le due potenze hanno acconsentito a spartirsi l'influenza in Asia Centrale e a impedire agli americani di avanzare ulteriormente nel Grande Turkestan. Inoltre hanno compiuto esercitazioni militari congiunte.
  • Pechino ha corteggiato diversi regimi apertamente ostili alla potenza americana. Di fatto la Cina è il principale destinatario delle esportazioni petrolifere dell'Iran, ed è stata esplorata l'idea di costruire un oleodotto che colleghi i due paesi. Inoltre Myanmar è diventata uno degli alleati più stretti della Cina. Il “Regno di Mezzo” è un grande importatore di risorse myanmaresi (combustibili fossili, pietre preziose, legname, e così via) e il regime di Myanmar ha permesso ai cinesi di aprirvi e gestire strutture di intelligence. La Repubblica Popolare Cinese, per assicurarsi le forniture di materie prime, è diventata un importante partner commerciale anche per molti paesi africani.
  • La rinascita della Russia quale grande potenza è un fattore importante. Il Cremlino ha mostrato interesse verso progetti relativi allo sviluppo di risorse energetiche. Per esempio, al fine di diversificare i suoi partner commerciali, la Russia ha preso seriamente in considerazione l'ipotesi di fornire combustibili fossili alle maggiori economie dell'Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea del Sud). Inoltre la Federazione Russa prevede di aumentare la propria compartecipazione ai mercati degli armamenti dell'Est e del Sud-Est asiatico.
  • Benché la Corea del Sud accolga ancora molti militari statunitensi, Seoul (diversamente da Tokyo) ha messo in atto una politica estera che è stata piuttosto attenta a non infastidire Pechino.
  • Benché alcune Rivoluzioni Colorate orchestrate dagli americani siamo inizialmente riuscite a produrre cambiamenti di regime, sembra che sia i cinesi che i russi abbiano meticolosamente studiato questo modus operandi; Pechino è riuscita a contrastare questa metodologia nella Rivoluzione Zafferano di Myanmar e durante le rivolte del 2008 in Tibet.

Dunque gli strateghi statunitensi hanno deciso che l'America deve aumentare la propria presenza in Asia se Washington mira davvero all'egemonia (cioè al “Nuovo Secolo Americano”). Washington ha posizionato truppe in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Diego Garcia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Malaysia, Guam e Australia. Questi spiegamenti militari, sembrano pensare i pianificatori americani, devono essere amplificati mediante una versione asiatica della NATO.

Il fine ultimo di una NATO asiatica sarebbe quello di impedire alla Cina di diventare una sfida formidabile. Dunque gli strateghi americani hanno concluso che l'America deve mantenere la sua posizione di maggiore potenza marittima mondiale così da conservare la propria capacità di controllare le rotte marittime strategiche (come lo Stretto di Malacca e il Mare Cinese Meridionale) e mettere in atto un blocco navale nell'eventualità dello scoppio di una guerra. In questo caso le economie asiatiche sarebbero costrette a fare significative concessioni agli Stati Uniti per garantire la continuità dei propri flussi commerciali via mare.

Dopo i passi falsi commessi in Iraq e in Afghanistan, si può supporre che gli Stati Uniti abbiano compreso che anche se l'America è la maggiore potenza mondiale è tuttavia ancora incapace di far prevalere i propri interessi unilateralmente. Washington ha capito che avrà bisogno di diversi alleati per conservare il proprio primato. Dunque gli americani si sono dati da fare per approfondire la cooperazione strategica con gli alleati tradizionali (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e via dicendo). Inoltre gli Stati Uniti hanno cercato di sedurre l'India e di coinvolgerla in una NATO asiatica, fatto che trasformerebbe drammaticamente l'intero equilibrio delle forze in Eurasia.

Per l'Impero Britannico l'India era la colonia più preziosa perché portava grandi profitti e soprattutto la sua posizione geografica era strategicamente significativa. Secondo il CIA World Factbook, l'India nel 2008 è salita al dodicesimo posto nella classifica delle maggiori economie mondiali grazie alla crescita del suo PIL. Inoltre l'India è situata strategicamente nella parte meridionale del continente eurasiatico e il suo territorio è molto vasto. La popolazione indiana è un altro bene prezioso, perché il paese ha una classe professionale molto competitiva a livello internazionale. Ultimo ma non meno importante aspetto, non va dimenticato che l'India ha un arsenale nucleare.

Sembra che l'India abbia abbandonato la sua politica di non allineamento dei tempi della Guerra Fredda. Pare infatti che Delhi si sia lentamente avvicinata all'orbita angloamericana e ai suoi alleati. Alcuni membri della dirigenza politica indiana sono apertamente ostili alla Cina. Per esempio, l'ex Ministro della Difesa indiano George Fernandes disse che la Cina era “il nemico numero uno dell'India”, e questa affermazione conferma che almeno alcuni dirigenti politici di Delhi sono realmente convinti che la Repubblica Popolare Cinese sia una sorta di rivale strategico, anche se la maggioranza di essi non esprime questo punto di vista per timore di ripercussioni diplomatiche.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) è una forza politica indiana che, tra le altre cose, promuove una politica estera più aggressiva e appoggia anche un programma fortemente nazionalista. Se gli attentati di Mumbai del 2008 fossero stati davvero un'operazione clandestina condotta dall'affiliato della CIA, l'ISI (i servizi segreti pakistani, cui si è fatto ricorso in Cecenia, in Afghanistan, nei Balcani e ovunque fosse necessaria una plausibile smentita) uno dei suoi obiettivi sarebbe il consolidamento politico delle forze indiane (come il BJP) ben più disposte dell'attuale amministrazione guidata dal Partito del Congresso ad accettare un'alleanza con gli Stati Uniti.

La dice lunga il fatto che il Dalai Lama (che è ancora probabilmente un uomo della CIA) continui a operare indisturbato da Dharamsala (soprannominata “piccola Lhasa”), in India, il che dimostra che Delhi politicamente non vede l'ora di contenere l'ascesa della Cina. L'India è anche interessata ad avere accesso alle abbondanti riserve di risorse naturali del Tibet, in particolare l'acqua e l'uranio.

Alcuni anni fa, l'India era disposta a negoziare con l'Iran per garantire la propria sicurezza energetica. Sembra però che Washington sia riuscita a mandare all'aria quei colloqui. Ci si può solo chiedere cosa sia stato promesso o concesso a Delhi in cambio di ciò. È anche interessante il fatto che gli Stati Uniti prevedano un trasferimento di tecnologia nucleare all'India.

L'India ha anche cercato contatti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti. Per esempio Delhi è diventata un grande compratore di armi e di sistemi di difesa di fabbricazione israeliana.

D'altro canto, però, l'India è Stato osservatore della SCO. Tuttavia Delhi non avrebbe chiesto di potervi entrare come membro a tutti gli effetti in seguito alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti. L'India è un importante acquirente di mezzi militari di fabbricazione russa, compresi aerei e carri armati. Inoltre la Russia e l'India stanno collaborando allo sviluppo di un caccia stealth di quinta generazione.

Durante la Guerra Fredda le relazioni tra la Russia e l'India erano strette. Il Cremlino sa che le due potenze non hanno interessi nazionali reciprocamente esclusivi, cosa che non si può dire delle relazioni sino-indiane. Mosca e Delhi condividono il desiderio di contrastare l'irrequietezza islamica in Asia Centrale. Il Presidente Medvedev ha recentemente annunciato che il Governo russo prenderà in considerazione la possibilità di condividere la propria tecnologia nucleare con l'India per dare impulso ai legami bilaterali, impegno chiaramente volto a mettere fuori gioco gli americani.

Insomma, gli americani sono molto interessati a creare una “NATO asiatica”; ciononostante, una tale organizzazione non avrebbe senso se l'India non ne facesse parte. Questo spiega perché gli Stati Uniti si siano dimostrati piuttosto favorevoli a fare una serie di concessioni all'India in cambio della lealtà geopolitica e strategica di quest'ultima. A questo punto non si sa se l'India aderirà a una simile alleanza. Forse le élite politiche indiane devono ancora decidere se si allineeranno con gli atlantisti (gli americani e gli europei), con gli eurasiatisti (i russi e i cinesi) oppure... con nessuno dei due. In fin dei conti Delhi può anche metterli gli uni contro gli altri per ottenere il maggior numero possibile di concessioni da entrambi senza essere per forza costretta a schierarsi. Comunque, se l'India deciderà a favore di uno dei due campi, produrrà un terremoto geopolitico in tutta l'Eurasia.

Originale: Is an "Asian NATO" Really On The US Agenda?

Articolo originale pubblicato il 28/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Preciso, rapido, mortale: sono solo queste le competenze richieste a un soldato. Ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il Generale David Petraeus, è più di un soldato. Il mondo si sta abituando a considerarlo quasi uno statista. Certo, la seduzione della guerra fa ancora presa su di lui, ma ci si aspetta anche che sia consapevole delle realtà politiche delle due guerre che sta conducendo, in Iraq e in Afghanistan.

Ecco perché ha fatto un passo falso, lo scorso martedì, quando durante una visita in Pakistan ha detto che l'esercito americano si era assicurato degli accordi per far transitare i rifornimenti verso l'Afghanistan da nord, allentando la pesante dipendenza dalla rotta pakistana. “Sono stati raggiunti degli accordi, e adesso ci sono linee di transito e accordi di transito per rifornimenti e servizi che coinvolgono diversi paesi centro-asiatici e la Russia”, ha dichiarato Petraeus.

È stato inutilmente preciso, come un soldato. Forse doveva impressionare i generali pakistani facendo loro capire che non avrebbero potuto continuare ancora a lungo a tenere in ostaggio le forze statunitensi in Afghanistan. Oppure era semplicemente esasperato dall'ambiguità e la doppiezza dei generali del sud-ovest asiatico.

Un'impressionante valutazione dell'intelligence russa resa nota da Mosca rivela che quasi la metà dei rifornimenti statunitensi che passano attraverso il Pakistan viene rubata da un miscuglio di militanti talebani, venditori ambulanti e semplici ladri. L'esercito degli Stati Uniti viene rapinato alla luce del sole e non può farci molto. Quasi l'80% di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Il bazar di Peshawar ospita un florido commercio di articoli militari statunitensi rubati, come negli anni Ottanta durante il jihad afghano contro l'Unione Sovietica. Questo volume di affari registrerà un poderoso balzo in avanti con il raddoppio dei soldati americani in Afghanistan, che saliranno a 60.000. Le guerre sono essenzialmente delle tragedie, ma non mancano di lati comici.

Mosca smentisce
In ogni caso, un giorno dopo le affermazioni di Petraeus Mosca si è affrettata a correggerlo. Il vice ministro degli Esteri Aleksej Maslov ha dichiarato all'Itar-Tass: “Alla missione permanente della Russia alla NATO non è stato sottoposto alcun documento ufficiale che certifichi che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti e la NATO a trasportare merci militari attraverso il paese”.

Il giorno dopo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha aggiunto da Bruxelles: “Non sappiamo niente del presunto accordo della Russia sul transito dei rifornimenti militari degli americani o della NATO. Ci sono state indicazioni in tal senso, ma non sono state formalizzate”. E con un tocco di ironia Rogozin ha insistito che la Russia desiderava il successo dell'alleanza militare in Afghanistan.

“Posso responsabilmente dire che, nel caso di una sconfitta della NATO in Afghanistan, i fondamentalisti ispirati da questa vittoria punteranno a nord. Prima colpiranno il Tagikistan, poi cercheranno di entrare nell'Uzbekistan... Se le cose vanno male, nel giro di dieci anni i nostri ragazzi dovranno combattere estremisti islamici ben armati e ben organizzati da qualche parte del Kazakistan”, ha aggiunto il popolare politico moscovita passato alla carriera diplomatica.

Gli esperti russi hanno fatto sapere che Mosca guarda con inquietudine alle trattative degli Stati Uniti con i paesi centro-asiatici per la firma di accordi di transito bilaterali che escludano la Russia. Sono stati raggiunti accordi con la Georgia, l'Azerbaigian e il Kazakistan. Mosca capisce che gli Stati Uniti continuano a mirare a una nuova rotta di transito caspica che comporti il passaggio dei rifornimenti attraverso la Georgia verso l'Azerbaigian, da lì al porto kazako di Aktau e attraverso il territorio uzbeko all'Amu Darya fino all'Afghanistan settentrionale.

Gli esperti russi stimano che la rotta di transito caspica possa diventare una rotta energetica nella direzione opposta, e questo equivarrebbe a una sconfitta strategica per la Russia nella decennale lotta per le riserve di idrocarburi della regione.

La Russia preme per avere un ruolo a Kabul
Effettivamente l'Uzbekistan è il paese-chiave dell'Asia Centrale nel grande gioco per la rotta di transito settentrionale verso l'Afghanistan. Durante la visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Taškent, la scorsa settimana, l'Afghanistan è stato un argomento cruciale. Medvedev ha caratterizzato le relazioni russo-uzbeke come un'“alleanza e partenariato strategico” e ha detto che sulle questioni relative all'Afghanistan la cooperazione di Mosca con Taškent assume un'“importanza eccezionale”.
Ha anche detto che con il Presidente uzbeko Islam Karimov c'è accordo sul fatto che non possa esserci alcuna “soluzione unilaterale” al problema afghano e che “non è possibile risolvere nulla senza prendere in considerazione l'opinione collettiva di stati che hanno un interesse nella risoluzione della situazione”.

Ma soprattutto Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha obiezioni in merito all'idea del Presidente Barack Obama di collegare i problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, ma per una ragione del tutto diversa, in quanto “non è possibile esaminare la creazione e lo sviluppo di un sistema politico moderno in Afghanistan isolandolo dal contesto della normalizzazione delle relazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan nelle regioni di confine tra i due paesi, mettendo in moto gli adeguati meccanismi internazionali e via dicendo”.

Mosca tocca raramente la delicata questione della Linea Durand, cioè il controverso confine che separa l'Afghanistan e il Pakistan. Medvedev ha sottolineato che la Russia resta parte in causa, in quanto “è necessario far sì che questi problemi vengano risolti su base collettiva”.

In secondo luogo, Medvedev ha messo in chiaro che Mosca resisterà ai tentativi degli Stati Uniti di espandere la propria presenza politica e militare nelle regioni centro-asiatiche e del Caspio. Ha affermato infatti: “Questa è una regione-chiave, una regione in cui si svolgono diversi processi e nella quale la Russia ha un lavoro cruciale da svolgere per coordinare le nostre posizioni con i nostri colleghi e contribuire a trovare soluzioni comuni ai problemi più complessi”.

In parole povere, Mosca non consentirà che si ripeta la tattica degli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, quando vollero imporre una presenza militare in Asia Centrale come misura temporanea e poi procedettero freddamente a trasformarla in una base d'appoggio a lungo termine.

Karzai guarda a Mosca
È interessante che le affermazioni di Medvedev coincidano con la notizia secondo la quale Washington starebbe abbandonando il Presidente afghano Hamid Karzai e progettando di istallare un nuovo “dream team” a Kabul.

Medvedev aveva scritto a Karzai offrendogli assistenza militare. Karzai ha apparentemente accettato l'offerta russa, ignorando le obiezioni degli Stati Uniti secondo cui in base ad accordi segreti tra USA e Afghanistan Kabul doveva ottenere il consenso di Washington prima accordarsi con paesi terzi.

Una dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal Cremlino diceva che la Russia è “pronta a fornire ampia assistenza a un paese indipendente e democratico [l'Afghanistan] che conviva con i suoi vicini in un'atmosfera pacifica. La cooperazione nel settore della difesa... contribuirà efficacemente a instaurare la pace nella regione”. Per Kabul ha senso stringere accordi militari con la Russia, dato che le forze armate afghane usano sistemi d'arma sovietici. Ma Washington non vuole una “presenza” russa a Kabul.

Ovviamente Mosca e Kabul hanno sfidato il segreto potere di veto degli Stati Uniti sulle relazioni esterne dell'Afghanistan. Lo scorso venerdì a Mosca si sono incontrati diplomatici russi e afghani, i quali si sono “impegnati a continuare a sviluppare la cooperazione russo-afghana in ambito politico, commerciale ed economico, nonché nella sfera umanitaria”. Significativamente, hanno anche “rilevato l'importanza della Shanghai Cooperation Organization [SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, anche nota come Gruppo di Shanghai, N.d.T.]”, che è dominata dalla Russia e dalla Cina.

La SCO vuole un ruolo nella risoluzione del problema afghano
Washington non può censurare apertamente Karzai impedendogli di avvicinarsi alla Russia (e alla Cina), giacché l'Afghanistan è teoricamente un paese sovrano. Nel frattempo, Mosca sta assumendo un ruolo nelle aspirazioni di Kabul all'indipendenza. Mosca ha intensificato i propri sforzi per ospitare una conferenza internazionale sull'Afghanistan sotto l'egida della SCO. Gli Stati Uniti non vogliono che Karzai legittimi un ruolo della SCO nel problema afghano. Ed è qui che sorge l'attrito.

Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un incontro tra i vice ministri degli Esteri dei paesi membri della SCO (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Il ministero degli Esteri russo ha in seguito annunciato una conferenza prevista per la fine di marzo. L'iniziativa russa ha ricevuto grande impulso grazie alla decisione di Iran e India di partecipare alla conferenza.

Nuova Delhi ha accolto con favore l'opportunità di svolgere un ruolo più importante come membro osservatore della SCO e intende “partecipare maggiormente” alle attività dell'organizzazione. In particolare, Nuova Delhi ha “espresso interesse a prendere parte alle attività” del gruppo di contatto della SCO sull'Afghanistan.

La grande domanda ora è: Karzai coglierà queste tendenze regionali e risponderà all'apertura della SCO, liberando Kabul dalla morsa di Washington? Di certo Washington è in corsa contro il tempo per produrre un “cambiamento di regime” a Kabul.

Il fatto è che un numero sempre maggiore di paesi della regione trovano difficile accettare il monopolio statunitense sulla risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington faticherà a dissociarsi dalla conferenza della SCO prevista a marzo e avrebbe idealmente voluto che anche Karzai se ne fosse tenuto lontano, pur trattandosi di una iniziativa regionale a pieno titolo che coinvolge tutti i vicini dell'Afghanistan.

Sicuramente la SCO metterà l'Afghanistan all'ordine del giorno del vertice annuale che si terrà ad agosto a Ekaterinburg, in Russia. Pare che in questa fase Washington non sia in grado di distogliere la SCO dal suo proposito, a meno di coinvolgere le potenze regionali nella ricerca di una soluzione del problema afghano e consentire loro di parteciparvi appieno com'è loro legittimo interesse.

L'attuale linea di pensiero statunitense, d'altro canto, è orientata a stringere “grandi accordi” bilaterali trattando separatamente con le potenze regionali e impedendo loro di coordinarsi collettivamente sulla base di preoccupazioni e interessi condivisi. Ma le potenze regionali vedono il piano degli Stati Uniti per quello che è: un'astuta mossa del solito divide et impera..

Mosca respinge l'impegno selettivo
Senza dubbio queste manovre diplomatiche rivelano anche il deficit di fiducia nelle relazioni russo-americane. Mosca esprime ottimismo sulla capacità d Obama di affrontare in modo costruttivo i problemi accumulatisi nei rapporti USA-Russia. Ma non si è parlato di Russia né nel discorso di insediamento di Obama né nel documento sulla politica estera che espone il suo programma.

Lo scorso martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha così sintetizzato le aspettative minime di Mosca: “Spero che gli elementi controversi delle nostre relazioni, come la difesa anti-missile, l'opportunità dell'allargamento della NATO... verranno risolti sulla base del pragmatismo, senza la presa di posizione ideologica che ha caratterizzato l'amministrazione uscente... Ci siamo accorti che... Obama era disposto a prendersi una pausa sulla questione della difesa anti-missile... e a valutare la sua efficacia e la sua efficienza in termini di costi”.

Ma la Russia non è tra le priorità della nuova amministrazione statunitense. Inoltre, come osservava la scorsa settimana l'influente quotidiano Nezavisimaja Gazeta, “Un consistente numero di congressisti [statunitensi] di entrambi i partiti ritengono che la Russia abbia bisogno di una lavata di capo”. L'attuale priorità della Russia sarà di organizzare presto un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton, e prima di questo incontro tutte le questioni – compresa quella spinosa della rotta di transito verso l'Afghanistan – resteranno in sospeso.

Pertanto, nella conferenza stampa di Taškent Medvedev ha acconsentito in linea di principio a concedere agli Stati Uniti il permesso di usare una rotta di transito verso l'Afghanistan che passi per il territorio russo, ma al contempo ha precisato che “Questa dev'essere una cooperazione a tutti gli effetti e su base paritaria”. Ha ricordato a Obama che la strategia del “surge” – l'aumento del livello di truppe in Afghanistan – potrebbe non sortire gli effetti auspicati. “Speriamo che la nuova amministrazione abbia maggiore successo di quella che l'ha preceduta nelle questioni relative all'Afghanistan”, ha detto Medvedev.

Evidentemente Petraeus ha trascurato il fatto che l'inutile ostinazione con cui gli Stati Uniti mantengono il controllo geopolitico dell'Hindu Kush, proprio nel cuore dell'Asia, è diventata una questione controversa. Indipendentemente dai bei discorsi, l'amministrazione Obama troverà difficile sostenere il mito che la guerra afghana serva esclusivamente a sconfiggere una volta per tutte al-Qaeda e i taliban.

Originale: Russia stops US on road to Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 27/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, gennaio 16, 2009

Il gas come arma politica avvelenata

Il gas come arma politica avvelenata

AUTORE: Pëtr Romanov

Con gli ulteriori sviluppi dello scandalo del gas tra Ucraina e Russia diventa sempre più evidente la componente politica del conflitto. Innanzitutto si tratta di un aggravamento della crisi politica interna dell'Ucraina, dove la Rada chiede già l'impeachment del presidente e le dimissioni del governo. E se la seconda ipotesi è improbabile la prima è in linea di principio possibile, perché qui si ritrovano uniti sia Janukovič, sia i comunisti ucraini, sia il blocco Julija Timošenko. Ma anche se l'idea dell'impeachment non dovesse passare, lo scandalo del gas rappresenterà il colpo di grazia per la carriera politica di Juščenko. Non so con cosa sia stato avvelenato in passato il presidente ucraino, ma adesso ha inghiottito una buona dose di gas avvelenato.

Sono sempre più evidenti i danni politici subiti anche dalla Russia, in seguito ai non meno evidenti danni economici. Considerando la vicenda dalla prospettiva di Mosca e di primo acchito si ha l'impressione che Gazprom e le autorità russe abbiano battuto l'Ucraina nel guadagnarsi le simpatie europee. Di fatto però sarebbe più accurato discutere su quale delle due – la Russia o l'Ucraina – susciti all'infreddolito e irritato consumatore europeo meno antipatia. La reazione è del tutto comprensibile: la casalinga europea vuole che nella sua cucina arrivi il gas, e poco le importa chi sia colpevole della sua assenza, se Kiev o Mosca. Per quanto riguarda i politici europei, benché comprendano la situazione su un altro livello sono comunque notevolmente orientati in senso antirusso. E restano inclini a chiudere un occhio quando si tratta di Juščenko, dato che per loro non è Mosca ma l'Ucraina a rappresentare un potenziale futuro membro dell'Unione Europea e della NATO.

In ultima analisi, si tratta già di grande politica e di un'enorme gatta da pelare per la Russia, se si immagina che una situazione in cui l'Ucraina si rifiuta di far passare il gas russo diretto in Europa. E non per una settimana o due, ma per sempre. Naturalmente anche all'Ucraina è necessario il gas russo, ma se prevarrà il corso antirusso il nostro vicino potrà decidere proprio in quel senso. Il gas e il carbone ucraini e l'acquisto in Europa del mazut [nafta pesante, N.d.T.] permetteranno all'Ucraina di sopravvivere. Simili impedimenti nella filiera energetica, naturalmente, rallenteranno lo sviluppo economico dell'Ucraina, ma in passato la psicosi antirussa ha condotto anche altri paesi fino a questo punto. In ogni caso il vecchio detto dei nazionalisti ucraini – “mi caverò un occhio perché mia suocera abbia un genero orbo” – a quanto pare non turba nessuno.

Se la situazione si evolverà in questo senso a restare sconfitte saranno sia l'Ucraina sia la Russia, che in un periodo di gravissima crisi mondiale perderà l'importantissimo mercato europeo e dunque anche un afflusso di valuta nelle proprie casse. Il gasdotto Nord Stream nel migliore dei casi sarà operativo solo nell'autunno del 2011, e per allora (se il transito attraverso l'Ucraina verso l'Europa in questo lasso di tempo verrà bloccato) i nostri clienti europei si saranno già orientati verso altre fonti energetiche e verso altri fornitori.

Naturalmente in questo scenario c'è un terzo perdente, ed è l'Europa. Rinunciare al gas russo così, all'improvviso, rappresenterebbe una grande perdita per l'economia europea e per una serie di paesi sarebbe semplicemente una catastrofe.

Chi trae beneficio da tutta questa confusione? Una possibile risposta sta in una documento appena apparso sulla stampa russa e firmato dall'Ucraina e dagli Stati Uniti. L'Izvestija è entrata in possesso di un testo firmato in dicembre dal ministro degli esterni Vladimir Ogryzko e dal Segretario di Stato americano, la “Carta sul partenariato strategico”. Nel documento si dice che Washington aiuterà l'Ucraina a modernizzare i gasdotti ampiamente logorati del paese. Naturalmente Kiev ha tutto il diritto di decidere chi rimetterà a nuovo la rete di gasdotti ucraina. Però è facile supporre che non si firmi una “Carta sul partenariato strategico” solo per dei lavori di ammodernamento. Inoltre simili documenti spesso sono semplicemente la punta dell'iceberg. I temi più importanti si discutono fuori protocollo.

Appare dunque del tutto verosimile in linea di principio l'ipotesi espressa dal vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev. Secondo Medvedev si ha l'impressione che “tutta la commedia che va in scena in Ucraina venga diretta da un paese”. In altre parole, l'apparente illogicità e irrazionalità del recente comportamento dell'Ucraina si spiegherebbe molto semplicemente: Kiev persegue coerentemente piani concordati con l'amministrazione Bush.

La logica di questa ipotesi può essere multipla. Non è solo un modo per legare a sé più strettamente l'Ucraina, ma anche una politica di contenimento della Russia. Infine potrebbe anche trattarsi di un'azione antieuropea. Nella politica dell'Unione Europea cominciano a essere troppi gli aspetti che non rispondono agli interessi degli Stati Uniti: un'economia europea competitiva – del tutto inappropriata dal punto di vista dell'amministrazione Bush – l'attività del presidente francese al tempo dei fatti di agosto nel Caucaso, l'appello agli Stati Uniti di alcuni attori europei di considerare attentamente le proposte del presidente russo sulla riforma del sistema di sicurezza europeo, e via dicendo.

La nuova amministrazione Obama vorrà continuare questo gioco antirusso ed antieuropeo? Questa è una domanda cui è ancora difficile rispondere. Giudicando dai segnali indiretti, è improbabile.

Comunque sia, è già chiara una cosa: l'arma del gas, che è stata proibita molto tempo fa a fini bellici, a quanto pare ha trovato una nuova nuova nicchia di impiego, la politica. In una situazione di crisi mondiale questo è particolarmente pericoloso e ben poco saggio. Del resto, come è noto, l'uscente amministrazione Bush non è stata caratterizzata da una grande saggezza.


Originale: Газ как отравляющее политическое оружие

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Sempre a proposito di guerra del gas Ucraina-Russia

Ancora niente gas
di Oleg Mitjaev per RIA Novosti

Il 13 gennaio, grazie al raggiungimento di un accordo tra le parti, era prevista la ripresa del transito del gas russo attraverso il territorio dell'Ucraina verso i paesi dell'Unione Europea. Ma così non è stato. Gazprom ha cominciato a fornire il combustibile agli utenti europei ma l'ucraina Naftogaz ha bloccato il suo gasdotto. I paesi dell'UE sono rimasti ancora una vota privi del gas russo, e a Russia e Ucraina non resta che calcolare le perdite subite e quelle future.

Niente salvezza per l'Europa
Il 12 gennaio l'Ucraina ha firmato un protocollo sull'organizzazione del controllo internazionale del transito del gas russo attraverso l'Ucraina verso l'Unione Europea, questa volta senza clausole né appendici. Si è trattato indubbiamente di una vittoria diplomatica della Russia.

Ricordiamo che una situazione simile si era verificata all'inizio del 2006. Neanche allora l'Ucraina aveva firmato il contratto per la fornitura di gas dalla Russia e dal 1° gennaio ne era stata privata. Però aveva subito cominciato a prelevare senza autorizzazione per sé il gas destinato ai consumatori dell'Unione Europea. Per porre fine a questa situazione la Russia nel gennaio del 2006 aveva stipulato letteralmente nel giro di due giorni un compromesso per la fornitura del gas all'Ucraina.

Questa volta il governo russo e Gazprom sono riusciti a ottenere dall'Ucraina la firma di questo protocollo, in base al quale l'Ucraina deve assicurare il transito del gas verso i consumatori europei anche in assenza di un contratto di fornitura per il consumo interno e perciò non può attingere al combustibile destinato ai paesi dell'Unione Europea.

Ma anche dopo la firma di questo protocollo di transito alle condizioni russe l'escalation della “guerra del gas del 2009” è apparsa inevitabile.

La prima controversa questione che sta alla base dell'impossibilità di riprendere la fornitura di gas russo all'UE riguarda il cosiddetto gas tecnico, quello che serve a spingere il metano dentro il gasdotto, che è di circa 21 milioni di metri cubi giornalieri. L'Ucraina deve fornire questo gas perché il metano arrivi nell'Unione Europea. In assenza di un contratto per la fornitura di gas russo, Naftogaz si rifiuta di attingere dalle riserve di gas nazionali e chiede che sia Gazprom a fornire questa quota di gas tecnico. Gazprom però non intende fornire il gas tecnico a Naftogas perché è già incluso nella tariffa per il transito (1,6 dollari per 1000 metri cubi per 100 chilometri), in vigore fino al 2010.

Più dura il conflitto, più aumentano le perdite
Del blocco del gas, effettivo dal 7 gennaio, risentono soprattutto i paesi balcanici: la Bulgaria, la Slovacchia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e la Moldavia. Lì quasi tutto il gas viene fornito dalla Russia e le riserve sono molto scarse.

Nei maggiori paesi dell'Unione Europea che necessitano del gas russo – Francia, Germania e Italia – la riduzione del flusso totale è inferiore al 10-25%, dato che la struttura delle importazioni di metano in quei paesi è diversificata. Inoltre i principali paesi membri dell'UE hanno riserve sostanziose di combustibile.
L'Ucraina invece comincia a risentire della mancanza di gas, e dunque senza un contratto con la Russia deve fare economia sulle riserve accumulate nell'anno passato. Ha inoltre perso i proventi per il transito del gas russo in Europa.

La Russia, che tra il 1° e il 6 gennaio ha fornito gas all'Europa attraverso l'Ucraina mentre quest'ultima vi attingeva senza autorizzazione, ha perso in quei giorni circa 40 milioni di dollari. Ma le perdite sono aumentate ulteriormente a partire dal 7 gennaio, quando per il prelevamento non autorizzato di gas da parte dell'Ucraina la Russia è stata costretta a interrompere il transito di gas verso l'Europa: secondo le stime degli esperti, circa 120 milioni di dollari al giorno. Dunque, dal 1° gennaio al 13 gennaio, a causa della crisi del gas, la Russia avrebbe perso circa 880 milioni di dollari.

La via più rapida per uscire dalla crisi è la firma di un contratto sulla fornitura del gas russo all'Ucraina. Così l'Ucraina permetterà la ripresa del transito del metano verso l'Europa e le perdite economiche della crisi del gas verranno minimizzate. Entrambe le parti ribadiscono che sono pronte a sedersi nuovamente e urgentemente al tavolo dei negoziati. Tuttavia le loro divergenze sulle questioni cruciali – il prezzo del gas, la tariffa di transito e il debito dell'Ucraina – sono molto grandi.

La Russia è determinata a fornire gas all'Ucraina nel primo trimestre, o almeno in gennaio, al prezzo di 450 dollari per 1000 metri cubi; l'Ucraina è pronta a pagare solo 200-250 dollari per 1000 metri cubi. Naftogaz insiste sull'aumento della tariffa di transito; Gazprom è pronta ad aumentare la tariffa solo dopo un aumento del prezzo del gas ai livelli desiderati. L'Ucraina ritiene di aver pagato tutti i debiti a Gazprom per il 2008; la posizione della Russia è che Naftogaz le deve ancora 614 milioni di dollari.

Inoltre, se l'ennesimo conflitto del gas si protrarrà, le future perdite della Russia (e anche dell'Ucraina) aumenteranno di molto. Già adesso l'Unione Europea sta pensando di espandere l'accesso a fonti di energia che non dipendono dai due paesi dell'Est.

Il 12 gennaio, durante una riunione dei ministri dell'energia dei paesi dell'UE a Bruxelles, l'attenzione si è concentrata non tanto sulla risoluzione della crisi del gas, quanto sui modi per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. È stato dunque scelto di diversificare ulteriormente le importazioni energetiche.
Nell'Unione Europea si punta sempre più al progetto del gasdotto Nabucco, che aggirerebbe il territorio della Russia e non sarebbe legato ai suoi giacimenti. Dovrebbe diventare una continuazione del già esistente gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e andare da Erzurum in Turchia fino in Austria, al centro dell'Europa.

Il progetto è alquanto controverso, in quanto il gas azero non basta a riempire il Nabucco. Ma in Europa si spera di riempirlo grazie ai ricchissimi giacimenti del Turkmenistan, con la costruzione del gasdotto transcaspico che dovrebbe collegare le sponde turkmena e azera del Mar Caspio. In Russia si pensa che non accadrà mai, in quanto i principali paesi caspici – la Russia stessa e l'Iran – non concederanno mai il loro consenso, mentre tutte le questioni relative ai paesi della regione vanno risolte con il consenso unanime.

Però per la Russia il fatto stesso che i suoi tradizionali partner nei progetti dei gasdotti Nord Stream (dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico) e South Stream (dalla costa russa del Mar Nero ai Balcani, l'Italia e la Germania) si dicano favorevoli a lavorare a progetti concorrenti, è di per sé sgradevole.
Il sistema più probabile e rapido di diversificazione delle importazioni per i paesi dell'Unione Europea è l'incremento dell'acquisto di gas naturale liquefatto dall'Africa Settentrionale e dai paesi del Golfo Persico.
Nell'Unione Europea ci si accinge anche ad aumentare gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, in primo luogo le centrali atomiche. I paesi europei non intendono rimettere in funzione le centrali costruite in Bulgaria e in Slovacchia ancora ai tempi dell'URSS. Ma potrebbero attivamente contribuire alla costruzione di nuovi impianti con l'impiego della propria tecnologia.

Di conseguenza, la quota di gas russo destinata al mercato europeo, che oggi corrisponde a circa un terzo, potrebbe diminuire già nel prossimo futuro.

Originale: Снова газа нет в трубе

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia

Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia
di H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck

Prima del Nuovo Anno si sono svolti tra la russa Gazprom e l'ucraina Naftogaz delle trattative sul proseguimento della fornitura del gas russo all'Ucraina e sull'importo da pagare per il gas già consegnato.

L'Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi di dollari [1,1 miliardi di euro] per il gas consegnato nel 2008. Se si aggiungono gli interessi per il ritardo nei pagamenti, il debito dell'Ucraina aumenta a 2 miliardi di dollari [1,47 miliardi di euro]. Gazprom ha proposto all'Ucraina, viste le difficoltà economiche e finanziarie di questo paese, un prezzo di molto inferiore al quello mondiale: 250 dollari [184 euro] per 1000 metri cubi.

Adesso il Presidente ucraino, Juščenko, e l'attuale Primo Ministro Julija Timošennko, chiedono di fissare questo prezzo a 200 dollari [147 euro] per 1000 metri cubi. Per fare un confronto, altri paesi (il Turkmenistan o il Kazakistan) vendono il loro gas a 340 dollari [250 euro] per 1000 metri cubi. Aggiungendo i costi di trasporto l'Ucraina avrebbe dovuto pagare a questi paesi 400 dollari [294 euro]. La delegazione ucraina che si è recata in Russia nel mese di dicembre non è stata autorizzata a firmare un nuovo contratto, tanto che è rientrata in patria senza averne firmato alcuno.

Il 30 dicembre 2008 Gazprom ha ricevuto una lettera dei dirigenti ucraini che la avvisavano che l'Ucraina aveva versato sul suo conto 1,5 miliardi di dollari e dunque non doveva più niente alla Russia. Ma questi soldi non sono arrivati in Russia. E non è tutto: l'amministratore delegato di Naftogaz, Dubina, ha dichiarato che, poiché l'Ucraina non aveva firmato alcun contratto per il 2009, il gas che transita sul suo territorio sarebbe stato per così dire dichiarato “senza padrone”. E questo benché l'Ucraina abbia assicurato all'Unione Europea che la totalità del gas in transito sul suo territorio sarebbe arrivato ai destinatari: non si può che definire un inganno. E ancora: l'Ucraina intende modificare le sue tariffe di transito verso l'Europa Occidentale. Ebbene, con la Russia è stato fissato un contratto a lungo termine, che fissa la tariffa di transito attraverso l'Ucraina fino al 2001 a 1,6 dollari [1,17 euro] per 1000 metri cubi e 100 chilometri di percorso, prezzo in linea con la media europea. Ma ecco che l'Ucraina vuole aumentarlo. In questo momento le riserve sotterranee di gas ucraine sono piene, mettendo il paese al riparo dalle difficoltà di approvvigionamento della propria popolazione. Questo significa che l'Ucraina cerca di ottenere una tariffa di transito più elevata per il gas che ha. I russi da parte loro hanno ridotto progressivamente le consegne di gas all'Ucraina per interromperle del tutto il 1° gennaio 2009.

L'amministratore delegato di Naftogaz ha informato Gazprom che nonostante tutte le assicurazioni fornite all'Unione Europea dall'Ucraina, quest'ultima consegnerà il gas solo in base alle possibilità di trasporto necessarie. Per ora il volume di metano consegnato all'Europa Occidentale non ha subito notevoli variazioni. Solo la Romania e la Polonia hanno constatato un calo di pressione del gas che transita attraverso l'Ucraina.

Juščenko, da parte sua, ha garantito alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un trasporto senza problemi del gas russo in Europa Occidentale attraverso altri gasdotti. Nel frattempo Gazprom ha dichiarato che se l'Ucraina non accetterà la tariffa di favore proposta dalla Russia quest'ultima esigerà automaticamente il prezzo praticato sul mercato mondiale, e che per assicurare il trasporto del gas russo verso l'Europa Occidentale rafforzerà il transito attraverso la Bielorussia.


Originale: Das Gasproblem zwischen der Ukraine und Russland

Articolo originale pubblicato il 5/1/2009

H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck sono autori associati a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, di cui Manuela Vittorelli è membro. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, gennaio 08, 2009

Comunicazione di servizio: Tlaxcala in russo

È attivo da qualche giorno il blog russo di Tlaxala, dedicato ad articoli in russo e alle traduzioni della rete dei traduttori per la diversità linguistica.
Siamo come sempre ben felici di scambiare materiali in lingua originale da tradurre e far circolare, e alla ricerca costante di traduttori disposti a regalarci un po' del loro tempo.

Fate circolare, se lo ritenete opportuno, questo link: http://tlaxcala-po-russki.blosgpot.com

Grazie.

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 22, 2008

Stratfor sulla ripresa dei negoziati Russia-USA sul controllo degli armamenti

[Il 17 dicembre gli analisti di Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) hanno prestato attenzione al viaggio in Russia del senatore Lugar, preceduto di poco dalla significativa visita di Henry Kissinger. Visto che se ne è letto poco traduco qui la notizia, accessibile solo agli utenti registrati:]

Ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti?
Il senatore statunitense Richard Lugar (repubblicano dell'Indiana) martedì è giunto a Mosca per dei colloqui. La sua visita, che si protrarrà fino a sabato, dovrebbe concentrarsi sul disarmo, in vista di un rinnovo o di una sostituzione del regime di controllo degli armamenti instaurato in base allo Strategic Arms Reduction Treaty (START I, Trattato per la Riduzione degli Armamenti Strategici) del 1991, che scadrà il 5 dicembre 2009.

Benché normalmente prestiamo poca attenzione ai viaggi di membri del Congresso, questa visita è degna di nota. Lugar è senatore da più di 30 anni, ed è il repubblicano più alto in grado del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Ha svolto un ruolo cruciale nei negoziati per il disarmo durante la Guerra Fredda e per la non-proliferazione in epoca post-sovietica. Nel 1991 è stato coautore (con il senatore Sam Nunn, democratico della Georgia) del Lugar-Nunn Cooperative Threat Reduction Program (Programma di riduzione congiunta della minaccia) che tentava di eliminare quello che lo START aveva contribuito a mettere al bando, fornendo finanziamenti statunitensi per mettere in sicurezza e smantellare gli armamenti nucleari di epoca sovietica e relativi sistemi di lancio (oltre alle armi biologiche e chimiche). A oggi sono state smantellate circa 7200 testate nucleari d'epoca sovietica.

Tuttavia l'eredità del regime di controllo degli armamenti della Guerra Fredda – e il coinvolgimento di Lugar in questo processo – non si limita alle armi nucleari. Le componenti sono tre. Una è l'Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF, Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio), che metteva al bando tutti i missili balistici a corto e medio raggio (300-3400 miglia) e i missili da crociera terra basati a terra al fine di ridurre la minaccia di un rapido scambio nucleare nel teatro europeo. Un'altra componente è rappresentata dal Treaty on Conventional Forces in Europe (CFE, Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa) del 1992, che poneva espliciti limiti alle armi convenzionali, dai carri armati ai veicoli da combattimento e dagli elicotteri d'attacco ai caccia, in tutto il teatro europeo, sia per la NATO che per il Patto di Varsavia (Russia a ovest degli Urali compresa). E infine c'è lo START I, che stabilì meccanismi rigorosi di dichiarazione, ispezione e verifica allo scopo di ridurre gli arsenali degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica.

In anni più recenti, tuttavia, l'impegno per il disarmo è entrato in una fase di stallo. Gli americani hanno preferito non dare seguito allo START; gli Stati Uniti vedono venir meno l'arsenale strategico russo, dunque Washington considera qualsiasi rigida restrizione bilaterale imposta alle armi nucleari strategiche come un'indebita limitazione delle proprie opzioni militari a lungo termine. I russi non amano il CFE, dato che gli stati satelliti che facevano parte del Patto di Varsavia sono ora membri della NATO; i numeri delle armi convenzionali sono tutti a favore della NATO. E i russi non amano neanche il trattato INF, perché impedisce loro di costruire grandi quantità di più economici missili a breve raggio per contrastare la superiorità tecnica e a lungo raggio degli Stati Uniti.

Messi assieme, questi tre trattati segnano la fine della realtà militare della Guerra Fredda in Eurasia. E la visita di Lugar in Russia segnala che gli americani e i russi potrebbero essere pronti ad ammettere che tutti e tre gli accordi vanno rivisti.

Lugar non è il solo peso massimo in gioco. La sua visita segue un fatto ancora più rivelatore: anche l'ex segretario di stato Henry Kissinger ha di recente visitato la Russia. Avrebbe incontrato il presidente russo Medvedev il 12 dicembre, ma secondo una fonte di Stratfor avrebbe soprattutto trascorso molto tempo con il primo ministro Vladimir Putin. In Russia Kissinger è l'americano più rispettato e considerato, punto. Quando si trova lì, ha l'autorità di parlare per conto dell'amministrazione degli Stati Uniti. Il successivo viaggio di Lugar suggerisce che gli incontri di Kissinger si sono almeno in parte concentrati sul riavvio di significative discussioni sul controllo degli armamenti.

Per i russi il solo fatto di riuscire a convincere gli americani a discutere l'idea di rinegoziare i trattati è una vittoria significativa. A parte il prestigio di essere ancora capace di riuscire a condurre colloqui strategici bilaterali, la Russia ha convinto Washington – e parliamo qui della Washington di Bush ma anche di Obama – di avere la capacità non solo di influenzare ma anche di dettare gli eventi in gran parte dell'ex impero sovietico. Il riconoscimento statunitense di questo semplice fatto significa che sono destinate a svolgersi discussioni in materia di sicurezza. Il processo di rinegoziazione probabilmente si protrarrà per anni, ma le visite di Kissinger e Lugar sono mosse di apertura in quella direzione.

Fonte: www. stratfor.com (Strategic Forecasting Inc), 17 dicembre 2008

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domenica, dicembre 21, 2008

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

di Robert Watts, Times Online, 21 dicembre 2008

Uno dei bracci destri di Gordon Brown svolge un ruolo importante in un gruppo di pressione che ha attaccato la leadership di Vladimir Putin definendola “corrotta” e “prepotente”.

Jon Mendelsohn, il principale responsabile della raccolta fondi del partito laburista, è nella direzione della Russia Foundation, un think tank con sede a Londra finanziato da oppositori espatriati del primo ministro russo e del presidente Dmitrij Medvedev.

La scorsa settimana David Clark, presidente della fondazione, aveva detto al Sunday Times che Mendelsohn avrebbe collaborato alla raccolta fondi. Tuttavia ieri ha dichiarato che Mendelsohn aveva “chiarito” con lui che ciò non sarebbe più stato possibile.

Ha dichiarato Clark: “Come parte del direttivo della Russia Foundation, Jon Mendelsohn contribuisce a una formazione forte. La fondazione beneficia della sua considerevole esperienza politica e organizzativa nello sviluppo del proprio programma e siamo molto lieti di averlo con noi”.

La notizia che una figura così vicina a Brown lavora anche per un'organizzazione ostile al Cremlino può causare imbarazzo nelle relazioni di Downing Street con Mosca.

La fondazione è stata creata nel 2004 fa un socio di Michail Chodorkovskij, il miliardario russo ora in carcere in Siberia per frode ed evasione fiscale. Il suo sito la descrive come “una risorsa in lingua inglese per chi mira a una comprensione più profonda degli sviluppi politici, sociali ed economici della Russia contemporanea”.

Tuttavia la grande maggioranza dei contenuti del sito è fortemente critica nei confronti delle autorità del Cremlino.

Clark, ex consigliere laburista, ha ripetutamente attaccato Putin e Medvedev sui media. Negli ultimi mesi ha dichiarato che Putin dirige “un regime autoritario troppo corrotto dal potere per cambiare” e nutre i russi di “paranoia esterofoba e revivalismo sciovinista”.

Ha anche sollecitato l'Unione Europea ad assumere una linea più dura con la Russia di Putin, affermando che “l'Occidente non può più restare fermo mentre il prepotente russo causa distruzioni”.

Mendelsohn, 41 anni, ha di molto migliorato le finanze laburiste da quando lo scorso anno ha preso il posto di Lord Levy. Non viene pagato per il suo lavoro per il partito né per la Russia Foundation.

Originale: Key aide to Gordon Brown is director of anti-Putin group

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martedì, dicembre 16, 2008

Negligenza giornalistica

Negligenza giornalistica
Il Washington Post, la Russia e il caso Moskalenko
di Mark Ames

Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.

Originale: Editorial Malpractice

Articolo originale pubblicato il 10/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, dicembre 12, 2008

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio
di M. K. Bhadrakumar

La visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Nuova Delhi la scorsa settimana si è rivelata per il Governo indiano una buona occasione per ristabilire l'importanza strategica del tradizionale partenariato India-Russia. Senza dubbio la visita si è svolta in un momento cruciale della storia e della politica contemporanee, sullo sfondo di enormi trasformazioni nel sistema internazionale.

Medvedev è giunto in India immediatamente dopo gli orrendi attentati di Mumbai. La situazione della sicurezza regionale – e in particolare dell'Afghanistan – ha naturalmente assunto un ruolo di primo piano nei colloqui.

La Dichiarazione Congiunta firmata dal Primo Ministro Manmohan Singh e Medvedev dopo estesi colloqui a Nuova Delhi dimostra che le due parti si sono seriamente impegnate a comprendere i reciproci interessi vitali e a trovare il modo di conciliarli. Hanno anche consapevolmente tentato di ampliare il terreno comune nel sistema internazionale. Dopo un lasso di tempo considerevole, la relazione russo-indiana sembra ora ripartire.

Si sono presi in considerazione i contenziosi che hanno turbato i rapporti tra i due paesi negli ultimi anni. Il maggiore è la questione dell'aumento dei costi per la portaerei russa Admiral Gorškov, che l'India si è impegnata ad acquistare. Alla vigilia della visita di Medvedev il gabinetto indiano ha preso la decisione di approvare il pagamento degli ulteriori 2,2 miliardi di dollari chiesti dalla Russia. Il governo ha anche approvato l'acquisizione dalla Russia di 80 elicotteri multiruolo Mi-17 del valore di 1,3 miliardi di dollari.

Mani tese in un mondo in transizione
Medvedev aveva anche il compito di discutere l'affitto alla marina indiana di un sottomarino nucleare. La cooperazione militare India-Russia torna a pieno regime con tutta una serie di progetti in cantiere. La Russia ha consolidato la propria posizione di primo fornitore di armi per l'India. Ma la ciliegina sulla torta è stata la proposta di collaborazione nei settori spaziale e nucleare. In base agli accordi firmati, la Russia costruirà in India quattro nuovi impianti nucleari e assisterà un volo spaziale con equipaggio indiano. La Russia ha offerto un nuovo impianto nucleare AES-2006, che incorpora un reattore WER-1200 di terza generazione da 1170MW. La Russia ha anche concordato di fornire uranio per un valore di 700 milioni di dollari per soddisfare i bisogni dell'India.

Manmohan ha descritto questi accordi come una “nuova pietra miliare nella storia della cooperazione con la Russia”. Ha aggiunto: “È una relazione che ha superato la prova del tempo”. Ha riconosciuto che il dialogo dell'India con la Russia si è “intensificato in misura considerevole”. Significativamente, ha affermato che gli attacchi terroristici di Mumbai “costituiscono una minaccia per le società pluraliste” [leggasi Russia] e che “c'è molto che la Russia e l'India possono fare per promuovere la pace globale”.

Chiaramente i due paesi hanno riscoperto il vecchio slancio della loro amicizia. Si tendono la mano ancora una volta in un mondo che appare in transizione. Oltre la mutevolezza della situazione internazionale, sia l'India che la Russia sentono l'imminenza di un cambiamento nelle politiche globali degli Stati Uniti, ma nessuna delle due scommetterebbe sulla direzione e le proporzioni di quel cambiamento. Entrambe sono acutamente consapevoli dell'inesorabile declino dell'influenza degli Stati Uniti nella politica mondiale e dell'urgente necessità di adeguarsi alle realtà emergenti del multipolarismo.

Nello stesso tempo, gli Stati uniti rimangono l'interlocutore unico più importante sia per l'India che per la Russia nel vicino futuro. Nessuna delle due vorrebbe che il partenariato russo-indiano fosse diretto contro gli Stati Uniti. Proprio mentre Medvedev giungeva a Delhi, un alto funzionario indiano prendeva contatti con i consiglieri del presidente eletto Barack Obama per informarli delle prospettive e delle politiche di Delhi. Anche lo stato d'animo di Mosca è di attesa nei confronti della presidenza Obama, benché mitigato da un cauto ottimismo.

Il bilanciamento dei rispettivi interessi russo-indiani che emerge nella Dichiarazione Congiunta mette in luce questi delicati impulsi che interessano vari settori. La dichiarazione è priva di retorica anti-americana in quanto tale ma è ovvio che i due paesi stanno riorganizzando il loro partenariato in armonia con un “secolo post-americano”. L'India si è identificata con la posizione russa sulla necessità di riformare i sistemi economico e finanziario internazionali per adattarli a “nuove realtà” e promuovere un “ordine economico mondiale più giusto basato sui principi del multipolarismo, dello stato di diritto, dell'uguaglianza, del reciproco rispetto e della responsabilità comune”.

La Russia promuove i rapporti sino-indiani
L'India si trova anche a sottolineare l'“interazione crescente e più concentrata” della trilaterale Russia, Cina e India, nonostante lo scarso entusiasmo mostrato nel passato recente per un processo che Washington non approva considerandolo un'iniziativa superflua da parte dell'India.

È significativo che la Dichiarazione Congiunta affermi che la trilaterale “acquista importanza nel quadro dei meccanismi di dialogo multilaterale, contribuisce in maniera sostanziale al rafforzamento dell'emergente multipolarismo e promuove la leadership collettiva di grandi potenze mondiali”. Questa formula accuratamente studiata è indicativa dell'intenzione di iniettare nuovo dinamismo nell'intesa. Presumibilmente Mosca ha convinto Delhi a riaffermare la portata della trilaterale nella mutevole situazione internazionale. La Russia ha visto con crescente sconforto la propria incapacità di promuovere l'intesa sino-indiana.

La Russia deve anche avere sollecitato l'India a svolgere un ruolo più attivo e “a contribuire e partecipare in modo più costruttivo” alla Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Da parte sua, l'India ha abbandonato un'ambivalenza attentamente coltivata per esprimere apertamente il proprio incondizionato appoggio alla posizione russa sulla situazione nella regione caucasica. È una notevole vittoria per il Cremlino essere infine riuscito a tirare l'India dalla propria parte, trattandosi di una questione sensibile che ha un ruolo di primo piano nella politica estera russa ed sarà di fatto un motivo conduttore delle relazioni della Russia con gli Stati Uniti nei prossimi tempi. La dichiarazione comune sottolinea che “L'India appoggia l'importante ruolo svolto dalla Federazione Russa nella promozione della pace e della cooperazione nella regione caucasica”.

L'espressione chiave qui è “caucasica”: tutto ciò che riguarda la regione del Caucaso. Il sostegno dell'India è senza limiti ed esplicito.

Inoltre l'India ha espresso il proprio sostegno al desiderio della Russia di entrare nei meccanismi dell'incontro Asia-Europa e del vertice dell'Asia Orientale, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno alla richiesta dell'India di diventare membro permanente in un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allargato.

Dalla prospettiva indiana, indubbiamente, ha un valore inestimabile il fatto che Mosca abbia espresso “appoggio e solidarietà” totali a New Delhi per gli attacchi terroristici di Mumbai. Il gesto russo supera di gran lunga le parole di solidarietà offerte da Washington. Naturalmente Mosca non deve affrontare il dilemma di Washington, che comporta la necessità di tenersi in equilibrio tra Nuova Delhi e Islamabad. In parole semplici, ciò che gli attacchi di Mumbai hanno messo in luce è che per quanto il terrorismo sia una preoccupazione condivisa da Stati Uniti e India, le loro priorità in questo frangente differiscono ampiamente.

L'India si aspetterebbe che Washington punisse severamente Islamabad costringendola a prendere seriamente le ipotesi indiane secondo cui l'attacco terroristico di Mumbai sarebbe stato perpetrato da elementi con base in Pakistan e forse legati ai servizi di sicurezza del paese. Evidentemente Washington non è nella condizione di soddisfare le aspettative indiane. La sua priorità numero uno è la guerra in Afghanistan e la stabile cooperazione del Pakistan in tale guerra. Washington non può permettersi un Pakistan “distratto”, e il suo principale obiettivo politico e diplomatico è dunque quello di far sì che il Pakistan continui a “concentrarsi” sulla guerra nelle aree tribali alla frontiera con l'Afghanistan.

Nuova Delhi percepisce che con il passare del tempo finirà per trovare frustrante questo paradigma. Non che sia nuovo, come paradigma. Ma le alternative di Delhi sono limitate, benché il governo sia sottoposto a enormi pressioni per far sì che non solo agisca ma lo faccia in modo visibile e attivo. Il delicato equilibrio strategico tra l'India e il Pakistan prefigura perfino l'opzione di una guerra “limitata” per le due potenze nucleari. La sola alternativa praticabile per l'India è quella di rivalutare le proprie opzioni diplomatiche. Ma per questo Nuova Delhi deve elaborare nuove idee.

Ed è qui che entra in gioco la collaborazione con Mosca. La comunità strategica di Nuova Dehli si rende conto con grande sconforto che tutto l'insieme di presupposti su cui si fondava il partenariato strategico Stati Uniti-India nel periodo post-Guerra Fredda attualmente non è di alcun uso all'India nella sua formidabile impresa di mettere sotto pressione il Pakistan. La supposizione che gli Stati Uniti si sarebbero occupati del “problema pakistano” dell'India permettendo a quest'ultima di concentrarsi sull'appuntamento con il proprio destino di superpotenza o di “garante dell'equilibrio” nel sistema internazionale si sta rivelando un grottesco errore di giudizio da parte dei guru strategici indiani. E lo stesso vale per le loro supposizioni in materia di “sicurezza assoluta”.

La dichiarazione congiunta russo-indiana suggerisce che Nuova Delhi si sta rapidamente adattando alla necessità di diversificare i muscoli della cooperazione e rivitalizzare i partenariati con diversi paesi sulla base di preoccupazioni condivise e interessi comuni invece di perseguire una politica estera il cui principale obiettivo è stato quello di armonizzare le politiche regionali indiane con quelle degli Stati Uniti. Ciò è evidente soprattutto nel rivelatore paragrafo della Dichiarazione Congiunta dedicato all'Afghanistan.

Riallineamento sull'Afghanistan
Ironicamente Nuova Delhi sembra aver deciso che se è la guerra afghana a mettere a disagio Washington quando si tratta di sostenere apertamente l'India a proposito degli attacchi di Mumbai, è proprio sull'Afghanistan che la politica regionale indiana dovrà ricominciare sganciandosi per la prima volta dopo tanto tempo dalle aspettative e dai parametri statunitensi.

Il colpo di scena della Dichiarazione Congiunta arriva in maniera quasi innocua. Condividendo la preoccupazione per l'“aggravamento della situazione in materia di sicurezza” in Afghanistan, l'India e la Russia chiedono “un impegno internazionale globale e compatto” nella gestione delle minacce che vengono da quel paese. La critica implicita della guerra guidata dagli Stati Uniti è ovvia, come lo è il rifiuto della politica degli Stati Uniti tesa a mantenere la strategia della guerra come propria prerogativa esclusiva. La Dichiarazione Congiunta afferma poi: “Entrambe le parti accolgono favorevolmente l'iniziativa russa di organizzare una conferenza internazionale nel quadro della Shanghai Cooperation Organization, coinvolgendo i suoi Membri e Osservatori”.

Nuova Delhi ha deciso di appoggiare apertamente un'iniziativa regionale della SCO sull'Afghanistan che Washington avrebbe tanto voluto soffocare nella culla. La posizione indiana è significativa per varie ragioni. L'India ha deciso che non è necessario segnare il passo in attesa che l'amministrazione Obama metta a punto la propria strategia afghana. Sta stabilendo i propri interessi e i propri rischi indipendentemente dalla strategia degli Stati Uniti. In secondo luogo, l'India si sta identificando con la Russia, la Cina e l'Iran, e questo ha un significato immenso nella politica regionale. In terzo luogo, l'India si sta schierando con un'iniziativa regionale sull'Afghanistan guidata dalla Russia in un momento in cui vari influenti opinionisti americani hanno ipotizzato un “approccio regionale” a una soluzione afghana sotto la guida degli Stati Uniti.

È certo che l'India sta implicitamente riconoscendo l'importanza della SCO per la sicurezza sud-asiatica. L'Afghanistan è membro del SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation, Associazione Sud-Asiatica per la Cooperazione Regionale) e potrebbe fare da ponte tra l'Asia Meridionale e l'Asia Centrale. Essenzialmente, dunque, l'India sta disdegnando la tanto pubblicizzata strategia degli Stati Uniti per una “Grande Asia Centrale” che mira a sminuire il suolo della SCO nell'Asia Centrale e appunta le proprie speranza sull'India come contrappeso all'influenza regionale della Russia e della Cina.

È evidente che l'India si sta dissociando dalla politica concepita dagli Stati Uniti per tenere fuori dall'Afghanistan la SCO. Mosca ha cercato invano di creare un punto d'appoggio per la SCO come organo regionale mentre Washington persuadeva il Presidente afghano Karzai a non dar peso al Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan. Ma soprattutto resta il fatto che l'iniziativa russa per una conferenza della SCO è intesa come una sfida al monopolio arrogatosi da Washington nel decidere i contorni di qualsiasi soluzione afghana.

Questo offre a Karzai maggiori possibilità di ampliare l'“autonomia strategica” nei confronti di Washington, autonomia che è stato incline a esercitare, benché timidamente, negli ultimi tempi. Karzai ha tutte le ragioni per collaborare con un'iniziativa regionale che coinvolga le maggiori potenze che circondano l'Afghanistan come la Russia, la Cina, l'India e l'Iran. Agli Stati Uniti e al Pakistan l'onere di spiegare perché intendano dissociarsi.

Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero preferito incoraggiare l'iniziativa turca di mediazione dei colloqui afghano-pakistani. Ad Ankara si è appena concluso l'ultimo incontro a tre tra Turchia, Pakistan e Afghanistan. Washington è stata ben lieta che la Turchia le desse una mano a mantenere il processo di pace afghano in un ambito ristretto, escludendo paesi “esterni” come la Russia o l'Iran. Dal punto di vista turco-statunitense l'iniziativa della SCO è un'intrusione indesiderata.

La posizione della SCO sull'Afghanistan
Un aspetto estremamente significativo della Dichiarazione Congiunta russo-indiana è il suo silenzio assordante sui colloqui con i taliban promossi dagli Stati Uniti. La posizione russa e indiana è che non esistono capi taliban moderati, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un approccio in base al quale finché la leadership talebana si disimpegna e disconosce al-Qaeda, non dovrebbero esserci problemi ad assimilarla in un governo di coalizione a Kabul. Di fatto, a breve si svolgerà la seconda sessione di colloqui con i taliban con la mediazione saudita.

Nel contesto degli attacchi di Mumbai, l'atteggiamento indiano nei confronti dei taliban può solo irrigidirsi, entrando in conflitto con la strategia attuale degli Stati Uniti. Per così dire, la convergenza russo-iraniano-indiana nel potenziare la resistenza anti-taliban alla fine degli anni Novanta sta cercando di ricrearsi, anche se sotto una forma completamente nuova. È interessante notare che anche le autorità iraniane hanno svolto recenti consultazioni a Nuova Delhi sull'Afghanistan.

Senza alcun dubbio l'India ha riflettuto sulla posizione collettiva della SCO sul problema afghano prima di concedere il proprio sostegno all'iniziativa dell'organismo regionale di convocare una conferenza internazionale. Il discorso per conto della SCO tenuto dall'ambasciatore russo Vitalij Čurkin il 10 novembre alla sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato per Nuova Delhi un banco di prova. Evidentemente Delhi si trova in armonia con i principali elementi del discorso di Čurkin, che sono:

  • È necessaria un'“azione concertata” della comunità internazionale per arrestare il “costante aggravarsi della situazione politica e militare” in Afghanistan.
  • La politica di isolare i capi taliban estremisti non va ammorbidita, e la riconciliazione dovrebbe limitarsi a includere “i membri dei taliban che non si sono macchiati di crimini militari”.
  • Bisognerebbe instaurare un sistema di “cinture di sicurezza anti-droga e finanziarie” attorno all'Afghanistan con il coordinamento delle Nazioni Unite e il coinvolgimento dei paesi vicini.
  • La NATO deve cessare operazioni che comportino “un indiscriminato o eccessivo uso della forza, compresi i bombardamenti” che causano pesanti perdite civili. Il livello di danno collaterale nelle operazioni militari ostacola la stabilizzazione a lungo termine dell'Afghanistan.
  • Una durevole soluzione afghana è “impossibile senza un approccio integrato da parte della comunità internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, e al contempo senza delegare a Kabul una maggiore autonomia nella risoluzione dei problemi inter-afghani”.
  • “La situazione in Afghanistan non può essere risolta con metodi esclusivamente militari”. Dunque la sicurezza dev'essere sostenuta da “provvedimenti concreti” per la ripresa socio-economica.
  • “È essenziale assicurare un atteggiamento rispettoso nei confronti di valori nazionali e religiosi, di tradizioni e usi secolari del popolo multi-etnico e multi-religioso dell'Afghanistan e su questa base conseguire la riconciliazione delle forze antagoniste dell'Afghanistan”.

In sintesi, gli attacchi di Mumbai possono rivelarsi un punto di svolta nelle politiche regionali indiane. Nelle strategie regionali di Nuova Delhi le relazioni con la Russia, la Cina e l'Iran assumono un nuovo livello di importanza. L'avvicinamento all'orbita della SCO è indice di una nuova concezione. Non troppo tempo fa, l'India vedeva la SCO essenzialmente come un “club dell'energia”. Infatti agli incontri della SCO l'India era abitualmente rappresentata dal suo ministro del petrolio. Nuova Delhi ne ha fatta di strada, per giungere a comprendere il ruolo fondamentale di un'iniziativa sull'Afghanistan guidata dalla SCO. Di certo Medvedev dev'essere tornato a Mosca con la quieta soddisfazione di avere incontrato un amico perduto da molto tempo.

Originale: India, Russia regain elan of friendship

Articolo originale pubblicato il 9 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, novembre 04, 2008

Le armi a bordo della Faina

Le armi a bordo della Faina

di Il'ja Kramnik

La nave ucraina carica di carri armati, altri armamenti e munizioni che si trova nelle mai dei pirati somali nel porto di Hobyo è stata sequestrata già il 25 settembre 2008. In seguito il capitano della nave – un cittadino russo – è morto per attacco cardiaco. L'equipaggio della Faina ha ora gravi problemi di cibo e di acqua potabile. Come è stato riferito, i pirati, che all'inizio avevano chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari e in seguito hanno ripetutamente cambiato la cifra (il limite inferiore era di 5 milioni) adesso chiedono 8 milioni per liberare la nave e l'equipaggio. Inoltre non sono intenzionati a consegnare il carico: secondo quanto ha comunicato la compagnia Tomex, i pirati intendono “distruggere gli armamenti” o gettarli in mare. Ma sono solo parole. E poi “distruggere un carro armato a mazzate non è affatto semplice.
Nella vicenda finora ci sono più domande che risposte. Innanzitutto non è chiara la composizione del carico. Si sa che a bordo si trovano 33 carri armati Т-72, un numero indeterminato di armi leggere e munizioni. In base ad alcune informazioni la Faina trasportava anche sistemi lanciarazzi multipli “Град” e perfino elementi di difesa aerea. Per molto tempo è rimasta irrisolta la questione del destinatario finale del carico: si è detto che i Т-72 e le altre armi erano diretti in Sudan, che attualmente si trova sotto un regime di sanzioni internazionali. Tuttavia il ministero della difesa del Kenia, ammettendo aver commissionato gli equipaggiamenti militari trasportati dalla Faina, ha sollevato l'Ucraina dalla responsabilità di avere infranto le sanzioni.
Ciononostante il destino delle armi rimane incerto. Se i pirati riusciranno a portare a riva i carri armati e le altre armi, teoricamente un acquirente in questa travagliata regione potrà essere trovato. Una tale quantità di armamenti relativamente avanzati potrebbe influire seriamente sull'equilibrio delle forze in Somalia, minacciando la stabilità del governo di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre va notato che lo scarico, che necessita di tempi lunghi e di un porto attrezzato, è già di per sé problematico, ed è improbabile che i pirati riusciranno a metterlo in pratica, tenendo conto della presenza nelle acque territoriali della Somalia delle molte navi da guerra della “coalizione antipirateria”. Però, come minimo, i pirati potranno scaricare dalla Faina le armi leggere e le munizioni, che non contribuiranno certo alla tranquillità del paese già afflitto dalla guerra civile.

Va tenuto conto di un altro fattore. I pirati non possono non capire che non appena gli ostaggi saranno al sicuro le forze internazionali faranno il possibile chi ha sequestrato la nave e ha incassato i soldi del riscatto. Ne consegue che i pirati potrebbero cercare di trattenere parte degli ostaggi a garanzia della propria incolumità fino a quando non si troveranno fuori portata.
In ogni caso, indipendentemente dall'esito della vicenda, la storia della pirateria somala è lungi dal concludersi, e il ristabilimento dell'ordine nelle acque circostanti richiede grandi sforzi. Alla fregata russa Neustrašimyj, che sta cominciando il pattugliamento del golfo di Aden, di sicuro toccherà in sorte un bel po' di lavoro.

Originale: Оружие на борту "Фаины", RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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mercoledì, ottobre 29, 2008

La guerra fredda che non c'era

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames

Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto. La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento. Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo! Non era meraviglioso?

Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.

L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.

L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.

E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...

Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].

La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?

Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.

È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:

“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.

Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....

La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.

Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.

“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.

Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.

Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?

I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.

Però è una storia che fa notizia. Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).

Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare.

“Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.

Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste!

Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente. Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità.

E io non ne vedevo l'ora.

Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse? “Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate.

Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto.

Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.

In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”

Fonte: The Nation

Originale pubblicato il 22 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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martedì, ottobre 21, 2008

Ideologia e politica: il discorso di Medvedev a Evian

[Breve analisi di Laughland sul discorso di Evian di Medvedev (che effettivamente a Ovest è quasi passato sotto silenzio e contiene elementi molto importanti: appena ho tempo lo traduco)]

Ideologia e politica

di John Laughland

Il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev al forum politico di Evian, l'8 ottobre, è stato accolto con un silenzio pressoché totale dai commentatori europei. In quel discorso Medvedev proponeva la creazione di una struttura di sicurezza pan-europea che comprenda l'attuale organizzazione euro-atlantica, la NATO.

La ragione dell'assenza di reazioni potrebbe essere che l'attenzione era tutta rivolta alla crisi finanziaria mondiale. Forse il silenzio si spiega anche con il fatto che i politici e i commentatori occidentali non sapevano che dire.

Su un livello, il discorso può essere visto nel contesto della lunga continuità storica che caratterizza la politica estera russa, in quanto rinnova il pluridecennale desiderio di Mosca di essere ufficialmente ammessa negli affari mondiali, dalla firma degli accordi di Helsinki nel 1975 da parte di Brežnev all'appello di Gorbačëv per una “Casa europea comune” durante gli anni Ottanta. La Russia è un membro entusiasta delle Nazioni Unite fin dalla creazione dell'Organizzazione nel 1945, e dunque è naturale che Medvedev inviti al rispetto e al rafforzamento di quella istituzione.

A un livello più profondo, tuttavia, il discorso esprime una frustrazione nei confronti della politica occidentale che al momento è particolarmente sentita, e per ben noti motivi. Contiene una battuta eccellente, “La sovietologia, come la paranoia, è una malattia pericolosa” (e le decisioni politiche dell'Occidente in rapporto alla Russia risentono di entrambe), ma anche un riferimento a qualcosa che perfino il presidente russo potrebbe sottovalutare.

Medvedev ha espresso rammarico per il fatto che in passato si sia persa un'occasione per “de-ideologizzare le relazioni internazionali”. Si riferiva al modo in cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta russa di contribuire alla guerra contro il terrorismo. Ha proposto un nuovo modo per giungere allo stesso risultato, e cioè un nuovo patto europeo per la sicurezza basato sul rispetto reciproco dei diritti degli stati. Il problema di Medvedev è che de-ideologizzare le relazioni internazionali è esattamente quello che la maggioranza dei politici occidentali è assolutamente decisa a evitare.

Naturalmente la politica estera americana è dominata dall'ideologia, quella del neo-conservatorismo. È uno strano ibrido di nazionalismo militarista e millenarismo da Chiesa Bassa vecchio stampo, con una buona dose di fantasie neo-trozkiste sulla rivoluzione democratica mondiale. Di fatto, è esattamente questo il motivo per cui la politica estera statunitense è così pericolosa: l'ideologia distrugge la politica perché incoraggia i capi a pensare di essere i portatori di un'idea universale, non i rappresentanti di uno stato con interessi particolari e circoscritti. Quest'ultima concezione presuppone che anche gli altri stati abbiano legittimi interessi che possono bilanciarsi con i propri nel dare e avere della negoziazione internazionale. Invece le idee universali non tollerano alcun dissenso, e gli stati che non le condividono sono considerati non solo nemici da sconfiggere ma perfino una minaccia all'umanità che va completamente distrutta.

Tuttavia lo stesso vale anche per quei leader europei che Medvedev ha evidentemente cercato di corteggiare. L'esistenza stessa dell'Unione Europea è fondata sull'ideologia, sulla concezione che le asperità della “vecchia politica” possano essere superate grazie a una nuova e più morbida “ideologia europea”, e che i ristretti interessi nazionali possano essere superati e trasfigurati in interessi universali nella post-moderna, post-nazionale e apolitica struttura europea. La sola cosa in grado di provocare sussulti di ostilità e paura in ogni politico europeo è un qualsiasi accenno all'idea di equilibrio del potere: in Europa potere è una parolaccia perché i capi europei, come gli americani, vedono con ipocrisia se stessi impegnati a perseguire l'ideologia, non la politica.

L'atteggiamento mentale dei leader politici russi non potrebbe essere più diverso. Se l'esperienza comunista ha insegnato qualcosa agli uomini di Mosca, è che l'ideologia è fatale sia alla politica interna che alle relazioni internazionali. Sanno che l'ideologia del socialismo e della lotta di classe internazionale ha messo la Russia in ginocchio. Nel 2007 Vladimir Putin ha attaccato Lenin proprio per aver distrutto la Russia anteponendo a tutto l'ideologia della rivoluzione mondiale. I capi russi post-sovietici hanno imparato che la politica è meglio, molto meglio, dell'ideologia.

Poiché la fiducia nell'ideologia dei politici americani ed europei è incrollabile, essi manifestano un odio per la politica nel vero senso della parola. E dunque odiano la Russia. Come Marx ed Engels consideravano la Russia cristiana una minaccia alla loro ideologia, i leader dell'Unione Europea comprendono che la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev si comporta politicamente, non ideologicamente. Inoltre, visto che la Russia è sì indiscutibilmente uno stato europeo ma anche un'entità fisicamente troppo grande e potente per essere “integrata” nell'Unione Europea o nella NATO (parola che esprime appieno l'ottusa abolizione di tutte le differenze nazionali all'interno di una sola anonima euro-tecnocrazia), i politici europei le si scagliano contro per frustrazione perché la sua stessa esistenza minaccia le loro più profonde convinzioni sul mondo.

Dunque quando Dmitrij Medvedev dice di volere una de-ideologizzazione delle relazioni internazionali chiede qualcosa a cui i politici occidentali (soprattutto europei) non hanno mai pensato, o alla quale reagiscono con rabbia. De-ideologizzare le relazioni internazionali vorrebbe dire abbandonare l'ideologia europea. Significherebbe reintrodurre la politica, l'arte delicata di riconciliare quelli che vengono riconosciuti come legittimi interessi nazionali in competizione. L'Unione Europea, basata com'è sulla negazione ideologica della nozione stessa di stato-nazione (e perfino di nazione), ha trascorso gli ultimi cinquant'anni cercando di fare il contrario. Finché Mosca non capirà appieno questo e la strana mentalità dei leader europei, i suoi tentativi di superarli saranno condannati a fallire.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 16, 2008

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

di M. K. Bhadrakumar

Domenica 5 ottobre, in viaggio verso Astana, in Kazakistan, dopo un “bel viaggio in India”, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha detto ai giornalisti che l'accompagnavano: “Avrei voluto potermi fermare più a lungo in India”. Nuova Delhi deve far parte di quella manciata di capitali in cui i rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush ricevono un'accoglienza speranzosa e i foschi moniti provenienti da New York e Washington non sembrano importare.

Ma la trepidazione espressa da Rice mentre il suo aereo iniziava la discesa su Astana aveva un'altra ragione: l'influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Asia Centrale e nella regione del Caspio sono di nuovo precipitati. Rice capisce che non c'è più tempo per riguadagnare il terreno perduto e che l'eredità lasciata dall'amministrazione Clinton nel Caspio e nell'Asia Centrale si è ampiamente dissipata. Il motivo principale è stato il fallimento dell'amministrazione Bush nel gestire le relazioni con la Russia. Si è già cominciato a contare i danni.

In un articolo uscito sul Washington Post mercoledì, gli ex Segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz hanno rimproverato l'amministrazione Bush per la sua “tendenza allo scontro con la Russia”, osservando che “isolare la Russia non è una politica sostenibile a lungo termine”. Hanno scritto che gran parte dell'Europa è “inquieta”. Il loro bersaglio era Condoleezza Rice, sedicente “sovietologa”, autrice dell'imperdonabile attacco al vetriolo contro il Cremlino in un discorso al German Marshall Fund di Washington il 18 settembre scorso.

La diplomazia dello scontro
Kissinger e Shultz, in particolare, mettevano in guardia l'amministrazione Bush dall'incoraggiare una diplomazia dello scontro nei confronti della Russia da parte dei suoi vicini, cosa che si rivelerebbe controproducente. Quel che è certo è che nella regione si assiste ai primi contraccolpi. L'Azerbaigian, che l'amministrazione Bush un tempo considerava uno stretto alleato regionale, ha snobbato il vice Presidente Dick Cheney durante il suo ultimo viaggio a Baku, lo scorso mese. Washington ha finto di non accorgersene, e la scorsa settimana ha mandato a Baku un altro pezzo grosso, il vice Segretario di Stato John Negroponte, che il sito del Dipartimento di Stato descrive come l'“alter ego” di Rice.

Al suo arrivo, il 2 ottobre, Negroponte ha detto di essere venuto a portare un “semplice messaggio”: che gli Stati Uniti hanno “interessi profondi e durevoli” in Azerbaigian e che si tratta di “interessi importanti”, densi di implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale. Voleva dire che Washington non intende farsi da parte e lasciare spazio a Mosca nel Caucaso meridionale.

Sullo sfondo del conflitto di agosto nel Caucaso, il Mar Caspio è diventato un punto focale. Era inevitabile. Al centro c'è la determinazione di Washington a impedire la partecipazione russa alla catena di fornitura energetica europea. Per citare Ariel Cohen, del think-tank conservatore statunitense Heritage Foundation, “Da agosto i diplomatici statunitensi sono concentrati a rafforzare la posizione geopolitica degli Stati Uniti tutt'attorno al Caspio, comprese Baku, [la capitale del Turkmenistan] Ashgabat e Astana”.

Russia sta avendo la meglio nella regione. Nonostante i notevoli sforzi diplomatici degli Stati Uniti ad Ashgabat – visitata l'anno passato da più di 15 delegazioni americane – il Turkmenistan, che già esporta circa 50 miliardi di metri cubi di gas attraverso la Russia, ha reagito positivamente alle aperture di Mosca. Ha deciso di aderire ai termini di un accordo dell'aprile 2003 in base al quale praticamente tutte le sue esportazioni verranno gestite dalla Russia “fino a tutto il 2025”, e si prevede che le esportazioni di gas turkmeno verso la Russia aumentino fino a 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2009, non lasciando praticamente alcuna eccedenza per le compagnie occidentali. Ashgabat si è anche impegnata per la costruzione di un gasdotto verso la Russia via Kazakistan lungo la costa orientale del mar Caspio.

Decisiva è stata l'offerta russa di comprare il gas turkmeno a “prezzi europei”, lo stesso approccio adottato da Mosca per assicurarsi il controllo delle esportazioni del gas kazako e uzbeko. La Russia ha poi fatto un'offerta simile all'Azerbaigian, che Baku sta prendendo in considerazione. L'Azerbaigian costituiva il vero successo della diplomazia petrolifera statunitense di era post-sovietica. Clinton l'ha letteralmente strappato dall'orbita della Russia negli anni Novanta riuscendo nell'impresa apparentemente impossibile di promuovere l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [BTC].

Adesso l'Azerbaigian sta rientrando nell'orbita di Mosca. Sta negoziando con la Russia un incremento della capacità annua dell'oleodotto Baku-Novorossiisk. La riduzione della partecipazione agli oleodotti Baku-Supsa e BTC, promossi dagli Stati Uniti, che hanno una capacità massima di 60 milioni di tonnellate annue e potrebbero facilmente gestire le esportazioni petrolifere azere, è un grande successo per la Russia.

La posizione decisa della Russia nel Caucaso ha attirato l'attenzione di Baku. Baku comprende la rinascita della Russia nel Caucaso meridionale, e il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev non ama il carattere volubile del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Ad agosto a causa del conflitto l'Azerbaigian avrebbe potuto perdere 500 milioni di dollari per la sospensione del trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti Baku-Supsa e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e il nuovo interesse di Baku per l'oleodotto russo deriva dal desiderio di proteggere le relazioni con Mosca.

Le conseguenze per Washington sono gravi. Qualsiasi riduzione delle esportazioni azere via BTC potrebbe influire sull'efficacia dell'oleodotto, che è stato un pilastro della diplomazia petrolifera statunitense nel Caspio pompando 1 milione di barili di petrolio al giorno dall'Azerbaigian alla costa mediterranea della Turchia, da dove gran parte delle forniture viene poi trasportata in Europa. L'oleodotto BTC sembra al sicuro, per ora, ma si trova sotto l'occhio sempre più vigile di Mosca.

Altri punti di domanda sono emersi in merito al futuro del gasdotto Nabucco, che, se realizzato, aggirerebbe il territorio russo e porterebbe il gas del Caspio dall'Azerbaigian al mercato europeo attraverso la Georgia e la Turchia. Cosa succede se l'Azerbaigian accetta l'offerta russa di comprare il suo gas a “prezzi europei”? Il conflitto nel Caucaso ha inferto un colpo fatale al futuro di Nabucco?

La Russia è in vantaggio
C'è invero una nuova ambivalenza nella geopolitica della regione. In tutta l'Europa Occidentale, l'Eurasia e la Cina i paesi stanno assimilando quello che è successo nel Caucaso in agosto e stanno valutando la propria posizione nei confronti di una Russia in ripresa
. Vogliono accordarsi con la Russia. La Russia ne è uscita vincitrice.

La guerra in Georgia ha in qualche modo turbato le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea. La dichiarazione finale del summit dell'Unione Europea tenutosi il 1° settembre sottolineava la necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma le possibilità di scelta dell'Unione Europea sono anch'esse limitate. L'Europa ha appuntato le proprie speranze su Nabucco, ma quest'ultimo può essere attuato solo con la partecipazione della Russia. Claude Mandil, ex capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ha detto recentemente in un'intervista con il quotidiano russo Kommersant': “C'è una grande quantità di petrolio e gas in Asia Centrale, ma comunque meno che in Russia o in Iran”.

Mandil, che consiglia il presidente francese Nicolas Sarkozy sulle questioni energetiche, ha criticato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'Europa per isolare la Russia, che ha definito “controproducenti”. Ha detto: “L'Unione Europea dovrebbe decidere da sola in merito alla sicurezza energetica. Gli Stati Uniti a loro volta dipendono ampiamente dalle esportazioni petrolifere dal Venezuela, ma nessun membro dell'Unione Europea dice a Washington che è tempo di occuparsi di quel problema”.
Anche la Cina riconosce il consolidamento della Russia nella regione del Caspio e dell'Asia Centrale. Un editoriale apparso sul People's Daily agli inizi di settembre osservava che la diplomazia centro-asiatica della Russia è stata “coronata da grande successo”. Notava che le visite dei leader russi alle capitali centro-asiatiche in agosto avevano contribuito a “consolidare e rafforzare” i legami di Mosca con la regione e avevano riportato “risultati sostanziali” nel settore della cooperazione energetica.

Così concludeva l'editoriale cinese: “Su uno sfondo globale contraddistinto da crescenti conflitti con l'Occidente, la spola diplomatica ad alto livello dei leader russi rafforzerà la posizione strategica della Russia nell'Asia Centrale, consoliderà il controllo delle risorse energetiche e contribuirà a coordinare le posizioni della Russia e dei paesi centro-asiatici sulla questione transcaucasica”. Pechino ha ovviamente compiuto una valutazione realistica delle proprie opzioni in Asia Centrale.

Di fatto, durante la visita del primo ministro russo Vladimir Putin a Tashkent l'1-2 settembre, la Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto con una capacità di 26-30 miliardi di metri cubi (bcm) annui per portare il gas turkmeno e uzbeko verso l'Europa. Un simile gasdotto minerà il piano statunitense di sviluppare una rotta energetica transcaspica che aggiri la Russia. Inoltre la russa LUKoil ha annunciato progetti per produrre 12 bcm di gas all'anno nei giacimenti uzbeki di Kandym e Gissar.

Tutto considerato, dunque, la visita di Rice in Kazakistan si è svolta in un pessimo clima. Né l'Azerbaigian né il Kazakistan sembrano sensibili alle proposte statunitensi di dirottare le esportazioni energetiche aggirando la Russia. Entrambi sperano di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma non al costo di attaccar briga con la Russia. In una conferenza stampa con Rice ad Astana, domenica 5 ottobre, il Ministro degli Esteri kazako Marat Tazhin ha sottolineato che le relazioni con la Russia resteranno una priorità. “Posso affermare che il nostro rapporto con la Russia è semplicemente eccellente. Abbiamo ottime relazioni politiche. La Russia è un nostro partner strategico. Al contempo vorrei sottolineare che il nostro rapporto con gli Stati Uniti ha uno stabile carattere strategico”.

Apparentemente né Tazhin né il presidente kazako hanno preso alcun impegno con Rice riguardo ai gasdotti e agli oleodotti che godono del sostegno degli Stati Uniti. Anzi, parlando alla stampa con il presidente russo Dmitrij Medvedev dopo il forum sulla regione di confine russo-kazaka svoltosi ad Aktyubinsk, Kazakistan, il 22 settembre, Nazarbayev ha detto che il Kazakistan nel 2009 aumenterà la propria produzione petrolifera di 12 milioni di tonnellate metriche e intende pompare il petrolio aggiuntivo attraverso la Russia. “È molto importante che il petrolio kazako passi attraverso la Russia”, ha detto.

Il rompicapo di Kashagan
Nazarbayev ha accennato al fatto che Astana vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per trasportare il greggio kazako dal giacimento di Kashagan, nel 2012-2013, al terminal russo sul Mar Nero. Nurlan Balagimbayev, consigliere di Nazarbayev, ha detto giovedì che il Kazakistan è interessato all'acquisto di un ulteriore 13,7% di quote azionarie del Consorzio che appartengono a BP e Oman, mentre la Russia dispone del 24% oltre a Chevron, Shell ed ExxonMobil.

Rice avrebbe voluto usare la sua visita ad Astana per verificare la questione di Kashagan. È previsto che il Kazakistan e un gruppo di compagnie petrolifere occidentali guidate dall'italiana Eni finalizzino i dettagli del futuro di Kashagan il 25 ottobre prossimo. Ci si aspetta la creazione di una nuova compagnia, e le singole compagnie - Eni, Shell, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings e la kazaka KazMunaiGas – probabilmente controlleranno diversi aspetti della gestione, come la produzione o il trasporto.
Si stima che Kashagan contenga 7-9 miliardi di barili ed è indubbiamente il gioiello della corona del Bacino del Mar Caspio. Probabilmente serviranno diverse rotte di trasporto per consegnare il petrolio di Kashagan ai clienti, e si renderà necessario anche costruire nuovi oleodotti. Rice potrebbe aver dato inizio alle accese rivalità che precederanno l'inizio della produzione: sta per cominciare la battaglia per Kashagan.

Le rotte di trasporto per Kashagan avranno un impatto vitale sull'efficienza economica a lungo termine dell'oleodotto BTC. Ma per ora Astana non ha mostrato alcuna fretta di affidare il petrolio di Kashagan al BTC. Kazakistan potrebbe voler prendere tempo e sincronizzarsi così con l'atteso completamento da parte della Russia dell'oleodotto dalla Siberia Orientale al Pacifico (ESPO), previsto per il 2020, che esporterà il greggio verso i mercati asiatici.

Il Ministro russo dell'Energia Sergei Šmatko ha detto mercoledì che la compagnia di stato kazaka KazTransOil è interessata a trasportare il petrolio kazako attraverso l'ESPO. “I nostri partner kazaki guardano al progetto con grande interesse ed entusiasmo. Ne siamo felici”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione della tratta dell'ESPO compresa tra Talakan e Taishet. La tratta Taishet-Talakan dell'ESPO è stata completata a settembre, mentre il completamento della restante tratta fino a Skovorodino, vicino al confine con la Cina, è previsto per la fine del 2009.

Astana deciderà di affidare la sua produzione petrolifera – stimata sui 150 milioni di tonnellate l'anno entro il 2015 – attraverso l'ESPO? Se accadrà ne trarrà un enorme beneficio la Cina, e la geopolitica della regione del Caspio subirà una trasformazione storica.

L'“alleanza del petrolio” russo-kazaka
Rice ha affermato con finta indifferenza che “Non si tratta di una specie di gara per l'amicizia del Kazakistan tra i paesi della regione”. Ma è del tutto ovvio che Washington è innervosita dagli allarmanti segnali di avvicinamento a Mosca lanciati dal Kazakistan. Astana ha dato il proprio appoggio alla campagna russa nel Caucaso e ridotto i propri investimenti in Georgia. Se Rice sperava di incoraggiare il Kzakistan a opporsi alla “prepotenza” russa, è rimasta delusa.

Alla vigilia dell'arrivo di Rice ad Astana Nazarbayev ha detto: “Sono stato personalmente testimone del fatto che la Georgia ha attaccato per prima. L'8 agosto mi trovavo a Pechino con il signor Putin quando è giunta la notizia. Credo che la copertura mediatica di quei fatti fosse distorta. Chiunque si possa incolpare del conflitto, i fatti sono già abbastanza gravi”.

Dall'inizio della sua presidenza, il 7 maggio 2008, Medvedev ha visitato il Kazakistan tre volte. Durante l'ultima visita ha fatto una promessa: “Noi [la Russia e il Kazakistan] continueremo ad accrescere la produzione ed esportazione degli idrocarburi, a costruirere nuovi gasdotti e oleodotti quando sarà vantaggioso e necessario e ad attirare investimenti su vasta scala nel settore dell'energia e del combustibile”.

Mercoledì, mentre si trovava in visita ad Almaty, la città più grande del Kazakistan, l'influente capo del comitato per la CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) del parlamento russo, Vadim Gustov, ha lanciato l'idea della creazione di un mercato energetico comune tra la Russia e il Kazakistan. Ha detto che un'“alleanza petrolifera” sarebbe reciprocamente vantaggiosa.

“Un mercato energetico comune russo-kazako contribuirebbe a sviluppare la cooperazione energetica, a fornire ai mercati domestici risorse energetiche a prezzi convenienti e a incrementare le forniture energetiche a paesi terzi”, ha detto Gustov.

Secondo Gustov la Russia e il Kazakistan dovrebbero sviluppare e adottare una concezione comune del mercato energetico, che potrebbe fare da base per lo spazio della Comunità Economica Eurasiatica.
È evidente che Washington fatica a tenere il passo con la diplomazia russa. A peggiorare le cose, la crisi finanziaria ha eroso la credibilità degli Stati Uniti. L'intera ideologia dello sviluppo economico propagandata nella regione dai diplomatici statunitensi appare ora screditata.

C'è un profondo simbolismo politico nel fatto che l'Islanda abbia espresso “disappunto” nei confronti del mondo occidentale e si sia rivolta a Mosca per un prestito di 4 miliardi di euro (5,5 miliardi di dollari) per salvare la sua economia dall'imminente bancarotta. Immagini del genere lasciano impressioni difficili da cancellare nelle steppe dell'Asia Centrale.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 10 ottobre 2008

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domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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mercoledì, ottobre 08, 2008

Crisi ucraina, un punto di vista russo

[L'analisi di Fëdorov si discosta dalle valutazioni lette in precedenza, compreso il giudizio secondo il quale le elezioni anticipate avvantaggerebbero Juščenko, ma è interessante soprattutto perché si concentra sulle priorità della Russia].

Il prezzo della questione

di Andrej Fëdorov

L'Ucraina ha cominciato a giocare alla roulette russa. E in gioco non c'è semplicemente la sua reputazione, ma anche il suo futuro di stato indipendente. La crisi della dirigenza politica in Ucraina è così evidente che non potrà essere risolta neanche dalle ennesime elezioni della Rada.
Le elezioni, se saranno indette, faranno solo il gioco di Viktor Juščenko: non sono preparati ad andare alle elezioni né il Partito delle Regioni né il Blocco Julija Timošenko, né molti altri. Le elezioni sono il frutto di una spaccatura tra gli oppositori del presidente dell'Ucraina, una spaccatura che costerà loro cara. Andare alle elezioni senza un vero programma d'azione, solo con lo slogan “Via Juščenko”, è inutile.

Ma per la Russia è molto più importante l'aspetto strategico della situazione, perché pesto dovremo prendere posizione su molte questioni.

Innanzitutto bisogna comprendere che il movimento dell'Ucraina verso la NATO e l'Unione Europea, anche se verrà un po' rallentato dalla Germania e dalla Francia, è un processo inevitabile e nessuno dei politici ucraini, tanto meno Julija Timošenko, potrà né vorrà mutare quella direzione. Bisogna cominciare a prepararsi su tutta la linea, imparare a convivere con un'Ucraina diversa, se vogliamo davvero difendere i nostri interessi nazionali.

In secondo luogo l'Ucraina ha specifici strumenti di influenza nei confronti della Russia (non è vero solo il contrario), e presto sicuramente li userà, soprattutto se l'attuale governo è in bilico e la forza decisiva è proprio Viktor Juščenko. L'Occidente in questa situazione resterà al fianco dell'Ucraina soprattutto perché gli Stati Uniti ne hanno bisogno per mettere sotto pressione la Russia.

In terzo luogo non dobbiamo scommettere su uno o due politici ucraini e pensare che giocheranno lealmente. Bisogna dimostrare che per la Russia non sono importanti i politici ucraini ma l'Ucraina stessa come paese slavo amico, e che per ottenere ciò potrebbe prendere in considerazione delle concessioni. Oggi l'errore più grande che si possa commettere è spaventare l'Ucraina con una divisione territoriale per ragioni politiche. Far ciò significherebbe perdere rapidamente l'Ucraina.

In quarto luogo, comprendere che senza l'Ucraina non ci sarà nessuna Comunità degli Stati Indipendenti e che i processi negativi nello spazio post-sovietico non faranno che accelerarsi.

Infine, dopo la crisi caucasica il mondo è effettivamente cambiato, e purtroppo non a nostro favore. La crisi globale comincia a colpire sempre più duramente la Russia. In questa situazione un conflitto con l'Ucraina infliggerebbe un altro colpo alla nostra economia, che già deve affrontare tempi difficili.

Si possono amare o no queste o quelle figure della dirigenza ucraina, in particolare quando fanno dichiarazioni antirusse, per esempio a proposito della Flotta del Mar Nero. Ma oggi non dobbiamo più dare a questi politici ulteriori vantaggi commettendo sempre più spesso errori politici nei confronti dell'Ucraina.

Andrej Fëdorov, direttore dei programmi politici del Consiglio per la politica estera e la difesa, è stato vice ministro degli esteri negli anni 1990-91.

Fonte: Kommersant'

Originale pubblicato il 6 ottobre 2008

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martedì, ottobre 07, 2008

Sed magis amica veritas: a due anni dalla morte di Anna Politkovskaja

[Caso eccezionale di cross-posting, ma il contenuto sta esattamente a metà tra i due blog, dividendosi tra valutazione e ricostruzione].

È possibile smascherare una bugia, ma quando ce ne sono milioni, quando vengono scelte e ricombinate anno dopo anno, decennio dopo decennio, quando milioni di persone abilmente addestrate partecipano a questa falsificazione con l'impiego di enormi risorse e tecnologie sofisticate e miliardi di persone subiscono un lavaggio del cervello ideologico generazione dopo generazione, non c'è alcuna possibilità di scavalcare quella serie ininterrotta di bugie e ristabilire la verità. Non è improbabile che secoli dopo si possa scoprire un barlume di quella verità, ma quale differenza potrà mai fare? Sarà solo un debole e distorto riflesso della storia.

Aleksandr Zinov'ev, Global'noe Sverchobščestvo i Rossija, Mosca, Labirint, 2000.


Il russo ha due parole per dire verità: pravda e istina. La prima fa parte di un gruppo di vocaboli che ha per radice “vero”, “giusto” ed è anche “franchezza”, verso se stessi e verso gli altri; la giustizia per esempio è pravosudie, il processo con cui si cerca e si trova la verità. La seconda è la Verità con la V maiuscola, l'unica, quella che rende liberi e con la quale è meglio non scherzare.

Io qui sarò semplicemente sincera. Nei giorni successivi alla morte di Anna Politkovskaja, che conoscevo grazie al libro La Russia di Putin pubblicato in Italia da Adelphi e ad alcuni articoli letti in rete, ho deciso di mettermi a tradurre dal russo un po' di materiale scritto da lei e su di lei: articoli, ricordi, commenti, reazioni, dinamica dell'omicidio, primi passi delle indagini. Il motivo è semplice: mi interessava. Per anni avevo continuato a seguire le vicende russe, senza mai scriverne e con un certo distacco. Però l'omicidio Politkovskaja per me ha rappresentato una svolta, e non nel senso più immaginabile o prevedibile: basti qui dire che mi sono resa conto quanto fosse drammatica la differenza di percezione tra Russia e Occidente e quanto bisognasse lavorare per spiegare, distinguere, mediare, contestualizzare, mettendoci di volta in volta e a seconda dei casi serietà, ironia, pedanteria, leggerezza.
Mai la differenza tra il punto di vista russo e le proiezioni occidentali mi era sembrata più grande e più difficile da gestire come in quell'ottobre 2006: di qui la scelta a un certo punto di smettere di scriverne e di occuparmi più seriamente della Russia e soprattutto di quello che la Russia non è.

Oggi, a due anni di distanza, è il momento di riparlarne. Credo che l'omicidio Politkovskaja sia stato capace di tirar fuori il peggio di ciascuno, di innescare isteriche reazioni a catena di malintesi, generalizzazioni e approssimazioni. È stata una gara di dilettantismo, opportunismo, insensibilità, mancanza di tatto, meschine vendette, cialtroneria, ipocrisia, sentimentalismo, pelosa compassione.

Da una parte, la Russia. Putin che fece quello che fa di solito quando viene messo sotto pressione e si infastidisce per le domande sbagliate: invece di strapparsi i pochi capelli superstiti e spargere lacrime di coccodrillo uscì dal protocollo e offrì a tutti noi occidentali quello che volevamo vedere, il demone meschino con un passato nei Servizi, KGB a Dresda. Ricordate? Cosa è successo al Kursk? È affondato. E Anna Politkovskaja? La sua influenza nella vita politica del paese era minima, no?

Forma sbagliata, contenuti tecnicamente corretti.
Come è stato spiegato da giornalisti e addetti ai lavori che non possono in alcun modo essere sospettati di connivenza con il Cremlino, non credo di fare un torto ad Anna Politkovskaja confermando che non era molto letta né molto conosciuta nel suo paese. Ma non perché particolarmente scomoda: semplicemente perché l'informazione russa, fuori e dentro la rete, è complessa, stratificata e dispersiva, con numeri, proporzioni, livello di interattività e capacità di influire sulla situazione del paese molto diversi da quelli a cui siamo abituati.

E forse anche perché scriveva per un bisettimanale, la Novaja Gazeta, che non è un faro della libera informazione e del giornalismo investigativo in un paese altrimenti barbaro: è un giornale politicamente orientato in senso “liberale” al quale, come ha ben ricordato John Laughland, [1] collaborano e hanno collaborato commentatori filo-americani vicini alla Jamestown Foundation, il centro studi neo-conservatore interessato alla democratizzazione (o “destabilizzazione”, dipende dai punti di vista) dei paesi dell'ex-blocco comunista. Dal 2006 il 49% della Novaja Gazeta è nelle mani di Michail Gorbačëv (10%) e di Aleksandr Lebedev (39%), politico e uomo d'affari milionario nonché ex funzionario del KGB e poi dell'SVD (i servizi segreti internazionali russi). Incidentalmente, i due hanno appena deciso di fondare un nuovo partito, il Partito Democratico Indipendente. [2] Sia chiaro: non è che Gorbačëv stia proprio simpatico a tutti, in Russia.
Infine, tanto per farci un'idea delle proporzioni, una circolazione di 250.000 copie in un paese di 145 milioni di persone non è molto.

Potremmo anche aggiungere a tutto questo il fatto che alla Politkovskaja non veniva perdonato di essersi associata a Boris Berezovskij nel comune interesse per il Caucaso Settentrionale e la causa dei profughi ceceni, che in quegli anni riceveva l'attenzione dei media occidentali e i soldi delle cosiddette fondazioni umanitarie e delle organizzazioni non governative. Intendiamoci: non c'è niente di male nell'abbinare al giornalismo la difesa dei diritti umani, a patto che non si considerino alcuni più umani di altri.

Come reagì l'opinione pubblica russa alla morte di Anna Politkovskaja? Con un misto di pena e indifferenza. In rete le cose stavano diversamente: opinioni tendenzialmente molto critiche e distaccate, con picchi di livore nei confronti della giornalista e del suo lavoro, e quei primi sintomi di rabbia e delusione nei confronti dell'opinione pubblica e dei media occidentali destinati a esasperarsi negli anni successivi.

Come reagì l'Occidente? Ma figuriamoci, il cadavere della povera Politkovskaja era il grande sogno trasversale: ci si buttarono tutti, giornalisti, politici, opinionisti, difensori della libertà di stampa, associazioni per la difesa dei diritti umani, sindaci, assessori, poeti, cantanti, registi, comitati di signore bene. E poi i premi, i premi: postumi, intitolati alla defunta, inutili. Che momenti.

Naturalmente parte di questi singoli e organizzazioni era in perfetta buona fede, e non lo dico solo perché l'ultima cosa che vorrei è un picchetto di signore sotto casa che protesta contro gli abusi in Russia. Ma di fatto i media occidentali (i nostri sulla scia di quelli britannici e statunitensi) avevano consacrato e diffuso una versione unica: in Russia era stata assassinata una giornalista coraggiosa che si opponeva a Putin; se ne deduceva che Putin doveva avere commissionato l'omicidio.

La vecchia sindrome del rosso sotto il letto è dura a morire, e l'avrebbe dimostrato di lì a poco l'opera buffa mediatica rappresentata dalla morte di Aleksandr Litvinenko (a proposito del quale, lo ammetto, mi sono fatta meno scrupoli: ma lui non era né giornalista, né donna, e del resto neanche tanto coraggioso).

Il Financial Times sottolineava che Putin era responsabile della creazione di un clima politico e sociale che rendeva possibili omicidi come questo. Anne Applebaum sul Washington Post attribuiva direttamente a Putin gli omicidi di giornalisti avvenuti in Russia dopo il 2000 (non che prima non ce ne fossero stati, solo che prima c'era El'cin). Olga Craig sul Sunday Telegraph titolava un suo articolo “Incrocia Putin e muori”, nel quale raccontava la fantasmatica storia di un povero giornalista russo perseguitato dai servizi segreti assassini. L'Economist ne approfittava per evocare le ombre del Reich e osservava che “a volte la Russia sembra orientarsi verso il fascismo”. [3]

La demonizzazione della Russia a questo punto era completa, potevamo rilassarci in questa certezza che non aveva bisogno di ulteriori conferme e dimenticarci della vera Politkovskaja. Tanto la vera Politkovskaja non esisteva già più: esisteva invece il fantasma di “una delle giornaliste più brillanti e coraggiose” (The Guardian), “una delle poche voci che osassero contraddire la linea di partito” (The Daily Telegraph), “scomoda in nome della libertà” (The Independent), “la più famosa giornalista investigativa russa” (The Times), “una delle giornaliste più coraggiose” (The New York Times), “vittima di raro coraggio” (The Washington Post). [4]

Anna Politkovskaja svolgeva il proprio lavoro in una posizione di estrema vulnerabilità, con i suoi reportage dal Caucaso ha documentato e testimoniato sofferenze, torture e abusi ed è stata vicina a tante vittime della guerra, anche se solo di una parte coinvolta in quella guerra. Per farlo e per combattere contro quello che considerava un sistema spietato ha scelto di schierarsi, e questo non l'ha resa più amata (basti leggere la testimonianza di uno degli ostaggi dell'assedio al Teatro Nord-Ost: non contiene parole di perdono o di riconciliazione ma accuse feroci e dolorose che non è difficile comprendere). [5] Ha corso rischi intollerabili e si è fatta molti nemici, ma forse non per le storie che scriveva (come ricordò il giornalista e commentatore politico Oleg Kašin in un bell'articolo su Vzgljad, più che una giornalista era una newsmaker: tendeva a stare davanti e non dietro alle telecamere, a fare notizia più che a scriverne). [6] Tra questi nemici c'erano persone capaci di farla uccidere praticamente alla luce del sole, o almeno nell'ingresso di un tranquillo condominio, vicino all'ascensore, un pomeriggio di ottobre: quattro colpi di Makarov, compreso quello finale “di controllo” (kontrol'nyj), che serve a verificare che la vittima sia morta ed è considerato indizio di un assassinio su commissione.

Per concludere: non so se Anna Politkovskaja sia stata in qualche modo strumentalizzata quando era in vita, e se ne fosse consapevole. So però che lo è stata, e molto, dopo la sua morte.

Ma veniamo al punto sulle indagini, che sono ora giunte a una svolta.

Inizialmente circolano varie ipotesi, tutte più o meno collegate all'attività professionale della Politkovskaja: vendetta di poliziotti corrotti che erano finiti nei guai per i suoi articoli; vendetta di militanti ceceni; azione dei nazionalisti russi (il suo nome era sulla lista di morte di vari gruppi neonazisti); provocazione politica per screditare le autorità russe e cecene o innescare conflitti nel Caucaso.

Poi la Procura Generale chiede il silenzio stampa, che viene rispettato. La Novaja Gazeta annuncia che avvierà una propria indagine e collaborerà con gli inquirenti; Aleksandr Lebedev offre una ricompensa pari a 1 milione di dollari a chi contribuirà alla soluzione del caso.
Segue dunque un silenzio stampa che dura dieci mesi.

Il 28 agosto 2007 il Procuratore Generale Jurij Čajka annuncia in una conferenza stampa l'arresto di dieci sospetti in relazione all'omicidio. Tra questi, un ufficiale di polizia, un colonnello dell'FSB (Servizio di sicurezza federale, i servizi segreti russi) e tre ex poliziotti; gli altri cinque sono ceceni, uno di loro avvocato a Mosca, e farebbero parte di una banda specializzata in omicidi su commissione. Gli inquirenti pensano che i ceceni possano avere a che fare anche con gli omicidi del vice presidente della Banca Centrale russa Kozlov e del giornalista di Forbes Russia Paul Klebnikov.

La Novaja Gazeta, impegnata nella sua indagine parallela, scrive che gli arresti sono stati fatti dal 15 al 23 agosto. Il direttore del giornale definisce le conclusioni degli inquirenti “convincenti”, il figlio della Politkovskaja, Il'ja, si dice “non sorpreso”.
“I nostri nomi coincidono con quelli dell'indagine ufficiale”, dice il vice direttore del giornale, Sergej Sokolov. “Ma l'identità del mandante non coincide”.

Nella sua conferenza stampa il Procuratore Generale fa anche una dichiarazione politica, puntando il dito contro le “forze esterne” di putiniana memoria che mirano a offuscare la reputazione internazionale della Russia e a destabilizzare la situazione interna del paese, e aggiunge che i responsabili vogliono “un ritorno al vecchio sistema di governo nel quale erano i soldi e gli oligarchi a decidere tutto”. Non si fanno nomi, ma tutti colgono il riferimento agli oligarchi in esilio (rispettivamente nel Regno Unito e in Israele) Berezovskij e Nevzlin; non a caso nel corso della conferenza stampa Čajka ribadisce che la Russia continuerà a chiedere l'estradizione di Berezovskij, ricercato per reati finanziari.

Nel frattempo anche l'FSB tiene una conferenza stampa in cui comunica che un suo ufficiale, Pavel Rjaguzov, è tra gli arrestati.

Gli altri nomi non si sanno, ma appaiono sulla stampa il giorno successivo, completi di foto e generalità dei sospettati: Aleksej Berkin, Dmitrij Lebedev, Tamerlan Machmudov, Džabrail Machmudov, Oleg Alimov, Achmed Isaev, Sergej Chadžikurbanov, Dmitrij Gračev, Pavel Rjaguzov. Il Moskovskij Komsomolec aggiunge un bel po' di dettagli. [7] Si sa così che Rjaguzov, il colonnello dell'FSB, ha 37 anni ed era già tenuto d'occhio da tempo per presunti collegamenti con il crimine organizzato. Rjaguzov è specializzato in compiti di sorveglianza, dunque potrebbe avere messo sotto controllo il telefono della Politkovskaja. Dmitrij Lebedev, Dmitrij Gračev, Oleg Alimov e Aleksej Berkin sono ex poliziotti: alcuni hanno lasciato il servizio tra i 5 e gli 8 anni fa. Avrebbero avuto l'incarico di sorvegliare la Politkovskaja quando usciva di casa. Sergej Chadžikurbanov, ufficiale di polizia, 40 anni, quattro anni prima ha organizzato una trappola che ha portato alla cattura di Frank Alcapone (alias Fizuli Mamedov), arrestato per il possesso di un chilo di eroina. Secondo le guardie del corpo del boss l'eroina gli era stata messa addosso dai poliziotti. Alcapone viene rimesso in libertà e i poliziotti accusati di abuso d'ufficio.

Poi ci sono i tre fratelli Machmudov, di origine cecena: Tamerlan, 36 anni, Džabrail, 49, e Ibrahim, 25. Tamerlan e Ibrahim risiedono a Mosca, Džabrail a Zarajsk, nel distretto di Mosca. Secondo le autorità questi tre non avevano rancori personali nei confronti della giornalista, e hanno partecipato all'omicidio in cambio di un'ingente somma di denaro.

Infine ci sarebbe l'autista, Achmed Isaev: avrebbe portato i fratelli Machmudov sul luogo del crimine e li avrebbe aiutati a ottenere la documentazione per acquistare la macchina.

Forse anche a causa di questa fuga di notizie, nei giorni successivi le prove contro alcuni degli accusati cadono una dopo l'altra. Viene rilasciato per insufficienza di prove Berkin (gli inquirenti pensavano facesse parte della banda di criminali ceceni chiamata “Lasagna”, dal nome di un ristorante in cui erano soliti incontrarsi, e ritenuta responsabile dell'omicidio); e viene rilasciato anche Chadžikurbanov, perché il giorno dell'assassinio era in carcere (quello che si dice un alibi di ferro). [8] Poi è la volta di Alimov, mentre emerge che Rjaguzov è accusato di abuso di potere per un caso che risale al 2002. [9]

A una settimana dagli arresti, un altro colpo di scena: la Procura Generale toglie il caso alla squadra di inquirenti che se ne era occupata fino a quel momento e al suo capo Pëtr Garibjan. [10] Il direttore della Novaja Gazeta Muratov dice in un'intervista a Echo Moskvy che la decisione è frutto di pressioni dei siloviki (uomini dei servizi) per sabotare le indagini. La Procura Generale nega l'accusa dicendo che la squadra è stata invece rafforzata con l'aggiunta di nuovi elementi. La Novaja Gazeta fa sapere che continuerà a lavorare con Garibjan, che sono in corso nuovi arresti e che l'indagine si è fatta estremamente complicata.

La Procura apre un'indagine sulla fuga di notizie.

A metà settembre viene arrestato Šamil Buraev, ex capo del distretto ceceno di Ačhoj-Martanov, accusato di aver ottenuto l'indirizzo della giornalista da Rjaguzov e di averlo passato agli assassini.
Una notizia RIA Novosti del 24 ottobre conferma che Buraev rimane in arresto e che i detenuti al momento sono nove, compresi i fratelli Machmudov. [11]

Nell'intervista a Time del dicembre 2007 Putin dice che le autorità faranno il possibile per risolvere il caso, ma che ci sono dei “problemi con le prove”. [12]

Alla fine di marzo 2008 la Procura Generale fa sapere che il killer è stato identificato ed è attualmente ricercato. Gli accusati in quel momento sono nove, compreso l'ufficiale dell'FSB. [13]

Agli inizi di aprile un investigatore capo incaricato delle indagini, Dmitrij Dovgij, rilascia un'intervista a Izvestija nella quale afferma che Boris Berezovskij è il mandante dell'omicidio. Dovgy è stato sospeso per corruzione (avrebbe preso tangenti per 4 milioni e mezzo di dollari), ma secondo Izvestija l'intervista è stata fatta quando era ancora in servizio. [14] Dovgij non ha in mano prove concrete, ma si dice convinto che l'omicidio sia stato ordinato da Boris Berezovskij attraverso Chož-Achmed Nuchaev, il criminale ceceno fuggiasco ufficialmente sospettato dell'omicidio di Paul Klebnikov. Appare abbastanza evidente che Dovgij, che pochi mesi prima in un'intervista alla Rossijskaja Gazeta era stato estremamente cauto, ha tentato una mossa disperata dimostrando la sua lealtà e accreditando una pista politica che poteva supporre molto gradita ai suoi superiori.

Il 16 aprile altra fuga di notizie: il sito russo Life.ru pubblica la foto di Rustam Machmudov, sospettato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio. [15]

Il 12 maggio viene rilasciato un altro sospetto, Magomed Dimelchanov. Gli arrestati scendono a sette. Contro Rustam Machmudov è stato emesso un mandato di cattura internazionale.
Agli inizi di giugno viene rilasciato anche Buraev, in attesa di processo.

Il 18 giugno gli inquirenti russi dichiarano di avere concluso l'indagine e di avere formalizzato le accuse contro quattro sospetti: tre per coinvolgimento nell'omicidio e uno per abuso d'ufficio. [16] Un'indagine distinta è stata avviata nei confronti dell'esecutore materiale dell'omicidio, Rustam Machmudov, latitante. Le accuse contro Buraev sono invece cadute per insufficienza di prove.
Agli inizi di luglio fonti della Procura Generale dichiarano di sapere in quale paese dell'Europa Occidentale si nasconda Machmudov. [17]

Arriviamo infine al 2 ottobre 2008, quando la Procura Generale della Federazione Russa comunica di avere rinviato a giudizio per l'omicidio di Anna Politkovskaja tre persone: Sergej Chadžikurbanov e i fratelli Džabrail e Ibrahim Machmudov. L'ex ufficiale dei servizi Pavel Rjaguzov è accusato di abuso di ufficio. Un distinto procedimento penale è stato avviato a carico di Rustam Machmudov. [18]

Il figlio della giornalista, Il'ja Politkovskij, ha sostenuto in una conferenza stampa che il caso è stato trasferito non a un tribunale civile, ma a un tribunale militare, in quanto uno degli imputati è un agente dei servizi. “Vorrei sottolineare che non accuso dell'organizzazione diretta di questo omicidio le autorità, perché niente fa pensare a questo. All'omicidio hanno preso parte elementi isolati dei servizi segreti e loro agenti”, ha aggiunto il figlio della giornalista. [19]

Dunque si va al processo, probabilmente in tempi brevi. Mancano il killer, il mandante e il movente.

La ricompensa da un milione di dollari non è stata incassata da nessuno.

È una storia fatta di voci e fughe di notizie, di avvertimenti, di “io so”, di sassi lanciati e mani nascoste, di rivelazioni frettolose e premature, di gang Lasagna e soldi, di criminalità, connivenze e coperture, probabilmente non di massimi poteri, o folli regali di compleanno, o premier ceceni capricciosi, o maligni oligarchi con l'hobby del colpo di stato. Ma chi può dirlo con certezza.

Quando è stata diffusa la notizia del rinvio a giudizio la stampa occidentale e quella russa hanno reagito pigramente. La ricerca su Google e Yandex dà pochi e ripetitivi risultati, le discussioni sui blog si limitano a rilanciare la notizia (che è stata riportata già a settembre [20] e non fa che confermare fatti noti già a giugno), nessun commento sui giornali.
Forse si aspetta il 7 ottobre per far scattare i riti del ricordo, più appaganti della ricerca di un tenue e distorto riflesso di verità.

Note
[1] “Who killed Anna Politkovskaya?”, John Laughland, Sanders Research Associates, 19 ottobre 2006
[2] “Russia: Gorbaciov- Lebedev, partito”, ANSA, 30 settembre 2008
[3] “Where is America's Politkovskaya?”, Mark Ames, The eXile, 20 ottobre 2006
[4] John Laughland, op. cit.
[5] СВИНСТВО!!!, http://al-stal.livejournal.com/, 20 ottobre 2006
[6] “Kto ubil Annu Politkovskuju?”, Oleg Kašin, Vzgljad, 9 ottobre 2006
[7] “Sodejstvujuščie lica i ispolniteli – V spiske ubijc Politkovskoj – torgovcy ryboj, čekisty i milicionery”, Moskovskij Komsomolec, 29 agosto 2007
[8] “Mera Otsečenija”, Kommersant', 30 agosto 2007
[9] “Genprokuror sdaet po delu”, Kommersant', 31 agosto 2007
[10] “Investigator out in Politkovskaya case”, The Moscow Times, 5 ottobre 2007
[11] “Court remands Politkovskaya murder suspect Burayev in custody”, RIA Novosti, 24 ottobre 2007
[12] “Putin promises to complete probe into Politkovskaya's murder”, RIA Novosti, 19 dicembre 2007
[13] “Politkovskaya's killer identified, being sought - top prosecutors”, RIA Novosti, 28 marzo 2008
[14] “Načalnik Glavnogo sledstvennogo upravlenija Dmitrij Dovgij: 'Čeloveku dolžno byt' vygodno ne brat' vzjatok'”, Izvestija, 3 aprile 2008
[15] “Ubijstvo izvestnoj žurnalistki. Killer sbežal iz Rossii”, Life.ru, 15 aprile 2008
[16] “Russian prosecutors finish probe into Politkovskaya murder”, RIA Novosti, 18 giugno 2008
[17] “Russian reporter Politkovskaya's killer hiding in Western Europe”, RIA Novosti, 1° luglio 2008
[18] “Russian prosecutors refer Politkovskaya murder case to court”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[19] “Delo ob ubijstve Politkovskoj peredano v voennyj sud”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[20] “Delo Politkovskoj v Genprokurature”, Rossijskaja Gazeta, 20 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

La traduzione francese, a cura di Fausto Giudice, è a questo indirizzo.

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lunedì, ottobre 06, 2008

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

da Mother Jones

Nel bel mezzo della discussione del piano di bailout per Wall Street il Senato si è preso una pausa per votare un provvedimento che, benché passato quasi inosservato, è destinato a pesare sul futuro dei già travagliati impegni per la non-proliferazione nucleare mondiale: con un voto 86-13 il Senato ha approvato il piano dell'amministrazione Bush di avviare le forniture all'India di reattori nucleari civili, combustibile nucleare e altre tecnologie correlate. In cambio l'India aprirà 14 reattori nucleari civili alle ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica; altri 8 siti nucleari resteranno invece chiusi alle ispezioni. Il voto del senato ha seguito l'approvazione del provvedimento da parte della Camera dei Rappresentanti, la scorsa settimana, e la decisione presa lo scorso mese dal Nuclear Suppliers Group (il Gruppo Fornitori Nucleari, un consorzio di 45 nazioni che partecipano al commercio nucleare) di emettere un atto di rinuncia riconoscendo all'India lo status di paese nucleare.

Per quanto riguarda le armi nucleari, l'India è sempre stata considerata un pariada quando fece esplodere una bomba atomica nel 1974. (il Nuclear Suppliers Group è stato creato su impulso degli Stati Uniti dopo il test indiano per impedire al paese di accrescere le proprie capacità nucleari; l'India era allora allineata con l'Unione Sovietica). A oggi l'India non ha ancora firmato il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, e altri test nucleari compiuti nel 1998 hanno accentuato il disprezzo internazionale e indotto l'amministrazione Clinton a imporre sanzioni economiche.
Ma tutto ciò fa ormai parte del passato. Se un tempo gli Stati Uniti vedevano l'India attraverso il prisma della politica della Guerra Fredda, ora considerano il paese un importante contrappeso nel nuovo gioco di potere con la Cina. E il cosiddetto Accordo sul Nucleare Civile tra Stati Uniti e India (noto in ambito commerciale come "Accordo 123") solidifica la nuova collaborazione strategica.

Il provvedimento è passato al Congresso con ampi margini in entrambe le Camere e, date le sue implicazioni per la non-proliferazione, sorprendere sapere che tra i suoi promotori c'