martedì, novembre 17, 2009

Benvenuto, compagno Maobama

Benvenuto, compagno Maobama

di Pepe Escobar

PECHINO – Caro compagno Maobama,

È un grande onore riceverla qui nella capitale settentrionale del Regno di Mezzo e vederla rendere omaggio al cuore del mondo multipolare del XXI secolo.

Ci scusi se ci discosteremo per un po' dalle sottili regole della diplomazia, ma visto che ammiriamo la sua integrità, la sua onestà e le sue magnifiche doti intellettuali ci permetta di rivolgerci a lei con una certa franchezza.

Innanzitutto, le nostre congratulazioni per il successo sul mercato cinese de Il coraggio della speranza, che ha già venduto 140.000 copie. Ma ci scusi se non potremo crogiolarci nell'ardore delle folle stupefatte e infuse di “coraggio della speranza” come a Berlino, in Ghana, al Cairo, a Londra o a Parigi. Di certo Sasha e Malia sarebbero entusiaste se lei riuscisse a comprare a Houhai per pochi poveri yuan una maglietta commemorativa del compagno Maobama. La casacca e il berretto grigioverdi della Rivoluzione Culturale le donerebbero moltissimo.

Siamo d'altronde molto lieti che lei si sia appena definito “il primo presidente americano del Pacifico”, vantando perfino un fratellastro che risiede nella nostra prosperosissima zona economica speciale, lo Shenzhen.

Notiamo un'interessante convergenza tra “Pacifico” e la nostra dottrina dell'heping jueqi, “ascesa pacifica”. In fondo siamo tutti pacifisti; se conosce la nostra dottrina saprà che spiega chiaramente perché la Cina non rappresenti una “minaccia” per gli Stati Uniti. Dopo tutto, la nostra spesa militare è inferiore del 20% alla vostra, e molto più bassa di quelle di Giappone, India e Russia messi insieme.

Per quanto riguarda la nostra vena pacifista, il Presidente Hu Jintao – con il quale ha avuto una serie di approfondite discussioni – l'ha evidenziata molto chiaramente già durante l'amministrazione del suo predecessore George W. Bush, annunciano i suoi “quattro no” (no all'egemonia; no alla politica della forza; no alla politica dei bocchi; no a una corsa agli armamenti) e i suoi “quattro sì” (sì alla costruzione della fiducia; si all'attenuazione delle difficoltà; sì allo sviluppo della cooperazione; sì a evitare lo scontro).

Abbiamo notato che ha anche scelto di definirci un “partner essenziale” nonché un “competitore”. Sì, siamo molto competitivi. Sta praticamente nel DNA, quando si è stati una grande potenza mondiale per 18 degli ultimi 20 secoli. Se la dottrina della “rassicurazione strategica” elaborata dai vostri think tank significa rispettare anche il nostro spirito competitivo oltre ai nostri usi e principî, di certo per noi non ci sono problemi.

A proposito, siamo estremamente lieti che sabato scorso abbia scelto Tokyo, in Giappone, per rassicurarci sul fatto che “gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina”. Ma ci chiedevamo se i suoi generali – che praticano avidamente la dottrina del dominio ad ampio spettro – la stessero ascoltando.

Caro compagno, ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire subito. Non intendiamo piegarci alle pressioni degli Stati Uniti sulla nostra politica monetaria. Ascolti Liu Mingkang, presidente della Commissione cinese di controllo sulle banche. Nel corso di una conferenza svoltasi qui ha Pechino ha appena spiegato che un dollaro molto debole e tassi di interesse americani molto bassi stanno creando “rischi inevitabili per la ripresa dell'economia globale, soprattutto delle economie emergenti”, e questo “ha un grave impatto sui prezzi degli asset globali e incoraggia la speculazione sui mercati azionari e su quelli immobiliari”. Temiamo che, più che rappresentare soluzione, voi facciate parte del problema. Se le capitasse di incontrare delle persone normali, per le strade di Pechino – oh, le scoccianti regole dei servizi di sicurezza – le chiederebbero perché la Cina debba ascoltare i predicozzi americani quando gli Stati Uniti stampano dollari come pazzi e si aspettano che la Cina gli regga il gioco.

Per quando riguarda la nostra parte del mondo, speriamo che abbia l'occasione di apprezzare la ragionevolezza dei nostri principî economici, dimostrata dalla crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso e da una deflazione moderata, come esposto da Sheng Laiyun, portavoce dell'Ente Nazionale di Statistica. Nel 2009 la nostra economia crescerà dell'8%. Perché? Perché abbiamo trascorso gli ultimi 11 mesi a lavorare 24 ore al giorno, investendo produttivamente nella nostra economia, perfezionando la nostra politica monetaria e lanciando provvedimenti fiscali per sostenere alcuni settori industriali. Prevediamo un boom dei consumi fino al prossimo capodanno cinese, il 14 febbraio 2010. Dunque la nostra priorità è continuare a crescere; poi potremo pensare a svalutare lo yuan.

Caro compagno, siamo certi che si meraviglierebbe della potenza dei nostri tre maggiori settori industriali. È un peccato che non abbia avuto il tempo di visitare il Delta del Fiume delle Perle, la fabbrica del mondo, il nostro centro manifatturiero regno di infinite catene di montaggio. Avrebbe anche potuto dare un'occhiata al Delta dello Yang-Tze – cuore della nostra industria ad alto impiego di capitale e della produzione di automobili, di semiconduttori e di computer. E se solo avesse avuto il tempo di farsi un giro a Zhongguancun, fuori Pechino: la nostra Silicon Valley.

Una semplice occhiata a uno dei nostri quattro enormi complessi info-tecnologici, pieni di piccole imprese e di giovani industriosi, motivati e dall'eccellente formazione, le farebbe capire come la tecnologia sia diventata il nuovo oppio della Cina (senza guerra annessa, come quella impostaci dall'Impero Britannico nell'Ottocento). Ci fa sognare un tempo in cui le innovazioni tecnologiche nasceranno in Cina per poi diffondersi nel mondo. Sì, avremo anche una forza lavoro a buon mercato, ma gran parte di noi ha una forza lavoro straordinariamente motivata, regolamentata da buoni criteri sanitari e scolastici, dotata di un'immensa disciplina e pronta a lavorare senza sosta per il raggiungimento degli obiettivi produttivi.

Caro compagno, passiamo a questioni più controverse. A proposito di quella vostra piccola guerra in Afghanistan. Ormai vi sarete accorti che è stata la Cina a vincere la “guerra al terrore”. E ciò spiega ampiamente perché la Cina sia ora molto più influente degli Stati Uniti in Asia Orientale e in molte altre parti del mondo.

Capirà che finché il Pentagono è tutto impegnato in Asia Occidentale dobbiamo stare molto attenti. Seguiamo attentamente le strategie elaborare dai vostri think tank. Ci diverte soprattutto la strategia del nostro vecchio amico Henry Kissinger, che propone di integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense: in fin dei conti, questo equivale ancora all'egemonia americana. Ci sono altri e ben più preoccupanti aspetti insiti nell'accerchiamento della Cina da parte di un sistema di basi militari e da un'alleanza militare strategica controllata dagli Stati Uniti: di fatto, una nuova guerra fredda. Non possiamo rispettare questa strategia, giacché può solo portare alla frammentazione dell'Asia e del Sud del mondo.

Stia certo che siamo in grado di gestire da soli sia la Corea del Nord che l'Iran, armoniosamente e senza scontri. E per tornare all'Afghanistan, riteniamo che la migliore soluzione dovrebbe essere individuata nell'ambito dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), della quale siamo cofondatori insieme alla Russia. Questo è un problema asiatico – in termini sia di narcotraffico che di fondamentalismo religioso – che andrebbe dibattuto e risolto nella cerchia delle potenze asiatiche.

Caro compagno, si sarà forse accorto che il Consenso di Washington è in tutto e per tutto morto. Ciò che è emerso è quello che potremmo chiamare Consenso di Pechino. La Cina ha dimostrato al Sud del mondo che “esiste un'alternativa”, una “terza via” fatta di sviluppo economico indipendente e di integrazione nell'ordine mondiale. Abbiamo dimostrato che, diversamente dal pacchetto a “taglia unica” del Consenso di Washington, lo sviluppo economico deve essere “locale” in ogni caso. Il nostro amato Piccolo Timoniere Deng Xiaoping l'avrebbe chiamato “sviluppo con caratteristiche locali”.

Abbiamo dimostrato che gli Stati in via di sviluppo del Sud del mondo devono unirsi, e non per sostenere l'unilateralismo statunitense ma per organizzare un nuovo ordine mondiale basato sull'indipendenza economica e al contempo rispettoso delle differenze politiche e culturali. Abbiamo intrapreso la nostra yellow BRIC road e non ci siamo solo noi, Brasile, Russia, India e Cina; ci sono anche tutti gli altri Stati del Sud del mondo. Tuttavia siamo consapevoli che il ricco Nord tenterà sempre di cooptare certi paesi del Sud per ostacolare un cambiamento gerarchico in cui il mondo possa credere, e che è, come forse già sa, incarnato dalla Cina.

Avrà anche capito perché la Cina abbia costantemente battuto le istituzioni economiche e finanziarie controllate dal Nord. Dopo tutto, offriamo ai paesi del Sud del mondo contratti migliori per accedere alle loro risorse naturali. Ci siamo impegnati in vasti e complessi progetti di costruzione delle infrastrutture che finiscono sempre per costare meno della metà rispetto ai prezzi applicati dai paesi del Nord. I nostri prestiti sono finalizzati più attentamente; non sono soggetti a fraintendimenti politici; e non portano con sé tariffe esorbitanti per le consulenze.

Avrà capito che i principali paesi produttori di petrolio hanno dirottato le loro risorse in eccesso verso il Sud. Paesi ricchi di petrolio dell'Asia Occidentale hanno cominciato a investire pesantemente nell'Asia Orientale e Meridionale un po' del surplus che avrebbero normalmente destinato all'Europa e agli Stati Uniti.

Si sarà accorto, compagno, che la contro-rivoluzione monetarista è morta. Dunque la questione ora non è se l'Asia e il Sud del mondo continueranno a usare il dollaro statunitense come valuta di scambio – questo, ovviamente, continuerà per anni. La questione a lungo termine è se continueranno ad affidare i surplus delle loro partite correnti a istituzioni controllate dal Nord, o se lavoreranno piuttosto per l'emancipazione del Sud. I suoi istinti egalitari potranno simpatizzare con quest'ultima soluzione, ma siamo certi che la classe dirigente degli Stati Uniti la contrasterà con le unghie e con i denti.

Ci scusi per quella che può essere vista come impertinenza, compagno. Naturalmente – seguendo la lezione del grande maestro Lao Tzu – siamo anche consapevoli delle nostre mancanze. Sappiamo bene che per un quarto della nostra popolazione di 1,3 miliardi di persone sarebbe un suicidio adottare il sistema di produzione e consumo noto come stile di vita americano. Sappiamo che dobbiamo fare di più per proteggere l'ambiente. Il nostro Piano Quinquennale 2006-2010, per esempio, ha posto come obiettivo una riduzione del 20% del consumo di energia, e la nostra politica industriale ha chiuso quasi 400 sottosettori industriali e ne ha limitati altri 190. Sappiamo bene cosa si rischia se, entro il 2025, non meno di 300 milioni di contadini si trasferiranno nelle nostre città, dove le auto, comprese le vostre Buicks americane, già fanno apparire piccolo il numero di biciclette.

Capiamo anche quante distorsioni siano implicite nella nostra cieca riproduzione del modello di sviluppo occidentale. Per farle un esempio, quando i nostri visitatori vanno al mega-centro commerciale The Place, nel distretto finanziario centrale di Pechino, e guardano il più grande schermo sospeso del mondo – che trasmette immagini generate al computer – si lamentano dello spreco di energia che comporta. È una droga per la quale non abbiamo ancora trovato la cura. Non ne abbiamo mai abbastanza di centri commerciali, e di concessionarie di SUV, di Hummer e di Ferrari a Jinbao Dajie, la strada dello shopping.

Siamo ben consapevoli delle centinaia di scioperi e dei diffusi disordini sociali che si verificano ogni mese e che coinvolgono soprattutto la nuova classe lavoratrice cinese – i giovani migranti interni – che costituisce la spina dorsale della nostra invidiabile industria di esportazione. Negli Stati Uniti non ci crederete, ma naturalmente in Cina esiste un movimento dei lavoratori – non uno, ma molti, spontanei e relativamente poco articolati, estremamente attivi praticamente in tutte le città del paese.

Noi vi prestiamo attenzione, e facciamo il nostro meglio per occuparci delle loro vertenze. Il Presidente Mao metteva sempre in guardia contro il luan – il caos – e niente ci preoccupa più della rivolta sociale nelle aree urbane e rurali. Ecco perché abbiamo mutato la nostra politica, tentanto di correggere le ineguaglianze derivanti dallo sviluppo e varando nuove leggi che offrono maggiori diritti ai lavoratori.

Nello stesso tempo, ricordiamo sempre come le riforme del compagno Deng Xiaoping dovettero occuparsi innanzitutto e soprattutto del settore agricolo. Per questo oggi il Presidente Hu si concentra tanto sullo sviluppo dell'istruzione, della prevenzione sanitaria e dell'assistenza sociale nelle campagne. Ecco come vediamo lo sviluppo di una “società armoniosa”.

Riassumendo, compagno Maobama. Speriamo davvero che lei apprezzi la favolosa anatra alla pechinese in compagnia del compagno Hu Jintao, e che conduca con lui un franco scambio di vedute. E, a proposito, se ha bisogno di un corso accelerato sulla politica cinese, non perda tempo ad ascoltare i suoi think tank: spedisca un diplomatico in un negozio di DVD a comprare una copia (pirata) della Città proibita di Zhang Yimou, con Chow Yun-fat e la nostra splendida Gong Li. Sta tutto lì: il culto della segretezza e della dissimulazione; la logica e la crudeltà dei clan rivali; il senso di tragedia politica; e come, in Cina, la ragion di Stato abbia la meglio su tutto. Certo, in fin dei conti possiamo essere una società violenta, ma è una violenza interiorizzata. Il luan del Presidente Mao è la nostra più profonda paura; temiamo soprattutto il male che possiamo infliggere a noi stessi. Se riusciremo a controllare noi stessi potremo essere un vero Regno di Mezzo, tra cielo e Terra. “Potenza superglobale” è solo senno di poi.

Comunque, come disse il compagno Deng, diventare ricchi è meraviglioso – tanto più quando si diventa il banchiere dell'attuale superpotenza globale. Saremo sempre qui per lei quando ne avrà bisogno. La preghiamo solo di non chiederci di svalutare lo yuan. Possa essere benedetto e condurre una propizia e prospera amministrazione, e possiate lei e la sua famiglia vivere una lunga e fruttuosa vita.

Con deferenza,
La Repubblica Popolare Cinese


Originale: Welcome, comrade Maobama

Articolo originale pubblicato il 16/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, agosto 07, 2009

La Cina ci prova nel Mar Nero

La Cina ci prova nel Mar Nero

M. K. Bhadrakumar

Come gli astrofili che la scorsa settimana hanno ammirato la più lunga eclissi solare totale del XXI secolo, gli osservatori diplomatici hanno avuto una giornata campale scrutando la penombra dei rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, che costituiscono uno dei fenomeni cruciali della politica mondiale di questo secolo.

Tutto è cominciato quando il Vice President degli Stati Uniti Joseph Biden ha scelto di far visita all'Ucraina e alla Georgia il 20-23 luglio per biasimare pubblicamente la Russia per la sua “idea ottocentesca di sfere di influenza”. Il viaggio di Biden nel turbolento “estero vicino” della Russia si è svolto a due settimane dalla visita epocale del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Mosca per “riavviare” le relazioni con la Russia.

Chiaramente la gita di Biden è stata presentata come un'energica dimostrazione di come l'amministrazione Barack Obama sia decisa a conservare l'impegno strategico degli Stati Uniti in Eurasia – un tirarsi su le maniche e prepararsi all'azione dopo lo scambio convenzionale di cortesie tra Obama e la sua controparte al Cremlino, Dmitrij Medvedev. Insomma, il chiaro messaggio di Biden era che l'amministrazione Obama intende sfidare energicamente la pretesa della Russia a essere la potenza dominante nello spazio post-sovietico.

Biden ha escluso qualsiasi “scambio di favori” con il Cremlino e qualsiasi forma di “riconoscimento” delle sfere di influenza della Russia. Ha impegnato l'amministrazione Obama a sostenere lo status dell'Ucraina come “parte integrante dell'Europa” e l'integrazione euro-atlantica del paese. Inoltre, in un'intervista con il Wall Street Journal, Biden ha parlato del fosco futuro della Russia in termini aspri, drammatici.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto prontamente in un'intervista al canale informativo russo Vesti, con sede a Mosca. Ha detto: “Spero che l'amministrazione del Presidente Obama darà seguito agli accordi raggiunti a Mosca. Crediamo che i tentativi di alcune persone interne all'amministrazione del Presidente Obama di riportarci tutti al passato, come ha fatto il Vice Presidente Joe Biden, noto uomo politico, non siano normativi”.

Ritorno al reaganismo
Ha aggiunto Lavrov: “L'intervista di Biden al Wall Street Journal sembrava copiata dai discorsi dei rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush”. Comunque è difficile liquidare Biden come voce falsa. Era stato Biden a parlare della necessità di “riavviare” le relazioni degli Stati Uniti con la Russia, risvegliando speranze a Mosca. E la visita a Mosca di Obama, agli inizi di luglio, era stata ampiamente interpretata come l'inizio formale del processo di “riavvio”.

Ora emerge che quel “riavvio” potrebbe riportare la politica statunitense nei confronti della Russia agli anni Ottanta e alla tesi trionfalista del presidente Ronald Reagan secondo la quale la Russia non era in grado di tener testa agli Stati Uniti, dati i suoi problemi demografici e la sua struttura economica gravemente difettosa, e che dunque maggiore fosse stata la pressione sull'economia russa e più conciliatoria Mosca sarebbe stata nei confronti degli Stati Uniti.

Come ha sintetizzato Stratfor, think-tank statunitense legato agli ambienti della sicurezza, il grande gioco sarà “spremere i russi e lasciare che la natura faccia il suo corso”.

Ci sono già segnali di questo approccio occidentale coordinato nei confronti della Russia nel progetto del “Partenariato Europeo” dell'Unione Europea che è stato svelato a Praga nel mese di maggio, che geograficamente comprende l'Armenia, l'Azerbaigian, la Georgia, la Moldova, la Bielorussia e l'Ucraina e che mira ad attirare verso Bruxelles questi stati post-sovietici di “importanza strategica” attraverso una matrice di aiuti economici, liberismo commerciale e regimi dei visti che non equivale a un ingresso nell'UE ma incoraggia efficacemente questi paesi ad allentare i legami con la Russia. Di fatto la spinta dell'Unione Europea ha già cominciato a erodere gli stretti legami della Russia con la Bielorussia e l'Armenia.

Mosca deve far fronte a una sfida immediata rappresentata dai risultati delle elezioni parlamentari in Moldova, dove l'ultimo partito comunista ancora al governo in Europa è stato spazzato via dai partiti di opposizione filo-europei. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno continuato a perseguire la tattica della pressione messa in atto con l'abortita “rivoluzione di Twitter” d'aprile in Moldova per forzare un cambiamento di regime che ponesse fine alla leadership del Presidente Vladimir Voronin, filorusso. L'Unione Europea ha fatto generose promesse di integrazione economica alla Moldova e a giugno Mosca ha fatto una controproposta offrendo un prestito di 500 milioni di dollari.

Ma, colpo di scena, la Cina questo mese si è gettata nella mischia firmando un accordo per il prestito di 1 miliardo di dollari alla Moldova al favorevolissimo tasso di interesse del 3% in 13 anni, condonando i primi cinque anni di interessi. Il denaro arriverà attraverso Covec, il colosso delle costruzioni cinese, sotto forma di progetti nei settori della modernizzazione energetica, dei sistemi idrici, degli impianti di trattamento, dell'agricoltura e delle industrie high-tech.

Curiosamente, la Cina si è detta pronta a “garantire finanziamenti per tutti i progetti considerati necessari e giustificati dai moldavi” in aggiunta a quel miliardo di dollari. In effetti Pechino ha segnalato la propria disponibilità a finanziare tutta l'economia moldava, che ha un prodotto interno lordo stimato in 8 miliardi di dollari e un misero bilancio di 1,5 miliardi. La mossa cinese equivale indubbiamente a un posizionamento geopolitico. Un interessante e ironico editoriale apparso di recente sul People's Daily osservava che “sotto l'amministrazione [Barack] Obama il significato e l'uso della 'cyber-diplomazia' è mutato in misura significativa... La dirigenza statunitense ha fomentato i tumulti in Iran attraverso siti internet come Twitter... [Il Segretario di Stato Hillary Clinton] ha detto che questa è l'essenza dello smart power, aggiungendo che questo cambiamento impone agli Stati Uniti di ampliare il loro concetto di diplomazia”.

La Moldova è un paese in cui la Cina è storicamente stata osservatrice più che protagonista. Questo è il primo grande salto di Pechino attraverso l'Asia Centrale verso gli sfilacciati bordi occidentali dell'Eurasia. Perché la Moldova sta diventando così importante? Pechino avrà calcolato l'immensa portata geopolitica dell'integrazione della Moldova nell'Occidente. Sarebbe poi stata solo una questione di tempo e la Moldova sarebbe entrata nell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), il Mar Nero sarebbe diventato un “lago della NATO” e l'alleanza si sarebbe attestata in una posizione inattaccabile per entrare nel Caucaso e marciare sull'Asia Centrale, ai confini con la Cina.
Ciò che potremmo non conoscere mai esattamente è il grado di coordinamento tra Mosca e Pechino. Recentemente entrambe le capitali hanno sottolineato un'intensificazione del coordinamento sino-russo in politica estera. La dichiarazione comune diffusa dopo la visita del Presidente cinese Hu Jintao in Russia, a giugno, esprimeva esplicitamente il supporto di Pechino a Mosca per la situazione nel Caucaso. Chiaramente, un alto grado di coordinamento si sta rendendo visibile in tutto lo spazio post-sovietico.

Estremisti islamici sulla Via della Seta
È dunque verosimile che Mosca abbia sensibilizzato Pechino sulla propria intenzione di stabilire una seconda base militare a Osh, Kirghizistan, che si trova nelle prossimità dello Xinjiang cinese ed è sulla rotta di transito per gli estremisti islamici dell'Asia Centrale con base in Afghanistan e Pakistan.
Precisi segnali indicano una rinnovata attività degli estremisti islamici in Asia Centrale e nel Caucaso Settentrionale. La Cina ne sta osservando attentamente gli effetti nello Xinjiang. Benché gli analisti occidentali facciano di tutto per caratterizzare la nuova spinta dell'estremismo islamico nell'Asia Centrale come un risultato delle operazioni militari pakistane lungo le zone di frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, che offrivano rifugio a gruppi militanti, questo resta ancora da vedere. Gli esperti cinesi hanno osservato che con l'alleviarsi delle tensioni tra la Cina e Taiwan, l'ambito di ingerenza degli Stati Uniti negli affari cinesi si è notevolmente ridotto e questo, a sua volta, ha spostato l'attenzione degli Stati Uniti sulle regioni occidentali della Cina, lo Xinjiang e il Tibet.

C'è molta ambiguità strategica su ciò che sta facendo precipitare l'ondata di estremismo islamico nell'ampia zona di terra che costituisce il “ventre molle” della Russia e della Cina. Entro 48 ore dallo scoppio delle violenze nello Xinjiang, in luglio, il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha telefonato alla sua controparte russa e Mosca ha diffuso una dichiarazione di forte supporto a Pechino.

Il 10 luglio è seguita una dichiarazione simile espressa dal segretario generale dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO), che approvava i provvedimenti presi da Pechino “in piena legalità” per riportare “la calma e ristabilire la normalità” nello Xinjiang dopo gli scontri tra gli uighuri e gli han. La dichiarazione della SCO riaffermava il proposito di “approfondire ulteriormente la cooperazione pratica nella lotta contro il terrorismo, il separatismo, l'estremismo e il crimine organizzato internazionale per il bene della [salvaguardia della] sicurezza e stabilità regionale”.

Inolte la Cina ha sottolineato che la sicurezza regionale dell'Asia Centrale e dell'Asia Meridionale è strettamente intrecciata. Commentando la dichiarazione della SCO, il People's Daily ha scritto che “dimostra che gli Stati membri della SCO hanno ben compreso che la situazione nello Xinjiang influisce pesantemente su quella di tutta la regione circostante... Alcuni paesi centro-asiatici come il Pakistan e l'Afghanistan sono anch'essi caduti in balia di queste forze malvagie... Le forze malvagie hanno superato il confine per disseminare la violenza e il terrorismo organizzando campi di addestramento. Si sono scoperti legami tra queste forze e la recente rivolta di Urumqi, capitale dello Xinjiang. La lotta contro queste forze del male porterà grande beneficio a tutti i paesi dell'Asia Centrale e Meridionale, giacché è stati provato che le 'tre forze del male' sono dannose non solo per lo Xinjiang ma anche per tutta la regione”.

Significativamente, in un altro editoriale il People's Daily ha lanciato un attacco rovente contro la strategia statunitense di alimentare i conflitti nello Xinjiang. “Per il popolo cinese non è una novità che gli Stati Uniti tacitamente o apertamente soffino sul fuoco del risentimento nei confronti della Cina... gli Stati Uniti abbracciano indiscriminatamente tutte quelle forze ostili alla Cina... Forse è pratica abituale degli Stati Uniti adottare due pesi e due misure confrontando i propri interessi con quelli altrui. O forse per far sì che la loro supremazia non venga minacciata o alterata dividono gli altri per indebolirli... Dalla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti non hanno mai moderato il loro proposito di attizzare le cosiddette 'questioni cinesi'... questa volta, nel tentativo di alimentare i conflitti tra han and uighuri offrendo rifugio e supporto alla forze separatiste, gli Stati Uniti si stanno preparando nuovamente a trarre vantaggio dalla mischia”.

Non può sorprendere, dunque, che la Cina abbia sostenuto l'iniziativa russa di convocare giovedì una quadrilaterale sulla sicurezza regionale a Dušanbe, Tagikistan, alla quale hanno preso parte i presidenti della Russia, del Pakistan, dell'Afghanistan e del Tagikistan. La mossa russa pone una sfida geopolitica agli Stati Uniti, che hanno monopolizzato la risoluzione del conflitto in Afghanistan, tenuto la Russia fuori dall'Hindu Kush, tentato di frammentare la convergenza sino-russa promossa dalla SCO sulla sicurezza regionale in Asia Centrale, intensificato gli sforzi politici e diplomatici per erodere i legami della Russia con gli Stati centro-asiatici ed esteso la loro presenza e influenza nel Pakistan, attirando stabilmente quel paese nella compagine del programma di partenariato della NATO.

Il ritmo della quadrilaterale sulla sicurezza regionale di Dušanbe è stato dato dal Presente tagiko Imomali Rakhmon quando mercoledì durante un incontro ha detto alla sua controparte pakistana Asif Ali Zardari che si aspettava di lavorare in stretta collaborazione con il Pakistan per impedire il sorgere dell'instabilità in Asia Centrale. “Abbiamo posizioni simili e vicine su queste problematiche e i nostri paesi avrebbero dovuto prendere provvedimenti coordinati contro questo fenomeno avverso”, ha detto Rakhmon.

Presumibilmente la Cina userà la sua influenza sul Pakistan per spingerlo dolcemente sulla strada della cooperazione regionale invece di ubbidire passivamente alle politiche regionali degli Stati Uniti. Le osservazioni iniziali di Zardari a Dušanbe, però, si sono tenute sul vago. Ha risposto a Rakhmon in modo blando: “Terremo testa insieme alle sfide di questo secolo”.

Nell'ordine del giorno del summit di Dušanbe Mosca aveva inserito una proposta di cooperazione regionale che comporta la vendita di elettricità della centrale idroelettrica tagika Sangtudinskaya (la Russia vi ha investito 500 milioni di dollari e detiene il 75% delle azioni) all'Afghanistan e al Pakistan. Ironicamente l'idea in origine era una trovata americana che doveva servire a rafforzare la strategia per una “Grande Asia Centrale” che aspirava a sottrarre la regione all'orbita di influenza della Russia e della Cina.

La Russia traccia una Maginot
Allo stesso tempo è chiaro che pur non essendo membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO), la Cina trarrà soddisfazione del fatto che Mosca stia rafforzando la presenza dell'alleanza in Asia Centrale come contrappeso alla NATO. Dopo i disordini nello Xinjiang, Pechino è interessata in prima persona all'idea della Russia di creare un centro anti-terrorismo nel Kirghizistan e di promuovere la forza di reazione rapida della CSTO in Asia Centrale.

Non c'è dubbio che l'esito del summit della CSTO, che si svolgerà nella città di villeggiatura di Cholpon-Ata in Kirgizstan nel fine settimana, sarà osservato attentamente da Pechino. Alla vigilia del summit, un collaboratore del presidente russo ha rivelato mercoledì a Mosca che era stato raggiunto un accordo di principio sull'apertura di una base russa a Osh sotto l'egida della CSTO. Una fonte del Cremlino ha inoltre dichiarato al giornale russo Gazeta che il summit avrebbe discusso la situazione in Afghanistan.

In questo contesto le esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, chiamate “Missione di Pace 2009” e svoltesi il 22-26 luglio, non possono essere considerate semplicemente come una ripetizione delle manovre del 2005 e del 2007. Certo, tutte e tre le esercitazioni si sono tenute nell'ambito della SCO, ma quella di quest'anno è stata in realtà un'impresa bilaterale russo-cinese con altri Stati membri nel ruolo di “osservatori”.

Il Generale Qian Lihua del Ministero della Difesa cinese ha affermato che le esercitazioni rivestivano un “profondo significato” in un momento in cui le forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo sono in “rampanti”. A detto che oltre a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionale, le esercitazioni simboleggiavano anche “la fiducia reciproca e strategica ad alto livello” tra la Cina e la Russia e diventavano “una potente mossa” per rafforzare la “cooperazione pragmatica” tra i due paesi nel settore della difesa.

Valutando la cooperazione a livello militare tra la Cina e la Russia, Qian ha detto:

Innanzitutto gli scambi ad alto livello sono divenuti frequenti. Per i due paesi è diventata una consuetudine organizzare uno scambio tra ministri della difesa o capi di stato maggiore almeno una volta l'anno. Frequenti scambi tra dipartimenti della difesa e visite militari di alto livello hanno efficacemente guidato lo sviluppo delle relazioni militari bilaterali tra la Cina e la Russia.

In secondo luogo, la consultazione strategica è diventata un meccanismo di routine. Dal 1997 gli organismi militari di Cina e Russia hanno creato un meccanismo per organizzare consultazioni annuali tra le dirigenze dei due paesi a livello di vice capi di stato maggiore. Finora si sono svolte 12 sessioni di consultazioni strategiche, e questo ha promosso la fiducia reciproca e la cooperazione amichevole.

In terzo luogo, gli scambi tra gruppi e squadre professionali sono diventati pragmatici. Gli organi militari di Cina e Russia hanno condotto scambi pragmatici e collaborazione in molti settori delle forze armate, come le comunicazioni, l'ingegneria e i rilevamenti.

Qian ha anticipato che con la Missione di Pace 2009 la “strategica fiducia reciproca e la cooperazione pragmatica tra i due eserciti entrerà in una nuova fase”.

La preoccupazione della Cina è palpabile di fronte al sorgere delle attività degli estremisti islamici in Asia Centrale. “I terroristi stanno tranquillamente cercando riparo in Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan... Hanno vissuto per molto tempo in Afghanistan”, per citare le recenti parole del Ministro degli Interni tagiko Abdurakhim Kakhkharov. La Valle Rasht nelle montagne del Pamir dove i terroristi si stanno raccogliendo si trova a breve distanza dal confine afghano (e cinese).

Ci sono notizie secondo cui il famoso comandante tagiko Mullo Abdullo sarebbe tornato dall'Afghanistan e il Pakistan con i suoi seguaci dopo quasi dieci anni e starebbe reclutando militanti nella Valle Rasht. Secondo diversi resoconti si starebbero collegando elementi militanti provenienti dal Caucaso Settentrionale russo, dall'Uzbekistan, dal Tagikistan, dal Kirghizistan e dallo Xinjiang.

Per citare il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev, “La situazione dell'Afghanistan sta avendo un impatto non solo sul Kirghizistan ma su tutta l'Asia Centrale. Qui è venuta della gente per mettere in atto attentati terroristici”. Bakiyev ha aggiunto con toni di fosco presagio: “Ci sono ancora forze là fuori delle quali non sappiamo nulla, che sono qui e che sono pronte ad abbandonarsi ad attività illegali. Hanno uno unico scopo: destabilizzare l'Asia Centrale”. Tuttavia la NATO si è detta impotente nel fermare il movimento dei taliban verso il confine tagiko.

Dunque la domanda da un milione di dollari è se gli attuali disordini siano solo un riflesso distante o equivalgano a una replica degli sforzi statunitensi per finanziare ed equipaggiare i combattenti mujaheddin e per promuovere l'Islam militante come strumento geopolitico nell'Asia Centrale sovietica negli anni Ottanta. Ecco perché le osservazioni di Biden che riecheggiano il reaganismo verranno prese molto seriamente a Mosca e a Pechino: che l'economia russa è un disastro, che la geografia russa pullula di debolezze raggelanti, e che gli Stati Uniti non dovrebbero sottovalutare le carte che hanno in mano. L'audace mossa della Cina in Moldova indica che potrebbe avere cominciato a vedere lo spazio post-sovietico come il proprio “estero vicino”.

Fine di Chimerica
Il fatto è che c'è un cospicuo risvolto economico in queste mosse. L'inviato degli Stati Uniti per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha ammesso senza mezzi termini durante un'audizione alla Commissione del Senato per le Relazioni con l'Estero, due settimane fa, che il successo della Cina nel garantirsi l'accesso alle riserve energetiche del Caspio e dell'Asia Centrale minacciava gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Aspetto interessante, la nuova ondata di disordini in Asia Centrale (compreso lo Xinjiang) – che i servizi russi avevano previsto fin dalla fine del 2008 – è scoppiata sulla rotta del gasdotto lungo 7000 chilometri dal Turkmenistan via Uzbekistan, Kirghizstan e Kazakhstan verso lo Xinjiang che dovrebbe essere commissionato entro la fine dell'anno. Di certo il gasdotto segna un punto di svolta storico nella geopolitica dell'intera regione.

Il professor Niall Ferguson, noto esperto di storia economica e finanziaria, ha paragonato “Chimerica” – la tesi secondo la quale la Cina e l'America si sarebbero efficacemente fuse per diventare una sola economia – a un “matrimonio in crisi”.

Ferguson prevede, nel contesto del “dialogo strategico” del Gruppo dei Due tra Stati Uniti e Cina che si è svolto a Washington questa settimana, che si potrebbe giungere a un punto di svolta quando invece di continuare con il “matrimonio infelice” la Cina dovesse decidere di “procedere da sola... di comprarsi il potere globale che le spetta”.

I fattori che influenzano questa mossa sono il rialzo dei tassi di risparmio negli Stati Uniti e la riduzione delle importazioni statunitensi dalla Cina; il fatto che i cinesi ormai diffidino dei bond USA, con lo spettro del crollo del prezzo dei Treasury bond o del potere d'acquisto del dollaro (o di entrambi): in un caso o nell'altro la Cina rischierebbe di perderci.

Secondo Ferguson la Cina potrebbe già aver cominciato ad agire. La sua campagna per comprare asset stranieri (come in Moldova), i suoi primi titubanti passi verso una società dei consumi, la crescente adesione all'idea di un paniere di valute che rimpiazzi il dollaro, tutto ciò indica un imminente “divorzio di Chimerica”. Ma cosa comporta per la politica mondiale? Dice Ferguson:

Immaginate una nuova Guerra Fredda nella quale però le due superpotenze siano economicamente alla pari, cosa che non è mai successa durante l'altra Guerra Fredda perché l'Unione Sovietica è sempre stata molto più povera degli Stati Uniti.

Oppure, se preferite andare più indietro nel passato, immaginate una replica dell'antagonismo anglo-tedesco del primo Novecento, con l'America nel ruolo della Gran Bretagna e la Cina nel ruolo della Germania imperiale. Quest'analogia è ancora migliore perché coglie il fatto che un alto livello di integrazione economica non impedisce necessariamente l'intensificazione della rivalità strategica e infine il conflitto.

Siamo molto lontani da uno scontro vero e proprio, naturalmente. Queste cose vanno lentamente. Ma le zolle tettoniche geopolitiche si stanno muovendo, e rapidamente. La fine di Chimerica sta facendo sì che l'India e gli Stati Uniti tendano ad allinearsi. Sta dando a Mosca l'opportunità di creare legami più stretti con Pechino.

Di certo una fondamentale differenza con l'eclissi solare di luglio sta nel fatto che mentre quest'ultima non verrà superata prima del mese di giugno del 2132, certezze di questo tipo non esistono nel mutevole mondo delle relazioni tra grandi potenze, soprattutto quella a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ma una cosa è certa. Come nel caso dell'eclissi solare osservata da tutti gli angoli possibili della Terra, lo spostamento delle zolle tettoniche geopolitiche e il conseguente riallineamento delle forze attorno all'Eurasia verranno osservati con estremo interesse da paesi dissimili come l'India e il Brasile, l'Iran e la Corea del Nord, Venezuela e Cuba, la Siria e il Sudan.

Originale: China dips its toe in the Black Sea

Articolo originale pubblicato il 31/7/2009

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martedì, luglio 28, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte

L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta

di Pepe Escobar


HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

Originale: Iran, China and the New Silk Road

Articolo originale pubblicato il 24/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, luglio 25, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, prima parte

Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia

di Pepe Escobar

HONG KONG – Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.

Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”

Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?

E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.

“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.

L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.

Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.

Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.

Faccende di Pipelineistan
Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.

Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.

L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.

Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.

I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.

Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).

Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.

La prova di forza di Putin
Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.

In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.

Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.

Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.

Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.

Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.

L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.

L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.

In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.

Qual è il vostro asse?
Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)

Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.

Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.

Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.

Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?

La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.

Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.

Originale: Iran and Russia, scorpions in a bottle



Articolo originale pubblicato il 23/7/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Gli Stati Uniti e i piani per una NATO asiatica

È davvero nei piani degli Stati Uniti una "NATO asiatica"?

José Miguel Alonso Trabanco

Si è parlato delle intenzioni americane di creare una NATO asiatica, cioè un'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti finalizzata a promuovere gli interessi geopolitici dei suoi membri nella regione.

Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti crearono la Southeast Asia Treaty Organization (SEATO, Organizzazione del Trattato per il Sud-Est Asiatico) che comprendeva la Francia, il Regno Unito e Stati pro-occidentali della regione come l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia, il Pakistan e le Filippine. Questa organizzazione fu però sciolta nel 1977.

Inoltre dobbiamo anche tenere conto dell'esistenza del Trattato per la Sicurezza di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, meglio conosciuto come ANZUS. Entrambi gli alleati americani combatterono insieme durante la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e l'Operazione Enduring Freedom (in Afghanistan). Canberra ha anche dato il proprio appoggio e partecipato all'invasione anglo-americana dell'Iraq del 2003. L'Australia fornisce poi un importante contributo al Sistema di Difesa Anti-Missile Nazionale. Dunque si può dare per scontato che una potenziale versione asiatica o pacifica della NATO comprenderà questi fidi alleati americani. Il Giappone si è avvicinato ulteriormente alla NATO, e un accresciuto livello di dialogo tra NATO e Giappone indica che le due parti hanno acconsentito a rafforzare i loro legami politici e militari.

Per capire se Washington stia davvero cercando di creare un'alleanza nella regione Asia-Pacifico (più o meno analoga alla sua controparte atlantica) bisogna esaminare quali potrebbero essere le motivazioni americane. Alcuni politici americani si sono fatti promotori di tali piani. Per esempio, Rudolph Giuliani ha proposto che la NATO accetti l'Australia, Israele, l'India, il Giappone e Singapore. Forse è questo che il Senatore John McCain aveva in mente quando ha raccomandato la creazione di una Lega di Democrazie guidata dagli Stati Uniti, un eufemismo che significa che gli alleati non-europei dovevano essere inclusi in una coalizione militare globale (contro chi?, ci si potrebbe chiedere).

Come vedremo, sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti sono interessati a creare una simile organizzazione. I geostrateghi americani devono aver prestato molta attenzione a questi fattori:
  • Il programma nucleare della Corea del Nord.
  • L'ascesa rapidissima della Cina come centro di potere economico. O meglio, per usare la definizione dell'US National Intelligence Council, “l'inaudito trasferimento di ricchezza da Ovest a Est”. Il PIL della Cina ha già sorpassato quello della Germania portandosi al terzo posto. Pechino ha le riserve valutarie più consistenti del mondo e il fatto che siano per la maggior parte denominate in dollari conferisce un notevole potere alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Altre economie regionali hanno registrato una crescita impressionante: si tratta in particolare della Corea del Sud, di Singapore, della Malaysia, dell'Indonesia, di Taiwan e di Hong Kong. Questo significa che l'Asia ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo sempre più importante nella politica internazionale.
  • L'ascesa della Cina ha anche rafforzato il potere militare, geopolitico, diplomatico e tecnologico dell'“Regno di Mezzo”. La Cina è verosimilmente la più grande potenza dell'Asia Orientale. Pechino sta migliorando e modernizzando le sue attrezzature militari e sta cercando di sviluppare la propria capacità di proiettarsi come potenza marittima nel lungo periodo.
  • La Cina e la Russia hanno avviato una cooperazione più stretta attraverso la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o Gruppo di Shanghai). Le due potenze hanno acconsentito a spartirsi l'influenza in Asia Centrale e a impedire agli americani di avanzare ulteriormente nel Grande Turkestan. Inoltre hanno compiuto esercitazioni militari congiunte.
  • Pechino ha corteggiato diversi regimi apertamente ostili alla potenza americana. Di fatto la Cina è il principale destinatario delle esportazioni petrolifere dell'Iran, ed è stata esplorata l'idea di costruire un oleodotto che colleghi i due paesi. Inoltre Myanmar è diventata uno degli alleati più stretti della Cina. Il “Regno di Mezzo” è un grande importatore di risorse myanmaresi (combustibili fossili, pietre preziose, legname, e così via) e il regime di Myanmar ha permesso ai cinesi di aprirvi e gestire strutture di intelligence. La Repubblica Popolare Cinese, per assicurarsi le forniture di materie prime, è diventata un importante partner commerciale anche per molti paesi africani.
  • La rinascita della Russia quale grande potenza è un fattore importante. Il Cremlino ha mostrato interesse verso progetti relativi allo sviluppo di risorse energetiche. Per esempio, al fine di diversificare i suoi partner commerciali, la Russia ha preso seriamente in considerazione l'ipotesi di fornire combustibili fossili alle maggiori economie dell'Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea del Sud). Inoltre la Federazione Russa prevede di aumentare la propria compartecipazione ai mercati degli armamenti dell'Est e del Sud-Est asiatico.
  • Benché la Corea del Sud accolga ancora molti militari statunitensi, Seoul (diversamente da Tokyo) ha messo in atto una politica estera che è stata piuttosto attenta a non infastidire Pechino.
  • Benché alcune Rivoluzioni Colorate orchestrate dagli americani siamo inizialmente riuscite a produrre cambiamenti di regime, sembra che sia i cinesi che i russi abbiano meticolosamente studiato questo modus operandi; Pechino è riuscita a contrastare questa metodologia nella Rivoluzione Zafferano di Myanmar e durante le rivolte del 2008 in Tibet.

Dunque gli strateghi statunitensi hanno deciso che l'America deve aumentare la propria presenza in Asia se Washington mira davvero all'egemonia (cioè al “Nuovo Secolo Americano”). Washington ha posizionato truppe in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Diego Garcia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Malaysia, Guam e Australia. Questi spiegamenti militari, sembrano pensare i pianificatori americani, devono essere amplificati mediante una versione asiatica della NATO.

Il fine ultimo di una NATO asiatica sarebbe quello di impedire alla Cina di diventare una sfida formidabile. Dunque gli strateghi americani hanno concluso che l'America deve mantenere la sua posizione di maggiore potenza marittima mondiale così da conservare la propria capacità di controllare le rotte marittime strategiche (come lo Stretto di Malacca e il Mare Cinese Meridionale) e mettere in atto un blocco navale nell'eventualità dello scoppio di una guerra. In questo caso le economie asiatiche sarebbero costrette a fare significative concessioni agli Stati Uniti per garantire la continuità dei propri flussi commerciali via mare.

Dopo i passi falsi commessi in Iraq e in Afghanistan, si può supporre che gli Stati Uniti abbiano compreso che anche se l'America è la maggiore potenza mondiale è tuttavia ancora incapace di far prevalere i propri interessi unilateralmente. Washington ha capito che avrà bisogno di diversi alleati per conservare il proprio primato. Dunque gli americani si sono dati da fare per approfondire la cooperazione strategica con gli alleati tradizionali (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e via dicendo). Inoltre gli Stati Uniti hanno cercato di sedurre l'India e di coinvolgerla in una NATO asiatica, fatto che trasformerebbe drammaticamente l'intero equilibrio delle forze in Eurasia.

Per l'Impero Britannico l'India era la colonia più preziosa perché portava grandi profitti e soprattutto la sua posizione geografica era strategicamente significativa. Secondo il CIA World Factbook, l'India nel 2008 è salita al dodicesimo posto nella classifica delle maggiori economie mondiali grazie alla crescita del suo PIL. Inoltre l'India è situata strategicamente nella parte meridionale del continente eurasiatico e il suo territorio è molto vasto. La popolazione indiana è un altro bene prezioso, perché il paese ha una classe professionale molto competitiva a livello internazionale. Ultimo ma non meno importante aspetto, non va dimenticato che l'India ha un arsenale nucleare.

Sembra che l'India abbia abbandonato la sua politica di non allineamento dei tempi della Guerra Fredda. Pare infatti che Delhi si sia lentamente avvicinata all'orbita angloamericana e ai suoi alleati. Alcuni membri della dirigenza politica indiana sono apertamente ostili alla Cina. Per esempio, l'ex Ministro della Difesa indiano George Fernandes disse che la Cina era “il nemico numero uno dell'India”, e questa affermazione conferma che almeno alcuni dirigenti politici di Delhi sono realmente convinti che la Repubblica Popolare Cinese sia una sorta di rivale strategico, anche se la maggioranza di essi non esprime questo punto di vista per timore di ripercussioni diplomatiche.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) è una forza politica indiana che, tra le altre cose, promuove una politica estera più aggressiva e appoggia anche un programma fortemente nazionalista. Se gli attentati di Mumbai del 2008 fossero stati davvero un'operazione clandestina condotta dall'affiliato della CIA, l'ISI (i servizi segreti pakistani, cui si è fatto ricorso in Cecenia, in Afghanistan, nei Balcani e ovunque fosse necessaria una plausibile smentita) uno dei suoi obiettivi sarebbe il consolidamento politico delle forze indiane (come il BJP) ben più disposte dell'attuale amministrazione guidata dal Partito del Congresso ad accettare un'alleanza con gli Stati Uniti.

La dice lunga il fatto che il Dalai Lama (che è ancora probabilmente un uomo della CIA) continui a operare indisturbato da Dharamsala (soprannominata “piccola Lhasa”), in India, il che dimostra che Delhi politicamente non vede l'ora di contenere l'ascesa della Cina. L'India è anche interessata ad avere accesso alle abbondanti riserve di risorse naturali del Tibet, in particolare l'acqua e l'uranio.

Alcuni anni fa, l'India era disposta a negoziare con l'Iran per garantire la propria sicurezza energetica. Sembra però che Washington sia riuscita a mandare all'aria quei colloqui. Ci si può solo chiedere cosa sia stato promesso o concesso a Delhi in cambio di ciò. È anche interessante il fatto che gli Stati Uniti prevedano un trasferimento di tecnologia nucleare all'India.

L'India ha anche cercato contatti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti. Per esempio Delhi è diventata un grande compratore di armi e di sistemi di difesa di fabbricazione israeliana.

D'altro canto, però, l'India è Stato osservatore della SCO. Tuttavia Delhi non avrebbe chiesto di potervi entrare come membro a tutti gli effetti in seguito alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti. L'India è un importante acquirente di mezzi militari di fabbricazione russa, compresi aerei e carri armati. Inoltre la Russia e l'India stanno collaborando allo sviluppo di un caccia stealth di quinta generazione.

Durante la Guerra Fredda le relazioni tra la Russia e l'India erano strette. Il Cremlino sa che le due potenze non hanno interessi nazionali reciprocamente esclusivi, cosa che non si può dire delle relazioni sino-indiane. Mosca e Delhi condividono il desiderio di contrastare l'irrequietezza islamica in Asia Centrale. Il Presidente Medvedev ha recentemente annunciato che il Governo russo prenderà in considerazione la possibilità di condividere la propria tecnologia nucleare con l'India per dare impulso ai legami bilaterali, impegno chiaramente volto a mettere fuori gioco gli americani.

Insomma, gli americani sono molto interessati a creare una “NATO asiatica”; ciononostante, una tale organizzazione non avrebbe senso se l'India non ne facesse parte. Questo spiega perché gli Stati Uniti si siano dimostrati piuttosto favorevoli a fare una serie di concessioni all'India in cambio della lealtà geopolitica e strategica di quest'ultima. A questo punto non si sa se l'India aderirà a una simile alleanza. Forse le élite politiche indiane devono ancora decidere se si allineeranno con gli atlantisti (gli americani e gli europei), con gli eurasiatisti (i russi e i cinesi) oppure... con nessuno dei due. In fin dei conti Delhi può anche metterli gli uni contro gli altri per ottenere il maggior numero possibile di concessioni da entrambi senza essere per forza costretta a schierarsi. Comunque, se l'India deciderà a favore di uno dei due campi, produrrà un terremoto geopolitico in tutta l'Eurasia.

Originale: Is an "Asian NATO" Really On The US Agenda?

Articolo originale pubblicato il 28/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, dicembre 12, 2008

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio
di M. K. Bhadrakumar

La visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Nuova Delhi la scorsa settimana si è rivelata per il Governo indiano una buona occasione per ristabilire l'importanza strategica del tradizionale partenariato India-Russia. Senza dubbio la visita si è svolta in un momento cruciale della storia e della politica contemporanee, sullo sfondo di enormi trasformazioni nel sistema internazionale.

Medvedev è giunto in India immediatamente dopo gli orrendi attentati di Mumbai. La situazione della sicurezza regionale – e in particolare dell'Afghanistan – ha naturalmente assunto un ruolo di primo piano nei colloqui.

La Dichiarazione Congiunta firmata dal Primo Ministro Manmohan Singh e Medvedev dopo estesi colloqui a Nuova Delhi dimostra che le due parti si sono seriamente impegnate a comprendere i reciproci interessi vitali e a trovare il modo di conciliarli. Hanno anche consapevolmente tentato di ampliare il terreno comune nel sistema internazionale. Dopo un lasso di tempo considerevole, la relazione russo-indiana sembra ora ripartire.

Si sono presi in considerazione i contenziosi che hanno turbato i rapporti tra i due paesi negli ultimi anni. Il maggiore è la questione dell'aumento dei costi per la portaerei russa Admiral Gorškov, che l'India si è impegnata ad acquistare. Alla vigilia della visita di Medvedev il gabinetto indiano ha preso la decisione di approvare il pagamento degli ulteriori 2,2 miliardi di dollari chiesti dalla Russia. Il governo ha anche approvato l'acquisizione dalla Russia di 80 elicotteri multiruolo Mi-17 del valore di 1,3 miliardi di dollari.

Mani tese in un mondo in transizione
Medvedev aveva anche il compito di discutere l'affitto alla marina indiana di un sottomarino nucleare. La cooperazione militare India-Russia torna a pieno regime con tutta una serie di progetti in cantiere. La Russia ha consolidato la propria posizione di primo fornitore di armi per l'India. Ma la ciliegina sulla torta è stata la proposta di collaborazione nei settori spaziale e nucleare. In base agli accordi firmati, la Russia costruirà in India quattro nuovi impianti nucleari e assisterà un volo spaziale con equipaggio indiano. La Russia ha offerto un nuovo impianto nucleare AES-2006, che incorpora un reattore WER-1200 di terza generazione da 1170MW. La Russia ha anche concordato di fornire uranio per un valore di 700 milioni di dollari per soddisfare i bisogni dell'India.

Manmohan ha descritto questi accordi come una “nuova pietra miliare nella storia della cooperazione con la Russia”. Ha aggiunto: “È una relazione che ha superato la prova del tempo”. Ha riconosciuto che il dialogo dell'India con la Russia si è “intensificato in misura considerevole”. Significativamente, ha affermato che gli attacchi terroristici di Mumbai “costituiscono una minaccia per le società pluraliste” [leggasi Russia] e che “c'è molto che la Russia e l'India possono fare per promuovere la pace globale”.

Chiaramente i due paesi hanno riscoperto il vecchio slancio della loro amicizia. Si tendono la mano ancora una volta in un mondo che appare in transizione. Oltre la mutevolezza della situazione internazionale, sia l'India che la Russia sentono l'imminenza di un cambiamento nelle politiche globali degli Stati Uniti, ma nessuna delle due scommetterebbe sulla direzione e le proporzioni di quel cambiamento. Entrambe sono acutamente consapevoli dell'inesorabile declino dell'influenza degli Stati Uniti nella politica mondiale e dell'urgente necessità di adeguarsi alle realtà emergenti del multipolarismo.

Nello stesso tempo, gli Stati uniti rimangono l'interlocutore unico più importante sia per l'India che per la Russia nel vicino futuro. Nessuna delle due vorrebbe che il partenariato russo-indiano fosse diretto contro gli Stati Uniti. Proprio mentre Medvedev giungeva a Delhi, un alto funzionario indiano prendeva contatti con i consiglieri del presidente eletto Barack Obama per informarli delle prospettive e delle politiche di Delhi. Anche lo stato d'animo di Mosca è di attesa nei confronti della presidenza Obama, benché mitigato da un cauto ottimismo.

Il bilanciamento dei rispettivi interessi russo-indiani che emerge nella Dichiarazione Congiunta mette in luce questi delicati impulsi che interessano vari settori. La dichiarazione è priva di retorica anti-americana in quanto tale ma è ovvio che i due paesi stanno riorganizzando il loro partenariato in armonia con un “secolo post-americano”. L'India si è identificata con la posizione russa sulla necessità di riformare i sistemi economico e finanziario internazionali per adattarli a “nuove realtà” e promuovere un “ordine economico mondiale più giusto basato sui principi del multipolarismo, dello stato di diritto, dell'uguaglianza, del reciproco rispetto e della responsabilità comune”.

La Russia promuove i rapporti sino-indiani
L'India si trova anche a sottolineare l'“interazione crescente e più concentrata” della trilaterale Russia, Cina e India, nonostante lo scarso entusiasmo mostrato nel passato recente per un processo che Washington non approva considerandolo un'iniziativa superflua da parte dell'India.

È significativo che la Dichiarazione Congiunta affermi che la trilaterale “acquista importanza nel quadro dei meccanismi di dialogo multilaterale, contribuisce in maniera sostanziale al rafforzamento dell'emergente multipolarismo e promuove la leadership collettiva di grandi potenze mondiali”. Questa formula accuratamente studiata è indicativa dell'intenzione di iniettare nuovo dinamismo nell'intesa. Presumibilmente Mosca ha convinto Delhi a riaffermare la portata della trilaterale nella mutevole situazione internazionale. La Russia ha visto con crescente sconforto la propria incapacità di promuovere l'intesa sino-indiana.

La Russia deve anche avere sollecitato l'India a svolgere un ruolo più attivo e “a contribuire e partecipare in modo più costruttivo” alla Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Da parte sua, l'India ha abbandonato un'ambivalenza attentamente coltivata per esprimere apertamente il proprio incondizionato appoggio alla posizione russa sulla situazione nella regione caucasica. È una notevole vittoria per il Cremlino essere infine riuscito a tirare l'India dalla propria parte, trattandosi di una questione sensibile che ha un ruolo di primo piano nella politica estera russa ed sarà di fatto un motivo conduttore delle relazioni della Russia con gli Stati Uniti nei prossimi tempi. La dichiarazione comune sottolinea che “L'India appoggia l'importante ruolo svolto dalla Federazione Russa nella promozione della pace e della cooperazione nella regione caucasica”.

L'espressione chiave qui è “caucasica”: tutto ciò che riguarda la regione del Caucaso. Il sostegno dell'India è senza limiti ed esplicito.

Inoltre l'India ha espresso il proprio sostegno al desiderio della Russia di entrare nei meccanismi dell'incontro Asia-Europa e del vertice dell'Asia Orientale, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno alla richiesta dell'India di diventare membro permanente in un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allargato.

Dalla prospettiva indiana, indubbiamente, ha un valore inestimabile il fatto che Mosca abbia espresso “appoggio e solidarietà” totali a New Delhi per gli attacchi terroristici di Mumbai. Il gesto russo supera di gran lunga le parole di solidarietà offerte da Washington. Naturalmente Mosca non deve affrontare il dilemma di Washington, che comporta la necessità di tenersi in equilibrio tra Nuova Delhi e Islamabad. In parole semplici, ciò che gli attacchi di Mumbai hanno messo in luce è che per quanto il terrorismo sia una preoccupazione condivisa da Stati Uniti e India, le loro priorità in questo frangente differiscono ampiamente.

L'India si aspetterebbe che Washington punisse severamente Islamabad costringendola a prendere seriamente le ipotesi indiane secondo cui l'attacco terroristico di Mumbai sarebbe stato perpetrato da elementi con base in Pakistan e forse legati ai servizi di sicurezza del paese. Evidentemente Washington non è nella condizione di soddisfare le aspettative indiane. La sua priorità numero uno è la guerra in Afghanistan e la stabile cooperazione del Pakistan in tale guerra. Washington non può permettersi un Pakistan “distratto”, e il suo principale obiettivo politico e diplomatico è dunque quello di far sì che il Pakistan continui a “concentrarsi” sulla guerra nelle aree tribali alla frontiera con l'Afghanistan.

Nuova Delhi percepisce che con il passare del tempo finirà per trovare frustrante questo paradigma. Non che sia nuovo, come paradigma. Ma le alternative di Delhi sono limitate, benché il governo sia sottoposto a enormi pressioni per far sì che non solo agisca ma lo faccia in modo visibile e attivo. Il delicato equilibrio strategico tra l'India e il Pakistan prefigura perfino l'opzione di una guerra “limitata” per le due potenze nucleari. La sola alternativa praticabile per l'India è quella di rivalutare le proprie opzioni diplomatiche. Ma per questo Nuova Delhi deve elaborare nuove idee.

Ed è qui che entra in gioco la collaborazione con Mosca. La comunità strategica di Nuova Dehli si rende conto con grande sconforto che tutto l'insieme di presupposti su cui si fondava il partenariato strategico Stati Uniti-India nel periodo post-Guerra Fredda attualmente non è di alcun uso all'India nella sua formidabile impresa di mettere sotto pressione il Pakistan. La supposizione che gli Stati Uniti si sarebbero occupati del “problema pakistano” dell'India permettendo a quest'ultima di concentrarsi sull'appuntamento con il proprio destino di superpotenza o di “garante dell'equilibrio” nel sistema internazionale si sta rivelando un grottesco errore di giudizio da parte dei guru strategici indiani. E lo stesso vale per le loro supposizioni in materia di “sicurezza assoluta”.

La dichiarazione congiunta russo-indiana suggerisce che Nuova Delhi si sta rapidamente adattando alla necessità di diversificare i muscoli della cooperazione e rivitalizzare i partenariati con diversi paesi sulla base di preoccupazioni condivise e interessi comuni invece di perseguire una politica estera il cui principale obiettivo è stato quello di armonizzare le politiche regionali indiane con quelle degli Stati Uniti. Ciò è evidente soprattutto nel rivelatore paragrafo della Dichiarazione Congiunta dedicato all'Afghanistan.

Riallineamento sull'Afghanistan
Ironicamente Nuova Delhi sembra aver deciso che se è la guerra afghana a mettere a disagio Washington quando si tratta di sostenere apertamente l'India a proposito degli attacchi di Mumbai, è proprio sull'Afghanistan che la politica regionale indiana dovrà ricominciare sganciandosi per la prima volta dopo tanto tempo dalle aspettative e dai parametri statunitensi.

Il colpo di scena della Dichiarazione Congiunta arriva in maniera quasi innocua. Condividendo la preoccupazione per l'“aggravamento della situazione in materia di sicurezza” in Afghanistan, l'India e la Russia chiedono “un impegno internazionale globale e compatto” nella gestione delle minacce che vengono da quel paese. La critica implicita della guerra guidata dagli Stati Uniti è ovvia, come lo è il rifiuto della politica degli Stati Uniti tesa a mantenere la strategia della guerra come propria prerogativa esclusiva. La Dichiarazione Congiunta afferma poi: “Entrambe le parti accolgono favorevolmente l'iniziativa russa di organizzare una conferenza internazionale nel quadro della Shanghai Cooperation Organization, coinvolgendo i suoi Membri e Osservatori”.

Nuova Delhi ha deciso di appoggiare apertamente un'iniziativa regionale della SCO sull'Afghanistan che Washington avrebbe tanto voluto soffocare nella culla. La posizione indiana è significativa per varie ragioni. L'India ha deciso che non è necessario segnare il passo in attesa che l'amministrazione Obama metta a punto la propria strategia afghana. Sta stabilendo i propri interessi e i propri rischi indipendentemente dalla strategia degli Stati Uniti. In secondo luogo, l'India si sta identificando con la Russia, la Cina e l'Iran, e questo ha un significato immenso nella politica regionale. In terzo luogo, l'India si sta schierando con un'iniziativa regionale sull'Afghanistan guidata dalla Russia in un momento in cui vari influenti opinionisti americani hanno ipotizzato un “approccio regionale” a una soluzione afghana sotto la guida degli Stati Uniti.

È certo che l'India sta implicitamente riconoscendo l'importanza della SCO per la sicurezza sud-asiatica. L'Afghanistan è membro del SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation, Associazione Sud-Asiatica per la Cooperazione Regionale) e potrebbe fare da ponte tra l'Asia Meridionale e l'Asia Centrale. Essenzialmente, dunque, l'India sta disdegnando la tanto pubblicizzata strategia degli Stati Uniti per una “Grande Asia Centrale” che mira a sminuire il suolo della SCO nell'Asia Centrale e appunta le proprie speranza sull'India come contrappeso all'influenza regionale della Russia e della Cina.

È evidente che l'India si sta dissociando dalla politica concepita dagli Stati Uniti per tenere fuori dall'Afghanistan la SCO. Mosca ha cercato invano di creare un punto d'appoggio per la SCO come organo regionale mentre Washington persuadeva il Presidente afghano Karzai a non dar peso al Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan. Ma soprattutto resta il fatto che l'iniziativa russa per una conferenza della SCO è intesa come una sfida al monopolio arrogatosi da Washington nel decidere i contorni di qualsiasi soluzione afghana.

Questo offre a Karzai maggiori possibilità di ampliare l'“autonomia strategica” nei confronti di Washington, autonomia che è stato incline a esercitare, benché timidamente, negli ultimi tempi. Karzai ha tutte le ragioni per collaborare con un'iniziativa regionale che coinvolga le maggiori potenze che circondano l'Afghanistan come la Russia, la Cina, l'India e l'Iran. Agli Stati Uniti e al Pakistan l'onere di spiegare perché intendano dissociarsi.

Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero preferito incoraggiare l'iniziativa turca di mediazione dei colloqui afghano-pakistani. Ad Ankara si è appena concluso l'ultimo incontro a tre tra Turchia, Pakistan e Afghanistan. Washington è stata ben lieta che la Turchia le desse una mano a mantenere il processo di pace afghano in un ambito ristretto, escludendo paesi “esterni” come la Russia o l'Iran. Dal punto di vista turco-statunitense l'iniziativa della SCO è un'intrusione indesiderata.

La posizione della SCO sull'Afghanistan
Un aspetto estremamente significativo della Dichiarazione Congiunta russo-indiana è il suo silenzio assordante sui colloqui con i taliban promossi dagli Stati Uniti. La posizione russa e indiana è che non esistono capi taliban moderati, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un approccio in base al quale finché la leadership talebana si disimpegna e disconosce al-Qaeda, non dovrebbero esserci problemi ad assimilarla in un governo di coalizione a Kabul. Di fatto, a breve si svolgerà la seconda sessione di colloqui con i taliban con la mediazione saudita.

Nel contesto degli attacchi di Mumbai, l'atteggiamento indiano nei confronti dei taliban può solo irrigidirsi, entrando in conflitto con la strategia attuale degli Stati Uniti. Per così dire, la convergenza russo-iraniano-indiana nel potenziare la resistenza anti-taliban alla fine degli anni Novanta sta cercando di ricrearsi, anche se sotto una forma completamente nuova. È interessante notare che anche le autorità iraniane hanno svolto recenti consultazioni a Nuova Delhi sull'Afghanistan.

Senza alcun dubbio l'India ha riflettuto sulla posizione collettiva della SCO sul problema afghano prima di concedere il proprio sostegno all'iniziativa dell'organismo regionale di convocare una conferenza internazionale. Il discorso per conto della SCO tenuto dall'ambasciatore russo Vitalij Čurkin il 10 novembre alla sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato per Nuova Delhi un banco di prova. Evidentemente Delhi si trova in armonia con i principali elementi del discorso di Čurkin, che sono:

  • È necessaria un'“azione concertata” della comunità internazionale per arrestare il “costante aggravarsi della situazione politica e militare” in Afghanistan.
  • La politica di isolare i capi taliban estremisti non va ammorbidita, e la riconciliazione dovrebbe limitarsi a includere “i membri dei taliban che non si sono macchiati di crimini militari”.
  • Bisognerebbe instaurare un sistema di “cinture di sicurezza anti-droga e finanziarie” attorno all'Afghanistan con il coordinamento delle Nazioni Unite e il coinvolgimento dei paesi vicini.
  • La NATO deve cessare operazioni che comportino “un indiscriminato o eccessivo uso della forza, compresi i bombardamenti” che causano pesanti perdite civili. Il livello di danno collaterale nelle operazioni militari ostacola la stabilizzazione a lungo termine dell'Afghanistan.
  • Una durevole soluzione afghana è “impossibile senza un approccio integrato da parte della comunità internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, e al contempo senza delegare a Kabul una maggiore autonomia nella risoluzione dei problemi inter-afghani”.
  • “La situazione in Afghanistan non può essere risolta con metodi esclusivamente militari”. Dunque la sicurezza dev'essere sostenuta da “provvedimenti concreti” per la ripresa socio-economica.
  • “È essenziale assicurare un atteggiamento rispettoso nei confronti di valori nazionali e religiosi, di tradizioni e usi secolari del popolo multi-etnico e multi-religioso dell'Afghanistan e su questa base conseguire la riconciliazione delle forze antagoniste dell'Afghanistan”.

In sintesi, gli attacchi di Mumbai possono rivelarsi un punto di svolta nelle politiche regionali indiane. Nelle strategie regionali di Nuova Delhi le relazioni con la Russia, la Cina e l'Iran assumono un nuovo livello di importanza. L'avvicinamento all'orbita della SCO è indice di una nuova concezione. Non troppo tempo fa, l'India vedeva la SCO essenzialmente come un “club dell'energia”. Infatti agli incontri della SCO l'India era abitualmente rappresentata dal suo ministro del petrolio. Nuova Delhi ne ha fatta di strada, per giungere a comprendere il ruolo fondamentale di un'iniziativa sull'Afghanistan guidata dalla SCO. Di certo Medvedev dev'essere tornato a Mosca con la quieta soddisfazione di avere incontrato un amico perduto da molto tempo.

Originale: India, Russia regain elan of friendship

Articolo originale pubblicato il 9 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

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lunedì, settembre 01, 2008

Chi tace...

[Come bene evidenzia Russia Monitor in questo post, anche a proposito del recente summit della SCO (Gruppo di Shanghai) si sono lette valutazioni molto contrastanti. Ricordiamo che la dichiarazione finale della SCO esprimeva "supporto per il ruolo attivo della Russia nel contribuire alla pace e alla cooperazione nella regione". La stampa occidentale si è affrettata a interpretare la dichiarazione come uno "scacco diplomatico" subito dalla Russia. Va poi segnalato che la dichiarazione è stata citata in modo selettivo: AFP evidenziava l'appoggio "al principio dell''integrità territoriale' degli stati", The Independent lo interpretava come una "denuncia del riconoscimento russo dell'indipendenza delle repubbliche separatiste". Ci si chiede allora come mai la Russia abbia sottoscritto una dichiarazione finale che la condannava, e perché se ne sia detta molto soddisfatta (come si rileva qua e là anche negli articoli segnalati qui in questi giorni). Ovviamente le risposte stanno nello statuto della SCO, nella natura e negli obiettivi del gruppo di Shanghai e nella varietà dei suoi membri e dei loro interessi. In questo contesto, anche una dichiarazione finale solo relativamente positiva è un buon successo: significa che la Russia ha alleati che riconoscono la complessità della situazione e non fanno a gara per condannarla, e tanto basta. Questo intendo, quando scherzo sulla necessità di leggere i rapporti tra Russia e Cina con l'attenzione che mostravano gli inviati occidentali alle prese con il linguaggio fortemente codificato della Pravda (che permetteva di intravedere la gravità dei problemi nelle relazioni con un altro paese in base all'inclusione o all'omissione dell'aggettivo "fraterne", tanto per fare un esempio).
Ecco un breve pragmatico pezzo di Expert Online che chiarisce in modo semplice e lineare alcuni punti della questione e le ovvie ragioni della condotta della Cina].

Chi tace...

di Mark Zavadskij, corrispondente di Expert Online da Hong Kong

Il summit della Shanghai Cooperation Organization svoltosi lo scorso mercoledì ha dimostrato quello che era chiaro a molti fin dall'inizio del conflitto con la Georgia: la Cina non è pronta ad appoggiare apertamente la Russia in questo round con l'Occidente. Il massimo in tal senso su cui può contare la dirigenza russa è rappresentato da una taciturna neutralità. Lo hanno dimostrato tutte le sedute del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alle quali i rappresentanti della Cina non hanno pronunciato parola.

“Seguiamo attentamente lo sviluppo della situazione e ci rendiamo conto della storia complessa e dell'attuale situazione dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia”, ha spiegato il 27 agosto il portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Qin Gang, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla posizione cinese in merito alla questione. Tutto qui.

Anche i mezzi di informazione cinesi evitano accuratamente di esporre analisi della situazione e soprattutto commenti sulla posizione ufficiale di Pechino. Si rileva solo la tensione dei rapporti tra l'Occidente e la Russia, il cui punto di vista viene a onor del vero riportato in modo piuttosto dettagliato, anche citando l'ambasciatore russo in Cina Sergej Razov.

Quando la Cina quattro mesi fa si è ritrovata isolata dopo le rivolte in Tibet, il Ministero degli Esteri russo è stato molto più eloquente. Allora la Russia ha appoggiato in tutto e per tutto l'operato della Cina. Il Ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che le autorità della RPC ricorressero a tutte le misure necessarie per porre un freno alle azioni illegali e sedassero i conflitti nella regione autonoma, mentre il ministro Lavrov ha dichiarato che appoggiare i separatisti tibetani sarebbe stato immorale.

E adesso che è la Russia a trovarsi sola, la Cina se ne esce con costruzioni verbali poco significative.

Sulle ragioni di questa condotta si è già detto abbastanza. La Cina si oppone coerentemente all'ingerenza di paesi terzi nei suoi “affari interni” e respinge il principio dell'ingerenza negli “affari interni” sulla scena internazionale. Tra la repressione delle rivolte in Tibet, la gestione dell'ordine nello Xinjiang e le relazioni con Taiwan la Cina ha sufficienti motivi per restare fedele a questo principio anche nel futuro.

Lo stesso pensiero che la SCO potesse appoggiare apertamente la Russia appare strano, se si considera con quali obiettivi è stata creata questa organizzazione. Se si legge attentamente il suo statuto si scopre che non c'è scritto niente sulla necessità di contrastare il genocidio. Invece il primo articolo della carta della SCO, firmata nel 2001, afferma che uno dei principali obiettivi dell'organizzazione sarà “contrastare il terrorismo, il separatismo e l'estremismo in tutte le loro manifestazioni”. Un appoggio diretto all'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud avrebbe contraddetto lo statuto stesso del Gruppo di Shanghai e i suo spirito complessivo: ciascuno dei paesi membri della SCO ha delle regioni difficili, e uno dei motivi per cui l'Organizzazione è stata creata è proprio la necessità di risolvere questi problemi. Il secondo articolo della carta della SCO afferma che i paesi appoggiano i principi dell'“integrità territoriale degli stati e dell'inviolabilità dei confini nazionali, della non ingerenza negli affari interni, del non uso della forza o della minaccia di essa nelle reazioni internazionali”.

La Cina in questo conflitto appoggerà solo i propri interessi, che consistono in primo luogo nel garantirsi la sicurezza energetica. In un certo senso il conflitto tra Russia e Occidente risulta utile alla Cina: presto la Russia dovrà decidere in quale direzione prevalente orientare le sue forniture energetiche. E la Cina è estremamente interessata a che la direzione prioritaria diventi proprio quella orientale.

E con tutto ciò la Russia oggi non ha “alleato” migliore della Cina. Non è un caso che la Russia negli ultimi tempi si stia muovendo per fare entrare la Cina e l'India nel G8. Pechino, come Mosca, si è opposta al riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, e in presenza della Cina per gli altri sette paesi sarebbe ben più difficile usare nei confronti della Russia la retorica della democrazia e dei diritti umani. Questa è un'occasione per portare la Cina dalla propria parte in un mondo fortemente polarizzato: se il G8 dovesse rifiutare la Cina e allo stesso tempo cacciare la Russia, questi due paesi avrebbero un altro tema comune da affrontare nei loro colloqui.

Originale: Expert.ru

Articolo originale pubblicato il 29 agosto 2008.

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La Russia resta una potenza del Mar Nero

[Il nostro diplomatico indiano preferito sulla portata militare del riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud, sugli spazi di manovra della Russia dopo il summit del Gruppo di Shanghai e sullo scacco subito dagli Stati Uniti e dalla NATO nel Mar Nero].

La Russia resta una potenza del Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Se la battaglia nel Caucaso era per il petrolio e per gli obiettivi della NATO in Asia Centrale, gli Stati Uniti questa settimana hanno subito un colossale scacco. Il Kazakistan, paese ricchissimo di risorse e importante protagonista centro-asiatico, ha deciso di schierarsi al fianco della Russia sul conflitto con la Georgia, e così il controllo di fatto della Russia sui due principali porti del Mar Nero si è consolidato.

In un incontro a Dušanbe, la capitale del Tagikistan, nell'ambito del summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), il presidente kazako Nurusultan Nazarbayev ha detto al presidente russo Dmitrij Medvedev che Mosca poteva contare sull'appoggio di Astana nell'attuale crisi.

Nella sua conferenza stampa a Dušanbe Medvedev ha sottolineato che le sue controparti della SCO, compresa la Cina, avevano mostrato comprensione nei confronti della posizione russa. Mosca sembra soddisfatta anche della dichiarazione diffusa dal summit SCO sugli sviluppi nel Caucaso, nella quale, tra le altre cose, si afferma: “I capi degli stati membri della SCO accolgono con favore la firma a Mosca dei sei principi per la risoluzione del conflitto in Ossezia del Sud e appoggiano il ruolo attivo di Mosca nell'assicurare la pace e la cooperazione nella regione”. La SCO comprende la Cina, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan.

Si è capito che qualcosa era nell'aria quando il 19 agosto il ministro degli Esteri kazako ha diffuso una dichiarazione che alludeva a un'ampia comprensione verso la posizione russa. La dichiarazione invocava una “valutazione obiettiva ed equilibrata” dei fatti e rilevava che era stato fatto un tentativo “di risolvere una complessa questione etno-territoriale con l'uso della forza”, il che aveva prodotto “gravi conseguenze”. Nella dichiarazione si affermava che Astana appoggiava “il modo in cui le autorità russe proponevano di risolvere la questione” in armonia con la carta delle Nazioni Unite, gli accordi di Helsinki del 1975 e il diritto internazionale.

La lunga dichiarazione mostrava una simpatia per la posizione russa ma offriva una articolata spiegazione per questa scelta.

Da allora il Kazakistan ha rotto gli indugi e ha appoggiato completamente la posizione russa.
È stato un punto di svolta per la diplomazia russa nello spazio post-sovietico. Ha detto Nazarbayev:

Sono sorpreso che l'Occidente abbia semplicemente ignorato il fatto che le forze armate georgiane hanno attaccato la pacifica città di Tskhinvali [nell'Ossezia del Sud]. Dunque questa è la mia interpretazione: penso che tutto sia cominciato con questo. E la Russia poteva scegliere o di stare zitta oppure di proteggere la sua gente. Penso che tutti i passi successivi intrapresi dalla Russia fossero intesi a fermare il massacro di civili in questa città martoriata. Naturalmente ci sono tanti profughi, tanti senzatetto.

Seguendo il nostro accordo bilaterale sull'amicizia e la cooperazione tra Kazakistan e Russia, abbiamo fornito aiuti umanitari: sono già state inviate 100 tonnellate. Continueremo a fornire aiuti insieme a voi.
Naturalmente ci sono state vittime tra i georgiani: la guerra è guerra. La risoluzione del conflitto con la Georgia è stata rimandata a un futuro imprecisato. Abbiamo sempre avuto buoni rapporti con la Georgia. Le compagnie del Kazakistan hanno fatto sostanziosi investimenti in quel paese. Naturalmente chi ha investito lì vuole stabilità. Le condizioni del piano che lei e [il presidente della Francia Nicolas] Sarkozy avete tracciato devono essere messe in pratica, ma alcuni hanno già cominciato a disattendere alcuni punti del piano.

Tuttavia penso che i negoziati continueranno e che ci sarà la pace: non c'è altra alternativa. Il Kazakistan dunque comprende tutte le misure che sono state prese, e le appoggia. Da parte nostra saremo pronti a fare il possibile per assicurare che tutti tornino a sedersi al tavolo dei negoziati.

Dal punto di vista di Mosca, le parole di Nazarbayev valgono tanto oro quanto pesano. Il Kazakistan è il più ricco produttore di energia dell'Asia Centrale e un peso massimo regionale. Confina con la Cina. Tutta la strategia regionale degli Stati Uniti nell'Asia Centrale mira a sostituire la Russia e la Cina come partner principali del Kazakistan. Le compagnie petrolifere americane si sono gettate sul Kazakistan subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991: tra quelle compagnie c'era anche la Chevron, con la quale aveva legami il segretario di stato americano Condoleezza Rice.

Non sorprende che il Kazakistan fosse una delle destinazioni preferite del vice presidente Dick Cheney e che il presidente George W. Bush abbia ricevuto fastosamente Nazarbayev alla Casa Bianca.

Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per coltivare Nazarbayev, sperando appassionatamente di poter persuadere in qualche modo il Kazakistan ad affidare il suo petrolio all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, la cui efficacia è altrimenti in dubbio. L'oleodotto è una componente cruciale del grande gioco degli Stati Uniti nel Caspio.

Gli Stati Uniti si erano impegnati strenuamente nella realizzazione del progetto dell'oleodotto, affrontando difficoltà apparentemente insormontabili. Di fatto Washington orchestrò la rivoluzione “colorata” in Georgia del novembre del 2003 (che catapultò Mikheil Saakashvili al potere a Tbilisi) proprio mentre veniva commissionato l'oleodotto. L'idea generale dietro il trambusto nel Caucaso meridionale era che gli Stati Uniti assumessero il controllo della Georgia, il cui territorio è attraversato dall'oleodotto.

Inoltre il Kazakistan confina per 7500 chilometri con la Russia (si tratta del confine terrestre tra due paesi più lungo del mondo). Sarebbe un incubo per la sicurezza russa se la NATO riuscisse a stabilire la propria presenza in Kazakistan. Ancora una volta la strategia degli Stati Uniti mirava al Kazakistan come preda ambita della NATO in Asia Centrale. Gli Stati Uniti intendevano puntare al Kazakistan dopo aver fatto entrare la Georgia nella NATO.

Questi sogni americani hanno subito uno scacco quando la dirigenza kazaka si è schierata con Mosca. Pare proprio che Mosca abbia messo nel sacco Washington.

La Bielorussia esprime supporto
Anche l'altro paese che confina con la Russia, la Bielorussia, ha espresso a Mosca il suo supporto. Il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha incontrato Medvedev a Soči il 19 agosto per comunicargli la sua solidarietà.

“La Russia ha agito con calma, saggiamente e molto bene. È stata una risposta pacata. Nella regione è stata ristabilita la pace, e durerà”, ha commentato.

Ma ancora più importante è il fatto che la Russia e la Bielorussia abbiano deciso di firmare un accordo, questo autunno, sulla creazione di un sistema unificato di difesa aerea. Ciò è enormemente vantaggioso per la Russia nel contesto della recente iniziativa degli Stati Uniti di posizionare elementi del loro sistema di difesa anti-missile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
Secondo le notizie diffuse dai media russi, la Bielorussia ha varie batterie di missili S-300 – il sistema avanzato della Russia – e sta attualmente negoziando per ricevere dalla Russia gli S-400, che saranno disponibili entro il 2010.

Adesso l'attenzione si sposta sull'incontro della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), in programma il 5 settembre a Mosca. La posizione della CSTO sulla crisi nel Caucaso sarà oggetto di attenta osservazione.

Pare che Mosca e il Kazakistan stiano collaborando strettamente al programma della CSTO, che è composta da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. La grande domanda è come si attrezzerà la CSTO per far fronte ai piani di espansione della NATO. La realtà geopolitica che si sta delineando è che con il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia Mosca ha praticamente messo sotto scacco la strategia degli Stati Uniti nella regione del Mar Nero, mandando all'aria il loro piano di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”. E anche i piani di espansione della NATO nel Caucaso hanno subito una battuta d'arresto.

Non molti analisti hanno compreso appieno la portata militare della decisione russa di riconoscere l'indipendenza delle repubbliche separatiste georgiane.

La Russia ha ora guadagnato il controllo di fatto di due importanti porti sul Mar Nero, Sukhumi e Poti. Anche se il regime di Viktor Yushchenko in Ucraina, appoggiato dagli Stati Uniti, crea ostacoli alla flotta russa a Sebastopoli – assai probabilmente Mosca liquiderà le tattiche di pressione ucraine – la flotta ha ora accesso ai porti alternativi sul Mar Nero. Poti, in particolare, possiede infrastrutture eccellenti che risalgono all'epoca sovietica.

La rapidità con cui la Russia ha assunto il controllo di Poti deve aver fatto diventare verdi di rabbia gli Stati Uniti, che si sono resi conto che il loro obiettivo di cancellare il ruolo storico della Russia come “potenza del Mar Nero” è diventato una vana speranza. Naturalmente, senza una flotta sul Mar Nero la Russia avrebbe cessato di essere una potenza navale nel Mediterraneo. Di conseguenza ne avrebbe anche sofferto il profilo della Russia in Medio Oriente. Gli americani avevano proprio un piano ambizioso per la Russia.

Tutto fa pensare che Mosca intenda affermare la presenza strategica della sua Flotta del Mar Nero. Sono cominciati i colloqui con la Siria per l'espansione di una base di manutenzione e assistenza navale nel porto siriano di Tartus. I mezzi di informazione mediorientali hanno recentemente suggerito nel contesto della visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Mosca che la Russia potrebbe contemplare l'ipotesi di spostare la sua Flotta del Mar Nero da Sebastopoli alla Siria. Ma è una lettura erronea, finché tutto ciò di cui ha bisogno la Russia è un centro di manutenzione e assistenza per le sue navi che operano nel Mediterraneo. Infatti, la quinta squadra navale della Marina sovietica, con base nel Mediterrano, aveva utilizzato il porto di Tartus proprio per questo.

La Cina mostra comprensione
Mosca andrà al summit della CSTO forte dell'appoggio della SCO, anche se quest'ultimo non è stato privo di riserve. Medvedev ha detto dell'incontro della SCO:

Naturalmente ho dovuto spiegare ai nostri partner quello che è realmente accaduto, giacché la versione data da alcuni mezzi di informazione occidentali sfortunatamente differiva dai fatti reali a proposito del vero aggressore, di chi ha dato inizio a tutto questo e di chi dovrebbe rispondere politicamente, moralmente e infine legalmente di cuò che è successo...

I nostri colleghi ci sono stati grati per queste informazioni e durante una serie di colloqui abbiamo concluso che simili accadimenti non rafforzano di certo l'ordine mondiale, e che chi ha scatenato l'aggressione dovrebbe rispondere delle sue conseguenze... Sono molto felice di avere potuto discutere di questo con i nostri colleghi e di avere ricevuto da loro questo genere di supporto per i nostri sforzi. Confidiamo che la posizione dei paesi membri della SCO abbia un'adeguata risonanza nella comunità della sicurezza internazionale, e spero che manderà un chiaro segnale a coloro che stanno cercando di giustificare l'aggressione commessa.

Per Mosca dev'essere stato un sollievo che la Cina abbia acconsentito ad allinearsi con una dichiarazione così positiva. Giovedì anche il Ministero degli Esteri russo sembra avere avuto il primo contatto con l'ambasciata cinese a Mosca sulla questione. È significativo che la dichiarazione del Ministero degli Esteri specificasse che l'incontro tra il vice primo ministro russo Aleksej Borodavkin e l'ambasciatore cinese Liu Guchang si sia svolto per iniziativa cinese.

La dichiarazione affermava: "La Cina è stata informata delle motivazioni legali e politiche della decisione russa e ha espresso comprensione per esse" (Corsivo dell'autore). È altamente improbabile che su un tema così sensibile Mosca possa avere unilateralmente arrischiato un'affermazione eccessiva senza un certo grado di tacito consenso preventivo da parte dei cinesi, com'è comune pratica diplomatica.

La notizia diffusa dall'agenzia di informazione ufficiale russa si spingeva un po' più in là sottolineando che “la Cina ha espresso la propria comprensione per la decisione della Russia di riconoscere le regioni separatiste della Georgia, l'Ossezia del Sud e l'Abkazia".

L'atteggiamento favorevole di Bielorussia, Kazakistan e Cina dà una notevole spinta alla posizione di Mosca. Di fatto, l'assicurazione che tre grandi paesi che circondano la Russia manterranno le relazioni amichevoli indipendentemente dalle minacce occidentali di scatenare una nuova guerra fredda fa un'enorme differenza per gli spazi di manovra di Mosca. Adesso ci possiamo aspettare in qualsiasi momento – forse durante il finesettimana – che la Bielorussia annunci il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia.

Chiaramente Mosca non è interessata a montare una campagna diplomatica per raccogliere il supporto della comunità mondiale a favore della sovranità e dell'indipendenza delle due province separatiste. Come ha scritto un commentatore russo, “Diversamente dei tempi del compagno Brežnev, adesso Mosca non sta cercando di fare pressioni perché altri paesi la sostengano sulla questione. Se lo facesse potrebbe trovare molti simpatizzanti, ma che importa?"

Serve agli scopi di Mosca solo nella misura in cui la comunità mondiale traccia un'analogia tra il Kosovo e le due province separatiste. Ma in ogni caso le due province hanno sempre dipeso dalla Russia per il sostegno economico.

Con l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia quello che importa a Mosca è che se l'Occidente adesso intende costruire un nuovo Muro di Berlino quel muro dovrà seguire un percorso a zig zag lungo la costa occidentale del Mar Nero, mentre la flotta russa resterà salda sulla costa orientale e potrà entrare e uscire dal Mar Nero a piacimento.

La Convenzione di Montreal assicura il libero passaggio delle navi da guerra russe attraverso lo Stretto del Bosforo. In queste circostanze i grandiosi progetti della NATO di occupare il Mar Nero trasformandolo in un lago privato sembrano ora remotissimi. I registi della NATO a Bruxelles e i loro protettori a Washington e a Londra devono esserci rimasti con un palmo di naso.

Orginale: Asia Times

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lunedì, agosto 25, 2008

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

[Dato che una parte importante della partita tra Russia e Stati Uniti (e non solo, date le bellezze energetiche della regione) si svolge in Asia Centrale, dove sono presenti basi militari americane (gli Stati Uniti sono stati sfrattati dalla base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan ma sono presenti a Gansi in Kirghizistan, dove prevedono un ampliamento della base, e stanno trattando per migliorare i rapporti militari bilaterali con il Turkmenistan; ma neanche in Uzbekistan tutto è perduto, dato che a Termez stazionano 300 soldati tedeschi), ho pensato fosse interessante vedere quale è stata la reazione delle ex-repubbliche sovietiche centroasiatiche al conflitto nel Caucaso e come si sono destreggiate tra SCO/CSTO e USA. Lo so, ho esaudito un sogno].

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

Aleksandr Šustov

La "guerra dei cinque giorni" in Ossezia Meridionale, conclusasi con la rapida sconfitta delle forze georgiane da parte della 58ª armata russa, è stata vissuta come uno shock dalle vicine repubbliche post-sovietiche. Nonostante i molti avvertimenti della leadership russa sulla probabilità di uno scenario di guerra nessuno si aspettava che la reazione di Mosca potesse essere così rapida e dura. Era la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia ricorreva all'uso della forza militare contro un'ex-repubblica sovietica e questo precedente ha messo in una situazione difficile i paesi della CSI, molti dei quali, come la Georgia, hanno questioni etnico-territoriali irrisolte con gli stati vicini.

In questo contesto assumono particolare interesse i paesi dell'Asia Centrale, spesso associati geopoliticamente al Caucaso Meridionale. Le analogie tra l'Asia Centrale e il Caucaso sono state bene descritte da Z. Brzezinski nel suo La grande scacchiera. Fondamentalmente ciò che accomuna le due regioni è la mescolanza etnica, l'assenza di confini nazionali che coincidano con quelli delle diverse zone etniche e il carattere incompiuto dell'entità statale. Tutto ciò ha permesso a Brzezinski di definire l'Asia Centrale “Balcani eurasiatici”, la regione che gli strateghi americani stanno adocchiando ora che il dominio degli Stati Uniti sui Balcani europei è un fatto compiuto. [1]

Sul piano delle valutazioni ufficiali del conflitto in Ossezia Meridionale i paesi dell'Asia Centrale si sono divisi in due gruppi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan hanno espresso con relativa chiarezza la propria posizione, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan non hanno reagito in alcun modo. Inoltre i mezzi di informazione uzbeki e turkmeni, rigidamente controllati dai rispettivi governi, per molto tempo non hanno neanche dato la notizia che in Ossezia del Sud c'era una guerra e che le truppe abkhaze stavano cacciando i soldati georgiani dalla gola di Kodori.

Il conflitto armato in Ossezia del Sud nella sua fase decisiva non è stato trattato da nessuno dei giornali ufficiali uzbeki. Le informazioni sulla guerra non sono trapelate nemmeno dai siti delle agenzie di informazione. Solo il giornale Večernij Taškent ha pubblicato due brevi articoli, uno dei quali diceva che un aereo del ministero russo per le Situazioni di Emergenza che trasportava aiuti umanitari era atterrato a Vladikavkaz e che il primo ministro russo Putin era giunto nella città, mentre l'altro dava notizia delle sedute di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio NATO, ma la ragione di questi sviluppi è rimasta ignota ai lettori del quotidiano. Inoltre sul canale televisivo informativo Achborot è stato trasmesso un breve reportage sui combattimenti a Tskhinvali, basato su materiali della tv russa. [2]

I mezzi di informazione turkmeni hanno ignorato la guerra nel Caucaso tacendola completamente. La televisione ha invece continuato a trasmettere ogni mezz'ora la lettura del Ruchnama [lett. “Libro dell'Anima”, guida spirituale per la nazione, opera - secondo la fonte ufficiale turkmena - deGl primo presidente Niyazov, N.d.T.] e ha informato gli spettatori che in uno zoo cinese era nato un panda. L'unica fonte di informazione sul Caucaso a disposizione dei cittadini turkmeni è stata la tv satellitare. [3]

La reazione di Kazakistan e Kirghizistan è stata molto più attiva. Il primo a rilasciare una dichiarazione sui fatti dell'Ossezia Meridionale è stato il presidente del Kazakistan N. Nazarbaev, che quando è scoppiata la guerra si trovava all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. È stato proprio durante l'incontro con Nazarbaev che V. Putin ha dichiarato che l'attacco della Georgia contro Tskhinvali non sarebbe rimasto senza risposta. Il tono della replica del presidente del Kazakistan è stato positivo e neutrale. “In Ossezia del Sud opera una missione di pace su mandato della CSI”, ha dichiarato Nazarbaev. “Il governo georgiano ha sbagliato. Non ci ha messo al corrente delle sue intenzioni, non ci ha avvertito di una tale intensificazione del conflitto. Ritengo che non esistano alternative a una risoluzione pacifica del problema”. [4]

Anche la posizione espressa dal leader kazako il 13 agosto durante un incontro con il presidente del Kirghizistan è apparsa complessivamente favorevole alla Russia. Commentando gli sviluppi nel Caucaso, Nazarbaev ha dichiarato che “il principio dell'integrità territoriale è riconosciuto dalla comunità internazionale. Nei documenti adottati dalla CSI tutti noi condanniamo il separatismo. Ma le questioni internazionali complesse devono essere risolte con metodi pacifici e con il dialogo. Non sussiste la possibilità di risolvere militarmente questi conflitti”. [5]

La posizione del Kirghizistan, che attualmente è alla presidenza della CSI, è apparsa piuttosto neutrale. Secondo Bakiev, “la vera strada verso la risoluzione degli attuali problemi tra Georgia e Ossezia del Sud, in conformità con le norme comunemente accettate del diritto internazionale, sta esclusivamente sul piano politico”. [6] Condannando in questo modo l'offensiva militare georgiana, i leader del Kazakistan e del Kirghizistan si sono astenuti da valutazioni decisamente positive o negative dell'intervento militare russo.

In una certa misura, l'assenza di reazioni ufficiali da parte della maggioranza dei paesi della CSI alla guerra in Ossezia Meridionale è stata compensata dalla dichiarazione dell'Assemblea Parlamentare della CSTO, della quale fanno parte – oltre alla Russia, alla Bielorussia e all'Armenia – quattro dei cinque paesi dell'Asia Centrale: il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan. La CSTO ha praticamente riecheggiato la posizione di Mosca: “Con il pretesto di ristabilire l'integrità territoriale la Georgia ha in effetti compiuto atti di genocidio nei confronti del popolo osseto. Tutto ciò ha causato una catastrofe umanitaria. La campagna militare di Tbilisi, che ha soffocato il nascente dialogo politico tra le parti, ha distrutto la prospettiva di una soluzione pacifica del conflitto”. [7]

Oltre che da una naturale riluttanza a rovinare i rapporti con i paesi occidentali, con i quali i governi dell'Asia Centrale hanno legami politici ed economici piuttosto stretti, l'atteggiamento di questi paesi nei confronti della “guerra dei cinque giorni” è determinato da un altro fattore cruciale. In tutte le dichiarazioni dei presidenti del Kirghizistan e del Kazakistan si invoca l'“integrità territoriale della Georgia”. Essendo consapevoli che ci sono buone probabilità che la Russia riconosca l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, e conseguentemente le incorpori nella Federazione Russa, i paesi dell'Asia Centrale sono preoccupati che simili scenari possano ripetersi nei loro territori, e dunque adottano un atteggiamento prudente.

È interessante passare in rassegna le valutazioni degli esperti centro-asiatici sulla “guerra dei cinque giorni”. Così, il politologo kirghizo М. Sariev interpreta i fatti del Caucaso come un conflitto non tra Georgia e Ossezia, ma tra Russia e Stati Uniti. Secondo Sariev al prossimo incontro della SCO il Kirghizistan dovrà rispondere a severe domande sul futuro della base militare americana di Gansi sul suo territorio. In questa situazione, “il Kirghizistan, come membro della CSTO, si allineerà con la posizione russa, perché quello che è accaduto in Georgia potrebbe accadere anche qui. La Russia non si fermerà perché questa è una sfera di interesse russa, è in gioco la grande politica”. Motivando la sua posizione, Sariev osserva: “Dobbiamo capire che ci troviamo nello stesso areale culturale eurasiatico della Russia”. [8]

Un altro politologo kirghizo, Sujunbaev, osserva ragionevolmente che la “guerra dei cinque giorni” è una conseguenza del “processo del Kosovo”, che l'Occidente ha messo in moto ignorando completamente la posizione della Russia. Se quel processo evolve, può colpire anche l'Asia Centrale. Per esempio il Tagikistan o il Karakalpakstan, “la cui storia è così simile a quella dell'Ossezia o dell'Abkhazia”. Analizzando le potenziali conseguenze dell'uscita della Georgia dalla CSI, Sujunbaev nota che per la Georgia “saranno molto negative” perché possono sorgere “complicazioni nella sfera dell'emigrazione della forza lavoro in Russia, e possono essere colpite anche le relazioni commerciali”. [9] Oltre all'intensificazione dei contrasti sulla futura base militare americana in Kirghizistan, Sujunbaev prevede anche maggiori sforzi per creare basi militari straniere nel sud della repubblica. [10]

Nel complesso gli esperti kirghisi concordano sul fatto che la rivalità tra Russia e Stati Uniti sull'Asia Centrale è destinata ad aumentare, e le azioni decisive della Federazione Russa a difesa dell'Ossezia Meridionale fanno supporre che un orientamento esclusivamente filo-occidentale può comportare conseguenze drammatiche per i paesi centro-asiatici.

Note:

1. Brzezinski Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, edito in Italia nel 1998 da Longanesi.

2. Šarifov O., I mezzi di informazione uzbeki sulla guerra in Georgia: tutti zitti // fergana.ru, 13 agosto 2008.

3. Berdyeva A., I mezzi di informazione turkmeni tacciono sull'Ossezia // GÜNDOGAR, 13 agosto 2008

4. Il capo di stato Nursultan Nazarbaev ha preso parte alle cerimonie ufficiali di apertura delle Olimpiadi di Pechino // akorda.kz, 8 agosto 2008

5. Questa sera a Cholpon-Ate si è svolto un incontro tra il capo di stato Nursultan Nazarbaev e il presidente del Kirgizistan Kurmanbek Bakiev // Sito ufficiale del presidente della Repubblica del Kazakistan, 13 agosto 2008, akorda.kz

6. Il Kirghizistan intende partecipare attivamente alla risoluzione del conflitto militare in Ossezia Meridionale // fergana.ru, 11 agosto 2008.

7. I paesi della CSTO hanno condannato la Georgia per il conflitto militare in Ossezia del Sud // RIA Novosti, 13 agosto 2008.

8. Il politologo M. Sariev: il Kirgizistan dovrà rispondere sulla base militare degli Stati Uniti di Gansi // fergana.ru, 12 agosto 2008

9. Esperto kirghizo: la CSTO potrebbe dichiarare il Caucaso zona di sua responsabilità // fergana.ru, 12 agosto 2008

10. Nezavisimaja Gazeta, 12 agosto 2008

Originale: http://fondsk.ru/article.php?id=1565

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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domenica, agosto 17, 2008

I paesi della CSTO e della SCO devono dire la loro

[Questo articolo russo, che richiama l'attenzione su un episodio allarmante poi finito in secondo piano con il conflitto caucasico, può essere interpretato, più che come un'analisi, come un segnale lanciato alla Cina sui tentativi di accerchiamento/contenimento di Russia e Cina da parte della NATO.
Per gli approfondimenti su SCO e CSTO,
rimandiamo al materiale raccolto e tradotto in queste pagine].

I paesi della CSTO e della SCO devono dire la loro

Leonid Bondarec, esperto di sicurezza regionale, per RIA Novosti

Agli inizi di agosto si è saputo che nella capitale del Kirghizistan, in una casa affittata da cittadini statunitensi, è stata trovata e sequestrata una grande quantità di armi e di munizioni. Si trovavano lì anche due dipendenti dell'ambasciata degli Stati Uniti e dieci soldati americani.

L'ambasciata degli Stati Uniti ha subito reagito dicendo che i militari si trovavano in Kirghizistan su invito del governo del paese con il compito di tenere esercitazioni anti-terrorismo per vari ministeri del paese.

La maggioranza dei ministeri della repubblica ha tuttavia smentito l'informazione su presunte esercitazioni anti-terrorismo in programma.

Solo un paio di giorni dopo il governo ha ammesso che il gruppo di specialisti americani era giunto a Biškek con compiti di addestramento per rafforzare le capacità anti-terrorismo del paese. Le armi trovate sarebbero dovute restare in Kirghizistan.

In seguito su un giornale è apparsa la notizia che era già la terza volta dal 2003 che a Biškek venivano organizzate esercitazioni del genere. Si afferma che nei casi precedenti si sono svolte in totale segretezza, come si conviene all'attività dei servizi speciali.

Ma le domande restano, e non sono poche. Per esempio, perché i servizi speciali kirghisi hanno bisogno di armi americane? Hanno forse già intrapreso un processo di riarmo per il prossimo passaggio agli standard NATO? Oppure: perché la collaborazione con gli americani per il rafforzamento delle capacità anti-terrorismo del paese si svolge in segreto? Non significa forse che le autorità politico-militari che guidano il paese preferiscono la cooperazione con gli americani alla cooperazione all'interno della CSTO [Collective Security Treaty Organization, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della quale fanno parte Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan; Azerbaigian e Georgia, membri del Trattato per la Sicurezza Collettiva della CSI, non hanno aderito, N.d.T.] e alla SCO [Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, in Italia nota anche come Gruppo di Shanghai, fondata nel 2001 dai capi di stato di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Russia e Cina; Mongolia, Pakistan, India e Iran godono dello status di osservatori, N.d.T.]?

Un tale trasferimento segreto di armi al Kirghizistan suscita una certa diffidenza. Solitamente gli americani pubblicizzano ampiamente il loro “aiuto”. Viene da pensare dunque che le armi trovate non abbiano niente a che fare con il rafforzamento delle capacità anti-terrorismo del Kirghizistan. Ma se è così, perché il governo di quel paese induce in errore, per usare un eufemismo, gli alleati di CSTO e SCO?

Alla luce degli avvenimenti in Ossezia del Sud la scoperta di un deposito di armi americane appare sotto una luce diversa. L'appoggio degli Stati Uniti all'operazione del governo georgiano, la partecipazione di esperti militari nelle azioni militari per la distruzione del popolo dell'Ossezia Meridionale ci dice che Washington è molto interessata allo scoppio di conflitti armati ai confini russi. Non si può escludere che un simile scenario sia stato elaborato anche per il Kirghizistan.

Gli esperti prevedono che qui in autunno ci si possa aspettare manifestazioni di protesta di massa per il brusco rincaro dei generi alimentari, le frequenti e massicce interruzioni della corrente elettrica e altri fattori. A tale proposito va ricordato che nel periodo dei tragici fatti del 2002 nel sud del Kirghizistan [quando dove una rivolta popolare per l’ingiusta carcerazione di un rappresentante parlamentare fu soffocata nel sangue: la polizia sparò contro una folla di circa 1500 persone, uccidendone cinque, N.d.T.] per sparare alla folla furono usate anche armi che non risultavano registrate nella repubblica.

Inoltre anche gli estremisti islamici potrebbero approfittare della situazione. In questa eventualità potrebbe presto spuntare l'arsenale americano. È assolutamente possibile, tenuto conto del coinvolgimento degli Stati Uniti nei fatti di Andijan [nell'Uzbekistan orientale, dove nel 2005 una rivolta è stata soffocata nel sangue; i morti furono centinaia, N.d.T.]. Non molto tempo fa i servizi speciali uzbeki hanno diffuso i materiali dell'indagine, dai quali risulta che gli Stati Uniti avevano contribuito alla preparazione dei partecipanti più attivi allo scontro.

Merita attenzione anche il fatto che negli ultimi tempi è ripresa con grande forza l'attività dei separatisti uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang, che confina con il Kirghizistan. Secondo varie agenzie di informazione, dall'inizio di quest'anno a Kashgar, situata nella parte nord-occidentale dello Xinjiang, vicino alla congiunzione tra le due frontiere di Uzbekistan e Kirghizistan, la polizia ha smantellato 12 cellule terroristiche finanziate dall'estero e inviate dai gruppi “Turkestan Orientale” e “Hizb-ut-Tahrir”. Secondo fonti cinesi le armi sequestrate ai terroristi erano americane.

Tuttavia, a giudicare dalla condotta delle autorità kirghise, questi fatti non sono diventati oggetto di indagini o esami dettagliati. Colpisce anche che a livello ufficiale la situazione in Ossezia Meridionale non sia stata sottoposta a valutazione. E non solo in Kirghizistan, ma in tutti i paesi-membri della CSTO e della SCO. Si ha l'impressione che i loro governi stiano attendendo di vedere chi è il più forte prima di schierarsi dalla sua parte.

Oggi, tenendo conto dell'estrema gravità della situazione che si sta creando, si fa pressante la necessità di una revisione dei rapporti tra i paesi membri della CSTO e della SCO per renderli conformi alle esigenze statutarie. Appare assolutamente necessario escludere le ingerenze di governi ostili nelle attività dei paesi che fanno parte di queste organizzazioni. Vanno evidentemente rivisti e corretti i rapporti dei paesi della CSTO e della SCO con la NATO nell'ambito del Partenariato per la pace.

Originale: RIA Novosti

Pubblicato 13 agosto 2008

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sabato, maggio 31, 2008

Russia-Cina: l'asse della convenienza

Russia-Cina: l'asse della convenienza
di Bobo Lo

open Democracy: Le relazioni della Russia con la Cina sono state sorprendentemente buone sotto la presidenza Putin...

Bobo Lo: Probabilmente è stato il maggiore successo della politica estera russa nel periodo post-sovietico, sotto El'cin e Putin. Putin, in particolare, si è impegnato a migliorare le relazioni tra Russia e Cina, e ci è riuscito molto bene

oD: Allora i cinesi adesso saranno un po' preoccupati che se ne vada?

Bobo Lo: Un po'.

oD: Ma agli inizi della presidenza Putin ci sono stati alcuni motivi di scontento.

Bobo Lo: Sì. Il primo è stato la decisione di Putin di appoggiare la presenza dell'esercito statunitense in Asia dopo l'11 settembre. Non aveva detto ai cinesi che l'avrebbe fatto e si sono sentiti traditi. La Cina era scontenta anche della reazione pacata della Russia quando Bush ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (anti-missili balistici) nel dicembre del 2001. Putin ha preso molto bene la decisione americana; troppo bene, secondo i cinesi. Pechino era anche contrariata dalla decisione del Cremlino di cancellare un accordo per costruire un oleodotto verso la Cina a favore di una rotta voluta dai giapponesi verso l'Oceano Pacifico.

oD: Ma questo non ha guastato i rapporti?

Bobo Lo: No, perché i cinesi nutrono poche illusioni sulla Russia. Sanno che da un punto di vista storico e strategico è fortemente “occidentocentrica”. Questo non significa filo-occidentale, ma solo che la Russia cerca a Occidente i suoi principali punti di riferimento strategici. La Russia è una civiltà europea. La maggioranza della sua popolazione vive nella parte europea del paese.

I centri del potere economico e politico sono sempre stati là. Perfino ai tempi dell'URSS l'Estremo Oriente sovietico era un avamposto europeo, non una parte dell'Asia.

Possiamo suggerire che la politica estera della Russia dovrebbe essere più equilibrata. Ma così va il mondo. Gli interessi dell'élite russa stanno a Ovest. Vogliono buoni rapporti con la Cina. Ma non è qui che si gioca la partita principale e non lo sarà in futuro, non se la Russia potrà impedirlo.

La minaccia cinese

oD: Tradizionalmente i russi si sono sempre sentiti minacciati dalla Cina. Questa sensazione si sta attenuando alla luce delle nuove opportunità che si stanno aprendo nell'Estremo Oriente russo?

Bobo Lo: Vorrei poter dire di sì. La percezione della minaccia sta cambiando, più che scomparendo. Innanzitutto, definiamo ciò che intendiamo per minaccia cinese. Nella sua forma più primitiva è l'idea di milioni di cinesi che si riversano attraverso il confine per riempire gli spazi vuoti nell'Estremo Oriente russo e rubare le risorse naturali russe. Un'interpretazione alternativa vede la minaccia della Cina in termini di rivendicazione storica: i cinesi vogliono riottenere la terra perduta in seguito ai “trattati iniqui” degli anni 1860. Ma sono tutte sciocchezze.

La vera minaccia è questa: l'ascesa della Cina porterà all'emarginazione della Russia dal processo decisionale regionale e globale. I cinesi non intendono invadere la Russia militarmente, perché perderebbero. Le conseguenze di una guerra sarebbero tremende. Non intendono riempire di cinesi l'Estremo Oriente russo. Quelle regioni settentrionali sono sempre state viste come una terra barbara. I cinesi che ci vanno vogliono guadagnare rapidamente per poi tornarsene subito a casa. Anche se ricevono metà del salario dei russi autoctoni, è comunque molto più di quello che guadagnerebbero nella Cina nord-orientale o in campagna. Ma sono pochissimi i cinesi che vanno nell'Estremo Oriente russo per viverci.

oD: Negli anni Novanta i mercati dell'Estremo Oriente russo erano invasi dai cinesi...

Bobo Lo: Non è più così. I numeri stanno scendendo. Una ragione è che la legge russa nega agli stranieri il diritto di svolgere transazioni in contanti nei mercati.

Oggi la maggior parte dei commercianti che vanno avanti e indietro attraverso il confine è costituita da russi.

Inoltre i Cinesi hanno reso più rigide le loro leggi sui passaporti. La terza ragione è che l'economia della Cina si sta sviluppando così rapidamente che gli imprenditori cinesi si stanno facendo più ambiziosi. Vogliono investire nella Russia europea, in progetti come il complesso residenziale Perla del Baltico a San Pietroburgo. L'Estremo Oriente russo, in confronto, è un posto fuori mano.

oD: Dal punto di vista russo la disparità demografica tra i due paesi risulta piuttosto inquietante.

Bobo Lo: La realtà è che nella Cina settentrionale ci sono 110 milioni di persone (è la cifra più citata, ma probabilmente sono di più), rispetto ai meno di 7 milioni di russi a est del Lago Bajkal. Più in generale, abbiamo una popolazione totale di 1,3 miliardi in crescita contro una popolazione di 142 milioni in calo. Questo chiaramente influisce sulla mentalità russa.

Se chiede ai russi come vedono i cinesi, be', li vedono più favorevolmente di pochi anni fa. La Cina adesso è al primo posto tra i paesi con cui la Russia ha rapporti amichevoli. Però se chiede loro se siano a favore dell'immigrazione cinese per risolvere il problema di mancanza di manodopera in Russia, le risponderanno tutti di no. Se chiedesse ai russi come si comporterebbero se avessero un vicino cinese, la risposta sarebbe prevedibile. Nella vita quotidiana, gli atteggiamenti verso i cinesi non sono cambiati.

Il gioco nella Cina in Asia Centrale

oD: Possiamo parlare dell'Asia Centrale? E della Shanghai Cooperation Organisation [1]?

Bobo Lo: La Russia e la Cina hanno obiettivi molto diversi in Asia Centrale. La Russia vuole riaffermare la sua leadership regionale. La Cina vuole essere una delle tre forze strategiche nella regione, insieme a Stati Uniti e Russia. Mosca e Pechino sono molto attente a minimizzare l'impressione che ci sia una rivalità sino-russa in Asia Centrale. Ma questa rivalità esiste.

La Cina non ha fatto niente in Asia Centrale per duecento anni e non vede l'ora di rientrare in gioco. Ma vuole farlo senza offendere altri, in particolare stati-chiave come il Kazakistan e l'Uzbekistan. Come presentare il proprio rientro in gioco senza che altri si alleino per impedirlo? La soluzione è muoversi sotto la copertura del panregionalismo. Qui la SCO si presta benissimo. Presenta la Cina come un buon cittadino della regione.

I russi capiscono il gioco cinese: per questo hanno verso la SCO un atteggiamento tiepido. La SCO fa per la Cina quello che la Collective Security Treaty Organization (CSTO) [2] fa per la Russia.

La CSTO, costituita dalla Russia nel 2002, ha un vantaggio enorme dal punto di vista di Mosca: la Cina non ne fa parte. La CSTO aiuta la Russia a riaffermare la sua influenza in Asia Centrale.

La SCO e la CSTO competono efficacemente tra loro.

Il principale interesse della Cina non è l'Asia Centrale. Sono gli Stati Uniti e la regione Asia-Pacifico. I suoi principali obiettivi in Asia Centrale sono la pace e la stabilità. Per raggiungerli sta sviluppando le relazioni con le élite regionali. Pechino crede che i regimi autoritari o semiautoritari siano più stabili di quelli democratici, e che siano più impegnati a contrastare il separatismo. Un'Asia Centrale tranquilla contribuisce a sedare i sentimenti separatisti in Cina. Non stiamo tanto parlando del Tibet, qui, quanto degli Uiguri nell'estrema provincia occidentale dello Xinjiang.

oD: Quando è importante l'energia per la relazione della Cina con l'Asia Centrale?

Bobo Lo: Dal punto di vista cinese, una maggiore interdipendenza economica crea un ambiente più stabile, e l'energia in questo ha un ruolo avanzato. La Cina si preoccupa per la sicurezza delle rotte marittime. Attualmente riceve circa il 50% del suo petrolio dal Medio Oriente, un altro 25% dall'Africa e il resto da altri paesi. Vorrebbe diversificare, a livello regionale e non solo globale. I cinesi hanno trovato molto difficile sviluppare relazioni energetiche con i russi, e stanno dunque cercando di sviluppare nuove fonti in Asia Centrale: ecco perché i rapporti con il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan sono così importanti.

oD: Nel 2011 ci si può aspettare un momento decisivo, quando l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [3] riuscirà oppure no a cominciare a ricevere petrolio dal Kazakistan? Questo ridurrebbe l'influenza della Russia sull'Europa e la renderebbe più incline a rifornire la Cina a ogni costo?

Bobo Lo: Non credo che i russi riforniranno la Cina a ogni costo. L'influenza energetica della Russia sull'Europa è ampiamente esagerata. Mosca non sta considerando un'“opzione cinese”. Fingono che sia così, ma non è vero.

E ci sono almeno cinque motivi. Primo, ai russi piace fare affari con gente che conoscono. Fanno accordi per il gas con vari paesi europei fin dal 1967. Invece capiscono poco come lavorano i cinesi. Secondo, c'è la questione del prezzo. Gli europei pagano bene, i cinesi tirano sempre sul prezzo. Terzo, la maggior parte dei giacimenti si trova nella Siberia occidentale, molto più vicina all'Europa che alla Cina. Quarto, la rete di trasporto energetico russa è sbilanciata verso l'Europa. La Russia deve sviluppare nuovi gasdotti e oleodotti, certo. Ma continua a concentrarsi sulle necessità del mercato europeo in espansione. È lì che stanno i soldi. Ricordiamo che il petrolio e il gas costituiscono il 60% delle esportazioni totali della Russia e più della metà delle entrate del bilancio federale.

Mosca non ha un mercato alternativo che la aspetta. La Russia e l'Europa hanno bisogno l'una dell'altra.

Inoltre le compagnie russe sono più interessate a comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) che a investire in settori incerti con esiti incerti. Certo, dovrebbero forse essere più lungimiranti. Ma i dirigenti politici e finanziari russi sono sempre stati influenzati dal pensiero che un domani potrebbero non esserci. Dunque hanno una mentalià a brevissimo termine.

oD: E il quinto motivo?

Bobo Lo: Adesso la domanda di gas dei cinesi è molto bassa, solo il 3% del consumo energetico primario della Cina. La percentuale è destinata a salire al 12% entro il 2030. Ma il 2030 è lontano e il 12% è ancora poco. Ecco perché i cinesi stanno costruendo centrali nucleari e centrali a carbone, stanno cercando di sviluppare una tecnologia a carbone pulita, pensano alle fonti rinnovabili, alla conservazione dell'energia, a costituire una riserva di petrolio strategica. Fanno di tutto per assicurarsi di non dover mai dipendere dal petrolio e dal gas della Russia.

Priorità militari

oD: Al momento la Russia è militarmente più forte della Cina. Vede un futuro in cui i cinesi saranno in grado di competere militarmente con la Russia?

Bobo Lo: No. Ma i russi si preoccupano dell'equilibrio militare tra i due paesi per due ragioni. La crescita delle spese militari cinesi degli ultimi quindici anni è stata a due cifre. Diversamente dalla Russia, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991 la Cina ha sperimentato una rivoluzione negli affari militari. Quella guerra ha sconvolto i cinesi. Si sono accorti di quanto dovevano recuperare. Ma la spinta della loro pianificazione militare è verso il sud, non verso il nord. Si sono concentrati sull'acquisto di sottomarini classe Kilo, di cacciatorpediniere classe Sovremennij. In teoria dovrebbero servire alla Cina non solo a riprendersi Taiwan, ma anche a proteggere le rotte marittime per le quali transita l'80% delle importazioni petrolifere cinesi, e a proiettare influenza sul Mare Cinese Meridionale e sul Pacifico.

oD: I russi lo scorso anno erano molto preoccupati quando l'Esercito di Liberazione del Popolo ha condotto grandi esercitazioni militari a nord.

Bobo Lo: L'ossessione per la sicurezza dell'Estremo Oriente russo riflette paranoie, non realtà. L'Estremo Oriente russo non figura di certo sulla lista delle priorità militari della Cina.

Per quanto concerne Taiwan, l'Esercito cinese non è ancora in grado di prendere l'isola, anche senza l'intervento degli Stati Uniti. La sua strategia a lungo termine è alzare i costi di un possibile intervento americano. Ma è una prospettiva lontana.

Nel frattempo non va dimenticato che a Shanghai vive un milione di taiwanesi e che Taiwan è un grande investitore in Cina. Gli uomini d'affari taiwanesi trainano l'economia della Cina sudorientale. Forse un giorno vedremo un'integrazione pacifica di Taiwan nella Cina continentale.

Più in generale, Pechino capisce che il modo migliore per diventare una superpotenza globale è con mezzi pacifici. Se ricorresse all'azione armata rischierebbe una sonora sconfitta che potrebbe portare al crollo del regime comunista. I rischi sono enormi.

Si ha una visione un po' isterica dei cinesi. Ma sono persone piuttosto pragmatiche.

Vogliono effettivamente dialogare, non perché sono “gentili”, ma perché il dialogo costruttivo è la via più efficace per raggiungere i loro obiettivi.

L'asse della convenienza

oD: Vede possibili fattori destabilizzanti nelle relazioni tra Cina e Russia?

Bobo Lo: Il fatto che la Cina abbia un'economia molto più dinamica della Russia produrrà, nel tempo, una tensione crescente tra i due paesi. Per esempio, i russi non prenderanno bene la crescente influenza cinese in Asia Centrale. Tuttavia queste tensioni non porteranno allo scontro. Credo che i russi reagiranno all'ascesa cinese muovendosi verso il centro di gravità occidentale, in dieci anni e forse anche prima. Sarà interessante vedere come reagirà a questo la leadership di Pechino. Pechino è abbastanza intelligente da evitare reazioni eccessive, ma una certa freddezza nelle relazioni con la Russia sarà inevitabile.

Nel mio prossimo libro definisco la loro relazione “asse della convenienza”. I paesi si sono avvicinati sulla base di interessi, più che idee, comuni. Ma gli interessi cambiano.

oD: Quando guarda a queste due grandi imperi comunisti del XX secolo, quali parallelismi vede? Quali parallelismi ci sono tra il pluralismo gestito della Cina e la democrazia sovrana della Russia?

Bobo Lo: È fuorviante vedere un qualche tipo di consenso autoritario. La Cina e la Russia sono molto diverse tra loro, anche se entrambe respingono le interferenze esterne da parte di regimi sovranazionali. Perché? Non solo perché credono nella nozione westfaliana del primato dello stato-nazione, ma perché è il modo migliore per raggiungere certi obiettivi. La leadership cinese non vuole che l'Occidente interferisca esprimendo giudizi sui diritti umani perché ciò potrebbe erodere la legittimità del regime. I cinesi si sentono a disagio su questo, come i russi. Dunque ha senso far tatticamente causa comune con altri paesi che la pensano più o meno allo stesso modo. Ma questo non vuol dire che la Russia e la Cina la pensino allo stesso modo in senso più ampio e strategico. I russi ricchi mandano i propri figli a studiare a Londra, non in Cina. I figli dei dirigenti cinesi studiano negli Stati Uniti, non i Russia. Dunque, quando si parla di convergenza sino-russa, sì, esiste fino a un certo punto, per il raggiungere obiettivi specifici. Ma non c'è alcun senso di profonda consonanza. Si tratta di interessi, non di valori.

oD: Lasciando correre per un momento la fantasia: cosa vedremo prima, una Cina democratica o una Russia democratica?

Bobo Lo: Difficilissimo prevederlo. Nonostante le tendenze autoritarie che abbiamo osservato in Russia negli ultimi anni, resta una società più democratica e pluralista della Cina. Mentre l'economia della Cina diventerà sempre più liberista, il suo sviluppo politico e sociale sarà un processo molto lento. Non credo che i media occidentali riconoscano abbastanza alla leadership cinese i progressi degli ultimi anni. Ma è comprensibile. Secondo i criteri occidentali, la Cina appare come un sistema chiuso e repressivo, mentre la Russia al confronto sembra più aperta. Tornando alla fantasia, anche se non prevedo che nessuno dei due paesi possa diventare in tempi brevi democratico nel senso in cui lo intendiamo, scommetterei che sarebbe la Russia, non la Cina, a democratizzarsi per prima.

oD: Prima delle Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi la Russia avrà gli stessi problemi di immagine che la Cina sta avendo ora per il Tibet?

Bobo Lo: La Russia non ha un problema come il Tibet. Benché l'instabilità nel Caucaso settentrionale sia un problema sempre presente, la Cecenia non è più sotto i riflettori della pubblica discussione. La bellezza della Cecenia dal punto di vista di Mosca è che dopo l'11 settembre i ribelli ceceni sono diventati sinonimo di terroristi. Invece la percezione dei tibetani è quella di un popolo amante della libertà, spirituale, che non farebbe male a una mosca. Di fatto, per gli standard cinesi, la autorità si sono molto moderate nella reazione alle manifestazioni tibetane. Ma neanche i migliori esperti di pubbliche relazioni del mondo possono mettersi contro Richard Gere, Brad Pitt e il Dalai Lama. I ceceni non hanno nessuno così.

oD: Infine, possiamo ritornare alla questione del nuovo presidente russo? Sarà un peso massimo come Vladimir Putin?

Bobo Lo: Penso che sia sbagliato pensare in termini di Putin contro Medvedev. Hanno bisogno l'uno dell'altro. Putin ha lasciato la presidenza perché gli piace dare l'impressione della legalità. Anche se non pratica lo stato di diritto come noi lo intendiamo, intende osservare le convenzioni legali. Così può affermare di essere il difensore della costituzione. Allo stesso tempo, però, Putin vuole restare la figura politica domincante della Russia. E questo sarà possibile perché ha scelto come successore il candidato più debole possibile. Medvedev ha bisogno di Putin per restare in carica almeno un paio d'anni. Putin ha bisogno di Medvedev per creare un'illusione di legalità e di democrazia. È un rapporto che dovrebbe funzionare bene.

Quanto durerà. Per un tempo sorprendentemente lungo. Prevedo che Medvedev possa restare in carica non per un solo mandato, ma forse perfino per due. Non è detto che Putin ritorni nel 2012 con la carica di presidente. Le sue recenti manovre politiche gli hanno dato una sorta di legittimità, che è quello di cui ha bisogno. Come capo del partito di governo e primo ministro, potrà dire di guidare la Russia verso una direzione più democratica e lontano da un sistema apertamente presidenziale. Può presentarla così. Molti non ci cascheranno. Ma molti altri resteranno al suo fianco. A Occidente c'è già una gran varietà di opinioni sulla Russia: i giornalisti tendono a essere cinici e ambivalenti; i politici deplorano molto di ciò che sta accadendo; ma gli affari vanno alla grande. Sì, prende per la gola le compagnie energetiche straniere con i contratti, ma si fanno comunque un sacco di soldi.


[1] http://www.cfr.org/publication/10883/?

[2] http://www.google.com/search?q=cache:lpb43NPN2CMJ:diplomacy.shu.edu/academics/

journal/resources/journal_dip_pdfs/journal_of_diplomacy_vol8_no1/

13-Weinstein.pdf+collective+security+treaty+organisation&hl=en&ct=clnk&cd=9

[3] http://www.guardian.co.uk/business/2005/may/26/businessqandas.oilandpetrol


Bobo Lo dirige i programmi su Russia e Cina del Centre for European Reform.

Originale da: www.opendemocracy.net

Articolo originale pubblicato il 20 maggio 2008

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giovedì, maggio 29, 2008

Medvedev si volge alla Cina

Medvedev si volge alla Cina
M. K. Bhadrakumar

La Cremlinologia è nuovamente di moda. Esperti e analisti sono tornati a osservare con la lente d'ingrandimento le mosse del Cremlino alla ricerca di indizi sulla direzione della politica russa sotto il nuovo presidente Dmitrij Medvedev.

Ai tempi dell'Unione Sovietica accadeva spesso che nelle analisi esasperate e febbrili degli esperti stranieri l'ovvio venisse accantonato a favore di allettanti interpretazioni su uomini e topi. La storia potrebbe ripetersi?

Si è detto molto sulla scelta di Kazakistan e Cina come prime destinazioni dopo l'insediamento avvenuto il 7 maggio scorso. Si è trattato di un segnale alle capitali occidentali? Mosca ha liquidato questa interpretazione. Un importante commentatore politico moscovita [Dmitrij Kosyrev, N.d.T.] ha osservato: “La cosa migliore sarebbe andare a Oriente e a Occidente contemporaneamente, ma questo è impossibile”.

Tuttavia questa spiegazione disarmante tralascia il fatto che Medvedev ha effettivamente fatto una scelta, andando a Pechino passando per Astana. Otto anni fa, nel 2000, quando Putin si recò all'estero per la prima volta come presidente della Russia, andò a Londra passando per la Bielorussia. All'epoca Mosca fece capire che c'era un potente simbolismo nella scelta di Putin, a comunicare che la Russia voleva legami più stretti con l'Occidente.

Così, nel maggio del 2003, il primo viaggio all'estero del presidente cinese Hu Jintao lo portò a Mosca. Il quotidiano governativo China Daily ha commentato, all'arrivo di Medvedev a Pechino: “Il primo viaggio all'estero di un capo di stato dovrebbe costituire sempre una mossa calcolata attentamente. Si suppone che il paese visitato sia importante per le relazioni esterne del suo paese. Non c'è da meravigliarsi che la visita di due giorni di Medvedev in Cina abbia suscitato tanto interesse... Chiaramente i nuovi governanti dei due paesi hanno messo le loro relazioni bilaterali in cima ai loro programmi politici in materia di affari esteri”.

Cooperazione pragmatica
Il commento cinese affermava l'ovvio enfatizzando il contenuto bilaterale della visita di Medvedev. Anzi, l'assistente del ministro degli esteri cinese Li Hui ha detto in una conferenza stampa che la visita di Medvedev avrebbe avuto quattro “obiettivi”: uno, instaurare un'“amicizia professionale e personale” a livello di leadership; due, sovrintendere alla cooperazione bilaterale in termini pratici; tre, aumentare la fiducia politica ed estendere il reciproco supporto su “questioni che riguardano la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale”; quattro, approfondire la “cooperazione pragmatica”.
Il quarto “obiettivo”, la cooperazione pragmatica, coglie l'essenza del cosiddetto partenariato strategico tra i due paesi. La Cina non avrebbe problemi nel sapere che la Russia è stata e resterà essenzialmente occidentocentrica (che è diverso dall'essere “filo-occidentale”). Più di due terzi della popolazione russa vivono nella parte europea e il centro del suo potere economico e politico si trova lì.

Ma questo non toglie al costante interesse della Russia per la Cina, che è naturale e storico per questioni di vicinanza e confini e oggi si fonde pragmaticamente con gli imperativi della fenomenale ascesa della Cina. Al contempo, la Russia si rende conto di essere solo una tra le grandi potenze seriamente impegnate in un dialogo con la Cina, e non può ambire a un ruolo privilegiato.

Appena si è concluso il viaggio di due giorni di Medvedev in Cina, il neo-eletto presidente sudcoreano, il “filoamericano” Lee Myung-bak è arrivato a Pechino per una visita di quattro giorni. Nel suo itinerario la Cina veniva dopo gli Stati Uniti e il Giappone. Il volume degli scambi tra la Corea del Sud e la Cina è quattro volte quello tra Cina e Russia.

I due paesi stanno negoziando un accordo sul libero scambio. La Cina spera di collaborare con la Corea del Sud nel mettere a punto un meccanismo di sicurezza regionale per la regione Asia-Pacifico. Da parte sua, il lunedì successivo Mosca aveva già cominciato a rivolgere la propria attenzione a Occidente, verso Bruxelles, dove i ministri degli esteri dell'Unione Europea hanno finalmente annunciato l'inizio dei negoziati con la Russia su un nuovo partenariato strategico e un accordo di cooperazione.

Si prevede che i colloqui possano cominciare al summit UE-Russia che si terrà in Siberia, a Chanty-Mansijsk, il 26-27 giugno. Mosca sta ascoltando con molta attenzione i nuovi segnali di realismo che vengono da Bruxelles, con l'Europa Vecchia e quella Nuova che auspicano entrambe nuovi rapporti di collaborazione con la Russia. Come ha scritto Jonathan Steele del Guardian di Londra, “Il fatto è che l'interazione tra la Russia e l'Unione Europea è destinata a proseguire in tutti questi settori, comunque vengano etichettati”.

Attriti nella cooperazione
Mosca dovrebbe anche preoccuparsi che si siano manifestati degli attriti in due settori dei suoi rapporti con la Cina che sono fondamentali per sostenere il partenariato strategico. Innanzitutto, i rapporti energetici. L'applicazione dei contratti multimiliardari di fornitura energetica firmati nel 2006 è entrata in una fase difficile. La compagnia russa Rosneft sta minacciando di recidere il contratto se la Cina non acconsentirà a un aumento dei prezzi.

Questo potrebbe complicare anche la firma di un nuovo accordo per la fornitura alla Cina di 50 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2010-2015. A sua volta, questo mette in forse l'efficacia della tratta cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO), che la Russia sta costruendo. In un'intervista rilasciata ai giornalisti cinesi a Pechino prima di ripartire per Mosca, Medvedev ha detto che la Russia e la Cina hanno raggiunto un “accordo basilare” sull'ESPO e che i negoziati sul prezzo del petrolio sono “quasi completati”. Esprimendo disponibilità ad avviare nuove raffinerie in Cina, ha detto che la cooperazione con la Cina per il gas naturale è anch'essa “in fase di discussione”. Ma la visita non ha dato risultati concreti.

La radice del problema nella cooperazione energetica sta nella determinazione della Russia a espandere il proprio mercato europeo, perché è lì che stanno i soldi. Diversamente dagli europei, la Cina mira continuamente a ottenere prezzi scontati. E poi i giacimenti della Russia si trovano per lo più nella Siberia Occidentale, che è più vicina all'Europa che alla Cina. L'attuale sistema di trasporto dell'energia è anch'esso orientato pesantemente verso il mercato europeo. La priorità della Russia è comprare asset downstream (cioè relativi alle attività che si trovano a valle dell'esplorazione e della produzione) in Europa. Tutto sommato la Cina è ancora lontana dal diventare un mercato alternativo per le esportazioni energetiche russe, e questo a sua volta scoraggia la Russia a investire in progetti incentrati sulla Cina. Medvedev in Cina ha detto che la Shanghai Cooperation Organization (SCO) dovrebbe elaborare “nuove direzioni di cooperazione” nel campo dell'energia. La Cina e la Russia sono le due nazioni guida della SCO, che comprende anche il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan.

Il secondo punto debole della cooperazione Russia-Cina riguarda la cooperazione militare. Il fatto è che negli ultimi due anni la commissione bilaterale Russia-Cina sulla cooperazione militare non si è riunita neanche una volta. La visita in Cina del ministro della difesa russo Anatolij Serdjukov è stata ripetutamente rinviata. Al momento, le compagnie russe non registrano ordini dalla Cina. Insomma, la Cina ha smesso di comprare armi dalla Russia.

La Russia post-sovietica riforniva più del 90% delle importazioni di armi della Cina, e la Cina costituiva il 39% delle esportazioni russe. Nel 2007 la Cina era il maggiore importatore di armi russe. Oggi, invece, non ci sono ordini significativi. A quanto pare la Cina sta segnalando il proprio scontento. Il fatto è che per una serie di ragioni la Russia è riluttante a fornire alla Cina sistemi d'arma modernissimi come lanciafiamme a razzo, bombardieri a lungo raggio, sottomarini a propulsione nucleare, ecc. La Cina avrà anche notato che la Russia non ha simili remore a fornire sistemi d'arma sofisticati all'India.

Un commentatore russo [Nikita Petrov, N.d.T] ha scritto: “Questa cautela [russa] non è piacevole per la Cina, che ha suggerito alla Russia di pensare al futuro della cooperazione tecnica militare bilaterale. Gli accordi militari bilaterali si sarebbero azzerati rapidamente se l'Europa non avesse bandito la fornitura di armi e tecnologie militari avanzate alla Cina”.

Curiosamente la Russia non sembra essere eccessivamente turbata da questo calo delle consegne e degli ordini. Si può supporre che abbia già cominciato ad assicurarsi le ordinazioni di altri paesi per compensare la “perdita” del mercato cinese. Il capo del servizio federale russo per la cooperazione tecnica e militare, Michail Dmitriev, ha dichiarato lo scorso dicembre che la Russia si era assicurata ordini per il valore di 32 miliardi di dollari da diversi paesi, compresi nuovi mercati come l'Algeria, l'Indonesia e il Venezuela. Non ci sono chiare indicazioni che i colloqui di Medvedev a Pechino abbiano risolto le divergenze che ostacolano la cooperazione Russia-Cina.

La Russia corteggia la Cina
Finora l'esito più notevole della visita di Medvedev in Cina riguarda un accordo nucleare. La Russia si è assicurata contratti per più di 1,5 miliardi di dollari che comprendono la costruzione di due reattori VVER (Vodo-Vodjanoj energitičeskij reaktor)-1000 e di una centrifuga a gas in Cina, oltre alla fornitura da parte della Russia di servizi di arricchimento dell'uranio e alla realizzazione di un reattore nucleare veloce auto-fertilizzante ad alta capacità.

È significativo che la Russia abbia acconsentito a condividere con la Cina per la prima volta l'alta tecnologia delle centrifughe a gas prodotte in segreto nell'impianto di Kovrov nella regione di Vladimir. Il contratto prevede che la Russia fornisca alla Cina sei milioni di ULS (unità di lavoro separativo) di uranio a basso arricchimento, una quantità importante. (la capacità di arricchimento globale dell'uranio corrisponde attualmente a 36 milioni di ULS)

La visita di Medvedev in Cina sottolinea che la Russia la sta corteggiando. Mosca ha dimostrato il proprio appoggio alla Cina contro le pressioni occidentali sul Tibet. Mosca ha generosamente inviato i propri soccorsi alle vittime del terremoto in Cina. Sullo sfondo del crescente raffreddamento dei rapporti con l'Occidente, Mosca sente la necessità di rafforzare l'intesa strategica con Pechino. La dichiarazione congiunta diffusa dopo la visita di Medvedev afferma fortemente una posizione comune tra i due paesi sul sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti, le tattiche di pressione degli Stati Uniti sui diritti umani, il programma nucleare iraniano, la militarizzazione dello spazio, ecc. Durante un discorso tenuto all'Università di Pechino, Medvedev ha detto: “La cooperazione Russia-Cina sta ora diventando un fattore cruciale per la sicurezza internazionale, un fattore senza il quale sarebbe impossibile prendere decisioni fondamentali attraverso la cooperazione internazionale”.

Resta però il fatto che la convergenza normativa nel partenariato strategico russo-cinese mira a conseguire obiettivi specifici e interessi condivisi e non riguarda i valori. Adesso l'attenzione è tutta per il vertice annuale della SCO che si terrà in agosto a Dušanbe, Tagikistan.

Per ora tutto bene. Ma l'enorme squilibrio negli scambi bilaterali (con la Russia che fornisce sempre più materie prime e la Cina che esporta prodotti industriali), il crollo delle vendite nel settore militare russo e l'impasse nella cooperazione energetica sono sviluppi negativi che hanno indubbiamente introdotto un elemento di freddezza nei legami bilaterali. Come ha commentato sardonico il commentatore politico di RIA Novosti, “È difficile capire cosa fare adesso: investire di più nelle reciproche economie, continuare la cooperazione nel settore spaziale (abbiamo programmi per la Luna, Marte e Phobos), fare film insieme, tradurre più libri? E faremo tutte queste cose insieme, contemporaneamente?"

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JE29Ag01.html

Originale pubblicato il 28 maggio 2008

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lunedì, maggio 19, 2008

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

La visita in India di Ahmadinejad: un momento determinante

M.K. Bhadrakumar

Le Cassandre indiane avevano ammonito il paese che il mondo ci avrebbe considerati volubili e poco seri se avessimo dialogato con l'Iran. Dicevano che l'immagine dell'India era destinata a crollare se avessimo discusso con l'Iran in modo costruttivo e in uno spirito di cooperazione. Questo succedeva poco più di una settimana fa e sembra già distante anni luce. Sarà interessante osservare quello che accadrà nelle prossime settimane. È altamente probabile che la comunità internazionale capirà la correzione di rotta della nostra politica nei confronti dell'Iran.

La visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad a Delhi, per quanto breve, è stata determinante. Innanzitutto l'India e l'Iran si gettano alle spalle l'indifferenza che ha caratterizzato le loro relazioni bilaterali negli anni 2005-2007. La visita di Ahmadinejad segnala il desiderio dell'Iran di incentivare i propri legami con l'India e sottolinea la nostra decisione di porre fine a un infelice interregno caratterizzato da una visione neoconservatrice dell'Iran filtrata attraverso il prisma della nostra “alleanza di valori” con gli Stati Uniti.

Naturalmente sarebbe stato preferibile che il presidente si fermasse più a lungo in India e che le leadership dei due paesi tenessero una conferenza stampa congiunta. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per questo. Ciò che importa per ora è che Nuova Delhi si è riavvicinata in punta di piedi alla comunità internazionale, secondo la quale si dovrebbe permettere all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di terminare il suo lavoro sulla questione nucleare iraniana. Gli Stati Uniti sono così ostacolati nella loro volontà di imporre sanzioni punitive all'Iran.

Anzi, perfino negli Stati Uniti si sta facendo strada un ripensamento. A una tavola rotonda svoltasil il 27 marzo scorso, cinque ex-segretari di stato – Henry Kissinger, James Baker, Warren Christopher, Madeline Albright e Colin Powell – hanno raggiunto il consenso sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero aprire una linea di dialogo con l'Iran. Albright ha enfatizzato l'importanza di trovare un “terreno comune”; Christopher ha sollecitato i diplomatici americani a esplorare i possibili contatti; Baker ha suggerito che il dialogo potrebbe incentrarsi su un dilemma comune – “un Iraq disfunzionale non sarebbe nell'interesse dell'Iran, hanno tutti i motivi per aiutarci come hanno fatto in Afghanistan”; Kissinger ha invocato una linea di comunicazione aperta e “incondizionata”; Powell ha paragonato il potenziale dialogo con le difficili visite da lui compiute in Iran – “Non sono sempre visite piacevoli, ma va fatto”. Un altro ex-segretario di stato, Zbigniew Brzezinski, sostiene da molto tempo la necessità di dialogare in modo costruttivo con l'Iran.

Gli opinionisti indiani, dunque, non devono temere gli Stati Uniti se l'India decide di instaurare rapporti di amicizia con l'Iran. Di fatto, lo stratagemma statunitense volto a isolare l'Iran si è dimostrato inefficace. I regimi arabi “filoamericani” hanno cercato un accordo con l'Iran. La Turchia collabora con l'Iran sulle questioni della sicurezza regionale. L'Iran ha sventato i tentativi americani di provocare un cambio di regime a Teheran. Nel frattempo la posizione difficile degli Stati Uniti in Iraq ha aumentato l'influenza dell'Iran nella regione. Nuova Delhi ha dunque valutato bene la correlazione tra le forze nella regione.

Un secondo aspetto emerso durante la visita di Ahmadinejad è il riconoscimento da parte dell'India della “fattibilità” del progetto del gasdotto iraniano. Ed era ora. C'è poi ragione di credere che l'accordo LNG [per l'importazione di gas naturale liquefatto, N.d.T.] con l'Iran sia ancora realizzabile. L'accorgo LNG ha un ruolo cruciale nel dare slancio alla cooperazione indo-iraniana. Teheran dovrebbe rendersi conto che non si tratta solo di cooperazione energetica. Senza dubbio l'accordo incentiverà l'espansione della cooperazione economica bilaterale. Dunque è possibile dire, in una prospettiva storica, che tenendo conto di tutti i fattori – l'innalzamento del prezzo del greggio; il crescente surplus di capitali dell'Iran per gli investimenti; il suo programma di privatizzazioni; il consolidamento e la stabilità del regime iraniano; le preoccupazioni dell'India in materia di sicurezza energetica; e la comparsa di compagnie indiane come entità multinazionali – la cooperazione indo-iraniana si trova a un punto di svolta.

L'Iran è una figura fondamentale sullo scacchiere della sicurezza energetica. Il paradosso è che la diminuzione della dipendenza dell'Europa dall'energia russa è uno dei pilastri della politica transatlantica di Washington. Ma questo non è possibile a meno che l'Europa non acceda all'energia iraniana. Qui il tempo è un fattore essenziale, giacché l'Iran nei prossimi mesi si troverà a prendere decisioni molto importanti. Proprio il progetto Nabucco appoggiato dagli Stati Uniti – che prevede di trasportare il gas europeo attraverso la Turchia – potrebbe garantire all'Iran l'integrazione con l'Occidente. Al contempo, Ahmadinejad è interessato al progetto di una rete energetica che coinvolga Russia, Cina, India e Pakistan.

Nel frattempo, i paesi centro-asiatici produttori di gas – Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan – si sono accordati per passare ai prezzi europei nei loro contratti con la russa Gazprom. E ancora: di recente l'Iran ha chiesto formalmente di aderire alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO). Inoltre ha preso l'iniziativa di creare un cartello di paesi produttori di gas sul modello dell'OPEC. Questo cartello potrebbe essere costituito al settimo incontro ministeriale del Forum dei paesi produttori di gas che si terrà a Mosca questo mese. Lo scenario peggiore per gli Stati Uniti sarebbe che l'Iran e la Russia si accordassero per coordinare le proprie politiche energetiche e magari dividersi il mercato del gas. Qui è in ballo niente meno che il ruolo di leader transatlantico degli Stati Uniti. Di certo l'Iran gioca una posta molto alta nella strategia globale statunitense. Questo spiega perché Washington insista sul fatto che l'Iran può avere interessi in gioco nel sistema internazionale solo se ciò avviene nell'ambito della strategia statunitense.

Un terzo aspetto è che la visita di Ahmadinejad dovrebbe ispirarci un po' di lungimiranza. Abbiamo sempre riconosciuto che l'Iran è una potenza regionale. Il numero di abitanti dell'Iran e il suo tasso di crescita demografica, l'attuale stadio di sviluppo economico e le profonde capacità intellettuali sono tutti fattori che aumentano il suo prestigio in quanto potenza regionale. Inoltre la posizione geografica dell'Iran lo rende un protagonista di peso nelle regioni circostanti: il Golfo Persico e l'Asia Occidentale, il Caucaso, il Caspio, l'Asia Centrale e Meridionale. Ecco perché gli scambi indo-iraniani hanno sempre assunto un carattere molto ampio. Quella tradizione va ripristinata.

Valutando i colloqui con Ahmadinejad, il ministro degli esteri Shiv Shankar Menon ha detto con la tipica moderazione che il progetto del gasdotto tra Iran, Pakistan e India ha le potenzialità per essere uno strumento di costruzione della fiducia tra i tre paesi. È una valutazione puntuale, senza orgoglio né pregiudizio, della geopolitica della regione. Ma come dovrebbe fare in simili circostanze ogni seria potenza regionale, l'India deve anche saper guardare avanti e individuare il modo per imprimere un effetto moltiplicatore alla spinta fornita dal progetto IPI. La proposta di Pechino a Tokyo di creare un gasdotto sottomarino estendendo il cosiddetto “Corridoio energetico Est-Ovest” (tra lo Xinjiang e Shanghai), attualmente in fase di costruzione, dall'Asia Caspica e Centrale alla Cina, è un esempio affascinante di come sia possibile pianificare con lungimiranza il futuro. L'idea è che due paesi potenzialmente rivali cooperino nel settore della sicurezza energetica in un'iniziativa di stabilità regionale. Forse i nostri vicini – lo Sri Lanka, il Nepal, il Bhutan e la China – possono essere coinvolti nel gasdotto Iran-Pakistan-India. In ogni caso, l'India deve sfruttare il suo ruolo di paese di transito per l'energia. È un'opportunità troppo buona per lasciarsela scappare.

Insomma, è tempo che New Delhi comprenda che la SCO ha guadagnato una notevole forza di attrazione. L'Ucraina, la Bielorussia, il Nepal, lo Sri Lanka, l'Australia e la Nuova Zelanda, tra gli altri, fanno la fila per instaurare legami con la SCO. La Turchia mira a farne parte. L'Iran e il Pakistan, che hanno già lo status di “osservatori”, sono interessati a diventarne membri a tutti gli effetti. Anche noi dobbiamo considerare seriamente la questione dell'adesione. La nostra politica per l'Asia Centrale non dovrebbe continuare a essere un'appendice della strategia per la “Grande Asia Centrale” degli Stati Uniti, altro lascito neoconservatore.

L'IPI può creare un nuovo contesto di cooperazione regionale tra India e Pakistan. Dovremmo elaborare progetti all'interno della SCO per sviluppare rotte di trasporto tra l'Asia Centrale e l'Asia Meridionale. La SCO è desiderosa di infondere nuove energie al suo “Gruppo di Contatto” con l'Afghanistan. È probabile che la Cina e gli stati centro-asiatici siano molto interessati a questi progetti della SCO. L'Afghanistan potrebbe diventare il fulcro dei collegamenti della SCO. Una ricaduta politica potrebbe essere un'iniziativa regionale sotto gli aspici della SCO per stabilizzare la situazione afghana. È spaventoso che gli stati della regione abbiano lasciato che gli Stati Uniti trasformassero l'Afghanistan in un laboratorio per testare l'efficienza della NATO.

Queste modalità di cooperazione tra India e Iran rafforzerebbero la stabilità e la sicurezza regionale, oltre ad archiviare episodi negativi del nostro passato. Naturalmente questo comporta che si abbandonino le ossessioni “euro-atlantiste” e ci si concentri invece sulla regione nella quale viviamo. Le nostre Cassandre devono abituarsi all'idea che il dialogo India-Iran ha grandi potenzialità. Il problema è che, come rospi in un pozzo, vedono solo un piccolo lembo di cielo: lo vedono pieno di stelle e strisce, e pensano che tutto il cielo sia così.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: The Hindu

Articolo originale pubblicato il 10 maggio 2008.

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mercoledì, aprile 23, 2008

L'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

Cina e America: l'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

di Michel Chossudovsky

La questione dei diritti umani è diventata il cavallo di battaglia della disinformazione mediatica.

La Cina non è un paese modello per quanto riguarda i diritti umani ma non lo sono neanche gli Stati Uniti e il loro indefettibile alleato britannico, responsabili di molti crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in Iraq e in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati, che promuovono la tortura, gli omicidi politici e la creazione di campi di detenzione segreti, continuano a essere presentati all'opinione pubblica come un modello di democrazia occidentale da emulare, contrariamente alla Russia, all'Iran, alla Corea del Nord e alla Repubblica Popolare Cinese.

Due pesi e due misure
Mentre si mettono in evidenza le presunte violazioni dei diritti umani della Cina in Tibet, non si fa parola della recente ondata di uccisioni in Iraq e in Palestina. I media occidentali hanno a malapena ricordato il quinto “anniversario” della “liberazione” dell'Iraq e il bilancio delle uccisioni e delle atrocità perpetrate dagli Stati Uniti contro un'intera popolazione nel nome di una “guerra globale al terrorismo”.

Ci sono stati più di 1,2 milioni di morti tra i civili iracheni, e 3 milioni di feriti. Secondo le cifre dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) 2,2 milioni di profughi iracheni sono fuggiti dal loro paese e 2,4 milioni sono sfollati al suo interno:

“La popolazione dell'Iraq al momento dell'invasione statunitense nel marzo del 2003 era all'incirca di 27 milioni, e oggi è circa di 23 milioni. Un semplice calcolo aritmetico indica che attualmente più di metà della popolazione irachena è sfollata, bisognosa di assistenza, ferita o morta”. (Dahr Jamail, Global Research, December 2007)

Lo scacchiere geopolitico
Dietro la campagna contro il governo cinese ci sono profondi e radicati obiettivi geopolitici.

I piani di guerra di Stati Uniti, NATO e Israele contro l'Iran sono a uno stadio avanzato. La Cina ha legami economici ed estesi accordi di cooperazione militare bilaterale con l'Iran. Inoltre la Cina è anche un alleato della Russia, del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell'Uzbekistan nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Dal 2005 l'Iran fa parte della SCO con il rango di “osservatore”.

A sua volta la SCO ha legami con la Collective Security Treaty Organization (CSTO), un'intesa di cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan.

Nell'ottobre dello scorso anno la CSTO e la SCO hanno firmato un Memorandum di Intesa che ha gettato le basi di una cooperazione militare tra le due organizzazioni. Questo accordo tra SCO e CSTO, a malapena citato dai mezzi di informazione occidentali, comporta la creazione di un'alleanza militare a tutti gli effetti tra la Cina, la Russia e gli altri stati membri di SCO/CSTO. Vale la pena di notare che la SCTO e la SCO nel 2006 hanno effettuato esercitazioni militari congiunte in coincidenza con quelle condotte dall'Iran. (Per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, Russia and Central Asian Allies Conduct War Games in Response to US Threats, Global Research, August 2006)
Nell'ambito dei piani di guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti mirano anche a indebolire gli alleati dell'Iran, in particolare la Russia e la China. Nel caso della Cina, Washington sta cercando di mettere in crisi i legami bilaterali con Teheran e l'avvicinamento di quest'ultima alla SCO, che ha il proprio quartier generale a Pechino.

La Cina è un alleato dell'Iran. L'intento di Washington è quello di usare le presunte violazioni dei diritti umani di Pechino come un pretesto per colpire la Cina, alleata con l'Iran.

Sotto questo aspetto, un'operazione militare diretta contro l'Iran può avere successo solo se viene colpita la struttura delle alleanze militari che legano l'Iran alla Cina e alla Russia. Il Cancelliere tedesco Otto von Bismarck lo capì benissimo con riferimento alla struttura delle alleanze militari rivali prima della prima guerra mondiale. La Triplice Alleanza era un accordo firmato nel 1882 tra la Germania, l'Impero Austro-Ungarico e l'Italia. Nel 1907 un accordo anglo-russo aprì la strada alla formazione della Triplice Intesa costituita da Francia, Regno Unito e Russia.

La Triplice Alleanza si concluse nel 1914 quando l'Italia si ritirò e si dichiarò neutrale, portando così allo scoppio della prima guerra mondiale.

La storia fa capire l'importanza delle alleanze militari contrapposte. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno cercando di minare la formazione di un'alleanza eurasiatica SCO-CSTO che sarebbe ben capace di sfidare e contenere l'espansionismo militare degli Stati Uniti e della NATO in Eurasia mettendo insieme il potenziale militare non solo di Russia e Cina, ma anche di varie ex-repubbliche sovietiche, tra cui la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakistan, il Tagikistan, l'Uzbekistan e il Kirghizistan.

Accerchiare la Cina
Con l'eccezione della sua frontiera settentrionale che confina con la Federazione Russia, la Mongolia e il Kazakistan, la Cina è circondata da basi militari statunitensi.

Il corridoio eurasiatico
Fin dall'invasione e occupazione dell'Afghanistan nel 2001, gli Stati Uniti mantengono una presenza militare sul confine occidentale della Cina, in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti mirano a costituire basi militari permanenti in Afghanistan, che occupa una posizione strategica confinando con le ex-repubbliche sovietiche, la Cina e l'Iran.

Inoltre a partire dal 1996 gli Stati Uniti e la NATO hanno anche stretto accordi militari con diverse ex-repubbliche sovietiche con il progetto GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan Azerbaigian e Moldavia). Dopo l'11 settembre Washington ha usato il pretesto della “guerra globale contro il terrorismo” per sviluppare ulteriormente la presenza militare degli Stati Uniti nei paesi del GUUAM. L'Uzbekistan si è ritirato dal GUUAM nel 2002. (Adesso l'organizzazione si chiama GUAM).

La Cina ha interessi petroliferi in Eurasia come pure nell'Africa sub-sahariana, e questi interessi sono in conflitto con gli interessi petroliferi anglo-americani.

La posta in gioco è il controllo geopolitico del corridoio eurasiatico.

Nel marzo del 1999 il Congresso degli Stati Uniti adottò il Silk Road Strategy Act (Documento Strategico per la Via della Seta) che definiva i vasti interessi economici e strategici dell'America in una regione che andava dal Mediterraneo Orientale all'Asia Centrale. La Silk Road Strategy (SRS) delinea un quadro di sviluppo dell'impero finanziario americano lungo un esteso corridoio geografico.

Il successo della SRS richiede la contestuale “militarizzazione” del corridoio eurasiatico come strumento per assicurarsi il controllo sulle grandi riserve di gas e greggio e per “proteggere” le rotte dell'energia e i corridoi commerciali. Questa militarizzazione è soprattutto condotta contro la Cina, la Russia e l'Iran.

La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia che, dopo l'11 settembre, consiste nella proiezione “su diversi fronti”.

Inoltre dopo la fine della Guerra Fredda la Cina resta il potenziale obiettivo di un attacco nucleare preventivo degli Stati Uniti.

Nella Nuclear Posture Review (NPR) del 2002, la Cina e la Russia sono identificate, insieme a una lista di “stati canaglia”, come i potenziali obiettivi di un attacco nucleare preventivo messo in atto dagli Stati Uniti. La Cina viene definita dalla NPR come “un paese che potrebbe essere coinvolto in una contingenza immediata o potenziale”. In particolare, la Nuclear Posture Review cita uno scontro militare sullo status di Taiwan come uno degli scenari che potrebbero indurre Washington a impiegare armi nucleari contro la Cina.

La Cina è stata accerchiata: l'esercito degli Stati Uniti è presente nel Mare Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan, nella Penisola Coreana e nel Mar del Giappone, come pure all'interno dell'Asia Centrale e sul confine occidentale della regione autonoma cinese dello Xinjiang-Uigur. Inoltre, sempre per quanto riguarda l'accerchiamento della Cina, “il Giappone ha gradualmente uniformato e armonizzato le sue politiche militari con quelle degli Stati Uniti e della NATO”. (Si veda Mahdi Darius Nazemroaya, Global Military Alliance: Encircling Russia and China, Global Research, 10 May 2007)

Indebolire la Cina dall'interno: supporto clandestino ai movimenti secessionisti
Coerentemente con la sua politica volta a indebolire e minare la Repubblica Popolare Cinese, Washington appoggia i movimenti secessionisti del Tibet e della regione autonoma dello Xinjiang-Uigur, che confina con il Pakistan nord-orientale e l'Afghanistan.

Nello Xinjiang-Uigur i servizi segreti pachistani (ISI), collegati con la CIA, appoggiano diverse organizzazioni islamiche. Queste ultime comprendono il Partito Riformista Islamico, l'Alleanza per l'Unità Nazionale del Turkestan orientale, l'Organizzaione uigura per la Liberazione e il Partito uiguro del Jihad Centro-Asiatico. Varie di queste organizzazioni islamiche hanno ricevuto supporto e addestramento da Al Qaeda, che è una struttura di intelligence sponsorizzata dagli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di queste organizzazioni islamiche con base in Cina è la “costituzione di un califfato islamico nella regione” (per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, America's War on Terrorism, Global Research, Montreal, 2005, Chapter 2).

“Il califfato integrerebbe l'Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan (Turkestan Occidentale) e la regione autonoma uigura (Turkestan Orientale) in un'unica entità politica.
Il 'progetto del califfato' va contro la sovranità territoriale cinese. Supportato da varie 'fondazioni' wahabite dei paesi del Golfo, il separatismo sul confine occidentale della Cina è ancora una volta coerente con gli interessi strategici degli Stati Uniti nell'Asia Centrale.
Intanto un potente gruppo di pressione negli Stati Uniti fa arrivare il proprio supporto alle forze separatiste del Tibet.
Promuovendo tacitamente la secessione della regione dello Xinjiang-Uigur (con i servizi segreti pakistani come intermediari), Washington sta tentando di innescare un processo più ampio di destabilizzazione politica della Repubblica Popolare Cinese. Oltre a queste operazioni clandestine, gli Stati Uniti hanno creato basi militari in Afghanistan e in alcune ex-repubbliche sovietiche, proprio sul confine occidentale della Cina.
La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia”. (Ibid)

I disordini di Lhasa
I violenti disordini di metà marzo nella capitale del Tibet sono stati accuratamente orchestrati. Sono stati seguiti immediatamente da una campagna di disinformazione mediatica supportata da dichiarazioni politiche dei leader occidentali contro la Cina.

Ci sono elementi che fanno pensare che i servizi segreti statunitensi abbiano agito dietro le quinte in quella che vari osservatori hanno descritto come un'operazione attentamente premeditata. (Si veda sotto la nostra analisi).

I fatti di metà marzo a Lhasa non sono stati un movimento di protesta spontaneo e “pacifico” come hanno scritto i media occidentali. Le rivolte che hanno coinvolto una banda di criminali erano premeditate. Erano state attentamente pianificate. Gli attivisti tibetani in India legati al governo del Dalai Lama in esilio “hanno accennato al fatto che si aspettavano i disordini. Ma si rifiutano di elaborare come facessero a saperlo o chi vi avesse collaborato”. (Guerilla News)

Le immagini non suggeriscono tanto una manifestazione di protesta di massa quanto una rivolta guidata da poche centinaia di individui. I monaci buddisti sono stati coinvolti nei disordini. Secondo il China Daily (31 marzo 2008), dietro alle violenze c'era anche il Congresso della Gioventù Tibetana, con base in India, considerato dalla Cina un'organizzazione affiliata al Dalai Lama che pratica la linea dura. I campi d'addestramento del Congresso della Gioventù Tibetana sono finanziati dal National Endowment for Democracy (NED). (si veda il testo delle audizioni al Congresso sull'appoggio fornito dal NED al Congresso della Gioventù Tibetana)


VIDEO: i disordini in Tibet, cosa è veramente successo
I filmati confermano che sono stati colpiti, percossi e in alcuni casi uccisi dei civili. La maggior parte delle vittime era costituita da cinesi Han. Almeno dieci persone sono morte carbonizzate in seguito a incendi dolosi, secondo le dichiarazioni del governo del Tibet. Queste dichiarazioni sono state confermate dai resoconti dei testimoni oculari. Secondo un servizio del People's Daily:

“cinque commessi di un negozio di abbigliamento sono morti carbonizzati prima di riuscire a fuggire. Un uomo alto 1 metro e 70 di nome Zuo Yuancun è stato ridotto a brandelli di pelle carbonizzata e ossa. Un lavoratore migrante è stato colpito al fegato dai criminali. Una donna è stata percossa violentemente dagli aggressori e le è stato tagliato via un orecchio”. (People's Daily, March 22, 2008)

Nel frattempo i media occidentali descrivevano con disinvoltura i saccheggi e i roghi come una “manifestazione pacifica” repressa con la forza dalle autorità cinesi. Non ci sono notizie precise (né nelle fonti cinesi, né in quelle occidentali) sul numero di vittime causate dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia cinesi. I servizi occidentali indicano uno spiegamento nella capitale del Tibet di più di 1000 soldati e poliziotti a bordo di carri armati.

Sono stati attaccati esercizi e scuole, e incendiate auto. Secondo fonti cinesi ci sono stati 22 morti e 623 feriti. “I rivoltosi hanno incendiato più di 300 edifici, soprattutto case private, negozi e scuole, e hanno fatto a pezzi automobili e danneggiato strutture pubbliche”.

La pianificazione delle rivolte è stata coordinata con la campagna di disinformazione mediatica che accusava le autorità cinesi di avere istigato i saccheggi e i roghi. Il Dalai Lama ha accusato Pechino di aver “travestito da monaci le sue truppe” per dare l'impressione che dietro le rivolte ci fossero i monaci buddhisti. Le accuse si basavano su una fotografia risalente a quattro anni fa che ritrae dei soldati che si accingono a vestirsi da monaci per uno spettacolo (si veda il South China Morning Post, 4 aprile 2008).

“Il quotidiano continentale [il People's Daily] ha scritto che le forze di sicurezza che hanno spento le rivolte di Lhasa non avrebbero potuto indossare le uniformi mostrate nella fotografia perché si trattava di uniformi estive, inadatte al clima rigido di marzo.
Ha anche spiegato che la Polizia Armata del Popolo nel 2005 era passata alle nuove uniformi, caratterizzate dalle mostrine sulle spalle. Gli ufficiali armati mostrati nella foto indossavano le vecchie uniformi, abbandonate nel 2005... L'agenzia di stampa Xinhua ha detto che la fotografia era stata scattata durante uno spettacolo anni fa, quando i soldati prima di esibirsi avevano preso in prestito gli abiti dei monaci”. (Ibid)

L'accusa del Dalai Lama secondo la quale le autorità cinesi avrebbero istigato le rivolte, che è stata ripresa dalla stampa occidentale, è supportata dalla dichiarazione di un ex funzionario del Partito Comunista, Ruan Ming, che “afferma che il Partito Comunista Cinese ha orchestrato sapientemente i disordini in Tibet per costringere il Dalai Lama a dimettersi e per giustificare la futura repressione dei tibetani. Ruan Ming in passato scriveva i discorsi dell'ex-segretario generale del Partito Comunista Hu Yaobang”. (citato in The Epoch Times).

Il ruolo dei servizi segreti statunitensi
L'organizzazione dei disordini di Lhasa fa parte di uno schema coerente. Costituisce un tentativo di innescare conflitti etnici in Cina e fa gli interessi della politica estera statunitense.

Che parte hanno avuto i servizi segreti statunitensi nell'attuale ondata di proteste per il Tibet?

Data la natura segreta delle operazioni di intelligence, non ci sono prove tangibili di un coinvolgimento diretto della CIA. Tuttavia alcune organizzazioni tibetane legate al “governo in esilio” del Tibet sono notoriamente supportate dalla CIA e/o dal National Endowment for Democracy (NED), braccio civile della CIA.

Il coinvolgimento della CIA nel supportare segretamente il movimento secessionista tibetano risale alla metà degli anni Cinquanta. Il Dalai Lama è stato sul libro paga della CIA dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1974:

“La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.
I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.
Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet”. (Richard Bennett, Tibet, the 'great game' and the CIA, Global Research, March 2008)


Il National Endowment for Democracy (NED)
Il National Endowment for Democracy (NED), che fa pervenire aiuti finanziari ai gruppi di opposizione stranieri filo-americani, ha avuto un ruolo significativo nell'innescare “rivoluzioni di velluto” utili agli interessi geopolitici ed economici di Washington.

Il NED, anche se formalmente non fa parte della CIA, svolge un'importante funzione di intelligence nella sfera dei partici politici e delle organizzazioni non governative. Venne creato nel 1983, quando la CIA era accusata di corrompere politici e di formare organizzazioni della società civile fasulle. Secondo Allen Weinstein, che fu il responsabile della costituzione del NED durante l'amministrazione Reagan: “Molto di quello che facciamo noi oggi 25 anni fa veniva fatto segretamente dalla CIA”. (Washington Post, Sept. 21, 1991).

Il NED opera attraverso quattro organi fondamentali: il National Democratic Institute for International Affairs (NDIIA), l'International Republican Institute (IRI), l'American Center for International Labor Solidarity (ACILS) e il Center for International Private Enterprise.

Il NED ha finanziato le organizzazioni della “società civile” venezuelane che hanno tentato un golpe contro il presidente Hugo Chavez. Ad Haiti il NED ha finanziato i gruppi d'opposizione che stavano dietro l'insurrezione armata che ha contribuito alla deposizione del presidente Bertrand Aristide nel febbraio del 2004. Il colpo di stato di Haiti è stato il risultato di un'operazione militare e di intelligence attentamente orchestrata. (Si veda Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti, Global Research, February 2004)

Il NED finanzia varie organizzazioni per il Tibet sia all'interno sia fuori della Cina. La principale organizzazione pro-Dalai Lama per l'indipendenza del Tibet finanziata dal NED è l'International Campaign for Tibet (ICT), fondata a Washington nel 1988. L'ICT ha sedi a Washington, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. Diversa dalle altre organizzazioni per il Tibet finanziate dalla NED, l'ICT ha strettissimi legami e aree comuni con il NED e il Dipartimento di Stato USA:

“Alcuni direttori dell'ICT sono anche membri dell'establishment impegnato nella 'promozione della democrazia', come Bette Bao Lord (che presiede Freedom House e dirige il Freedom Forum), Gare A. Smith (che è stato vice segretario aggiunto al Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato), Julia Taft (ex-direttore del NED, ex segretario di stato aggiunto e coordinatore speciale per le questioni tibetane, ha lavotato per l'USAID ed è stata anche presidente e amministratore delegato di InterAction), e infine Mark Handelman (che è anche direttore della National Coalition for Haitian Rights, un'organizzazione il cui lavoro è ideologicamente legato agli interventi del NED ad Haiti).
Anche del consiglio dell'ICT fanno parte due persone strettamente legate al NED, Harry Wu e Qiang Xiao (che è l'ex-direttore esecutivo dell'organizzazione Human Rights in China, finanziata dal NED).
Il consiglio internazionale dell'ICT comprende anch'esso famosi 'democratici' come Vaclav Havel, Fang Lizhi (che almeno nel 1995 era tra i dirigenti di Human Rights in China), Jose Ramos-Horta (che è nel consiglio internazionale del Democracy Coalition Project), Kerry Kennedy (che è direttore del China Information Center, finanziato dal NED), Vytautas Landsbergis (patrocinatore della neoconservatrice Henry Jackson Society, con sede in Gran Bretagna – v. Clark, 2005), e fino alla morte avvenuta di recente, la 'levatrice dei neocon' Jeane J. Kirkpatrick (che era anche legata a realtà 'democratiche' come Freedom House e la Foundation for the Defense of Democracies)”. (Michael Barker, "Democratic Imperialism": Tibet, China, and the National Endowment for Democracy Global Research, August 13, 2007)

Tra le altre organizzazioni per il Tibet finanziate dal NED ci sono la Students for a Free Tibet (SFT) di cui abbiamo già parlato. La SFT è stata costituita nel 1994 a New York City “come progetto dell'US Tibet Committee e dell'International Campaign for Tibet (ICT), finanziata dal NED. La SFT è nota per aver steso uno striscione di 140 metri sulla Grande Muraglia” (F. William Engdahl, Risky Geopolitical Game: Washington Plays ‘Tibet Roulette’ with China, Global Research, April 2008).

La SFT, insieme ad altre cinque organizzazioni per il Tibet, lo scorso gennaio ha proclamato “l'inizio di una 'sollevazione del popolo tibetano'... e ha contribuito a creare un ufficio temporaneo per il suo coordinamento e finanziamento”. (Ibid)
Il NED finanzia anche il Tibet Multimedia Center per 'la diffusione delle informazioni relative alla lotta per i diritti umani e la democrazia in Tibet', basato anch'esso a Dharamsala. E sempre il NED finanzia anche il Tibetan Center for Human Rights and Democracy”. (Ibid)

C'è una divisione di compiti tra la CIA e il NED. Mentre la CIA fornisce segretamente supporto a gruppi ribelli paramilitari armati e a organizzazioni terroristiche, il NED finanzia i partiti politici della “società civile” e le organizzazioni non governative per instaurare la “democrazia americana” nel resto del mondo.

Il NED è, per così dire, il “braccio civile” della CIA. Gli interventi di CIA e NED nelle varie parti del mondo sono caratterizzati da uno schema ricorrente.

Operazione psicologica: screditare la leadership cinese
L'obiettivo a breve termine è quello di screditare la leadership cinese nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino, usando la campagna in Tibet per distrarre l'opinione pubblica dalla guerra in Medio Oriente e dai crimini di guerra commessi da Stati Uniti, NATO e Israele.

Le presunte violazioni cinesi dei diritti umani vengono messe in evidenza per dare un volto umano alla guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente.

I piani di guerra promossi dagli Stati Uniti contro l'Iran vengono ora giustificati con il rifiuto di Teheran di conformarsi alle richieste della “comunità internazionale”.

Con il Tibet in prima pagina la vera crisi umanitaria in Medio Oriente non fa più notizia.

Più in generale, si distorce l'intera questione dei diritti umani: le realtà sono capovolte, i numerosi crimini commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati sono nascosti o giustificati come strumenti proteggere la società contro i terroristi.

Nel valutare le violazioni dei diritti umani sono stati introdotti due pesi e due misure. In Medio Oriente il massacro di civili viene classificato come danno collaterale. È giustificato come parte della “guerra globale al terrorismo”. Si dice che le vittime sono responsabili della loro stessa morte.

La torcia olimpica
La manifestazioni di protesta nelle capitali occidentali contro le violazioni cinesi dei diritti umani sono state organizzate con grande tempestività.

Sembra ora possibile che si verifichi un boicottaggio parziale dei Giochi Olimpici. Il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che sostiene gli interessi americani e fa parte del Gruppo Bilderberg), ha proposto il boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Secondo Kouchner l'idea andrebbe discussa durante un incontro dei ministri degli esteri dell'Unione Europea.

La torcia olimpica è stata accesa in Grecia durante una cerimonia turbata dagli “attivisti pro-tibetani”. L'azione è stata promossa da “Reporter Senza Frontiere”, organizzazione che ha noti legami con i servizi segreti statunitensi. (Si veda Diana Barahona, Reporters Without Borders Unmasked, May 2005). “Reporter Senza Frontiere” riceve finanziamenti anche dal National Endowment for Democracy (NED).

La torcia olimpica è simbolica. L'Operazione psicologica consiste nel prendere di mira la torcia nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino.

A ogni tappa di questo processo la leadership cinese viene denigrata dai media occidentali.

Implicazioni economiche globali
La campagna per il Tibet contro la leadership cinese potrebbe avere dei contraccolpi

Ci troviamo nel punto critico della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna. La crisi è strettamente connessa con l'avventura militare promossa dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell'Asia Centrale.

La Cina ha un ruolo strategico per quanto riguarda l'espansionismo militare statunitense. Per ora non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alle varie risoluzioni del Consiglio promosse dagli Stati Uniti e dirette contro l'Iran.

La Cina ha anche un ruolo centrale nel sistema economico e finanziario globale.

In seguito a un surplus commerciale da record, la Cina ora ha 1,5 milioni di miliardi di dollari in strumenti di debito statunitensi (compresi Buoni di Tesoro). Dunque è in grado di mandare in crisi i mercati valutari internazionali. Il dollaro statunitense crollerebbe ulteriormente se la Cina dovesse vendere i suoi titoli di debito denominati in dollari. (Per ulteriori dettagli si veda F. William Engdahl, op. cit.)

Inoltre la Cina è il maggior produttore di una vasta gamma di beni lavorati che costituiscono, per l'Occidente, una quota consistente del consumo domestico mensile. I giganti occidentali della vendita al dettaglio contano sul flusso continuo e ininterrotto di articoli di consumo a basso costo dalla Cina.

Per i paesi occidentali l'ingresso della Cina nelle strutture globali del commercio, dell'investimento, della finanza e dei diritti di proprietà intellettuale della World Trade Organization (WTO) è fondamentale. Se Pechino decidesse di ridurre le sue esportazioni negli Stati Uniti di prodotti “Made in China”, l'ormai fragile base produttiva americana non sarebbe in grado di colmare il divario, almeno non nell'immediato.

Inoltre gli Stati Uniti e i loro alleati come il Regno Unito, la Germania, la Francia e il Giappone hanno importanti interessi nel settore degli investimenti in Cina. Nel 2001 gli Stati Uniti e la Cina hanno firmato un accordo commerciale bilaterale in attesa dell'ingresso della Cina nella WTO. Questo accordo consente agli investitori statunitensi, comprese le principali istituzioni finanziarie di Wall Street, di posizionarsi nel sistema finanziario di Shanghai e nel mercato bancario cinese.

Ma se sotto certi aspetti la Cina è ancora la “colonia della produzione a basso costo” dell'Occidente, i rapporti della Cina con il sistema commerciale globale non sono assolutamente inalterabili.

I rapporti della Cina con il capitalismo globale hanno le proprie radici nella “Politica della Porta Aperta” formulata nel 1979. (Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986, chapters 7 and 8)

Fin dagli anni Ottanta la Cina è diventata per i mercati occidentali il principale fornitore di prodotti industriali. Qualsiasi minaccia rivolta contro la Cina e/o qualsiasi iniziativa militare diretta contro gli alleati eurasiatici della Cina, compreso l'Iran, potrebbe compromettere le esportazioni cinesi di articoli di consumo.

La base industriale della Cina, orientata all'esportazione, è fonte di formidabile ricchezza per le economie capitaliste avanzate. Da dove viene la ricchezza della famiglia Walton, proprietaria di WalMart? WalMart non produce niente. Importa articoli economici “Made in China” e li rivende sul mercato al dettaglio statunitense a un prezzo moltiplicato per dieci.

Questo processo di sviluppo basato sulle importazioni ha permesso ai paesi “industrializzati” occidentali di chiudere gran parte delle loro fabbriche. A loro volta, le industrie cinesi con manodopera a basso costo servono a generare i profitti multimiliardari delle corporazioni occidentali, compresi i giganti della vendita al dettaglio che comprano oppure delocalizzano la loro produzione in Cina.

Qualsiasi minaccia di natura militare diretta contro la Cina potrebbe avere conseguenze economiche devastanti, ben peggiori della nota spirale ascendente del prezzo del greggio.

Michel Chossudovsky dirige il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione. Ha scritto vari bestseller internazionali, tra cui The Globalization of Poverty and the New World Order, Global Research, 2003 e America's "War on Terrorism", Global Research, 2005. È collaboratore dell'Encyclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati tradotti in più di 20 lingue.

Michel Chossudovsky è anche autore del primo studio esaustivo sulla restaurazione del capitalismo in Cina, pubblicato più di vent'anni fa,
Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986. È appena tornato da un viaggio in Cina. È stato a Shanghai e Pechino nel marzo del 2008.

Originale da: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=8673

Articolo originale pubblicato il 13 aprile 2008

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domenica, marzo 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

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venerdì, novembre 02, 2007

Divorzio di velluto in Cina

Divorzio di velluto in Cina
di M. K. Bhadrakumar

Pechino ha saggiamente scelto una città sub-provinciale sulle rive del fiume Songhua, nell'estremo angolo nord-orientale della Cina, come sede del terzo incontro trilaterale con i ministri degli esteri di Russia e India, ospitato per la prima volta la scorsa settimana dalla Cina.
Harbin, soprannominata la "Mosca d'Oriente", è una città alla quale la Russia e la sua cultura sono state a lungo intimamente associate. Gli stranieri che viaggiavano sulla ferrovia transiberiana alla fine degli anni Ottanta non potevano credere di trovarsi in Cina quando sei giorni dopo la partenza da Mosca arrivavano a Harbin. La chiesa di San Basilio nel centro cittadino, una copia dell'insieme architettonico della moscovita Piazza Rossa; la cucina russa; e perfino il dialetto locale infarcito di parole russe: tutto ricordava al viaggiatore la comunità bianca in fuga dalla furia della rivoluzione bolscevica del 1917.

Pechino ha sottilmente approfittato della vicinanza senza precedenti che oggi caratterizza le relazioni sino-russe. Ai margini dell'incontro trilaterale, il ministro degli esteri Yang Jiechi si è preso una pausa per inaugurare con la sua controparte russa Sergej Lavrov un nuovo monumento ai soldati sovietici caduti nella cina nord-orientale nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, combattendo contro "l'attacco militarista del Giappone contro la Cina... quando gli occupanti furono cacciati dal territorio cinese".

Giusto perché il simbolismo politico non sfuggisse a nessuno, durante la cerimonia Lavrov ha detto: "In alcuni paesi ci sono figure che stanno tentando di riscrivere la storia". Era chiara la frecciata contro il Giappone: un paese che si sta sempre più legando all'India su questioni di sicurezza asiatica. L'osservazione era dunque fortemente allusiva. Il fatto è che in questo curioso tango tra l'orso, il drago e l'elefante, negli ultimi tempi Nuova Delhi si trova sempre più distante da Mosca e Pechino sulle questioni della sicurezza e della stabilità globali e asiatiche.

La formula trilaterale Russia-Cina-India può anche essere stata un'idea di Mosca, ma il Cremlino non si attribuisce più il ruolo di catalizzatore per incentivare la comprensione tra Cina e India. Ciò che emerge è che la Russia è riuscita molto meglio dell'India ad accettare l'ascesa della Cina. L'incontro di Harbin ha messo in evidenza il fatto che la formula trilaterale è più che mai un accordo freddamente pragmatico, sebbene il portavoce del ministro degli esteri russo abbia affermato che "la piattaforma del dialogo in questa formula [diviene] già in sé un fattore importante dei processi politici nel mondo contemporaneo".

La divisione sulle sanzioni all'Iran
Il dialogo strategico trilaterale è stato messo alla prova, di fatto, già a 48 ore dall'incontro di Harbin. E l'ha fallita. I tre ministri degli esteri erano appena rientrati nelle loro capitali quando l'amministrazione Bush ha annunciato un regime di sanzioni senza precedenti contro l'Iran, etichettando gli organi di sicurezza iraniani come sostenitori del terrorismo internazionale e di fatto rendendo l'Iran un paese nemico in base alla legge statunitense.

Si è trattato proprio di quel genere di mossa "unilaterale" nella condotta degli affari internazionali che la trilaterale Russia-Cina-India apparentemente vuole condannare. Il comunicato congiunto dell'incontro di Harbin aveva appena sottolineato che "la globalizzazione ha portato a interrelazioni e interdipendenze più strette tra tutti i paesi e che bisognerebbe promuovere il multilateralismo e l'azione collettiva nell'affrontare questioni urgenti e nuove sfide e minacce".

Aspetto ancora più importante, i tre ministri degli esteri avevano appena sottolineato che "le Nazioni Unite sono l'organizzazione internazionale più rappresentativa e autorevole" nella gestione dei problemi e delle sfide che attendono la comunità mondiale. Dovrebbe essere chiarissimo che l'amministrazione Bush ha ancora una volta eluso le Nazioni Unite.

Non sorprende che Russia e Cina siano partite in quarta, criticando immediatamente la mossa statunitense. L'India invece è stata zitta. Che deliziosa ironia, qui. Ad Harbin i ministri degli esteri cinese e russo avevano appena ripetuto che attribuiscono "importanza alla posizione dell'India negli affari internazionali e comprendono e appoggiano la aspirazioni dell'India a un ruolo più importante nelle Nazioni Unite". O i due ministri degli esteri non avevano ben capito le "aspirazioni" della loro controparte indiana, o Nuova Delhi ha paura di alzare la voce contro l'amministrazione Bush. L'ultimo caso sembra il più probabile.

Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha recentemente descritto Bush come il presidente americano più "amichevole" che l'India abbia mai conosciuto. Delhi è comprensibilmente innervosita dal fatto che i negoziati sul patto nucleare tra India e Stati Uniti attraversino un momento delicato. Delhi non vorrebbe irritare la potente lobby israeliana negli Stati Uniti, che chiede a gran voce un cambio di regime in Iran. Dunque Delhi stima scaltramente che le relazioni con Teheran non siano poi così rilevanti se paragonate con ciò che può offrire il patto nucleare.

Sia Pechino che Mosca hanno osservato che l'ultima mossa di Bush contro il regime di Teheran non farebbe che complicare la soluzione della questione nucleare iraniana. Se Pechino ha espresso la sua disapprovazione, quella di Mosca è stata una sonora condanna. Nella sua dichiarazione il ministro degli esteri russo ha puntato il dito contro l'unilateralismo statunitense e ha ammonito "O lavoriamo insieme prendendo decisioni congiunte, o questa interazione [nella cornice del 'Cinque più Uno', i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non avrà alcun senso".

Commentando la questione durante una visita in Portogallo, il presidente russo Vladimir Putin è stato anche più tagliente: "Perché esacerbare adesso la situazione, spingendola in un vicolo cieco e minacciando sanzioni e azioni militari? Non credo che correre in giro come un pazzo con un rasoio in mano e brandendolo in tutte le direzioni sia il metodo migliore per risolvere problemi di questo tipo".

Emergono i limiti della trilaterale
La disarmonia sulla questione nucleare iraniana, o piuttosto le diverse priorità di relazione con gli Stati Uniti mettono in luce i limiti della formula trilaterale Russia-Cina-India. Il comunicato di Harbin conteneva una piccola curiosa frase che catturava l'essenza del momento. La cooperazione trilaterale, diceva il comunicato, "Cerca di ampliare il terreno comune tra interessi divergenti" (la frase era espressa in un inglese così lineare da far sospettare che fosse stata formulata dagli indiani).

Resta poco chiaro come sia possibile restare partner strategici pur perseguendo "interessi divergenti". Eppure proprio questo è alla base del dilemma che i tre paesi si trovano ad affrontare. È un'espressione del tutto nuova che non figurava nei due incontri trilaterali precedenti tra i ministri degli esteri di Russia, Cina e India svoltisi nel giugno del 2005 a Vladivostok e nel febbraio del 2007 a Nuova Delhi.

A un esame ravvicinato, appare chiaro che nel periodo successivo all'incontro di Vladivostok, la formula trilaterale Russia-Cina-India ha subito una trasformazione qualitativa costituita da una costante erosione. Contrariamente all'usuale tendenza alla coesione che caratterizza tali processi multilaterali, sembra che stia accadendo l'opposto. Ad Harbin il processo è entrato visibilmente in crisi.

Il comunicato di Vladivostok diceva che "L'India, la Russia e la Cina condividono un approccio comune ai cruciali sviluppi globali del 21° secolo e sono a favore di una democratizzazione delle relazioni internazionali mirata a costruire un giusto ordine mondiale basato sull'osservanza della legge internazionale, sull'equità, il rispetto, la cooperazione e il perseguimento del multipolarismo".

Tuttavia, quando i tre paesi si sono incontrati a Nuova Delhi, lo scorso febbraio, questa dichiarazione si era già diluita e ed era diventata una "convinzione che la democratizzazione delle relazioni internazionali sia la chiave per costruire un ordine mondiale sempre più multipolare basato sui principi dell'uguaglianza tra le nazioni - grandi e piccole -, del rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale dei paesi, la legge internazionale e il mutuo rispetto".

Il comunicato di Harbin adotta una prospettiva completamente diversa quando dice che "Lo sviluppo della Cina, della Russia e dell'India è un importante contributo alla pace e allo sviluppo della regione e del mondo e giova al processo del multipolarismo globale. I tre paesi hanno scelto i propri rispettivi percorsi di sviluppo secondo la loro situazione interna e le esperienze passate... Con il loro costante sviluppo e il ruolo crescente negli affari internazionali, la Cina, la Russia e l'India contribuiranno ulteriormente alla pace, alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità del mondo".

Vale a dire che i tre paesi hanno optato per le proprie rispettive scelte indipendenti sulla scena internazionale in accordo con le loro circostanze peculiari, mentre si spera che il loro ruolo negli affari mondiali si accrescerà. Ma che ne è dell'"approccio comune" sottolineato a Vladivostok come leitmotiv?

Punti di vista sulla sicurezza asiatica
L'incontro di Harbin evidenzia che sulle questioni vitali della sicurezza asiatica la Russia e la Cina la pensano allo stesso modo, mentre l'India si trova a una certa distanza dai due partner. La prima questione riguarda lo sviluppo dei sistemi statunitensi di difesa anti-missile in Asia. Alla vigilia dell'incontro di Harbin, Lavrov ha sottolineato le preoccupazioni che la Russia condivide con la Cina a proposito della cooperazione tra Giappone e Stati Uniti sul programma di difesa missilistica.

Ha dichiarato: "Ci opponiamo alla costruzione di sistemi di difesa anti-missile volti a conseguire superiorità militare. L'impiego di questo genere di sistemi può innescare una corsa agli armamenti su scala regionale e globale. Si minano così le basi della stabilità strategica, con un aumento dell'imprevedibilità nell'importantissimo ambito del mantenimento dell'equilibrio globale.

Lavrov si è interrogato sugli "scopi reali" di Giappone e Stati Uniti e ha poi osservato: "Molti esperti suggeriscono che un tale sistema di difesa missilistica, essendo un elemento dello scudo missilistico globale americano, potrebbe essere usato anche contro le armi strategiche russe e cinesi".

In seguito, in una conferenza stampa con le controparti russa e indiana, Yang ha analogamente criticato i piani degli Stati Uniti volti a dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale, dicendo che questo non solo mancherebbe di alleviare le preoccupazioni sulla sicurezza globale, ma minerebbe l'equilibrio strategico mondiale. Invece il ministro degli esteri indiano si è limitato a dire che l'India non aveva progetti di cooperazione con il sistema di difesa anti-missile statunitense. Ha dunque mantenuto un atteggiamento reticente per non essere trascinato in una critica dei piani USA.

Il problema per la Russia e la Cina è che la posizione indiana resta ambigua. Certo, per ora l'India non ha alcuna collaborazione in quanto tale con il sistema anti-missile americano, che è ancora in fase di sviluppo. Però il governo indiano continua a discutere con gli Stati Uniti sull'ambito di questa collaborazione. Nelle dichiarazioni al parlamento indiano il governo ha riconosciuto che con il Pentagono sono in corso discussioni di questo tipo. Un alto funzionario del Dipartimento di stato americano, durante una recente visita a Nuova Delhi, ha detto chiaramente che l'India dovrebbe appoggiare il sistema di difesa anti-missile americano, che la metterebbe in grado di fronteggiare efficacemente la minaccia missilistica cinese.

In secondo luogo, dal punto di vista di Cina e Russia, una questione altrettanto grave è costituita dalla crescente militarizzazione del Giappone all'interno dell'alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti. Alla vigilia del suo arrivo ad Harbin, Lavrov si è particolarmente risentito della decisione congiunta di Washington e Tokyo di ampliare la loro alleanza militare per includere anche le questioni della sicurezza globale e regionale.

Ha affermato che per essere fattibile la cooperazione in materia di sicurezza dovrebbe funzionare in collaborazione con "altre strutture e altri protagonisti della regione" e dovrebbe essere "sincronizzata con impegni collettivi volti a mantenere la sicurezza nella regione". Lavrov ha ammonito che la militarizzazione del Giappone potrebbe "avere conseguenze negative sulla stabilità della regione" e suscitare una reazione russa.

In terzo luogo, Lavrov si è anche espresso sulla logica del nuovo "triangolo politico-militare" nella regione Asia-Pacifico che coinvolge Stati Uniti, Giappone e Australia. Lavrov ha evitato qualsiasi riferimento diretto all'India, anche se la portata di quanto ha dichiarato non è sicuramente sfuggita a Nuova Delhi. L'India ha preso parte a un "dialogo strategico" con questi tre paesi dell'Asia-Pacifico. Recentemente l'India ha partecipato a esercitazioni navali su vasta scala con questi paesi nel Golfo del Bengala: si è trattato della prima esercitazione militare indiana di stampo multilaterale, con la partecipazione di portaerei e sottomarini americani.

Lavrov ha espresso la critica che una "struttura chiusa" nell'Asia-Pacifico (gli analisti strategici indiani la definiscono curiosamente un'"alleanza quadripartita" o una "NATO asiatica") non può condurre alla stabilità regionale. Ha dichiarato che "Una struttura chiusa di alleanze politiche e militari fa sì che i paesi vicini che non ne fanno parte si interroghino sulle motivazioni di queste alleanze e sui loro nemici".

La disarmonia russo-indiana
Lavrov ha praticamente riecheggiato la protesta diplomatica cinese di qualche mese fa contro Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi sulla ragion d'essere del loro dialogo strategico. Ha poi proseguito liquidando la nuova struttura d'alleanza nell'Asia-Pacifico come "approccio controproducente che non sarà in grado di accrescere la fiducia nella regione e assai probabilmente porterà a risultati contrari alle aspettative dei paesi partecipanti".

Lavrov ha poi riecheggiato nuovamente il pensiero di Pechino quando ha criticato il Giappone per la sua concezione di un "arco di libertà e prosperità" nell'Asia-Pacifico (idea vigorosamente esposta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel suo discorso al Parlamento indiano, in agosto). Lavrov ha consigliato a Tokyo di assimilare bene quello che è accaduto in Iraq, di "distanziarsi dall'ideologia e concentrarsi invece su comprensibili e reali interessi". Ha ammonito che il perseguimento da parte del Giappone di relazioni con i paesi del cosiddetto arco non dovrebbe "interferire con gli interessi di altri" nella regione.

È estremamente significativo che Lavrov sia rimasto fedele a questa linea anche mentre Stati Uniti, Giappone, Australia e India stavano verosimilmente per avviare il quarto round del loro nuovo dialogo strategico. Secondo i giapponesi, c'è perfino l'intento di portare l'intesa a livello ministeriale.

Forse mai prima nella saga delle relazioni russo-indiane è apparsa una tale grave contraddizione tra i rispettivi punti di vista sulla sicurezza asiatica. Mosca ha praticamente dichiarato il proprio allineamento con Pechino in qualsivoglia strategia di "contenimento" nei confronti della Cina ispirata dagli Stati Uniti. Dal tenore degli esaurienti commenti di Lavrov è chiaro che Nuova Delhi dovrà impegnarsi molto per stabilire i pro e i contro di un ulteriore coinvolgimento nell'intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia.

Ciò che bisogna comprendere è che alla base della potenziale divergenza tra India e Russia ci sono i rispettivi punti di vista sull'ascesa della Cina. Come l'India, anche la Russia capisce che l'influenza della Cina nell'Asia-Pacifico è cresciuta in misura impressionante in tempi recenti. La Russia ha preso nota di una Cina ottimista e fiduciosa, che soprattutto nell'anno o nei due anni passati ha cominciato a mostrare una nuova strategia e una nuova comprensione della sicurezza asiatica in termini di cooperazione economica e commerciale basata sulla capacità della Cina di contribuire alla generale prosperità dell'Asia. Chiaramente la situazione economica asiatica non sarebbe più così florida in assenza della Cina.

Ma i punti di vista della Russia e dell'India al proposito divergono in quanto la Russia non ritiene che una più forte influenza della Cina nella regione possa indebolire in alcun modo l'influenza russa. Anzi, Mosca stima che un ruolo più importante della Cina in Asia aumenti l'influenza della Russia in quella regione. E sarà sempre più così, dal punto di vista russo, quanto più la cooperazione regionale nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization acquista forza e i rapporti di collaborazione tecnico-militare a vari livelli tra la Russia e la Cina diventano più stretti. Come ha scritto recentemente un opinionista russo, "Il successo della Cina [in Asia] non ha lasciato nessuno a mani vuote".

Questo, naturalmente, non è l'unico fattore che sta dietro l'indebolimento della trilaterale Russia-Cina-India evidenziato dall'incontro di Harbin. Bisogna tener conto di altri due fattori. Innanzitutto Mosca ha cominciato a notare la graduale trasformazione della politica estera indiana sotto l'attuale governo, che soprattutto negli ultimi due o tre anni è incline ad attribuire priorità all'intesa strategica con gli Stati Uniti.

Mosca non ignora, storicamente parlando, che la scelta naturale dell'élite politica anglofona di Delhi è sempre stata guidata dall'affinità con l'Occidente, e che semmai era l'Occidente a non essere pronto ad accogliere l'India nel periodo della Guerra Fredda. Mosca può anche aver previsto che nell'attuale epoca di globalizzazione l'Occidente avrebbe rivalutato l'India. Allo stesso modo, la Russia non è estranea alla mentalità asiatica e dovrebbe essersi accorta di ciò che era così evidente, e cioè che la crescente emigrazione degli strati sociali più alti verso il Nord America avrebbe infine spinto l'élite indiana ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Mosca però fino a poco tempo fa tendeva a credere che l'India sarebbe stata capace di conservare una politica estera indipendente, anche se il pragmatismo richiedeva legami più stretti con gli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. Sembra che Mosca recentemente abbia cominciato a chiedersi se l'India si stia sventuratamente accingendo a diventare un alleato dell'America.

Mosca sa anche che Delhi ultimamente ha consentito che le relazioni russo-indiane scivolassero in uno stallo. Le relazioni economiche ristagnano. Le relazioni tra i popoli si sono atrofizzate e gli scambi politici hanno perso brio. La cooperazione militare ha incontrato dei problemi. Mosca deve aver cominciato a percepire che il patto nucleare tra India e Stati Uniti fornisce a questi ultimi la possibilità di entrare alla grande nel mercato delle armi indiano e di stabilire sinergie tra le forze armate dei due paesi. Ciò di fatto significherà un'erosione del ruolo tradizionale della Russia nella fornitura d'armi all'India.

Ciò che sconcerta Mosca è soprattutto il fatto che la collaborazione strategica tra Stati Uniti e India e il costante avvicinamento dell'India all'orbita geo-strategica americana si stiano verificando proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti e Russia continuano a peggiorare. Un'India non allineata, che nel proprio interesse nazionale stringesse legami con gli Stati Uniti, non sarebbe un problema per la Russia. La Russia ha invece dei problemi ad accettare l'idea di un'India spinta ad armonizzare la propria politica estera con le strategie globali americane, cosa che sembra sempre più probabile.

Crisi dei legami sino-indiani
Anche le recenti tensioni nei rapporti tra India e Cina hanno cominciato a gettare la propria ombra sulla trilaterale Russia-India-Cina. L'ottimismo del periodo 2000-2005 a proposito di un possibile balzo in avanti nelle relazioni sino-indiane è ormai sfumato. Anche la Cina percepisce che gli Stati Uniti stanno "tirando dentro l'India come strumento per il proprio schema strategico globale", anche se la Cina ama ancora ribadire la propria fiducia nel fatto che "il DNA dell'India non permetterà che diventi un alleato subordinato agli Stati Uniti come il Giappone o la Gran Bretagna".

Riassumendo, sia la Russia che la Cina valuteranno molto attentamente come il patto nucleare tra India e Stati Uniti e i crescenti legami strategici tra i due paesi influiranno sull'equilibrio strategico asiatico. L'India, d'altro canto, è più che mai decisa a evitare che la sua partecipazione alla trilaterale con Russia e Cina possa essere fraintesa dagli americani come una sfida asiatica alle strategie globali statunitensi.

A Harbin Yang ha fatto capire che la Cina è pronta ad aspettare l'India e che non ha fretta. Facendosi forte del proprio ruolo di anfitrione, ha affermato che "La cooperazione trilaterale ha fatto importanti progressi... negli ultimi anni sta aumentando il consenso sulle questioni internazionali e si stanno gradualmente sviluppando scambi pragmatici e una cooperazione non esclusivamente nel settore economico. L'incontro trilaterale è già diventato un'importante piattaforma grazie alla quale i tre paesi possono incentivare la reciproca fiducia politica, ampliare gli scambi e la collaborazione".

Yang ha anche detto che la cooperazione trilaterale ha "potenzialmente grandi prospettive" e che dunque è "necessario" rafforzarla. Lavrov finora è rimasto il più ottimista. Sulla scia dell'ottimismo di Yang ha affermato che "La piattaforma della troika sta davvero diventando un ulteriore punto di attrazione reciproca tra i nostri paesi e uno strumento per sviluppare la nostra reciprocamente vantaggiosa cooperazione". Ha sottolineato le posizioni comuni ai tre paesi su "questioni di principio come il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e l'approccio multilaterale negli affari mondiali, la necessità di riconoscere le realtà del multipolarismo, di democratizzare le relazioni internazionali e di combattere tutti i problemi attuali con strumenti collettivi".

Si è fatta notare la laconicità di Mukherjee alla conferenza stampa, dove ha evidentemente ridimensionato la portata della formula trilaterale affermando che l'incontro di Harbin aveva semplicemente facilitato uno scambio di punti di vista su questioni regionali e internazionali. Ha detto che la trilaterale "migliora la comprensione e la fiducia reciproca" in merito alle sfide comuni rappresentate dai conflitti regionali, dal terrorismo, dal narcotraffico, dal sottosviluppo, dalla povertà e dai cambiamenti climatici, e ha parlato dello sviluppo di "settori di interesse economico comune" e di "cooperazione in aree come l'agricoltura, la gestione dei disastri naturali e la salute".

Mukherjee ha riassunto l'incontro di Harbin definendolo un'"interazione molto utile". Ha aggirato questioni spinose come il multipolarismo e l'unilateralismo. È stato anche ben attento a non usare espressioni problematiche come "doppi criteri di giudizio".

L'ex primo ministro russo e importante orientalista Evgenij Primakov non avrebbe potuto prevedere un simile disparato esito quando dieci anni fa durante una visita a Nuova Delhi lanciò l'idea della trilaterale Russia-Cina-India.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/China/IJ31Ad01.html

Articolo originale pubblicato il 30 ottobre 2007

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, ottobre 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

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domenica, agosto 05, 2007

La SCO è carica e pronta a fare fuoco

La SCO è carica e pronta a fare fuoco
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/IH04Ag01.html

Può sembrare strano che un'organizzazione di cooperazione regionale cominci il proprio summit annuale sullo sfondo di esercitazioni militari. L'Unione Europea, l'Associazione degli Stati dell'Asia del Sud Est, l'Unione Africana, l'Organizzazione degli Stati dell'America Latina – nessuna di queste l'ha mai fatto.

Di conseguenza, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) sta attirando enorme interesse, tenendo le sue esercitazioni militari su ampia scala tra il 9 e il 17 agosto. La SCO sta dicendo forte e chiaro alla comunità internazionale che non c'è nessun "vuoto" nello spazio strategico dell'Asia Centrale che debba essere riempito da organizzazioni di sicurezza provenienti dall'esterno della regione.

Le esercitazioni, col nome in codice "Missione di Pace 2007", saranno tenute a Čeljabinsk, nel distretto militare russo del Volga-Urali ed a Urumqi, capitale della regione autonoma cinese del Xinjiang-Uyghur. L'incontro della SCO è previsto a Bishkek, capitale del Kirgyzstan, il 16 agosto. Dopo l'incontro, in un gesto altamente simbolico, i capi di stato e i ministri della difesa di tutti i paesi membri della SCO - Cina, Russia, Kazakhstan, Kirgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan - assisteranno alla conclusione dell'esercitazione militare congiunta a Urumqi.

La SCO non ha mai tenuto un'esercitazione militare completa che coinvolgesse tutti gli stati membri. Vi parteciperanno circa 6500 militari, compresi 2000 russi e 1600 cinesi. È la prima volta che la Cina invia le proprie truppe aviotrasportate in un'esercitazione militare all'estero. Russia e Cina schiereranno rispettivamente 36 e 46 velivoli ciascuna e forniranno sei aerei militari da trasporto Il-76 per realizzare simulazioni di assalti condotti da unità aviotrasportate.

Un esperto militare cinese, Peng Guangqian dell'Accademia Cinese delle Scienze Militari, citato dal People's Daily, ha dichiarato che "L'esercitazione ha principalmente la scopo di dimostrare che la cooperazione in materia di sicurezza tra gli stati membri della SCO è aumentata, le loro capacità anti-terroristiche si sono rafforzate, le relazioni sino-russe sono migliorate e le forze armate dei paesi membri si sono modernizzate".

Il China Daily, pubblicazione di proprietà dello stato, ha sottolineato che le esercitazioni mostrano che "la cooperazione della SCO sulla sicurezza è andata oltre le questioni del disarmo regionale e dei confini, estendendosi alla gestione di minacce non tradizionali come il terrorismo, le forze secessioniste ed i gruppi religiosi estremisti".

Il Ministero della Difesa cinese ha sottolineato che le esercitazioni "non sono dirette contro altri paesi e non coinvolgono gli interessi di paesi esterni alla SCO". Il vice comandante delle Forze di Terra russe, il Generale Vladimir Moltenskoj, ha inoltre informato i media che le esercitazioni "non sono mirate contro paesi terzi".

L'OTSC abbraccia la Cina
Malgrado queste precisazioni, è fin troppo evidente che la cooperazione strategica sino-russa sta raggiungendo un livello qualitativamente nuovo. L'indicatore più importante in questo senso è che l'incontro a Bishkek potrebbe vedere la firma di un protocollo formale di cooperazione fra la SCO e l'Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Il documento dovrebbe definire chiaramente le tendenze di cooperazione fra le due organizzazioni di sicurezza regionale nel futuro prossimo.

Si tratta indubbiamente di uno sviluppo importante nello spazio strategico eurasiatico. La collaborazione formale proposta fra la OTSC e la SCO coinvolge in sostanza la OTSC più la Cina, poiché gli Stati membri della SCO sono già membri dell'OTSC, tranne la Cina (gli Stati membri della OTSC sono quindi la Russia, la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan ed il Tajikistan).

Non può essere sfuggito a nessuno che la collaborazione di OTSC e SCO è stata formalizzata il 14 luglio, appena un mese dopo la decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione al Trattato sulle Forze armate Convenzionali in Europa (FCE). L'FCE è il primo trattato per la riduzione delle armi convenzionali stipulato fra Est e Ovest dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L'influente analista strategico russo Gleb Pavlovskij ha avvertito il 14 luglio che "la decisione di oggi non è propaganda, è una transizione ad una nuova seria fase nella costruzione di nuova struttura di sicurezza della Russia contro lo scenario del riarmo dei paesi alle nostre frontiere".

Riferendosi all'implacabile accerchiamento della Russia da parte degli Stati Uniti ha aggiunto che "praticamente tutti i paesi lungo i confini meridionali e occidentali della Russia sono pieni di missili… Nel Caucaso, nelle regioni del Mar Nero e in quelle del Caspio è in corso una folle corsa agli armamenti, supportata da paesi europei e non europei, nessuno dei quali si sente limitato dal FCE".

In questo contesto, dice Pavlovskij, Mosca preferirà optare per "nuovi equilibri contrattuali" in Europa ed in Asia. "Se i paesi di Europa e Asia sono pronti a questo, la Russia sarà la prima ad acconsentire a questi negoziati".

Nella presa di contatti istituzionali tra OTSC e SCO possiamo vedere la prima prova dei "nuovi equilibri contrattuali" cui Pavlovskij ha accennato. L'idea russa di rafforzare la OTSC per controbilanciare la NATO è ormai evidente da mesi.

La scorso dicembre, parlando al Forum sui Media della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e degli stati baltici, il vice primo ministro (contemporaneamente ministro della Difesa della Russia) Sergej Ivanov ha detto, "la prossima cosa logica da fare seguendo la strada del rafforzamento della sicurezza internazionale può essere lo sviluppo di un meccanismo di cooperazione fra la NATO e la OTSC, seguito da una chiara divisione delle sfere di responsabilità. Questo metodo ci darebbe un potere contrattuale sufficientemente affidabile ed efficace per prendere provvedimenti collettivi nelle situazioni di crisi nelle varie regioni del mondo". [corsivo aggiunto dall'autore dell'articolo]

Ivanov era di certo consapevole che la NATO non è minimamente interessata a dialogare con la OTSC (i paesi della OTSC coprono approssimativamente il 70% del territorio della ex Unione Sovietica). Da tre anni a questa parte la Russia propone una cooperazione limitata fra OTSC e NATO nel controllo del traffico di droga provenente dall'Afghanistan. Ma la NATO, su ordine di Washington, sta temporeggiando. Una coerente politica della NATO (e di Washington) è sempre stata quella di non riconoscere lo status della OTSC come organizzazione di sicurezza regionale e di dialogare piuttosto con gli Stati membri di questa su base bilaterale.

Di conseguenza, ciò che Ivanov sottolineava è che Mosca sarà assolutamente determinata a resistere all'invasione della NATO nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Mosca valuta infatti che la NATO non esiterà a espandersi ulteriormente, proponendo ad alcuni stati della CSI di entrare a far parte dell'organizzazione. La Russia si oppone a tale espansione, ma i suoi sforzi diplomatici non funzionano. L'opzione militare è diventata necessaria. Nel suo discorso, Ivanov non solo ha messo in chiaro il ruolo della OTSC in Europa, ma ha anche suggerito che Mosca vede i paesi dell'Asia Centrale della SCO, in particolare la Cina, come suoi potenziali alleati nel blocco.

Alcuni mesi dopo, in maggio, parlando ad un congresso a Bishkek sulle minacce e sulle sfide per la sicurezza nel ventunesimo secolo, il segretario generale della OTSC Nikolaij Bordjuzha ha attaccato frontalmente la NATO dicendo che questa persegue "una politica di espansione e consolidamento della propria presenza militare-politica nel Caucaso ed in Asia Centrale". Ha aggiunto che queste attività comportano "sfide e rischi" ed insidiano la stabilità dello spazio post-sovietico.

Bordjuzha ha sviluppato il discorso dicendo che la strategia statunitense per l'Asia centrale punta a causare "fratture" fra i paesi della regione da un lato e la Russia e la OTSC dall'altro. Ha detto che Washington sta tentando di riorientare gli stati centro-asiatici verso gli Stati Uniti "in una nuova formazione che comprende, oltre agli stati dell'Asia Centrale, l'Afghanistan, il Pakistan e, in futuro, l'India".

Effettivamente di recente la Russia non è riuscita a disturbare più di tanto la strategia della NATO per l'Asia Centrale. D'altra parte la NATO ha sottostimato la propria capacità di intrufolarsi in una regione dove l'influenza tradizionale della Russia era predominante e dove Mosca è determinata a mantenere quella situazione a tutti i costi.

In questi ultimi due anni, Mosca ha dato rapido impulso alla OTSC considerandola il proprio bastione contro la NATO nell'Asia Centrale. Alcuni commentatori russi prevedono che la OTSC sia destinata a trasformarsi in un nuovo Patto di Varsavia. Sia come sia, in misura quasi direttamente proporzionale all'enfasi posta da Mosca sull'OTSC, i paesi dell'Asia centrale si sono affrettati a riunirsi sotto il suo ombrello; tra essi spicca il Kazakhstan , che era tra gli "obiettivi" principali identificati dalla NATO. L'entrata dell'Uzbekistan nell'OTSC ha consolidato significativamente la portata dell'organizzazione nella regione centro-asiatica.


Convergenza Sino-Russa
Chiaramente la Cina apprezza che le contraddizioni e la lotta fra la Russia e le potenze occidentali negli anni successivi alla guerra fredda attraversino un momento di definizione. Scrivendo recentemente sul People's Daily, Wang Baofu, vice direttore dell'Istituto degli Studi Strategici affiliati all'Università Cinese della Difesa Nazionale, ha detto che "Questa mossa della Russia [la sospensione del FCE] indica in primo luogo la sua riluttanza a scendere a ulteriori compromessi unilaterali sull'importante questione della sicurezza nazionale… e, secondariamente, il suo rifiuto di rimanere indifferente mentre gli Stati Uniti tentano di schierare un sistema antimissile in Europa orientale allo scopo di spostare seriamente l'equilibrio strategico Russia-USA".

Wang ha notato che i problemi di sicurezza della Russia sono destinati a moltiplicarsi nel prevalente scenario "di squilibrio", dove gli Stati Uniti "sono impegnati a prendere o usare l'Europa per rafforzare la propria superiorità strategica nei confronti della Russia". Il 19 luglio un portavoce del ministro degli affari esteri cinese "ha preso nota della dichiarazione della Russia [sul FCE] e del suo problema di sicurezza". Il portavoce ha aggiunto che lo schieramento del sistema anti-missilistico degli Stati Uniti "insidierà la stabilità e l'equilibrio strategici internazionali. Questo non condurrà certo alla sicurezza regionale ed alla fiducia reciproca fra i paesi".

Nel frattempo, i commentatori cinesi hanno osservato che "la Russia ultimamente sembra inasprire la propria posizione diplomatica" e "il proprio atteggiamento" verso l'occidente. Quello che le valutazioni cinesi sottintendono è che la posizione "netta" di Mosca punta a mettere la Russia su una base di parità con le potenze occidentali.

A proposito dell'Asia Centrale (e dell'Afghanistan) la Cina condivide le stesse preoccupazioni della Russia, in particolare su due aspetti. In primo luogo, anche la Cina nutre gli stessi dubbi circa i disegni della NATO nell'Asia centrale. La Cina continua ad apprezzare gli sforzi russi per mantenere la NATO fuori dall'Asia centrale. Per citare un commento recente del People's Daily, "conoscendo bene l'importanza strategica dell'Asia Centrale, negli ultimi anni la NATO non ha risparmiato i propri sforzi per promuovere le relazioni con i paesi della regione. Ma per la NATO non è facile fare progressi, data la tradizionale influenza predominante della Russia in questa regione, un'influenza che Stati Uniti e l'Europa non potranno mai sperare di eguagliare.

"Concentrandosi sul potenziamento della OTSC la Russia ha mostrato una forte opposizione alla NATO. Ora ai rapporti poco amichevoli tra la Russia e la NATO si deve aggiungere la difficoltà di quest'ultima a mettere in atto la propria strategia in Asia Centrale".

Gli interessi della Cina coincidono con l'approccio russo, che mira ad aumentare l'influenza della OTSC in Asia Centrale. Il legame OTSC- SCO permette ai russi di "limitare" la NATO ai bordi sud-occidentali dell'Eurasia. E questo va nella stessa direzione degli interessi cinesi.

In secondo luogo, sta diventando sempre più evidente che sia la Russia che la Cina stanno pensando molto al concetto di Asia Centrale. Il fatto è che non sarebbe realistico per la Russia e la Cina (e per la SCO) occuparsi dei processi in atto nella regione senza prendere in considerazione gli sviluppi in Afghanistan, Iran e Pakistan. Un commentatore russo ha recentemente scritto sulla Nezavisimaja Gazeta che i vicini meridionali dell'Asia Centrale (Afghanistan, Iran e Pakistan) hanno "per il Tajikistan un'importanza molto maggiore dei battibecchi con l'élite kazaka".

Probabilmente la SCO è già portata a ritenere che l'Asia Centrale come comunità distinta ha più a che fare con la storia - la sua storia antica, medioevale e sovietica - che con le attuali realtà politiche. La SCO ha fatto i conti con il fatto che anche se l'Asia Centrale e del Sud hanno fatto parte per molto tempo di realtà geopolitiche diversissime, ora non è più così, specialmente dopo che l'11 settembre 2001 ha fornito agli Stati Uniti l'occasione per stabilire una presenza a lungo termine in Afghanistan e fare un significativo salto in avanti nei propri rapporti con gli stati centroasiatici.

Dopo aver consolidato la propria presenza in Afghanistan, la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Asia Centrale ha cambiato forma. Gli Stati Uniti sperano di modificare la regione impiegando metodi diversi, più flessibili, fondati sulla cooperazione nei campi della sicurezza, dei trasporti e dell'energia, così come attraverso continui sforzi volti a determinare "cambi di regime".

Nel frattempo, si è rivelata utile anche la continua espansione dell'influenza degli Stati Uniti nell'Asia Meridionale, poiché l'Afghanistan è un collegamento vitale che può legare l'Asia Centrale con quella del Sud. Di recente Washington ha cercato un coinvolgimento maggiore nella cooperazione regionale dell'Asia Meridionale, mirando a ottenere lo status di stato osservatore nella SAARC, l'Associazione dell'Asia del Sud per la Cooperazione Regionale che include l'India, il Pakistan, il Bangladesh, lo Sri Lanka, il Nepal, le Maldive, il Bhutan e l'Afghanistan. Sembra anche che Washington abbia incontrato un certo grado di successo nel persuadere l'India a raffreddare la propria passione iniziale verso la SCO.


L'Iran cerca la SCO
La SCO tende a sentire sempre di più l'esigenza di evolvere la propria strategia della "Grande Asia Centrale", che include anche l'Iran e l'Afghanistan e in certa misura anche il Pakistan.

Questo sta forse già accadendo, e potrebbe riflettersi in vari modi al vertice della SCO a Bishkek. In primo luogo, l'Iran sta facendo una decisa offerta per assicurarsi l'appartenenza a tutti gli effetti alla SCO. Teheran ha presentato la domanda formale al paese ospitante, il Kirgyzstan, in aprile. Solitamente, una simile azione sarebbe dovuta avvenire dopo consultazioni preliminari con gli stati membri di SCO. Probabilmente si sta lentamente sviluppando un consenso all'interno della SCO, se non esiste già, sull'ingresso dell'Iran.

Significativamente, il delegato del ministro degli Esteri iraniano Mahdi Safari la settimana scorsa ha rivelato che il presidente Mahmud Ahmadinejad avrebbe assistito all'incontro della SCO. Safari da allora ha visitato Pechino, dove si è incontrato, tra l'altro, con Li Hui, il delegato del ministro degli Affari esteri cinesi sulle questioni dell'Europa dell'Est, dell'Asia Centrale e della SCO.

Da Pechino, Safari si è poi diretto a Mosca. I rapporti russo-iraniani stanno dichiaratamente passando un momento difficile a causa del ritardo della Russia nel completare la centrale nucleare di Bushehr in Iran. Effettivamente, la Russia ha "politicizzato" la questione ed è improbabile che fornisca combustibile nucleare a Bushehr finché il dossier atomico dell'Iran rimarrà aperto. Nonostante il raffreddamento nei rapporti Russia-USA, Washington e Mosca si sono sempre trovate d'accordo sulle questioni che riguardano l'appartenenza al "club nucleare".

Inoltre, la Russia ha molto da guadagnare sfruttando l'accordo sulla cooperazione per il nucleare civile con gli Stati Uniti, firmato in margine all'incontro informale fra i presidenti George W. Bush e Vladimir Putin il 2 luglio; è una concessione importante da parte di Washington, perché permette alla Russia di installare le attrezzature per il ritrattamento del combustibile nucleare esausto di origine statunitense per scopi commerciali, e questo è un affare davvero vantaggioso. Nei termini immediati, la concessione di Washington ha spianato la strada affinché la Russia possa ritrattare il combustibile di origine statunitense usato della Corea del Sud e di Taiwan.

Ma allo stesso tempo, il clamore a proposito di Bushehr dà curiosamente alla Russia la chiave per bloccare ogni possibile nuovo tentativo degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per spingere verso una nuova risoluzione o a sanzioni contro l'Iran perché non ha sospeso il suo programma di arricchimento dell'uranio. Commentatori moscoviti hanno evidenziato che la recente visita degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica all'impianto ad acqua pesante di Arak è stata "un vero passo avanti" e la prova che "gli iraniani sono pronti a dare all'AIEA risposte esaurienti".

Evidentemente, Bushehr non è l'unico elemento dei rapporti Russia-Iran. Entrambi i paesi sono abbastanza pragmatici da realizzarlo. Effettivamente, entrambi i paesi devono essere certi che non ci sia il minimo ostacolo alla loro cooperazione bilaterale. La Russia condivide con l'Iran gli interessi nell'Asia Caspica e Centrale. L'Iran è l'unica potenza del Caspio, probabilmente, con cui la Russia ha identità totale di vedute per quanto riguarda l'inammissibilità della partecipazione di poteri extra-regionali (leggi gli Stati Uniti e la NATO) sulle questioni che riguardano la sicurezza della regione caspica. La Russia dovrà collaborare strettamente con l'Iran all'incontro dei paesi del litorale caspico che si terrà a Teheran quest'anno.

Bordyuzha dell'OTSC potrebbe aver sfoggiato una spavalderia eccessiva quando recentemente ha invitato l'Iran ad aderire all'associazione come stato membro. Ma la proposta non mancava di una sua serietà. Durante la visita del ministro degli affari esteri kirghiso Kadyrbek Sarbayev a Teheran il 15 luglio, l'influente presidente del Comitato per la Sicurezza e del Comitato per le Politiche Estere del Majlis (parlamento) Iraniano, Ala'eddin Broujerdi, ha criticato pesantemente le intrusive politiche regionali degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Ha apertamente accusato gli Stati Uniti di aver complottato per destabilizzare la regione dell'Asia Centrale. Cosa interessante, Broujerdi ha richiesto l'esclusione delle organizzazioni di sicurezza extra-regionali dall'Asia centrale. La posizione di Broujerdi sulla sicurezza dell'Asia Centrale è quasi la stessa di Russia e Cina.

Un punto chiave da tenere d'occhio all'incontro di Bishkek sarà il ruolo dell'Iran nella cooperazione energetica, oggetto di interesse comune da parte di Russia e Cina. Da parte sua, la Russia sarebbe avvantaggiata se l'Iran dirottasse i propri flussi di energia verso i mercati asiatici piuttosto che verso quello europeo (martedì Safari avrebbe detto a Pechino, "l'Iran è disposto ad elaborare un piano energetico per coprire l'intero fabbisogno dell'Asia").

La Russia guarda con disagio ai rinnovati sforzi di Turchia e Unione Europea (malgrado le apparenti riserve degli Stati Uniti) per schierare l'Iran sia come fornitore del gas, sia come paese nel quale far passare il gas turkmeno nell'ambito del proposto oleodotto "Nabucco", che rivaleggia con i progetti energetici russi nei Balcani e nell'Europa meridionale. Il mese scorso, Turchia e Iran hanno firmato un memorandum d'intesa a tale proposito. La settimana scorsa, la Turchia ha stretto un accordo con Italia e Grecia, che saranno i fruitori del gas iraniano.

La Russia sta guardando attentamente e spera che l'Iran non entri nel progetto Nabucco. La Russia ha un ulteriore interesse nell'incoraggiare l'Iran a diventare un fornitore di energia per la Cina, se questo può rendere meno probabile un qualsiasi conflitto di interessi tra Russia e Cina riguardo le riserve energetiche dell'Asia Centrale (particolarmente in Turkmenistan). Infatti, il proposto gasdotto cinese verso il Turkmenistan può essere facilmente esteso all'Iran. Per concludere, l'Iran ha un ruolo importante nella grande strategia russa che implica una variante dell'idea di un cartello mondiale del gas.

La sfida afghana della SCO
Da questo punto di vista, sembra giunto il tempo affinché la SCO rifletta seriamente sui propri futuri rapporti con l'Iran. Senza dubbio, due grandi domande attendono il vertice della SCO: l'ammissione dell'Iran come membro titolare e la direzione della collaborazione della SCO con il Turkmenistan.

Parallelamente alla strategia SCO della "Grande Asia Centrale" che coinvolge l'Iran, ci si può aspettare che il vertice proponga nuove iniziative nei confronti dell'Afghanistan. Di nuovo, sia la Cina che la Russia vedono con crescente preoccupazione la sempre più profonda crisi in quel paese.

Per citare un commento del People's Daily di giugno, "il 'fenomeno dei Taliban ' ha prodotto grave preoccupazione… il loro ritorno ha sfidato pesantemente l'autorità del governo afgano… i Taliban si sono sviluppati e sono più forti... traggono massimo vantaggio dal malcontento degli abitanti per le condizioni di vita e dai sentimenti anti-americani… i Taliban hanno stimolato i loro contatti con i superstiti di al-Qaeda… l'Afghanistan rischia di trasformarsi in un secondo Iraq".

Il pensiero russo a riguardo va nella stessa direzione
. Anzi, Mosca è andata oltre ed ha apertamente messo in discussione la logica del monopolio degli Stati Uniti sulla soluzione del conflitto in Afghanistan. Mosca, come Pechino, è incline all'adozione di un approccio "a doppio binario". In primo luogo, tenterà di collaborare strettamente e su basi bilaterali con il governo presieduto dal presidente Hamid Karzai. La visita dal ministro degli affari esteri Sergej Lavrov a Kabul ha indicato un intensificato lavoro della diplomazia russa sul problema afgano. Allo stesso tempo, Mosca sta anche cercando un metodo multilaterale che coinvolga la OTSC.

Significativamente, Bordyuzha ha suggerito questa settimana che "noi [OTSC e SCO] dovremmo collaborare per impedire ai Taliban di tornare al potere, altrimenti avremo per molti anni gravi problemi in Afghanistan".

Bordjuzha ha fatto cenno alla possibilità di un vasto conivolgimento della SCO in Afghanistan. Ha detto che "il lavoro dovrebbe essere condotto in tutte le sfere, in quella politica e in quella economica, e nel fornire assistenza al governo nella formazione di forze armate e di forze di polizia, così come nella lotta contro il traffico di droga".

L'incontro della SCO fornirà di certo proposte mirate ad intensificare le azioni dello SCO-Afghanistan Contact Group.


Emicranie americane
Il vertice della SCO quindi sfida gli Stati Uniti sotto vari aspetti. L'unione di OTSC e SCO è una doppia battuta d'arresto inflitta alle politiche regionali degli Stati Uniti. Entrambe le entità sono bestie nere per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Questi si sono impegnati a soffocare queste due organizzazioni nella culla, e invece ora le vedono riunirsi dotate di nuova forza.

Il piano tattico degli Stati Uniti che proietta la NATO nella regione asiatica centrale si trova di fronte un ostacolo arduo. Il dilemma degli Stati Uniti è intenso. A meno che la NATO non inglobi altri paesi dell'Asia Centrale, non ci può essere un "accerchiamento" completo della Russia o della Cina. Ed è privo di senso che la NATO rimanga bloccata nel Caucaso Meridionale.

Effettivamente è in gioco anche la credibilità della NATO. Mentre le cose seguono il proprio corso, la "trasformazione" dell'organizzazione non sta progredendo senza problemi. L'Afghanistan si è trasformato in un boccone amaro per la NATO, che non può sputarlo né inghiottirlo, e ne sta sfigurando il volto. Nessuna campagna propagandistica può nascondere il fatto che la popolazione afghana vede la NATO sempre più come una forza di occupazione. Oltre alle truppe insufficienti, i comandanti lamentano un disperato bisogno di intelligence.

Inoltre la "forza trascinante" degli Stati Uniti all'interno della NATO è in diminuzione. Questa settimana, il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha richiesto apertamente la cessazione di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Afghanistan, a meno che non siano strettamente sotto il comando della NATO. Il cambiamento di leadership in Francia, Germania e Gran Bretagna non sembra funzionare nel senso previsto da Washington.

Di conseguenza, Washington farà del suo meglio per evitare che la SCO "invada" il territorio afgano. Washington conterà su Karzai per soffocare le aperture della SCO. Il problema degli Stati Uniti sarà che l'iniziativa SCO sull'Afghanistan non potrà essere messa in questione. Karzai farebbe la figura del pazzo se dovesse respingere un'offerta di aiuto dalla SCO. Dopo tutto questa ha un legittimo interesse nella stabilizzazione della situazione afghana, poiché la stabilità della regione è collegata ad essa per molti aspetti.

D'altra parte, la morsa di Washington su Kabul si indebolirà sempre di più una volta che l'Afghanistan svilupperà la "SCO connection". Washington dovrà essere estremamente prudente, poiché gli afgani conoscono e svolgono bene il proprio ruolo nel "Grande Gioco". Più importante, gli Stati Uniti si troveranno sempre più costretti a fare lavoro di squadra, cosa che non sdi addice né alla loro strategia geopolitica né alla condizione di unica superpotenza.

In tutto questo, il Pakistan rimane un giocatore imprevedibile, data la fluidità della sua situazione interna, anche se Islamabad dovrebbe lavorare assieme a SCO e Cina. La maggior parte dei rifornimenti per le forze NATO in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Sarà ironico se gli Stati Uniti si ritroveranno a dover sostenere i combattimenti in Afghanistan, mentre la SCO guadagnerà l'adulazione pubblica fra la popolazione afgana e in tutta la regione come "costruttrice di nazioni".

Secondariamente, Washington sa che la partecipazione della SCO al problema afghano significa che la Russia farà il suo grande rientro nel Hindu Kush, oltre a sventare il grande disegno degli Stati Uniti per manovrare la NATO come un'organizzazione mondiale di sicurezza con membri in tutto il mondo. Stranamente, il 17 luglio, il Tajikistan ha annunciato di aver concluso un accordo per lo schieramento di velivoli da combattimento russi nella base aerea di Ayni, fuori da Dushanbe. Le indicazioni sono che anzitutto la Russia schiererà jet Su-25 ed elicotteri Mi-24 e Mi-8. Lo schieramento russo avverrà secondo le disposizioni della OTSC. Mosca ha appena deluso l'ultima speranza degli Stati Uniti di guadagnarsi l'appoggio del Tajikistan.

Ma tutto questo sembrerà insignificante a Washington se il vertice SCO dovesse decidere di ammettere l'Iran come membro titolare. C'è una sola possibilità che la SCO decida di guadare le feroci correnti contrarie nella regione del Golfo Persico. Ma Washington la osserverà con nervosismo.

Il punto è che Iran, Russia e Cina hanno tutte "perso", in maniere diverse, dopo il contratto statunitense da 63 milioni di dollari nella regione del Golfo. Washington ancora una volta ha mostrato che "il vincitore prende tutto".

Così "i perdenti" non possono essere incolpati se imparano velocemente e vedono che la logica di creare una rete interna per diminuire le proprie "perdite" potrebbe persino far riguadagnare un territorio oramai fuori dal loro controllo. Certamente, Ahmadinejad sarà una delle attrazioni principali del vertice della SCO e la sua presenza a Bishkek avrà altri significati che non semplici questioni di protocollo.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreing Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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