Monday, April 21, 2008

“Kraj” - documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” - al limite, sull’orlo del baratro - è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie - costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi - ha perso ogni significato geografico.

Le sette parti del documentario, tradotte dal russo e sottotitolate in italiano, sono sul blog Bye Bye Uncle Sam a questo indirizzo.

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Wednesday, February 27, 2008

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo
di Jeremy Scahill

Ultim'ora: L'amministrazione Bush ammette l'esistenza di una cosa chiamata diritto internazionale.

Com'era prevedibile, tuttavia, il diritto internazionale non viene invocato a proposito del campo di prigionia di Guantanamo, dell'esteso uso della tortura, dell'invasione e occupazione di paesi sovrani, delle consegne straordinarie. No, viene tirato fuori per condannare il governo serbo all'indomani dell'assalto all'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado in seguito al fulmineo riconoscimento da parte dell'amministrazione Bush della dichiarazione di indipendenza della provincia serba meridionale del Kosovo. Circa mille persone si sono staccate da una manifestazione di massa ampiamente pacifica nel centro di Belgrado e hanno preso di mira l'ambasciata. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel complesso, dove hanno appiccato il fuoco e sostituito la bandiera americana con quella serba.

Qui sono in gioco due importanti questioni. Una è la situazione del Kosovo (ci arriveremo tra poco), l'altra è l'attacco all'ambasciata degli Stati Uniti. Sì, il governo serbo aveva l'obbligo di proteggere l'ambasciata dall'irruzione. Se c'è stata in questo la complicità della polizia o delle autorità serbe, il problema è serio. Ma gli Stati Uniti hanno ben poca autorità morale non solo quando invocano il diritto internazionale (cosa che fanno solo quando conviene ai piani di Washington) ma quando lo invocano in merito agli assalti alle ambasciate di Belgrado.

"Sono indignato dall'attacco della folla contro l'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado", ha protestato Zalmay Khalilzad, ambasciatore americano alle Nazioni Unite. "L'ambasciata è territorio sovrano degli Stati Uniti. Il governo della Serbia ha la responsabilità, secondo il diritto internazionale, di proteggere gli edifici diplomatici, in particolare le ambasciate”. I suoi commenti sono stati riecheggiati da una sorta di annuario virtuale delle personalità dell'amministrazione Bill Clinton. Gente come Jamie Rubin, il vice dell'allora segretario di stato Madeleine Albright, uno dei principali artefici della politica statunitense nei confronti della Serbia. "È territorio sovrano degli Stati Uniti secondo il diritto internazionale", ha dichiarato Rubin. "Il fatto che la Serbia permetta a questi manifestanti di rompere le finestre e di fare irruzione nell'ambasciata americana è un segnale piuttosto drammatico". Hillary Clinton, il cui consorte orchestrò e guidò i 78 giorni di bombardamento della Serbia nel 1999, ha detto: "Tenderei molto aggressivamente a ritenere il governo serbo responsabile, con le sue forze di sicurezza, della protezione della nostra ambasciata. In base al diritto internazionale è tenuto a farlo".

Quello che è forse il crimine più grande commesso contro un'ambasciata nella storia della Jugoslavia non è stato perpetrato dai malvagi manifestanti serbi, ma dalle forze armate statunitensi.

Il 7 maggio del 1999, al culmine dei 78 giorni di bombardamento della Jugoslavia sotto il comando degli Stati Uniti e della NATO, gli Stati Uniti bombardarono l'ambasciata cinese a Belgrado uccidendo tre cittadini cinesi, due dei quali giornalisti, e ferendone altri 20. L'amministrazione Clinton in seguito disse che il bombardamento era stato il risultato di mappe approssimative fornite dalla CIA (vi ricorda qualcosa?). Pechino respinse quella spiegazione e disse che era stato intenzionale. Alla fine, sotto le pressioni della Cina, gli Stati Uniti si scusarono e pagarono 28 milioni di dollari di risarcimento alle famiglie delle vittime. Se gli Stati Uniti facessero sul serio a proposito del diritto internazionale e della protezione delle ambasciate, i responsabili di quel bombardamento sarebbero stati giudicati all'Aia insieme ad altri presunti criminali di guerra. Ma “criminale di guerra” è una definizione riservata a chi perde le guerre fomentate dagli Stati Uniti, non a chi è mandato da Washington a sganciare bombe umanitarie su un “territorio sovrano”.

Al di là dell'ovvia ipocrisia della condanna della Serbia da parte degli Stati Uniti e l'improvvisa ammissione che il diritto internazionale esiste, la storia del Kosovo è importante nel contesto della campagna elettorale attualmente in corso negli Stati Uniti. Forse più di ogni altro conflitto internazionale, la Jugoslavia ha definito la politica estera del presidente Bill Clinton. Sotto la sua amministrazione la Jugoslavia è stata distrutta, smantellata e frammentata in para-stati etnicamente puri. L'immediato riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush è stato la ciliegina sulla torta della distruzione della Jugoslavia, e Hillary Clinton vi ha aderito entusiasticamente. “Ho appoggiato l'indipendenza del Kosovo perché ritengo che sia imperativo continuare a promuovere l'indipendenza e la democrazia nel cuore dell'Europa”, ha detto la Clinton al recente dibattito dei democratici a Austin, nel Texas.

Alcuni giorni prima dell'assalto all'ambasciata di Belgrado, la Clinton ha elogiato la dichiarazione di indipendenza, riferendosi al Kosovo usando l'albanese “Kosova” e dicendo che l'indipendenza “permetterà al popolo del Kosova di vivere finalmente in un proprio stato democratico. Permetterà al Kosova e alla Serbia di lasciarsi alle spalle un capitolo difficile della loro storia e di andare avanti”. Ha poi aggiunto: “Voglio sottolineare la necessità di evitare qualsiasi forma di violenza o provocazioni nei giorni e nelle settimane che seguiranno”. Come sanno i più esperti osservatori della politica serba, c'erano poche cose che gli Stati Uniti potessero fare per alimentare la rabbia serba causata dalla dichiarazione di indipendenza – “provocazioni”, se volete – come far rilasciare a un leader politico di nome Clinton una dichiarazione che elogiasse l'indipendenza e si riferisse al Kosovo usando la denominazione albanese.

Durante la campagna elettorale la squadra Clinton ha presentato il Kosovo come un successo della politica estera statunitense, e Hillary Clinton ha criticato Bush per averci messo “così tanto per arrivare a questo momento storico”.

Forse qui serve davvero un po' di storia. Se il Kosovo è la sua idea di buona politica estera, questo la dice lunga sul tipo di presidente che Hillary Clinton si propone di essere. La realtà è che ci sono grandi somiglianze tra l'atteggiamento di Clinton nei confronti del Kosovo e l'atteggiamento di Bush nei confronti dell'Iraq.

Il 24 marzo del 1999 il presidente presidente Bill Clinton diede inizio a una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia destinata a durare 11 settimane. Come Bush con l'Iraq, Clinton non aveva il mandato delle Nazioni Unite (usò la NATO), e la sua cosiddetta “diplomazia” volta a evitare i bombardamenti era insincera e ingannevole. Proprio come Bush con l'Iraq.

Un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, l'amministrazione Clinton lanciò al presidente Slobodan Milošević un ultimatum da accettare incondizionatamente, pena il bombardamento del suo paese. Noto come l'accordo di Rambouillet, era un documento che nessun paese sovrano avrebbe mai accettato. Conteneva una disposizione che garantiva alle forze degli Stati Uniti e della NATO il “passaggio libero senza restrizioni e un accesso illimitato in tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia”, non solo nel Kosovo. Mirava inoltre ad assicurare alle forze di occupazione l'immunità “da ogni forma di arresto, inquisizione e detenzione da parte delle autorità della Repubblica Federale Jugoslava”e a garantire agli occupanti “l'uso di aeroporti, strade, ferrovie e porti senza il pagamento di dazi, tributi, pedaggi, tasse o spese determinati dal mero uso”. Inoltre fu detto a Milošević che avrebbe dovuto “concedere tutti i servizi di telecomunicazioni, inclusi i servizi di radiodiffusione, necessari all'Operazione, come determinato dalla Nato”. Analogamente al piano di Bush per l'Iraq, Rambouillet prescriveva che l'economia del Kosovo dovesse funzionare “in accordo con i principi del libero mercato”.

Non si è mai discusso di ciò che a Milošević fu chiesto di firmare. Il fatto che significasse la fine della sovranità del paese era una non-storia. La versione dominante degli ultimi nove anni, ripetuta questa settimana da William Cohen, segretario alla difesa di Clinton al tempo dei bombardamenti, è questa: “Abbiamo cercato di raggiungere una soluzione pacifica per quanto stava accadendo in Kosovo. E Slobodan a Milošević rifiutò”. Rifiutò la pace? Diciamo che invece fu così avventato da rifiutare una proposta alla Don Corleone. Washington sapeva che l'avrebbe respinta, ma doveva creare un'impressione di diplomazia per ottenere la “legittimazione” internazionale”.

E così sulla Serbia piovvero le bombe umanitarie. Tra le missioni: il bombardamento degli studi della Radio Televisione serba, dove un raid aereo uccise 16 dipendenti; le bombe a frammentazione sganciate sul mercato di Niš e la conseguente carneficina; un treno passeggeri colpito deliberatamente; l'uso di munizioni all'uranio impoverito; gli attacchi agli impianti petrolchimici, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche nel Danubio. E anche il bombardamento dei profughi albanesi, proprio quelli che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente dovuto proteggere.

Come Bush con le armi di distruzione di massa irachene prima dell'invasione statunitense, nel 1999 l'amministrazione Clinton lanciò con intenti propagandistici pesanti accuse sul livello di violenza presente in Kosovo. “Sono scomparsi circa 100.000 uomini in età militare... Potrebbero essere stati uccisi”, disse Cohen a cinque settimane dall'inizio dei bombardamenti. Disse che erano stati giustiziati circa 4600 kosovari, e aggiunse: “Sospetto che la cifra effettiva sia molto più alta”. Quei numeri erano completamente falsi. Alla fine le cifre furono sensibilmente ridimensionate, come ha osservato recentemente Justin Raimondo nella sua rubrica su Antiwar.com, da 100.000 a 50.000 a 10.000 e “a quel punto il Partito della Guerra ha smesso di parlare di numeri e si è limitato a celebrare la gloriosa vittoria degli 'interventi umanitari'”. Come risultò, “non ci fu alcun 'genocidio': lo stesso Tribunale Internazionale riferì che in Kosovo furono disseppelliti più di 2000 corpi di serbi, rom e kosovari, tutti ugualmente vittime di una perversa guerra civile nella quale siamo intervenuti al fianco dei kosovari. L'intera fantastica storia di un altro 'olocausto' nel cuore dell'Europa era un falso”, dice Raimondo.

In seguito all'invasione NATO del Kosovo nel giugno del 1999, gli Stati Uniti e i loro alleati si schierarono con la mafia, le bande criminali e i gruppi paramilitari albanesi che ripulirono sistematicamente il Kosovo di centinaia di migliaia di serbi, rom e altre minoranze etniche. Incendiarono abitazioni, negozi e chiese e misero in atto una campagna vergognosa per espellere a forza i non-albanesi dalla provincia. Nel frattempo gli Stati Uniti collaboravano con l'Esercito di Liberazione del Kosovo e contribuivano all'ascesa al potere di criminali di guerra. Oggi il Kosovo è diventato un crocevia del traffico di droga e di esseri umani e del crimine organizzato. In breve, è uno stato-mafia. È questa la “democrazia” che Hillary Clinton dichiara di voler “promuovere” nel cuore dell'Europa?

Non c'è voluto molto perché gli Stati Uniti cominciassero a costruire una gigantesca base militare, Camp Bondsteel, che è opportunamente situata in un'area di enorme interesse geopolitico per Washington. (Tra i servizi più bizzarri, Bondsteel offre anche corsi presso il centro educativo Laura Bush, massaggi thailandesi e tutta la spazzatura multinazionale che si possa mai desiderare). Nel novembre del 2005 Alvaro Gil-Robles, l'inviato per i diritti umani del Consiglio Europeo, ha descritto Bondsteel come “una versione più piccola di Guantanamo”. Oh, e Bondsteel è stata costruita dalla KBR, sussidiaria della Halliburton.

E qui c'è un aspetto interessante. Il governo serbo è ampiamente orientato verso l'Europa, non gli verso Stati Uniti. Il primo ministro, Vojislav Kostunica, è un conservatore isolazionista altrettanto poco entusiasta di una base militare statunitense sul suolo serbo quanto lo è Cuba con Gitmo. La sua accusa è che con il riconoscimento del Kosovo Washington sia stata “pronta a mettere in pericolo violentemente e senza alcuno scrupolo l'ordine internazionale per i propri interessi militari”. Per il governo del Kosovo indipendente, invece, Bondsteel non è un problema.

La Russia e alcune altre nazioni si stanno opponendo al riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, ma sono probabilmente destinate alla sconfitta. Tuttavia, le conseguenze di questa azione si faranno sentire per anni. “In Serbia abbiamo una situazione in cui gli Stati Uniti hanno imposto un'azione – la proclamazione di indipendenza da parte degli albanesi del Kosovo – che è una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale dopo la seconda guerra mondiale”, dice Robert Hayden, direttore del Centro per gli Studi sulla Russia e l'Europa dell'Est dell'Università di Pittsburgh. “I confini non si cambiano con la forza e senza consenso: questo principio è stato la principale giustificazione ufficiale dell'attacco statunitense del 1991 contro l'Iraq”.

E qui il cerchio si chiude. Il diritto internazionale ha valore solo quando conviene agli Stati Uniti. Lo stesso può dirsi degli “interventi umanitari”. E nonostante l'estremismo dell'amministrazione Bush questo non è affatto un fenomeno esclusivamente americano. In un mondo giusto ci sarebbe un intervento umanitario contro l'occupazione statunitense dell'Iraq – con le sue uccisioni indiscriminate di civili, le sue camere di tortura e le sue estese violazioni dei diritti umani. Un intervento del genere ci sarebbe sicuramente stato durante il massacro bipartisan, per mezzo di bombe e sanzioni, del popolo iracheno negli ultimi 18 anni. Ma questo è quello che accade, quando i poliziotti e i giudici sono i criminali. La politica statunitense ha sempre agito su un sistema vittima degna/vittima indegna, un sistema la cui prima preoccupazione non è mai quella di salvare le vittime. L'umanitarismo è la giustificazione ufficiale e raramente, se non mai, la motivazione primaria. Con l'Iraq Bush ricorse alla giustificazione umanitaria – la brutalità del regime di Saddam – solo quando le menzogne sulle armi di distruzione di massa furono apertamente smascherate. In Jugoslavia Clinton la usò fin dall'inizio. In entrambi i casi suonava insincera.

Se sei una vittima e condividi una geografia comune con gli interessi statunitensi, il diritto internazionale è dalla tua parte finché sarà conveniente. Altrimenti, be', è dura. Le Nazioni Unite, comunque, sono solo un club di discussione. Basta chiederlo alle decine di migliaia di curdi massacrati dai turchi con armi vendute loro dall'amministrazione Clinton negli anni Novanta. O ai palestinesi che vivono sotto la brutalità dell'occupazione israeliana. In alcuni casi le “vittime” che gli Stati Uniti dicono di voler proteggere finiscono a loro volta bombardate, come è successo alla fine degli anni Novanta quando le bombe “umanitarie” dell'amministrazione Clinton colpivano ogni tre giorni il nord e il sud dell'Iraq.

In un contesto più ampio, il rapido riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush ci ricorda un fatto che ultimamente viene troppo spesso trascurato: l'impero è bipartisan, come lo sono le tattiche, la retorica e le bombe usate per difenderlo ed espanderlo.

Jeremy Scahill, giornalista indipendente, è l'autore del bestseller Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army. Può essere contattato all'indirizzo jeremy(AT)democracynow.org.

Articolo originale pubblicato il 23 febbraio 2008
Originale da: http://www.alternet.org/audits/77546/?page=1

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Saturday, December 08, 2007

Quale sarà la risposta della Russia all'indipendenza del Kosovo?

Quale sarà la risposta della Russia all'indipendenza del Kosovo?

di Elena Šesternina, commentatrice politica di RIA Novosti

La troika di mediatori internazionali (Stati Uniti, Unione Europea e Russia), dopo aver tentato per vari mesi di trovare una soluzione elegante al problema del Kosovo, ha ammesso il proprio fallimento.

Il rapporto finale che ha deciso di sottoporre in anticipo al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon (la scadenza era stata fissata per il 10 dicembre), non contiene una sola raccomandazione concreta a Belgrado o a Pristina, o perfino alle Nazioni Unite. Cosa accadrà? Come risponderà Mosca se le autorità del Kosovo metteranno in atto le loro minacce e proclameranno unilateralmente l'indipendenza?

La missione della troika ha fallito, e non poteva essere altrimenti. Le posizioni dei suoi membri erano troppo distanti tra loro.

Washington premeva per l'indipendenza della provincia e Mosca faceva di tutto per ribadire che non c'era alcuna fretta. L'Unione Europea, dovendo rappresentare gli interessi di tutti e 27 i suoi stati membri, si destreggiava tra i due fuochi. Non tutti in Europa vedrebbero di buon occhio l'apparizione di un nuovo stato sulla mappa mondiale. I più accesi oppositori sono la Spagna, la Grecia, Cipro, la Romania e la Slovacchia. Sanno che non appena il Kosovo dichiarerà la propria indipendenza i loro separatisti avanzeranno subito richieste simili.

Ma non è stata la posizione dei mediatori il principale ostacolo. Se i serbi erano disposti a offrire tutto a Pristina, compresa un'autonomia così ampia da non avere paragoni nel resto del mondo, purché non si usasse la parola "indipendenza", ikosovari avevano deciso fin dall'inizio che la secessione dalla Serbia era solo questione di tempo. Si, erano pronti a sottoporsi alle procedure diplomatiche, perfino a sedersi al tavolo dei negoziati con i serbi, ma niente di più. E perché avrebbero dovuto, se gli Stati Uniti e vari paesi europei avevano già promesso loro l'indipendenza? Neanche ikosovari sanno bene cosa se ne faranno. Sembrano sperare che l'Occidente affronterà i loro molti problemi economici con entusiasmo ancor maggiore.

Mosca si comporta ancora come se la questione dell'indipendenza della provincia non fosse chiusa. Ma sembra proprio che lo sia. Ikosovari hanno ragione quando dicono che è solo "questione di tempo". La domanda che rimane aperta è quando l'indipendenza diventerà ufficiale e come verrà "messa in atto".

Lo scenario fino alla fine dell'anno è più o meno chiaro. Quando Ban Ki-Moon avrà letto il rapporto, esso sarà sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La discussione si preannuncia tormentata, ma il risultato appare scontato: Mosca obietterà categoricamente a qualsiasi documento contenga la parola "indipendenza". Se riuscirà a persuadere l'Occidente che è necessario un altro giro di colloqui, si tratterà del maggiore trionfo della sua politica estera per quest'anno.

La maggioranza degli esperti ritiene che i kosovari non oseranno proclamare l'indipendenza immediatamente dopo la fine del dibattito all'ONU. In primo luogo, dovranno aspettare le elezioni presidenziali in Serbia, dove il primo turno elettorale si svolgerà il 20 gennaio. Secondariamente sarebbe bene guadagnarsi l'appoggio dell'"Europa Unita" oltre a quello degli Stati Uniti. I capi dell'Unione Europea cercheranno di sintonizzare le loro posizioni sulla "questione Kosovo" al vertice che si terrà a Bruxelles la settimana prossima. La posizione dichiarata finora è incoraggiante: l'UE dice che è necessario "impedire mosse unilaterali da parte del Kosovo".

Gli europei, almeno quelli che non pensano che il Kosovo costituirebbe un pericoloso precedente, stanno elaborando almeno due piani segreti. Secondo il rapporto dell'International Crisis Group, la Gran Bretagna, la Germania, l'Italia e la Francia appoggeranno l'indipendenza prima del maggio del 2008. Per cominciare, cercheranno di ottenere che il vertice di Bruxelles approvi una dichiarazione congiunta sul fatto che l'UE considera conclusi i negoziati sul Kosovo e che il modo migliore per uscire dall'impasse è tornare al Piano Ahtisaari (Martti Ahtisaari è il rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha elaborato un progetto per l'indipendenza del Kosovo). Se la Spagna, la Grecia e altri paesi che si oppongono al Piano Ahtisaari punteranno i piedi, la Commissione Europea darà a ciascun paese carta bianca per decidere se riconoscere o no l'indipendenza del Kosovo.

Il secondo piano è stato pensato a Parigi. Secondo una fuga di notizie sui giornali, Pristina dichiarerà l'"avvertimento finale" in gennaio e proclamerà ufficialmente l'indipendenza in febbraio. L'Albania sarebbe la prima a riconoscere il nuovo paese, seguita dagli Stati Uniti, dai paesi musulmani e da alcuni membri dell'Unione Europea.

Quali sono le opzioni di Mosca in questa situazione? Non sono molte. È improbabile che venga applicata la variante della "reazione adeguata" (riconoscere l'indipendenza dell'Ossezia meridionale, dell'Abkhazia e della Transnistria). Sergej Lavrov ha detto più di una volta che il Ministero degli Esteri rispetterà scrupolosamente la legalità e non violerà l'integrità territoriale di altri stati. E non servirebbe a niente aggravare la disputa con la Georgia, soprattutto perché l'Occidente prenderebbe sicuramente le parti di Tbilisi (non per nulla ha dichiarato prudentemente di considerare "unico" il caso del Kosovo). Una tale reazione non "ribalterebbe" l'indipendenza del Kosovo e la Russia finirebbe con l'avere più problemi ai confini di quanti sia in grado di gestirne. Tbilisi non accetterebbe supinamente la secessione delle repubbliche ribelli, indipendentemente dal risultato delle elezioni presidenziali.

Dunque è probabile che vedremo nuovamente una Russia impegnata in manovre diplomatiche. Per esempio, per bloccare l'ammissione del Kosovo all'OCSE e, cosa ben più importante per Pristina, alle Nazioni Unite. Dopo tutto il Kosovo non può entrare nelle Nazioni Unite senza il consenso del Consiglio di Sicurezza.

Originale: http://rian.ru/analytics/20071207/91380242.html

Articolo originale pubblicato il 7 dicembre 2007

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