lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, novembre 04, 2008

Le armi a bordo della Faina

Le armi a bordo della Faina

di Il'ja Kramnik

La nave ucraina carica di carri armati, altri armamenti e munizioni che si trova nelle mai dei pirati somali nel porto di Hobyo è stata sequestrata già il 25 settembre 2008. In seguito il capitano della nave – un cittadino russo – è morto per attacco cardiaco. L'equipaggio della Faina ha ora gravi problemi di cibo e di acqua potabile. Come è stato riferito, i pirati, che all'inizio avevano chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari e in seguito hanno ripetutamente cambiato la cifra (il limite inferiore era di 5 milioni) adesso chiedono 8 milioni per liberare la nave e l'equipaggio. Inoltre non sono intenzionati a consegnare il carico: secondo quanto ha comunicato la compagnia Tomex, i pirati intendono “distruggere gli armamenti” o gettarli in mare. Ma sono solo parole. E poi “distruggere un carro armato a mazzate non è affatto semplice.
Nella vicenda finora ci sono più domande che risposte. Innanzitutto non è chiara la composizione del carico. Si sa che a bordo si trovano 33 carri armati Т-72, un numero indeterminato di armi leggere e munizioni. In base ad alcune informazioni la Faina trasportava anche sistemi lanciarazzi multipli “Град” e perfino elementi di difesa aerea. Per molto tempo è rimasta irrisolta la questione del destinatario finale del carico: si è detto che i Т-72 e le altre armi erano diretti in Sudan, che attualmente si trova sotto un regime di sanzioni internazionali. Tuttavia il ministero della difesa del Kenia, ammettendo aver commissionato gli equipaggiamenti militari trasportati dalla Faina, ha sollevato l'Ucraina dalla responsabilità di avere infranto le sanzioni.
Ciononostante il destino delle armi rimane incerto. Se i pirati riusciranno a portare a riva i carri armati e le altre armi, teoricamente un acquirente in questa travagliata regione potrà essere trovato. Una tale quantità di armamenti relativamente avanzati potrebbe influire seriamente sull'equilibrio delle forze in Somalia, minacciando la stabilità del governo di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre va notato che lo scarico, che necessita di tempi lunghi e di un porto attrezzato, è già di per sé problematico, ed è improbabile che i pirati riusciranno a metterlo in pratica, tenendo conto della presenza nelle acque territoriali della Somalia delle molte navi da guerra della “coalizione antipirateria”. Però, come minimo, i pirati potranno scaricare dalla Faina le armi leggere e le munizioni, che non contribuiranno certo alla tranquillità del paese già afflitto dalla guerra civile.

Va tenuto conto di un altro fattore. I pirati non possono non capire che non appena gli ostaggi saranno al sicuro le forze internazionali faranno il possibile chi ha sequestrato la nave e ha incassato i soldi del riscatto. Ne consegue che i pirati potrebbero cercare di trattenere parte degli ostaggi a garanzia della propria incolumità fino a quando non si troveranno fuori portata.
In ogni caso, indipendentemente dall'esito della vicenda, la storia della pirateria somala è lungi dal concludersi, e il ristabilimento dell'ordine nelle acque circostanti richiede grandi sforzi. Alla fregata russa Neustrašimyj, che sta cominciando il pattugliamento del golfo di Aden, di sicuro toccherà in sorte un bel po' di lavoro.

Originale: Оружие на борту "Фаины", RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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lunedì, maggio 05, 2008

La strategia per mantenere gli stati falliti

La strategia per mantenere gli stati falliti

da Moon of Alabama

traduzione di Andrej Andreevič

Come b real continua a documentare nei commenti di questo blog, il comportamento statunitense nei confronti della Somalia è in qualche modo misterioso.

Cosa stanno cercando di ottenere gli Stati Uniti laggiù?

Gli ufficiali statunitensi risponderebbero che stanno cercando di creare un nuovo governo leale e decente e una Somalia sana. Ma l'attuale "governo" supportato dagli USA, costituito da signori della guerra e sostenuto dalle profondamente impopolari forze armate etiopi, non è evidentemente un mezzo per arrivare a questo risultato.

Quindi la risposta ufficiale è sbagliata. Quello che invece gli Stati Uniti potrebbero volere in realtà è far rimanere la Somalia uno stato fallito.

Reinventare una Somalia stabile, filooccidentale e senza influenze islamiche costerebbe un'enorme quantità di denaro, persone e tempo. Per cercare di creare uno stato del genere ci vorrebbero 100 milioni di dollari, 300.000 uomini dell'esercito e 10-15 anni.

Un qualsiasi governo stabile in Somalia, creato senza aiuti esterni, sarebbe orientato in senso filoislamico, essendo questo il carattere unificante della popolazione somala. Ma gli Stati Uniti temono che un governo islamico in Somalia potrebbe fornire un rifugio sicuro per "al-Qaeda".

Dal momento che gli Stati Uniti non vogliono investire tante risorse per ottenere il risultato che sarebbe preferibile per loro, hanno preferito che non ci fossero proprio risultati. Basta mantenere lo stato come stato fallito e il problema non sarà più tale per parecchio tempo.

Via David Axe abbiamo trovato questa strategia generale descritta in un documento del Combating Terrorism Center di West Point:

Identificando, catalizzando e accerchiando spazi non governati, gli strateghi jihaddisti credono che saranno in grado di consolidare le proprie forze e di perseguire obiettivi politici e internazionali maggiori. Notate che per questi pensatori l'importante non è l'esistenza di un security vacuum, “vuoto di sicurezza”, cioè uno stato di mancanza di sicurezza, ma quello che ne segue, cioè lo stabilire istituzioni statali funzionanti sotto controllo jihaddista. In pratica gli esistenti “vuoti” si sono dimostrati non essere una scusa utile per l'esportazione di attacchi all'estero. Nessun grande attacco internazionale, per esempio, è stato supportato, ad eccezione dell'Afghanistan, dell'Iraq o della Somalia.

Quindi, mentre la preoccupazione è garantita dalla mancanza di sicurezza, l'implicazione che ne consegue non è che dobbiamo prevenire con forza il formarsi di altri vuoti di sicurezza. Questo richiederebbe immense risorse, come hanno mostrato gli sforzi senza successo per cercare di porre fine alla situazione in Iraq. Invece prevenire che simili mancanze si presentino sarebbe uno sforzo erculeo che coinvolgerebbe il potere americano in numerosi stati falliti nel mondo. Quindi negare ai terroristi i benefici dello stato di mancanza di sicurezza è invece una strategia più fattibile.

Il documento presuppone che la creazione di uno stato da una mancanza di sicurezza sarebbe un beneficio per i "jihaddisti", e che quindi questo deve essere impedito. Fare altro sarebbe troppo "costoso".

Il massiccio spiegamento di truppe in Iraq ha finora impedito ai terroristi di usare quel paese come base per attacchi contro l'occidente. Nel frattempo ai terroristi è stato negata una simile base di un potenziale mancanza di sicurezza grazie ai 18.000 uomini dispiegati in Afghanistan, mentre [la Task Force unificata del Centcom nel Corno d'Africa] impedisce ai jihaddisti di utilizzare la Somalia e il resto della regione grazie al dispiegamento di soli 1.600 uomini; in entrambi i casi, questi dispiegamenti sono molto meno impegnativi in fatto di risorse di quanto lo sarebbero per porre fine effettiva allo stato di mancanza di sicurezza. Una strategia più efficace dal punto di vista dei costi, crediamo, potrebbe mantenere la capacità di agire in maniera decisiva nei vuoti di sicurezza, senza imbarcarsi in una missione insostenibile con lo scopo di porre termine a questi “vuoti” nel mondo.

In Somalia c'era un governo stabile che non piaceva agli Stati Uniti. Attraverso i bombardamenti e l'uso degli eserciti per conto statunitense, quel governo e quello stato sono stati efficacemente distrutti. Ora il compito è di mantenerli a pezzi colpendo e bombardando qualsiasi persona o struttura sociale che potrebbe cambiare questa situazione.

Una simile strategia per impedire lo stabilimento di una vera stabilità sembra essere in atto anche nella striscia di Gaza. E' possibile che questa sia dietro anche al caos in Iraq e Afghanistan?


Originale:

http://www.moonofalabama.org/2008/05/the-strategy-of.html

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