martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, settembre 01, 2008

Tigri dell'Amur, aeroporti tagiki e gas uzbeko

Mentre il servizio fotografico "Putin e la tigre" faceva il suo lavoro circolando a Ovest con tutto quello schietto carico simbolico che sappiamo e accontentava nello stesso tempo gli animalisti e i nostalgici della memorabile partita di pesca a Tuva (quella in cui Putin mostrava il possente torace e dimostrava di saper camminare sull'acqua), il presidente e il primo ministro russi si dividevano i compiti in due visite interessanti, che riporto e riassumo qui perché magari tornano utili:

Dmitrij
Medvedev e il presidente tagiko Emomali Rakhmon si sono accordati per consentire al Ministero della Difesa russo di usare l'aeroporto di Gissar, nel Tagikistan. La nuova base aerea è destinata a cambiare l'equilibrio delle forze nell'Asia Centrale e la politica estera di Dushanbe.
Gli esperi hanno collegato questo accordo con un trasferimento di armi per il valore di 1 miliardo di dollari al Tagikistan.
La base di Gissar, risalente all'epoca sovietica, e la base russa di Kant nel vicino Kirgizistan possono ricevere elicotteri, aerei d'attacco al suolo e velivoli da trasporto militare.
L'aeronautica militare russa attualmente usa tre aeroporti tagiki a Kulyab, Dushanbe e Kurgan-Tyube.
Grazie alla base di Gissar, la Russia sarà in grado di condurre operazioni di ricognizione più efficaci e di posizionare le sue forze regionali più rapidamente. Secondo Andrej Grozin, capo del dipartimento per il Kazakistan e l'Asia Centrale all'Istituto di Studi della CSI, Gissar potrebbe anche accogliere i bombardieri strategici russi se venissero allungate le piste e aggiunti altri depositi di carburante. Lo scorso inverno il Tagikistan aveva preferito politiche di cooperazione militari multivettoriali. Un reparto francese di stanza a Dushanbe fornisce supporto logistico a elementi dell'aeronautica francese in Afghanistan. Inoltre il governo tagiko non ha ancora deciso se permettere all'aeronautica indiana di usare un aereoporto ad Aini.
Sulla nuova politica tagika ha pesato il trasferimento di vecchie armi russe a Dushanbe, che permetterebbe alle forze armate tagike di disporre di uno dei più grandi arsenali della regione.
"I presidenti Rakhmon e Medvedev hanno ripetutamente negoziato faccia a faccia all'ultimo summit della Shanghai Cooperation Organization, e il leader tagiko ha appoggiato le azioni russe nel Caucaso", ha dichiarato Grozin al giornale. Pare che i mutamenti delle relazioni con l'Occidente abbiano reso la Russia meno esitante nella sua politica in Asia Centrale.
Fonte: RBK daily (RUS)

***

Missione più difficile per Vladimir Putin, che oggi è arrivato in Uzbekistan per tentare di riportare il paese nella sfera di influenza russa e assicurarsi che gli Stati Uniti non tornino a usare le loro basi militari sul suolo uzbeko. L'incontro tra E. Dempsey, del comando centrale statunitense, e il Ministro della Difesa uzbeko Ruslan Mirzayev, svoltosi a Tashkent alla fine di agosto, ha aumentato i timori di Mosca, preoccupata per la convergenza tra l'Uzbekistan e l'Occidente che si è accelerata dopo il conflitto nel Caucaso. Lo scontento del Cremlino è accresciuto dal fatto che il presidente uzbeko Islam Karimov non ha approvato pubblicamente le recenti azioni russe nel Caucaso [si veda qui, per le reazioni delle repubbliche dell'Asia Centrale] né il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud.
Dunque, per impedire a Tashkent di cercare alleati a Ovest, Mosca intende fare all'Uzbekistan una proposta che non può rifiutare: un contratto a lungo termine (2009-2020) per l'acquisto di gas naturale uzbeko a prezzi europei.
Putin intende anche convincere Islam Karimov ad acconsentire alla costruzione di un gasdotto tra Uzbekistan e Russia, mirato ad accrescere la capacità del sistema attuale portandola dai 45 miliardi di metri cubi l'anno attuali a 80-90 miliardi di metri cubi. Per riuscirci Putin non proporrà solo un nuovo prezzo per il gas, ma rinnoverà le offerte di investimento di Gazprom nel programma di prospezione nel distretto di Ustyurtsky.
Se Tashkent rifiuta l'offerta Mosca ha un piano B, stando a una voce di Gazprom. A luglio, Aleksej Miller di Gazprom ha infatti discusso con il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov la costruzione del gasdotto caspico, con una capacità di 20 miliardi di metri cubi l'anno e un altro gasdotto principale in grado di trasportare fino a 3 miliardi di metri cubi.
Fonte: Kommersant' (RUS)

[Meno attraenti del fascino stregatigri dell'uomo che tutti amano odiare e odiano amare, ma, ripensandoci: un bel po' interessanti, queste notizie centroasiatiche].

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giovedì, agosto 21, 2008

Le esercitazioni della CSTO

[Per chi si fosse chiesto, come Andrea e me, che fine avesse fatto nel frattempo la CSTO, ecco a voi una sintesi di alcuni articoli di RIA Novosti].

Questa settimana in Armenia sono cominciate la terza e la quarta fase delle esercitazioni militari degli stati ex-sovietici della CSTO, "Rubež-2008". Secondo un alto responsabile della sicurezza armeno le esercitazioni hanno "l'obiettivo di potenziare le capacità di difesa comuni".

L'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Uzbekistan e Tagikistan.

"L'obiettivo delle esercitazioni congiunte Rubež-2008 è contribuire allo sviluppo della componente militare della CSTO" ha dichiarato Artur Bagdasaryan, segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell'Armenia.

Le esercitazioni si svolgono in quattro fasi sul territorio russo e armeno in estate e autunno, e per la prima volta nella storia della CSTO avvengono su tre livelli: strategico, operativo e tattico. Le prime due fasi, che si sono tenute nel mese di luglio in Armenia e a Mosca, sono quelle "più politiche, in cui partendo da una situazione modellata sugli studi si individuano le azioni dei paesi-membri della CSTO e dell'intera organizzazione per ridurre minacce per la sicurezza collettiva della regione messe in atto da terze forze distruttive, e si determinano i meccanismi di una risoluzione politica delle crisi", dice il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuž.

Le fasi successive, quelle "attive", riguardano la pianificazione di operazioni a livello militare. Vi prendono parte 4000 soldati di Russia, Armenia e Tagikistan. La terza fase, in particolare, ha previsto la preparazione e conduzione di un'operazione congiunta "per difendere la sovranità e l'integrità territoriale dell'Armenia".

"Queste esercitazioni permettono ai nostri paesi di rafforzare i legami diretti e accrescere il livello complessivo di cooperazione", ha dichiarato Boris Gryzlov, presidente della Duma russa.

"Possiamo verificare che i membri del blocco siano in grado di affrontare qualsiasi minaccia alla sicurezza collettiva con una risposta appropriata", ha aggiunto.

La Russia, la Bielorussia e le ex-repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale hanno già sviluppato reti comuni di difesa aerea e comunicazioni e stanno lavorando su altri sistemi di difesa.

Le esercitazioni Rubež si svolgono ogni anno dal 2005.
Oggi, giovedì, si tiene a Erevan l'incontro tra i ministri della difesa dei paesi della CSTO.

Link (RUS):
http://www.rian.ru/society/20080722/114575446.html
http://www.rian.ru/world/20080821/150546528.html
http://www.rian.ru/defense_safety/20080818/150441889.html

Link (ENG)
http://en.rian.ru/world/20080722/114629594.html

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