sabato, febbraio 07, 2009

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

di M. K. Bhadrakumar

Ci sono diversi modi di guardare al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, o AKP, che governa la Turchia. I laicisti militanti e i kemalisti insinuano che sia un cavallo di Troia dei salafisti, i cui membri si fanno passare per democratici. Altri dicono che l'AKP è così moderato che in Iran o in Afghanistan rischierebbe l'ostracismo perché infedele.

Ma sembra che possa esserci un terzo modo: guardare cioè all'AKP come a un risultato della rivoluzione iraniana di trent'anni fa. Almeno questo è quello che pensa Ali Akbar Nateq Nouri, una delle maggiori autorità religiose iraniane che fu presidente del Majlis (il parlamento) e ora riveste la prestigiosa carica di consigliere del Leader Supremo Grande Ayatollah Ali Khamenei.

Domenica scorsa Nouri ha spiegato che “Quando gli iraniani parlavano di 'esportare' la loro rivoluzione, non si riferivano alla fabbricazione di un prodotto per poi esportarlo in altri paesi per mezzo di camion o navi; si riferivano invece alla trasmissione del messaggio della loro rivoluzione, alla comunicazione della sua dottrina”. Nouri ha detto che sentiva di poter riconoscere nell'AKP un erede della rivoluzione iraniana perché nelle ultime settimane è stato proprio in Turchia che si sono svolte “le più belle manifestazioni sulla situazione a Gaza”.

Un grande affronto
Può aver esagerato nel dire che perfino l'esercito turco, “che aveva certi trascorsi, è ora cambiato”. Comunque è vero che in Turchia “le cose sono cambiate”, per citare Nouri, come ha dimostrato il travolgente sostegno popolare ad Hamas nella sua battaglia contro Israele.

In particolare, la reazione pubblica del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan alle parole del Presidente israeliano Shimon Peres, giovedì scorso, durante un dibattito televisivo ai margini del World Economic Forum, nella località svizzera di Davos, ha colpito l'immaginazione del mondo islamico ed è riuscita a superare il divario sunniti-sciiti. All'improvviso Erdogan ha assunto le sembianze di un sultano ottomano dei nostri tempi, con un impero che si estende dalle fertili pianure mesopotamiche ai deserti dell'Arabia, dalla valle del Nilo al Levante e il Maghreb fino al cuore profondo dell'Africa.

Erdogan, un ragazzo di periferia originario del quartiere operaio di Kasimpasa a Istanbul, ne ha fatta di strada nella sua tumultuosa carriera politica. È indubbiamente uno degli uomini politici turchi più carismatici e dotati. Il suo posto nel pantheon dei leader della Turchia è dunque assicurato. Tuttavia non avrebbe mai potuto immaginare di vedersi proporre come candidato al Nobel per la pace, né che a sostenerlo sarebbe stata una riverita figura religiosa del mondo sciita.

È quello che ha fatto l'Ayatollah Naser Makarem-Shirazi, parlando a un pubblico di studenti di teologia domenica scorsa nella città iraniana di Qom. La reazione di Erdogan, ha detto l'ayatollah, ha avuto un effetto profondo sulla sicurezza regionale, e ha rafforzato la resistenza palestinese e ulteriormente isolato il “regime sionista”.

La “pretesa” di Erdogan al Nobel per la pace è appesa al filo sottile delle 56 parole pronunciate durante lo show televisivo di Davos, quando ha rimproverato duramente Peres: “Lei è più anziano di me e la sua voce è più imponente. La ragione per cui lei alza la voce è la psicologia della colpa. Io non avrò bisogno di parlare così fragorosamente. Quando si tratta di uccidere, voi sapete benissimo come uccidere. Io so molto bene come avete colpito e ucciso bambini sulle spiagge”.

Alienazione musulmana
Dice certamente qualcosa della profonda alienazione in cui è intrappolato oggi il Medio Oriente il fatto che l'eco di una semplice sequenza di 56 parole dominate dall'angoscia per la giustizia, l'onore e il diritto si rifiuti così ostinatamente di smorzarsi. Dall'oggi al domani Erdogan si unisce al libanese Hassan Nasrullah dell'Hezbollah e al Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejadnel nel superare con invidiabile slancio le storiche divisioni settarie del mondo musulmano. Di certo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà di che meditare.

Al suo rientro a Istanbul Erdogan è stato accolto come un eroe. I sondaggi d'opinione mostrano che più dell'80% dei turchi approva la sua dura replica e il suo “abbandono” del dibattito televisivo. La popolarità dell'AKP supera il 50%, tanto che i partiti d'opposizione, che nelle elezioni comunali di fine marzo contavano di trarre vantaggio dai problemi economici del paese, sono in preda all'abbattimento.

Nella stessa Gaza Erdogan è diventato da un giorno all'altro una figura iconica, tanto che i governanti arabi pro-occidentali ora sono in imbarazzo – come lo è del resto “Abu Mazen” (il Presidente palestinese Mahmoud Abbas), disinvoltamente a capo dell'Autorità Palestinese. Naturalmente l'Arabia Saudita o l'Egitto non hanno nessuna intenzione di cedere la leadership alla Turchia. Ma d'ora in poi dovranno tener conto seriamente del fatto che l'ombra della Turchia si sta addensando sul panorama musulmano sunnita del Medio Oriente.

L'Iran ne è felice. Il potente capo del Consiglio dei Guardiani, l'Ayatollah Ahmad Jannati, ha mandato un messaggio a Erdogan in cui diceva “La sua presa di posizione epica è piaciuta ad Hamas e ai suoi sostenitori e ha umiliato i leader leccapiedi di vari Stati arabi”.

Il “neo-ottomanismo” prende slancio
Nella stessa Turchia i contraccolpi di quel discorso hanno spaccato l'identità già divisa del paese. L'oligarchia delle élite turche occidentalizzate di Istanbul è scandalizzata che Erdogan possa avere guastato l'immagine del turco civile a lungo coltivata a beneficio dell'Europa. Con il suo senso della storia e della cultura, il turco anatolico, dall'altro lato, è felice che Erdogan stia reclamando il ruolo della Turchia nella casa ancestrale del Medio Oriente musulmano, un ruolo che aveva perduto da molto tempo.

Di certo la scorsa settimana il “neo-ottomanismo” che caratterizza il programma dell'AKP ha fatto un grandissimo balzo in avanti. Sta per avere inizio una fase interessante in cui un ruolo fondamentale verrà assunto dalla riscoperta dell'eredità imperiale della Turchia, mentre il paese continuerà a cercare un nuovo consenso su base nazionale che possa riconciliare le molte identità dei turchi.

Sotto il governo settennale dell'AKP la Turchia ha intrapreso il doloroso processo di scendere a patti con il proprio patrimonio musulmano e ottomano. Contrariamente alle impressioni generali, il neo-ottomanismo non è né islamista né imperialista. Si potrebbe dire che usa il comune denominatore dell'Islam per derivarne un concetto meno etnico dell'identità turca che sia più conciliabile del laicismo militante con il carattere multietnico dello Stato turco.

Ma in politica estera il “neo-ottomanismo” ha un programma più ambizioso. Come ha scritto l'importante editorialista del giornale turco Zaman, Omer Taspinar, “Il neo-ottomanismo vede la Turchia come una superpotenza regionale. La sua cultura e visione strategica riflette la portata geografica degli imperi ottomano e bizantino. La Turchia, come paese-fulcro, dovrebbe così svolgere un ruolo diplomatico e politico molto attivo nell'estesa regione di cui è il 'centro'”. Non sorprende che i detrattori di Erdogan tra le élite occidentalizzate di Istanbul e Ankara vedano queste aperture islamiche o pan-turche della politica estera come mosse rischiose e in ultima analisi nocive per gli interessi della Turchia.

Per citare un importante editorialista turco, Mehmet Ali Birand, di CNN Türk, Erdogan ha “disturbato” il delicato equilibrio della politica estera e ha “messo sé stesso e il suo paese in una posizione rischiosa... Sarà interpretato come un lento allontanamento dal campo Israele-Stati Uniti-Unione Europea-Egitto-Arabia Saudita... Anche se le relazioni con Israele non cesseranno, gli umori cominceranno a cambiare e si orienteranno verso l'antipatia. Se non verranno immediatamente riequilibrate, le relazioni tra Israele e la Turchia non si ristabiliranno facilmente. Le conseguenze si faranno sentire a Washington e sui mercati monetari”.

Tuttavia, la timorosa prognosi di Birand pare troppo presuntuosa. Non v'è alcuna base per affermare che il “neo-ottomanismo” significhi che la Turchia volterà le spalle all'Occidente. Come ha rilevato Tapinar, dopo tutto l'Impero Ottomano era noto come “il malato d'Europa”, non dell'Asia o dell'Arabia. La tradizione europea dell'apertura all'Occidente e agli influssi occidentali fu una costante dell'epoca ottomana. L'ambiziosa politica regionale di Erdogan nel Medio Oriente non dovrebbe essere vista come una deviazione dagli obiettivi rappresentati dall'ingresso nell'Unione Europea e dalle buone relazioni con Washington.

Nuvole sulle relazioni turco-israeliane
Non c'è dubbio che l'offensiva israeliana contro Gaza e l'episodio di Erdogan a Davos abbiano creato fratture nelle relazioni strategiche tra Turchia e Israele. Ma il problema è se i danni siano abbastanza gravi da dare il via a un importante riallineamento nella regione. È altamente probabile che con il raffreddarsi degli animi le relazioni turco-israeliane in quanto tali si ristabiliranno.

L'esercito turco ha fatto sapere che non ci sarà una riduzione della cooperazione con Israele. Ha detto che la cooperazione militare della Turchia con tutti i paesi, Israele compreso, si basa su interessi nazionali e non sono previste difficoltà nella consegna da parte di Israele di UAV (aerei senza pilota) Heron.

Il Ministro degli Esteri Tzipi Livni ha detto: “C'è un'incrinatura nelle nostre relazioni. Non è possibile nasconderlo. Ma queste relazioni sono molto importanti per entrambi i paesi”. Ha preso atto che Ankara stava “facendo una distinzione tra i rapporti bilaterali e il biasimo che ci stanno rivolgendo per l'operazione [di Gaza]”. Anche gruppi ebraici statunitensi stanno cercando di placare le acque nelle relazioni tra Turchia e Israele.

Si può capire che Erdogan si sia sentito tradito. Ha detto al Washington Post che la mediazione turca aveva portato Israele e la Siria “molto vicino” a negoziati di pace diretti sul futuro delle Alture del Golan. Durante la sua visita ad Ankara, il 23 dicembre, il Primo Ministro israeliano non solo ha nascosto a Erdogan il fatto che Israele prevedeva di attaccare Gaza quattro giorni dopo, ma ha assicurato al leader turco che al suo rientro avrebbe consultato i suoi colleghi per una ripresa dei negoziati con la Siria.

Quando Olmert si trovava ad Ankara, Erdogan ha telefonato a Gaza al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, e si è consultato con lui sulle questioni che avrebbe discusso con il Primo Ministro israeliano in visita. Del tutto comprensibilmente, Erdogan si è sentito tradito. “Questa operazione [a Gaza] mostra anche una mancanza di rispetto verso la Turchia”, ha detto. Israele è abituato ad agire assecondando esclusivamente i propri interessi. Ma Erdogan è un turco orgoglioso per il quale perdere la faccia è semplicemente inaccettabile.

Israele ha bisogno della Turchia
Nel frattempo in Turchia si sono svolte imponenti manifestazioni di massa contro Israele alla notizia delle atrocità commesse a Gaza. Il più alto organo esecutivo della Turchia, il Consiglio della Sicurezza Nazionale, che si trova sotto la guida del Presidente e comprende il Primo Ministro e i capi militari, ha dichiarato il 30 dicembre che Israele avrebbe dovuto cessare immediatamente le operazioni militari, dare una possibilità alla diplomazia e consentire che alla popolazione di Gaza giungessero gli aiuti umanitari.

Ma Israele ha preso con molta calma le critiche turche. Ha dichiarato che Erdogan si stava comportando in modo “emotivo”. Erdogan ha ribattuto: “Non sono emotivo. Parlo quale discendente dell'Impero Ottomano, che accolse i vostri antenati quando erano in esilio... La Storia li accuserà [Olmert e Livni] di aver macchiato l'umanità... È imperdonabile che un popolo che durante propria storia ha sofferto così profondamente abbia potuto fare una cosa del genere”.

In compenso, Israele ha più da perdere della Turchia nel deteriorarsi della fiducia reciproca. La Turchia ha molti amici nella regione, mentre Israele non ne ha praticamente nessuno. La Turchia è per Israele un alleato insostituibile non solo nel Medio Oriente ma nell'intero mondo musulmano. Con l'atteso confronto Stati Uniti-Iran e il conseguente riallineamento nella regione, Israele (e gli stati arabi pro-occidentali) hanno bisogno ora più che mai della Turchia come “elemento di equilibrio”. Come dimostra il caloroso plauso iraniano a Erdogan, anche Teheran è profondamente consapevole dei nuovi imperativi.

Oltre a tutto ciò, una questione eterna che dovrebbe allarmare Israele è che per la prima volta nell'heartland anatolico è visibile un'ondata di antisemitismo. Se i leggendari precedenti dell'era ottomana nel dare asilo agli ebrei erranti stanno davvero diventando una reliquia del passato, non chiedetevi di chi sia la colpa. Sono i leader israeliani che devono assumersene la responsabilità.

Originale da: Turkish Snub Changes Middle East Game

Articolo originale pubblicato il 4/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7001&lg=it

Etichette: , , , , , , , ,

martedì, settembre 16, 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

Etichette: , , , , , , , , ,

martedì, settembre 09, 2008

Armenia, Turchia, Azerbaigian e la mediazione di Mosca

Intanto tra Turchia, Armenia, Russia e Azerbaigian stanno accadendo cose molto interessanti sul piano diplomatico. Ve le riassumo perché potrebbero essere utili per seguire gli sviluppi futuri. Va da sé che ultimamente questi miei post seguono gli orientamenti dell'informazione russa, dunque sono un tentativo di riempire alcuni possibili vuoti di informazione (ho l'impressione che in questo periodo non possiamo permetterci la stravaganza di essere occidentocentrici).

Nel finesettimana c'è stata una svolta epocale nei rapporti burrascosi tra Armenia e Turchia: per la prima volta un capo di stato turco è andato in visita a Erevan. Il 6 settembre il presidente turco ha trascorso circa sei ore sul suolo armeno, per lo più in compagnia della sua controparte armena Serzh Sargsyan. I due, riparati da un vetro antiproiettile, hanno guardato la partita per la qualificazione ai mondiali.
Ha vinto la Turchia, ma per l'Armenia è stato un successo diplomatico.
Anche Gul era molto soddisfatto: "credo che la mia visita abbia distrutto una barriera psicologica nel Caucaso", ha dichiarato all'agenzia di informazione di stato turca.
Il quotidiano turco Hurriyet ha riferito ieri che i ministri degli esteri dei due paesi hanno concordato le fasi iniziali di negoziati che prevedono la normalizzazione dei rapporti diplomatici e l'instaurazione di relazioni bilaterali. Le due parti hanno anche cercato un accordo su una risoluzione politica del conflitto del Nagorno-Karabakh (l'enclave armena nel territorio dell'Azerbaigian). L'ufficio del presidente turco ha rivelato che il 10 settembre Gul andrà in Azerbaigian a discutere la mutata situazione diplomatica. La buona volontà diplomatica delle autorità turche e armene non si è rispecchiata però nei sentimenti della popolazione armena (il punto delicatissimo è ancora la questione del riconoscimento della responsabilità della Turchia Ottomana per il genocidio del 1915), e non sono mancate le manifestazioni di protesta.
Come ha commentato Ruben Safrastian, direttore dell'Istituto di Studi Orientali all'Accademia delle Scienze armena, la volontà turca di mutare atteggiamento nei confronti dell'Armenia è condizionata dai cambiamenti geopolitici nella regione: con questo passo la Turchia sta cercando di rafforzare il proprio ruolo nel Caucaso Meridionale. Sulla decisione di Ankara pesa anche la necessità di risolvere le dispute con l'Armenia per poter entrare nell'Unione Europea.
Fonte: Eurasianet

Il Kommersant' aggiunge particolari sull'incontro:

La Turchia ha proposto al'Armenia un piano per la creazione di una "Piattaforma di sicurezza e stabilità nel Caucaso" per incoraggiare i legami politici ed economici con i paesi vicini. Durante la sua storica visita in Armenia il presidente turco Abdullah Gul ha cercato di convincere il presidente armeno Serzh Sargsyan della necessità di questa nuova alleanza, che è stata anche al centro della visita a Mosca del ministro degli Esteri azero Mamedyarov. L'alleanza permetterebbe ad Ankara e a Mosca di rafforzare la propria posizione nella regione del Caucaso, indebolendo quella degli Stati Uniti.
L'iniziativa di Ankara sulla creazione della nuova alleanza ha ricevuto il sostegno di Erevan. Il presidente armeno
Sargsyan ha dichiarato che l'"Armenia sarà sempre favorevole al dialogo e sostiene il rafforzamento della fiducia reciproca, della sicurezza e della cooperazione nella regione", e ha definito l'iniziativa "un passo verso la creazione di una buona atmosfera nella regione". I leader di Turchia e Armenia parleranno nuovamente della creazione della "Piattaforma" quando il presidente armeno ricambierà la visita (va segnalato, incidentalmente, che la televisione russa ha dato grande risalto ai colloqui). La partecipazione alla nuova alleanza significherà per Erevan la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, l'apertura dei confini e naturalmente l'ingresso delle merci armene nel mercato turco.
A Baku l'incontro turco-armeno veniva accolto senza particolare entusiasmo. Anche se il ministro degli Esteri azero Mamedyarov ha dichiarato che si trattava degli affari interni della Turchia, vari politici hanno accusato Alkara di aver tradito l'Azerbaigian.
Comunque, benché l'Azerbaigian negli ultimi anni si sia orientato maggiormente verso l'Occidente e la NATO, gli ultimi eventi nel Caucaso potrebbero apportare alla politica estera di Baku singnificative correzioni. Mosca, a sua volta, può proporre all'Azerbaigian due buoni argomenti a favore dell'alleanza con la Russia e dell'allontanamento dall'Occidente, entrambi legati alla prospettiva di una soluzione del conflitto del Nagorno-Karabach:
uno, il fallimento georgiano nel risolvere la questione in Ossezia del Sud e Abkhazia malgrado l'assistenza degli Stati Uniti;
due, lo scenario moldavo, che è considerato invece un successo.
È infatti noto che la Transnistria, la regione separatista della Moldavia, ha posto fine alla moratoria ai colloqui con Chisinau dopo i contatti tra il presidente della Transnistria Smirnov e Medvedev.
La
prossima fase dello sviluppo dell'alleanza caucasica sarà un incontro tra i presidenti della Russia e dell'Azerbaigian.
Secondo una fonte vicina al Cremlino, durante questo incontro si potrebbe parlare di un futuro summit Armenia-Azerbaigian, con la mediazione del presidente russo anziché del gruppo di Minsk dell'OSCE che ha gestito fino a poco tempo fa la questione del Nagorno-Karabach.
Fonte: Kommersant'

Etichette: , , , ,

venerdì, settembre 05, 2008

All'ombra del conflitto caucasico: alcuni dati interessanti

La preziosissima Winthrop 360 ha esattamente il post che fa per me: riassume cioè alcune cose interessanti che sono successe nell'ultimo mese e sono state messe in ombra dalla guerra (anche di informazione) in Ossezia del Sud. Molte di queste cose hanno a che fare con l'energia e l'economia, dunque le riprendo ampliandole e integrandole con alcuni dati raccolti da me. Anche queste, credo, ci torneranno utili.

Il Kazakistan ha proposto una tassa sull'estrazione del petrolio (dal 7% al 20% del valore di mercato). Non influisce sui PSA (Production Sharing Agreement, cioè i contratti firmati tra un governo e le compagnie che riguardano la quantità di materie prime, solitamente petrolio, assegnata a ciascuna di esse) e il giacimento di Tengiz ma è comunque un fattore negativo per le multinazionali occidentali.

***

In Australia diversi esponenti del governo si sono opposti alla vendita di uranio alla Russia. Le autorità russe hanno risposto che se le imprese russe vengono messe in difficoltà in Australia lo stesso accadrà a quelle australiane in Russia (per esempio la BHP Billiton, il colosso anglo-australiano delle materie prime interessato alle miniere russe). Pochi giorni dopo un gruppo industriale che rappresenta le maggiori compagnie minerarie australiane ha dichiarato che della Russia ci si può fidare.
Un commento di Tat'jana Sinicyna per RIA Novosti è un po' più chiaro sulla questione: l'accordo tra Russa e Australia era stato firmato il 7 settembre 2007 e molto semplicemente stabiliva che la Russia avrebbe comprato uranio per il valore di un miliardo di dollari all'anno dall'Australia che ne ha in surplus (il 40% delle riserve mondiali). La Russia garantiva che l'uranio sarebbe rimasto militarmente "sterile" e sarebbe stato usato per scopi pacifici (del resto la Russia per gli scopi militari usa il proprio uranio, le cui riserve sono le terze al mondo). Però, cosa interessante, l'accordo non è attivo, partirà solo dal 2015. Né del resto il documento è stato ratificato dai parlamenti, dunque è ancora un pezzo di carta con gli autografi dei due presidenti. Chi cerca di bloccare questo accordo lo fa sapendo di non rischiare nulla al momento: saranno probabilmente altri a risentirne, tra sette anni. E come fa notare giustamente Sinicyna l'uranio non è carbone, non basta spalarlo nelle fornaci qua e là, richiede lo sviluppo di tecnologie sofisticate: "Immaginate che le compagnie australiane abbiano già cominciato a investire in impianti e tecnologie in attesa di accordi con i futuri soci russi, mentre i loro politici se ne escono con dichiarazioni che contrastano con i loro interessi. È chiaro chi sarà a perderci".
Link: (RUS) (ENG)

***

La Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto che trasporterà fino a 30 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale turkmeno e uzbeko verso la Russia (già visto nei precedenti post).

***

Mentre Berlusconi era in Libia per firmare l'accordo di cooperazione con Gheddafi è stato raggiunto da Sergej Ivanov; la Russia mira a costruire un altro gasdotto verso l'Europa.

***

L'Armenia ha dichiarato che l'Iran entro il 2010 soddisferà il 100% dei suoi bisogni energetici, parzialmente in cambio di elettricità (importando 3,3 miliardi di kilowatt all'ora via Tabriz nel nord-ovest dell'Iran).

***

Gazprom ha firmato un importante memorandum di intesa con la Nigeria per la creazione di una joint venture che si occuperà di "prospezione, produzione e trasporto di idrocarburi", di "realizzare un sistema per convogliare e valorizzare il gas associato" e di "costruire centrali elettriche in Nigeria".

***

Come conseguenza della crisi nel Caucaso la Russia potrebbe riprendere in considerazione il progetto di costruire una ferrovia che colleghi direttamente Armenia e Iran: è questo l'esito di un recente incontro tra Medvedev e il presidente armeno Sargsyan.

***

Gazprom Neft, il braccio petrolifero di Gazprom, ha firmato un accordo per sviluppare il giacimento petrolifero iraniano di Azadegan Nord ed estrarre petrolio da altri tre giacimenti (Shurum, Kukh-i-Rig e Dudru). Mentre le compagnie occidentali stanno lasciando l'Iran (la francese Total se n'è andata all'inizio dell'estate, la spagnola Repsol YPF e la Royal Dutch Shell si sono ritirate dallo sviluppo della 13ma fase di South Pars), aumenta invece la presenza delle compagnie russe.

***

I britannici e i russi sono giunti a un accordo su TNK-BP dopo la lunga disputa per il controllo della joint venture: BP ha accettato di sostituire la dirigenza accogliendo le richieste dei partner russi.

***

La Russia e la Turchia sono state sull'orlo di una guerra doganale: la stampa turca ha riferito che la scorsa settimana migliaia di camion turchi sono rimasti bloccati alla frontiera russa perché la Russia ha irrigidito il regime doganale quando la Turchia ha consentito il passaggio attraverso il Bosforo delle navi da guerra americane dirette nel Mar Nero. In risposta la Turchia ha dichiarato che i cargo in arrivo dalla Russia dovevano essere ispezionati più scrupolosamente. Negli ultimi giorni i due paesi hanno però dichiarato di non essere interessati a un peggioramento delle relazioni. Secondo gli esperti sarebbe la Turchia a perderci di più. Le esportazioni russe verso la Turchia sono costituite prevalentemente da risorse energetiche (il 29% del petrolio e il 63% del gas naturale consumato dalla Turchia vengono dalla Russia). La Turchia esporta tessuti, veicoli, attrezzature, farmaci e prodotti alimentari. Inoltre in Russia lavorano attualmente più di 150 società edilizie turche.

***

Sempre a proposito di Turchia, la moglie di Matthew Bryza, vice assistente segretario di stato americano, che si chiama Zeyno Baran ed è senior fellow e direttrice del Centro per la Politica Eurasiatica allo Hudson Institute [fondazione che fa parte di un gruppo di istituti ferocemente neoconservatori] ha scritto il 29 agosto un articolo sul Wall Street Journal intitolato "Will Turkey abandon NATO?" (La Turchia intende abbandonare la NATO?), nel quale si chiedeva appunto da che parte stia andando la Turchia (cogliendo segnali di tentennamento e di apertura verso la Russia e soprattutto l'Iran).

Etichette: , , , , , , ,

sabato, agosto 09, 2008

L'importanza della Georgia come paese di transito

[visto che il materiale è tanto, questa factbox di Reuters chiarisce in modo utile e schematico un paio di questioni sulla posizione strategica della Georgia. Chi ne ha il tempo troverà molto materiale in rete, anche in italiano, per approfondire lo spunto]

La Georgia, le cui forze governative venerdì hanno sferrato l'attacco contro i separatisti filo-russi, è un'importante rotta energetica verso l'Occidente, con un oleodotto e un gasdotto che passano per la capitale Tbilisi.

La Georgia e altri paesi di transito hanno l'obbligo di assicurare la sicurezza di oleodotti e gasdotti, che seguono rotte simili e trasportano petrolio e gas dalla zona azera del Mar Caspio.

Da Tbilisi, le rotte energetiche si dirigono a sud verso la Turchia allontanandosi dalla regione separatista dell'Ossezia del Sud, teatro dei combattimenti.

Sono particolarmente importanti per l'Unione Europea perché riducono la dipendenza dalle forniture russe e non attraversano il territorio della Russia.

Le esportazioni di gas e petrolio sono state però interrotte da un'esplosione avvenuta in Turchia all'inizio della settimana. L'attentato è stato rivendicato dal Partito dei Lavoratori.

Oleodotto BAKU-TBILISI-CEYHAN (BTC): questa pipeline gestita dalla BP è stata inaugurata nel 2006. È in grado di pompare fino a un milione di barili di greggio al giorno dall'Azerbaigian fino al porto turco di Ceyhan lungo una rotta di 1770 km. È il primo oleodotto a trasportare grandi volumi di greggio dal Caspio senza passare per la Russia.

Il gasdotto BAKU-TBILISI-ERZURUM (BTE): anche noto come Shakh-Deniz Pipeline, trasporta il gas dal giacimento di Shakh Deniz nel Mar Caspio fino a Erzurum in Turchia. È gestito da BP e StatoilHydro. Ha cominciato a esportare gas verso la Turchia nel 2007 e sarà in grado di trasportare complessivamente 20 miliardi di metri cubi di gas.

Fonte: Reuters

Originale pubblicato l'8 agosto 2008

Etichette: , , , , , , ,

sabato, agosto 02, 2008

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

di M. K. Bhadrakumar

Si suppone che gli israeliani sappiano qualcosa di più rispetto a noi dei loro impegnativi vicini. È assai probabile che i due delegati israeliani Shalom Turjeman e Yoram Turbowitz in partenza per Ankara sapessero che il governo turco non sarebbe crollato nelle successive 24 ore.

I due delegati del primo ministro (uscente) Ehud Olmert avevano il delicato compito di condurre il quarto ciclo di colloqui di pace con la Siria con la mediazione turca. La procedura dei dialoghi prevede che i rappresentanti turchi facciano la spola tra i diplomatici israeliani e siriani, senza un confronto diretto tra questi ultimi. Sembra che i turchi abbiano fatto un lavoro eccellente. Il 28 luglio l'ambasciatore della Siria negli Stati Uniti, Imad Mustafa, parlando a Washington ha detto: “Noi [Siria e Israele] desideriamo riconoscerci reciprocamente e porre fine allo stato di guerra”.

“Ci viene offerta un'occasione storica. Sediamoci allo stesso tavolo, facciamo la pace, mettiamo fine una volta per tutte allo stato di guerra”, ha aggiunto Imad riferendosi ai colloqui di pace mediati dalla Turchia. Chiaramente la stabilità politica non è più soltanto un problema nazionale per 80 milioni di Turchi, ma una questione di importanza vitale per la comunità internazionale. E il ruolo della Turchia nei colloqui di pace sirio-israeliani è solo la punta dell'iceberg. Nell'instabile situazione mediorientale, la Turchia ha anche facilitato i contatti tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Stephen Hadley e il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. (I due avversari si sono recati di recente ad Ankara). La Turchia sta anche entrando nel progetto iracheno.

Inoltre l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si accinge ad espandersi verso le sponde settentrionali del Mar Nero. La nuova guerra fredda è dunque arrivata in Turchia. Mosca è decisa a non ripetere l'errore storico di spingere la Turchia nel campo della NATO come fece negli anni Cinquanta.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha in programma una visita in Turchia. Un analista di Mosca [Andrej Fedjašin per RIA Novosti, N.d.T.] ha osservato: "Atomstrojeksport [il monopolio russo costruttore di impianti nucleari] è pronto a fornire alla Turchia un progetto per la costruzione di una centrale nucleare meno costosa e più affidabile rispetto alle controparti americane. Questa centrale nucleare consentirà alla Turchia di consolidare la sua posizione nel mercato regionale dell'energia, soprattutto tenendo conto dei problemi dell'Iran in fatto di energia nucleare. È già da molto tempo che Mosca cerca di far capire ad Ankara che è meglio dare la precedenza ai propri interessi, soprattutto nel settore dell'industria energetica”. In altre parole, la Turchia sta ancora una volta entrando nel vortice della grande politica della forza dopo una pausa durata un decennio e mezzo.

Tenendo conto di tutti i fattori, forse non conosceremo mai l'entità del ruolo che Washington può avere svolto nel far sì che il governo guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan non rischiasse di crollare per una decisione della corte costituzionale turca nel processo per la messa al bando del partito di governo, il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), accusato di “attività anti-laiche”. Gli Stati Uniti conoscono infatti assai bene il logaritmo dei giochi di potere ad Ankara.

Ciò che sappiamo per certo è che il sistema giudiziario turco non è sordo alle correnti politiche. Di fatto, se nel suo verdetto del 30 luglio la corte avesse deciso di mettere al bando il partito e di dare un giro di vite all'attività politica di Erdogan, la Turchia sarebbe piombata in una gravissima crisi politica. Ed è altrettanto evidente che Washington accogli con sollievo la prospettiva che ad Ankara continui a governare l'AKP e che Erdogan resti al comando.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Sean McCormack ha detto: “la Turchia sta attraversando una situazione difficile e noi speriamo moltissimo che la decisione della corte contribuisca a ripristinare la stabilità politica... La corte ha espresso la sua opinione e noi continueremo a collaborare con questo governo. Ci stiamo lavorando molto bene”.

La realtà geopolitica, come ha sintetizzato recentemente Cengis Candar, uno dei maggiori commentatori politici turchi, è che “la capacità della Turchia di Erdogan di diventare un protagonista attivo ed efficace nelle questioni più importanti dell'agenda internazionale è [oggi] particolarmente importante per la politica interna turca”.

Tuttavia il verdetto del 30 luglio ha sorpreso molti. Ha giudicato l'AKP colpevole ma ne ha evitato la chiusura, così come ha evitato la messa al bando di Erdogan dalla politica attiva, come si sarebbero aspettati molti osservatori. Si è limitato a penalizzare il partito con una multa, privandolo dei finanziamenti statali per un valore corrispondente a circa 20 milioni di dollari.

L'AKP può sopravvivere alla perdita, grazie al facile accesso ad altre fonti di finanziamento. La questione cruciale era se Erdogan dovesse dimettersi. Per usare il linguaggio calcistico, potremmo dire che il carismatico leader turco ha preso un cartellino giallo, mentre molti speravano e si aspettavano che prendesse un cartellino rosso, com'era nella facoltà dell'arbitro.

Il cartellino giallo costringe Erdogan a tenere una condotta estremamente prudente fino alle prossime elezioni parlamentari del luglio 2011, dato che non può permettersi un altro scontro con la corte costituzionale. Almeno sette dei giudici della corte resteranno al loro posto nei prossimi cinque anni, il che significa che la configurazione politica e ideologica della corte rimarrà la stessa per tutto il restante mandato di Erdogan.

Il capo della corte costituzionale, Hasim Kilic, è stato esplicito sulla severità del segnale dato a Erdogan. “Questo verdetto è un serio monito. Spero che il partito [AKP] ne tragga le lezioni necessarie”, ha dichiarato alla stampa. Il nocciolo è che secondo 10 giudici su 11 della corte costituzionale l'AKP è un “centro di attività anti-laica”, anche se solo uno di loro ha votato per la chiusura del partito, mentre ce ne sarebbero voluti sette per rendere efficace un verdetto di messa al bando. Indubbiamente Erdogan se l'è cavata per un pelo.

La questione ora è quale lezione Erdogan abbia tratto da questo periodo di nervosissima attesa. Con un'osservazione atipica, il primo ministro ha ammesso di recente in un'intervista di aver commesso degli “errori”. Ed è certamente così. È evidente che la massiccia vittoria dell'AKP alle elezioni parlamentari del luglio 2007, dove ha ottenuto il 47% dei voti, ha avuto uno strano effetto su Erdogan.

Invece di essere il primo ministro di tutti i turchi, come aveva promesso nell'entusiasmo della vittoria, si è lasciato sempre più circondare da una piccola cricca di consiglieri; la sua naturale spavalderia si è trasformata in autoritarismo; ha spesso reagito aggressivamente alle critiche della stampa e dell'opinione pubblica; e infine, cosa fatale per un politico turco, a un certo momento dello scorso anno deve essersi convinto che il suo incarico di governo gli venisse dai due terzi di maggioranza del suo partito al parlamento, e questa è un'interpretazione un po' miope dell'ABC del sistema democratico turco.

Infine, con una scelta di tempi disperata e una fretta quasi incomprensibile, ha trasformato la questione del diritto delle donne turche osservanti di portare il velo in un caso epico di volontà politica, stringendo inoltre una dubbia alleanza temporanea con gli ultra-nazionalisti, che politicamente avevano ben poco da perdere. Ha poi offerto uno spettacolo incredibile: a soli sei mesi dalle elezioni ha cominciato a sperperare rapidamente la buona volontà dei settori “non islamisti” della società, che si stavano già gradualmente abituando a lui e soprattutto erano intenzionati a concedergli una tregua.

Il fatto è che questo non è solo un confitto kemalisti-musulmani, per citare il noto osservatore turco Mehmet Ali Birand, e non bisogna dimenticare che una parte dell'opinione pubblica turca è comprensibilmente molto preoccupata per questa situazione. E di certo c'è anche un aspetto economico, giacché il mondo degli affari e dell'industria della capitale si sente minacciato dalla marcia delle tigri dell'Anatolia da città interne come Kayseri o Malatya, che sono riserva di caccia dell'AKP.

Quando Erdogan si è messo contro le potenti istituzioni commerciali e industriali come l'Unione delle Camere e delle Borse Merci (TOBB) e l'Associazione degli Industriali e degli Imprenditori facendo arrestare il presidente della Camera di Commercio, Sinan Aygun, accusato di aver cospirato per rovesciare il governo, si è raggiunto il punto più basso. Si è capito così che Erdogan si stava inimicando troppe persone.

Il presidente della TOBB Rifat Hisarciklioglu ha osservato aspramente: "Quando andiamo a dormire non vogliamo doverci chiedere che Turchia troveremo al risveglio. Un rispettabilissimo membro della nostra comunità è stato sottoposto a un trattamento che ricorda l'epoca dei colpi di stato, e questo ci offende profondamente. Non lo approviamo”.

Paradossalmente, il principale svantaggio di Erdogan è che non si sente minacciato da un'opposizione politica credibile. I partiti politici turchi, di destra e di sinistra, godono di cattiva reputazione e scarsa credibilità per i loro infelici trascorsi di governo. La gente non ripone in essi alcuna fiducia. In queste circostanze, la moderazione politica di Erdogan dovrà essere una sua scelta, più che derivare dalla cultura politica.

Va detto che c'è sempre il potenziale rischio che Erdogan abbia la tentazione di percepire il verdetto del 30 luglio come un trionfo sugli avversari politici e sui suoi critici: kemalisti, burocrati, militari, giudici, accademici, classe media, stampa, ecc. Resta il fatto che la Turchia attraversa una fase di stallo politico, perché anche se il paese dovesse passare per altre elezioni queste non farebbero che sancire un'altra vittoria per la piattaforma politica “islamista”.

D'altro canto Erdogan è un politico scaltro. Risentirà della sfida esistenziale che l'AKP ha dovuto affrontare nelle ultime settimane. Non sarà cosa da poco se dovrà ripartire da zero, come nel 2001 quando formò l'AKP dopo anni difficili. Né potrà illudersi che il verdetto del 30 luglio significhi che l'establishment turco si è arreso. Dovrà rendersi conto che come primo ministro sarà costretto a ridefinire le proprie collaborazioni.

Il suo grande vantaggio è che resta una figura nazionale immensamente popolare tra i turchi, surclassando in questo chiunque altro. Inoltre l'economia turca è andata bene sotto il suo governo e il paese si sta arricchendo sempre più, secondo l'ultima stima del Fondo Monetario Internazionale. La politica estera turca sta procedendo ottimamente: il suo prestigio come potenza regionale è alto, grazie alle mediazioni tra i paesi vicini, ed è fonte di influenza. La Turchia ha fatto ritorno nella regione mediorientale dopo un'assenza di quasi novant'anni.

Comunque Erdogan sarà più prudente tornare al programma del primo termine e premere per le riforme in vista della futura adesione all'Unione Europea. Potrà contare sul fatto che la popolarità dell'AKP all'interno del paese e all'estero scoraggerà i kemalisti dal rovesciare il suo governo. È chiaro che per la Turchia l'epoca dei colpi di stato è finita. Una svolta importante nella trasformazione democratica del paese è stata fatta questa settimana.

La strategia di Erdogan, dunque, dovrebbe essere segnata da un ritorno al progetto di adesione all'Unione Europea e alla fase di modernità e di liberalismo politico che questa offre, cioè agli orientamenti che caratterizzavano il suo primo governo. Può sembrare una provocazione, ma perfino per l'islamismo turco e per l'AKP il progetto europeo della Turchia è stato e resta la scelta migliore.

L'integrazione della Turchia nell'Unione Europea, oltre a essere una fonte di modernizzazione e prosperità economica, aprirebbe la Turchia ai processi socio-economici europei. Gli standard dell'Unione Europea potranno rassicurare i laici preoccupati dallo spettro dell'“islamizzazione”. Nello stesso tempo, l'accesso a una politica trans-europea porterà l'AKP a confrontarsi con la cultura democratica cristiana dell'Europa, che storicamente è riuscita con successo a interiorizzare le istanze del secolarismo e a riconciliarle con la fede.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JH02Ak03.html

Articolo originale pubblicato il 2 agosto 2008

Etichette: , , , , , ,